Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non
cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una
posta politica ancora aperta, e va trattata come tale.
Ridurla al ricordo delle sole ferite, delle violenze e del lutto significa
consegnarla alla storia solo come cronaca. Perché il senso di quelle giornate
non sta nella loro tragedia, ma in ciò che il movimento contro il G8 seppe
mettere in campo e che la controparte non poté sopportare: per una volta, si era
smesso di cercare il nemico di fianco, nell’altro impoverito quanto noi, e si
era tornati a guardare in alto, verso i responsabili reali dell’ingiustizia.
Tutto quello che venne dopo, la macchina repressiva, i pestaggi, la tortura,
l’omicidio di Piazza Alimonda, la lunga guerra sul racconto, altro non è stato
che la misura esatta della paura che questo seppe incutere.
La posta in gioco
Il punto non erano le manifestazioni. Le riunioni cominciarono nell’inverno e
nella primavera del 2001, settimana dopo settimana, tra realtà diversissime, e
già lì si aprì la frattura politica destinata a segnare tutto. I social forum,
per natura, dovevano mediare tra posizioni distanti, dalle reti pacifiste ai
gruppi ecologisti, ma lo facevano anteponendo le forme dell’espressione agli
obiettivi: prima l’equilibrio sul dispositivo, un corteo, due piazze tematiche,
tre assemblee, un concerto, e solo dopo i contenuti. Per l’area antagonista quel
senso andava rovesciato. Genova non poteva essere la solita manifestazione
nazionale, la vetrina di un’organizzazione: doveva essere il tentativo di
alimentare un movimento reale, fatto di uomini e donne, con un obiettivo comune
e dichiarato, ribaltare i rapporti di forza tra chi governa e i governati: “i
sudditi volevano marciare (sul serio!) per calpestare i re”.
Su la testa, su lo sguardo
Su questo il movimento, nella sua pluralità, convergeva. Per una volta si era
riusciti a indicare la responsabilità corretta delle ingiustizie del mondo: non
un male astratto, ma un sistema con una forma, dei beneficiari e dei difensori.
Otto capi di Stato non potevano rappresentare sei miliardi di persone; l’uno per
cento non poteva decidere delle sorti di tutti gli altri, chiudendosi in una
reggia, neanche dorata, ma circondata da sbarre e forze dell’ordine, a
deliberare senza incontrare opposizione. L’anticapitalismo, nelle sue
definizioni più variegate, in quegli anni, non fu una parola d’ordine tra le
altre: fu la leva che tenne insieme soggettività, ceti e culture politiche
altrimenti divise, come non è più riuscito di fare in tutto il quarto di secolo
successivo.
Ed è questo il cuore della questione. Ciò che rese Genova insopportabile per il
potere non fu la conflittualità di piazza, fu l’aver dimostrato, davanti a
milioni di persone, che è possibile aprire percorsi lineari e diretti contro i
veri responsabili. Che il nemico ha un nome e un indirizzo.
Nemici da abbattere
A quella chiarezza lo Stato rispose con altrettanta chiarezza. Il G8 si presentò
in maniera dichiaratamente autoritaria, sprezzante verso i movimenti, avvilente
nella propaganda che per settimane annunciò tutto ciò che «poteva succedere»,
preparando l’opinione pubblica alla resa dei conti. Sul piano repressivo si
costruì un vero e proprio ring: fortini, addestramenti straordinari della
celere, caserme allestite per l’occasione, DIGOS e agenti in borghese di più
corpi. Non l’ordine pubblico di una manifestazione, ma una macchina che per
organizzazione e finalità ebbe i tratti di una struttura criminale rivolta
contro un movimento.
Che la repressione fosse preventiva, e non reazione a un ordine pubblico
degenerato, lo dimostra ciò che accadde prima ancora dell’inizio del vertice.
Citiamo ad esempio che una settimana avanti, un gruppo di militanti diretto a
Genova per un’ultima riunione di rete viene fermato a un posto di blocco
all’uscita dell’autostrada. Nella perquisizione dell’auto spunta un taglierino,
uno strumento di lavoro, serviva al compagno in questione ad esempio a tagliare
le fascette dei giornali nelle edicole. Basta quello: interviene la DIGOS, i
controlli certificano che si tratta di attivisti del centro sociale Askatasuna,
e la giornata si chiude con un divieto di ingresso nel comune di Genova per tre
anni. Un foglio di via comminato a chi non aveva fatto nulla se non essere
schedato. La colpa, già allora, non era un atto: era l’appartenenza politica.
Fu a Genova, inoltre, che l’ordine pubblico cambiò passo con la ricerca
sistematica del corpo a corpo: la battaglia in campo, il pestaggio, la carica a
piede sull’acceleratore contro chi teneva le mani alzate. Una violenza
dichiarata ed esibita, con la pretesa di rispettabilità di chi sa di poterla
esercitare impunemente.
Dopo Genova, per rifarsi il trucco, vista l’esplosione dei sel f media
sopratutto, le forze dell’ordine cambiarono deliberatamente strategia, evitando
i corpo a corpo, per passare a lacrimogeni e idranti, con meno danni televisivi
dei pestaggi.
Smash Capitalism!
È dentro questa cornice che vanno lette le forme di lotta su cui ancora oggi si
specula. Il venerdì si compone il blocco che la stampa battezzerà black bloc:
qualche centinaio di persone dietro uno striscione nero: Smash Capitalism:
banche e agenzie assicurative colpite lungo il percorso, mentre chi arriva nel
primo pomeriggio trova già un corteo in movimento e una situazione precipitata.
Ridotta all’osso, la scelta di quelle ore è politica e non estetica: riportare
l’iniziativa contro la zona rossa e assumersene la responsabilità, oppure
assistere passivi a ciò che comunque si sarebbe determinato.
Fu scelta la seconda strada e ancora oggi la litania sugli infiltrati è quella
che va per la maggiore.
Contro la vulgata degli infiltrati che spiegherebbero ogni cosa, va rovesciato
il ragionamento. Quando la polizia, potendo scegliere tra una via di soggetti
attrezzati allo scontro e una di manifestanti inermi, carica sistematicamente i
secondi, non c’è nessun mistero: c’è una scelta deliberata, che punta a spezzare
la parte più larga e indifesa del movimento per diffondere paura.
Diffondere paura come forma di controllo. (Cit)
La cosiddetta «macelleria messicana» della notte tra il 21 e il 22 luglio, con
le sue decine di feriti, e poi la caserma di Bolzaneto, non furono incidenti né
eccessi: furono il volto compiuto di quella macchina statuale che aveva
contemporaneamente un Vicepresidente del Consiglio e il ministro della giustizia
in visita nelle caserme a battezzare il metodo.
Bolzaneto: la (auto) sospensione del diritto
Bolzaneto è il punto in cui lo Stato di diritto, semplicemente, si sospende. Ciò
che vi avvenne, e che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la giustizia
italiana avrebbero riconosciuto come tortura, fu una liturgia sistematica
dell’umiliazione: l’identificazione e l’accerchiamento, la faccia contro il muro
per ore, la sigaretta spenta in volto, le celle stipate, i cori dei carabinieri
che cantavano vittoria, il liquido urticante negli occhi, le manganellate su chi
non reggeva più in piedi, il silenzio improvviso delle guardie all’arrivo di
un’autorità, i trasferimenti fino al carcere, la convalida davanti a un giudice
con accuse fabbricate come la distribuzione di spranghe di ferro «a tutti i
manifestanti» messe a verbale come fossero cronaca. Non fu la deriva di qualche
agente: fu una struttura che sapeva di poter agire così, e lo fece.
