B-RAVE RAGAZZE – ANGOLETTO RDR, TRA SOSTANZE E NUOVE USCITE@0
Dopo più di un mese torniamo con il vostro aperitivo tekno preferitoChiacchiere su sostanz3 con una compagna che si occupa di RDR e comunicati dall’oltralpe francese, il tutto condito da una raffica di nuovissime bombette appena uscite Trascriviamo qui i luoghi dove poter fare drug-checking a Torino riportati dalla compagna: Isola di Arran (Lungo Dora Firenze 33b) *ven 17:30 – 19:30 *sab 11:00 – 13:00 *primo sabato del mese 14:00 – 16:00 Corso Giulio Cesare 15, dietro il balùn *primo sab del mese DROP-IN Ospedale Amedeo di Savoia (Corso Svizzera 144) *terzo lunedi del mese dalle 15 alle 18 Prima parte di musichette: Angolo RDR – sfatiamo paranoie su presunte invasioni di Fentanyl: Angolo RDR – Pasticchette, pillole e proporzioni: Francia e chiusura musicale: Scaletta tracce in ordine: Otoboke Beavers – Don’t light my fire Statek – Belgrad Noise Statek – Barrio blaster IND & Enko – Inverted Totalitarianism verso – Green tribe StlltAz – Cheap Jockey Silent Servant – Invocation Of Lust Silent Servant – Optimistic Decay MarsAttack – Dinamiko (wip) ANTIREP04 – 69db – Genorosity is the key ANTIREP04 – Pneumatix & Dave – RaveOlution ANTIREP04 – Lillie – What am I doing SHC – Jam I Perhan & Lilu – exctr 1 Raggio – DeltaRadio
freeparty
TEKNO
fentanyl
b-raveragazze
DRUGCHECKING
Spagna chiama Italia: casa e finanziarizzazione
La lotta per il diritto alla casa negli ultimi trent’anni è sempre stata un’invarianza della rigidità che le classi subalterne hanno imposto al potere nella più generale tendenza neo liberista di attacco alle condizioni materiali di vita delle persone.  Da mesi però assistiamo ad un ritorno di questa lotta come centralità politica a livello internazionale. Partendo dall’elezione a New York del nuovo Sindaco Mamdani, passando per la vittoria a Berlino della candidata Linke Elif Eralp, fino alle imponenti mobilitazioni spagnole partite dalla vicenda Maricarmen la lotta per l’accesso alla casa ha saputo diventare nuovamente una spina nel fianco delle élites capitaliste, anche aggredendo i nuovi meccanismi che la speculazione immobiliare ha messo in campo. Si possono infatti delineare delle nuove  invarianze in questa ondata  di mobilitazione, ossia l’attacco frontale ai meccanismi di finanziarizzazione della casa e dell’abitare.  La trasformazione della casa in “asset finanziario” ha infatti inasprito le difficoltà di accedere ad affitti proporzionati ai salari reali e innalzato la barriera economica che divide i proletari e il ceto medio dalla possibilità di acquistare una casa. In tutti i contesti europei e d’oltreoceano il rapporto fra salario e spesa per garantirsi un tetto sopra la testa è letteralmente saltato, facendo esplodere una vera e propria “bomba” sociale. Questo meccanismo di finanziarizzazione della casa è recentemente approdato anche in Italia, dove le lotte per la casa sono storicamente centrali, ma che negli ultimi anni hanno subito molti attacchi mettendone  a rischio le conquiste del passato. L’insorgere di questo nuovo fenomeno però allarga di fatto la base sociale coinvolta dalla lotta anche nel nostro paese. Siamo di fronte ad un nuovo ciclo di opposizione sociale e antagonista su questo ambito della riproduzione popolare? Anche se è difficile rispondere a questa domanda crediamo sia importante partire primariamente dai meccanismi materiali alla base di questa scommessa, appunto la finanziarizzazione. Milano, Firenze, Roma, Torino, Bologna e molte altre città sono investite da meccanismi di speculazione immobiliare portate avanti dai fondi che a loro volta sono gestiti e comandati da colossi detti società di gestione del risparmio. Questo meccanismo si somma a quelli storici della gentrificazione, della turistificazione e della speculazione immobiliare intorno all’abitare studentesco. Abbiamo preso spunto per spiegare questo complesso fenomeno da un’ intervista al Professor Alessandro Volpi apparsa recentemente qui. > Il mercato è mosso dalle società di gestione del risparmio che si occupano di > immobiliare. Oggi queste hanno un peso importante e sono in sintesi una > settantina ed hanno un patrimonio immobiliare che si aggira intorno 145 > miliardi di euro.  > > Esiste di fatto una grossa concentrazione nella capacità di gestire il > patrimonio, infatti tendenzialmente 10 società detengono quasi metà > dell’importo complessivo. > >  Le società di gestione del risparmio non gestiscono direttamente il > patrimonio immobiliare (es Fabrica sgr, Investire sgr), ma generano fondi > immobiliari, i quali sono legati a specifici progetti immobiliari, sia di > recupero che di acquisto di aree già edificate o di costruzione di nuovi > complessi di edifici. > > Esistono più o meno 750 fondi immobiliari legati a queste 70 sgr, le 10 più > importanti ne hanno di conseguenza una quota maggiore. Quindi diversi fondi > immobiliari, nella stessa città o in diverse metropoli italiane, possono > usufruire della stessa strategia dovuta al fatto che una singola società di > gestione del risparmio ha molti fondi a disposizione. > > Il fondo, in particolare, si occupa di decidere i progetti sull’area urbana di > riferimento e della gestione del patrimonio immobiliare che possiede.  > > Essendo che una sgr guadagna dalle commissioni che gli pagano i fondi, essi > vendono le loro quote per finanziarsi.  Fino a poco tempo fa la  tendenza era > quella di vendere anche a risparmiatori benestanti di fascia medio alta, ma > comunque a patrimonio limitato, se paragonato a grandi agglomerati finanziari, > ora  i fondi vengono frammentati e divisi  in quote vendute principalmente a > investitori istituzionali. Questi possono essere ad esempio fondi pensione e > casse di previdenza degli ordini professionali o altri con grandi capacità. > Così facendo vi è quindi un  allargamento della base di reperibilità delle > risorse per il fondo, accentrando grosse porzioni di capitale. > > Per fare un’operazione ad esempio, un fondo compra un blocco di migliaia di > appartamenti, diventando decisore in ultima istanza dell’andamento del mercato > immobiliare nella zona in cui acquista, poi si predispone per avere un > rendimento alto delle quote vendute con cui ha investito negli appartamenti. > Le quote hanno la necessità di essere competitive economicamente, ossia  la > quota parte deve  competere contro tutti i prodotti finanziari come azioni di > altri fondi come ad esempio Black Rock o altri colossi che hanno fatto > manbassa del capitale nostrano.  Per poter competere ed attirare compratori > devono essere remunerativi. Per farlo, come dicevamo, comprano ad esempio un > blocco di tanti appartamenti nella stessa zona, li liberano degli inquilini in > vari modi, alzando gli affitti come nel caso di MariCarmen a Madrid. Una volta > disponibili, una parte di questi appartamenti  vengono tolti dal mercato, per > risparmiare sulle ristrutturazioni da una parte e dall’altra per far alzare il > prezzo complessivo con la scarsità del bene che controllano. Così facendo > vengono messi sul mercato solo una parte degli appartamenti realmente > disponibili che possono diventare particolarmente redditizi, se vi si > applicano affitti molto alti o venduti a prezzi alti. In questo modo si alza > il prezzo medio complessivo della zona in cui il fondo ha investito. > > Si tende ad un rendimento massimo in breve periodo in modo da poter ripartire > i profitti a tutti gli attori di questo processo economico giocato sulla pelle > degli inquilini. > > Così facendo si innesca il meccanismo che porta all’innalzamento complessivo > degli affitti in in un’intera porzione metropolitana o addirittura nella sua > totalità. A cascata vi è un espulsione primariamente delle persone a basso > reddito, ma anche di quelle a medio che riparano in zone sempre più > periferiche o addirittura in altre città limitrofe e di provincia. Riassumendo quindi il funzionamento della catena della produzione di  valore è: la società di gestione del risparmio guadagna e vive di commissioni e servizi che le sono pagate e fornite dai fondi: così più fondi crea più commissioni o azioni riesce a incamerare e, quindi, più ci guadagna. I fondi immobiliari remunerano i sottoscrittori delle loro quote in proporzione ai ricavi che ottengono, i quali sono legati tendenzialmente alla possibilità di praticare affitti più alti. L’ultimo anello di questa catena è chi paga la rendita, l’affitto, o meglio chi non riesce a permetterselo e viene impoverito se deve o vuole rimanere nella zona interessata, oppure viene espulso. Questo processo genera come effetto collaterale una scarsità di immobili disponibili oltre al fatto che quelli disponibili hanno prezzi molto alti.  