CENA BENEFIT OPERAZIONE 16 GIUGNO ALLA PIAZZA CONTADINA
Piazza Contadina di Pinerolo - Via Clemente Lequio angolo Piazza III Alpini
(venerdì, 24 luglio 17:00)
ore 17 - Mercato contadino
ore 19 - Chiacchiera di aggiornamento sull'operazione repressiva del 16 giugno
che ha visto 7 anarchicx incarceratx e 2 ai domiciliari, fortunatamente liberatx
pochi giorni fa dopo il riesame delle misure (!!!). Qualche riflessione
sull'impianto accusatorio e l'ennesimo tentativo di attribuire il 270bis, ovvero
l'accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, a chi si
definisce anarchicx.
a seguire cena a sostegno e musica
Sarà un’estate di mobilitazione del movimento No Tav in Val di Susa con una
serie di appuntamenti che accompagneranno le prossime settimane. Si parte dal 17
al 19 luglio con il tradizionale Campeggio di lotta a Venaus, tre giorni di
iniziative, dibattiti e momenti di presidio nei luoghi simbolo.
da Radio Onda d’Urto
Il programma prevede l’accoglienza al presidio di Venaus, la presentazione del
nuovo sito di No Tav Info al presidio di San Didero e iniziative sul
territorio. Sabato 18 luglio spazio al confronto con la presentazione del libro
“La lunga frattura“, a cura della redazione di InfoAut, seguita da momenti di
socialità e da un’iniziativa a Traduerivi, area interessata dai lavori dell’alta
velocità. Domenica 20 luglio sarà invece dedicata all’allestimento del Festival
dell’Alta Felicità.
Il festival si svolgerà infatti dal 24 al 26 luglio a Venaus e celebrerà la sua
decima edizione, con concerti, dibattiti e la tradizionale marcia No Tav.
L’estate di mobilitazione proseguirà poi dal 30 luglio al 2 agosto con un
nuovo campeggio nella Piana di Susa, altra area interessata dagli interventi
previsti per la Torino-Lione.
Ne parliamo sulle frequenze di Radio Onda d’Urto con Franco, compagno del
Movimento No Tav.
Al seguente link si può partecipare al crowdfunging per sostenere i costi di
palchi, impianti, accoglienza, stand, gestione degli spazi e il supporto tecnico
per artiste e artisti del Festival dell’Alta
Felicità:https://www.infoaut.org/contributi/10-anni-di-festival-alta-felicita-costruiamoli-insieme
Martedì 14 Luglio 2026 – Overjoy 284
Oggi iniziamo con la presentazione del nuovo disco di Y, con ascolto condiviso
telefonicamente.
Poi vibes selection e si conclude con una serie di unreleased tracks by Aziz
Pablo & Serengeti All Stars.
Riceviamo e diffondiamo:
PRESIDIO AL CARCERE DI UDINE
La notizia di queste settimane è che il garante nazionale dei detenuti, Riccardo
Turrini Vita, ha prodotto la sua relazione annuale, che non è stata presentata
ufficialmente al Parlamento, in quanto si riferisce all’anno 2024. I papaveri
del ministero di giustizia e i loro tirapiedi, in carica con il governo Meloni,
impuniti, hanno superato questa figura istituzionale (comunque inutile), nei
fatti. Per lor signori il sovraffollamento, il “modello sardina”, non è che non
esista, ma si riduce a un problema di spazio, cioè di edilizia, di carceri nuove
da costruire. Quegli spazi che con i 38° di questa estate si trasformano, anche
qui a Udine, letteralmente in forni – nel caso friulano poi, la carenza di spazi
per la socialità, l’inesistenza di aree verdi, o semplicemente di aree
all’ombra, e per di più il fatto che chi tra i detenuti ha la possibilità di
usare un frigorifero o un ventilatore, viene ostacolato dalla direzione, come in
molti altri casi, tutti questi fastidi (che normalmente qua fuori chiameremmo
“fastidi”), nella galera diventano situazioni di ostilità, vessazioni, aperto
scontro dell’amministrazione con i detenuti. Infatti in questi lunghi mesi nei
quali, come Assemblea contro carcere e repressione, siamo statx presi da altre
urgenti lotte, veniamo comunque a sapere che i prigionieri non sono rimasti a
subire questo clima di oppressione, ma hanno reagito con proteste, rivolte
individuali, interruzioni della “normalità”.
In generale siamo abituati pigramente ad accettare qualcosa solo se si mostra
debole e innocuo ai nostri occhi. Il detenuto o la detenuta che per mesi studia
un piano di fuga, e poi una notte sega le sbarre e fugge, inquieta la società
borghese ed ipocrita. Il “pazzo” che di “botto” esplode in gesta “inconsuete”,
spacca e sbava “senza senso”, sciocca per l’imprevedibilità. Il bambino o la
bambina che gioca ed urla in modo “sconsiderato” creando imbarazzo, oggi rischia
di essere incasellato con l’aggettivo di “iperattivo”. Il palestinese o la
palestinese che odiano chi gli ha massacrato la famiglia e fatto mangiare
polvere e paura, sono già moralizzati e marchiati dall’uomo bianco colonialista.
L’animale in gabbia che “dal nulla” morde e ferisce, deve essere abbattuto.
Ripetiamolo: non è normale rinchiudere una persona in un cubicolo di cemento,
non è normale continuare la propria routine quotidiana, magari passando accanto
alle mura del carcere facendo come se niente fosse! Continueremo a dirlo, anche
solo per quelli simili a noi, che si trovano da una parte o dall’altra delle
sbarre! Per questo ci troveremo ancora una volta fuori dalle mura del carcere di
Udine per passare insieme qualche ora, con un po’ di musica e contatto tra
dentro e fuori.
