[2026-07-16] No Datacenter Lucento! Proiezioni e confronto in quartiere @ Giardini Frassati
NO DATACENTER LUCENTO! PROIEZIONI E CONFRONTO IN QUARTIERE Giardini Frassati - via Pietro Cossa, 280 (giovedì, 16 luglio 20:30) FA CALDO VERO? E pensa che stanno per costruire un datacenter nel quartiere Lucento, a Torino nord, che non solo avrà bisogno di enormi quantità di energia e acqua, ma produrrà rumore, inquinamento e calore initerrottamente. Le persone del quartiere si stanno organizzando e vogliono sensibilizzare tutte le persone interessate! Per questo vogliamo invitare tutte le persone a delle proiezioni in quartiere Lucento per saperne di più: * Giovedì 16 Luglio: h20:30 Vivere vicino a un Datacenter - Video inchieste e testimonianze dirette su chi abita vicino ai datacenters * Giovedi 23 Luglio: h20:30 Dentro l'IA - Proiezione di documentari sul lavoro umano dietro il mito dell'intelligenza artificiale Le proiezioni per il quartiere, ma senza il patrocinio della circoscrizione, quindi non ci saranno tavoli o sedie dove potersi accomodare Quindi se ce l'hai porta un telo, dei cuscini o una sedia! Per maggiori informazioni puoi scrivere a datacenterlucento@anche.no o visitare il sito https://nodatacenterlucento.noblogs.org
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nascita e sviluppo dell’arresto preventivo
l’arresto preventivo, come tante altre misure repressive, nasce di pari passo alla nascita dello Stato: dall’Italia giolittiana all’ultimo decreto sicurezza passando per il fascismo e la prima repubblica, questo strumento non è mai stato abrogato, ma viene puntualmente tirato fuori a seconda del momento storico e del conflitto sociale in corso. L’arresto preventivo si fonda su delle categorie di pericolosità fabbricate dalla questura, una griglia in cui gli oppositori politici, sindacalisti e simpatizzanti riempivano una parte, mentre l’altra era occupata da matti, ubriaconi, incontrollabili; e soprattutto a questi ultimi era diretto l’arresto, sia mai venisse qualche colpo di testa durante una grande cerimonia nazionale. D’altronde ai politicizzati era (ed è tuttora) riservato costante il controllo, o l’esilio, o il confino. Guardando la storia e lo sviluppo di questa ed altre misure repressive capiamo meglio la guerra ai marginali e agli oppositori politici che questo governo sta portando avanti. Ne parliamo con Dario Stefano Dell’Aquila, autore dell’articolo “le storie di ieri e le vite di oggi. Sovversivi, marginali e arresto preventivo” apparso sul numero 126 della rivista Gli Asini (https://gliasinirivista.org/le-storie-di-ieri-e-le-vite-di-oggi-sovversivi-marginali-e-arresto-preventivo/)
repressione
c'hai le storie
sulla bestialità
quando un animale diventa bestia? e cosa si intende con questa parola? Spesso il termine bestia viene associato anche agli esseri umani, soprattutto ai nemici, agli sconfitti e ai marginalizzati, nel tentativo di de-umanizzarli. Nel mondo animale avviene egualmente: qualora l’animale si fa ribelle o indisciplinato alle attività ordite dall’umano allora diviene bestia, il suo ruolo dev’essere quello di essere sfruttato, di riprodursi, di fare un’obbediente compagnia. Alla disobbedienza si accompagnano processi e leggi volte a normare il comportamento animale, o meglio, l’effetto sociale delle loro azioni. Dalla minaccia delle invasioni di cavallette bibliche, al terrore del lupo che ha sempre percorso la storia, alcuni animali hanno assunto il ruolo del nemico a cui si è risposto spesso e volentieri con lo sterminio. Ne parliamo con Matilde Cassano autrice del blog Storie Bestiali (https://storiebestiali.wordpress.com/) e collaboratrice con la rivista Liberazioni (https://www.liberazioni.eu/)
antispecismo
c'hai le storie
Torino: richiesta di sorveglianza speciale per Stefano e Sara, “colpevoli di aver partecipato alle mobilitazioni per la Palestina
Presso il tribunale di Torino si è svolta un’udienza in merito alla richiesta, da parte della questura con l’elmetto piemontese, di sorveglianza speciale ai danni di Sara e Stefano, due giovani attivisti di Torino per Gaza e del csa Askatasuna. Da Radio Onda d’Urto “E’ ormai prassi della Questura di Torino quella di silenziare qualsiasi voce decisa a parlare e scendere in piazza a difesa di quei popoli che ancora oggi stanno vivendo il genocidio, lo sterminio e la devastazione” nella Striscia di Gaza, si legge in un comunicato congiunto firmato da Intifada Studentesca, Cua Torino, Torino per Gaza e Mamme in piazza per la libertà e il dissenso. Stefano e Sara “si ritrovano con la richiesta di una sorveglianza speciale per il solo motivo di aver partecipato ai cortei, manifestazioni e presidi. Questa misura, che riporta in maniera diretta ai tempi del fascismo, fa uno step in più rispetto alla già notevole pioggia di misure cautelari emanate dalla Procura in questi mesi“, sottolineando nel comunicato come la sorveglianza speciale sia uno strumento previsisto dal Codice Antimafia e nato per soggetti ritenuti appartenenti alla criminalità organizzata o al terrorismo. Per Stefano le prossime udienze in cui verrà deciso se applicare o meno la sorveglianza speciale saranno a settembre. Per Sara invece la prima udienza era oggi, mercoledì 8 luglio. Fuori dal tribunale torinese, decine di persone in presidio in solidarietà con i due compagni. Nell’intervista a Radio Onda d’Urto la stessa Sara, compagna torinese.
