[2026-09-25] FRATTURA FEST @ El Paso Occupato
FRATTURA FEST El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino (venerdì, 25 settembre 21:00) Torna il Frattura Fest con la sua terza edizione ospitata da El Paso Occupato. Torna la rabbia giovanile e le grida d’odio contro la repressione statale che prova in ogni momento a zittirci e chiuderci in gabbia. Come gli anni scorsi, il Fest sarà una due giorni di musica, autogestione e autoproduzione. - VENERDÌ 25/09 DALLE 21:00! SABATO 26/09 DALLE 21:30! - VENITE IN TANTX! VENITE CARICHX! Troverete bar, banchetti, grida, mazzate e tanta presabbene. - SOLIDARIETÀ ALLX COMPAGNX INGUAIATX - LIBERX TUTTX
[2026-08-20] Little Miss Sunshine - Resteremo Qua - Rassegna popolare in Barriera @ Circolo “Ost Barriera”
LITTLE MISS SUNSHINE - RESTEREMO QUA - RASSEGNA POPOLARE IN BARRIERA Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9 (giovedì, 20 agosto 21:30) 🐠🌃Resteremo Qua - Rassegna popolare in Barriera di Milano🐠🌃 Per chi non ha in programma fughe marittime, questa estate vi aspetta Ost Barriera con proiezioni gratuite all'aperto per grandi e piccini. Pop corn, aperitivi e drink ghiacciati per combattere insieme il caldo e la solitudine estiva torinese! @ost.barriera Via Pietracqua 9 #torino #barrieradimilano Little Miss Sunshine (2006), diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, racconta il viaggio on the road di una famiglia decisamente disfunzionale che attraversa gli Stati Uniti per accompagnare la piccola Olive a un concorso di bellezza. Tra sogni, fallimenti, litigi e situazioni surreali, il film costruisce una commedia agrodolce e tenerissima sulla famiglia, sull’idea di successo e su tutto quello che succede quando si è un po’ fuori posto.
L’Etna, Sigonella e l’aeroporto di Catania. Riflessioni su una settimana d’inferno
  La chiusura per otto giorni dello scalo aeroportuale di Catania Fontanarossa con le sue enormi conseguenze sulla vita di centinaia di migliaia di siciliani e dei turisti che avevano scelto la Sicilia per le vacanze di Ferragosto. Un piccolo diario con le riflessioni, i dubbi, le certezze e non, le domande che mi sono fatto durante tutto questo periodo d’inferno. Nello sfondo, neanche troppo lontana, la stazione aeronavale di Sigonella, hub per le operazioni di guerra delle forze armate italiane, USA e NATO. Mentre le ceneri dell’Etna bloccavano qualsivoglia attività a Catania, Sigonella ha operato senza alcuno stop. Ho provato a capire il perché. Giorno dopo giorno…       12 agosto, mercoledì Sigonella aeroporto civile. Se non ora, quando? Gli scali di Catania Fontanarossa e Comiso chiusi da giorni per l'eruzione dell'Etna. Decine di migliaia di passeggeri abbandonati e disperati, mentre le autorità civili e militari italiane sono del tutto incapaci ad affrontare quest'emergenza di Ferragosto 2026. Eppure la soluzione più semplice sarebbe quella di utilizzare da subito l'aeroporto di Sigonella per i decolli e gli atterraggi dei velivoli passeggeri. Ma guai a parlarne pur di non turbare le operazioni di guerra delle forze armate USA, NATO, UE e italiane. La base di Sigonella era stata messa a disposizione del traffico aereo civile tra il novembre e il dicembre del 2012, durante i lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa. Allora, in un mese, dallo scalo militare furono gestiti circa 70 voli al giorno, 4 movimenti l’ora, per un totale di 2230 voli civili (fonte Aeronautica Militare italiana). Cosa aspetta la classe dirigente politica ed economica dell'Isola e del Paese a chiedere l'apertura di Sigonella per il traffico passeggeri? Nicola Cipolla, compianto comunista siciliano, negli ultimi anni d'impegno sociale, lanciò con alcuni comitati NoWar siciliani la campagna per Smilitarizzare Sigonella. Un'Utopia-Profezia, su cui vale la pena tornare a riflettere e lottare.     