SABATO 18 LUGLIO ORE 18:00
VIA RAGUSA, UDINE
Solidarietà a Nico, Bibi, Micol, Arnau, Stefano, Giulia, Luna, Pietro, Tony, a
tutte le indagate e i perquisiti
Fuori Alfredo dal 41 bis!
Terrorista è lo Stato!
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/07/13/aggiornamento-sugli-arrestati-del-16-giugno-revocate-le-misure-cautelari-per-otto-di-loro/
Aggiornamento sugli arrestati del 16 giugno. Revocate le misure cautelari per
otto di loro
Apprendiamo che, in seguito all’udienza presso il Tribunale del Riesame, sono
state revocate le misure cautelari in carcere e ai domiciliari per Arnau, Bibi,
Giulia, Luna, Micol, Nico e Stefano, applicate loro a seguito dell’operazione
repressiva del 16 giugno per il reato associativo 270 bis.
Anche per Toni, nei cui confronti il 16 giugno era stata applicata la custodia
cautelare in carcere con l’accusa di “terrorismo della parola” (in applicazione
della nuova fattispecie di reato 270 quinquies, comma terzo), è stata
successivamente revocata la misura cautelare.
Per quanto riguarda Pietro, perseguito con la medesima accusa mossa nei
confronti di Toni, al momento è ancora imprigionato nel carcere di Terni. Per
scrivergli:
Pietro Rosetti
Casa Circondariale di Terni
Strada delle Campore, 32
05100 – Terni (TR)
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: presidio 20 luglio
Contro guerre, genocidio e divieti
CIRCONDIAMO (DI NUOVO) IL RETTORATO!
Il Rettore ha paura / gli salta la poltrona / e chiama la Questura
Il contrattacco del Rettore dell’Università di Trento, Flavio Deflorian, che ha
chiesto e ottenuto dalla Questura che le manifestazioni non si svolgano più
sotto il Rettorato, gli si è rivolto contro come un piccolo boomerang. Il
cacerolazo di lunedì 13 luglio, che ha “circondato” gli uffici del Rettore
svolgendosi contemporaneamente alle due estremità di via Calepina, è stato il
più partecipato e rumoroso. Facendo risuonare, nel pieno del centro di Trento,
le responsabilità dell’Università trentina e di chi la rappresenta nel
contribuire alla guerra e al genocidio dei palestinesi.
«Prima vi ignorano, poi vi combattono, infine vincerete.»
Ora più che mai, bisogna insistere!
LUNEDÌ 20 LUGLIO
DOPPIO PRESIDIO
in via Garibaldi (Piazza d’Arogno) e via Roccabruna
Ritrovo ore 17.30 in via Garibaldi
Portare pentole, fischietti, trombe da stadio e tutto quel che serve per far
rumore
Microfono aperto
PALESTINA LIBERA!
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
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Qui sotto la chiamata del 13 luglio, dopo il divieto della Questura di
manifestare sotto il Rettorato:
Contro guerre, genocidio e divieti
CIRCONDIAMO IL RETTORATO
Da alcune settimane a questa parte, come Assemblea di solidarietà alla
resistenza palestinese, abbiamo ripreso l’attività di pressione contro
l’Università di Trento, che – in omaggio alle lotte dei neri sudafricani contro
l’apartheid – chiamiamo «campagna di sfida». Il nostro obiettivo è spingere
Uni-Tn a rompere ogni collaborazione con le università israeliane, le aziende
che collaborano al genocidio dei palestinesi e più in generale l’industria
bellica. Abbiamo deciso di concentrarci in particolare contro il Rettorato di
via Calepina, sotto il quale, tutti gli scorsi lunedì dalle 18, abbiamo tenuto
dei rumorosi cacerolazo (battiture di pentole) alternati a interventi contro le
collaborazioni, il genocidio e la guerra.
La cosa deve avere almeno un po’ infastidito l’Ateneo e il rettore Deflorian,
non nuovo peraltro alle reazioni scomposte (memorabile quando, l’anno scorso,
negò su un giornale locale ogni collaborazione con la guerra e il genocidio, per
essere sonoramente smentito nel giro di pochi giorni da una lettera aperta di un
gruppo di ricercatori). La Questura, infatti, ci ha notificato negli scorsi
giorni che la protesta potrà tenersi ovunque tranne sotto il Rettorato, perché
disturberebbe «il regolare svogimento delle attività amministrative» e «potrebbe
evolvere verso episodi di ulteriore intemperanza verso il Rettore», già
apostrofato mentre usciva dagli uffici («si vergogni!», «complice del
genocidio») e addirittura costretto a interrompere una telefonata (!).
Se in fondo ci fa piacere che le nostre modeste attività abbiano dato almeno un
po’ di fastidio, non possiamo ignorare lo sfondo su cui si colloca questa prova
tecnica di silenziamento e repressione. Mentre al vertice di Ankara la NATO
prepara riarmo e guerre per decenni; mentre viene varato un pacchetto
“sicurezza” dietro l’altro; mentre Trump e i suoi preparano un vertice
internazionale contro gli «Antifa» e «l’estremismo di sinistra», il messaggio
non potrebbe essere più chiaro: in una società in guerra, disturbare il
manovratore è vietato. Dopo non aver mai interrotto le proprie collaborazioni
con la guerra e il genocidio, la «comunità accademica» trentina che Deflorian
rappresenta e dice di avere dietro di sé, si fa coerentemente complice di ciò
che la guerra porta sempre con sé: controllo e repressione.
Facciamo appello a chi non vuole accettare tutto ciò a scendere in piazza con
noi. Ne va delle lotte, della libertà, delle vite di tutti e tutte.
