CENA BELLAVITA
Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(venerdì, 7 agosto 19:00)
Barocchio squat presenta una semplice proposta per ribadire l'importanza della
responsabilità individuale e collettiva sul tema dell'alimentazione, in
specifico quella a base vegetale, come mezzo per portare avanti la liberazione
animale in un contesto atroce che vede la mercificazione degli esseri animali
per vari scopi beceri, come il divertimento, l'intrattenimento, secondo la
logica di sfruttamento generale di questi ultimi.
Ribadiamo l'importanza dei luoghi che portano avanti la pratica
dell'autogestione e della bella vita, inoltre ben al di fuori delle logiche del
metodo capitalista.
Porta ciò che vuoi trovare
Cucina aperta dalle 19
Il posto è in strada del Barocchio 27
Il poscritto è fuoco ad ogni gabbia.
di Ibrahim Ossman
Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30
luglio 2026.
Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito,
attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o
componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella
Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il
conflitto ha suscitato un crescente scrutinio sulle catene di approvvigionamento
militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un
dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste
di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a
duplice uso.
Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali,
insieme alla sezione italiana del movimento BDS (BDS Italia) e le organizzazioni
della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e
contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni
parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a
responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle
operazioni militari israeliane.
In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel
monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione
con il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha rivelato che
un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione
Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati
quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati
all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon.
«MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione.
In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati
avvistati a bordo della nave MSC Nita il 30 giugno, la quale è successivamente
approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni
certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al
destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il
24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia
Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati
relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union
Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti
elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana.
L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta
affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi
aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei
sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar,
nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e
controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle
normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione
di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede
infatti l’ottenimento di licenze speciali.
La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di
Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre
principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia
ha sollevato la possibilità che la nave MSC Nita possa eludere le procedure di
controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e
a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del
transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la
destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal
gruppo «Elbit», principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per
l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare
delle attrezzature trasportate.
Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab)
Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni
provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container
fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di
Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative
parlamentari italiane, sostenute da proteste sul campo nei porti, hanno portato
alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container
precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato
controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la
possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990,
che disciplina l’esportazione e l’importazione di materiale bellico sul
territorio italiano.
Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile
che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o
nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e
sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la
massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio
in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro
di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani»,
mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che
lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla
commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la
prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte
internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre
chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura
del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA.
Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile
che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o
nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e
sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la
massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio
in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro
di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani»,
mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che
lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla
commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la
prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte
internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre
chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura
del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA.
Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e
mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al
quotidiano comunista italiano «Il Manifesto» che «Israele riesce a essere
estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte», spiegando
che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da
parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata
proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo,
continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce».
Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17
febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty)
In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte
vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e
pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o
all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «Altre volte vediamo
anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo
la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele».
Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container
standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto
italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati
utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i
principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso
dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi
tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non
avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di
fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato di solidarietà del Comitato No Tav
Trento, a cui mandiamo i nostri più sentiti ringraziamenti e a cui restituiamo
la nostra complicità. Stiamo in questi giorni raccogliendo comunicati,
riflessioni e testimonianze della giornata del 25 luglio, accettiamo volentieri
segnalazioni sui nostri social e via mail!
“Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci
viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che
noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione,
che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e
bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea
(ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica
utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati?
Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo
contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo
che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci
difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da
prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e
tutti rivendichiamo quello che è accaduto”.
In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da
Nicoletta DOSIO durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus,
quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.
Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello
praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli
resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e
ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima
difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è
una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In
questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…
Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un
coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta
per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei
semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo”
(compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il
“terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di
resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato
sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di
polizia!
I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più
giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di
guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere
devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai
mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.
Trento, 31 luglio 2026
LA CASSA T HA BISOGNO DI DONAZIONI
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(venerdì, 7 agosto 12:00)
Questo secondo numero di HUB raccoglie articoli e approfondimenti sui flussi
bellici, sui nuovi investimenti nelle infrastrutture “civili” dual use,
sulle fabbriche di armi e sulla loro filiera nei territori, con un
approfondimento dedicato a Leonardo S.p.A.
da Movimento No Base
Un lavoro che prosegue la ricerca iniziata con HUB n°1, integrando lo sguardo
sulle aziende della difesa, sulle loro reti produttive e sulla progressiva
organizzazione del territorio come infrastruttura strategica.
