Il primo argomento della puntata lo abbiamo affrontato in compagnia di due
lavoratrici dello spettacolo in presidio davanti al Teatro Stabile di Torino,
per lo sciopero nazionale dei dipendenti e scritturati dei teatri di prosa.
Questo ha visto l’adesione di tutti e tre sindacati confederali, un estratto dal
comunicato di CGIL SLC:
“Oggi i teatri di tutta Italia hanno incrociato le braccia per chiedere il
rinnovo del contratto nazionale fermo dal 2018.
A Torino annullati: – Le Ultime Lune al Teatro Carignano e Lù Santo jullàre
Francesco al Teatro Gobetti
Lavoratrici e lavoratori dipendenti e scritturati, uniti nella lotta, con il
sostegno del pubblico. La mobilitazione continua con il blocco degli
straordinari.
Il 9 Novembre tutti a Roma per la manifestazione nazionale!
Perchè senza diritti non c’è cultura. Il sipario si abbassa sugli spettacoli,
non sulla nostra lotta“.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto sull’assemblea del 30
ottobre 2026 a Genova, presso il Circolo di Autorità Portuale promossa dal CALP
come internazionale dei portuali:
Dettagli principali dell’incontro
Tema centrale: Bloccare il transito di armi, la guerra, il riarmo e la
militarizzazione in oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa.
* Organizzatore: Promossa dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme a sigle
sindacali internazionali.
* Obiettivo: Fare della giornata di mobilitazione internazionale dei porti uno
sciopero generale di tutte/i i lavorator* prevista per il 30 ottobre 2026 .
* Partecipanti: Delegati di sindacati e organizzazioni provenienti da diversi
Paesi (tra cui USB e ORSA Porti per l’Italia, CGT Francia, ENEDEP Grecia, LAB
Paesi Baschi, Liman-İş Turchia, ODT Marocco).
Ad oggi più di 100 porti hanno aderito:
Sarà una grande giornata di sciopero generale, una mobilitazione indetta contro
l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni, contro il carovita che sta
strangolando la popolazione, contro la repressione dei giovani e dei lavoratori
che protestano per migliori condizioni di vita.
Sarà anche giornata di mobilitazione anche nei porti di mezzo mondo contro il
traffico di armi: un’iniziativa di lotta lanciata da più organizzazioni
sindacali di veri paesi tra cui USB che ha ormai coinvolto più di 100 scali
portuali in 17 paesi diversi.
È il momento di abbassare i prezzi, le tariffe energetiche, gli affitti e i
mutui, di alzare i salari e di dire basta con la guerra.
Lista in aggiornamento:
FRIULI VENEZIA GIULIA
Trieste: ore 9 Varco 4 Punto Franco Nuovo
VENETO
Padova: ore 8:00 Stazione
Vicenza: ore 8:00 Piazza Castello
Verona: ore 7:30 Piazzale 25 Aprile
PIEMONTE
Verbania: ore 17:00, Piazza Ranzoni
Novara: ore 9:30 Piazza Cavour
Torino: ore 9:30 Piazza Palazzo di Città
Alba: ore 8:30 Piazza Garibaldi
LOMBARDIA
Milano: ore 10:00 Piazza Duca D’Aosta
Brescia: ore 9:00 stazione metro San Faustino
Bergamo: ore17:00 Piazza Gaza (porta nuova)
EMILIA ROMAGNA
Piacenza: ore 8:00 parcheggio Cheope (Facsal)
Bologna: ore 9:30 Piazza Maggiore
Ravenna: ore 9:00 Piazza del Popolo (preconcentramento) – ore 10 in Darsena
concentramento – ore 11 partenza corteo verso Marina di Porto – ore 12:30 pranzo
sociale a Piazzale della Marina – ore 14 corteo con partenza da Piazzale della
Marina
Rimini: ore 9:00 Arco d’Augusto
LIGURIA
Imperia: ore 9:30 piazza Ulisse Calvi
Genova: 9.30 Varco Albertazzi, ore 10 Stazione Principe
La Spezia: ore 9:30 prefettura
TOSCANA
Massa: ore 17:00 piazza Garibaldi
Carrara: ore 6:00 porto
Pisa: ore 9:00 piazza Gaza (XX settembre)
Livorno: ore 6:00 rotatoria Ponte Penova – ore 9 piazza Cavour
Firenze: ore 10:00 piazza Bambine e Bambini di Beslan (Fortezza)
Siena: ore 9:00 terminal bus di Pescaia
Piombino: ore 16:00 piazzale Premuda – porto
MARCHE
Ancona: ore 10:30 Corso Carlo Alberto – lato P.zza Ugo Bassi
UMBRIA
Perugia: ore 8:30 Piazza Partigiani
LAZIO
Civitavecchia: ore 9:00 C.so Centocelle (davanti il Teatro Traiano)
Roma: ore 10:30 Piazza dei Cinquecento
ABRUZZO
Pescara: ore 10:00 Piazza Italia
MOLISE
Campobasso: ore 9:00 piazza San Francesco
Termoli: ore 8:30 Piazza Donatori di Sangue
CAMPANIA
Napoli: ore 9:30 Piazza Mancini
Benevento: ore 9:30 Pia,za Vittoria Colonna
BASILICATA
Potenza: ore 9:00 Piazza Cagliari
PUGLIA
Bari: ore 9:30 Piazza Prefettura
Lecce: ore 9:00 Porta Napoli
CALABRIA
Cosenza: ore 9:00 Piazza Loreto
Reggio Calabria: ore 9:00 Piazza De Nava
SICILIA
Palermo: ore 9:00 Piazza Politeama
Catania: ore 9:30 porto di Catania
Ragusa: ore 17:00 Piazza dei Marinai
SARDEGNA
Sassari: ore 9:30 Piazza San Vincenzo
Nuoro: ore 9:00 via Dante
Cagliari: ore 9:30 Piazza Garibaldi, corteo fino a Porto di Cagliari
Buon ascolto
Introduzione:
Questi sono gli interventi da noi selezionati:
Thoralf Sindacato Verdi Tedesco
Josè Nivoi CALP Genova
Saif Abukeshek Global Sumud Flottilla
No Harbour for Genocide
Mimmo Macrì Orsa Porti
Sophia We Do Not Enlist
Guido Lutrario USB
Linda Maggiori Altraeconomia
Weapon watch
Raja UDAP
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Il terzo argomento della puntata è stato quello del lavoro in università, ne
abbiamo parlato in compagnia telefonica con Leo dell’ Assemblea Precaria
Universitaria.
