La stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, in prima linea nel conflitto
scatenato da Stati Uniti d'America e Israele contro l'Iran e cosa sceglie di
fare l'Ateneo di Catania? Visitare e omaggiare l'installazione di morte per
"offrire nuove opportunità" ai propri studenti.
Il 24 marzo scorso, docenti e studenti dell'Università degli Studi di Catania
hanno partecipato alla “Sigonella Middle High School College and Career Fair”,
evento internazionale di "orientamento e promozione" tenutosi all'interno della
grande base USA e NATO.
"Un ponte diretto tra la Sicilia e il mondo: è questo il segnale forte arrivato
dalla partecipazione della nostra Università", riporta con enfasi l'Ateneo
etneo. "Siamo stati tra i protagonisti della giornata, portando sotto i
riflettori la nostra offerta formativa e, soprattutto, le numerose opportunità
di apertura internazionale rivolte agli studenti".
All’evento a Sigonella hanno partecipato anche alcune università statunitensi
provenienti da Michigan, Texas, Wisconsin e Ohio.
"Il nostro stand ha attirato un flusso costante di studenti", riportano ancora i
rappresentanti dell'Università di Catania. "I liceali hanno mostrato particolare
curiosità per i percorsi in lingua inglese e per i programmi di mobilità
internazionale, ponendo numerose domande e dimostrando un interesse concreto
verso esperienze accademiche fuori dai confini nazionali".
Ai docenti accompagnatori degli studenti statunitensi sono state illustrate le
attività e i progetti dell’Ateneo catanese. "Si è tratta di un'importante
occasione di dialogo che rafforza il ruolo della nostra Università come punto di
riferimento in un contesto educativo sempre più globale", conclude l’Ateneo
prossimo, forse, ad indossare la mimetica.
A guidare l’inaccettabile missione all'interno dell'infrastruttura che più di
altre sta sostenendo le operazioni di intelligence USA nello scacchiere di
guerra mediorientale (così come quelle anti-russe nel Mar Nero), i docenti Maria
Alessandra Ragusa (delegata UniCt all’Internazionalizzazione della didattica),
Mattia Frasca (delegato ai progetti Erasmus) e Andrea Scapellato.
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 27 marzo 2026,
https://www.stampalibera.it/2026/03/27/luniversita-di-catania-a-sigonella-base-di-guerra-contro-liran/
di Mauro Armanino La morte di Mamour Mbow Pape non è un incidente ma il volto
quotidiano di un sistema che uccide nel silenzio: tra fabbriche, sfruttamento e
fame globale, …
https://ilmanifesto.it/lega-contro-gli-antifa-una-legge-in-stile-usa
Riceviamo e diffondiamo:
Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano
Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il
conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in
formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali
capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce,
come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella
direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo
è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione.
Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso
ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la
Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto
neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi
di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di
Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli
Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano,
facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che
l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio
teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese
(cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui
anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il
Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei
principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle
sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è
piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse
iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare
i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione
commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei
«petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che
hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra
mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che
finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro
planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e
rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza
fine.
In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno.
Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal
bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine,
l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole,
ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di
desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di
Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge
acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan,
considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica
ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo
ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con
l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra
continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti
sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in
cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a
partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un
immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla
solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in
controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il
tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di
Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele)
o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci
dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra
permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che
non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo.
Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo
un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei
“nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali –
l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”,
l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi
non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti
quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o
con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo
sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche
manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare
psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale.
Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma
soprattutto per capire cosa dire, e sbloccare la situazione prima che sia troppo
tardi.
Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di
rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non
innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si
tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800
città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le
sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha
attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato
una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza
convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non
vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è
emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese,
e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli
aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o
infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa
faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.
Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è
l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli
sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e
internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una
pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e
non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare,
alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli
iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di
collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si
potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove
repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file
dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni
dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani
(beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non
quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro
affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo
iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali
possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero,
applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria,
affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande
di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari
dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMI come quella
installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano
meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella
degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui
sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i
loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul
loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a
denunciarli per quello che sono.
In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non
può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale
a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale.
In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari
non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche
dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei
“nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia
Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi
monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello
iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con
l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato
sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce
la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere
innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano
le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa
direzione.
Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere
un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci
angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni
presenti, la caduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la
resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo,
che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di
sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse
una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del
suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti
dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il
proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata
contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una
difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure
cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero
uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo
intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout
court) anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte
nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore
la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani
oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio
compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato
«l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo
obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di
aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e
le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un
movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha
saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più
generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo,
sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione
diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà.
Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire
(e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono
concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su
cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la
caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la
caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni,
permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi,
cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto
ciò che li opprime e li umilia.
Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe
semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in
cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se
poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti
atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza
nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi
trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità
– e buonanotte ai suonatori.
Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la
scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni
di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il
loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta
già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad
amministrare la nostra crescente miseria.
Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti
spagnoli) invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni
già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e
Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai
liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si
accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena
trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le
basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le
navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che
sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati.
Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato
bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro.
Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i
belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe
insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il
mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi.
Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran,
la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di
guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle
forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un
drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si
aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima
difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché
l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la
capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una
pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e
di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci
pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo
uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi
di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI
secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il
sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria…
La posta in gioco è oggi totale.
Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la
vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti
possiamo prendere la mira.
22 marzo 2026
assemblea “sabotiamo la guerra”
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Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due
anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che
stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche
amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più
occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa
sarebbe stata diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri
che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili
del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come
loro, come noi.
Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e
onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a
camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori.
Ciao Sandro. Ciao Sara.
Una donna iraniana in piazza durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025:
«Non donnavitalibertàteci, assassini!»
¹ Cosa pensiamo di questo regime l’abbiamo già detto nel nostro testo sulla
«guerra dei 12 giorni» del giugno 2025:
https://ilrovescio.info/2025/06/19/finche-ci-sara-uno-stato-presa-di-posizione-sulla-guerra-israele-iran/
Mentre non dubitiamo della brutalità della Repubblica islamica, sia in generale
che nella repressione delle sommosse, va anche detto in quest’ultimo caso che il
numero di uccisi spacciato da ONG e mass media – arrivato sulle televisioni
italiane addirittura a 30 o 40 mila morti! – è pura propaganda, con cui il
nostro regime ha cercato affannosamente di “controbilanciare” l’enorme
impressione prodotta sull’opinione pubblica dal genocidio a Gaza.