Piazza Alimonda
Al centro di tutto resta il pomeriggio del 20 luglio. Piazza Alimonda. Carlo
Giuliani, ventitré anni, colpito a morte da un carabiniere mentre nel caos
solleva un estintore. Questo non è un incidente, non è una risposta, non è il
prezzo di uno scontro: è un omicidio, a prescindere da chi materialmente
premette il grilletto. E il potere lo seppe subito, tanto che alla morte fece
seguire immediatamente la sua gestione: la copertura, il fotogramma trasformato
in accusa alla vittima, le false notizie per fare di Carlo una scheggia
impazzita, un corpo estraneo espulso dal suo stesso corteo. Ma Carlo non era
estraneo a nulla. Era un ragazzo che stava in prima fila per spontaneità e per
coraggio, che tentava l’assalto e la difesa del corteo che aveva alle spalle.
Non era inquadrato in nessuno schema, e proprio per questo poteva essere
chiunque.
Qui si misura la cesura vera. Per una generazione, quella fu la prima morte di
piazza. I caduti degli anni Settanta erano un ricordo dei libri, qualcosa di
tramandato e lontano; nel 2001, per la prima volta, uno dei nostri veniva ucciso
dalle forze dell’ordine sotto gli occhi di tutti. La notizia della sua morte fu
vissuta come un lutto collettivo, al di là della persona: come se una parte di
ciascuno fosse stata uccisa con lui. Non fu la paura, però, a prevalere. Fu quel
lutto ad accendere un fuoco nuovo e a riportare tutti in piazza il giorno dopo,
quando duecentocinquantamila, trecentomila persone ripresero il corteo, non più
ignare, ma consapevoli di avere di fronte un nemico organizzato, scorretto,
ferito e pauroso.
La guerra sul racconto e la pratica dell’obiettivo
Ciò che Genova lasciò non fu solo un trauma, ma una lunga battaglia sulla
narrazione, ed è su questo terreno che il potere lavorò negli anni successivi,
penetrando anche aree del movimento. Si mise in moto la caccia all’infiltrato:
bisognava trovare un nemico interno che fosse l’agente in borghese, l’ultras, la
scheggia black bloc, il corpo estraneo a cui addossare tutto, per normalizzare
l’anormale. Perché normalizzare significava negare l’evidenza: che da quelle
giornate si era usciti con le ossa rotte e con un compagno ucciso. La vera posta
di quell’operazione culturale non era Genova in sé, ma la delegittimazione di
una pratica: quella dello scontro finalizzato agli obiettivi
La pratica dell’obiettivo per un movimento è ciò che distingue le parole dai
fatti. I movimenti non possono vivere di sole parole, anche belle, anche giuste,
devono andare fino in fondo.
Quella ferita è stata portata dietro per un decennio, fino alla Val di Susa.
Dopo lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, nel 2011, la macchina
narrativa dei «black bloc» venne rimessa in moto da giornali e veline di
questura. Ma questa volta si ruppe qualcosa. Dal popolo della valle non venne il
«quelli non sono dei nostri», bensì il suo rovesciamento: «siamo tutti black
bloc». Rivendicare la pratica di un obiettivo invece di prenderne le distanze
fu, per chi veniva da Genova, la prova che quel dispositivo di divisione poteva
essere spezzato dal basso. È la lezione più concreta di questi venticinque anni:
la solidarietà nella pratica disinnesca la criminalizzazione più di qualsiasi
appello alla rispettabilità.
Cosa resta
Il bilancio, a venticinque anni, è netto. La globalizzazione contro cui il
movimento si mosse non è mai stata altro che una forma imbellettata (e
semantica) del capitalismo, una forma impomatata dell’ imperialismo: non più
solo conquista e occupazione di territori, ma distruzione diffusa di diritti,
ricatto sociale, impoverimento collettivo, che parta dalla Colombia per arrivare
in Piemonte o dal centro del mondo per scaricarsi sulle sue periferie.
Quella fase è oggi, mentre scriviamo addirittura in parte superata dalla storia
più vecchia del mondo, quella della guerra, ripresa dei conflitti armati, e il
capitalismo, il più cinico dei sistemi, dimostra ancora una volta che gli serve
sempre una guerra, per conquistare risorse o riequilibrare gli assetti mondiali.
La vecchia, sana guerra combattuta con altri mezzi resta uno dei suoi motori,
mentre per anni si è guardato altrove, immaginando un futuro fatto solo di
finanza e di merci immateriali.
Ma la cosa che il potere non poteva sopportare, allora, resta la stessa che non
può sopportare oggi: che dentro la società si torni a guardare in alto.
L’aggressione ai movimenti a Genova fu una delle leve contro un pensiero altro
rispetto al dominante, e la sproporzione della reazione, Bolzaneto, la Diaz,
l’omicidio di Piazza Alimonda, è la misura di quella paura.
Per questo Carlo Giuliani non sarà mai una parentesi da chiudere: è la ragione
per cui, ogni luglio, si torna in piazza, e la sua immagine, col passamontagna e
l’estintore in mano, continua a essere sentita come cosa propria.
Venticinque anni dopo, mentre nuove mobilitazioni provano di nuovo ad alzare lo
sguardo come quelle passate sulla Palestina, la posta che Genova lascia in
eredità non è la nostalgia di una stagione, ma un metodo e una direzione:
indicare i responsabili, praticare gli obiettivi, e non smettere di guardare in
alto, spingendo dal basso, forte, con Carlo nel cuore.
Ultima puntata di Resetclub. Il dirigibile elettronico rimarrà a terra fino a
metà Agosto. In questo nuovo episodio della durata di due ore Yashin ha
selezionato le tracce di Ovatow Avram Luca Vera Teou. Cynthia Spiering Zeta
reticula Avram Zach Murray Rowan Between Dimensions Yashin/4Vesta Voodoos &
Taboos Luca Lozano ANGEL D’LITE Mr. Ho Ekman Marc Romboy DJ Hell Rosati TAFKAMP
Julieta Kopp Aza Kill Ref Hilltown Disco Terence Fixmer Raver’s Diary Blame the
Mono Meese X Hell, DJ Hell, Jonathan Meese The Hacker Synth Alien
Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso –
segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e
approfondito le varie modifiche normative che impatteranno gravemente sulla vita
delle persone, sprovviste di documenti europei o permessi di soggiorno, in
viaggio.
Ma tra le righe di questi accordi tra gli Stati dell’Europa occidentale vi è la
decisione di implementare gli investimenti economici in merito ai dispositivi di
controllo non solo delle persone (si veda il – più che discusso – database
Eurodac) ma soprattutto delle frontiere terrestri e marine.
Non casualmente possiamo notare come le aziende che investono sulla crescita di
tali tecnologie e che guadagnano dalla loro vendita, hanno base in Israele.