13 agosto, giovedì Prosegue la chiusura di Catania Fontanarossa. Aprite subito Sigonella!!! Mentre la chiusura dell'aeroporto di Catania Fontanarossa è stata prorogata fino alle ore 2 di venerdì 14 agosto, non è prevista alcuna limitazione dello spazio aereo di Sigonella. Solo dall'8 all'11 agosto, tra cancellazioni e mancati arrivi e partenze, sono saltati a Catania non meno di 700 voli, a cui si aggiunge lo stop di ieri mercoledì 12 e di oggi giovedì 13. Decine e decine di migliaia di passeggeri sono stati pesantemente danneggiati, ma soprattutto è stato generato un enorme danno economico al settore turistico siciliano nel periodo di maggiore domanda e offerta (ferragosto). La soluzione più semplice e a costo zero sarebbe stata l'apertura al traffico civile dello scalo militare di Sigonella, a meno di 20 km a sud/sudovest da Catania, ma assai meno soggetto agli effetti delle nubi di cenere emesse durante le fasi eruttive dell'Etna. Il traffico aereo militare a Sigonella in questa settimana di "passione eruttiva", non ha subito limitazioni di sorta per l'attività vulcanica. Le operazioni di volo, atterraggio e decollo, si sono svolte dunque regolarmente. Anche negli anni scorsi, durante le fasi eruttive più rilevanti dell'Etna, Sigonella è stata assai raramente penalizzata dall'emissione delle ceneri che invece hanno compromesso in più occasioni il funzionamento del vicino scalo di Catania Fontanarossa, situato a sud-est dal vulcano. Aprire Sigonella al traffico civile in queste settimane d'emergenza sarebbe stato un atto di responsabilità doveroso da parte delle autorità di governo e militari, italiane e straniere. Si è scelto invece di colpire il vissuto di un'intera popolazione siciliana e di coloro che avevano scelto la Sicilia come meta turistica. Le classi dirigenti siciliane e l'imprenditoria mordi e fuggi propongono adesso - in alternativa - la realizzazione di nuovi aeroporti in tutta l'Isola. Infrastrutture tutte insostenibili dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, ma utili alla propaganda, alle clientele elettorali e ai peggiori speculatori della borghesia mafiosa. Prima di tutto la guerra in tempi di guerra: Sigonella non s'ha da toccare, né deve essere messo in discussione il suo uso a supporto delle operazioni USA e NATO negli scacchieri geostrategici mediorientali, africani e dell'Europa orientale... Smilitarizzare Sigonella e riconvertire lo scalo ad hub aeroportuale è l'unica scelta possibile e concreta. Su questo si giocano le ultime chance si sopravvivenza della Sicilia.     14 agosto, venerdì Catania Fontanarossa chiuso fino alle ore 2 di Ferragosto. E Sigonella resta operativa Tutto come da copione. Con l'ennesimo comunicato, la chiusura dello scalo aeroportuale di Catania Fontanarossa è stata prorogata fino alle ore 2 di sabato 15 agosto 2026. Secondo la società che gestisce lo scalo, nel periodo compreso tra il 6 e il 12 agosto, circa 630 voli previsti sono stati dirottati verso altri scali (Comiso, Palermo, Trapani e Lamezia Terme). Nello stesso periodo per lo scalo di Catania erano previsti circa 1.974 voli di cui circa il 36% è stato cancellato. Oltre centomila i passeggeri "vittime" delle ceneri dell'Etna, ma soprattutto dell'incapacità (o della mancanza di volontà) delle autorità di prevedere alternative rapide e credibili per tamponare l'emergenza. Prima fra tutte, a costo zero, l'apertura dello scalo militare di Sigonella al traffico civile, così come avvenuto nel novembre-dicembre 2012, in concomitanza con i lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa. Relativamente a Sigonella, confermiamo ancora una volta che è funzionale al 100% e che non ha subito alcuno stop in questa settimana di "passione" per la vicina Fontanarossa. Anche per la giornata di oggi 14 agosto non risultato attivi NOTAM di chiusura o restrizioni operative straordinarie per la stazione aeronavale italiana, USA e NATO di Sigonella. L'"emergenza" Fontanarossa torna utile per ridare vita a progetti fantasma di nuovi scali in tutta la Sicilia, del tutto insostenibili dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. O per accelerare i processi di privatizzazione del sistema aeroportuale regionale, a partire da Catania e Comiso Importante alla fine che non si dica a siciliani e non che l'Isola è piattaforma di guerra e che in nome della guerra si possono cancellare i diritti di mobilità di residenti e turisti, colpendo con ancora più violenza l'economia siciliana, così come accadde nel 2011 con la chiusura al traffico civile dell'aeroporto di Trapani Birgi e la sua conversione in centro strategico per i cacciabombardieri della coalizione internazionale che mise a ferro e fuoco la Libia guidata da Gheddafi. Smilitarizzare Sigonella subito....     