S’i’ fosse treno, ardereï: di sabotaggi, Rfi e Leonardo in solidarietà allx indagatx dell’operazione del 16 giugno
Sull’urgenza di sabotare, ostacolare, attaccare le linee via terra della mobilità di guerra. La guerra parte da qui. La colonia è anche a queste latitudini. All’alba del 16 giugno sotto l’egidia delle Procura di Roma compagnx di tutta Italia vengono arrestatx e perquisitx a seguito dello scoccare di una ennesima operazione di 270bis di matrice anti-anarchica. Al conteggio finale oltre ax 5 arresti in carcere e 2 ai domiciliari (fortunatamente tuttx liberx da ieri) se ne sommano altrx due per il – ormai famoso – 270 quinques comma 3. Oltre al noto capo d’imputazione di “associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico” le carte di questa indagine si riferivano ad un sabotaggio della linea dell’alta velocità avvenuto il 13 Febbraio 2026. Nel rimandare al bel testo di rivendicazione del sabotaggio con questa puntata di Harraga (in onda ogni venerdì dalle 15 alle 16 su Radio BlackOut) ci teniamo a dare un nostro contributo alla mobilitazione al fianco di compagnx indagatx e arrestatx: ricordando che guerra esterna e guerra interna sono le due facce della stessa medaglia. Non si può lottare contro il razzismo qui senza guardare ai sistemi di dominio coloniale, senza porsi accanto alla Palestina e a tuttx le/gli oppressx: in un mondo la cui estrazione di valore divora lungo la linea di classe e del colore. “La guerra parte anche da qui” non è uno slogan e non è riducibile alla produzione di armamenti o alla viabilità portuale. Oggi – grazie a due compagnx collegatx da Genova – cerchiamo di analizzare come la viabilità via terra, in particolare lungo i binari ferroviari, sia centrale per la corsa al potenziamento delle infrastrutture e ai corridoi della logistica militare. Nell’approfondire l’accordo Leonardo/RFI e il progetto della mobilità militare entriamo nello specifico della costruzione dell’infrastruttura dual use fuori muro nel bacino portuale di Sampierdarena. Parlare di questo oggi ci permette di portare la nostra solidarietà alle e agli indagatx di questa ennesima operazione anti-anarchica nonché riaccendere la luce sul gesto e il testo del sabotaggio del 13 Febbraio. Gesto sempre più che necessario, parole sempre più importanti. A CHI QUELLA NOTTE HA AGITO PROTETTO DALLA LUCE DELLA LUNA VA TUTTA LA NOSTRA STIMA E SOLIDARIETÀ. CHE CI SIANO SEMPRE PIÙ CUORI CORAGGIOSI E AFFINI! AL FIANCO DI TONI, PIETRO, ALFREDO, ANNA, JUAN, ANAN, AHMAD, DAVID, GHESPE, LUIGI, BAK, STECCO, TONIO E DI TUTTX X RIBELLX RINCHIUSI, CON IL POPOLO PALESTINESE!! Buon ascolto:
10 Anni di Festival Alta Felicità: costruiamoli insieme!
24- 25 E 26 LUGLIO: FESTIVAL ALTA FELICITA’ 2026 – 10 ANNI DI MUSICA, SOCIALITA’, CULTURA E RESISTENZA Costruiamo insieme la decima edizione del Festival Alta Felicità! Da Produzioni dal basso e Festival Alta Felicità Quello che da dieci anni ha luogo in Valsusa, non è “solo” un festival.  È uno spazio libero. È una comunità che esiste e resiste. Nella splendida cornice di Venaus, da anni, migliaia di persone si incontrano per costruire qualcosa che altrove sembra impossibile: un festival gratuito, accessibile, senza logiche di profitto o sponsor invasivi.  Il Festival Alta Felicità è questo. E può esistere solo se lo sosteniamo insieme! -------------------------------------------------------------------------------- In un tempo in cui tutto viene trasformato in consumo, esistono ancora luoghi in cui si prova a fare il contrario. Il Festival Alta Felicità nasce dentro una valle che resiste, ma non parla solo alla Val di Susa: parla a chiunque senta il bisogno di spazi liberi, di socialità reale, di cultura non addomesticata. Non è solo musica. È un modo diverso di stare insieme. È la dimostrazione che un’altra organizzazione delle cose è possibile. A COSA SERVE QUESTA CAMPAGNA? Questa campagna serve a una cosa molto semplice e molto concreta: far esistere il festival, rimanendo nella gratuità dell’evento. Per noi è fondamentale che tutti e tutte possano attraversare il festival, indipendentemente dal proprio reddito e condizione sociale. Purtroppo però, organizzare il Festival Alta Felicità significa sostenere costi reali: palchi, impianti, logistica, accoglienza e stand, gestione degli spazi e supporto tecnico per artisti e attività.  E tutto questo senza biglietti, senza costi per il pernottamento, senza sponsor che decidono contenuti, senza compromessi.  Chi ci governa sceglie coscientemente di finanziare la guerra e il genocidio in Palestina, scaricando il costo delle sue scelte scellerate su tutti noi che ci ritroviamo a dover pagare rialzi esorbitanti su ogni bene di consumo. E purtroppo questo vale anche per tutto ciò che è necessario per il nostro festival, in primis il carburante per le navette! Per questo il crowdfunding non è un “di più”, ma il necessario per poter continuare. PERCHÉ SOSTENERECI? Sostenere Alta Felicità non significa comprare un evento. Significa prenderne parte attivamente. Significa scegliere che la cultura può essere accessibile, che la musica può essere libera e che migliaia di persone possono incontrarsi senza essere clienti. Ogni contributo, anche piccolo, ci aiuterà tiene in piedi tutto questo. Questo festival esiste perché in tanti e tante, ogni anno, decidono di sostenerlo. Ora tocca a noi. Se ci sei stato, lo sai. Se non ci sei mai stato, è il momento di farlo esistere. Partecipa alla campagna. Condividila, dona. Diventa parte concreta del Festival Alta Felicità! LE SFIDE DA AFFRONTARE  Organizzare il Festival Alta Felicità è un processo complesso che si regge su un equilibrio delicato. Ogni anno scegliamo di mantenerlo gratuito, accessibile e indipendente. Questo significa affrontare sfide reali, sia economiche che organizzative. Ecco le principali: 1. Uno dei rischi principali è non riuscire a raccogliere le risorse necessarie per sostenere il festival. Se la campagna non dovesse raggiungere il suo obiettivo, diventerebbe difficile coprire alcune spese fondamentali legate alla realizzazione dell’evento, mettendo in discussione la sua sostenibilità. 