Lettera aperta dei docenti in solidarietà con il movimento studentesco Noi
sottoscritti docenti, unendoci ai molti documenti e appelli diffusi in questi
giorni da parte di docenti delle scuole e …
AGGIORNAMENTI SULLA VICENDA AUTISTICI/INVENTATI
Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)
(mercoledì, 4 novembre 18:00)
Cena ore 20:00
Inizio discussione ore 21:00
Proviamo a esser puntuali per permettere alle persone che vengono da fuori di
seguire il dibattito. Organizzzzzati con gli orari, vieni prima a cucinare o
porta già cucinato!
Negli Usa sono aperti i primi seggi per le elezioni di Midterm. Si vota
per rinnovare il Congresso, ora in mano a una maggioranza repubblicana. In palio
ci sono tutti i 435 seggi della Camera, 35 dei 100 del Senato e 36 governatori
su 50.
da Radio Onda d’urto
Si vota anche per numerosi referendum statali, come quello per tassare gli
ultraricchi della Silicon Valley in California
“Non consentiremo ci portino via l’età dell’oro: fermiamo jihadisti e
comunisti”, ha detto Trump, delirante, nell’ultimo comizio prima del voto a
Washington. I democratici sognano il colpaccio. Il vantaggio nei sondaggi è
netto per quanto riguarda la Camera, molto più incerto al Senato.
In California la Corte Suprema ha respinto la richiesta d’urgenza di Trump di
imporre l’accantonamento di 20.000 schede per corrispondenza, a seguito
dell’accusa repubblicana – non supportata da prove – che “siano state consegnate
a cittadini non Usa”. Bocciato anche un altro ricorso urgente di Trump, in
Alaska, per un caso di omonimia tra i cognomi di 2 candidati; “una truffa contro
di noi”, secondo il tycoon.
Così Trump anticipa quello che sarà il suo atteggiamento post-voto in caso di
sconfitta: accusare migranti, “comunisti”, “jihadisti”, democratici e giudici di
aver truccato la tornata elettorale, gettando benzina sul fuoco in un Paese, gli
Usa, dove da giorni l’ultradestra prefigura – le parole sono dello stesso ex
stratega di Trump, Steve Bannon – una “guerra civile” in caso di vittoria dem.
Per delineare i possibili scenari post elezioni di midterm negli Usa su Radio
Onda d’Urto è intervenuto Fabrizio Tonello, già docente di Sistema politico
degli Stati Uniti all’Università degli studi di Padova e autore di un articolo
di fondo su Il Manifesto dal titolo “Un voto, un’America arrabbiata e 3 scenari”
Abbiamo tradotto questo contributo di ContreAttaque in merito all’attentato
razzista avvenuto a Trappes, piccola città a sud ovest di Parigi, qualche
settimana fa. Ignorato dai media e dalla dimensione istituzionale a riprova di
una struttura sociale profondamente razzista e classista.
Si chiama Ramatou e ha solo 11 anni. La bambina stava tornando dalla piscina di
Trappes il 23 ottobre quando è stata colpita da otto proiettili, sparati in
raffica con un’arma da guerra. È una delle vittime dell’attentato razzista che
ha ucciso Pengo Bossio Wangi e ferito gravemente altre sette persone.
Una di loro, Ahmed, ha dovuto subire l’asportazione di un rene, della milza e di
una parte del fegato. Il terrorista, un militante del RN indottrinato dalla
propaganda televisiva, ha sparato 128 colpi, prendendo di mira intenzionalmente
tutte le persone non bianche, compresi i bambini molto piccoli.
Anche in materia di terrorismo, sparare ai bambini è la cosa peggiore che si
possa fare. È il massimo dell’orrore. È un atto che, normalmente, sconvolge un
intero Paese per anni, provoca uno shock nella società e porta a decisioni
politiche di grande portata. E questa strage avrebbe potuto essere ancora
peggiore, poiché l’assassino aveva organizzato sparatorie in diversi punti – la
sua arma sembra, fortunatamente, essersi inceppata. Ma Kévin Tessier, il
terrorista, ha scelto di spingere l’orrore al massimo, prendendo di mira una
ragazzina.
Da allora, non solo tutto continua come prima – i media continuano a diffondere
gli stessi discorsi razzisti e allarmistici, la stessa propaganda della polizia,
invitando gli stessi politici di estrema destra – ma nessun membro del governo
si è recato alla cerimonia in memoria delle vittime. La scelta di non inviare
alcun rappresentante a una marcia organizzata dopo un atto terroristico è senza
dubbio una novità assoluta nella storia della Quinta Repubblica.
Ci si potrebbe chiedere se sia stata la distanza geografica o quella emotiva a
impedire la visita dei ministri. Come primo elemento di risposta, si osserva che
dopo il 7 ottobre 2023 diversi ministri e rappresentanti della classe politica
hanno percorso più di 3.000 chilometri per recarsi in Israele, paese
colonizzatore, rendere omaggio alle vittime del massacro e manifestare il loro
«sostegno incondizionato» a Netanyahu, che il giorno successivo avrebbe dato il
via a un genocidio a Gaza.
