Musick To Play In The Dark – 07 Luglio 2026
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a. Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout 105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte. Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave, facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel math rock. Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste. Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie. Spegnete la luce, la musica inizia… PLAYLIST 01 Sine “2 Die 4” da “La Mordre” 02 Purgate “Loess” da “Leavings” 03 Damage Control + Laether Strip “Obstacles” da “Master Of Silence EP” 04 Chanel Beads “JBL In The Fireplace” da “Your Day Will Come” 05 Magic Wands “Time To Dream (Glass Chapel Remix)” da “Remixes EP” 06 Camilla Pisani “Concentric Silences” da “Konstellationen” 07 Hunter As A Horse “Lighthouse” da “Paradise Lost” 08 Gavino Garau “Escape” da “Il Confine Di Pietra” 09 Gavino Garau “Tutto Quello Che Serve” da “Il Confine Di Pietra” 10 Soft Cell “Out Come The Freaks” da “Danceteria”
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Cascina Spiotta: a 51 anni dai fatti si chiude il processo. 6 anni per Azzolini, prescrizione per Curcio e Moretti
Sei anni di carcere in continuazione con un’altra condanna per Lauro Azzolini, prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti. Sì è chiuso così oggi, martedì 7 luglio, ad Alessandria il processo dopo oltre 50 anni dai fatti di Cascina Spiotta. Il 5 giugno del 1975, nel corso di una sparatoria, venne uccisa – dopo essersi arresa ed aver alzato le mani – Mara Cagol, una delle fondatrici delle Brigate Rosse, mentre rimase ferito (fino a morire pochi giorni dopo) il carabiniere Giovanni D’Alfonso. La pubblica accusa aveva chiesto l’ergastolo per Curcio e Moretti, 21 anni per Azzolini. Un primo commento su Radio Onda d’urto di Davide Steccanella, difensore di Lauro Azzolini.  da Radio Onda d’Urto
17-19 luglio: in Val Susa continua l’estate con il campeggio di lotta No Tav
L’estate di lotta No Tav prosegue. da Notav.info Dal 17 al 19 luglio la Val di Susa tornerà a essere luogo di incontro, confronto e mobilitazione. Tre giornate di campeggio per ritrovarsi, condividere pratiche e analisi, rafforzare i percorsi di lotta e tornare insieme nei luoghi in cui, ogni giorno, si continua a contrastare l’avanzata del Tav. Mentre governo, imprese e lobby insistono nel voler imporre un’opera sempre più costosa, dannosa e priva di qualsiasi utilità pubblica, la risposta del movimento continua a costruirsi dal basso, attraverso la partecipazione di chi non accetta che la devastazione dei territori e la repressione diventino la normalità. Il weekend del 17, 18 e 19 luglio si inserisce nel percorso di iniziative che stanno attraversando l’estate No Tav e rappresenta un nuovo momento di campeggio, organizzazione e presenza collettiva in una valle che da oltre trent’anni resiste. Perché la lotta contro il Tav non appartiene al passato: continua ogni giorno, nei erritori e nelle mobilitazioni, contro un modello che consuma risorse pubbliche, devasta l’ambiente e militarizza intere comunità. Dal 17 al 19 luglio, ci vediamo in Val di Susa! *** PROGRAMMA *** Venerdì 17/06 H16 Accoglienza in campeggio e montaggio tende al presidio di Venaus H18 San Didero: Presentazione del nuovo sito “Notav.info” + Apericena e iniziativa di lotta Sabato 18/06 H 15 Presentazione e dibattito de “La lunga frattura“, a cura della redazione di InfoAut (Venaus) H 19 Aperitivo, musica e lotta al Presidio di Traduerivi (Susa) Domenica 19/06 Venaus – Allestimento del Festival Alta Felicità
Fallo da ultimo uomo di Trump
Alle ore 2 italiane è iniziata la sconfitta della nazionale statunitense contro le quattro reti del Belgio, che è da annoverare in quella serie di nazionali che oggi competono soprattutto grazie al contributo di decine di giocatori migranti cresciuti nelle grandi metropoli europee. Ciò che però merita attenzione, però, è il tragicomico episodio consumatosi dietro le quinte, prima del calcio di inizio. Parliamo del caso dell’attaccante Folarin Balogun e della revoca della sua sospensione. Nella partita di sedicesimi contro la Bosnia, la punta americana ha ricevuto un rosso diretto dopo essere entrato in forte contrasto con un giocatore bosniaco. Che l’espulsione fosse legittima o meno poco importa, i casi di rossi ingiustificati ce ne sono a migliaia nella storia del calcio. Ma mai prima d’ora un presidente politico ha mai messo mano, attraverso il vertice FIFA Gianni Infantino, su una decisione sportiva. Trump, seppur professando di essere stato un grande atleta da giovane e un intenditore sportivo, nell’intervista che gli viene fatta in merito alla vicenda