[2026-11-05] INCONTRO DI MUTUO AIUTO TRANS* @ Csoa Gabrio
INCONTRO DI MUTUO AIUTO TRANS* Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino (giovedì, 5 novembre 18:00) INCONTRO RETE DI MUTUO AIUTO TRANS* 🏳️‍⚧️💖 Sei una persona trans? Vuoi contribuire a formare una rete di scambio di conoscenze ed esperienze con altre persone trans? Sei stancx di dover sempre passare per istituzioni e persone cis per dirimere i tuoi dubbi? Vogliamo costruire uno spazio orizzontale di AUTO-MUTUO-AIUTO tra persone trans* dove poterci scambiare e fornire gli strumenti per gestire la nostra salute. Crediamo nei principi dell'auto-gestione, dell' auto-organizzazione, della solidarietà e del mutualismo. Non vogliamo offrire un servizio o uno sportello, ma creare una realtà di mutuo aiuto, fra pari, da dentro la nostra comunità, dove poter mettere insieme conoscenze ed esperienze, tra noi e tra persone transfemministe alleate. Navigare la propria salute come persone trans è spesso complesso, tra gatekeeping, leggende metropolitane, stereotipi negativi e personale sanitario non adeguatamente preparato, quando non proprio discriminatorio. Questo momento vuole essere uno spazio per infrangere quegli ostacoli alla nostra autodeterminazione, e creare dei momenti di solidarietà concreta tra persone trans, qualsiasi sia il loro percorso. Se hai qualcosa da condividere, porta le tue conoscenze, se hai qualcosa su cui vuoi saperne di più, porta i tuoi dubbi. Ci vediamo al CSOA Gabrio, Consultoria FAM il 5/11 dalle ore 18! ❤️
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30 OTTOBRE: LO SCIOPERO GENERALE PARTE DAI PORTI
Dal comunicato stampa GSF si legge Il 30 ottobre 2026 i porti si fermeranno per lo sciopero generale in vista della seconda giornata internazionale di lotta dei lavoratori portuali , sulla base della Dichiarazione di Istanbul approvata al Terzo Incontro Internazionale dei sindacati dei portuali e dei lavoratori dei porti del Mediterraneo e dell’Europa del maggio 2026. La coalizione Ports in Action – CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport Workers Federation of India – coinvolgerà oltre 100 siti portuali nel mondo. In Italia lo sciopero generale è stato indetto dall’Unione Sindacale di Base e rilanciato, a livello nazionale, dall’intero sindacalismo di base: Usi – Cit, Confederazione Cobas, Si Cobas, Unicobas, Sial Cobas, Adl Cobas, Clap, Ssb, oltre a numerose categorie della Cub.  In avvicinamento allo sciopero è stata bloccata in data 22 ottobre dal gruppo dei portuali autonomi di Livorno la nave SUNAID X diretta alla base militare statunitese di Sigonella. Ne parliamo con Simone dei GAP Livorno:
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ELEZIONI IN ISRAELE E VIOLENZE AI SEGGI
Con una partecipazione eccezionale al voto, ovvero del 77,7% degli aventi diritto che si sono recati alle urne,  il Likud di Netanyahu e i suoi alleati hanno ottenuto 53 seggi. Il risultato arriva contro i 48 seggi del principale blocco di opposizione guidato dal centrista Gadi Eisenkot, come molti dei partiti contro cui gareggia il Likud, ideologicamente affine al partito avversario. Nessuno dei due schieramenti ha raggiunto i 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza in Parlamento. Le elezioni sono avvenute in un clima di violenza: attacchi alle urne, agli elettori arabi – interessata una partecipazione al voto mai vista con cui hanno ottenuto 19 seggi. Ne parliamo con MIchele Giorgio, corrispondente ufficiale del manifesto a Gerusalemme e direttore di Pagine Esteri:  
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[2026-11-04] AperiQueer di provincia @ Zac! Ivrea
APERIQUEER DI PROVINCIA Zac! Ivrea - Via dora Baltea 40/b, Ivrea (mercoledì, 4 novembre 18:00) Tutti i mercoledì di ottobre, dalle 18 allo Zac potrai trovare uno spazio sicuro e queer, dove conoscersi e chiacchierare in maniera informale. AperiQueer è accessibile: non sono necessarie particolari abilità sociali, troverai qualcunə prontə a facilitare le conversazioni. Il drink è offerto.
