Lotte contro il carovita: in Campania nasce il gruppo Le Donne del Vallo di Diano
Ecco una breve intervista con il neonato gruppo Le Donne del Vallo di Diano andata in onda sulle libere frequenze di Blackout. Siamo in Campania, più precisamente in provincia di Salerno. Il contesto è quello delle mobilitazioni degli auto trasportatori: è in questi presidi che prendono parola anche diverse giovani mamme, sul tema del carovita, del lavoro, ma anche dei diritti che vengono loro sottratti e che rivendicano, come quello alla sanità pubblica ed accessibile. Mariagrazia ci racconta di come hanno deciso di continuare ad organizzarsi insieme ed attraversare altre piazze come lo sciopero del 30 ottobre. Ci parla delle testimonianze che stanno raccogliendo e delle reti che intendono tessere per sostenere i produttori del territorio.
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“Gen Z regelt!” Proteste contro guerra e carovita anche in Germania
Il 31 ottobre scorso anche la Germania ha visto una mobilitazione diffusa in oltre trenta città, da Berlino a Francoforte, partecipata da giovani e giovanissimi, contro la guerra e il carovita. L’onda delle proteste in Francia si è estesa anche alla vicina Germania, Paese rappresentativo di una profonda crisi sociale e produttiva oltre ad essere capofila di un’Unione Europea votata alla riconversione bellica e al riarmo. Un’emersione spontanea, a tratti al di fuori delle dimensioni classiche della politica dei movimenti, e che assume caratteristiche simili a quel che si sta esprimendo in Europa pur mantenendo una continuità con le attivazioni recenti in Germania, come quella contro la leva obbligatoria e, per altri versi, la vittoria elettorale della Linke a Berlino. Ne parliamo con Vito Saccomandi, ricercatore basato a Berlino.
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[2026-11-05] È uscito disfare n. 6. POLVERIERA TOTALE. @ disfare@esiliati.org
È USCITO DISFARE N. 6. POLVERIERA TOTALE. disfare@esiliati.org - disfare@esiliati.org (giovedì, 5 novembre 00:00) È uscito il sesto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”, dell'autunno 2026: POLVERIERA TOTALE. Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires: disfare@esiliati.org Il ricavato sarà devoluto per le spese processuali dei prigionieri palestinesi in Italia. 80 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su) 80 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards) 80 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de 3 exemplaires) EDITORIALE Fratture nella società in guerra  Questo numero di disfare va in stampa mentre le fiamme della rivolta giovanile – che da settimane invadono le strade francesi e albanesi (Nulla da chiedere, p. 64) – raggiungono le città italiane. Piazze "spiazzanti" dove, tra i giovani, spiccano giovanissimi di seconda e terza generazione, spesso provenienti dalle periferie delle poche metropoli del Belpaese, spesso originari di quei luoghi grazie al cui sfruttamento è stata garantita la prosperità dell’Occidente.      Evitiamo analisi a caldo di queste piazze: da inguaribili romantici e tifosi della rivolta mostreremmo scarsa lucidità. Dopo le sommosse che hanno infiammato la gioventù nel 2025 (vedi “Giovani cuori ardenti”, disfare n. 3), è senz’altro presto per collocare quelle attuali in continuità con il medesimo ciclo di rivolte. Ci sono però buone ragioni per rilevare, tra le cause della rabbia esplosa a Milano, Bologna, Torino, il rifiuto di un futuro da arruolati, per la guerra e dalle polizie. Se gli slogan contro la guerra erano onnipresenti, in diverse città i nomi di Ramy, Fakir e Carlo echeggiavano nelle pause degli scontri. Buona parte di chi è sceso in piazza nelle giornate d’ottobre è nata, approssimativamente, attorno alla crisi del 2008, ha vissuto il distanziamento sociale e i confinamenti da Covid, ha assistito in diretta streaming al genocidio in Palestina e al conflitto in Ucraina; con buona probabilità ha partecipato all’autunno palestinese e ai blocchi dei flussi della logistica e si sta abbeverando dei moti francesi, albanesi, indiani e brasiliani dalle dirette Tik Tok e Instagram. In questo orizzonte, il saccheggio delle merci è un atto di riappropriazione immediata che, distruggendo il valore di scambio, spoglia la merce della sua sacralità e costringe il sistema a mostrare le armi che la difendono.  Ce n’è abbastanza per intravedere delle fratture nel mondo-guerra. Si tratta di fratture diffuse e ambivalenti: nella Spagna che si prepara allo sciopero generale dell’11 novembre (a più di dieci anni di distanza dall’ultimo) le polarizzazioni interne alla questione sociale si sono esplicitate nell’arco di pochi mesi, perché l’attuale occupazione delle piazze contro la piaga degli sfratti (p. 67) era stata preceduta, nel segno opposto, dalla mobilitazione reazionaria successiva ai fatti di Ceuta (Ceuta indica il futuro, p. 40) coi suoi prodromi di pogrom razziali. Ai tipici venti nazionalisti che accompagnano ogni guerra – compresa quella tra poveri –, si aggiunge il venir meno delle forme di protezione predisposte dallo Stato, ossia le «condizioni nelle quali l’esistenza dei più integrati poteva svolgersi». La combinazione tra la precarietà materiale, l’esposizione individuale all’arbitrio e l’eclissi di ogni principio comune genera una scomposizione orizzontale della violenza dentro il corpo sociale, in cui il dispositivo securitario intercetta l’esperienza dello sradicamento per orientarla verso l’identificazione e la neutralizzazione di qualcuno contro cui dirigere la propria paura e impotenza («Arrestalo!» e «Sparagli!», p. 12).  