Puntata del 22\7\26
APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 6 agosto 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
Riceviamo e diffondiamo:
È disponibile la riedizione del libro “Memorie di libertà. Della Western
Wildlife Unit, dell’Animal Liberation Front”.
Per ricevere copie scrivere a memoriediliberta@canaglie.net.
5 euro copia singola
4 per distributori
A seguire la prefazione della nuova edizione:
Presentiamo con gioia la riedizione del libro “Memorie di Libertà” uscito nel
2005 per la prima volta tradotto in italiano.
Questa è la storia di un piccolo gruppo di persone impegnate nella lotta di
liberazione animale, che decisero di agire direttamente contro l’industria delle
pellicce in alcuni stati dell’ovest americano.
Petizioni, cortei, volantinaggi e tutto il resto delle forme di mobilitazione
consuete e permesse non bastarono a placare il senso di impazienza di questi
ribelli. Mentre la società veniva lentamente sensibilizzata sulle mostruosità
dello sfruttamento animale, le vittime designate continuavano a soffrire e
morire a milioni negli allevamenti, nei macelli e nei laboratori e dovunque ci
fosse del profitto da ricavare.
Questa realtà innegabile spinse negli anni passati molti animalisti a passare
all’azione diretta, alle vie di fatto per liberare davvero gli animali dai
luoghi di tortura e per infliggere danni economici agli sfruttatori.
Non è poi così strano che qualcuno, se convinto dell’uguaglianza tra gli umani e
tutte le altre creature della terra di fronte a ciò che subiscono
quotidianamente, decida di non limitarsi a placare la sua coscienza con i riti
della protesta, ma preferisca fare la differenza agendo nel senso che ritiene
giusto a prescindere dalla legge. In fondo sono poi quelle stesse leggi a
decretare lo status di oggetto e proprietà per un essere vivente.
Riflettendo, liberandosi dalla concezione riformista e dalla logica
dell’intervento settoriale, comprendendo i legami che legano lo sfruttamento
animale alle più ampie dinamiche di dominio che impestano le stesse società
umane, si capisce come non sia possibile alcuna autentica liberazione per
nessuno se resta in piedi questo sistema basato sulla gerarchia, sull’autorità e
sulla produzione forsennata di merci per un consumo insensato.
Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che hanno gli allevamenti intensivi
e all’interdipendenza di questi con le pratiche di agricoltura industriale,
produzione di pesticidi, manipolazioni genetiche e foraggiamento di sterminate
concentrazioni di umani inurbati attraverso la grande distribuzione. Non si
tratta solo della sofferenza del singolo individuo (maiale, gallina, manzo) nei
capannoni ma anche della deforestazione, dell’inquinamento, della fame e della
repressione che colpiscono le popolazioni rurali di gran parte del mondo, dove
le terre vengono privatizzate e le comunità locali sbriciolate materialmente e
culturalmente.
Insomma, se vogliamo liberare gli animali, esattamente come noi stessi, dobbiamo
cercare la rivoluzione, e non ha senso provare a convincere chi ci domina ad
essere un po’ meno spietato.
Questi ragionamenti, questa tensione non hanno certo interessato solo il
gruppetto di cui sono narrate le gesta in questo piccolo libro.
Dalla fine degli anni ’70 si diffuse la pratica della liberazione animale e
nacque una sigla che ha sparso la paura tra gli aguzzini e gli sfruttatori di
animali in molte parti del mondo [1].
Si tratta dell’ALF (Animal Liberation Front).
L’ALF non è un’organizzazione clandestina, non ha strutture gerarchiche o di
altro tipo: è piuttosto un’idea; liberare gli animali dai luoghi di tortura
facendo tutto da sé, senza chiedere a nessuno. Chiunque lo faccia può usare a
suo piacimento quell’acronimo.
Moltissime persone per decenni hanno reso concreta questa idea liberando
centinaia di migliaia di animali da ogni tipo di struttura assassina e spesso
distruggendo le proprietà degli sfruttatori. In certi paesi le azioni erano
quotidiane e andavano dalle più piccole come rompere i vetri ad una pellicceria,
alle più grandi come ridurre in macerie un laboratorio o un fast-food [2].
Negli USA, ad esempio, nella seconda metà degli anni ’90 l’ALF era considerato
dall’FBI come la principale minaccia terroristica interna avendo causato milioni
di dollari di danni soprattutto ai settori della ricerca e dell’allevamento.
È proprio in questo contesto che si muovono i protagonisti del libro. Le loro
imprese sono solo un piccolo tassello di un movimento molto ampio che continuava
ad agire anche alla luce del sole con tenacia, coraggio e aggressività.
Un esempio sono le campagne contro dei luoghi specifici: più che altro
laboratori di vivisezione o allevamenti di animali destinati a questo orrore.
Quando partiva una di queste mobilitazioni gli attivisti facevano tutto il
possibile per portare alla rovina queste imprese impedendo il normale svolgersi
del “lavoro”: picchetti, blocchi, raduni rumorosi a qualsiasi ora, disturbo alle
abitazioni dei proprietari e degli impiegati, e spesso si faceva vivo l’ALF
rendendo dura economicamente e psicologicamente l’attività presa di mira. In
questo modo sono stati chiusi numerosi allevamenti e cani, gatti, cavie,
conigli, scimmie sono stati affidati a mani amorevoli invece di finire sotto il
bisturi di sadici in camicie bianco [3].
