In questo inizio estate bollente, il CPR di corso Brunelleschi continua ad
essere segnato da violenze contro chi è rinchiuso, così come da momenti di
ribellione. E’ in corso il…
La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno
caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il
messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.
Immagine di copertina: Una protesta in solidarietà con i lavoratori portuali di
Genova e la loro opposizione alle spedizioni di armi verso Israele. (Foto: via
USB)
Di Michael Leonardi – 21 giugno 2026
Mentre la campagna genocida di Israele continua, con oltre 70.000 palestinesi
Massacrati a Gaza e la sua aggressione che ora si estende al Libano, un nuovo e
potente Fronte di Resistenza sta emergendo nei porti del mondo. Lavoratori
portuali, camionisti e attivisti solidali si rifiutano di essere complici della
Macchina di Morte, bloccando fisicamente le spedizioni di armi e smascherando le
catene di approvvigionamento globali che alimentano guerre senza fine e traggono
profitto dai Massacri di Massa.
Queste azioni non sono gesti simbolici. Stanno elaborando una strategia per
soffocare la Macchina da Guerra e smantellare l’Economia del Genocidio nei suoi
anelli più deboli. Ma per avere successo, devono evolversi in uno sforzo
internazionale sostenuto e coordinato. Blocchi isolati possono sensibilizzare
l’opinione pubblica; solo un’azione sincronizzata e transfrontaliera può davvero
affamare la bestia.
I porti della resistenza in Italia
I lavoratori portuali italiani sono stati in prima linea. Sindacati come
l’Unione Sindacale di Base (USB) e il Collettivo Autonomo dei Lavoratori
Portuali di Genova (CALP) hanno ripetutamente bloccato le attività per impedire
che armi e componenti militari raggiungessero Israele.
Nel settembre 2025, i lavoratori portuali di Genova e Livorno hanno bloccato i
porti durante uno sciopero generale nazionale che ha portato milioni di persone
in piazza. A Ravenna, i lavoratori hanno impedito l’accesso ai camion che
trasportavano esplosivi diretti ad Haifa. Azioni simili hanno preso di mira navi
collegate alla ZIM e ad altri vettori.
La Resistenza si è estesa anche a Sud. In Calabria, nello strategico porto di
Gioia Tauro, attivisti e lavoratori portuali si sono mobilitati contro sospetti
carichi a duplice uso e merci militari destinate a Israele. La Grecia si unisce
alla lotta
L’ondata di proteste si sta diffondendo in tutto il Mediterraneo. In Grecia, i
lavoratori portuali del principale porto del Pireo hanno intrapreso azioni
coraggiose, bloccando le spedizioni di acciaio e munizioni destinate a Israele.
Centinaia di lavoratori e attivisti si sono mobilitati per fermare le operazioni
di carico e scarico di questo carico letale, dichiarando che non saranno
complici del Genocidio in corso.
Il New Jersey e il fronte americano
Dall’altra parte dell’Atlantico, il porto di Elizabeth, nel New Jersey, è
diventato un campo di battaglia cruciale. Essendo il terzo porto più grande
degli Stati Uniti e il principale esportatore commerciale di armi verso Israele
al di fuori delle basi militari, movimenta circa 1.000 tonnellate di armi e
componenti militari a settimana.
Il 22 maggio 2026, oltre 30 attivisti hanno bloccato i terminale di Maher alle
4:30 del mattino, prendendo di mira le navi ZIM Virginia e Maersk che
trasportavano munizioni destinate a Israele. I manifestanti si sono incatenati a
un camper e a un camion con una barca, bloccando l’ingresso del terminale con
striscioni che recitavano “ZIM e Maersk trasportano Genocidio ed Ecocidio”,
“Blocchiamo le bombe” e “Stop al Genocidio, all’Ecocidio e alle deportazioni”.
Dieci attivisti sono stati arrestati e ora rischiano accuse penali.
Danny Creamer, uno degli arrestati, ha dichiarato: “Non si può permettere a
società produttrici di armi come Zim e Maersk di perpetuare e trarre profitto
dalla violenza e dal Genocidio commessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Credo che ogni singola persona abbia la responsabilità di resistere alle azioni
del nostro governo e di queste multinazionali, a prescindere dalle conseguenze”.
Mark Colville ha aggiunto: “Abbiamo bloccato il terminale per impedire al
governo statunitense di violare le proprie leggi inviando armi a Israele per
commettere Crimini di Guerra e Genocidio”.
L’organizzazione Port Workers for Palestine (Lavoratori Portuali per la
Palestina) ha condotto un’intensa attività di sensibilizzazione a Elizabeth,
evidenziando il ruolo del porto come arteria fondamentale nella Macchina Bellica
israelo-americana. Mentre l’International Longshoremen’s Association
(Associazione Internazionale degli Scaricatori Portuali – ILA) è rimasta in gran
parte inerte, i camionisti non sindacalizzati hanno mostrato molta più
solidarietà. Poiché i canali sindacali ufficiali non sono intervenuti, sono
intervenuti gli attivisti di base.
Verso uno sforzo internazionale coordinato
Questi blocchi fanno parte di un crescente risveglio globale. Un recente
incontro internazionale di lavoratori portuali in Turchia ha riunito
rappresentanti di almeno 34 sindacati di 34 porti. L’incontro ha gettato le basi
per azioni coordinate previste per questo autunno, tra fine settembre e ottobre,
volte ad aumentare la pressione sull’Economia di Guerra attraverso scioperi e
blocchi sincronizzati.
Da Gioia Tauro al Pireo, da Genova a Elisabetta, il messaggio è chiaro: i porti
devono diventare barriere alla guerra, non corridoi per la consegna di armi. La
solidarietà internazionale non è un’opzione, è essenziale. Le azioni isolate
accrescono la consapevolezza, ma solo una campagna coordinata e transfrontaliera
può infliggere colpi decisivi all’Economia del Genocidio.
La visione va oltre la sola Palestina. I porti rappresentano una proprietà
collettiva e un potere di influenza collettivo. Il Conglomerato
Militare-Industriale estrae enormi risorse dalle comunità lavoratrici prima
ancora che queste possano vedere i benefici del loro lavoro. In media, ogni
americano contribuisce con oltre 5.000 dollari (4.356 euro) all’anno al
militarismo statunitense, una cifra che è ulteriormente aumentata sotto
l’amministrazione Trump. In quanto lavoratori, abbiamo un profondo obbligo
morale di difendere non solo noi stessi, ma anche la comunità internazionale:
rifiutare il flusso di armi che porta tanta sofferenza in Palestina, in Libano e
altrove.
Governi e aziende denunciano questi sforzi come “dirompenti”. Ma il vero
elemento dirompente è il quotidiano afflusso di bombe che radono al suolo
ospedali, scuole e intere famiglie. I lavoratori e i cittadini che rifiutano la
complicità stanno esercitando la più alta forma di solidarietà: usare la propria
forza lavoro e la propria presenza collettiva per fermare le uccisioni.