Indagare una fabbrica di armi significa accorgersi che non esiste mai una
fabbrica isolata. Dietro ogni sistema d’arma si estende una filiera fatta di
ricerca universitaria, laboratori, infrastrutture logistiche, aziende civili che
producono componenti, reti di trasporto, finanziamenti pubblici e trasferimento
tecnologico. È proprio questa rete che HUB vuole rendere visibile. È su questo
terreno che si muovono aziende come Leonardo SpA, così come Fincantieri, insieme
all’acquisizione di WASS e allo sviluppo delle tecnologie navali, che mostrano
come l’industria della difesa si organizzi sempre meno per comparti separati e
sempre più come una rete che unisce software, elettronica, intelligenza
artificiale, cybersicurezza, cantieristica e sistemi d’arma. La militarizzazione
contemporanea che organizza l’intero territorio come piattaforma
strategica, intrecciando università, ricerca, imprese, logistica, infrastrutture
e formazione in una rete capillare, veloce, in rapida crescita e sotterranea
anche se dappertutto. Una forma di militarizzazione dell’intera società, a cui
si aggiunge la sperimentazione di nuove forme di leva di massa.
Per questo fare inchiesta significa acquisire strumenti per intervenire.
Significa comprendere dove la guerra viene progettata, finanziata, prodotta e
resa possibile, per poterla contrastare in ogni passaggio della sua filiera.
Dagli scioperi nelle aziende della difesa al confronto con lavoratrici e
lavoratori; dalla lotta contro gli accordi tra università e industria bellica al
blocco dei trasporti militari; dalla diffusione della conoscenza alla
costruzione di percorsi collettivi nei territori. Perché la guerra non è
soltanto nei fronti di combattimento. È dentro i processi economici, produttivi
e culturali che la rendono possibile. E se questi processi attraversano le
nostre città, allora è anche da qui che può partire la possibilità di
interromperli.
Di seguito si può trovare in pdf il volume integrale del secondo numero di “HUB
– Bollettino sulla militarizzazione e sulle resistenze dei territori”:
scaricalo, diffondilo, rafforza la rete di resistenza contro la guerra.
Puoi leggere il primo numero sul nostro sito seguendo questo link.
Vuoi presentare il bollettino nella tua città o nel tuo paese? Vuoi sviluppare
delle inchieste sulla militarizzazione nel tuo territorio o nei posti in cui
vivi e lavori? Contattaci per organizzarci insieme!
Bollettino-HUB-Numero-2Download
Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri questo articolo a firma Campagna No
NBA Europe. Buona lettura!
All’interno di una fase in cui può sembrare difficile distinguere tra potenze in
declino o in ristrutturazione, anche dal mondo dello sport arrivano segnali che
propendono verso la seconda alternativa.
Infatti, così come lo scenario geopolitico globale, anche quello sportivo è
soggetto a forti cambiamenti imposti d’oltreoceano, nel tentativo di
riorganizzare il proprio dominio in senso egemonico. Per questo si potrebbe
parlare di “imperialismo sportivo” come quel fenomeno orientato ad omologare,
riproponendo modelli di bussines prettamente statunitensi in diffusi contesti
territoriali. Il modello commerciale NBA viene replicato in Europa, portando ad
un’offerta standardizzata, concentrando potere economico e indebolendo la
pluralità culturale del basket europeo. Un processo reso possibile dall’ingente
circolazione di capitali dagli Stati Uniti verso le aree reputate d’interesse.
Trasformando progetti sportivi in operazioni finanziarie, creando asset
monetizzabili e scalabili. Nel caso che prenderemo in considerazione, quello del
progetto “NBA Europe”, si farà riferimento all’esportazione del modello NBA
verso il vecchio continente. Lo scopo ultimo, come vedremo, è rappresentato
dall’estrazione di valore, dalle città e dai territori, lasciando ben poco alle
realtà che da tempo operano su di essi.
Da qualche mese è nata la campagna “No NBA Europe”, un’iniziativa che nasce in
risposta al piano di espansione del basket statunitense nel nostro continente.
Un piano che sta prendendo forma, che ha stabilitola data di attuazione
(settembre 2027) e che ha cominicato le operazioni di messa in produzione.
Sebbene manchi ancora più di un anno, abbiamo sentito la necessità di cominciare
ad organizzarci per impedire questa ulteriore mercificazione del nostro sport
preferito, con conseguenze disastrose sulla vita (sportiva e non) di tantissimx
ragazzx. La domanda che ci poniamo è semplice: è possibile accettare
passivamente un modello che trasforma le nostre città in mere piazze di consumo,
svuotando l’attività sportiva del suo significato sociale? Questa è la realtà
con cui siamo chiamatx a confrontarci, e verso cui è necessario porre
l’attenzione, volendo evitare che passaggi di boa cruciali per il sistema sport
e le conseguenti ricadute politico-sociali vengano sottaciute.
La vetrina di Roma e la complicità politica
La pallacanestro, quella italiana in particolare, non ha certo goduto di ottima
salute negli ultimi anni, ma quello a cui stiamo assistendo da qualche mese a
questa parte può rappresentare un punto di non ritorno verso un sistema
escludente, mercificatore ed estrattivo verso i territori in cui si pone.
