Puntata del 1\7\26
I genitori di Mattia, Sandra Cerrai e Andrea Giordani, denunciano le gravi
criticità della Wonderland Stella Maris Beach: «L’inclusione non può essere
propaganda» Una spiaggia presentata come simbolo di inclusione, …
La Digos di Cosenza contesta il nuovo articolo 18 del TULPS a diversi militanti
per la manifestazione organizzata dopo la morte di quattro lavoratori migranti
bruciati vivi in un minivan. …
https://www.lindipendente.online/2026/07/09/torino-sorveglianza-speciale-per-due-giovani-colpevoli-di-aver-manifestato-per-gaza/
Riceviamo e diffondiamo, mentre festeggiamo la scarcerazione di Bibi, Micol,
Giulia, Luna, Arnau, Stefano e Toni Nella giornata di martedì 30 giugno due
persone vestite da lavoratori ENEL con relativi…
Riceviamo e diffondiamo:
Ritrovamento di una microspia al NED
Mercoledì 1° luglio, durante una giornata collettiva di pulizie estive, abbiamo
trovato una microspia all’interno del NED, a Roma.
L’apparecchio era attaccato direttamente ad un cavo dell’impianto elettrico del
locale, occultato all’interno di un foro del controsoffitto. Grazie ad un chip
SIERRA WIRELESS WP7502 (oggi SEMTECH) che permetteva di inviare l’audio rubato
tramite rete 2, 3 e 4g (utilizzando una SIM della TIM), la spia poteva essere
attivata dal rumore dell’ambiente o a distanza tramite SMS. Oltre al corpo
principale era composta da 2 antenne, un trasformatore di corrente ed un
microfono.
Dalle informazioni che abbiamo ad oggi, è attiva dal 28 febbraio scorso.
Alcune compagne e compagni che si vedono al NED
Nelle immagini il dispositivo e dove si trovava:
Riceviamo e diffondiamo:
16 luglio
https://www.rivistastudio.com/crollo-mercati-intelligenza-artificiale/?utm_source=firefox-newtab-it-it
https://pungolorosso.com/2026/07/10/ankara-un-vertice-della-nato-che-ha-pianificato-guerre-per-i-prossimi-decenni/
La lotta delle disoccupate e dei disoccupati organizzati di Napoli è ad un
passaggio cruciale. E sostenerla attivamente è oggi un dovere per tutti quelli
che non sono dei ciarlatani.
Vediamo perché.
da: il pungolo rosso
Dopo una strenua mobilitazione, iniziata dieci anni fa dal Movimento 7 novembre,
e diventata poi una lotta congiunta tra questo Movimento e il Cantiere 167
Scampia, le istituzioni centrali e locali erano state costrette a dare il via
libera ad un percorso al lavoro stabile e sicuro di 1.200 disoccupati/e.
Diciamo: “erano state costrette” perché la lotta, con la sua irriducibile
tenacia e con la sua intelligenza tattica, aveva saputo affermare con i fatti la
possibilità di conquistare un lavoro senza strisciare – da singoli individui in
concorrenza tra loro – davanti a nessun boss della politica o della camorra (ci
sono differenze?). Conquistare non un lavoro qualsiasi, ma un lavoro finalizzato
a bisogni sociali reali: la manutenzione del verde, la tutela e pulizia
dell’ambiente, l’accoglienza museale, e simili.
Non stiamo qui a raccontare l’interminabile sequenza di rinvii, scaricabarile,
ostacoli burocratici, trabocchetti, manovre aperte o coperte, minacce, denunce,
processi, arresti, avvisi di pericolosità sociale, messi in atto per seminare
paura, scoraggiamento, divisioni, e per provocare una “guerra tra poveri” – resi
vani dalla esemplare resistenza dei disoccupati/e organizzati intorno alle loro
avanguardie.
L’agguato del click day del 10 luglio 2025 è stato l’apice dei tanti tentativi
precedenti di dividere e scompaginare il movimento di lotta. Un agguato che,
alla fin fine, è anch’esso fallito perché, con molto impegno, si è ricostituita
l’unità tra quanti avevano lottato, e si sono stabiliti buoni rapporti anche con
chi si è aggregato alla platea solo alla fine.
