Certificare la non idoneità alla reclusione in un lager è reato?@1
Il 16 settembre è scattata la perquisizione per 23 medici in varie città da nord a sud e l’apertura di un’inchiesta che vede come unico indagato per associazione a delinquere, finalizzata alla formazione di falsi certificati, Nicola Cocco, medico infettivologo. Si tratta dei certificati che i medici delll’ASL devono emettere per stabilire l’idoneità psico-fisica dei migranti alla reclusione nei CPR. Si tratta dell’ennesimo tentativo di criminalizzare  la lotta contro i CPR,  nello specifico una iniziativa il cui intento è la sensibilizzazione del personale medico. Abbiamo avuto come ospite Jean Aillon, medico e psicoterapeuta dell’associazione torinese Franz Fanon. Questa è la sua intervista: Di seguito potete ascoltare tutta la puntata di Metix Flow del 25 settembre 2026: Scelte musicali oppure non scelte musicali: 01 – HHY & The Kampala Unit – Phantom room 02 – D. D Dumbo – Alihukwe 03 – Marc Ribot’s Ceramic Dogs – For Malena 04 – Nigel Kennedy & The Kroke – Kukush 05 – Shadia Mansour – Asalamo Alaikom 06 – Caleb Landry Jones – Anyone but you 07 – Natacha Atlas – Zar 12 08 – Noura Mint Seymali – Tassirit
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Scollamento dei marocchini dal regime di Rabat; scossoni ripetuti all’ingombrante Addis Abeba
> Puntata africana che va dall’estremo Nordovest maghrebino all’estrema punta > orientale del Corno d’Africa, prendendo a pretesto le disertate elezioni > marocchine per evidenziare con Michele Vollaro la separazione tra una > popolazione che richiede di partecipare alla ricchezza prodotta da > investimenti occidentali in cambio della supina adesione all’impero > israelo-americano e il perseguimento degli interessi dell’entourage del > monarca assoluto che perseguono solo la costruzione di infrastrutture, > circenses e posti sottopagati, turismo e zero servizi; mentre con l’aiuto di > Matteo Palamidesse abbiamo sperato – scongiurando i maledetti criminali > guerrafondai – di sbagliarci a pensare che si stia cercando in modo > sconsiderato di far convergere in un enorme conflitto di proporzioni > inimmaginabili l’orrida carneficina sudanese, la costante guerra al confine > del Tigray, estesa al territorio nazionale con le alleanze tra sette milizie > etniche fino a un paio di anni fa l’una contro l’altra armate, con > schieramenti che vedono i paesi costieri a fare pressione sul corpaccione > etiope ingombrante, ricco e alleato dei Brics e di Israele con tutto > l’occidente e di cui però si rischia l’implosione e il dissolvimento della > federazione se dovesse esplodere un conflitto per risolvere una volta per > tutte i molti contenziosi decennali. INFRASTRUTTURE NEL DESERTO SENZA SERVIZI PER I GIOVANI MAROCCHINI IN FUGA La crisi di Ceuta, a un anno dall’esplosione in piazza della GenZ212; la truffa della Coppa d’Africa a dicembre, tre mesi prima della designazione del Marocco come sede dei Mondiali 2030, decretata dal viscido svizzero amico di Trump e di uno dei candidati di punta delle elezioni andate deserte, a un mese dalle immagini di giovani in fuga dal regno alawide. Ogni tanto si accendono i riflettori sul Marocco ma si spengono prima che siano chiari i contorni che possono spiegare le cause dei fenomeni di distacco della società civile dalle sorde scelte dell’entourage raccolto nel Makhzen. Proprio in occasione delle elezioni del 23 settembre 2026 abbiamo chiesto a Michele Vollaro, esperto africanista del gruppo Internazionalia e collaboratore de “il manifesto” e altre testate nazionali, di raccontarci meglio tensioni politiche, situazione sociale, andamento economico e possibilità espressive del mondo culturale, soprattutto giovanile. Quei giovani che sono stati al centro della campagna elettorale da parte della casta, che appare sempre più scollata dal paese reale che infatti si è recato alle urne con una percentuale inferiore in termini generali rispetto al 37% ufficiale, perché quella cifra è ricavata sull’intera platea che si era iscritta alle liste degli elettori, riducendo a poco più del 20% la partecipazione al voto, che crolla al 4% nel computo dei giovani sotto i 24 anni recatisi al seggio, nonostante la campagna sia stata caratterizzata soprattutto da mirabolanti promesse che li riguardavano. E allora, inserendoci nell’analisi del non voto, si può dare un senso al disagio del mondo giovanile che richiede servizi e viene represso, chiede lavoro e gli viene risposto con grandi opere e un’economia di turismo ed export che non producono che impieghi precari e che precludono paradossalmente un futuro di sopravvivenza nella nazione più industrializzata dell’Africa, su cui piovono investimenti occidentali e dove Casablanca ospita il terzo polo finanziario più capitalizzato del Mena, il TangeriMed è il porto logistico sull’Atlantico più importante del Mediterraneo… quella che è venuta a mancare è la redistribuzione della ricchezza prodotta; da qui la spinta a emigrare, trasformandosi in una bomba geopolitica in mano al sovrano succube delle scelte geopolitiche filoamericane e sempre meno presente perché malato, se non con estemporanei pugni di ferro che soffocano ogni minima rimostranza grazie al reato di lesa maestà, comprese le polemiche per l’ostinata contiguità con il criminale di guerra Netanyahu, che è valsa il riconoscimento dell’annessione del territorio saharawi (dove alla tornata elettorale hanno vinto i partiti di governo) da parte dell’America di Trump, a cui in cambio è intestata l’autostrada delle province del Sud. Le stesse province che innescano quella reazione nazionalistica su cui in tutto il mondo le fazioni fascistoidi al potere stanno contando per cooptare con l’inganno sciovinista cittadini in sofferenza a causa delle loro politiche neoliberiste, e contemporaneamente si procede nella ecumenica normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista: è di pochi giorni fa l’apertura dell’ambasciata ebraica… con la benedizione del partito islamista in omaggio a Mohammed VI: «Se noi ci impegniamo, il re ci ascolterà», di nuovo ribadendo la partecipazione al mondo del Makhzen ( e stracciando anche qui il Contratto sociale).
