Strani connubi. Quale educazione alla pace e al disarmo nei percorsi formativi dei giovani?
 Per celebrare la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, le istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, possono promuovere e organizzare cerimonie ed incontri sui temi della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell’ordinamento della Repubblica (…) Al fine di sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano che le Forze armate svolgono per la collettività in favore della realizzazione della pace, della sicurezza nazionale e internazionale e della salvaguardia delle  libere istituzioni e nei campi della pubblica utilità e della tutela ambientale, le  iniziative degli istituti scolastici sono volte a far conoscere le attività alle quali esse concorrono nell’ambito del servizio nazionale della protezione civile, per fronteggiare situazioni di pubblica calamità e di  straordinaria necessità e urgenza, in ambito umanitario, in caso di conflitti armati e nel corso delle  operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace e della sicurezza internazionale, e negli ambiti di prevenzione e di contrasto della criminalità e del terrorismo nonché di cura e soccorso ai rifugiati e ai profughi. E’ infarcito di retorica bellicista e di inaccettabili falsità storiche il 2° articolo della legge n. 27 del 1° marzo 2024 che istituisce la Giornata delle Forze armate ogni 4 novembre, legittimando un pericoloso ed eversivo modello istruzione-caserma. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha ritenuto doveroso disobbedire e in collaborazione con il CESTES - Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali ha promosso un convegno formativo per il personale scolastico dal titolo “La scuola non si arruola”. Oltre un migliaio le iscrizioni sulla piattaforma del Ministero dell’Istruzione ma la mattina del 31 ottobre il corso è stato soppresso d’autorità. “L’iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nella Direttiva 170/2016”, spiega in nota il Ministero. Mai parlar male, dunque, in ambito scolastico, del sistema militare e dei suoi intrecci con l’economia e la finanza, della cultura militarista tanto in voga nella società e nell’istruzione e del genocidio in atto alle porte di casa, il primo del terzo millennio, crimine collettivo transnazionale. “Per la prima volta si vieta in Italia un corso su tematiche giudicate non formative mentre vengono celebrate pagine nostalgiche e di mero revisionismo storico attraverso le rievocazioni delle guerre mondiali nel secolo scorso”, denuncia l’Osservatorio. “Allo stesso tempo si verifica l’ennesima contrazione degli spazi di libertà e democrazia. Le mobilitazioni e gli scioperi di questi ultimi mesi, a partire dall’iniziativa del minuto di silenzio per Gaza il primo giorno di scuola, hanno subito evidenti tentativi di boicottaggio e intimidazione tramite comunicazioni riservate degli uffici scolastici, delegittimazione dei collegi docenti, precettazioni”. A fine settembre è stato presentato dal sen. Maurizio Gasparri un disegno di legge che equipara antisemitismo e antisionismo e che vorrebbe imporre alle istituzioni scolastiche obblighi formativi su cultura ebraica, Israele e antisemitismo con pesanti sanzioni, compreso il licenziamento, per i docenti “disobbedienti”. Tutto ciò mentre si assiste all’accelerazione del processo di militarizzazione dell’istruzione: forze armate italiane e straniere ed aziende produttrici di armi occupano ogni sfera della didattica per fini ideologici assolutamente in contrasto con i valori costituzionali della difesa delle libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Si moltiplicano le visite guidate degli studenti a caserme, aeroporti, poligoni militari e ad industrie belliche o le attività didattico-culturali affidate a generali-docenti (dalla lettura e interpretazione della Costituzione e della Storia all’educazione ambientale, alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti classificati come “devianti”, bullismo, cyberbullismo, ecc.). Sempre più istituti promuovono corsi di orientamento e l’alternanza scuola-lavoro a fianco delle forze armate o nelle aziende produttrici di armi; le strutture scolastiche subiscono la progressiva trasformazione a fini sicuritari con l’installazione di videocamere e dispositivi