2. Il Festival Alta Felicità è un festival complesso: palchi, impianti audio, gestione degli spazi, logistica, strutture e accoglienza. Dietro a pochi giorni di evento c’è un lavoro lungo mesi! 3. Il Festival Alta Felicità si svolge all’aperto, in montagna. Questo significa confrontarsi con variabili imprevedibili, a partire dal meteo che possono influire sulla partecipazione. 4. Il festival esiste perché viene attraversato e sostenuto da migliaia di persone volontarie e donatrici. Lo stesso vale per questa campagna. Se l’attenzione cala, diventa più difficile raggiungere l’obiettivo. 5. Oltre alle donazioni, merchandising, drink e stand gastronomici sono l’unica fonte di sostentamento del festival. Ci sforziamo di mantenere i prezzi quanto più popolari possibile, soprattutto per le persone giovani e per chi si vuole fermare per tutta la durata del festival, ma purtroppo ogni anno diventa sempre più difficile. 6. Vogliamo essere chiari su come vengono utilizzate le vostre risorse. Con il vostro supporto, possiamo farlo esistere! Questa campagna vuole tenere insieme chi già vive, o ha vissuto, il Festival Alta Felicità e chi ancora non lo conosce, raccontando cosa significa davvero e puntando su una partecipazione diffusa in cui anche i contributi più piccoli fanno la differenza. Il festival esiste grazie a una rete di volontarie e volontari e a collaborazioni che ne condividono lo spirito, permettendo di sostenere i costi senza rinunciare all’indipendenza. Allo stesso tempo, affrontiamo le complessità organizzative e gli imprevisti forti dell’esperienza costruita negli anni, mentre la campagna cresce attraverso relazioni, passaparola e coinvolgimento diretto. Tutto questo si basa su trasparenza e responsabilità condivisa, con l’impegno a raccontare come vengono utilizzate le risorse e a tenere aperto un processo che è davvero collettivo. Organizzare il Festival Alta Felicità è una sfida, ma è una sfida che vale la pena affrontare. Ogni contributo è un pezzo concreto di questo festival. Ogni condivisione aiuta a tenerlo vivo. È così che esiste: insieme. Sostieni la campagna e aiutaci a costruire questa decima edizione! GRAZIE! Per chi vuole sostenere il festival abbiamo pensato anche a delle piccole ricompense, un gesto semplice e simbolico per partecipare alla campagna. Con una donazione si contribuisce direttamente alla realizzazione del festival e si porta con sé un segno di questa esperienza collettiva, che ogni anno prende forma grazie a chi la rende possibile. Le ricompense potranno essere ritirate durante i giorni del festival presso il banchetto del merchandising ufficiale, diventando così anche un modo concreto per incontrarsi e riconoscersi dentro questi spazi. Qui il link per contribuire
[2026-07-10] Proiezione " CITY of GOD " @ Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno
PROIEZIONE " CITY OF GOD " Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno - Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno (venerdì, 10 luglio 18:30) Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare. SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE! -------------------------------------- COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT BUS : 33 - CP1 - 76 TRENO : FERMATA COLLEGNO METRO : FERMI -------------------------------------- NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
Mezcal occupato
20 anni di occupazione
Un contributo da Milano per una risposta alla repressione all’altezza delle mobilitazioni dell’autunno scorso e per il rilancio delle lotte sociali
Il tema della repressione e, più in particolare, il rapporto con la controparte, hanno spesso generato difficoltà e incomprensioni all’interno del movimento italiano. Nel tempo, le strategie e le pratiche adottate dalle forze dell’ordine, così come gli strumenti legislativi introdotti dai governi, si sono progressivamente trasformati. Anche il movimento è cambiato, arricchendosi di nuove esperienze e soggettività; tuttavia, le sue componenti organizzate hanno solo raramente affrontato in modo sistematico il compito di elaborare una sintesi condivisa su questo nodo, a partire dalla maturazione e dall’evoluzione della situazione concreta. Di fronte a una significativa evoluzione delle strategie repressive a livello europeo, che investe anche la gestione delle piazze e l’agibilità politica conquistata con fatica attraverso decenni di lotte, diventa sempre più complesso affrontare un altro nodo fondamentale: analizzare in modo equilibrato il fenomeno della repressione e delle pratiche di controllo, così da individuare risposte efficaci capaci di superare gli ostacoli che esso pone. Le mobilitazioni, i collettivi, gli spazi sociali e ogni altra esperienza e forma di lotta, più o meno organizzata, non nascono soltanto per produrre cultura, “fare del bene” o sollecitare risposte efficaci da parte delle istituzioni. Trovano il loro significato nella prospettiva della liberazione e della trasformazione sociale, così come nel rafforzamento della capacità conflittuale necessaria a renderle possibili. Appunto per questo motivo la repressione rappresenta una conseguenza inevitabile della natura stessa dei movimenti che si propongono in rottura con lo stato di cose presenti: i livelli di conflitto necessari ad aprire prospettive reali di liberazione rendono prevedibile il tentativo delle istituzioni di reagire attraverso strumenti repressivi. DUE PASSI INDIETRO: Brevi note di riflessione dal ‘68 al 2001 La repressione delle proteste ha spesso prodotto nella storia, processi di radicalizzazione, in particolare nelle pratiche di piazza. A partire dal 1968, in molte città italiane, studenti e operai iniziarono a organizzarsi autonomamente per difendere i cortei dalle cariche, strutturando cordoni interni, staffette e forme di protezione collettiva: un salto di qualità nel modo di vivere e praticare la presenza in strada. La strutturazione dei servizi d’ordine non fu il risultato di una scelta ideologica astratta, ma una risposta concreta alla violenza poliziesca e alla gestione autoritaria dell’ordine pubblico.  