La strada da percorrere è urgente. I lavoratori portuali, i sindacati, gli
autotrasportatori e i movimenti di solidarietà devono ampliare queste azioni,
coordinandosi oltre i confini, prendendo di mira punti strategici come
Elisabetta, Gioia Tauro e il Pireo, e mantenendo una pressione costante fino a
quando il flusso di armi non cesserà. Le azioni coordinate autunnali scaturite
dall’incontro in Turchia rappresentano un passo fondamentale in questa
direzione.
La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno
caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il
messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.
I porti si stanno ribellando. La Resistenza è internazionale. La Macchina da
Guerra e l’Economia del Genocidio possono, e devono, essere fermate.
Da Invicta palestina Fonte: English version
–Michael Leonardi è un giornalista residente in Italia, è vicepresidente della
Treewater Initiative, un’organizzazione no-profit che da oltre un decennio si
dedica alla costruzione della sostenibilità in una Palestina libera.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Proponiamo di seguito un’intervista che abbiamo svolto a un manager e consulente
strategico del settore delle rinnovabili che tocca punti centrali oggi
soprattutto in tempi di blackout..
Questa foto e quella di copertina sono state scattate al Presidio Sa Baracca de
Su Padru nei pressi della Stazione Terna di Selargius, provincia di Cagliari,
durante l’inchiesta svolta in Sardegna.
INTRODUZIONE
La transizione energetica viene spesso presentata come un processo inevitabile e
necessario per affrontare la crisi climatica e ridurre la dipendenza dalle fonti
fossili. Tuttavia, occorre interrogarsi su una questione fondamentale: chi
governa realmente questa transizione? Gli investimenti messi in campo sono
orientati alla decarbonizzazione o sono solo l’ennesima occasione di profitto?
Negli ultimi anni, infatti, il settore delle rinnovabili è diventato uno dei
principali terreni di investimento per fondi finanziari e grandi utility – oltre
che di capitali stranieri, in particolare israeliani, come abbiamo messo in
evidenza nel Dossier. In questo contesto, il dibattito si riduce esclusivamente
tra favorevoli e contrari agli impianti, mentre rimangono in secondo piano
questioni decisive come la pianificazione territoriale, il consumo di suolo
agricolo e di terreni non più usati a fini agricoli, la riorganizzazione della
rete elettrica, i BESS come sistemi di accumulo, e chi beneficia realmente della
produzione energetica.
Per approfondire questi temi abbiamo intervistato un manager di un importante
gruppo industriale, che da anni opera nel settore delle energie rinnovabili,
nonché consulente strategico per diverse imprese che operano nel settore. Il suo
punto di vista è particolarmente interessante perché parte da una convinzione
netta: la necessità di ridurre il ricorso alle fonti fossili. Allo stesso tempo,
però, evidenzia come una transizione lasciata alle sole dinamiche di mercato
finisca per alimentare fenomeni speculativi.
Insieme abbiamo approfondito il tema dell’elettrificazione, della competizione
tecnologica a livello globale, delle Comunità Energetiche Rinnovabili e dei
finanziamenti connessi, del ritorno del nucleare nel dibattito pubblico,
dell’esplosione della domanda di energia generata dai data center e dall’AI. La
nostra domanda di fondo rimane la stessa di sempre: la transizione energetica è
davvero orientata alla riduzione strutturale e permanente delle emissioni oppure
rimane incardinata nelle classiche logiche del mercato?
L’intervista ci ha restituito un quadro più complesso rispetto alle narrazioni
semplicistiche che circolano sul tema. Se l’effettiva riduzione strutturale
delle emissioni appare tecnicamente possibile, la sua concreta realizzazione si
scontra inevitabilmente con interessi economici, logiche speculative e limiti
infrastrutturali. Gli elementi forniti dall’interlocutore offrono nuovi
strumenti utili per orientarsi tra le contraddizioni che attraversano oggi il
mondo dell’energia e per riflettere su quale modello di transizione sia
realmente praticabile. Su alcune questioni i nostri approcci naturalmente
divergono, in particolare rispetto alla concezione di suolo e di “natura” che
preferiamo chiamare congiuntamente “territorio”, per evitare la loro
mercificazione e non intenderlo come “cosa” a sé rispetto a un ecosistema
all’interno del quale anche l’umano ha il suo posto. Così come non ci convince
l’idea di una transizione che, seppur necessaria per fare fronte all’emergenza
climatica, debba calpestare le sane istanze che provengono dai territori molto
spesso condannati a essere zone di sacrificio. Per chi dovrebbe essere fatto
questo sacrificio? Ogni resistenza locale è fondamentale perché esprime la
necessità di non svendere la propria terra, un sintomo di umanità e di riscatto
che va assolutamente alimentato e valorizzato.
Il pregio del ragionamento che viene sviluppato dal nostro interlocutore è
l’aver adottato uno sguardo globale, cosa non scontata al giorno d’oggi: “a
partire dalla necessità di consumare meno energie fossili possibili occorre
provare ad utilizzare quanto più possibile le risorse offerte dalla natura”. E,
soprattutto, che “i processi di transizione devono essere governati. Perché se
non sono governati e sono lasciati al mercato o comunque alla giungla senza
regole, la deriva fatalmente arriva”.
Un ulteriore aspetto degno di nota è che la lotta per la difesa dei territori
viene tenuta in conto dagli stessi player del settore energetico come un
elemento che ha alimentato un processo normativo più stringente, con la
conseguenza di rendere il comparto delle rinnovabili meno interessante per
attori finanziari guidati esclusivamente da logiche speculative.
Dinamica dei prezzi dell’energia
Prima di entrare nel merito della transizione da rinnovabili, dei limiti e dei
loro vantaggi, abbiamo chiesto di chiarire un aspetto fondamentale, ossia la
dinamica – costantemente volatile – dei prezzi dell’energia.
“Il mercato elettrico italiano è diviso in 6 zone geografiche di mercato (Nord,
Centro-Nord, Centro-Sud, Sud, Sicilia, Sardegna) più alcune zone commerciali
straniere e poli di limitata produzione. Questa divisione serve a gestire i
limiti fisici di trasporto della rete di trasmissione nazionale.
Il prezzo dell’energia e il PUN
Prezzi Zonali per i produttori: ogni zona ha un proprio prezzo orario (Prezzo
Zonale) che dipende da domanda, offerta e colli di bottiglia della rete.
Prezzo Unico Nazionale (PUN) per i consumatori: i consumatori finali in Italia
(sia a Palermo che a Milano) pagano la materia prima energia allo stesso prezzo
base, ovvero il PUN. Il PUN è la media ponderata dei prezzi zonali.