È in questo humus che agiscono le regie esterne che, tramite le piattaforme digitali, hanno prodotto i moti razziali di Belfast e Middlesborough: l’innesco operato dall’alto infatti funziona solo se riesce ad agganciarsi a un malessere sociale reale, razzializzandolo e deviandolo verso una guerra orizzontale tra sradicati (Gli espropri di Milano, i riot di Belfast, la guerra ibrida, p. 43). Nella misura in cui la realtà e la sua osservazione sono ormai mediate e cannibalizzate dagli algoritmi informatici, i rimproveri di sinistra all’IA (rispetto ad un supposto tradimento dell’orizzontalità della rete e del “villaggio globale” o alla possibile esplosione di una sua bolla economica) vanno criticati quanto l’intelligenza artificiale stessa, giacché questa si fonda proprio sullo sfruttamento dell’umano e contemporaneamente influenza la riorganizzazione accelerata del lavoro e dell’umano stesso (Il Martello di Enoch contro l’IA, p. 7). Le medesime piattaforme, poi, sono suscettibili di essere spente ad uso e consumo della controinsurrezione, come mostrano lo shutdown digitale, dal Marocco alla Tanzania (Al buio?, p. 59), e l’attacco amministrativo dell’agosto 2026 contro Autistici/Inventati.  L’utilizzo sempre più diffuso di strumenti amministrativi di repressione del dissenso, come è il caso, in Italia, dell’irrogazione di multe per manifestazioni non autorizzate, così come per i picchetti e i cori sediziosi, o l’applicazione di DASPO urbani – solo per citare alcuni esempi –  ci parlano della necessità, da parte dello Stato, dell’anticipazione della soglia di punibilità, tipica del diritto penale del nemico, ma che applicata nel diritto amministrativo viene spogliata delle finzioni formali che nel diritto penale devono essere conservate. Siamo di fronte a un diritto amministrativo applicato al nemico, una repressione apparentemente più soft, ma più perniciosa, perché da una parte attacca direttamente il reddito in un momento di crisi e dall’altra disarticola una possibile presa in carico collettiva, producendo la scomposizione del fronte dei nemici, esattamente come si fa in guerra. È in questa strategia di frammentazione che l’autorità aggredisce, fra le altre, le pratiche di blocco: vale a dire quelle interruzioni fisiche dei flussi di guerra, da cui l’apparato è particolarmente spaventato perché producono riappropriazione degli spazi – per i suoi nemici – e perdita economica immediata – per i suoi gestori.   La nuvola e il cloud rivelano una materialità violenta e pervasiva, e innervano una infrastruttura tanto rapace quanto fragile, come evidenziato dalla cyber-crisi globale legata ai bug di PHP e dai sabotaggi delle fabbriche di superconduttori in Germania e Francia (Bagliori, p. 62). Più che la suggestione estetica di una fusione e confusione tra uomo e macchina, come nei film di Cronenberg, il processo reale descrive un’operazione coloniale: l’umanità viene catturata e violentemente inghiottita, subendo una mutilazione che la costringe a esistere unicamente come risorsa. È l’Umanità ad essere dentro la Macchina, ma proprio questa condizione svela la fragilità del sistema tecno-industriale colto nella sua componente vitale e materiale.  La conflittualità può eccedere la critica all’IA dal punto di vista teorico e corroborare una critica più ampia del capitalismo che metta le basi per (ri)costruire una tessitura comune dell’esistenza, ormai sradicata. L’espansione stessa della mega macchina, esigendo un tributo di risorse materiali (terreno, acqua, umani), ne accresce parallelamente la vulnerabilità, convertendola in polveriera totale. La potenza che sprigiona accresce continuamente se stessa, divorando lo stesso mondo che pretende di dominare, a meno che non incontri un limite esterno: la ribellione di chi preferisce la libertà alla potenza. Ecco perché l’opposizione ai data center – in Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Trentino, Svizzera e Romania – non è solo una «lotta territoriale» al fianco di tante altre (Mente locale – parte 3, p. 16).  Guardare all’IA come un oggetto che colonizza la terra e le sue risorse sottraendocele, come uno strumento per la letalità automatizzata, la profilazione comportamentale e la regolazione sociale rimette al centro l’irriducibilità qualitativa dell’umano e del vivente. E quando diventano chiari i nessi fra lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e i bisogni materiali delle sue roccaforti, i data center, allora le lotte possono diffondersi e diventare disruptive. È quanto sta succedendo in Francia – dove gli studenti contestano la piattaforma universitaria Parcoursup –, in Uruguay, in Cile, nei Paesi Bassi e in Irlanda. Questi moti possono rimettere all’ordine del giorno storie e fantasmi – come quello di Ned ludd (Il mistero del luddismo, p. 74) – che meritano di essere (ri)conosciuti, e pratiche – come il sabotaggio – che non hanno mai smesso di restare al fianco degli oppressi (Fuoco all’industria bellica dell’IA, p. 38; Fino in fondo, p. 52; Darsi da fare, p. 53).  Il materiale comburente di certo non manca, ma non sono poche nemmeno le difficoltà che impediscono all’incendio di divampare, a partire dal modo in cui le lotte a volte si sviluppano – il tam tam sui social – fino ad arrivare alla feroce mobilitazione statale contro i nemici interni. Sono lì a dimostrarlo il nuovo pacchetto sicurezza per i giovani delle periferie, contro i quali viene schierato un significativo apparato mediatico, normativo e repressivo, l’accusa di terrorismo contro il presunto ideatore di chat legate al movimento 17 ottobre, le prime condanne per terrorismo contro Palestine Action e il movimento anti-ICE (L’impero colpisce ancora, p. 48), e l’inserimento da parte degli U.S.A. di Autistici/Inventati, Masar Badil e Palestine Action nella lista delle organizzazione terroristiche. Tornando in Italia, non sono affatto risibili l’utilizzo sempre più diffuso del “terrorismo della parola” per colpire sia i palestinesi che gli anarchici o le incarcerazioni nei circuiti di Alta Sicurezza dei colpevoli di Palestina (Colpevoli di Palestina, p. 32).   