Riceviamo e diffondiamo questo interessantissimo opuscolo sulla guerra civile
dall’alto in Messico, che raccoglie gli interventi dell’incontro svoltosi a
Radio Blackout il 20 febbraio 2026, a cura di Torino Diserta e Happy Hour, con
Claudio Albertani e Collettivo Nodo Solidale.
Sarà presto disponibile anche il podcast.
Guerracivile_Messico_DEF
di Lavinia Marchetti Dalla retorica della “mela marcia” alla devianza sistemica:
casi, omertà istituzionale ed espansione normativa dei poteri coercitivi come
architettura dell’impunità Nel dibattito pubblico, mediatico e istituzionale
italiano, …
La Russia non contende all’Ucraina solo parte del suo territorio ma anche i
bambini che abitano quelle terre occupate. Come funziona la macchina della
rieducazione
L'articolo Rieducazione russa proviene da IrpiMedia.
COMALA, ASSEMBLEA CITTADINA
Comala - corso Francesco Ferrucci 65/a, 10137 Torino
(giovedì, 5 marzo 18:30)
ASSEMBLEA CITTADINA Dall'Askatasuna al Comala: la piega che sembra prendere
questa città è quella dell'eliminazione degli spazi non mercificati, liberi, in
cui portare avanti iniziative dal basso. Difendere questi spazi e quello che
rappresentano è fondamentale nel momento in cui la guerra e le sue forme
invadono il nostro quotidiano. Continuare a incontrarsi per discutere e
riflettere insieme è allora ancora più necessario. Tanti momenti sono alle porte
per costruire insieme una Torino diversa, che non si piega alle logiche di
profitto e militarizzazione. E' il momento di essere partigiani, di prendere
parte per realizzare la città che vorremmo a partire dalle nostre necessità,
mettendo al primo posto la salute, il verde, il clima e forti legami di
solidarietà contro la violenza della guerra e quella patriarcale! Ci vediamo il
5 marzo alle 18.30 al Comala!
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
piazza Foroni - piazza Foroni
(giovedì, 5 marzo 20:00)
Cena sociale di quartiere
Saremo insieme al bar di Milon, che metterà il servizio bar
Porta quello che vuoi trovare a parte gli alcolici
Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita
Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo
Verso l’8 marzo, Non Una Di Meno lancia un intero weekend di mobilitazione
transfemminista: tre giorni di sciopero e iniziative per rimettere al centro
lavoro, riproduzione sociale e conflitto, sull’onda dell’opposizione ai piani
del governo tra cui il DL Bongiorno.
L’obiettivo è bloccare, anche simbolicamente, i meccanismi della produzione e
della riproduzione sociale, rendere visibile il lavoro invisibilizzato e
denunciare un presente segnato da violenza patriarcale, razzista e
istituzionale, guerre, precarietà e repressione. Un presente che non rappresenta
un destino inevitabile, ma il risultato di scelte politiche precise.
In risposta NUDM organizza un denso fine-settimana di cortei, mobilitazioni nei
quartieri e soprattutto di sciopero transfemminista:
7 marzo corteo cittadino, 8 marzo iniziative diffuse nei quartieri di Torino, 9
marzo sciopero transfemminista e mobilitazioni in città contro governo e
patriarcato.
Ne abbiamo parlato con una compagna di Non Una di Meno:
Negli ultimi giorni una nuova tornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran si è
tenuta a Ginevra, con l’obiettivo di evitare un’escalation militare legata al
programma nucleare di Teheran. I negoziati, mediati da Oman, si sono conclusi
senza un accordo, ma con accordi per continuare tecnicamente i lavori
a Vienna la prossima settimana. Washington ha chiesto garanzie più stringenti
sull’arresto dell’arricchimento dell’uranio e ispezioni più robuste, mentre
l’Iran insiste nel mantenere il proprio programma nucleare pacifico e nel
rifiutare limiti al suo sviluppo militare.
Sul terreno, la diplomazia convive con una massiccia presenza militare
statunitense nella regione, con gruppi di portaerei e caccia schierati nel Medio
Oriente e una retorica che non esclude un’azione militare nel caso in cui gli
accordi diplomatici falliscano.
Israele gioca un ruolo importante nel quadro: da un lato è fermamente contrario
a qualunque accordo che non includa restrizioni alle capacità missilistiche
dell’Iran o al suo sostegno ai gruppi armati nella regione, e spinge USA verso
una linea più dura. Il governo di estrema destra israeliano cerca di forzare
un’attacco all’Iran per garantire non solo la propria sopravvivenza interna, ma
anche per tentare di chiudere la partita con l'”arcinemico” iraniano. Nessun
accordo definitivo è all’orizzonte, e la tensione resta alta con il rischio di
un’escalation che potrebbe coinvolgere anche Israele.
Un approfondimento registrato giovedì 26 febbraio con Eliana Riva,
caporedattrice di Pagine Esteri
Un secondo aggiornamento con Eliana Riva, successiva al secondo tempo dei
negoziati tenutesi giovedì.
Riprendiamo dal sito https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/ questi due
interventi tenuti al convegno Sabotiamo la guerra e la repressione, tenuto a
Viterbo lo scorso 8 febbraio. Nel sito dedicato ci sono anche i podcast degli
audio.
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/25/ddl-gasparri-delrio-la-sionizzazione-dello-stato/
DDL GASPARRI -DELRIO
LA SIONIZZAZIONE DELLO STATO
Buongiorno a tutte e a tutti.
Aggredisco subito l’argomento, invertendo un po’ la relazione. Il titolo della
relazione: partiremo dalla sionizzazione dello Stato e poi andremo a vedere il
DDL Gasparri Del Rio, che nel mentre è diventato il DDL
Gasparri-Delrio-Romeo-Scalfarotto, per cui è diventato perlomeno otto DDL
contemporaneamente. Perché? Il perché evidentemente è anche collegato agli
interventi che mi hanno preceduto, tutti molto interessanti e che, ognuno dalla
sua sfaccettatura, comunque ha analizzato un processo composito. E proveremo a
reinquadrare nell’ottica che il nemico va conosciuto, va conosciuto nei suoi
contenuti, va conosciuto nella sua fisionomia. Il nemico è sempre lo stesso da
secoli, però questo non significa che non modifica e non si adatta alla realtà
che si trova a ad affrontare. In questo senso ieri si diceva, e anche
nell’introduzione, il nostro nemico è lo Stato imperialista delle
multinazionali. Questa è una definizione coniata una cinquantina d’anni fa da un
movimento rivoluzionario in Italia. In quella fase, però, questa si è mantenuta
nel contenuto e questa definizione secondo noi va recuperata perché fotografa
meglio la situazione. Cinquant’anni fa fu un’intuizione, adesso è una
definizione conclamata, cioè quello che fu un’intuizione oggi si dimostra in se
stessa. Che significa questa definizione? Che c’è una relazione tra una
Struttura costituita da un dominio monopolistico delle multinazionali di stampo
imperialista, che ha una sua Sovrastruttura, ossia uno Stato che ne garantisce
questo dominio. Questo in pratica significa tale definizione, non è nient’altro.
