INCONTRO DI MUTUO AIUTO TRANS*
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(martedì, 4 agosto 18:00)
INCONTRO RETE DI MUTUO AIUTO TRANS* 🏳️⚧️💖
Sei una persona trans? Vuoi contribuire a formare una rete di scambio di
conoscenze ed esperienze con altre persone trans? Sei stancx di dover sempre
passare per istituzioni e persone cis per dirimere i tuoi dubbi?
Vogliamo costruire uno spazio orizzontale di AUTO-MUTUO-AIUTO tra persone trans*
dove poterci scambiare e fornire gli strumenti per gestire la nostra salute.
Crediamo nei principi dell'auto-gestione, dell' auto-organizzazione, della
solidarietà e del mutualismo.
Non vogliamo offrire un servizio o uno sportello, ma creare una realtà di mutuo
aiuto, fra pari, da dentro la nostra comunità, dove poter mettere insieme
conoscenze ed esperienze, tra noi e tra persone transfemministe alleate.
Navigare la propria salute come persone trans è spesso complesso, tra
gatekeeping, leggende metropolitane, stereotipi negativi e personale sanitario
non adeguatamente preparato, quando non proprio discriminatorio. Questo momento
vuole essere uno spazio per infrangere quegli ostacoli alla nostra
autodeterminazione, e creare dei momenti di solidarietà concreta tra persone
trans, qualsiasi sia il loro percorso.
Se hai qualcosa da condividere, porta le tue conoscenze, se hai qualcosa su cui
vuoi saperne di più, porta i tuoi dubbi. Ci vediamo al CSOA Gabrio, Consultoria
FAM il 04/08 dalle ore 18! ❤️
Con Massimo Alberti, giornalista di Radio Popolare, affrontiamo la tematica
della riconversione torinese come esempio canonico del processo di
militarizzazione della società. Una riconversione che arriva ben prima dei piani
ReArm Europe o Readiness 2030 per il riarmo. Sullo sfondo della
re-industrializzazione che sta colpendo diversi settori produttivi in Italia –
dall’automotive all’indotto – si rafforza infatti il piano di riarmo europeo da
800 miliardi imposto dalla Presidente della Commissione Ue Von Der Leyen.
Interessante analizzare come l’industria automobilistica italiana, ancora una
volta, si dimostri appendice di quella tedesca, ora leader della crisi del
settore, e come ciò si riperquota sulle scelte politiche in direzione del
riarmo.
In conclusione partiamo dal lavoro d’inchiesta svolto da Alberti sul tessuto
industriale torinese per analizzare che ricadute sta avendo la
compartimentazione della supply chain dell’industria della difesa sulle
prospettive di produzione ma sopratutto sulle prospettive sindacali e di
diserzione alla guerra.
Con Silvano Cacciari affrontiamo il tema della permeazione dei mondi artificiali
nella materialissima contemporaneità oggi sempre più in crisi verso un mondo in
guerra. La tensione competitiva tra Stati Uniti e Cina ha come retroscena il
tentativo di guadagnarsi il primato sul podio dell’innovazione tecnologica e
della loro predominanza. A questo si aggiunge il ruolo dei tecnocrati che stanno
spostando l’ago della bilancia sempre di più sul privato come esemplifica bene
Palantir che, introducendosi, nel mercato della difesa, entra in aperto
conflitto con il vecchio apparato militare industriale. L’impatto che il nuovo
modello economico proposto dal mercato tecnologico ha sulla nostra società è
palpabile e con Cacciari approfondiamo anche delle ricadute che questo ha sui
modelli politici in avvento.
Dai microfoni dello studio mobile al decennale del Festival dell’Alta Felicità
abbiamo trasmesso il saluto del Nucleo Pintoni Attivi alla compagna Maria,
compagna No Tav, scomparsa due anni fa.