[2026-07-15] radio carretta carretta @ corso regio parco
RADIO CARRETTA CARRETTA corso regio parco - corso regio parco (mercoledì, 15 luglio 18:00) una puntata bestiale per Radio Carretta Carretta. Il concetto di bestia partendo da una prospettiva antispecista; la cinofilia non è roba da finanzieri; la storia degli orsanti dell'appennino parmense; i processi di de-umanizzazione del nemico e del marginalizzato. Il tutto condito con ottima musica e birrette tiepide Radio Carretta Carretta si propone di creare aggregazione al di fuori delle logiche di consumo e di presabenismo. segui su gancio.cisti.org o su radio blackout
Giù le mani dalla lotta dei disoccupati e delle disoccupate organizzati di Napoli!
Riceviamo e diffondiamo questo testo-appello. Certo non è poco, nell’attuale contesto di guerra fra poveri, rivendicare da disoccupati un lavoro che risponda a bisogni sociali, e farlo in modo collettivo e autorganizzato, fuori da logiche clientelari. Se a questo si aggiunge lo schierarsi a fianco della resistenza palestinese e la partecipazione alle battaglie contro la devastazione ambientale, contro la guerra e contro la repressione, ce n’è abbastanza per esprimere la nostra solidarietà al Movimento 7 novembre di Napoli, che ancora ieri era in piazza a contestare i tromboni del “campo largo”. Lasciamo tuttavia aperta l’immane questione delle finalità, dei rapporti e dei mezzi in base ai quali un’attività possa essere definita “socialmente utile” (la cui utilità, cioè, sia rivendicabile anche fuori dalle gabbie capitalistiche e salariali). Qui l’originale: https://pungolorosso.com/2026/07/07/governo-istituzioni-cricche-di-potere-giu-le-mani-dalla-lotta-dei-disoccupati-e-delle-disoccupate-organizzati-di-napoli/   GOVERNO, ISTITUZIONI, CRICCHE DI POTERE: GIÙ LE MANI DALLA LOTTA DEI DISOCCUPATI E DELLE DISOCCUPATE ORGANIZZATI DI NAPOLI La lotta delle disoccupate e dei disoccupati organizzati di Napoli è ad un passaggio cruciale. E sostenerla attivamente è oggi un dovere per tutti quelli che non sono dei ciarlatani. Vediamo perché. Dopo una strenua mobilitazione, iniziata dieci anni fa dal Movimento 7 novembre, e diventata poi una lotta congiunta tra questo Movimento e il Cantiere 167 Scampia, le istituzioni centrali e locali erano state costrette a dare il via libera ad un percorso al lavoro stabile e sicuro di 1.200 disoccupati/e. Diciamo: “erano state costrette” perché la lotta, con la sua irriducibile tenacia e con la sua intelligenza tattica, aveva saputo affermare con i fatti la possibilità di conquistare un lavoro senza strisciare – da singoli individui in concorrenza tra loro – davanti a nessun boss della politica o della camorra (ci sono differenze?). Conquistare non un lavoro qualsiasi, ma un lavoro finalizzato a bisogni sociali reali: la manutenzione del verde, la tutela e pulizia dell’ambiente, l’accoglienza museale, e simili.  Non stiamo qui a raccontare l’interminabile sequenza di rinvii, scaricabarile, ostacoli burocratici, trabocchetti, manovre aperte o coperte, minacce, denunce, processi, arresti, avvisi di pericolosità sociale, messi in atto per seminare paura, scoraggiamento, divisioni, e per provocare una “guerra tra poveri” – resi vani dalla esemplare resistenza dei disoccupati/e organizzati intorno alle loro avanguardie. L’agguato del click day del 10 luglio 2025 è stato l’apice dei tanti tentativi precedenti di dividere e scompaginare il movimento di lotta. Un agguato che, alla fin fine, è anch’esso fallito