Ieri ci si diceva se fosse “Stato, Stati…”. Non è questo il contenuto, in realtà
quello che ci interessa della relazione tra l’elemento della Struttura, ossia
del dominio monopolistico delle multinazionali, per cui nel meccanismo di
sfruttamento delle classi, nel meccanismo di oppressione dei popoli, che è un
congiunto di questo dominio e le forme con cui questo dominio si preserva,
soprattutto è stato ripetuto diversi interventi precedenti. Oggi quel tipo
particolare di dominio, che coincide oltretutto con l’imperialismo a matrice
“occidentale”, sta paradossalmente, anche se appare molto aggressivo, sulla
difensiva; ossia sta nel meccanismo di difendere le sue prerogative, la sua
posizione egemone, la sua posizione di dominio che la realtà materiale della
società umana, di altri capitalismi emergenti, della lotta di classe mettono in
discussione. Profondamente in questo senso, quindi, ferma restando l’essenza
dello Stato, che è nient’altro che il dominio di una classe sulle altre, lo
rappresenta. Detto ciò, però, evidentemente questo (Stato) è suscettibile di
modificazioni, di adattamenti. In questo senso le oligarchie imperialiste
internazionali, in questa fase hanno scoperto che uno dei modelli di dominio, di
coercizione, di repressione e prevenzione più funzionali alle loro esigenze è
quello sionista. Ossia ciò che lo Stato di Israele ha implementato in quello che
può essere considerato un gigantesco laboratorio storico e laboratorio sociale,
di dominio, di repressione, di sperimentazione delle tecniche e così via. In
questo senso, oggi come oggi, lo Stato israeliano rappresenta, come è stato
descritto precedentemente, sia nell’intervento del compagno di Radio Blackout e
sia negli interventi fatti dai palestinesi, tutti questi meccanismi, dinamiche e
prospettive. Applicazioni che dimostrano che (il modello) funziona per
l’oligarchia imperialista, soprattutto occidentale. Gli “funziona”, lo credono,
lo ritengono funzionale, per cui in questo senso si spiega quello che veniva
detto, ossia il fatto che una struttura multinazionale dove evidentemente i
coinvolgimenti, le intersecazioni del Capitale sionista sta proprio dentro i
meccanismi di proprietà, per cui è un dato Strutturale. Ormai, se noi pensiamo a
Meta, che di fatto è una multinazionale sionista e Zuckerberg lo rappresenta
anche fisicamente. Questa partecipazione di proprietà veniva prima illustrata
dal compagno di Blackout e venivano nominate molte multinazionali che
intervengono in tutti gli aspetti più articolati dell’azione di repressione
degli Stati imperialisti. Per cui è un termine, le multinazionali, che se quando
noi pensiamo a questo dominio delle multinazionali e poi andiamo a scorrere
nella Campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) i nomi di tutte le
multinazionali, praticamente (queste) innervano tutta la nostra vita quotidiana.
Se noi facessimo il boicottaggio sincero, noi non vivremmo, perché tutta la
nostra vita, tra quello che fumiamo, le bollette che paghiamo, quello che
mangiamo e così via, è tutto pieno, innervato di questo capitale (sionista)
ormai mischiato, transnazionale, multinazionale, che poi deve trovare riscontro
delle forme di dominio, di preservazione, di concezione. E in questo senso è,
per loro, il meccanismo di (dominio) più adatto in questo momento storico. In
questo poi può darsi che cambieranno le esigenze più avanti, come sono state
cambiate in precedenza. Ma in questo momento la sionizzazione dello Stato, la
sionizzazione della Sovrastruttura, non solo dello Stato, ma nella narrazione
delle ideologie e della cultura, è un meccanismo che gli “funziona”. Soprattutto
a ciò che viene inteso come imperialismo occidentale, nella realtà e, in questo
senso, per le istituzioni di questo Stato. Ieri, per esempio, ho partecipato ad
un convegno a Roma che prendeva sempre in esame questo argomento. Per la
situazione attuale veniva un proposta e riproposta una dualità: se lo Stato
fosse un elemento sovranazionale o lo Stato fosse un elemento nazionale, se uno
primeggiasse. In realtà non va messa in atto questa dualità a “esclusione”,
perché è come che se noi dicessimo sul caso “nazionale” che l’autonomia
differenziata riservata alle Regioni va in conflitto aperto, contraddittoria e
antagonista con lo stesso Stato nazionale. Stessa cosa è come dire che l’Italia
può entrare di per sé in conflitto aperto con la NATO, con l’Unione Europea.
Oggi i meccanismi di integrazione (di Sovrastruttura) riflettono la Struttura:
se la Struttura è multinazionale, anche la Sovrastruttura rifletterà questo
meccanismo e in questo senso, ciò è emerso con forza ed è “leggibile” nella
ridefinizione di questa Sovrastruttura. Ripeto, già gli interventi che mi hanno
preceduto l’hanno messo in risalto negli aspetti repressivi, nelle aspetti
tecnologici, negli aspetti della comunicazione e in tutti gli aspetti per cui
l’elemento sovrastrutturale nient’altro riflette questo rapporto (strutturale)
di dominio delle multinazionali. Questo è un dato che noi dobbiamo analizzare e
tener presente in quello che facciamo. Si diceva all’inizio, non cadiamo nella
trappola di credere che i nuovi dispositivi, i nuove decreti, i nuovi disegni di
legge securitarie, ci portano nella logica della fascistizzazione dello Stato.
Non è così. Non lo è perché poi vedremo, quando analizzeremo i vari disegni di
legge più specifici – Gasparri, Delrio, eccetera -, che non vengano ripresi
anche degli spunti da quella che, addirittura, era la legislazione fascista. Ci
sono nel Disegno di Legge, riferimenti direttamente al Codice Rocco, per cui non
è questo il problema, è politico. Se noi parliamo di fascistizzazione, apriamo
alla convinzione – e questo ieri nell’altro Convegno un po’ ha fatto capolino –
il fatto che se noi diciamo che lo Stato è “fascistizzato” perché il governo
Meloni ha quel tipo di matrice, significa che poi ci consegniamo mani e piedi
all’altra componente dello Stato, quella della finta opposizione, che poi ci
utilizzerà, ci manipolerà proprio nel momento, guarda caso, di una campagna
elettorale già avviata. Per cui cadremmo nella trappola nella quale invece noi
non dovremmo cadere, perché non ci spiega poi il contenuto, ma anche perché
smentisce il contenuto della fascistizzazione di una “fazione” (istituzionale).