Per quanto riguarda Trappes, la città dista una trentina di chilometri da
Parigi. Questi cittadini sono meno colpiti dall’omicidio di un francese di
colore sul proprio territorio che dalla morte di coloni in Israele.
D’altra parte, il Governo sa reagire molto rapidamente e dare prova di grande
empatia in altre situazioni:
* 1° maggio 2020: Macron telefona per 45 minuti al commentatore di estrema
destra Éric Zemmour, autore di numerosi discorsi razzisti e condannato per
«istigazione all’odio razziale», per «sostenerlo». Quel giorno, un uomo aveva
urlato contro il sostenitore di Pétain in una strada di Parigi; Macron sembra
aver ritenuto la cosa abbastanza grave da telefonargli e rassicurarlo.
* Nell’ottobre 2021, la rivista di estrema destra Valeurs Actuelles è stata
condannata per un articolo razzista che raffigurava la deputata di colore
Danièle Obono come una schiava incatenata. Édouard Philippe ha contattato
personalmente la redazione per esprimerle il proprio sostegno: «Ma che vi
prende, cavolo […] mi viene da dire “libertà di stampa”. E poi una cosa è
certa: non mi piacciono i linciaggi di massa, non mi piacciono i linciaggi».
La condanna in tribunale di una pubblicazione negrofobica è quindi
considerata come un “linciaggio”, ma non la pubblicazione in sé. Édouard
Philippe non ha rivolto una sola parola di solidarietà alle vittime del
razzismo a Trappes. Già nel 2019, Macron aveva invitato a bordo del suo aereo
privato la rivista di estrema destra, concedendole un’intervista «esclusiva»
e rilasciando dichiarazioni reazionarie.
* Nel 2025, il ministro della Giustizia Darmanin si mostra molto commosso nei
confronti di Marine Le Pen dopo la sua condanna per aver sottratto milioni di
euro. Dichiara che «sarebbe profondamente scioccante se Marine Le Pen fosse
giudicata ineleggibile e, di conseguenza, non potesse presentarsi al voto dei
francesi». Darmanin insiste quindi affinché il processo d’appello si svolga
il più rapidamente possibile, in flagrante violazione della separazione dei
poteri. Una richiesta che viene accolta, poiché Marine Le Pen potrà
presentarsi alle elezioni del 2027.
* Nel febbraio 2026, la macronista Prisca Thévenot si dà da fare freneticamente
per sostenere il neonazista Quentin Deranque. Nei programmi televisivi lo
chiama «Quentin», per nome, come se fosse una persona a lei vicina. Sostiene
che «la morte di Quentin non è un fatto di cronaca, ma un fatto politico che
affonda le sue radici nell’ascesa degli estremismi» e attacca senza riserve
LFI, che accusa di esserne responsabile. In nessun momento ha messo in
discussione né il RN né emittenti come Cnews riguardo all’attentato di
Trappes.
* Più in generale, ministri, prefetti e altri dirigenti adorano recarsi sul
posto per ogni minimo episodio di cronaca, per ogni minimo atto di
vandalismo. I responsabili politici si recano regolarmente nei commissariati
dopo le manifestazioni per sostenere gli agenti di polizia «feriti», oppure
sui luoghi degli atti di vandalismo dopo i disordini. Ma non hanno trovato il
tempo di andare a Trappes
«La Repubblica non sceglie i propri morti», ha dichiarato il Primo Ministro
all’Assemblea qualche giorno fa, mettendo sullo stesso piano la morte di Quentin
Deranque e quella di Pengo Bossio Wangi, come se fosse l’ultimo sputo sul
cadavere della vittima. Eppure sì, la Repubblica sceglie le proprie vittime.
L’uccisione di persone di colore e arabe vale meno dei danni materiali o delle
vittime a diverse migliaia di chilometri dalla Francia. E il terrorismo, quando
è di estrema destra e quando colpisce gli abitanti non bianchi di un Comune
popolare, allora non sortisce alcuna emozione ai vertici dello Stato.
In Portogallo, ennesimo violento sgombero di polizia contro le “acampade” per la
casa di Porto e Lisbona.
da Radio Onda d’Urto
I movimenti per la casa e contro il carovita sono tornati a riempire le strade
portoghesi nel pomeriggio di sabato 31 ottobre. Due i cortei principali, a
Lisbona e Porto, oltre ad altre città portoghesi coinvolte dalle proteste.
Domenica all’alba decine di poliziotti sono intervenuti con violenza, facendo 13
arresti e picchiando i presenti, tornati a montare le tende dopo precedenti
sgomberi, al termine di manifestazioni che sabato hanno portato in piazza, in
tutto il Portogallo, migliaia di persone. Almeno 100 le persone ferite.
Da Lisbona la panoramica delle proteste con Franco Tommasoni, ricercatore del
CoLabor – Laboratorio collaborativo per lavoro impiego e protezione sociale.