Palestina libera!
Riceviamo e diffondiamo questa lettera-opuscolo dal nostro Stecco. Domande che
illuminano esperienze ed esperienze che pongono domande. Semplici, necessarie,
inaggirabili.
Mettere del peso
Puntata con Manu DubSide Funky Soul Groove Music
(disegno di roberto-c.)
Il 9 luglio a Roma un picchetto nel quartiere Garbatella ha costretto
l’ufficiale giudiziario a rinviare lo sfratto di una donna di oltre cento anni
di età. A ordinarne l’espulsione è Francesco Gaetano Caltagirone, il quinto uomo
più ricco d’Italia e principale palazzinaro della capitale. La tragedia non è
solo l’età avanzata della donna, ma anche il fatto che fino a dieci anni fa il
suo appartamento era vincolato a un uso sociale: lo stato obbligava la
proprietà, Cassa Forense, a mantenere gli affitti accessibili. Quasi novantamila
appartamenti della capitale erano tutelati da questi vincoli: erano le case
degli enti previdenziali, un patrimonio di edilizia calmierata che garantiva un
alloggio anche a chi non poteva accedere al mercato privato. Dagli anni Novanta
quasi tutte queste case sono state liberate dai vincoli e una parte importante è
finita nelle mani di banche e speculatori. Caltagirone ha acquisito centinaia di
appartamenti di Cassa Forense; ha alzato gli affitti e ha cacciato chi non
poteva pagare, per trasformare alcuni di questi palazzi in studentati privati.
Gli studentati sono finanziati dal Pnrr, quindi l’imprenditore può aspirare a
soldi pubblici dopo essersi preso delle case tutelate dallo stato.
Come spiega Manuel Aalbers in un recente rapporto all’Ue, la via principale con
cui i grandi speculatori riescono a fare enormi profitti sugli immobili
residenziali oggi è proprio attingendo allo stato. La proprietà immobiliare è
ancora troppo diffusa per mettere insieme un patrimonio abbastanza grande da
produrre rendite rilevanti sui mercati finanziari; bisognerebbe comprare le case
una a una, e ci vorrebbero anni. Attaccando il patrimonio pubblico, o
semipubblico – i grandi patrimoni municipali come Deutsche Wohnen in Germania, o
previdenziali come Enasarco in Italia –, e trasformandolo in fondi privati,
riescono a prenderne grandi quantità tutte insieme. Le nuove mani sulla
città sono spesso anche le vecchie mani, i grandi palazzinari di una volta; ma
il loro gioco è nuovo. Non si punta più solo a costruire per vendere o
affittare, bensì a prendersi lo stato. In un libro scritto con Chiara Davoli
abbiamo usato il concetto di “cattura del regolatore” per descrivere questo
processo: i privati puntano a catturare le strutture che dovrebbero regolarli.
Social housing, finanza a impatto sociale, concessioni straordinarie, interesse
pubblico, filantropia capitalista: oggi il lavoro principale dello stato non è
regolare l’estrazione di valore da ogni aspetto della vita pubblica, bensì
facilitarlo il più possibile.
Questo è il ruolo storico della giunta Gualtieri a Roma. Il modello Milano è
approdato nella capitale, ricompattando le élite su leggi speciali,
commissariamenti, deroghe e varianti che permettono di scavalcare tutte le
regole e i controlli sui beni collettivi. Così, tutti i progetti del “modello
Giubileo” implicano procedimenti straordinari affinché dei grandi speculatori
traggano profitti da beni pubblici. Grazie ai poteri speciali conferiti da
Draghi a Gualtieri per il Giubileo, il fondo texano Hines prende in concessione
gli ex Mercati generali sull’Ostiense e la Royal Caribbean fa un porto privato
su terreni demaniali di Fiumicino. Grazie a Cassa Depositi e Prestiti, la Coima
di Manfredi Catella avrà le ex caserme Guido Reni a Flaminio; grazie al
commissario agli stadi, i Friedkin costruiranno un complesso sportivo privato da
sessantamila posti su un’area naturale pubblica a Pietralata. Questi miliardari
potrebbero comprarsi tutti i terreni e i palazzi che vogliono, ma puntando allo
Stato li ottengono gratis a spese della collettività. Sui ventisette ettari di
Pietralata ceduti per novant’anni, il Friedkin Group di San Diego calcola di
guadagnare centocinquanta milioni l’anno, ma al Comune ne pagherà
sessantaseimila: duecento euro al mese per ogni ettaro di terreno. È un furto ai
danni dell’intera città, ma nel discorso pubblico delle classi dirigenti diventa
“valorizzazione”, “rigenerazione”.
Alla luce di questa premessa possiamo raccontare le tre polemiche romane di
quest’estate, per chi non ha avuto la fortuna di seguirle giorno per giorno. La
prima è sulla trasformazione del convento di via di Sant’Ambrogio in una scuola
privata ebraica. La seconda è il dibattito sul concorso di idee “Roma
Regeneration”. La terza riguarda la controversia tra il sindaco Gualtieri e
Valerio Carocci del Cinema America. Sembrano storie diverse, ma appartengono
alla stessa logica di delega del pubblico al privato – privato speculativo,
privato religioso, privato sociale –, che la sinistra municipale ha trasformato
in una macchina per dispensare soldi e potere sulle spoglie della città
pubblica.