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Aperitivo
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Queer
Val Susa: brucia un altro presidio, ma la storia continua
Ripubblichiamo questo articolo firmato da Chiara Sasso per Volere La Luna. La notte di giovedì 22 ottobre anche il presidio no Tav di Borgone è andato a fuoco. Dal rogo è rimasta la ferraglia. Spuntoni di ferro che non si piegano nonostante tutto attorno ci sia solo cenere. Del resto cosa ci può mai essere dentro una casetta di legno costruita da presidianti? Un luogo che avevano ricostruito dopo che il vecchio presidio a sua volta era stato bruciato (16 gennaio 2010). Questo, dopo il rogo avvenuto al presidio di Bruzolo e in seguito a quello di Vaie e poi a San Didero. Cosa ci può mai essere di così pericoloso dentro un presidio se non libri, qualche pentola e piatti per incontri mangerecci, e ormai foto appese ai muri di chi “è andato avanti”. Parole sì, tante: per appuntamenti, per manifestazioni, per predisporre ogni anno il banchetto sangria al festival Alta Felicità, per organizzare la pulizia dei sentieri di montagna fra Bruzolo e Borgone (comunità). Ultimamente per partecipare agli incontri contro la riapertura dell’acciaieria Beltrame poco distante. Ma soprattutto tanti ricordi, feste di compleanni di figli e nipoti, incontri dei giovani no Tav. Un patrimonio immateriale che va avanti da trent’anni; nello specifico per Borgone da 21 anni, da quando era stato costruito il primo presidio no Tav per opporsi ai sondaggi. Era lunedì 20 giugno 2005 e quella mattina fra il consiglio comunale organizzato sul prato, il rosario detto dal parroco del paese con i fedeli, la madonna del Rocciamelone che assisteva, il canto di “Bella Ciao” per irrompere, le truppe di occupazione erano state rimandate al mittente. Non c’era stato il tempo di festeggiare perché bisognava riproporre il format per Bruzolo dove sarebbe avvenuto il secondo tentativo di presa dei terreni. «Ieri sera al presidio di Borgone si è discusso delle strategie da adottare per trovarci pronti a Bruzolo lunedì». Partivano le email con il (quasi) decalogo: «1) Non farsi malmenare; 2) mantenere un clima allegro, disteso; 3) non accettare provocazioni; 4) sindaci e gonfaloni in prima fila; 5) presentarsi con gli scolapaste in testa; 6) arrivare all’alba per non farci fregare il posto; 7) attenzione a non finire sotto un’auto attraversando la statale; 8) ricordarsi che la lotta sarà ancora lunga, dopo Borgone e Bruzolo ci sarà Venaus. Il libro Facce no Tav ripercorre la storia. Poi nel gennaio 2010 il presidio di Borgone raso al suolo. Sul campo scritte “Si Tav” e la stufa di ghisa, ferma in mezzo al disastro, simbolo della ripartenza. Sembrava smagrita nella sua forma bombata, generosa di ferraglia ma ancora riconoscibile. Per cinque anni aveva riscaldato quel luogo, a volte infeltrendo il bordo di giacche di chi per cercare il caldo l’abbracciava un po’ troppo. Nessun passo indietro, la voglia immediata di ricostruire il presidio ancora più bello. “Brucia più a voi che a noi”. Non si può pensare che non cambi niente in una storia che sta attraversando mezzo secolo. Cambiano le persone, la velocità della comunicazione e di pensiero, cambiano i progetti. Ne arrivano altri. Il presidio di Borgone (parlandone da vivo) un mese fa aveva ricevuto la notifica di esproprio del terreno da parte delle ferrovie per la costruzione di una mega rotonda che andrà ad attraversare i prati (fino ad ora incontaminati). Obiettivo: chiudere un piccolo passaggio a livello e dare accesso all’area “industriale” di Borgone. Già si pensava di spostare il presidio poco più in là, senza drammi. Ogni tanto si pensa di trovare un luogo dove far confluire pezzi che raccontino e materializzino questa storia. Ecco arrivata ennesima risposta. Meglio continuare a custodire in decine e decine di case private, pensando che sia una grande collezione a cielo aperto. E poi non è ancora arrivato il momento di pensare alla “memoria”. Finché qualcosa vive, ha bisogno di spazio di tempo di possibilità di aggregazione. Non è un racconto compiuto, non ancora eredità. La notte di giovedì 22 ottobre i vigili del fuoco hanno detto di non aver trovato nessun segnale che possa far pensare ad un atto doloso. Strano: nei giorni precedenti il presidio non era stato aperto. Anche ora, davanti a tutta quella cenere, non si fanno drammi. C’è piuttosto un sentimento personale di “magone” senza lacrime. «Il magone denota l’accoramento con la suprema finezza dei sensi interni, di quella miriade di percezioni invisibili che scocca fra noi e il nostro corpo. Si tratta quindi di una parola di grande intelligenza: una sensazione forte che nasce dentro il corpo» (Giorgio Moretti, Dizionario delle parole perdute).