Parliamo dell’ormai noto avvento della massima lega statunitense all’interno del
basket europeo, attraverso “NBA Europe”. La lega ha messo nel mirino alcune tra
le più celebri città europee con l’intenzione di reclutare società esistenti o
crearne di nuove, ad hoc, pronte a competere ma soprattutto ad abbracciare i
“valori” del progetto. Dietro la facciata dello spettacolo e dei nomi
altisonanti, l’operazione si sta già rivelando per quello che è: un progetto
puramente commerciale, volto a estrarre il massimo del profitto dai nostri
territori, dai bacini d’utenza e dal flusso turistico, disinteressandosi
completamente dell’impatto sul tessuto sociale locale. Nel caso italiano, le
città elette saranno Roma e Milano. Se nel capoluogo lombardo i lavori procedono
ancora a rilento e sottotraccia, a Roma, nelle ultime settimane si è registrata
una scellerata accelerazione. Tutto questo avviene con la palese complicità
delle istituzioni locali che, oltre a perpetrare disinteresse verso i bisogni
concreti delle comunità, si mostrano prone verso i grandi soggetti privati e i
loro interessi, perseguendo il diktat di città “imprenditrici” piuttosto che
abilitanti. Emblematico, in questo senso, è l’atteggiamento del sindaco di Roma
Roberto Gualtieri: all’annuncio social di Luka Doncic (superstar dei Lakers e
parte integrante della cordata di investitori della neonata Roma SPQR), il primo
cittadino si è mostrato ben contento e pronto ad accoglierlo a braccia aperte.
Un’accoglienza che ha messo in luce la matrice reale dell’operazione, suggellata
dalla visita della stella slovena al Ministro Giorgetti (ministro dell’economia,
mica dello sport…), quasi come fosse un fan qualunque. Una scelta che non
possiamo certo considerare neutrale e che è sintomo dell’aria (a)politica che
tira in questi ambienti: l’arrivo di grandi eventi incontra l’atteggiamento
servile delle rappresentanze cittadine, rompe il legame tra votantx e votatx,
sposta radicalmente gli obiettivi delle agende di policy verso pochi interessi
privilegiati e spazza via i meccanismi decisionali delle comunità, che si
ritrovano solo a doverne sopportare i costi concentrati.
Compravendita dei titoli: lo sport sradicato
L’accelerazione registrata a Roma ha visto la creazione dal nulla di due nuove
società, la Maxima Roma e la Roma SPQR (addizionandosi alla già esistente Virtus
Roma, attualmente militante in serie B). Tutto è stato reso possibile grazie
alla pratica di compravendita dei titoli sportivi, che già da tempo rappresenta
un problema nei vari campionati professionistici italiani e che tratta lo sport
come un pacchetto azionario. Secondo le logiche di mercato, la nascita delle due
squadre romane ha preteso il sacrificio e la ricollocazione di realtà
preesistenti: dalla notte al giorno, vendute, dismesse e ricollocate, sono state
la Vanoli Cremona e la Pallacanestro Brescia. La riorganizzazione imposta
d’oltreoceano ha forzato lo spostamento di capitali verso una destinazione con
più alto potenziale estrattivo, facendo scomparire progetti che, nonostante le
problematiche insite all’appartenenza allo status quo, coltivavano legami con
società del territorio, tifosx, bambinx e ragazzx dei settori giovanili. Ci si
potrebbe chiedere cosa abbia portato Brescia e Cremona a dover cedere il loro
posto. La risposta che si legge tra le righe è la volontà dei vertici
dell’organigramma NBA di collocarsi in un contesto territoriale con maggiori
margini di profitto. Cremona e Brescia (come le altre città papabili)
evidentemente non rispettavano i canoni di desiderabilità del progetto,
spudoratamente economici e legati alle potenzialità attrattive dei contesti
urbani. Rimane celato come l’innescarsi di questo domino porti realtà minori a
rimanere senza titolo, in altre parole senza squadra. Gli attori più forti
schiacciano quelli più deboli e chi non ha le forze per sopravvivere alla
concorrenza vede sfumare la possibilità di praticare sport. Un meccanismo che va
a intaccare le condizioni materiali di vita della popolazione, sottratta di un
potenziale strumento di azione verso le proprie condizioni di salute fisica e
mentale.