Anche in Italia ci sono stati successi in questo campo come con gli allevamenti
Morini e Greenhill. Quello che le associazioni burocratiche e legalitarie
specializzate in attivismo e piagnistei non avevano neanche provato a fare è
stato ottenuto in pochi anni da un movimento spontaneo, senza leader e
organizzato in modo orizzontale.
Poi è successo qualcosa.
Chi scrive non ha ancora capito cosa, ma in poco tempo, negli ultimi quindici,
dieci anni dall’offensiva si è passati alla stasi e poi a ripiegare per arrivare
alla situazione attuale in cui il movimento antispecista non può certo essere
considerato una minaccia per lo status quo. Certo, in alcuni paesi la
repressione dello stato si è fatta sentire con leggi speciali create ad hoc e
pesanti condanne in carcere per un ristretto numero di attivisti [4].
Ma non si può addebitare solo a questo la passività e l’inconcludenza che sono
dilagate e hanno demolito un movimento che era tra i più vivaci e diffusi. Forse
è stato lo spostarsi progressivo delle attività dal mondo reale a quello
virtuale, l’accomodarsi esclusivo su pratiche più comode e accettabili come la
dieta vegana, un ritorno a prassi degne delle burocrazie che un tempo venivano
criticate (delega, raccolta firma…), l’influenza di tanti piccoli leader con le
loro divisioni e l’incessante narcisistico filosofeggiare, e di sicuro anche
altro. Di certo vi è
l’incapacità dei più di pensare e intraprendere una prospettiva e progettualità
a lungo termine, probabilmente anche dovuto ad un sistema sociale che annienta
la capacità di pensiero profondo e di azione progettuale a discapito del
sensazionalismo immediato e dell’indecisione atavica. La liberazione animale non
consiste solo in uno sfogo di rabbia spontaneo ma, come descrive bene questo
libretto, in un desiderio di libertà lungimirante e costante nella propria vita.
Richiede passione, esperienza, relazioni di fiducia, conoscenze pratiche,
contatti e sangue freddo, altrimenti il massimo che saremo in grado di fare è
accodarci all’ennesima protesta senza sbocco.
Il compito di analizzare ciò che è successo avrebbe dovuto essere preso in
carico da un intero movimento ma questo non è accaduto. Ad oggi anche le tante
esperienze del passato rischiano di perdersi nella società degli smartphone e
della comunicazione istantanea che non sedimenta… Ma finché c’è oppressione c’è
resistenza, e l’augurio è che questo libretto possa far riflettere qualche
ribelle.
1 Tutta l’Europa compresa la Russia; USA e Canada, Messico e alcuni stati
del sud America come Cile, Argentina, Brasile, Indonesia, Australia.
2 Consultare online le riveste “No compromise” e “Bite Back” e “Arkangel”
3 Alcuni di questi posti: Newchurch (cavie), Hillgrove (gatti), Consort
Kennels (cani), Shamrock (scimmie)
4 Come in U.K. con l’A.E.T.A. (Animal Enterprise Terrorism Act) diretto
contro le proteste di massa
Le rotte complici di MSC da Gioia Tauro al nuovo terminal di Messina
Un terminal croceristico a Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo
municipale, dalla Cattedrale e dal Campanile con l’orologio astronomico più
grande al mondo, per far sbarcare nel capoluogo dello Stretto fino a un milione
di “turisti” all’anno. Così, dopo le scorribande a Gaza, West Bank, Libano,
Siria, Yemen ed Iran, la nuova meta turistica per israeliani e militari in
pausa-premio sarà la Sicilia. Quasi tutto ruota attorno alla MSC, che opera in
Israele dal 1990 con collegamenti marittimi settimanali e promuove Gerusalemme a
“capitale di Israele”.
Prima il Salento, poi la Sardegna, adesso la Sicilia. L’Isola è il nuovo
paradiso dei turisti israeliani, militari in pausa-premio dopo le scorribande a
Gaza, West Bank (Cisgiordania), Libano, Siria, Yemen ed Iran, di manager e
dipendenti delle grandi aziende dello stato sionista che fanno profitti con le
commesse di guerra e gli investimenti nei territori occupati, in palese
violazione del diritto internazionale.
L’ultimo caso ha visto il residence di lusso a Brucoli (Augusta) del gruppo
Mangia’s invaso da funzionari e agenti di Ashtrom Goup, il principale gruppo di
costruzione e immobiliare israeliano, con tanto di escursioni scortate dalla
polizia di stato italiana, ai più importanti musei e scavi archeologici del
siracusano. Come se non bastasse, si profila all’orizzonte la trasformazione
della Sicilia nella principale meta nel Mediterraneo del crocerismo di massa,
sotto la spinta e gli interessi plurimiliardari di uno degli attori più potenti
del mercato, la MSC - Mediterranean Shipping Company, indissolubilmente legata
all’establishment finanziario, economico e militare di Israele.
Un paio di settimane fa, l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto ha
affidato, per 21 anni, ad una società interamente controllata dal colosso dei
trasporti navali e della logistica marittima MSC, la gestione del costruendo
terminal croceristico della città di Messina, a poche centinaia di metri dal
Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal campanile con l’orologio astronomico
più grande al mondo. Con il fine dichiarato di far sbarcare presto nel capoluogo
dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno.
