Da diversi giorni gli agricoltori sono tornati a mobilitarsi. Come ribadiscono
con forza dal 2024, il settore primario è in crisi: costi di produzione che
eccedono il guadagno, indebitamento, squilibri di potere lungo le filiere della
GDO, difficoltà climatiche, politiche agricole inadeguate ai più, assenza di
ricambio intergenerazionale.
Oggi, il lievitare del costo del carburante si inserisce in un contesto di
aumento dei costi di produzione (es. fertilizzanti e concime), mettendo
particolarmente in crisi il settore cerealicolo, determinato dai conflitti in
corso.
Le risposte di questi giorni consistono in blocchi stradali e di autocisterne
di carburante (in particolare in Calabria e Sicilia, dove sono coinvolti anche i
pescatori), latte versato sulla Via Aurelia (Lazio), cortei di trattori, presidi
(in Puglia, dove si denuncia l’olivicoltura in crisi) e sit-in a Roma, in
piazza Santi Apostoli. Non mancano i tavoli di confronto con le autorità (come
in Calabria), ma le misure promesse vengono generalmente giudicate
insufficienti.
Come sottolineano spesso le organizzazioni nate dalle proteste dei trattori del
2024, che cercano di interfacciarsi direttamente con l’opinione pubblica, mentre
il margine degli agricoltori è ridotto all’osso, i prezzi dei prodotti sugli
scaffali continuano a salire. Più in generale, nelle mobilitazioni si parla
tanto di carovita, e questo sta portando altre categorie di lavoratori e
lavoratrici ad unirsi.
Ne parliamo con Gabriele Forte, agricoltore in Campania e membro di Agricoltori
Italiani, e Ivo Pittorini, allevatore in Piemonte. Ivo fa parte della realtà
Agricoltori Autonomi Italiani Piemonte.
Lunedì 12 ottobre ripartirà dopo la pausa estiva il dibattimento nel processo
d’appello a carico dell* imputat* del Movimento No Tav, del centro sociale
Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda.
Verranno nuovamente interrogati alcun* imputat*. L’udienza durerà tutta la
mattina, quindi ogni momento sarà buono per raggiungere l’aula e portare la
nostra solidarietà!
Per 16 persone, l’accusa è di associazione a delinquere, per aver partecipato
alle lotte sociali e ambientali che hanno animato Torino e la Val Susa.
SIAMO TUTT* E TUTTE ASSOCIAZIONE A RESISTERE!
GIÙ LE MANI DAL MOVIMENTO NO TAV – GIÙ LE MANI DA ASKATASUNA
Martedì 6 Ottobre 2026 – Overjoy 296
Un misto di vinili e tunes digitali, da Kurtis Blow a Yuri Bamboo
Dopo oltre settanta giorni di resistenza, agenti federali armati hanno
sgomberato un presidio ambientalista al confine con il Messico. Almeno dieci
arresti, un albero di duecento anni distrutto e una …
Riportiamo l’intervento introduttivo del convegno svoltosi mercoledì 7 ottobre
presso l’Università di Torino, organizzato dal coordinamento Torino per Gaza,
dal titolo “La fine del genocidio è la fine del sionismo”. In questa
introduzione vengono toccati molti nodi politici fondamentali che aiutano a
capire quanto sia mistificato il dibattito attorno alla resistenza palestinese
da gran parte dei media main stream.
L’evento è stato partecipato da più di 300 persone che hanno ascoltato gli
ospiti invitati in presenza e in collegamento. Alla fine del convegno si è dato
vita ad un corteo attorno al polo unversitario del campus Einaudi letteralmente
circondato dalle forze dell’ordine. Infatti sono state schierate una ventina di
camionette, un idrante e centinaia di poliziotti in assetto antisommossa e in
borghese. La governance universitaria si è piegata a questa ennesima
militarizzazione del dissenso, i cui effetti ricadono su chiunque viva lo spazio
universitario. In un momento in cui vengono approvati decreti che vogliono
bollare come antisemita ogni voce in disaccordo con le politiche genocide di
Israele crediamo sia ancora più importante dare spazio alle ragioni che animano
la solidarietà al popolo palestinese e alla sua resistenza. Buona lettura!