Dal calcio alle Olimpiadi: un modello tossico
I processi a cui stiamo assistendo non si limitano alla pallacanestro, ma sono
il riflesso di una trasformazione più ampia: lo sport come asset di mercato,
società sportive strutturate come companies, con progettualità rivolte
primariamente allo scopo di lucro, piuttosto che alla costruzione di progetti
volti a creare benefici per le comunità territoriali. Nel modello calcio lo si
nota chiaramente: il numero di partite e competizioni è andato aumentando negli
ultimi anni, di pari passo con le difficoltà nell’accesso e nella partecipazione
per tifosx e atletx. Lo stadio, così come la visione da remoto, sono sempre più
esclusivi a causa dell’aumento dei prezzi dei biglietti e l’introduzione di
paywall per la visione dei match. Sono scelte deliberate, intraprese da
federazioni e società sportive, volte a creare un vero e proprio indotto legato
alla spettacolarizzazione e alla mercificazione dell’attività sportiva,
cancellandone la cultura popolare in favore di un nuovo assetto in cui lo sport
diviene privilegio per pochx. Una dinamica evidente anche nell’approccio ai
grandi eventi, come le Olimpiadi di Milano Cortina 2026: si sfruttano le città
per qualche settimana o mese per poi addossare alle comunità locali i costi e le
esternalità negative dei progetti (vuoti urbani, opere incompiute, devastazione
ambientale, mutamento degli assetti urbani, ecc.). Chi sostiene questo tipo di
piani, giustifica la loro implementazione in virtù di presunti benefici diffusi,
presentandoli come progetti unanimemente accettabili. In questo modo diviene
socialmente accettata la delegittimazione e la criminalizzazione delle
opposizioni locali, nate in contrasto a decisioni prese dall’alto e comunicate
in modo unidirezionale, top-down, senza avere riguardo verso chi nei territori
ci vive, ci opera e quindi li conosce.
Spazi negati e privatizzazioni
Bisogna chiarire come non sia una dinamica isolata. È la stessa logica di
privatizzazione che sta rendendo le nostre città sempre più inaccessibili e
invivibili, espandendosi a macchia d’olio dai centri storici turistificati fino
ai quartieri periferici. Quando il compito di fornire servizi legati alla
socialità, allo sport e alla salute viene delegato ai privati, lo spazio
pubblico si restringe e il diritto allo sport si trasforma in un privilegio per
pochx. Capiamo come le esternalità negative si estendano fino al tessuto
economico e sociale. In particolare, si assiste alla progressiva introduzione di
barriere di accesso allo sport di base, rendendone l’accessibilità sempre più un
percorso ad ostacoli. In una situazione già tragica di mancanza di
infrastrutture accessibili e praticabili a tuttx, la forbice delle
disuguaglianze si allarga anche in ambito sportivo. L’accesso allo sport per
bambinx e ragazzx è altamente escludente a causa dei costi proibitivi per le
famiglie, di infrastrutture pubbliche spesso fatiscenti e della totale mancanza
di una visione politica di lungo termine. A fronte di una vitale necessità di
spazi, le strutture pubbliche non aumentano, quelle già esistenti spesso sono
inadeguate o monopolizzate da società con maggiore potere contrattuale. Pensiamo
al dramma quotidiano degli edifici scolastici (le cui palestre spesso sono
oggetto di concessione) tristemente noti come fatiscenti e passati alla cronaca
per cedimenti o inefficienze croniche. Mentre lo sport di quartiere arranca, le
prospettive proposte da NBA Europe sono quelle di potenziare strutture già
esistenti (ed esclusive, come il campo centrale del Foro Italico) in modo da
creare delle vere e proprie arene in stile statunitense. Non luoghi in cui
l’ingerenza privata è sempre maggiore e dove, conseguentemente, l’attività
principale diviene il consumo legato all’indotto creato intorno al “prodotto
sport”.
Pressione su bambinx e ragazzx: per un’altra cultura sportiva
Più gli spazi vengono privatizzati, meno margine c’è per agire su accessibilità
ed inclusione. Al contrario, viene promosso un modello ultra-competitivo che
tramite logiche del merito opera una selezione tanto più escludente quanto più i
contesti sono marginali. Il riflesso naturale di queste dinamiche è la loro
estensione verso l’ambito sportivo, dove giovani atletx vengono concepitx come
asset di mercato, su cui investire nella prospettiva di un futuro ritorno
economico. Inevitabili sono le ricadute su bambinx e ragazzx, sottopostx a
pressioni psicologiche e travolti, in periodi cruciali come quelli della
crescita e dello sviluppo, da stimoli orientati verso la prevaricazione dell’unx
sull’altrx. Lo sport, a maggior ragione quello di squadra, dovrebbe essere un
veicolo per promuovere e far scoprire nuove forme di condivisione degli spazi
sociali, creare coesione, sperimentare nuove forme di competizione: sfidanti ma
anche rispettose nel confronto con l’altrx. Al contrario sembra dominante
(almeno a livello agonistico) una cultura sportiva che induce a primeggiare,
senza riguardo per compagnx di squadra o avversarix. Il senso di competizione
viene spinto al limite, all’interno della dicotomia vincitorx/sconfittx, non c’è
spazio per sfumature che permettano di rimodellare momenti di performatività
verso approcci alla vittoria e alla sconfitta sconnessi dai caratteri di
successo o fallimento personale. Al contrario, lo sport e il gioco dovrebbero
veicolare il senso di condivisione, in cui senso di squadra e collettività
costituiscono strumenti con cui affrontare ciò che si pone lungo il percorso.
Fare sport deve essere un’opportunità per trasmettere e assimilare la capacità
di porsi oltre la propria individualità, scoprire la forza della solidarietà e
del senso di comunità.
