intervista a un Taborita
Intervista a un Taborita del XVsecolo, ribelli millenaristi dell’attuale Repubblica Ceca che, ritirandosi sul monte Tabor dopo la prima defenestrazione di Praga, riuscirono per anni a tenere sotto scacco le forze papali e imperiali, alla ricerca di un mondo migliore…in terra. Tratta dal numero 41 della Rivista Malamente (https://edizionimalamente.it/)
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Verso l’approvazione definitiva del nuovo Piano Regolatore Generale
Il recente via libera al nuovo PRG del comune, che sta procedendo verso l’approvazione definitiva in consiglio comunale, si può configurare come una rivoluzione urbanistica? Tra l’inedita durata della conferenza di copianificazione, frutto della legge regionale “CresciPiemonte” e “prescrizione tecniche” da rispettare obbligatoriamente, ci sono diversi temi su cui discutere. Nel frattempo il sindaco Lo Russo continua a seguire un’idea di città pensata a partire dalle persone, dai loro bisogni e dalle loro aspirazioni, ma allo stesso tempo capace di attrarre investimenti e di crescere economicamente, un ossimoro per definizione. Ne parliamo in collegamento con Andrea dell’assemblea Un Altro Piano per Torino.
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Francia: lo sciopero generale unitario si salda con le lotte studentesche.
AGGIORNAMENTO GIOVEDì POMERIGGIO – Molto alta la partecipazione in tutta la Francia allo sciopero generale, con 600mila manifestanti per il Governo, molti di più – 1 milione e 600mila – invece per sindacati e collettivi studenteschi, esclusi per ora dal confronto annunciato per lunedì dal premier Lecornu con gli stessi sindacati e padronato per una “Conferenza sociale sul potere d’acquisto e i salari”. da Radio Onda d’Urto La polizia, alle ore 20, comunica di aver effettuato “448 fermi” durante la repressione, avvenuta soprattutto quando i cortei erano ormai al termine. I Gilet Jaunes, invece, hanno già lanciato una nuova mobilitazione di piazza in tutta la Francia, sabato 7 novembre. La corrispondenza con Cesare Piccolo, giornalista freelance e nostro storico collaboratore, dal corteo di Parigi.  AGGIORNAMENTO GIOVEDì MATTINO – In Francia oggi, giovedì 5 novembre, tornano in piazza studenti e lavoratori per una nuova giornata di sciopero generale unitario. Sono previsti almeno 260 cortei in tutto il paese e blocchi diffusi. Le manifestazioni dovranno affrontare, anche oggi, l’imponente macchina repressiva messa in campo dal governo macroniano dopo l’esplosione delle mobilitazioni sociali e della conflittualità di piazza nelle ultime settimane. Come negli ultimi fine settimana, anche per la giornata di oggi il ministero dell’Interno intende imporre divieti e prescrizioni sui percorsi dei cortei per cercare di tenerli lontani dai centri delle città. Da Parigi il nostro collaboratore Andrea Di Gesu.  Sulla situazione nella capitale militarizzata già dalle prime ore della mattina vi proponiamo l’intervista a Gianni Mainardi, compagno italiano che vive a Parigi da decenni e nostro collaboratore. 
Lotte contro il carovita: in Campania nasce il gruppo Le Donne del Vallo di Diano
Ecco una breve intervista con il neonato gruppo Le Donne del Vallo di Diano andata in onda sulle libere frequenze di Blackout. Siamo in Campania, più precisamente in provincia di Salerno. Il contesto è quello delle mobilitazioni degli auto trasportatori: è in questi presidi che prendono parola anche diverse giovani mamme, sul tema del carovita, del lavoro, ma anche dei diritti che vengono loro sottratti e che rivendicano, come quello alla sanità pubblica ed accessibile.  Mariagrazia ci racconta di come hanno deciso di continuare ad organizzarsi insieme ed attraversare altre piazze come lo sciopero del 30 ottobre. Ci parla delle testimonianze che stanno raccogliendo e delle reti che intendono tessere per sostenere i produttori del territorio.