I Produttori subiscono lo “scompenso” locale e vendono la loro energia al Prezzo
Zonale della propria area. Se in una zona c’è un eccesso di produzione
rinnovabile e la rete non riesce a trasportarla altrove, il prezzo di quella
specifica zona crolla (anche a zero). Di conseguenza, i produttori locali in
quel momento non guadagnano nulla dalla vendita dell’energia in borsa. I
consumatori finali (aziende e famiglie) non vedono queste fluttuazioni locali
direttamente sul prezzo della materia prima, perché pagano il PUN (Prezzo Unico
Nazionale). Tuttavia, risentono dei costi di gestione del sistema in questo
modo: quando i prezzi zonali crollano a zero in alcune regioni, la media
ponderata nazionale (il PUN) si abbassa. Di conseguenza, in quell’ora, tutti i
consumatori italiani beneficiano di un prezzo della materia prima più basso.
Inoltre, per gestire l’intermittenza delle rinnovabili e i colli di bottiglia
della rete, il gestore (Terna) deve attivare centrali tradizionali per mantenere
la rete stabile. Questi costi di bilanciamento rientrano nei cosiddetti oneri di
dispacciamento. Questi oneri di dispacciamento e i costi di trasporto vengono
spalmati in modo quasi identico su tutti i consumatori d’Italia,
indipendentemente dalla regione in cui si trovano.
Per ovviare agli squilibri di prezzo, ma soprattutto agli squilibri di
stabilità della rete dovuti al continuo attacco e stacco di diverse fonti di
immissione, si ricorre all’accumulo elettrochimico, cioè alle batterie, di cui
parleremo più avanti.
Rispetto a queste considerazioni sul mercato dell’energia, vale la pena fare un
cenno anche al nucleare. Infatti dalla Francia compriamo dell’energia prodotta
col nucleare esclusivamente per una questione di mercato (del resto come per
tutte le merci anche l’energia fluisce sempre, per motivi di mercato, dalla zona
con il prezzo più basso a quella con il prezzo più alto)
“Le centrali nucleari, al contrario delle centrali a gas (ma qui si sta
semplificando), non si possono accendere e spegnere in 5 ore ma devono stare
sempre accese, quindi i francesi, pur di non spegnerle, la notte vendono
l’energia a prezzi particolarmente bassi ed è questo il motivo per cui prendiamo
il nucleare dalla Francia, puramente economico”. Senza vendere tutta l’energia
prodotta da una centrale nucleare, infatti, non c’è nessun calcolo
costi-benefici che possa reggere. “Ma il nucleare non è per niente l’energia che
costa meno. Il prezzo da guardare è il Levelized Cost of Energy (LCOE) che tiene
conto di quanto costa fare un impianto, ossia tutto l’investimento iniziale e
quanto costa tenerlo in funzione e mantenerlo nell’arco della vita utile, e
divide questo indice per l’energia che si produce in questo arco di tempo.
L’energia nucleare è molto più cara dell’energia fotovoltaica o dell’eolico e
non stiamo nemmeno considerando il tema delle scorie nucleari.” Nel suddetto
calcolo, ci teniamo ad aggiungere, non si menziona il tema e gli enormi costi
relativi al decommissioning legato agli impianti nucleari. Vale a dire il
processo connesso alla loro dismissione e alla bonifica dell’area per riportarla
alle condizioni preesistenti, che dura decenni e ha un costo elevatissimo.
Funzionamento e organizzazione della rete elettrica
Anche il tema del funzionamento della rete elettrica è piuttosto centrale,
grazie al quadro che viene proposto di seguito viene naturale comprendere che la
centralizzazione energetica non è una scelta lungimirante bensì sarebbe più
oculata un’organizzazione della rete elettrica basata sul principio di
prossimità. Il nostro interlocutore definisce alcuni elementi base.
“Le reti elettriche si dividono in reti ad altissima tensione, alta tensione,
media tensione e bassa. Questo perché per trasportare l’energia da un punto
all’altro (dalla centrale di produzione al luogo di consumo), per un principio
fisico ineluttabile, più alta la tensione elettrica a cui avviene il trasporto
della corrente elettrica, più bassa è la perdita di energia dovuto ad cosiddetto
effetto Joule (si scalda il conduttore elettrico dissipando energia quando
percorso da una corrente). Quindi per questo motivo 150 anni fa abbiamo pensato
che fosse meglio trasportarla in altissima tensione. La perdita dipende dalla
distanza tra luogo di produzione, ovvero di connessione della mega- centrale, e
il luogo poi di trasformazione in media. Diciamo che le perdite in altissima
tensione sono attorno all’1% per 100 km. Più è bassa la tensione, più questa
perdita è alta. Considerate che la perdita va al quadrato della corrente.
Corrente e tensione sono inversamente proporzionali l’una rispetto all’altra,
quindi più alta la tensione, più bassa la corrente.”
L’Italia, ma non solo l’Italia, è nata con un modello di produzione
centralizzata dell’energia. Le grandi centrali che la producono la immettono in
questa rete e nel momento in cui arriva nelle case dei cittadini la corrente è a
“bassissima” tensione. Il modello della CER dovrebbe dunque partire da questo
presupposto fisico: “ci sono produttori e consumatori che si mettono d’accordo.
Io ho 5 kW, impianto piccolo, tu consumi 3 a casa tua. Siamo sottesi alla stessa
cabina e consumiamo quello che produciamo”.
La rete elettrica nazionale risale agli anni ‘50-’60, il che introduce
necessariamente un elemento di potenziale mala gestione o di “ammaloramento del
conduttore”. Ciò significa che le società (spesso a controllo pubblico) faticano
a trovare le necessarie risorse per l’ammodernamento della rete in un mercato
troppo condizionato dalla logica del profitto.
“Vi ricordo che tutti noi nella bolletta ne paghiamo un pezzettino proprio per
questo, per tenere le reti in efficienza, una delle componenti del prezzo è
infatti la Tariffa di Trasporto e Gestione Contatore che è la specifica quota
della bolletta che serve a finanziare la rete e i distributori locali. Se però
chi prende i soldi anziché investirli non lo fa, è un altro tema. ARERA
monitora costantemente il numero e la durata delle interruzioni di corrente
elettrica (black out) subite dai cittadini. Se un distributore locale non fa
manutenzione e la qualità peggiora oltre i limiti stabiliti, ARERA dovrebbe
applicare pesanti sanzioni pecuniarie e imporre rimborsi automatici in bolletta
a favore dei clienti. Qui a Torino IRETI gestisce la rete di distribuzione
dell’energia elettrica. Il controllore pubblico della concessione di IRETI a
Torino è direttamente ARERA (a livello nazionale per gli aspetti tariffari e
tecnici) insieme al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (che
rilascia le concessioni ventennali per il servizio di distribuzione)”. Ciò ci
spinge a fare una considerazione semplice ma non banale: IRETI è controllata
interamente da Iren che a sua volta è quotata nel segmento blue chips della
borsa di MIlano. Iren distribuisce dividendi agli azionisti mediamente ogni
anno, sottraendo così la possibilità di effettuare maggiori investimenti nella
rete elettrica stessa. Ci chiediamo come si possa realmente programmare una
seria ristrutturazione dell’infrastruttura energetica quando la sua gestione è
innestata in dinamiche di mercato borsistico e shareholder value.