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Musick To Play In The Dark – 22 Settembre 2026
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a. Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout 105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte. Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave, facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel math rock. Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste. Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie. Spegnete la luce, la musica inizia… PLAYLIST 01 Actors “Left On Read” da “Left On Read” 02 Tricky “Out Of Place” da “Different When It’s Silent” 03 Nine Inch Noize “Parasite” da “Nine Inch Noize” 04 Nine Inch Noize “Copy Of A” da “Nine Inch Noize” 05 Chanel Beads “The Coward Forgets His Nightmare” da “Your Day Will Come” 06 Mclusky “Spock Culture” da “I Sure Am Getting Sick Of This Bowling Alley” 07 Flipper “Life Is Cheap” da “Generic Flipper” 08 Bikini Mutants “I’m Onlly Screaming” da “Let’s Mutate” 09 Lime Garden “Body” da “Maybe Not Tonight” 10 Squarepusher “K2 Central” da “Kammerkonzert”
musick
Russia: il voto premia il partito di Putin ma l’analisi deve scavare tra apparenti contraddizioni
“La situazione in sintesi è che abbiamo un partito del potere che dopo oltre 4 anni di guerra migliora sensibilmente il proprio risultato ma sarebbe forse una lettura troppo semplice legare questo 58% di consensi al partito di Putin come il 58% di russi favorevoli alla prosecuzione della guerra, secondo me sarebbe una conclusione che non ci consentirebbe di trarre poi delle analisi più profonde. ” Da Radio Onda d’Urto La giornalista e attivista Daniela Galiè, collaboratrice di Dinamo Press, Il Manifesto e altre realtà informative indipendenti è stata in agosto nella Federazione Russa ed ha avuto la possibilità di constatare come si vive in un grande paese in guerra, quali ricadute ci sono sulle condizioni di vita della popolazione, come queste influenzano l’orientamento politico. In questa articolata intervista a Radio Onda d’Urto la giornalista analizza il risultato elettorale, il panorama politico russo con i vari partiti e riporta i dati emersi dal sondaggio realizzato ad inizio settembre dall’ istituto di statistica e ricerca indipendente Levada Center secondo cui il 68% degli intervistati sostiene le azioni dell’esercito russo in Ucraina ma contemporaneamente il 59% preferisce il passaggio a negoziati di pace; circa il 30% è favorevole invece alla prosecuzione delle operazioni militari. “E’ possibile che in tutti questi anni di guerra si sia prodotta contemporaneamente stanchezza sociale e consolidamento politico allo stesso tempo? I dati che abbiamo secondo me non ci consentono di trasformare troppo questa domanda in una risposta definitiva ma più che altro ci mostrano come le due cose non si escludono necessariamente; quindi il desiderio di negoziati allo stesso tempo può anche convivere con il sostegno dichiarato alle proprie forze armate, e allo stesso tempo la preoccupazione per le condizioni materiali per l’aumento dei prezzi può convivere con il voto al partito di governo.” L’intervista alla giornalista e attivista Daniela Galiè, collaboratrice di Dinamo Press, Il Manifesto e altre realtà informative indipendenti
Marinëz
Riceviamo e pubblichiamo questo contributo di Elon Miloti che ci testimonia la lotta territoriale di Marinëz in Albania. Nel paese dei miei, Marinëz (Albania), un’intensissima lotta autonoma ha ottenuto una vittoria enorme contro la multinazionale che gestisce i pozzi petroliferi del territorio. Marinëz si trova al centro del più grande giacimento su terraferma d’Europa e i pozzi, a decine e decine, sorgono su terreni di proprietà della gente del posto da generazioni. Regolati da contratti d’affitto irrisori rispetto ai profitti dell’azienda, da mesi non venivano nemmeno più pagati. L’auto-organizzazione degli abitanti, iniziata ad agosto, si è presentata inizialmente negli uffici in città. Per due volte li ha occupati. Presidio sotto il sole cocente, apertura dei cancelli a spinta, parapiglia con le guardie private, occupazione. Pur di imporre un confronto con i vertici dell’azienda, che si rifiutavano di incontrarli. Poi la protesta è passata direttamente tra i pozzi del paese, fino a occupare, la settimana scorsa, i locali amministrativi, rimasti occupati anche di notte, chiedendo un incontro risolutivo con il CEO. La multinazionale cinese rifiutava di riconoscere gli abitanti come controparte, chiedendo di interloquire solo con le istituzioni locali e lo Stato. Ma se la terra appartiene a chi la vive, socialmente e legalmente, perché chiamare in causa lo Stato rimuovendo i diretti interessati? E soprattutto, perché farlo in un contesto in cui le istituzioni locali e nazionali sono piegate agli interessi del profitto? La domanda, ovviamente, è retorica e gli abitanti non si sono piegati: “Le trattative le facciamo noi”. Alla fine la dirigenza si è dovuta presentare, con il CEO in persona, garantendo lo sblocco immediato degli affitti arretrati e il rispetto dei contratti. Una vittoria del tutto auto-organizzata: senza partiti, senza sindacati, senza deleghe, senza collettivi. Neanche per scelta, ma per necessità, visto che la transizione democratica post-comunismo è stata immediata e netta per privati e sfruttatori, ma di cancellazione totale verso organizzazioni democratiche e sociali. Una vittoria gigantesca, ma che è solo il primo passo. Fin dall’inizio la vertenza ha assunto una dimensione politica profonda. Si chiede equità salariale e giustizia ecologica, ambiente e salute. I pozzi causano danni devastanti alla salute: patologie del sangue e delle vie respiratorie, accumulo di alterazioni genetiche e disturbi neurologici. In un contesto nazionale dove la sanità è privatizzata e cure e prevenzione sono negate. Per massimizzare i profitti, l’azienda ha provocato negli anni scosse sismiche artificiali o ci sono state esplosioni che hanno abbattuto le case, senza che molti abbiano mai visto un risarcimento. I lavoratori sono sfruttati e le tutele ambientali, già minime e insufficienti, vengono sistematicamente raggirate. Petrolio che scorre a fiumi, ma ricchezze ad altri, un paese senza nemmeno molte strade asfaltate e le esternalizzazioni