Occorre interrogarsi sulle nostre forze, «forti dei nostri ideali, [...] con l’elasticità tattica e il senso delle situazioni per verificare la nostra reale consistenza, raccogliendo le nostre energie senza disperderle» (Mettere il dito tra conflitto bellico e guerra economica, p. 68). La risposta all’assolutismo dei flussi risiede nella fondazione di spazi di indisponibilità e di ostacolo materiale. Contro una guerra sempre più capace di vedere, classificare e prevedere, possono diventare decisive le relazioni che sfuggono alla rappresentazione, come in Romania, sul confine militarizzato dove la caccia ai disertori ucraini è regolata dal tracciamento biometrico: un dispositivo con cui anche l’UE ha formalmente subordinato l’accoglienza umanitaria ai requisiti del reclutamento forzato (All’ombra della radura, p. 54). È per scardinare questa presa totalitaria che occorre prendere spunto dalla crescente opposizione alla diffusione massiva dei datacenter attraverso il sabotaggio, che come un jujitsu proletario è capace di colpire i punti sensibili del nemico (Message in a battle, p. 71).   Del resto, le azioni luddiste, lungi dall’essere un relitto nostalgico, assomigliano ancora oggi ad «una campagna costante e crescente di pressione clandestina contro lo strapotere di alcuni nuovi industriali» (p. 75), una sorta di difesa collettiva capace di inceppare la macchina e tenere aperte domande fondamentali sul senso profondo dello stare al mondo.  28 ottobre 2026   
Carcere e domiciliari per la manifestazione del 31 gennaio a Torino
La criminalizzazione del dissenso e il tentativo di colpire chi lotta continuano a essere gli strumenti scelti dal Governo per mettere a tacere ogni forma di opposizione. Quanto accaduto questa mattina a Torino, con arresti e nuove misure cautelari nei confronti di compagni e compagne per la manifestazione del 31 gennaio, si inserisce in un clima sempre più pesante, in cui il conflitto sociale viene trattato come una questione di ordine pubblico e chi si mobilita diventa un bersaglio da colpire. Un attacco che non riguarda soltanto le persone coinvolte nell’inchiesta, ma tutte quelle realtà che continuano a opporsi alle politiche del Governo, rivendicando il diritto al dissenso e alla lotta. In Valsusa sappiamo bene cosa significhi fare i conti con la criminalizzazione delle lotte e con il tentativo di isolare chi si mobilita. Per questo, oggi come sempre, la solidarietà non può che essere concreta e attraversare tutte le esperienze di resistenza. Ripubblichiamo da InfoAut il comunicato di Network Antagonista Torinese Questa mattina la Questura di Torino ha eseguito diverse misure cautelari inerenti il filone di indagini sulla manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino, del 31 gennaio 2026. All’alba diversi compagni e compagne sono stati prelevati dalle loro abitazioni dalla Digos per eseguire le misure cautelari decise dal Giudice per le indagini preliminari. Due compagni sono stati portati in carcere, sette agli arresti domiciliari, sei si vedono applicato il divieto di dimora a Torino con obbligo di firma quotidiana e un ulteriore obbligo di firma quotidiana. Tutto questo avviene dopo che, una decina di giorni fa, la prima fase dell’operazione giudiziaria aveva convocato una ventina di persone davanti al Giudice per gli interrogatori di “garanzia”. Compagni e compagne da diverse città del paese sono stati colpiti da questa inchiesta con accuse talvolta anche molto gravi come il “tentato omicidio”, nell’intento di criminalizzare poche persone per un corteo di più di 50 mila persone che erano scese in piazza per protestare contro la stretta repressiva del governo Meloni e la “punizione” che questo aveva voluto infliggere alla città di Torino, colpendo uno dei simboli delle lotte cittadine. Il Gip avvalla quasi in toto le richieste della Procura torinese disponendo misure che colpiscono in maniera pesante le persone inquisite. Le accuse spaziano dalla resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento fino al tentato omicidio e la rapina. I reati smisurati che vengono contestati sono l’immagine plastica di come la le istituzioni vogliano trasformare il dissenso e il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico. Viene sposata una lettura della manifestazione che non tiene conto della spontaneità della rabbia di quella giornata e cerca di rinchiuderla tutta all’interno del solito teorema di “un’oscura premeditazione” , arrivando a disporre i domiciliari anche per chi è accusato solo di essere stato presente vicino o sopra il furgone del corteo. Le lotte che hanno seguito lo sgombero di Askatasuna si sono inserite in un contesto più ampio di opposizione al governo e di rifiuto del genocidio contro il popolo palestinese, di cui è tutt’ora complice. In questi mesi assistiamo ad una grande sollevazione sociale contro il carovita di guerra e i suoi responsabili, gli arresti di oggi rientrano nella strategia del manganello adottata dal Governo per punire chi protesta. Oggi però non sarà solo il primo passo concreto di una ingiusta e criminale operazione repressiva, ma l’inizio di un’iniziativa di solidarietà che dovrà saper sostenere chi è stato colpito nelle spese legali che dovrà affrontare e per non lasciarli soli. Il 31 gennaio c’eravamo tutti e tutte! Que viva Askatasuna!