Fattibilità e limiti delle rinnovabili
In linea generale è indispensabile tenere a mente la natura discontinua delle
due principali fonti rinnovabili esistenti, dovuta al loro limite tecnico
intrinseco: in assenza di sole e di vento la produzione di energia viene a
mancare. Partendo da questo presupposto, ne consegue che l’accumulo
elettrochimico, i cosiddetti BESS (Battery energy storage system), è
fondamentale per poter conservare l’energia prodotta e poterla utilizzare nelle
ore di assenza della fonte. Tali accumulatori sono inoltre “in grado di
risolvere in maniera sostanziale gli squilibri dei prezzi, l’instabilità di
funzionamento (black out) e la stabilità della frequenza della rete”. Come verrà
trattato accuratamente più avanti, relativamente al tema delle batterie sorge
però uno scoglio di natura ideologico-politica in quanto i produttori di
accumulatori a livello mondiale sono principalmente cinesi, fattore questo
percepito come un deterrente nel mondo occidentale contemporaneo.
L’impatto che hanno i BESS in termini di superficie occupata è, inoltre, un
elemento da tenere in considerazione per quanto concerne gli impianti di
medie-grandi dimensioni: per dare un’idea, “un ettaro di terreno destinato agli
accumulatori equivale a 100 MW e 400 MWh di potenza immagazzinata, che in
termini tecnici è un risultato comunque soddisfacente”. Fermo restando che serve
una seria valutazione di quanti impianti large scale siano realmente necessari e
a quale scopo, resta urgentemente da stabilire una pianificazione di quali
superfici utilizzare per gli impianti stessi e per i BESS.
In merito al collocamento di impianti fotovoltaici di medie-grandi dimensioni
emerge dalla nostra intervista la conferma di un dato più volte incontrato
durante le nostre indagini: la copertura con pannelli solari del 2% del
territorio italiano sarebbe sufficiente per il fabbisogno energetico1 totale del
Paese. Resta però aperta una questione importante per noi, legata al reale
numero di impianti necessari e soprattutto al dove collocarli: se è vero, come
riporta l’interlocutore, che in Italia ci sono “tantissimi terreni non più
coltivati da decenni, con una bassissima produzione agricola e zone impervie da
raggiungere” che si possono tenere in considerazione per il fotovoltaico, è
altrettanto importante tenere conto di due elementi. Il primo riguarda il fatto
che il 7% circa del nostro territorio è già cementificato e di edifici di varia
natura ed estensione disponibili ad accogliere pannelli solari ce ne sono a
volontà. Il secondo tocca dinamiche relative all’alterazione della biodiversità
dei terreni (siano essi poco o per niente sfruttati per la produzione agricola),
all’effetto “isola di calore” che subiscono (dovuto alla concentrazione di
pannelli) e in linea generale alla considerazione ormai condivisa da più parti
del suolo quale risorsa da difendere (per ragioni ambientali, sociali, culturali
e identitarie) da ogni insediamento di tipo “industriale”, quale che esso sia.
Relativamente al collocamento dei BESS invece concordiamo sul fatto che la
numerosa presenza di zone industriali dismesse nel nostro territorio suggerisce
l’utilizzo di tali aree, anche per la vicinanza delle stesse alle reti
elettriche e per la possibilità di effettuare in contemporanea bonifiche a
luoghi che altrimenti continuerebbero a compromettere nel tempo il territorio
anche se inutilizzati.
Il processo al quale assistiamo relativamente all’accumulo viene definito dal
nostro interlocutore una sorta di “nazionalizzazione indiretta” da parte di
Terna (la società pubblica che gestisce le reti di trasporto ad alta tensione),
la quale tramite il bando MACSE, nel tentativo di equilibrare la rete, sta
tentando di portare avanti un modello di collaborazione pubblico-privato:
l’investitore si impegna nella realizzazione di un BESS, alla quale partecipa
economicamente Terna che avrà il diritto di gestirne l’utilizzo. Se da un lato è
positivo che l’esperienza dell’azienda pubblica venga posta a garanzia per il
funzionamento del sistema, dall’altro è ovviamente opinabile la scelta di
rivolgersi ai privati (sempre tenendo a mente lo status di bene comune
dell’oggetto di discussione, l’energia!) al fine di garantire loro una
remunerazione.
Tornando a un piano più tecnico ci paiono degne di nota le riflessioni emerse in
merito ai temi eolico e agri-voltaico.
La disamina delle condizioni ventose caratterizzanti il nostro Paese rispecchia
in buona parte il fermento creatosi in questi ultimi anni nei territori
coinvolti da progetti eolici. Se da un lato l’ovvietà dell’impraticabilità (e i
risvolti di tipo ambientale a essa connessi) di pensare di portare torri e pale
eoliche su vette appenniniche certifica le proteste in atto sui crinali
tosco-emiliani da noi riportati qui, la densità di pale eoliche già presenti nel
meridione e in Sardegna tocca un nervo scoperto che ha a che fare con una scarsa
regolamentazione avvenuta in passato e una mancanza di ascolto dei territori.
Fondamentalmente le zone ventose in Italia sono rappresentate da alcune dorsali
appenniniche, dal sud Italia e dalla Sardegna ma in linea generale “con le
installazioni eoliche siamo già molto avanti, gli spazi sono saturi in quanto i
posti adatti dove installare parchi eolici sono stati già tutti occupati”. Una
soluzione prospettata dall’interlocutore è quella del repowering, a cui il
settore in questo momento sta guardando con interesse; vale a dire la
dismissione di “vecchie” turbine da rimpiazzare con altre nuove di maggiore
potenza, a fronte di una netta diminuzione di unità di aerogeneratori
(sostituendo ad esempio un parco eolico di 10 turbine da 700 KW con una singola
pala da 7 MW). Rimangono insoluti i temi della dismissione, del suolo consumato,
dell’impossibilità di riparazione e di bonifica delle aree, oltre che della
decisionalità dei territori (a tal proposito consigliamo di leggere il nostro
approfondimento a partire dalla voce dei comitati contro la speculazione
energetica in Sardegna).
Riguardo all’agrivoltaico le preoccupazioni sembrerebbero essere condivise anche
dagli addetti ai lavori, la cui progettazione di un campo fotovoltaico in
coesistenza con l’attività agricola prevede di installare i pali delle strutture
molto a fondo nel terreno, per evitare – come già verificatosi nelle zone più
ventose a sud – che i pannelli vengano portati via dal vento. Tenendo presente
che il 20% dei terreni disponibili risulta abbandonato da più di 50 anni, e che
basterebbe coprire di pannelli il 2% del territorio nazionale per raggiungere
abbondantemente gli obiettivi dati dal fotovoltaico, pensare all’agro, con le
regole a oggi imposte e la necessità di stabilire accordi con chi possiede e
dovrà lavorare il terreno, rappresenta più problematiche e infattibilità che
altro.