Qui è lo Stato che si sta ridefinendo, chi ha firmato l’ultimo Decreto Legge
securitario emanato, ma anche tutti quegli altri che l’hanno preceduto è stato
Mattarella. Mattarella non è un Capo di governo, è il Capo dello Stato,
rappresenta lo Stato e rappresenta teoricamente, secondo la loro Costituzione,
quello che dice si può fare e non si può fare dal punto di vista dello Stato. Ma
guarda caso non compare nella critica, nella denuncia che le finte opposizioni
fanno di questi Disegni di Legge, di questi dispositivi securitari. (Ieri)
dicevano che è una boutade propagandistica del governo Meloni e non chiarivano
bene il fatto che Mattarella ha firmato, ossia il Presidente della Repubblica,
ci ha messo il sigillo dello Stato. Questi sono leggi dello Stato, non è la
politica “governativa”. Non a caso gli veniva detto che questa dinamica
rappresenta una continuità con le dinamiche securitarie precedentemente messe in
atto. In questo senso noi dobbiamo analizzare ciò che avviene nella logica che è
lo Stato dominante, lo Stato imperialista delle multinazionali, che applica
questa sua ridefinizione, che norma se stesso e si adatta a difesa di se stesso.
Faccio un esempio banale: “la difesa di se stesso” prima si diceva, molto
interessante, che uno degli hub di dominio e di ricatto, di dossieraggio che è
stato impiantato è stata pedo-land di Epstein. “Questi” hanno costruito un
gigantesco bordello, dove le élites, soprattutto quelle occidentali, si andavano
a “rifocillare” secondo i loro criteri da depravati. Vengono fuori tre milioni
di email – dicono loro, per cui saranno minimo il doppio… -. Vengono fuori
decine di migliaia di video, fotografie, immagini che verificano tutto. Viene
fuori che ci sono migliaia di vittime. Quanti sono gli arresti? Zero. Per cui in
questo senso il sistema difende se stesso. Questo su un aspetto specifico, ma
questo lo rifà anche su tutto l’aspetto generale dello scontro di classe e dello
scontro contro i popoli oppressi, in questo senso c’è una segno di continuità.
Quello che è stato sperimentato in Palestina adesso viene “Chiavi in mano”
venduto all’Occidente. Non a caso venivano descritti casi in precedenza.
“Questi” arrivano, che ne so, sulla polizia locale: devo far funzionare in una
certa maniera, arrivano gli istruttori o se ne vanno a Tel Aviv e “chiavi in
mano” gli danno una sovrastruttura funzionale. Un pacchetto di modalità che
hanno già sperimentato sulla pelle del popolo palestinese, funziona ora per
l’ICE. L’ICE è nient’altro, adattato alla realtà statunitense, quello che l’IDF
ha sperimentato nei territori occupati di Palestina. Nient’altro, anche
l’approccio, anche il modus, l’avete visto tutti, del “prima ti sparo, poi ti
chiedo che stai facendo…”. Questo (i sionisti) lo fanno quotidianamente coi
palestinesi, lo abbiamo denunciato per tanto tempo negli ultimi due anni. E’
diventato un refrain sul genocidio, eccetera. Questo è il concetto di
sionizzazione. Qui voglio chiarire che non ci deve essere l’equivoco che pensano
che adesso, quando nominano i ministri, questi giureranno sulla Torah. Questa è
una idiozia. Il sionismo e l’ebraismo ormai sono due cose che non c’entrano
l’una con l’altra. Può essere, può esserci un ebreo antisionista, come può
esserci un cristiano evangelico sionista, per cui questa è una trappola politico
ideologica. L’ebraismo non c’entra più niente col sionismo. Il movimento
sionista è, guarda caso, la base del la razzializzazione, l’Apartheid classista.
Perché pure il cosiddetto odio verso i poveri è un “Apartheid razzista”, per cui
il dispositivo securitario aumenta e si approfondisce sulle classi subalterne e
si autoassolve sulle classi dominanti. Per cui i tipici reati delle classi
dominanti vengono tutti depenalizzati, i tipici, tra virgolette, reati delle
classi dominate vengono tutti appesantiti, vengono su tutti inasprite le pene.
Questo è il concetto di sionizzazione. Il concetto di sionizzazione è dare il
via libera al fatto del nuovo neocolonialismo. E’ “voglio un pezzo di Siria”,
vado entro e me lo prendo; “voglio un pezzo di Libano” , vado entro e me lo
prendo. “Voglio la Groenlandia”, vado dentro e me lo prendo. Devo assassinare il
segretario di Hamas a Teheran, ok, “sdoganizzo” il precedente e dopodiché mi
vado a prendere il Presidente del Venezuela come voglio. Questo è la uniformità,
omogeneizzazione dei criteri del dominio delle classi dominanti a livello
internazionale. È con questo noi abbiamo a che fare e con questo noi avremo a
che fare. Ovviamente adesso passo invece a un all’aspetto più specifico, che è
questa storia dei dell’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. Questa
è formulata così, ma in realtà è la difesa del processo di sionizzazione dello
Stato imperialista, per cui in questo senso non è casuale e alcuni dati andiamo
ad analizzarli. Uno, “chi” è la fonte del DDL? Tutti, diciamo tutti, i disegni
di legge che sono stati presentati con l’articolo 1 dice: “dobbiamo considerare
antisemitismo con la definizione proposta dall’IRHA (International Remembrance
Holocaust Alliance,) che è di fatto – qui ho portato l’immagine da “chi” è
composta quest’IRHA -, praticamente, la NATO allargata all’Australia,
all’Argentina e Israele. Eccoli qua, questi 34 paesi, la NATO allargata: in
questo senso loro spacciano per un board internazionale mondiale, la NATO
allargata a altri tre paesi. In cui l’ispiratrice, ovviamente, è l’entità
sionista. Questa dice che antisemitismo da questo momento in poi deve essere
definito in una certa maniera. Ma perché hanno bisogno di questo? Perché
soprattutto in Occidente – va detto, una piccola medaglietta che ci possiamo
tutti mettere con soddisfazione… -, hanno perso la battaglia della narrazione di
ciò che è successo dal 7 Ottobre in poi. L’hanno persa la gran parte. L’autunno
scorso è stata proprio la fotografia plastica di questa sconfitta. Dove in circa
10 giorni, centinaia di migliaia, se non qualcuno dice un milione di persone, il
4 ottobre è sceso in piazza chiaramente dicendo: “Che sapeva da che parte stare:
Palestina libera dal Fiume fino al Mare”. C’eravamo praticamente tutti,
l’abbiamo visto, per cui un è posizionamento che ha infranto una narrazione che
si è scontrata con un sentimento diffuso e che ha smontato quello che invece il
100% dei dei mezzi di comunicazione di mass-media hanno “raccontato”. Questo li
ha spaventati, ossia che il meccanismo di comunicazione e controllo che lo Stato
imperialista ha adottato negli ultimi due anni non ha funzionato e loro sperano
che con dispositivi legislativi molto più aggressivi possono andare contro ed
intimorire. Il che avverrà, come già abbiamo sentito negli interventi
precedenti, interverrà in questo senso, ma sarà solo un problema di shock
iniziale e poi dovremmo noi trovare il modo di adattarci in tal senso. Delrio,
nel presentare il suo DDL, è molto chiaro e spiega perché lo sta facendo. Ha la
