Salari erosi dal carovita, scuole senza personale, servizi pubblici in
difficoltà e pompieri che chiedono uomini e mezzi. Conflitti diversi cominciano
a convergere mentre il governo risponde alle proteste con …
Bosco Ospizio, dopo le ruspe arrivano i fogli di via. Alberi abbattuti e
attivisti allontanati. Ora la Questura usa le misure preventive del Codice
antimafia per espellere dalla città chi …
IL MOVIMENTO NO TAV ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE DEL 10 OTTOBRE INDETTA DAI
SINDACI
I lavori della metropolitana sono ad un punto morto e non c’è certezza su tempi
e costi di completamento e messa in esercizio.
Residenti nell’area, attività commerciali e l’intera popolazione della zona
Ovest e Bassa Valle Susa, vivono da anni il disagio dovuto a cantieri
interminabili e all’assenza di un vero trasporto pubblico.
La manifestazione del 10 ottobre, indetta dai Sindaci di Rivoli, Collegno e
Grugliasco, è molto importante, affinché anche nel chiuso dei palazzi (dove si
decidono le priorità di spesa), si senta il peso della mobilitazione della
cittadinanza.
Non c’è solo il ritardo dei lavori della Metro 1. Mancano i finanziamenti per il
prolungamento fino a Rivoli, come pure per la Metro 2 (che non potrà arrivare al
Politecnico) e poi l’assenza completa di trasporti ecologici,
frequenti e capillari su tutto il territorio.
Da Governo e Regione solo promesse, e briciole… “Non ci sono soldi!” Eppure i
soldi ci sarebbero. Si tace, infatti, sul fatto che, sempre in questo stesso
territorio, è in corso di approvazione il Progetto della tratta TAV
Avigliana-Orbassano, di 23 Km, dal costo previsto di 3 miliardi di euro, e che
vede da tempo “congelati”, ovvero accantonati 800 milioni.
Un Progetto per un’opera:
* palesemente inutile (la linea esistente, ampiamente ammodernata, è oggi
utilizzata ad un terzo della sua capacità);
* ambientalmente insostenibile (consumo di pregiati terreni
agricoli,intercettazione delle falde acquifere, rischio amianto);
* impattante sulla salute e la vivibilità del territorio (oltre 8 anni di
cantieri, polveri, inquinamento, traffico, difficoltà di accesso agli
Ospedali).
La vera infrastruttura strategica del nostro territorio è il trasporto pubblico
locale, il progetto TAV Avigliana-Orbassano deve essere ritirato.
I fondi disponibili devono essere destinati al trasporto pubblico locale, in
primo luogo alla Metropolitana.
Il Movimento No Tav aderisce con convinzione alla Manifestazione del 10 ottobre,
da Collegno a Rivoli.
PER IL RILANCIO DEL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE, CONTRO LE OPERE INUTILI E
IMPATTANTI: SÍ METROPOLITANA, NO TAV!
Movimento No Tav
APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 8 ottobre 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
Un ventenne è stato accerchiato e colpito alla testa con una bottiglia dopo aver
rimosso manifesti dell’organizzazione studentesca di CasaPound. Operato per una
frattura cranica. Mentre l’antifascismo viene criminalizzato, la …
Dodici ore di protesta al Don Bosco dopo la scoperta di microspie nelle celle.