Tecnologie – come quasi sempre accade – ideate e sperimentate sui palestinesi,
prima e durante in genocidio. Perfezionate ad hoc per poi essere usate nei
contesti della guerra ai migranti: il nemico interno dell’occidente.
Come più volte ripetuto ai microfoni di Harraga (trasmissione in onda ogni
venerdì tra le 15 e le 16 su Radio BlackOut) vi è un filo rosso che collega le
tecnologie di morte e sorveglianza prodotte in Israele, per i propri genocidari
obbiettivi coloniali, con la morte e sofferenze causate da frontiere e razzismo
di stato a queste latitudini.
Ascolta:
Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso –
segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e
approfondito le varie modifiche…
LETTURE CONDIVISE
Casa Cassiopea - Magnano (BI), via Campi 20
(domenica, 26 luglio 14:30)
Letture Condivise a Tema Tecnologia.
Ospitate da Casa Cassiopea
Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima
giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa
di lotta a San Didero, il secondo […]
The post Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e
preparativi verso l’Alta Felicità first appeared on notav.info.
Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati
nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una
prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il
significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni,
un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e
già ripubblicato sul nostro portale.
La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di eccezione” in cui
viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a
questo fatto. (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia)
Futuro anteriore
Uno, due, tre viva Pinochet
Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei
Sette, otto, nove il negretto non commuove!
Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre
lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver
garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto
accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto
inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di
focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le
narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per
lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle
reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in
carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che
si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in
carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza,
nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e
militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera
catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per
intero legata al governo precedente. A conti fatti, nonostante il maccheronico
decisionismo di cui Berlusconi ama ammantarsi, la decisione della quale il
premier in carica e il suo Governo riuscirono a farsi interamente carico non
andò oltre il posizionamento di un certo numero di fioriere al fine di rendere
esteticamente più piacevoli alcune piazze della città destinate al passeggio dei
“grandi della terra”, oltre all’imperativo decreto che vietava agli abitanti
delle zone interessate agli eventi dei “grandi” di stendere i panni alle
finestre. Infine, dato un breve sguardo ai palazzi della città, constatato che
alcuni di questi si presentavano in maniera malconcia e poco decorosa Berlusconi
ordinava, sicuramente con piglio ducesco, di recuperare in fretta e furia un
certo numero di “teloni artistici” con i quali ricoprire le meste mura dei
palazzi. Con ciò il centro storico di Genova non sarebbe diventata proprio il
remake di Versailles ma per un paio di giorni il gioco, come in effetti accadde,
avrebbe potuto funzionare. Questo, a conti fatti, ciò di cui si occupò
concretamente il Governo di destra mentre l’intera macchina poliziesca e la
pianificazione della gestione del Vertice è stata per intero farina del sacco
fuoriuscito dal Governo della sinistra. Vale forse la pena di ricordare, al
proposito, che il la al G8 genovese è stato dato dal Governo di D’Alema il
quale, in non poche occasioni, tendeva a pavoneggiarsi mostrando il suo non
secondario feeling con Condoleezza Rice feeling che, attraverso il gioco del
detto e non detto, il nostro faceva intendere essere non solo di natura
diplomatica e politica.
Gossip a parte resta il fatto che la macchina del G8 ha preso le mosse sin dal
1999 e dal quel momento è stata puntigliosamente oliata e perfezionata. Del
resto di quanto gli “eventi genovesi” avessero ben poco di sorprendente e
inaspettato è facilmente constatabile con quanto andato in scena poco tempo
prima nel corso delle giornate napoletane1, con ancora il governo di
centro–sinistra in carica, le quali, col senno di poi, possono considerarsi come
una sorta di prova generale di Genova 2001. Detto ciò, onde evitare equivoci di
sorta, occorre fare una fondamentale precisazione. Qua non si tratta, infatti,
di addossare le colpe della “macelleria messicana” andata in scena a Genova al
governo di centro–sinistra piuttosto che a quello di centro – destra ma di
evidenziare, piuttosto, il carattere unitario del comando internazionale del
capitale. Focalizzare lo sguardo su D’Alema piuttosto che su Berlusconi, o
viceversa, significherebbe perimetrare gli “eventi genovesi” in un’ottica
localista dimenticando che, ormai dai tempo, i governi nazionali non sono altro
che semplici propaggini e appendici, con poteri decisionali sempre più limitati,
di poteri sovranazionali espressioni dirette delle varie componenti del comando
internazionale del capitale2. Un comando che se, nelle diverse sue
articolazioni, mostra di essere tutt’altro che prono a un unico disegno, tanto
che il conflitto armato interimperialistico può essere tranquillamente assunto
come la cifra del presente, nel rapporto con le masse subalterne conosce una
“linea di condotta” sostanzialmente unitaria. Il G8 genovese, di ciò, ne è stato
l’esatta fotografia. È all’interno di questo scenario obiettivo che, allora,
diventa persino semplice comprendere il senso di quelle giornate e tutto ciò che
si sono portate appresso, in primis la pratica della tortura.
Un aspetto sul quale appare importante soffermarsi poiché l’utilizzo della
tortura è qualcosa che va ben oltre la brutalità ma è indice di un passaggio
politico a tutto tondo. Anche su questa esiste una non secondaria documentazione
alla quale non si può far altro che rimandare evitando, in tal modo, di ripetere
cose arcinote3. Più importante invece soffermarsi sui significati politici
centrali che il passaggio alla tortura comporta poiché, il non farlo, potrebbe
portare a un insieme di malintesi che finirebbero per diluire la tortura in una
delle tante forme di sopraffazione poliziesca delle quali il mondo è tanto ricco
quanto rigoglioso o, come nel caso genovese è stato più volte ventilato,
all’iniziativa autonoma di quote di forze dell’ordine particolarmente
reazionarie e prone alla violenza tanto che, commentatori tanto ingenui quanto
sprovveduti, nei “fatti di Genova” hanno voluto intravedere un tentativo di
golpe ordito dalle componenti filo fasciste del governo di centro – destra.
Ovviamente di detto golpe non vi è stato alcun sentore così come nessuna
modifica di una qualche rilevanza è andata a intaccare il quadro istituzionale.
Certo il G8 genovese ha sancito un radicale passaggio nella “costituzione
materiale” degli assetti del comando ma questo è un altro discorso, discorso che
ben poco ha a che vedere con gli eterei mondi della politica e delle
costituzioni formali ma affonda le sue ben più solide radici negli inferi della
produzione4. Chiarito ciò proseguiamo.
Quello che va evidenziato, a differenza di quanto comunemente fatto dai testi e
dai resoconti coevi agli eventi genovesi, il cui sguardo si è focalizzato sulla
violenza e la brutalità poliziesca5, è soffermarsi su cosa racchiude in sé il
passaggio alla tortura, i suoi fini e i suoi obiettivi. Il passaggio alla
tortura non rappresenta il tratto sadico e in fondo irrazionale del potere
politico semmai un atto estremamente lucido e consapevole frutto del più
cristallino decisionismo politico. Sicuramente non sono rari i casi in cui
singoli gruppi polizieschi finiscono “fuori controllo” e vanno ben oltre il loro
mandato ma questo non avviene mai nel caso della tortura. La tortura non è un
eccesso dettato da un particolare contesto nel quale qualcuno “perde la testa”
bensì un “programma politico” che soggiace per intero a una intenzionalità
fredda, priva di emotività e del tutto razionale e che, a conti fatti e in
maniera lucida e sintetica, racconta come il potere politico, senza distinzioni
di sorta, si relaziona alle masse subalterne o, come accaduto in passato in
Italia e Germania, un modo per neutralizzare le organizzazioni rivoluzionarie e
i settori operai e proletari a queste affini6.