elettronici identificativi e di controllo. Fioccano i divieti di riunione e delle attività autogestite degli studenti e i locali scolastici vengono dichiarati off-limits in orario pomeridiano, mentre viene esercitata l’azione penale e civile contro ogni forma di occupazione. Al rafforzamento del processo di militarizzazione del sistema scolastico concorrono poi l’approvazione di leggi che hanno conferito ai presidi poteri illimitati e istituzionalizzato gerarchie e discriminazioni tra gli insegnanti; la precarizzazione de iure e de facto della figura e delle funzioni del docente; l’esautoramento degli organi collegiali; l’uso indiscriminato dei procedimenti amministrativi contro il personale della scuola. Test di valutazione e strumenti didattici riproducono nelle scuole logiche e dinamiche mutuate dal mondo militare. “L’Invalsi o il passaggio dalle conoscenze alle competenze (tra le soft skills appaiono il sostenere lo stress, l’adattabilità, l’imprenditorialità e a breve troveremo la preparazione e la prontezza), il clima competitivo, la meritocrazia sono tutti fattori che hanno contribuito a mutare il senso della scuola e capovolgere il dettato costituzionale”, spiega l’Osservatorio. Il registro elettronico oltre a generare conflitti e stati di ansia da prestazione permanenti tra gli allievi e un’insostenibile clima divisivo-competitivo nelle classi, viene assunto come strumento di controllo orwelliano da docenti e genitori, minando le stesse relazioni educative e la fiducia adulti-minori. Il soffocante connubio tra istituzioni scolastiche e apparato militare non può essere imputato però solo all’odierno governo di estrema destra. Il processo di militarizzazione dell’istruzione è stato avviato in Italia perlomeno dalla fine degli anni ’90 per essere poi istituzionalizzato nel settembre 2014 con un protocollo d’intesa firmato dalle ministre all’Istruzione Stefania Giannini (Scelta Civica) e, alla Difesa, Roberta Pinotti (Pd). L’accordo ha promosso l’attivazione di percorsi didattici ed iniziative finalizzati alla promozione della Cultura della Difesa. A declinarne significato e funzioni ci ha pensato il subentrante titolare del dicastero a capo delle forze armate, Lorenzo Guerini (Pd). “L’obiettivo della Cultura della Difesa è facilitare i cittadini a comprendere i temi di interesse strategico, acquisire sistemi ed equipaggiamenti militari, valorizzare le capacità dell’industria nazionale e sostenere la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica”, ha spiegato Guerini. Lo scopo, cioè, è quello di estendere a tutte le fasce sociali e generazionali l’incondizionato consenso per le forze armate, le missioni di guerra internazionali, il complesso militare-industriale e l’intervento dei reparti in attività di controllo dell’ordine pubblico e repressione. In particolare, tra i giovani, si punta ad affermare la legittimità dell’uso della violenza bellica e l’ineluttabilità della guerra come strumento di risoluzione di ogni crisi o conflitto. Con l’educazione dello studente-soldato si punta a dominare le menti, ad imporre l’arruolamento e la cieca obbedienza all’establishment, il massimo consenso per il modello socio-economico dominante. Con l’insediamento del governo Meloni, si è data un’ulteriore impronta ideologica ai processi in atto. “Adottando la formula Ministero dell’Istruzione e del Merito si è inteso cancellare il servizio pubblico a favore di una meritocrazia fittizia, per promuovere una scuola che non considera le differenze socio-economiche ed è sempre più lontana dal tutelare uguaglianza e diritti”, commenta Roberta Leoni dell’Osservatorio contro la militarizzazione di scuole e università. “Con Giuseppe Valditara si afferma una scuola che privilegia la conoscenza dell’Occidente rispetto alle altre civiltà e che nega la società inclusiva ed interculturale piegandosi ad una visione bellicista. Ecco allora le nuove Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, le Indicazioni 2025 per la Scuola dell’infanzia e del primo ciclo (bocciate dal Consiglio di stato per forma e contenuto), il voto in condotta, il divieto dei cellulari, i tentativi di censura dei libri di testo (i casi Zanichelli e Laterza) e dei singoli insegnanti, l’introduzione del codice disciplinare e di condotta del MIM (con conseguente creazione di uffici per i procedimenti disciplinari), ecc.”