Fino a che si è arrivati alla svolta, con la firma solenne di un’intesa tra
ministero del lavoro, regione, prefettura, comune metropolitano e città di
Napoli per la formazione e l’avviamento al lavoro di 1.200 disoccupati/e. Con la
partenza del relativo percorso, e la sottoscrizione di centinaia di contratti
individuali.
Senonché nei giorni scorsi, per regolamenti di conti interni alle cricche di
potere delle destre al governo, con sullo sfondo le imminenti elezioni, è
arrivata dal ministero del lavoro l’improvvisa sospensione del progetto per il
mancato rispetto di non si sa quali procedure.
I violatori sistematici di ogni regola, i ladri professionali di legalità, i
produttori seriali di leggi e prassi ad uso privatistico e personale, ora si
sono messi con la lanterna in mano a cercare la virgola che manca, o è stata
messa al posto del punto o del punto e virgola! Gli stessi che trovano in due
giorni decine di miliardi per le guerre, ora pretenderebbero – in nome del
“corretto uso dei fondi pubblici” – di mettere in discussione uno stanziamento,
per fini sociali, di pochi milioni di euro.
E’ una vergogna, una provocazione in piena regola.
Che ha ricevuto subito una risposta di lotta unitaria del movimento: ieri
l’occupazione del Duomo (a cui è seguita una netta presa di posizione di
sostegno da parte del vescovo di Napoli); oggi la protesta è entrata nel Museo
archeologico e si è fatta sentire nelle strade della città.
Queste le sacrosante richieste messe in campo:
1) Ripresa regolare e corretta del progetto di tirocinio lavoro subito.
2) Pagamenti degli assegni d’inclusione per i beneficiari dell’Adi o SFL senza
ricalcolo.
3) Garanzie sui tempi di ripresa del tirocinio-lavoro e futuro occupazionale.
Chiamiamo tutte le realtà di lotta sindacali, territoriali, politiche, i
comitati, i siti, le tv e le radio libere, ad affiancarsi attivamente al
movimento dei disoccupati e delle disoccupate organizzati di Napoli perché la
loro lotta ci riguarda tutti.
E’ una lotta collettiva contro la precarietà, la povertà, il clientelismo, le
cricche di potere che speculano sulla disoccupazione, e – al fondo – contro
l’economia di guerra che pretende sia azzerata ogni spesa statale per i veri
bisogni sociali. Contro chi pretende che i proletari, anziché lottare e
organizzarsi per le proprie necessità vitali ed i propri interessi, si mettano
sull’attenti e in fila indiana a marciare da bravi soldati della patria a loro
nemica.
Il Movimento dei disoccupati organizzati 7 novembre non ha mai fatto mancare a
nessuna lotta la sua generosa solidarietà – sia quando si è trattato delle lotte
dei facchini della logistica o della GKN, sia quando si è trattato di porsi al
fianco del movimento per la Palestina, o delle proteste ambientaliste,
studentesche, territoriali (a Bagnoli, ad esempio), anti-militariste, anche
fuori dall’Italia.
E forse anche per questo c’è chi prova per l’ennesima volta a punirlo, mentre
dentro le istituzioni altri fanno i pesci in barile anziché pretendere che siano
rispettati i patti da loro stessi firmati.
Ecco perché questo è il momento di stringersi con ogni forma di solidarietà
intorno a questa lotta. E difenderla dall’ennesima aggressione del governo
Meloni e delle istituzioni – una aggressione che deve essere ricacciata indietro
e sconfitta.
Negli ultimi giorni si sono intensificati gli attacchi sferrati dagli Usa
accompagnati da una laconica frase di Trump a certificare la fine della tregua e
del memorandum d’intesa con l’Iran.
Il nodo resta il controllo dello Stretto di Hormuz e, a seguito della ripresa
della guerra colpo su colpo, il prezzo del petrolio è salito a 80 dollari al
barile. Utilizzando come motivazione l’attacco iraniano ad alcune imbarcazioni
che avrebbero provato a forzare il blocco di Hormuz, gli Stati Uniti hanno dato
il via ad una vasta campagna di bombardamenti nel Sud e su alcune imbarcazioni
iraniane, probabilmente civili.