negative, come le chiamano gli economisti, tutte sul groppone alla gente che in quei territori ci vive da sempre. Quando arrivi a Marinëz, un paese di 5000 abitanti ormai decimato dall’emigrazione e dalla privazione, l’odore acre del greggio ti investe già ai confini del centro abitato. Dentro, si fonde con la vita contadina e coltivatrice, allevatrice e operaia: con i pascoli e le coltivazioni, i frutti e gli animali. Terreni da sempre della gente del posto, sotto controllo statale durante il comunismo -che in cambio, oltre a piena occupazione, favoriva attività aggregative e sociali, culturali e folkloristiche- che dal ’90 la popolazione ha lottato per mantenere propri, finendo però nella tenaglia della deregolamentazione incontrollata. Gli stessi vertici dell’attuale multinazionale cinese, nei mesi scorsi, sono stati arrestati per frode e corruzione, riciclaggio ed evasione. Sono piccoli tasselli di lotte territoriali che oggi, mentre a Tirana la protesta nazionale va avanti da oltre 100 giorni, si interconnettono contro le prepotenze di partiti e multinazionali. Questa vittoria dimostra che, anche quando la coesione sociale viene forzatamente erosa, l’aggregazione ostacolata e la comunità privata di risorse e spazi culturali, la lotta continua a scorrere, quotidianamente, sottotraccia. E quando si organizza collettivamente, la società vince contro i prepotenti. Marinëz, aty ku nafta derdhej lume
La morte del lavoro
Oggi scrivere dell’omicidio sul lavoro di Andrea Moretti, operaio rocciatore, non è facile. Nel farlo esprimiamo la nostra vicinanza ai suoi colleghi e familiari. In questo paese sul lavoro muoiono in media 3 persone al giorno. Una statistica mostruosa che cela il più grande rimosso di questo Paese inebetito e fermo: le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Raramente questi fatti “fanno notizia”, si legga: interessano ai padroni e magnati che possiedono in poche mani la stragrande maggioranza dei giornali e telegiornali italiani. Ma per le persone a cui erano legati, per i territori in cui abitavano, queste “notizie” pesano come macigni e sono all’ordine del giorno.  Chi muore di lavoro ha tutte le età e le cause sono quasi sempre le stesse: mancanza di dispositivi di sicurezza, orari esasperanti, stanchezza, imprevisti, avarizia del padrone o padroncino di turno che ha risparmiato sui materiali eccetera eccetera. Ed è così a prescindere da questo caso in particolare su cui speriamo si arrivi a fare chiarezza. Questa volta però è successo in un posto “speciale”, il Colosseo, e questo ha determinato una canea mediatica e lo sciacallaggio di politicanti di ogni risma. Perché, in un giorno a caso della settimana scorsa, non si sono accalcati in un altro posto della penisola per un altro lavoratore morto in circostanze simili? Perché sono principalmente degli ipocriti, che non si fanno scrupoli ad usare la morte di un ragazzo per mettersi in mostra. Si, ma non solo. Andrea è morto sul loro palcoscenico, in centro alla Capitale, e allora non si può permettere che qualche sindacato confederale, venduto quanto loro, possa dire che non gliene importi. E allora si scrivano profluvi di inchiostro andando ad indagare fino all’ultimo dettaglio: la biografia, la tragedia, il dolore devono essere spettacolarizzati perché migliaia di altri morti rimangano nascosti, senza nome.  I giornali padronali ci devono pure deliziare con articoli che descrivono l’antica origine del mazzetto di fiori che quel mentecatto del ministro Giuli ha portato in dono, a favor di telecamera, al defunto. Da persone comuni che hanno passato, nostro malgrado, la vita a lavorare e a sentire decine di storie di morti e infortuni, abbiamo la nausea. Ci consola solo il fatto che magari questa esposizione mediatica possa portare qualche tipo di “giustizia” alla famiglia. Poi sfilano i sindacalisti confederali che, in giacca e cravatta, si mettono in mostra senza neanche degnarsi di indicare le vere cause di tutti questi incidenti. Ma come si fa a prendere sul serio chi molto probabilmente non si fa un turno di lavoro da 20 anni o più, e che sta lì perché deve tutelare il suo stipendio da sindacalista? Il giorno dopo, o quello dopo ancora, tutto sparisce e si viene dimenticati dai giornali. Tutto torna nella opprimente normalità.  Il problema enorme da affrontare sono le condizioni in cui lavoriamo e la rispettiva paga. I salari nel nostro paese sono il margine di profitto maggiore per le aziende. Sui salari si scarica tutto: crisi, incapacità di sopravvivere nel mercato globalizzato, i benefit per i manager. Ora ci dicono pure di voler spostare ancora l’età pensionabile, perché anche la pensione è salario, stipendio, paga. Ma cosa c’è dietro quei soldi? Dietro quelli che ci mettono in busta paga e dietro quelli delle trattenute che dovrebbero pagare i servizi essenziali. Ci sono le nostre vite, soprattutto i nostri interessi, le nostre capacità di realizzarci come persone. Se i soldi non bastano allora siamo infelici e fatichiamo ad arrivare alla fine del mese, ci stressiamo, ci auto sfruttiamo con un altro lavoretto extra. Ma quei soldi rappresentano un doppio ricatto e un doppio potere. Sono il ricatto di monetizzare quello che sappiamo fare e di imprigionarlo in mansioni spesso ripetitive e che non ci appartengono più, che realizziamo per qualcun altro, per fini non nostri. Sono il ricatto per tenerci attaccati agli interessi di qualcun altro, altrimenti non mangiamo e consumiamo. Hanno il potere però di essere un costo ineludibile per le aziende: senza stipendio, per quanto misero, niente lavoro e quindi niente profitto. Lo stipendio ha il potere di aumentare a parità di lavoro messo in campo dai lavoratori, anche se non ci crediamo quasi più. Nulla lega i soldi alla nostra mansione, a parte le lacrime di chi si divide i profitti aziendali, all’attività concreta che svolgiamo. Il lavoro è l’insieme di tutto questo: è una catena, che può consumarci piano piano, ucciderci o mutilarci. Finirla con le morti sul lavoro, accidentali o per colpa dei padroni, vuol dire farla finita con il lavoro, ogni altra opzione non può funzionare. Di fronte alla morte dovremmo fermarci un attimo a pensare che l’attività umana e il funzionamento della società può basarsi su qualcosa di diverso.