Il ricordo di lei passa in questo contributo tramite la lettura delle “Lettere
dei condannati a morte della Resistenza europea” per far emergere quanto
coraggio, quanta speranza possano esserci anche nel momento della fine:
“Come Nucleo Pintoni Attivi potremmo raccontarvi tante cose su Maria per farvi
conoscere quanta passione ci abbia messo nella Valle che Lotta.
Vi leggeremo quel monumento che è Lettere dei condannati a morte della
Resistenza Europea e lo faremo insieme perché insieme è il solo modo di
combattere, è il solo modo per trasformare il ricordo in impegno. Insieme è il
solo modo di stare al mondo.
Ciao Maria, tutto questo è per te. Ciao bella, bella ciao.“
Si è conclusa poco fa la conferenza stampa convocata dal Movimento No Tav in
seguito ai posti di blocco istituiti questa mattina a conclusione del Festival
Alta Felicità: un’intera porzione di Valsusa è stata perimetrata.
da Notav.info
A controllare ogni via d’accesso a Venaus, forze dell’ordine e Digos di Torino
che non permettevano alle persone di defluire verso Susa. Tutto ciò in
continuità con gli scorsi giorni che hanno visto massicci blocchi e
identificazioni sovradimensionati, oltre all’episodio a conclusione della marcia
a San Didero, momento in cui centinaia di manifestanti sono stati circondati,
fermati e identificati alla stazione di Bruzolo.
Il primo intervento ha visto Nicoletta Dosio rimarcare la felicità di lottare
insieme in difesa del proprio territorio contro il modello di vita che questo
treno porta con sé, basato sulla guerra agli esseri umani e alla natura. La
storia del Movimento No Tav è fatta di resistenza popolare che ha legato a sé
altre realtà e altre resistenze. Continuare a opporsi significa dare a tutti la
speranza e la possibilità di poter vincere difendendo questa terra devastata
dagli interessi del capitale che nega il futuro per tutti. Nicoletta ha
proseguito rimarcando la partecipazione trasversale alla marcia popolare di
sabato scorso sottolineando che la resistenza del Movimento No Tav continua a
dare speranza a tanti: “Abbiamo praticato il diritto alla difesa anche sui
cantieri ma ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene
la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio e
il vero dire no è dire no a quella devastazione”. Continua sottolineando che la
bellezza di una Valle è stata trasformata in un deserto e il deserto che
vorrebbero è anche economico e sociale oltre che ambientale. La grande opera
doveva essere una linea passeggeri, poi una linea per le merci mentre oggi
secondo i suoi promotori è sempre più necessaria. Questo perché un’opera del
genere deve diventare “strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo
contro la guerra. Noi dicamo no a questi disegni dell’Europa di Maastricht della
Nato.”
Si sussegue l’intervento di Guido, sempre per il Movimento No Tav. Dal racconto
dei media viene dipinto il corteo di sabato attraverso presunte distinzioni tra
buoni e cattivi ma, ribadisce “é una storia vecchia: lo abbiamo detto dopo il g8
di Genova e lo abbiamo ricordato nel 2011 dopo l’assedio di Chiomonte,
scrivendolo su uno striscione – Siamo tutti Black Block”. Guido cita
l’editoriale di Sorgi apparso su “La Satmpa” di ieri, dove viene addirittura
ammesso che la linea ad Alta Velocità è inutile “forse è ora che ricominciamo a
ripensare a quest’opera perché le prove che non serve a niente le abbiamo da
anni, la necessità di continuare è conseguenza delle lobby che spingono per
guadagnarci nonostante sia evidente che neanche l’Unione Europea sia più in
grado di sostenere la costruzione dell’opera nonostante le promesse fatte”.