perché, con molto impegno, si è ricostituita l’unità tra quanti avevano lottato, e si sono stabiliti buoni rapporti anche con chi si è aggregato alla platea solo alla fine. Fino a che si è arrivati alla svolta, con la firma solenne di un’intesa tra ministero del lavoro, regione, prefettura, comune metropolitano e città di Napoli per la formazione e l’avviamento al lavoro di 1.200 disoccupati/e. Con la partenza del relativo percorso, e la sottoscrizione di centinaia di contratti individuali. Senonché nei giorni scorsi, per regolamenti di conti interni alle cricche di potere delle destre al governo, con sullo sfondo le imminenti elezioni, è arrivata dal ministero del lavoro l’improvvisa sospensione del progetto per il mancato rispetto di non si sa quali procedure. I violatori sistematici di ogni regola, i ladri professionali di legalità, i produttori seriali di leggi e prassi ad uso privatistico e personale, ora si sono messi con la lanterna in mano a cercare la virgola che manca, o è stata messa al posto del punto o del punto e virgola! Gli stessi che trovano in due giorni decine di miliardi per le guerre, ora pretenderebbero – in nome del “corretto uso dei fondi pubblici” – di mettere in discussione uno stanziamento, per fini sociali, di pochi milioni di euro. E’ una vergogna, una provocazione in piena regola. Che ha ricevuto subito una risposta di lotta unitaria del movimento: ieri l’occupazione del Duomo (a cui è seguita una netta presa di posizione di sostegno da parte del vescovo di Napoli); oggi la protesta è entrata nel Museo archeologico e si è fatta sentire nelle strade della città. Queste le sacrosante richieste messe in campo: 1) Ripresa regolare e corretta del progetto di tirocinio lavoro subito. 2) Pagamenti degli assegni d’inclusione per i beneficiari dell’Adi o SFL senza ricalcolo. 3) Garanzie sui tempi di ripresa del tirocinio-lavoro e futuro occupazionale. Chiamiamo tutte le realtà di lotta sindacali, territoriali, politiche, i comitati, i siti, le tv e le radio libere, ad affiancarsi attivamente al movimento dei disoccupati e delle disoccupate organizzati di Napoli perché la loro lotta ci riguarda tutti. E’ una lotta collettiva contro la precarietà, la povertà, il clientelismo, le cricche di potere che speculano sulla disoccupazione, e – al fondo – contro l’economia di guerra che pretende sia azzerata ogni spesa statale per i veri bisogni sociali. Contro chi pretende che i proletari, anziché lottare e organizzarsi per le proprie necessità vitali ed i propri interessi, si mettano sull’attenti e in fila indiana a marciare da bravi soldati della patria a loro nemica. Il Movimento dei disoccupati organizzati 7 novembre non ha mai fatto mancare a nessuna lotta la sua generosa solidarietà – sia quando si è trattato delle lotte dei facchini della logistica o della GKN, sia quando si è trattato di porsi al fianco del movimento per la Palestina, o delle proteste ambientaliste, studentesche, territoriali (a Bagnoli, ad esempio), anti-militariste, anche fuori dall’Italia. E forse anche per questo c’è chi prova per l’ennesima volta a punirlo, mentre dentro le istituzioni altri fanno i pesci in barile anziché pretendere che siano rispettati i patti da loro stessi firmati. Ecco perché questo è il momento di stringersi con ogni forma di solidarietà intorno a questa lotta. E difenderla dall’ennesima aggressione del governo Meloni e delle istituzioni – una aggressione che deve essere ricacciata indietro e sconfitta.  