Aggiungiamo un ulteriore aspetto da indagare che riguarda una tendenza in atto, ossia la forte presenza di colossi immobiliari tra le fila delle società promotrici di progetti di nuovi data center, soprattutto al Nord-Ovest, ma non solo. Anche da fonti del settore viene sottolineato come “una serie di fattori convergenti rende interessante la riconversione degli asset immobiliari come data center”. A Milano ad esempio il primo investimento del colosso americano Hines nei data center ha inaugurato questo processo con un progetto di 95mila mq nell’area del Noviglio; la stessa società ha promosso il data center di Caselle Torinese in Piemonte. Il fatto che i data center necessitino di vaste aree da bonificare o direttamente suoli agricoli significa per le società immobiliari ampliare i propri asset di investimento anche in zone che precedentemente non erano interessanti per alimentare valore. Quindi superfici che non erano utili a produrre profitto, perché ex aree industriali dismesse o non collocate nei centri città, ora lo diventano. Territori “marginali” possono dunque diventare strategici e alimentare il processo di finanziarizzazione, gli investimenti presumibilmente avranno effetti sul valore che questi terreni potranno acquisire in un futuro e, dunque, aumentano il prezzo al metroquadro sul mercato in generale. Questo avviene perché a dare il valore di questo genere di collocazioni per questi specifici immobili è la capacità in termini di megawatt, ossia la possibilità di allaccio alla rete, i tempi di connessione, la disponibilità di energia. Un esempio in questo senso viene fornito da questo articolo, dove viene sostenuto che : > “La scala dell’AI spinge il mercato verso territori nei quali terreno ed > energia sono più disponibili, [quindi l’hinterland] senza perdere il > collegamento economico e digitale con Milano.” Questo chiaramente non > significa perdita di centralità dal punto di vista di rendita, investimenti, > profitti relativamente alla città, in questo caso Milano. Significa però che > se colossi immobiliari si muovono per acquistare terreni brownfield aprono un > terreno di speculazione e finanziarizzazione sulla base della ricchezza che > l’intelligenza artificiale porterà. Si tratta di una sorta di scommessa sul > futuro perché, nel frattempo, viene consumato suolo, risorse naturali, energia > e infrastrutture. Questo campo però permette di avviare margini di guadagno > per fondi privati, investitori, banche. Seguendo questo ragionamento parrebbe > dunque che siamo di fronte a un processo che individua i data center come > nuovo asset strategico immobiliare e ne riscrive le regole in quanto la > “collocazione” non è più condizionata alla vicinanza con i centri del > capitale. Inoltre questo fenomeno di speculazione ne genera uno proporzionalmente inverso sul mercato prettamente immobiliare, quindi di case da abitare. Intorno ai data center, dunque ai terreni su cui il valore di rendita è aumentato, si genera un deprezzamento degli immobili esistenti adibiti ad abitazioni civili, spesso in aree periferiche perciò destinazione e proprietà di quel vasto proletariato e ceto medio italiano che ha un tasso di proprietà di casa intorno al 70%. Questo significa che in  diverse aree periurbane e periferiche già in crisi, ad essere attaccato di riflesso, è la maggior riserva di valore accumulata nella parte bassa della società, ossia la casa di proprietà. Un altro fenomeno che è utile segnalare, fra le dinamiche che vediamo evolversi attorno alla questione casa, c’è quella delle successioni del patrimonio immobiliare familiare e l’insorgere di speculatori detti “instant buyers”. In sostanza il nostro paese si trova, per via dell’andamento demografico, davanti ad un aumento di giovani e meno giovani che ereditano case dalla generazione “boomer”. Questi immobili, molto spesso nelle province e nelle periferie metropolitane, sono vecchie, inefficienti a livello energetico a volte fatiscenti. Necessitano quindi di un investimento per poter essere usate o fruttare attraverso una vendita o una rendita. Molte rimangono vuote per problemi di successione e burocrazia, altre perché situate in territori spopolati o in via di spopolamento, altre ancora per mancanza di risorse da parte di chi le eredita. Qui si inserisce il ruolo dell’Istant Buyer: un impresario o un fondo che compra deprezzato l’immobile per rivenderlo o affittarlo in breve tempo. Così si assiste ad un fenomeno speculativo, ma anche ad una perdita di riserva di capitale nei ceti bassi della società a favore di una concentrazione di valore, capitale e rendita per la borghesia rentier.  Inoltre alcuni studiosi iniziano ad ipotizzare la nascita di due mercati immobiliari separati: da una parte uno redditizio fatto immobili ristrutturati e ad alto valore, un altro fatto di immobili al limite della fatiscenza con prezzi ribassati destinato a proletari, migranti e non, con basso o bassissimo reddito.  Parliamo quindi di una situazione a “collo di bottiglia” in cui il maggiore pilastro del welfare familistico del nostro paese viene rapidamente eroso e riportato nelle mani di una piccola borghesia nazionale e internazionale. Va messo in risalto questo passaggio storico poiché è proprio questa forma tutta italiana di welfare, ad aver molte volte fatto da “tappo” e cuscinetto all’esplosione di conflitti sociali dispiegati a livello di massa sull’abitare e sulla precarietà del lavoro. Vediamo quindi come la finanziarizzazione della casa legata ad altre dinamiche storiche abbia delle ricadute concrete per le persone sia di ceto medio che proletarie.   Questo processo di finanziarizzazione dell’abitare accomuna e colpisce indistintamente un gran numero di persone, portando indirettamente un attacco che conduce all’erosione dei salari nel nostro paese, fermi da decenni. Gli stipendi bassi e l’iper sfruttamento sono la principale base di guadagno per i padroni nel nostro paese. L’imporsi di grossi colossi, principalmente americani, sia nel comparto pubblico che nel capitale privato, ha come effetto diretto per le persone un ulteriore impoverimento. Se si aggiunge a questo l’inflazione, il caro carburante e il carovita di guerra, l’attacco economico assume proporzioni devastanti per le condizioni di vita delle persone, soprattutto perchè a ciò si somma un generale disinvestimento o privatizzazione del welfare nella sua totalità a favore del riarmo. Le lotte per la casa in questi anni hanno resistito attraverso pratiche di occupazione, sciopero delle bollette, vertenze sulle case poplari e campagne di pressione sulle amministrazioni locali e i governi nazionali di destra e sinistra per calmierare gli affitti. Oggi ci sembra però che le condizioni dettate dalla crisi pongano il movimento per l’abitare di fronte ad una nuova sfida che potenzialmente può poggiare su nuovi rapporti di forza a suo favore. L’accentramento di capitale immobiliare, come abbiamo cercato di spiegare, coinvolge molte più persone direttamente e indirettamente in questa lotta per la sopravvivenza minima. In più i profitti che questo attacco genera sono portati dai mercati finanziari al di fuori del nostro territorio, accentrando in questo modo il numero di approfittatori della rendita che sulla finanziarizzazione della casa si arricchiscono. Mai come oggi è vero che l’1% si arricchisce alle spalle del resto delle persone.  
Il Sud Italia bloccato da agricoltori e autotrasportatori
Nel Sud Italia il traffico sulle principali arterie stradali è bloccato da giorni dalla protesta di agricoltori e trasportatori, colpiti da carovita e costo dei carburanti. Alla loro protesta si sono rapidamente aggiunte le componenti studentesche e di lavoratori e lavoratrici di altri settori, e anche le rivendicazioni hanno via via incluso temi come lo stop al trasporto e commercio di armi e all’economia di guerra. Ne abbiamo parlato in diretta da un presidio a Cosenza con Federico del movimento La Base. Ascolta la diretta:
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Un weekend di fuoco – racconti da Milano e Torino@1
Sulla scia delle proteste studentesche e delle piazze francesi sono stati indetti cortei contro il carovita in tutta Italia, senza sigle sindacali o appartenenze politiche. A Milano, Torino, Bologna e Roma si sono tradotte in scontri con la polizia e danneggiamenti, a volte anche saccheggi di quelle parti di città che buona parte dei loro abitanti, in particolare giovanissimi e giovanissime, non si possono permettere. Abbiamo sentito una compagna di Milano in Movimento che ci ha raccontato delle giornate del 16, 17 e 18 nella capitale lombarda. Abbiamo parlato della composizione delle piazze, del comportamento poliziesco, i fermi, il tentativo di alcune pagine social di riportare l’esplosione verticale del conflitto a una guerra tra poveri. Ricordiamo che è stato attivato un hub legale per i fermi di Milano, l’indirizzo a cui scrivere è: hub4defenders@proton.me Da Torino abbiamo raccolto la testimonianza di uno studente sulle giornate del 16 e 17 e il presidio al carcere minorile Ferrante Aporti di domenica.
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Tutta la Francia si mobilita, la giornata di sabato 17@0
Sabato 17 ottobre 2026, centinaia di manifestazioni si sono svolte in tutta la Francia. Gilet Gialli, studentx delle scuole superiori, studentx universitarix, sindacati, lavoratorx di vari settori e collettivi si erano datx appuntamento, sull’onda di un movimento studentesco che da settimane mette in crisi il governo, il quale si appresta ad approvare una finanziaria che prevede più di 40 miliardi di tagli alla spesa pubblica. Secondo i sindacati, più di 800.000 persone hanno manifestato in tutta la Francia, quasi il doppio di quanto rivendicato durante l’ultima manifestazione studentesca di martedì. Scene simili a quelle di Parigi si sono viste ovunque nel paese, tra scontri, saccheggi, barricate e incendi. A Bordeaux, dei manifestanti hanno saccheggiato la residenza privata della prefetta. A Marsiglia, dopo degli scontri molto duri tra il corteo e la polizia, alcuni manifestanti si sono introdotti nell’edificio del comune. A Lione, è stato dato alle fiamme un ufficio del turismo, in quello che Le Monde ha definito un «clima insurrezionale». Nunez ha accusato «i movimenti di ultrasinistra» di aver voluto «attaccare gli edifici pubblici» e ha detto che, ieri sera, gli arresti erano più di 400. Ci siamo fatte raccontare da Filippo Ortona, giornalista che vive a Parigi, la giornata nella capitale e abbiamo ricevuto un contributo audio da Lione.
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Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Basilicata, Molise. Agricoltori e trasportatori bloccano il Sud. Chi sono e cosa chiedono?