Negli anni Settanta questo processo si approfondì ulteriormente. Non furono soltanto i gruppi armati a esprimere un livello più elevato di conflittualità; prese forma anche una diversa concezione della manifestazione stessa. Le esperienze dell’area dell’Autonomia operaia e di numerosi collettivi territoriali elaborarono pratiche di autodifesa, spezzoni organizzati, materiali di protezione e servizi sanitari autogestiti: strumenti che ridefinivano il rapporto tra manifestanti e forze dell’ordine. Si trattava di un confronto aperto, che metteva in discussione l’idea del corteo come rito simbolico e controllato. La critica rivolta ai movimenti antagonisti, accusati di essere dei “guastafeste” durante le manifestazioni, affonda le proprie radici proprio in questo passaggio storico. Nelle democrazie borghesi, e spesso anche nella cultura politica dei partiti e dei sindacati della sinistra storica, la manifestazione è concepita come una parentesi regolata e straordinaria, quasi una festa in senso carnevalesco, nella quale il conflitto viene rappresentato ma non deve oltrepassare determinati limiti. L’idea di una sovversione permanente dei rapporti sociali, capace di travalicare il momento rituale della protesta e di investire la quotidianità, è invece considerata inaccettabile. In questo quadro, le pratiche di autorganizzazione per la difesa dei cortei hanno rappresentato non soltanto una risposta alla repressione, ma anche l’affermazione di una diversa cultura politica: non più una presenza passiva e simbolica nello spazio pubblico, bensì un protagonismo collettivo capace di contendere concretamente l’agibilità della piazza Mentre, nel clima che seguì il G8 di Genova del 2001, alcuni volti del movimento concentravano l’attenzione di tutti sulle possibili visioni del mondo che si confrontavano in quelle piazze, sulla presunta cattiveria dei Black Bloc, sull’onnipotenza dello Stato e sui pericoli della mobilitazione, le forze dell’ordine compivano i primi passi di una trasformazione storica per il nostro Paese: un processo destinato a ridefinire profondamente le forme del controllo e della gestione dell’ordine pubblico negli anni successivi. Uno dei risultati più significativi di Genova è stato quello di aver svelato la reale natura dei dispositivi repressivi e delle forze incaricate di esercitarli. È anche per questo che, negli anni successivi, tali apparati hanno progressivamente elaborato nuove strategie e strumenti di intervento, correndo ai ripari rispetto alla crisi di legittimità prodotta da quei fatti. Dopo quanto avvenuto a Genova, il sentimento di indignazione si diffuse in diversi settori della società, arrivando in alcuni casi a incidere sul senso comune. Questa situazione impose ai vertici delle forze dell’ordine un profondo ripensamento dell’approccio alla gestione delle piazze. RIORGANIZZAZIONE DALL’ALTO: La gestione delle piazze e del conflitto A grandi linee, questa trasformazione può essere letta attraverso tre direttrici principali: l’utilizzo minimo della forza fisica durante le manifestazioni di piazza, spostamento della repressione dalla piazza ai tribunali grazie alle nuove tecnologie, addomesticamento preventivo delle nuove soggettività in movimento.  Da anni le manifestazioni dei movimenti sociali e antifascisti sono accompagnate da un dispositivo di controllo capillare. Agenti di polizia in borghese o con equipaggiamenti leggeri, spesso muniti più di auricolari che di manganelli, tentano di affiancare costantemente i dimostranti lungo il percorso. I cortei vengono ripresi integralmente, centimetro per centimetro, per tutta la loro durata, attraverso un monitoraggio continuo che consente di raccogliere informazioni e identificare i partecipanti. Parallelamente, una parte dell’azione repressiva tende a esercitarsi direttamente durante lo svolgimento della manifestazione stessa: contestazioni immediate spesso individuali vengono utilizzate per colpire comportamenti ritenuti in violazione delle disposizioni vigenti, riducendo la necessità di un intervento fisico diretto e spostando il terreno del conflitto sul piano amministrativo e giudiziario: non attraverso una carica, che potrebbe rischiare di far apparire i manifestanti come vittime innocenti agli occhi dell’opinione pubblica, ma tramite forme di controllo più discrete e pervasive. L’evoluzione delle forze repressive negli anni 2000 dimostra come l’obiettivo primario sia diventato quello di disinnescare la possibilità stessa della conflittualità nelle piazze, prevenendo i comportamenti ritenuti “devianti” più che intervenendo per contenerli una volta manifestatisi. Si è andata delineando una nuova modalità di gestione del dissenso e delle sue forme di espressione, costruita con l’obiettivo di prevenire e scongiurare ogni possibilità di conflitto aperto. Non di rado, gli agenti interagiscono direttamente con i partecipanti, dispensando consigli, tentando conversazioni amichevoli o intavolando discussioni di carattere politico e organizzativo con i promotori delle iniziative. Si tratta di modalità che, più che puntare allo scontro aperto, mirano a gestire, contenere e normalizzare il conflitto. Come veniva accennato precedentemente, l’organismo poliziesco assume un ruolo sempre più orientato all’investigazione e al monitoraggio, e in questo processo i protagonisti non sono tanto i reparti della celere, quanto gli apparati della Digos. In altri termini, la controparte privilegia una gestione della piazza attraverso l’intelligence piuttosto che utilizzando la forza fisica.  