Mentre il Campus Luigi Einaudi di Torino da poco occupato dagli studenti proprio
in vista del prossimo sciopero generale, abbiamo voluto sentire il punto di
vista di chi da tempo pone l’ accento sul
e condizioni di chi opera in ambito universitario, le quali inevitabilmente
ricadono sul servizio prestato.
Leo ci ha raccontato le loro ragioni per la partecipazione allo sciopero
nazionale e invitati alla loro prossima assemblea organizzativa al Politecnico.
Buon ascolto
Puntata con Manu DubSide Soul Funky Disco
La notte del ballottaggio tra Lula e Flávio Bolsonaro si conclude con una enorme
manifestazione di gioia della classe lavoratrice brasiliana: l’avenida Paulista
di São Paulo è piena da scoppiare di gente e di bandiere rosse; nelle favelas
delle principali città del paese i fuochi d’artificio scoppiano insieme a colpi
di armi da fuoco sparati in aria per festeggiare. La vittoria di Lula al secondo
turno è data matematicamente per certa intorno alle 9 di sera, ora brasiliana,
con oltre 4 milioni di voti di differenza rispetto al candidato dell’estrema
destra e il capovolgimento del risultato del primo turno, tenutosi il 4 ottobre.
> «Bora Bora Bora Lula,
>
> Bora Bora Bora Virar
>
> Nosso Povo Tá Na Rua
>
> A Mudança Continua»
>
> Avanti Avanti Avanti Lula,
>
> Avanti Avanti Avanti Ribaltiamo (il risultato),
>
> Il nostro popolo è per strada,
>
> Il cambiamento continua.
>
> (Bora Lula Bora Pra Rua, “Avanti Lula Avanti per Strada”, jingle a favore di
> Lula uscito 4 giorni prima del ballottaggio)
La campagna di Lula per il primo turno è stata considerata da più parti una
campagna fredda, imperniata intorno alla storia personale del presidente e alla
celebrazione dei risultati del governo, e non è riuscita a stimolare la
partecipazione attiva della base sociale storica del Partito dei Lavoratori e
della sinistra brasiliana. L’estrema destra bolsonarista, al contrario, aveva
condotto una campagna elettorale aggressiva, cercando di organizzare la rabbia
contro la crisi sociale e presentandosi come forza di rottura, ma allo stesso
tempo tutelando gli interessi economici che producono la crisi e spostando la
frustrazione dei brasiliani verso l’ostilità contro altri lavoratori, le donne,
le persone LGBTQIA+, i migranti e i popoli indigeni. Bolsonaro Jr prometteva
aggressive politiche anti-criminali ed elogiava apertamente le operazioni
militari condotte dai governatori bolsonaristi nelle favelas, che avevano
causato massacri ed omicidi di massa. Si presentava fieramente come alleato
degli Stati Uniti nella regione ed esortava il suo elettorato a dare la spallata
finale alla sinistra latino-americana, garantendo che il sostegno servile di
Brasilia agli interessi americani nella regione avrebbe portato alla crescita
economica del paese. Il bolsonarismo, che condivide i propri interessi economici
con la destra liberale, aveva infine stretto alleanze con i grandi proprietari
terrieri del centro-sud, le industrie forestali ed i grandi capitali industriali
promettendo l’abbattimento di ogni barriera legale alla deforestazione,
sdoganando il fracking e lo sfruttamento intensivo dei bacini minerari del
paese.
A questo bisogna aggiungere – da un lato – la spudorata ingerenza
dell’imperialismo americano nella campagna elettorale, come al solito condotta
dagli americani senza carota ma con tanto bastone: dagli endorsement ufficiali
di Trump alle minacce di un crollo dei mercati finanziari in caso di vittoria di
Lula, fino ad arrivare all’adozione ufficiale da parte del Brasile di sistemi di
conteggio dei voti progettati negli USA e dipendenti dalle tecnologie
satellitari Starlink di Elon Musk. Dall’altro lato, anche la magistratura
brasiliana storicamente legata a doppio filo all’estrema destra aveva fatto il
suo, aprendo ad arte – al culmine della campagna elettorale – due inchieste per
corruzione contro alcuni ministri del PT e contro lo stesso figlio di Lula. Al
primo turno, diversi stati in cui la vittoria di Lula era data per garantita dal
PT sono quindi andati al bolsonarismo e l’astensione si è collocata intorno al
20%.
Un dato significativo della prima tornata, tuttavia, risulta essere l’elezione
(o la rielezione) con il PT o altri partiti della coalizione (tra cui il PSOL e
il PCdoB) di decine di militanti provenienti da differenti settori sociali in
lotta, un elemento che conferma come il massiccio e combattivo movimento sociale
brasiliano abbia, nel corso degli ultimi anni, puntato sul Lulismo come vetrina
elettorale: tra loro, Rick Azevedo, leader del movimento Vida Além do Trabalho
(Vita Prima del Lavoro), ex-commesso che si batte da anni per l’abolizione della
scala 6×1 (6 giorni di lavoro, 1 di riposo); Rosa Amorim, storica dirigente del
Movimento Sem Terra; Ana Júlia Ribeiro, dirigente del movimento studentesco in
prima linea durante le occupazioni delle scuole del Paraná; Erika Hilton,
attivista LGBTQIA+ e storica militante per i diritti delle persone trans e
nere.
Proprio le rivendicazioni portate dai movimenti sociali brasiliani hanno, dopo
il primo turno, dato slancio e forza alla campagna elettorale di Lula in vista
del ballottaggio. La prima risposta alla sconfitta del 4 ottobre è arrivata dai
giovani brasiliani: dal giorno dopo il voto gli studenti hanno cominciato a
convocare assemblee e manifestazioni che si sono diffuse in diverse città del
paese; iniziative con una forte spinta spontanea, ma appoggiate e anche dalle
storiche organizzazioni studentesche del Brasile. Dal 5 ottobre le piazze
brasiliane non si sono più svuotate e hanno progressivamente visto la
partecipazione alle manifestazioni di lavoratori, sindacati e moltissime
organizzazioni popolari. Da un lato, il movimento esprimeva in piazza la paura e
la preoccupazione per una vittoria di Bolsonaro, e prometteva una dura
opposizione di strada se il ballottaggio avesse visto vincere l’estrema destra:
una vittoria del bolsonarismo avrebbe rappresentato la possibilità di attaccare
frontalmente ed indebolire le organizzazioni popolari ed ampliare il controllo
sulle istituzioni e sulla magistratura, uno scenario reso ancora più pericoloso
dal fatto che Bolsonaro Jr avrebbe potuto contare sull’esperienza accumulata nel
precedente governo di estrema destra e su un contesto internazionale e
latino-americano di generale sottomissione agli interessi dell’imperialismo
statunitense. Dall’altro lato, la mobilitazione di piazza delle ultime tre
settimane ha effettivamente imposto al PS le condizioni per una sua vittoria, ed
i termini della sua seconda campagna elettorale: dall’abolizione del 6×1 alla
fine dell’assedio poliziesco contro i quartieri proletari, dalla riduzione
dell’orario di lavoro a parità di salario alla riforma agraria, dalla
ripartizione delle terre allo stop all’abbattimento della foresta amazzonica.