bontà di dirci chiaramente, di parlarci chiaramente. Il problema di questa
necessità di equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo è legato al fatto
che abbiano subito delle, lui non le chiama, sconfitte, degli avvenimenti
gravissimi in cui sono stati messi in discussione. Fa l’elenco: il 5 ottobre
2024, il 25 aprile 2025, il 27 gennaio 2025, dove sono stati messi in
discussione quei divieti sui contenuti che venivano imposti. Quindi nelle
costruzioni politico demagogiche che loro hanno preparato, li elenca e dice “in
base a questo dobbiamo necessariamente fare questi passaggi (DDL)”. Ovviamente
(Delrio) poi va in soccorso di Gasparri, insieme hanno provato una sorta di mini
“compromesso storico” per dare soddisfazione alla Di Segni prima, alla senatrice
Segre poi, che chiedevano un ampio spettro parlamentare per approvare questo
Disegno di Legge. Va in “soccorso” perché dice di fatto a Gasparri: “Gasparri,
però sei stato incompleto, perché se noi non ci occupiamo di militarizzare in
termini di contrasto all’antisemitismo, la scuola e i mezzi di comunicazione:
sta cosa non funziona, questo è chiaro”. Venendo da una formazione piccista, sa
che l’egemonia nel meccanismo di dominio è una è una parte fondamentale, per cui
lui chiaramente indica qual’è la strada per completare, affiancare alle leggi
repressive dei meccanismi di controllo egemonico. La prova della sperimentazione
di questo “disegno” sono stati gli avvenimenti al liceo Righi, dove la
(sionista) Di Segni è stata garantita l’effettuazione di una conferenza
apologetica dell’IDF. Lei lo ha rivendicato proprio nella sua presenza, scortata
da un plotoncino di Digos e polizia che persino ha impedito agli studenti di
partecipare al suo discorso. Questo in barba al fatto che nello stesso DDL che
Delrio presenta, si dice che “per obbligo di legge”, in tutte le iniziative
sulla Palestina, quelle poche che vi faremo fare, dovranno essere sempre fatte
in presenza di contraddittorio. Ossia: “se viene un giovane palestinese, mi ci
devi mettere accanto un Riccardo Pacifici, per esempio, o mi ci devi mettere una
Di Segni…”. Questo secondo loro è “l’equilibrio della cosa”. Oppure Delrio e
Gasparri dicono che dentro la scuola dovrà vigere l’obbligo di delazione, ossia
di fronte al fatto che se qualcuno inneggia a Palestina Libera!, inneggia al
fianco della Resistenza!, tutto il personale scolastico sarà obbligato a dire
chi è e a denunciarlo all’autorità. In questo senso l’autorità può essere il
preside o direttamente la polizia, pena sanzione economica o sanzione penale.
Siamo a questo, per cui il controllo della narrazione per loro è proprio dove
vogliono andare a incidere con questi Disegni di Legge. In questo senso diventa
però molto difficile l’applicazione proprio di questi Disegni di Legge e per
questo stanno prendendo tempo, oltretutto perché hanno trovato più resistenza di
quello che hanno immaginato. Il fatto sta che l’IRHA definisce antisemitismo,
per esempio, dire “Netanyahu è uguale a Hitler”. Il problema che loro si pongono
è, ma è antisemita solo dire che “Netanyahu è uguale a Hitler”? Ma invece dire
che “Putin è uguale a Hitler” è antisemita lo stesso? In questo senso diventa un
problema, così come definire “antisemita” chi brucia la bandiera di Israele.
Allora, se l’ebreo che a Tel Aviv brucia la bandiera di Israele è quindi un
“antisemita”? Hanno questo tipo di problemi… Però se uno va bene a scandagliare
dentro questi Disegni di Legge, si rende conto pure che sono una
razzializzazione non solo che fa il controcanto a una razzializzazione
dell’oppressione e dello sfruttamento, ma è anche una razzializzazione del
privilegio, perché queste norme di legge, appunto secondo questi meccanismi,
garantiscono solo una particolare comunità all’interno di una comunità
nazionale. Ossia se tu dici che “Netanyahu è uguale a Hitler” è antisemitismo.
Se tu lo dici di qualsiasi altro non è niente, per cui significa che si
stabilisce per legge, e questo vogliono fare, che c’è una sorta, guarda caso di
un “popolo eletto”, di una “razza eletta”, intoccabile. A ottant’anni dalle
Leggi Razziali, fanno le “Leggi Razziali al contrario”, ossia fanno un impianto
difensivo, un “quadrato” intorno a un’entità occupante, un’entità colonialista,
un’entità razzista, un’entità dell’Apartheid. Perché tutti gli altri si sono
resi conto che è proprio quello che è, per cui che il Sionismo è un movimento
politico di quel tipo: spacciando la sua critica per antisemitismo, cercando di
proteggere i “loro” interessi. Questo è veramenteun vulnus rispetto al dominio
dello Stato, ossia ormai il meccanismo che passa e che vogliono far passare, che
è quello che dovrà definire non solo la fisionomia di chi è il nostro nemico, di
come è fatto, ma quello che dovremmo noi fare e che oggi come oggi anche loro
violano le loro leggi. Faccio un piccolo esempio personale: quando abbiamo
organizzato l’iniziativa davanti al PD, per il 27 di gennaio, “Giornata della
Memoria”, siamo stati convocati e quelli ci hanno detto chiaramente, senza
nessuna ipocrisia: “questa iniziativa non si può fare perché il giorno è
sbagliato, la sede del PD è sbagliata…”. La risposta che noi gli abbiamo dato
dicendo “Non accettiamo questo divieto” perché dal nostro punto di vista quella
data è giusta. Quella data è giusta perché quello è il “Giorno della Memoria”,
non dello sterminio “solo” degli ebrei. È la “Giornata della Memoria dello
sterminio oltre che degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli
antifascisti, dei comunisti. Per cui in questo senso noi rientriamo in quelle
celebrazioni. Abbiamo pieno diritto, mentre “voi” state piegando le leggi stesse
che avete fatto, voi le volete piegare al servizio di un’ambasciata estera e per
cui gli abbiamo detto “non si può fare, noi ci saremo”. Il luogo, abbiamo anche
detto, è proprio quello giusto, perché tra gli ispiratori di questa Giornata c’è
stato proprio quel PD che per “foglia di fico” lo estese in questo termini, ma
dopodiché lo ha piegato alle esigenze dell’ambasciata israeliana e noi abbiamo
detto: “noi ci vedremo là proprio per questo”. Come dire, dovremmo sempre
sforzarci di smascherarli in questo senso. Quindi il problema non è che il
governo di destra fa dei disegni di legge liberticidi, è lo Stato italiano che
fa dei disegni di legge liberticidi. Su questo voglio sottolineare chi ha
assunto le linee guida dell’IRHA come “Strategia Nazionale di contrasto
all’antisemitismo” non è stato il governo Meloni, ma è stato il governo Conte,
il Secondo. Subito dopo che ha sostituito il governo Conte-Salvini, col governo
Conte-Bersani, se non erro, o chi era a quell’epoca il Segretario (del PD), non
lo so. Comunque il governo M5S-PD, uno dei primi atti dopo l’insediamento di
quel governo fu proprio l’assunzione da parte del governo di quelle linee guida.