dichiara di trovare assurdo che un cartellino rosso possa sospendere un giocatore anche per la partita successiva, dimostrando la sua conoscenza del regolamento calcistico. Prima della partita contro la selezione belga Trump avrebbe chiamato Infantino e contestato la scelta di sospensione contro uno dei loro giocatori più importanti. Poche ore dopo, la direzione FIFA sospende la decisione dell’arbitro e riammette Balogun – inutilmente data la sonora sconfitta di 4 reti a 1. Quel che si è consumato, allora, è l’ennesimo delirio dispotico di Trump. Non sono una novità i suoi piagnistei e richieste al limite dell’assurdo verso persone, Stati interi o organi internazionali; ma questa volta ad ascoltarlo è stato uno dei suoi più fedeli, il quale immediatamente si è adoperato agli ordini del presidente americano. Il risultato avverso però non si è fatto attendere: accuse e inviti di dimissioni contro Infantino sono arrivate sia da diverse figure importanti del calcio come l’ex allenatore Klopp, che da altre organizzazioni sportive come la UEFA, che ha dichiarato esplicitamente di compromissione della credibilità del mondiale. Questo caso deve far riemergere il rapporto già consolidato tra Trump e Infantino. Difatti la loro liaison risale al febbraio scorso, quando fu presentata la prima riunione del Board of Peace, quell’organo che dovrebbe governare i “processi di pace” all’interno della Striscia di Gaza (e non solo). Infantino in quella riunione era diligentemente seduto – come lo studente in ricerca delle grazie della maestra – davanti al presidente ultra-liberale argentino Milei. Cosa ci facesse il vertice FIFA tra i sovranisti e adulatori del presidente americano se lo chiese già la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale, tuttavia ritenendo l’agire di Infantino in accordo con la Carta Olimpica, la quale dovrebbe vietare ai propri membri la partecipazione a iniziative politiche. Evidentemente indossare un cappello con la scritta “U.S.A.” – rigorosamente rosso – al fianco di Trump e Milei non è una iniziativa politica! In generale non è una novità il ruolo di banderuola di Infantino, sempre al servizio del despota che ospita il mondiale. Già in Qatar il presidente FIFA ha fatto di tutto per ingraziarsi il volere dei capitalisti del petrolio nella polemica per impedire alla selezione tedesca di indossare la fascia arcobaleno a supporto delle diversità sessuali e di genere. A dir poco discutibili anche le dichiarazioni relative alle pessime condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici impiegate nella costruzione dei super stadi qatarioti, definendo dignitoso e orgoglioso svolgere un lavoro anche in pessime condizioni – ricordiamo che i decessi sul lavoro in Qatar per via dei mondiali vanno dai 5000 ai 6500. Mentre per questa edizione del mondiale Infantino non si è preoccupato più di tanto di disturbare Trump per quanto riguardasse le diverse delegazioni e staff nazionali bloccati all’ingresso degli Stati Uniti senza ricevere i visti necessari. Esemplare è il caso della nazionale iraniana e il suo staff prima che uscisse dalla competizione: alloggio esclusivamente in Messico e sconfinamento nel territorio statunitense solo in vista di partite designate su quest’ultimo. Nemmeno si è preoccupato dell’importante distaccamento ICE messo a presidiare gli stadi alla letterale caccia di qualche irregolare. Ora è difficile non vedere la curva discendente del consenso e della credibilità intorno a Trump. La storica sconfitta contro l’Iran è un elemento che già ora – e ancora in futuro – sta scontando in questi termini di soft power. E sul fronte del calcio non si è fatto attendere troppo – giusto il tempo di arrivare agli ottavi di finale – per mettersi contro miliardi di tifosi e amanti del calcio. Lasciando attorno a sé, alla fine, solo quel manipolo tra tecno-capitalisti, vertici dell’industria energetica, politici di destra nel mondo e, infine, il caro Infantino. Tuttavia, il dato fondamentale dell’intera vicenda rimane principalmente uno: l’ipotesi di un dilagare di un sentimento anti-americano che parla ad una massa internazionale si fa sempre più forte. Qualsiasi cosa venga sfiorata da Trump immancabilmente alimenta questo sentimento. Ora anche il calcio, lo sport più popolare al mondo e da sempre specchio avanzato dei cambiamenti nella società divisa in classi, sta venendo avvolto da questo sentimento. Il compito nostro, allora, rimane lo stesso: prendere questo sentimento generale, porci le giuste domande e le giuste ipotesi in merito e verificarle nel nostro lavoro di base, affinché sia possibile porre i giusti fini e la giusta direzione a queste faglie che lentamente, ma sempre inesorabilmente, si muovono.