15 agosto, sabato Catania Fontanarossa chiusa fino alle ore 15 di Ferragosto. Gli USA confermano: "Sigonella operativa nonostante l'eruzione dell'Etna". Ennesima proroga della chiusura dello scalo di Catania Fontanarossa per le ceneri emesse dall'Etna in eruzione. L'ultimo comunicato promette la riapertura solo dopo le ore 15 di oggi 15 agosto 2026. Di contro, ancora una volta come accade da una settimana, per la giornata odierna non risultano attivi NOTAM di chiusura o restrizioni operative straordinarie sull'aeroporto di Sigonella, base strategica di guerra per le forze armate italiane, USA e NATO. Lo scalo militare risulta dunque operativamente aperto e regolare Intanto da Washington giunge la conferma ufficiale che l'eruzione del vulcano siciliano non ha ostacolato né ridotto le funzioni operative della Naval Air Station di Sigonella. "Le attività di volo nella base militare della Sicilia proseguono nonostante continui l'eruzione vulcanica", titola un servizio pubblicato dalla rivista delle forze armate USA "Stars and Stripes", pubblicato giovedì 13 agosto. "Una nuova eruzione originatasi da un cratere dell'Etna ha disperso la cenere verso la Sicilia orientale questo mese, costringendo ripetutamente l'aeroporto di Catania a sospendere l'arrivo dei voli", prosegue Stars and Stripes. "Le operazioni stanno proseguendo presso l'hub chiave della Marina USA nell'Isola nonostante uno dei più attivi vulcani disperda cenere nell'aria, costringendo alla chiusura di almeno un aeroporto civile vicino. I voli e le altre operazioni alla Naval Air Station Sigonella sono proseguiti con interruzioni minime a seguito dell'eruzione dell'Etna, che ha preso il via la scorsa settimana, secondo quanto ha riferito mercoledì il Comando di US Navy. NAS Sigonella sta aderendo a tutti regolamenti applicabili alla zona aerea e alle restrizioni per la sicurezza, coordinandosi con le autorità di aviazione italiane ed altre agenzie “per assicurare quotidianamente che le operazioni di volo siano pienamente allineate con i parametri di sicurezza", spiegano dalla base. Il personale sta utilizzando camion spazzatrici per ripulire le piste, gli hangar e le linee di volo dalle ceneri depositatesi. Il personale dei servizi antincendio e di emergenza sono in stato di allerta e stanno monitorizzando quanto accade, mentre il dipartimento per i lavori pubblici della base USA sta attenzionando le infrastrutture e la loro manutenzione". Anche Flightradar24 conferma l'operatività dello scalo di Sigonella e registra perlomeno negli ultimi sette giorni due voli "passeggeri" (con militari USA e familiari) dalla base siciliana, uno verso all'aeroporto di Napoli Capodichino e l'altro verso lo scalo internazionale di Chania (isola di Creta, Grecia), presumibilmente per trasportare il personale diretto alla stazione aeronavale di Souda Bay in forza a US Navy. Lo richiediamo ancora una volta: perché le autorità italiane non hanno predisposto l'uso "emergenziale" di Sigonella per consentire il decollo e l'atterraggio di una porzione dei velivoli civili diretti a Catania Fontanarossa? E perché? il governo Meloni e l'Aeronautica Militare italiana hanno mantenuto top secret l'operatività di Sigonella? Tutto sulla pelle di centinaia di migliaia di siciliani e di turisti che avevano scelto la Sicilia per le loro vacanze estive...     16 agosto, domenica Eruzioni Etna. Perché USA e NATO non mollano Sigonella Ripartono i voli a Catania Fontanarossa dopo più di una settimana di stop per le emissioni di ceneri da parte dell'Etna. Gli operatori fanno i conti sui danni economico-finanziari (centinaia di milioni di euro) ma né il governo regionale né le autorità nazionali spiegano perché in questa drammatica emergenza di Ferragosto non sia stata richiesta l'apertura al traffico civile della base militare USA e NATO di Sigonella, a meno di 20 km in linea d'aria da Fontanarossa, risparmiata dalle ceneri (la direzione dei venti ha colpito lo spazio aereo ad est e sud-est del vulcano). L'impiego alternativo di Sigonella era stato assicurato tra il novembre e il dicembre 2012 in occasione dei lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa. Le forze armate italiane e statunitensi ed i principali centri di ricerca universitari e di vulcanologia sono perfettamente a conoscenza della maggiore "protezione" dalle emissioni delle ceneri della base militare, posta a sud-ovest dal vulcano. Inoltre sono stati predisposti sofisticati sistemi di monitoraggio e controllo dell'Etna che consentono di prevedere con largo anticipo le attività eruttive