contro il g7 di Ginevra
il g7 approda a Evian sulla costa del Lago di Ginevra. Per l’occasione la Svizzera chiuderà moltissimi varchi e dispiegherà 4000 militari sul territorio, un assetto da guerra per impedire qualsiasi risposta popolare alla conferenza. I cortei e le manifestazioni sono state di fatto impossibilitate. In quel weekend i cittadini svizzeri sono anche chiamati al voto su due questioni: la prima per il reintegro della leva obbligatoria; il secondo per la campagna “10 milioni”, ossia promuovere una politica razzista e velocizzare le deportazioni con la scusa della sostenibilità. Contro il g7 si svolgeranno diverse mobilitazioni, per maggiori info: NOG7 Genève – Du 13 au 17 juin 2026, construire la résistance internationaliste à Genève Radio Contre-sommet, un suivi radiophonique contre le G7 – Renversé a 15 chilometri da Evian dove ci sarà il G7 c’è anche una ZAD, occupazione contro la costruzione di un’autostrada che si solidarizza e chiama delle settimane di costruzione e occupazione sul posto. dall’8 al 21 giugno. https://renverse.co/infos-locales/article/re-juin-la-chab-8859
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svizzera
Solidarietà contro il 41bis: ricorso contro il rinnovo del regime duro per Alfredo Cospito
Il 30 Aprile con un documento di circa 75 pagine redatto da ministero della giustizia, DNAA e altre forze di polizia, è stato rinnovato il regime di 41bis per il prigioniero anarchico Alfredo Cospito. A sostenere il rinnovo una serie di motivazioni che vanno dalle iniziative di solidarietà, anche internazionali, e per ultimo l’episodio dell’esplosione nel parco degli Acquedotti a Roma in cui hanno perso la vita Sara e Sandro: l’obiettivo è costruire strutture gerarchiche e ruoli apicali all’interno delle realtà anarchiche, mettendo al vertice la figura di Alfredo. Venerdì 12 Giugno è stata fissata, con tempistiche eccezionali, l’udienza per il ricorso della difesa contro questo nuovo atto di tortura che ambisce ad estendere i confini del carcere duro. Si tratta dell’ultima possibilità sul piano giuridico per contrastare il rinnovo del 41bis ad Alfredo. La decisione è rimessa al tribunale di sorveglianza di Roma, con udienza a porte chiuse. Numerose sono state le restrizioni, che andando ben oltre le esigenze imposte dal regime speciale hanno gravato sulla vita di Alfredo: censura, limitazioni agli acquisti e un bavaglio durato oltre un anno e mezzo. Il 18 Maggio, però, dal tribunale di Bologna è stato possibile attraverso una testimonianza risentire la voce di Alfredo che con una lunga dichiarazione ha avuto modo di ricostruire l’esperienza del 41bis, dello sciopero della fame e le condizioni a cui tante persone sottoposte al regime speciale vivono. Insieme ad un compagno della Cassa Anti Repressione delle Alpi occidentali rilanciamo l’iniziativa davanti alla sede del nuovo tribunale di sorveglianza di Torino e la necessità di continuare ad organizzarsi contro il 41bis e la tortura di Stato.
L'informazione di Blackout
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L’Albania non è in vendita!