Una scelta devastante dal punto di vista socio-ambientale senza alcun effetto
concreto sul piano occupazionale, che si sommerà alla trasformazione
dell’antistante zona falcata, sede della base della Marina Militare, in un
centro operativo per la guerra navale in ambito nazionale e NATO, previo
ampliamento delle infrastrutture per consentire l’approdo fino a quattro grandi
pattugliatori navali di ultima generazione - i PPX polivalenti lunghi ognuno 95
metri - di produzione Leonardo-Fincantieri SpA.
L’hub crocieristico e il Polo militare navale di Messina sanciscono l’ennesimo
saccheggio del territorio siciliano, con l’espoliazione di ogni forma di
partecipazione decisionale da parte dei cittadini. Con l’aggravante, stavolta,
che l’intervento estrattivista sul “locale” si interfaccerà con i crimini
globali, a partire dal genocidio del popolo palestinese per mano delle classi
dirigenti economico-finanziarie e militari israeliane, ben protette e alimentate
a tutti i livelli internazionalmente. Sì, perché proprio la MSC - Mediterranean
Shipping Company è indicata come una delle società marittime più coinvolte nella
logistica di guerra a sostegno delle forze armate di Israele, nella loro azione
sanguinaria contro i palestinesi e tanti altri popoli mediorientali.
Sarà la società Messina Cruise Terminal S.r.l. che curerà la realizzazione del
terminal dello Stretto e ne gestirà il funzionamento per quasi un quarto di
secolo. In verità di Messina ha solo il nome, perché la sede sociale in via
Agostino Depretis 31, Napoli ed è presso la Camera di commercio partenopea che è
stata iscritta il 27 maggio 2013. Oggetto sociale la gestione servizi della
stazione marittima e l’accoglienza dei passeggeri delle navi da crociera. La
società può svolgere inoltre il controllo degli accessi e la vigilanza;
l’applicazione delle misure di security della struttura; la gestione degli spazi
pubblicitari; la pulizia e raccolta rifiuti nell’area di gestione; lo
sfruttamento di aree commerciali interne.
La Messina Cruise Terminal S.r.l. ha iniziato le proprie attività il 30 luglio
2013; il capitale sociale è di 20.000 euro: il 97% (19.400 euro) in mano a
Marinvest S.r.l., mentre il restante 3% (600 euro) è di MSC Sicilia S.r.l..
Nonostante la società abbia registrato nel 2014 un fatturato annuo di 1.381.846
euro (con un utile negativo di 174.321 euro), alla data del 31 marzo 2026
registra in organico solo due dipendenti.
Marinvest è una società di diritto italiano soggetta al controllo (indiretto)
della MSC Mediterranean Shipping Company Holding S.A., quartier generale a
Ginevra (Svizzera), leader a livello internazionale nei settori del trasporto
marittimo di merci e passeggeri e delle crociere, nonché dei servizi portuali di
movimentazione e della logistica. Anche l’altra società che detiene un piccolo
capitale sociale di Messina Cruise Terminal, MSC Sicilia S.r.l., è interamente
controllata da MSC Mediterranean Shipping Company. Con sede sociale a
Tremestieri Etneo (Catania) e sede operativa a Palermo, MSC Sicilia svolge
servizi connessi al trasporto marittimo e per vie d’acqua; in ambito
croceristico MSC Sicilia gestisce oltre 150 scali l’anno nei porti di Palermo,
Messina e Siracusa.
La MSC - Mediterranean Shipping Company S.A. è la prima compagnia di gestione di
linee cargo a livello mondiale; dispone di 900 navi portacontainer e movimenta
annualmente 27 milioni di TEU (unità-container equivalente a venti piedi). La
compagnia è presente in 155 paesi con 493 uffici, 70.000 dipendenti, 500 porti
scalati, 200 rotte commerciali. Secondo i dati più recenti, MSC gestisce il
20,6% del traffico marittimo mondiale, seguito dalla Maersk con il 14,1%.
Attraverso la Terminal Investment Limited (TIL), MSC controlla o partecipa alla
gestione di decine di terminal strategici nei principali “gateway” marittimi
mondiali. Parallelamente, ha rafforzato la propria presenza nella logistica
terrestre, nei servizi ferroviari, nel trasporto intermodale e nelle attività
portuali. In Italia il gruppo MSC gestisce il transhipment nel porto di Gioia
Tauro (Reggio Calabria) e attraverso la Marinvest S.r.l. controlla diversi
terminal portuali, tra cui Napoli, La Spezia, Civitavecchia, Genova, Catania,
Venezia e Brindisi.
A capo dell’holding MSC ci sono i coniugi Gianluigi Aponte (originario di
Sant’Agnello, Napoli e naturalizzato svizzero) e Rafaela Diamant Pinas (doppia
cittadinanza, svizzera e israeliana). Secondo la rivista Forbes, nel 2025
Gianluigi e Rafaela erano in possesso di un patrimonio di circa 75 miliardi di
dollari, classificando il primo al 44º posto tra gli uomini più ricchi del
pianeta e la moglie al primo tra le donne. Gianluigi Aponte ha iniziato la sua
carriera come capitano di traghetti passeggeri nel golfo di Napoli.