Vademecum di resistenza legale. Sanzioni amministrative pecuniarie e iter giudiziario
Le sanzioni amministrative sono uno strumento per colpire il dissenso. I decreti sicurezza del governo Meloni hanno rafforzato un impianto normativo che corrode i diritti d’espressione e a manifestare, sanciti dall’artt.17 e 21 della Costituzione. Riprendiamo da Torino per Gaza Manifestare diventa sempre più una “concessione” o un “permesso” delle Autorità, spesso limitato da prescrizioni. Sottoponendo chi manifesta a un rischio economico permanente, mentre economia di guerra e carovita, intrecciate alla situazione geopolitica e alla crisi ecoclimatica ci asfissiano, si produce un effetto intimidatorio aggravando la minaccia della repressione economica. In questo quadro, il D.L. 23/2026, convertito dalla L. 54/2026 ha modificato l’art.18 del TULPS (prevede che le manifestazioni in luogo pubblico siano preventivamente – almeno tre giorni prima – comunicate alla Questura), intervenendo in modo significativo sul sistema sanzionatorio delle manifestazioni pubbliche. La violazione dell’obbligo di preavviso è stata depenalizzata, cioè trasformata da reato in illecito amministrativo, punito con una sanzione pecuniaria. Lo stesso è avvenuto per la violazione dei divieti e delle prescrizioni del Questore, e sono state introdotte nuove sanzioni anche per altre condotte tenute durante le manifestazioni. Le sanzioni arrivano fino a 12.000 euro, senza possibilità di pagamento in misura ridotta, e aumentano per chi accumula più violazioni. Quest’evoluzione è parte della rappresaglia governativa per il “Blocchiamo tutto”, le proteste sindacali e degli attivisti per la giustizia climatica. La mobilitazione dal basso ha dimostrato i limiti di questi tentativi di imbrigliare e criminalizzare la legittima resistenza popolare. La stessa repressione con cui il governo risponde altro non è che il risultato dell’efficacia di quelle mobilitazioni e pratiche. La difesa legale e l’iniziativa politica possono procedere insieme e rafforzarsi a vicenda. Questo è il modo concreto per ostacolare l’applicazione dei decreti sicurezza e organizzarsi collettivamente per non pagare alcuna sanzione e spuntare una delle principali armi della repressione. Dobbiamo organizzarci per resistere agli attacchi, trasformando ogni tentativo di colpirci in un’occasione di solidarietà e di rilancio della mobilitazione. Dove ci vogliono isolati e soli noi reagiamo collettivamente. Bando all’improvvisazione: dobbiamo dotarci di strumenti per affrontare ogni singolo attacco e trasformarlo in un terreno di crescita e avanzamento delle nostre lotte. Pertanto, abbiamo predisposto un Vademecum su come affrontare queste sanzioni. -------------------------------------------------------------------------------- Il Vademecum è stato redatto assieme a legali che in Italia si stanno organizzando per affrontare la difesa delle persone e dei movimenti colpiti. Oltre al mancato preavviso, sono sanzionate anche la violazione dei divieti e delle prescrizioni del Questore, la presa di parola nelle riunioni non preavvisate, il mancato rispetto del percorso, la turbativa e la promozione della riunione online o in gruppi chiusi. Per chi accumula più violazioni le sanzioni aumentano da un terzo alla metà. Se ricevi una sanzione amministrativa per art.18 TULPS come modificato dall’art. 9 del D.L. 23/2026, convertito dalla L. 54/2026, ti consigliamo di NON PAGARE ALCUNA SANZIONE nell’immediato, di rivolgerti alle reti solidali e a un legale di tua fiducia per predisporre il ricorso. Ecco in breve come si procede ⇩ VERBALE DI ACCERTAMENTO E CONTESTAZIONE Redatto dall’organo accertatore (Questura/DIGOS, Carabinieri…), descrive il fatto imputato e le violazioni contestate e avvisa che la sanzione (da 1.000 a 10.000 €, che passano da 1.000 a 12.000 € per la violazione di divieti e prescrizioni – Sul verbale la multa è indicata come minimi e massimi ma non è quantificata) verrà successivamente quantificata dal Prefetto con un’ordinanza-ingiunzione. Tale verbale deve arrivare entro 90 giorni dall’accertamento, indicando in 30 giorni la possibilità di effettuare scritti difensivi presso il Prefetto. È possibile, secondo valutazioni proprie e confrontandosi con i propri legali, presentare scritti difensivi in questa fase e chiedere di essere ascoltati personalmente dal Prefetto (il verbale non si impugna davanti al giudice!). Se invece il verbale arriva oltre il termine, la sanzione si estingue (conserva la busta e la data di notifica!). ⇩ ORDINANZA – INGIUNZIONE PREFETTIZIA L’ordinanza-ingiunzione, emessa dal Prefetto a sua discrezione, definisce la somma sanzionata. Le ingiunzioni hanno tempo 5 anni per essere erogate. Queste, possono arrivare anche molto tempo dopo il verbale. Il limite è la prescrizione: 5 anni dalla violazione. Ogni atto notificato (il verbale, l’ordinanza, una cartella) fa ripartire il conteggio da capo. Conserva sempre tutte le buste con le date di notifica: servono all’avvocato per verificare se la sanzione è prescritta. Attenzione: può essere recapitata anche tramite l’app “IO” dove i termini possono decorrere anche se non apri il messaggio! A questo punto scattano 30 giorni dalla notifica per fare ricorso al Giudice di Pace del luogo dei fatti (in alcuni casi la competenza potrebbe essere del Tribunale). Chi ha un reddito basso (fino a (13.659,64 euro) può chiedere il patrocinio a spese dello Stato. SE NON CONCOSCI UN AVVOCATO, CHIEDI IL RIFERIMENTO ALL’ASSEMBLEA! ⇩ RICORSO Il ricorso richiede un costo di contributo unificato. Il Giudice di Pace fissa un’udienza che può essere con sospensiva del pagamento. Nel ricorso, oltre ai motivi relativi al singolo caso, si può eccepire l’illegittimità costituzionale della norma. In udienza l’avvocat* potrà chiedere al giudice di rimettere la questione alla Corte costituzionale. Se il giudice la ritiene rilevante e non manifestamente infondata, sospende il giudizio in attesa della decisione della Corte. Obiettivo politico della resistenza legale e collettiva è arrivare alla dichiarazione di incostituzionalità. Se invece il Giudice non accoglie il rinvio alla Corte Costituzionale, potrà confermare la sanzione, rideterminarla o annullarla. Si potrà eventualmente procedere in Appello e in Cassazione. ⇩ LA CASSA DI RESISTENZA Per tradurre la risposta collettiva, disinnescare il ricatto della repressione economica a livello individuale e fare fronte alle spese legali, viene messa a disposizione la Cassa di resistenza legale promossa da Torino per Gaza. Se hai bisogno, chiedi sostengo. Se sei un solidale o un’organizzazione, contribuisci alla Cassa promuovendo raccolte fondi! Puoi contribuire attraverso il crowdfunding: https://www.produzionidalbasso.com/project/cassa-di-resistenza-blocchiamo-tutto-torino-2/ -------------------------------------------------------------------------------- Se hai preso una multa, scrivici e organizziamoci insieme: NESSUNA RESTA DA SOLA, NESSUNO RESTA DA SOLO!