Franco, consigliere di minoranza di Giaglione, sottolinea come “il nostro
territorio sia fortemente interessato dal cantiere e sia uno dei Comuni della
Valsusa ad avere preso le compensazioni” e ribadisce il paradosso per cui, da un
lato viene tolta l’acqua bucando la montagna e, dall’altro, si costruiscono
opere idrauliche. “In questa valle le forze dell’ordine non sono qui per
difendere le persone – come vorrebbero far credere – ma a difendere la
devastazione”. Conclude con una battuta sulla visita di questa mattina di Meloni
e Piantedosi al cantiere di Chiomonte “Certo proviamo un po’ di fastidio per la
loro presenza qui ma questo significa che l’avversario è debole. Questi giorni
sono un grande risultato per noi data la grande partecipazione al Festival e
alle iniziative chiamare dal Movimento No Tav contro i cantieri, quindi
continueremo così”.
Anche i giovani No Tav prendono parola, Matilde afferma “eravamo tutti e tutte
in corteo e una grande parte erano giovani e giovanissimi. Questa lotta è ancora
giovane e vogliamo opporci a questa opera che ci toglie spazi risorse. Si è
parlato di violenza ma la violenza è quella che noi da trent’anni subiamo con la
militarizzazione che anche oggi viene riproposta con i blocchi di questa mattina
per uscire da Venaus. L’ennesima prova di forza del governo per intimidire
ulteriormente, per colpire e criminalizzare i giovani che subiscono repressione
nei movimenti sociali ma che, nonostante ciò, alzano la testa. Siamo nati in
questa valle e sappiamo cosa significa vivere in questo territorio devastato con
sempre nuovi cantieri. Anche noi siamo parte della resistenza”. “Sembriamo un
po’ arrabbiati invece siamo felici perché la lotta rende giovani” con queste
parole di Nicoletta si conclude la conferenza stampa.
Qui l’audio della conferenza stampa
Si è conclusa poco fa la conferenza stampa convocata dal Movimento No Tav in
seguito ai posti di blocco istituiti questa mattina a conclusione del Festival
Alta Felicità: un’intera porzione di Valsusa è stata perimetrata. A controllare
ogni via d’accesso a Venaus, forze dell’ordine e Digos di Torino che non
permettevano alle persone di defluire verso Susa. Tutto ciò in continuità con
gli scorsi giorni che hanno visto massicci blocchi e identificazioni
sovradimensionati, oltre all’episodio a conclusione della marcia a San Didero,
momento in cui centinaia di manifestanti sono stati circondati, fermati e
identificati alla stazione di Bruzolo.
Il primo intervento ha visto Nicoletta Dosio rimarcare la felicità di lottare
insieme in difesa del proprio territorio contro il modello di vita che questo
treno porta con sé, basato sulla guerra agli esseri umani e alla natura. La
storia del Movimento No Tav è fatta di resistenza popolare che ha legato a sé
altre realtà e altre resistenze. Continuare a opporsi significa dare a tutti la
speranza e la possibilità di poter vincere difendendo questa terra devastata
dagli interessi del capitale che nega il futuro per tutti. Nicoletta ha
proseguito rimarcando la partecipazione trasversale alla marcia popolare di
sabato scorso sottolineando che la resistenza del Movimento No Tav continua a
dare speranza a tanti: “Abbiamo praticato il diritto alla difesa anche sui
cantieri ma ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene
la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio e
il vero dire no è dire no a quella devastazione”. Continua sottolineando che la
bellezza di una Valle è stata trasformata in un deserto e il deserto che
vorrebbero è anche economico e sociale oltre che ambientale. La grande opera
doveva essere una linea passeggeri, poi una linea per le merci mentre oggi
secondo i suoi promotori è sempre più necessaria. Questo perché un’opera del
genere deve diventare “strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo
contro la guerra. Noi dicamo no a questi disegni dell’Europa di Maastricht della
Nato.”