Successivamente si è trasferito a Ginevra per operare nel settore bancario
all’interno della società IOS (Investors Overseas Services), di proprietà del
finanziere plurimiliardario Bernard “Bernie” Cornfeld, nato ad Istanbul,
Turchia, da padre ebreo rumeno e madre ebrea russa. Nel 1969, dopo aver ottenuto
un finanziamento dai genitori della moglie Rafaela, Gianluigi Aponte acquistò la
sua prima nave da carico, “Patricia” con cui avviò attività di import-export in
Corno d’Africa. Da quel momento l’ascesa dell’armatore è stata inarrestabile:
nel 1988 ha acquisito la storica società di navigazione Flotta Lauro-Starlauro
per fondare una linea di crociere sussidiaria, MSC Crociere. Sempre nel 1988,
Aponte diede vita alla divisione logistica di MSC per il servizio di trasporto
terrestre globale. Dodici anni dopo fu fondata la Terminal Investment Limited
(TiL) per operare in tutto il mondo nel settore della gestione di terminal
container.
Nonostante si parli e si scrivi un po’ ovunque di “gruppo Aponte”, alla
realizzazione e al consolidamento dell’impero economico-finanziario ha dato un
contributo fondamentale Rafaela Diamant Pinas, la “self-made woman più ricca del
mondo”, così come viene descritta da alcune testate giornalistiche. “Figlia di
un banchiere israeliano con sede in Svizzera, Rafaela è donna forte e
determinata; ed è la donna senza la quale la compagnia di navigazione MSC non
avrebbe avuto il successo che ha avuto”, scrive Io donna. Gianpiero Aponte e
Rafaela Diamant Pinas hanno avuto due figli, Diego e Alexa, rispettivamente
presidente del gruppo e direttrice finanziaria di MSC. A fine 2025 i coniugi
hanno deciso di trasferire a Diego e Alexa Aponte la proprietà di tutte le
società. Gianluigi Aponte ha mantenuto comunque il ruolo di executive chairman.
MSC e il genocidio del popolo palestinese
Come documentato e denunciato da BDS Italia (la sezione italiana del movimento a
guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro
Israele), MSC è direttamente coinvolta nella logistica di guerra e nel genocidio
dei palestinesi della Striscia di Gaza. L’MSC opera nello stato sionista dal
1990 e attualmente muove da qui 600.000 TEU di merci all’anno. “Esistono
collegamenti rapidi e diretti da Israele a qualsiasi altra destinazione
europea”, sottolinea MSC. “I servizi europei regolari e di trasporto marittimo a
corto raggio di MSC fanno scalo settimanalmente ad Haifa e ad Ashdod”.
Altrettando inscindibili i legami di MSC con Israele nel settore crocieristico.
La Mediterranean Shippin Company offre due distinti itinerari per visitare lo
Stato sionista e alcune località palestinesi della West Bank, ovviamente senza
mai ricordarne l’occupazione illegale; negli spot pubblicitari Gerusalemme viene
descritta inoltra come “capitale di Israele”.
Il conflitto scatenato da Israele nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023
non ha limitato o ridotto le operazioni del gruppo MSC da e verso Israele. “La
società ha fornito servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi
clienti in Israele e continua a effettuare scali regolari nei porti israeliani
senza interruzioni”, scrive BDS Italia. “Con lo scoppio della guerra, la
direzione dell’azienda in Israele si è dedicata al trasporto di attrezzature
militari e mediche essenziali, nonché al trasporto di progetti speciali da
destinazioni in tutto il mondo, essenziali per rafforzare le capacità di
combattimento e di sicurezza”. Inoltre MSC ha deciso di non imporre sovrapprezzi
di guerra ai propri clienti, nonostante le compagnie assicurative abbiano
aumentato i premi per le navi che fanno scalo in Israele, né ha riscosso le
spese di sosta prolungata dei container nei porti israeliani a seguito della
riduzione del personale richiamato al fronte.
Tra i principali porti del Mediterraneo utilizzati da MSC per il trasporto di
sistemi d’arma e attrezzature strategiche c’è quello di Gioia Tauro. Il 18
giugno 2024 ha fatto scalo nell’hub calabrese la nave cargo MSC “Arina”, posta
subito sotto sequestro dalle forze dell’ordine poiché trasportava un ingente
materiale bellico all’interno di alcuni container provenienti dalla Cina. Nello
specifico venivano individuati droni del tipo “Chengdu Wing Loong II”,
modificati con un sistema di collegamento dati Thales e ottiche israeliane. I
sistemi di guerra erano destinati alle forze militari libiche di Bengasi,
guidate da Khalifa Haftar. Il 28 giugno 2024, sempre nel porto di Gioia Tauro,
la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno posto sotto sequestro un
carico di armi a bordo della portacontainer MSC “Apolline”, anch’esso destinato
alle milizie libiche del generale Haftar.
Relativamente alla Israele connection di MSC - Mediterranean Shipping Company è
opportuno menzionare quanto documentato dalla giornalista Linda Maggiori,
autrice del volume “La flotta del genocidio”, pubblicato da Altreconomia nel
dicembre 2025. “Durante il genocidio, MSC ha continuato a fornire servizi di
trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e ad
effettuare scali regolari nei porti israeliani, senza interruzioni”, scrive
Maggiori. L’autrice si è soffermata in particolare sulle rotte che collegano
alcuni porti italiani a Israele, attraverso il mare Adriatico e il Tirreno: la
Linea A della MSC che collega Koper, Trieste, Venezia, Haifa ed Ashdod; la
Israel Feeder da Gioia Tauro ad Ashdod e Haifa e ritorno al porto calabrese via
Beirut (Libano), Izmit e Tekirdağ (Turchia), Port Said (Egitto).