[2026-07-11] Io accetto anche i 18 - Festa di fine sessione @ Comala
IO ACCETTO ANCHE I 18 - FESTA DI FINE SESSIONE Comala - corso Francesco Ferrucci 65/a, 10137 Torino (sabato, 11 luglio 20:00) IO ACCETTO ANCHE I 18: FESTA DI FINE SESSIONE 📚🍻 Accettalo quel voto, tanto è l’ultimo della sessione. E se il giorno dopo hai l’ultimo esame dell’estate, tanto vale andarci in post-sbornia, e sai perché? Perché l’11 LUGLIO al Comala, suoneranno i Vintage Violence! 🎸 E a scaldare l’impianto audio? Ci penseranno i Monks with Manners e i GTT - Gruppo Trambusti Torinesi. 🎸 Live: Vintage Violence 🎤 Open-Act: Monks with Manners + Gruppo Trambusti Torinesi 🎫 Costa? Certo che no, la musica non si paga! Alle tasse e ai CFU ci pensiamo a settembre va… Collettivo Alter.Polis @alterpolis@mastodon.cisti.org
torino
[2026-07-12] Merenda Antirazzista @ Saluzzo
MERENDA ANTIRAZZISTA Saluzzo - Giardini Villa Aliberti (domenica, 12 luglio 16:00) Le lotte si fanno nelle piazze, nei campi, ma anche attorno a una tavola condivisa. Domenica 12 luglio ci troviamo al Parco Gullino per la Merenda Antirazzista: un pomeriggio di convivialità, musica e discussione insieme a chi ogni giorno si batte contro lo sfruttamento dei braccianti e contro un sistema che produce disuguaglianze e razzismo. Ci saranno giochi, open mic, dibattiti, Radio Black Out in diretta e, dalle 20, concerti e spettacoli (nel rispetto dell'orario in cui chi dorme al parco Gullino si ritirerà per riposare) Porta un po' di cibo da condividere. Porta domande, idee e curiosità. Perché l'antirazzismo si pratica, la solidarietà si costruisce e i diritti si difendono insieme. Ci vediamo domenica 12 luglio, dalle ore 16, al Parco Gullino di Saluzzo.
migranti
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antirazzismo
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antifascismo
Fallo da ultimo uomo di Trump
Alle ore 2 italiane è iniziata la sconfitta della nazionale statunitense contro le quattro reti del Belgio, che è da annoverare in quella serie di nazionali che oggi competono soprattutto grazie al contributo di decine di giocatori migranti cresciuti nelle grandi metropoli europee. Ciò che però merita attenzione, però, è il tragicomico episodio consumatosi dietro le quinte, prima del calcio di inizio. Parliamo del caso dell’attaccante Folarin Balogun e della revoca della sua sospensione. Nella partita di sedicesimi contro la Bosnia, la punta americana ha ricevuto un rosso diretto dopo essere entrato in forte contrasto con un giocatore bosniaco. Che l’espulsione fosse legittima o meno poco importa, i casi di rossi ingiustificati ce ne sono a migliaia nella storia del calcio. Ma mai prima d’ora un presidente politico ha mai messo mano, attraverso il vertice FIFA Gianni Infantino, su una decisione sportiva. Trump, seppur professando di essere stato un grande atleta da giovane e un intenditore sportivo, nell’intervista che gli viene fatta in merito alla vicenda dichiara di trovare assurdo che un cartellino rosso possa sospendere un giocatore anche per la partita successiva, dimostrando la sua conoscenza del regolamento calcistico. Prima della partita contro la selezione belga Trump avrebbe chiamato Infantino e contestato la scelta di sospensione contro uno dei loro giocatori più importanti. Poche ore dopo, la direzione FIFA sospende la decisione dell’arbitro e riammette Balogun – inutilmente data la sonora sconfitta di 4 reti a 1. Quel che si è consumato, allora, è l’ennesimo delirio dispotico di Trump. Non sono una novità i suoi piagnistei e richieste al limite dell’assurdo verso persone, Stati interi o organi internazionali; ma questa volta ad ascoltarlo è stato uno dei suoi più fedeli, il quale immediatamente si è adoperato agli ordini del presidente americano. Il risultato avverso però non si è fatto attendere: accuse e inviti