LA METROPOLITANA É UN’OPERA INDISPENSABILE
IL MOVIMENTO NO TAV ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE DEL 10 OTTOBRE INDETTA DAI SINDACI I lavori della metropolitana sono ad un punto morto e non c’è certezza su tempi e costi di completamento e messa in esercizio. Residenti nell’area, attività commerciali e l’intera popolazione della zona Ovest e Bassa Valle Susa, vivono da anni il disagio dovuto a cantieri interminabili e all’assenza di un vero trasporto pubblico. La manifestazione del 10 ottobre, indetta dai Sindaci di Rivoli, Collegno e Grugliasco, è molto importante, affinché anche nel chiuso dei palazzi (dove si decidono le priorità di spesa), si senta il peso della mobilitazione della cittadinanza. Non c’è solo il ritardo dei lavori della Metro 1. Mancano i finanziamenti per il prolungamento fino a Rivoli, come pure per la Metro 2 (che non potrà arrivare al Politecnico) e poi l’assenza completa di trasporti ecologici, frequenti e capillari su tutto il territorio. Da Governo e Regione solo promesse, e briciole… “Non ci sono soldi!” Eppure i soldi ci sarebbero. Si tace, infatti, sul fatto che, sempre in questo stesso territorio, è in corso di approvazione il Progetto della tratta TAV Avigliana-Orbassano, di 23 Km, dal costo previsto di 3 miliardi di euro, e che vede da tempo “congelati”, ovvero accantonati 800 milioni. Un Progetto per un’opera: * palesemente inutile (la linea esistente, ampiamente ammodernata, è oggi utilizzata ad un terzo della sua capacità); * ambientalmente insostenibile (consumo di pregiati terreni agricoli,intercettazione delle falde acquifere, rischio amianto); * impattante sulla salute e la vivibilità del territorio (oltre 8 anni di cantieri, polveri, inquinamento, traffico, difficoltà di accesso agli Ospedali). La vera infrastruttura strategica del nostro territorio è il trasporto pubblico locale, il progetto TAV Avigliana-Orbassano deve essere ritirato. I fondi disponibili devono essere destinati al trasporto pubblico locale, in primo luogo alla Metropolitana. Il Movimento No Tav aderisce con convinzione alla Manifestazione del 10 ottobre, da Collegno a Rivoli. PER IL RILANCIO DEL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE, CONTRO LE OPERE INUTILI E IMPATTANTI: SÍ METROPOLITANA, NO TAV! Movimento No Tav
la messinscena – 27.09.2026
Ramphastidae Star Creched Blouse – Monopoly Child Star Searchers, The Garnet Toucan Attraverso – Riccardo Sinigaglia, Riflessi Fswp w/ tal egg – YNO, 穹気 Diamond Robbers – Saeko Killy, Dertien Fantasmas – FROM, Decoy Ra7aal [رحال] – ZULI, ZULI Presents: Habibi Loops Vol 1 A O ES – Regno Maggiore, La Poesia Dell’Infinito Presente B3 – Simplists inna hate trk – Simplists, Oversimplifies Reality L’Etera Di Qualcuno – Sacro Bosco Mediazioni, Sacro Bosco Mediazioni La Flûte Des Mornes – Max Cilla,La Flûte Des Mornes Vol.1 riding my bike to the studio feat. unkle foreign, unkle clay & unkle marco – unkle G, Good Mother Lizard Mineta – Marion Cousin & Eloïse Decazes, Com a lanceta na mão (Chants du Trás-os-montes) Heart 2 – Bellucci, Seta Rosa dei Venti – Gianni Giublena Rosacroce, MUSICA DA CAMERA OSCURA All Of A Sudden – Laraaji, Vision Songs, Vol.1 The Woodcutter’s Tale – Kraus Cracolândia – ML Vector Prodder – Kev Hopper Gâteau aux oiseaux – Musique Chienne Worth of the North – Pseudo Code Seben – Les percussions de la montagne verte Grün im Gesicht – Concentration Trust No Woman – Zyx Troglodytes – Nikolaienko Orcande – Pairi Daeza Tansissitaan kuutamolla – Edward Vesala Romanaesca Guardame Las Vacas En Dublin – Lucia Bose & Gregorio Paniagua Hotel Etoiles – Haruomi Hosono Tuatara – Tipsy Un mare aperto – Papiro
L’estrema destra ma non solo. Appunti sulla Germania di oggi
(disegno di guerrilla spam) Da: officinaprimomaggio.eu In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider, laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?” Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU. Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene, grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen) si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume. Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70 anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR, nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia. Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati, più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! – persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma persistono. Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione. In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione). Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta. Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù iperprecarizzata. Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico, come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc. L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali, fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto, così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”. Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato, avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive positive”. Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali. Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi; colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è un neonazi, secondo me. Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura, logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro, le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria. Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci, inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”. Ma di che riforme sta parlando? “Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io, non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR. Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il rischio AfD”? Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza. Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke (quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer) costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”. Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil. Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz? La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel trattore è in panne? Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero fare? La stessa cosa: barcamenarsi. Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle. Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci, sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund, Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia” diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo. Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla CDU. Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR – l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio bologna)
mondo
Fentanyl e cocaina, El Flaco era ricercato da Italia e Usa ma operava protetto in Messico
Riviera Zazueta è stato arrestato: assicurava la logistica per il cartello di Sinaloa all’aeroporto di Città del Messico. Era anche ricercato dalle autorità di Catania per traffico di cocaina, tra i clienti anche la ‘ndrangheta L'articolo Fentanyl e cocaina, El Flaco era ricercato da Italia e Usa ma operava protetto in Messico proviene da IrpiMedia.