Rispetto ai terreni abbandonati, tuttavia, un’altra criticità è rappresentata
dal ruolo degli “intermediari”: coloro che sfruttano la conoscenza del
territorio e, in presenza di un terreno ereditato e non coltivato, suggeriscono
il contatto di chi sarebbe disposto a pagare anche €5000 per ettaro all’anno: un
fenomeno speculativo tra proprietari, intermediari e fondi di investimento, che
— almeno fino a qualche tempo fa — prospettava un rendimento finanziario almeno
all’8%, e che tra il ‘21 e il ‘22 in Sardegna ha permesso di presentare una
quantità di progetti di cui solo il 5% oggi sembra andare avanti.
L’intervista ha poi toccato il tema delle CER sottolineando fin da subito gli
ostacoli che queste hanno presentato e continuano a presentare. Primo fra tutti
l’iniziale limite alla realizzazione delle stesse, imposto ai comuni fino a 5000
abitanti, ora aumentato a 40.000. Secondo, il ruolo cruciale delle
amministrazioni locali che ricevono dagli incentivi statali una somma aggiuntiva
all’inserimento del Comune all’interno della comunità energetica, arrivando così
a ottenere una somma capace di ricoprire quasi il totale dell’investimento.
Tuttavia, queste peccano spesso nella fase di progettazione, durante la quale
viene richiesta l’individuazione di progetti sociali a cui destinare i fondi
aggiuntivi e che i comuni, per mancanza di competenze o personale, spesso
faticano a individuare. “Dopo l’insuccesso dei finanziamenti ai comuni, ora ci
si sta spostando verso l’attività agricola, aprendo bandi che destinano fondi
alla copertura dei tetti delle stalle”. L’intervistato aggiunge che tali bandi
sarebbero ottimi, considerato il numero di stalle presenti soprattutto al nord,
non fosse che anche in questo caso i limiti imposti, come quello di ricevere il
finanziamento a patto che si consumi interamente l’energia prodotta, non
facilitano la realizzazione di nuove CER. “Ma che energia consuma una vacca?”,
si chiede; e così il surplus di energia prodotta che potrebbe venir pagato
all’allevatore diventa un pernicioso disincentivo alla transizione. Simili
iniziative appaiono come l’ennesima trovata, con scarsi fondi, volta a
dimostrare di aver fatto qualcosa, più che a farlo davvero.
Infine, i limiti delle competenze tecnico-specialistiche che vengono richieste
alle comunità (e che queste spesso non hanno), necessarie a comprendere il
funzionamento dei portali attraverso cui interagire con la rete. “Le
multiutility non vedono [le CER] come una minaccia. Io non penso che il modello
della comunità possa andare oltre certi limiti, ci sono temi di efficienza di
cui tenere conto. Il pannello, la batteria, un allaccio di emergenza alla rete:
non è un modello semplicissimo. Il modello cooperativo non passa.”
Elettrificazione e digitalizzazione: afferrare nuove tendenze nel panorama
energetico-finanziario
Le aziende che si occupano del settore, si sa, sono sempre “un passo avanti”
rispetto al destino dei territori: tra meeting e incontri di questo ramo
d’impresa ci si confronta sui progetti che la faranno da padrone nel futuro. È
da quelle stanze infatti che si colgono le anticipazioni, le tendenze, perché
gli investimenti privati e i trend finanziari decidono di fatto cosa sarà
conveniente implementare e cosa, quindi, detterà la moda della futura
speculazione.
Riassumiamo a che punto siamo con le rinnovabili dal punto di vista della
“convenienza” per i mercati finanziari. Le fonti rinnovabili sono state uno dei
perni attorno a cui si sono concentrati gli investimenti in ambito energetico,
promossi e promulgati alla luce del PNRR e delle politiche volte al
raggiungimento del Net Zero 50, secondo cui l’Europa, e quindi anche l’Italia,
dovrebbe diventare carbon neutral entro il 2050. Secondo il nostro interlocutore
però, i progetti di rinnovabili avrebbero ormai sorpassato il loro picco: ci si
attende, quindi, una frenata rispetto alla miriade di impianti che venivano
presentati e proposti sulla scia dei lauti finanziamenti e dell’hype che questi
avevano generato.
Questo arresto si inserisce nel trend del fallimento del Green New Deal Europeo
e sarebbe legato a due motivi specifici: il primo riguarda la materialità delle
caratteristiche territoriali, il secondo, molto interessante, deriva dai
conflitti derivati da questa corsa sfrenata alle FER che hanno costretto a
implementare delle regole che, seppur lasche, hanno ridotto il margine di
profitto che si poteva ricavare.
La prima ragione quindi sarebbe legata alla mancanza di aree adeguate alla
costruzione di progetti, come nel caso dell’eolico, dove la capacità
installabile nei territori ventosi (come già accennato prima in Italia sono
principalmente le isole e l’arco appenninico) è poca e si incontrano non poche
difficoltà logistiche per impiantare delle pale su terreni molto difficili da
raggiungere. Come viene sottolineato “pale sempre più imponenti dovrebbero
raggiungere monti di 2000 metri, spesso in assenza di strade e infrastrutture
adeguate: un’operazione che non conviene ai più” se non per fare propaganda
falsamente ecologica, aggiungiamo noi.
La seconda ragione riporta come il freno alle rinnovabili si legherebbe anche
alle misure regolamentari imposte di fronte all’accaparramento senza freni dei
terreni, attuatosi per soddisfare il grande mercato allora presente. “Ad
esempio, oggi per chiedere una connessione da 1000 MW si è obbligati a
presentare una fideiussione per garantire la realizzazione della connessione,
una policy che ha fatto arrestare il mercato delle connessioni.” Più in
generale, dopo un’ondata di progetti che sembravano poter vedere la luce, in
questi ultimi anni le mega-rinnovabili hanno scoperto il loro volto speculativo
e la loro “fattibilità economica” è andata calando.
Una nota a parte vale per l’agrivoltaico che, ribadiamo, è da sempre risultato
non interessante (economicamente), né fattibile (far convivere pannelli e
colture è stata da sempre una bella favola da turbo eco-modernisti) e la
tendenza sembra rimanere tale. Questa affermazione risulta vera a partire da
quali sono le scelte sugli investimenti più o meno redditizi e logiche di
azienda, infatti in Cina sappiamo esserci particolare interesse
economico-finanziario anche in questo campo (con tutte le conseguenze del caso).
“Anche il fotovoltaico è sempre meno profittevole: necessita di una notevole
estensione per essere produttivo, infatti, per generare 1 MWh c’è bisogno di 1
ettaro di terreno, nonostante l’efficienza dei pannelli sia migliorata molto nel
tempo. Ora stanno venendo attuati progetti abbozzati tre anni fa, che potrebbero
rappresentare la coda dell’ondata di richieste di costruzione di FER”.