L’impegno più importante chiesto a Lula – ed a sua volta una promessa che
l’ex-presidente aveva fin da subito messo al centro della propria campagna – è
la richiesta di impegnare battaglia contro l’imperialismo americano e di
mantenere intatta la sovranità nazionale del Brasile.
Il movimento ha contato perché ha saputo costruire un rapporto di forza diffuso
in (quasi) tutto il paese, che è dipeso dalla capacità collettiva di trasformare
una posizione politica, inizialmente derivante dalla paura per una vittoria
della reazione, in una presenza sociale organizzata capace non solo di
influenzare decisivamente la campagna elettorale, ma anche di far avanzare
concretamente l’agenda di classe del Brasile – costringendo i candidati a
misurarsi sui temi del costo della vita, della riproduzione sociale, della
violenza della polizia e del futuro modello economico del paese. Un terreno su
cui Lula, da vecchio sindacalista e capo-popolo delle mobilitazioni sociali
degli anni 80, ha avuto l’intelligenza di spostarsi e la capacità di dominare:
memorabile, in questo senso, il dibattito elettorale trasmesso in TV qualche
giorno prima del ballottaggio, in cui un arrogante Bolsonaro Jr ha deriso Lula
con l’appellativo «nove dita», facendo riferimento al suo mignolo amputato. Un
inferocito Lula, ricordando a Bolsonaro come avesse perso il dito a 17 anni,
quando era costretto a fare (illegalmente) i turni di notte in fabbrica per
portare a casa il pane, ha riscoperto dentro sé stesso l’odio di classe dei suoi
giorni giovanili – e, cosa più importante, lo ha risvegliato in milioni di
telespettatori davanti agli schermi.
Basta un’occhiata ai commenti sotto le clip della risposta di Lula che girano a
migliaia su Youtube e Instagram per rivelare come decine di migliaia di
brasiliani e brasiliane incazzate abbiano considerato l’insulto rivolto a Lula
un affronto contro tutti i lavoratori e le lavoratrici, ed abbiano reagito
definendo Bolsonaro un figlio di papà e rivendicando la fine delle condizioni di
lavoro disastrose, degli incidenti e dei licenziamenti. Allo stesso tempo, negli
ultimi giorni della campagna sui social hanno spopolato i jingle fatti con l’IA
o i pezzi dei funkeiros, dj famosi soprattutto nei quartieri popolari, a favore
di Lula, con hit come “Ele investiu em VC” di MC Carol, funkeira di Niterói (Rio
de Janeiro) e militante dei movimenti femministi, che ha totalizzato 10 milioni
di visualizzazioni in soli 2 giorni: «Bolsonaro é um caralho / essa porra é Lula
da Silva / Ele já investiu em você / ele já mudou sua vida / Com Farmácia
Popular e também Bolsa Família» («Bolsonaro non vale un cazzo / è Lula da Silva,
porca miseria / che ha già investito su di te / ti ha già cambiato la vita / con
“Farmácia Popular” [programma di distribuzione popolare di farmaci] e anche con
il “Bolsa Família” [sussidio per le famiglie, due storici programmi di sostegno
sociale dei primi governi PT che Lula ha promesso di ampliare e difendere di
fronte alla promessa di Bolsonaro di eliminarli]»).
Con l’emergere di questa massiccia mobilitazione popolare – che ha trascinato la
campagna sul terreno della risposta ai bisogni materiali della popolazione
impoverita e ha imposto i termini della sfida – si possono almeno parzialmente
spiegare i motivi della storica rimonta del candidato del PS, che ha vinto ieri
con uno scarto di oltre 4 milioni di voti. Facendo un po’ di matematica,
rispetto al primo turno Lula ha ricevuto oltre 10,3 milioni di voti in più,
passando da 53,88 milioni ai 64,2 con cui si è concluso il conteggio ieri sera,
mentre Bolsonaro è riuscito a crescere di solo 3,7 milioni di voti, passando dai
56,1 del primo ai 59,8 milioni di suffragi al secondo turno. La sinistra
brasiliana ha recuperato i voti degli indecisi e di chi al primo turno aveva
votato un altro candidato, ma ha anche sottratto voti al bolsonarismo ed è
riuscita a portare alle urne oltre 3 milioni di elettori che si erano astenuti
il 4 ottobre. Un successo giocatosi, in gran parte, sul terreno della risposta
ai bisogni sociali del Paese: nell’impoverito Nord del Brasile, Lula ha
guadagnato tra 5 e 7 punti per Stato; complessivamente, il PS ha ricevuto, al
secondo turno, il 62% dei voti degli afro-brasiliani; il 55% del voto femminile;
il 63% dei voti di chi prende il salario minimo; il 57% dei voti di chi ha solo
la licenza elementare; l’80% dei suffragi dei prigionieri e delle prigioniere.
Un ultimo dato a conferma di questa ipotesi è il ribaltamento del risultato
nello Stato di Minas Gerais, uno dei bastioni del bolsonarismo, dove al primo
turno il PS aveva preso il 43% ed al secondo, invece, ha vinto con il 50,5% dei
voti: un distretto nella cui zona nord, siderurgica ed operaia, l’astensione
aveva raggiunto picchi altissimi, mentre il sud agricolo e latifondista votava
compatto l’estrema destra, ha visto un radicale aumento dell’affluenza culminata
con la vittoria del Lulismo.