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Reggio Emilia: c’era una volta Bosco Ospizio, ora è il tempo delle ruspe della Conad
Ruspe e polizia nel Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove un progetto edilizio minaccia un’area verde ricca di biodiversità. Il quartiere resiste e il presidio incontra la lotta No Tav: esperienze diverse che si riconoscono nella difesa dei territori. Di Nicoletta Dosio da Osservatorio Repressione A Reggio Emilia, chiuso tra reti di cantiere e sottratto alla vista da una cinta di alti pannelli, c’era un bosco: un bosco urbano in un quartiere di periferia, “tra la via Emilia e il West”, come direbbe Guccini. E’ un meraviglioso, insostituibile polmone verde, sorto intorno ai ruderi dell’antico Ospizio comunale, da cui prende il nome: il “Bosco Ospizio” appunto. Del passato rimangono gli alberi secolari, ai quali, oltre ad un folto, impenetrabile sottobosco, si sono aggiunte nuove varietà, figlie della natura che sa rigenerare le rovine e farne giardini. Ci raccontano un luogo pieno di vita vegetale ed animale, ricco di biodiversità, che conserva nella sua parte più segreta una zona umida, punto di sosta per gli uccelli migratori, popolata da diverse varietà di anfibi ed abitata da salamandre e libellule. Dunque una realtà preziosa per la città, da proteggere e difendere ad ogni costo. Invece l’area è stata dichiarata edificabile e messa in vendita, grazie alle amministrazioni comunali succedutesi negli ultimi vent’anni, a partire dall’amministrazione Del Rio, già sindaco nei primi anni 2000: sponsor di quella cattedrale nel deserto che è la stazione del TAV con annesse superstrade a cementificare una campagna fertilissima, poi ministro delle infrastrutture e paladino del progetto TAV Torino-Lyon. Ora il proprietario è Conad, la maggior catena italiana di supermercati. Oltre al danno, anche le beffe: nel tentativo di rendere commestibile l’amaro piatto, il gigante commerciale, in omaggio al motto pubblicitario “Persone oltre le cose” di cui si fregia, concorda con il Comune di ospitare nell’area anche edifici di pubblico interesse (una biblioteca e una Casa di Quartiere), nonché un’ampia spianata di parcheggi. Risultato? Cemento e asfalto dove c’era vita e bellezza. Ma il quartiere non ci sta e nasce cosi l’Assemblea Permanente Bosco Ospizio, che dallo scorso agosto, nell’imminenza degli annunciati lavori, occupa con un presidio il terreno a rischio e ferma le ruspe che si accingono al disboscamento. Denunciati dalla Conad per “violenza e invasione di area privata” e diffidati con ordinanza della Prefettura, gli attivisti resistono ed hanno ricostruito il presidio fuori dal perimetro del bosco, a ridosso delle barriere che ne impediscono la vista e l’accesso. Ora l’interno del parco è visibile solo attraverso gli spiragli praticati nella recinzione: attraverso quei varchi il bosco ci parla, vestendosi di tutti i colori dell’autunno: i gialli e i rossi sui quali va ad infrangersi la malinconia del pomeriggio che si fa sera. Al presidio ci sentiamo tra compagni: la nostra storia nel movimento NO TAV si fa racconto, dialogo serrato, scambio di esperienze. I presidianti si preparano ad affrontare i rigori invernali con un piccolo campeggio di tende ed una cucina allestita sotto un gazebo. Le loro richieste di consigli ci risvegliano nel ricordo i giorni e le notti di Venaus 2005, il presidio sotto la neve tra i bidoni roventi di fuochi accesi contro il gelo, i minestroni fumanti e una moltitudine che nel pericolo e nella lotta si ritrova e diventa comunità. Tra le poche suppellettili del presidio c’è un piccolo scaffale-biblioteca: libri che fanno compagnia, libri