DA BENE PUBBLICO A SCUOLA PRIVATA
Cominciamo dal caso più scandaloso, quello dell’ex-Rialto Sant’Ambrogio dietro
piazza delle Tartarughe. Questo edificio monumentale al centro del ghetto
ebraico, tra piazza Venezia e largo Argentina, a fine anni Novanta era stato
dato in gestione agli occupanti di un cinema abbandonato in pieno centro, il
Rialto. Per riprendere il cinema (che resterà poi chiuso per altri ventisei
anni), la giunta Veltroni incluse il convento nella famigerata delibera per
l’assegnazione del patrimonio pubblico a usi sociali. Per quindici anni, il
Sant’Ambrogio fu la sede del collettivo teatrale dell’ex-Rialto e di altre
associazioni tra cui il Forum dei movimenti per l’acqua, che vi organizzò il
famoso referendum del 2011, e il Circolo Gianni Bosio, che vi creò una scuola di
musica popolare. Nel 2017 il palazzo fu sgomberato. Come per quasi tutti i
progetti interessati dalla delibera, la giunta non aveva completato i tramiti
per la cessione, e il commissario Tronca multò le associazioni per centinaia di
migliaia di euro di mancati introiti per lo stato. Si garantì però che il
Sant’Ambrogio sarebbe stato assegnato alla Soprintendenza per i beni culturali,
restituendolo almeno alla sua finalità pubblica.
Dopo un decennio, tuttavia, la giunta Gualtieri ne ha annunciato la cessione
gratuita e senza bando alla comunità ebraica romana, che vi farebbe sorgere una
scuola privata confessionale. Se le associazioni no profit furono multate per
quindici anni di mancati affitti, la scuola privata avrà il palazzo gratis per
mezzo secolo. Inoltre, di tutte le comunità religiose della capitale interessate
ad aprire scuole confessionali, la giunta ha scelto proprio quella che
rappresenta l’ebraismo sionista, e che ha sempre sostenuto senza
condizioni Israele e i suoi crimini. Una beffa, soprattutto di fronte
alle sedicimila firme raccolte per la rescissione degli accordi del Comune con
Israele. La questione si fa ancora più drammatica quando un’inchiesta rivela che
i fondi per ristrutturare il convento provengono da un imprenditore
ucraino-israeliano del gioco d’azzardo, Uri Poliavich, che gestisce siti di
scommesse proibiti nell’Unione europea. Sfruttando la ludopatia, Poliavich ha
creato una fondazione che ha aperto scuole ebraiche private in diversi paesi. In
un’intervista recente l’imprenditore dichiara che l’obiettivo delle sue scuole è
spingere i giovani ebrei a trasferirsi in Israele e ad arruolarsi nel suo
esercito (in questo video, min. 0:52). Inutile dire che tutte le critiche a
questo accordo sono state considerate antisemitismo.
Il tramite dell’operazione è l’assessore al patrimonio Zevi, che è anche
presidente di un’associazione ebraica, la Fondazione Hans Jonas. Invece di
tutelare la funzione pubblica del patrimonio amministrato, l’assessorato lo cede
gratuitamente a dei privati con cui intrattiene rapporti. Ma lo stesso assessore
è anche referente e promotore di una serie di accordi stipulati dal Comune con
settori di movimenti politici di base; per esempio, l’acquisizione delle due
occupazioni di via del Porto Fluviale (Ostiense) e Metropoliz (Tor Sapienza) per
farne alloggi di edilizia pubblica per gli occupanti, naturalmente visti come
una vittoria dai movimenti per la casa. Il rapporto tra l’assessorato e alcune
realtà del movimento per l’abitare ha dato adito alle polemiche della destra
anche quando i giornali hanno riportato l’assunzione da parte dell’assessorato
di un rappresentante di Spin Time Labs, un palazzo occupato dove abitano
quattrocento famiglie organizzate dalla rete Action-Diritti in movimento.
Nonostante questa parte di movimento sia vicina ad alcuni settori del Pd, il
tentativo di tenere sotto lo stesso ombrello un centro di reclutamento per
l’esercito israeliano e i collettivi di lotta per la casa era destinato a
crollare.
L’URBANISTICA DEI FONDI IMMOBILIARI
Non è molto diversa la situazione che si è verificata con il concorso di idee “A
vision for Rome”, promosso da una fondazione chiamata Roma REgeneration, con il
RE maiuscolo che significa real estate. La fondazione comprende tre grandi fondi
immobiliari: DeA Capital (gruppo De Agostini), InvestiRE (Banca Finnat) e, di
nuovo, Fabrica Immobiliare (Caltagirone), oltre a molti investitori immobiliari
più piccoli. Il fine del concorso era di “contribuire a costruire una visione
nuova della città basata su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed
economica”.
All’inizio del 2025 Roma REgeneration si presenta al Mipim, la fiera
dell’imprenditoria immobiliare di Cannes; nel padiglione Roma del Mipim il
sindaco Gualtieri e gli assessori Zevi e Veloccia mostrano le opportunità di
profitto ai rappresentanti dei grandi fondi immobiliari internazionali, con lo
slogan “Roma è aperta al futuro”. Il concorso – che ha il patrocinio del Comune
e della Regione – riceve trentacinque proposte, elaborate da più di mille
professionisti, tra architetti, urbanisti, artisti, sociologi. A maggio 2026 si
annuncia la vittoria del progetto Roma Continua, che riceve i centoventimila
euro del primo premio. Il progetto dice le solite cose che tanto eccitano la
grande finanza all’assalto dello stato: rigenerazione, innovazione,
sostenibilità, impatto sociale. Quando si rivela il vincitore, però, emerge un
conflitto di interessi. Nella cordata prescelta, infatti, c’è la società di un
economista della Bicocca di Milano, la Open Impact, che ha lavorato anche
sull’impatto sociale dell’occupazione Spin Time Labs, per impedirne lo sgombero.