Per comprenderlo cominciamo, intanto, con il dire che la tortura è altra cosa da
quelpassage à tabac espressione con la quale il milieu7 è abituato a indicare
l’interrogatorio di polizia. In questo caso tabac non ha nulla a che fare con il
tabacco poiché, in argot, tabac significa battere o più precisamente picchiare.
Con questa espressione il milieu indica ciò che pressoché abitualmente comporta
l’interrogatorio di polizia. Nonostante, da tempo, una serie inesauribile di
fiction come per esempio Il Commissario Montalbanoo Il maresciallo Rocca abbiano
propagandato un’immagine assolutamente prona alla correttezza formale e a un
trattamento scevro da qualunque brutalità da parte delle forze dell’ordine, il
prosaico realismo consegnatoci dall’espressione cara al milieu rimane il
permanente sfondo dell’interrogatorio di polizia. Al proposito vale sicuramente
la pena di ricordare che è abitudine, tra coloro i quali corrono il rischio di
incappare in un fermo o un arresto di girare con una lametta a portata di mano,
solitamente nella bocca, in modo da potersi procurare all’occorrenza una certa
quantità di lesioni in modo tale da interrompere l’interrogatorio e accedere al
ricovero ospedaliero. In altre circostanze, invece, chi non ha lamette a
disposizione cerca di tagliarsi, o procurarsi vistose lesioni, buttandosi contro
una finestra e, attraverso questa via estrema, porre fine all’interrogatorio e
trovare rifugio in un Pronto soccorso8. Tutto ciò per dire che la violenza da
parte delle forze dell’ordine non è certo una eccezione ma una costante se non
proprio certa, assai probabile. Tuttavia siamo ben distanti dal poter
considerare tutto questo alla stregua di tortura anche perché, notoriamente, per
i torturati l’escamotage dell’autolesionismo e conseguente ricovero ospedaliero
non è certo una carta giocabile. Il fatto stesso che la polizia, di fronte a
lesioni e ferite, si fermi indica come, per quanto brutale e violento,
al passage à tabac non è consentito varcare una certa soglia. Perché vi sia
tortura, per prima cosa e anche indipendentemente dal livello di violenza
esercitata, occorre che vi sia una decisione politica ovvero che la violenza non
sia il frutto della libera iniziativa di questo o quel funzionario ma che la
decisione della violenza e delle sue forme appartenga per intero allo Stato. Non
si tratta di una sottigliezza ma di un passaggio nodale.
Nel caso della violenza, che in certi casi può assumere anche gli aspetti propri
della tortura, frutto dell’abitudine costume poliziesco non vi è una regia
centralizzata e un obiettivo politico da raggiungere mentre, quando la violenza
è il frutto di una decisione politicamente centralizzata, il tutto ruota intorno
al raggiungimento di precisi obiettivi politici. La tortura, e ne è un aspetto
sicuramente non secondario, è finalizzata a far parlare il soggetto/oggetto
inquisito ma non solo e anzi, come il G8 genovese ha ampiamente testimoniato,
l’obiettivo perseguito non ha nulla a che vedere con il reperimento di
informazioni. Scopo principale della tortura è spezzare e annullare l’identità
politica e sociale del torturato, annichilirlo e terrorizzarlo e per questo il
suo livello di violenza, a trecentosessanta gradi, è incommensurabile al più
noto passage à tabac.
Per i mondi illegali e per le stesse forze di polizia, a conti fatti,
il passage à tabacrappresenta una prova e un rito di passaggio. Attraverso di
questo si pesa il soggetto con il quale si ha a che fare, lo si classifica. Chi
passa la prova dal milieu sarà considerato un “bravo ragazzo”, uno del quale ci
si può fidare mentre, da parte poliziesca, sarà archiviato come uno che non
parla e con il quale non è il caso di perdere troppo tempo. Certo tutto ciò non
fornisce la certezza di non dover più passare attraverso quell’esperienza ma
sicuramente un po’ l’allontana. In ogni caso il passage à tabac ha come sola e
unica finalità la confessione e la delazione nei confronti dei possibili
complici, la tortura va di gran lunga oltre. Per quanto il reperimento di
informazioni rimanga un suo obiettivo si può arrivare a dire che, per certi
versi, questo è ciò che sta in superficie ma il vero scopo della tortura è
distruggere e piegare l’anima del prigioniero. L’uso del terrore mira
esattamente a ciò. Quanto andato in scena a Genova ne rappresenta non solo una
eccellente esemplificazione ma un vero e proprio paradigma. Banalmente ai
prigionieri non doveva essere estorta alcuna informazione, nulla doveva essere
scoperto, nessun ipotetico complice doveva essere identificato, alcun piano
sventato tanto che i prigionieri non sono stati sottoposti a interrogatorio ma
“semplicemente” brutalizzati e terrorizzati. Se, in qualche modo, erano entrati
nelle caserme pensando che un altro mondo è possibile, dovevano uscirne non solo
sapendo che nessun altro mondo era possibile ma talmente piegati e terrorizzati
da non poter neppur pensare a qualcosa di diverso. Ogni forma di resistenza
alla globalizzazione del capitale doveva essere tanto rimossa quanto
annichilita. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo politico perseguito dal
potere politico attraverso l’uso sistematico della tortura. Del resto il fatto
che oggetti della tortura fossero gli stessi gruppi pacifisti e di ispirazione
religiosa qualcosa ha ben voluto dire9. Ciò che doveva essere estirpato era
qualunque forma di “pensiero critico” nei confronti della globalizzazione del
capitale e del pensiero unico che questa si porta appresso.
L’abito fa il monaco
Ma questo scenario era così imprevedibile? Di quanto andato in scena, nelle
giornate immediatamente a ridosso del Vertice, era così impossibile averne un
qualche sentore oppure, al contrario, non pochi indizi potevano far presupporre
che le giornate del Vertice sarebbero state tutto tranne che un pranzo di gala?