Una puntata quasi integralmente dedicata ad aspetti della condizione iraniana
infitta destinalmente in un conflitto del tutto ideologico confessionale tra
poteri militari, che sono dal lato imperialista e sionista impreparati a una
risposta così efficace e coriacea, perché derivante da una trasformazione del
regime non analizzata strategicamente; e dal lato iraniano scollato dalla realtà
sociale, ma in grado di controllare le risorse del paese. E questo controllo è
materia della trattativa tanto pubblicizzata da Trump, perché è lo spiraglio di
accordo che consente ai vertici, subentrati alla passata leadership annientata
dalle sentenze extragiudiziarie perpetrate dall’Idf, di esercitare un potere
affaristico attraverso la rete costruita all’ombra degli ayatollah, mantenendo
un atteggiamento più rigido perché fuori dalle regole diplomatiche; e a Trump di
uscire dal pantano in cui lo ha trascinato Netanyahu, sbandierando lo
smantellamento della componente più confessionale di un regime che può mantenere
gli iraniani sotto il giogo dei pasdaran.
Paola Rivetti ci ha accompagnati nella comprensione della società iraniana di
fronte a queste profonde trasformazioni e a fare il punto sul confronto militare
e l’emersione di una nuova leadership. Mentre Piergiorgio Pescali ci ha offerto
un quadro della polveriera nucleare attraverso le sue esperienze di fisico
dell’Aiea e conoscitore dei siti nucleari dell’Area interessata o limitrofa al
conflitto, proprio a cominciare dalle centrali iraniane di Asfahan, Fodrow,
Bushehr, Natanz che arricchiscono uranio; messe a confronto con la terrificante
potenza del plutonio mai confessato dagli israeliani a Dimona.
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LA GUERRA MUTA GLI EQUILIBRI IN IRAN
Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa di
storia dell’Iran
La vecchia retorica khomeinista dei “mostazafin ” (i senza scarpe), i diseredati
che la rivoluzione doveva difendere ha lasciato spazio all’ala militare dei
Guardiani della rivoluzione. Attraverso gli strumenti dei conglomerati e delle
fondazioni (bonyad) controllano importanti settori dell’economia dall’
import-export al settore bancario. In particolar modo il controllo del
meccanismo dell’ import-export è diventato cruciale in un paese che è sotto
sanzioni molto pesanti, molto complesse e quindi ha delle difficoltà a importare
e a esportare beni, questo settore è diventato ulteriormente decisivo con la
guerra anche perchè il suo controllo consente la gestione del consenso verso il
regime. Sta emergendo una nuova leadership che ha un atteggiamento molto meno
aperto alla soluzione diplomatica del conflitto, questo in particolar modo non
si deve leggere come una caratteristica di radicalismo ideologico, ma nel
contesto di negoziazioni che sono state un disastro e non a causa di rigidità
iraniane. I negoziatori iraniani hanno effettivamente messo sul tavolo una
proposta che comprendeva persino la cogestione del programma nucleare con gli
americani, una proposta alla quale gli americani hanno risposto dichiarando che
gli iraniani non erano disposti a negoziare e iniziando i bombardamenti. Una
classe politica quindi ,quella emergente in Iran,che ha una sfiducia nel
processo negoziale ,diffida dei negoziatori americani ,il duo di immobiliaristi
Witkoff e Kushner improvvisati diplomatici,a ragion veduta e vuole gestire la
crisi con una strategia che punta a rendere il più costoso possibile l’azzardo
israelo americano.
Con la crisi economica il blocco sociale che sostiene il regime si è incrinato,
la classe media che stava emergendo si è impoverita e la guerra quindi diventa
un elemento da una parte di ricomposizione, sembra, del blocco egemonico sul
piano del nazionalismo ma approfondisce anche la frattura sociale .Le
testimonianze che vengono dal paese ci raccontano di un profondissimo senso di
isolamento delle avanguardie dissidenti perché si trovano in una situazione in
cui faticano a riconciliarsi con un sentimento che esiste nella società, che è
ambivalente, perché da una parte si vuole che i bombardamenti vengano fermati,
però già che ci sono che aiutino a far cadere il regime.Ci racconta della fatica
di stare comunque in un contesto in cui il dolore, la paura, dominano una
società in ginocchio,che era già provata a dicembre quando ci sono state le
proteste, e l’inflazione o la crisi economica non sono certo sparite con la
guerra, anzi sono assolutamente peggiorate, quindi in questo contesto di
fortissima disperazione molti raccontano di un ulteriore fattore di spaesamento
che è questo senso di isolamento.
La polveriera nucleare descritta da un fisico dell’Aiea
Ne parliamo con Piergiorgio Pescali, fisico nucleare e tecnico dell’Aiea
La polveriera nucleare descritta da un fisico dell’Aiea
Piergiorgio Pescali, fisico, divulgatore, collaboratore dell’Aiea, esperto di
fisica nucleare in questo ruolo ha visitato molti siti in ogni parte del mondo:
dal Giappone alla Russia, dall’Ucraina all’Iran… ma non ha mai svolto il ruolo
di controllore nelle centrali nucleari israeliane, perché sono interdette da una
precisa scelta politica e una posizione giuridica inflessibile, che procede
dalla scelta di non aderire ai trattati di non proliferazione nucleare fino alla
più totale segretezza. Tel Aviv non ha mai nemmeno ammesso di possedere quella
cinquantina di testate nucleari al plutonio che gli esperti gli attribuiscono. E
allora di chi dovremmo avere più terrore? Dell’uranio arricchito dai fanatici
ayatollah al 60%, o dal potenziale distruttivo del plutonio in mano agli
invasati sionisti, il cui piano nucleare è il più “opaco” al mondo?
Senza tralasciare l’innesco di una corsa alla deterrenza nucleare nella zona,
indotto dalle guerre sotto minaccia dell’uso dell’arma nucleare, che sta già
coinvolgendo Turchia e Cipro, quindi anche il nazionalismo greco non può essere
da meno in quel triangolo di interessi intrecciati attorno a giacimenti di gas e
nazionalismi; e possiamo non considerare potenze già da decenni dotate di
arsenale nucleare come il Pakistan e l’India, o le potenziali ricchissime
petromonarchie, indotte dagli sviluppi bellici a “difendersi”, in primis
l’Arabia Saudita, su cui vige un controllo serrato dell’Aiea. Non possiamo
dimenticare le innumerevoli centrali e dislocazioni di testate nucleari
americane sparse in tutta Europa e paesi “alleati” del Medio Oriente.
Piergiorgio Pescali ci spiega innanzitutto che il vero patrimonio, prezioso per
l’Iran, è la competenza tecnica e la preparazione scientifica degli ingegneri
iraniani formatisi in Russia, Pakistan, Corea, più che il materiale e i
macchinari conservati a Fodrow (nei bunker tra le rocce), Bushehr (unica
centrale realmente in funzione, con personale russo), Isfahan, Natanz (il sito
su cui si concentra la maggior attenzione e dove i sionisti hanno operato una
strage delle migliori menti). Il 60% di arricchimento è sicuramente utile per
gli usi bellici, va anche detto che a fronte della potenzialità distruttiva di
Israele quello scarso uranio al 60% iraniano ha solo uno scopo diplomatico: per
avere qualche carta durante le trattative truccate della coppia statunitense.