Bolsonaro ha ufficialmente annunciato che disconosce il risultato delle
elezioni. A chi pensa che sia solo il raglio dell’asino sconfitto, bisogna
ricordare che l’estrema destra brasiliana controlla ancora la maggior parte
degli organi legislativi del Brasile, esprime diversi governatori e comanda su
grossi pezzi di magistratura, oltre ad avere a sua disposizione decine di
migliaia di agenti di polizia e criminali (i cosiddetti milicianos) impegnati in
una guerra di sterminio contro le favelas e i settori sociali proletari del
paese. Un blocco sociale reazionario che pochi anni fa ha organizzato un colpo
di Stato in piena regola cercando di prendere il potere a Brasilia, e che può
contare – da adesso – con l’appoggio politico, economico e logistico degli Stati
Uniti e dei governi suoi alleati nella regione. Difficile, quindi, pensare che
la partita sia chiusa.
Osservata sul piano globale, tuttavia, la vittoria di Lula rappresenta
innegabilmente due cose. La prima: l’estrema destra latino-americana, il cavallo
di Troia degli interessi americani nel continente, ha subito una battuta
d’arresto di portata storica, venendo sconfitta nell’unico tassello che mancava
per completare l’assoggettamento del continente agli USA – ed, elemento non
indifferente, questo tassello è il più popoloso paese latino-americano, e la
principale potenza economica della regione. Un bel guaio per chi, a Washington,
sperava di fare cappotto definitivamente nel “cortile di casa” . Non è un caso
che ieri notte gli Stati Uniti abbiano immediatamente esercitato la loro
piccola, meschina vendetta spedendo in Venezuela l’esiliata di estrema destra
Maria Corina Machado – in mezzo a bagni di folla organizzati ad arte -, per
dimostrare al mondo di poter scatenare a proprio piacimento il definitivo
tramonto di quel poco che rimaneva del governo bolivariano del Venezuela. La
seconda cosa: la sconfitta di Bolsonaro permette di tirare un sospiro di
sollievo a Cuba, l’unica esperienza rivoluzionaria ancora viva e combattiva del
continente, stretta nella morsa dell’assedio economico statunitense, e che potrà
continuare a contare sul Brasile come un alleato, sebbene forse non all’altezza
del proprio compito, quantomeno disponibile a lottare per sostenere l’isola.
Sul piano nazionale, è difficile predire se un ottuagenario come Lula, per
quanto combattivo, e la sua alleanza politica traballante (che contiene anche
forti correnti liberali) saranno capaci di dare risposte concrete alla
mobilitazione dei movimenti sociali che li ha portati alla vittoria, o se presto
o tardi finiranno per tradire le promesse fatte in campagna elettorale e
cercheranno di mantenere il potere con accordi ed equilibrismi con la destra
moderata e le associazioni padronali. La vittoria di Lula non rappresenta
certamente un passaggio politico rivoluzionario per il Brasile, ed anzi corre il
rischio concreto di limitarsi ad amministrare il presente in termini riformisti
e fungere da argine elettorale allo sviluppo di un reale rapporto di forza
capace di trasformare la società. Questa scelta rappresenta la tomba storica
della sinistra latino-americana, la risposta deleteria ad una sfida su cui si
sono schiantati con gran fragore la maggior parte degli esperimenti di governo
più o meno radicali della regione: dal cileno Boric alle ultime espressioni del
peronismo di sinistra argentino. I danni sarebbero enormi: da un lato, una
vittoria a valanga dell’estrema destra sarebbe solo rimandata; dall’altra, i
movimenti sociali potrebbero subire un iniziale recupero da parte del Lulismo,
che si tradurrebbe in un loro depotenziamento ed in una delega in bianco al
governo, per poi uscire da uno scenario di potenziale tradimento con le ossa
rotte e la fiducia sotto i tacchi, giustamente indisposti a sostenere ancora una
volta il PT ma incapaci di difendersi e rispondere di fronte agli attacchi
violenti della destra. Lungi da noi, quindi, lo scadere in facili entusiasmi per
le vittorie elettorali di una sinistra riformista che troppo spesso, nel
continente latino-americano, ha finito per ripiegare in disordine di fronte
all’incapacità di sciogliere le proprie contraddizioni e spalancare le porte dei
propri paesi alla peggiore reazione.
Dall’altro lato, ciò che dobbiamo sempre ricordare quando si parla del Sud
America e si guarda ai suoi processi politici dalle nostre latitudini, è che il
rapporto antagonista tra le classi popolari e la reazione si articola su delle
dimensioni di scontro estremamente esplicito, dispiegato e violento che per noi
appartengono (almeno per adesso…) al passato. Nella difficoltà di reggere la
durezza di questo scontro seguita al tramonto negli anni 90 dei grossi movimenti
insorgenti latino-americani, la scommessa di molti movimenti sociali del
continente di sostenere elettoralmente opzioni che, per quanto riformiste,
garantiscono comunque l’agibilità politica minima necessaria per organizzarsi e
far avanzare le proprie rivendicazioni non va sottovalutata, né liquidata come
puro elettoralismo. I fuochi d’artificio esplosi dalle favelas di Rio de Janeiro
dopo l’annuncio della vittoria di Lula sono la gioia di chi sa che, da oggi, i
milicianos del clan Bolsonaro avranno qualche difficoltà in più ad entrare e
sparare a vista su qualsiasi cosa si muova. L’esperienza delle mobilitazioni e
dei movimenti che da decenni lottano in Brasile ha bisogno di spazi di
elaborazione, formazione e avanzamento politico: garantire questi spazi, oltre a
saperli sfruttare, sarà centrale per trasformare la disponibilità dei movimenti
sociali brasiliani ad appoggiare Lula in una forza politica conflittuale ed
organizzata, capace di contare al di fuori delle urne e di sostenere l’urto
contro l’estrema destra latinoamericana e l’imperialismo statunitense e l’agenda
che essi continueranno spietatamente ad imporre al continente.
misto di plastica, organico, ferro, liquido, percolato
Estratti dalla puntata del 26 ottobre 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
GIOVANI COME NUOVO NEMICO INTERNO: VERSO IL “TERRORISMO DI PIAZZA”?
La produzione normativa emergenziale successiva alle piazze del 17 e 18 ottobre
2026 si inserisce in un affastellarsi di Pacchetti Sicurezza e leggi costruite
attorno a eventi di cronaca o “feticci sociologici”. L’utilizzo di categorie
come “baby gang” (DL Caivano), o “maranza” (ultime disposizioni urgenti in
materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile) distrae
dello scopo che sottende al proliferare di nuovi attrezzi all’interno
dell’arsenale repressivo: colpire la conflittualità sociale e comprimere tutte
le pratiche che esulino dal lamento inerme.