“Gen Z regelt!” Proteste contro guerra e carovita anche in Germania
Il 31 ottobre scorso anche la Germania ha visto una mobilitazione diffusa in oltre trenta città, da Berlino a Francoforte, partecipata da giovani e giovanissimi, contro la guerra e il carovita.  da Radio Blackout L’onda delle proteste in Francia si è estesa anche alla vicina Germania, Paese rappresentativo di una profonda crisi sociale e produttiva oltre ad essere capofila di un’Unione Europea votata alla riconversione bellica e al riarmo.  Un’emersione spontanea, a tratti al di fuori delle dimensioni classiche della politica dei movimenti, e che assume caratteristiche simili a quel che si sta esprimendo in Europa pur mantenendo una continuità con le attivazioni recenti in Germania, come quella contro la leva obbligatoria e, per altri versi, la vittoria elettorale della Linke a Berlino.  Ne parliamo con Vito Saccomandi, ricercatore basato a Berlino.
Midterm USA: come sta la seggiola di Trump?
A due anni dall’inizio del secondo mandato di Trump il tempo delle elezioni del Midterm è stato raggiunto in modo da rinnovare il Congresso intero e un terzo del Senato, come indicato dalla Costituzione statunitense. Trump è stato sconfitto in entrambi i casi, con i Dem vincitori in 22 Stati, di cui 5 precedentemente in mano repubblicana, e che ora contano 228 seggi alla Camera e 54 al Senato (dati parziali allo stato della scrittura dell’articolo). Due anni passati anche troppo velocemente: intensificazione delle operazioni dell’ICE (con i conseguenti sommovimenti come a Minneapolis), stati di emergenza di carattere politico emanati in diversi Stati, guerra (persa) all’Iran, ruolo di principale sponsor del genocidio in Palestina, richiesta agli Stati Nato di aumentare la spesa militare senza sborsare un centesimo, guerra commerciale alla Cina (e non solo), aumento vertiginoso del debito, ma anche corruzione e aumento dei profitti per la famiglia di Trump, lo scandalo di Epstein… In poche parole, una fattuale caduta del soft power americano. STRATEGIE  Entrambi i partiti hanno messo in atto delle strategie per giocarsi la riconferma o il ribaltamento dei rapporti governativi tra Camere (in particolare il Senato) e la Casa Bianca. Il rischio di un ribaltamento in favore dei Dem era nell’aria e in questo senso la priorità da parte del GOP era quella di concentrarsi sul mantenere il controllo sul Senato, in particolare sul difendere i seggi contesi e cruciali in Stati come Texas, Ohio, Kansas, Maine e Alaska per garantire l’approvazione delle nomine giudiziarie e dei funzionari federali anche in caso di governo diviso. Ma non è andata come sperato, infatti alcuni di questi Stati hanno visto una vittoria Dem inaspettata come nel caso del Kansas che non eleggeva un democratico dal 1932.  D’altro canto la strategia del Partito Democratico ha puntato ad affermarsi come l’unico contrappeso istituzionale e di controllo nei confronti del secondo mandato di Trump. Il tema centrale ruota intorno all’economia domestica: i Democratici imputano direttamente alla Casa Bianca l’aumento del costo della vita, del carburante e dell’inflazione, dipingendo i dazi protezionistici come “tasse sui consumatori” e denunciando i tagli ai servizi sanitari (medicina di base e sussidi ACA). Sul piano internazionale, attaccano i rischi di escalation bellica nei conflitti esteri ed evidenziano presunti conflitti di interesse dell’amministrazione, promettendo di usare la maggioranza al Congresso per avviare commissioni di inchiesta e vigilanza. L’ultimo elemento da considerare è un andamento particolare degli ultimi anni relativo ai Democratic Socialists of America (DSA) che si sono trasformati da movimento di nicchia a forza capace di influenzare gli equilibri della sinistra americana. Sfruttando il malcontento della cosiddetta Gen Z e Millennials su disuguaglianze e costo della vita, i DSA hanno canalizzato l’attivismo giovanile portando istanze radicali nelle istituzioni. I risultati di ciò si sono visti: nel macro l’elezione a sindaco di Mamdani a New York, seguito da oltre 250 membri dei DSA in diverse altre posizioni (minori) in più di 40 Stati. Fino ad ora i DSA sono stati forti principalmente nei grandi centri urbani abitati, tuttavia dalla campagna elettorale emerge un altro fenomeno: la retorica alternativa all’establishment, impostata sulle condizioni di vita e di riproduzione delle persone, sta permettendo le prime penetrazioni nelle zone rurals più prossime alle città; forse ancora in minoranza, ma tuttavia rimane un fenomeno interessante.  