Invece il plutonio di Dimona è tra le sostanze più radiotossiche al mondo e
Bersheva, Gaza, Tel Aviv, Palestina, Giordania… non sono distanti e la
contaminazione sarebbe cronica e durerebbe decenni. Ed è in mano a un governo
messianico che predica la necessità dell’Armageddon.
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Puntate precedenti sulla questione iraniana si trovano qui
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La puntata si è poi spostata in Australia, da dove abbiamo colto l’occasione di
partire per un’esposizione, affidata ad Antonio Onorato (esponente dell’Ari),
del poco oculato comportamento della Commissione Von der Leyen nella siglatura
di Trattati di libero commercio che non badano alle nocività che vengono così
importate e del comparto agricolo e di allevamento europeo per quel che riguarda
gli interessi dei piccoli addetti, a favore delal grande industria e
distribuzione.
Siamo abituati al racconto del Salento come luogo idilliaco, alla narrazione
romantica fatta di scorci magnifici, sabbie dorate, erbette di campo e ricci di
mare, anziani sorridenti e giovani abbronzati. Ma le cose stanno davvero,
soltanto, così?
da La Bottega del Barbieri
C’è una nuova mappa (non solo) turistica del Salento.
Non mostra gli attrattori, le cose belle, le chicche di un territorio di grande
bellezza, ma evidenzia alcuni problemi, criticità, emergenze. Si tratta di una
mappa pensata per il turista curioso, per il viaggiatore a cui non basta dare
uno sguardo alla splendida superficie ma che vuole conoscere, approfondire,
iniziare a stabilire un legame. Una cartina che mostra l’altro lato della
medaglia, la faccia nascosta della Luna, la polvere sotto il tappeto…
Il proposito – da tempo coltivato dal grafico, fattosi cartografo per
l’occasione, Alberto Giammarruco e attuata grazie al fertile incontro
dell’Associazione Bianca Guidetti Serra e dei redattori
di ECOR.NETWORK (Estrattivismo, Conflitti, Resistenze) con Edizioni Kurumuny –
viene dalla necessità di dare una rappresentazione cartografica che sfugge alle
convenzioni del marketing del territorio, adottando piuttosto un approccio
proprio della geografia critica in cui lo spazio non è un dato oggettivo e
neutro ma una costruzione sociale, frutto degli equilibri interni alla società e
dei suoi rapporti di potere. Il tutto allo scopo di superare il sempreverde
adagio secondo il quale i panni sporchi vanno lavati in casa, e quindi anche di
usare la rappresentazione dello spazio come produttore sociale, come elemento
politico di sostegno ai conflitti attivi sul territorio.
Cosa si nasconde sotto il tappeto dello sviluppo?
Il modello di vita che ci siamo prefissati è sostenibile?
Quanto incidono le grandi opere clima alteranti come il gasdotto TAP sulla
nostra vita e sulla nostra salute?
Viviamo in un territorio dai grandi valori paesaggistici ma circondati da mostri
come l’ex-Ilva e Cerano, tra discariche a cielo aperto. Abbiamo mare e le
spiagge tra le più belle, ma l’accesso è precluso perché c’è una spartizione
economica delle bellezze. Il bene comune, la cosa pubblica è sempre più al
servizio del privato.
La mappa, in distribuzione gratuita, è un lavoro collettivo che si avvale dei
testi di Alessandra Cecchi, Camillo Robertini, Emanuele Larini e coinvolge e dà
voce a sigle e movimenti del territorio: Movimento NoTap Brindisi, NoTAP
Melendugno, comitato Associazioni No Burgesi, il Comitato dei custodi del Bosco
d’Arneo. L’ideazione e il progetto grafico è di Alberto Giammaruco, le
illustrazioni sono dell’illustratrice Paola Rollo.
Pur non avendo pretese di esaustività – per esempio non sono trattate le
trasformazioni del paesaggio legate al CoDiRO, alle rinnovabili in area
agricola, oppure la gestione dei beni culturali… – la mappa è però il frutto di
uno sforzo collettivo che confidiamo sia sempre più aperto e in evoluzione. Data
la natura divulgativa di questo lavoro, pubblicato in forma sperimentale,
indichiamo nella nota in calce alcune delle fonti utilizzate.
PRIMA PRESENTAZIONE
DOMENICA 29 MARZO ALLE H.18.30
PRESSO IL CASTELLO DI CORIGLIANO D’OTRANTO
assieme ai gruppi, associazioni, comitati, impegnati nelle vertenze e nelle
lotte
contro le nocività ambientali e le grandi opere fossili del territorio.
I PUNTI DELLA MAPPA
AREA INDUSTRIALE DI BRINDISI
TRA CROCIATE E DEINDUSTRIALIZZAZIONE
Tutta l’area industriale di Brindisi, divisa in area chimica e area energia, è
classificata come Sito di Interesse Nazionale (SIN), cioè come area contaminata
che necessita di interventi di bonifica. Comprende impianti a rischio come il
deposito GNL Edison, la discarica industriale di Micorosa, la megacentrale a
carbone ENEL Federico II di Cerano, la centrale a biomasse SFIR, il
petrolchimico Eni Versalis, Il deposito di GPL IPEM, la centrale a turbogas
di EniPower, la centrale A2A Brindisi Nord, oltre a grosse industrie
petrolchimiche (Syndial, Basell e Chemgas) e alla centrale di
interconnessione SNAM di Matagiola. È inoltre in fase di cantiere nel porto
della città una grande vasca di colmata (una sorta di discarica in mare), ed in
sospeso il progetto del deposito costiero di benzina e diesel Brundisium. Nel
2023 il 6° Studio epidemiologico Sentieri, rilevava a Brindisi un aumento delle
anomalie congenite, dei tumori maligni e un eccesso del rischio di
ospedalizzazione nella comunità residente, dimostrando una evidenza scientifica
del ruolo dei siti industriali contaminati. Per info: No TAP Brindisi.