ANDIAMO A VEDERE I MOSTRI DELLA VALLE
🎃 Sabato 31 ottobre portiamo l’attenzione sulle ferite del nostro territorio. 🧟‍♂️ I veri mostri non sono quelli di Halloween: sono il cemento, i fili spinati e i cantieri della Torino-Lione che continuano a devastare la Val di Susa. 🏚️ San Didero, Traduerivi, Chiomonte, Salbertrand: raggiungiamo i nostri luoghi insieme! 🕷️ Bismillah c’est les ténèbres!
Guerra e acciaio: la Beltrame vorrebbe fondere i rottami di Israele?
L’Italia è il primo importatore di rottami ferrosi da Israele. Mentre la distruzione della Palestina si intreccia con circuiti commerciali opachi, in Val di Susa si discute della riattivazione del forno Beltrame. Due vicende diverse, dentro un sistema economico in cui guerra, produzione industriale e sfruttamento dei territori sono sempre più intrecciati. Dietro le bombe, le città rase al suolo e le popolazioni costrette a sopravvivere tra le macerie si muovono interessi economici, catene di approvvigionamento e mercati che continuano a funzionare: un sistema nel quale la distruzione si accompagna alla produzione, gli armamenti diventano un settore strategico e le risorse continuano a circolare anche quando vengono sottratte a territori devastati. In Palestina, la distruzione sistematica di case e infrastrutture lascia dietro di sé montagne di macerie. Intanto, l’Italia diventa il principale importatore di rottami ferrosi da Israele. In Val di Susa, invece, si discute della proposta di riattivare il forno elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San Didero e Bruzolo, per produrre acciaio fondendo rottami ferrosi. Non stiamo parlando della stessa situazione. Ma queste vicende impongono di guardare oltre i singoli impianti e le singole transazioni, per interrogarsi sul modello economico che li attraversa: un modello nel quale le esigenze della produzione e gli interessi strategici degli Stati si intrecciano, mentre il costo umano e ambientale viene scaricato sui territori e sulle popolazioni. A mettere in luce un aspetto inquietante di questa vicenda è l’inchiesta pubblicata il 21 ottobre scorso da Altreconomia. I dati delle Nazioni Unite e dell’Istat mostrano un’impennata delle importazioni italiane di rottami ferrosi da Israele: dalle appena 73 tonnellate del 2023 alle 99.000 del 2025, fino alle 125.000 tonnellate registrate nei primi sei mesi del 2026. Un flusso commerciale cresciuto enormemente proprio mentre la Turchia, principale acquirente dei rottami israeliani, riduceva le proprie importazioni. Non parliamo di una questione astratta. L’inchiesta ricostruisce le denunce internazionali relative alla rimozione e alla frantumazione delle macerie nella Striscia di Gaza da parte dell’esercito e di imprese israeliane. Secondo il rapporto di Euro-Med Human Rights Monitor citato nell’articolo, i materiali vengono separati e trasportati fuori dalle aree sottoposte al controllo militare israeliano. Tra questi, ferro proveniente dagli edifici distrutti e carcasse di automobili e ambulanze. Il problema è che, una volta frantumati, selezionati e mescolati con altri rottami, quei materiali possono entrare nella catena commerciale senza che la loro origine sia più facilmente riconoscibile. Ed è proprio su questo punto che l’inchiesta apre interrogativi pesanti. Nel porto di Venezia, dove nel 2025 sono entrate oltre 68.000 tonnellate di rottami ferrosi da Israele e più di 105.000 nei primi sei mesi del 2026, le Dogane hanno dichiarato che non risultano importazioni con origine Gaza o Territori palestinesi occupati. Allo stesso tempo, hanno rifiutato di rendere noti nel dettaglio i criteri e le modalità dei controlli sulle singole spedizioni. A Brindisi, invece, l’Agenzia delle Dogane ha negato l’accesso ai dati richiesti, sostenendo che la loro divulgazione avrebbe arrecato un pregiudizio alle attività imprenditoriali delle aziende interessate. L’autrice dell’inchiesta ha deciso di presentare ricorso al TAR. Dunque, mentre esistono denunce circostanziate sul prelievo delle macerie palestinesi e sul loro possibile sfruttamento