La loro strategia per le Midterms si è basata sul condizionamento interno al Partito Democratico: sfidando i candidati moderati alle primarie nei collegi urbani, l’organizzazione impone temi chiave come sanità pubblica, diritto alla casa e tutela dei lavoratori. Questo spinge l’agenda dem verso sinistra, garantendo altresì un’alta affluenza di elettori militanti. Questo soggetto introduce un discorso che significa la dialettica alto-basso non più nei termini di establishment-popolo, bensì con fattori nuovi più prossimi ad una dialettica di classe. Si tratta di una formazione con istanze social democratiche e improntate alla redistribuzione della ricchezza con particolare attenzione al tema delle “minoranze” e di soggettività che intendono essere protagonisti di un nuovo scenario politico statunitense a venire. Per concludere l’analisi sugli attori in campo, una posta in palio porta i nomi e i cognomi dei tecno-capitalisti, ovvero i baroni della ristrutturazione capitalistica in atto. Le Big Tech finanziano a rubinetti aperti le candidature repubblicane. Tra i maggiori donatori si è distinto il fondatore di Tesla, che ha investito 446 milioni di dollari del suo patrimonio personale. Anche la campagna dei democratici ha visto somme esorbitanti per sponsorizzare i candidati, il totale di questi investimenti ha raggiunto il record mai visto, arrivando a sfiorare i 12 miliardi di dollari in totale per la spesa elettorale. Il legame tra Repubblicani e grandi capitali delle Big Tech si è rivelata un’arma a doppio taglio per Trump, infatti da un lato la crescente opposizione ai data center e, dall’altro, l’onda lunga dello scandalo degli Epstein Files hanno avuto un ruolo di primo piano nell’erosione del consenso. Un esempio è il caso di Talarico che in Texas ha vinto, riuscendo a espugnare una roccaforte dei repubblicani con una campagna basata sul confronto aperto e diretto con la schizofrenia capitalistica di Musk. Se si guarda ai finanziatori delle rispettive campagne elettorali per il midterm, Musk risulta fra i maggiori donatori insieme ad altri miliardari americani per il fronte repubblicano, mentre continuano ad essere i maggiori finanziatori per il fronte dem Soros e Bloomberg. A questo si aggiunge il fenomeno delle micro donazioni che hanno sostenuto i candidati più radicali premiati appunto per le loro posizioni. Questo non significa che la sfera di influenza della Silicon Valley sia da sminuire d’ora in avanti, anzi, il ruolo dei grandi capitali legati alle Big Tech continua ad essere un elemento di primo piano nel direzionare la Grand Strategy americana. Va detto che le contraddizioni interne al partito democratico non si risolvono con questa tornata elettorale, ma anzi si intensificano. Fra queste la presenza dentro il partito in maniera maggioritaria, di tutta una fetta di deep state che ha come orizzonte comune quello della guerra e del dominio imperialista, che ha disegnato e preparato le guerre che oggi imperversano lo scenario globale, dall’Ucraina all’Iran passando per la Palestina e i sanguinosissimi e più che mai ignorati conflitti africani. Oggi, come sostiene Jeffrey Sachs, economista e professore alla Columbia University, in una sua recente intervista, il punto è che il popolo americano abbia più che altro voluto punire Trump e i repubblicani, piuttosto che sostenere il disegno Dem in senso generale, ad eccezion fatta per le politiche portate dai candidati DSA e da altri come Talarico che hanno spinto su una retorica fortemente contrappositiva e improntata alla richiesta di welfare e protezione sociale. Probabilmente, una futura vittoria alle prossime elezioni presidenziali da parte dei democratici, passerà da un imbuto: o queste rivendicazioni verranno assimilate da una parte dell’establishment dem e si potranno rappresentare in maniera credibile come il “Partito della pace” oppure si tratterà dell’ennesimo caso in cui tutto cambia per non cambiare niente.  