“Nessun progetto funzionale alla cultura di guerra dovrebbe entrare a scuola”

Antonio Mazzeo Blog - Thursday, August 14, 2025

Il processo di militarizzazione delle scuole italiane è oggi un fenomeno onnicomprensivo che investe istituti di ogni ordine e grado, riducendo la libertà di docenti e studenti e trasformando le radici di un sistema che dovrebbe invece promuovere il futuro. Antonio Mazzeo, insegnante e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, spiega i passi fatti, il ruolo dei media e l’importanza della denuncia pubblica

 Secondo Antonio Mazzeo, insegnante, giornalista e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, “lo spettro delle attività conferma che il processo di militarizzazione delle scuole italiane è oggi un fenomeno onnicomprensivo”.

Interessa infatti non solo gli istituti di ogni ordine e grado, dalle scuole per l’infanzia alle università, ma anche di tutta l’Italia e non si limita dunque a quelli prossimi a infrastrutture militari oppure a industrie belliche.

Se in alcuni casi sono le forze armate che entrano nelle scuole, in altri sono le caserme a ospitare delegazioni di studenti organizzando attività di gioco, motorie o sportive che spesso simulano l’addestramento militare. “Poi ci sono vere e proprie attività di cooptazione”, afferma Mazzeo, facendo riferimento all’alternanza scuola lavoro, oggi chiamata Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (Pcto), sia all’interno delle industrie belliche sia delle basi militari. “Anche in quelle della Nato, abbiamo denunciato ad esempio quanto accade nella base di Sigonella (SR) o di Solbiate Olona (VA), in cui gli studenti effettuano un grande numero di attività dalla manutenzione di mezzi militari come elicotteri o apparati navali, operando a fianco dei militari, alla fornitura di servizi, come nelle mense degli ufficiali”. Una serie di iniziative viene inoltre promossa direttamente attraverso convenzioni o accordi tra il ministero dell’Istruzione e quello della Difesa, come ad esempio l’organizzazione di concorsi, premi, presentazioni di calendari dell’esercito, mostre che riguardano vicende della Seconda guerra mondiale in cui vengono invitati gli studenti o questi partecipano nell’allestimento.

 

“Purtroppo è diventata una prassi quella dell’invito in caserma delle scuole per attività come l’alza bandiera -prosegue-. In più aggiungerei che si moltiplicano le volte in cui i rappresentanti delle forze armate sono presenti all’interno delle classi sostituendosi di fatto alla figura dei docenti nello svolgimento di attività prettamente didattiche ad esempio in relazione alle cosiddette materie Stem (le discipline scientifico-tecnologiche), dove tra l’altro sta assumendo un ruolo centrale la Fondazione Leonardo che propone pacchetti educativi sia per gli studenti sia per la formazione dei docenti”.

Mazzeo, quali sono gli obiettivi di queste attività?

AM Gli obiettivi che vengono perseguiti sono molteplici. C’è bisogno di legittimazione, di ottenere consenso e di utilizzare queste attività per trasmettere valori come l’autorità, il rispetto e l’obbedienza su cui poi si strutturano le forze armate. Tra l’altro questo traspare anche da molti documenti e convenzioni firmati dal ministero dell’Istruzione e da quello della Difesa dove si parla espressamente dell’affermazione della cultura della difesa e della sicurezza. Si cerca dunque di far aderire i cittadini a un sistema in cui viene privilegiato il modello delle forze armate in funzione dei processi di riarmo e di militarizzazione che sono in atto e che purtroppo promuovono una concezione bellica di guerra costante, globale e permanente. Si vuole ottenere compartecipazione e condivisione riguardo alle strategie militari, le missioni, le operazioni ma anche assicurarsi approvazione tra le nuove generazioni, soprattutto in vista della trasformazione delle forze armate che hanno sempre più bisogno di coscritti. L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato sicuramente un cambiamento nelle valutazioni, perciò oggi alcuni Paesi ripropongono il problema della leva obbligatoria o di formule ibride in cui ai professionisti si affiancano i riservisti per ampliare il numero dei militari. Credo che il modello bellico, quello che si è affermato attraverso la militarizzazione dei territori, dell’economia, del sapere, non potesse non investire il luogo per eccellenza della formazione e della trasmissione di contenuti e di valori che sono elementi chiave nella strutturazione bellico militarista di una società.

Com’è la situazione oggi in termini di consapevolezza e che ruolo hanno i media nazionali e locali?

AM Se penso a due anni fa la situazione è oggettivamente cambiata, si è diffusa una maggiore consapevolezza. Lo stato di guerra attuale, e le preoccupazioni che desta, sono servite anche a una maggiore attenzione ai processi in atto e a come la guerra poi viene narrata nella società, nella scuola, nell’informazione. Questo ha come conseguenza la moltiplicazione di iniziative, di prese di posizione anche da parte delle famiglie e di una minoranza del corpo insegnante. Il fatto che all’Osservatorio ormai arrivino quotidianamente decine di segnalazioni non significa che sono aumentati i fatti, ma che c’è più attenzione. Ci sono diversi consigli di istituto o collegi di docenti che hanno approvato mozioni di opposizione, di rifiuto alle attività militari nelle scuole o di solidarietà con il popolo palestinese. Ho notato anche una maggiore attenzione sia a livello di testate nazionali sia locali che, proprio perché vivono grazie alle relazioni con i lettori di un posto, pubblicano con sempre maggiore diffusione le lettere di protesta di insegnanti o studenti. Se guardo indietro, a quando abbiamo cominciato con alcuni docenti a monitorare quello che stava accadendo, esprimendo preoccupazione per un processo che è iniziato una decina di anni fa e che soprattutto dopo il 2020 è diventato dilagante in tutto il Paese, credo che si siano fatti enormi salti in avanti, non soltanto nella consapevolezza ma anche nell’analisi. Vorrei ricordare infatti che questo non è un fenomeno estemporaneo e non è neppure legato a una forza politica. È purtroppo strutturale e riguarda tutta la società italiana che ha fatto una scelta verso la logica della guerra.