. Il 7 novembre il ministro Valditara ha chiesto con una circolare il rispetto della par condicio nella scelta di ospiti di “specifica competenza e autorevolezza” in caso di eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche, quando le tematiche trattate abbiano “ampia rilevanza politica o sociale”. Alla luce del peggioramento degli spazi di agibilità democratica e di libertà di espressione e insegnamento, alcuni analisti già parlano di israelizzazione della società, dell’economia e del sistema d’istruzione in Italia. Sarebbe in atto cioè la riproduzione del sistema-modello su cui si fonda lo Stato sionista di Israele: forze armate, apparati sicuritari, forze politiche, centri accademici e di ricerca, start-up e industrie militari che cooperano in simbiosi, militarizzando ogni segmento della società, a partire dal mondo dell’infanzia e della scuola.   Articolo pubblicato in Mosaico di Pace, n. 1, Gennaio 2026
[2026-02-17] Apericena condiviso a San Didero @ Presidio NO TAV San Didero
APERICENA CONDIVISO A SAN DIDERO Presidio NO TAV San Didero - Piazzale SS25 (martedì, 17 febbraio 19:30) Tornano gli apericena condivisi del Martedì a San Didero. Il ritrovo è alle 19.30, chi può porti qualcosa da mangiare e bere da condividere e i proprio piatti e bicchieri. https://www.facebook.com/events/1950599122995009/?acontext=%7B%22event_action_history%22%3A[%7B%22mechanism%22%3A%22attachment%22%2C%22surface%22%3A%22newsfeed%22%7D]%2C%22refnotiftype%22%3Anull%7D
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Brescia: per la destra è vietato criticare il questore. L’obiettivo è criminalizzare il dissenso
Per la destra non si può criticare l’operato di funzionari pubblici e forze di polizia. da Radio Onda d’urto Lo hanno dichiarato, in maniera esplicita, le deputate bresciane Cristina Almici (di Fratelli d’Italia) e Simona Bordonali (della Lega) commentando la conferenza stampa durante la quale esponenti del centro sociale Magazzino 47, dell’Associazione Diritti per tutti e del Collettivo Onda Studentesca hanno denunciato di aver ricevuto “avvisi orali” del questore di Brescia, Paolo Sartori, per aver… Partecipato a una manifestazione pacifica. “È gravissimo attaccare chi, in uniforme, lavora per tutelare tutti noi”, ha dichiarato Almici, mentre secondo Bordonali “organizzare iniziative pubbliche contro il Questore significa delegittimare chi, con equilibrio e determinazione, sta facendo il proprio dovere”. In un comunicato stampa ufficiale i consiglieri comunali di Brescia Francesco Catalano (della lista “Al lavoro con Brescia”) e Valentina Gastaldi (di Brescia Attiva) parlano invece di una “modalità di gestione degli strumenti in possesso del Questore che crea sconcerto e grave preoccupazione per la garanzia del diritto a manifestare e a esprimere le proprie opinioni”. Secondo il docente di Diritto penale all’Università di Brescia Luca Masera, intervistato da Radio Onda d’Urto, “c’è un obiettivo molto chiaro che è quello di criminalizzare il dissenso: chi vuole protestare deve sentire un rischio cui si espone con questa protesta. Penso che sia un obiettivo ben chiaro di questa maggioranza (di governo, ndr): tutti coloro che si oppongono devono – in un certo modo – essere controllati, dalla magistratura a qualsiasi episodio di violenza – anche minimo – durante le manifestazioni di piazza”. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto sono intervenuti anche Dino Greco, del Partito della Rifondazione Comunista, e Giorgio Cremaschi, di Potere al popolo. “Ci troviamo di fronte a una traiettoria della vicenda giudiziaria italiana che sta portando verso lo stato di polizia“, commenta Dino Greco. “I due pacchetti sicurezza del governo ci raccontano esattamente di questo”, aggiunge. “Qui si colpisce la stessa libertà di manifestare pacificamente in un crescendo autoritario“, gli fa eco Giorgio Cremaschi. “Sarebbe ora – aggiunge Cremaschi – che la parte elettiva della città, il consiglio e l’amministrazione comunale, dicessero qualcosa su questo aspetto, invece di avere un atteggiamento di sostanziale copertura (tranne piccole minoranze) nei confronti di questa politica autoritaria della Questura e delle autorità di governo”. La trasmissione di Radio Onda d’Urto con gli interventi di compagni, esponenti politici e giuristi.