Cremona: sabato 7 novembre manifestazione “Adèss Baasta” contro carovita e riarmo
Studenti e lavoratori pronti a scendere in piazza a Cremona contro il carovita e il riarmo: sabato 7 novembre si terrà infatti una manifestazione con lo slogan Adèss Baasta, che mira a riunire studenti, lavoratori, giovani e associazioni. Il ritrovo è fissato alle 14 nel parcheggio dell’ex Foro Boario, in via Mantova. La partenza del corteo è prevista per le 15. Da Radio Onda d’Urto Al centro della mobilitazione ci sono soprattutto il rincaro dei carburanti, l’aumento dei prezzi dei beni di consumo e il peso delle bollette. Nel testo che accompagna la locandina, gli organizzatori scrivono: “Il diesel ha superato i 2 euro al litro, la spesa costa di più ogni giorno, gli stipendi non bastano e l’inverno ci aspetta con bollette salatissime”. La protesta si rivolge anche alle scelte del Governo in materia di spesa pubblica e politica internazionale. Gli organizzatori contestano “i finanziamenti destinati agli armamenti e chiedono maggiori risorse per scuola, sanità, edilizia popolare e contrasto al carovita”. Tra le richieste indicate nel volantino c’è anche quella di “tassare gli extraprofitti” degli speculatori. La mobilitazione viene presentata dagli organizzatori come parte di un più ampio clima di protesta nazionale, richiamando anche le giornate di sciopero generale del 30 ottobre e del 20 novembre e le iniziative di protesta di autotrasportatori, agricoltori, studenti e movimenti. Ad organizzare la manifestazione il collettivo studentesco “Corrente Z” col supporto di associazioni come Arci, Circolo Arcipelago, Arci Persichello, Fiom e sindacati di base. La presentazione con Silvia dell’Arci Persichello di Cremona Il Collettivo Studentesco Corrente Zeta si è dato appuntamento alle 13 all’autostazione per raggiungere poi tutti e tutte insieme il concentramento del corteo. Sentiamo Sofia del “Corrente Z” di Cremona
Assemblea di Ateneo a Pisa il 9/11 ore 11:30
I costi della vita aumentano, la benzina e i trasporti anche. Intanto, il governo pensa solo ad aumentare la spesa militare, peggiorando la situazione in cui ci troviamo. E così vengono sacrificati i servizi pubblici e tagliati i fondi all’istruzione e all’università. Il 9 novembre ci troviamo in assemblea d’ateneo: adesso decidiamo noi! L’assemblea d’ateneo è un’occasione rarissima in università, perché a noi studenti non vengono mai concessi gli spazi per discutere e decidere insieme. Con le mobilitazioni di queste settimane e l’occupazione di Palazzo della Sapienza, abbiamo ottenuto una prima vittoria: quattro ore di sospensione didattica per tutti, per poter partecipare liberamente. Quest’assemblea sarà un primo momento per incontrarci tutt insieme e organizzarci sulla nostra vita. Se l’Università, il DSU e le altre istituzioni non si prendono le proprie responsabilità, dobbiamo essere noi a pretenderlo. Ci servono più appelli, l’estensione del contributo affitto, l’abbassamento dei prezzi della mensa, non stiamo mica chiedendo la luna! Come ci organizziamo per ottenerlo? Le nostre richieste sono chiare ed è possibile agire da subito! Su questo e tanti altri problemi abbiamo cominciato a confrontarci e attivarci, stilando una lista di richieste. Le puoi leggere nel comunicato di occupazione della Sapienza al QR code nel post. Leggiamole, aggiungiamone altre, discutiamone insieme all’assemblea d’ateneo! Da lì vogliamo partire per organizzarci praticamente in ogni polo, in ogni residenza, in ogni mensa, in ogni corso di studi. Ci vediamo lunedì 9 novembre alle 11.30 nell’Aula Magna del Polo Carmignani, pranziamo insieme! Qui di seguito il comunicato dell’occupazione Ieri 30 ottobre 2026 siamo scese in piazza per lo sciopero generale chiamato da USB e molti sindacati di base, uno sciopero internazionale contro il carovita e la guerra: più di 100 porti sono stati bloccati per interrompere i flussi della guerra e la sua logistica. Le piazze gremite in tutta Italia hanno detto una cosa molto chiara: noi la guerra non la paghiamo. Investire sulla guerra è una scelta politica, non solo di questo governo ma di tutta l’oligarchia globale. La guerra non è solo un’ipotesi futura, la guerra occupa già il nostro presente: la paghiamo con il rincaro dei prezzi al supermercato, sui trasporti, sul carburante, sulle bollette. La paghiamo quando il nostro diritto allo studio viene eroso di giorno in giorno, e quando le nostre università, spolpate di fondi e definanziate, devono convertire la propria ricerca agli interessi delle aziende e dell’industria bellica. Le tante voci alzatesi in corteo oggi nella nostra città si sono unite nella decisione di occupare il palazzo della Sapienza, sede storica dell’università di Pisa, sempre meno a disposizione dellə studentə e sempre più rifunzionalizzata per essere vetrina dell’istituzione. La Sapienza, però, è anche il luogo dove si sono prodotte nel 1967 le Tesi, documento programmatico del movimento studentesco che avrebbe trasformato l’università negli anni successivi. Nelle TesidellaSapienzadellə studentə in lotta di sessant’anni fa si legge che “l’università appartiene alla base universitaria”. Siamo qui oggi per gridarlo di nuovo a gran voce. L’università è di chi ci studia e di chi ci lavora. Chiediamo condizioni dignitose per chi le nostre università le tiene aperte, le pulisce e le vive. Vogliamo ribellarci al futuro che ci viene prospettato fatto di precarietà e di saperi svenduti alla guerra e alla devastazione del territorio. Università e conoscenza sono beni pubblici, di cui dobbiamo prenderci cura. L’università deve essere un luogo accessibile a tuttə, che rispetti il nostro tempo e i nostri bisogni, in cui crescere insieme, costruire un futuro collettivo, dove custodire i saperi e metterli a disposizione di un territorio da tutelare. Immaginiamo un’università che non sia un’autostrada da percorrere per la propria carriera, ma una piazza dove condividere il nostro desiderio di conoscenza e di trasformazione. In tutto il mondo le persone riempiono le strade e dalle università ai porti tutto si può bloccare: l’occupazione della Sapienza è solo una prima pietra lanciata nella nostra città nella nuova ondata di rabbia e desiderio di riscatto che sta animando tutto il Mediterraneo. Con questa occupazione vogliamo avanzare pretese rivolte al Governo, al Ministero dell’Università e della Ricerca, all’Università di Pisa e all’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio (DSU Toscana). Algoverno–controlafinanziariadiguerra,controilcarovita Chiediamo: 1. Il reinvestimento in istruzione, ricerca e sanità di tutti i fondi aggiuntivi previsti per la difesa nella nuova legge di bilancio del 2027. 