Fotografare, osservare e analizzare i comportamenti, ricostruire relazioni, seguire preventivamente i soggetti ritenuti più esposti e disincentivare determinati comportamenti attraverso minacce, sanzioni pecuniarie e provvedimenti amministrativi individuali, oltre alla possibilità di attribuire responsabilità per eventuali atti di piazza, diventano strumenti centrali di questa nuova modalità operativa. L’interesse principale non è quindi soltanto la gestione immediata dell’ordine pubblico, ma la raccolta di informazioni orientando l’intervento verso la costruzione di procedimenti penali più che verso lo scontro fisico e il conflitto. L’idea di disinnescare in maniera preventiva il conflitto sociale in tutte le sue forme si è acuita con l’emissione negli ultimi anni di una serie di “pacchetti sicurezza” che introducono sanzioni e pene spropositate per chi lotta: che si tratti della delibera della commissione di garanzia contro il diritto di sciopero, che si tratti dell’attacco ai movimenti di lotta per la casa nell’ambito dei decreti sicurezza già approvati o di DDL antisemitismo, la criminalizzazione delle lotte è volta a prevenire e sanzionare le lotte sociali contro l’economia di guerra. LA BUROCRATIZZAZIONE DEL CONFLITTO: Sotto la pressione della repressione La pressione preventiva esercitata, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, è elevata e si manifesta attraverso strumenti capaci di incidere anche sulle modalità politicamente più adeguate di risposta alla repressione, influenzando la capacità dei movimenti di elaborare strategie collettive ed efficaci di fronte ai nuovi strumenti di controllo. Ciò si palesa anche nella prevalenza di risposte di natura tecnico-legale e burocratica, più che in scelte direttamente politiche e orientate alla lotta collettiva. La repressione trova la propria forza nel colpire condotte individuali, isolando singoli gruppi o individui, anche quando esistono momenti e percorsi di natura collettiva. Essa opera differenziando le condotte e attuando la ormai classica divisione tra le componenti presuntamente “pacifiche” e quelle “violente” delle mobilitazioni di piazza. Riteniamo che la risposta a questa strategia non possa limitarsi a un piano esclusivamente legale-tecnico-burocratico, ma debba necessariamente interrogarsi sulla dimensione collettiva della lotta. Questo tipo di risposta alla repressione è anche lo specchio dei tempi e delle modalità attraverso cui oggi si esprimono i conflitti sociali: sempre più spesso prevalgono strumenti legati alla gestione burocratica delle vertenze, mentre risultano più deboli il lavoro territoriale, la costruzione di relazioni collettive e le mobilitazioni capaci di produrre conflitto e partecipazione. Laddove esistano volontà e condizioni positive, capaci di tenere insieme le condizioni personali e la dimensione della lotta collettiva, di fronte alla repressione crediamo vi sia una sola risposta: la lotta. Questo significa non cadere automaticamente in risposte esclusivamente di carattere tecnico-amministrativo assumendo a priori che siano la “soluzione più auspicabile”. Quando si parla di repressione, infatti, non si tratta di assumere una posizione vittimistica, ma di rivendicare le ragioni e i motivi per cui si è scelto di essere presenti nelle piazze e nelle lotte. RIORGANIZZARSI DAL BASSO OLTRE IL BLOCCHIAMO TUTTO Conflitto-repressione-lotta alla repressione: Il grado di conflitto necessario ad avviare effettive prospettive di liberazione lascia prevedere che le istituzioni risponderanno ricorrendo a misure repressive. Sapere come comportarsi di fronte agli strumenti repressivi dello Stato, non rappresenta più, come in passato, un patrimonio condiviso, collettivo e dato per acquisito. Negli ultimi vent’anni si è progressivamente affermato, in diverse città, un dibattito sul rapporto tra esigenze organizzative, sicurezza pubblica e “libertà” di manifestazione, nonché sul modo in cui questo equilibrio possa evolvere nel tempo.  Ma l’idea che un maggiore dialogo con le istituzioni e la controparte possa tradursi automaticamente in una riduzione della repressione va infatti considerata, tutt’altro che scontata. I “confronti” che precedono le iniziative pubbliche non riguardano soltanto i percorsi, ma talvolta anche le modalità di svolgimento, le pratiche previste e gli obiettivi politici delle mobilitazioni. Questa tendenza ha favorito una progressiva normalizzazione del conflitto sociale e politico, con la conseguente rinuncia a forme di agibilità politica conquistate nel corso di decenni di lotte. Può così crearsi una situazione in cui alcune forme di espressione simbolica vengono considerate compatibili con le modalità concordate per l’iniziativa, mentre altre vengono accantonate perché ritenute più problematiche. Noi temiamo che questo processo possa portare, nel lungo periodo, a una progressiva restrizione delle forme di protesta praticabili: ciò che oggi viene limitato o scoraggiato potrebbe essere seguito, domani, da ulteriori restrizioni, con il rischio di ridurre gradualmente gli spazi di manifestazione e di espressione del dissenso. C’è stato un momento preciso in cui qualcosa si è incrinato nel conflitto sociale. Nel tentativo di prevenire la pressione della repressione ed evitare di cadere nella spirale “conflitto–repressione–lotta alla repressione”, non si è verificato un tracollo improvviso, bensì una progressiva sostituzione: il contenuto ha spesso lasciato il posto all’estetica del conflitto e alla sua rappresentazione, generando una profonda ambiguità di fondo. In questo modo si è aperto uno spazio in cui l’indignazione ha finito per prevalere sull’organizzazione. Uscire da questa impasse significa dotarsi di strumenti capaci di produrre conseguenze materialmente tangibili, anche nelle piazze. Ricostruire servizi d’ordine interni e forme autonome di gestione del corteo non dovrebbe essere considerato un atteggiamento estremistico né una mera questione di principio. Si tratta piuttosto di affermare un’idea precisa dello spazio della manifestazione: un luogo collettivo e dinamico, costruito e attraversato dai partecipanti, la cui gestione dovrebbe rimanere nelle loro mani. Per questo motivo, riteniamo opportuno che le forze dell’ordine si mantengano all’esterno del corteo, davanti o dietro ad esso, senza intervenire direttamente nel suo svolgimento ordinario. Oltre il blocchiamo tutto: Quanto avvenuto, ad esempio, nella giornata di mobilitazione nazionale del 22 settembre, che a Milano ha rappresentato una grandissima giornata di lotta. Esprimendo una rabbia collettiva e individuando concretamente il significato dello slogan «blocchiamo tutto», che si inserisce in un ciclo di lotte di portata nazionale che è riuscita ad impattare concretamente sulla macchina bellica. L’autodeterminazione della piazza, alimentata dal rifiuto della situazione di guerra e riarmo globale, ha raggiunto un livello di partecipazione e di conflittualità particolarmente elevato. In una fase storica segnata dalla guerra, dal riarmo e dall’escalation dei conflitti internazionali, i compagni organizzati