Si sussegue l’intervento di Guido, sempre per il Movimento No Tav. Dal racconto
dei media viene dipinto il corteo di sabato attraverso presunte distinzioni tra
buoni e cattivi ma, ribadisce “é una storia vecchia: lo abbiamo detto dopo il g8
di Genova e lo abbiamo ricordato nel 2011 dopo l’assedio di Chiomonte,
scrivendolo su uno striscione – Siamo tutti Black Block”. Guido cita
l’editoriale di Sorgi apparso su “La Satmpa” di ieri, dove viene addirittura
ammesso che la linea ad Alta Velocità è inutile “forse è ora che ricominciamo a
ripensare a quest’opera perché le prove che non serve a niente le abbiamo da
anni, la necessità di continuare è conseguenza delle lobby che spingono per
guadagnarci nonostante sia evidente che neanche l’Unione Europea sia più in
grado di sostenere la costruzione dell’opera nonostante le promesse fatte”.
Franco, consigliere di minoranza di Giaglione, sottolinea come “il nostro
territorio sia fortemente interessato dal cantiere e sia uno dei Comuni della
Valsusa ad avere preso le compensazioni” e ribadisce il paradosso per cui, da un
lato viene tolta l’acqua bucando la montagna e, dall’altro, si costruiscono
opere idrauliche. “In questa valle le forze dell’ordine non sono qui per
difendere le persone – come vorrebbero far credere – ma a difendere la
devastazione”. Conclude con una battuta sulla visita di questa mattina di Meloni
e Piantedosi al cantiere di Chiomonte “Certo proviamo un po’ di fastidio per la
loro presenza qui ma questo significa che l’avversario è debole. Questi giorni
sono un grande risultato per noi data la grande partecipazione al Festival e
alle iniziative chiamare dal Movimento No Tav contro i cantieri, quindi
continueremo così”.
Anche i giovani No Tav prendono parola, Matilde afferma “eravamo tutti e tutte
in corteo e una grande parte erano giovani e giovanissimi. Questa lotta è ancora
giovane e vogliamo opporci a questa opera che ci toglie spazi risorse. Si è
parlato di violenza ma la violenza è quella che noi da trent’anni subiamo con la
militarizzazione che anche oggi viene riproposta con i blocchi di questa mattina
per uscire da Venaus. L’ennesima prova di forza del governo per intimidire
ulteriormente, per colpire e criminalizzare i giovani che subiscono repressione
nei movimenti sociali ma che, nonostante ciò, alzano la testa. Siamo nati in
questa valle e sappiamo cosa significa vivere in questo territorio devastato con
sempre nuovi cantieri. Anche noi siamo parte della resistenza”. “Sembriamo un
po’ arrabbiati invece siamo felici perché la lotta rende giovani” con queste
parole di Nicoletta si conclude la conferenza stampa.
Controlli di massa, fogli di via, divieti e una valle trasformata in zona
militare per la visita di Giorgia Meloni. Dalla conferenza stampa del Movimento
No Tav arriva una denuncia …
Tutte le strade per scendere dalla valle bloccate con controlli a tappeto e
identificazioni in risposta alla mobilitazione di sabato contro i cantieri della
devastazione in Val di Susa che ha visto la pertecipazione di almeno 20mila
persone.
Il movimento No Tav ha indetto per le ore 14:30 di oggi a Venaus una conferenza
stampa e un presidio in solidarietà alle migliaia di persone che ancora sono al
campeggio.
Il commento di Martina del Movimento No Tav:
Sono stati effettuati controlli anche alle stazioni di Porta Nuova a Torino e
nelle stazioni Centrale e di Lambrate a Milano e persino auto smontate per
verificarne il contenuto. Al seguito dei controlli alle persone identificate
viene fatto un video testa piedi.
Riprendiamo il comunicato di NOTav.Info:
Questa mattina, le forze dell’ordine e la Digos di Torino hanno istituito
massicci posti di blocco all’uscita del perimetro del Festival Alta Felicità.
Su tutte le strade verso Susa non si passa se non identificati.
Non a caso giunge notizia che sono attesi in visita al cantiere di Chiomonte
Piantedosi e Meloni.
Una strategia di pressione e di prova di forza voluta dalla Questura di Torino e
dal Governo per rispondere alla grande manifestazione di massa di sabato e alla
partecipazione di migliaia di giovani al Festival Alta Felicità.