Era il gennaio del 2020, non il gennaio del 2026, questo va ricordato quando c’è
e ci sarà da discutere. È da “sinistra” che è arrivata questa cosa, da
“sinistra” come definito nell’arco parlamentare, è venuta. Questa cosa non è
arrivata da “destra”. Questi (la “destra”) hanno anche gioco facile nel dire:
“io ho recepito solo quello che voi (“sinistra”) già avete introdotto. Io ho
avuto solo il coraggio di farlo diventare una legge dello Stato, invece voi
l’avete avuto”. E voglio anche sottolineare a chi fa capo il “Coordinamento
della strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo”. Dici: “ci sarà il
solito politico di turno abbastanza sgamato?” No, visto che loro lo vedono come
un processo repressivo, ci hanno messo un generale dell’Arma dei Carabinieri,
dei Reparti Operativi Speciali (ROS), che aveva seguito le indagini di Biagio e
D’Antona. Per cui quando tu usi un generale dei carabinieri dei reparti speciali
che ti dice in piena audizione, “per noi questa storia è un problema di
sicurezza nazionale…” e il senatore Giorgis che ha presentato l’ultimo Disegno
di Legge per conto del PD e, c’è proprio la videoconferenza, gli risponde:
“siamo perfettamente d’accordo…”, questo è contro cosa noi ci troveremo a che
fare, e vado quindi alle conclusioni.
Questi passaggi, questi ridefinizione della Sovrastruttura in termini coercitivo
e repressivo, ancora più di quello che era, ci pone di fronte a un problema.
Siamo passati, questo veniva detto all’inizio, siamo entrati nella fase dello
“Stato di guerra e polizia”, dello “Stato di guerra e polizia” qua, non in
Palestina, per cui in questo senso il nostro “che fare?” sarà condizionato da
questa consapevolezza. Non si tratterà più di supportare la Resistenza
palestinese che eroicamente resiste nella Palestina occupata. Qui ci sarà da
organizzare la nostra Resistenza. Qui dove viviamo, perché avremo a che fare con
dei dispositivi che metteranno seriamente in discussione la nostra agibilità
politica. Siamo entrati in una fase in cui, in previsione di una manifestazione,
squillerà il nostro cellulare e l’altra parte del telefono ci sarà qui il
Commissariato Tal dei Tali: “Lei è convocato presso il nostro commissariato. La
cella la sta aspettando per 12 ore, perché lei non può andare con i suoi
precedenti alla manifestazione…”. Per cui noi saremmo messi in gabbia prima di
aver commesso il reato. Questa è un’operazione pesantissima, che ovviamente
deriva dall’esperienza fatta sulle spalle dei palestinesi in Palestina, e che
oggi è diventato una realtà qui, in questo paese. Oppure verrà il divieto di
manifestazione, di assembramento, di riunione,nel momento in cui verrà sancito
il fatto che ci sono dei contenuti che non riflettono la narrazione di Stato,
che non riflettono la narrazione delle classi dominanti, per cui il divieto sarà
preventivo, appunto il ” 27 gennaio vi diamo il divieto perché la giornata non
si può fare, il luogo non si può fare” perché non si può fare quella
manifestazione, il “giorno degli ebrei”, come dicono loro. E non si può fare
tanto meno davanti al PD, perché quello è il partito dello Stato, che ne
rappresenta una chiara articolazione politica, per cui questa resistenza va
costruita e non solo. La difesa della solidarietà alla Resistenza palestinese,
ma va organizzata la Nuova Resistenza che in questa fase è necessaria, per poter
garantire i termini di agibilità che ci verranno tolti se noi rimaniamo passivi.
Grazie.
Rete dei Comitati e Collettivi di lotta
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https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/41-bis-carcere-di-guerra/
41-BIS, CARCERE DI GUERRA
Questo intervento, fatto “a braccio” durante il convegno, registrato e poi
trascritto, compare qui in una versione leggermente rielaborata e arricchita. Il
compagno che l’ha pronunciato ci tiene a confessare il proprio debito verso i
lavori (alcuni dei quali reperibili sul web) del sociologo Charlie Barnao,
principale fonte utilizzata per ricostruire le origini della tortura
contemporanea su cui si basano i regimi di isolamento torturativo come il
41-bis.
Ciao a tutti, ho molto piacere di essere insieme in questo convegno così ricco
di idee e tensioni. Per presentarmi, sono un compagno anarchico, vivo in
Trentino da diversi anni e faccio parte di Sabotiamo la guerra, che è
un’assemblea di compagni anarchici che si riunisce già da prima del 7 ottobre
2023, a partire dalla questione della guerra imperialista in Ucraina.