PUNTATA COMPLETA
https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/11/hod3novembre26.ogg
DOWNLOAD: hod3novembre26.ogg
CAMPAGNE mantieni internet libero
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EVENTI
3 novembre
Lab di riparazione collettiva, attrezzi a disposizione, aiuto allegro a far
diagnostica, installazioni GNU/Linux, OpenWRT, Nura, LineageOS e GrapheneOS
https://ofpcina.net
5 novembre
Mercato autogestito delle autoproduzioni antifa locali
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5 novembre
Labcyberfem al centro di documentazione delle donne
https://labcyberfem.women.it
12-13-14 novembre
HackorDiye ovvero Festa annuale dell’HacklabBo
https://hacklabbo.indivia.net/hackordiye26/cft/
14 Novembre
Festa dei 30anni del Lab57
https://balotta.org/event/30-anni-di-lab-57
ARTICOLO
https://www.bbc.com/future/article/20261029-the-ai-bubble-could-expose-your-deepest-secrets
Foto di elahoa
In questa seconda puntata di Cicorie – Amare Ecologie, esploriamo i mostri
dell’accelerazione tecnologica incontrollata in cui siamo immersi, indagando
quale sia il paradigma economico e sociale in cui affonda le sue radici, quali
siano i suoi effetti sulle persone e sui territori e quali lenti interpretative
ci permettano di leggervi nuove frontiere di conflitto.
Oggi tecnica e tecnologia, nella loro presunta imparzialità, si trovano al
centro dei dibattiti politici e sono lo strumento di accreditamento dei governi
sulla scena geopolitica mondiale; le Big-tech sostengono il posizionamento degli
Stati verso strumenti di difesa nazionale, travestendosi da progresso e
avanzamento scientifico. In che modo possiamo smascherare le narrazioni sul
potere salvifico della tecnologia e dare un volto e una forma a quella che si va
configurando – in modo sempre più esplicito – come l’ennesimo dispositivo di
valorizzazione del capitale?
Nella prima parte della puntata, per la rubrica “Indovina chi viene a -cene“,
approfondiamo il concetto di Tecnocene. Dai natali incerti, scarsamente adottato
e privo di un significato condiviso, Tecnocene ci è parso subito molto più
problematico rispetto ai fratelli più consolidati Antropocene e Capitalocene,
già trattati nel primo episodio.
Chi usa questo termine, e perché? Il Tecnocene è conseguenza, evoluzione o
condizione di possibilità dell’Antropocene? Quali contraddizioni pone al centro?
È il modo di produzione a determinare tecniche e tecnologie, o viceversa? È vero
che l’AI ci ruberà il lavoro? Dovremmo darci tutt* al neoluddismo?
Di questo e altro discutiamo con Caterina Mele, docente presso il Politecnico di
Torino, a partire dal suo articolo “Antropocene o tecnocene? Finalità della
tecnica ed effetti socio-economici e ambientali” pubblicato quest’anno su
Quaderni della decrescita.
Durante il secondo segmento dell’episodio, si viaggia dalla Virginia fino a
Moncalieri per provare a dare corpo ai fantasmi della transizione digitale,
indagandone il risvolto materiale più emblematico e ingombrante: i Data center.
A partire da una panoramica di cosa si sia mosso dapprima in Nord America (Stati
Uniti e Canada), poi in Europa (nello specifico in Irlanda e in Finlandia),
approfondiamo le specificità dei progetti alle nostre latitudini: in primis in
Lombardia che per la sua posizione strategica conta il maggior numero Data
Center tra progetti e strutture realizzate, e in cui si sono vissuti i primi
momenti di piazza come quello del 10 ottobre a Milano.
Ma anche in Piemonte qualcosa bolle in pentola: sono già 64 le richieste di
allaccio per progetti di Data Center. Riportiamo diversi contributi dai
territori interessati: Trino Vercellese e Moncalieri (che vede il progetto del
Data Center più grande d’Italia).
Ospiti in collegamento con noi il collettivo di XR Torino a presentare il loro
dossier sullo stato dell’arte della corsa ai Data Center nella nostra regione.
L’invasione massiccia di Data Center ci porta nuovamente – come già avevano
fatto i depositi di scorie legati alle centrali nucleari – ad interrogarci su
cosa significhi difendere i territori dalla sacrificabilità.
Nell’ultima parte della trasmissione, ci interroghiamo su come immaginare e
praticare alternative per i territori “compromessi” dialogando con un* compagn*
dell’EX SNIA di Roma per una restituzione della loro lotta e qualche
aggiornamento sul Lago che combatte a dodici anni dalla sua liberazione.
In chiusura, restituiamo alcune voci dalle piazze delle ultime settimane,
contraddistinte da un protagonismo giovanile in grado di parlare di caro vita,
di opposizione alla guerra e lotta al collasso eco-climatico.