Le reazioni istituzionali di ieri dimostrano che Governo e partiti di ogni
colore non sanno più in che modo mettere una toppa sul buco: invece di assumere
che l’opera è inutile, vetusta, che i lavori procedono a rilento e che serve
solo a portare i soldi ai soliti noti, cercano di spostare l’attenzione.
È cosa nota invece che questa opera non si farà ma si vuole prolungare la
pagliacciata.
Questi giorni accendono la luce sulla voglia di esserci e difendere il proprio
territorio dagli interessi di aziende, mafie e partiti
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
Giardini Alimonda - Via Alimonda, Torino
(martedì, 28 luglio 20:30)
La Federazione Toscana del Partito dei CARC denuncia un uso repressivo del
foglio di via nei confronti di uno studente universitario coinvolto in
un’indagine per diffamazione e rilancia la campagna …
… e non potrebbe essere diversamente, dato l’impatto ambientale e il consumo di
energia di queste strutture che imbastiscono, un pezzo alla volta,
l’incarcerazione tecnologica della società.
Qui un report sulla protesta nella provincia di
Milano: https://www.lindipendente.online/2026/07/13/in-provincia-di-milano-si-e-svolta-la-prima-manifestazione-contro-i-data-center/
Qui sulla mobilitazione, apparentemente più accesa (è stato interrotto il
consiglio comunale), a Travagliato, nel bresciano:
https://www.lindipendente.online/2026/07/25/travagliato-il-paese-in-provincia-di-brescia-in-rivolta-contro-i-datacenter/
Qui un “caso di scuola” particolare: a Cheyenne, nel Wyoming, un data center di
Meta ha provocato una contaminazione batteriologica:
https://www.lindipendente.online/2026/07/15/meta-ha-avvelenato-una-citta-americana-con-il-suo-data-center/
Sotto una panoramica sulle forti proteste e il “dibattito pubblico” negli USA.
Nota di colore: quando gli fa comodo, anche il potere fa del “complottismo”…
da https://www.lindipendente.online/2026/07/10/negli-usa-e-iniziata-la-ribellione-contro-data-center-e-ia/
NEGLI USA È INIZIATA LA RIBELLIONE CONTRO DATA CENTER E IA
di Walter Ferri
(10 LUGLIO 2026)
Nel 2025, negli Stati Uniti, l’avvento dei data center non solo appariva
ineluttabile, ma sembrava anche un business senza precedenti, capace di
rinvigorire aree industriali e rurali ormai in via di decadenza. In ballo
c’erano cifre che, secondo alcune fonti, toccavano i 387 miliardi di dollari di
progetti: gli investitori sgomitavano e accumulavano debiti pur di finanziare le
ambite infrastrutture, pur di non rimanere indietro in un mercato giudicato
estremamente promettente. Il tutto era dunque accompagnato dall’idea di
ravvivare zone periferiche, portare lavoro, riqualificare aree urbane cadute in
disgrazia. Un anno dopo, tutto è cambiato.
A seconda dei casi, l’integrazione sul territorio dei data center è stata
ricollegata ad aumenti dei costi della bolletta elettrica per i residenti, al
peggioramento dei servizi idrici, all’innalzamento delle temperature locali,
nonché all’aumento dell’inquinamento atmosferico, acustico e luminoso. Il tutto
a fronte di un’aggiunta stabile di posti di lavoro che non si muove in scala con
gli investimenti, spesso creando un numero relativamente contenuto di nuove
posizioni che, però, richiedono competenze tecniche difficilmente alla portata
degli abitanti di quelle aree periferiche spesso selezionate per la loro
edificazione.