Buonasera a tutti e tutte,
Vogliamo ringraziarvi moltissimo per essere qui oggi con noi e, soprattutto, per
essere qui ad ascoltare i nostri ospiti. Con noi oggi abbiamo Adel, della rete
Samidoun, è una rete internazionale di organizzatori e attivisti impegnati a
promuovere la solidarietà con i prigionieri palestinesi nella loro lotta per la
libertà. Atef, studente palestinese, e Miriam Abu Daqqa, attivista femminista
palestinese e dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
(FPLP).
Prima di dare la parola a loro, vorremmo spendere due parole sull’importanza di
essere qui oggi e sull’importanza di un dibattito di questo tipo all’interno
dell’università.
Questo in cui ci troviamo è un luogo di sapere, di pensiero critico ma il
sistema di guerra e di israelizzazione delle società sta rendendo le università
un veicolo propagandistico a favore del genocidio. Le futili polemiche
giornalistiche, non possono nei fatti impedirci di far emergere un’analisi
completa che permette di leggere eventi come il 7 ottobre nella loro storicità
ma soprattutto di assumere lo sguardo dell’oppresso e un approccio decoloniale
per comprendere gli sconvolgimenti del presente.
Il sapere viene utilizzato per mantenere una precisa torre d’avorio: quella del
potere.
Il sistema della formazione dentro cui veniamo educati, sin dai primi anni di
scuola, ci insegna unicamente ad acconsentire, a stare zitti, a non
interrogarci, ma soltanto a integrarci ad un sistema di sopraffazione e
violenza.
Basti pensare che, ad esempio, in cinque anni di scuola superiore, nessun
programma affronta davvero il colonialismo. Nessuno affronta la storia della
schiavitù, della segregazione dell’Africa e della sua spartizione secondo gli
sporchi interessi europei.
a Nessuno viene insegnato che, tuttora, per avere un’Europa ricca e benestante
(sempre per pochi) è necessaria una periferia, uno scarto, un luogo di lavoro,
di sfruttamento e di povertà. E questo luogo viene rappresentato dai Paesi del
Sud globale.
A Nessuno viene insegnato che gli Stati Uniti d’America hanno macellato e
distrutto interi territori del Medio Oriente per il puro controllo delle risorse
e del petrolio.
in virtù di questo appare chiaro che raccontare la verità è un compito sempre
più nobile e sempre più difficile, soprattutto quando le aule vengono negate, i
microfoni vengono spenti, e le voci vengono silenziate.
Il 7 ottobre 2023, il muro che ha confinato la popolazione di Gaza per oltre
vent’anni si è aperto per la prima volta. È bene sottolineare come il 7 ottobre
non sia stato l’inizio del genocidio, bensì l’inasprimento e l’innalzamento di
uno sterminio che era già in corso a “bassa intensità”, da quasi ottant’anni.
Non possiamo non leggere questa data come un evento che si inscrive all’interno
di precise coordinate storiche, dentro un processo coloniale feroce e dentro un
regime di apartheid. La strumentalizzazione di questa data è direttamente
imputabile alla volontà di continuare questo genocidio, che ormai non riguarda
più soltanto la Palestina, ma tutto il Medio Oriente.
Abbiamo visto come questa data abbia scosso il mondo intero e come abbia dato
vita a un movimento globale che, per tre anni di fila, ha continuato a scendere
nelle strade, nelle manifestazioni, nei presidi e negli scioperi globali.
La Palestina e il 7 ottobre hanno rotto quella patina di indifferenza e di
individualismo nella quale erano immerse le nostre vite, facendoci comprendere,
man mano, quanto fosse importante lottare per questa lotta anche per i nostri
territori, per i nostri diritti. Vediamo un Occidente immerso in politiche di
ultradestra, in politiche guerrafondaie, in politiche volte al riarmo, a valori
xenofobi, classisti e razzisti. Come sempre, è stato messo un po’ ovunque in
atto il dispositivo del divide et impera per far tacere il malcontento popolare.
Tre anni quindi, nei quali assistevamo al massacro del popolo palestinese, ma
nei quali, parallelamente, vedevamo anche qui, tra le nostre vie, i risvolti di
quelle stesse politiche.