La versione seria della puntata di Stakka Stakka
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo a cura della trasmissione Stakka Stakka in onda sulle libere frequenze di Radio Blackout. Buona lettura e buon ascolto! All’inizio del mese di settembre, sul social network X è comparso un post di Jacob Coxon, ricercatore appena dimissionario dall’azienda di intelligenza artificiale Anthropic. Il testo annuncia le dimissioni e sostiene che un’intelligenza artificiale di tipo “forte” potrebbe sterminare l’umanità entro la fine del decennio. Prima di pubblicarlo, Coxon ha cancellato integralmente il proprio account. Fino a quel momento, la sua figura era sconosciuta pressoché a chiunque: nessuna pubblicazione degna di nota, nessuna presenza pubblica, nessuna copertura pregressa. Eppure, nel giro di poche ore, quell’account è diventato il centro di una discussione sulla sicurezza dell’IA che ha raggiunto i  quattro angoli del mondo. Prima di discutere di ciò che è successo, è opportuno fornire qualche  minima coordinata sull’ambiente in cui la vicenda si inserisce. La “sicurezza dell’IA” non è una categoria neutra, e l’ambiente che la produce lo è ancora meno. Sotto questa etichetta si muove un ecosistema formato dal “lungotermismo” e dall’“altruismo efficace”: dottrine elaborate nei centri del potere tecnologico della Silicon Valley, che subordinano il presente a un futuro lontano e ipotetico, di fronte al quale sacrificare vite presenti può essere considerato perfettamente razionale. Attorno a queste dottrine si addensa un’infrastruttura completa – think tank, borse di studio, fellowship, canali di comunicazione, fondi di investimento – finanziata in larga parte dai miliardari che controllano le maggiori aziende di IA. Su questo apparato ideologico si possono dare due letture. La prima è che essa costituisca davvero una cosmologia millenaristica: un sistema di credenze sincere, nel quale la minaccia dell’estinzione non è un espediente retorico ma una convinzione profonda, a cui proprio la vicinanza allo stato dell’arte della ricerca avvicina. La seconda è che lo stesso apparato funzioni come una macchina: un modo di produrre valore, autorità e influenza distribuendo la paura secondo logiche di interesse ben precise. Le due letture, detto in breve, possono coesistere. E la vicenda che stiamo per raccontare è interessante proprio perché non costringe a scegliere: sul piano dei fatti tende piuttosto a mostrare come una convinzione sincera possa essere, allo stesso tempo, uno strumento perfettamente funzionale. Non ci pronunciamo, per ora, sulle intenzioni di Coxon. Veniamo ai fatti. Il contatore di visualizzazioni del post di Coxon è salito con una costanza sospetta, quasi meccanica: 133,7 milioni, poi 134,6. Nonostante avesse azzerato i suoi contenuti, ha superato i duecentomila follower nel giro di poche ore. Per dare un’idea della sproporzione: quando Ilya Sutskever – cofondatore di OpenAI – ha annunciato la propria partenza, la sua comunicazione ha totalizzato sei milioni di visualizzazioni. Qui parliamo di più di venti volte tanto, per un uomo di cui nessuno aveva sentito parlare ventiquattro ore prima. Ancora più istruttiva è la sequenza temporale. Entro quindici minuti dalla pubblicazione, tre account rispondono al post. Nathan Calvin, consulente legale di Encode AI, in 6 minuti e 6 secondi; Daniel Kokotajlo, direttore dell’AI Futures Project, in 9 minuti e 54 secondi; Peter Wildeford, responsabile di policy dell’AI Policy Network, il quale si presenta addirittura con un articolo del Wall Street Journal già in mano. L’articolo è stato pubblicato alle 19:46: diciotto minuti prima che lo stesso tweet di dimissioni andasse online, alle 20:04. L’esclusiva giornalistica ha preceduto l’evento di cui doveva riferire versione archiviata del WSJ. Non solo hanno risposto tempestivamente ad un account senza alcuna visibilità pregressa, ma il Wall Street Journal aveva anche un’esclusiva già pronta che citava le parole esatte del ricercatore, cosa che fa pensare fa pensare ad un’efficiente campagna di influenza. Infatti questi tre account non sarebbero stati scelti a caso: tutti appartengono al mondo della “sicurezza IA” che fanno advocacy sul “rischio esistenziale” dell’AI. E tutte e tre le organizzazioni condividono un medesimo benefattore: il Survival and Flourishing Fund, guidato da Jaan Tallinn – uno dei principali investitori e membro del consiglio esterno di Anthropic, l’azienda che Coxon ha appena lasciato. Il fondo di Tallinn ha elargito oltre 2,5 milioni di dollari all’AI Futures Project di Kokotajlo dal 2024 AI Futures Project, 500.000 dollari a Encode AI di Calvin nel 2025 e 2 milioni all’AI Policy Institute, come leggiamo dal sito dell’associazione. Il quadro si completa con un secondo investitore di Anthropic, Dustin Moskovitz, che gestisce il proprio impero filantropico attraverso Good Ventures, Open Philanthropy e la controllata Coefficient Giving annuncio di finanziamento di Anthropic. Ed ecco l’inversione decisiva: Coxon stesso ha ricevuto una borsa di studio “Long-Term Future” da ventimila dollari da Good Ventures nel 2022, prima ancora di entrare in Anthropic. E la quattordicesima persona a rispondere al suo post – Max Nadeau, program officer di Coefficient Giving – l’ha fatto ventisette minuti dopo la pubblicazione: una tempestività notevole, per un profilo che non pubblica praticamente mai. La produzione mediatica, a valle, segue una catena di montaggio puntuale, descritta da Brian Chau in un thread su Twitter. Coefficient Giving paga l’intero stipendio del giornalista tramite la Tarbell Fellowship; paga l’editore (The Guardian riceve oltre tre milioni di dollari); paga il soggetto stesso dell’articolo (AI 2027 riceve quattrocentomila dollari); e i tre esperti citati nel pezzo sono a loro volta finanziati dai medesimi donatori. L’articolo del “ferocemente indipendente” Guardian dichiara la propria