Un reparto occupato, scontri con gli agenti e una diretta TikTok che porta fuori
dalle mura …
Ramphastidae Star Creched Blouse – Monopoly Child Star Searchers, The Garnet
Toucan
Attraverso – Riccardo Sinigaglia, Riflessi
Fswp w/ tal egg – YNO, 穹気
Diamond Robbers – Saeko Killy, Dertien
Fantasmas – FROM, Decoy
Ra7aal [رحال] – ZULI, ZULI Presents: Habibi Loops Vol 1
A O ES – Regno Maggiore, La Poesia Dell’Infinito Presente
B3 – Simplists inna hate trk – Simplists, Oversimplifies Reality
L’Etera Di Qualcuno – Sacro Bosco Mediazioni, Sacro Bosco Mediazioni
La Flûte Des Mornes – Max Cilla,La Flûte Des Mornes Vol.1
riding my bike to the studio feat. unkle foreign, unkle clay & unkle marco –
unkle G, Good Mother Lizard
Mineta – Marion Cousin & Eloïse Decazes, Com a lanceta na mão (Chants du
Trás-os-montes)
Heart 2 – Bellucci, Seta
Rosa dei Venti – Gianni Giublena Rosacroce, MUSICA DA CAMERA OSCURA
All Of A Sudden – Laraaji, Vision Songs, Vol.1
The Woodcutter’s Tale – Kraus
Cracolândia – ML
Vector Prodder – Kev Hopper
Gâteau aux oiseaux – Musique Chienne
Worth of the North – Pseudo Code
Seben – Les percussions de la montagne verte
Grün im Gesicht – Concentration
Trust No Woman – Zyx
Troglodytes – Nikolaienko
Orcande – Pairi Daeza
Tansissitaan kuutamolla – Edward Vesala
Romanaesca Guardame Las Vacas En Dublin – Lucia Bose & Gregorio Paniagua
Hotel Etoiles – Haruomi Hosono
Tuatara – Tipsy
Un mare aperto – Papiro
(disegno di guerrilla spam)
Da: officinaprimomaggio.eu
In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un
parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland)
nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici
del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si
chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila
follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider,
laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del
partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di
origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto
tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?”
Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a
Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di
estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a
Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce
lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con
loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU.
Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene,
grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte
ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non
posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen)
si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo
di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert
Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione
all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che
abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti
dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche
anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume.
Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70
anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una
piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni
con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi
fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR,
nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la
Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia.
Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera
diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la
votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le
regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con
capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con
capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono
particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa
d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese
fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della
forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne
vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone
prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la
globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e
lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone
incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei
colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta
verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD
che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati,
più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono
andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al
governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in
Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in
quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno
opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania
ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo
indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò
malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non
conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion
d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali
tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! –
persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma
persistono.
Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione
impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi
anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte
flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in
Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel
godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso
una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche
questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi
fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della
forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione.
In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello
dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti
degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione).
Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche
sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso
vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta.
Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione
alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della
classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù
iperprecarizzata.
Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone
sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male
economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico,
come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in
difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a
Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e
del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e
all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità
diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc.
L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali,
fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali
dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto,
così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”.
Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei
giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E
non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato,
avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di
sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano
queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive
positive”.
Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali.
Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con
posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le
cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti
sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività
delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come
l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non
c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima
membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della
Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni
soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto
il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi;
colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono
bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco
sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel
ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza
comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue
Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare
i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è
un neonazi, secondo me.
Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il
discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra
europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del
nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la
trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova
destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al
quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se
noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci
chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un
granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o
di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei
rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in
Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono
andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche
più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi
contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene
chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura,
logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in
genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro,
le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a
Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il
modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in
poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono
stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del
primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di
macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria.
Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare
con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha
fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato
l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo
a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario
al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura
tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché
la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della
procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva
incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che
aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere
soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del
sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il
colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a
dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa
congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare
sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz
che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una
nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore
di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato
sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il
mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci,
inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della
responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a
Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”.
Ma di che riforme sta parlando?
“Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale
che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno
i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di
destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica
abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose
vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e
la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la
soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul
rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per
formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle
loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io,
non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR.
Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il
rischio AfD”?
Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli
che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte
uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza.
Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione
online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi
l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke
(quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo
governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il
riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz
rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È
un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer)
costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che
possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente
comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è
uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”.
Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che
combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil.
Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare
vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi
questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità
indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di
competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz?
La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel
trattore è in panne?
Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi
predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha
portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la
loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen
prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero
fare? La stessa cosa: barcamenarsi.
Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un
rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di
fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a
vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le
nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle.
Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di
Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci,
sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il
rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può
creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del
prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino
e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti
sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella
riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi
che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella
parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella
fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista
della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus
aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura
tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho
viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund,
Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva
cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano
con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia”
diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove
hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto
un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove
abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità
scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio
internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per
infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo.
Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario
della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla
CDU.
Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR
– l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della
storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio
bologna)
Riviera Zazueta è stato arrestato: assicurava la logistica per il cartello di
Sinaloa all’aeroporto di Città del Messico. Era anche ricercato dalle autorità
di Catania per traffico di cocaina, tra i clienti anche la ‘ndrangheta
L'articolo Fentanyl e cocaina, El Flaco era ricercato da Italia e Usa ma operava
protetto in Messico proviene da IrpiMedia.
Ruspe e polizia nel Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove un progetto edilizio
minaccia un’area verde ricca di biodiversità. Il quartiere resiste e il presidio
incontra la lotta No Tav: esperienze diverse che si riconoscono nella difesa dei
territori.
Di Nicoletta Dosio da Osservatorio Repressione
A Reggio Emilia, chiuso tra reti di cantiere e sottratto alla vista da una cinta
di alti pannelli, c’era un bosco: un bosco urbano in un quartiere di periferia,
“tra la via Emilia e il West”, come direbbe Guccini. E’ un meraviglioso,
insostituibile polmone verde, sorto intorno ai ruderi dell’antico Ospizio
comunale, da cui prende il nome: il “Bosco Ospizio” appunto.
Del passato rimangono gli alberi secolari, ai quali, oltre ad un folto,
impenetrabile sottobosco, si sono aggiunte nuove varietà, figlie della natura
che sa rigenerare le rovine e farne giardini.
Ci raccontano un luogo pieno di vita vegetale ed animale, ricco di biodiversità,
che conserva nella sua parte più segreta una zona umida, punto di sosta per gli
uccelli migratori, popolata da diverse varietà di anfibi ed abitata da
salamandre e libellule.
Dunque una realtà preziosa per la città, da proteggere e difendere ad ogni
costo.
Invece l’area è stata dichiarata edificabile e messa in vendita, grazie alle
amministrazioni comunali succedutesi negli ultimi vent’anni, a partire
dall’amministrazione Del Rio, già sindaco nei primi anni 2000: sponsor di quella
cattedrale nel deserto che è la stazione del TAV con annesse superstrade a
cementificare una campagna fertilissima, poi ministro delle infrastrutture e
paladino del progetto TAV Torino-Lyon.
Ora il proprietario è Conad, la maggior catena italiana di supermercati. Oltre
al danno, anche le beffe: nel tentativo di rendere commestibile l’amaro piatto,
il gigante commerciale, in omaggio al motto pubblicitario “Persone oltre le
cose” di cui si fregia, concorda con il Comune di ospitare nell’area anche
edifici di pubblico interesse (una biblioteca e una Casa di Quartiere), nonché
un’ampia spianata di parcheggi. Risultato? Cemento e asfalto dove c’era vita e
bellezza.
Ma il quartiere non ci sta e nasce cosi l’Assemblea Permanente Bosco Ospizio,
che dallo scorso agosto, nell’imminenza degli annunciati lavori, occupa con un
presidio il terreno a rischio e ferma le ruspe che si accingono al
disboscamento. Denunciati dalla Conad per “violenza e invasione di area privata”
e diffidati con ordinanza della Prefettura, gli attivisti resistono ed hanno
ricostruito il presidio fuori dal perimetro del bosco, a ridosso delle barriere
che ne impediscono la vista e l’accesso. Ora l’interno del parco è visibile solo
attraverso gli spiragli praticati nella recinzione: attraverso quei varchi il
bosco ci parla, vestendosi di tutti i colori dell’autunno: i gialli e i rossi
sui quali va ad infrangersi la malinconia del pomeriggio che si fa sera.