ed i possibili effetti, specie in termini di intensità delle emissioni, loro direzione ed aree di ricaduta. Vogliamo citare in proposito quanto evidenziato nella prestigiosa rivista scientifica "Natural Hazards and Hearth System Sciences" della European Geosciences Union (13 giugno 2025) da sette ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - INGV (sezioni di Bologna e Catania) e delle Università degli Studi di Genova e “Aldo Moro” di Bari (titolo: Estimating the mass of tephra accumulated on roads to best manage the impact of volcanic eruptions: the example of Mt Etna, Italy). I ricercatori spiegano in particolare che "la localizzazione dell'Etna, insieme ai venti predominanti da ovest e da nord-ovest in alta altitudine, favorisce la dispersione e la ricaduta di ceneri e materiali piroclastici principalmente verso est (31%), sud est (35%) e nord ovest (29%), con solo il 6% diretti verso sud. Questi valori sono derivati dall'analisi dei dati ottenuti durante i 39 eventi eruttivi registratisi tra il febbraio e ottobre 2021. Questi risultati sono coerenti con la storica distribuzione statistica della direzione e velocità dei venti bel periodo 1990–2007 ad altitudini comprese tra i 5 e i 10 km.". Ad analoghe conclusioni è giunto uno studio del Dipartimento di ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Catania e di altri centri di ricerca accademici sui "possibili riutilizzi del rifiuto vulcanico nel campo dei materiali edili", coordinato dalla prof.ssa Loredana Contrafatto. In un articolo pubblicato dal sito di UNICT il 26 febbraio 2024, la docente scrive in proposito che “a causa della direzione dei venti dominanti sono soprattutto i comuni del versante orientale e sud-orientale ad essere maggiormente colpiti dalla ricaduta delle ceneri vulcaniche e a soffrirne i disagi logistici e le conseguenze economiche maggiori”. Pentagono e NATO possono stare tranquilli dunque e ciò spiega come nella "settimana di passione" ferragostana la base di Sigonella sia rimasta sempre pienamente operativa. Attendiamo di conoscere il motivo per cui la Regione Siciliana non abbia chiesto al governo Meloni e alla Difesa di concedere anche parzialmente l'uso della base militare per "tamponare" gli enormi disagi causati dalla chiusura dello scalo di Fontanarossa. Tre anni avevamo assistito ad un ipocrita "balletto" propagandistico-elettorale tra il governatore Renato Schifani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, proprio in merito all'apertura di Sigonella al traffico aereo civile. "Ieri sera ho chiamato il ministro Crosetto al quale ho chiesto la possibilità dell'utilizzo dello scalo dell'aeroporto militare di Sigonella, dopo aver rappresentato il grave stato di criticità in cui si trova il sistema aeroportuale siciliano a seguito della ridottissima attività dello scalo di Fontanarossa", scriveva Schifani il 20 luglio 2023. "Il ministro, dopo le dovute consultazioni, mi ha informato circa la possibilità dell’utilizzo dello scalo militare, come già avvenuto in una precedente situazione di inagibilità dell'aeroporto di Catania, a causa della pioggia di polvere vulcanica (sic.). Ringrazio a nome dei siciliani il ministro Crosetto per la grande sensibilità dimostrata sulla vicenda, che denota ancora una volta la serietà ed affidabilità del governo Meloni". Nella stessa giornata del 20 luglio 2023, il ministero della Difesa italiana emetteva la seguente nota. "L’aeroporto militare di Sigonella è stato reso disponibile per allentare la pressione sugli aeroporti siciliani. In particolare lo scalo civile di Catania. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti dato immediata disponibilità dello scalo militare di Sigonella venendo incontro alla richiesta del Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani". In verità alla fine non si fece nulla: lo scalo non fu messo a disposizione degli aerei passeggeri, ma la ricaduta mediatica per Regione Sicilia e Difesa fu enorme. Stavolta si poteva fare e in tempi rapidissimi, ma non è stato fatto. Volere è potere. Ma né Schifani né Crosetto hanno inteso voler fare qualcosa. Né purtroppo l'"opposizione" politica e le forze sindacali di regime hanno voluto proferire parola. Che lo ricordino alle tornate elettorali 2027 i siciliani e le decine e decine di migliaia di turisti condannati alla tragica odissea di questa bollentissima estate. Buona domenica!