indipendenza senza rendere nota alcuna di queste relazioni; il lettore resta con l’impressione di trovarsi di fronte a una redazione che ha strenuamente indagato una pericolosa azienda di IA. Leggendo l’articolo su effort si può notare che molti dei nomi citati in precedenza ritornano puntualmente nell’ormai rodato meccanismo di “esperti indipendenti lanciano l’allarme”. Il passo successivo della vicenda aiuta a capire perché una retorica simile, della quale Coxon è solo l’ultimo e più improvviso interprete, sia utile alle aziende che la producono. Il critico tecnologico Cal Newport ha proposto di chiamare questa strategia “doom trolling” (trolling apocalittico): l’abitudine, ormai consolidata nelle maggiori aziende di IA, di descrivere solennemente i danni che i propri modelli potrebbero causare, dichiarandosi al contempo impotenti ad impedirli. Newport osserva che questa strategia ammette due sole interpretazioni, entrambe gravemente problematiche. Se le aziende credono davvero che i propri sistemi possano produrre eventi catastrofici, allora ogni sistema morale esigerebbe che smettessero di svilupparli e che facessero pressione perché anche i concorrenti facessero lo stesso: qualsiasi altra condotta sarebbe mostruosa. Se invece non ci credono, allora stanno iniettando dosi di paura insolubile per altri motivi – per amplificare la percezione della potenza della propria tecnologia in vista delle quotazioni pubbliche in borsa o, come ha sostenuto l’investitore David Sacks, per praticare una forma di “regulatory capture” che ostacoli i concorrenti più piccoli. In ogni caso si tratterebbe di un’operazione di riciclaggio dell’ansia collettiva a favore di una minuscola minoranza di azionisti. Qualunque delle due letture si scelga, la retorica apocalittica svolge dunque una funzione precisa: legittima la corsa alla costruzione di sistemi sempre più potenti presentandola come un destino inevitabile, mentre la stessa azienda che la paventa continua a sviluppare, pubblicizzare e vendere i propri modelli senza alcun vincolo. È esattamente il meccanismo che la vicenda Coxon rende visibile su scala ridotta: la minaccia della “fine del mondo” non è un’eccezione rispetto al normale funzionamento dell’industria, ma una delle sue strategie comunicative più efficaci. Naturale, a questo punto, la smentita. Interrogato sulla possibilità di essersi coordinato con terze parti, Coxon ha risposto: “Niente affatto. Si tratta esclusivamente delle mie preoccupazioni personali sulla sicurezza e di cose che ho visto personalmente, e conversazioni che ho avuto.” Non c’è alcun motivo evidente per dubitare di questa affermazione: non disponiamo di elementi che dimostrino un coordinamento diretto, e la sincerità è in ogni caso psicologicamente legittima. Ed è proprio qui che il meccanismo si rivela più efficace. Non è necessario che Coxon menta perché l’apparato funzioni. Basta che un insieme di organizzazioni, fellowship e fondi abbia da tempo selezionato e formato una figura del genere, e che le condizioni di visibilità – un post scritto in modo professionale, pensato per la viralità, su un account ripulito – siano già predisposte. Ricapitoliamo la sequenza: un borsista finanziato dal circuito di Moskovitz pubblica un testo che tre attivisti, finanziati dallo stesso investitore di Anthropic, rispondono entro sei minuti; un’esclusiva del Wall Street Journal con le sue citazioni va online prima del tweet WSJ archiviato; ventidue politici – due governatori, sette senatori, tredici rappresentanti – invocano una legge già scritta proposta Sanders-Casar e reazioni politiche. A Novembre negli Stati Uniti si rinnoveranno le Camere, ed è interessante notare che dei 22 politici 19 siano Democratici, e del resto non sarebbe la prima campagna. Ora, la domanda che la vicenda solleva non è psicologica né cospirazionista. La questione non è stabilire se Coxon sia una marionetta o un sincero testimone, ma comprendere che cosa questa macchina produce e, soprattutto, chi ne controlla i termini. La discussione sulla sicurezza dell’IA, nel modo in cui viene condotta, non è tanto un dibattito sulla tecnologia quanto una battaglia per la definizione delle parole – “sicurezza”, “intelligenza”, “rischio” – che precede e determina ogni possibile regola. Se la minaccia è definita come esterna e catastrofica, allora la risposta “ragionevole” viene affidata a un piccolo gruppo di esperti e legislatori già coordinati con i finanziatori di quell’infrastruttura; a circoscrivere i confini della tecnologia restano, di fatto, le stesse forze che la producono. È per questo che la “regolamentazione dell’IA” può essere invocata in modo tanto trasversale e, in apparenza, preoccupato: perché parlare di “sicurezza” in questi termini non minaccia l’ordine esistente, ma lo consolida. La paura non è l’opposto dell’accumulazione, è uno dei suoi strumenti. Ed è l’elemento che rende la vicenda paradigmatica: il discorso catastrofista non viene dal margine, ma dal centro dello stesso sistema che lo trasforma in valore. È singolare, rileggendo l’intera vicenda, che il dibattito sull’IA si svolga quasi esclusivamente su eventi che non sono ancora accaduti. Nessuno di questi discorsi apocalittici parte da qualcosa che sta avvenendo oggi: descrivono sempre un futuro, più o meno vicino, in cui la macchina avrà superato l’uomo. Lo stesso Coxon, nel post e nelle interviste successive, non accusa mai la propria azienda di alcun illecito concreto; non menziona violazioni, non denuncia danni già prodotti, non chiede conto a nessuno. La sua retorica insiste piuttosto sull’inevitabilità della fine: sul fatto che l’apocalisse è in arrivo e che nessuno può farci nulla. È una forma di discorso che ha il vantaggio di non poter essere né verificata né confutata: si sottrae a ogni riscontro immediato e riporta la posta su un orizzonte che non coincide mai con il presente. Eppure i problemi che l’IA pone sono