LA CENTRALE DI CERANO
LA SALATA BOLLETTA DI FEDERICO II
La Federico II è una centrale a carbone con una capacità totale di 2640 MW
installati, che si estende su 270 ettari. È tra le più grandi d’Europa, anche in
termini di emissioni di CO2, ed è stata per 30 anni al primo posto in Italia per
i costi causati dalle sue emissioni inquinanti, i cui impatti si estendono verso
sud fino al basso Salento. Nel luglio 2015 uno studio pubblicato dalla
rivista International Journal of Environmental Research and Public Health ha
affermato che la centrale provocherebbe fino a 44 morti l’anno. Nel 2025
l’ENEL ne ha dismesso le quattro unità produttive a carbone, ma il governo
Meloni ne ha rinviato la chiusura definitiva al 2038, subordinandola alla
realizzazione di futuri impianti nucleari. Il mantenimento della centrale come
impianto di riserva per le emergenze nazionali ne impedisce la bonifica dei
suoli e l’uso alternativo dell’ampio territorio al suo servizio. Per info: No
TAP Brindisi.
AREA INDUSTRIALE DI TARANTO
DALLA MAGNA GRECIA ALL’ONCOLOGIA
Taranto è sede di impianti industriali e militari che hanno prodotto nell’ultimo
secolo livelli altissimi di contaminazione, con relative ripercussioni su
ambiente e salute. Il disastro ambientale è stato alimentato dal siderurgico
ex Ilva, dall’arsenale militare, dalla raffineria dell’ENI, dalla Cementir,
dalle discariche di rifiuti altamente pericolosi. Il 6° Rapporto
Sentieri riportava nel 2023 per Taranto e la vicina Statte un tasso
standardizzato di mortalità prematura per malattie croniche superiore del 20,9%
nei maschi e dell’11,1% nelle femmine rispetto al dato regionale. Risultavano in
eccesso la mortalità per tumore al polmone, alla pleura e per malattie
respiratorie, oltre ai ricoveri per malattie dell’apparato urinario e per i
tumori in età pediatrica. Nel 2015 le malformazioni congenite superavano del 9%
la media regionale. Nello studio Sentieri mancano i numeri di ciò che non
provoca morte o ospedalizzazione, ma che l’epidemiologia dal basso già sa:
tiroiditi autoimmuni, dermatiti, endometriosi, forme infiammatorie artritiche o
vascolari, allergie di ogni tipo, sindrome MCS (sensibilità chimica multipla),
disturbi bipolari, malattie neurodegenerative, sterilità. L’infinita varietà di
forme che a Taranto può assumere il dolore, che segue l’infinita varietà degli
inquinanti chimici a cui è esposta la città. Per info: PeaceLink, Cittadini e
Lavoratori Liberi e Pensanti.
EX ILVA – ACCIAERIE D’ITALIA
COZZE, ACCIAIO E MALATTIE
Inaugurato nel 1965, lo stabilimento siderurgico di Taranto (ex Italsider,
ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia) ha contaminato nei decenni aria, suoli, mare e
falde acquifere con una molteplicità di agenti tossici, cancerogeni, mutageni,
genotossici, allergizzanti. È la principale fonte di nocività per la città di
Taranto e non solo: le particelle inquinanti delle sue emissioni trasportate dal
vento sono state rinvenute fino al Capo di Leuca. La nocività dell’ex Ilva venne
affrontata dalla magistratura con l’inchiesta Ambiente svenduto. Nel 2021 la
sentenza di primo grado comminò condanne per circa 270 anni di carcere a 26
imputati tra manager, classe dirigente locale e funzionari del siderurgico, per
i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro
ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’omissione dolosa di
cautele sui luoghi di lavoro. Quattro anni dopo il processo venne annullato per
ragioni risibili e trasferito a Potenza per ricominciare da capo, avviandosi
così verso la prescrizione dei reati e il colpo di spugna. Per
info: PeaceLink, Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.
PALUDE DEL CONTE – MANDURIA
BIODIVERSITÀ A RISCHIO LIQUAME
La Palude del Conte di Torre Colimena è un‘area protetta che fa parte di una
riserva naturale regionale. È un luogo magico, un sito di importanza comunitaria
dove sostano gli uccelli migratori, crescono specie vegetali rare e nidificano
tartarughe marine, fenicotteri rosa, fratini e pesci di ogni specie. Ma è anche
un luogo a rischio, minacciato dell’arrivo di un canale per lo sversamento dei
reflui in eccesso, in caso di guasto o di troppo pieno, del nuovo depuratore
consortile di Sava e Manduria. L’impianto, costruito a poche decine di metri dal
quartiere residenziale avetranese di Urmo Belsito, è attualmente dimensionato
per gestire 5mila metri cubi di liquami al giorno, ma ne è già previsto il
raddoppio entro il 2036. Il TAR ha già respinto i tentativi di fermare il
progetto di sversamento dei reflui nel canale Arneo di Torre Colimena (che
afferisce a sua volta al mare), ed è attualmente in atto un ricorso al Consiglio
di Stato da parte di cittadini di Manduria e di Avetrana a difesa della riserva.
BOSCO DELL’ARNEO
LA PUBBLICA UTILITÀ DI UN BENE COMUNE
Il Bosco dell’Arneo è ciò che resta della antica foresta oritana, estesa un
tempo da Oria a Porto Cesareo e oggi in gran parte scomparsa. È racchiuso
all’interno dell’area occupata dai circuiti per il collaudo di auto di lusso
della Porsche Engineering, il Nardò Technical Center (NTC). Nell’agosto
2023 NTC, la Regione Puglia, i Comuni di Nardò e Porto Cesareo e il Consorzio
ASI firmarono un accordo per l’ampliamento del circuito con nuove piste e
impianti, da realizzare distruggendo 200 ettari del bosco ed espropriando 351
ettari di terreni privati. L’accordo tentava di aggirare i vincoli posti a
tutela del bosco dalla Direttiva Habitat e dalla rete Natura 2000, dichiarando
una supposta pubblica utilità del progetto, e sarebbe andato in porto se i
cittadini e associazioni riuniti nel Comitato dei Custodi del Bosco d’Arneo non
avessero condotto per quasi due anni una lotta determinata, con manifestazioni,
ricorso a TAR, iniziative davanti alla sede della Commissione Europea a
Bruxelles e della Porsche a Stoccarda, stringendo alleanze con i movimenti
ambientalisti europei. Oggi, grazie a loro, il Bosco d’Arneo, è salvo. Per
info: Comitato dei Custodi del Bosco d’Arneo.
GASDOTTO TAP
IL GAS PIÙ DEMOCRATICO CHE CI SIA
Il Trans Adriatic Pipeline è un gasdotto proveniente dall’Azerbaigian, un paese
governato da più di 30 anni dalla stessa dinastia, segnalato per gravi
violazioni dei diritti umani e per i disastri ambientali causati dall’estrazione
di idrocarburi. L’approdo di TAP nel territorio di Melendugno ha generato, dal
2012 in poi, una ferma opposizione della popolazione locale, che ha contrastato
l’opera con manifestazioni di massa, serrate, denunce agli organi preposti, e
con blocchi fisici delle operazioni di espianto degli ulivi, trivellazioni,
accesso dei mezzi di cantiere. Lo Stato ha risposto con la militarizzazione del
territorio, l’imposizione di zone rosse, le cariche dei reparti antisommossa, la
repressione economica e la criminalizzazione giudiziaria di attiviste e
attivisti. Nel 2020 i mesi di lockdown hanno permesso il completamento
dell’opera senza opposizione. Come tutti i gasdotti, il TAP è un’opera che, in
piena catastrofe climatica, contribuisce a legarci ancora per decenni all’uso
dei combustibili fossili. Vi scorre un gas 80 volte più climalterante della CO2,
inquinante e potenzialmente esplosivo a ridosso dei centri abitati. Per Info: NO
TAP Melendugno.