per pensare e per ingannare il tempo che, di notte, non passa mai. Mi ha colpito l’ennesima analogia con la lotta No TAV. Chiomonte 2011, Libera Repubblica della Maddalena: attesa dell’esercito del TAV, che prima o poi sarebbe arrivato con blindati, lacrimogeni e manganelli; il grande tendone attrezzato a cucina dove, tra fornelli e provviste, ha trovato spazio un piccolo scaffale di libri. Anche in questo senso, nel presente rivive il passato e le lotte si ricompongono, sentendosi sorelle nella materialità della vita, figlie dello stesso amore e della stessa rabbia, unite nel conflitto irriducibile contro il sistema che sulla guerra e sulla devastazione sociale e ambientale fonda il proprio dominio e lo chiama pace. …………………. E invece ieri, di buon mattino, al Bosco Ospizio sono arrivate le ruspe. Per permetterne l’accesso l’intero quartiere è stato militarizzato. Bloccata nei due sensi la via Emilia. Inseguiti dagli agenti, portati in Questura e denunciati gli attivisti che hanno cercato di opporre resistenza salendo sugli alberi. Una delegazione si è recata in Comune, chiedendo di incontrare il Sindaco, ma non ha avuto risposta, se non dal Capo di Gabinetto. Silenzio anche da parte dell’ASL e dell’ispettorato del lavoro a cui gli attivisti hanno denunciato la totale assenza di misure di sicurezza all’interno e all’esterno del cantiere. Nal tardo pomeriggio di ieri è stata convocata l’assemblea permanente che decidere il da farsi. Così mi ha scritto una compagna del Presidio, a commento delle foto e di un video che documentano la devastazione: “In questa porzione di terra fino a stamattina c’erano alberi adulti, platani, tigli, pioppi, cedri del Libano. Uccelli e fauna varia avevano la propria casa. Quello che ci resta è la possibilità di andare a fare la spesa fino alla propria morte. Ammesso che si riuscirà ancora a riempire gli scaffali e se ci saranno ancora i mezzi per acquistare qualcosa…” E invece stamattina, proprio mentre stavo per chiudere queste note, ecco un post su Facebook che dice “i nostri hanno bloccato le ruspe…” e sollecita rinforzi. Tutta Reggio Emilia è con loro, stanno arrivando messaggi di solidarietà da tutt’Italia: Bosco Ospizio non si arrende, anche lì la lotta continua, vedremo che succede nelle prossime ore. Alcuni appresentanti dell’Assemblea Permanente Borgo Ospizio saranno con noi alla marcia NO TAV il 3 ottobre.
FERMIAMO INSIEME L’AVIGLIANA-ORBASSANO: VERSO LA MARCIA NO TAV DEL 3 OTTOBRE
Sabato 3 ottobre la Valsusa tornerà a marciare per dire no all’Avigliana-Orbassano, nuova tratta nazionale parte del più ampio progetto del Tav Torino-Lione. Anticipata al 2033 nonostante i ritardi sul versante francese, dal costo complessivo stimato oltre i 3 miliardi di euro e con una fase di cantiere dalla durata prevista di almeno 8 anni,l’Avigliana-Orbassano è una variante di tracciato su circa 24 km (di cui circa 17 km in galleria), la cui realizzazione avrebbe gravi ricadute sulla salute, l’economia e la vivibilità dei territori coinvolti. Ma non è la sola tratta nazionale a preoccupare, nella Valle che resiste: sul piatto ci sono anche l’ipotesi della riapertura dell’altoforno delle acciaierie Beltrame tra San Didero e Bruzolo, oltre che alle carenze ormai strutturali nella sanità pubblica, nei servizi di prossimità e nei trasporti. La marcia popolare del 3 ottobre diventa dunque l’occasione per rivendicare, a partire dall’esperienza della resistenza No Tav, l’opposizione alle politiche di sacrificio della Valsusa e la possibilità di un futuro costruito dal basso sulle necessità e aspirazioni reali del territorio. Ne parliamo con Alice, compagna dell’Assemblea Bassa Valle.