(disegno di peppe cerillo)
Il mese inizia malissimo, ma finisce bene. Pochi giorni dopo lo sgombero del
palazzo occupato a Tor Sapienza, un ex abitante nigeriano di nome Sami viene
accoltellato e ucciso a mano di un gruppo di italiani razzisti, armati,
che feriscono gravemente anche un suo compagno, Kingsley Tomsi. Un terzo
nigeriano scampa alla caccia all’uomo; ma la polizia finge di crederlo “un
regolamento di conti tra immigrati”. Venerdì 2 ottobre si protesta in
Campidoglio contro il decreto che imbavaglia le proteste contro il genocidio. La
notte scoppia una bomba carta a Borghesiana. Il 3 è l’anniversario della strage
di migranti del 2013; a Centocelle un gruppo di nazisti picchia un anziano
marocchino gridando “torna al tuo paese”. I giornali chiedono il parere di
Rachele Mussolini. Il 4 bomba carta contro una sala scommesse all’Alessandrino.
Il 5 vicino Stazione Prenestina viene trovato il corpo di un ventenne, forse
nordafricano, ucciso con una coltellata al collo. La notte esplode un altro
ordigno in un cortile di San Basilio. Il 7, terzo anniversario dell’inizio del
genocidio in Palestina, gruppi di fascisti incappucciati tenatno di entrare con
i bastoni alle occupazioni del Lattanzio (San Giovanni) e Levi Civita
(Centocelle). Gli studenti li ricacciano da dove erano venuti. Il 9 scoppia una
bomba a via dei Platani, sempre a Centocelle.
L’aria inizia a cambiare. Il 10 c’è la prima grande manifestazione per la
Palestina dopo quelle dell’autunno scorso: decine di migliaia di persone
occupano tutta via Cavour, da Fori Imperiali a Termini. L’11 a Torpignattara
centinaia di persone rispondono a un tentativo di “fiaccolata per la sicurezza”
del prete don Coluccia, a cui partecipava anche l’ex pugile Carabella: per
l’ennesima volta queste pagliacciate sono respinte dagli abitanti, e la
fiaccolata viene annullata. Il 13 attivisti per la casa fingono di visitare una
abitazione dell’Esquilino messa all’asta, poi appendono uno striscione per
rendere visibile la vendita del patrimonio pubblico. Il 14 a Malatesta c’è una
manifestazione di Libera per protestare contro le intimidazioni mafiose.
Il 15 un europarlamentare dei 5 Stelle chiede all’UE di verificare il rispetto
delle norme ambientali per lo stadio di Pietralata. Intanto, alla Nuvola
dell’Eur inizia la fiera sulla Cybersicurezza promossa da Israele (la prima
edizione era stata aperta da Netanyahu).
Ma le forze tenebrose insistono. Il 16, anniversario del rastrellamento nazista
del ghetto ebraico, i sedicenti rappresentanti della comunità ebraica cacciano
l’ANPI, l’associazione che porta la memoria dei partigiani, chiamandoli
antisemiti (l’anno scorso un esponente della comunità aveva sparato su due di
loro). La piazza è offerta invece ai parlamentari di Fratelli d’Italia, un
partito che ha ancora sezioni intitolate ad Almirante. Intanto un corteo
studentesco di ventimila persone blocca la strada con i cassonetti, la polizia
carica su via Cavour: è iniziato l’autunno caldo delle proteste studentesche. La
notte scoppia un ordigno davanti un garage privato a La Rustica.
Il 17 la Procura di Roma annuncia un’investigazione contro Israele per le
torture ai membri della Flotilla: è la prima in Europa. Manifestazione a
Torpignattara contro il razzismo e le quote agli stranieri nelle scuole, guidata
dai bambini del quartiere. Il 18 bambini e genitori della scuola Toti (Pigneto)
ricostruiscono una grande bandiera della pace fatta di tessuti di scarto, che
era stata bruciata a giugno: lo striscione dice “Qui nessuno è straniero”. A
Colli Portuensi un novantenne spara alla moglie e poi si uccide. Il 19 c’è una
nuova esplosione a Castelverde, brucia anche un autosalone. La notte
ignoti danno fuoco alla palestra del Dopolavoro Ferroviario di Velletri,
autogestita da undici anni, dopo una lunga serie di minacce. Nuove occupazioni
al Plinio, Morgagni, Rossellini. Il 20 si annuncia che l’incontro dei fondi
immobiliari “Investire in Roma” a cui avrebbero partecipato anche rappresentanti
del Comune, è stato sospeso per le proteste annunciate; ma il 21 c’è comunque un
presidio contro la speculazione davanti alla sede del convegno all’Ara Pacis.
Il 22 c’è il processo per gli scontri del 2023 a Trastevere per Alfredo Cospito.
Il 23 scoppia una bomba carta davanti un centro scommesse a Ciampino.
Sabato 24 è il giorno della grande manifestazione studentesca: la polizia chiude
le strade, innalza gli elicotteri, ferma preventivamente decine di minorenni
prima del corteo, li porta in questura, li minaccia; una volta liberati, quelli
vanno comunque a manifestare. Una quarantina di ragazzi e ragazze quando
arrivano davanti al Colosseo buttano giù le transenne e si riprendono
l’anfiteatro, prima riservato ai turisti. Poi un enorme corteo spontaneo risale
per via Cavour senza striscioni né bandiere tranne quelle palestinesi e
italiane; attraversa Termini e si scontra con la polizia a largo Santa Susanna,
vicino all’ambasciata USA. Il 25 studentesse e studenti occupano tre nuove
scuole in periferia: il Piaget di Tor Sapienza (sopra al parco
dell’accoltellamento di fine settembre), il Neumann di San Basilio, e il liceo
Argan di Don Bosco. Occupato anche il Tasso, e il 26 anche il Mamiani, il
Ripetta, il De Sanctis a Grottarossa, il Giordano Bruno al Tufello, dove la
polizia entra in forze per sequestrare e portare in questura sette studenti.