Parallelamente osserviamo l’applicazione dell’aggravante di terrorismo a
comunicati online (Bari e Movimento 17 Ottobre) che incitavano al danneggiamento
e all’insubordinazione durante i cortei:
può rappresentare un terreno fertile per l’introduzione del reato di “terrorismo
di piazza”, desiderato da anni da sindacati di polizia e partiti di estrema
destra?
Nel frattempo centinaia di persone, non appartenenti ai movimenti conflittuali
convenzionali, sono state identificate in differita: è ipotizzabile l’utilizzo
di tecnologie di riconoscimento biometrico?
Ne parliamo con l’avvocata Silvia Tassotti di Bologna, membro di Stra.Li e della
task force per il diritto alla protesta di Amnesty International:
HERITAGE FOUNDATION: LINEE GUIDA PER LA RIVOLUZIONE REAZIONARIA
Persone da inserire in strutture chiave, accentramento dei poteri, produzione di
milizie fidelizzate e una rete di potere che si dipana dentro e fuori i confini
statunitensi.
Il think thank ultra-conservatore Heritage Foundation ha strutturato le linee
guida per una rivoluzione reazionaria che tiene insieme il negazionismo
climatico dei petrolieri, l’evangelismo messianico, l’apparato tecnomilitare
filo-sionista e le organizzazioni per la disarticolazione dell’Unione Europea.
Ne parliamo con Antonella Silipigni (di cui avevamo letto l’inchiesta sulla
genesi di Futuro Nazionale):
Per approfondire il suo lavoro su Heritage Foundation:
HERITAGE FOUNDATION — LA FABBRICA DEL POTERE
Project Esther: la rete cristiano-cattolica-sionista arrivata alla Casa Bianca
ICE: da agenzia amministrativa a forza di coercizione interna
GRECIA:LETTERA DI UN PRIGIONIERO DEL CASO MARFIN
In conclusione ospitiamo la lettura di alcuni estratti da un comunicato di
Thymio dal carcere, tornando a parlare del caso Marfin e della sua
strumentalizzazione elettorale in Grecia.
Lettera di Thymio [PDF]
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato scritto dagli studenti e studentesse
del liceo Norberto Rosa di Bussoleno, che la scorsa settimana hanno tentato di
dar vita ad un’occupazione di protesta nella scia delle mobilitazioni
studentesche e giovanili che stanno scuotendo il paese. Il Movimento No Tav ha
subito compreso l’importanza di queste proteste ed avevamo visto con gioia una
nuova occupazione insieme a quelle di Rivoli e Avigliana.
A Bussoleno l’occupazione, purtroppo già partita mercoledì scorso con degli
intoppi, si è conclusa la sera del giorno dopo a causa delle pressioni del
dirigente scolastico. Speriamo che questa esperienza dell* student* abbia
dimostrato che la concertazione e il tentativo di accontentare tutti, purtroppo,
non è servito per andare molto lontano. Speriamo trovino il loro modo di
continuare la mobilitazione con i loro mezzi, i loro strumenti e le loro parole,
senza stare alle pressioni di chi, volente o nolente, ha permesso che venisse
strappato il futuro alla loro generazione.
Le piazze di questi giorni ci stanno insegnando che ancora una volta che
violenza, guerra e devastazione sono quelle che subiamo noi da fin troppo tempo.
Oggi bisogna fare la scelta di essere parte della soluzione, oppure quella del
problema e lo sciopero generale del 30 ottobre sarà un’occasione per
dimostrarlo.
Noi, senza paternalismi, siamo al fianco di chi si ribella e ha il coraggio di
cambiare il futuro partendo dal presente!
***
In questi giorni in televisione abbiamo visto episodi di violenza, vandalismo e
devastazione, e ci siamo domandati, e continuiamo ad interrogarci, su quale sia
la realtà nella nostra Paese.
La verità, che non viene mostrata dai telegiornali, è un’altra, è quella di
giovani che si uniscono per esprimersi e hanno il coraggio e la forza di
affrontare insieme la lotta per il loro futuro, un futuro ormai lontano e
incerto a causa delle premesse mai mantenute dal governo.
Per questa ragione Mercoledì 21 Ottobre 2026 noi studenti ci siamo trovati
davanti alla sede di Bussoleno del Liceo Norberto Rosa e ci siamo ostinati
affinché venisse dichiarato lo stato di occupazione.
Abbiamo definito la nostra un’occupazione parziale, autogestita e NON violenta,
proprio perché ci teniamo a dimostrare ai nostri coetanei che, anche senza la
partecipazione di tutti, la battaglia coinvolge la nostra intera generazione.
Abbiamo continuato a mediare poiché fosse garantito lo svolgimento delle lezioni
per coloro che non intendessero prendere parte all’occupazione, dimostrando
l’importanza della libertà di poter esprimere la propria opinione dai banchi di
scuola.
Più volte durante la mattinata del 21 ci siamo ritrovati a parlare con il
Preside. Dobbiamo ammettere che sono sorte incomprensioni da entrambe le parti,
ma, anche tramite il supporto di alcuni docenti, che ci teniamo a ringraziare
calorosamente, siamo riusciti nel nostro obiettivo: quello di continuare
l’occupazione anche nell’orario notturno. Molto significativo non solo perché ha
regalato momenti di socializzazione e condivisione, necessari alla nostra età,
ma poiché nella logistica risiede una parte del grande messaggio che ci teniamo
a mandare allo Stato Italiano, al Dirigente, ai docenti, ai genitori e ai nostri
compagni.
Vi chiediamo gentilmente infatti di sacrificare un momento, per sedervi comodi e
leggere.
Vogliamo invitarvi a riflettere sull’esasperazione che si cela dietro la nostra
azione.
Molti in questi giorni hanno commentato da semplici spettatori ciò che noi
abbiamo vissuto.
Non riconoscendo che alcuni di voi sono artefici ed altri vittime, state
criticando chi cerca una soluzione.
Dite a noi di studiare, di tornare a sederci ai banchi di scuola, di piegarci
davanti al nostro dovere.
Noi li abbiamo aperti i libri, ma vi chiediamo: “Facendo così, in quanti sono
riusciti a riappropriarsi del proprio futuro?”.