A seguito di una segnalazione della stessa giornalista e di BDS Italia e USB
Calabria, il 18 marzo 2026 la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane del
terminal di Gioia Tauro hanno bloccato e messo sotto ispezione otto container
con una partita di acciaio balistico proveniente dall’India. Gli
otto container avrebbero fatto parte di un carico molto più grande di acciaio
partito dall’India tra il dicembre 2025 e il gennaio 2026 su quattro diverse
navi cargo della compagnia MSC. Le ispezioni hanno accertato che l’acciaio era
stato prodotto dall’acciaieria indiana RL Steels & Energy Ltd., che nel suo sito
rivendica una “partnership duratura con le aziende della difesa israeliane”. La
stessa azienda a novembre 2025 aveva spedito 125 tonnellate di acciaio per uso
militare alla fabbrica di armi IMI Systems, di proprietà di Elbit System, che si
trova a Ramat HaSharon in Israele.
Sui traffici di materiale militare verso Israele si è soffermato il rapporto sui
traffici di armi e carburante dall’Italia verso Israele, pubblicato nel marzo
2026 dal Palestinian Youth Movement e dai Giovani Palestinesi in Italia (GPI).
Secondo le due organizzazioni, a partire dall’ottobre 2023 almeno 22 spedizioni
militari sono partite dai porti italiani dirette in Israele, di cui 18 destinate
al gruppo militare-industriale Elbit Systems e alle sue filiali. “La maggior
parte dei carichi è stata imbarcata nei porti di Ravenna e Genova, con una
spedizione aggiuntiva partita da Venezia e un’altra da Salerno”, scrivono i
giovani palestinesi. La maggior parte delle navi mercantili associate a
spedizioni dai porti italiani verso Israele sono di proprietà della MSC -
Mediterranean Shipping Company e della controllata MSC Shipmanagement Ltd.: si
tratta delle MSC “Adriana II”, “Asli II”, “Caitlin II”, “Edith II”, “Lea II”,
“Melani III”, “Mia Summer II”, “Nita” e “Rhiannon”.
Il 20 aprile 2026, tredici imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in rotta
verso la Striscia di Gaza, dopo la partenza dal porto di Barcelona, si sono
sganciate dal resto della flotta nonviolenta per intercettare e deviare la MSC
“Maya” in navigazione a largo delle coste della Tunisia per dirigersi verso i
porti di Ashdod e Haifa. Secondo gli attivisti della Global Sumud Flotilla,
l’unità del gruppo Aponte stava trasportando “materie prime fondamentali per
alimentare la macchina bellica israeliana”. Gli scioperi e le azioni dirette dei
portuali in tutto il Mediterraneo e le operazioni di “blocco navale” promosse
dalla Flotilla hanno posto all’attenzione internazionale le gravissime
responsabilità di MSC nell’alimentare le operazioni belliche israeliane in tutto
lo scacchiere mediorientale e la campagna genocidiaria contro il popolo
palestinese. Ma, soprattutto, hanno segnato una direzione chiara e netta verso
cui indirizzare gli sforzi della comunità mondiale che solidarizza con le
sorelle e i fratelli gazawi e chiede la fine immediata dei massacri e il ritiro
di Israele dai territori illegalmente occupati. Fermare tutto a partire dai
centri della logistica di guerra e di morte, boicottare, disinvestire e
sanzionare le holding e i gruppi finanziari, economici e industriali che
moltiplicano profitti e dividendi sul sangue dei palestinesi. MSC in testa con
il suo terminal hub a Messina del crocierismo mangia, distruggi e fuggi…
Articolo pubblicato in Le Siciliane. Casablanca, n. 92, luglio 2026
Il Corriere della Sera suggerisce che i due giovani tedeschi arrestati in Val di
Susa sarebbero vicini ad Askatasuna anche perché hanno nominato come legale
Gianluca Vitale. L’avvocato replica con …
Stamattina la posa delle tende per il Presidio Itinerante nella piana di Susa è
stata negata da un ingente dispiegamento di celere e digos su tutti i tre punti
previsi dal campeggio: Traduerivi, il presidio di San Giuliano e Farmacia Viva.
Ad attivare le forze dell’ordine l’indizione nella notte di zone rosse su gran
parte del territorio valsusino, un emendamento reso possibile dall’ultimo
decreto sicurezza.
Il presidio si è spostato alla piazza del mercato di Susa, per maggiori info
seguire il canale telegram: Presidio di San Giuliano
Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il primo numero di La Ginestra, rivista di critica ecofemminista,
stampata in proprio nell’estate 2026.
Per inviare contributi o ricevere copie scrivere a: laginestra@canaglie.org – 47
pagine, offerta libera
Qui la copertina: Copertina
Qui indice e prefazione: Indice+prefazione
“I motivi per cui abbiamo deciso di iniziare questo progetto sono diversi.