La tigre di carta: il fallimento della macchina da guerra americana da mille miliardi di dollari
di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies da Sinistra in rete  Il popolo americano ha fatto enormi sacrifici per finanziare questa macchina da guerra obsoleta, troppo costosa e inefficace. Molti hanno pagato con la vita, con l’integrità fisica o con la salute. Tutti noi paghiamo il costo della bellicosità dei nostri leader e dello sperpero sconsiderato della nostra ricchezza nazionale, che ci lascia privi dei sistemi di supporto fondamentali che i nostri vicini negli altri paesi sviluppati danno per scontati, dall’assistenza sanitaria universale gratuita e un’istruzione pubblica di qualità a salari dignitosi e ferie retribuite. Le priorità corrotte del governo statunitense lasciano irrisolti i nostri problemi più gravi, minando al contempo gli sforzi globali per affrontarli, dalla distruzione del clima e dell’ambiente naturale al pericolo sempre presente di una guerra nucleare. Come suggeriscono i risultati delle elezioni primarie di quest’anno, la maggior parte degli americani desidera una società che si prenda cura dei suoi cittadini, con un governo che risponda ai nostri bisogni più urgenti. Ciò deve certamente includere lo smantellamento di questa macchina da guerra fallimentare, corrotta, fuori controllo e assurdamente costosa. * * * * Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute ( SIPRI), gli Stati Uniti hanno speso 21 trilioni di dollari per le proprie forze armate tra il 2001 e il 2024 (in dollari costanti del 2024), una cifra pari alla spesa militare complessiva dei successivi diciotto paesi. L’Iran è a malapena presente in questa lista, avendo speso solo il 2% di quanto speso dagli Stati Uniti, e il SIPRI ha stimato il bilancio militare iraniano per il 2025 a soli 7,5 miliardi di dollari. Come fa dunque l’Iran a tenere testa alla macchina da guerra statunitense, che ammonta a migliaia di miliardi di dollari? Una differenza cruciale tra la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e le precedenti campagne di bombardamento statunitensi e alleate contro Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia e ora Gaza, è che gli Stati Uniti e Israele non sono riusciti a distruggere il sistema di difesa aerea iraniano e non possono far sorvolare l’Iran con aerei da guerra senza rischiare la perdita di velivoli e piloti a causa del fuoco nemico. L’Iran ha saggiamente costruito le sue infrastrutture di difesa critiche sottoterra, con fabbriche di armi, depositi di munizioni e siti di lancio al sicuro sotto il suo impenetrabile territorio montuoso. Il 10 marzo, il Segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha affermato che gli Stati Uniti avevano il “dominio aereo totale” sull’Iran, ma ciò non corrisponde al vero. Al contrario, le forze statunitensi stanno attaccando l’Iran principalmente con armi a lungo raggio, operando dall’esterno dei confini iraniani, riducendo drasticamente le scorte statunitensi di armi estremamente costose. Sebbene gli aerei da guerra statunitensi evitino di entrare nello spazio aereo iraniano, il Congressional Research Service ha riferito che gli Stati Uniti hanno perso almeno quattro caccia F-15, un F-35, un A-10, sette aerei cisterna KC-135, un aereo AWACS E-6, due aerei per operazioni speciali MC-130J, un elicottero, un drone ad alta quota Triton e 24 droni MQ-9 Reaper. Al contrario , durante l’invasione su vasta scala dell’Iraq nel 2003, le forze statunitensi persero solo un A-10 e sei elicotteri, dopo aver sistematicamente distrutto gran parte delle difese aeree irachene attraverso una campagna di bombardamenti a bassa intensità condotta sotto la copertura delle cosiddette no-fly zone, imposte unilateralmente da Stati Uniti, Regno Unito e Francia dopo la prima guerra del Golfo nel 1991. Nel 2003, le forze armate statunitensi sganciarono 13.000 tonnellate di bombe e missili sull’Iraq nei primi 30 giorni di guerra. Ma solo 800 tonnellate, ovvero il 6%, di quelle munizioni erano costituite da missili da crociera e altre armi a lungo raggio come quelle su cui gli Stati Uniti fanno ora affidamento contro l’Iran. Gli Stati Uniti hanno già esaurito un terzo delle proprie scorte di armi a lungo raggio e di difesa aerea, inclusi i missili da crociera JASSM e Tomahawk e i missili antiaerei SM-2, -3 e -6, nonché metà delle scorte di intercettori Patriot e THAAD e dei nuovi missili Precision Strike che stanno