Contro il caro-carburanti protestano da giorni, al Sud, agricoltori e autotrasportatori, che minacciano un blocco nazionale dopo quelli in Calabria, Puglia, Basilicata e Sicilia, in corso fino a martedì. Da venerdì intanto la mobilitazione è arrivata anche in Molise e Campania; chiusa prima l’uscita dell’A30 a Nola, poi quella di Nocera-Pagani. da Radio Onda d’Urto In Calabria mezzi pesanti e trattori stazionano a bordo strada senza attuare blocchi totali ma provocando forti rallentamenti in punti nevralgici. La protesta degli autotrasportatori ha interessato ieri, per la prima volta, anche il territorio della Locride, oltre a essersi registrati blocchi e presidi ovunque a Sud, in provincia di Campobasso, poi da Eboli a Gela, da Brindisi a Catania. Bloccata anche l’entrata del Porto di Palermo. Una convergenza di lotte tra studenti e lavoratori si è registrata a Corigliano Rossano dove gli studenti delle scuole superiori sono scesi in corteo al fianco degli agricoltori sulla SS 106. Stessa cosa per Trebisacce, Cosenza, uno dei luoghi scelti per l’attuazione dei presidi dei Tir che stanno provocando disagi alla circolazione, dove gli studenti sono scesi in strada al fianco di autotrasportatori e agricoltori nelle loro proteste contro il caro carburante. Il governo prova a correre ai ripari convocando un tavolo per il 27 ottobre. Intanto in Calabria, Puglia e Basilicata manca già il carburante in diverse stazioni di servizio, dopo il blocco alla raffineria Eni di Taranto. Radio Onda d’Urto ha intervistato il giornalista e scrittore Pietro Comito, che segue da giorni le proteste in Calabria
Raccolta di contributi e punti di vista sulle piazze del 17 ottobre: dalla Francia all’Italia
Di seguito apriamo una raccolta di punti di vista a nostro parere interessanti su quanto sta succedendo da una parte all’altra delle Alpi sul tema del carovita, della crisi sociale e della guerra. Le mobilitazioni del 17 ottobre hanno dato il la: circolano in queste ore analisi e punti di vista che è utile raccogliere per tracciare invarianze e tendenze oltre a specificità, con l’obiettivo di non correre il rischio di adottare semplificazioni o scorciatoie. Costruire una lente comune per guardare quanto sta accadendo è utile in una dimensione di intenti comuni di avanzamento delle lotte. Per l’autonomia di tutti/e di Immigrital Vi abbiamo visti, per trent’anni, esaltarvi sulle rivolte delle banlieue. Organizzare cineforum su La Haine. Discutere se fosse politica, pre-politica o anti-politica. E poi i saggi, gli studi, le analisi. E ora iniziate a farlo sulle 2Gen d’Italia. Ma quando esplode il protagonismo, vi vediamo fare la giravolta, dopo aver espropriato la nostra forza lavoro e quella delle nostre famiglie, oltre ai «contenuti» da utilizzare nei vostri lavori. Che indigna più la vetrina di una multinazionale che fa miliardi e sfrutta i lavoratori piuttosto che l’esclusione sistematica di chi fa ogni tipo di lavoro e non può permettersi nulla. Vogliamo allora riproporre noi un insegnamento: l’esercizio del potere dei dominanti sugli oppressi è violenza. Sfruttare è violenza. Negare le cure è violenza. Impedire alle persone di poter scegliere se diventare medici o artisti, costringerle allo sfruttamento o alla strada, è violenza. Sfrattare è violenza. Case vuote e multiproprietari sono violenza. Privare di risorse case e quartieri popolari è violenza. Ma anche l’ILVA a Taranto è violenza. Un pescatore affamato è violenza. Un agricoltore in Calabria. È la violenza che viene dall’alto, sistemica e istituzionale. La risposta degli oppressi, con i mezzi che hanno a disposizione, attraverso la solidarietà e la convergenza con militanti, a prescindere che il collante sia ideologico o materiale, fondato su un’appartenenza simbolica o di classe, è conflitto. Conflitto sociale, che tanti, in questo paese, si erano scordati. Se indigna più una vetrina di una multinazionale piuttosto che la violenza sistemica. Indignasse tanto quanto lo smantellamento dello stato sociale e l’esclusione da diritti civili… Ieri il popolo era teppista, non può votare. Le donne nella società… No, urtano la morale. I moti di rivoltosi LGBTQ poi… Oggi stessi tentativi di riprodurre dominio ed elitismo. Casa, reddito, sanità, istruzione. Democrazia. Per l’autonomia di tutte/i Il suicidio dell’Europa è in “vetrina” Il risveglio dal coma social-consumistico dei figli che l’Europa voleva usare come carne da macello. Di Lavinia Marchetti Laika, not in my name Il mysterium tremendum Occidentale davanti a una vetrina infranta Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di umiliazione sociale, finisce per incazzarsi. Foot Locker, saccheggiata a Milano, offre un’altra esemplificazione di questa oscenità. Un’impresa coinvolta in Germania in controversie sulla rappresentanza sindacale, alla quale KnowTheChain assegnava nel 2023 appena 2 punti su 100 per le misure documentate contro il rischio di lavoro forzato nella filiera. Intanto la scarpa, feticcio dell’identificazione giovanile, occulta nella propria desiderabilità pubblicitaria i rapporti sociali della produzione. Marx avrebbe parecchio da scrivere su questa forma contemporanea di alienazione. E poi Rolex, il lusso parigino, l’ostentazione di una ricchezza la cui inaccessibilità costituisce precisamente il fondamento del prestigio. L’universalismo borghese è approdato al diritto universale di contemplare ciò che soltanto pochi possono possedere. Le periferie, educate al desiderio illimitato e condannate all’indigenza, penetrano nei luoghi della propria esclusione. Il saccheggio realizza per un istante l’appropriazione della merce attraverso la soppressione della mediazione monetaria. Una negazione ancora prigioniera del feticismo che pretende di infrangere, certo, e proprio per questo filosoficamente interessante. La merce continua a governare il desiderio persino quando viene sottratta al mercato. Il nichilismo del capitale ha prodotto i suoi figli che adesso chiama barbari. Meglio una vetrina infranta o i sogni infranti? L’Europa ce lo disse 25 anni fa piantando a uno di noi una pallottola in testa. La vetrina infranta rappresenta allora, sul piano simbolico, la sospensione violenta di questa interdizione. L’oggetto esposto diventa raggiungibile per un istante, mentre il suo valore di scambio perde la funzione di mediazione obbligatoria. Una consumazione paradossale del feticismo mercantile, naturalmente, perché il desiderio del saccheggiatore rimane prigioniero della medesima organizzazione libidica che lo ha escluso. Il capitale sopravvive persino nella pulsione che sembra negarlo. Ci vorranno dieci generazioni per ripulirci e così la distruzione della merce può così riprodurre la sovranità della merce sulla coscienza. L’individuo contemporaneo è chiamato a sopravvivere nel presente mediante la subordinazione del proprio avvenire. Lavora per pagare una stanza dalla quale rischia continuamente di essere espulso, mentre l’incremento della produttività contribuisce all’accumulazione di patrimoni sempre più sottratti alla reciprocità sociale. Avete mai davvero pensato alla formazione psichica di un adolescente costretto a elaborare la propria identità entro questa economia dell’umiliazione? Frequenta una scuola impoverita, ascolta insegnanti che faticano ad arrivare alla fine del mese, e osserva i genitori consumarsi nella ricerca di una stabilità economica ormai improbabile. Poco dopo, sul telefono, arriva Musk con il progetto di un’automobile volante. La distanza fra le possibilità tecniche dell’umanità e l’impotenza materiale dell’individuo ha raggiunto proporzioni grottesche, impensabili. Il progresso sopravvive come incremento della potenza privata, ma l’esistenza comune sperimenta una regressione delle proprie possibilità. Vivere in mezzo alla miseria e alla complicità genocida e chiedere “moderazione”. Il doppio vincolo della nostra classe dirigente Sempre lo stesso adolescente assiste quotidianamente alla devastazione di Gaza e alle immagini dei bambini estratti dalle macerie. La guerra russo-ucraina gli restituisce la prospettiva della mobilitazione militare, gli uomini fermati per essere arruolati in modo brutale, come carne al macello e vive con angoscia l’eventualità di una nuova coscrizione europea. Dall’America arrivano le operazioni dell’ICE contro i migranti. L’accumulazione incessante di immagini della sopraffazione modifica la relazione fra percezione e giudizio morale. L’assuefazione alla catastrofe convive con una crescente saturazione affettiva, mentre le istituzioni che amministrano la violenza legittima chiedono ai giovani un’impeccabile disciplina pacifica. Occorrerebbe interrogarsi sulla schizofrenia etica di una civiltà che esibisce quotidianamente la potenza distruttiva dei propri apparati militari e considera scandalosa la comparsa della distruttività nella condotta dei suoi esclusi. La condanna della violenza diventa intellettualmente inconsistente quando prescinde dall’economia generale della violenza nella quale siamo immersi. L’Europa tollera apertamente cosucce come l’espropriazione del tempo di vita, la totale precarizzazione dell’esistenza e la subordinazione della politica e del Welfare agli automatismi finanziari. Poi arriva una vetrina rotta e la questione morale improvvisamente diventa centrale. Beh, delle due l’una. Sarebbe altrettanto puerile, da parte nostra, attribuire alla rivolta una coscienza rivoluzionaria che fatica a manifestarsi. Il socialismo presupponeva la possibilità di ricomporre politicamente le forze sociali antagoniste e di trasformare l’esperienza comune dello sfruttamento in una volontà storica. La decomposizione delle appartenenze collettive ha sottratto alla collera contemporanea una parte considerevole degli strumenti attraverso i quali avrebbe potuto elaborarsi. La distruttività delle piazze può essere interpretata come un’abreazione collettiva, una scarica dell’affetto socialmente represso che investe gli oggetti disponibili e talvolta aggredisce persino il patrimonio comune, come nel caso del municipio incendiato a Limoges. L’espropriazione del futuro che altre forme ha per esprimersi? Ha solo un’aggressività priva di un progetto riconoscibile. Almeno per adesso. Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che questa negatività contiene. Qui vediamo in gioco una soggettività lungamente educata alla propria irrilevanza e ammaestrata con sussidi e social, interrompere l’obbedienza e sperimentare nuovamente una capacità di intervento materiale. Stanno imparando a disimparare la cieca obbedienza. Vi pare poco? L’atto distruttivo, lo sappiamo, può esaurirsi in un godimento effimero, compromettendo perfino le possibilità di una successiva emancipazione, è come un’ubriacatura molesta con i rimpianti del giorno dopo. La sua comparsa, però, testimonia comunque il fallimento della pacificazione attraverso l’impotenza. Il nichilismo europeo, protratto fino all’esaurimento della speranza, ha cominciato a produrre una ribellione che gli restituisce la propria violenza originaria. Questi ragazzi sono lo specchio dell’Europa, del suicidio dell’Europa in un potlatch universale. Lo stupore degli editorialisti davanti all’uscita dall’ipnosi. Platone e le ombre L’Europa avrebbe voluto generazioni disposte ad accettare l’impossibilità del futuro, disciplinate dalla paura dell’esclusione e abbastanza sedate da trovare consolazione nel consumo virtuale di ciò che rimane loro materialmente precluso. Adesso scopre, con sommo stupore di tutti gli editorialisti dei giornali europei, che la rassegnazione può interrompersi e che il malessere psichico nascosto da milioni di pillole di antidepressivi, può acquisire una manifestazione collettiva, e reagisce invocando quella civiltà di cui ha progressivamente liquidato il contenuto sociale. Nelle vetrine di Parigi erano esposti oggetti destinati a durare generazioni a tramandarsi. Ai ragazzi che le hanno attraversate era stata sottratta persino la possibilità di programmare il dopodomani. Riflettiamo un secondo prima di sparare giudizi a casaccio? LE NUOVE GENERAZIONI GUIDANO LE PIAZZE. FRANCIA, SPAGNA, ALBANIA, ITALIA: I GIOVANI CONTRO LA VIOLENZA ECONOMICA di Radio Onda d’Urto Sono principalmente giovani e giovanissimi i protagonisti delle mobilitazioni di sabato 17 ottobre 2026, una giornata che ha attraversato le piazze d’oltralpe, quelle albanesi contro il governo corrotto di Edi Rama, le acampade di tende per la casa in Spagna e Portogallo, fino ad arrivare a quelle italiane autoconvocate sotto l’hashtag #ItaliaInPiazza. “Sono una studentessa della Provincia, ho già partecipato ai cortei per la Palestina“, fa sapere una giovane ragazza intervistata ai microfoni di Radio Onda d’Urto, che ha raccolto le voci dalla manifestazione di Brescia. Stessa cosa per Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, così come in tante altre città chiamate tramite gruppi WhatsApp e social, dove le piazze contro il caro-vita hanno richiamato le nuove generazioni, studenti e studentesse delle scuole superiori e giovani ragazzi di seconda generazione. Quella generazione al centro delle mistificazioni del Decreto Valditara. E’ la “Gen Z” delle periferie – quella generazione della DAD e dei movimenti per la Palestina a cui il Governo ha rivolto lo sguardo solo per gettargli addosso botte di pacchetti Sicurezza – a portare in mano cartelli contro la guerra, contro quei fondi destinati a pioggia al riarmo mentre le scuole che vivono ogni giorno cadono letteralmente a pezzi. Molti riferimenti vengono fatti anche alla precarietà, agli stipendi miseri, all’assenza di futuro. Un’altra ragazza regge un cartone dove ha riportato la frase “le monde est à nous“, il mondo è nostro: un riferimento diretto alle mobilitazioni francesi. In Europa la giornata di sabato ha registrato piazze bollenti, in particolare in Francia: un milione i manifestanti in piazza nelle oltre 1700 iniziative, tra blocchi e cortei, segnalati dalle organizzazioni sindacali e studentesche. Record di fermi: 855 le persone fermate dalla polizia solo nella capitale francese durante le proteste. Su Radio Onda d’Urto le dirette da Parigi e Marsiglia, dove erano presenti i nostri inviati. Scontri con la polizia anche a Tirana, Albania, dove migliaia di studenti continuano la mobilitazione contro la corruzione dilagante ai vertici del governo di Edi Rama. Piazze mobilitate anche in Portogallo e Spagna, dove le tende sono diventate il simbolo della proteste contro la crisi abitativa e le lobby dell’edilizia. A Milano oltre 6mila persone hanno animato le vie del centro in mezzo lo shopping del sabato pomeriggio. La manifestazione aveva concordato con la Questura un percorso fino al cimitero monumentale, quando in via Broletto è stata fermata da un plotone di polizia che ha caricato selvaggiamente i manifestanti. La piazza è rimasta compatta, proseguendo gli scontri in Piazza del Duomo e in zone limitrofe fino a serata inoltrata con caroselli dei blindati dei carabinieri e una pioggia di lacrimogeni sui giovani. Il bilancio è di diversi feriti e almeno 50 persone fermate, secondo MilanoInMovimento molti di più, dopo aver raccolto le testimonianze con l’attivazione di un hub legale (mail: hub4defedenders@proton.me). Il bilancio da Milano con Demetrio Marra, di MilanoInMovimento.  Nella città di Bologna cariche, idranti, lacrimogeni e manganelli si sono abbattuti sul corteo all’altezza della stazione. Anche qui, il bilancio è di diverse persone fermate, gran parte giovanissimi. Fermi si sono registrati anche a Torino e Bergamo. Non solo mobilitazioni studentesche. A Sud Italia la giornata di sabato 17 ottobre si è composta di diverse mobilitazioni: da un lato i blocchi che proseguono di agricoltori e autotrasportatori contro il caro-carburante nelle Regioni di Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia, Molise; dall’altro a Taranto la manifestazione davanti all’ex Ilva, dove 15mila persone hanno chiesto la chiusura del polo siderurgico. In ultimo Roma, con la manifestazione “La Via Maestra” della Cgil. Lavoro, sanità, casa, pace sono stati i temi al centro della mobilitazione del sindacato che ha portato in piazza “più di 100mila persone“, come sottolineato dal leader Landini che ha poi annunciato da Piazza del Popolo lo sciopero generale per il prossimo 20 novembre.
Il maranza-factotum. Dietro l’etichetta, lo sfruttamento del nuovo proletariato metropolitano
(disegno di cyop&kaf) Le riflessioni a seguire nascono dalle conclusioni di un’inchiesta sul campo svolta da Tommaso Sarti tra le periferie di Milano e la provincia di Verona: Pisciare sulla metropoli. [T]rap, Islam e criminalizzazione del maranza (DeriveApprodi, 2025). Dopo aver analizzato il rapporto tra musica t/rap e Islam nelle nuove generazioni di italiani, arabo-africano discendenti che siano, prevalentemente di religione musulmana, e che sbrigativamente si preferisce etichettare in modo razzista col termine di maranza, un marocchino tamarro che va in giro vestito in un certo modo, si comporta in una certa maniera e incute paura sociale solo per essere così, Sarti, pensando al caso emblematico del trapper Baby Gang, così conclude la sua ricerca: “Viene perseguito, o perseguitato (a seconda dei punti di vista), perché rappresenta un problema politico per un paese che si rifiuta di riconoscere di dover qualcosa alle generazioni di giovani con background migratorio e popolare, nati nelle periferie e nelle provincie italiane, impiegati nei campi, nella ristorazione, nei servizi, sottopagati, sfruttati, discriminati e nondimeno costretti a mostrarsi grati al padre padrone europeo, alle false promesse promosse dalla società in cui viviamo”. La mia analisi parte da qua, da questo lavoro che li aspetta prima e dopo aver consumato l’ostentazione di armi, potenza muscolare, violenza e droghe varie nei video della t/rap, ma non abbandona, però, il campo di elezione privilegiato che questa generazione si dà per rappresentarsi, quello musicale. Nella misura in cui l’inchiesta di Sarti ci consegna, ad audio spento, l’immagine lavorativa di una generazione di “sottopagati, sfruttati, discriminati”, mi sembra chiaro si stia riferendo alla più generale condizione socio-esistenziale del nuovo proletariato precario delle grandi metropoli italiane, da tempo ben consolidata prima nei ghetti americani e negli ultimi trent’anni nelle banlieues francesi. Da qui due conseguenze: prima, riconoscere lo svuotamento di senso dell’etichetta maranza rispetto alla loro appartenenza di classe, un’etichetta che mentre assolve alla funzione di stigmatizzarli ai fini di ordine pubblico, occulta la loro condizione lavorativa; seconda, cercare, questa volta ad audio acceso, testi che tale condizione abbiano musicalmente reso conoscibile. Non si tratta tanto di investigare esaustivamente la relazione esistente tra t/rap e sfruttamento del lavoro contemporaneo, quanto di trovare una canzone che sappia velocemente fotografarla, sorvolando sugli aspetti più affrontati nel dibattito odierno quando si tratta del maranza – bande giovanili, islam politico, pericolo sociale, devianza, carcerazione –, per ritrovarlo solo con la sua forza-lavoro nei processi lavorativi in una posizione capace di condizionarne l’intera esistenza. Un testo di questo genere è Factotum (2024) di Marracash, rapper di fama conclamata, figlio della Barona, periferia tra le più difficili del milanese. La scelta di questa canzone rappresenta un arretramento rispetto alle tendenze più attuali preferite dai nuovi italiani, come è confermato da un intervistato: “Cioè è la musica appunto che ha legato tutte le cose perché se guardavi prima, dieci anni fa, anche quando ero appena arrivato in Italia, c’era solo Marracash, Gue, Fabri Fibra, Vacca, queste cose così capito? Guardi adesso di loro sì se ne parla, però non come si parla di Rondo, non come si parla di Baby Gang, di Sacky, tutti questi no? Perché appunto sono tutti di diverse etnie e quindi alla gente piace, questo non puoi negarlo”. Eppure, per quanto distante Marracash possa essere percepito dal gusto di questa generazione, Factotum mi sembra in grado di fotografarla dal punto di vista lavorativo: sorta di ideal-tipo weberiano distorto, il protagonista della sua canzone può essere assunto come tipo rappresentativo di proletario precario metropolitano, costruito concettualmente accentuandone alcuni aspetti legati alla sua attività produttiva, così da farne un individuo empirico-concettuale capace di esprimere le condizioni del lavoro nell’epoca storica del neoliberismo. UN LAVORO DA MARANZA Il factotum si alza presto al mattino (“fuori è ancora buio pesto”) perché il suo luogo di lavoro è molto distante da quello abitativo; infatti vive in periferia (“siamo delle popolari”), ammassato come tanti in un quartiere-dormitorio (“va nel formicaio”), in un appartamento piccolo e poco salubre (“buchi umidi”). I ritmi di lavoro e la sua retribuzione non gli permettono di mangiare decentemente (“mangio male”, “cibo precotto”, “mangiamo scatolette”) e di abbigliarsi adeguatamente (“vestiti sudici”). Il tempo libero, per quante poche gratificazioni gli dia (“poco sesso”) e la fatica supplementare che comporta, rimane qualcosa di prezioso per evadere da tutto (“non rinuncio la sera all’uscita / vado a letto la notte che muoio e mi sveglio / che sono in quasi in fin di vita”). Quindi, il lavoro: poco nell’edilizia come elettricista (“Oggi in cantiere io e un eritreo / metto canaline su un piano intero”), tanto nella logistica come magazziniere (“alla Swiss Post”, “in Swatch / Mediaworld, Carrefour, carico / e scarico”); rigorosamente precario (“qualche mese” di qua, “part-time” di là, sempre “lavori saltuari”) e senza alcuna prospettiva di stabilizzazione (“Nessuno che mi assuma, nessuno a me”), grazie all’assenza di referenze (“nessuna ref”) e al tipo di contrattualizzazione (“contratti subdoli”). Di fronte a questa situazione il factotum, riprendendo alcune pratiche tradizionali del proletariato metropolitano sempre condizionate dalla minaccia della povertà (“che vita di scrocco, piccoli prestiti, squilli 4088”), non può che ricorrere all’extra-legalità come sostegno al reddito (“siamo delle popolari, facciamo di tutto legali e illegali”, “rubo il rubabile”), anche perché l’assunzione, lì dove possibile, sarebbe condizionata da meriti davvero poco legati all’attività lavorativa (“sicuro devi leccare il culo per / ti giuro che piuttosto digiuno, man / o rubo a te”). Lo scatto di dignità del factotum dipende dall’aver preso coscienza di cosa sia il lavoro nella società capitalista (“la vita è produci / consuma, crepa, chiunque di noi prima o poi lo accetta / è che si crepa già prima di finire sottoterra), dalla parte di chi stare (“coi disertori / gli ammutinati”), quali contromisure adottare sul campo (“produco il meno possibile”) e contro di esso (“sì, fuggo in un bel giorno di giugno”). Questa conscienza del factotum, istintivamente di classe perché formata dentro i luoghi di lavoro e fuori di esso nei quartieri popolari, però, non può aiutarlo a lenire la depressione della sua condizione umana segnata dalla solitudine e dalla disperazione (“nessuna c’è / nessuno che mi aiuta / nessuno a me”, “solo Dio sa come si vive qui / e se ne fotte”). È solo con la sua forza-lavoro di fronte al mercato del lavoro. La situazione depressiva del lavoratore precario, soprattutto di quello immigrato una volta insediatosi nel luogo di destinazione, rispetto al caso italiano dei primi anni Sessanta del Novecento, è stata verificata tanto sul piano empirico (vedi Alasia e Montaldi) quanto su quello narrativo (vedi Bianciardi). Allo stesso modo, è stata certificata la trasformazione delle strutture sindacali dell’epoca in seguito all’ingresso di questo nuovo tipo di proletariato frutto dell’emigrazione interna dal Sud, della sua sistemazione nelle aree urbane del Nord e del suo rifiuto dello sfruttamento padronale attraverso forme conflittuali estranee alle strategie di pacificazione perseguite in quel momento dalle istituzioni del movimento operaio; trasformazione che gli consentì la conquista di un pezzo di stato sociale, risultato simile a quello ottenuto in Francia a partire dai grandi scioperi del 1968, in quel caso grazie alle lotte degli operai specializzati prevalentemente immigrati, quindi al segmento della classe lavoratrice più sfruttato al pari di quello meridionale italiano. Forti di questi esempi storici ritorniamo, ad audio spento, al nostro ideal-tipo (distorto) di factotum, il cui reddito complessivo è dato da lavori legali sottopagati e iper-sfruttati, e quelli extra-legali di piccolo cabotaggio. Guardiamo alla sua vita, alle sue relazioni, ai suoi desideri, al suo disincanto, ma soprattutto alla sua depressione e chiediamoci quale terapia possibile possa esercitare su di lui l’associazionismo sindacale in un momento di profonda crisi di rappresentanza di quelli confederali – si pensi al calo cronico degli iscritti della Cgil – e alla stragrande bianchezza dei dirigenti di quelli di base, con i maggiori tesseramenti tra i lavoratori precari immigrati. Più in generale, per immaginare la risposta, guardiamo al complesso dei lavori umili, faticosi e usuranti da lui svolti e strutturati in modo tale da non fargli acquisire nessuna dignità. Questo per quanto riguarda la sua attività lavorativa legale, che gli procura un potere d’acquisto risibile, appena necessario per vivere in un loculo umido nelle case popolari, mangiare scatolette e precotti, vestendosi ancora peggio. Dall’altro lato, questa volta a video acceso, caliamo il nostro factotum tra i suoi tanti bro’ armati fino ai denti che compaiono nei video di Baby Gang e chiediamogli quanta voglia abbia di iniziare un percorso lavorativo scandito da sfruttamento e razzializzazione con il conseguente ingresso combattivo in un sindacato da trasformare in una direzione conflittuale. Guardando allo stile di vita extra-legale propugnato dalla t/rap, all’enorme potere d’acquisto che il suo successo potrebbe assicurare (case meravigliose, macchinoni, capi firmati, ori, droghe, donne), la risposta è scontata, soprattutto se comparata alla vita che il factotum conduce grazie al lavoro legale, non dimenticando mai, però, quanto il carcere incroci i percorsi di vita dei (t)rapper che “ce l’hanno fatta” venendo dalla strada. In bilico tra un lavoro legale che non riscatta dalla povertà e il miraggio di una vita emancipatasi dalla miseria con l’illegalità, il nuovo proletario precario metropolitano che è il maranza-factotum, appare sempre più destinato ad abitare il mondo della disoccupazione “stagnante”, costituita da quella parte di lavoratori occupati ma completamente irregolari, allo stesso tempo dentro e fuori l’esercito operaio attivo: dentro perché attivi, fuori perché la loro irregolarità li rende irrintracciabili da qualsiasi tipo di rilevazione  e proprio per questo esposti al maggior sfruttamento. La scelta sul suo destino lavorativo e, quindi, sulla sua eventuale sindacalizzazione, deve essere presa meditando sull’origine storica del capitalismo e sul modo che questo riservò a quanti, mendicanti, vagabondi, ladri, avevano intuito quale trattamento avrebbe riservato al proletariato tutto: “È constatato storicamente che essi hanno tentato in un primo momento quest’ultima via e che da questa sono stati però spinti, mediante la forca, la berlina, la frusta, sulla stretta via che conduce al mercato del lavoro” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858). (fabrizio denunzio)
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Sulle proteste della Gen Z in India
Non si fermano le proteste contro i censimenti elettorali in India, che hanno superato la terza settimana consecutiva. Narendra Modi non è mai stato così in crisi come dopo le ultime, intense, settimane di mobilitazione che hanno attraversato l’India e soprattutto le strade della capitale, Nuova Delhi. Nei giorni scorsi, la polizia ha nuovamente arrestato il leader della protesta degli “scarafaggi”, dopo che era stato arrestato e rilasciato a ridosso della grande manifestazione convocata per sabato scorso. In occasione delle manifestazioni annunciate contro il governo, Nuova Delhi è stata trasformata in una fortezza, ed è stato impedito ai manifestanti di radunarsi. Nonostante questo, migliaia di manifestanti sono stati arrestati dalla polizia, mentre continuano le rivendicazioni contro Modi, contro l’operato della Commissione elettorale indiana (Eci). Abbiamo parlato di queste proteste, e di altre questioni che toccano la popolazione indiana, con Matteo Miavaldi, giornalista esperto del subcontinente indiano, autore del libro “Un’altra idea dell’India”.
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La Lombardia si mobilita: ritorno sul convegno della rete nazionale Stop Data Center a Milano e sul presidio del 10 ottobre organizzato dai comitati lombardi
Il 26 settembre a Milano i Comitati della rete Stop Data Center Lombardia hanno organizzato un convegno sul tema per analizzare gli impatti ambientali, economici e sociali dei data center e poi il 10 ottobre un partecipato presidio n piazza Scala. Comitati, singoli cittadini e  figure istituzionali hanno preso parte a questo primo convegno con l’obiettivo di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici, ma anche per creare rete. Abbiamo partecipato come progetto di rete Confluenza, con l’obiettivo di creare un ponte tra il Piemonte e la Lombardia. Ricordiamo per il Piemonte l’evento informativo La vera faccia dei data center e suggeriamo la lettura dell’opuscolo informativo Perché opporci al dilagare dei data center. Riportiamo di seguito alcune riflessioni, tentando una sintesi non esaustiva ma  volta ad elucidare alcuni aspetti che riteniamo fondamentali per alimentare il dibattito pubblico sui data center, e nel tentativo di acuminare quegli strumenti concettuali e pratici utili a chi dal basso si trova a dover affrontare progetti mastodontici come questi. Infine, alleghiamo alcune interviste svolte durante il presidio del 10 ottobre, partecipato da circa un migliaio di persone da tutta la Regione, in merito alla difficile coabitazione con i datacenter gia’ presenti sul territorio, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e al loro spesso poco noto impiego in contesti di guerra. 1. Urbanistica  Nel suo intervento, la dott.ssa Alice Franchina, urbanista e ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, ha illustrato i principali risultati di un progetto condotto insieme al prof. Eugenio Morello e alla ricercatrice e docente Cristiana Mattioli, focalizzato sulla mappatura dei data center nell’area della Città Metropolitana di Milano.  Il progetto è nato in un contesto in cui la questione dei data center aveva un’esposizione mediatica ancora limitata. Lo stimolo è partito non da un interesse astratto, bensì proprio dai Comuni lombardi nelle aree interessate dai progetti, costretti a rilevare l’assenza di strumenti amministrativi adatti ad affrontare e valutare il potenziale insediamento di queste nuove strutture sui territori di propria competenza. I risultati della ricerca riflettono questo orientamento legato alla pianificazione territoriale, aiutando a individuare quali lacune, punti ciechi e inerzie dell’attuale prassi amministrativa stiano facilitando la proliferazione incontrollata di data center. Alla presentazione sono state fatte due considerazioni preliminari circa l’estensione geografica della ricerca e la problematicità dei dati presi in analisi. Per quanto riguarda i confini del lavoro, il cui focus è l’area della Città Metropolitana, è stato scelto di escludere dai conteggi i progetti situati in comuni confinanti (come Siziano), ma di segnalarli sulla mappa in modo da restituire un’idea dell’ecosistema locale. Più complessa da affrontare è stata l’opacità dei dati relativi al settore. Pur avendo avuto modo di appoggiarsi all’Osservatorio Data Center della School of Management del PoliMi, che raccoglie una mole importante di dati (principalmente quantitativi) di un buon grado di affidabilità, rimangono margini d’incertezza nella ricostruzione che non è stato possibile evitare. Nell’attuale stato di cose persino quantificare il fenomeno per numero di strutture diventa problematico: non ci sono stime ufficiali a cui fare riferimento, né un protocollo condiviso e standardizzato su come effettuare il censimento. I diversi stadi di avanzamento di un progetto (che vanno dal data center operativo al progetto in fase di valutazione fino alla richiesta di allaccio alla rete elettrica) riflettono inoltre le diverse fasi di adeguamento normativo all’insorgenza dei data center che si sono avvicendate nel tempo, producendo dunque documentazione qualitativamente disomogenea e in alcuni casi assente. Metodo e risultati di un censimento variano anche di molto in base allo scopo a cui è orientata l’operazione. Al fine della ricerca in questione, che si pone come obiettivo la comprensione degli impatti territoriali dell’onda dei data center in relazione alla pratica della disciplina urbanistica, i progetti sono stati contati per procedure – quindi per richieste di autorizzazione ai Comuni e, dove possibile, per procedure ambientali presso il MASE. Questa scelta di metodo è caratterizzante soprattutto nel caso dei cosiddetti campus, che, pur comprendendo più data center collegati fra loro, necessitano di una sola procedura per tutto il progetto, e nel conteggio valgono dunque per uno. Nello sviluppo della ricerca il dialogo con i Comitati e altre realtà del territorio è rimasto un elemento strutturante, fondamentale nel tenere la mappa aggiornata: molti nuovi progetti infatti non vengono né rilevati dai media tradizionali né comunicati per tempo dalle istituzioni; senza le segnalazioni delle comunità non ci sarebbe stato modo, per il gruppo di ricerca, di venirne a conoscenza. Un primo elemento rilevabile a partire dai dati presi in analisi riguarda la sproporzione tra gli investimenti diretti dal settore verso l’area della Città Metropolitana e la dimensione ancora relativamente modesta del fenomeno su questo territorio. L’area raccoglie infatti soltanto il 6% della potenza nominale (diciamo la domanda di energia elettrica per la componente IT di queste strutture) di tutti i data center europei, ma tra il 2026 e il 2028 dovrebbe essere la destinazione del 23% degli investimenti europei su queste strutture, contro un 55% complessivo verso regioni più consolidate (quelle di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino). In Italia ci sono circa 200 data center attualmente operativi, per una potenza nominale complessiva di 609 MW. La Lombardia, come salta all’occhio dalle mappe presentate, è la regione italiana con più data center per numero di strutture – per quanto un simile modello d’insediamento rapido e massiccio si stia allargando a tutto il settentrione, soprattutto a Veneto e Piemonte. Il Nord Italia al momento sembra essere la macroregione destinata ad accogliere il maggior numero di nuovi progetti. Il punto di massima concentrazione di questo hub dei dati sarebbe proprio l’area della Città Metropolitana di Milano, con 32 progetti censiti. La Città Metropolitana, oltre a ospitare il più alto numero di data center in Lombardia, raccoglie anche il 70% della potenza nominale attualmente installata in Italia. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio del PoliMi, su 609 MW di potenza nominale complessiva su suolo italiano, 414 MW sono concentrati nel milanese. Pur tenendo conto che i dati dell’Osservatorio includono nei conteggi anche strutture situate in comuni limitrofi alla Città Metropolitana e dunque non ricalcano perfettamente gli scenari in analisi, si tratta di un numero estremamente elevato. Anche per quanto riguarda il peso dei data center sulla rete elettrica nazionale, le stime sono poche e poco documentate, rendendo difficile valutarne l’attendibilità. Quello che appare più verosimile a partire dai dati disponibili è che i data center in Italia rappresentano circa il 2% dei consumi energetici complessivi (5,8 TW/h annui). Secondo alcune proiezioni, questo dato potrebbe salire tra il 7% e il 13% entro il 2035, più che raddoppiando il suo peso su scala nazionale in meno di dieci anni. I data center già operativi sono i più difficili da monitorare, essendo stati realizzati prima di un inquadramento normativo e amministrativo specifico per questo tipo di strutture: spesso sono classificati semplicemente come piccoli edifici industriali, e la documentazione relativa al progetto scarseggia. Su quelli attualmente in via di realizzazione c’è invece un buon grado di sicurezza; mentre qualche incertezza (col rischio di sottostimare il fenomeno) permane su progetti in fase di valutazione. Occasionalmente, nuovi progetti vengono annunciati direttamente dai privati proponenti, attraverso comunicati ufficiali.  La grandezza delle icone che rappresentano i data center sulla mappa realizzata è relativa alla potenza nominale, quindi alla domanda di MW per il funzionamento della componente IT. Ciò che salta immediatamente all’occhio a partire dalla mappa è come la scala delle strutture stia aumentando: i progetti stanno progressivamente diventando più potenti e di conseguenza ingombranti. I data center operativi sono tendenzialmente piccoli, salvo qualche eccezione come Data4 a Settimo Milanese. Quelli in costruzione, in media, sono più grandi, e i progetti in fase di valutazione compiono un ulteriore salto di scala in termini di potenza. Tra questi ultimi saltano all’occhio quelli di Lacchiarella e di Zibido San Giacomo, che raggiungono quote vertiginose di 300 MW e 400 MW di potenza nominale (l’equivalente del fabbisogno di quasi 1 milione di famiglie italiane o di 1 o 2 grandi acciaierie, l’industria più energivora in assoluto: bastano quindi pochissimi nuovi impianti AI/Cloud per raggiungere e superare l’assorbimento elettrico dell’intero distretto industriale dell’acciaio di una regione). I data center su cui è più difficile ottenere dati relativi ai consumi sono, come si diceva, quelli già operativi, mentre i dati sulle strutture in costruzione o valutazione derivano in larga parte dalle procedure ministeriali di Valutazione d’impatto ambientale (la cosiddetta VIA), che forniscono una documentazione vastissima accessibile a tutti dal sito del MASE. Una seconda osservazione riguarda la disposizione nello spazio delle strutture: sul territorio in analisi, le strutture tendono a concentrarsi in cluster su zone precise. L’area tra Lacchiarella e Zibido San Giacomo è la zona a maggiore concentrazione. Un terzo punto è quello relativo alle strutture accessorie esterne ai progetti ma necessarie al funzionamento di un data center, come ad esempio i cavidotti per il collegamento con le stazioni elettriche dell’alta tensione. Un discorso a parte merita la costruzione di nuove centrali elettriche di Terna. La stessa azienda quest’estate ha dichiarato che solo in Lombardia sono in progettazione 27 nuove centrali, in parte legate alla costruzione di nuovi data center, con particolare concentrazione di progetti proprio nella Città Metropolitana di Milano. Un elemento, quello delle centrali, che dovrebbe preoccupare particolarmente. Se infatti i data center devono essere sottoposti alla VIA, che almeno de jure prevede uno screening piuttosto dettagliato, le centrali Terna, in quanto opere d’interesse pubblico, possono andare in deroga più o meno a qualsiasi tipo di pianificazione. Spesso le nuove centrali vengono collocate in aree agricole, perché è più facile e agevole costruire in quelle aree. L’accelerazione nel consumo di suolo dovuta alla corsa ai data center non dipende dunque solo dalle strutture stesse, ma anche dal consumo indotto da altre infrastrutture implicite nell’esercizio. Un’altra considerazione rilevante sull’impatto ambientale e sul suolo oltre i confini della struttura del data center è il peso della fase di cantiere: le opere di cantierizzazione utilizzano terreni vicini per anni, per poi cederli o addirittura rivenderli ai Comuni. La questione del consumo di suolo è particolarmente significativa: considerando insieme i data center attualmente in costruzione, più gli undici progetti in corso di valutazione d’impatto ambientale (fase che tende a indicare con buona probabilità l’effettiva realizzazione dell’impianto, essendo una procedura lunga, dispendiosa e complessa) otteniamo una superficie occupata solo per i data center di circa 140 ettari (60 ettari quelli in costruzione, 80 ettari quelli in valutazione). Per dare un’idea della scala: 20 ettari significano approssimativamente 30 campi da calcio. Quando si parla di superficie occupata dalle future strutture in relazione al consumo di suolo, proponenti e amministrazioni favorevoli tendono a puntare retoricamente sulla rigenerazione dei siti dismessi. È vero, e confermato anche dalla ricerca sull’area metropolitana di Milano, che in termini di numeri la maggioranza dei progetti è quella su cosiddetti brownfield, cioè un’area già utilizzata, dismessa o compromessa (tipicamente, un ex sito industriale). Ma se si passa dal numero dei progetti alla superficie occupata, almeno metà delle strutture verrà a trovarsi su greenfield o aree verdi. I 15 progetti su greenfield sono infatti progetti più importanti, che occupano praticamente la stessa superficie dei 24 su brownfield. Costruire su aree verdi è possibile, nella maggioranza dei casi, non per forzature sui Comuni ma perché le amministrazioni stesse avevano già previsto per quell’area una destinazione industriale. Molti Piani di Governo del Territorio (PGT) lombardi ancora conservano infatti previsioni vecchie di diversi anni e ormai obsolete. Il fulcro del problema, secondo il gruppo di ricerca, è la legge regionale in cui è stato sancito che i data center sono coerenti con la destinazione produttiva, incasellamento che risulta problematico già al livello della disciplina urbanistica più strettamente intesa. La critica degli addetti ai lavori, auditi in merito proprio durante la stesura della legge regionale, è duplice: primo, come già accennato, molte aree per cui si prevede la destinazione produttiva in Lombardia sono ancora su suolo libero. Sancire che i data center possano venire insediati su tutte le aree produttive significa di fatto sacrificare molte aree attualmente verdi al consumo di suolo, viste anche le dimensioni dei progetti all’orizzonte in termini di superficie occupata. Il secondo motivo riguarda invece la natura stessa del data center: non si ritiene che la destinazione ad uso produttivo sia effettivamente coerente con queste strutture. In sintesi: nella legislazione urbanistica, la destinazione produttiva è generalmente privilegiata e facilitata rispetto ad altre perché si ritiene che un’industria abbia delle forti ricadute per il territorio in termini di benessere collettivo, attraverso un aumento dell’occupazione. Sulla base di questo assunto, per chi si installa nelle aree produttive risultano diversi vantaggi (come agevolazioni fiscali) rispetto, ad esempio, al terziario o al residenziale. Trasferire questo discorso su un impianto di data center appare, da questo punto di vista, concettualmente sbagliato. Pur nella penuria di studi affidabili e indipendenti, si può comunque affermare con un buon grado di sicurezza che l’insediamento di un data center non ha particolari ricadute positive sull’economia dei territori. Le logiche di mercato e i flussi di capitale da cui dipendono queste strutture si muovono infatti su scala globale, senza intersecare l’occupazione locale. Nella maggioranza dei casi queste strutture, una volta realizzate, vengono affittate ad altre aziende perché vi installino i loro server, producendo una rendita slegata dall’indotto lavorativo locale, che resta limitato. Per questi due motivi, durante l’audizione era stato specificato dagli urbanisti alla Regione Lombardia che la destinazione produttiva, per i data center, era assolutamente da evitare, suggerendo di immaginare una destinazione nuova per questo tipo di impianti tecnologici, o al limite assimilarli al terziario (destinazione, ad esempio, normalmente assegnata agli uffici), come fatto dalla Città Metropolitana di Milano in un documento del 2025. Anche quest’ultima scelta avrebbe posto diversi problemi di tipo tecnico, ma sarebbe stata più aderente a strutture che non hanno praticamente nulla di quello che nella disciplina urbanistica s’intende con destinazione produttiva. 2. Isole di calore  Riportiamo l’intervento di Sergio Manera, fisico all’università degli Studi di Pavia, riguardo al tema dell’emissione di calore dei data center. Il contributo rappresenta uno sguardo d’insieme adatto a diversi livelli di conoscenza e pensato per aiutare i comitati ad esaminare la correttezza o meno delle informazioni presentate dai promotori di questi progetti. Il data center viene considerato un sistema in regime stazionario chiuso; il 100% dell’energia elettrica assorbita dai processori  non viene trasformata in lavoro meccanico, ma viene interamente dissipata sotto forma di calore.  