Ciò che si stava verificando in città mentre le date del Vertice si avvicinavano
non dava alcun segnale di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto? Il clima che
si respirava in città, e in particolare nella zona centrale che di lì a poco
sarebbe diventata addirittura non transitabili e gli stessi residenti, se non
muniti di uno speciale lasciapassare, costretti a rimanervi segregati, era cosi
sereno? Perché, a conti fatti, come autentici dilettanti allo sbaraglio gli
organizzatori ufficiali del Contro Vertice, ovvero tutte quelle organizzazioni
confluite nel Genoa Social Forum 10, hanno obiettivamente mandato al macello
centinaia di migliaia di persone? Di quale malinteso, a conti fatti, la
tragicità delle giornate genovesi è stato l’effetto? Fatale, in tutto ciò, è la
cornice teorico – politica che ha fatto da sfondo all’organizzazione del Contro
Vertice la quale, proprio in quelle giornate, ha conosciuto, insieme alla sua
più radicale smentita, il suo inevitabile declino11. Prima di affrontare i
guasti di detta ipotesi politica caliamoci un attimo nel mondo empirico partendo
con la descrizione del fenomeno, il quale notoriamente è più ricco della legge,
per passare poi a una sintetica disamina delle fatidiche giornate. Un piccolo
resoconto etnografico può già fornire l’idea di che cosa stesse bollendo in
pentola. Si tratta di un episodio, persino divertente, che mi ha visto coinvolto
in prima persona e del quale ho un ricordo più che nitido, episodio avvenuto
quattro giorni prima che le giornate del Contro Vertice prendessero le mosse,
parliamo quindi del quindici luglio.
A fine giugno avevo partecipato al Campionato europeo di powerlifting tenutosi a
Londra. Campionato che, anche un po’ fortunosamente, avevo vinto. Avevo
gareggiato nella categoria dei novanta chili rientrandovi con una qualche fatica
per cui due settimane dopo ero sicuramente più pesante di almeno tre o quattro
chili ma in buona forma. Diciamo che per strada non era proprio facile passare
inosservati. A questa massa non proprio rientrante nella norma va aggiunto un
abbigliamento altrettanto poco convenzionale, ovvero il tipico look da palestra
insieme agli inevitabili capelli rasati. Così combinato,insieme a un cucciolo
che a dieci mesi pesava già quaranta chili e sembrava avere il classico argento
vivo addosso, entro nel labirinto dei vicoli del Centro storico cittadino per
fare la spesa. Imboccata via san Luca12 incrocio un gruppo di ragazze e ragazzi
con un cucciolo di labrador. I due cani iniziano a giocare dando vita alla
classica situazione nella quale cuccioli particolarmente giocosi si incontrano e
finiscono con l’attirare l’attenzione dei passanti. Il gruppo è formato da due
ragazze e tre ragazzi con una età che, a occhio, poteva andare tra i diciotto e
i venti anni. Dall’aspetto, ossia taglio dei capelli, vestiario e zainetti
incarnano il modello idealtipico del no global radicale ma non troppo. Non hanno
facce da strada e non sembrano neppure appartenere a quei settori giovanili di
“classe operaia dura” abitualmente presente tra i vicoli dell’angiporto. I loro
modi sono gentili ed educati e assai consoni a chi può vantare più una lunga
militanza tra i boy scout e le associazioni di volontariato che tra le file di
un qualche gruppo duro, radicale e pronto allo scontro di piazza. La loro aria
ha ben poco di coatto o sgamato piuttosto quella dello sprovveduto che
attraversa luoghi a lui sostanzialmente estranei come del resto, ancora nel
2001, il Centro storico poteva presentarsi. Se nel look, in qualche modo,
possono vantare anche una vaga affinità con i punk-bestia questa è la medesima
che poteva avvicinare i lettori di “Noi giovani”13 con la beat generation!.
Finita questa sintetica descrizione riprendiamo il racconto.
Mentre i cani giocano con l’inevitabile intreccio dei guinzagli e via dicendo
veniamo letteralmente circondati da una decina di poliziotti che in maniera
decisamente brusca ci chiedono i documenti. I tipi sono decisamente esagitati e
sopra le righe come se tra noi avessero individuato Matteo Messina Denaro o
qualcuno di calibro affine. L’attenzione si concentra immediatamente sui
ragazzini, mentre io vengo tenuto in disparte, i quali vengono attaccati al muro
e perquisiti, ragazze comprese anche se, di norma, avrebbero dovute essere
perquisite da un agente donna ma evidentemente i nostri, anche se a modo loro,
erano già post gender. Ovviamente, nei confronti delle ragazze, non mancano una
serie di apprezzamenti sessisti mentre i ragazzini vengono apostrofati, con
battute come frocetti e via dicendo. La perquisizione corporale ovviamente non
porta a nulla e quindi l’attenzione passa agli zainetti il cui contenuto viene
rovesciato con sfregio in mezzo a via san Luca. Da un paio di questi fuoriescono
dei libri alla vista dei quali delle 44 Magnum o delle P38 avrebbero suscitato
una reazione decisamente più composta. Iniziano così una serie di tiritere sugli
studenti e gli intellettuali sulle quali non è il caso di soffermarsi poiché
sono l’esatta fotocopia delle tradizionali retoriche plebee rivolte al ceto
intellettuale14.
La cosa dura una buona mezz’ora poi, tenendoli sempre attaccati al muro, passano
al controllo dei documenti via centrale. In mezzo a tutto ciò vi sono una serie
di dichiarazioni che, senza che la fantasia debba intervenire, fanno ben capire
cosa si sta profilando all’orizzonte. Alla fine li mollano dicendogli: Tanto il
culo ve lo spacchiamo tra qualche giorno. A quel punto rimango solo io e già sto
immaginando che sarò fermato, portato in Questura e chi più ne ha più ne metta.
Soprattutto sono preoccupato per il cane e sto pensando di lasciarlo alla mia
parrucchiera di fiducia che fortunatamente è nelle immediate vicinanze . Faccio
per mettere mano al portafoglio per mostrare i documenti e, con non poca
sorpresa ma anche molto sollevato, incontro lo sguardo amicale del poliziotto
che mi dice: Ma figurati, tu non sei come quelli là. Ringrazio e, con molta
calma e ricambiando il sorriso, mi dirigo verso un negozio vicino per completare
la spesa. Tutto ciò non deve stupire perché, come ha evidenziato la ricerca
sociologica, l’aspetto di una persona influisce notevolmente sui comportamenti
delle forze dell’ordine15. Nell’azione della polizia vi è sempre uno sfondo
antropologico originato da un insieme di pregiudizi proprio delle retoriche di
senso comune16 come, del resto, è ogni giorno facilmente constatabile osservando
i comportamenti polizieschi nei confronti della popolazione immigrata17.
Questo episodio, è bene sottolinearlo, è stato tutto tranne che un caso isolato.
La caccia al no global era palesemente dichiarata e che la caccia avrebbe preso
le sembianze della guerra qualcosa di più di una semplice ipotesi di scuola. Di
ciò se ne è avuta una corposa conferma nelle giornate successive, soprattutto in
quella del 21. Sull’andamento differenziato delle giornate occorre soffermarsi
poiché sono in grado di raccontare qualcosa di non convenzionale che la
narrazione ufficiale intorno al G8 ha per lo più eluso. Come noto, in realtà, le
giornate sono state tre e non due anche se, quella del 19 luglio incentrata
principalmente sulla “questione immigrazione”, è stata una manifestazione più
ufficiosa che ufficiale. Questa giornata, con tantissima partecipazione anche se
una parte consistente dei manifestanti era ancora in viaggio verso Genova, si è
svolta senza incidenti e, almeno, in merito al discorso che stiamo facendo non
vi un granché da dire. Spiccava, certamente, il numero impressionante di forze
dell’ordine disseminate lungo il percorso del corteo, il loro fare piuttosto
aggressivo il che, solo con il senno del poi, poteva interpretarsi come una
avvisaglia, ancora sul piano del simbolico, di ciò che i giorni successivi
portavano in grembo. Il 19, in ogni caso, fila liscia e si conclude il Piazzale
Kennedy18 con un comizio di alcuni esponenti del Genoa Social Forum e il
concerto dell’icona no global del momento, Manu Chao. Nel corso della serata si
svolge anche una riunione “informale” dei responsabili organizzativi delle varie
componenti del Genoa Social Forum ed è una riunione interessante perché mostra
la totale incomprensione di questi nei confronti della realtà e delle dinamiche
che di lì a qualche ora i manifestanti si troveranno a affrontare. Per farla
breve nessuno ipotizza la possibilità di un attacco di una qualche consistenza
da parte delle forze dell’ordine e l’unico problema che viene posto è il
controllo dei gruppi che stanno fuori dal perimetro del Genoa Social Forum.