Contributi
L’anarchico rivoluzionario Alfredo Cospito resta in regime 41-bis, respinto il ricorso della difesa
Riceviamo e diffondiamo: [it] L’anarchico rivoluzionario Alfredo Cospito resta in regime 41-bis, respinto il ricorso della difesa Il 1º luglio 2026 è stato reso noto l’esito dell’udienza del 12 giugno scorso. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha rigettato il ricorso presentato dal difensore di Alfredo contro la decisione del Ministero della Giustizia di rinnovare per altri due anni il 41-bis. Non appena in possesso della documentazione seguiranno aggiornamenti. Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis. Fuori dal 41-bis i prigionieri rivoluzionari. Per continuare a scrivere al compagno: Alfredo Cospito C. C. “G. Bacchiddu” strada provinciale 56 n. 4 Località Bancali 07100 Sassari (SS) — — — [en] Revolutionary anarchist Alfredo Cospito remains under 41-bis prison regime, defense appeal rejected (Italy) On July 1st, 2026, the outcome of the June 12th hearing has been announced. The Supervisory Court of Rome rejected the appeal filed by Alfredo’s lawyer against the Ministry of Justice’s decision to renew 41-bis prison regime towards him for another two years. Updates will follow as soon as the documentation is available. Get Alfredo out of 41-bis. Get the revolutionary prisoners out of 41-bis. To continue writing to the comrade: Alfredo Cospito C. C. “G. Bacchiddu” strada provinciale 56 n. 4 Località Bancali 07100 Sassari (SS) [Italia – Italy] [Anche in https://sardegnaanarchica.wordpress.com/2026/07/02/lanarchico-rivoluzionario-alfredo-cospito-resta-in-regime-41-bis-respinto-il-ricorso-della-difesa/ e  https://circoloculturaleanarchicofiaschi.noblogs.org/2026/07/08/lanarchico-rivoluzionario-alfredo-cospito-resta-in-regime-41-bis-respinto-il-ricorso-della-difesa-it-en/]
Carcere
Babele
Una spudorata iniziativa anti-anarchica! Sull’operazione repressiva del 16 giugno
Riceviamo e diffondiamo: Anche in https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/una-spudorata-iniziativa-anti-anarchica-sulloperazione-repressiva-del-16-giugno/ Una spudorata iniziativa anti-anarchica! Sull’operazione repressiva del 16 giugno Il 16 giugno scorso è stata lanciata l’ennesima operazione repressiva contro il movimento anarchico. Dopo le solite perquisizioni in varie città (Roma, Bologna, Forlì, Napoli, Torino e Milano), sono state applicate nove misure cautelari: sette in carcere, con trasferimenti nei circuiti di Alta Sicurezza (AS2) e due ai domiciliari con braccialetto elettronico e divieto di comunicazioni. L’operazione è servita oltretutto da pretesto per sgomberare uno dei luoghi perquisiti, il Bencivenga Occupato, attivo a Roma da ben 25 anni. Tra i capi di accusa alcuni sabotaggi alla rete ferroviaria dell’Alta velocità in occasione della devastazione portata dalle Olimpiadi di guerra Milano-Cortina (alla cui sicurezza, per intenderci, hanno partecipato anche agenti dell’ICE, la milizia assassina di Trump) a cui i repressori, per rendere più credibile il reato di associazione con finalità di terrorismo – il famigerato 270 bis – hanno collegato una serie di lotte che si sono sviluppate negli ultimi anni, dalle mobilitazioni a sostegno di Alfredo Cospito a quelle contro il 41 bis, fino alle recenti mobilitazioni per la Palestina. Ma a rendere palese che ad essere perseguite non sono solo determinate azioni quanto il pensiero che le anima, è il fatto che due degli arresti sono avvenuti per degli opuscoli rinvenuti durante le perquisizioni domiciliari contestando il cosiddetto “Terrorismo della parola” (270 quinques terzo, “detenzione di materiale con finalità di terrorismo”), reato introdotto dal D.L. 11 aprile 2025 n. 48 ovvero il penultimo pacchetto sicurezza del governo Meloni. Si tratta di un reato predittivo, altrimenti detto di “pericolo presunto”, che punisce – con la reclusione da due a sei anni – non il compimento di un atto ma il suo ipotetico verificarsi, attraverso la semplice detenzione di scritti cartacei o virtuali. Come hanno ben scritto altrx compagnx “il 270 quinques terzo, a detta dex legali, è estremamente ostico da smontare in sede processuale perché non vi è la necessità da parte del PM di dimostrare alcuna intenzionalità nel “passare all’azione”: il semplice fatto di possedere uno scritto incriminato può condurci in galera. Questa legge sembra fatta apposta per un movimento, come quello anarchico, dove gli scritti hanno sempre avuto grande e numeroso risalto sia nella crescita individuale, sia nella propaganda”. Che poi lo scritto incriminato lo si sia effettivamente letto o meno, sembra essere ininfluente per le finalità repressive. Non é nemmeno un caso se questa nuova operazione anti-anarchica avviene nel momento in cui il Tribunale di Sorveglianza di Roma era chiamato a esprimersi sul rinnovo o meno del regime di 41bis per Alfredo Cospito, l’unico anarchico nella storia a cui – dal 2022 – é stato applicato questo regime afflittivo specifico, poi effettivamente rinnovato per altri due anni, respingendo il ricorso del suo avvocato. Di fronte a questa nuova operazione repressiva, sintomo di una