sostituendo gli ATACM a corto raggio. Il prezzo di questi missili varia da 700.000 dollari ciascuno per i JASSM fino a 12 milioni di dollari ciascuno per gli intercettori THAAD, e molti richiederanno anni per essere sostituiti. Gli Stati Uniti stanno quindi utilizzando missili multimilionari, insostituibili nel breve termine, nel tentativo, spesso fallimentare, di intercettare i droni Shahed, il cui costo per l’Iran si aggira tra i 20.000 e i 50.000 dollari ciascuno. Questo contrasta nettamente con la situazione in Iraq nel 2003, quando l’arma preferita dagli Stati Uniti era la bomba a guida laser GBU-12 Paveway II da 227 kg (500 libbre), che costa solo 22.000 dollari, e le 7.000 bombe utilizzate per attaccare l’Iraq furono facilmente reperite. Per sopperire alla diminuzione delle scorte di missili della Marina statunitense nella zona di guerra, gli Stati Uniti stanno impiegando bombardieri B-1 decollati da una base aerea britannica a Fairford, in Inghilterra, per lanciare missili Tomahawk contro l’Iran. Il numero di aerei che decollano da così lontano per attaccare l’Iran è tale che gli Stati Uniti hanno dovuto inviare anche decine di aerei cisterna per il rifornimento in volo, a supporto dei sessanta già di stanza in Israele. In Ucraina, i russi hanno dimostrato che la capacità di incrementare rapidamente la produzione di proiettili d’artiglieria e droni relativamente economici può essere più cruciale in una guerra che spendere trilioni di dollari in costosi programmi di armamento. Nel frattempo, il corrotto complesso militare-industriale statunitense ha costruito un sistema di porte girevoli placcate in oro tra l’industria bellica americana, i vertici del Pentagono e un governo civile ostaggio e cooptato. Ha prodotto armi sempre più costose, ma ha perso quasi tutte le guerre che ha combattuto. Le uniche guerre vinte dagli Stati Uniti dal 1945 sono state tre brevi guerre per riconquistare piccoli avamposti neocoloniali a Grenada, Panama e Kuwait, approfittando dell’indebolimento dell’Unione Sovietica negli anni ’80. Per il resto, dalla guerra di Corea all’inizio degli anni ’50 all’Iran di oggi, le forze armate statunitensi hanno perso ogni singola guerra, infliggendo al contempo distruzioni di massa a paesi e popolazioni che il governo statunitense affermava di liberare. Come dice il proverbio: “Con amici come noi, chi ha bisogno di nemici?”. Come molti settori industriali statunitensi, anche quello della difesa americana post-Guerra Fredda si è consolidato nelle mani di una cricca di cinque aziende (Lockheed Martin, Boeing, Raytheon (ora RTX), General Dynamics e Northrop Grumman), la cui crescita continua dipende da profitti sempre maggiori derivanti da navi da guerra, aerei e armi sempre più costosi, mentre guerre e “minacce” interminabili servono a giustificare il continuo afflusso di risorse nazionali americane nelle loro casse. Il governo statunitense e i media mainstream hanno ripetuto per decenni agli americani che queste straordinarie spese militari e le guerre interminabili sono motivo di orgoglio, e molti americani hanno creduto a questo mito distorto della potenza militare statunitense. Il Pentagono si impegna a fondo per rafforzare la propria immagine pubblica, spendendo 2 miliardi di dollari all’anno per il reclutamento e la fidelizzazione del personale, e 1,14 miliardi di dollari in contratti pubblicitari solo nel 2023. Ma questa narrazione sta iniziando a vacillare. Come per molti aspetti del sistema politico ed economico statunitense, sempre più americani mettono in discussione ciò che è stato loro insegnato sulle forze armate statunitensi, e spesso sono proprio i veterani a esprimere le critiche più esplicite . In un articolo pubblicato su Business Insider, Kelsey Baker ha riportato che molti veterani della “Guerra globale al terrorismo” ora scoraggiano i propri figli dall’arruolarsi nell’esercito. Tre dei reclutatori intervistati da Baker hanno affermato di essere stati minacciati con armi da fuoco dai genitori di adolescenti che stavano cercando di reclutare, e un reclutatore ha ricordato un genitore infuriato che lo aveva definito un “assassino di bambini” e uno schiavo del governo. In Iran, gli Stati Uniti si trovano stretti tra l’intensificarsi di una guerra catastrofica e ingovernabile che non avrebbero mai dovuto iniziare e l’urgente necessità di ripensare la politica illegale e corrotta di guerra aggressiva che perseguono dal 2001. Gli attentati