devono saper stare dentro le contraddizioni e nella rabbia sociale che attraversano ampi settori della società, contribuendo a orientarla contro la guerra, contro il riarmo, contro il governo e contro il genocidio. Si tratta di una necessità che continua a porsi sia nelle piazze sia all’interno delle nostre strutture, attraverso una discussione politica condivisa e una pratica conseguente. Nell’attuale fase di riflusso del conflitto sociale e di progressivo livellamento politico, successiva alle grandi mobilitazioni dell’autunno scorso del “Blocchiamo tutto”, rivendicare politicamente quella giornata significa riconoscere il valore di una mobilitazione che, a livello nazionale, ha rappresentato uno dei momenti di lotta più significativi degli ultimi anni. Il 22 settembre, nel tentativo di bloccare e occupare la Stazione Centrale, c’erano migliaia di persone perché in quel momento quell’obiettivo veniva percepito come giusto e necessario. Quella giornata non può essere ridotta all’iniziativa di pochi individui. La scelta di come gestire l’ordine pubblico, tanto il 22 settembre quanto il 25 aprile, ultimo momento di autodeterminazione di massa nella città di Milano, appare quantomeno discutibile. Ma in entrambe le occasioni, la piazza non è arretrata.  Per questo risulta difficile ricondurre quelle giornate ai comportamenti di pochi individui o alle decisioni di singoli gruppi. Si è trattato piuttosto dell’espressione di una dinamica collettiva, in cui migliaia di persone hanno agito sulla base di una volontà condivisa e di una percezione comune della situazione. La piazza, in questo senso, si è mostrata come un soggetto collettivo, autonomo e capace di autodeterminarsi. Se oggi vengono colpiti dei compagni, è anche perché scelgono di stare dentro queste dinamiche sociali e politiche, cercando di dare continuità a una rabbia sociale diffusa che non nasce da loro, ma che attraversa già ampi settori della società. Con ogni mezzo necessario: Vale la pena ricordare come il movimento del Blocchiamo Tutto sia cresciuto anche grazie al contributo che, in quel momento, rappresentava la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla. Essa provava a dare una risposta concreta a una domanda che attraversava le piazze e le coscienze di moltissime persone: «Cosa possiamo fare noi?». La possibilità di sentirsi parte di uno sforzo comune, capace di sostenere e rafforzare il tentativo di rottura dell’assedio di Gaza, è stata una componente importante della straordinaria partecipazione che ha caratterizzato quelle mobilitazioni, portando centinaia di migliaia di persone nelle piazze di tutto il Paese, fino alla manifestazione di Roma che ha raccolto numeri eccezionali. in quelle giornate di lotta erano presenti ampi settori della società: credenti, laici, lavoratori e studenti, occupanti di case, disoccupati, impiegati, operatori sanitari, medici, infermieri, maestre e insegnanti. Una composizione sociale vasta e trasversale che testimonia quanto il tema fosse sentito ben oltre gli ambienti militanti. Siamo convinti che, di fronte alla necessità di dare un segnale forte contro il genocidio, la guerra e il riarmo, siano state poche le persone disposte a rimanere passive. Si è sviluppata una dinamica collettiva e autonoma che nessuno era realmente in grado di controllare o dirigere dall’alto. Non sono mancati i tentativi, da parte di forze politiche istituzionali, di ricondurre quelle mobilitazioni entro una narrazione prevalentemente umanitaria e compassionevole, centrata esclusivamente sulla sofferenza del popolo palestinese. Tuttavia, nelle piazze emergeva con forza anche un altro elemento: il riconoscimento della resistenza palestinese come soggetto attivo della lotta di liberazione. Una resistenza che, nelle sue diverse espressioni, incarna il principio del «con ogni mezzo necessario”.   Molti sono scesi in piazza con l’idea di contribuire alla liberazione della Palestina. Ma, camminando fianco a fianco, giovani e anziani, lavoratori e studenti, si è fatta strada anche un’altra consapevolezza: che la solidarietà con la Palestina stava trasformando anche noi, mettendo in discussione l’isolamento, l’impotenza e la rassegnazione che spesso caratterizzano il nostro tempo. Quelle giornate, nella loro forza, nella loro partecipazione e nella loro capacità di costruire legami collettivi, lo hanno dimostrato.  Il “Blocchiamo tutto” è stato un’enorme massa che si è mobilitata da nord a sud del Paese e che ha realmente paralizzato il normale funzionamento della macchina della guerra, suscitando preoccupazione nel governo e attirando l’attenzione anche a livello internazionale. Ha dimostrato che anche in Italia esiste una concreta possibilità di organizzare e di costruire mobilitazioni di massa.  Il potere si dota preventivamente di strumenti repressivi, come i numerosi DDL Sicurezza: perché è pienamente consapevole dell’esistenza di un malcontento diffuso e di un disagio sociale generalizzato, destinati a crescere ulteriormente tra tagli al welfare, salari stagnanti, aumento del costo della vita e caro-affitti. Alla repressione c’è una sola risposta: LA LOTTA! Il Blocchiamo Tutto ha dimostrato come questi dispositivi possano essere violabili quando masse di persone si mobilitano attorno a un obiettivo comune. Proprio perché si è trattato di un movimento collettivo, fatto di blocchi, cortei e iniziative che hanno attraversato Pisa, Livorno, Torino, Milano, Bologna, Genova, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Catania e decine di altre città, anche la risposta alla repressione deve essere necessariamente collettiva. Appare quindi indispensabile dotarsi anche di strumenti in grado di rispondere alla pressione della repressione, riteniamo utile e auspicabile costruire un apparato nazionale di avvocati capace di contribuire alla costruzione di risposte adeguate e all’altezza della situazione, che siano in grado di rivendicare quelle grandi giornate di lotta, difendendone collettivamente il significato politico. Uno strumento che sia in grando di dare risposte anche in termini legali e al servizio di un ragionamento collettivo contro la criminalizzazione delle lotte, il cui obbiettivo è azzerare preventivamente il