Nessuna organizzazione dispone di una struttura “militante” anche perché tra le
tante perle teoriche elaborate comunemente dalle componenti del Genoa Social
Forum vi è proprio la critica, il rifiuto e la condanna di tutte quelle pratiche
“novecentesche” sulle quali il Movimento dei Movimenti è stato in grado di
porre, senza rimpianti di sorta, la parola fine. Questo il frame analitico con
il quale gli organizzatori si apprestano a affrontare le giornate successive.
Stato d’eccezione
Veniamo così alla prima vera e propria giornata del Contro Vertice, il 20
luglio. La dinamica reale dei fatti, nonostante la morte di Carlo Giuliani, non
sembra raccontare l’esistenza, da parte delle forze dell’ordine, di una
strategia pianificata anche perché in virtù della dislocazione logistica delle
manifestazioni non si mostrava realistica una pianificazione dell’attacco a
tutto tondo. Troppe le manifestazioni e gli appuntamenti in giro per la città
per poter pensare di trattarli come poi è avvenuto il 21. Diciamo che il 20 può
essere considerato un prologo di quanto accaduto il giorno dopo ma un prologo
che sicuramente ha avuto esiti contraddittori. Va rilevato infatti che,
contrariamente a quanto per lo più raccontato dalla pubblicistica inerente ai
fatti genovesi tutta incentrata sulla vittimizzazione del movimento, nel corso
del 20 in non pochi casi non secondari spezzoni del movimento sono stati in
grado di ribaltare i pronostici ovvero respingere gli attacchi delle forze
dell’ordine, contrattaccare e colpire gli obiettivi che si erano prefissati. Il
bilancio del 20, pertanto, non è così lineare e mostra come, a conti fatti, lo
spazio metropolitano più che delle forze dell’ordine sia amico degli insorti.
Ciò che sembra importante rilevare è come la giornata del 20, parafrasando
Engels, abbia posto all’ordine del giorno una “nuova scienza delle
barricate”1 in grado di scompaginare gli assetti militari delle forze
dell’ordine. Volendo studiare, sul piano del “pensiero strategico”, quanto
andato in scena il 20 luglio si potrebbe asserire che la tattica messa in campo
da una parte neppure minimale dei manifestanti è stata una sorta di
rivisitazione in chiave metropolitana della teoria militare di Mao e Sun Tsu2.
Quattro aspetti, in particolare, sembrano legarsi a ciò. Il primo, che assume
una valenza strategica, consiste nel rovesciare completamente il frame in cui il
nemico vorrebbe ascriverti ovvero prendere l’iniziativa anziché subirla quindi
attaccare invece che difendersi. In questo modo, da un lato si assesta un colpo
mortale di tipo cognitivo ancora prima che militare al nemico, il quale scende
in campo per aggredire e non prende minimamente in considerazione l’ipotesi di
essere esso stesso quello attaccato, dall’altro lo si obbliga a rincorrere in
continuazione l’azione dell’avversario obbligandolo a improvvisare e
impedendogli di ragionare strategicamente. Non è un caso che coloro i quali si
sono mossi in una logica difensiva, anche provando a combattere, il 20 luglio
siano stati massacrati. In seconda battuta l’utilizzo del territorio come
risorsa. Palesemente gran parte dei gruppi che si sono battuti si sono “armati”
utilizzando le cospicue risorse che la metropoli è per forza di cose costretta a
fornire. Ciò ha finito con il ridicolizzare, più che le forze dell’ordine in
quanto tali, l’organizzazione ipertecnologica della quale queste si fanno vanto
poiché una strumentazione minima ha messo in crisi autentici Robocop e tutti i
gadget a questi annessi. Il terzo elemento è stato dato dall’apparire dove le
forze di polizia non se lo aspettavano, quindi agire velocemente evitando o
limitando al massimo lo scontro diretto. Questa è una tattica classica del
maoismo che si porta appresso un duplice effetto: colpire in piena sicurezza
l’obiettivo ma, soprattutto, demoralizzare e frustare l’umore del nemico che si
ritrova, di fatto, continuamente sotto scacco. Anche il quarto aspetto deve
molto al maoismo. Chiunque presente nella giornata del 20 ha potuto facilmente
constatare come i gruppi offensivi agissero più come plotoni che come armata
ovvero marciavano divisi per colpire uniti. Il 20 il grosso dei feriti e dei
prigionieri c’è stato proprio tra coloro che marciavano nei panni dell’armata la
quale, in caso di attacco, avrebbe costituito la massa d’urto contro la quale le
forze nemiche si sarebbero infrante. Gli esiti arcinoti degli eventi hanno
dimostrato quanto irrealistica si mostrasse detta scelta strategica. A fronte
dello strapotere tecnologico delle forze dell’ordine ogni anche coraggioso
tentativo di difesa si è velocemente trasformato in una rotta senza capo né
coda. Tutto ciò ha fatto sì che, nonostante la brutalità messa in campo e la
pratica della tortura già in atto nei confronti dei prigionieri, la giornata del
20 possa essere archiviata come una giornata nella quale, per il comando
internazionale del capitale molti conti sembravano non tornare. Significativo il
fatto che di ciò praticamente non si parli, mentre centrale diventa il
sottolineare il tratto repressivo della giornata e questo non tanto per
colpevolizzare le forze dell’ordine bensì per cancellare dalla memoria l’idea
stessa che lottare e vincere è possibile. Non per caso coloro i quali si sono
battuti con successo sono stati bollati come provocatori, infiltrati, fascisti e
via dicendo del resto è almeno da Piazza Statuto3 che questo ritornello, più
ossessivo di un tormentone estivo, viene ripetuto.