Esprimiamo solidarietà totale e massimo sostegno alle proteste di massa del popolo albanese. Di Immigrital Come gruppo multietnico di giovani e proletari in Italia, e fortemente interconnesso alle prime generazioni, abbiamo sempre sostenuto le lotte nei nostri paesi di origine, quali che siano. Crediamo che sia l’unico modo per rompere il ricatto tra miseria nel proprio paese ed emigrazione nel mondo: dall’interno e in autonomia, affinché spostarsi sia scelta e non necessità, libertà e non costrizione. Questa mobilitazione della società albanese assume molteplici forme, tutte profondamente interconnesse. AMBIENTE Come noto, la famiglia Trump vuole acquistare un’area protetta nel Sud dell’Albania. Nei pressi del fiume Vjosa, unico fiume selvaggio e incontaminato d’Europa. L’isola di Sazan, che Ivanka Trump afferma di aver “scoperto” mentre nuotava nelle acque albanesi. Zverneci e l’area di Narta, zone protette con un preziosissimo ecosistema faunistico, dove migrano oltre 200 specie. Queste zone sono legate da secoli, se non millenni, alla popolazione locale: un legame che emerge nell’arte e nella cultura, nella musica e nelle tradizioni orali. Non a caso sono rimaste incontaminate: sono considerate quasi “sacre”, non in senso religioso ma come parte integrante dell’identità collettiva e del rapporto ecologico costruito nei secoli tra abitanti e natura. E chiunque è sempre stato benvenuto CLASSE Ben presto la protesta ha assunto dimensioni di massa, guidata dalla gioventù ma con la partecipazione dell’intera società albanese. Molti giovani lavorano anche 15 ore al giorno, sottopagati o non pagati. Nei call center da cui si risponde alle chiamate provenienti dall’Europa occidentale. Nella cucitura e tessitura di beni e merci che altrove vengono rivenduti come eccellenze nazionali o prodotti di lusso, senza riconoscere il ‘made in ALbania’. Dietro un’etichetta prestigiosa, spesso, c’è manodopera (in questo caso albanese) pagata una frazione del valore che produce. C’è chi risponde alle chiamate dell’Europa da Tirana e chi serve i tavoli sulle coste del Mediterraneo, senza potersi permettere una casa o una vacanza nei luoghi in cui lavora. Di giorno nei call center che rispondono all’Europa, d’estate negli alberghi e nei resort del turismo internazionale, la sera davanti a un biglietto di sola andata per l’emigrazione. Altri affrontano ogni anno la stagione turistica in emigrazione, spesso partendo con un visto studentesco e condividendo le stesse condizioni di sfruttamento vissute in Italia e nel resto d’Europa da lavoratori migranti di ogni provenienza. Ma la protesta non riguarda soltanto i giovani e la forza lavoro precaria, o i disoccupati. Gli anziani sopravvivono grazie alle rimesse dei familiari emigrati o con pensioni di miseria, e da mesi si mobilitano per ottenere condizioni di vita dignitose. Le famiglie sono in strada. I bambini sono in strada. Le coste stanno diventando sempre più inaccessibili per la popolazione locale. Costano ancora poco per chi arriva dall’estero, ma sono ormai calibrate sugli stipendi occidentali e, sempre più spesso, sulle esigenze del turismo di lusso. Chi lotta dice: non siamo contro chi viene ma, da un lato, per lavoro equamente retribuito e, dall’altro, accessibilità per chi vive in Albania e per tutti. E contro, quindi, una direzione di esclusività e lusso -per altri e ‘stranieri CONTESTO Tutto questo si inserisce in un contesto in cui sanità, formazione e gran parte dei servizi essenziali sono stati progressivamente privatizzati e segnati da una corruzione endemica. Un contesto in cui il welfare è stato largamente smantellato a partire dagli anni ’90 e i diritti dei lavoratori sono estremamente deboli, spesso aggirati o negati nella pratica quotidiana. Eppure, proprio in queste condizioni, negli ultimi anni stanno emergendo con coraggio forme di auto-organizzazione e di lotta in molti settori della società: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei percorsi di formazione. Esperienze spesso isolate, ma sempre più diffuse, che hanno contribuito a costruire il terreno sociale da cui nasce anche la mobilitazione di oggi. Per molti giovani