Ma il palazzo di Spin Time appartiene proprio a InvestiRE, uno dei tre fondi
immobiliari che hanno promosso il concorso! Come l’edificio di Garbatella che
era di CassaForense, Spin Time era la sede dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza
per i dipendenti pubblici. Una volta dismesso dallo stato, e occupato, è stato
acquistato da questo fondo, che vuole farne un albergo di lusso ed è riuscito a
farsi dare ventuno milioni di euro dallo stato per i mancati guadagni. La stessa
società, Open Impact, lavora sia per chi sgombera che per chi è sgomberato; lo
stesso linguaggio si usa per difendere sia l’occupazione che gli interessi di
chi la vuole trasformare in hotel.
Il corto circuito di Open Impact è stato messo in luce da un articolo che ha
fatto scalpore, scritto da due urbanisti, Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico,
uscito a fine maggio. “Prestare – scrivono gli autori – la propria expertise a
soggetti che per anni hanno sostenuto e praticato espansione immobiliare
indiscriminata, spesso in cambio di qualche aiuola, qualche incarico, qualche
concessione cosmetica, è una scelta che chiede quantomeno di essere nominata per
quello che è: una forma di specializzazione professionale che il mercato
remunera e che la critica disciplinare dovrebbe almeno interrogare. Non
condannare, ma quantomeno interrogare”.
Non si capisce, in effetti, che cosa debba succedere ancora per iniziare a
condannarli… La contraddizione, infatti, non riguarda solo Open Impact, ma tutto
il meccanismo di cooptazione utilizzato dalla speculazione immobiliare per
ammantare di buoni sentimenti la cattura del regolatore. L’operazione che al
tempo de Le mani sulla città si faceva in segreto – orientare lo sviluppo urbano
verso il profitto – oggi viene sbandierata e promossa istituzionalmente. Gli
speculatori decidono lo sviluppo urbano ricoprendolo di una patina di belle
parole e scritturando chi sa usare gli strumenti retorici progressisti. Il sacco
di Roma è trasmesso in diretta streaming, accompagnato da un chiacchiericcio
buonista che ne esalta i successi immaginari. Dopo I buoni di Luca Rastello
e L’impresa del bene di Luca Rossomando non possiamo più negare l’appeal che il
mondo del terzo settore ha per i padroni delle città, e neanche l’incredibile
forza di attrazione che questi riescono a esercitare sulle strutture nate per
contrastarli (in un modo diverso ne parla anche Andrea Muehlebach). A fine
giugno, in un dibattito al Torrione di Torpignattara, si è parlato di questo
tema con gli autori dell’articolo, alcuni esperti di studi urbani e l’economista
Luigi Corvo di Open Impact – scelto come rappresentante di una tendenza alla
cooptazione che però non riguarda certo solo lui. La finanza immobiliare non si
appropria solo di terreni e palazzi pubblici, si prende anche il presunto
pensiero critico, quello che avrebbe il compito di smontare le sue logiche, ma
che si può tenere a bada con poco più di centomila euro.
CINEMA ALL’APERTO
L’ultima vicenda è quella del conflitto tra il sindaco Gualtieri e Valerio
Carocci, leader della Fondazione Piccolo Cinema America. A partire
dall’occupazione di un cinema abbandonato a Trastevere, in pochi anni la
fondazione è diventata la stampella culturale della giunta Gualtieri: l’immagine
dei bravi ragazzi giovani, volenterosi e politicamente corretti è l’apoteosi
della cooptazione dei movimenti, che consentono alle élite di ripulirsi la
faccia anche sulla scena internazionale. Carocci, in particolare, in pochi anni
è diventato selezionatore della Festa del Cinema di Roma e referente per
l’incontro del Papa con le star di Hollywood; in un decennio la fondazione si è
aggiudicata quasi tre milioni di finanziamenti, arene estive, addirittura una
sala di Trastevere ristrutturata dal Comune, a poche migliaia di euro di canone
(si veda qui, qui, qui, qui e qui). Queste risorse naturalmente sono sottratte a
decine di altri operatori culturali della città, che infatti vedono la
fondazione come l’equivalente sul piano culturale dei fondi immobiliari che si
accaparrano la città pubblica.
Ma questi accordi sono fragili. Il pretesto per la rottura dell’idillio è stato
la conversione del cinema Metropolitan su via del Corso, chiuso da vent’anni, in
un centro commerciale di tre piani. L’operazione era stata annunciata a maggio
2025 e già condannata dalla Fondazione Cinema America, ma senza troppo rumore.
Un anno dopo, a inizio estate 2026, Carocci tira fuori di nuovo la questione,
forse in risposta a un articolo che lo accusava, forse dopo delle minacce (ma
una precedente vicenda fa dubitare delle sue parole). In ogni caso, il leader
tuona contro la svendita della città al capitale, rompe con la giunta Gualtieri
e annuncia una lista civica alternativa. Segue una lettera di solidarietà
sottoscritta da grandi nomi del cinema, tra cui Ken Loach, grazie alla quale il
tema fa breccia su stampa e social media, portando la questione dei fondi
immobiliari nel dibattito pubblico. Il paradosso è che a parlarne è un
imprenditore della cultura che sta provando a capitalizzare le critiche al
modello Giubileo, provenendo dall’interno di quello stesso modello. Carocci si
fa vedere addirittura a una manifestazione contro la cessione dei Mercati
Generali a Piramide, evidentemente cercando sponde politiche tra chi difende la
città pubblica.