Il prezzo medio del fotovoltaico è crollato per la dinamica dei prezzi già
descritta: “il prezzo medio è quindi di 60 euro al MWh, mentre 15 anni fa
ammontava a 300 euro al MWh e già pagava appena l’investimento. I rendimenti
finanziari degli investimenti fotovoltaici viaggiano attorno al 5%, sono
rendimenti bassi come quelli dei titoli di stato, chi investe ancora in questo
settore lo fa per diversificare il portafoglio o per un po ‘ di greenwashing. Ci
potrebbe essere spazio per più CER, ora che hanno aumentato il limite a comuni
fino a 40.000 abitanti, tuttavia le CER non hanno mai interessato veramente le
grandi multiutility, se non per un pò di greenwashing, perché gli ordini di
profitto sono troppo bassi”. D’altronde come potrebbe il mercato incentivare una
delle poche tecnologie, come le CER, che renderebbe, anche se parzialmente,
indipendente la popolazione facendole autoprodurre l’energia di cui ha bisogno?
Una grossa parte del calo degli investimenti e degli impianti FER è dunque
determinata dal processo di finanziarizzazione, gli investimenti vanno laddove
si annusa maggiore profittabilità dei progetti. Questo processo è strettamente
legato alle dinamiche di guerra globale che, a loro volta, influenzano gli
investimenti: in particolare il nostro interlocutore, fa riferimento agli
equilibri con il competitor cinese.
Pur di non interferire con gli interessi del mercato della sfera occidentale,
quindi dell’UE ma nei fatti degli USA, l’Italia e altri Paesi europei rischiano
di dover spendere di più per determinati materiali e materie prime critiche in
quanto non è tenuta in conto la possibilità di approvvigionarsi dalla Cina.
Anche per questo motivo, dunque, il mercato delle rinnovabili alle nostre
latitudini è in discesa, perché costa e non conviene (in quanto le scelte
politiche su quali debbano essere i nostri fornitori determinano la scelta prima
ancora della convenienza puramente economica). Ad esempio, per quanto riguarda i
sistemi di accumulo – come spiegato in precedenza centrali in un sistema su base
rinnovabile – le batterie vengono prodotte per lo più in Cina e quindi non viene
sviluppato questo mercato. Su questo dall’intervista emerge un’idea precisa: è
paradossale che in Germania dove c’è meno sole che in Italia vi sia più
fotovoltaico che da noi. “Questo avviene perché la supply chain tedesca è più
efficiente di quella italiana e ci impiegano 20 giorni a fare arrivare un carico
di pannelli dalla Cina in Germania”. Inoltre, sempre secondo il nostro
interlocutore, la Cina ha da sempre attuato una “strategia che ha messo al primo
posto l’estrazione di terre rare e altre materie prime critiche, attuando una
vera e propria pianificazione che andasse incontro all’implementazione di
energie rinnovabili su larga scala”. Oltretutto appare una notevole
contraddizione: “le BESS cinesi non vanno bene ma i pannelli fotovoltaici cinesi
sì, perché in Europa non vengono prodotti da nessuna parte, per cui Paesi come
la Germania sono obbligati a comprarli proprio dalla Cina”. Sorge spontanea una
domanda: perché quindi mettere sotto scacco l’adozione di una tecnologia che
potenzialmente potrebbe calmierare i prezzi in bolletta ai consumatori e
coadiuvare la praticabilità di un orizzonte effettivamente volto all’utilizzo di
più rinnovabili, solo perchè il fornitore principale è la Cina e non gli USA?
Questo non toglie le ricadute negative a livello ambientale della produzione di
batterie e rispetto all’estrazione di materie prime legate alle rinnovabili in
Cina e in tutti quei Paesi dove sono state dislocate produzioni, comprese quelle
Occidentali, perché è lì che costano meno, ci sono meno regole dal punto di
vista ambientale e rispetto alle condizioni di lavoro, e perché nella mentalità
capitalista l’importante è ottenere materie prime a basso costo per foraggiare
nuovi cicli di accumulazione e fare avanzare il sistema per come lo conosciamo,
ovviamente a discapito di tutte le popolazioni che vivono e lavorano nei
territori.
Siamo d’accordo che vada riconosciuto un dato, ossia che “La Cina ha saputo
pianificare e programmare la transizione diventando un’esperta del settore: la
transizione energetica del resto non si può improvvisare seguendo l’oscillazione
del mercato. In Cina la pianificazione ha pagato, l’implementazione delle
rinnovabili è consistente e in espansione. Anche qui tra l’altro si trova un
mercato dei crediti di carbonio, parallelo a quello usato nel panorama
internazionale: i crediti di carbonio prodotti in Cina però non sono accettati
all’estero, nonostante siano effettivamente equivalenti a quelli prodotti in
Occidente”.
Queste barriere inficiano la possibilità concreta di implementare la transizione
e di avere uno sguardo internazionale relativamente al cambiamento climatico
che, però, è un problema globale.
Ritornando ai trend finanziari e a cosa sembra palesarsi all’orizzonte a fronte
del fatto che gli investimenti sulle FER sembrano ormai tramontati, occorre
parlare di Data Center. I data center si inseriscono nel dibattito del settore
da circa due anni, per diventarne oggi protagonisti; alcuni parlano di una nuova
rivoluzione industriale dettata proprio da queste nuove infrastrutture: per
ingigantire la nuova bolla speculativa che è alle porte e che probabilmente
seguirà il destino di quella delle FER, potenzialmente scoppiando non senza
danni. Oggi in ogni caso una cosa è certa: la tendenza alla digitalizzazione e
all’invasione dell’intelligenza artificiale sta costruendo una nuova base
infrastrutturale industriale composta da processori e server utili a computare
le operazioni e al contempo a sfruttare quantità di energia enormi. La rilevanza
industriale dei data center ha fatto sì che diventassero oggetto di interesse
per chi investe e chi progetta infrastrutture energetiche, elemento che non è
passato inosservato nemmeno all’azienda del nostro interlocutore.
Ciò che interessa principalmente a chi vuole costruire un data center è la
vicinanza dei terreni all’alta tensione. L’enorme quantità di energia che serve
all’infrastruttura dipende principalmente dall’esigenza di raffreddamento e del
controllo termico di questi capannoni riempiti di computer. “I data center”
aggiunge “si dividono in diversi livelli di sicurezza: non si tratta di
sicurezza informatica ma di livelli di sicurezza energetica a garanzia che non
manchi mai la corrente, in quanto la sua assenza farebbe cascare i computer”. E’
interessante anche ribadire chi sta investendo in questo nuovo mercato: fondi di
investimento che prendono soldi da privati ma anche dal pubblico, dietro ai
quali si nascondono industriali come Google, Amazon, Nvidia, i quali necessitano
di alta capacità di calcolo (pensiamo all’IA). Un punto è confermato: “oggi il
giro di investimenti per i data center sembra essere enorme: un progetto del
genere rende (probabilmente) ordini di grandezza in più rispetto a un progetto
di rinnovabili.” Non è un caso se gli investitori vi si sono buttati a capofitto
e che Regno Unito, Francia, Germania risultano ormai iper-saturi e indisponibili
a ospitare nuovi progetti: non c’è più spazio elettrico e pare sia arrivato il
tempo per l’Italia di aprire le porte a questo nuovo mercato. La Lombardia nel
giro di pochissimo tempo è stata la prima regione a saturarsi e presentare nuove
regolamentazioni per limitare il fenomeno, la partita si apre ora su altre
regioni e sappiamo già che in Piemonte non c’è più tanto spazio elettrico
disponibile.