Z.E.S. GALATINA – SOLETO
IL CUORE PUZZANTE DEL SALENTO
Nella Zona Industriale – ZES Galatina/Soleto si concentra un alto numero di
opifici industriali di prima classe (che dovrebbero per norma essere tenuti
essere lontani dalle abitazioni) attivi da anni: il cementificio Colacem, una
fonderia, una galvanica, un bitumificio, aziende di trattamento rifiuti. Solo da
questi impianti i rifiuti processati e prodotti raggiungono 800.000 t/a, di cui
la metà inceneriti dalla Colacem. Inoltre è in previsione l’insediamento
nell’area di un impianto della Forenergy srl per la produzione di
biometano mediante digestione anaerobica, con capacità di trattamento di circa
40mila tonnellate di rifiuti organici all’anno. Un quantitativo 9 volte
superiore alla frazione organica prodotta dai Comuni di Galatina e Soleto, il
che ne prefigura l’arrivo annuo di 35.000 tonnellate da altre zone. Il progetto
è fortemente contestato dagli abitanti per le prevedibili conseguenze in termini
di inquinamento, emissioni odorigene, consumo di acqua. Per info: Coordinamento
civico Ambiente e Salute – prov. di Lecce.
CEMENTIFICIO COLACEM
IL PROFUMO DI OSSIDO DI AZOTO AL MATTINO
Il cementificio, attivo dal 1953, attualmente è di proprietà del Gruppo Financo.
L’impianto utilizza coke da petrolio come combustibile e ceneri industriali come
materie prime nel ciclo di produzione. È all’ottavo posto tra i cementifici
italiani per emissioni di NOx e produce oltre 600.000 ton/anno di CO2. A queste
si aggiungono polveri sottili, anidride solforosa, ammoniaca, metalli pesanti e
composti organici volatili. Nel 2011 la Colacem figurava al 586° posto nella
graduatoria dell’EEA degli impianti europei a maggior danno sanitario. Studi
epidemiologici identificano nei 15 Comuni più vicini allo stabilimento un
eccesso di tumori polmonari maschili. Nel tempo, le cave di argilla e calcare di
servizio alla Colacem si sono allargate per decine di ettari. Attualmente
incombe il rischio che l’impianto possa essere autorizzato alla combustione di
rifiuti (CSS). Per info: Coordinamento civico Ambiente e Salute – prov. di
Lecce.
PORTO SELVAGGIO – NARDÒ
MORIRE PER UN PARCO
Il Parco di Porto Selvaggio prese vita negli anni ‘50, grazie a un ampio
intervento di rimboschimento da parte del Corpo Forestale. Dalla metà degli anni
’70 l’insenatura divenne oggetto di un tentativo di lottizzazione che avrebbe
stravolto l’area con la costruzione di centinaia di immobili. Il progetto venne
osteggiato da un vasto movimento, che nel 1980 riuscì ad ottenere dalla Regione
l’istituzione del Parco naturale attrezzato Porto Selvaggio – Torre Uluzzi. Ma
la legge regionale non riuscì a fermare i tentativi di speculazione. La notte
del 31 marzo 1984 venne uccisa Renata Fonte, assessore del Comune di Nardò.
Renata aveva partecipato alle battaglie civili e sociali di quegli anni contro
le lottizzazioni cementizie, e continuò ad opporvisi anche da assessore, nel
momento cruciale della definizione normativa dei confini e dei vincoli del
parco. Venne uccisa perché «stava facendo perdere un sacco di soldi»,
ostacolando la realizzazione di un residence sulla costa in prossimità di Porto
Selvaggio. Dobbiamo anche a lei se questo paradiso naturale non è stato
distrutto, e a tutte le persone che hanno difeso il parco anche dagli appetiti
speculativi successivi.
DISCARICA SCOMUNICA – CORIGLIANO
MARA L’ACQUA DELLA FALDA, MARA MARA…
Nel sottosuolo del Comune di Corigliano si muove un bacino idrico decisivo per
l’approvvigionamento potabile del Salento, uno dei più ricchi delle regioni
meridionali, periodicamente messo a rischio da vecchie e nuove discariche. Nel
1987 sopra questa falda, nel sito di una vecchia discarica abusiva in località
Scomunica, venne aperta una nuova discarica per il conferimento dei rifiuti “tal
quali”, posta sotto la gestione della società Monteco. Funzionò per pochi anni,
sufficienti però a creare una potenziale bomba ecologica. Nel 2003 la Regione
individuò un sito attiguo all’area ex Monteco per collocare una nuova discarica,
e la scelta venne confermata negli anni, nonostante la fiera opposizione di
ambientalisti e Comuni. L’impianto, costruito dalla COGEAM, venne ultimato nel
2014, ma non venne mai attivato per il rischio oggettivo che rappresentava per
le riserve idriche e grazie alla mobilitazione popolare. Nel febbraio 2025, la
giunta regionale ha deliberato di metterlo in funzione, generando nuovamente una
forte protesta da parte di sindaci e cittadini, che ancora dura.
PORTO MIGGIANO
UNA STORIA DI MARE E CALCESTRUZZO
La magnifica baia di Porto Miggiano fa parte di uno dei litorali più
incontaminati dell’intera costa italiana e, per tale motivo, è stata vincolata
nel 1970 ai sensi della Legge 1479/39, e dal 2000 compresa nel Sito di
Importanza Comunitaria Otranto – Santa Maria di Leuca. Nonostante ciò, la baia è
stata deturpata prima dalla realizzazione sul costone a picco sul mare di un
resort e di un club con piscine, bar, ristorante e shopping center, e poi da
lavori di consolidamento (o, piuttosto, distruzione) delle pareti delle falesie
che hanno tagliato un’intera porzione di costa. I lavori erano funzionali alla
creazione sotto le rocce (che rimangono comunque a rischio crollo) di
piattaforme di cemento per il comodo stazionamento dei bagnanti, con grave
alterazione della bellezza naturale del luogo. Un comitato a difesa della
Baia ha cercato di fermare lo scempio.