Per alcuni giorni tutti sembrano voler dire la loro. Gli urbanisti fanno subito
una raccolta firme per chiedere una città più vivibile e partecipativa, l’ex
assessore di municipio Raimo ricostruisce la storia dei movimenti sin dal
1977 per rintracciarvi una “tradizione felice” di collaborazione tra attivisti
politici e amministrazione; un altro invoca l’alleanza tra occupazioni e “terzi
luoghi” per resistere alla crudeltà del potere. La sinistra cittadina si divide
subito tra pro e contro, anche perché sullo sfondo c’è lo spauracchio del
neofascismo e i richiami all’unità delle sinistre – nonostante la pessima prova
di sé che hanno dato i fautori della remigrazione (con poche migliaia di persone
per quella che doveva essere una grande manifestazione nazionale), e le varie
macchiette xenofobe come il pugile fallito Simone Carabella. Tutti cercano una
sintesi, una rinascita, un angoletto da ritagliarsi nel collasso generalizzato,
e così facendo alimentano il collasso. Terzi luoghi, terza missione, terzo
settore: di fronte alla fusione compiuta tra stato e mercato, i “buoni” si
rifugiano nell’ossessione trinitaria, immaginandosi come terzo incomodo che
potrebbe mediare tra l’uno e l’altro, fingendo di ignorare il dogma per cui
padre, figlio e spirito santo sono la stessa persona.
Nel frattempo, la polizia sgombera per due volte la storica occupazione
anarchica di via Bencivenga sulla Nomentana; perquisisce le case dei militanti e
ne arresta alcuni senza prove; mette i sigilli all’Angelo Mai; in alcuni
municipi il Pd vota contro il boicottaggio a Israele o lascia l’aula; la
sinistra depotenzia e annacqua le proteste contro la svendita dei Mercati
Generali; il Comune terrorizza e punisce chiunque ostacoli la costruzione dello
stadio di Pietralata; architetta nuove deroghe, varianti e commissariamenti per
eseguire il masterplan di Ostia; e intanto continua a tagliare centinaia di
alberi, sfrattare famiglie, sgomberare spazi, inventando soluzioni assurde per
affrontare i problemi che ha creato. Il nuovo potere finanziario richiede che il
potere politico lavori a suo vantaggio, dividendo i fronti di lotta e reprimendo
chi non si fa catturare. I meccanismi di cooptazione penetrano ovunque, ma se
vogliamo davvero opporci a questo sistema di morte, dobbiamo evitarli senza
eccezioni, perché sono il meccanismo con cui ogni critica viene trasformata in
melassa inoffensiva, il brodo di coltura della cattura del regolatore. (stefano
portelli)
Riceviamo e pubblichiamo un invito a partecipare a tre giorni in Basilicata a
Luglio: “Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia”
Nei giorni 24, 25, 26 Luglio, si terrà a Spinoso, comune lucano della Val
d’Agri che si affaccia sulle acque del Lago del Pertusillo, una tre giorni di
incontri, iniziative, dibattiti, approfondimenti.
Nel cuore della più grande piattaforma estrattiva di idrocarburi in terraferma
di Europa, tra il Cova di Viggiano e il Centro Oli Tempa Rossa, sarà possibile
toccare con mano i segni viventi delle incertezze e delle resistenze ad una
transizione ecologica e culturale continuamente invocata e tradita, dove il
“drill baby drill” riecheggia come un salvadanaio già da prima dei fasti
trumpiani.
Dopo che lo stesso direttore esecutivo dell’IEA (Agenzia Internazionale per
l’Energia), Fatih Birol, preoccupato per le incertezze belliche e per i tempi
lunghi per il ripristino dell’intera produzione di idrocarburi del Golfo
Persico, ha detto che l’attuale calo rappresenta “la più grande minaccia alla
sicurezza energetica mondiale di tutta la storia”, non abbiamo potuto esimerci
dall’organizzare uno spazio/tempo di confronto e proposta in uno dei luoghi più
emblematici della filiera estrattiva in Italia.
L’invito, rivolto a tutte/i le/gli interessate/i, lucane/i e/o provenienti da
altre Regioni, vuole valorizzare le convergenze che si sono attivate nel corso
degli ultimi anni, trovando linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali
contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di
autodeterminazione e contro il genocidio del Popolo Palestinese; contro le
continue aggressioni imperialiste del diabolico duo USA/Israele ai danni di
Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba, nonché nella necessità di contrastare
il surriscaldamento climatico, la folle riproposizione del nucleare, di
difendere l’acqua pubblica e sana, la sanità, l’istruzione, l’occupazione, il
reddito, il welfare, facendo emergere comuni identità, sensibilità
politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali, che hanno
consentito modi e forme inedite di solidarietà, con un potenziale enorme di
capacità creativa, di analisi, di scambio comunicativo orizzontale.
Abbiamo bisogno di saper mettere al centro, con generosità, relazioni, saperi,
corpi, esperienze, per trovare e valorizzare un percorso metodologico in cui
confrontarsi, conoscere insieme e conoscersi sul campo. Tutto ciò è parte
integrante della costante ricerca di percorsi e soluzioni comuni, perseguendo
come finalità principale la capacità di allargare le aree di soggettività con
cui poter stringere alleanze e condividere obiettivi.
E’ infatti la stessa complessità della crisi capitalistica in atto che fa
emergere con forza ad intensità variabile la sua dimensione totalizzante,
mostrando in una sorta di specchio prismatico come le resistenze sui
territori siano il pane e le rose dell’elaborazione di un mondo degno di essere
vissuto.
La Basilicata non è tuttavia riducibile al lascito desolante di decenni di
sfruttamento degli idrocarburi; non è riducibile alle pene delle aree SIN di
Tito e Valbasento e dell’amianto da bonificare, così come non è riducibile
allo spopolamento ed alla profonda crisi del comparto automobilistico. Le
crescenti difficoltà relazionali nei Comuni delle aree estrattive raccontano del
ricatto dell’emigrazione e dell’abbandono, in un orizzonte per lo più segnato da
un modello di dipendenza dalle royalties e da un forte e capillare controllo
sociale con ricadute immediate sulle opportunità di occupazione e reddito, in un
contesto di consapevole declino delle potenzialità estrattive.