Sono quaranta le scuole occupate in tutta Roma.
Il 27 arrivano una decina di camion di autotrasportatori in protesta dalla
Calabria: si prendono la piazza davanti a Montecitorio e gridano contro il
palazzo. Migliaia di genitori e docenti raccolgono firme e preparano esposti
contro le violenze della polizia sui minori. Il 28 viene occupata la facoltà di
Lettere alla Sapienza.
Il 30 è il giorno dello sciopero generale. Una marea umana di centomila persone,
in gran parte molto giovani, si snoda per dieci ore dalle periferie verso il
centro della città. Nel pomeriggio spezzoni di manifestanti tentano di penetrare
nella cittadella dei turisti; le guardie caricano sopra Ponte Sisto, tra
Testaccio e Trastevere, rischiando di far cadere qualcuno in acqua. Intanto
Asia-USB e il Movimento per l’abitare organizzano un accampamento su via dei
Fori Imperiali, e un dj set di Halloween, in attesa dell’assemblea nazionale del
1 novembre. (stefano portelli)
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LEGGI ANCHE I REWIND DEL:
– 2026 | Anno in corso:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre
– 2025 | Anno Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
– 2024 | Anno non Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
Un contributo del Collettivo Universitario Autonomo Torino sulle settimane di
mobilitazione, occupazione universitaria e di sciopero appena trascorse.
Giornate di mobilitazione importanti per il Paese quelle che abbiamo alle
spalle, culminate con l’imponente sciopero generale di questo venerdì 30
ottobre, indetto contro la guerra e l’industria delle armi a partire dal
coordinamento dei portuali che in un’assemblea molto partecipata svolta un mese
fa a Genova, hanno dichiarato l’intenzione di dare vita al più grosso sciopero
coordinato a livello globale. Il risultato è sicuramente riuscito: 110 i porti
bloccati inficiando sul 40% degli scambi di merce globali.
Dopo che agricoltori e autotrasportatori insieme ai giovani e agli studenti in
Italia sono riusciti a far sentire il peso di un Paese in ginocchio, in cui le
persone contano i centesimi per fare la spesa e non possono più permettersi un
pieno di carburante e tanto meno di curarsi o studiare, questa giornata di
mobilitazione non poteva che assumere i caratteri di uno sciopero generale.
La giornata di sciopero ha rappresentato un successo in tutto il Paese, con
cortei oceanici e blocchi.
A Torino sono stati diversi gli spezzoni che al mattino hanno paralizzato il
capoluogo piemontese: uno partito da piazza palazzo di città che si è diretto
verso “la sfinge” bloccando l’imbocco della Torino-Milano e l’altro partito dal
Campus occupato che si è preso a spinta il centro cittadino e dopo una lunga
manifestazione si è diretto in prefettura dove si sono verificati scontri con la
polizia a cui i giovani hanno resistito con tenacia. Oltre 90mila persone in
totale. Anche all’appuntamento serale, piazza Castello era gremita e la
determinazione e l’agilità della piazza hanno permesso di conquistarsi Via Roma,
precedentemente blindata a difesa delle famigerate “vetrine” dei grandi marchi
del lusso, qui si sono verificati scontri, lanci di lacrimogeni e caccia
all’uomo con arresti da parte della polizia.
A Milano grande giornata di mobilitazione, molteplice e riuscita. Una doppia
chiamata, quella del sindacalismo di base e il cosiddetto “appuntamento
generazionale” composto in prevalenza da giovani che si è ricongiunto con il
resto degli spezzoni in piazzale Loreto raggiungendo quasi le 100mila persone,
per poi andare ad occupare per ore la tangenziale.
A Napoli la manifestazione composta da lavoratori e studenti ha bloccato
l’autostrada, il porto e la rete ferroviaria cittadina. Erano già decine le
scuole e le università occupate da settimane in città.
A Cosenza, già protagonista nel sud italia nelle proteste di agricoltori,
pescatori e autotrasportatori, viene occupata dal corteo vivace e rumoroso la
Salerno-Reggio Calabria.
A Mestre oltre migliaio di partecipanti hanno composto un corteo in terraferma,
e altrettanti in un corteo parallelo a Venezia. Numerosi gli studenti, con la
partecipazione di lavoratori in sciopero. La polizia ha bloccato gli studenti
all’incrocio con via Torino dato il divieto di transito imposto dalla questura,
si sono verificati scontri per superare lo sbarramento.
A Vicenza sono in duemila al corteo dello sciopero generale. Bloccato il
traffico a Ponte Alto, poi al tentativo di occupare la tangenziale la polizia ha
risposto con una carica contro il corteo composto da studenti e lavoratori.