commerciale, le informazioni necessarie a ricostruire la provenienza dei materiali restano in larga parte inaccessibili. In tutta questa vicenda, l’Italia non è uno spettatore esterno ma il principale destinatario dei rottami ferrosi esportati da Israele. Un ruolo che impone responsabilità precise: non basta dichiararsi estranei alla distruzione se poi si continua a partecipare a circuiti commerciali di questo tipo. E’ in questo quadro che va collocata la proposta di riattivazione del forno elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San Didero e Bruzolo. L’impianto è fermo dal 2012 e l’azienda ha presentato un progetto per ripristinare il ciclo produttivo, con una capacità dichiarata di 800.000 tonnellate di acciaio all’anno, un investimento annunciato di circa 50 milioni di euro e la promessa di 150 posti di lavoro.Infatti, mentre la guerra torna a essere presentata come un orizzonte permanente e la riconversione industriale verso produzioni strategiche e militari assume un peso sempre più crescente, anche le scelte locali devono essere discusse per ciò che comportano realmente. Quali bisogni dovrebbe soddisfare questa produzione? Quali interessi economici la sostengono? Quali costi ambientali e sanitari ricadrebbero sulla Valle? Non basta evocare gli investimenti e i posti di lavoro per chiudere la discussione. La salute, la qualità dell’aria e la tutela del territorio devono essere al centro della valutazione, non variabili subordinate alla convenienza economica dell’impresa. Il forno è fermo da oltre tredici anni. Oggi si vorrebbe ripristinare un ciclo produttivo capace di raggiungere 800.000 tonnellate annue, chiedendo alla comunità di accettare le conseguenze di una scelta che risponde anzitutto a una strategia industriale di larga scala. Il Comitato Zero Emissioni e le persone che si stanno mobilitando contro il progetto hanno messo al centro proprio la necessità di difendere la salute e il futuro della Valle rifiutando l’idea di essere parte di questi meccanismi. L’opposizione al progetto non arriva soltanto dalla popolazione che si sta impegnando attivamente. Anche diversi Comuni della Valle (Bruzolo, San Didero, Borgone, Condove, Villar Focchiardo, Chianocco, San Giorio) insieme all’Unione Montanta, hanno presentato osservazioni, mettendo in discussione le criticità del progetto e richiamando la necessità di tutelare la salute pubblica producendo così un ulteriore rallentamento dell’iter autorizzativo della richiesta depositata dal Gruppo Beltrame: i termini sono stati rinviati a fine gennaio e la decisione potrebbe slittare persino al 2028. Il progetto, dunque, è tutt’altro che una partita chiusa. La mobilitazione e la presa di posizione delle amministrazioni locali dimostrano che la riattivazione del forno è ancora una scelta contestata, sulla quale la Valle ha diritto di far sentire la propria voce. Non è una battaglia contro il lavoro. È una battaglia contro il ricatto che pretende di rendere ogni impianto intoccabile in nome dell’occupazione, come se non fosse possibile discutere quali produzioni servano davvero alla collettività, a vantaggio di chi vengano realizzate e quali costi vengano scaricati sulle comunità. La retorica della sostenibilità vorrebbe farci credere che trasformare un rifiuto in una nuova materia prima sia sufficiente a rendere virtuoso tutto ciò che viene dopo. Ma parlare soltanto di economia circolare significa nascondere il problema dietro un’etichetta rassicurante. La questione non è soltanto come riciclare, ma quale modello di produzione alimentiamo, per soddisfare quali interessi e a spese di chi. La Palestina ci mostra fino a dove può arrivare un sistema in cui la disruzione programmata di un territorio e della sua popolazione non interrompe gli affari, ma può perfino aprire nuovi mercati. La Val di Susa ci ricorda che anche qui esistono interessi industriali pronti a chiedere altro spazio, altre risorse e la disponibilità delle comunità ad accettarne le conseguenze. Non sono situazioni equivalenti. Ma non possiamo