Israele compie un altro passo verso l’annessione dei territori occupati
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”, accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). da Radio Blackout Secondo la tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione . Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla complicità e il sostegno degli Stati Uniti . Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’ ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei palestinesi e militare israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro firma da Edward Said. Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
[2026-02-21] Cosmic 20 @ Radio Blackout 105.250
COSMIC 20 Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino (sabato, 21 febbraio 22:00) Vent'anni di incessanti esplorazioni musicali, di escursioni psichedeliche, di viaggi ritmici, di bassi rotondi e di melodie celestiali. Li celebriamo insieme con una festa senz afreni, con gli amici di sempre e con un lungo dj set, dalle selezioni più morbide fino alle atmosfere più spaziali e acide. Funk, Dub, disco, House, il tutto filtrato dalla lente lisergica blackoutiana. Come as you are, bring the vibes!
L’Aquila, 21 febbraio: Spettacolo teatrale e presentazione di Haiku Senza Haiku
Riceviamo e diffondiamo: Sabato 21 febbraio CaseMatte diventa uno spazio di arte collettiva resistente! Ore 15.00 Laboratorio teatrale a cura di Nontantoprecisi: “Il corpo è uno. Nel senso che c’è un corpo solo. Un continuo differenziato di corpi. Il soggetto è una chimera. Io è una chimera.” Diamo forma a un corpo collettivo per chiederci davvero cosa può un corpo. Ore 18.00 Presentazione di Haiku Senza Haiku “Apri gli occhi Dentro e fuori di te Sovverti tutto.” Versi scatenati da carceri, strade e stelle in stile JamPoetry a cura di Datura e Unos Necios. Porta i tuoi testi a tema libertario, i tuoi strumenti, la tua voce o scegli dei versi dalla raccolta Haiku Senza Haiku Ore 20.30 Cena “porta e condividi”. Prepara ciò che vuoi e consuma responsabilmente ciò che preparano lə altrə
Iniziative
Il cinema leale. Un ricordo di Frederick Wiseman
(disegno di emanuela rago) È morto ieri, all’età di novantasei anni, il regista statunitense Frederick Wiseman, tra i più noti documentaristi contemporanei. Leone d’oro e premio Oscar alla carriera, nei suoi film Wiseman ha raccontato la storia degli Stati Uniti, testimoniando e lavorando immagini consegnate allo spettatore sotto forma di assemblaggi rivelatori e stimolanti.  Noi l’abbiamo incontrato nel 2013. Riproponiamo oggi quell’intervista, pubblicata sul numero 57 del cartaceo mensile di Napoli Monitor.  *     *     * Fred Wiseman, classe 1930, è arrivato al suo quarantaduesimo film (A Berkeley, da scovare adesso in qualche buon festival) e per nostra fortuna non ha intenzione di smettere. Chi crede di saperne di cinema ma non ha mai sentito parlare di questo maestro americano, dovrebbe trovare i suoi film e rinchiudersi in una stanza per vederli uno dopo l’altro. Tutti. Da più di quarant’anni, Wiseman documenta in film irripetibili il quotidiano trafficare della vita delle persone nelle istituzioni pubbliche e nei mondi sociali (soprattutto degli Stati Uniti e ultimamente di Francia), catturati nel momento in cui li ha attraversati, per poi lavorarli e consegnarli alla memoria in forma di minuziosi assemblaggi, infusi di ritmo e drammaticità. Ma non chiamateli documentari. Una volta lui stesso ha definito i suoi film “reality fiction”, ma era una battuta volutamente ermetica da dare in pasto a chi vuole classificarlo tra i fautori del cinema verité o del documentario militante. È la peculiare forma filmica delle opere di Wiseman, rigorosa, a tratti pedante, a fare testo e a rifuggire definizioni univoche. Acquisita già dal suo primo lavoro, Titicut follies, del 1967, a parte piccole modifiche, è rimasta sostanzialmente immutata in tutti i suoi film. Nessuna artificiosità, avanzamento cronologico esile o assente a favore di una progressione tematica, nessuna voce fuori campo, niente interviste, niente