albanesi, l’alternativa sembra spesso ridursi a due possibilità: partire o arrangiarsi. È anche contro questo orizzonte che si sta mobilitando una parte crescente della società. NEOCOLONIALISMO E ANTI-IMPERIALISMO Il processo di svendita dell’Albania va avanti da anni. Ospedali, scuole, università, aziende, infrastrutture, patrimonio culturale, beni pubblici e territori sempre più spesso sono svenduti a investimenti e interessi provenienti dalla Turchia, dai paesi del Golfo, da aziende private della Cina, da paesi europei e balcanici, dal Nord America o da grandi capitali russi. Non esiste un campo “buono” da scegliere: si tratta di attori diversi che partecipano, in forme differenti, allo stesso processo. Che si tratti di multimiliardari, grandi aziende, fondi sovrani controllati da interi Stati o di intrecci tra potere economico e politico, come nel caso della famiglia Trump, la logica rimane la stessa: trasformare territori, risorse e comunità in occasioni di profitto internazionale con la complicità di partiti e oligarchi locali. Questa sensibilità non nasce dal nulla. La storia albanese è attraversata da secoli di dominazioni e occupazioni esterne, contro le quali le popolazioni locali hanno dovuto lottare per preservare la propria esistenza collettiva e il diritto all’autodeterminazione. Gettando in mare occupatori nelle stesse coste che Trump vuole comprare. Per questo, nella mobilitazione attuale, la difesa del territorio, della dignità sociale e dell’appartenenza popolare vengono spesso percepite come parti della stessa lotta. LA LOTTA Per questi e molti altri motivi, la mobilitazione è diventata fin da subito una lotta della società nelle sue molteplici forme, attraversando generazioni e territori, e mettendo in discussione molteplici forme di oppressione. Sia il Partito Socialista, al governo da quattro mandati, sia l’opposizione storica del Partito Democratico, ritenuta da molti altrettanto, se non più, corrotta, sono stati individuati come controparte e parte integrante del problema. Insieme alla famiglia Trump, agli oligarchi locali e internazionali e ai processi economici e politici che da anni alimentano il ricatto tra miseria ed emigrazione. È una lotta della società contro i partiti storici e contro i neocolonialismi. Per la partecipazione, la democrazia dal basso e l’autodeterminazione. Per il diritto ad appartenere alla propria terra e a decidere autonomamente del proprio presente e del proprio futuro. Per questo la mobilitazione viene percepita da molti come qualcosa di decisivo: non riguarda soltanto l’oggi, ma soprattutto il domani. Nelle piazze, nei cortei e negli spazi di incontro si respira rabbia, ma anche entusiasmo, creatività e una diffusa sensazione di possibilità. Cartelli, musica, ironia, slogan, discussioni collettive. Interi frammenti di società, energici e creativi, contro i tentativi decennali di introiettare la passività, la sconfitta, la rassegnazione, il fatalismo. La protesta va avanti da una settimana, a oltranza. Si respira un clima di fermento e gioiosità diffusa: organizzazione e immaginazione. Creatività e precisione. Non si parla d’altro: pomeriggio in protesta, a oltranza durante la serata, e il mattino confronti e produzione materiali. E per molti la sensazione più forte non è soltanto la rabbia: è quella di non sentirsi più senza un presente e senza un futuro LA DIASPORA Gli albanesi in Albania sono ormai poco più di 2 milioni. A questi si aggiungono le popolazioni albanofone dei territori limitrofi e una diaspora di milioni di persone diffusa in Europa e nel mondo. E la diaspora, specie in Italia, si è immediatamente attivata. Nonostante le frammentazioni prodotte da decenni di razzismo e classismo strutturale, assimilazione forzata o marginalizzazione estrema. Auto-organizzazione totale attraverso i social, i contatti informali, le connessioni e le reti costruite negli anni. In molteplici città d’Italia. Da Milano a Firenze, da Bologna a Padova, da Torino a Brescia etc L’INTERNAZIONALISMO Quanto brevemente descritto non riguarda soltanto l’Albania. Riguarda molti dei nostri paesi di provenienza, attraversati dagli stessi processi: corruzione, oligarchie locali, partiti venduti -bulli verso la popolazione e servili verso i potenti, privatizzazioni, appropriazione di territori e risorse da parte di investitori stranieri, emigrazione forzata. Assenza di opportunità e giustizia. Paesi considerati da un lato sacrificabili per il lusso e gli interessi di pochi -governi, oligarchi, multinazionali e stati- e dall’altro fonte di manodopera da sfruttare, escludere, incarcerare e razzializzare una volta emigrata. Dai Balcani all’Africa, dall’Est Europa al Sudamerica fino al Sud Asia. Per questo rifiutiamo, in Italia, ogni tentativo di divisione artificiale imposto dall’esterno. Non ci dividono le origini o le culture: le valorizziamo. Ci uniscono invece condizioni materiali spesso simili, percorsi migratori intrecciati e identità in auto-costruzione tra più paesi, più lingue e più appartenenze tra strade e quartieri, fabbriche e lavori di cura. Allo stesso tempo, in Italia, si è attivata anche una grande solidarietà da parte di molte persone italiane, accolta con piacere. Grazie alla nostra presenza ormai trentennale nei quartieri, nelle strade, nei lavori sfruttati, nelle scuole, stiamo contribuendo a riportare alla luce responsabilità storiche troppo spesso rimosse o silenziate: quelle dello Stato italiano e della società italiana nella depredazione dell’Albania (in questo caso, ma anche oltre) e nelle violenze esercitate contro le comunità migranti e i loro discendenti. È anche l’ennesima dimostrazione che, se da un lato esistono processi che tentano, dall’alto, di organicizzare esclusione e marginalizzazione, sfruttamento e oppressione in Italia e all’esterno, dall’altro esistono ampi settori della società italiana pronti a costruire solidarietà ma anche lotta concreta Riguarda l’Albania e gli albanesi ma non solo. Riguarda tutte le nostre comunità migranti e proletarie. Riguarda chiunque rifiuti un modello in cui pochi multimiliardari, arrivati da chissà dove, pretendono di decidere il destino di territori, comunità e popolazioni che vivono quei luoghi. Come non esistessero, e fossero oggetti di cui sbarazzarsi. Loro attraversano il mare, in comodità, per comprare isole, coste e pezzi di futuro. Dicono di “scoprire”, vogliono civilizzzare. Noi lo abbiamo attraversato, con mezzi di fortuna e in clandestinità, per cercare futuro e possibilità. Loro navigano per lusso. Noi abbiamo navigato per superare frontiere. Loro credono di poter comprare tutto. E a noi, oggi, dicono di “tornare a casa nostra”, blaterando di “remigrazione”. Ivanka Trump ha dichiarato, nel podcast di un guru della finanza, che questo progetto rappresenta una delle più grandi sfide della sua vita. Ebbene, sarà una sfida che perderà. Per l’autonomia e l’autodeterminazione dei nostri paesi. Per chi è rimasto. Per chi è partito. Per le nostre comunità proletarie e multietniche nei quartieri delle città in cui oggi viviamo -che sono nostre. Per il diritto delle persone e delle comunità a decidere da sé il proprio presente e il proprio futuro.
Da Al-Dhafra a Sigonella: la rotta dei Triton
  Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell'isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale. Sviluppati dall'industria statunitense Northrop Grumman specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta stabile dal territorio catanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo. Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base? Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio militare?   Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella proveniente dalla base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran. Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso e il Mediterraneo. A partire dall’inizio del 2026, il “Triton” di US Navy (codice di registrazione 169660 / VVPE660) era impiegato per svolgere dagli Emirati operazioni di intelligence, riconoscimento e sorveglianza delle acque del Golfo Persico, propedeutiche all’individuazione di alcuni obiettivi militari e civili iraniani che sono stati colpiti dai bombardieri e dai sistemi missilistici di Washington e Tel Aviv dopo il 24 febbraio. Gli MQ-4C “Triton” sono tra i droni più avanzati e sofisticati delle forze armate USA per lo svolgimento di lunghe e complesse missioni di sorveglianza dei corridoi marittimi strategici e per la raccolta di dati d’intelligence sulle forze “nemiche”. I droni sono basati sulla piattaforma dell’RQ-4 “Global Hawk” prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione “madre” entrata in funzione con l’US Air Force, questi velivoli montano una struttura alare rinforzata per operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, i “Triton” possono operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. I velivoli godono di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche. Quello giunto a Sigonella dallo scalo emiratino di Al Dhafra non è però l’unico “Triton” utilizzato per la campagna bellica contro Teheran. Fin dalla vigilia dell’attacco USA ed israeliano, non c’è stato giorno che dalla stazione aeronavale siciliana non siano decollati verso il Medio Oriente droni MQ-4C di US Navy. Sigonella ha assunto un ruolo chiave per l’individuazione di potenziali obiettivi da colpire in Iran. “Questi velivoli tracciano i movimenti navali militari e il traffico commerciale e svolgono un’efficace allerta preventiva contro potenziali minacce asimmetriche”, spiegano gli analisti del sito ItaMilRadar che monitorizza i voli militari nel Mediterraneo. Le attività dei “Triton” sono poi propedeutiche alle operazioni di attacco vero e proprio. L’esempio più eclatante risale all’8 marzo 2026, quando un MQ-4C partito da Sigonella ha condotto una lunga missione in prossimità delle coste nordorientali iraniane, presso il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio. Il velivolo si è poi diretto verso l’isola di Kharg, terminal petrolifero da cui viene esportato quasi il 90% del greggio di produzione iraniana. Sia il distretto di Bushehr che l’isola di Kharg sono stati oggetto di un massiccio bombardamento USA, la notte del 14 marzo. E’ indubbio che senza il monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target da parte del “Triton” di Sigonella, non sarebbe stato possibile effettuare con successo gli strike. L’installazione di Sigonella ha svolto un ruolo chiave anche durante i bombardamenti israeliani contro l’Iran nel giugno 2025. Poche ore dopo l’attacco ai siti nucleari di Fordow, Natanz ed Esfahan, un drone MQ-4C “Triton” ha effettuato una lunga missione nello spazio aereo del Golfo Persico, sorvolando lo Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi nel corso della mattinata del 22 giugno, probabilmente per spiare le reazioni dell’Iran all’attacco dei bombardieri B-2 e avere piena conoscenza di quanto accadeva alle forze navali USA presenti nell’area. Dal 18 aprile un “Triton” è stato trasferito dalla base di Sigonella a quella di Muwaffaq Salti, nel distretto di Zarqa, Giordania; da lì, dopo il 21 aprile, ha svolto numerose attività di intelligence top secret nell’area mediorientale. “Dallo scalo militare giordano, il drone statunitense può monitorare attivamente l’Iraq, la Siria, il corridoio del Mar Rosso, lo Stretto di Hormuz e parti della Penisola arabica, mantenendo inoltre una flessibilità operativa in tutto il Golfo”, spiegano gli analisti di ItaMilRadar. “La decisione di riposizionare il Triton presso la base aerea “Al Hussein” sembra rispondere a considerazioni di tipo operativo e politico. Il trasferimento in un’area prossima al Golfo consente alla Marina statunitense di ridurre i tempi di spostamento e di accrescere la presenza in orbita sulle aree critiche come lo Stretto di Hormuz (…) Operando dalla Giordania, l’MQ-4C riduce l’esposizione politica come invece è accaduto con un hub tradizionale come quello di Sigonella”. Il trasferimento del drone da Sigonella alla Giordania ha accresciuto le potenzialità operativa dell’assetto bellico, ma è probabile che abbiano pesato sulla scelta di Washington le preoccupazioni espresse dall’opinione pubblica italiana sul progressivo coinvolgimento del nostro paese nell’escalation del conflitto contro l’Iran, dopo che sono stati documentati i voli spia di droni e pattugliatori dalla Sicilia e il via vai dallo scalo di Aviano (Pordenone) di aerei tanker per il rifornimento in volo. La Giordania non ha portato fortuna ai droni “Triton” di Sigonella. La mattina di giovedì 7 maggio, l’MQ-4C registrato con il codice 169804-Overlord02, dopo la partenza dalla base “Al Hussein” è sparito ai radar mentre sorvolava lo spazio aereo a nord dell’Arabia Saudita. Il velivolo aveva trasmesso qualche minuto prima il codice di emergenza internazionale. Un altro incidente era avvenuto il 9 aprile ad un analogo velivolo senza pilota di US Navy. In quell’occasione il “Triton” era decollato però da Sigonella per poi sparire in volo mentre sorvolava il Golfo Persico. Ad oggi restano ancora ignote le cause della “scomparsa”: abbattuto dalla controaerea iraniana o precipitato in mare per un guasto tecnico? Quel che è certo è che il 16 aprile è stato trasferito a Sigonella dalla Naval Air Station di Jacksonville, Florida, un velivolo gemello. ItaMilRadar ha tracciato il volo sull’Atlantico di un Northrop Grumman MQ-4C “Triton” (codice VVPE602), dagli Stati Uniti alla Sicilia. “Questa nuova dislocazione si è resa prontamente necessaria per rimpiazzare il velivolo perduto lo scorso 9 aprile nel Golfo Persico”, hanno spiegato gli analisti. “Il nuovo arrivo consentirà alla Marina militare statunitense di mantenere inalterate le proprie capacità di intelligence a lungo raggio nel teatro operativo”. Come abbiamo visto, due giorni dopo il drone d’intelligence ha raggiunto la base aerea giordana. I “Triton” operano dalla base siciliana dal 2024. In quell’anno furono registrati quattro arrivi di droni dagli Stati Uniti d’America. Il primo velivolo giunse il 30 marzo; il secondo il 19 aprile; il terzo il 18 luglio e il quarto il 7 settembre. Da allora i droni sono stati impiegati operativamente in missioni di intelligence e riconoscimento nel Mediterraneo centrale ed orientale (fino a Gaza e alle coste di Israele, Siria e Libano), in nord Africa (principalmente a largo delle coste libiche) e in est Europa (a supporto delle attività belliche ucraine contro la Russia). Immancabilmente Sigonella e la Sicilia intera vanno in ogni guerra…   Articolo pubblicato in Le Siciliane-Casablanca, n. 91, maggio 2026.
DIFENDIAMO IL DIRITTO DI SCIOPERO NELL’ECONOMIA DI GUERRA
DIRITTO DI SCIOPERO E LOTTE OPERAIE NELL’ECONOMIA DI GUERRA APPELLO PER UN’ASSEMBLEA DI TUTTE LE FORZE SINDACALI, SOCIALI E POLITICHE COMBATTIVE: Riprendiamo da Si Cobas sindacato intercategoriale – lavoratori autorganizzati : La delibera della Commissione di Garanzia dell’11 marzo, che colloca il settore della logistica sotto la Legge 146/1990 sui servizi pubblici essenziali, costituisce un vero e proprio attentato al diritto di sciopero. L’obiettivo è di azzerare il conflitto e l’agibilità sindacale in un settore operaio tra i più combattivi degli ultimi anni, che ha conquistato salario e diritti con lo sciopero e si è rivelato punto di riferimento centrale per l’opposizione alla guerra e alla complicità del governo italiano nel genocidio del popolo palestinese. Secondo la delibera della Commissione di Garanzia, laddove in una azienda, sia essa multinazionale o “cooperativa”, si movimentino anche solo in parte beni essenziali, i sindacati dovranno attenersi al termine di preavviso (10 giorni) e attivare le procedure di raffreddamento prima di poter indire lo sciopero. Questa delibera rappresenta il sogno di tutti i padroni della logistica, a cui viene dato il tempo di riorganizzare i volumi e spostare le merci, limitando l’efficacia dello sciopero: il suo unico scopo è quello di tutelare i profitti derivanti dal supersfruttamento, dai salari da fame, dal caporalato e dalle maxievasioni fiscali e contributive frutto del sistema marcio degli appalti e subappalti, che proprio grazie agli scioperi e alle lotte operaie sono state smascherate e in molti casi superate, restituendo salario, diritti e dignità a migliaia e migliaia di lavoratori. La delibera della Commissione di Garanzia contro il diritto di sciopero si inserisce a pieno titolo nell’attacco repressivo e anti-operaio del governo Meloni, insieme ai 7 decreti sicurezza già approvati e al Ddl “antisemitismo” (in realtà pro-Israele), volti