Si tratta del bombardamento più intenso dalla firma del memorandum, al quale
sono seguite salve di missili e droni verso le basi americane dell’area. Non è
chiaro se siamo di fronte ad una ripresa in grande della guerra ma il dato
significativo è che il memorandum è saltato e il periodo di pausa che aveva
rappresentato è terminato. Come avevamo provato a sintetizzare qui, il
memorandum certifica sì la sconfitta americana, ma non aveva risolto le
contraddizioni alla base dell’aggressione imperialista determinando un parziale
congelamento della guerra. La tregua salta nel momento in cui in Iran volgono al
termine i funerali più partecipati della storia e che hanno mostrato quanto la
base sociale della Repubblica Islamica sia solida.
Alcune considerazioni a caldo:
* punto primo: Trump continua a riprodurre una strategia pseudo schizofrenica
che lascia intravvedere dietro di sé interessi più profondi, i neocon e i
falchi dell’establishement USA stretti in una mutua dipendenza con i monopoli
della Silicon Valley hanno solo da guadagnare da una ripresa del conflitto
aperto. Come scrivevamo qui “Che la “coalizione Epstein” abbia intenzione di
continuare una guerra, magari in altre forme, capace di perdurare per la
necessità di colpire sulle catene del valore i nodi sui quali la Cina ha
possibilità di alimentare il proprio dominio economico e politico resta
l’obiettivo per il prossimo futuro. Forse però stiamo assistendo a un sottile
cambio di strategia? Il capitale finanziario ha necessità di cogliere quali
sono i momenti in cui frenare le distruzioni che sta compiendo affinché non
vadano a suo svantaggio.” ;
* in secondo luogo, Netanyahu sembra essere stato preso quasi alla sprovvista,
sebbene la prosecuzione della guerra lo renda sicuramente contento in quanto
ne guadagna in consenso e perché può riaprire alla possibilità di una guerra
ad alta intensità in Libano e di puntare all’occupazione del Sud come per la
Striscia di Gaza;
* la recessione e la bolla speculativa: per quanto potrà andare avanti questo
tira e molla prima di scoppiare in maniera ancora più drastica che nel 2008?
La guerra alimenta la bolla speculativa e frena l’economia reale: la crisi
energetica provoca aumento dei prezzi, ne consegue una diminuzione del potere
d’acquisto accompagnata da inflazione e impoverimento, dunque se diminuisce
il consumo globale la crisi di sovrapproduzione si approfondisce. Il tutto
vede sullo sfondo un’Europa che sappiamo essere volontariamente tra le
vittime sacrificali e che è decisa a non interrompere la propria dipendenza
dagli Usa, come ha dimostrato l’incontro della Nato. Nonostante la
disponibilità a farsi strozzare, i governi dei Paesi europei vengono presi di
mira da Trump insoddisfatto da un aiuto considerato insufficiente degli
alleati, di fatto un summit utile a far fare la tirata d’orecchi che ha avuto
l’obiettivo di reiterare la necessità di riarmo utile soltanto ad alimentare
la bolla speculativa;
* stiamo assistendo a un processo in cui gli Usa saranno le prime vittime di
uno scontro di civiltà da loro stessi teorizzato? Samuel Hungtington agli
inizi degli anni 90 parlava di uno scontro basato su cultura e religione
probabilmente inevitabile in cui l’Occidente avrebbe dovuto puntare alla
propria difesa. Il solco ideologico affondava nel timore del tramonto
dell’Occidente e della competizione di altri attori. Gli Stati Uniti, emblema
dei cosiddetti valori occidentali, si sono avventurati in una guerra che in
realtà lascia loro il fianco scoperto. Lo ha fatto in parte per soddisfare le
necessità dei monopoli mondiali dei grandi capitali, di quella che alcuni
chiamano la tecno-oligarchia, perché per lo stadio del capitalismo attuale è
un’esigenza legata direttamente alla riproducibilità stessa del sistema.
L’Iran da parte sua mette in campo qualcosa di più del mantenimento della
propria sovranità nazionale, un livello profondo di tenuta nazionale e
culturale. Mentre venivano sganciate le bombe si tenevano i funerali più
partecipati della storia di cui abbiamo fonti certe. Non sembra essere andata
proprio come avevano ipotizzato e auspicato i think tank americani. L’unico a
non curarsene è effettivamente Netanyahu che non ha timore a tirare la corda
perché la possibilità stessa dell’esistenza del progetto sionista, e dunque
dello stato di Israele, è legata a doppio filo con la guerra permanente.