Dalla semplice quotidianità, noi tutti i giorni siamo costretti a vivere la
frustrazione e la fatica che la generazione dei nostri genitori si porta
appresso. Con questo non neghiamo l’importanza e la validità dei valori che ci
hanno trasmesso, ma denunciamo l’insoddisfazione che leggiamo nei loro occhi.
Le cose all’interno del nostro sistema si dovrebbero raggiungere attraverso la
meritocrazia, eppure è da anni che la nostra generazione protesta dimostrando
che i finanziamenti pubblici e quelli all’istruzione non sono da meritare, la
sicurezza delle infrastrutture non è da meritare, l’ascolto di autorità, come
città metropolitana di Torino, non è da meritare, la possibilità di parlare non
è da meritare e un futuro sereno non lo è altrettanto, se non ci sono i mezzi
per crearselo.
Ci teniamo a condividere ciò che stiamo facendo e abbiamo fatto durante la
giornata di Mercoledì 21 e Giovedì 22 Ottobre 2026.
Abbiamo partecipato tutti in modo attivo nella condivisione di informazioni
tramite i laboratori autogestiti, trattando anche argomenti che vengono
censurati dalla scuola, come ad esempio l’educazione sesso-affettiva.
Puntualizziamo che la nostra scuola ci ha dato la possibilità di imparare ed
esprimerci anche attraverso mezzi meno provocatori e legali, durate la nostra
occupazione, contrariamente a quanto viene detto, scritto e ribadito in meschini
commenti da esterni non partecipanti; abbiamo, infatti, approfittato di questo
tempo per trattare argomenti in maniera diversa da come ci viene proposto dalla
scuola e, ci crediate o meno, anche questa è cultura, forse proprio quella che
manca a questo Stato, dove abbiamo esempi ogni giorno di mancanza di dialogo e
di ascolto.
Durante la giornata di Venerdì 23 Ottobre, infatti, abbiamo svolto
l’autogestione, già programmata da settimane, che ha posto fine allo stato di
occupazione.
Quest’ultima, purtroppo, non si è conclusa come speravamo. Nonostante alcuni
genitori si fossero resi disponibili a passare la notte con noi, unica opzione
concessaci dal Dirigente, la loro offerta di supporto è stata ostacolata da
quest’ultimo, secondo dinamiche per noi poco chiare.
Diversamente da come è stato scritto precedentemente, la decisione di
interrompere lo stato d’occupazione non è stata nostra, ma imposta da terzi.
Questa occupazione è nata da un nostro pensiero collettivo: far capire che
manifestare, prendere posizione e far sentire la propria voce non è soltanto un
diritto, ma anche un dovere in quanto cittadini, e ci dispiace che da molti
venga vista come una perdita di tempo e una scusa per saltare le lezioni.
Vorremmo chiudere con le parole dello psicologo e filosofo Paul Watzlawick, a
cui ci sentiamo molto affini, che ha dedicato la sua vita allo studio della
comunicazione: “Non è importante ciò che si dice, ma ciò che l’altro capisce. Il
significato di una comunicazione sta nella risposta che si ottiene, non
nell’intenzione di chi la emette.”
Vuole dire proprio questo: possiamo avere le migliori intenzioni, ma se non ci
si ascolta davvero, il messaggio verrà sempre interpretato in altro modo. Per
questo vi abbiamo chiesto di fermarvi a leggere; di dare attenzione agli
studenti in rivolta che vogliono solo essere ascoltati.
Gli studenti occupanti del Liceo Norberto Rosa
La Questura e la Procura di Torino hanno confezionato un aggravamento delle
misure preventive nei confronti di Sara, giovane e generosa compagna del
movimento torinese.
Già con obbligo di dimora e rientri serali oltre alla disposizione di firma
quotidiana, a seguito di alcune segnalazioni da parte della Digos, è stato
predisposto l’aggravamento delle misure tramutandole in arresti domiciliari.
Alcune di esse sono relative agli ultimi cortei avvenuti a Torino come in
moltissime altre città d’Italia, in particolare il grande corteo di sabato 17
ottobre contro il carovita e il riarmo. Ricordiamo che anche in quell’occasione,
a corteo concluso, la polizia ha deciso di caricare le persone ancora presenti
in piazza Castello con lacrimogeni ad altezza uomo e con l’intento di spingere i
manifestanti al di fuori del centro cittadino. In questa occasione Sara è stata
individuata, insieme ad altri ed altre, prendere parte alla manifestazione.
Questo è bastato, insieme alle segnalazioni relative alla manifestazione
oceanica per la Palestina, per ottenere un aggravamento delle restrizioni in
tempi da record. La richiesta è stata fatta venerdì e accolta venerdì stesso,
notificata poi la sera stessa dalla Digos. E così, poco prima di un altro
importante appuntamento per la città di Torino, ossia il corteo contro il riarmo
e il carovita di sabato 24 ottobre, è stato applicato il dispositivo. Un’azione
che va a colpire anche in un momento preciso, dato che è in corso il processo
per la richiesta di sorveglianza speciale.
Nelle carte si legge la riproposizione del solito apparato argomentativo: la
Questura ha come compito esplicito quello di confezionare ad arte personaggi e
profili che in qualche modo dovrebbero assumere un ruolo da “leader” delle
piazze in quanto ne prendono parte in maniera attiva. I giornali non si tirano
indietro nel comporre un quadro in cui la narrazione cucita ad hoc concorre alla
costruzione di questa immagine che va a legittimare atti di accanimento
giudiziario nei confronti di alcuni compagni e compagne. Quasi una psy-op dove
alcuni, molto spesso giovani, vengono individuati come rappresentativi di una
dimensione completamente diversa da come si profila nelle menti di pm e
questurini. L’eterogeneità, la complessità, i rapporti materiali tra persone,
dimensioni collettive, realtà sociali e contesti viene completamente cancellata.
Rimossa per fare spazio a un riassunto superficiale e completamente fuorviante
di come, nella loro testa, dovrebbero funzionare le situazioni collettive, che
siano di piazza o altro. Si evince in maniera sistematica, e probabilmente
frutto di una profonda ignoranza della storia del conflitto sociale e dei
movimenti, il costante tentativo di ridurre tutto a una banalizzazione stupida e
semplicistica. Il problema è che poi a pagarne le conseguenze sono compagni e
compagne che da sempre prendono posizione in maniera chiara contro le
ingiustizie e per contribuire alla costruzione di un futuro migliore. Ancora una
volta sarà importante fare sentire tutta la nostra solidarietà nei confronti di
chi oggi si trova privato della propria libertà!