Se la Basilicata non è “soltanto” gas, petrolio, monnezza, potenziale deposito
nazionale di scorie nucleari, ma è anche la terra di Stellantis e del suo
indotto in crisi; se è terra di esodo dei giovani; se è terra di allevatori ed
agricoltori alle prese con una lotta quotidiana sempre più faticosa per non
chiudere le piccole aziende; se è terra di eolico selvaggio e
deregolamentazione, sta diventando sempre più territorio aziendale in
svendita, promesso dal suo presidente regionale Bardi al ministro della guerra
Crosetto, perché ne faccia a suo piacimento un laboratorio integrato per ricerca
e produzione bellica, dalla scuola alla fabbrica.
Essa è inoltre anche luogo di un’ambiziosa strategia di modernizzazione
tecnologica, che mira a orizzonti strategici di costante incremento
di connessione ed efficienza, con infrastrutture cloud regionali e Centri di
elaborazione dati intesi come cuore pulsante della società digitale e della
produzione “dual use”, nel bel mezzo dell’esplosione del ruolo dell’Intelligenza
Artificiale, che richiede livelli sempre più stretti di integrazione con le
infrastrutture energetiche ed idriche.
Chi vorrà sistemarsi in tenda, potrà campeggiare nel Campo Sportivo del paese,
attrezzato di bagni e docce e facilmente raggiungibile a piedi dal centro.
Chi vorrà prenotare per dormire in B&B, potrà farlo direttamente on line,
sapendo che a Spinoso sono disponibili circa 50 posti letto.
Coordinamento No Triv Basilicata,
Osservatorio Popolare Val d’Agri,
Comune di Spinoso
Lo scorso 20 giugno, a Taranto, si è tenuta la terza tappa, dopo Messina e
Cosenza, dell’assemblea terrona “I Sud si organizzano”.
Partendo dalla riappropriazione del termine “terrona”, al centro c’è la
costruzione di una risposta al racconto e all’immaginario strumentale che
riconduce al meridione. Riconoscere e stare nella contraddizione dell’essere Sud
di un Nord globale che alimenta genocidi e colonizzazioni nel Sud del mondo
significa partire dal sapere situato, dall’abitare il Sud d’Italia in alleanza
col Mediterraneo e con il Sud globale.
La riflessione centrale è stata condotta intorno alle logiche di sacrificio che
investono i territori. Il territorio è il luogo e lo strumento economico in cui
il sistema può accumulare e riprodursi e dove, nel tempo, si sono accumulate
zone di sacrificio, a cui si impone di pagare un prezzo altissimo in termini di
inquinamento e condizioni di vita, mentre si estraggono loro risorse, lavoro,
valore. Nei Sud, le fragilità socio economiche non sono solo il risultato, ma
anche il piano iniziale per la produzione di consenso a sostegno di ciò: narrare
di luoghi abbandonati, poveri, “sottosviluppati” significa presentare la grande
industria e le incursioni militari come un’opportunità di sviluppo a colmare
luoghi “vuoti”.
Al moltiplicarsi delle zone di sacrificio, però, si sono moltiplicate e
continueranno a moltiplicarsi le lotte a difesa dei territori. Da queste è
necessario illuminare l’intera catena dell’estrazione del valore, come il
movimento per la Palestina ha fatto e continua a fare, e politicizzare le
narrazioni tecniche del potere. Il primo passo, però, per riuscire a ribaltare i
rapporti di forza e di accumulazione del profitto deve essere riconoscere la
complessità di territori che unici e uniti non sono, dei Sud al plurale.
Ripensare la geografia in questo senso non significa fare comparazioni con la
Palestina e il Sud globale, ma interrogarsi sulle dinamiche comuni al sistema
che assalta i territori per gli interessi del capitale, dalle periferie,
allargando lo sguardo. Comprendere e adottare la prospettiva di chi guarda al
mondo dai territori subalterni è un’urgenza che la crisi ecologica e la
transizione energetica ci richiedono.
Di seguito pubblichiamo le riflessioni successive all’assemblea della
Convocatoria Ecologista di Taranto, insieme all’Assemblea No Ponte, La Base di
Cosenza, Zero81 e Laboratorio Politico Iskra di Napoli e Rete siciliana Antudo.
Dai Sud, da Taranto, un nuovo orizzonte comune
Dall’elaborazione collettiva alla costruzione di nuove geografie di lotta
Riprendere il filo del discorso a Taranto non ha significato tracciare linee
rette o blindare decisioni già prese. Al contrario, ci siamo messe in ascolto e
in discussione, preferendo la fluidità delle domande alla rigidità delle
certezze. Più che piantare pilastri immobili o definire punti di arrivo, abbiamo
voluto spalancare le finestre: creare uno spazio di approfondimento profondo,
vivo, capace di suggerire traiettorie e percorsi per i passi che faremo domani.
Ci siamo pres3 la responsabilità di interrogarci in modo radicale, senza formule
preconfezionate, partendo da alcune questioni che bruciano direttamente sulla
pelle dei nostri territori. Ci siamo chieste cosa significhi oggi abitare ed
essere territori del Sud, e come lo Stato preveda, nel suo essere braccio del
capitale, l’abbandono dei territori come necessario per il loro sfruttamento.