ignorare il filo che le attraversa: la subordinazione dei territori e dei popoli alle esigenze della produzione, del profitto e della guerra. L’inchiesta di Altreconomia ci obbliga a guardare dentro le catene di approvvigionamento che collegano i mercati internazionali ai territori dilaniati dalla guerra. La proposta Beltrame ci impone di discutere su che tipo di futuro vogliamo qui in Valle. Sono questioni che si incontrano nel momento in cui l’economia di guerra tende a normalizzare la militarizzazione, la competizione per le risorse e la sottomissione delle scelte collettive agli interessi industriali e strategici. La guerra non è soltanto distruzione: è anche un sistema di produzione, circolazione delle merci e accumulazione economica che coinvolge imprese, istituzioni e filiere internazionali. L’economia di guerra ha bisogno di territori da devastare, risorse da sottrarre, filiere da alimentare e comunità disposte a pagare il prezzo delle scelte altrui. Dalle macerie della Palestina alla proposta di riaccendere il forno Beltrame, ciò che va messo in discussione è un modello che subordina la vita, la salute e il futuro dei territori agli interessi della produzione e del profitto. Non esiste alcuna inevitabilità in tutto questo. La guerra non è un destino, così come non lo è la trasformazione della Valle in un territorio da sfruttare. Opporsi alla militarizzazione, denunciare gli affari che si alimentano della distruzione e contrastare nuovi impianti imposti in nome dello sviluppo significa rifiutare la stessa pretesa: che siano sempre le popolazioni a doversi piegare alle esigenze del potere economico e politico.
λ3 – 40 Watts From Nowhere – intervista a Sue Carpenter di KBLT
40 Watts From Nowhere è un documentario uscito nel 2026, tratto da un libro omonimo, dedicati a KBLT, leggendaria Radio Pirata di Los Angeles. Ricostruiamo la storia della stazione radio di Silver Lake, e in generale il contesto delle radio pirata negli Stati Uniti di quegli anni insieme a Sue Carpenter, autrice del libro e del documentario, nonché fondatrice della celebre radio che trasmetteva tra la camera da letto e il bagno della propria casa.
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Comunicato delle cinque attiviste italiane arrestate e deportate da Israele
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato delle cinque attiviste italiane arrestate lo scorso 22 ottobre dalle forze di occupazione israeliane a Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, e successivamente espulse dal Paese. Le cinque si trovavano insieme ad altre sei persone internazionali in visita a una famiglia palestinese quando sono state fermate da coloni israeliani e successivamente detenute dalla polizia. Nel comunicato denunciano le condizioni della detenzione, il ruolo delle autorità italiane e, soprattutto, la sistematica violenza dell’occupazione israeliana contro la popolazione palestinese, che continua a essere oscurata dall’attenzione mediatica riservata agli attivisti internazionali. Di seguito il comunicato integrale. Siamo le cinque ragazze italiane arrestate ed deportate dalle forze di occupazione israeliane. Il 22 ottobre undici attivistə internazionali, oltre a noi una tedesca, un britannico, un irlandese, uno statunitense, un’austriaca e un’ ungherese, sono statə detenutə da coloni israeliani e poi dalla polizia israeliana mentre visitavano una famiglia palestinese a Masafer Yatta, nella West Bank occupata. Non c’è davvero differenza tra esercito e coloni: in diversi posti viene delegato proprio a questi ultimi il controllo del territorio. E quando non è così, la comunicazione e la complicità tra esercito, polizia e coloni è più che stretta. La stampa racconta che la Farnesina ha ottenuto il nostro rimpatrio. Ma qui non c’è proprio nulla da ottenere: noi non volevano essere espulse, volevamo restare in solidarietà con il popolo palestinese. Quello che la Farnesina dovrebbe ottenere è, al contrario, una spiegazione delle ragioni per cui siamo state arrestate e detenute per 48 ore, rinchiuse