già oggi sotto i nostri occhi, e non bisogna aspettare l’arrivo di Terminator per confrontarli. C’è l’impatto ambientale di un’infrastruttura che consuma quantità immense di energia e acqua per addestrare e alimentare i modelli. C’è la creazione di un enorme apparato di sorveglianza e controllo, con ad esempio Anthropic che analizza le richieste degli utenti per predirre chi potrebbe partecipare alle proteste contro la costruzione di data center, o l’esercito americano che secondo CNN stava per attaccare una nave cinese sospettata di trasportare materiale nucleare in Iran, sulla base di prove completamente inventate da un’AI. C’è, infine, l’insostenibilità economica di un modello di sviluppo finanziato a perdere, in cui l’accumulo di capacità di calcolo promette ricavi che forse non arriveranno mai. Sono questioni concrete, verificabili, presenti — molto più presenti della “fine del mondo”. E chiunque provi a porle oggi rischia di trovarsi escluso da un dibattito che, nella sua forma dominante, preferisce parlare d’altro. Su questi temi la critica non dovrebbe essere lasciata a chi ha costruito la macchina e il suo catastrofismo, né a quell’audience ristretta che, come mostra la vicenda, è finanziata dagli stessi attori che la dibattono. La questione non è convincere il pubblico apocalittico a cambiare tono: è che la discussione sull’IA — sui suoi costi, i suoi danni, il suo senso — deve poter essere sottratta a quel circuito e restituita a chi la tecnologia la subisce. STAKKA STAKKA: BUTTIAMOLA IN CACIARA CON L’APOCALISSE! Colonna sonora: Ligabue – A che ora la fine del mondo? ATTO I: L’UOMO, IL MITO, L’ACCOUNT CANCELLATO * Un signore di nome Jacob Coxon — precedentemente sconosciuto praticamente a chiunque, incluso, a quanto pare, al suo stesso account Twitter — decide di licenziarsi da Anthropic, l’azienda di IA che potrebbe, o forse no, sterminare accidentalmente l’umanità. * Prima di dimettersi, fa ciò che qualsiasi persona normale farebbe quando lascia un lavoro: cancella completamente il suo account Twitter. Tabula rasa. Nuovo io. Dimissioni col botto. * Poi pubblica un unico, incisivo, meravigliosamente citabile post, quasi da sceneggiatore professionista, annunciando le sue dimissioni e suggerendo con forza che l’IA potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. * Il post è un capolavoro di comunicazione. Asciutto. Toccante. Pronto per diventare virale. Non il genere di cosa che uno butta giù di fretta mentre manda a quel paese Slack. -------------------------------------------------------------------------------- ATTO II: IL CONTATORE VISUALIZZAZIONI FA PEM * Il tweet inizia immediatamente ad accumulare visualizzazioni. Non in modo organico — no, sarebbe banale. Invece, ogni volta che premi aggiorna, il contatore sale di un numero sospettosamente costante. * I numeri continuano a salire: 133,7 milioni di visualizzazioni. Poi 134,6 milioni. È ipnotico. È inarrestabile. È quasi come se l’engagement fosse stato acquistato da un fornitore molto affidabile. * L’account — che aveva essenzialmente zero follower e zero engagement precedente — supera i 200.000 follower nel giro di poche ore. * Per dare un termine di paragone: quando Ilya Sutskever ( il tizio che ha letteralmente co-fondato OpenAI) ha annunciato la sua partenza, il suo post ha ottenuto 6 milioni di visualizzazioni. Una vera bomba. Coxon, un uomo di cui nessuno aveva mai sentito parlare 24 ore prima: 134 milioni e passa. Del tutto normale. -------------------------------------------------------------------------------- ATTO III: I QUOTE-TWEETER PIÙ VELOCI DEL MONDO * Nel giro di 15 minuti dalla pubblicazione del post, tre account lo twittano. Non tre account qualsiasi — i perfetti tre account: GENIORuolo / OrganizzazioneTempo di ReazioneNathan CalvinConsulente Legale, Encode AI6 minuti e 6 secondiDaniel KokotajloDirettore, AI Futures Project9 minuti e 54 secondiPeter WildefordResponsabile Policy, AI Policy NetworkArticolo WSJ in mano prima del tweet * Ora, vale la pena chiedersi: avete mai provato a leggere un lungo thread di dimissioni, digerirlo, formulare un quote-tweet ponderato e premere invio — tutto in meno di 7 minuti? Queste persone sì. Su un post di un account con zero copertura pregressa. Davvero notevole consapevolezza situazionale. * Tutti e tre sono figure di spicco nel mondo della sicurezza IA / advocacy apocalisse. * Tutte e tre le organizzazioni condividono un benefattore comune: il Survival and Flourishing Fund, guidato da un certo Jaan Tallinn — che guarda caso è uno dei principali investitori, di Anthropic. Sapete, l’azienda che Coxon ha appena lasciato. Il mondo è piccolo. * Ah, e Peter Wildeford non si è limitato al quote-tweet. Ha pubblicato il suo articolo sul Wall Street Journal sulle dimissioni di Coxon alle 18:02. Il tweet di Coxon è andato live alle 18:04. Quindi l’esclusiva del WSJ ha effettivamente battuto il post di dimissioni di due minuti. Questo sì che è giornalismo. -------------------------------------------------------------------------------- ATTO IV: I POLITICI, PRONTI E IN ATTESA * Nel giro di poche ore, 22 politici — 2 governatori, 7 senatori, 13 rappresentanti — rispondono direttamente al post virale con appelli appassionati a regolamentare subito l’IA. * È quasi come se avessero i testi già scritti in anticipo. Come se qualcuno li avesse avvisati. Un preavviso da whistleblower, diciamo. * E guarda un po’ — Bernie Sanders ha già un disegno di legge scritto e pronto. Il disegno di legge prevede di: * Vietare la superintelligenza (sì, “vietare” — perché le entità superintelligenti notoriamente rispettano la legislazione) * Creare una nuova fiammante agenzia federale a livello di gabinetto per proteggere il pubblico dall’IA * Istituire un Comitato Consultivo sull’IA composto da “esperti di intelligenza artificiale” * Rimarrete scioccati — scioccati — nell’apprendere che Anthropic e i suoi numerosi