aggiunte di musica, effetti speciali o didascalie. Luce e suoni naturali, micro-storie che si interrompono e riacciuffano come nella realtà, l’impressione costante che un’idea dalle immagini stia effettivamente emergendo ma che tocca allo spettatore completarla e dargli senso. Una sorta di saggio audiovisivo opera di un artigiano del cinema, e che però non illustra una tesi esplicita, tentando invece di aprire uno spazio di interpretazione tra quel che accade davanti alla camera e la soggettività del regista, alimentando una tensione che innesca reazioni diverse a seconda dell’occhio di chi guarda quel che Fred ha guardato. La sua routine è semplice: va nel posto prescelto per diverse settimane con la sua piccola crew e si limita a registrare tutto quello che la fortuna e la sensibilità gli permettono. Poi si rinchiude per mesi e lavora al montaggio. A oggi, i suoi film sono il più accurato inventario delle istituzioni del mondo occidentale: un manicomio, una prigione, una scuola, una fabbrica per la trasformazione della carne, un campo di addestramento dell’esercito, un ospedale, un laboratorio scientifico, una palestra, una centrale di polizia, un ufficio di assistenza sociale, un caseggiato popolare… e, recentemente, una scuola di danza, una compagnia di teatro, uno strip-club e una università. Ogni luogo e momento restano unici, eppure qualcosa filtra di ulteriore, di comune, qualcosa che concerne sia le domande ultime e universali, sia le occorrenze triviali in cui si trova ognuno di noi quotidianamente. Se di militanza si può parlare, allora questa andrebbe concepita come dedizione al lavoro di conoscenza e rappresentazione. Lui direbbe che non saprebbe che altro fare, a parte leggere e sciare. In fin dei conti, un solitario a cui piace stare in mezzo alla gente, che ha conosciuto e reso eroi migliaia di volti comuni. Rispettando l’individuo, guidato da quella che lui chiama fairness: equità, correttezza o come volete definire quell’empatia umana di un curioso del reale che non usa la telecamera per nascondersi. A me, mentre gli parlavo tentando di strappargli più parole di quante fosse abituato a dirne in un’intervista, veniva in mente un frammento del suo Welfare che mi si è conficcato in testa: un indiano americano che appare per qualche secondo soltanto, e la sua esclamazione davanti all’iniquo impiegato dei servizi sociali: «What about the indian people?». So che vivi a Parigi… La maggior parte del tempo. Casa mia in America è vicino Boston, a Cambridge. Perché la Francia? Mi piace la Francia, il cibo è buono, la città fantastica. Mi piace il teatro, il balletto, e ho un sacco di amici qui. Come sei passato da avvocato a regista? Amo fare film, e la legge mi annoiava. Stai facendo un film adesso? Sì, un film sull’università della California, Berkeley. Si chiama A Berkeley. Hai seguito qualcosa in particolare? No! È su come l’università funziona. Il solito? Yeah, il solito. Quando hai scelto un luogo o un’istituzione, mi puoi dare un’immagine di come lavori? Scambio lettere con il posto per delineare i termini secondo cui lavoro, sarebbe a dire che voglio accesso a tutto, se è possibile. Se c’è qualcosa che non vogliono che sia filmata, lo rispetto. Gli scrivo anche che mantengo il controllo editoriale e che il film sarà mostrato nei cinema, alla televisione, e verrà distribuito in molti paesi. Quando inizio a girare non ho nessuna tesi particolare in mente, penso solo sia un buon soggetto e che se vado in giro abbastanza tempo, avrò abbastanza materiale dal quale posso montare un film. Vado in un posto con nessuna idea fissa di quale sia il soggetto del film, se non in un senso generale. Il soggetto è il luogo. Poiché non mi immagino quel che accadrà, raccolgo solo sequenze. Di solito non passo più di un giorno nel luogo prima di iniziare, perché non mi piace essere lì e magari qualcosa di interessante succede e me la perderei perché non sono preparato a filmare. Le riprese del film sono la ricerca. Di solito, raccolgo tra le ottanta e le duecentocinquanta ore di girato. Per Berkeley