crescente stretta contro l’opposizione interna e nuovo capitolo del secolare quanto vano tentativo dello Stato di annientare l’anarchismo, non servono troppe parole, ma serve continuare – ed, anzi, intensificare! – le lotte contro la guerra e i nazionalismi, contro il militarismo e il riarmo dell’economia e della società, contro quella macchina infernale che è il carcere e le sue appendici mostruose come il 41 bis, contro l’esistenza e la militarizzazione delle frontiere e quei campi di concentramento per immigrati che sono i Cpr (ora “esternalizzati” in Paesi terzi, sull’esempio dell’Italia in Albania e con la benedizione del Patto su migrazione e asilo dell’UE), contro la devastazione dei territori da parte di progetti calati dall’alto utili solo alla speculazione del cemento e della finanza. Per una società autorganizzata e libera da autorità e capitalismo. Per l’anarchia! Piccoli Fuochi Vagabondi
Stato di emergenza
Privati e finanza, il vero piano dietro il Piano casa del governo
(disegno di ottoeffe) Il primo luglio il Senato ha approvato il Piano casa, che diventa definitivamente legge. Un Piano che non è solo un pacchetto di misure per l’edilizia popolare e sociale, ma che fa parte di una serie di riforme e provvedimenti che aprono sempre di più la strada ai processi di finanziarizzazione dell’abitare in corso da decenni. Questa finanziarizzazione, difatti, considera il patrimonio residenziale – comprese le case pubbliche e sociali destinate alle persone economicamente più svantaggiate – come un veicolo di investimento, piuttosto che come un bene destinato a soddisfare un bisogno sociale fondamentale. Capire questo passaggio è l’unico modo per valutare gli effetti di questa legge. Prima di entrare nel merito, è importante riflettere sulla fase di trasformazione globale del sistema abitativo. In molti paesi a capitalismo avanzato, grandi società private acquistano interi portafogli di edilizia, sia sociale che privata, trasformando il canone mensile in un flusso di cassa continuo e prevedibile per gli investitori. Aalbers, in un articolo pubblicato recentemente, sostiene che una serie di meccanismi finanziari già consolidati – come costruzione di case per affitto o rivendita, cartolarizzazioni, diversificazione dei portafogli, hedge fund, REIT, e così via – si spingono ora verso una direzione nuova, ovvero verso segmenti abitativi prima considerati marginali, rischiosi o addirittura “non investibili”. Stiamo parlando degli alloggi per studenti, delle case in affitto, delle residenze per anziani, dell’edilizia sociale e sovvenzionata, e persino, negli Stati Uniti, degli insediamenti informali e dei parchi di case mobili. La frontiera della finanza, insomma, si allarga fino al punto in cui quasi qualsiasi unità abitativa, in qualsiasi luogo, diventa un potenziale prodotto d’investimento. Secondo il geografo, un altro tratto distintivo di questa nuova fase della finanziarizzazione è che il rendimento non viene più solo dall’affitto, ma dall’integrazione di alloggio e servizi (modelli in stile alberghiero, abbonamenti, spese accessorie, servizi “all inclusive”); si assiste sempre più alla trasformazione dell’abitare in una fornitura continua di servizi. In questo scenario, i governi centrali e locali hanno un ruolo decisivo. La finanziarizzazione è co-prodotta dall’azione pubblica: lo Stato agisce da creatore di mercato, ovvero da soggetto che riduce il rischio per gli investitori, e in alcuni casi persino da investitore diretto tramite fondi pensione pubblici e tramite la creazione di società di gestione del risparmio a partecipazione pubblica, come Cassa Depositi e Prestiti e Invimit. A finanziare queste operazioni sono soprattutto gli investitori istituzionali – fondi pensione, assicurazioni, banche – che in questa fase diventano i veri protagonisti; ed è qui che entra in gioco il risparmio previdenziale. È importante sottolineare che a questo Piano si connette un provvedimento apparentemente sconnesso. Sempre a partire dal primo luglio, sono infatti cambiate le regole del silenzio-assenso sul TFR (trattamento di fine rapporto) per i neoassunti nel settore privato. La legge di Bilancio 2026 prevede che il lavoratore abbia sessanta giorni di tempo per opporsi, non più sei mesi come era previsto in precedenza. In mancanza di un rifiuto esplicito, il TFR viene versato in automatico alla previdenza complementare. Chi decide di lasciare il TFR in azienda può poi ripensarci, ma chi lo destina ad un fondo pensione complementare – per scelta o per silenzio-assenso, quest’ultimo spesso frutto di un’asimmetria informativa – non può più tornare indietro. Lo spiega bene Alessandro Volpi, secondo cui l’entrata in vigore del silenzio-assenso, accompagnato da incentivi fiscali che lo renderanno apparentemente conveniente e affiancato dalla futura portabilità verso fondi aperti più rischiosi, porterà a un importante spostamento del risparmio italiano verso fondi finanziari – per lo più statunitensi – riducendo di fatto la disponibilità dell’Inps. È così che questa ulteriore trasformazione del sistema previdenziale diventa il carburante della finanziarizzazione