Al presidio ci sentiamo tra compagni: la nostra storia nel movimento NO TAV si
fa racconto, dialogo serrato, scambio di esperienze. I presidianti si preparano
ad affrontare i rigori invernali con un piccolo campeggio di tende ed una cucina
allestita sotto un gazebo.
Le loro richieste di consigli ci risvegliano nel ricordo i giorni e le notti di
Venaus 2005, il presidio sotto la neve tra i bidoni roventi di fuochi accesi
contro il gelo, i minestroni fumanti e una moltitudine che nel pericolo e nella
lotta si ritrova e diventa comunità.
Tra le poche suppellettili del presidio c’è un piccolo scaffale-biblioteca:
libri che fanno compagnia, libri per pensare e per ingannare il tempo che, di
notte, non passa mai.
Mi ha colpito l’ennesima analogia con la lotta No TAV. Chiomonte 2011, Libera
Repubblica della Maddalena: attesa dell’esercito del TAV, che prima o poi
sarebbe arrivato con blindati, lacrimogeni e manganelli; il grande tendone
attrezzato a cucina dove, tra fornelli e provviste, ha trovato spazio un piccolo
scaffale di libri.
Anche in questo senso, nel presente rivive il passato e le lotte si
ricompongono, sentendosi sorelle nella materialità della vita, figlie dello
stesso amore e della stessa rabbia, unite nel conflitto irriducibile contro il
sistema che sulla guerra e sulla devastazione sociale e ambientale fonda il
proprio dominio e lo chiama pace.
………………….
E invece ieri, di buon mattino, al Bosco Ospizio sono arrivate le ruspe. Per
permetterne l’accesso l’intero quartiere è stato militarizzato. Bloccata nei due
sensi la via Emilia. Inseguiti dagli agenti, portati in Questura e denunciati
gli attivisti che hanno cercato di opporre resistenza salendo sugli alberi.
Una delegazione si è recata in Comune, chiedendo di incontrare il Sindaco, ma
non ha avuto risposta, se non dal Capo di Gabinetto. Silenzio anche da parte
dell’ASL e dell’ispettorato del lavoro a cui gli attivisti hanno denunciato la
totale assenza di misure di sicurezza all’interno e all’esterno del cantiere.
Nal tardo pomeriggio di ieri è stata convocata l’assemblea permanente che
decidere il da farsi. Così mi ha scritto una compagna del Presidio, a commento
delle foto e di un video che documentano la devastazione:
“In questa porzione di terra fino a stamattina c’erano alberi adulti, platani,
tigli, pioppi, cedri del Libano. Uccelli e fauna varia avevano la propria casa.
Quello che ci resta è la possibilità di andare a fare la spesa fino alla propria
morte. Ammesso che si riuscirà ancora a riempire gli scaffali e se ci saranno
ancora i mezzi per acquistare qualcosa…”
E invece stamattina, proprio mentre stavo per chiudere queste note, ecco un post
su Facebook che dice “i nostri hanno bloccato le ruspe…” e sollecita rinforzi.
Tutta Reggio Emilia è con loro, stanno arrivando messaggi di solidarietà da
tutt’Italia: Bosco Ospizio non si arrende, anche lì la lotta continua, vedremo
che succede nelle prossime ore.
Alcuni appresentanti dell’Assemblea Permanente Borgo Ospizio saranno con noi
alla marcia NO TAV il 3 ottobre.
Sabato 3 ottobre la Valsusa tornerà a marciare per dire no
all’Avigliana-Orbassano, nuova tratta nazionale parte del più ampio progetto del
Tav Torino-Lione.
Anticipata al 2033 nonostante i ritardi sul versante francese, dal costo
complessivo stimato oltre i 3 miliardi di euro e con una fase di cantiere dalla
durata prevista di almeno 8 anni,l’Avigliana-Orbassano è una variante di
tracciato su circa 24 km (di cui circa 17 km in galleria), la cui realizzazione
avrebbe gravi ricadute sulla salute, l’economia e la vivibilità dei territori
coinvolti.
Ma non è la sola tratta nazionale a preoccupare, nella Valle che resiste: sul
piatto ci sono anche l’ipotesi della riapertura dell’altoforno delle acciaierie
Beltrame tra San Didero e Bruzolo, oltre che alle carenze ormai strutturali
nella sanità pubblica, nei servizi di prossimità e nei trasporti.