Alcuni forse si comprenderanno leggendo i vari testi che abbiamo scritto e
raccolto. In primo luogo c’era l’esigenza di studiare, in un mondo in cui le
notizie arrivano continuamente ci carichiamo di una serie di informazioni che
non sempre riusciamo a cogliere con senso critico. La continua lotta di
“intellettuali” e “politicanti” contro il significato, e il lavoro di
annientamento che svolgono contro il pensiero critico, ci fa sentire moralmente
obbligate a lavorare contro
la rinuncia al sensibile. Non avevamo idea di cosa sarebbe diventata la
Ginestra, l’abbiamo capito solo durante, e grazie, la lettura e il confronto che
hanno caratterizzato questi mesi. La Ginestra non vuole essere una raccolta di
approfondita analisi teorica, non perché
questo non sia importante, ma perché semplicemente non è il nostro obiettivo, e
probabilmente richiederebbe uno studio ancora più approfondito. Piuttosto la
consideriamo un viaggio tra i nostri pensieri e le nostre tensioni, tensioni e
pensieri che di certo vanno anche al di là di questo piccolo progetto. Ci sono
stati libri e pensatrici che ci hanno accompagnate. Da Leopardi, ai surrealisti
francesi; dalla letteratura greca alle letture ecofemministe; dalla poesia ai
racconti palestinesi. Dobbiamo molto a ciascuna di queste pagine, quelle in cui
ci siamo
ritrovate, ma soprattutto quelle in cui non ci ritroviamo. Importante per noi è
raggiungere orizzonti nei quali troppe poche volte ci siamo immaginate,
aggiungere una nota poetica non è stato casuale. L’eccesso di realtà ha bisogno
della poesia. Come non è stato casuale interrogarci sulle questioni relazionali.
Partendo da esperienze molto diverse ci siamo ritrovate incastrate nello stesso
nodo, e senza tentare di scioglierlo ci sembrava impossibile immaginarci in una
prospettiva rivoluzionaria e di sussistenza. Il nodo della questione relazionale
ci ha accompagnato in tutto il nostro piccolo viaggio. La conclusione, o meglio
il punto di partenza, a cui siamo giunte è che ci mancano delle esperienze di
sorellanza. Che non è, almeno per 5 noi, l’esperienza di unione interclassista
di donne unite contro il patriarcato. Il nostro sentimento di sorellanza non può
andare oltre la classe, così come non può andare oltre i sentimenti di affinità
e reciprocità. E la ricerca di questo sentimento non può prescindere dalla lotta
contro la macchina tecno-bellica e gli Stati che la proteggono e allevano,
sperimentando sui nostri stessi corpi.”
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/07/29/sprint-sul-decreto-sul-riconoscimento-facciale-ira-delle-opposizioni_0c3b1df0-6c14-490f-9cf6-9cb2d422ffb5.html
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/07/29/riconoscimento-facciale-con-lia-e-polizia-i-nodi-del-decreto_3276f0e7-a9b2-41d5-be7a-ab79d16e6517.html
https://www.lindipendente.online/2026/07/28/usa-dopo-la-scuola-woke-arriva-il-progetto-delleducazione-maga-e-sionista//?tg_rhash=cb891b7c9401eb
Il Tav, o meglio, il no al Tav torna al centro
Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica
istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav, che negli
ultimi anni si era cercato di mettere sotto al tappeto con una buona
collaborazione dei media mainstream, è tornata ad occupare il centro delle
preoccupazioni di tutti. C’è chi invoca il pugno duro, Salvini in testa — anche
se non abbiamo potuto fare a meno di notare che il Ministro delle Infrastrutture
non sia stato nemmeno invitato a visitare il cantiere di Chiomonte. Forse,
rimasto escluso dalla gita in elicottero, ha dovuto sfogare altrove la propria
frustrazione. C’è chi, come Tajani, torna a parlare dei soliti “teppisti No
Tav”, e chi, da Renzi a Calenda, coglie l’occasione per ribadire il sostegno
all’opera e attaccare la presunta “sinistra connivente”. Proprio quella
“sinistra” targata Pd che, lo ricordiamo, da sempre si è tirata su le maniche
per promuovere la grande mala opera e che non ha perso occasione per continuare
a sponsorizzarla. Anche il verde Bonelli si fa coinvolgere dal teatrino delle
dissociazioni dimostrando di non comprendere qual è la vera posta in palio.
Dunque, tra l’affanno da un lato nell’attaccare Meloni sul suo stesso terreno
della sicurezza (non gestite abbastanza bene l’ordine pubblico) e l’accusa di
“strumentalizzare” gli scontri, diciamo che la sinistra storica trova poco tempo
ed energie per ragionare seriamente sull’evidente inutilità dell’opera e sul suo
ruolo nefasto nel sostegno ad un progetto che ha condannato la Val di Susa ad
essere una zona di sacrificio sul territorio italiano. I pochi che pubblicamente
provano invece a sostenere le ragioni della protesta, vengono accusati di essere
amici dei “terroristi”.
Anche in aula a Torino è andato in scena un bel teatrino: Lo Russo in silenzio,
l’opposizione in visibilio (entrambi pronti a convocare un nuovo corteo di
madamine per settembre probabilmente dimentichi dell’epic fail di otto anni fa),
tutti alla ricerca di una fotografia e di una ripresa da parte della stampa,
come se tutto questo fosse un gioco e non ci fosse invece un grande problema che
coinvolge decine di migliaia di valsusini, miliardi che sono stati e
continueranno ad essere buttati via, un territorio montano deturpato, non per il
tanto decantato progresso, ma per fare contenti le solite lobby del tondino e
del cemento. Uno spettacolo decadente, ma per davvero, degno di una classe
politica incapace e autoreferenziale.