Quando vogliamo inserire il 7 ottobre all’interno di una cornice di analisi
decoloniale, lo facciamo anche in virtù della sua forzata strumentalizzazione,
che si fonda su due delle matrici più importanti: da un lato l’antisemitismo e
dall’altro l’islamofobia. Due fenomeni che vengono continuamente messi in
contrapposizione, facendoci credere che l’islamofobia sia una diretta
conseguenza dell’antisemitismo, che quest’ultimo esista perché i popoli
musulmani praticherebbero odio e violenza.
Ebbene, sarebbe utile oggi ricordare che la Shoah è una diretta conseguenza
dell’odio e della violenza praticati dal mondo occidentale; che coloro che oggi
parlano di democrazia e di antisemitismo, che a gran voce gridano “mai più”,
sono gli stessi che hanno praticato il genocidio contro gli ebrei e sono anche
gli stessi che continuano a sostenere politiche di violenza e di sterminio in
Palestina.
Spesso e volentieri dimentichiamo la nascita della questione palestinese, che
viene fatta coincidere con il 1948, con la Nakba, una delle più grandi
espulsioni forzate della storia. Ma sarebbe importante ricordarsi del 1936,
l’anno della Rivolta araba, l’anno nel quale il dominio britannico e le bande
armate sioniste spinsero per il controllo della Palestina.
E questo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio incondizionato degli
inglesi, senza l’appoggio incondizionato dell’Europa intera.
Che cosa ce ne facciamo allora di quel “mai più”? Che cosa ce ne facciamo di
tutte le ipocrite dichiarazioni di pace, quando questa pace vuole essere
garantita soltanto a una parte del mondo? Al mondo bianco, al mondo che detiene
il potere, il capitale, il potere economico.
Perché non sentiamo mai parlare di “mai più” quando si parla del genocidio in
Palestina, nonostante le immagini terrificanti che siamo costretti a vedere ogni
giorno?
Nel raccontare la verità è importante ricordare che il futuro della Palestina è
anche nelle nostre mani, che la nostra voce può fare da megafono e che
raccontare la verità significa anche dire che le elezioni che ci saranno questo
ottobre sono uno schiaffo a qualsiasi valore etico e morale.
Vogliono farci credere che il problema sia il governo di estrema destra di
Netanyahu e non l’esistenza stessa dello stato coloniale e illegittimo
israeliano. tant’è che i sondaggi in israele danno netanyahu in minoranza non
tanto perchè si è reso protagonista dell’ultima e più feroce fase del genocidio,
ma piuttosto perchè non sia stato abbastanza sanguinario dal punto di vista
degli israeliani.
la sinistra israeliana sostiene di voler ritornare a quello che c’era prima. Ma
cosa c’era prima del 7 ottobre in Palestina?
C’erano gli arresti. C’era Gaza sotto embargo. C’era la colonizzazione feroce
della Cisgiordania. C’erano la devastazione, l’odio e l’impossibilità, per i
palestinesi, di condurre una vita normale. In Palestina non c’è una famiglia che
non abbia un componente in carcere o che non abbia un martire. Ecco che cosa
c’era prima del 7 ottobre in Palestina. C’era l’apartheid. C’era un progetto di
devastazione più lento, più difficile da scrutare, più difficile da vedere nella
sua interezza rispetto a quello che abbiamo potuto osservare dopo il 7 ottobre.
Non possiamo raccontarci che possa cambiare qualcosa. I sionisti che vivono
nella palestina occupata hanno l’unico obiettivo di realizzare la grande
israele, progetto coloniale che prevede l’annessione della cisgiordania, del
libano e il controllo di ciò che chiamiamo medio oriente.
E’ a partire da momenti come questi che scegliamo non solo di non sostenere
tutto questo, ma di dare uno spiraglio per un mondo diverso.
Ai nostri ospiti oggi chiediamo di darci tre panoramiche diverse, tre
prospettive, tre sfumature attraverso cui leggere quello che sta accadendo.
Abbiamo il piacere di avere con noi Miriam Abu Daqqa, a cui chiediamo di
approfondire le conformazioni e le stratificazioni della resistenza in palestina
e come questa si connette a ai suoi alleati in medio oriente e nel mondo
avremo poi Adel, della rete samidoun a cui chiediamo di delineare meglio il
processo storico che ha portato la palestina alla ribellione che nel 2023 ha
cambiato il segno della storia odierna.