A Roma paralizzato il centro per 12 ore. Al termine del corteo romano
riconducibile all’usb è stata lanciata una acampada di tende in via dei Fori
Imperiali, nel cuore di Roma, partecipata dalle diverse realtà che hanno aderito
alla piazza. Un’altra parte del corteo è ripartita verso Piramide dietro lo
striscione “noi la guerra non la paghiamo”. In serata la manifestazione si
dirige verso i palazzi ministeriali dove i giovani erigono barricate, la polizia
pratica violente cariche e lanci di lacrimogeni contro i giovani a Trastevere,
numerosi gli abusi polizieschi documentati.
A Livorno all’alba i portuali con il supporto degli autotrasportatori bloccano
la rotatoria di accesso al porto, alle ore 9.00 parte il corteo che vede
un’altissima partecipazione cittadina e la presenza di Francesca Albanese,
ancora in prima fila per promuovere il boicottaggio internazionale della filiera
del genocidio. Una delle manifestazioni più riuscite per la città.
A Genova diecimila in corteo, la giornata comincia con un presidio al Terminal
Traghetti, raggiunto poi dagli studenti. Successivamente il corteo si sposta al
varco Albertazzi per bloccare l’entrata in porto. Gli universitari si riuniscono
in un altro concentramento per raggiungere la stazione di Principe per
raggiungere a loro volta il porto in treno. Dopo un pranzo durante il blocco del
varco Albertazzi, il corteo riparte per terminare nel centro cittadino.
A Brescia un corteo composto da 10mila persone aperto dagli esponenti sindacali
e seguito da un imponente spezzone studentesco e dallo spezzone delle realtà di
movimento sfila per le vie della città. Il corteo riesce a prendersi Piazza
della Loggia nonostante i divieti. Gli studenti decidono di proseguire la
manifestazione assumendo le forme di un corteo selvaggio. Cariche dei
carabinieri all’imbocco della Galleria sotto il Castello. Dopo un lungo
fronteggiamento il corteo riparte percorrendo la zona est del centro storico per
poi terminare nel quartiere Carmine.
A Bologna bloccata l’autostrada con 30 mila persone a sfondare il blocco dei
reparti della polizia, nonostante le prescrizioni della questura.
A Pisa viene occupato durante il corteo dello sciopero generale partecipato da
circa 15mila persone lo storico palazzo universitario della Sapienza, una
iniziativa che fa parte della lotta per servizi dignitosi e contro l’insinuarsi
della guerra in università.
Queste sono solo alcune delle manifestazioni che hanno riempito l’Italia, molti
cortei, scioperi e blocchi anche nei territori provinciali, ovunque si registra
una partecipazione straordinaria.
A Torino rimane occupato per la seconda settimana il Campus Einaudi, e al conto
delle occupazioni universitarie si aggiunge anche Pisa insieme alle precedenti
occupazioni a Milano, Napoli e Roma. Continuano dunque a moltiplicarsi le
occupazioni e i blocchi degli studenti dalle Università alle scuole che hanno
inaugurato questa stagione di lotta.
Influenzata anche dai moti che stanno sconvolgendo l’Europa e il mondo dalla
Francia, passando per la Spagna, il Belgio, l’Albania, il Portogallo fino alla
Serbia e alla Germania, l’Italia continua a rilanciare appuntamenti di piazza.
I lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le nuove generazioni da settimane
impongono questioni che per i governanti sono difficili da ignorare. Il governo
Meloni deve rispondere alle vere emergenze sociali dell’Italia: interrompere gli
investimenti all’industria bellica a favore delle politiche sociali. Il popolo
italiano non vuole più essere servo dei macellai criminali di guerra Trump e
Netanyahu.
L’invio di armi in Ucraina, il sodalizio con il genocidio di Israele, accettare
l’imposizione della NATO del 5% del pil alle armi e il riarmo europeo, fanno
parte di una scelta di campo precisa fatta dal governo Meloni, una scelta
antipopolare che alimenta profitti solo per pochi amici di amici affamando tutti
gli altri.
Questi sono problemi che possono porre una questione di incompatibilità tra la
base sociale e le forme istituzionali che cercano sbracciando di mantenere una
tenuta facendo finta di non capire cosa il popolo stia chiedendo. Non basta
qualche finanziamento emergenziale buttato qua e là destinato ad esaurirsi, non
bastano tetti sui prezzi che durano una settimana, la gente non chiede nemmeno
più le famose “risposte dal governo”. Il governo ha già risposto con chiarezza,
sigillando la sua rottura con il proletariato italiano e anche con la sua stessa
base elettorale di piccoli imprenditori.
