Da Amendolara ai ghetti agricoli, la strage dei quattro braccianti afghani
rivela il fallimento delle politiche sul lavoro e sull’immigrazione. Dietro il
caporalato c’è una filiera che unisce sfruttamento, decreti …
Riavvolgendo il nastro con la biro, una mattinata qualsiasi, senza arte né
parte, ma non per questo senza voglia di arrivare a fine giornata.
Tracklist:
Mina – Amanti di valore
Eric Muhs – Invisible Moose (side A, estratto)
Mercato delle pulci – Sala d’aspetto 1
Lazy Dolphin – Yeah, It’s Fine (side B, estratto)
Koulleena Haudattuja – sociologinen kartoitus suomalaisen nuorison salaisista
musiihhiharrastuksista (side A, estratto)
noir boy george – metz noire (side A, estratto)
felinto – utopia milhao (side B, estratto)
Dali de saint paul – love featurings vol.1 (side A, estratto)
High Density Gathering – s/t (side B, estratto)
Jason La Mecca – Dove mai
Cosimo Querci – Rimane
Proteste di massa, ministri dimissionari e scioperi della fame mentre il governo
amplia i poteri straordinari e prepara la stretta contro il dissenso. La crisi
boliviana entra in una fase …
Riceviamo e diffondiamo
PUNTATA con MANU DUBSIDE FUNKY SOUL GROOVE MUSIC
Fa rabbia vedere celebrare oggi la biodiversità della Val Clarea con articoli e
pubblicazioni patinate, quando da oltre quindici anni quel territorio viene
devastato dai cantieri del TAV. La stessa […]
The post Più che impressione, fa rabbia. first appeared on notav.info.
AUTOPRODUZIONI MEZCALINE - ADESIVI SERIGRAFICI
Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)
(mercoledì, 10 giugno 18:00)
CUCINA APERTA DALLE 18.00.
Laboratorio di serigrafia operativo per stampare adesivi assieme!
--------------------------------------
Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si
basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti
trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.
SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!
--------------------------------------
COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT
BUS : 33 - CP1 - 76
TRENO : FERMATA COLLEGNO
METRO : FERMI
--------------------------------------
NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
Da sei anni i treni regionali italiani non arrivano più a Modane. Si fermano
a Bardonecchia e da lì in poi il confine alpino torna a essere una barriera
piena, concreta, materiale. Nonostante […]
The post Bardonecchia–Modane: la ferrovia spezzata first appeared on notav.info.
Una nuova alleanza criminale fra mafia turca e narcos olandesi ha a disposizione
un’intera flotta di navi da cargo, e ha messo a punto una nuova rotta dai
Caraibi all’Europa, passando dal Sierra Leone
L'articolo Trenta tonnellate di cocaina: il più grande carico di sempre era
diretto al Mediterraneo proviene da IrpiMedia.
“Zone di sacrificio”, questa è la definizione più chiara attraverso cui le
popolazioni di determinati luoghi, un tempo definiti provincia, vengono chiamati
a sostenere gravosi costi ambientali e sociali in nome di benefici presentati
come diffusi e collettivi.
Che sia “overturism” o turismo del lusso, attività industriali tossiche o
produzioni per la guerra in salsa green, cambia poco: aree storicamente
considerate marginali – o non più centrali – vengono integrate in nuove
geografie dell’accumulazione, a discapito di chi ci vive. Le amministrazioni
pubbliche e gli investitori presentano spesso tali trasformazioni come
necessarie al perseguimento della competitività territoriale, mistificando la
realtà o celando quanto questi processi comportino forme di espropriazione,
sradicamento, ridefinizione degli usi collettivi dello spazio e intensificazione
delle disuguaglianze sociali.
Prima parte:
Una compagna salentina ci parla di un campeggio di tre giorni che si terrà il
26-27-28 giugno a Nardò, in cui si cercherà di aprire un dibattito
internazionalista sul funesto intreccio europeo di turismo, militarizzazione e
nuove forme di colonizzazione.
Per maggiori approfondimenti, consulta il sito Luoghi – Corpi – Frontiere.
Seconda parte:
In diretta telefonica con la Val di Susa, sulla richiesta di riapertura delle
Acciaierie di San Didero da parte del Gruppo Beltrame, con l’attivazione di un
altoforno da 800 mila tonnellate di produzione annua. Ne parliamo con una
compagna che ci fa il punto della situazione e della mobilitazione contro questo
ennesimo tassello di devastazione della più popolosa valle piemontese.
di avv. Giuseppe Romano* A un anno dalla sua approvazione, il principale
strumento repressivo del governo Meloni è già sotto assedio nei tribunali.
Giudici, procure e avvocati ne contestano la …
(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)