E infine Atef a cui chiediamo di fare un focus sulla resistenza qui in Italia,
con particolare attenzione al ruolo della diaspora palestinese e alla questione
dei prigionieri politici palestinesi.
A loro, quindi, la parola.
(disegno di ottoeffe)
Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera
592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il
genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa
significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa
memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi
hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti
amministrativi e interviste.
«Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche
loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità,
perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro
Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il
riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024
l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha
presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della
Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la
seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione
affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli
la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e
Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento
nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli
comuni alle grandi città.
Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto
amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale
(Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il
piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e
abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni
abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel
rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un
documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente
realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere
ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni,
a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono
stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali.
La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già
individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza
di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e,
soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico
insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia.
I BUONI PROPOSITI
Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le
baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il
Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche
poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom
continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento
acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche
che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per
Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica
emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale –
istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere
le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione.
È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire
nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato
cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le
comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio:
otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti
dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce
un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la
necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e
verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del
2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi
insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze
dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle
soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del
Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non
corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e
distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi
di un sostegno all’autonomia delle famiglie.
Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo,
un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della
Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti
dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva
il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il
piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare
ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva
un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota,
della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che
prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento
“verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al
sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e
ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È
una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con
l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui
criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie.
L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda
anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone
diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada
provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della
Sanità-Materdei.
Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né
nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del
rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno
costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in
questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro,
il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma
piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità
offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove
hanno radicato la propria esistenza.
La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva
l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al
Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima
dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica
emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate,
indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni
inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso
all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità
dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa
Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare
modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e
le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite
intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga
insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come
indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di
fare riferimento.
IL NODO DELL’ANAGRAFE
L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri
riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che
si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune
corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto,
invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già
sperimentate negli anni precedenti.
Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il
piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica
sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti
nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare
dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano
individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un
problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle
azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si
inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal
ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli
Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato,
l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a
favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è
soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a
incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già
alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi,
che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni
permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo
passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici
realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un
cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati:
quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti
arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla
documentazione raccolta.
Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze
sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania,
l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e
italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di
autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di
provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano,
ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un
punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito,
negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le
risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a
trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e
replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e
sul lavoro nero?
Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più
visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità
delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione
locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a
garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità
rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e,
in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche
attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari
erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato.
Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica
sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile
tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e
formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una
formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di
mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si
trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più
stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque
anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però
cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali.
La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per
accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari
territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che
vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione
anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla
medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione
della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un
pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la
possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La
residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione
locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle
procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi
territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il
lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero
argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità.
Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione
trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente
esercitati.
La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal
Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le
persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli
organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de
Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva
utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a
persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno
strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità
riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà
abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione
particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava
presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte
consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi
di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della
documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli.
Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo
nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom.
Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione,
introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle
persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La
procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei
requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici.
Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a
diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione?
Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è
andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale
del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state
confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri
cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le
municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste,
però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La
procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire
gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti,
quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente
l’iscrizione anagrafica.
Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse
dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano
approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto
realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei
familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati
destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre
nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo
2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di
“sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione
di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel
cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura
commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da
verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone
che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di
accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle
decisioni che le riguardano.
A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La
ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma
dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha
ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di
superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra
nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi
infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta
vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri. Anche la
raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno
preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie
dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento
dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un
rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca.
Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il
riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre
una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella
memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo,
ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro
e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò
che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce
effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel
presente. (pasquale frattini)
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e
mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per
affrontare il caro gasolio.
Da Radio Blackout
Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei
“trattori”.
La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello
stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla
popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione
statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno di una macchina agricola può
costare più di 1.500 euro.
I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori brutti”, sono già fermi e il
danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.
Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione,
che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari
che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del
2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che
vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i
20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.
Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in
piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a
campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi
sporchi affari!”