Per questo, tutto il sistema deve essere raffreddato: temperature eccessive possono bloccarne il funzionamento e danneggiarne i componenti. Le metodologie di raffreddamento possono essere ad aria o ad acqua. In Regione Lombardia, nello specifico, ci sono i sistemi ibridi che ottimizzano il processo di raffreddamento.  In questo senso, il calore deve essere rimosso, o lo si recupera o lo si scarica in ambiente. Se questo non accade, si va incontro a una situazione come quella accaduta in Francia, a Rennes, durante la scorsa estate. Inaspettatamente si sono verificate temperature che hanno toccato anche i 42° (anomale per il nord della Francia), provocando un rischio concreto di fusione dei server. Raffreddamento ad aria e a liquido: vantaggi e svantaggi.  L’aria ha un costo di trattamento iniziale più basso, permettendo un investimento minore. Raffreddare a liquido costa infatti, tra il 30% e il 40% in più. Il raffreddamento ad aria è idoneo per le basse potenze, è l’ideale per le strutture che conservano i dati.  Il supercalcolo, l’intelligenza artificiale e le schede grafiche ad alta densità superano il parametro critico dei 20/30 kW a rack (colonne elettroniche che contengono tutti i computer). Questa è la ragione per cui il raffreddamento a liquido è praticamente obbligatorio. Lo stesso può essere diretto sui chip o anche ad immersione in liquidi dielettrici. In ultimo, i sistemi ad aria permettono minori manutenzioni, mentre quelli ad acqua consentono un PUE (Efficienza Elettrica Complessiva) minore.  Il recupero del calore Quindi, “gettare” il calore non è una buona idea. In pianura padana per il 35%/40% dell’anno (tardo autunno, tutto l’inverno e debolmente durante le notti estive) l’aria tra i 50 e i 150 metri di altezza è più calda rispetto al suolo e, per l’effetto dell’inversione termica, il calore antropogenico che parte dal suolo (normalmente come isola di calore) non riesce a salire indisturbato ma trova un tappo di aria calda che lo respinge verso il basso, verso abitazioni, campi agricoli e via dicendo.  Per questo il calore va recuperato, e a dirlo è anche la normativa: la 1791 del 2023 (del Parlamento Europeo e del Consiglio sull’efficienza energetica) impone l’obbligo di fattibilità dello studio di recupero di calore; il decreto numero 5 del 2026 di efficienza energetica considera questo calore un’energia pregiata, proprio perché recuperata. Ma ancor prima della legge lo dovrebbe imporre il buon senso, sappiamo come in Italia sia poca l’energia a buon mercato. La deroga al recupero di calore è prevista solo nel caso in cui se ne riesca a  dimostrare l’impraticabilità tecnica. Sappiamo però che, tecnicamente, il calore non è mai realmente irrecuperabile. Ciò dipende infatti da diversi fattori, tra cui uno è il costo. Per questo, durante la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale),  le ragioni economiche rimangono preponderanti. Recuperare il calore, tramite teleriscaldamento, serre, piscine, acqua preriscaldata per la produzione di pellet (ecc.) dovrebbe quindi essere una scelta obbligatoria. Ma quali sono gli effetti del calore rilasciato da data center? Ci sono due tipi di conseguenze. Quelle tipicamente estive, relative alle ondate di calore, sono esternalità negative per la salute umana. In questo caso il danno del calore può essere lieve, come crampi e disidratazione, o più severo come i colpi di calore (per cui si rischia la morte). Bisogna considerare inoltre anche l’aggravamento delle patologie detenute da persone considerate fragili (cardiovascolari, respiratorie, ecc.). L’aumento di qualche grado delle ondate di calore, che già si verificano come effetto dei cambiamenti climatici, può peggiorare il quadro precedentemente descritto. Un ulteriore effetto, causato dalla cosiddetta inversione termica invernale è la tropicalizzazione del territorio. Concetto noto nei suoi meccanismi, riguardante l’aumento delle temperature soprattutto nei mesi invernali, il cui verificarsi altera il microclima con conseguenze non indifferenti. Per capire meglio la sua rilevanza si può considerare la vicinanza tra data center e logistica. Il caso della zanzara tigre è abbastanza significativo in questo senso: grazie ai camion e a inverni sempre più miti, la stessa ha trovato modo di svernare anche oltre l’appennino. Allo stesso modo la vespa velutina, ma anche funghi e patogeni. In riferimento a questi ultimi, si prenda in considerazione il brusone, la più grave patologia fungina del riso, per cui un aumento della temperatura di 2° provoca fino al 47% in meno di raccolto.  Tornando sul tema della normativa, potremmo chiederci, se il proponente provoca un aumento di 2 gradi nell’arco di 2000 metri si sta violando la legge oppure no? La stessa interviene tramite strumenti indiretti. Con il Testo Unico Ambientale, impone al costruttore la VIA, una valutazione di rischio nella quale l’aumento di temperatura e i suoi effetti ambientali devono entrambi essere accertati. Troviamo poi il Principio di Precauzione, che permea la normativa europea e italiana. In presenza di fenomeni visibili e concreti, il fatto che la letteratura scientifica non sia concorde o al passo con le esigenze normative e materiali non dovrebbe impedire una presa di coscienza da parte di chi dovrebbe intervenire. Le mitigazioni devono essere fatte e non dilazionate in presenza di fatti certi. Infine, si considera l’articolo 844 del c.c., riguardante le relazioni di buon vicinato. In generale non sono previsti limiti sul distanziamento dei data center dalle abitazioni, nonostante il mancato distanziamento si  possa tradurre giuridicamente  in una forma di molestia permanente ai cittadini. Due casi la cui complementarietà permette di giungere a delle conclusioni rilevanti.  Il primo importante studio è quello condotto da Andrea Marinoni, professore a Cambridge. Fotografando le isole di calore dai satelliti, nello studio di 6000 impianti, si registra l’effetto di una media di oltre 2° in un arco che arriva fino a 10km, con picchi di 9° di incremento termico. Questo effetto coinvolge 340 milioni di abitanti nelle vicinanze dei data center. Il secondo studio riportato riguarda il caso di Magenta, dove è ubicato un data center di 300 MW, praticamente in città. Sotto il tappo dell’inversione invernale che caratterizza la pianura padana, il calore non sparisce, avendo un impatto rilevante. Gli eccessi termici arrivano fino a 10000 metri di distanza, registrando un aumento di 1°.; nell’arco di 1km, invece, le temperature aumentano fino a 4°. Queste due metodologie, essendo complementari, arrivano allo stesso risultato, ovvero la smentita dell’impatto nullo: il calore non sparisce andando verso l’alto, ma rimane intrappolato ad altezze relativamente basse. Sfatiamo il mito delle compensazioni. Perché gli alberi non mitigano l’isola di calore? Gli alberi sono perfetti per l’isola di calore solare, la questione è che c’è una differenza radicale tra sole e server, in quanto fonti di calore completamente diverse. Il calore solare proviene dall’alto e si diffonde verso il basso, ha una sua ciclicità diurna-notturna e stagionale e, cosa importante, non è sempre uguale tutto l’anno. In questo modo le piante possono rafforzarsi durante l’autunno e l’inverno per poter affrontare l’estate. Diversamente, i data center, soffiano aria calda sempre, in basso, a livello del suolo, dove le piante sono più scoperte. Sia il sistema a secco che quello evaporativo mettono in crisi le piante, le quali, esposte a troppo calore, fermano l’evaporazione e la traspirazione fogliare e non riescono più a mantenere il proprio metabolismo  (si mettono in blocco). Viceversa, nel caso dei sistemi evaporativi che emettono aria ricca di umidità, si ha un collasso dell’albero, impossibilitato alla traspirazione. Dunque, è possibile concludere che questo tipo di compensazioni non fermano il calore né il rumore. Ci vorrebbe un ettaro di bosco per dissipare pochi mw di potenza, vale a dire centinaia di ettari di foresta che comunque andrebbero incontro a una situazione di crisi. Si considera anche che questo calore sia un pericolo per le piante come esseri viventi, rendendole vulnerabili a parassiti, i quali, viceversa, traggono beneficio dal calore dei data center.  Al netto di quanto detto finora, la pianura padana si rivela un pessimo luogo per ospitare data center: alti costi dell’energia, carenza di energia in Italia, le aree dismesse sono vecchie, piccole e frammentate (e spesso inglobate dalle città). Il territorio è fragile dato l’enorme inquinamento già esistente, considerando il fenomeno dell’inversione termica e la poca ventosità. 3. La salute  Gli impatti di un data center sulla salute delle persone che abitano nelle zone circostanti sono stati studiati dalla dottoressa Federica Brenta, medico e residente di Certosa di Pavia. Per poter affrontare questo discorso occorre adottare un concetto di salute che sia olistico.  Il paradosso è che la Lombardia e la Pianura Padana, anziché essere considerate nei progetti per le loro criticità ambientali e territoriali, vengono costantemente dipinte come un’area strategica. . Il punto è proprio questo: strategica a quali fini? Sicuramente per gli investimenti che arrivano dai grandi colossi immobiliari, fondi privati e società legate alle big tech americane. Oltretutto, ciò di cui non si tiene conto sono gli elevati livelli di inquinamento dell’aria in pianura. In questo territorio molti Comuni sono sotto procedura per infrazione della qualità dell’aria. Nonostante ciò, è comune che i proponenti non presentino i necessari studi sull’inquinamento acustico, luminoso e tossico prima dell’autorizzazione del progetto. Diventa fondamentale per i comitati pretendere che questi studi vengano fatti e pretendere che vi sia trasparenza.  Un altro punto fondamentale che riguarda gli impatti sulla salute è lo specchietto per le allodole rappresentato dalla riqualificazione delle aree dismesse (brownfield). Proprio per questo motivo il concetto di distanza da aree abitate non viene tenuto in considerazione perché si dà per scontato che le zone individuate non siano vicine ad abitati in quanto formalmente registrate come ex aree industriali o aree da bonificare. La realtà italiana, soprattutto del Nord Italia, è completamente diversa. Infatti, a fronte delle trasformazioni delle città e delle campagne, le aree “dismesse” sono state progressivamente assimilate  dalla città, determinando un contesto in cui questi progetti sorgono (e verranno ad installarsi)  in mezzo a quartieri fortemente residenziali. È necessario pretendere che vengano fatti degli studi di impatto che includano le ricadute che questi progetti hanno sulla popolazione residente nel raggio di 10 km dal data center (perimetro in cui è comprovato esistano variazione di temperature date dai data center), in modo da valutare l’incidenza su situazioni già vulnerabili che andrebbero ad aggravarsi oltre a rendere più fragili soggetti sani.  