di dimissioni contro Infantino sono arrivate sia da diverse figure importanti del calcio come l’ex allenatore Klopp, che da altre organizzazioni sportive come la UEFA, che ha dichiarato esplicitamente di compromissione della credibilità del mondiale. Questo caso deve far riemergere il rapporto già consolidato tra Trump e Infantino. Difatti la loro liaison risale al febbraio scorso, quando fu presentata la prima riunione del Board of Peace, quell’organo che dovrebbe governare i “processi di pace” all’interno della Striscia di Gaza (e non solo). Infantino in quella riunione era diligentemente seduto – come lo studente in ricerca delle grazie della maestra – davanti al presidente ultra-liberale argentino Milei. Cosa ci facesse il vertice FIFA tra i sovranisti e adulatori del presidente americano se lo chiese già la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale, tuttavia ritenendo l’agire di Infantino in accordo con la Carta Olimpica, la quale dovrebbe vietare ai propri membri la partecipazione a iniziative politiche. Evidentemente indossare un cappello con la scritta “U.S.A.” – rigorosamente rosso – al fianco di Trump e Milei non è una iniziativa politica! In generale non è una novità il ruolo di banderuola di Infantino, sempre al servizio del despota che ospita il mondiale. Già in Qatar il presidente FIFA ha fatto di tutto per ingraziarsi il volere dei capitalisti del petrolio nella polemica per impedire alla selezione tedesca di indossare la fascia arcobaleno a supporto delle diversità sessuali e di genere. A dir poco discutibili anche le dichiarazioni relative alle pessime condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici impiegate nella costruzione dei super stadi qatarioti, definendo dignitoso e orgoglioso svolgere un lavoro anche in pessime condizioni – ricordiamo che i decessi sul lavoro in Qatar per via dei mondiali vanno dai 5000 ai 6500. Mentre per questa edizione del mondiale Infantino non si è preoccupato più di tanto di disturbare Trump per quanto riguardasse le diverse delegazioni e staff nazionali bloccati all’ingresso degli Stati Uniti senza ricevere i visti necessari. Esemplare è il caso della nazionale iraniana e il suo staff prima che uscisse dalla competizione: alloggio esclusivamente in Messico e sconfinamento nel territorio statunitense solo in vista di partite designate su quest’ultimo. Nemmeno si è preoccupato dell’importante distaccamento ICE messo a presidiare gli stadi alla letterale caccia di qualche irregolare. Ora è difficile non vedere la curva discendente del consenso e della credibilità intorno a Trump. La storica sconfitta contro l’Iran è un elemento che già ora – e ancora in futuro – sta scontando in questi termini di soft power. E sul fronte del calcio non si è fatto attendere troppo – giusto il tempo di arrivare agli ottavi di finale – per mettersi contro miliardi di tifosi e amanti del calcio. Lasciando attorno a sé, alla fine, solo quel manipolo tra tecno-capitalisti, vertici dell’industria energetica, politici di destra nel mondo e, infine, il caro Infantino. Tuttavia, il dato fondamentale dell’intera vicenda rimane principalmente uno: l’ipotesi di un dilagare di un sentimento anti-americano che parla ad una massa internazionale si fa sempre più forte. Qualsiasi cosa venga sfiorata da Trump immancabilmente alimenta questo sentimento. Ora anche il calcio, lo sport più popolare al mondo e da sempre specchio avanzato dei cambiamenti nella società divisa in classi, sta venendo avvolto da questo sentimento. Il compito nostro, allora, rimane lo stesso: prendere questo sentimento generale, porci le giuste domande e le giuste ipotesi in merito e verificarle nel nostro lavoro di base, affinché sia possibile porre i giusti fini e la giusta direzione a queste faglie che lentamente, ma sempre inesorabilmente, si muovono.