La marcia popolare del 3 ottobre diventa dunque l’occasione per rivendicare, a
partire dall’esperienza della resistenza No Tav, l’opposizione alle politiche di
sacrificio della Valsusa e la possibilità di un futuro costruito dal basso sulle
necessità e aspirazioni reali del territorio.
Ne parliamo con Alice, compagna dell’Assemblea Bassa Valle.
Ripubblichiamo da Centro Studi Sereno Regis
27 settembre e 3 ottobre 2026. Due date, due chiamate in piazza.
Nel mezzo un filo teso a confine. Una linea continua che, negli anni, è
diventata un muro insormontabile, un rifiuto totale di ascoltare le ragioni
“fondate e provate” di un’intera Valle.
Da una parte un “vespaio di politicucci”[1] chiamati a raccolta per dire “si
alla Tav, no alla violenza”. Il loro mantra, il loro disco a solco chiuso,
ripete instancabilmente, dagli anni 90 del secolo scorso, “l’importanza della
Torino-Lione per il rilancio economico del Piemonte e dell’intero Paese”,
“…un’opera fondamentale per la transizione ecologica e la competitività dei
trasporti europei”. Qui si fermano. Nessuno di loro è mai andato oltre la frase
fatta, al tono da marketing! Non chiedetegli dati, proiezioni. Non domandategli
di impatti ambientali, paesaggistici, socioeconomici.
Assistereste solo ad una fuga degna del ben più simpatico beep beep.
(https://www.lagendanews.com/torino-il-fronte-del-si-alla-tav-rilancia-manifestazione-confermata-per-il-27-settembre/)
Dall’altra parte, unita e ostinata, la Valle di Susa richiama il suo storico
movimento per ribadire, ancora una volta, la totale e radicale contrarietà alla
realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino – Lione e della tratta
nazionale Avigliana – Orbassano. Ai mantra e agli slogan triti e ritriti la
Valle risponde con ragioni tecniche, economiche, sociali, storiche,
epidemiologiche.
Se i primi schierano “figure chiave del panorama politico e civico torinese”
[sic] quali Igor Boni, Silvia Manzi, Mino Giachino (animatore del movimento
SiTAV SiLAVORO), Stefano Giordano, Samuele Moccia, Cristina Peddis e Oreste
Gallo, il movimento NO TAV schiera la sua gente. Donne e uomini, ragazze e
ragazzi che, nel passare delle generazioni, si sono tramandati un bagaglio di
saperi e quella “ragionata ostinazione” che ha fatto del Movimento una delle
esperienze di lotta ambientalista più longeve della storia nazionale e, forse,
dell’Europa occidentale.
Tra i mantra degli uni e le argomentazioni degli altri, giusto nel mezzo, stanno
quei presupposti che, da sempre, hanno contribuito a costruire il dogma
dell’Alta Velocità ferroviaria Torino – Lione. Per definizione un presupposto
non è mai ontologicamente vero. È una condizione o un’affermazione implicita che
va considerata vera affinché un discorso o un’ipotesi abbiano un senso.
All’inizio degli anni Novanta i requisiti che giustificavano la costruzione
della nuova linea ferroviaria AV Torino-Lione erano l’imminente [sic]
saturazione della linea storica, la crescita dei traffici transfrontalieri,
l’integrazione delle reti europee Ten-T e il trasferimento modale da gomma a
ferrovia, con la conseguente riduzione dell’inquinamento dell’aria. In merito a
quest’ultimo punto è necessario richiamare alla memoria che “L’Unione Europea ha
cofinanziato l’opera ponendo come condizione tassativa la decarbonizzazione dei
trasporti transalpini”. Si diceva allora, e qualcuno ne è ancora convinto, che
“la nuova opera consentirà di togliere dalle strade oltre 1 milione di camion
all’anno e di far respirare meglio l’arco alpino grazie alla diminuzione di 1
milione di tonnellate di CO2 all’anno.”