dell’abitare. In questa saldatura le due riforme, la privatizzazione del sistema previdenziale e il Piano casa, rivelano la loro comune direzione: accrescere la massa di risparmio gestita da società dentro fondi creati ad hoc, per trasformare le città e le case in strumenti finanziari. E lo fanno da due lati opposti: da un lato, il silenzio-assenso incanala in automatico il risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici nella previdenza complementare privata, sottraendolo all’INPS e trasformandolo in capitale che, per definizione, deve essere investito sui mercati e produrre rendimento; dall’altro, una norma del 2025 (D.L. 25/2025) obbliga proprio gli enti pubblici (INPS e INAIL) a destinare fino al quaranta per cento dei fondi disponibili ai veicoli immobiliari gestiti da INVIMIT, gli stessi che il Piano casa introduce. Il risparmio previdenziale, pubblico e privato, viene così spinto per intero nella logica dei fondi. Vediamo come tutto questo si traduce nel Piano casa. La legge, così come è stata costruita, si articola lungo tre binari convergenti. In primis, la finanziarizzazione e l’apertura al capitale privato che, attraverso il cavallo di Troia dello scopo sociale e dell’utilità pubblica, entra nel sistema e alimenta operazioni speculative di mix funzionale: interventi immobiliari che permetteranno alti rendimenti proprio perché al loro interno convivono funzioni di mercato e non residenziali. In secondo luogo, la compressione e semplificazione delle regole urbanistiche per accelerare i progetti: una serie di procedure e regole renderanno ancora più facili i cambi d’uso e più rapide le autorizzazioni; poteri commissariali permetteranno di andare in deroga alle leggi urbanistiche e si accentreranno in capo a poche figure le decisioni sui progetti di rigenerazione urbana. Infine, l’alienazione e la privatizzazione del patrimonio pubblico, attraverso la vendita e il riscatto degli alloggi ERP, ma anche l’edilizia integrata, che non è solo affittata a prezzi calmierati, ma altresì venduta a un prezzo scontato di almeno il trentatré per cento rispetto al mercato. VEICOLI FINANZIARI Per l’edilizia pubblica e sociale (ERP e ERS) – di cui già si è discusso nell’articolo pubblicato a giugno da Monitor – il Piano casa attiva il Fondo Housing Coesione, istituito e gestito da INVIMIT SGR S.p.A.  Questa società di gestione del risparmio, completamente partecipata dal ministero dell’economia e delle finanze, non possiede né acquista direttamente edifici, ma crea un fondo, cioè un contenitore entro cui entrano immobili pubblici che possono essere valorizzati, ristrutturati e affittati o venduti. Il Fondo Housing Coesione è un cosiddetto “fondo di fondi”. Nella scatola più grande c’è il fondo gestito da INVIMIT, in cui confluisce denaro pubblico, ovvero i cento milioni del Fondo per lo sviluppo e la coesione, insieme ad altre risorse nazionali ed europee e alle quote di regioni e ministeri. Questo veicolo finanziario ha il compito di smistare i capitali. Al suo interno ci sono altri fondi gestiti non da INVIMIT, ma da società di gestione private scelte sul mercato. Sono queste ultime che acquistano immobili, li ristrutturano e li affittano. Su questo impianto il decreto interviene con un ritocco che è solo apparentemente tecnico. Fino a ieri i fondi INVIMIT potevano affiancarsi soltanto a società interamente pubbliche; ora è sufficiente una partecipazione di maggioranza del pubblico, aprendo la quota restante a un socio privato. Pertanto, anche se il fondo di investimento deve orientarsi all’edilizia pubblica e sociale, non può per definizione privilegiare la funzione sociale rispetto al rendimento, perché ha obblighi fiduciari verso i propri investitori, cioè coloro che mettono il capitale. Resta quindi una tensione strutturale tra rendimento e bisogno abitativo che il vincolo può attenuare, non annullare. Ma quando lo Stato incanala la politica abitativa in un veicolo finanziario di questo tipo, si può parlare a tutti gli effetti di piena finanziarizzazione abitativa. IL CAVALLO DI TROIA DELLO SCOPO SOCIALE Un pilastro che merita attenzione e approfondimento è quello dedicato all’edilizia integrata. Come mostrato, le trasformazioni urbane e abitative a cui stiamo assistendo non sono l’esito spontaneo del mercato, ma sono favorite dallo Stato che crea le condizioni normative, finanziarie e procedurali affinché operatori privati, fondi e investitori istituzionali possano intervenire nei processi di rigenerazione urbana, riducendone i rischi spesso in nome dell’accessibilità economica. Non parliamo di investimenti pubblici tradizionali, ma di un modello fondato sul partenariato pubblico-privato. Un concetto che viene espresso chiaramente nell’articolo 9, dove si afferma che i programmi di edilizia integrata vengono realizzati “con l’attrazione prevalente di investimenti privati”. Questa formulazione non è neutra perché esplicita che il sistema si regge sul capitale privato, e che le risorse pubbliche sono residuali. Dietro questa narrazione, le abitazioni destinate alla fascia grigia della popolazione – cioè chi non ha i requisiti per l’edilizia