Quest’assemblea ha cercato di stimolare una mobilitazione contro lo stato di
guerra che a questo punto deve diventare anche una mobilitazione contro la
repressione, come si sta cercando di fare appunto in queste giornate. Il titolo
del mio intervento è «41-bis, carcere di guerra». Forse dovrei completarlo
aggiungendo: «DNA, Direzione Nazionale Antimafia (divenuta nel 2015 anche
“Antiterrorismo”) come tribunale di guerra». Siccome non si può affrontare tutto
insieme, devo partire chiaramente dal primo corno del problema. In che senso il
41-bis è un carcere di guerra? Io credo che lo si possa chiamare così, senza
particolari enfasi, ma con un atteggiamento tutto sommato descrittivo, da due
punti di vista. Il primo punto di vista è che il 41-bis – lasciando un attimo da
parte i suoi precedenti, il noto articolo 90, l’isolamento utilizzato contro i
compagni, eccetera – il 41 bis, per come lo conosciamo oggi, nasce come risposta
dello Stato a una guerra: la «seconda guerra di mafia» che insanguina la Sicilia
tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, e in particolar modo la guerra che a un
certo momento una delle due fazioni, quella dei cosiddetti «corleonesi» di Totò
Riina, comincia a muovere allo Stato: prima con i famosi «omicidi eccellenti»
(ad esempio Piersanti Mattarella), e poi gli attentati di Capaci, di via
D’Amelio, di via dei de’ Georgofili e così via. Chiaramente si tratta di una
stagione oscura che qui non possiamo approfondire e sarebbe probabilmente molto
difficile farlo, però io credo che almeno un aspetto lo si possa dire con una
certa sicurezza, no? A quella criminalità organizzata, quella parte della
criminalità organizzata che non voleva più, come dire, agire come un partner
dello Stato, ma che voleva comandare sul territorio anche contro lo Stato (o
contro sue determinate componenti), lo Stato stesso reagisce passando da quello
che i giuristi chiamano «diritto ordinario» al «diritto penale del nemico». Un
passaggio che in termini, diciamo, più “terrestri”, possiamo chiamare da una
logica di contenimento di un fenomeno a una vera e propria logica di
annientamento. Questo lascia sul terreno tutta una serie di istituzioni con cui
oggi ci troviamo e ci troveremo sempre di più a fare i conti. Una è il 41-bis,
dove, come tutti sappiamo, da diversi anni sono rinchiusi tre compagni
comunisti, mentre da meno tempo vi è rinchiuso il compagno anarchico Alfredo
Cospito. L’altra istituzione che nasce in quel periodo è appunto la Direzione
Nazionale Antimafia, che ritroviamo sempre più spesso schierata contro di noi.
Ad esempio l’inchiesta che ha portato agli arresti di Hannoun e gli altri è
coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
C’è però un secondo aspetto per cui il 41-bis si può definire un carcere di
guerra. Ed è il fatto che sostanzialmente i regimi di isolamento sono dei veri e
propri regimi di tortura bianca, di quella che viene proprio tecnicamente
definita «tortura senza contatto», che è stata teorizzata e approntata dai
servizi segreti statunitensi, dalla CIA in particolare. In combutta spesso con i
servizi segreti francesi all’interno della nota scuola delle Americhe di Fort
Amador, inaugurata accanto al Canale di Panama nel 1946, in un momento preciso
che è l’inizio della guerra fredda. È stato accennato in interventi precedenti
come di fatto l’esercito sia un vero e proprio incubatore e una vera e propria
officina di tecnologie e tecno-scienze di vario tipo. Schematicamente possiamo
dire che se i protagonisti delle due guerre mondiali sono stati gli ingegneri e
i fisici (con il progetto Manhattan), grandi protagonisti della guerra fredda
diventano gli psicologi. In particolar modo gli psicologi comportamentisti e gli
antropologi. Perché? Perché in quel momento lì, il secondo dopoguerra e l’inizio
della guerra fredda, che è un momento di rilancio dell’imperialismo a livello
mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme si trovano sempre più
spesso a combattere delle guerre asimmetriche. Quindi in contesti che sono
diversi dalla guerra di trincea, o dalla guerra tecnologica a distanza tramite
l’uso del bombardamento, e in cui gli Stati imperialisti, dall’attacco alla
Corea nei primi anni Cinquanta alla guerra del Vietnam, passando per l’America
Latina, si trovano sempre più spesso ad affrontare dei movimenti di guerriglia
che si confondono con la popolazione. Con l’apporto, lo ripeto, soprattutto
degli psicologi comportamentisti e degli antropologi, si cominciano a sviluppare
delle tecniche che mirano da un lato ad addestrare un tipo di soldato che sia
assolutamente lucido, spietato, automatico nell’eseguire gli ordini in guerre in
cui sempre più spesso si trova a fronteggiare direttamente la popolazione; e
dall’altro lato si comincia ad approntare delle tecniche di tortura più
raffinate che potenzialmente destino meno scandalo, non lasciando segni o
lasciando meno segni sui corpi dei prigionieri; e che sappiano, viceversa,
penetrare profondamente all’interno della psicologia delle persone interrogate,
così da portarle a cedere. Questo tipo di tortura, che ha alla base la stessa
logica del moderno addestramento militare, viene codificato all’interno dei
manuali della CIA. Ce ne sono due in particolare: il Kubark, che è del ’63, e lo
Human Resource Exploitation Training Manual, che è del 1983. (Il “manuale delle
risorse umane”. Notate il linguaggio manageriale?). In cosa consiste il tipo di
tortura che vi viene teorizzato? Si potrebbe veramente dire con le parole di
Orwell in 1984: prendere un cervello, smembrarlo e ricomporlo secondo le
esigenze desiderate, inducendo nel prigioniero un processo di regressione
infantilizzante. In che senso? Nel senso che tutti noi, crescendo, abbiamo
acquisito delle abilità sociali. Questo tipo di tortura consiste nel far perdere
al torturato le capacità relazionali apprese, portarlo a regredire verso
l’infanzia, riducendolo sostanzialmente a un “bambino” che ha come unico punto
di riferimento il suo torturatore, al quale prima o poi cederà le informazioni,
o comunque ciò che il torturatore vuole ottenere in un determinato momento. Ora,
in cosa consistono a livello pratico queste forme di torture senza contatto?
Prima di tutto in forme di isolamento e di sradicamento del prigioniero dal suo
contesto. Capite che ci si sta avvicinando alla dimensione del 41-bis, no? Per
capire un po’ questo tipo di meccanismo, e la sua analogia con l’addestramento
militare, potete pensare alla prima parte del film Full Metal Jacket (che ha
ricevuto i complimenti dell’esercito USA per la precisione con cui mostra
l’addestramento dei Marines). Pensate al sergente Hartman – che nel film è
interpretato da un vero istruttore militare – che urla alle reclute: «Voi qui
dentro non siete nessuno, qui vige l’uguaglianza perché nessuno conta un cazzo!»
Quella è la fase in cui, fondamentalmente, il prigioniero è portato a perdere i
propri punti di riferimento. Nella tortura (e nel 41-bis) lo si fa isolandolo,
lo si fa mantenendolo in ambienti assolutamente silenziosi, lo si fa
incappucciandolo. Lo si fa anche – è banale ma è allo stesso tempo interessante
notarlo – quando si arresta qualcuno nelle prime ore del mattino: è per questo
che le retate molto frequentemente avvengono alle ore piccole. Quella è
esattamente una tecnica studiata all’interno dei manuali della CIA.