Sara libera! Tutti e tutte libere!
da Associazione a Resistere
Pubblichiamo la piattaforma di rivendicazioni uscita dall’Assemblea di CPS –
Culture, Politica e Società del campus Einaudi di Torino che da ieri è stato
occupato a seguito di una partecipatissima assemblea generale universitaria e
della contestazione all’inaugurazione dell’anno accademico al quale era stato
invitato un noto sionista, Maurizio Massari. Studenti e studentesse
universitarie dichiarano di voler rimanere in occupazione sino a quando le
richieste non saranno accolte. Inoltre, viene diramato un appello volto a
diffondere una mobilitazione universitaria permanente e a seguire l’iniziativa
in tutte le università.
L’assemblea studentesca del Campus Einaudi dichiara il polo occupato, avanzando
le seguenti rivendicazioni:
Al Governo chiediamo:
1. La sottrazione dell’Italia dall’accordo firmato con la NATO nel quale si
impegna a raggiungere un investimento pari al 5% del PIL nel comparto della
difesa entro il 2035 e la sottrazione dal piano ReArm Europe.
2. Reinvestimento dei suddetti fondi destinati al bellico in istruzione,
ricerca e sanità.
3. Il ripristino del taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi
complessivi.
4. Il congelamento degli affitti, il blocco degli sfratti, l’impossibilità di
commutare i contratti di locazione da lungo a breve termine.
5. La modifica del Codice degli appalti, affinché ci sia una progressiva
internalizzazione dellз lavoratorз, a partire dalle università.
6. Un maggiore investimento nel Fondo di Finanziamento Universitario.
Al Ministero dell’Università e della Ricerca chiediamo:
1. Che il 96% dei 33mila studentati costruiti coi fondi PNRR, attualmente in
mano ai privati, vengano posti sotto l’ente pubblico, uscendo dal circuito
del mercato immobiliare. Chiediamo inoltre che vengano resi disponibili gli
altri 27mila posti letto promessi dal PNRR e non ancora realizzati.
2. La modifica dei criteri di premialità nella distribuzione dei finanziamenti
all’Università.
Ad Edisu e alla Regione Piemonte chiediamo:
1. Che i criteri di vivibilità standard all’interno dei posti letto che Edisu
prende in concessione dalle strutture private vengano rispettati.
2. Lo stanziamento di un fondo specifico per il premio di laurea, affinché non
venga ricavato da avanzi di altre erogazioni.
3. Che i rinunciatari al posto letto possano accedere alla borsa di studio da
fuori sede caricando il contratto di locazione.
All’Università degli Studi di Torino chiediamo:
1. Trasparenza nella vigilanza dell’accordo tra Confindustria e UniTO affinché
vengano rispettate le clausole dell’Osservatorio sulla consapevolezza dei
Rischi d’uso nelle Attività universitarie (ORA).
2. La rescissione di tutte le collaborazioni e accordi con le aziende belliche
(Thales Alenia Space e Leonardo).
3. Una presa di posizione contro i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario,
facendo pressione su MUR e CRUI (Conferenza Rettori Universitari Italiani).
4. Che parte dei fondi ottenuti vengano vincolati alla riduzione del precariato
universitario, per lз ricercatorз e tecnichз-amministrativз.
5. L’investimento nell’affitto di aule affinché non venga ridotto il numero di
corsi ad accesso libero.
6. Il rimborso spese per lз tirocinanti curriculari.
APPELLO A TUTTE LE UNIVERSITA’ D’ITALIA
Da ieri martedì 27 ottobre, il Campus Luigi Einaudi è dichiarato occupato.
Le lezioni saranno sospese, ma verranno organizzati laboratori, conferenze,
seminari, discussioni e lezioni alternative insieme a precari e docenti.
L’obiettivo è duplice: evidenziare problematiche dando risposte politiche e
favorire un processo di formazione collettiva attraverso lo strumento
dell’occupazione.
Due assemblee, partecipate da centinaia di persone, hanno portato alla
conclusione che è necessario, come studenti e studentesse dell’università di
Torino, dare un segnale chiaro a cui tutte e tutti sono invitati e tenuti a
partecipare.
Nel corso delle ultime settimane l’Italia e l’Europa sono state scosse da
fortissime mobilitazioni popolari e giovanili. Dalla Francia alla Grecia,
studenti e studentesse, universitari e universitarie, giovani delle periferie,
sono usciti dalla letargia nella quale i governi li avrebbero preferiti, e hanno
espresso il loro potere. Nelle scuole, nelle università, nelle piazze.
A Torino più di 30 scuole sono state occupate e cortei da migliaia di persone
hanno attraversato, con determinazione, le strade della città. I lavoratori,
dall’ex ILVA ai porti, si mobilitano verso la convergenza del 30 ottobre. Adesso
tocca a noi.
Il governo Meloni – in una congiuntura storica di aggravamento della crisi del
sistema economico globalizzato e dell’egemonia USA che lo guida – sta portando
l’Italia verso la guerra, a colpi di tagli a Istruzione, Università, Sanità e
lavoro. Il raggiungimento del 5% del PIL in spesa bellica e il piano di riarmo
europeo sono l’esemplificazione delle politiche antipopolari del governo.
Politiche che rischiano di esacerbare la crisi sociale già in atto, con
conseguenze nefaste per il tessuto sociale ed economico italiano. L’università
italiana subisce un definanziamento sistematico da decine anni, tra tagli e
mancati adeguamenti al tasso di inflazione: la spesa in Istruzione al 4% del PIL
rimane ben al di sotto degli standard degli altri paesi europei.
L’Università di Torino fa direttamente i conti con le conseguenze dei tagli al
FFO, esternalizzate sulla qualità della didattica, sui lavoratori precari e
sugli studenti. Non è possibile che un luogo di produzione di sapere e di
ricerca non prenda posizioni nette a riguardo, soprattutto considerando il buco
da 62 milioni di euro che grava sul bilancio dell’università. Preferisce invece,
per sopravvivere, accordarsi con Confindustria e aprire ancora di più alla
ricerca dual use, sulla quale non viene garantito un reale controllo.
Ai primi cenni di mobilitazione, nelle piazze e nelle università, la risposta è
stata immediatamente repressiva. L’occupazione del polo CLE rappresenta la
risposta più adeguata ad un preciso tentativo di spostare le mobilitazioni dal
terreno della politica a quello della sicurezza: dove loro chiudono e reprimono,
noi apriamo spazi di politicizzazione e formazione.