dell’11 settembre furono compiuti da 19 dirottatori di al-Qaeda, non dai paesi che gli Stati Uniti in seguito invasero e occuparono. Eppure i nostri leader risposero a quei crimini orribili con un investimento multimiliardario in nuove armi e nell’espansione militare imperiale: una decisione dettata proprio dall’”influenza indebita” del complesso militare-industriale contro cui il presidente Eisenhower mise in guardia nel suo discorso di addio del 1961. Le forze di occupazione statunitensi in Afghanistan e Iraq sono state sconfitte da forze di resistenza leggermente armate che difendevano i propri paesi. Eppure i leader americani hanno ignorato i propri fallimenti e le proprie sconfitte, continuando a salire ciecamente la scala dell’escalation, prima affrontando la Russia con la guerra in Ucraina e ora attaccando l’Iran sul suo territorio. È opportuno ricordare che è stato sotto amministrazioni democratiche che gli Stati Uniti hanno appoggiato un colpo di stato in Ucraina nel 2014 e poi hanno respinto un accordo di pace tra Russia e Ucraina nell’aprile del 2022, mentre Trump, repubblicano, ha assassinato il massimo comandante militare iraniano nel 2020 e ha lanciato guerre contro l’Iran, in combutta con Israele, nel 2025 e nel 2026. Il genocidio israelo-americano a Gaza, così come l’ occupazione illegale che lo ha generato, gode ancora di un sostegno bipartisan al Congresso, ma non da parte del popolo americano che i suoi membri affermano di rappresentare. Molti americani avevano compreso i pericoli della risposta militarizzata degli Stati Uniti ai crimini dell’11 settembre 2001, ancor prima che il Pentagono iniziasse la sua folle corsa alle spese e scatenasse distruzioni di massa su un paese dopo l’altro. Nel 1999 Chalmers Johnson scrisse il suo libro preveggente e acclamato dalla critica , Blowback , in cui spiegava come il militarismo e l’imperialismo statunitensi seminassero inevitabilmente i germi di eventi catastrofici come gli attentati dell’11 settembre. A questo libro seguirono altri tre volumi del suo American Empire Project, prima della sua morte nel 2010. L’ex procuratore di Norimberga Ben Ferencz dichiarò alla NPR una settimana dopo l’11 settembre: “Non è mai una risposta legittima punire persone che non sono responsabili del torto commesso… Dobbiamo fare una distinzione tra punire i colpevoli e punire gli altri. Se ci si vendica semplicemente in massa bombardando l’Afghanistan, per esempio, o i talebani, si uccideranno molte persone che non approvano ciò che è accaduto”. Quando gli Stati Uniti si preparavano a invadere l’Iraq nel 2003, l’indignazione internazionale era così diffusa da generare le più grandiproteste di piazza a livello globale della storia, con circa 36 milioni di persone che manifestavano in 60 paesi. Ma i leader statunitensi ignorarono il rifiuto internazionale delle loro menzogne, sia alle Nazioni Unite che nelle piazze, e insistettero nel fingere che l’Iraq possedesse armi chimiche, biologiche e persino nucleari, e che fosse in qualche modo responsabile dei crimini dell’11 settembre. Il lavaggio del cervello a cui furono sottoposte le truppe di occupazione statunitensi in Iraq fu così completo che, persino a tre anni dall’inizio della guerra, nel febbraio 2006, l’85% delle forze di occupazione statunitensi in Iraq dichiarò in un sondaggio Zogby che la loro missione principale era quella di “vendicarsi del ruolo di Saddam negli attentati dell’11 settembre”. Le menzogne, il lavaggio del cervello, la tortura , i massacri di civili e gli altri crimini di guerra che hanno corrotto gli ultimi 25 anni di storia militare americana, insieme al costo esorbitante, hanno spinto il popolo americano a opporsi fermamente a nuove guerre. Eppure, incredibilmente, non sono riusciti a persuadere i membri del Congresso ad esercitare la loro responsabilità costituzionale di smettere di alimentare il complesso militare-industriale statunitense, ormai fuori controllo, con somme record di denaro, armi e falsi pretesti per la guerra. Trump ha richiesto una cifra record di 1.500 miliardi di dollari per le spese militari per l’anno fiscale 2027. La legge di autorizzazione alla difesa nazionale (NDAA) approvata dalla Camera autorizza 1.150 miliardi di dollari di spese militari discrezionali, con ulteriori finanziamenti al di fuori della NDAA che porterebbero il piano complessivo di spesa militare dell’amministrazione a 1.500 miliardi di dollari. Il Senato ha finora