Il tema delle emissioni è dunque centrale: l’inquinamento dei data center proviene dai centinaia di generatori che vengono utilizzati per tenere in funzione queste macchine, non solo in casi di emergenza o di blackout ma anche in tutti i periodi di manutenzione. Per l’elevata concentrazione, la potenza e il cumulo di ore di attività, questi generatori provocano emissioni significative, quantificabili quando gli stessi  vengono dotati di sistemi SME (Sistema di Monitoraggio delle Emissioni), i cui dati sulle emissioni in atmosfera dovrebbero poi trovarsi sul sito dell’Arpa. L’attenzione va posta sul tipo di inquinanti emessi: in particolare il PM 2.5, molto dannoso, in quanto ingressivo  nel circolo sanguigno e, a cascata, capace di causare problemi cardiovascolari, insorgenza di tumori e problemi neuroendocrini. La dottoressa Brenta e da Attilio Bonetta,  definiscono il PM 2.5 “il veleno dei nostri anni, il veleno invisibile”. Non da ultimo, la stessa isola di calore che il data center crea, di cui abbiamo parlato precedentemente, contribuisce a mantenere a distanza ravvicinata la cappa di inquinanti.   Le valutazioni d’impatto ambientale presentate dai proponenti risultano spesso lacunose e basate su standard obsoleti, evidenziando l’urgente necessità di normative più stringenti e di sistemi di controllo continuo dotati di filtri antiparticolato. Approfondiamo questi aspetti.  Impatti sull’atmosfera dei data center Le emissioni prodotte dai data center si suddividono in tre categorie principali: * Dirette, derivanti dai gruppi elettrogeni e dagli impianti di climatizzazione * Indirette, legate alla massiccia produzione di CO2 necessaria a soddisfare l’enorme consumo di energia elettrica, generata in gran parte da fonti fossili * Di filiera e risorse, relative allo smaltimento e ciclo di vita di hardware, software e reti, oltre a una rilevante impronta idrica qualora vengano adottati sistemi di raffreddamento evaporativi Generatori di emergenza I generatori di emergenza vengono impiegati nel caso di blackout per garantire la continuità dei data center, ma vengono accesi anche durante i periodi di manutenzione. Ogni progetto prevede un protocollo operativo con un monte ore annuale prestabilito in cui le macchine devono rimanere in funzione In base alla tabella riportata dall’Istituto Superiore di Sanità per il progetto di Magenta, sono previsti 141 generatori a gasolio per un totale di 2.112 ore annue di attività. Non si tratta di motori piccoli, bensì di motori di notevoli dimensioni il cui impatto emissivo non può essere considerato trascurabile, tenendo conto anche che a soli 3 km di distanza è localizzato un ulteriore impianto analogo. Tra gli inquinanti immessi figurano anidride solforosa, biossido di azoto, PM10 e PM2.5. Nei progetti esaminati non compare quasi mai la quantificazione esplicita del PM2.5 Nei documenti tecnici depositati, oltre all’omissione frequente del PM2.5 e talvolta dell’anidride solforosa, le emissioni vengono quasi sempre confrontate con i valori limite del 2010 (D.Lgs. 155/2010), anziché fare riferimento ai limiti aggiornati alla direttiva 2024/2881 dell’Unione Europea o alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), rispetto ai quali si risulterebbe ampiamente fuori scala. Nel campus di Siziano (71 MW), pur rispettando l’indice cronico, l’eventuale avviamento dei generatori porta a uno sforamento dell’indice di tossicità per rischio acuto; inoltre, considerando l’inquinamento di fondo esistente, tutte le 44 sezioni censuarie risultano già oltre i limiti. A Lacchiarella, sommando emergenza, manutenzione e fondo ambientale, l’Indice di Tossicità raggiunge un valore di 17 rispetto alla soglia di sicurezza pari a 1. Nelle Valutazioni di Impatto Sanitario (VIS) emergono sezioni con oltre 22.000 residenti esposti a concentrazioni di biossido di azoto fino a 700 µg/m³, a fronte del limite di legge di 40 µg/m³. La direttiva UE impone entro il 2030 una riduzione di almeno il 25% delle concentrazioni per le aree fuori norma (puntando verso una quota di 5 µg/m³ per il PM2.5); tuttavia, l’apporto dei generatori manterrebbe le concentrazioni su livelli prossimi a 18 µg/m³, impedendo il risanamento e perpetuando le procedure d’infrazione comunitaria. Cappa di calore A tale criticità chimica si somma il fattore microclimatico: il calore generato dalle masse d’aria calda dei data center crea una cappa termica che trattiene gli inquinanti al suolo, ostacolandone la dispersione atmosferica. L’impatto termico dei sistemi di raffreddamento (chiller): nel progetto per un impianto di dimensioni contenute a Certosa di Pavia (sotto i 50 MW), equipaggiato con 15 generatori di potenza inferiore a 1.400 kW ciascuno, l’impianto di raffreddamento espelle in atmosfera 60.000 m³ di aria a una temperatura compresa tra i 35 °C e i 45 °C. Gruppi elettrogeni Un gruppo elettrogeno è una macchina elettromeccanica deputata ad assicurare la continuità dell’alimentazione elettrica. È costituito da un motore diesel di grandissima cilindrata, compresa tra 62.000 e 92.000 cm³ (litri): a differenza dei motori automobilistici da 1-3 litri, si tratta di strutture da 15-16 tonnellate che consumano tra i 580 e i 640 litri di gasolio all’ora ciascuna. I modelli più diffusi appartengono alla serie MTU (Rolls-Royce), con una potenza di 2.420 kW (circa 3.200 cavalli), equivalente alla potenza aggregata di circa sei autoarticolati di grossa stazza. Dal punto di vista termico, i gas di scarico fuoriescono a 490-500 °C con portate di circa 34.000 m³, rilasciando circa 2 milioni di kcal all’ora per ogni generatore, a cui si somma il calore continuo dei chiller. La preoccupazione maggiore riguarda la concentrazione territoriale: nel solo triangolo Lacchiarella-Siziano-Vidigulfo sono previste circa 260 macchine, corrispondenti all’impatto emissivo di 150-160 camion autosnodati concentrati. Su scala regionale lombarda si stima la presenza o previsione di circa 1.300 generatori (secondo il relatore – Sergio Manera fisico Unipv – i dati emissivi reali risultano almeno quattro volte superiori alle stime teoriche fornite nei progetti, in particolare per quanto riguarda gli ossidi di azoto (NOx), che raggiungono valori dell’ordine di 4,5-5 kg all’ora di contaminante per ciascun generatore, e il monossido di carbonio, mentre il PM2.5 non viene mai quantificato).  Misure che i proponenti/proprietari dovrebbero adottare  Di seguito alcune misure che un progetto dovrebbe prevedere: il FAP (filtro antiparticolato); il catalizzatore ossidativo per la conversione del monossido di carbonio e degli incombusti in CO2; il sistema catalitico SCR (Selective Catalytic Reduction) con catalizzatore al platino/rodio e iniezione di AdBlue per l’abbattimento degli NOx, tecnologia già impiegata da anni sui mezzi d’opera pesanti. È poi indispensabile dotare ogni impianto di un Sistema di Monitoraggio delle Emissioni in continuo (SME) con sonde posizionate direttamente sui camini. Osservando ad esempio i camini di scarico dei generatori a Vellezzo (condotti in acciaio che si elevano per circa 8 metri dal suolo), si nota come la sommità appaia violacea a causa dei gas a 500 °C e la sezione mediana sia visibilmente annerita dal particolato, comprovando l’assenza di adeguati sistemi filtranti. Per valutare correttamente l’impatto sanitario, il proponente dovrebbe effettuare uno studio diffusionale su un raggio di almeno 10 km per quantificare le ricadute sulla popolazione. Tale analisi richiede una stratificazione demografica che individui i recettori più sensibili (scuole, RSA) e consideri l’impatto cumulativo con gli altri poli industriali limitrofi, poiché le ore di funzionamento complessive crescono in modo esponenziale in presenza di centinaia di gruppi elettrogeni. I dati dello SME devono essere pubblici, accessibili alla cittadinanza e collegati a una rete di monitoraggio centrale, superando le mere autocertificazioni fornite dai gestori. 4. La proprietà Enrico Duranti, del Comitato Ciarlasco, presenta una serie di dati estratti dai progetti relativi al fabbisogno energetico e alla sua effettiva destinazione Viene introdotto dunque il tema centrale, ossia come rispondere alla domanda: a chi serve e per cosa serve questa energia. Di seguito riproponiamo l’audio del suo intervento al convegno: Un altro aspetto sottolineato riguarda gli investimenti globali nell’intelligenza artificiale, che crescono di pari passo con la richiesta di nuovi data center e di potenza energetica: si passa da 25 a 581 miliardi di dollari, con una previsione che punta a 1.000 miliardi. Questa curva di crescita spinge verso un’espansione esponenziale dei data center e apre alla rivalutazione dell’energia nucleare per sostenerne il fabbisogno.  Come viene sottolineato in questo post del Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio:  “Non parlateci di strategicità!!! La più grande retorica dei politicanti che ci parlano dell’importanza dei datacenter, è  che tutti questi investimenti sono strategici per l’Italia. Mappando però tutti i progetti in valutazione ambientale è facile scoprire che più del 90% delle aziende sono americane e solo la società italiana Noovlespa, detiene solo  21,6 MW IT, di fronte agli oltre 1400 MW IT in mano alle aziende americane. Non parlateci di strategicità, ma di destrategicita’. State svendendo il nostro paese, le nostre risorse, la nostra salute. State regalando i nostri dati alle big tech. Diciamo pure il nome corretto e cioè colonialismo digitale!!! Moratoria subito. Per un Piano nazionale strategico da assoggettare a Valutazione ambientale strategica.” Il punto viene ben illustrato da questa tabella a cura di Enrico Duranti:  La questione più importante riguarda la proprietà: chi sono i proponenti e le società dietro i proponenti? La maggior parte sono americani. Come si può parlare di progetti strategici di pubblica utilità? Questi sono progetti per i profitti delle big tech.  Alleghiamo qualche intervista svolta al presidio di Milano, un dato generale ci sembra essere il fatto che non si percepisca un sentimento di “paura” nei confronti dell’intelligenza artificiale ma piuttosto un senso di razionale interesse volto a comprenderne il funzionamento e una tensione alla sua gestione e alla possibilità di essere governata. Un punto di vista di una residente di Peschiera Borromeo sull’uso dell’intelligenza artificiale che lascia aperta la possibilità ma con una regolamentazione. Paola di Vignate del Comitato per la Tutela del Territorio di Vignate e della Marchesana, accanto a un parco agricolo. Ben due data center in zona verde sono previsti uno vicino all’altro, oltre a un sito di logistica. Un’altra presa di parola rispetto ai tanti comuni governati dal “centrosinistra” hanno autorizzato solo per guadagnarci dei soldi, viene riconosciuto che non sarà un investimento in positivo. Non c’è stato approccio all’intelligenza artificiale ma una netta posizione contro le guerre. A fronte di queste voci raccolte, una riflessione conclusiva. La possibilità della regolamentazione dell’intelligenza artificiale in una dimensione integrata nel funzionamento dalla macchina capitalista è probabilmente poco realizzabile a meno che non ci siano delle trasformazioni tali per cui il potere di governare la tecnologia (e non indipendentemente quale, per esempio l’energia nucleare rimane fuori da questa possibilità in quanto di per sé padrona) sia redistribuito, dal basso, in un processo di lotta che punti a eliminare il rapporto di dominazione dall’alto verso il basso, lo sfruttamento nel lavoro, la mercificazione e sussunzione delle capacità. Detto questo, rimane un interrogativo aperto e importante sul quale continuare a dibattere e approfondire.