Quello che rimane invariato, che si vogliano implementare enormi parchi di
rinnovabili o capannoni di server, è la speculazione che questi progetti portano
con sé. Sia per i data center che per le FER, inoltre, le reti elettriche
risultano limitate e insufficienti, senza un adeguato spazio elettrico per
accogliere tutte le richieste che vengono effettuate. C’è un doppio problema
quindi: perché fare spazio nella rete a progetti speculativi di varia origine
mentre continuano a esserci black out e non si vuole investire nelle BESS e in
un sistema di rinnovabili su piccola scala? Il rifacimento delle reti elettriche
per destinare spazio ai progetti rinnovabili fatti su misura dei bisogni delle
persone sarebbe l’obiettivo minimo a cui mirare per risolvere, almeno
parzialmente, l’impasse energetica di fronte a cui ci troviamo, senza che lo
spazio elettrico venga accaparrato per progetti dannosi, cambiando un paradigma
basato su sempre maggiore elettrificazione, digitalizzazione e speculazione.
CONCLUSIONI
In conclusione anche per chi lavora all’interno del settore energetico e ha una
visione che punta alla transizione come necessaria – al di là delle resistenze
dei territori – la questione centrale torna ad essere che i processi di
transizione vanno governati e ciò non avviene (al netto di una produzione
legislativa di settore ipertrofica che di fatto non ha centrato l’obiettivo
dichiarato).
Questo aspetto è fondamentale se si vuole davvero andare nella direzione
dell’abbandono delle energie fossili, tenendo conto che per quanto riguarda
l’ambito eolico inizia a mancare lo spazio materiale e che le resistenze dei
territori sono un fattore importante. Ci sono poi alcuni punti fermi che
dovrebbero far drizzare le orecchie: l’agrivoltaico non ha senso di esistere,
anche dal punto di vista tecnico. E allora perché viene proposto/imposto agli
agricoltori italiani che versano già di per sé in una dura crisi del settore?
All’oggi un dato torna da molti lati: il 2% del suolo nazionale basterebbe per
il fabbisogno di energia da fotovoltaico (tenendo conto di quanto detto in
precedenza).. E se sulla base di questo calcolo si utilizzassero soltanto le
superfici già impermeabilizzate e cementificate? A noi piace spingerci un po’
più in là e, infatti, secondo diversi studi se si ricoprisse il suolo già
cementificato, all’oggi il 7% in Italia, si soddisferebbe il fabbisogno
energetico. Certo, il limite delle rinnovabili è il fatto di essere discontinue
dunque occorrerebbe fare un lavoro importante di riorganizzazione della rete
elettrica nazionale per poter immaginare di consumare energia di prossimità e
solo per le esigenze reali della popolazione (quindi non per fabbriche di armi o
data center, ad esempio..). Oltre a non subire continui black out. Lo dice la
fisica: più si aumenta la distanza da percorrere per l’energia, più si verifica
dispersione e quindi maggior spreco/perdita. Consumare da vicino ciò che si
produce dovrebbe essere la regola per una reale transizione, non si tratta di
ideologia ma di regole della fisica. Occorre superare il modello centralizzato
della rete per immaginare un risparmio sia energetico sia per le tasche dei
cittadini. Gli investimenti dunque dovrebbero essere direzionati
nell’ammodernamento della rete da parte di IRETI (a livello locale torinese) ma
anche nella creazione delle condizioni materiali per questo passaggio, per
esempio con un serio impegno nella bonifica dell’amianto sui tetti delle case e
aziende nel Paese.
La questione, come veniva analizzato in precedenza, è la fame di speculazione e
l’ambito energetico è strutturato in funzione di questo. La stessa dinamica di
prezzo rappresenta questa tendenza: i gestori energetici possono (e vogliono)
comprare a prezzo zero durante le ore di picco di immissione di energia nella
rete e rivendere a prezzi molto più alti nelle ore in cui la domanda energetica
aumenta. Dovrebbe esserci un’autorità di regolazione del mercato dei prezzi
dell’energia, l’ARERA, ma molto spesso questa funge da garante per manager e
amministratori delegati di grandi società energetiche che intendono riciclarsi
nell’ambito senza assolvere alla propria funzione.
Non si può non tenere in conto la dinamica globale di guerra nelle scelte di
mercato, non è un caso infatti che non si voglia investire nei sistemi di
accumulo perché il mercato dei BESS è in Cina, il che alle nostre latitudini non
è incentivato. Queste dinamiche mostrano anche un altro dato: l’ambito delle
rinnovabili è, nonostante tutto, poco redditizio da un punto di vista
speculativo, ma sicuramente così non è per i data center. Il data center non
pone un limite sull’energia che gli serve anche solo per il mantenimento
dell’ambiente a date condizioni. In questo ambito a vederci un pozzo di profitto
sono i grandi fondi di investimento, un classico modo per “mettere a lavoro i
soldi”, come precisato nel titolo..
In conclusione, la cruda realtà è che “la decarbonizzazione non profittevole in
Occidente non è fattibile”. Questo deve fare riflettere su quali siano gli
interessi in campo e su cosa è demandabile oppure no alla decisionalità di
intermediari che si pongono come i gestori dei terreni approfittando della
crescente crisi agricola nel Paese. La sovranità energetica si conquista
difendendo particella per particella il terreno agricolo. Non solo, lo si fa
smascherando un progetto di transizione che a livello governativo non si ha
nessuna intenzione di concretizzare se non per soddisfare le mire speculative
delle aziende di settore. Sorge dunque il dubbio che una transizione senza
speculazione possa essere fattivamente possibile: potrebbe esserlo dal punto di
vista materiale e fisico ma questo deve significare una rivoluzione sul piano
dell’organizzazione sociale. E allora non c’è altro tempo da perdere.
Infine, consigliamo di leggere il documento che pubblicheremo a breve di Angelo
Tartaglia dal titolo “Politiche energetiche”, un breve testo che dettaglia in
maniera cristallina la possibilità di avviare un reale processo di transizione
energetica il cui obiettivo non sia la speculazione.
1. Il fabbisogno energetico totale include il settore dei trasporti e del
riscaldamento, questi ambiti non sono totalmente decarbonizzabili a
condizione che avvenga una riorganizzazione di tali settori in una direzione
diversa.