https://www.fsitaliane.it/it/opere-strategiche/torino—lione.html
La decarbonizzazione attesa dal pieno utilizzo della futura linea AV, si scontra
con i dati relativi all’impatto emissivo legato alla realizzazione
dell’infrastruttura. TELT (Tunnel Euroalpin Lyon Turin) stima un’emissione
legata ai cantieri che oscilla tra i 3 e i 10 milioni di tonnellate di CO2
equivalente. Tale passivo ecologico inziale sarebbe compensato, sempre a detta
di TELT, in circa 15 anni di pieno esercizio della linea. La Corte dei Conti
Europea in una sua relazione speciale, evidenzia che, a causa dei volumi
imponenti di cantierizzazione e dei potenziali rischi di futuro sottoutilizzo
della linea, i tempi necessari per compensare interamente la CO2 prodotta
durante la costruzione salirebbero sensibilmente, stimandoli tra i 25 e i 50
anni.
Questi presupposti, nonostante un’abietta “ostinazione del falso”, sono via via
caduti, uno dopo l’altro, a riprova della loro originale infondatezza. Report,
calcoli, proiezioni e statistiche di organismi super partes hanno dimostrato una
realtà che non ha mai giustificato le ipotesi iniziali della linea AV Torino
Lione, che le ha sempre, sistematicamente confutate.
L’attuale linea storica fra Torino e Lione, negli ultimi trent’anni, non solo
non si è mai avvicinata alla saturazione, ma ha incontrato un declino storico
assestandosi negli anni su una quota oscillante tra i 2 e i 4 milioni di
tonnellate all’anno, pari a meno della metà del tonnellaggio della fine degli
anni 90, allora pari a circa 10 milioni di tonnellate. (Fonte: alpinfo)
La confutazione del secondo presupposto (reti Ten-t) la si può leggere nello
stato di attuazione della rete transeuropea, che soffre di un ritardo
pluriennale nell’avanzamento di tutti i grandi cantieri transfrontalieri, non
compatibile con il Quadro Finanziario dell’UE.
Sul trasferimento modale gomma – treno e sulla conseguente riduzione delle
emissioni di CO2 in atmosfera è necessario approfondire un tema sfuggito ai più
o, forse, volutamente tenuto ai margini.
In una recente puntata della trasmissione televisiva Rai “Presa Diretta”, nella
quale si parlava di rivoluzione della mobilità elettrica, il collaudatore Paolo
Mariano dichiara che sono ormai disponili camion elettrici la cui autonomia
consente di compiere viaggi di 1000 chilometri e che possono ricaricare le loro
batterie fino all’80% in venticinque, trenta minuti. Andando alla ricerca di
fonti e informazioni oggettive, l’ACEA (European Automobile Manufacturers
Association), dichiara che, “nel primo semestre dell’anno (2026), la quota di
mercato dei camion a batteria (BEV) nell’Unione Europea ha raggiunto il 4,8%
delle nuove immatricolazioni totali (in forte aumento rispetto a circa il 3,6%
dell’anno precedente), spinta soprattutto dai corridoi logistici di Germania,
Paesi Bassi e Francia (che da soli coprono circa il 74% del totale delle
immatricolazioni BEV europee).
Secondo l’EAFO (European Alternative Fuels Observatory), “i dati indicano una
rete in espansione concentrata lungo i principali assi stradali nord-europei
(Germania, Svezia, Paesi Bassi, Danimarca e Francia), sebbene la densità di
stazioni ad alta potenza (megawatt charging) lungo i corridoi del Sud Europa
resti ancora limitata”. La quasi totalità della diffusione dei tir elettrici è
concentrata lungo le direttrici del Nord Europa e dell’Europa Centrale (in
particolare l’asse Reno-Alpi e il corridoio scandinavo-mediterraneo nella sua
sezione settentrionale).