avevo duecentocinquanta ore di materiale. Durante le riprese seguo il mio istinto. Trovare buon materiale è una combinazione di istinto, giudizio e fortuna… Quando le riprese sono finite e inizio a montare, la prima cosa che faccio è guardare tutto il girato. Mi ci vogliono cinque o sei settimane. Alla fine, scarto la metà. Poi monto le sequenze che rimangono e che sono candidate all’inclusione nel film. Questo lavoro prende di solito tra i sei e gli otto mesi. Non posso pensare alla struttura in astratto, devo vedere come funzionano le sequenze quando sono una dopo l’altra e le conseguenze e le implicazioni di mettere le sequenze in un certo ordine. Quando sono pronto faccio il primo assemblaggio in quattro, cinque giorni. Dopodiché mi ci vogliono altre sei settimane per arrivare alla versione finale. A questo punto posso cambiare la struttura velocemente. L’ultima parte del montaggio è lavorare sul ritmo del film, il ritmo interno alle sequenze e quello esterno tra le sequenze. Quando ho la versione finale, resta il missaggio e la gradazione del colore e il film è finito. In tutto, ci vuole un anno. Come fai a diventare invisibile nel contesto che osservi? Vedi, non sei invisibile. Io non faccio finta di essere invisibile. Faccio quello che posso per far sentire le persone a loro agio con l’idea che si sta facendo un film. Non mento, non li prendo per il culo, sono sempre molto chiaro. Se qualcuno vuole guardare attraverso la videocamera glielo lascio fare, e se vogliono vedere come funziona un registratore glielo mostro. Faccio quel che posso per demistificare il processo di fare un film. La mia esperienza, in America e in Francia, è che è molto raro che qualcuno guardi in camera o che qualcuno non voglia essere filmato. Pensi che ci sia una diversa sensibilità verso la videocamera oggi rispetto a trent’anni fa? Secondo la mia esperienza, fare questi film non è diverso ora da trent’anni fa. Il novantanove per cento delle persone accetta di essere ripresa, non recita e non guarda in camera. Ho letto che il tuo scopo nel fare questi film non è essere oggettivo ma essere onesto. Io non ho idea di come essere oggettivo. Non so che significa. Fare un film implica fare delle scelte. Ci sono letteralmente centinaia di migliaia di scelte; cosa riprendere, come girare, cosa usare e come montarlo, cosa accettare e cosa rifiutare. Io faccio queste scelte. E le devo fare assecondando il mio giudizio, la mia esperienza, i miei valori e i miei interessi. Non c’è modo di essere oggettivi. La stessa nozione di oggettività è completamente falsa. Quel che intendo con onesto, è che cerco di fare il film rimanendo leale con l’esperienza che ho avuto stando nel posto per settimane e studiando il materiale per un anno. Non cerco di prendere in giro le persone. Se una situazione è divertente la uso, ma non manipolo il materiale per arrivare a quel risultato. Quando monto una sequenza cerco di capirne il significato – il significato per me. Questo è un giudizio soggettivo. Provo a capire il significato originario di quell’evento e faccio in modo che si preservi nella versione finale della sequenza montata. C’è qualcosa di politico nei tuoi film? Non c’è niente di politico che corrisponda a qualche ideologia in particolare. La mia storiella è che se avessi dovuto scegliere un Marx, sarebbe stato Groucho piuttosto che Karl… Questa andava forte nel 1968… Vedi, i miei film non sono apertamente politici. Non corrispondono a nessuna ideologia, a parte l’ideologia che si domanda quel che vedo quando faccio un film. Ma poiché hanno a che fare con certi aspetti della vita contemporanea, talvolta li criticano e talvolta li elogiano. Non mi piace pensare ai film come soltanto politici, amo considerarli film drammatici, narrativi. Il modello per me sono sempre i buoni romanzi, piuttosto che le ideologie politiche. Quali romanzi? Moby Dick e L’impostore di Melville; il Don Chisciotte; la Bestia nella giungla di Henry James; e qualsiasi cosa di Philip Roth e Saul Bellow. Credi ci sia stato un cambiamento nel tuo stile da quando