Qui vi leggo un pezzettino perché è interessante. Questo è lo Human Resource, il
“manuale delle risorse umane” dell’83 cui accennavo prima: «Le modalità e i
tempi dell’arresto dovrebbero essere pianificati in modo da cogliere il soggetto
di sorpresa e provocargli il massimo livello di disagio mentale. La maggior
parte dei soggetti arrestati nelle prime ore del mattino sperimentano sensazioni
intense di shock, smarrimento e tensione psicologica e provano grandi difficoltà
ad adattarsi alla situazione. È molto importante che quanti eseguono l’arresto
agiscano con un’efficienza tale da sorprendere il soggetto.» Questa, diciamo, è
la prima fase. La seconda fase, quindi quella “torturativa” vera e propria,
consiste soprattutto in tecniche di disorientamento del soggetto e tecniche di
umiliazione. E qui si arriva proprio al 41-bis. Facciamo un esempio. Non so se
vi è capitato di vedere qualche speciale sul 41-bis alla televisione. Ne ho
visto uno in cui si vede che i detenuti svolgono i colloqui all’interno di
apposite celle a cui si arriva attraverso «corridoi di disorientamento». Li
chiamano proprio così. Ufficialmente questo serve a disorientare i parenti dei
detenuti, perché magari potrebbero in qualche maniera veicolare delle
informazioni eccetera. In realtà, come dire, la loro funzione è produrre il
massimo disorientamento possibile in chi si trova internato. O ancora: tecniche
di umiliazione: voi pensate che cosa significa non solo stare in quella che è di
fatto una cella di deprivazione sensoriale, con le bocche di lupo alla finestra,
non riuscire a vedere il sole. Quanto all’umiliazione: essere ripresi 24 ore su
24 da una telecamera è assolutamente una condizione umiliante, no? E gli esempi
chiaramente potrebbero continuare, ma non voglio fare un tour dell’orrore.
Voglio che ci dotiamo di alcuni concetti che potranno servirci nella lotta.
Torniamo all’Italia e torniamo a quello che succede tra gli anni ’80 e gli anni
’90. L’antenato del 41 bis è l’articolo 90, quello che istituisce le carceri
speciali per i compagni negli anni ‘70. È chiaramente un prodotto di queste
strategie della guerra fredda. Si ispira fondamentalmente al modello tedesco, al
carcere di Stammheim, che era un modello pensato di concerto con la CIA da parte
della Repubblica Federale Tedesca. Passata l’emergenza “terrorismo”, con la
riforma Gozzini, nel 1986, il carcere speciale ha una seconda vita: si arriva al
41-bis, che nella sua prima formulazione viene previsto esclusivamente per le
rivolte. Nel periodo della guerra tra Cosa Nostra e lo Stato italiano si
comincia a discutere dell’uso del 41-bis contro i mafiosi, dicendo all’inizio
che sarebbe rimasto solo ed esclusivamente per un periodo di tempo limitato, e
solo ed esclusivamente per Cosa Nostra. Ovviamente con gli attentati di Capaci e
di via D’Amelio succede tutt’altro. Cadono le ultime perplessità garantiste:
all’inizio anche una certa sinistra istituzionale ne aveva parecchie di fronte a
quello che è di fatto uno strumento di tortura. E si comincia, come dire, ad
utilizzare sistematicamente il 41 bis non solo nei confronti di Cosa Nostra e
nei confronti delle grandi organizzazioni. Ma di fatto verso ogni forma di
criminalità organizzata. Badate bene anche questo concetto: quando si parla di
mafia al plurale, e si dice «le mafie», viene messa in piedi una certa retorica.
Una volta, una piccola banda di rapinatori, di spacciatori, di taglieggiatori,
non era immediatamente assimilata alla mafia. A partire da quel periodo, la
categoria «mafia» diventa una parola-contenitore che viene applicata a fenomeni
molto diversi.
Contemporaneamente si crea la DNA. Inizialmente anche la DNA non desta poche
preoccupazioni tra le “anime belle” garantiste. Perché? Perché fondamentalmente
la DNA è, come dire, un corpo dello Stato in cui la magistratura, o meglio una
certa parte della magistratura e gli apparati di polizia, servizi segreti
compresi, si incontrano ai più alti vertici ed eseguono operazioni pianificate
di concerto. I giuristi, a suo tempo, fecero notare come questo di fatto violava
alcune basi fondamentali del cosiddetto “stato di diritto”. Per dirne almeno un
paio: il principio di competenza territoriale (quello per cui si è giudicati da
un tribunale del territorio in cui è stato commesso il reato) e, di fatto, il
principio della separazione dei poteri. Al di là degli aspetti giuridici, quello
che a noi interessa e che dobbiamo capire è che siamo in presenza di un apparato
giudiziario che opera in strettissima relazione con le alte sfere della politica
e con gli apparati di sicurezza. E che quindi da un lato tende a favorire
determinati interessi politici, e dall’altro a… trovare quello che cerca. Come
non si stancava di ripetere Malatesta, «l’organo crea la funzione». Per poter
giustificare la sua esistenza, l’Antimafia deve trovare “la mafia”… o, al
plurale, “le mafie”. Ora, se noi consideriamo che nel 2015 la Direzione
Nazionale Antimafia è diventata anche “Antiterrorismo”, capiamo che questa
logica, quella dell’organo che crea la funzione, la troveremo sempre più spesso
schierata contro di noi. Non solo perché ormai la categoria di “terrorismo” è
sempre più usata contro qualsiasi lotta sociale. Ma anche perché, per esistere,
quello che è di fatto un “tribunale speciale antiterrorismo” deve pure trovare
dei presunti “terroristi” da combattere.
Faccio un esempio che chiarirà questo ragionamento. Probabilmente tutti sapete
chi è Federico Cafiero De Raho. Magistrato capo della DNAA fino a non molti anni
fa, e adesso parlamentare 5 stelle, Cafiero De Raho nei primi anni 10 di questo
secolo è forse il personaggio che più ha spinto perché la DNA diventasse anche
«antiterrorismo». Sapete perché? Perché in quel momento il governo italiano è
alle prese con la crisi libica, ed ha bisogno di un pretesto per imbastire,
sotto l’egida dell’ONU, delle missioni militari in Libia, così da fronteggiare
in qualche modo l’ingerenza francese nella ex colonia italiana. È così che De
Raho comincia a sostenere un suo personale teorema sugli sbarchi di emigranti
dalla Libia: questi sarebbero organizzati da “mafie africane”; i cosiddetti
“scafisti”, che spesso non sono altro che i poveracci al timone delle
imbarcazioni, o quelli che al momento dello sbarco vengono indicati come i
timonieri dai loro compagni di sventura, sarebbero “trafficanti di esseri umani”
e “mafiosi”; infine, per chiudere il cerchio, le imbarcazioni trasporterebbero
“terroristi islamici”. Tutte sciocchezze, ovviamente, ma che permettono alla
DNAA di giustificare la propria esistenza e al contempo di servire il governo
italiano nelle sue manovre imperialiste.