Il popolo quindi vuole solo le dimissioni del governo Meloni e il disimpegno
italiano nella guerra per procura che gli Stati Uniti ci trascinano a
combattere. Scegliere di fare o non fare la guerra è un bivio che va a stabilire
quale sarà l’andamento degli anni a venire per i giovani e la popolazione tutta,
sono scelte epocali che i popoli, non solo in Italia, si sono stufati di fare
prendere solo alle élite politiche corrotte. Sono soprattutto le nuove
generazioni a voler dire la propria e per farlo sanno che sarà necessario
conquistarsi la possibilità di contare come corpo collettivo senza
intermediazioni rappresentative necessarie solo a mitigare la dirompenza del
“vento dei ‘20”.
La coscienza diffusa dei problemi del Paese è alta, anche tra i più giovani che
cercano di trovare il proprio spazio per rappresentare da sè i propri interessi,
riappropriandosi delle scuole e delle università caserma dentro cui li hanno
rilegati cercando di addomesticarli ai fini di una società in guerra in cui il
sfruttamento al massimo livello deve essere accettato senza troppe lamentele.
E’ anche di una identità generazionale che ci si vuole appropriare, ci si
rappresenta nelle piazze e si trovano le maniere di farsi vedere e di farsi
capire, anche “oltraggiando” quei centri-vetrina appannaggio di pochi (e sempre
meno) privilegiati. Si vive troppo male per continuare ad usare le buone
maniere.
I giornalisti hanno cercato di costruire il nemico pubblico andando a caccia di
interviste a giovanissimi in piazza, nei quartieri popolari o fuori dalle
questure ma per loro sfortuna ciò che ne esce è un discorso in cui tanti si
rivedono, mentre provano a raccontare di un fantomatico attacco
“all’italianità”, l’Italia è più unita che mai. Dove si cerca di frammentare e
di indebolire, la lotta ricompone e verticalizza verso le istituzioni un
malcontento che da troppo tempo cercava forme di espressione.
che il governo ha cercato di boicottare, precettando lo sciopero dei trasporti
(a cui le sigle sindacali hanno deciso di disobbedire) e interdicendo il centro
cittadino attraverso le ordinanze e i blocchi di polizia.
Il governo continua a fare tutto ciò che è in suo potere per scongiurare lo
stabilizzarsi di un movimento compatto che sappia resistere ma anche proporre un
programma da perseguire. Meloni e i suoi cercano di soffocare attraverso la
paura, la forza militare, le narrazioni stigmatizzanti, la precettazione degli
scioperi ciò che politicamente non possono assorbire. Le città diventano per
loro campi di battaglia dichiarati in cui non si limitano alla solita gestione
muscolare della piazza ma si spingono fino alla caccia all’uomo nei quartieri e
fin dentro le scuole dove vanno a cercare ragazzi da malmenare durante le
occupazioni.
Oggi, per garantire che tutto ciò che sta bollendo in pentola non rappresenti un
fuoco destinato ad esaurirsi, oltre alla rabbia e alla determinazione serve
anche la creatività coraggiosa dei sognatori, architetti di un altro mondo
possibile.
Essere protagonisti del presente è una responsabilità. Significa rinunciare al
patto della delega, del disimpegno individuale a favore di un’esistenza che ci
hanno promesso agiata, “civilizzata” ma in cui ormai si riesce solo a stento ad
annaspare. E’ in questo sottrarsi che abbiamo tutta l’occasione di costruire la
prospettiva di una vita in cui si esiste e non si sopravvive.
Il calendario si profila già fitto di possibilità per continuare a contare e ad
inchiodare il governo ai loro crimini: non solo lo sciopero e la giornata di
mobilitazione internazionale del 20 novembre ma altre giornate più o meno
spontanee, come quella del 7 novembre, stanno spuntando su gruppi e profili
social, insieme ad altre occupazioni o blocchi per cui gli studenti continuano
ad organizzarsi, tutti sintomi di una voglia di continuare a stare nelle piazze
e di fare la propria parte per cambiare le cose.
Il mandato è chiaro: mandare a casa il governo e costruire il potere popolare di
cui la storia ha bisogno per fermare la guerra e per cambiare le prospettive di
futuro che questa classe politica propone come unica via.
Viva i popoli che riscrivono la storia!
Le spese dell’agenzia europea per le frontiere in questo campo sono in crescita
vertiginosa.
Sono cruciali per consentire le intercettazioni dei migranti da parte della
guardia costiera libica. E potrebbero aumentare ancora
L'articolo Più di un miliardo per droni e aerei: come Frontex controlla i
confini dal cielo proviene da IrpiMedia.
ASSEMBLEA PUBBLICA "NESSUN* È STRANIER*
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(venerdì, 6 novembre 18:00)
Il 30 ottobre centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, studenti e
studentesse hanno animato le piazze di tutta italia in occasione dello sciopero
generale indetto dai sindacati di base. Oggi, appena due giorni dopo apprendiamo
dai giornali che nel disegno di legge di Bilancio per il 2027, è prevista una
riduzione di 6.974 posti in meno tra docenti e personale amministrativo, tecnico
e ausiliario. Sommando questa misura ai tagli già disposti dalla manovra 2025,
le riduzioni arrivano a 14.808 posti tra gli anni scolastici 2025/26 e 2027/28.