Abbiamo intenzione di ridare significato alle aule universitarie e uscire dai
binari predefiniti della didattica quotidiana, per interrogarci sul nostro ruolo
nella società ed esprimere tutto il potere che potenzialmente abbiamo. Come
studenti, come precari, come docenti.
Vogliamo che la mobilitazione ottenga dei risultati, su tutti i piani su cui
riusciamo ad intervenire attraverso questa iniziativa. Vogliamo risposte chiare
dalla rettrice Prandi e da Regione ed Edisu. Vogliamo il soddisfacimento delle
richieste avanzate al governo Meloni e le sue immediate dimissioni.
Invitiamo tutte le università d’Italia a iniziare una mobilitazione permanente
con rivendicazioni chiare. È necessario rendere visibile il ruolo centrale che
l’accademia rappresenta nella società italiana e i suoi rapporti viscerali con
il suo sviluppo, anche produttivo. Se l’accademia viene gestita come polo di
innovazione da sottomettere a dinamiche di profitto, allora noi vogliamo
renderla perno di cambiamento, progresso ed emancipazione collettiva.
Svolta elettorale storica in Serbia, dove si è registrata un’affluenza record
alle urne.
da Radio Onda d’Urto
Vucic ammette la sconfitta alle elezioni, stravinte dalla Lista degli studenti.
La svolta chiude 12 anni di dominio ultranazionalista di Vucic, passato da
vicepremier e premier a presidente dopo la fondazione, nel 2008, del Partito
progressista serbo (SNS).
La Lista studentesca è destinata a ottenere 140 seggi su 250 del Parlamento,
mentre la formazione dello sconfitto Vucic ne avrà circa 105. Le proiezioni
attribuiscono agli studenti circa il 52% dei voti contro il 39% di Vucic, dopo
anni di potere segnati da corruzione e a quasi due anni dalle proteste di massa,
nate dal crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad nel 2024 (16 morti).
Scene di esultanza in strada a Belgrado. Da qui Radio Onda d’Urto ha
sentito Massimo Moratti, corrispondente dalla capitale della Serbia per
l’Osservatorio Balcani Caucaso d’Europa ed esperto in diritti umani.
L’intervista anche a Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI – Istituto per gli
Studi di Politica Internazionale.
Ripubblichiamo il resoconto di Notav.info sull’udienza di ieri del processo di
appello che vorrebbe ribaltare la sentenza in primo grado per quanto riguarda
l’accusa di associazione a delinquere per Askatasuna, Movimento No Tav e Spazio
Popolare Neruda.
Si è svolta oggi [ieri] un’ulteriore udienza del processo d’appello per
l’operazione Sovrano. Dopo la testimonianza di Giorgio, uno degli imputati, si
sono tenute le requisitorie della pubblica accusa e delle parti civili.
Dalle requisitorie emerge, ancora una volta, la sostanziale continuità con
l’impostazione accusatoria del primo grado: le condanne richieste sono rimaste
invariate in alcuni casi e sono state ridotte solo leggermente in altri. Nessun
ripensamento sostanziale, dunque, rispetto a un impianto che il Tribunale, in
primo grado, aveva già ridimensionato in modo significativo, assolvendo tutti
gli imputati dall’accusa di associazione a delinquere, contestata ai sensi
dell’articolo 416 del codice penale.
In appello, la Procura torna invece a insistere sulla necessità di riconoscere
quel capo d’imputazione, riproponendo una lettura che tende a ricondurre a
un’unica presunta trama criminale esperienze, percorsi e pratiche politiche
differenti: il centro sociale Askatasuna, il Movimento No Tav e le lotte sociali
che attraversano la metropoli. Particolarmente significativo, in questa
prospettiva, è stato il riferimento alla necessità di arrivare a condanne
importanti anche per il capo 1, quello relativo all’associazione a delinquere,
evocando lo scenario di future mobilitazioni contro il nucleare o di una
possibile diffusione delle proteste contro il caro vita.
Il messaggio politico che emerge da questo ragionamento è tutt’altro che
secondario: la risposta penale viene chiamata in causa non soltanto per
giudicare fatti contestati, ma anche in relazione a conflitti che potrebbero
svilupparsi in futuro. Come se le lotte di domani fossero già un problema di
ordine pubblico da prevenire attraverso le condanne di oggi.
Una lettura che cancella deliberatamente le ragioni delle lotte, i contesti in
cui nascono e la capacità di chi le attraversa di organizzarsi collettivamente.
Tutto diventa funzionale al teorema accusatorio, persino le relazioni tra realtà
che condividono battaglie e momenti di mobilitazione. E così il conflitto
sociale, anziché essere riconosciuto come espressione di una società
attraversata da contraddizioni, viene trattato come un problema di ordine
pubblico da reprimere.
Non meno surreale il quadro emerso dalle requisitorie delle parti civili, dove
la storica emittente torinese Radio Blackout è stata ribattezzata, nella
rappresentazione accusatoria, radio “black block”: uno strumento funzionale
all’associazione che viene descritta come sovversiva nei fatti, ma a delinquere
per la legge.
Una rappresentazione che dice molto del tentativo di riscrivere il ruolo degli
spazi sociali, delle radio indipendenti e delle reti di movimento, trasformando
strumenti di comunicazione, luoghi di confronto e relazioni politiche in
elementi di un presunto apparato criminale.
Insomma, la solita retorica, accompagnata dalla consueta ipocrisia: mentre si
moltiplicano i richiami alla democrazia e alla libertà, si pretende di
circoscrivere sempre più lo spazio legittimo del conflitto sociale, fino a
trattare come una minaccia ciò che nasce dalla capacità delle persone di unirsi
e agire collettivamente.
La sentenza di primo grado aveva escluso l’esistenza dell’associazione a
delinquere contestata agli imputati. Oggi, in appello, l’accusa torna a chiedere
che quella lettura venga ribaltata, proiettando sul conflitto sociale lo spettro
di una presunta organizzazione criminale.
Prossime udienza il 30 novembre per le arringhe delle difese.
Si parte si torna insieme, Avanti NO Tav!
Leggi tutte le tappe della vicenda su Associazione a Resistere
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di Eliana Riva* Il rapporto della Commissione d’inchiesta parte dalla pulizia
etnica in corso in West Bank: almeno 4mila gli sfollati nella città cisgiordana.
E a Gaza bombe su tende …