residenziale pubblica ma non riesce nemmeno a sostenere le spese nel mercato privato – vengono sottoposte alle stesse logiche di rendimento di qualsiasi altro asset finanziario. Di fatto, il meccanismo funziona così: il privato investe, ottiene semplificazioni e vantaggi urbanistici, realizza alloggi a canone calmierato o con finalità sociale per un periodo definito e può destinare il trenta per cento dell’operazione all’edilizia libera di mercato. Il settanta per cento dell’investimento va all’edilizia convenzionata, che a sua volta deve praticare un prezzo o canone scontato di almeno il trentatre per cento rispetto ai valori di mercato, rilevati dall’Osservatorio dell’Agenzia delle Entrate. Si tratta comunque di prezzi calcolati a partire dai valori di mercato, che nelle grandi città sono già molto elevati. Nella zona Ostiense di Roma, per esempio, il canone di mercato è pari a 16 €/m² al mese, mentre la riduzione del 33% prevista dalla normativa porta il canone a circa 10,70 €/m² al mese, pari a circa 860 euro mensili per un appartamento di 80 m². Anche in questo caso, pur essendo inferiore al prezzo di mercato, il canone resta elevato per molte famiglie appartenenti alla cosiddetta “fascia grigia”. Gli interventi di edilizia convenzionata possono essere destinati a canone o prezzo calmierati sia alla locazione che alla vendita, senza alcuna specifica quantitativa sul numero di alloggi che saranno affittati o venduti. La legge individua una platea molto ampia. Gli interventi sono destinati ad abitazione principale, ma anche a residenze per studenti universitari e lavoratori fuori sede, giovani coppie, genitori separati, e persino nuove formule abitative come la coabitazione solidale per gli anziani (senior cohousing) e quella di co-housing intergenerazionale, sempre entro i limiti di reddito e patrimonio fissati dalla legge. Durante l’esame alla Camera si è poi chiarito che, tra i lavoratori fuori sede, rientrano anche quelli pubblici come il personale scolastico e sanitario, forze di polizia, vigili del fuoco, forze armate. Un punto importante è che, decorso il periodo di convenzionamento (trent’anni), cessano gli obblighi previsti dalla convenzione e l’intervento può essere ricondotto integralmente alle ordinarie dinamiche di mercato, salvo diverse previsioni convenzionali. C’è un altro aspetto di novità rispetto al decreto precedente. Infatti, le modifiche introdotte prevedono che l’operatore può riservare una quota della superficie a funzioni non residenziali: negozi, startup, uffici, coworking e altri servizi. Queste superfici restano escluse dal calcolo del settanta per cento della superficie residenziale da destinare all’edilizia convenzionata, aumentando la quota destinata al libero mercato. QUANDO IL MODELLO DIVENTA CITTÀ Se il nuovo modello di edilizia integrata verrà applicato su larga scala, è prevedibile che si favoriranno interventi di rigenerazione urbana fondati sul cosiddetto mix funzionale, un modello che già caratterizza molte delle principali operazioni immobiliari nelle grandi città italiane. Lo schema che emerge è quindi ricorrente, ed è quello che già abbiamo visto col PNRR per gli studentati privati. Anche qui, l’interesse pubblico dell’housing sociale diventa il presupposto che consente di attivare grandi operazioni di trasformazione urbana nelle quali coesistono edilizia convenzionata, residenza libera, commercio, uffici, strutture ricettive e altri servizi. Roma rappresenta un caso emblematico. Nell’area degli ex Mercati Generali, estesa su circa nove ettari, la creazione di uno studentato privato e altre funzioni non residenziali è oggi promossa attraverso una convenzione di sessant’anni tra Comune di Roma, il gruppo texano Hines e il gruppo Toti/Lamaro; l’operazione potrebbe generare trentadue milioni di euro di ricavi, mentre il comune di Roma prenderà un canone di affitto di 165 mila euro, lo 0,5% dei ricavi stimati. L’ex deposito AMA della Montagnola, un’area di oltre due ettari, appartiene al Fondo Ambiente gestito da DeA Capital Real Estate SGR ed è interessato da un investimento di circa cento milioni di euro che prevede residenze e funzioni non residenziali. Analogamente, l’ex Caserma Guido Reni, oltre cinque ettari nel quartiere Flaminio, sta per diventare un grande distretto multifunzionale. Qui CDP Real Asset ha scelto come partner COIMA, che sviluppa l’intervento di circa quattrocento milioni di euro, insieme alla società emiratina Eagle Hills e attraverso il proprio fondo ESG City Impact. Il progetto prevede residenza libera, housing sociale, spazi commerciali, un albergo di lusso e servizi. Dietro l’etichetta del mix funzionale si celano spesso operazioni speculative di natura prevalentemente commerciale e ricettiva, che non rispondono ai bisogni degli abitanti. Qui si chiude e si salda il cerchio che tiene unite le due riforme di cui si parlava poco prima. Infatti, il fondo di COIMA raccoglie il risparmio di casse di previdenza e fondi pensione italiani (Cassa Forense, ENPAM, Inarcassa, la Cassa dei Commercialisti, il Fondo Pensione del Monte dei Paschi), insieme a banche e capitali sovrani del Golfo. Sono, cioè, gli