bloccato la propria versione della NDAA. La bozza dell’NDAA include anche disposizioni senza precedenti per integrare ulteriormente la produzione di armi e la condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele. La frustrazione di Trump per il fallimento della cooperazione tra Stati Uniti e Israele nel sconfiggere l’Iran deriva dalla stessa illusione di supremazia militare americana che ha afflitto i suoi predecessori, soprattutto dalla fine della Guerra Fredda. Ma nel suo libro del 2018 “Losing Military Supremacy: the Myopia of American Strategic Planning” (Perdere la supremazia militare: la miopia della pianificazione strategica americana), Andrei Martyanov avvertiva che gli ingenti investimenti statunitensi in portaerei e altre importanti navi e aerei da guerra stavano rapidamente diventando obsoleti a causa di una nuova generazione di missili russi e cinesi, capaci di viaggiare molto più velocemente e più lontano dei missili più avanzati presenti nell’arsenale statunitense. Ormai i missili e i droni iraniani hanno alterato radicalmente gli equilibri militari in Medio Oriente. Hanno costretto le forze armate statunitensi ad abbandonare le basi nel Golfo Persico e obbligano le portaerei americane a mantenersi a 1.600 chilometri dalla costa iraniana. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dovuto trasferire il proprio quartier generale regionale dal Qatar alla Giordania, ma anche lì l’Iran lo ha attaccato . Ora gli Stati Uniti stanno riposizionando una parte maggiore delle loro forze in Medio Oriente, concentrandole in Israele. Ciò innalza la posta in gioco e aumenta i rischi di una futura escalation nella guerra contro l’Iran, e rafforza ulteriormente la complessa alleanza militare statunitense con lo stato genocida di Israele, al quale la maggior parte degli americani ormai si oppone. L’8 agosto, l’Iran ha ribadito sei punti del Memorandum d’intesa già firmato da Trump il 17 giugno, insistendo sul fatto che gli Stati Uniti debbano rispettarli prima di riaprire lo Stretto di Hormuz alla navigazione internazionale. I commentatori occidentali hanno descritto queste nuove e difficili condizioni, ma non sono né nuove né più difficili di prima. Semplicemente, rendono esplicito ciò che era già implicito, ad esempio menzionando esplicitamente la Palestina e lo Yemen, mentre il memorandum originale si limitava a chiedere la fine della guerra “su tutti i fronti, Libano compreso”. Gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato questa guerra, e gli Stati Uniti hanno il potere di porvi fine negoziando in buona fede, sulla base del memorandum che avevano già sottoscritto. Il popolo americano ha fatto enormi sacrifici per finanziare questa macchina da guerra obsoleta, troppo costosa e inefficace. Molti hanno pagato con la vita, con l’integrità fisica o con la salute. Tutti noi paghiamo il costo della bellicosità dei nostri leader e dello sperpero sconsiderato della nostra ricchezza nazionale, che ci lascia privi dei sistemi di supporto fondamentali che i nostri vicini negli altri paesi sviluppati danno per scontati, dall’assistenza sanitaria universale gratuita e un’istruzione pubblica di qualità a salari dignitosi e ferie retribuite. Le priorità corrotte del governo statunitense lasciano irrisolti i nostri problemi più gravi, minando al contempo gli sforzi globali per affrontarli, dalla distruzione del clima e dell’ambiente naturale al pericolo sempre presente di una guerra nucleare. Come suggeriscono i risultati delle elezioni primarie di quest’anno, la maggior parte degli americani desidera una società che si prenda cura dei suoi cittadini, con un governo che risponda ai nostri bisogni più urgenti. Ciò deve certamente includere lo smantellamento di questa macchina da guerra fallimentare, corrotta, fuori controllo e assurdamente costosa. -------------------------------------------------------------------------------- AUTORI: MEDEA BENJAMIN E NICOLAS JS DAVIES, AUTORI DI WAR IN UKRAINE: MAKING SENSE OF A SENSELESS CONFLICT , ORA IN UNA SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA. MEDEA BENJAMIN È COFONDATRICE DI CODEPINK FOR PEACE E AUTRICE DI DIVERSI LIBRI, TRA CUI INSIDE IRAN: THE REAL HISTORY AND POLITICS OF THE ISLAMIC REPUBLIC OF IRAN . NICOLAS JS DAVIES È UN GIORNALISTA INDIPENDENTE, RICERCATORE PER CODEPINK E AUTORE DI BLOOD ON OUR HANDS: THE AMERICAN INVASION AND DESTRUCTION OF IRAQ.
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