DISCARICA BURGESI – UGENTO
IL CICLO INFINITO DEI RIFIUTI
La discarica Burgesi venne aperta nel 1991, grazie a una “concessione edilizia
in sanatoria”, all’interno di vecchie cave di tufo dismesse. Originariamente
doveva ricevere 700mila tonnellate di rifiuti urbani e speciali non pericolosi
provenienti da 24 comuni della provincia, ma nel 2008 ne conteneva già quasi un
milione e mezzo. Quell’anno venne ucciso il consigliere comunale Peppino Basile,
noto per l’impegno contro la discarica. In un contesto così teso, la Regione
decise di dirottare verso Burgesi ulteriori rifiuti di altre zone, ma la
popolazione insorse ottenendo nel 2009 la chiusura dell’impianto. Burgesi è
stata, nel tempo, oggetto di svariate denunce sullo sversamento illegale di
rifiuti tossici, di cui non furono però trovati riscontri nelle indagini. Ci
sono invece riscontri sull’incidenza di tumori nella zona, in particolare alla
tiroide, con picchi che superano la media provinciale e regionale.
Attualmente, la popolazione è di nuovo in strada per contrastare il progetto di
riapertura, sopraelevazione ed ampliamento dell’impianto, finalizzato al
conferimento di ulteriori 190.000 m3 provenienti da Brindisi. Per info: Comitato
Associazioni “No Burgesi.
PARCHI EOLICI OFFSHORE
VENTO DI TUTTI, ENERGIA DI POCHI
La Messapia Floating Wind (partecipata ENI) ha presentato un progetto per la
realizzazione di un parco eolico flottante denominato Messapia nell’area marina
compresa fra Tricase a Santa Maria di Leuca. Il progetto prevede l’ancoraggio di
73 pale eoliche a 28 km dalla costa, su fondali profondi da 550 a 800 m, oltre a
cavidotti a mare, opere impattanti sottocosta in prossimità del punto di approdo
(Porto Badisco), e un cavidotto a terra che coinvolgerà numerosi comuni
salentini. Attualmente il procedimento VIA è nella fase di istruttoria tecnica.
Le osservazioni presentate denunciano come gli ancoraggi delle pale e le opere
di connessione a mare coinvolgano aree tutelate e ad elevata valenza
naturalistica per la presenza di posidonia e coralligeno, per le grotte, i fiumi
e le sorgenti sottomarine, e gli habitat della foca monaca. Messapia si aggiunge
ad un altro progetto eolico, l’Odra Energia, che prevede autogeneratori alti
fino a 315 metri, sempre sullo stesso tratto di costa di straordinario valore
paesaggistico. A questo arrembaggio delle multinazionali dell’energia si oppone
il Parco naturale regionale Otranto-Santa Maria di Leuca.
L’ESERCITO DEGLI INVISIBILI
A SAN FOCA, MA ANCHE NARDÒ, GALLIPOLI…
San Foca è il suo mare, le sue spiagge sempre meno libere e, ultimamente, anche
un posto alla moda, uno strano posto nel quale sorgono come funghi locali,
baretti, rosticcerie e tikibar. Surf, banani e nomi in inglese sono la cifra di
una località di mare sempre più “contemporanea”. All’occhio poco attento
potrebbe sembrare che essa navighi in un benessere diffuso e capillare. Solo
settant’anni fa era un paesino in cui i pochi abitanti lottavano contro una
natura matrigna, stretti tra i latifondi dei signori e la malaria che rendeva
quasi invivibile un territorio aspro. Passeggiando per la San Foca di oggi è
difficile immaginare quel passato fatto di miseria, oggi è una marina
sgargiante, come ci ricorda solertemente l’omonima scritta a caratteri cubitali
che fa la sua bella presenza sul lungomare. Vi è però un lato oscuro di San
Foca: l’esercito di lavoratori stagionali che negli ultimi anni sono affluiti e
sono impiegati come lavapiatti, aiuto cuoco, camerieri e tuttofare nei lidi
oppure in campagna. Parlandone con chi vive nella marina anche in inverno c’è
sempre un po’ di diffidenza malcelata.
Spesso si sente dire con una certa soddisfazione «non si vedono per le strade
perché stanno sul retro, in cucina». Il vacanziero in agosto forse preferisce
non vedere l’altra faccia del benessere, ma poi, inevitabilmente arriva
l’inverno, quando le strade di San Foca sono oramai deserte, le giornate corte e
fredde e quell’esercito di lavoratori, oramai in disoccupazione appare alla
spicciolata. Sono sul lungomare a ciondolare su e giù, oppure sulla strada che
conduce a Melendugno. Vengono dall’Africa subsahariana, dall’India, dal
Pakistan, Bangladesh e dallo Stri Lanka, ma nell’isolamento e nella solitudine
di una località quasi deserta il loro isolamento sociale e economico è ancora
più accentuato. Non vi è un autobus che li porti a Melendugno a fare la spesa,
un consultorio medico, un supermercato accessibile. L’inverno a San Foca è una
lunga attesa per i locali, che attendono la stagione successiva per svoltare, ma
anche per questi lavoratori che forse sognano di spostarsi più al nord, o fuori
Italia.
Alcune fonti utilizzate:
– https://va.mite.gov.it/it-IT, https://epiprev.it/,
– https://www.isprambiente.gov.it/it,
– https://protezionecivile.regione.puglia.it/,
– https://www.sit.puglia.it/,
– https://www.arpa.puglia.it/,
– https://www.sanita.puglia.it/web/asl-lecce/registro-tumori,
– https://www.regione.puglia.it/web/ambiente,
– www.svimez.it,
– https://www.salutepubblica.net/,
– https://www.isdenews.it/,
– nocssnellecementerie.org ,
– www.liberiepensanti.it ,
– comitatonoburgesi.org ,
– https://www.peacelink.it/
– facebook.com/CoordinamentoCivicoAmbienteeSalute.prov.diLecce,
– facebook.com/notap.melendugno/,
– facebook.com/custodidelboscodarneo,
– facebook.com/NOTAPBrindisi/
– facebook.com/noalcarbonebrindisi/,
– facebook.com/SvincolamiLa275
Polizia in hotel per un “controllo preventivo” prima del corteo nazionale.
L’eurodeputata denuncia: “È l’effetto del decreto sicurezza, siamo in uno Stato
di polizia” All’alba di sabato 28 marzo 2026, …
4 anni e sei mesi, 3 anni e 2 mesi e 2 anni: queste le condanne richieste dal PM
per i nostri compagni.
I capi di imputazione iniziali, con le finalità di terrorismo scompaiono
lasciando
già presagire il crollo di un castello accusatorio insensato e politicamente
costruito per screditare la lotta e il movimento contro la guerra e contro
l’industria bellica.
Dopo la requisitoria del PM, le arringhe dei legali della difesa smontano e
dissolvono uno a uno le argomentazioni dell’accusa: indizi fumosi scollegati tra
loro e senza riscontro di dati oggettivi spacciati per prove, reperti che
scompaiono e altri oggetti che compaiono nei verbali senza essere mai stati
repertati.