vivi in Francia? No. Ogni film è diverso perché ogni argomento è diverso. Per ogni film devo trovare uno stile o devo modificare il mio stile per andare incontro alle necessità della materia del soggetto. Per esempio, in Crazy Horse ci sono molti tagli veloci. In Berkeley ci sono sequenze lunghe. Nel primo la storia è raccontata più con le immagini che con le parole. Nel secondo è l’opposto. Lo stile di ogni film è un adattamento al soggetto del film. Da quanto tempo fai film, Fred? Faccio questi film da quarantacinque anni, e mi piace pensare che nel corso di questi anni ho imparato qualcosa. Qualsiasi cosa sia, è nei film. Come sono recepiti i tuoi film dalla società? Non ne ho idea. Non intervisto le persone dopo che hanno visto i miei film. Lavoro in considerevole isolamento, perciò non parlo con molte persone che guardano film. Qualche cineasta contemporaneo che apprezzi? Un documentarista che ammiro molto è Marcel Ophuls. Ma non fa film da quindici anni. Il suo stile è completamente diverso dal mio. Hotel Terminus e The sorrow and the pity sono grandi film. Di quale dei tuoi film sei più orgoglioso? Oh, non lo so, è come chiedermi a quale dei miei figli voglio più bene. A me piace Welfare. Anche a me piace molto. Come ti relazioni con persone che se la passano male, come in Welfare e Titicut follies? Mi comporto come mi comporto sempre. Presumo che le persone che filmo sono sensibili come mi piace pensare io sia. Provo sempre a comportarmi in maniera diretta, decente e onorevole quando ho a che fare con loro. Gli dico esattamente quel che faccio e come lo faccio. Stabilisci relazioni di amicizia? Sono sempre molto professionale. Non faccio film per trovare degli amici. Provo a evitare l’impressione che sta nascendo un’amicizia perché ciò sarebbe falso. Come finanzi i tuoi film? Canto e vendo penne davanti ai centri commerciali sotto Natale… E quando non lavori? Leggo e vado a sciare. Un’istituzione o un mondo sociale in cui vorresti fare un film ma non ne hai ancora avuto la possibilità? Ohhh, la Casa Bianca! Oppure la Cia? Già, ma non credo mi daranno il permesso. (salvatore de rosa)
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Macerie su Macerie – PODCAST 16/02/26 – Immaginari da macelleria: cinema, nuovi media e violenza disturbante
Dopo le riflessioni degli scorsi mesi sulla spettacolarizzazione del dolore e sulle dinamiche da capro espiatorio nel web, ci spostiamo sul cinema per indagare la recrudescenza della violenza messa in scena e il suo intreccio con la vita fuori dagli schermi. La rappresentazione della violenza acuta e delle atrocità, in immagini cinematografiche sempre più esplicite, esce dall’horror e si innesta in tutti gli altri generi, togliendo lucidità di sguardo e prendendosi il primo piano emozionale, facendo deflagrare tutti gli altri, compreso il senso generale di una pellicola. Non è certo un’invenzione filmica recente ed è antica quanto la cultura europea. Eppure nella tragedia classica il racconto delle vicende più nefaste e truculente era intrisa di una “serietà del tragico” che oggi è totalmente assente: lungi da essere spettacolo sensazionalistico, fungeva da rappresentazione di un conflitto autentico e insolubile insito nella natura umana. La violenza (anche nell’omicidio, nella vendetta, nel sacrificio) non era mai gratuita e mostrava una collisione di valori dove la catarsi consisteva soprattutto in una chiarificazione interiore di tutti i personaggi e soprattutto degli spettatori. Infatti lo spettatore provava paura e pietà per tutti i personaggi in ballo, perché tutti sono avvolti dal medesimo destino tragico, nessuno è in salvo, neppure chi guardava dalla platea. Con Alessandro Lolli, studioso dei nuovi media, proviamo a porci qualche domanda sulla violenza messa in scena oggi e sul suo significato all’interno dell’assuefazione generale all’immaginario del patimento e della ferocia. Leggi gli articoli di Alessandro: Noialtri girardiani Bugonia ai tempi degli Epstein Files Red Rooms e i degenerati
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