In questo contesto l’lCCT (International Council on Clean Transportation)
“evidenzia il divario geografico (“Europa a due velocità”): mentre i Paesi Bassi
e la Svezia registrano tassi di transizione avanzati (con quote di mercato
locali molto alte per i camion pesanti), i paesi del Sud Europa (inclusa
l’Italia) viaggiano con ritardi stimati tra le 4 e le 6 volte inferiori rispetto
alla media dell’UE27. Tra gli ultimi registriamo sempre dei meravigliosi
primati!
Aspettando la marcia del Movimento No Tav del 3 ottobre, da Sant’Ambrogio ad
Avigliana, vorrei proporre ai fan del “si al tav, no alla violenza” un semplice
esercizio.
Prendiamo un treno passeggeri ad alta velocità (i treni merci AV non esistono!).
Immaginiamoci un ETR in Italia, un ICE in Germania o un TGV in Francia. Ciascuno
di essi, in media, ha un consumo energetico medio che varia, a seconda della
velocità e del profilo altimetrico, tra i 2.000 kWh e i 4.000 kWh per 100 km,
ovvero circa 20 kWh – 40 kWh per chilometro percorso. I dati citati sono
presenti sui report dell’UIC (International Union of Railways).
Prendiamo ora un cosiddetto HDV – Heavy Duty Vehicle, un modernissimo veicolo
elettrico che può trasportate fino a 40 tonnellate di merce. Sul sito web
“Sustainable truck & Van”, si legge che questi veicoli, a pieno carico,
raggiungono un consumo medio che oscilla tra i 90 kWh e i 130 kWh per 100 km,
cioè circa 0,9 kWh – 1,3 kWh per chilometro.
Se rapportiamo i valori medi del consumo energetico dei due veicoli (treno AV e
HDV) sulla stessa distanza percorsa, ad esempio 1 chilometro, scopriamo che un
solo treno equivale a circa 30 camion. Nel caso di treni AV che viaggiano alla
massima velocità e, quindi, molto energivori il rapporto si sposta verso
l’equivalenza di un treno ogni 35, 40 camion.
I risultati dell’esercizio non servono certo a decretare, in termini di
efficienza, la vittoria dei camion HDV sul treno. Non è, d’altra parte, questo
lo scopo. Dobbiamo però ricordare e ribadire che l’alta velocità per le merci e
la riduzione dei tempi di percorrenza hanno rappresentato e continuano a
rappresentare esclusivamente dei “salmi” nella dottrina dell’alta velocità.
Inoltre, il treno, quale mezzo della macro-logistica, non potrà mai fare a meno
dell’integrazione con la micro-logistica del trasporto capillare, effettuata
esclusivamente attraverso camion e furgoni. Da ciò si deduce che occorre quindi
calcolare i consumi complessivi dell’insieme macro-logistica (treno) e trasporto
capillare (mezzi attualmente ancora a combustione).
Se dobbiamo convergere, insieme e con assoluta onestà, verso l’obiettivo comune
della decarbonizzazione dei trasporti in questi tempi di drammatici cambiamenti
climatici, dobbiamo necessariamente demolire i dogmi, denunciare interessi e
mettere a nudo le coterie economico finanziarie delle grandi opere. Anziché
immolare una Valle alpina, trasformandone irreversibilmente gli ecosistemi e la
geografia fisica, economica ed umana, vale forse la pena valutare alternative
vicine, compatibili con il tempo attuale ed i cui impatti siano misurabili,
senza che diventino, per nessuno, il sacrificio ultimo. Il cambiamento climatico
e i suoi terribili effetti impongono a tutti, politici in primis, di destinare
risorse e idee alle innovazioni a breve ciclo di ritorno. Sono trent’anni che ve
lo diciamo ma sappiamo benissimo che possiamo svegliare chi dorme, ma non chi
finge di dormire!
Bussoleno, 28 settembre 2026
Nota
[1] Giuseppe Giusti (Monsummano 1809, Firenze 1850) è il maggiore esponente
della poesia satirica, sviluppatasi nella Toscana ottocentesca. Noto per la sua
tagliente satira politica e sociale dell’Ottocento toscano, usò l’immagine del
“vespaio di politicucci” proprio per descrivere l’agitazione sterile, ronzante e
fastidiosa dei politici di basso livello dell’epoca.