2. Il ripristino del taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi complessivi. 3. La modifica del Codice degli appalti, affinché ci sia una progressiva internalizzazione dellə lavoratorə, a partire dalle università. 4. Un aumento di 5 miliardi di euro del Fondo di Finanziamento Universitario. AlMinistero–controlaprivatizzazionedeglistudentati,control’universitàtrattatacomefosse un’azienda 1. Che il 96% dei 33mila posti letto negli studentati costruiti coi fondi PNRR, attualmente in mano ai privati, vengano posti sotto l’ente pubblico, uscendo dal circuito del mercato immobiliare. Chiediamo inoltre che vengano resi disponibili gli altri 27 mila posti letto promessi dal PNRR e non ancora realizzati. 2. La modifica dei criteri di premialità nella distribuzione dei finanziamenti all’Università. All’UniversitàdiPisa–perun’universitàcherispondaaibisognidelləstudenti 1. Indennità e rimborso spese per i tirocini curriculari. I tirocini non sono lavoro gratuito e le spese per sostenerli non possono gravare sullə singolə. 2. Flessibilità e tutela del percorso di studi: ampliamento degli appelli ed estensione delle sessioni straordinarie per borsistə. La nostra vita universitaria deve seguire il ritmo dei nostri bisogni, senza ricatti. 3. Accesso aperto alla conoscenza e agli strumenti di studio. Chiediamo il ripristino e il potenziamento di tutti gli abbonamenti universitari alle risorse bibliografiche, banche dati e riviste digitali, unitamente alla fornitura di licenze software gratuite per tutti i programmi informatici specialistici richiesti dai vari corsi di laurea. 4. Spazi universitari accessibili e vivibili. I poli didattici e le biblioteche devono estendere i propri orari di apertura, garantendo l’accesso continuo anche nelle fasce serali, nei fine settimana, rendendo la città universitaria in un luogo diffuso di studio, confronto e socialità. 5. Diritto alla mobilità e sostenibilità. Chiediamo uno stanziamento economico dedicato al trasporto pubblico su gomma e su ferro per garantire la gratuità o comunque una forte agevolazione dei titoli di viaggio per la popolazione studentesca pendolare. Chiediamo di concordare con le aziende di trasporto il potenziamento delle corse di autobus e treni regionali nelle fasce orarie di maggiore affluenza. 6. Rigenerazione urbana e sostenibilità edilizia. L’Ateneo deve dare assoluta priorità alla ristrutturazione, manutenzione e rifunzionalizzazione degli edifici già presenti nel centro storico di Pisa. Chiediamo l’interruzione delle politiche di cementificazione e della creazione di nuovi poli periferici isolati dal tessuto sociale cittadino, privi di servizi adeguati e difficilmente raggiungibili. 7. Difesa del patrimonio pubblico universitario. Chiediamo che l’Università si impegni attivamente a tutelare la funzione sociale e studentesca dei propri immobili. Di fronte alle previsioni del Piano Operativo Comunale, che prospetta la conversione in parcheggi di presidi fondamentali come la mensa Martiri e l’aula studio Pacinotti, l’Ateneo deve prendere una posizione netta a garanzia della continuità d’uso di tali spazi per la comunità universitaria. 8. Disarmo accademico e responsabilità etica della ricerca. Chiediamo l’interruzione di ogni accordo, convenzione e collaborazione di ricerca con le aziende della filiera bellica e con realtà coinvolte in contesti di occupazione e violazione dei diritti, inclusa la revisione della partecipazione dell’Ateneo a progetti di ricerca europei come il programma Horizon con fini o risvolti militari. AlDSU–Dirittiinaccessibili:lecondizionideldirittoallostudiouniversitariodellaToscana È una tendenza ormai conclamata il progressivo smantellamento dei servizi dell’azienda regionale del diritto allo studio (ARDSU), tramite privatizzazione o riduzione dei benefici erogati. Questo succede tramite diverse strategie, tra i quali l’innalzamento spropositato dei costi della mensa o l’esternalizzazione dei servizi, e quindi dellə lavoratorə. Noi non staremo a guardare mentre ci levano il terreno sotto i piedi. Per questo chiediamo: 1. Che tuttə lə idoneə siano beneficiariə, e che le graduatorie definitive vadano in base all’ISEE, e non al numero dei CFU conseguiti. Al momento, infatti, nelle graduatorie l’ISEE conta al 20%, mentre il numero di CFU- quindi la quantità di esami che sei riuscite a dare – conta per il restante 80%. 2. Che lə studentə beneficiariə del posto alloggio ricevano subito una soluzione abitativa. Basta attese di mesi per avere il diritto che ci spetta. 3. Di ridefinire il tempo massimo del conseguimento dei CFU necessari al mantenimento della borsa di studio, considerando anche l’appello di settembre come sessione utile per questo fine. Di conseguenza, dilatare i tempi per la richiesta di borsa. 4. Che il contributo affitto sia una possibilità realmente percorribile per tuttə: la possibilità di richiesta deve essere aperta tutto l’anno e deve essere garantito a tuttə lə studentə beneficiariə di posto alloggio che non hanno ottenuto il posto in residenza. 5. Che la mensa ritorni ad avere prezzi calmierati e accessibili per tuttə, non soltanto per le fasce di reddito più basso. 6. Che le strutture delle residenze siano realmente adeguate per lə studentə che le abitano. Vogliamo: manutenzioni e interventi strutturali immediati dove servono, wi-fi e lavatrici gratuite in tutte le residenze, cucine funzionanti. 7. Che vengano aumentate le linee di trasporto pubblico nei pressi dei complessi universitari, fuori e dentro il centro storico della città. Che ci siano agevolazioni concrete anche per i treni e le linee extraurbane usate dallə studentə pendolari.