COMPOSIZIONE DEL VOTO La geografia del voto e gli itinerari degli eletti sono elementi interessanti da guardare. Ancora una volta assistiamo a una faglia generazionale e demografica. Sembra che a erodere le roccaforti repubblicane sia stata una forte immissione di componenti giovanili che attraversano territori rurali, tradizionalmente più schierati a destra. La campagna repubblicana si è focalizzata sui temi della sicurezza nazionale, in particolare per quel che riguarda il confine Sud con il Messico e l’espulsione di massa dei migranti con gli interventi dell’ICE, e della difesa della politica economica protezionistica, sempre in chiave di re-industrializzazione, ma non ha sortito effetti positivi su questa componente, anzi. Il trend più esplicitamente invertito è quello che riguarda i latinos che, se nel 2024 erano stati determinanti per la vittoria di Trump, oggi proprio a fronte delle politiche apertamente persecutorie e razziste hanno fatto pesare l’ago della bilancia da un’altra parte. Un altro elemento che ha probabilmente giocato in questo è la modifica di Roe contro Wade che ha conferito la competenza sul diritto all’aborto ai singoli Stati Federali, cancellando quindi il diritto costituzionale. Questo è visibile anche dai risultati dei referendum costituzionali abbinati alle elezioni. Sui giornali si legge di diversi primati dal punto di vista dei candidati, e soprattutto delle candidate, elette. La prima donna ispanica, la prima donna palestinese, la prima donna indigena, la prima afroamericana. Si potrebbero trovare mille cause e variabili che hanno portato a questi risultati ma ciò che vorremmo focalizzare è una questione, ossia quella materiale. Se le analisi mainstream nostrane calcano la mano sul fatto che a premiare questi profili sia stata la “politica delle identità” tradizionale negli Usa, lo fanno per non dare risalto alla capacità di queste attiviste di intrecciare le direttrici di genere e di razza con la questione di classe. Aver saputo ricollegare i fili dell’impalcatura storica in cui questi architravi dello sfruttamento spingono per la divisione dei subalterni ai bisogni materiali insoddisfatti che le persone sperimentano in maniera trasversale a causa della guerra e della crisi sociale, significa assumere un ruolo politico che poi viene riconosciuto. Questo evidenzia l’enorme potenziale che possono sprigionare movimenti femministi e antirazzisti se riescono ad oltrepassare gli steccati imposti dall’alto.  GUERRA E CAROVITA  E’ evidente per tutti, anche per lo stesso Trump, che ad aver avuto un ruolo di primo piano nell’andamento di queste elezioni sia stata la guerra all’Iran, o meglio, gli effetti di questa. Su Fox News il presidente ha dichiarato “La gente è d’accordo con quello che sto facendo sull’Iran, ma probabilmente non era disposta ad accettare la conseguenza a breve termine di pagare di più per la benzina. Lo capisco, ma non lo condivido”, forse centrando il cuore della questione. La crisi economica e le condizioni materiali erodono il bacino di consenso che, prima di questa tornata, era stato convinto dall’ideologia MAGA. La crisi in cui versano gli USA sul piano interno, inasprita dal proliferare di progetti devastanti per il territorio e per chi lo abita (soprattutto localizzati in quei territori in cui c’è spazio per installare enormi gigafactory di dati in barba agli insediamenti dei residenti nelle zone rurali, ci sono addirittura dei casi in cui Musk ha tentato di comprare direttamente le case di chi protesta contro i suoi data center) e gli aumenti dei prezzi della benzina (gli abitanti degli USA utilizzano più del doppio rispetto agli europei le automobili) iniziano a minare le idee-forza mobilitate da Trump e, in generale, dalla leadership americana che ne hanno garantito la vittoria. Un processo che è iniziato ben prima di questo giro di metà mandato e che si traduce in una crisi dei valori dell’egemonia americana alla base della necessità di una guerra permanente ma al contempo occasione per approfondirne le contraddizioni. Possiamo forse dire che il peggioramento delle condizioni materiali porterà a un indebolimento dell’american dream anche dall’interno?  