Come si concretizza nella scuola questo processo che lei definisce strutturale?

AM L’obbedienza non è soltanto quella che viene veicolata dal fatto che le forze armate entrano a scuola proponendo attività didattiche o pedagogiche ma diventa anche un elemento di riorganizzazione strutturale del sistema scolastico. Sempre di più si tenta di minare il principio della libertà di insegnamento che è sacrosanto e sancito nella Costituzione della Repubblica italiana, attraverso l’uso di forme di controllo. La militarizzazione dell’istituzione scolastica prevede tutta una serie di interventi in cui il corpo insegnante e gli studenti subiscono pressioni e si riducono enormemente gli spazi di opposizione e di agibilità per valorizzare pensieri altri. La scuola perde piano piano la sua complessità, la sua funzione di luogo di sviluppo della criticità e vengono imposti modelli dall’alto. Si è inoltre affermato un sistema autoritario. Non a caso, abbiamo assistito in questi ultimi due anni a punizioni esemplari di studenti che hanno occupato le scuole in solidarietà con il popolo palestinese. Può essere anche letto in questo senso il voto in condotta che diventa preponderante anche in sede di maturità. Sorvegliare e punire sono due verbi che oggi, anche attraverso forme di controllo del registro elettronico, hanno di fatto militarizzato anche l’organizzazione stessa del sistema scolastico. La scuola in questo senso sta abbandonando la sua funzione che dovrebbe essere proprio il luogo di analisi di questi elementi e non di accettazione, mentre il registro elettronico è stato accettato ormai da tutti gli istituti senza, tra l’altro, essere mai stato regolamentato. Vi immettiamo milioni di dati e monitoriamo tutta la vita scolastica dello studente dai due fino ai 18 anni, ma non sappiamo assolutamente chi sia il titolare di questi e che cosa ne possa fare. Ma soprattutto è la modalità con cui viene esercitato il controllo sugli studenti che li porta a perdere la possibilità di essere autonomi: i genitori sanno tutto quello che succede in tempo reale. Questo delegittima la scuola come luogo di risoluzione non violenta dei conflitti.

In questo scenario invece che cosa possono fare gli insegnanti e gli educatori per introdurre strumenti di pace?

AM Innanzitutto partirei da una questione fondamentale, la scuola ha storicamente una funzione: promuovere il futuro. Dunque nessun progetto funzionale alla cultura di guerra dovrebbe entrarci, perché la guerra è morte, non crea futuro, lo distrugge, è dunque in antitesi con quello che è il luogo della proiezione e della promozione della vita. Gli insegnanti dovrebbero ricordarsi del loro ruolo di sviluppo della società e che non possono quindi diventare strumenti che mettono in discussione la vita stessa, anche perché in questo momento la guerra sarebbe una guerra totale, globale, nucleare e porterebbe alla fine dell’umanità. Poi non dimentichiamo che ci sono già elementi giuridici, sia del diritto internazionale sia interno e costituzionale, che sanciscono il ruolo della scuola e stigmatizzano qualsiasi tipo di relazione tra l’educazione e la guerra. Ad esempio, il protocollo aggiuntivo della Convenzione sui diritti dei minori delegittima qualsiasi rapporto tra i bambini e le forze armate, perché quell’attività che ci sembra così neutra, come far giocare i bambini di tre anni con i militari con il fucile è in realtà una forma di violenza strutturale e psicologica perché parliamo di individui che non hanno nessun “anticorpo” e che invece vengono avvicinati alla guerra, presentata loro come normalizzata ed edulcorata. Poi ci sono anche le norme del diritto scolastico che, come ci capita di verificare, vengono spesso violate. Qualsiasi attività educativa effettuata a scuola o all’esterno deve essere infatti discussa e deliberata dagli organi collegiali. Purtroppo succede tutto il contrario. Ormai il 90% delle attività in presenza di forze armate o di invio in industrie belliche non viene mai discussa e deliberata. Il ministro dell’Istruzione manda la circolare al provveditore e questo lo manda ai presidi e loro decidono autonomamente. I docenti devono intervenire e ribadire che se le attività non sono state adottate collegialmente non possono essere effettuate. È inoltre ancora prevista dalla legge l’opzione di minoranza. E dunque anche se in sede di collegio viene presentata una proposta di questo genere e passa a maggioranza, l’insegnante può far mettere a verbale che si è opposto. Credo che vadano promossi questi strumenti che sono del tutto legittimi, legali e diventano “granelli di sabbia” in questo ingranaggio di guerra. Anche la denuncia pubblica è un elemento fondamentale. Permette di raccogliere consenso, di estendere l’attenzione all’esterno della scuola, ma ha anche effetti diretti all’interno, crea dibattito, spaccatura, conflitto e generalmente poi alla fine l’abbandono formale di questo tipo di attività per evitare il ritorno negativo di immagine.

 

Intervista a cura di Martina Ferlisi, pubblicata in Altraeconomia il 10 luglio 2025,  https://altreconomia.it/nessun-progetto-funzionale-alla-cultura-di-guerra-dovrebbe-entrare-a-scuola/