Caccia all’ottobre rosso. Il risveglio delle piazze italiane
(disegno di escif) L’ondata di mobilitazioni che ha attraversato l’Albania quest’estate, poi da settembre la Francia, la Spagna e altri paesi europei, ha raggiunto anche l’Italia. Se per alcuni aspetti quest’autunno ne ricorda altri precedenti, caratterizzati da occupazioni scolastiche, universitarie, e dai cortei del fine settimana, ci sono elementi di novità che meritano delle riflessioni. DA NORD A SUD A Torino le prime scuole sono state occupate a inizio ottobre, aumentando nel numero di giorno in giorno. Tra il 16 e il 17 migliaia di giovani hanno sfilato per le strade del centro eludendo i dispositivi di sicurezza. Alcuni sono entrati nella libreria Feltrinelli della stazione Porta Nuova, hanno buttato a terra qualche bestseller e scatenato l’indignazione generale. Il sabato successivo c’è stato un nuovo corteo, molto partecipato da studenti e collettivi politici, per protestare contro i finanziamenti all’industria delle armi e i tagli al welfare; decine di migliaia di ragazzi, preso atto della chiusura di tutte le strade circostanti piazza Castello da parte di camionette e poliziotti antisommossa, si sono diretti verso i quartieri Nord. Lì, il corteo ha provato a forzare un blocco ed è stato attaccato dalla celere: i manifestanti sono stati circondati, divisi e inseguiti dalla polizia per le strade che costeggiano la Dora. Per lo sciopero generale del 30 ottobre la partecipazione è stata ancora più nutrita, ma i manifestanti hanno scelto di dividersi: un primo corteo, guidato dall’Unione sindacale di base e dagli studenti vicini a quell’area politica, ha bloccato l’accesso all’autostrada; un secondo ha attraversato il centro; un’ulteriore manifestazione serale è riuscita ad aggirare i blocchi della polizia e a invadere le piazze più auliche della città. A Milano decine di migliaia di persone sono scese in strada il 16 e il 17 ottobre. La chiamata di “Italia in piazza” denunciava gli effetti del carovita e in particolare l’aumento del costo della benzina, sulla scia delle manifestazioni francesi, dell’occupazione di alcune scuole e di una grossa diffusione della chiamata sui social, in particolare via Tik Tok. Poco dopo l’orario di convocazione piazza Duomo è stata conquistata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero che hanno costretto la polizia ad arretrare sotto il lancio di petardi, transenne e bottiglie. I gruppi non erano coordinati tra loro ma una volta preso il sopravvento sulla manifestazione principale si sono radunati spontaneamente. Le vetrine dei negozi di lusso, ma anche di catene e di alcuni supermercati sono state abbattute e la merce è stata sottratta. Unanime la condanna dei media e della politica. Il sindaco Sala ha attaccato il governo perché la polizia in piazza sarebbe stata, a suo avviso, numericamente insufficiente. Nonostante gli scontri siano avvenuti anche in altre città (per esempio Bologna e Torino), quelli di Milano hanno agitato le classi dirigenti per la composizione inedita dei partecipanti, ovvero giovanissimi per lo più di seconda generazione. Lo spettro dei “municipi bruciati” e dei “saccheggi selvaggi” è stato evocato e il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza. Due ulteriori cortei hanno avuto luogo nel capoluogo lombardo. Il 24 ottobre la manifestazione è stata convocata dagli studenti, portando in piazza più di diecimila persone. Il 30 il corteo è stato ancora più partecipato. Due spezzoni sono partiti dal Politecnico e dalla stazione centrale, per ricongiungersi e puntare alla tangenziale est, occupata senza che avvenissero disordini. Iconica l’immagine di un enorme striscione appeso a un tabellone elettronico su cui era scritto, in riferimento alla composizione del movimento: GEN maranZa. Anche a Roma le occupazioni sono iniziate i primi di ottobre, coinvolgendo studenti di scuole che non venivano occupate da decenni, giovani di norma estranei alla politica attiva, e altri appartenenti alle organizzazioni giovanili, che nei cortei hanno cercato sempre di far valere il proprio peso. Altri gruppi diversi sono nati, come il collettivo “Le Scomode” del sociosanitario di Tor Sapienza: studentesse del primo e del secondo anno, molte di seconda generazione, hanno occupato la scuola in un quartiere divorato dalla xenofobia e dove i bianchi organizzano “ronde per la sicurezza”. In città ci sono state tre grandi manifestazioni tra il 16 e il 30 ottobre. La giornata del 24 è iniziata con l’occupazione spontanea del Colosseo: di fronte al blocco della polizia una marea umana ha invertito la marcia e si è mossa senza striscioni, spezzoni, camion o bandiere (accanto a quelle palestinesi, nei cortei di questo mese si è vista anche qualche bandiera italiana, denotando una grammatica simbolica nuova rispetto alle tradizionali manifestazioni di movimento). Le cariche della polizia sono state relativamente “leggere”, con l’obiettivo soprattutto di proteggere il centro città. Decisamente abusata è stata la pratica dei fermi preventivi, che ha portato in questura duecento minori senza alcuna motivazione credibile, e si è interrotta solo grazie all’indignazione di genitori, insegnanti e addirittura presidi. Il corteo per lo sciopero generale è stato enorme, ma molto più ordinato. A Fori Imperiali alcuni gruppi hanno provato a forzare di nuovo l’ingresso in centro, ma sono stati respinti da una carica molto pericolosa sul Ponte Sisto. La polizia ha tentato di identificare decine di manifestanti, che hanno provato a sottrarsi. La discutibile attitudine alla mediazione di alcuni militanti più strutturati ha fatto alla fine sì che la schedatura avvenisse. A Napoli, così come in altre città del Sud, le proteste sono iniziate con i blocchi degli autotrasportatori, che si sono fermati lasciando vuoti gli scaffali dei supermercati e i distributori di benzina per giorni. Gli studenti occupavano nel frattempo più di trenta scuole, facendo un salto di qualità non soltanto in considerazione del numero delle azioni, ma anche in termini di proposta politica: centinaia di giovani hanno partecipato a dibattiti autorganizzati sul genocidio in Palestina, sulle cause e gli effetti del carovita, sull’economia di guerra, sulla violenza della rigenerazione urbana nelle periferie delle metropoli, coinvolgendo persone da loro stessi selezionate tra il mondo adulto. In piazza la mobilitazione non