Passiamo così alla fatidica data del 21 luglio. Questa è la giornata chiave del
G8 genovese. Gli eventi sono di una linearità e semplicità sconcertante. Il
calendario del Contro Vertice prevedeva un solo e unico appuntamento, un corteo
che doveva partire dalla zona Foce4 e quindi attraversare un certo numero di vie
cittadine. Nonostante quanto accaduto il giorno, non solo e soltanto in
relazione alla morte di Carlo Giuliani, ma per il modo decisamente belligerante
mostrato dalle forze dell’ordine, gli organizzatori ufficiali della
manifestazione (ovvero il Genoa Social Forum) non adottarono nessun accorgimento
di autodifesa anzi si adoperarono non poco per far sì che il corteo fosse del
tutto “disarmato”. Se, per quanto in maniera grottesca, organizzarono una
qualche forma di Servizio d’Ordine questo aveva il compito di isolare i
“cattivi” e i “provocatori” dalla parte sana dei manifestanti. Un comportamento
non così incomprensibile visto che la sera prima, di fronte al cadavere ancora
caldo di Carlo Giuliani, i vertici del Genoa Social Forum si affrettarono a
bollare Carlo come un “punkabbestia tossico” che nulla aveva a che vedere con la
gran parte dei manifestanti. Palesemente per la dirigenza del Genoa Social Forum
il problema non erano le forze dell’ordine, anche se sarebbe più sensato dire
che il loro problema non era il comando internazionale del capitale poiché, in
fondo, le forze dell’ordine non erano altro che il braccio militare di un
cervello politico, bensì tutta quella componente dei manifestanti che il giorno
prima aveva dimostrato di saper mettere i bastoni tra le ruote ai disegni del
potere politico.
Il Genoa Social Forum si poneva dunque l’obiettivo di pacificare il corteo e,
all’occorrenza, reprimere ogni pratica di attacco. Questo lo scenario nel quale
precipitano circa 350.000 persone (questa la stima approssimativa dei
partecipanti al corteo del 21) che intorno alle 15 iniziano a muoversi da Corso
Italia verso Piazza Rossetti. Nelle prime 10/15 fila è concentrato il gotha del
Genoa Social Forum distanziato di una ventina di metri dal resto dei
manifestanti, metri che, col senno di poi, mostreranno di avere più che una
ragione. Dal canto loro le forze dell’ordine, oltre a quelle tenute in riserva
nelle immediate vicinanze del corteo, sono massicciamente dislocate di fronte al
corteo formando un angolo retto tra Corso Italia e Piazza Rossetti dove, cioè,
secondo il percorso concordato doveva svoltare e dirigersi il corteo. Altre
forze visibili non sembrano essercene a parte alcuni elicotteri che svolazzano,
però abbastanza alti, sul corteo. Repentinamente la testa del corteo, pressoché
in solitudine, parte e, pochi metri dopo, svolta verso Piazza Rossetti
mettendosi, apparentemente, in salvo. A quel punto, senza alcun motivo, tutte le
forze dell’ordine schierate iniziano a sparare lacrimogeni, gli elicotteri si
abbassano e anche da questi iniziano a essere sparati i candelotti mentre, come
per magia, dai tetti delle case circostanti si materializzano non pochi tiratori
che iniziano a fare il tiro al bersaglio contro il corteo. Questo, del tutto
impreparato, sbanda paurosamente e fugge assumendo, per forza di cose, una forma
goffa e scomposta. A quel punto il lancio di lacrimogeni si affievolisce e
partono le cariche. Una quota di manifestanti cerca rifugio buttandosi sulle
spiagge sottostanti e, a conti fatti, risulterà una delle peggiori soluzioni.
Nessuno aveva fatto sicuramente caso ai gommoni che stazionavano sul mare o, se
li avevano notati, pensavano che fossero i soliti gommoni che in estate
pullulano nel mare cittadino. Su questi, però, non c’erano bagnanti ma forze
dell’ordine le quali, appena iniziate le cariche, avevano fatto prua verso le
spiagge pronte allo sbarco. Così, chi pensò di salvarsi sulle spiagge, si trovò
chiuso a monte dalle cariche e a mare dalle truppe appena sbarcate. Questi
saranno i primi a essere massacrati, catturati e torturati.
Il resto della giornata è un continuum di quanto appena raccontato. La
Diaz5 sarà la classica ciliegina sulla torta che ben si coniuga con il prelievo
e arresto dei feriti dentro gli ospedali, i lacrimogeni sparati contro le
ambulanze e il sistematico pestaggio e arresto di chiunque non fosse in grado di
correre abbastanza veloce. Anche se qualche forma di resistenza è stata tentata
questa non ha avuto, e neppure poteva avere, alcuna incidenza sull’andamento
della battaglia. Questa non poteva che essere persa in partenza poiché il modo
stesso in cui la manifestazione era stata pensata e organizzata consegnava i
manifestanti al nemico. Si potrebbe andare avanti ore a raccontare episodi della
giornata il che, però, non modificherebbe di una virgola quanto sinteticamente
descritto. La giornata del 21 vede il trionfo del Vertice nei confronti del
Contro Vertice e questo è quanto.
Giunti a questo punto appare sensato provare a trarre qualche indicazione da
quanto andato in scena. A molti, o almeno a quelli che per età anagrafica
provenivano dagli anni Settanta, le prime cose che vennero in mente furono le
immagini del golpe cileno. Una comparazione sulla quale si può ampiamente
concordare poiché, nei nostri mondi, scenari simili non si erano mai visti e
tanto meno dati neppure nel corso degli anni Settanta dove, per quanto di bassa
intensità, l’Italia è stata attraversata dalla guerra civile. Il confronto con
il Cile è quanto mai azzeccato ma non tanto per le forme di repressione
riscontrate ma per ciò che queste ratificano nel rapporto tra classi dominanti e
masse subalterne. A conti fatti, quanto osservato a Genova, in assoluto non è
per nulla una novità, ma lo è se consideriamo il perimetro dell’Europa
Occidentale e, più in generale, dell’Occidente nel suo insieme. Ciò che è andato
in scena a Genova può essere considerato esattamente come la cifra della
globalizzazione un’asserzione che, in prima battuta, può apparire come una
boutade ma che, a uno sguardo minimamente attento, si mostra densa di non poco
realismo. Ciò che è andato in scena nel corso delle giornate genovesi non
testimonia niente altro che due cose: la fine della
legittimità 6 storico–politica delle masse subalterne e, come diretta
conseguenza di ciò, il venir meno di ogni forma di mediazione tra comando
internazionale del capitale e quote sempre più alte di subalterni anche nei
nostri mondi. In altre parole quel “patto socialdemocratico”7 che aveva
caratterizzato il secondo dopo guerra dell’Europa Occidentale e, pur se con
sfumature non secondarie, il mondo Occidentale è venuto meno. Nel momento in cui
il mondo si è fatto uno a farsi egemone come modello di governo delle masse
subalterne, attraverso un processo a cascata, non sono stati i diritti e le
garanzie presenti in Occidente bensì le forme di dominio proprie di ciò che
comunemente veniva definito Terzo mondo. A farsi egemone è stato un modello
tipico del mondo coloniale dove, notoriamente, alle masse è riconosciuta voce ma
non linguaggio8.
Con ciò viene meno il riconoscimento della dimensione politica dei subalterni la
cui dimensione assume sempre più quella della “massa senza volto” e quindi
deprivata di ogni spazio di mediazione politica e sociale9.