stessi soggetti che raccolgono e reinvestono il risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici. Anche il caso degli ex Mercati Generali illustra come il risparmio previdenziale globale arrivi fin dentro un singolo intervento romano, poiché tra i principali investitori di uno dei fondi europei di Hines figura Menora Mivtachim, il maggiore fondo pensione israeliano. SEMPLIFICAZIONI URBANISTICHE E FIGURE COMMISSARIALI Attraverso il richiamo all’housing sociale, gli investitori accedono a procedure semplificate, premialità urbanistiche e strumenti agevolativi, mantenendo al tempo stesso una quota significativa dell’intervento destinata a funzioni pienamente remunerative. Un esempio si ritrova nelle norme sul cambio di destinazione d’uso: il decreto rende facile e veloce trasformare un edificio nato per altri scopi – come un’ex caserma, un ex ufficio, una struttura dismessa – in alloggi residenziali, che possono avere anche funzioni non residenziali. Anche le figure commissariali giocano un ruolo decisivo, accentrando in capo a un organo monocratico poteri valutativi e decisionali che l’ordinamento affiderebbe a più amministrazioni. Il Piano casa prevede due distinte figure commissariali. Per i grandi programmi di edilizia integrata di interesse strategico è previsto un commissario di governo con poteri urbanistici molto estesi, capace di provvedere in deroga agli strumenti urbanistici generali ed esecutivi e persino “in assenza di pianificazione urbanistica”, fino al rilascio di un’autorizzazione unica con effetto di variante. C’è poi il Commissario incaricato del recupero del patrimonio pubblico, ruolo affidato all’architetto Felice Squitieri, vicino alla Lega. Questa figura opera per ordinanza in deroga a ogni disposizione di legge diversa da quella penale (fatti salvi l’antimafia, i beni culturali e paesaggistici e i vincoli europei), con il compito di sbloccare circa sessantamila alloggi popolari e la gestione dei 970 milioni del programma attraverso Invitalia. Sul piano procedurale, la legge raccoglie le disposizioni applicabili ai programmi infrastrutturali di edilizia integrata, valorizzando meccanismi di semplificazione. Se per autorizzare un progetto serve il consenso di diversi uffici (Comune, Soprintendenza, ente ambientale, ASL), attraverso questa procedura semplificata si convocano tutte insieme le diverse amministrazioni, dando un tempo limite (trenta giorni, che salgono a quaranta quando sono in gioco tutela ambientale, paesaggistica o dei beni culturali). Vale il silenzio-assenso, quindi, se un ufficio non risponde entro la scadenza, il silenzio vale come un’autorizzazione a procedere. A questo si aggiunge il meccanismo della dichiarazione di pubblica utilità. Per gli interventi di edilizia residenziale pubblica o sociale, si stabilisce che l’approvazione di quelli inseriti in “programmi di contrasto del degrado urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana, comunque denominati, comporta la dichiarazione di pubblica utilità ai sensi di legge“. Questa formula copre un ventaglio molto largo di operazioni, tanto più che nei grandi programmi di investimento strategico la pubblica utilità scaturisce in via automatica anche dall’autorizzazione unica del commissario di governo. Messe insieme, queste norme svuotano dall’interno la funzione di programmazione urbanistica, che viene di fatto calata dall’alto. IL PARADOSSO DELL’ALIENAZIONE Un ultimo aspetto che merita attenzione è il paradosso dell’alienazione. Infatti, il Piano casa si propone di aumentare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili o ristrutturare le sessantamila case ERP in stato di non manutenzione, ma l’articolo cinque prevede esattamente il contrario, stabilendo le procedure con cui i comuni, gli enti e le aziende territoriali possono alienare gli immobili del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale in ragione “del loro valore di mercato”. A differenza del vecchio testo, in cui si diceva che i proventi della vendita dovevano colmare eventuali debiti degli enti gestori, ora si autorizza la vendita del patrimonio ERP, ma si decide dove vanno i soldi dopo, con un atto che non passa dal Parlamento. Anche la logica del rent to buy, ovvero il diritto di riscatto dell’inquilino, di fatto privatizza il patrimonio pubblico e non permette che resti nel circuito sociale e pubblico. Sarebbero ancora tanti altri i punti da vagliare in un attento esame critico, ma la direzione è ormai chiara: il Piano casa non aumenta l’offerta di edilizia residenziale pubblica, né rende la casa più accessibile economicamente, creando piuttosto corsie preferenziali per altri possibili investimenti nel settore immobiliare. Infine, per quanto la legge dichiari di non voler consumare altro suolo, vale la pena riflettere su quanto sia importante, in un’epoca di cambiamento climatico e di continue ondate di calore, che certe aree vengano restituite alla natura o vengano riconvertite a parco pubblico anziché essere cementificate in mega progetti che di pubblica utilità hanno ben poco. (chiara davoli)
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