in delle celle senza avere accesso a un processo e a contattare i nostri affetti. Il governo dovrebbe chiedere perché nei territori palestinesi persone internazionali non possano stare accanto alle famiglie indigene mentre raccolgono le olive nella loro terra e cercano semplicemente di vivere la propria quotidianità. Come mai le loro case e le loro terre vengono arbitrariamente sottratte, occupate, dichiarate zone di addestramento militare, cacciando le famiglie che ci abitano da sempre. Ci chiediamo inoltre come sia possibile che criminali di guerra possano godersi le vacanze in Italia, all’interno di resort privati, scortati da Digos e polizia senza subire alcuna conseguenza. Come sempre nei media europei, fa notizia l’arresto di persone internazionali e non la violenza sistemica che i Palestinesi subiscono ogni giorno dalla Nakba del 1948 e ancora prima. Le famiglie palestinesi vivono sotto un regime di apartheid e terrore imposto dall’occupazione israeliana e sotto la costante minaccia di espulsione e pulizia etnica. Vedono negati i permessi per costruire le proprie case o di accedere alle loro terre, dove i coloni indisturbati possono pascolare i loro greggi rubati ai palestinesi e costruire strade e colonie illegali sotto la legge internazionale. Le persone sono tagliate fuori dalle proprie fonti di acqua, i loro pozzi, le strade e le case, vengono distrutti. Una violenza costante per costringere la gente ad abbandonare la propria terra. Non possiamo evitare di pensare alle proteste dei contadini e gli autotrasportatori del Sud Italia, che piangono vicino ai loro alberi di ulivo e al fatto che il lavoro di una vita non permetta loro di arrivare a fine mese. Non possiamo dimenticare delle migliaia di armi che escono dalle industrie della Leonardo a partecipazione statale e alle innumerevoli mobilitazioni contro il riarmo che hanno invaso le strade, le scuole, i porti e le stazioni durante questi anni. Davanti a tutto questo, il Governo è rimasto in silenzio. Al posto di ascoltare le proteste contro il carovita e dare delle risposte alle piazze, continua a finanziare la macchina di morte che porta avanti il genocidio, l’occupazione e lo sterminio in Palestina. Quello che ci è successo è inaccettabile ma la situazione delle persone palestinesi è cento volte peggiore. Sono arrestate ogni giorno, nessun ministero degli esteri interviene per loro conto, nessun media si mobilita in loro difesa. Anche bambine e bambini sono detenuti illegalmente nelle carceri israeliane al cui interno gli vengono inflitte violenze fisiche, psicologiche e sessuali e nelle quali spesso muoiono, nel silenzio assordante del mondo. Lo sappiamo bene, anche perchè durante la nostra detenzione abbiamo ricevuto minacce e derisioni. Un agente ha alluso a come si sarebbe divertito con noi la mattina della partenza, e alla potenziale minaccia di uno stupro. Paura con la quale abbiamo dovuto convivere tutta la notte nella nostra cella. Chiediamo alla comunità internazionale di smettere di trattare la violenza sionista come una nota a piè di pagina. Chiediamo che il Governo italiano non si limiti semplicemente a delle note di condanna che non hanno alcun risultato né significato reale. Che si attivi per garantire protezione alle famiglie palestinesi di Hebron e di tutta la Palestina occupata. Vogliamo lo stop delle deportazioni e dei ban per gli attivisti, vogliamo la rottura di qualsiasi tipo di rapporto economico e commerciale con l’entità sionista. Chiediamo la chiusura delle ambasciate israeliane in italia e la fine di ogni tipo di complicità. Lo Stato deve fare pressione affinché i coloni responsabili dello sterminio della popolazione in West Bank come a Gaza, e tutte le strutture statali che li rendono possibili, rispondano delle proprie azioni; e che si ponga fine all’impunità che rende la vita dei palestinesi sacrificabile. Solidarietà con il popolo di Massafer Yatta. Solidarietà con la Palestina. Non smetteremo mai di lottare per una Palestina libera e per la libertà di tutte le popolazioni oppresse.