conflitto sociale, con pene spropositate. Allo stesso tempo occorre continuare a lavorare per costruire una struttura in grado di dare risposte politiche collettive alla repressione e per rilanciare in avanti le lotte sociali. Ma la risposta non potrà esaurirsi nelle aule dei tribunali. La difesa legale deve accompagnarsi al rilancio dell’iniziativa politica e del conflitto sociale. Per questo è necessario tornare nelle piazze, costruendo mobilitazioni capaci di unificare le lotte contro la repressione, la guerra, il riarmo e il genocidio. Per respingere l’offensiva repressiva e riaffermare che ogni attacco a chi lotta è un attacco all’intero movimento. Alla repressione si risponde con l’organizzazione, alla guerra e al riarmo con una mobilitazione ancora più ampia e determinata. Su tutto il territorio nazionale è necessario costruire una risposta unitaria, evitando interventi frammentati e disomogenei. Soprattutto perché a pesare sono le condizioni materiali di vita e un sistema che lascia molte persone sole di fronte alle proprie difficoltà, portando a indicare se stessi come responsabili della propria condizione.  Quando si viene colpiti perché si decide che è arrivato il momento di dire basta: basta al lavoro precario e umiliante, basta alle case vuote mentre c’è chi non ha un tetto, basta a una vita fatta di sacrifici senza futuro, basta a un genocidio in diretta.  Sapere che, di fronte a tutto questo, il compito che ci spetta è continuare a lottare, trovando nella forza collettiva la capacità di farlo anche per chi non c’è più. Essere uniti di fronte alla repressione, costruire risposte all’altezza della situazione, aprire prospettive di rottura e di liberazione collettiva è un compito difficile. Ma è un compito che dobbiamo assumerci, insieme. Di seguito diffondiamo un video sulla portata nazionale del 22 Settembre:
Marina di Carrara, porto degli esplosivi.
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia. L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave destinate ai cantieri in Sardegna. La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata, quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale. Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries, è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di Marina di Carrara.. Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare. Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia, negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a 8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi non sono dati che possono lasciare tranquilli. Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche – come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano. Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità devono tener conto. In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense. È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso – attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa, nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è protetto in sé». Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto, Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali, coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative vigenti anche in tema di sicurezza. Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel dicembre 2025. Proposta_osservatorio
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Casablanca si prepara ai mondiali del 2030 demolendo i quartieri dell’antica medina
(archivio disegni monitor) L’articolo è uscito su Safircom, 24 aprile 2026. La traduzione in italiano è a cura di Ghassan Waïl e Stefano Portelli. *   *   * Le lacrime, la tristezza, il dolore della separazione; la rabbia, l’impotenza e il senso di umiliazione (in arabo: hogra); il rumore dei bulldozer, la polvere nell’aria, le guardie di sicurezza; così i figli e le figlie dell’antica medina di Casablanca – la città vecchia – dicono addio ai loro quartieri, alle loro strade, ai loro mercati, ai negozi, e soprattutto alle loro memorie, ai loro amici e ai loro vicini. Stanno dicendo addio a una parte di loro stessi. I quartieri di Derb Lngliz, Derb Rmad, Derb Fssa, Derb El Kelb, Derb Gnawa, Boutwil, Moha and Saïd, Nzala, Lbheira, tutti questi quartieri sono stati distrutti e ora sono in rovina, sepolti tra le macerie e spianati dalle ruspe. Un abitante della zona racconta: «Abbiamo lasciato indietro un’intera vita. Siamo nati qui, i nostri figli sono cresciuti in questo quartiere, l’antica medina ci ha dato anche il pane». Le memorie, le vite, le storie, i percorsi che l’hanno attraversata, intrecciati in decenni, hanno modellato la storia dell’antica medina di Casablanca, e ora sono scomparsi per sempre. Casablanca si è disfatta di una parte della sua storia, l’ha lasciata ai bulldozer, che l’hanno gettata via e sepolta tra le macerie. Per Mourad Messaad, uno dei residenti del quartiere Derb El Ramad, il cui nome significa “quartiere delle ceneri”, e che è davvero diventato cenere, la città vecchia è una patria e un essere vivo, in ogni senso. Con tristezza, dice: «È difficile essere obbligati a lasciare il posto in cui sei cresciuto, lasciare i tuoi vicini e i tuoi amici ed essere gettato nell’ignoto». La città vecchia è un capolavoro e una scuola di arte e di vita. Dalle sue strade e dai suoi spazi aperti sono venuti su l’amatissimo comico Lamfadal Lah’rizi, nonché Bouchaïb El Baydawi, il Re dell’Aita, uno stile musicale tradizionale. Da questo mondo così ricco sono emersi il campione di pugilato Marcel Cerdan, il lottatore di wrestling Saïd El Sawakan e l’artista Souad Sabir. Qui sono passati i calciatori Larbi Ahardane e Aziz Bouderbala, entrambi del Wydad e della nazionale marocchina che vinse la Coppa d’Africa; Idriss Chacha, del Raja; qui sono cresciuti e hanno costruito il loro talento. La maledizione dei mondiali di calcio ha colpito gli abitanti della città vecchia come una tragedia greca. I discendenti dell’antica Anfa – la città antica che sorgeva sul sito di Casablanca – oggi si trovano circondati da nuove macerie. Con l’unica eccezione del consigliere municipale Abdellah Abaakil del Partito Socialista Unificato (PSU), tutti i partiti politici, le associazioni, i funzionari pubblici della città, sono