Gli statunitensi vedono nei data center un riflesso, se non una causa, delle
loro sofferenze economiche, inoltre non percepiscono l’avvento dell’intelligenza
artificiale come un miglioramento sociale, anzi hanno la percezione che l’IA
finirà per minare il mercato del lavoro. Il risultato è che molti statunitensi e
una parte considerevole delle autorità locali si sono attivati per contestare
l’apertura di nuovi data center, un fenomeno diventato massivo e ricorrente. Si
stima che nel primo trimestre del 2026 le opposizioni dei cittadini siano state
in grado di far sospendere o cancellare del tutto circa 130 miliardi di dollari
di investimenti infrastrutturali, una tendenza che non pare ciclica, ma si
affida ormai a un modus operandi condiviso, con i gruppi di opposizione
organizzata che diventano sempre più numerosi e agguerriti.
LA TEORIA DEL COMPLOTTO CINESE
Alcuni faticano a credere che il popolo stia spontaneamente insorgendo contro
l’edificazione dei data center, suggerendo piuttosto che ci sia una mano
straniera che agisce nell’ombra. OpenAI, per esempio, riporta nero su bianco in
un report di ricerca di ritenere che la situazione di dissenso sia fomentata da
un’«operazione di influenza sotto copertura» perpetrata dal governo cinese. La
società sostiene di aver dovuto bloccare diverse serie di profili utente perché,
dalla Cina, si impegnavano a «manipolare un dibattito legittimo riguardante l’IA
americana». I modelli GPT venivano impiegati dall’Asia per generare testi
pensati per «sfruttare e amplificare le preesistenti preoccupazioni pubbliche»,
focalizzandosi perlopiù sulla lotta alle gigafactory che alimentano
l’intelligenza artificiale e sul criticare aspramente l’imposizione statunitense
dei dazi doganali.
In coda a queste segnalazioni, OpenAI aggiunge però una postilla tutt’altro che
irrilevante: la società ammette di non aver identificato prove che dimostrino
che i testi in questione abbiano «significativamente» influenzato il discorso
pubblico. L’azienda si trova tra l’incudine e il martello: riconoscere che i
cittadini stanno genuinamente lottando contro i data center andrebbe contro i
suoi interessi aziendali, ma sostenere che i suoi strumenti siano concretamente
utilizzati per incidere in maniera tangibile sulle politiche nazionali
condurrebbe necessariamente a una serie di ragionamenti riguardanti la sicurezza
nazionale, prospettando possibilmente la necessità di un inasprimento delle
leggi.
L’impresa guidata da Sam Altman non è però un’entità isolata nel dipingere le
contestazioni come una forma di interferenza geopolitica di portata
internazionale. Il segretario degli Interni statunitense, Doug Burgum, ha a sua
volta perpetuato questa narrazione, rincarandone le derive complottiste. In
occasione di un evento organizzato da Breitbart News, il politico ha per esempio
esplicitato in maniera inequivocabile che le proteste contro i data center «non
sono organiche e locali, alcune sono sponsorizzate da flussi occulti di denaro
di provenienza straniera», un messaggio di pancia e privo di elementi concreti
che, tuttavia, presta la propria voce a una lettura che sta progressivamente
diventando popolare tra i dirigenti e gli investitori della Silicon Valley: le
contestazioni sono una forma di ingerenza politica cinese, quindi non vanno
ascoltate e, anzi, sarebbe meglio sedarle.
I politici repubblicani hanno da più parti scritto alla Casa Bianca e all’FBI
per chiedere che siano aperte delle indagini per sincerarsi di come sia la
situazione, per verificare quanto sia gravosa l’influenza cinese sull’argomento;
tuttavia, parallelamente, gli studiosi di geopolitica mettono in dubbio che la
reazione del popolo possa essere ricondotta in maniera significativa a Pechino,
se non altro perché l’approccio descritto dai dirigenti d’impresa stona con i
casi storici documentati. Secondo l’opinione di diversi esperti del settore, le
contestazioni sarebbero genuine e i cinesi si limiterebbero a riportare gli
avvenimenti in maniera strategica, così da assicurarsi che gli USA facciano una
pessima figura.