Costruire l’alternativa
Laddove lo Stato lascia buchi, diviene fondamentale impedire che poteri privati
se ne approprino. È proprio nella creazione di questi vuoti in cui è possibile
instaurare una proposta dal basso che si contrapponga all’egemonia del modello
incombente. In Italia sono diversi gli spazi in cui si pratica sport opponendosi
a un modello marcio, tentando di costruirne uno alternativo. Quello che NBA
Europe ci sta mostrando, è la necessità che queste realtà hanno di interagire,
cooperare e organizzarsi su e tra i territori. Non solo per fare emergere e
combattere contraddizioni ma anche per rendere più forti gli spazi che si
attraversano facendo sport. A fronte di istituzioni prone e dello strapotere
privato, la risposta a questa fase di articolato mutamento deve venire da nuove
e vecchie soggettività, non solo in ambito cestistico ma anche con riguardo ad
altre discipline che sono andate o andranno incontro alla stessa sorte. Restiamo
nei campetti da gioco, nelle palestre delle scuole, nei cortili con un canestro
sgangherato e un pallone logoro; continuiamo ad attraversare i nostri spazi e a
diffondere i valori dello sport come attività popolare, dello sport popolare.
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e
nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche
convenzionali.
Di Ramzy Baroud – 25 luglio 2026 – da invictapalestina
Durante un incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di
Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale
sottomissione palestinese.
Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle
vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori
locali si sono rifiutati di arrendersi.
Nello scontro che ne seguì, un singolo palestinese disarmò un soldato israeliano
e aprì il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto
dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone
altri tre.
Ciò che seguì fu la prevedibile e implacabile furia dell’Occupazione: le forze
israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato lanciarono immediatamente una
serie di incursioni a Tell e nelle comunità limitrofe, uccidendo quattro
palestinesi, incendiando case e trasformando edifici residenziali in centri di
interrogatorio da campo.
In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione
Israeliane arrestarono oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell,
estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah,
Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa
Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta
scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha
condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni
definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un
embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele.
Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la
pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata.
Il calcolo primitivo di Netanyahu
La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un
allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata
dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve
essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi
sponsorizzato dallo Stato.
Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza
locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di
lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha
raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti.
L’entità della distruzione
Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava
principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua
offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata:
Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle
forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato.
Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e
aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior
parte dei recenti feriti civili.
Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della
demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe
restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di
Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e
ripulite.
Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni
militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né
processo.
Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati
conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo
israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese
“terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai
tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni
illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia
di nuove unità abitative negli insediamenti.
Scopo strategico dietro la recrudescenza
La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti
obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo.
Primo, prevenire un secondo fronte:
Israele si rese conto che se la Cisgiordania si fosse sollevata in una
ribellione organizzata su vasta scala mentre il suo esercito era impegnato in
una snervante e interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le
entità si sarebbe rivelato praticamente impossibile. Non essendo riuscito a
schiacciare la Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante
forza militare, Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in
Cisgiordania per terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione
totale.
Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra:
Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al
fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati,
Netanyahu aveva bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso ai
ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta libertà
di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti illegali,
annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere ripetutamente e
alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme
Est Occupata.
Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi:
Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente
intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato
operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei
campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarm a Nablus) per proiettare
un’immagine di forza e controllo al suo elettorato interno di destra.
Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese
Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due
fattori principali sul campo.
Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni:
Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande
violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari
sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati
contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando
bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la
partecipazione attiva dell’esercito israeliano.
Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:
L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale
di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa
nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere
all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese
hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione.
L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza
locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza
amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto
di Israele.
Perchè l’analisi corrente fallisce
La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente
l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno
riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta
provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra,
accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici.
Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti
avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno
allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato
di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli
inefficaci a “tutte le parti per una distensione”.
Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di
dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità
storica.
Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà
dell’azione palestinese.
Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento
internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma
l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale,
umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente
insostenibile.
La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari
tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che
hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a una lenta e
graduale annientamento.
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e
nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche
convenzionali.
– Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore
di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi
Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo
libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo
presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim
di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Il Viminale prova ad approfittare di un incidente – un principio d’incendio –
per aggiungere una spunta alla lista degli sgomberi. Siamo a Roma, in via Santa
Croce in Gerusalemme, sede di Spin Time, occupazione abitativa e spazio sociale
della Capitale.
da Radio Onda d’Urto
Mercoledì in tarda serata si è sviluppato un principio d’incendio ed è quindi
stato necessario evacuare l’edificio. Domate le fiamme, però, le autorità hanno
dichiarato inagibile la struttura e – al momento – impediscono agli occupanti,
130 famiglie e circa 400 persone in totale, la cui unica alternativa è la
strada, di rientrare. Occupanti, insieme ad attiviste e attivisti, rimangono in
presidio permanente all’estero.