Un massacro sociale nei confronti della nostra categoria, già oppressa da
precarietà e bassi salari, che si abbatterà non solo sui singoli, ma anche su
intere famiglie. Per questo denunciamo la miopia di una politica che risponde
alle istanze delle piazze con misure devastanti per la tenuta sociale del paese.
La violenza istituzionale ed economica che questo governo esercita produrrà
legittime risposte violente di cui deve già cominciare ad assumersi la
responsabilità. Inoltre, a materializzare in modo ancora evidente l'idea di
scuola di questo governo, viene prorogato anche il "bonus paritaria" una misura
prevede un contributo economico fino a 1.500 euro per studente per sostenere le
spese delle rette di iscrizione e frequenza a tali scuole.
Negli anni abbiamo assistito a diverse riforme “scuolicide”, tutte in continuità
le une con le altre, che hanno trasformato la scuola pubblica in un baluardo
culturale dell’ideologia nazionalista e di quella classista del merito, in un
serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali e le aziende, e in
un luogo di sfruttamento per ogni lavoratore e lavoratrice precari. A ciò va
aggiunto anche il problema annoso dell’infimo salario percepito dalle
lavoratrici e dai lavoratori della scuola. Perché diciamolo tranquillamente:
anche noi dobbiamo decidere se fare il pieno di benzina o andare a fare la
spesa; anche noi ormai non arriviamo che alla terza settimana del mese, perché
abbiamo uno stipendio bassissimo, eroso dall’inflazione e taglieggiato
dall’aumento delle utenze dovuto alle guerre altrui.
Anche noi ormai sappiamo cosa vuol dire povertà!
Come docenti e lavoratori della scuola, dobbiamo opporci con fermezza a questo
progetto di scuola che prende sempre più chiaramente forma, un passo alla volta,
anche attraverso il nuovo DL scuola, classista e razzista: un decreto che
trasforma noi docenti in guardiani del buon costume adibiti a vigilare
sull'abbigliamento degli studenti/esse e che perseguita alcune persone in quanto
non considerate italiane, perché senza un pezzo di carta o perché praticano una
religione diversa da quella permessa promossa da questo regime democratico.
La nostra vuole essere un’opposizione intransigente anche contro la riforma dei
tecnici: un dispositivo che impoverisce l’offerta formativa accorpando le
materie e che, facendo saltare migliaia di cattedre, non farà altro che
aumentare i tassi di disoccupazione tra i docenti.Un’idea di scuola che
costringe giovanissimi a essere sfruttati in azienda sin dal secondo anno delle
superiori con la nuova alternanza scuola-lavoro.
Siamo statə in piazza a migliaia per tutti questi motivi e vogliamo continuare
a confrontarci e organizzarci per lottare insieme, rivendicando anche aumenti
salariali per tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, lottando per una
scuola libera dalle logiche di profitto libera e solidale, contro un sistema
politico ed economico che fa enormi profitti grazie all’economia di guerra,
tagliando sanità, scuola e welfare.
Perciò invitiamo docenti, lavoratrici e lavoratori ATA, amministrativi,
educatori ed educatrici, studenti e studentesse, genitorə ad un’assemblea
pubblica venerdì 6 novembre, presso il Campus Einaudi alle ore 18:00.
Per bloccare davvero tutto, a oltranza: fino alle dimissioni di questo Governo,
fino al ritiro di questo DL da parte di quell’autoritario di Valditara, fino a
ottenere ciò che giustamente pretendiamo.
Vi aspettiamo!
DISCUSSIONE E AUTOFORMAZIONE SULLE RIVOLTE NEL SUD
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(mercoledì, 4 novembre 19:30)
Nonostante gli ultimi scioperi e malcontenti siano partiti dal Sud, poco spazio
narrativo è stato a questi riservato.
Inoltre, l’asse della narrazione è stato totalmente spostato nel momento in cui
anche anche al Nord sono iniziati i primi scioperi e le prime manifestazioni e,
così, il Sud è scomparso dai notiziari.
Solidarietà, racconto delle rivolte è stato fatto da parte di reltà del Nord, ma
da una lente interpretativa errata: è inutile parlare e interpretare quelle
rivolte allo stesso modo in cui si interpretano le rivolte al Nord.Errato è
ritenere che anche gli scioperi del Sud siano nati con il problema del carovita,
perché in tal modo si ignora del tutto la Questione Meridionale.
Il governo ha detto di tutto, il governo si è permesso di parlare degli scioperi
attraverso la lente stereotipata della criminalità organizzata, dimenticando l3
mafios3 che tengono calde le poltrone del Parlamento.
Ed ecco che, per questo e altro, abbiamo deciso di prendere parola noi!Ci
vediamo mercoledì 4 novembre dalle ore 19:30 al Campus Occupato, per discutere
insieme e fare autoformazione. Porta colori, penne, pennarelli.
L’assemblea è non mista e, quindi, non aperta a persone non terrone e a uomini
etero-cis.
Decideremo insieme in quale spazio e/o aula del Campus metterci per fare
assemblea, quindi, scrivici in DM o tramite messaggi se non dovessi trovarci!
il Campus è un luogo accessibile! A mercoledì!