Una burocrazia del disprezzo. Il nuovo ufficio immigrazione della questura di Torino
(disegno di salvatore liberti) Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti (Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza (Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli, assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio 2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori, identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via Botticelli. *   *   * Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare. Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle, un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti, mentre altri li infastidiscono profondamente. Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è ottenere il permesso. Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila; sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi, così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e tenere il posto per lei. Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso, altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa fatica. Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili. La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci, quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque sia arrivato “dopo”. Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
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Due pesi e due misure
Non possiamo esimerci dal commentare la vicenda che da un po’ di tempo a questa parte occupa la cronaca di Torino e che ha visto giorni di tensione dal momento che un tifoso della Juventus ha rischiato la vita a causa di un lacrimogeno sparato ad altezza volto.  Ricordiamo il coraggio del padre di Marco Basoccu che, quasi immediatamente, ha voluto prendere parola per denunciare quella che è stata poi riconosciuta come l’esatta ricostruzione dei fatti addirittura dalla Procura: il poliziotto ha sparato ad altezza uomo. Un candelotto sparato ad altezza uomo è un candelotto potenzialmente letale. Sappiamo non essere una novità l’uso di questi mezzi in questa modalità, diciamo, atta a fare male. Se n’è parlato qui e qui nelle scorse settimane e ora, a seguito della notizia dell’assunzione di ipotesi di reato da parte della Procura, se n’è parlato ancora sui giornali locali. In tanti hanno provato a elencare altri episodi in cui le forze dell’ordine hanno sparato ad altezza uomo, per i quali non c’è stato nessun tipo di conseguenza. Ne aveva scritto Notav.info e ne ha parlato Luigi Mastrodonato in questo post: si fa riferimento a Lince che, durante le manifestazioni in autunno per la Palestina, ha perso un occhio, al numero di lacrimogeni sparati durante il corteo del 31 gennaio a seguito dello sgombero di Askatasuna e a quello contro la partita Italia-Israele a Udine, si ricorda anche la compagna No Tav Giovanna colpita da un lacrimogeno in Val di Susa e Yuri, giovanissimo che nel 2016 perse l’udito.  Alla fine il giudice nega i domiciliari al poliziotto che ha causato il coma a Marco Basoccu, preferendo applicare la misura della sospensione dal lavoro per un anno. La Procura di Torino viene sorpassata a destra dalla magistratura con una negazione della richiesta di domiciliari presentata da Paolo Scafi – che proprio non avrà potuto fare diversamente a fronte di prove evidenti per arrivare a tanto – ma il gip predilige una misura meno restrittiva. Secondo quanto riportato dai giornali l’avvocato (ricordiamo anche il privilegio dell’assistenza legale gratuita grazie all’ultimo decreto sicurezza convertito in legge) dell’indagato avrebbe insistito sull’ignoranza: nel caos, non sapendo dove sparare, il suo assistito avrebbe sparato a caso e così avrebbe poi colpito il tifoso. Tra l’altro sembrano essere 5 i tiri ad altezza uomo da parte del poliziotto. Questo dovrebbe farci dedurre che, se non si sa quello che si sta facendo mentre si presta servizio nella gestione di situazioni di piazza, allora debba essere contemplato come parte integrante dei rischi che occorre assumersi poter essere colpiti con il rischio di morire.  Lungi da noi ben sperare nella giustizia borghese e nemmeno felicitarci di reazioni punitive come se potessero essere risolutive ma non può passare inosservato un fatto: la serenità con cui giudici delle indagini preliminari distribuiscono misure cautelari pesanti soprattutto a giovani e giovanissimi che partecipano a manifestazioni e che vengono ristretti delle loro libertà con domiciliari, carcere, obblighi di dimora non ha nulla a che vedere con i piedi di piombo con cui si procede in un caso come questo. E non pensiamo solo a chi viene indagato per dimensioni di movimento ma pensiamo alle decine di ragazzi che vengono sbattuti in carcere o in comunità perché suppostamente partecipi a dimensioni di branco nei quartieri delle metropoli del nostro Paese. Come viene spiegato alle famiglie che i propri figli meritano di finire in carcere magari appena maggiorenni perché hanno fatto la classica cazzata. Tra i ranghi della magistratura di questi problemi se ne fanno pochi evidentemente. Ce lo ricorda una storia dura e importante come quella di chi, per un esagerato bisogno di libertà, ha deciso di mettere fine alla propria vita perché considerata insensata se privata di essa.  Quella dei due pesi e due misure è una storia vecchia ma normalizzarla sarebbe ingiusto. Che almeno sia squarciato il velo di ipocrisia che ancora persiste e che a vergognarsi sia chi elargisce civiche benemerenze a poliziotti che non sapevano, evidentemente, quello che facevano. Eppure se non si sa quello che si fa in qualsiasi altro mestiere non si viene premiati, quando va bene si viene licenziati.