E poi Gaza. L’enormità della portata umana, storica, etica, morale, filosofica che il genocidio ha giocato sul realismo capitalista e l’Occidente come espressione della “modernità” non poteva che essere un elemento fondamentale in questa tornata elettorale. Il sostegno esplicito delle lobby israeliane ha punito chiunque se ne fosse avvalso portandole addirittura a dichiarare di voler nascondere in futuro chi vorranno finanziare per tutelare gli interessi sionisti.  Sono interessanti anche le dichiarazioni di Teheran che legge il voto USA come un no alla guerra in Iran e che quindi sostiene il popolo americano. «I crimini contro l’umanità a Gaza, l’adesione cieca agli interessi dell’illegittimo regime israeliano e la guerra infinita contro l’Iran hanno inflitto al partito repubblicano la più grave sconfitta nella storia delle elezioni Usa» E’ quanto ha scritto su X Mehdi Tabatabaei, vice capo del dipartimento per le comunicazioni dell’Ufficio della presidenza iraniana. Dall’altro lato occorre fare una distinzione tra i fronti: se l’Iran ha buon gioco a sottolineare che il voto USA è un voto contro la guerra scatenata da Trump e Netanyahu sul suo territorio, diverso è lo sguardo della Russia di Putin. Il viceministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, all’agenzia Ria Novosti, ha dichiarato: “Aspettiamo i risultati definitivi. L’approccio di base del Partito Democratico nei confronti della Russia è estremamente negativo. Non c’è nulla di nuovo in questo”. Che ci sembra faccia emergere con una certa lucidità l’altro tema profondo da sollevare. I democratici sono noti per essere cavalieri dell’esportazione della democrazia nel mondo e guerrafondai nella storia dell’America che conosciamo. L’ordine liberale prevede una solida, duratura, infrangibile egemonia a guida statunitense e trova eco nei suoi omologhi alle nostre latitudini ed è fuor di dubbio che questo si debba tradurre con la necessità della guerra per garantirla e mantenerla. La differenza tra Grand Strategy repubblicana e democratica risiede forse nella narrazione con cui si può condire la stessa intenzione: guerra aperta ma subdolamente legittimata dall’esigenza dei popoli del resto del mondo di venire salvati, democratizzati, liberati dagli Stati Uniti e su questo il Medio Oriente ne sa qualcosa.  Questo piano non si gioca su un livello ideologico ma strettamente materiale, ora più che mai forse. Prima di tutto l’insensatezza della guerra che deve pur essere combattuta da qualcuno in carne ed ossa. Dai territori della base MAGA che oggi hanno visto un’inversione di tendenza proviene il materiale umano che deve essere impiegato nell’esercito, un elemento che se si consolida creerà una rigidità importante alle proiezioni esterne della politica americana sia essa repubblicana o democratica. E poi, quali dovrebbero essere i margini per attuare un programma realmente socialista o redistributivo come sembrano evocare alcuni di questi punti? In uno stato di guerra permanente dove si prendono le risorse materiali per attuare programmi di questo tipo senza mettere in discussione le necessità della fabbrica della guerra? Inoltre, in uno scenario in cui molti analisti stanno delineando un orizzonte in cui la bolla finanziaria causata dall’intelligenza artificiale potrà scoppiare causando effetti ben peggiori della crisi dei mutui Subprime, quali vie d’uscita per uno Stato basato sul debito? Il debito americano ha superato i 40 mila miliardi di dollari e il 70% è detenuto da soggetti interni come fondi pensione, banche e assicurazioni. Come scrive Fabio Mini in un articolo di Sinistrainrete, “il debito è come la guerra: è una macchina che continua a marciare e consumare finché c’è fiducia.” Oggi vediamo che la fiducia nei confronti della guerra voluta dagli USA di Trump sta venendo meno, anche all’interno dei suoi confini. Ciò interroga profondamente il modo di produzione capitalistico indipendentemente dall’alternarsi nella dimensione istituzionale di tattiche politiche formalmente diverse ma tutte interne all’ordine imperialista.  BISOGNI DI CLASSE E NUOVA CREDIBILITA’ DELL’ARENA ISTITUZIONALE?  