a prevenire e sanzionare le lotte sociali e contro l’economia di guerra. Come hanno dimostrato gli scioperi contro il genocidio in Palestina, contro l’aumento della spesa militare e l’invio di armi – ora molto più difficili e costosi – proprio i lavoratori della logistica hanno rivelato il peso e la potenzialità del protagonismo operaio nell’ottica della ripresa vera di una conflittualità più ampia, mostrando come intralciare efficacemente il sistema di morte e sfruttamento. Spuntando le armi dei lavoratori della logistica ed estendendo la legge sui servizi pubblici essenziali – in linea con le tendenze repressive a livello internazionale – i padroni e il Governo Meloni, veri mandanti di questa delibera, colpiscono tutta la classe lavoratrice, provando a prevenire la lotta al carovita e all’economia di guerra. La mobilitazione contro la delibera 26/88 può e deve diventare l’avvio di una battaglia più generale per cancellare l’intera legge 146/90, approvata e peggiorata nel tempo da tutti i governi per ostacolare gli scioperi veri e un sindacalismo conflittuale e di classe. Al di là delle divisioni, al di là delle competizioni tra sigle, al di là della settorialità delle lotte, spesso fisiologica, serve una mobilitazione unitaria di tutte le realtà sindacali, di classe e combattive, le organizzazioni sociali, i movimenti che si battono ogni giorno per la difesa delle lotte, e supportata dai legali che da anni ne difendono l’agibilità. Per questo chiamiamo un’assemblea nazionale il 27 Giugno con l’obiettivo di lanciare uno sciopero generale, unitario, che rigetti questo attacco anti-operaio e rivendichi forti aumenti di salario. Rilanciamo un’opposizione generale alla Legge 146/1990 sui servizi pubblici essenziali, che da decenni cancella silenziosamente la libertà di scioperare e lottare di numerosi settori, dai ferrovieri ai sanitari, dagli insegnanti agli operatori dei servizi pubblici esternalizzati! DIFENDIAMO IL DIRITTO DI SCIOPERO! MOBILITIAMOCI, ORA! SABATO 27 GIUGNO ASSEMBLEA NAZIONALE ORE 14 MILANO
[it, en, fr, gr] “Chi ha scritto questo?” e “Stabilire una base di sicurezza per anarchici e radicali”. Due opuscoli per eludere identificazione e controllo
Ci vengono segnalati questi due utili e pregevoli opuscoli (in italiano, inglese e altre lingue), che rilanciamo: “Chi ha scritto questo?” https://revs.noblogs.org/?p=195 Also available in English, French, German and Greek at: https://notrace.how/resources/it/#chi-scritto —– “Stabilire una Base di Sicurezza per Anarchicx e Radicali” https://revs.noblogs.org/?p=199 Also available in English at: https://notrace.how/resources/it/#stabilire-base
Materiali
Babele
Hotel di lusso e finanza immobiliare a Bologna. Il caso dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni
(disegno di ottoeffe) Da edificio di proprietà dello Stato ad asset finanziario privato, da uffici a hotel di lusso: la storia dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni di Bologna riassume piuttosto bene la parabola delle grandi città italiane, trasformate progressivamente da luoghi pubblici dove abitare e lavorare a pacchetti finanziari. Costruito nel 1956 su progetto degli architetti Alfredo Cosentino e Giovanni Molteni, l’edificio modernista che fu sede del ministero delle poste e delle telecomunicazioni e poi della Sip dovrebbe diventare entro il 2028 – notizia di qualche giorno fa – un hotel a quattro stelle da duecentoquindici camere, con hall a doppia altezza, coworking, aree food e certificazione ambientale LEED. Oltre quattordicimila metri quadrati, a due passi dalla Stazione e in piena zona universitaria, che saranno gestiti dalla catena alberghiera internazionale B&B Hotels Italia grazie a un investimento da quarantacinque milioni di euro di Covivio Hotels, società controllata dalla francese Covivio (ex Beni Stabili), ovvero uno dei più grandi gruppi immobiliari europei. Per comprendere come un palazzo così importante e in una posizione tanto strategica sia finito dentro i circuiti della finanza globale bisogna però partire da lontano, ovvero dagli anni delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni del mercato italiano