Spin Time Labs, nato nell’ottobre del 2013 con l’occupazione di un palazzo di 10
piani e 21.000 metri quardati nel rione Esquilino da parte del movimento per il
diritto all’abitare Action, è da mesi nell’elenco di spazi sociali che secondo
il ministero dell’Interno vanno sgomberati.
“Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato – spiegano da Spin Time Labs –
un principio d’incendio nel palazzo, a quanto pare circoscritto a un locale
tecnico affacciato sul cortile interno.
La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio:
l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi
minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere
senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si
registrano danni alle persone né all’edificio.
Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito
rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze
dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità.
Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra,
nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni
di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito.
A quest’ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo
stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i
Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della
quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla
notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno
alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire
dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino
rosso.
Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che
abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà
dello scorso gennaio.
Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi, giovedì 30 luglio, alle
ore 17.
Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della
solidarietà di tutt3″.
Da Roma la corrispondenza con Giovanna Cavallo, compagna di Spin Time Labs
da Notav.info
Il Tav, o meglio, il no al Tav torna al centro
Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica
istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav, che negli
ultimi anni si era cercato di mettere sotto al tappeto con una buona
collaborazione dei media mainstream, è tornata ad occupare il centro delle
preoccupazioni di tutti. C’è chi invoca il pugno duro, Salvini in testa — anche
se non abbiamo potuto fare a meno di notare che il Ministro delle Infrastrutture
non sia stato nemmeno invitato a visitare il cantiere di Chiomonte. Forse,
rimasto escluso dalla gita in elicottero, ha dovuto sfogare altrove la propria
frustrazione. C’è chi, come Tajani, torna a parlare dei soliti “teppisti No
Tav”, e chi, da Renzi a Calenda, coglie l’occasione per ribadire il sostegno
all’opera e attaccare la presunta “sinistra connivente”. Proprio quella
“sinistra” targata Pd che, lo ricordiamo, da sempre si è tirata su le maniche
per promuovere la grande mala opera e che non ha perso occasione per continuare
a sponsorizzarla. Anche il verde Bonelli si fa coinvolgere dal teatrino delle
dissociazioni dimostrando di non comprendere qual è la vera posta in palio.
Dunque, tra l’affanno da un lato nell’attaccare Meloni sul suo stesso terreno
della sicurezza (non gestite abbastanza bene l’ordine pubblico) e l’accusa di
“strumentalizzare” gli scontri, diciamo che la sinistra storica trova poco tempo
ed energie per ragionare seriamente sull’evidente inutilità dell’opera e sul suo
ruolo nefasto nel sostegno ad un progetto che ha condannato la Val di Susa ad
essere una zona di sacrificio sul territorio italiano. I pochi che pubblicamente
provano invece a sostenere le ragioni della protesta, vengono accusati di essere
amici dei “terroristi”.
Anche in aula a Torino è andato in scena un bel teatrino: Lo Russo in silenzio,
l’opposizione in visibilio (entrambi pronti a convocare un nuovo corteo di
madamine per settembre probabilmente dimentichi dell’epic fail di otto anni fa),
tutti alla ricerca di una fotografia e di una ripresa da parte della stampa,
come se tutto questo fosse un gioco e non ci fosse invece un grande problema che
coinvolge decine di migliaia di valsusini, miliardi che sono stati e
continueranno ad essere buttati via, un territorio montano deturpato, non per il
tanto decantato progresso, ma per fare contenti le solite lobby del tondino e
del cemento. Uno spettacolo decadente, ma per davvero, degno di una classe
politica incapace e autoreferenziale.
Ma il punto della questione è ben espresso dall’editoriale di Sorgi che ha
allietato la scorsa domenica: il Tav è cosa vecchia ma ormai va fatto solo per
non dare ragione a chi si oppone all’opera? Quali conclusioni possiamo trarre,
se non che il tema è più che mai centrale e che, con ogni probabilità, rischia
di mettere in difficoltà molti se la politica continuerà a ignorare i solidi
argomenti contro questa infrastruttura portati avanti da decenni dal Movimento
No Tav e dai suoi tecnici? A maggior ragione in vista della campagna elettorale,
tanto sul piano locale quanto su quello nazionale. Un progetto sul quale sarà
impossibile non prendere posizione e che, a rigor di logica, chi ambisce a
qualche comoda poltrona, dovrà iniziare a considerare per quello che è: un’opera
senza futuro.