investitori, che collettivamente finanziano una vasta rete di gruppi di advocacy sull’IA, potrebbero avere un’opinione su chi viene nominato in un comitato che decide cosa l’IA può e non può fare. Scioccati. -------------------------------------------------------------------------------- ATTO V: SEGUI I SOLDI (LA PARTE DIVERTENTE) LA CONNESSIONE TALLINN Il Survival and Flourishing Fund — dove Jaan Tallinn (investitore Anthropic, il tizio di Skype) supervisiona le sovvenzioni: * $2,5M+ → AI Futures Project (ovvero Daniel Kokotajlo, quote-tweeter straordinario da 9 minuti e 54 secondi), dal 2024 * $500K → Encode AI (Nathan Calvin, detentore del record di velocità da 6 minuti e 6 secondi), nel 2025 * $2M → AI Policy Institute (affiliato dell’AI Policy Network di Peter Wildeford) LA CONNESSIONE MOSKOVITZ Dustin Moskovitz — anche lui investitore Anthropic — gestisce il suo impero filantropico attraverso Good Ventures / Open Philanthropy / Coefficient Giving (il reparto nomi meriterebbe un bonus): * Jacob Coxon stesso ha ricevuto una borsa di studio Long-Term Future da $20.000 da Good Ventures nel 2022. Prima ancora di lavorare per Anthropic. Prima di tutto questo. La pipeline delle borse di studio porta dritta dritta al whistleblower. * La quattordicesima persona a quote-twittare il post di Coxon è stato Max Nadeau, Program Officer presso Coefficient Giving (il veicolo di Moskovitz). Ha twittato 27 minuti dopo la pubblicazione del post — il che, data la sua frequenza abituale di pubblicazione (più o meno “mai”), conta come riflessi fulminei. * Coefficient Giving finanzia anche ~24 giornalisti presso importanti testate attraverso qualcosa chiamato Tarbell Fellowship. -------------------------------------------------------------------------------- ATTO VI: LA CATENA DI MONTAGGIO MEDIATICA Ecco come viene prodotta la salsiccia Tarbell, secondo Brian Chau: 1. Coefficient Giving paga l’intero stipendio del giornalista (tramite Tarbell Fellowship). 2. Coefficient paga anche l’editore — ad esempio, The Guardian riceve $3M+. 3. Coefficient paga anche il soggetto dell’articolo — ad esempio, AI 2027 riceve $400K. 4. I tre esperti citati nel pezzo? Tutti pagati dai donatori dell’apocalise. 5. The Guardian, nello stesso identico articolo, dichiara la propria “feroce indipendenza.” 6. Nessuno rende noto tutto ciò. Il lettore resta con l’impressione che un coraggioso giornale indipendente abbia strenuamente investigato una pericolosa azienda di IA. IL LISTINO PREZZI COMPLETO (PRESUNTO): DestinatarioImportoThe Guardian$3M+Asia Down$100KMalcolm Murray$130KIstituzioni affiliate~$50MHenry Papadatos$620KDaniel Kokotajlo / AI Futures Project$2,8M Open Philanthropy, per inciso, ora opera sotto il nome Coefficient Giving. Il rebranding è una coincidenza oppure qualcuno si è reso conto che “Open Philanthropy” suonava un po’ troppo esplicito per un’operazione coperta di finanziamento dei media. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- ATTO VII: L’ASSOLO DEL WHISTLEBLOWER * Quando gli è stato chiesto direttamente se si fosse coordinato con terze parti per il suo whistleblowing, Jacob Coxon ha risposto: > “Niente affatto. Si tratta esclusivamente delle mie preoccupazioni personali > sulla sicurezza e di cose che ho visto personalmente, e conversazioni che ho > avuto.” * Quindi, ricapitoliamo la sequenza di dimissioni completamente scoordinate di un lupo solitario: 1. Un borsista finanziato da Moskovitz con un fellowship a Newspeak House e un account Twitter cancellato 2. Pubblica un post di dimissioni scritto in modo professionale e ottimizzato per la viralità 3. Che viene quote-twittato entro 6 minuti da tre sostenitori politici, tutti finanziati dallo stesso investitore di Anthropic 4. Mentre un’esclusiva del Wall Street Journal — con le sue citazioni — va online prima del suo stesso tweet 5. Seguita da 22 politici che invocano immediatamente una legge che era già stata scritta 6. Il tutto mentre un apparato invisibile di giornalisti finanziati da sovvenzioni, YouTuber e organizzazioni non profit ronza in sottofondo * Pura coincidenza. Niente da vedere qui. Un uomo aveva semplicemente delle preoccupazioni sulla sicurezza. -------------------------------------------------------------------------------- RIFERIMENTI Post di dimissioni di Jacob Coxon: https://x.com/hilbertspaess/status/2097476196791709843 Articolo del Wall Street Journal (versione syndicated): https://www.tovima.com/wsj/anthropic-researcher-quits-over-out-of-control-ai-fears/amp/ Sulla questione dell’orario di pubblicazione: https://x.com/thedogfather/status/2098255084631015455 Reazioni politiche — m_adams: https://x.com/m_adams/status/2097826241533407539 Youtuber pagati dalle NGO sovramenzionate per parlare dell’apocalisse AI: https://x.com/elonmusk/status/2096330979388338561 Peter Wildeford condivide l’articolo WSJ: https://x.com/peterwildeford/status/2097475721170206729 Survival and Flourishing Fund — raccomandazioni di sovvenzioni: https://survivalandflourishing.fund/recommendations AI Futures Project: https://www.aifutures.org/ Daniel Kokotajlo: https://x.com/DKokotajlo Annuncio finanziamento Anthropic (Tallinn & Moskovitz): https://www.anthropic.com/news/anthropic-raises-124-million-to-build-more-reliable-general-ai-systems Proposta Sanders–Casar per vietare la superintelligenza artificiale: https://www.sanders.senate.gov/press-releases/news-sanders-casar-introduce-legislation-to-ban-artificial-superintelligence-and-temporarily-pause-advanced-ai-development/ Post sul finanziamento dei contenuti sull’IA: https://x.com/WesRoth/status/2096281447732781228 Post di Brian Chau: x.com/brianchau57/status/2095128794889945541 Effort.news su finanziamenti IA e media: https://www.effort.news/tarbell Newspeak House — directory fellowship: https://newspeak.house/fellowship
UniTo: dentro l’università della guerra digitalizzata e lo human-washing. Accogliamo le sfide del presente.