delle telecomunicazioni. La trasformazione della Sip prima in Telecom Italia nel 1994 e poi nel gruppo Tim ha cambiato, infatti, anche il destino del patrimonio immobiliare dell’ex società pubblica. Telecom e Tim hanno ereditato enormi quantità di edifici tra sedi tecniche, uffici direzionali e centrali telefoniche che negli anni sono stati dismessi oppure ceduti attraverso operazioni di sale and lease back: la società, in pratica, ha venduto gli immobili per liberare liquidità, continuando però a utilizzarli in affitto. È ciò che è successo anche con l’ex Palazzo delle Telecomunicazioni di Bologna, fino a ieri sede degli uffici di FiberCop, società controllata da Tim insieme al fondo americano KKR Infrastructure e a Fastweb. In questo percorso di gestione e valorizzazione del patrimonio va letta anche la partnership annunciata nel 2000 tra Telecom Italia, Beni Stabili e Lehman Brothers. Beni Stabili, all’epoca, era il principale gruppo immobiliare quotato in borsa del paese, specializzato soprattutto in grandi immobili corporate: sedi direzionali, patrimoni pubblici dismessi, immobili locati a grandi aziende e amministrazioni. Negli anni successivi il gruppo è stato progressivamente integrato dentro Foncière des Régions, altro enorme operatore immobiliare, fino ad assumere definitivamente il nome Covivio, società francese oggi controllata dalla holding Delfin della famiglia Del Vecchio e che tra i suoi azionisti vede anche BlackRock e Vanguard, due dei tre maggiori gestori finanziari del mondo, le cosiddette “Big Three”. È lì che la storia dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni svolta definitivamente verso la rendita urbana. Nel 2017 l’edificio è stato, infatti, trasferito nel portafoglio di Central Sicaf, società di investimento finanziario di Covivio, Crédit Agricole Assurances ed Edf Invest, nata proprio per gestire e valorizzare gli immobili locati a Telecom Italia/Tim, tra cui quello di Bologna. Finché FiberCop è rimasta nell’edificio, il valore dell’immobile derivava soprattutto dalla stabilità dell’affitto corporate. Una volta terminato il contratto e liberati gli spazi, il gruppo immobiliare ha cercato la funzione economicamente più redditizia che oggi, a Bologna come in molte altre città europee, è diventata quella dell’hospitality. Una strategia di espansione nelle grandi città del Sud Europa rafforzata dall’acquisizione, da parte di Covivio Hotels, di altri quattro hotel a Milano per oltre duecento milioni di euro. Ma nella trasformazione dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni c’è un altro elemento decisivo ed emblematico: il cambio di destinazione d’uso. Senza il cambio d’uso, consentito e facilitato dalle norme urbanistiche, previa negoziazione con i comuni – in questo caso Covivio ha affermato di avere già ottenuto un parere preventivo positivo per la conversione – verrebbe meno una delle leve più potenti di produzione della rendita urbana, poiché è la riconversione degli edifici che rende possibile la valorizzazione immobiliare. Per sapere più nel dettaglio quali vantaggi (o svantaggi) per i cittadini produrranno gli accordi negoziali bisognerà attendere – ci si chiede, per esempio, come il nuovo hotel e la sua clientela impatteranno sullo storico mercato popolare della Piazzola davanti al suo ingresso –, ma il caso dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni non è ovviamente isolato. Sono già diversi anni che, nonostante tutti i guai prodotti dal turismo di massa e nonostante la grave crisi abitativa, Bologna cerca di attrarre investitori nell’hospitality di fascia alta e ci sta riuscendo. Altro esempio significativo è quello dell’ex Palazzo della Dogana di via Ugo Bassi, storico edificio cinquecentesco ed ex sede della banca Unicredit che – sempre grazie a un cambio d’uso – dovrebbe essere trasformato in un hotel a cinque stelle dal gruppo internazionale Milu Holding. Il progetto è sostenuto da investitori provenienti da Polonia, Israele, Cipro e Italia e prevede circa cinquanta camere di lusso nel pieno centro storico, a pochi metri da piazza Maggiore. (salvatore papa)
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