A partire da questi stimoli, il confronto si è concentrato su come ricostruire
collettivamente la lotta dei Sud, esplorando nuove forme di conflitto politico e
di organizzazione collettiva capaci di rompere con la normalizzazione di
dicotomie asfissianti come quella tra andare, tornare e restare, o come il
ricatto sistemico che contrappone surrettiziamente il lavoro alla salute e
all’ambiente. Questo percorso è stato affrontato attraverso una duplice
operazione, che da un lato ha visto la ri-mappatura delle forme di conflitto
sociale e politico che già innervano e attraversano i nostri territori, e
dall’altro ha inteso valorizzare il prendersi cura e il far proliferare le
resistenze quotidiane come pratiche politiche a tutti gli effetti.
Un elemento di straordinaria importanza e ricchezza politica è stato la capacità
di mettere in comunicazione le diversificate esperienze di resistenza del Sud
Italia con quelle che si sviluppano nel bacino del Mediterraneo e su scala
globale. Gli interventi provenienti da territori come Brindisi, Napoli, Cosenza,
Bari, Messina, Taranto, Trani, Palermo, Lecce insieme alle voci delle assemblee
transfemministe terrone nate a Torino e Perugia e alle reti diasporiche di
Katatay, si sono intrecciati in modo orizzontale e profondo con le testimonianze
provenienti dalle comunità Mapuche in Cile, dall’Abya Yala e dalle comunità
Zapatiste in Messico, passando per le resistenze in Namibia, Senegal, Sudan,
Palestina e Tunisia.
Da questo denso intreccio è emersa una vera e propria costellazione di
resistenze comunitarie, femministe, ecologiste e abolizioniste che ha prodotto
due consapevolezze fondamentali per il nostro percorso. In primo luogo, è
apparso chiaro come queste realtà, oltre a resistere alla devastazione
materiale, facciano emergere costantemente nuovi modi concreti di costruire
processi politici collettivi. In secondo luogo, è diventato storicamente
evidente come i nostri Sud, lungi dall’essere relegati all’anticamera del
moderno o descritti come aree arretrate in attesa di una qualche forma di
sviluppo calato dall’alto, siano sempre stati luoghi centrali di elaborazione e
azione radicale, in cui ci si è sempre interrogate e si è agito per trasformare
l’esistente.
Dispositivi di potere, estrattivismo e la materialità delle tappe future
Questo orizzonte di pensiero si è calato immediatamente nella materialità delle
lotte attuali, individuando nel colonialismo e nell’estrattivismo i fili
conduttori che uniscono i nostri territori. In questo senso si collocano le
mobilitazioni dei comitati provinciali pugliesi per la Palestina, impegnati in
azioni dirette volte a fermare, sabotare e boicottare le navi da guerra
destinate all’entità sionista, dimostrando come il rifiuto della guerra si
traduca in pratica politica immediata.
Allo stesso modo, la forza della chiamata collettiva dell’Assemblea No Ponte ha
decostruito radicalmente la retorica della grande opera, mostrando come il Ponte
sullo Stretto sia in realtà un dispositivo economico, un anello di un meccanismo
predatorio che non ha nemmeno bisogno di essere effettivamente costruito per
produrre i suoi effetti nocivi. Questo dispositivo continua a drenare ingenti
risorse pubbliche spingendo sempre in avanti un progetto fantasma.
Questa medesima logica estrattiva e patriarcale è stata svelata dagli interventi
delle collettive femministe e transfemministe, che hanno reso evidente come la
riproduzione della violenza eteropatriarcale non sia una questione meramente
culturale da risolvere attraverso politiche securitarie e giustizialiste, come
l’apparato ideologico del Decreto Caivano. Si tratta invece di una violenza
strutturale, strettamente connessa alla logica di subordinazione dei nostri
territori, i quali vengono sistematicamente privati del diritto all’infanzia,
allo studio e all’abitare, limitando e distruggendo le reali possibilità di
autodeterminazione di genere per le donne cis e per le persone appartenenti alla
comunità LGBTQIA+ che vivono molteplici e stratificate oppressioni sui propri
corpi.
Andando in questa direzione, la cosiddetta zona di sacrificio non deve essere
interpretata come un’eccezione temporanea, come un dramma fortuito o come il
prodotto di un presunto abbandono da parte dello Stato. Al contrario, queste
aree sono esattamente i luoghi in cui lo Stato e il capitale sperimentano le
modalità più avanzate e violente attraverso cui rendersi presenti. L’abbandono
dei servizi, la sottrazione dei diritti e l’ingiustizia socio-ambientale non
descrivono un’assenza, ma testimoniano il carattere intrinsecamente asfissiante
e violento di una governance che usa questi territori come laboratorio di
sfruttamento sociale ed economico.
Questo denso percorso di analisi, che rifiuta di chiudersi in formule
predefinite e sceglie di rimanere un terreno di domande aperte, trova la sua
immediata e necessaria traduzione pratica nei prossimi appuntamenti sul terreno
della lotta. La prossima tappa del percorso ci vedrà impegnate a continuare a
tessere legami, relazioni e organizzazione in occasione del Campeggio di lotta
No Ponte, che si terrà dal 7 al 9 Agosto, con un momento centrale di
mobilitazione e corteo cittadino nella giornata dell’8 Agosto. Sarà quella
l’occasione per trasformare questa elaborazione in una manifestazione in cui
tutte le soggettività possano riconoscersi, rendendo visibile l’opposizione a un
modello che condanna i territori alla dominazione, alla subalternità e
all’estrattivismo, e continuando a costruire, collettivamente la nostra potenza
trasformativa dell’esistente. ”
Sovraffollamento al 140%, istituti oltre il 200%, giovani abbandonati, suicidi e
condanne della Corte europea. Le visite dell’Alleanza per l’Articolo 27 e il
caso Raddi raccontano un sistema penitenziario sempre …