La lotta è giovane, checché se ne dica
La partecipazione di massa alle giornate del Festival Alta Felicità è un
qualcosa che riempie il cuore. E soprattutto la grande presenza di giovani e
giovanissimi, non solo venuti per divertirsi (cosa assolutamente buona e giusta
e per niente scontata di questi tempi), ma anche per prendere spazio e essere
protagonisti. Dalle giornate che hanno preceduto il Festival con il weekend di
lotta, ai montaggi sino alle diverse mansioni che occorre condividere per la
buona riuscita di un evento di tale portata, la presenza giovanile ha fatto la
differenza. Giovani capaci di non delegare, capaci di non rimanere indifferenti
davanti alle ingiustizie, capaci di crescere e di confrontarsi con una realtà
complessa e eterogenea. A fronte della retorica con cui, dal governo ai media,
questi giovani vengono descritti a targhe alterne come bamboccioni o criminali,
a seconda della convenienza del momento, la Val di Susa continua a essere
orgogliosa di accogliere ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi.
Un’occasione per imparare gli uni dagli altri, passarsi il testimone di un modo
diverso di vivere e attraversare il territorio e dimostrare che un altro futuro
non solo è possibile, ma può essere costruito collettivamente.
Lo ha detto Nicoletta durante la conferenza stampa al presidio di Venaus “la
lotta rende giovani” ed è qualcosa che ci teniamo stretti.
L’opera è vecchia e dopo l’estate di lotta rallenterà ancor di più
Si parla di 1 milione di euro di danni al cantiere di Chiomonte ma ancora non
sono state effettuate le valutazioni definitive, il che ci dice che saranno
destinati ad aumentare. Da quando l’opera venne proposta, i tempi e i soldi ad
essa destinati non hanno fatto altro che allungarsi. In queste ore Paolo Foietta
non riesce a trattenere le (e qui lo citiamo) “minchiate” nel riferirsi alle
dichiarazioni di chi ha osato parlare di obsolescenza dell’opera. Il presidente
della Commissione Intergovernativa lascia trapelare un po’ di nervosismo
nell’intervista rilasciata a Lo Spiffero, in cui si mette in dubbio il
cronoprogramma del Tav. Nelle stesse righe viene sottolineato che, se la prima
previsione di fine lavori era datata 2015, spostata al 2030 e successivamente
rinviata al 2033, il ritardo complessivo ammonta a 18 anni. A contribuire al
ritardo, possiamo dirlo, dal 2005 a oggi chi si è opposto all’opera per tutte le
sacrosante ragioni che ben conosciamo. Anche la marcia ai cantieri di Chiomonte,
San Didero e Salbertrand di sabato scorso ha dato il suo piccolo apporto in
questo senso. Eppure Foietta nega l’evidenza sottolineando che i problemi sono
di natura economica e tecnica, in quanto la montagna è complicata da perforare.
Sembrerebbe, così, dare ragione proprio a chi da sempre ne contesta l’utilità.
Del resto, bucare una montagna ricca di amianto e uranio per realizzare una
nuova linea ferroviaria quando ne esiste già una storica, così come prevedere
compensazioni economiche per un territorio nel tentativo di mettere una toppa a
un problema già profondo, è complicato e non fa che alimentare una serie di
paradossi.
Nel frattempo, le indiscrezioni parlano di un nuovo commissario. Forse Meloni
inizia a pensare che Mauceri non sia stato all’altezza del compito? Mentre il
centro dell’opera dovrà fare i conti con le conseguenze materiali in seguito
all’iniziativa di centinaia di persone che hanno deciso di compiere gesti
concreti per difendere una Valle martoriata, i suoi tentacoli si allargano. Così
da Salbertrand a Susa fino ad Avigliana passando per Rivoli e Rivalta nuovi
progetti fanno capolino: un chiaro esempio di rubinetti che si aprono per
irrigare con una pioggerella di soldi chi ci deve guadagnare ancora un po’.
Diventa così ancor più chiaro che le opere complementari sono un vero e proprio
accessorio da borsetta per chi ha la possibilità di approfittarne. Non c’è da
temere però perché, come si è visto in questo ultimo anno, in tutti questi
territori laddove vi è un’ipotesi di nuovo cantiere nasce una nuova resistenza,
fioriscono nuovi volti, si accendono nuove possibilità.
La giustizia di magistrati e corrotti
I pm indagano per devastazione e saccheggio e sperano nell’aggravante di
terrorismo. Se c’è una cosa che insegna la lunga storia No Tav è che dalle
pesanti e roboanti accuse ciò che ne esce è molto spesso (per fortuna!) una
prova di ridimensionamento. Alimentare il dibattito giornalistico con titoli
sensazionalistici è una strategia comprovata, oliata e a tratti efficace per i
detrattori del Movimento No Tav e in generale di chi si oppone all’opera. Molto
spesso infatti, seppur con pene molto pesanti frutto della giustizia a due
velocità che è prassi nel nostro Paese, i numerosi processi svoltisi in questi
decenni hanno dimostrato che non è così scontato poter comprovare certe accuse.
Da ultimo il processo che è iniziato con l’accusa di associazione sovversiva,
poi immediatamente derubricato in associazione per delinquere, che ha visto il
crollo in primo grado dell’accusa di reato associativo. Ovviamente ricordiamo
che non contenta la Procura ha intrapreso il processo in appello il quale è
ancora in corso e bisognerà vederne l’esito, detto questo le boutade che agitano
il fantasma del terrorismo denotano la solita ignoranza e cultura di scarsissimo
valore di Procura, Questura e politicanti di una certa risma in questo Paese.