Ma il punto della questione è ben espresso dall’editoriale di Sorgi che ha
allietato la scorsa domenica: il Tav è cosa vecchia ma ormai va fatto solo per
non dare ragione a chi si oppone all’opera? Quali conclusioni possiamo trarre,
se non che il tema è più che mai centrale e che, con ogni probabilità, rischia
di mettere in difficoltà molti se la politica continuerà a ignorare i solidi
argomenti contro questa infrastruttura portati avanti da decenni dal Movimento
No Tav e dai suoi tecnici? A maggior ragione in vista della campagna elettorale,
tanto sul piano locale quanto su quello nazionale. Un progetto sul quale sarà
impossibile non prendere posizione e che, a rigor di logica, chi ambisce a
qualche comoda poltrona, dovrà iniziare a considerare per quello che è: un’opera
senza futuro.
La lotta è giovane, checché se ne dica
La partecipazione di massa alle giornate del Festival Alta Felicità è un
qualcosa che riempie il cuore. E soprattutto la grande presenza di giovani e
giovanissimi, non solo venuti per divertirsi (cosa assolutamente buona e giusta
e per niente scontata di questi tempi), ma anche per prendere spazio e essere
protagonisti. Dalle giornate che hanno preceduto il Festival con il weekend di
lotta, ai montaggi sino alle diverse mansioni che occorre condividere per la
buona riuscita di un evento di tale portata, la presenza giovanile ha fatto la
differenza. Giovani capaci di non delegare, capaci di non rimanere indifferenti
davanti alle ingiustizie, capaci di crescere e di confrontarsi con una realtà
complessa e eterogenea. A fronte della retorica con cui, dal governo ai media,
questi giovani vengono descritti a targhe alterne come bamboccioni o criminali,
a seconda della convenienza del momento, la Val di Susa continua a essere
orgogliosa di accogliere ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi.
Un’occasione per imparare gli uni dagli altri, passarsi il testimone di un modo
diverso di vivere e attraversare il territorio e dimostrare che un altro futuro
non solo è possibile, ma può essere costruito collettivamente.
Lo ha detto Nicoletta durante la conferenza stampa al presidio di Venaus “la
lotta rende giovani” ed è qualcosa che ci teniamo stretti.
L’opera è vecchia e dopo l’estate di lotta rallenterà ancor di più
Si parla di 1 milione di euro di danni al cantiere di Chiomonte ma ancora non
sono state effettuate le valutazioni definitive, il che ci dice che saranno
destinati ad aumentare. Da quando l’opera venne proposta, i tempi e i soldi ad
essa destinati non hanno fatto altro che allungarsi. In queste ore Paolo Foietta
non riesce a trattenere le (e qui lo citiamo) “minchiate” nel riferirsi alle
dichiarazioni di chi ha osato parlare di obsolescenza dell’opera. Il presidente
della Commissione Intergovernativa lascia trapelare un po’ di nervosismo
nell’intervista rilasciata a Lo Spiffero, in cui si mette in dubbio il
cronoprogramma del Tav. Nelle stesse righe viene sottolineato che, se la prima
previsione di fine lavori era datata 2015, spostata al 2030 e successivamente
rinviata al 2033, il ritardo complessivo ammonta a 18 anni. A contribuire al
ritardo, possiamo dirlo, dal 2005 a oggi chi si è opposto all’opera per tutte le
sacrosante ragioni che ben conosciamo. Anche la marcia ai cantieri di Chiomonte,
San Didero e Salbertrand di sabato scorso ha dato il suo piccolo apporto in
questo senso. Eppure Foietta nega l’evidenza sottolineando che i problemi sono
di natura economica e tecnica, in quanto la montagna è complicata da perforare.
Sembrerebbe, così, dare ragione proprio a chi da sempre ne contesta l’utilità.
Del resto, bucare una montagna ricca di amianto e uranio per realizzare una
nuova linea ferroviaria quando ne esiste già una storica, così come prevedere
compensazioni economiche per un territorio nel tentativo di mettere una toppa a
un problema già profondo, è complicato e non fa che alimentare una serie di
paradossi.
Nel frattempo, le indiscrezioni parlano di un nuovo commissario. Forse Meloni
inizia a pensare che Mauceri non sia stato all’altezza del compito? Mentre il
centro dell’opera dovrà fare i conti con le conseguenze materiali in seguito
all’iniziativa di centinaia di persone che hanno deciso di compiere gesti
concreti per difendere una Valle martoriata, i suoi tentacoli si allargano. Così
da Salbertrand a Susa fino ad Avigliana passando per Rivoli e Rivalta nuovi
progetti fanno capolino: un chiaro esempio di rubinetti che si aprono per
irrigare con una pioggerella di soldi chi ci deve guadagnare ancora un po’.
Diventa così ancor più chiaro che le opere complementari sono un vero e proprio
accessorio da borsetta per chi ha la possibilità di approfittarne. Non c’è da
temere però perché, come si è visto in questo ultimo anno, in tutti questi
territori laddove vi è un’ipotesi di nuovo cantiere nasce una nuova resistenza,
fioriscono nuovi volti, si accendono nuove possibilità.