La topica colossale coltivata dalle organizzazioni del Genoa Social Forum è
stata proprio quella di non aver letto l’oggettività di questo passaggio e aver
tentato, su scala globale, la riattivazione di un “patto socialdemocratico” che
il potere politico, però, non ha più nelle corde. Le giornate del G8 genovese
hanno posto fine a un malinteso che il Genoa Social Forum ha coltivato, in
maniera obiettivamente autistica, sino all’ultimo. Genova non ha significato la
fine di tutto, la pietra tombale sul Movimento o il venir meno di ogni forma di
resistenza e contrapposizione bensì l’inizio di una nuova fase del conflitto. Il
G8 genovese ha sicuramente chiuso il capitolo del Novecento il che non vuol dire
che abbia azzerato le contraddizioni del capitalismo e dell’imperialismo, semmai
le ha amplificate. In questi venti anni abbiamo assistito a tutto tranne che a
una qualche forma di pacificazione sia perché le tensioni interimperialiste
hanno fatto precipitare il mondo in una guerra permanente dagli esiti incerti,
sia perché movimenti di massa non secondari hanno e stanno scuotendo alla base
gran parte delle certezze che l’era globale pensava di portarsi appresso. In
tale ottica, allora, le ceneri del G8 sparse ai quattro venti non hanno nulla di
funereo ma, con molto più realismo, appaiono come semi dell’Angelus Novus.
Riceviamo e diffondiamo:
sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti
ORE 11- Presidio al carcere di Brescia
ORE 13- Paninata benefit al circolo
ORE 15- Musica e caciara
Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di Canton Mombello, si è innescata
la scintilla della rabbia di alcunx detenutx che vivono in una delle carceri più
sovraffolate d’ italia.
Ancora una volta, il fuoco dei materassi marci sui quali dorme chi è statx
privatx della libertà, fa meno rumore dei giorni di prognosi che vengono
regalati alle guardie dopo le rivolte.
A fare notizia, ancora una volta, non è stata la condizione micidiale di chi sta
dietro le sbarre, ma il secondino rimasto “ferito” durante quelle che vengono
definite operazioni per riportare la situazione sotto controllo.
Sotto quello stesso controllo che spesso e volentieri uccide, sotto i
manganelli, in solitudine, nella sporcizia delle celle, soffocando nel contare i
respiri.
Tutte le carceri e i cpr sono luoghi in cui si muore, o meglio, si viene
assassinatx dallo stato e Canton Mombello, con il suo tasso di sovraffollamento
del 203%, non fa certo eccezione.
Infatti, l’ agosto scorso, dietro quelle mura, una persona è stata suicidata
dallo stato nella sua cella rovente, riuscendo a uscirne soltanto con l’ inutile
tentativo di raggiungere l’ ospedale.
E se nelle gabbie dello stato lo spazio è già infinitamente insufficiente, a
toglierne ulteriore ci pensano i decreti legislativi di un governo che fa dei
suoi vessilli sicurezza e repressione.
L’ ultimo, approvato qualche giorno fa, estende il fermo preventivo, già in
vigore nel pacchetto sicurezza, anche ai minori di 18anni.
Lo scopo è palesemente quello di profilare razzialmente quella fascia di giovani
che fino ad ora venivano “soltanto” fermati dagli sbirri e sparati a sangue
freddo nei parchi di Rogoredo, come Abderrahim Mansouri, o investiti sotto le
gazzelle delle guardie, come Ramy.
In materia di misure preventive il governo Meloni ha dimostrato di averle
adottate come strumento prediletto per affogare il dissenso con punizioni
esemplari, inasprendo sempre di più le pene ed estendendo il potere d’
intrepretazione della legge a sbirri sempre più armati e legittimati.
Ed è proprio nel colpire chi lotta che queste misure trovano la loro massima
espressione,come il rinnovo del regime di tortura del 41bis ad Alfredo.
Come il carcere preventivo a Luigi e Bak che da 8 mesi sono agli arresti in
attesa di giudizio.
Come le indagatx del 16 giugno rilasciatx settimana scorsa dopo due settimane
agli arresti con la sola “prova” di possedere fanzine di carta, operazione
evidentemente costruita con la squallida scusa di sgomberare lo spazio del
Bencivenga.
O ancora come le 91 persone schedate per aver espresso solidarietà a Sara e
Sandro sul luogo della loro morte.
Se il potere costituito si illude di riuscire ad affogare la libertà sotto una
pioggia di decreti legislativi attraverso il ricatto della prigione, resistere
in questa tempesta liberticida, oltre ad essere una necessità inalienabile, è un
compito indispensabile alla frantumazione di un sistema sempre più elitario e
fascista.
Quando la repressione è legge la rivolta è dovere
Contro ogni frontiera e ogni prigione
Libertà per tuttx!
A fianco di Alfredo, Anna, Juan, Bak, Luigi, Pietro, tuttx le indagatx del 16
giugno e tuttx lx detenutx
https://www.lindipendente.online/2026/07/16/molti-ucraini-non-vogliono-piu-andare-in-guerra-leopoli-in-rivolta-contro-i-soldati/
A poche settimane dalla richiesta di ritirare il progetto della tratta nazionale
Avigliana-Orbassano, l’Unione Montana Valle Susa torna a chiedere che Governo,
Regione Piemonte e RFI prendano atto della realtà. […]
The post Avigliana-Orbassano: si rafforza la richiesta di ritirare il progetto.
Ma il Commissario insiste sull'accelerazione first appeared on notav.info.
Da franalapiana.noblogs.org Dal Presidio No Tav di San Giuliano vi invitiamo a
partecipare ad un campeggio sui terreni liberati della Piana di Susa. Da
Traduerivi a Santa Petronilla (dove sorge il […]
The post 30 luglio/ 2 agosto: Presidio No Tav di Traduerivi - Campeggio della
Piana first appeared on notav.info.
Dedichiamo la puntata ai 25 anni dai tre giorni di Genova 2001. Il nosro intento
non è quello di una cronistoria, ma piuttosto di provare ad unire i puntini per
capire l’eredità di quel momento storico che ha rappresentato uno dei momenti di
rottura più incisivi nel panorama politico repressivo.
Lo spettro dei blackblock e la conseguente narrazione distorta è ancora oggi
vivissima ed in buona parte ha stracciato quei legami che oggi appaiono
impossibili, ma soprattutto ci lascia in eredità un insieme di misure repressive
che di anno in anno costruiscono un muro sempre più invalicabile. Un muro che
divide la società in tante sezioni, non solo in pacifici e violenti.
Quello che dobbiamo riscoprire dopo 25 anni è la creazione di alleanze insolite,
fuori dagli schemi ideologici o di pratica.
Questa è la musica usata
01 – Ladytron – Discotraxx
02 – Assalti frontali – Rotta indipendente
03 – Bandabardò – Manifesto
04 – Il teatro degli orrori – Genova
05 – Linea 77 – Avevate ragione voi
06 – Punkreas – WTO
07 – Rage against the machine – Voice Of The Voiceless
08 – Rage against the machine – Calm Like A Bomb
09 – Manu Chao – Mi Vida
10 – Skalariak – Nuestra Manifestacion
11 – The Sabotage – Police Attack
12 – Sud sound system – Nu Tradire Mai
13 – Asian Dub Foundation – Free Satpal Ram
14 – Bad religion – Let It Burn
15 – Eels – Teenage witch
16 – L.A. Salami – I Need Answers
17 – Fugazi – Epic problem
18 – Ink And Dagger – The Lines Of Lies
19 – Joshua Idehen – Once in a Lifetime
20 – Angry Samoans – Dope on the scarecrow