La vittoria di Lula in Brasile. Una rimonta in quattro movimenti
(disegno di luis c. marighella) Domenica scorsa, il secondo turno delle elezioni in Brasile ha sancito la vittoria di Lula contro il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro. Con una differenza di circa 4,4 milioni di voti rispetto all’avversario, Lula diventa presidente del Brasile per la quarta volta, a ottantun anni. Nessun presidente democraticamente eletto ha mai collezionato quattro mandati nella storia del Brasile. Sebbene questo sia già di per sé un record, lo è maggiormente se si considera che mai nella storia del paese un candidato arrivato secondo al primo turno della tornata elettorale è riuscito a ribaltare il risultato e vincere al secondo turno. Abbiamo chiesto a Giuseppe Cocco, professore dell’Università Federale di Rio de Janeiro e animatore della rete Universidade Nômade, cosa ha determinato un risultato così straordinario. Intanto, a conferma del pericolo scampato per la democrazia brasiliana, mentre postiamo, apprendiamo che Flavio Bolsonaro, sul quale pendono diverse inchieste per corruzione, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita  e legami con la criminalità organizzata, ha attraversato il confine con l’Argentina e da lì con un aereo è scappato negli Stati Uniti. Si può dare una prima risposta alla vittoria di Lula, generale ed emotiva: la sensazione è di grande sollievo davanti a un vero e proprio incubo. Una sensazione ancora più forte del 2022, quando venne sconfitto il padre di Flavio Bolsonaro. Questa volta sarebbe stato molto, ma molto peggio. La prima spiegazione di quel che è successo è che siamo passati da un voto nel primo turno orientato al cambiamento a un voto di sbarramento. La gestione burocratica e sostanzialmente vuota della campagna di Lula nel primo turno (guidata dalla convinzione di avere la vittoria in tasca davanti a un candidato senza carisma e neppure esperienza), insieme con la grave crisi della Corte Suprema, aveva portato al quasi-disastro: non solo il figlio di Bolsonaro si è mostrato competitivo, ma è arrivato addirittura primo (contro ogni previsione). Allo stesso tempo, la differenza tra i due candidati restava molto piccola: Flavio superava Lula di appena 2,2 milioni di voti, in un paese di circa 160 milioni di aventi diritto al voto. Cos’è successo dunque tra il primo il secondo turno? Tre movimenti, che possiamo riassumere schematicamente così: la mobilitazione della piazza; l’occupazione della sfera digitale; il lancio di un’agenda attiva di governo (con appoggio del Parlamento e del Senato). A questi tre movimenti, se ne può aggiungere un quarto, importantissimo: con l’avvicinarsi del ballottaggio, un numero crescente di figure politiche e pubbliche indipendenti, anche di destra, hanno moltiplicato le dichiarazioni di voto per Lula, contro la minaccia alla democrazia. Insomma, il santo che ha compiuto il miracolo della rimonta di Lula è una moltitudine trasversale: in parte spontanea, in parte istituzionale. IL PRIMO MOVIMENTO Anche se c’erano tanti segni premonitori, il risultato elettorale del 5 ottobre (il primo turno) è stato per gli elettori di Lula e per quelli che erano mobilitati contro il ritorno del fascismo, più che una doccia fredda, un pugno nella bocca dello stomaco. La compagine di estrema destra si rafforzava minacciosa al Senato e al Parlamento, con Flavio Bolsonaro al primo posto. Ma già nella notte del 5 alcune migliaia di studenti dell’Università Federale Fluminense, manifestavano spontaneamente a Niterói (città limitrofa a Rio de Janeiro). La manifestazione, forte e determinata, passava nelle reti sociali, diventava virale e dava il via ad altre manifestazioni sorte spontaneamente un po’ dappertutto. Da quel momento non ci saranno più comizi di Lula dove recarsi, ma sarà Lula ad andare nelle manifestazioni che non smetteranno di amplificarsi fino al sabato della vigilia elettorale. La difesa della democrazia non è più uno slogan astratto: ma un terreno di mobilitazione che tutti i giorni aggrega giovani, donne e un po’ tutti. IL SECONDO MOVIMENTO La mazzata del primo turno ha avuto l’effetto di scuotere le posizioni consolidate e Lula ha avuto il coraggio di affidare la battaglia delle reti a una figura relativamente nuova nel “serraglio” lulista. Se compariamo la foto del discorso dopo la sconfitta nel primo turno con la foto della vittoria, i presenti sono completamente diversi. Nella prima, la vecchia guardia della nomenclatura del Partito dei lavoratori. Nella seconda, numerosi giovani, molte donne e Janones. Il deputato federale André Janones ha cominciato a organizzare le reti digitali dandogli un nome, una strategia generale (spiegata dettagliatamente da lui stesso in numerose dirette) e degli obiettivi specifici. In uno dei suoi primi discorsi online, con tono veemente, il nuovo responsabile per la campagna digitale di Lula ha fatto due affermazioni: la prima, che Lula avrebbe certamente vinto se, ed ecco la seconda, si fossero seguite le sue “direttive”. Ha invitato quindi con veemenza gli intellettuali, i ricercatori, i professori a lavorare per la rielezione di Lula seguendo le linee definite da una entità che ha chiamato Exército do Lula: un canale di WhatsApp che ha rapidamente messo insieme dieci milioni di soldados. Articolato con Instagram e Youtube, l’esercito comandato dal “generale” Janones in nome del “maresciallo” Lula è riuscito, prima, a spiazzare l’egemonia bolsonarista nelle reti e, poi, a rispondere a una gigantesca domanda di mobilitazione che poteva così diventare capillare e circolare dalle grandi metropoli (quasi tutte luliste) all’immensità continentale del paese. Le manifestazioni di strada riverberano nelle reti e viceversa, in tempo reale, senza mai fermarsi. Storcendo il naso e nonostante le molte critiche, tutti hanno progressivamente aderito e nel giro di una decina di giorni, l’esercito di Lula è diventato una realtà incredibile, al punto che il presidente – bolsonarista – del Tribunale Elettorale ha tentato più volte di metterlo offline. IL TERZO MOVIMENTO La campagna elettorale di Lula era burocratica e sostanzialmente vuota. La grande idea era la sua biografia. Dal momento che i sondaggi hanno cominciato a mostrare la crescita di Bolsonaro (amplificata dalla crisi istituzionale della Corte Suprema), il governo ha cominciato a mettere in piedi una serie di misure: aumento del Bolsa Familia (un assegno per i più poveri), incremento dei programmi di negoziazione dei debiti delle famiglie, la proibizione delle case di scommesse, linee di credito per i microimprenditori. Dopo la sconfitta nel primo turno, c’è stata un’accelerazione: con l’appoggio dei centristi presidente del Senato e della Camera, Lula ha fatto votare la riduzione della settimana di lavoro (da sei a cinque giorni) e annunciato una misura per garantire la gratuità dei trasporti nel fine settimana. Oltre a questo, ha messo in opera un altro piano di appoggio alle famiglie indebitate, microcredito per le microimprese e, dulcis in fundo, anticipato di una settimana – cioè prima del secondo turno – il pagamento (incrementato del diciassette per cento) del Bolsa Familia. Quel che prima era vuoto, si è riempito di contenuti: politica attiva di gestione del credito, distribuzione del reddito, giornata di lavoro, accesso ai servizi, ecc. IL QUARTO MOVIMENTO Nel clima generale di mobilitazione nelle piazze e nelle reti, si moltiplicano le prese di posizione degli indipendenti non lulisti. Giornalisti, figure dello spettacolo, uomini politici di destra ma democratici chiamano a votare contro Bolsonaro in video pubblicati nei social che immediatamente sono ripresi anche dalla campagna ufficiale del PT. Mentre nel primo turno, la domanda di cambiamento era finita nelle tasche di Bolsonaro, il segno del secondo turno si inverte: Bolsonaro torna a essere il simbolo di un passato minaccioso che non vuole morire e Lula l’espressione della vitalità della democrazia. Quando si prendono i risultati nelle grandi metropoli, questo appare molto chiaramente: a Rio de Janeiro, feudo del bolsonarismo e del suo modo di governo mafioso, Lula vince con ampio margine in tutti i quartieri “ricchi” (tra il 56 e il 69%), mentre perde nelle zone più povere, controllate dalle milizie (dove il voto non è pienamente libero). Una vasta parte della popolazione ha realizzato che Bolsonaro, presidente con una forte presenza parlamentare, avrebbe significato una paradossale deriva “venezuelana” del Brasile. L’estrema destra resta comunque forte, sia socialmente che nel Parlamento. La Corte Suprema è in crisi. La formazione del nuovo governo di Lula incontrerà non pochi ostacoli. Un rischio è che Lula torni a governare come ha fatto negli ultimi quattro anni, praticamente senza agenda positiva e, ancora peggio, che una parte della sinistra lulista si intesti il risultato di questa grande mobilitazione democratica come una vittoria esclusiva della “sinistra”. La seconda sconfitta del clan Bolsonaro (il padre nel 2022 e il figlio domenica scorsa) può trasformarsi in un punto di inflessione: il ricatto fascista e mafioso sulla destra da parte del bolsonarismo potrebbe apparire finalmente come un problema e forse aprire qualche breccia all’emergere di nuove figure, stavolta interne al gioco democratico. (giuseppe cocco)
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