↩︎
Il sindacato SI Cobas ha proclamato uno sciopero e un presidio di protesta per
oggi, lunedì 29 giugno, presso il deposito BRT di via Niccolò Paganini a Settimo
Torinese.
Da Radio Onda d’Urto
L’agitazione è stata indetta in seguito a un tragico incidente sul lavoro
avvenuto venerdì 26 giugno, all’interno del Brt Depot di Settimo Torinese
costato la vita ad Antonio Gala, corriere di 64 anni, residente a Vauda
Canavese. Secondo quanto riferito, l’uomo è morto nel deposito logistico del
gruppo Bartolini, nella zona industriale della città.
Nel comunicato, Si Cobas richiama la morte del lavoratore, indicato come autista
Utm, e collega l’episodio a un quadro più ampio di criticità denunciate da tempo
nel settore degli appalti e della logistica. Tra i problemi elencati dal
sindacato ci sono turni massacranti, orari precari, carichi e ritmi di lavoro
elevati, contestazioni sulle buste paga, mancanza di attenzione alle esigenze
personali e familiari, cambi di appalto al ribasso, incertezza occupazionale,
mezzi ritenuti insicuri, oltre a discriminazioni, comportamenti antisindacali,
licenziamenti politici, intimidazioni e razzismo.
Proprio venerdi scorso il Gup del Tribunale di Piacenza ha prosciolto i
sindacalisti di Si Cobas e USB dall’accusa di associazione a delinquere. Per gli
imputati è caduta l’imputazione principale poiché “il fatto non sussiste”,
azzerando l’impianto accusatorio nato dall’inchiesta della Procura di Piacenza
nel 2022. Oltre all’associazione a delinquere, sono caduti gli 83 capi
d’imputazione che includevano estorsione, violenza privata, resistenza a
pubblico ufficiale e sabotaggio. Per i 7 sindacalisti coinvolti (tra cui Ali
Mohamed Arafat, Aldo Milani e Carlo Pallavicini per il Si Cobas) è stato emesso
un non luogo a procedere. Il giudice ha confermato la natura e la legittimità
costituzionale dell’attività sindacale, ponendo fine al teorema accusatorio che
riteneva le organizzazioni di base come vere e proprie associazioni criminali.
Da Settimo Torinese sentiamo Daniele dei Si Cobas Torino
Nonostante il temporale che si è scatenato poche ore prima il clima dentro la
blackout house è rovente e condiziona pesantemente questa Matinée di fine
giugno. Si registrano (gradite) perdite di controllo della console, scarsa
brillantezza e il solito poutpourri sonoro umorale e schizoide,
visible cloaks – shapes
boards of canada – naraka
boards of canada – deep time
dawna – anything
nuke watch – new american psyco
heta bilaletdin – anaksa
fred frith & maria portugal – looking up
andrew weatherall – ghosts again
joe brown – vibration (pt II)
gil scott heron – I think I’ll call it morning
two lone swordsmen – if you lose control of yourself
peripherical approach – choral effort
muslimgauze – al souk dub
cos nov – specchiopaura
duppy gun – hammer and nail
ethernal children – manchester
franco franco – heatwave
the beach boys – I’m waiting for the day
duo cynar – o sole mio
duo cynar – I’ll be there (pt 1)
Dopo 140 giorni, si è interrotto lo sciopero della fame di Aristoteles Rancis,
una lotta portata avanti per protestare contro il rischio di sgombero della
comunità di Prosfygika — un quartiere occupato da rifugiati, migranti e famiglie
vulnerabili. Le sue condizioni di salute sono gravissime: pesa solo 35 chili e
non riesce più né a stare in piedi né a parlare.
Lo sciopero è stato sospeso il 24 giugno dopo che il comune di Atene ha chiesto
di bloccare il progetto di riqualificazione della zona, che avrebbe costretto
oltre 400 persone ad abbandonare le proprie case. Persone che ad Atene — dove il
mercato degli affitti è dominato dalla speculazione e dagli affitti turistici
brevi — difficilmente riuscirebbero a trovare un altro alloggio.
Ascoltiamo l’audio che ci arriva direttamente dalla comunità di Prosfygika
occupata.
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo
aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo
il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata
è ogni lunedì, davanti ai tribunali.
Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires ,
abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente
politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un
“disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i
diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima
espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole
contrastare efficacemente.
A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e
problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni
sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso.
Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di
una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale
femminista fissato per il 7 settembre.
Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di
dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra
movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la
prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti:
si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze
sessuali, quasi uno ogni tre minuti.
Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in
questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale,
che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo
intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in capitolo. Quest’ultimo,
rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad
esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione
colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie.
L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con
l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i
tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di
strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste,
transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento
transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche
di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze.
Registrato in francese:
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(sabato, 4 luglio 16:00)
Disponibile
CARTE FORBICI SASSI. Sfide da e contro le prigioni e il patriarcato
https://brughiere.noblogs.org/post/2025/04/28/nuova-pubblicazione-carte-forbici-sassi-sfide-da-e-contro-le-prigioni-e-il-patriarcato/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele
e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti. Il cuore del trattato
prevede il disarmo totale di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, che
dovrebbe riacquisire il controllo del sud del paese. Tuttavia, il ritiro delle
forze di occupazione sionista (IOF) avverrebbe solo dopo la verifica del disarmo
da parte di Israele, con la concreta possibilità che questo non avvenga e che la
fascia lungo il confine meridionale, la cosiddetta “zona cuscinetto” resti sotto
occupazione sionista.
I giornali si sono affrettati a definire questa intesa come “primo passo verso
la pace tra Beirut e Tel Aviv”, mentre le fazioni della resistenza libanese e
palestinese l’hanno additata come “una resa a Israele“. Migliaia sono stati i/le
manifestanti che sono scesi in piazza a Beirut, accusando il governo del
presidente Joseph Aoun di aver ceduto alle pressioni di Washington.
Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e giornalista
per Il Manifesto.
ASSEMBLEA PLENARIA FOOD NOT BOMBS
Manituana - Spazio Occupato Collettivo - Largo Maurizio Vitale 113
(mercoledì, 1 luglio 19:00)
Ti aspettiamo a Manituana per la nostra plenaria mensile, vieni a conoscerci o
continua a seguirci e soprattutto partecipa all'azione del 4 luglio!
AZIONE FOOD NOT BOMBS
Manituana - Spazio Occupato Collettivo - Largo Maurizio Vitale 113
(sabato, 4 luglio 15:00)
Sabato 4 luglio ci troviamo direttamente a Manituana per conoscerci e cucinare
insieme. Per le 19:30 circa si parte per la distribuzione (sotto il Duomo).
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E se hai lenzuola o coperte leggere da donare, fanno sempre comodo! ❤️
Il Parlamento discute una legge che introduce la presunzione di legittima difesa
per le forze dell’ordine, ribaltando l’onere della prova e ampliando il rischio
di impunità per le violenze di …