LOTTA AI DATA CENTER E LOTTA AL POTERE
Mentre i repubblicani denunciano la presenza del fantasma di Pechino, gli
esponenti più a sinistra dello spettro politico statunitense, Bernie Sanders e
Alexandria Ocasio-Cortez, hanno tentato a marzo di imbastire una moratoria sui
data center, una sospensione pensata per durare fino a quando non verranno
introdotte salvaguardie nazionali capaci di proteggere i lavoratori, i diritti
civili e l’ambiente. Moratoria che, peraltro, è stata sollecitata più
recentemente anche da una coalizione composta da più di 520 organizzazioni,
rappresentata dal gruppo di pressione Food & Water Watch. Le possibilità che una
simile misura prenda effettivamente piede sono però estremamente limitate,
soprattutto considerando gli interessi e gli approcci dell’attuale
amministrazione.
In questi giorni, il Dipartimento di Giustizia statunitense si sta impegnando a
interferire con una causa avviata in Mississippi contro il data center di xAI
situato a Southaven: centri di calcolo che, edificati in fretta e furia, non
hanno avuto il tempo di attendere un ammodernamento della rete elettrica e
vengono pertanto alimentati con turbine a metano, una strategia che sembra
muoversi in spregio alle leggi ambientali previste dal Clean Air Act.
L’establishment vuole accertarsi che, a prescindere dalla legalità delle
operazioni, l’infrastruttura di Elon Musk continui a rimanere operativa, e per
farlo sostiene che, alla luce dei contratti governativi e delle aspettative del
mercato, l’operatività della struttura sia «critica per l’economia e per il
Dipartimento della Guerra». «Il Dipartimento della Giustizia non se ne starà a
guardare mentre alcune organizzazioni private sfruttano le leggi ambientali per
minare la nostra sicurezza nazionale», ha dichiarato Adam Gustafson, vice
procuratore generale capo aggiunto per la Divisione Ambiente e Risorse Naturali
del Dipartimento di Giustizia.
Il 71% degli statunitensi si dice contrario all’edificazione dei data center e
il 48% vi si oppone con forza; eppure l’amministrazione Trump continua a voler
procedere con passo spedito, arrivando addirittura a catalogare i manifestanti
che si oppongono alle aziende di IA nell’ampia e ambigua categoria di
“estremisti” nel contesto della lotta al terrorismo. Complice l’impossibilità di
un dialogo costruttivo tra le parti, il discorso politico e sociale nei
confronti dei data center e dell’intelligenza artificiale ha progressivamente
fomentato un contesto di antagonismo, trasformando la resistenza all’IA in un
fenomeno che esula ormai dai legittimi interessi locali per assumere le fattezze
di una vera e propria lotta di classe che, cosa rilevante, trascende dalla
tradizionale appartenenza partitica. Una situazione che, già ora, ha toccato
derive violente: Altman , CEO di OpenAI, ha subìto due attacchi armati presso la
sua dimora. Il primo, avvenuto il 10 aprile, ha visto la sua casa di San
Francisco colpita da una molotov; il secondo, avvenuto appena due giorni dopo,
avrebbe visto un attentatore esplodere colpi di pistola dai finestrini di
un’Honda.
Altman ha comprensibilmente chiesto che venissero smorzati i toni del confronto,
evitando di cadere in un gorgo di attentati a discapito di un sano confronto
pubblico. «Mentre portiamo avanti questo confronto, dovremmo promuovere una
de-escalation della retorica e delle strategie, magari cercando di vedere meno
deflagrazioni nelle nostre case. Figurativamente e letteralmente», ha
dichiarato. Allo stesso tempo, il dirigente ha colto l’occasione per attaccare
la stampa, alludendo a un articolo di inizio aprile pubblicato dal New Yorker in
cui veniva ricostruita la sua torbida carriera.
https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/07/26/protesta-nel-carcere-di-viterbo-incendio-con-23-intossicati_304f42c1-4dc9-4cdf-a00b-699311b1e9a9.html