rimasti in silenzio; e i residenti non hanno altro che le loro lacrime e i loro telefoni per registrare le demolizioni e per dire addio alle loro case e ai loro negozi. Non hanno altro che i social media per condividere le loro sofferenze e raccontare al mondo la loro situazione. Qui, dove i commercianti, i residenti, i fan del Wydad, hanno raccolto le storie e le vittorie che hanno modellato la vecchia città; qui, dove sono state messe a tacere per sempre le voci e le energie dei bambini che riempivano ben tredici scuole; tutta questa eredità culturale, tradizionale, storica, è stata distrutta dalla maledizione della Coppa del Mondo, e da quaranta anni di pianificazione caotica per il progetto di un grande boulevard chiamato Avenue Royale. UNA MOSCHEA E UN BOULEVARD A metà degli anni Ottanta, il re Hassan II decise di costruire una delle più grandi moschee del mondo, seconda solo ai due enormi templi di Mecca e Medina, proprio sul litorale di Casablanca, in un’area chiamata Bahr Merizika. Era un luogo importante per la memoria dei residenti della città vecchia; molti abitanti vi avevano imparato a nuotare e a pescare, e vi si conservavano anche i resti delle antiche piscine municipali, uno stagno per la pesca, e una grande area aperta chiamata Chouinty, dove si tenevano gare sportive o semplicemente si imparava ad andare in bicicletta. La costruzione della Grande Moschea iniziò il 12 luglio 1986. L’inaugurazione avvenne il 30 agosto 1993. L’idea di un boulevard reale fu discussa durante la costruzione e annunciata ufficialmente nel 1989. Quando il progetto fu lanciato, si sparse la voce che anche i quartieri intorno sarebbero cambiati. Alcuni dicevano che sarebbero stati demoliti per aprire la strada a questa Avenue Royale che avrebbe collegato la moschea con il palazzo reale di Derb Sultan. L’idea lentamente divenne realtà. Alla fine degli anni Ottanta iniziarono i primi censimenti, e il progetto di spostare circa diecimila famiglie. Si sviluppò un nuovo progetto, una città nuova di 350 ettari chiamata Medinat Nassim, nella periferia sudoccidentale della città, che avrebbe ospitato i residenti trasferiti. I primi trasferimenti iniziarono a metà anni Novanta: si demolirono le case del quartiere Derb Sufi, i cui residenti furono trasferiti in un quartiere chiamato Tacharouk. Ci furono problemi, ma il processo procedeva senza grandi tensioni. Le famiglie sradicate ottennero case alternative, il che inizialmente conferì una certa rispettabilità al progetto. Quando le demolizioni arrivarono alla zona di Arsat Ben Slama, iniziarono i problemi. Ci furono dispute sulle compensazioni economiche, conflitti tra inquilini e proprietari, e questioni sugli indennizzi dei proprietari dei locali commerciali. La Sonadac, compagnia pubblica che gestiva lo sviluppo urbano, aveva problemi organizzativi e finanziari che fecero ritardare tutto il progetto; ci furono persone che ricevettero case senza una giustificazione, e altre che videro peggiorare gravemente la loro situazione, persero le loro fonti di reddito e non riuscirono più a pagare i prestiti, spingendo le banche a ritirare il credito. Così il progetto arrivò a uno stallo. I problemi burocratici e le dispute giurisdizionali peggiorarono ancora, finché l’intero processo si bloccò di colpo. Nel frattempo, la popolazione raddoppiò, le famiglie crebbero ed emersero alcuni gruppi che volevano trarre beneficio dalla trasformazione del quartiere: inquilini che ottennero certificati di residenza, altri che avevano abitato delle case abbandonate. Alcune parti del quartiere rimasero vuote, e divennero luoghi di delinquenza e criminalità, il che rese la situazione ancora più complicata. Dopo anni in cui si pensava che il progetto fosse archiviato, nel 2025 il Marocco venne designato come una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2030, insieme alla Spagna e al Portogallo. Il governatore di Casablanca convocò una riunione inaspettata del consiglio comunale, per approvare una nuova partnership e accelerare il progetto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della Sonadac e il trasferimento delle sue competenze a una compagnia di sviluppo locale, Casablanca Housing, il cui direttore era il governatore stesso. Questa compagnia ricevette un miliardo di dirham per completare lo svuotamento della città vecchia e costruire la Avenue Royale. La confusione si diffuse quando arrivarono i primi ordini di sfratto. Naima, madre di tre figli, spiega: «Il mondo è diventato stretto per noi. Siamo inquilini, e non ce ne facciamo niente delle promesse. Ci hanno detto di trovare un alloggio temporaneo; così ho dovuto mettere tutti i mobili a casa di amici, e mia sorella si è presa carico dei miei figli». Le demolizioni sono iniziate una notte d’inverno, durante l’anno scolastico, con un grande  spiegamento di forze di sicurezza. Secondo un residente, «è stato uno shock, ci hanno detto di lasciare la casa rapidamente, non sapevamo dove andare». La velocità dell’operazione ha fatto affiorare dubbi sulla giustizia e sul destino delle famiglie sradicate. Un altro residente: «Non abbiamo avuto neanche tempo di trovare un’altra casa. Dopo la demolizione, siamo dovuti tornare a cercare i libri dei nostri figli in mezzo alle macerie». Ma com’è possibile che un progetto che le autorità non erano riusciti a finire per quarant’anni, nonostante i miliardi di dirham spesi, si completi in appena quattro anni? Tra la partenza promettente di inizio anni Ottanta, il lungo periodo di stallo e il revival improvviso, questo progetto mostra una crisi più ampia nella gestione della trasformazione urbana e nel bilanciamento con i diritti dei residenti. Oggi, dopo quattro decenni di improvvisazione e di sprechi, ai residenti si chiede di pagare il prezzo. I residenti non sono contrari al progetto ma si rifiutano di esserne le vittime. Non si può essere costretti a scegliere tra burocrazia e bulldozer, come una donna della città vecchia ha riassunto la proposta ricevuta. La demolizione oggi rappresenta una storia culturale e sociale che viene sradicata senza aver avuto il tempo per una transizione equa. Nell’affrettarsi delle ruspe e delle decisioni, resta aperta una questione: un progetto urbanistico