La giustizia di magistrati e corrotti
I pm indagano per devastazione e saccheggio e sperano nell’aggravante di
terrorismo. Se c’è una cosa che insegna la lunga storia No Tav è che dalle
pesanti e roboanti accuse ciò che ne esce è molto spesso (per fortuna!) una
prova di ridimensionamento. Alimentare il dibattito giornalistico con titoli
sensazionalistici è una strategia comprovata, oliata e a tratti efficace per i
detrattori del Movimento No Tav e in generale di chi si oppone all’opera. Molto
spesso infatti, seppur con pene molto pesanti frutto della giustizia a due
velocità che è prassi nel nostro Paese, i numerosi processi svoltisi in questi
decenni hanno dimostrato che non è così scontato poter comprovare certe accuse.
Da ultimo il processo che è iniziato con l’accusa di associazione sovversiva,
poi immediatamente derubricato in associazione per delinquere, che ha visto il
crollo in primo grado dell’accusa di reato associativo. Ovviamente ricordiamo
che non contenta la Procura ha intrapreso il processo in appello il quale è
ancora in corso e bisognerà vederne l’esito, detto questo le boutade che agitano
il fantasma del terrorismo denotano la solita ignoranza e cultura di scarsissimo
valore di Procura, Questura e politicanti di una certa risma in questo Paese.
Negli anni anche i più ferventi e accaniti haters dei No Tav, dai pm Padalino e
Rinaudo a magistrati come Caselli a politicanti di bassa lega come Stefano
Esposito, hanno molto spesso assistito a una vera e propria debacle delle loro
personalissime battaglie. Quel che resta sempre vero è che, se da un lato c’è
chi continua a cavalcare lo spauracchio della trita e ritrita formula del
“blocco nero”, dall’altro è sempre più evidente la volontà, spontanea e
trasversale, di tante persone di rendersi protagoniste delle mobilitazioni. Un
entusiasmo crescente che continua ad attraversare generazioni, percorsi ed
esperienze diverse. Anche sabato 26 luglio 2026, così come il 3 luglio 2011,
c’erano ragazze e ragazzi, valligiani e non, che hanno scelto di autodifendersi:
coprendosi le vie respiratorie per proteggersi dai lacrimogeni e riparandosi la
testa dai lanci ad altezza uomo, una pratica che sappiamo essere tutt’altro che
eccezionale e che, quando sfugge al controllo, può avere conseguenze anche
gravi. I lacrimogeni lanciati dagli agenti a Chiomonte sono stati nell’ordine
delle centinaia e, anche questa volta, hanno comportato un forte rischio di
provocare incendi. Nonostante ciò, anche in questa occasione, le forze
dell’ordine hanno continuato a lanciarne invece di intervenire per spegnere i
focolai utilizzando gli idranti.
C’è stato chi, in maniera spontanea e auto-organizzata, ha avuto la lucidità di
prendere in mano una manichetta del cantiere e darsi da fare per spegnere i
principi di fuochi causati dall’esplosione dei candelotti.
Il mondo è in fiamme
In queste settimane di caldo senza precedenti scorrono sui nostri schermi le
immagini dei cavalli in fuga dall’incendio nel Sud della Francia o della città
di Bordeaux a rischio evacuazione o le foreste del Canada o le nostre coste
meridionali sfiancate dagli incendi. A fronte di una emergenza climatica come
quella che stiamo vivendo, a fronte di forze politiche e istituzioni che
guardano e passano senza minimamente preoccuparsi di organizzare dei tentativi
per affrontarle, chi si pone il problema di difendere un territorio dovrebbe
essere l’esempio a cui guardare. La cura dell’ambiente, il rispetto per chi ci
vive che sia esso umano o non umano, è un aspetto prezioso di questo nostro
presente. Che ancora si parli di Tav come un mito di progresso è chiaro a tutti
che sia soltanto per mancanza di fantasia nell’inventare un altro slogan più
credibile. Cementificare, consumare suolo, erodere montagne, prosciugare
sorgenti, contribuire all’aumento dei gradi con il surriscaldamento generato dai
lavori e dai cantieri è criminale. Lo è a fronte di anziani a rischio per la
loro vita rinchiusi negli appartamenti delle nostre città, lo è a fronte di
bambini che non vedranno più il susseguirsi delle stagioni, lo è davanti a
giovani che devono scegliere se restare o emigrare perché i profughi climatici
saranno destinati ad aumentare. L’invivibilità del pianeta è profondamente
all’ordine del giorno e non è più accettabile che politici e istituzioni pensino
di poter vivere come Re Mida sentendosi graziati dal cambiamento climatico in
atto perché potranno beneficiare di bunker climatizzati o isole tutte loro. Non
è accettabile e, a quanto pare, in tanti e tante non stanno con le mani in mano
e non se ne fanno una ragione ma anzi, guardano al futuro con l’urgenza di
lottare per un modello di vita diverso, alternativo e degno dei nostri desideri
e ambizioni.
Riconoscimento facciale di massa e associazione a delinquere per i cortei: il
governo Meloni trasforma le piazze in luoghi sospetti e chi manifesta in un
potenziale nemico interno Non siamo …
di Fabrizio Salmoni* Dopo gli scontri ai cantieri della Torino-Lione, il
Movimento No Tav torna al centro del dibattito politico. Tra repressione,
retorica sicuritaria e criminalizzazione del dissenso, la mobilitazione …