L’inaccettabilità delle condizioni capestro imposte dall’Iran agli Usa nel
memorandum rendono impraticabile la “pace”, dall’altra la resilienza dell’Asse
della Resistenza rende impraticabile la “guerra”, se non al prezzo di dover
iniziare sul serio un’invasione di terra. In questo stallo le mediazioni sono
difficili da immaginare nel breve periodo. L’unico scenario plausibile, e
aggiungiamo auspicabile, è che continui la resistenza da Gaza, al Libano fino
all’Iran e che imponga costi sempre più alti agli Stati Uniti e Israele. Quella
che nel 23 era stata immaginata come una campagna a tutto tondo che avrebbe
portato all’affermazione definitiva di Israele e dell’imperialismo americano
nell’area, attraverso una guerra totalizzante, si è trasformata nell’epicentro
della crisi egemonica Usa, facendo intravedere tra la nebbia che avvolge il
futuro la crisi definitiva di Israele. Dal battito delle ali di farfalla della
Resistenza di Gaza è nata una tempesta terribile per i padroni del mondo. Nulla
è impossibile, nessun potere è infinito.
Qualche giorno fa un nostro compagno ha ricevuto la notifica di un verbale di
accertamento e contestazione emesso dalla DIGOS di Cosenza per la partecipazione
alla manifestazione del 6 giungo ad Amendolara, in risposta al brutale omicidio
di quattro braccianti bruciati vivi in un minivan.
da Addunati
Al nostro compagno, così come ad altrə compagnə di altre città, si contesta la
violazione dell’art. 18, comma 5, TULPS, per come recentemente modificato,
relativo alla violazione delle prescrizioni questorili poiché “nell’ambito di
una manifestazione preavvisata… informato del contenuto delle prescrizioni
questorili, ne ha criticato aspramente il loro contenuto… e si è adoperato nella
costituzione del corteo non autorizzato, percorrendo a piedi la S.S. 106…
bloccando di fatto quell’arteria viaria…”.
La violazione contestata comporterà l’emissione di una sanzione amministrativa
compresa tra 1000 e 12000 euro.
Si tratta di un fatto estremamente grave. Ancora una volta assistiamo all’uso di
strumenti repressivi che colpiscono chi prende posizione, chi si organizza e chi
lotta per i diritti, alimentando un clima di intimidazione nei confronti di chi
esercita il diritto al dissenso.
Ricordiamo infatti che quella mobilitazione, lanciata a distanza di pochi giorni
dall’omicidio dei quattro lavoratori, ha denunciato a gran voce il sistema
politico ed economico che si fonda sullo sfruttamento dei braccianti, rifiutando
passerelle e lacrime di coccodrillo della politica e delle istituzioni.
La vicenda assume contorni ancora più paradossali perché proprio il nostro
compagno, attivo in decine di battaglie, non era presente a quella
manifestazione.
Ci sorge allora il dubbio che la Digos di Cosenza abbia pescato a caso tra le
persone che negli ultimi mesi si sono esposte pubblicamente al fianco del popolo
palestinese con il solo obiettivo di punire chi ha osato promuovere un secondo
corteo in netta rottura con quello istituzionale, scelta che rivendichiamo e
difendiamo con convinzione.
Eppure, oggi, ci troviamo costrettə a impiegare tempo, energie e risorse
economiche per difenderci da contestazioni ingiuste e persino fasulle,
sottraendo forze a ciò che dovrebbe essere la nostra priorità: difendere i
diritti, costruire solidarietà e continuare a denunciare le ingiustizie sociali.
È inaccettabile che i responsabili di questa strage continuano ad arricchirsi
indisturbati sulla pelle di lavoratrici e lavoratori, mentre chi si impegna
quotidianamente per la giustizia sociale, contro lo sfruttamento sul lavoro,
contro il razzismo e al fianco dei popoli oppressi debba trasformarsi in
imputato o destinatario di sanzioni, invece di poter continuare liberamente la
propria attività politica e sociale.
Ma noi continueremo a stare al nostro posto, dalla parte di quella Calabria che,
come ad Amendolara, alza la testa contro lo sfruttamento, per la sanità, contro
la guerra, per la difesa della nostra terra!