per quanto importante, può ignorare gli abitanti? Oggi a Casablanca non si demoliscono solo i quartieri, si mette anche alla prova il senso della giustizia nella pianificazione e la fedeltà alla sua memoria. Tra queste due rimane ancora la speranza che la Avenue Royale non sarà solo il testimone di un vecchio fallimento che ritorna. ALCUNE CRITICHE AL PROGETTO Fatima Tamni, deputata del Partito Socialista Unificato (PSU): «Ho seguito questo caso sin dall’inizio, visitando l’area e parlando con le famiglie. Ho anche interrogato il governo, per scritto e oralmente, per avere informazioni chiare. I problemi principali sono nella gestione: i residenti lamentano la mancanza di comunicazione chiara e di informazioni ufficiali, nonché la confusione nelle procedure di demolizione e sgombero; in alcuni casi c’è mancanza di rispetto per la dignità umana, specialmente per famiglie povere, anziani, donne vulnerabili. Dicono che ci sono degli studi che mostrano che molte case non erano a rischio di crollo, ma che sono stati ignorati. La risposta ufficiale è limitata, le informazioni fornite sono troppo generiche, e in generale i residenti non riescono a farsi un’idea chiara del loro futuro. Riceveranno delle compensazioni? Dove saranno trasferiti? Quali saranno le garanzie legali e sociali che impediranno di rimanere senza casa, o di peggiorare le loro condizioni? Sono domande legittime, che dovrebbero essere al cuore di ogni progetto che miri al miglioramento della vita delle persone, non al loro trasferimento forzato. La stessa cosa si può dire per i negozi che sono stati svuotati contro la volontà dei proprietari, anche quando erano la loro fonte di reddito. Non si sa quante sono le famiglie colpite, com’è stato fatto il censimento, come sono stati stabiliti i compensi economici, le procedure di sfratto, i luoghi dove le persone saranno trasferite, i tempi delle operazioni. Non si può gestire una cosa del genere con la logica del fatto compiuto. Bisogna gestirlo in modo trasparente e partecipativo, mettendo i residenti al centro delle decisioni, rispettando il loro diritto alla casa e a una vita dignitosa, assicurandosi che i progetti di rinnovamento urbano non diventino progetti per l’esclusione sociale o per il trasferimento forzato. Il Parlamento dovrebbe monitorare la situazione da vicino. Dobbiamo usare tutti i meccanismi di controllo che abbiamo, perché la dignità e i diritti non possono essere il prezzo di nessun progetto, qualunque cosa esso rappresenti». Abdellah Abaakil, consigliere comunale del PSU: «Tutto quello che vediamo nei vecchi quartieri di Casablanca – la demolizione delle case e dei negozi, lo sradicamento delle famiglie e la distruzione del cuore pulsante della città – è il risultato del fatto che i consiglieri comunali hanno votato senza avere informazioni fondamentali. I documenti che ci sono stati dati per quell’incontro erano privi delle informazioni necessarie per decidere. Non ci sono stati dati progetti né piani, né il cronoprogramma dei lavori, neanche la lista delle proprietà da espropriare. Non abbiamo avuto neanche spiegazioni chiare dell’interesse pubblico legato al progetto. L’unica spiegazione che abbiamo avuto dalla presidentessa del consiglio comunale era che la decisione veniva dal ministero degli interni a Rabat, e che era tempo di riprendere il progetto del defunto re Hassan II, dopo oltre quarant’anni di stallo. Questi progetti urbani ormai sono datati, dopo due generazioni! Ci sarebbero voluti nuovi studi e aggiornamenti che non sono stati fatti. Per queste ragioni, come rappresentante dei residenti al consiglio comunale per il PSU, ho votato contro. Ma molti consiglieri non hanno avuto lo stesso coraggio o senso di responsabilità verso gli abitanti per rifiutare questa presentazione del progetto». Youssef Mezzi, membro di Attac. «Noi di Attac Marocco, come parte di una coalizione che difende le vittime delle demolizioni, siamo stati tra i primi a creare questo quadro di lavoro collettivo per il diritto alla casa. Abbiamo raccolto firme da diciassette organizzazioni della società civile e dei residenti. Il lavoro è continuato su due livelli: da una parte visite sul campo e incontri con i residenti; dall’altra gli interventi mediatici per fare luce su quanto stava avvenendo. Consideriamo che l’Avenue Royal è un esempio di corruzione amministrativa e finanziaria di lunga durata, le cui radici affondano a molti decenni fa e continuano fino a ora, come conferma la Corte dei Conti e i vari procedimenti giudiziari contro gli ex funzionari. Il paradosso è che oggi i residenti, che non sono responsabili di questi problemi, stanno pagando il prezzo di questo fallimento. Le autorità stanno cercando di completare il progetto in pochi mesi anche se è stato fermo per più di trent’anni. Il lato sociale del progetto è stato quasi ignorato. Molti residenti sono poveri o vulnerabili e non possono pagare i centomila dirham extra richiesti. Non c’è stato neanche il supporto sociale e l’approccio caso per caso che sarebbe stato necessario. Almeno diecimila famiglie sono state trasferite senza vere alternative; è stato chiesto loro di trovare case provvisorie in affitto, mentre la costruzione degli appartamenti promessi continuava a slittare nel tempo. Questo ha creato una crisi degli affitti, specialmente in zone periferiche come Rahma o Lissasfa, dove i prezzi sono saliti molto e sono rimaste poche case disponibili. Tra l’altro c’è stata mancanza di trasparenza sulla scelta dei beneficiari; gli ordini di sfratto sono spesso orali e senza abbastanza preavviso. Le demolizioni rapide sono state usate senza garanzie, lasciando i residenti davanti a un futuro incerto. Non si è considerato l’anno scolastico per i bambini, né la distanza che le persone avrebbero dovuto percorrere per andare al lavoro, né i proprietari dei negozi, e neanche le condizioni atmosferiche, visto che gli sfratti sono avvenuti in inverno. Siamo di fronte a un grande fallimento del diritto alla casa, nonché della pianificazione urbana di Casablanca. I più vulnerabili hanno dovuto pagare il prezzo di problemi strutturali di lungo periodo». (omar lebchirit, otman ashki)
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