Quindi siamo all’alba dell’implosione del mondo MAGA? Difficile dirlo ora, sicuramente ci sono tutti i presupposti e sono molte le fratture che l’esperienza di governo ha esacerbato fino a portare all’allontanamento di molti dei suoi fondatori.  Anche se la domanda è importante e merita analisi molto meno frettolose delle consolatorie conclusioni liberal, forse la questione più profonda è un’altra. Le condizioni materiali della classe quindi anche la sua lotta, nelle forme più variegate e spurie, si affermano nuovamente e definitivamente come motori e variabili imprescindibili della politica americana e di riflesso occidentale? La questione non è tanto quanto il MAGA stia implodendo ma quanto i democratici, o meglio alcuni loro pezzi, abbiano appreso la lezione che quel movimento si è portata appresso spaccando e sconvolgendo la concezione che tutti avevano di cosa fosse la politica. Dal 2016 il MAGA ha in qualche modo reso chiaro a tutti che la politica è “cattiva”, è principalmente scontro a partire da posizioni inconciliabili se non attraverso la mediazione violenta dello “Stato”. Nelle sue contraddizioni enormi questo fenomeno sociale variegato, ha risettato la politica americana su di un altro livello che ora viene praticato proficuamente da un grosso pezzo della politica democratica. La scommessa di Trump di spostare il livello dello scontro in una guerra civile orizzontale fra i vari settori di classe si è per ora tradotta in un fallimento, il proiettare la sua soluzione sull’imposizione militare al resto dell’impero ne ha approfondito la caduta.  A spostare l’asse però sono stati anche i movimenti sociali di opposizione alle politiche adottate dai MAGA una volta al governo, rimettendo al centro la questione della sanità, della difesa dei lavoratori soprattutto dalle politiche di disciplinamento razziste praticate dall’ICE contro i migranti e le donne. Anche se la narrazione alle nostre latitudini vorrebbe raccontarci che ora il pallino della partita starebbe tornando nella dimensione elettorale e istituzionale, che la democrazia è salva, che funziona; è invece quanto mai vero che il baricentro capace di direzionare i prossimi avvenimenti rimanga in basso e quindi alla portata dei movimenti. Va letto come elemento di questo quadro anche un nuovo rapporto alla politica che si è espresso nella campagna dei nuovi leaders democratici, un processo da leggere quasi come una sorta di movimento dal basso che poggia effettivamente su un’articolazione e una base sociale che si è attivata, si è organizzata e ha contribuito fisicamente e virtualmente ad essa. In parte il successo è dato dalle considerazioni fatte in precedenza e al tipo di profilo che è stato scelto per rappresentare istanze presenti nella società americana, dall’altro è dato dal rapporto che si è andato a costruire tra virtuale e cittadini singoli e organizzazioni di base inserite nel tessuto sociale. Un dato che porta in nuce un’inversione di tendenza in quanto fino ad ora a dimostrare questa capacità di radicamento e di appoggio a reti sociali esistenti anche al di fuori delle metropoli è stato appannaggio dei conservatori. Non si tratta di un movimento in senso stretto, incompatibile o non integrabile alla dinamica istituzionale, ma potrebbe rivelarsi una spia di una ripoliticizzazione di massa non scontata.  Ciò che ci deve interessare oggi non è tanto la tenuta della democrazia americana o dell’equilibrio istituzionale. Ciò che ci deve interessare è la riorganizzazione del capitale e, in quanto rapporto sociale, delle classi in lotta. Quali organizzazioni dal basso si stanno dando in risposta a carovita e guerra, quali spazi si aprono e come si traduce in forma di scontro dal basso verso l’alto la crisi dell’impero anche al suo interno? Come sempre gli scenari che possono aprirsi alle nostre latitudini sono influenzati da ciò che accade negli USA, proprio perché l’Europa rimane una periferia dell’impero a loro guida. Se vediamo una ripresa di senso del far politica in maniera attiva e che metta al centro le condizioni di vita e di riproduzione di essa, non è altro che una boccata d’aria e una possibilità in più per continuare ad approfondire le fratture di questa fase storica.