Ne parliamo con Federico di USB e de La Base di Cosenza:
E con Gianluca del gruppo Agricoltori Brutti:
In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare.
da Radio Blackout
Ieri sera è giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a
seguito dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata
ricoverata. Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative
in Spagna e alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una
donna uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo
sciopero generale dell’11 novembre.
Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica
istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per
Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono
stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a
seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati
quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito
indipendentista catalano.
Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale
in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase
di riarmo e guerra.
Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio
informativo “Barcellona chiama Italia“
Di seguito un audio di Aniello Lampo, compagno di base a Madrid, sempre a cura
dell’informazione di Radio Blackout
Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen
Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón
di Madrid. Aveva 87 anni.
Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17
anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva
vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta
morire anche lei.
Ma non glielo hanno permesso.
La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato
quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente.
Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà
dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo
contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di
quanto percepiva con la sua pensione.
Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di
difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo
sfratto.
Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una
barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale.
Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29
settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa
con un affitto compatibile col suo reddito.
Ma non ce l’ha fatta, è morta prima.
Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa.
Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per
settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha
trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un
profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio.
Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un
diritto?
Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando
por lo que es vuestro”.
Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.
In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare. Ieri sera è
giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a seguito
dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata ricoverata.
Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative in Spagna e
alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una donna
uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo sciopero
generale dell’11 novembre.
Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica
istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per
Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono
stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a
seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati
quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito
indipendentista catalano.
Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale
in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase
di riarmo e guerra.
Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio
informativo “Barcellona chiama Italia“
Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen
Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón
di Madrid. Aveva 87 anni.
Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17
anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva
vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta
morire anche lei.
Ma non glielo hanno permesso.
La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato
quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente.
Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà
dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo
contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di
quanto percepiva con la sua pensione.
Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di
difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo
sfratto.
Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una
barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale.
Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29
settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa
con un affitto compatibile col suo reddito.
Ma non ce l’ha fatta, è morta prima.
Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa.
Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per
settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha
trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un
profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio.
Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un
diritto?
Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando
por lo que es vuestro”.
Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.
di Faïza Zerouala* In Francia, mentre gli studenti delle scuole superiori si
mobilitano per ottenere migliori condizioni di studio in un contesto privo di
prospettive, la risposta brutale dell’esecutivo ha …
Larga parte della critica contemporanea commette un errore prospettico:
interpreta i data center come un’entità speculativa o una minaccia differita nel
tempo. La tesi consolatoria della «bolla finanziaria» è solo un velo ideologico
che induce all’attesa. La realtà del calcolo continuo descrive una traiettoria
capovolta: lo sradicamento dei luoghi di vita e il sequestro della terra sono la
precondizione fisica dell’apparato, irrevocabili prima ancora che i server
vengano accesi.
In questa puntata mettiamo in fila le svolte materiali di un’aggressione
planetaria: dall’hardware bellico in Ucraina alla proliferazione dei
santuari-fortezza del calcolo, la cui logica non nasce con la «Intelligenza
Artificiale» — feticcio ideologico utile solo ad antropomorfizzare la macchina —
e nemmeno con Internet. Affonda le sue radici nella storia profonda del
capitalismo coloniale e dell’accentramento logistico novecentesco tra Stato,
scienza e industria, che in Italia si materializza fin dal luglio 1967 con il
consorzio interuniversitario CINECA e l’installazione del primo supercomputer
d’importazione.
Il tecnocapitale pretende di ridurre il vivente a riserva quantificabile per
farlo bruciare dentro processori protetti militarmente, ma urta costantemente
contro l’irriducibile densità della vita. Dall’hinterland milanese, la voce di
un compagno ci porta dentro la cronaca di un’azione diretta a Rho, teatro il 3
ottobre del primo corteo in Italia contro i data center. Un attacco materiale
importante: duemila persone hanno violato i perimetri di lamiera dell’ex
Nilit-Radici, occupando l’area di scavo dove il colosso australiano Goodman
Group progetta l’ennesimo santuario-fortezza computazionale.
Se l’umano oggi convive con la sospensione del senso e con la catastrofe
presente senza darsene pensiero, letteralmente come se nulla fosse, davanti alla
banalità nichilista del puro funzionamento ha ancora senso chiedere una gestione
più “democratica” dei data center o è tempo di stare in strada e farsi ostacolo
fisico per interrompere il flusso?