L’anno accademico a Torino si apre con la decadenza di 19 clausole etiche in materia di dual-use e accordi bellici. Proviamo ad analizzare più da vicino cosa questo significa e di che processo si fa portavoce.  La ristrutturazione in chiave bellica del sistema produttivo sta cambiando il mondo del lavoro. Da ciò deriva una domanda di competenze differenti a cui i percorsi formativi devono piegarsi. Le nuove tecnologie per la guerra sono la fonte di accumulazione e valorizzazione di capitale più redditizia in questo momento storico, dentro la crisi della globalizzazione. Dall’esperienza dell’Intifada studentesca in poi, è stato strappato il velo di Maya che nascondeva le università dietro una fantomatica neutralità del sapere e della sua produzione. In particolare, si è messa al centro la primaria importanza in termini strategici delle competenze tecniche nelle facoltà STEM, soprattutto per quel che riguarda ora i nuovi sistemi AI. La guerra interna e esterna è infatti il settore di eccellenza dove l’AI può trovare la sua valorizzazione, nonostante le big tech cerchino di nascondersi dietro la facciata di una AI generativa di livello “consumer” – ovvero dedicata all’uso quotidiano “semplice”, come farsi consigliare ricette o farsi riassumere un paper accademico – spacciata per importantissima, ma di fatto economicamente insostenibile. Dall’altro lato, i poli universitari sempre più autonomi e definanziati devono inserirsi “autonomamente” – benché di autonomo ci sia ben poco quando si è inseriti nel gioco del mercato – nel sistema produttivo e attrarre fondi da aziende esterne.  È in questo contesto che la bolla AI permette di creare un’infinità di nuovi corsi con questo marchio anche nei campi umanistici, o di inserire almeno un esame con questo titolo in ogni percorso di studi.  Nella maggior parte dei casi però questi corsi non aprono ad una conoscenza arricchente per la persona e ad un pensiero critico e profondo sull’argomento, ma anzi impoveriscono le capacità cognitive con l’obiettivo di rendere gli studenti dei perfetti esecutori dell’algoritmo del mercato. Sono 34 i corsi con almeno un esame sull’argomento in calendario per l’anno accademico corrente tra UniTO e Politecnico. In molti di questi corsi non si cela la reale matrice bellica dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, come ad esempio il nuovo master HumanAIze, in collaborazione tra UniTO e PoliTO, finanziato da Leonardo e che non è altro che un percorso avviato per cercare ulteriori finanziamenti da aziende di questo calibro.  Il tentativo è quello di un vero e proprio human-washing della guerra e delle sue tecnologie per legittimarla e darle una cornice di eticità “umana”. Sarebbe fuorviante riferirsi all’eticità come qualcosa di astratto: non si può parlare di un bene o un male assoluti, avulsi dai rapporti economici e politici reali. Le 19 clausole etiche fatte saltare tra aprile e giugno da UniTO sono il sintomo della direzione che l’università ha intenzione di prendere. Un esempio lampante di ciò è l’accordo sottoscritto lo scorso aprile con SMAT, azienda che gestisce i servizi idrici di Torino, che dichiara ufficialmente di non escludere ricadute belliche. Le mobilitazioni studentesche dell’Intifada, nate a seguito della nuova fase di genocidio in Palestina, erano riuscite ad ottenere come prima vittoria – non sufficiente ma necessaria – per contrastare il dual-use della ricerca in campo bellico, quella di  un osservatorio sugli accordi tra l’università e le aziende. Tel Aviv dal 2023 cerca di contrastare il boicottaggio accademico attuato da alcune università europee. In particolare l’associazione dei Rettori delle Università Israeliane (Vera) tenta di intimidire le 27 università che in 9 paesi europei hanno deciso di eliminare o limitare le collaborazioni con partner israeliani. Questa operazione viene intrapresa attraverso lettere direttamente rivolte alle università, con pressioni alle autorità nazionali, con oltre 800mila dollari investiti in consulenze legali e minacce di sanzioni economiche. In particolare si cerca di salvaguardare i progetti Horizon tra UE e Israele, progetti che la Commissione Europea di fatto continua a proteggere, e di cui UniTO – sotto queste pressioni – continua a far parte. L’università è una delle basi dell’intelligenza collettiva e spetta a noi che la viviamo e la nutriamo la decisionalità su come, se e per che cosa fare ricerca. Davanti alla prospettiva di una scelta obbligata tra il precariato infinito e la svendita dei nostri saperi per aziende belliche e big tech schiave degli interessi statunitensi, vogliamo costruirci una terza strada di riappropriazione collettiva del sapere per una vita dignitosa e piena.  Nell’arco parlamentare e nelle istituzioni non c’è una forza politica istituzionale che sappia dare un opposizione alla traiettoria bellicista e che sappia rappresentare la voce di masse di studenti e studentesse – e non solo – che vedono il proprio futuro derubato e il loro presente deteriorarsi esponenzialmente. È proprio in questo vuoto politico che forze di estrema destra stanno trovando il proprio elettorato, essendo gli unici a fare un discorso concreto sulla guerra. Sappiamo che è solo propaganda strumentale e che se anche questi soggetti dovessero salire al governo tradirebbero subito dalla prima all’ultima promessa, allineandosi agli stessi interessi atlantisti. Dunque l’unica opposizione reale alla guerra e all’impoverimento materiale e formativo si costruisce dal basso, nei luoghi di produzione e riproduzione, creando rapporti di forza reali.   In questo scenario, dentro le nostre università, dobbiamo aprire percorsi di contro-formazione per riappropriarci di questi, ed altri, saperi per sottrarli all’utilizzo criminale che ne fanno i padroni del mondo e poterli reinvestire a vantaggio della prospettiva di un’esistenza migliore, per fini autonomi. Dobbiamo intavolare un discorso serio sul rifiuto o la riappropriazione di queste nuove tecnologie e ragionare sulla possibilità di uno sviluppo tecnologico al servizio degli interessi della collettività. Queste sono tutte domande aperte a cui solo il movimento reale sarà capace di rispondere. Non tiriamoci indietro alle sfide del presente.
[2026-10-02] CENA BELLAVITA VEGAN @ Barocchio Squat
CENA BELLAVITA VEGAN Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO) (venerdì, 2 ottobre 19:00) Barocchio squat presenta una semplice proposta per ribadire l'importanza della responsabilità individuale e collettiva sul tema dell'alimentazione, in specifico quella a base vegetale, come mezzo per portare avanti la liberazione animale in un contesto atroce che vede la mercificazione degli esseri animali per vari scopi beceri, come il divertimento, l'intrattenimento, secondo la logica di sfruttamento generale di questi ultimi. Ribadiamo l'importanza dei luoghi che portano avanti la pratica dell'autogestione e della bella vita, inoltre ben al di fuori delle logiche del metodo capitalista. Porta ciò che vuoi trovare Cucina aperta dalle 19 Il posto è in strada del Barocchio 27 Il poscritto è fuoco ad ogni gabbia.
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