Ebbene, De Raho è ancora a capo della DNAA quando, nel 2019, questa coordina due
inchieste contro compagni anarchici, «Scintilla» a Torino e «Renata» in
Trentino. In quel periodo tre compagne anarchiche (Anna, che si trova ancora in
carcere, Agnese e Silvia) vengono trasferite nel carcere dell’Aquila, ovvero nel
carcere-simbolo del 41-bis, in una sezione Alta Sicurezza creata apposta per
loro. Non si trattava quindi di una sezione 41-bis, ma per tutta una serie di
motivi – in primis perché era gestita dai corpi speciali del GOM – le loro
condizioni di detenzione erano molto simili ad esso. Le compagne entrano quindi
in sciopero della fame per la chiusura della sezione e dopo circa un mese, anche
grazie alla mobilitazione di noi fuori, vincono la battaglia e sono trasferite
in altre carceri. Si è trattato, a mio parere, di un’importante vittoria. In
Trentino, durante quella mobilitazione, abbiamo infatti letto quella vicenda
come un “test” di applicazione del 41-bis a compagni e compagne. Credo che i
fatti successivi ci abbiano dato ragione. Nel luglio 2020, infatti, De Raho
pronuncia in Parlamento, davanti alla Commissione Antimafia, uno strano discorso
in cui da un lato parla della necessità di estendere e rafforzare il 41-bis, e
dall’altro accosta più volte anarchici e mafiosi, che si sarebbero alleati per
creare rivolte fuori e dentro le carceri (come le rivolte carcerarie all’inizio
del lockdown nel marzo 2020). [si veda qui:
https://ilrovescio.info/2020/07/15/piu-che-unantifona-un-programma/] Neanche due
anni dopo questo discorso, a maggio 2022… Marta Cartabia firmava il
trasferimento di Alfredo Cospito in 41-bis. Conosciamo il resto della storia, in
cui il teorema dell’assurda, impossibile, improponibile alleanza tra “anarchici
e mafiosi” viene riproposto dal duo Donzelli-Delmastro contro lo sciopero della
fame di Alfredo e la mobilitazione solidale contro 41-bis ed ergastolo ostativo
a fianco del compagno…
Ora, se voi pensate che la categoria di “terrorismo” è sempre più utilizzata
anche per indicare le manifestazioni, come abbiamo visto dopo gli scontri dello
scorso 31 gennaio a Torino; se pensate che si sta parlando sempre più
disinvoltamente di «terrorismo di piazza», categoria molto cara a Salvini e alla
Lega… capite dove stanno andando a parare questi signori. Sto dicendo che ci
metteranno tutti in 41-bis dopodomani? No, sto dicendo però che anche il 41-bis
potrà rientrare sempre più spesso in una panoplia repressiva che usa una grande
varietà di mezzi contro antagonisti e rivoluzionari e crea già grossi
impedimenti. E che verrà quindi usato come massima minaccia contro chi non si
rassegna a questo stato di cose: verso chi continuerà a lottare adottando anche
forme più radicali, visto che le altre saranno sempre meno permesse. Questo,
ovviamente, se non ci metteremo in mezzo. Con la lotta per Alfredo nel 2022-23 e
con quella per le compagne rinchiuse all’Aquila nel 2019, abbiamo dimostrato che
è possibile.
Quindi che fare?
Siamo in un momento in cui le questioni da affrontare sono tante. Cercare di
ricondurle alla guerra, che è l’orizzonte del nostro presente, è necessario e
sacrosanto. Tanto per cominciare, anche nelle piazze contro la guerra non
possono e non devono mancare, a mio avviso, i nomi di Alfredo Cospito e di Nadia
Lioce, di Roberto Morandi, di Marco Mezzasalma, compagni delle Brigate Rosse
rinchiusi in 41-bis.
Sono chiaramente discorsi scomodi e difficili, perché siamo costretti a muoverci
in mezzo a una retorica del “bene contro il male”: se la mafia è il male
assoluto, allora l’antimafia è il bene, quindi non si può parlar male
dell’antimafia. Dobbiamo fare questo sforzo e passare, come dire, dalle analisi
che ci facciamo tra di noi a delle parole d’ordine semplici che facciano capire
alla gente come questi apparati dello Stato, 41-bis e DNAA, sono schierati
contro noi sfruttati, contro le lotte e contro la possibilità di un futuro
diverso.
APERITIVO CON IL GATTÒ
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(giovedì, 5 marzo 19:00)
Aperitivo col gattò (di patate veg)
Sta volta è stata la gabbianella della collettività a salvare la gatta 🐈⬛
Zecca vi ringrazia per l'aiuto!
Potete venire a conoscerla alla proiezione di "La gabbianella e il gatto" 📽️
Il 5 marzo alle 19.00 con aperitivo vegan benefit Gabrio, in via millio 42.
Menù tè + gattò di patate vegano 5€.
Per prenotazioni scrivi a @poledanceribelle o 3395430550.
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(martedì, 3 marzo 16:00)
Disponibile Nunatak n. 79 – inverno 2025-26
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(mercoledì, 4 marzo 16:00)
Disponibile "Ezidi, Storia e cultura di un popolo in lotta contro il suo
genocidio"
https://www.redstarpress.it/prodotto/ezidi/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
LA SALUTE CHE VOGLIAMO - MOBILITAZIONE PER UNA SANITÀ PUBBLICA ACCESSIBILE E
TRANSFEMMINISTA
Piazza Castello, Torino - Torino, piazza Castello
(venerdì, 6 marzo 16:00)
Contro l’incessante smantellamento della sanità pubblica, contro la chiusura dei
consultori, contro i finanziamenti di fondi pubblici ad associazioni
antiabortiste, stanze d’ascolto, armi e guerre, vogliamo una sanità pubblica
libera e accessibile! Rifinanziamo i luoghi della salute.
Restituiamo condizioni di lavoro sicure e dignitose a tuttu lu operatoru
sanitari.
Ripensiamo i luoghi di salute a partire da uno sguardo che possa tenere al
centro la persona, la sua salute fisica e mentale, le sue relazioni.
Ricostruiamoli insieme, a partire dai nostri bisogni, radicati nei quartieri che
abitiamo e attraversiamo e inseriti nel contesto attuale di vite materiali
precarie e attacchi delle destre.
Facciamoci sentire! Unisciti a noi per liberare la sanità pubblica
Ore 16 Piazza Castello