ha assunto forme conflittuali. Il 24 alcune persone – una sorta di servizio d’ordine di composizione difficilmente identificabile – ha minacciato e quasi aggredito dei giovani che si coprivano il volto lasciando intendere di essere disponibili allo scontro; altre persone hanno lanciato al megafono messaggi in favore della polizia, schierandosi a difesa delle sedi istituzionali. I soggetti organizzati, dal canto loro, non sono stati capaci di alimentare il conflitto, anzi hanno talvolta (per esempio durante il corteo del 30) addirittura soffocato le spinte spontanee e conflittuali. LO SCOLLAMENTO Rabbia e malcontento si sono manifestati insomma in forme diverse: dal riot urbano allo sciopero di massa, passando per le incursioni di gruppi di persone che si staccavano dai cortei aumentando il caos, e per occupazioni un po’ folli ma efficaci come quella del Colosseo. Differenze e incomprensioni tra le sigle del sindacalismo di base e dei gruppi politici sono emerse – depotenziando in alcune occasioni le iniziative; è accaduto per esempio a Napoli, dove il dirigismo delle sigle che avevano organizzato il corteo del 30, e una certa disabitudine alla radicalità di piazza hanno inciso negativamente sulle possibilità di attuare pratiche di lotta che abbiamo visto altrove. Queste stesse divergenze si sono rivelate fortuitamente feconde in altri contesti, come a Torino, dove i tantissimi manifestanti – soprattutto giovani e studenti medi – hanno seguito due cortei diversi disorientando la polizia, incapace di arginare i due flussi. Ciò che sembra comune a molte di queste mobilitazioni è piuttosto un certo scollamento tra le parti che le attraversano, una condizione comprensibile per movimenti che attivano centinaia di migliaia di persone e settori sociali differenti, ma che pare essere una cifra distintiva di questo. Il primo scollamento è quello tra il mondo dei soggetti organizzati (collettivi politici, sindacati di base, militanti che si muovono nell’orbita di questo o quel centro sociale) e la massa dei partecipanti, soprattutto giovani, che scende in piazza senza riferimenti. È una distanza che in qualche modo appare conseguenza di un’altra, su cui ci siamo spesso trovati a riflettere in questi anni, dovuta all’incapacità (e alla non volontà) da parte della maggioranza degli adulti di comprendere – o almeno indagare – le frustrazioni, le esigenze e le ragioni delle più giovani generazioni con cui condividiamo il disastro. In più di una circostanza, nell’ultimo mese, questo gap ha provocato insofferenza nei confronti delle organizzazioni da parte dei partecipanti alle manifestazioni, che avrebbero voluto dar vita ad azioni più radicali, e soprattutto avere un maggiore protagonismo. Complesso è anche il rapporto tra gli stessi giovani che attraversano le mobilitazioni. In piazza, a scuola e nelle università si confrontano studenti dei collettivi, altri a digiuno di esperienze politiche, ma anche ragazzi schiacciati dal sistema scolastico (magari già espulsi dai suoi processi selettivi, e portatori di una rabbia più acuta). Non sempre in questo mese le parole d’ordine sono bastate per tenere assieme davvero queste esperienze: esiste probabilmente una reciproca incomprensione, anche tra loro, e non potrebbe essere diversamente in una società così frammentata. I ragazzi meno controllabili e più determinati sono apparsi senza avviso, scatenando l’attenzione morbosa dei media – “gli incappucciati”, li hanno chiamati i giornalisti –, finendo per abitare i sogni di repressione delle classi dirigenti. Da quel momento, rapidi com’erano apparsi, sembrano essersi dileguati, lasciando ombre di sé in un dibattito pubblico allenato alle sole semplificazioni. Disorientati da queste azioni, nelle scuole e nelle piazze, è sembrata anche una parte dei loro coetanei. Ragazzi che hanno mostrato una certa paura di essere stigmatizzati o etichettati come “violenti”, sotto la pressione del dover dimostrare di essere “nel giusto” non attraverso le rivendicazioni politiche, ma la “correttezza formale” (quella, naturalmente, stabilita dagli adulti e dalla società rispettabile) delle pratiche. A questo va aggiunto il rischio sempre più forte di entrare nelle maglie della repressione, di essere picchiati o arrestati, considerando la gestione delle piazze da parte della polizia e i decreti che a ciclo continuo vengono emanati dal governo (quello del 22 ottobre, poco dopo la radicalizzazione delle proteste, è il sesto decreto sicurezza in quattro anni di governo). Il superamento di questi disequilibri è a questo punto un obiettivo, dal momento che la loro esistenza rischia di depotenziare quanto sta accadendo. La cosa più sensata che potrebbero fare le organizzazioni e i gruppi di base, a questo punto, è cercare di capire le tendenze di un movimento così liquido (“be water”, dicono orgogliosamente), e fino a che punto potrebbe essere disposto a portare il conflitto. Con questi giovani soprattutto, ma anche con le persone appartenenti alle mezze classi impoverite da una crisi ormai ventennale, bisognerebbe costruire relazioni paritarie, ragionare sugli ostacoli e le opportunità, individuare meccanismi di comprensione reciproca, condivisione di valori e pratiche: smetterla quindi, una volta per tutte, di auto-rappresentarsi come avanguardia di qualcosa a cui si riesce a stento a star dietro. Ci sono intere parti di società in queste piazze che stanno facendo fatica a prendere parola, forse perché non vogliono essere organizzate da chi già lo è, né vogliono che qualcuno o qualcosa faccia da tappo alla loro insofferenza. È tempo di mettersi in ascolto, diceva qualcuno. E di navigare insieme, piuttosto che accanirsi a imporre delle direzioni prestabilite, finendo solo per arginare la marea. (redazione monitor)
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[2026-11-05] Assemblea cittadina: organizziamo insieme il corteo di sabato 7 novembre! @ Campus Luigi Einaudi
ASSEMBLEA CITTADINA: ORGANIZZIAMO INSIEME IL CORTEO DI SABATO 7 NOVEMBRE! Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (giovedì, 5 novembre 18:00) Ore 18:00 - assemblea cittadina aperta per organizzarci per la manifestazione di sabato 7 novembre Ore 20:00 - Cena sociale al campus einaudi occupato organizzata da C.O.L.P.O Il post ig di riferimento è https://www.instagram.com/p/DfReG0XInsC Ci vediamo stasera <3
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