Ci hanno provato e ci proveranno ancora a criminalizzare chi si batte
quotidianamente contro le politiche imperialiste e guerrafondaie del
governo italiano.
Restiamo partigiani, sempre dalla parte giusta della storia e a testa alta!
da antudo.info
È arrivata la sentenza definitiva per Alice: 12 mesi di arresti domiciliari
senza possibilità di messa in prova per i fatti dell’8 dicembre 2017. Quella
notte, Alice e altri due compagni sono stati arrestati in un’imboscata della
Digos a ridosso delle reti del cantiere della Clarea. Si stava svolgendo
un’iniziativa di lotta No Tav, contro il cantiere della devastazione,
partecipato da centinaia di attivisti del movimento.
Ancora una volta la Questura di Torino tenta di colpire il movimento No Tav e
chiunque si mobilita a difesa del proprio territorio e della propria terra.
Questo ennesimo atto di repressione è l’ulteriore conferma dell’accanimento nei
confronti di un movimento sociale e popolare che da più di trent’anni lotta e
resiste, non solo contro un progetto dannoso, inutile, imposto, ma anche a
sostegno di tutti coloro che vogliono un mondo diverso.
Questa condanna vuole intimorire, reprimere e zittire la nostra voce, ma tutta
la Valle, tutta Torino (e non solo), sa quanto sia difficile, anzi impossibile,
far abbassare la testa alla nostra compagna e soprattutto amica Alice, non a
caso sul ring Thelma Tank.
Alla controparte, ai poliziotti e ai magistrati, ai PM e alla Questura diciamo
solo questo: dove voi reprimete, noi rilanciamo, dove voi colpite, noi
rispondiamo, dove voi arrestate, noi resistiamo.
Fermarci è impossibile!
Alice libera subito
da Notav.info
Torna la primavera e torna anche l’Aurora Vanchiglia Transfemminista! Nella
puntata di oggi raccontiamo come il ciclo influenza energie, infortuni e
performance, eppure la maggior parte dei metodi di allenamento è stata
sviluppata su corpi maschili e gli studi sono pochissimi.
Seguiamo con un aggiornamento della Coppa d’Asia femminile, dove la nazionale
iraniana ha deciso di non cantare l’inno prima della partita contro la Corea, il
che le è costato caro: alcune giocatrici sono state definite “traditrici” in
patria e sette hanno chiesto asilo in Australia.
Infine, la FIFA sta introducendo nuovi regolamenti per aumentare la
rappresentanza femminile negli staff tecnici delle squadre nazionali femminili.
Abbiamo ancora bisogno che qualcuno dica che non solo gli uomini sanno allenare
le squadre di calcio?
Come ben sappiamo, di recente è stata consegnata in Germania la nuova TBM che
verrà portata in questi mesi a Chiomonte, per iniziare, all’alba del 2027, gli
scavi del fantomatico […]
The post MILLION DOLLAR BABY - La TBM più costosa del ring first appeared on
notav.info.
Continuiamo a pubblicare gli interventi del convegno di Viterbo “Sabotiamo la
guerra e la repressione” dello scorso 8 febbraio.
Qui i testi in pdf: viterbo-introduzione-terrorismo-yaeesh
Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/category/materiali/
INTRODUZIONE:
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE
Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due
giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe
stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi
l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla
radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi
qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se
stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi
definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri,
concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare
e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le
varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di
questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero
molti da fare.
Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato
quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan,
attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della
compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e
antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di
compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché
del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso.
Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e
chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma,
mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il
loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche
reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per
andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo
però ci possiamo trovare una “soluzione”.
Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di
vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando
decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora
facciamo anche quello che serve e quello che va fatto.
Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già
nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna.
Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di
cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa
è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da
oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi
sgomberi ?
Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più
senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia
imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata.
Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo
militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del
giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col
sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo
Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non
ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si
schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il
convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i
professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa
perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e
quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il
rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i
vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera,
che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno
soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il
vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di
questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una
volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già
nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e
attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo
ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato
imperialista in quanto tale.
Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre
occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle
forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è
già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il
problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è
compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il
governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti
sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista
delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se
andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo
bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto
centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo
stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati
dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la
riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come
diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei
padroni.
Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e
quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a
Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato
imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione
internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la
nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia
locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a
tutto campo.
Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo
il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in
Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare
queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di
scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di
valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci
troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo
nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in
cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della
Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche
dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte
la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia
dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi.
Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta
tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan
al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3
gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona
l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che
rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland
che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele
ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro
contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese.
La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale
porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di
guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri,
perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario,
necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché
non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si
immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio
dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo
schiacciamento dei proletari.
Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il
sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano
e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione
Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo
sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va
rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che
il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a
livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e
soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi
aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà
internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”,
perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad
Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le
premesse, con la condanna a di Anan.
Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a
sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata
molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai
prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo
sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione
fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista
contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà
un’altra udienza per Ahmad Salem.
Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a
quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più
volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può,
nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va
fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui.
Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare
a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece
alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come
abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere
conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa.
Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto
quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere
il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono
tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità
d’azione e rivoluzione”.
Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più.
L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le
forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a
piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei
pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra
parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al
nemico di classe.
In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di
unità d’azione tra rivoluzionari.
Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità
di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento
e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto
ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che
richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad
interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo
assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale.
Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una
possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha
effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione
di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade
anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale.
Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso
su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo
contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’
fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza
di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione,
perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive
che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo
interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla
frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo
culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a
produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza
del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze
L’USO DELLA CATEGORIA “TERRORISMO” APPLICATA ALLA RESISTENZA PALESTINESE
di Mjriam Abu Samra
Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur
non essendo in Italia al ragionamento
Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del
sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei
confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto
questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un
percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia.
E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da
sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le
strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si
espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento
lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso
italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è
fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di
approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei
confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà
storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare
questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di
categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere
riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un
controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di
articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte
anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione
palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al
potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti
all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del
popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi.
Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione
viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la
categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due
livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene
applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in
maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un
qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i
rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale
e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite
politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di
tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si
incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro.
Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli
anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu
rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva
essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un
dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i
“popoli del terzo mondo”.
Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la
loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze
coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi
vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto
politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli
Stati Uniti.
Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle
Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che
fosse concordata tra tutti i presenti.
L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu
uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del
cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa
definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a
chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla
definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce
proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione
della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo
globale. Perché?
Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la
categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa.
Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione
narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre
una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece
possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di
liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo.
Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo?
Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe
rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano
nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene
totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di
resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa
strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di
criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato
nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo
mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per
mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle
società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi,
anche in Europa e in Italia.
Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante
per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo
uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la
giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di
sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene
fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può
riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero
essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella
narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche
rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle
camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i
mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste
definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi
per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole
soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal
nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e
colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi
fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su
quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi.
Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica,
come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare
più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo
di strutture di potere e il linguaggio che le legittima.
Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno
delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro
dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le
nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori.
Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando
guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato
anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché
appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo
particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e
decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del
quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi
forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e
strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla
legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo
screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche
proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere
all’interno delle società occidentali.
Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina
tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa
appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale
palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo
momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte
queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non
solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche
assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre
categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo
oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e
fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie
islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo.
Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale
anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti
anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas,
per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica
islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di
una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera
quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in
questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di
costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano
appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire
un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono
fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di
potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la
realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di
narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un
popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora
più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado
proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli
ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale,
per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le
azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il
diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale
queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale
queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un
potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro
discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto
internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha
dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono
all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su
strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di
definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come
appunto dicevo prima, universali.
Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta
di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la
collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali
centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina,
ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa
narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto
limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento
di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto
di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane
quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare
a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema
internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello
narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che
vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una
visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per
la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello
che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è
questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello
che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta
di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle
nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile
andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre
stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di
dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce
sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si
autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella
che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di
sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte
integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in
Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte
di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che
prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri,
ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per
assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato,
possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che
ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente
indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è
per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società
occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che
si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria.
E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa
consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione
pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e
degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto
necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa
consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica,
che spinga le masse al cambiamento.
Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e
sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia.
PALESTINA- REPRESSIONE E IL CASO DI ANAN YAEESH
Buongiorno a tutti. Questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma
immagino che diversi elementi poi ritorneranno in altri interventi successivi,
tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi
presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di
repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un
po’ tutti si siano imbattuti nel caso di AnanYaeesh, ed è un caso abbastanza
emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo
processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una
risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto
luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale
abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del
2023.
Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile,
la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse
in quel lasso o in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna
mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi
europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più
paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione,
che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più
o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un altro palestinese, sempre della
Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora nelle
carceri francesi e appunto, questa richiesta di estradizione qui per l’Italia
siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un
paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un
tentativo di creare un precedente, una sorta di apripista che potesse essere
utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le
realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel
corso degli anni diverse inchieste e richieste israeliane con invii di
documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti
visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così
ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su
quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni,
con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno
portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni
repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il
lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per
cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello
dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva
Anan Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila,
relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’
più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un
maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive
sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non
è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da
Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un
palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un
doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che
decide se darvi seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno.
E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato
chiamato a rispondere su sull’estradabilità di un palestinese in pieno genocidio
e fortunatamente si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti
una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato
l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano, andando
a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di
estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato
a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele.
Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo
caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni
passaggi.
L’impianto difensivo, appunto, era basato su ciò che questi punti hanno tentato
di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci
state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa
estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché
avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è
articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei
indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti
essere estradato, puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta
di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse
le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai
prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in
piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due
palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è
sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. Questo processo inizia ad
aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una
serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori
israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non
fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire
all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto
quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o
la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i
modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva
dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le
ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di
testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a
dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto,
è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore
israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha
fatto testimoniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano
con i paesi del Sud, sud-ovest europeo.
E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità
di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si
va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza
dei tre, ma si va a portare avanti un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il
primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in
Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione
da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche
dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va
riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale
portare avanti una condanna come anche sull’altro fronte, andando a smontare
diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha
portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati
fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata
obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un
annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente,
che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è
legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è
rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è
sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze
coloniali, a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque
riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche dalla Cassazione nella
sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di
terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento
in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli
insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante siano dei
gruppi paramilitari armati che portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme
all’esercito di occupazione, quelli anche per il diritto internazionale, vengono
riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche
in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i
coloni israeliani, quello che è effettivamente l’operato di questi gruppi
paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per
intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è
sviluppato il dibattimento su questo binario.
Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due
assoluzioni su tre, cioè veniva contestato ai 3 il 270 bis e la pena minima per
Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece
condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state
riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima
persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese, che questo
processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare
in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma
più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque
una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo
stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è
un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il
termine, “tattici“, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è
il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi
notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche
minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile al quale
abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese
fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario, Shahin, e secondo noi è
importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è
parlato sulla stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo
largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso,
non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un
passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre
più palese nel corso degli ultimi anni: abbiamo qui in Italia centinaia di
migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, la provenienza è
prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una
grande partecipazione non soltanto alle mobilitazioni politiche che hanno avuto
luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla
Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte.
Lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro
avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica
del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, portando avanti
questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte
sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam Shahin, per chi ha letto i
documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà
rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che
andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico
che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato
tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di
quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi:
il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta
anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per
le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione
repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più
conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso.
Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a
conclusione è il processo appunto di Campobasso. E un brevissimo accenno a
quello di Genova.
Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di
nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un
palestinese a cui viene contestato il 270 quinques che, se ricordate, è questo
nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è
quello noto, come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di
materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. È stato il primo utilizzo di
questo articolo, di questo nuovo reato introdotto, per cui vediamo come viene
poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione
anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già
detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i
prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile,
partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad.
E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova
abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha
avuto processo di Genova che deve ancora iniziare.
Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre
su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed
è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto.
Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo
le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti,
arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di
persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli
ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura.
Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui
immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere. E per
politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla
rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga
fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a
qualche tempo fa ormai anacronistici, e si è comunque, nel corso di questi
ultimi mesi, riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le
responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire
a portare avanti un discorso anche più articolato in questo senso, per cui la
grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo di
portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto
questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di
tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono
individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno appunto (per
chi ha letta) della documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e
riportata in quella della DNA: una di queste associazioni, per esempio, ha
ricevuto dei fondi dalla USAID statunitense, per darvi un’idea, per cui questo
dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco. E che appunto quest’operazione,
al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente
condividiamo, è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere
in questo senso: è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione sulla
Palestina e anche, indirettamente, sugli altri temi sociali qui in Italia.
Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e
condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli
ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a
ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno
completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle
quali si sono attenuti nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un
elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti-repressivo, che a
nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito
all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che
va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il
caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è
la tendenza.