Negli anni anche i più ferventi e accaniti haters dei No Tav, dai pm Padalino e
Rinaudo a magistrati come Caselli a politicanti di bassa lega come Stefano
Esposito, hanno molto spesso assistito a una vera e propria debacle delle loro
personalissime battaglie. Quel che resta sempre vero è che, se da un lato c’è
chi continua a cavalcare lo spauracchio della trita e ritrita formula del
“blocco nero”, dall’altro è sempre più evidente la volontà, spontanea e
trasversale, di tante persone di rendersi protagoniste delle mobilitazioni. Un
entusiasmo crescente che continua ad attraversare generazioni, percorsi ed
esperienze diverse. Anche sabato 26 luglio 2026, così come il 3 luglio 2011,
c’erano ragazze e ragazzi, valligiani e non, che hanno scelto di autodifendersi:
coprendosi le vie respiratorie per proteggersi dai lacrimogeni e riparandosi la
testa dai lanci ad altezza uomo, una pratica che sappiamo essere tutt’altro che
eccezionale e che, quando sfugge al controllo, può avere conseguenze anche
gravi. I lacrimogeni lanciati dagli agenti a Chiomonte sono stati nell’ordine
delle centinaia e, anche questa volta, hanno comportato un forte rischio di
provocare incendi. Nonostante ciò, anche in questa occasione, le forze
dell’ordine hanno continuato a lanciarne invece di intervenire per spegnere i
focolai utilizzando gli idranti.
C’è stato chi, in maniera spontanea e auto-organizzata, ha avuto la lucidità di
prendere in mano una manichetta del cantiere e darsi da fare per spegnere i
principi di fuochi causati dall’esplosione dei candelotti.
Il mondo è in fiamme
In queste settimane di caldo senza precedenti scorrono sui nostri schermi le
immagini dei cavalli in fuga dall’incendio nel Sud della Francia o della città
di Bordeaux a rischio evacuazione o le foreste del Canada o le nostre coste
meridionali sfiancate dagli incendi. A fronte di una emergenza climatica come
quella che stiamo vivendo, a fronte di forze politiche e istituzioni che
guardano e passano senza minimamente preoccuparsi di organizzare dei tentativi
per affrontarle, chi si pone il problema di difendere un territorio dovrebbe
essere l’esempio a cui guardare. La cura dell’ambiente, il rispetto per chi ci
vive che sia esso umano o non umano, è un aspetto prezioso di questo nostro
presente. Che ancora si parli di Tav come un mito di progresso è chiaro a tutti
che sia soltanto per mancanza di fantasia nell’inventare un altro slogan più
credibile. Cementificare, consumare suolo, erodere montagne, prosciugare
sorgenti, contribuire all’aumento dei gradi con il surriscaldamento generato dai
lavori e dai cantieri è criminale. Lo è a fronte di anziani a rischio per la
loro vita rinchiusi negli appartamenti delle nostre città, lo è a fronte di
bambini che non vedranno più il susseguirsi delle stagioni, lo è davanti a
giovani che devono scegliere se restare o emigrare perché i profughi climatici
saranno destinati ad aumentare. L’invivibilità del pianeta è profondamente
all’ordine del giorno e non è più accettabile che politici e istituzioni pensino
di poter vivere come Re Mida sentendosi graziati dal cambiamento climatico in
atto perché potranno beneficiare di bunker climatizzati o isole tutte loro. Non
è accettabile e, a quanto pare, in tanti e tante non stanno con le mani in mano
e non se ne fanno una ragione ma anzi, guardano al futuro con l’urgenza di
lottare per un modello di vita diverso, alternativo e degno dei nostri desideri
e ambizioni.
È ormai passata quasi una settimana dal brutale omicidio di Abderrahim Fakir, un
uomo di origine marocchine ucciso durante un fermo delle forze dell’ordine,
sotto gli occhi inermi e complici del personale sanitario della Croce Rossa.
da Radio Blackout
Da subito gli abitanti del quartiere Pilastro e i collettivi di Bologna sono
scesi in piazza per pretendere giustizia per Abderrahim e per opporsi a quel
razzismo sistemico che minaccia costantemente il diritto alla vita delle persone
razzializzate.
Qui l’approfondimento con la compagna Maria Elena di PLAT Bologna:
di Federico Giusti Dalle manifestazioni di Bologna e della Val di Susa al
progetto di introdurre il riconoscimento biometrico preventivo: il governo punta
a rafforzare il controllo sociale attraverso l’intelligenza …
di Livio Pepino* La morte di Abderrahim Fakir non è stata un incidente né una
fatalità. Le indagini faranno il loro corso ma non occorrono accertamenti
ulteriori per dimostrare l’ingiustificata …