L'informazione di Blackout
no tav
marcia popolare
Acciaierie Beltrame
assemblea bassa valle
Tutti in marcia il 3 ottobre in Val Susa per ribadire il nostro NO alle vostre insostenibili bugie
Ripubblichiamo da Centro Studi Sereno Regis 27 settembre e 3 ottobre 2026. Due date, due chiamate in piazza. Nel mezzo un filo teso a confine. Una linea continua che, negli anni, è diventata un muro insormontabile, un rifiuto totale di ascoltare le ragioni “fondate e provate” di un’intera Valle. Da una parte un “vespaio di politicucci”[1] chiamati a raccolta per dire “si alla Tav, no alla violenza”. Il loro mantra, il loro disco a solco chiuso, ripete instancabilmente, dagli anni 90 del secolo scorso, “l’importanza della Torino-Lione per il rilancio economico del Piemonte e dell’intero Paese”, “…un’opera fondamentale per la transizione ecologica e la competitività dei trasporti europei”. Qui si fermano. Nessuno di loro è mai andato oltre la frase fatta, al tono da marketing! Non chiedetegli dati, proiezioni. Non domandategli di impatti ambientali, paesaggistici, socioeconomici. Assistereste solo ad una fuga degna del ben più simpatico beep beep. (https://www.lagendanews.com/torino-il-fronte-del-si-alla-tav-rilancia-manifestazione-confermata-per-il-27-settembre/) Dall’altra parte, unita e ostinata, la Valle di Susa richiama il suo storico movimento per ribadire, ancora una volta, la totale e radicale contrarietà alla realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino – Lione e della tratta nazionale Avigliana – Orbassano. Ai mantra e agli slogan triti e ritriti la Valle risponde con ragioni tecniche, economiche, sociali, storiche, epidemiologiche. Se i primi schierano “figure chiave del panorama politico e civico torinese” [sic] quali Igor Boni, Silvia Manzi, Mino Giachino (animatore del movimento SiTAV SiLAVORO), Stefano Giordano, Samuele Moccia, Cristina Peddis e Oreste Gallo, il movimento NO TAV schiera la sua gente. Donne e uomini, ragazze e ragazzi che, nel passare delle generazioni, si sono tramandati un bagaglio di saperi e quella “ragionata ostinazione” che ha fatto del Movimento una delle esperienze di lotta ambientalista più longeve della storia nazionale e, forse, dell’Europa occidentale. Tra i mantra degli uni e le argomentazioni degli altri, giusto nel mezzo, stanno quei presupposti che, da sempre, hanno contribuito a costruire il dogma dell’Alta Velocità ferroviaria Torino – Lione. Per definizione un presupposto non è mai ontologicamente vero. È una condizione o un’affermazione implicita che va considerata vera affinché un discorso o un’ipotesi abbiano un senso. All’inizio degli anni Novanta i requisiti che giustificavano la costruzione della nuova linea ferroviaria AV Torino-Lione erano l’imminente [sic] saturazione della linea storica, la crescita dei traffici transfrontalieri, l’integrazione delle reti europee Ten-T e il trasferimento modale da gomma a ferrovia, con la conseguente riduzione dell’inquinamento dell’aria. In merito a quest’ultimo punto è necessario richiamare alla memoria che “L’Unione Europea ha cofinanziato l’opera ponendo come condizione tassativa la decarbonizzazione dei trasporti transalpini”. Si diceva allora, e qualcuno ne è ancora convinto, che “la nuova opera consentirà di togliere dalle strade oltre 1 milione di camion all’anno e di far respirare meglio l’arco alpino grazie alla diminuzione di 1 milione di tonnellate di CO2 all’anno.” https://www.fsitaliane.it/it/opere-strategiche/torino—lione.html La decarbonizzazione attesa dal pieno utilizzo della futura linea AV, si scontra con i dati relativi all’impatto emissivo legato alla realizzazione dell’infrastruttura. TELT (Tunnel Euroalpin Lyon Turin) stima un’emissione legata ai cantieri che oscilla tra i 3 e i 10 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Tale passivo ecologico inziale sarebbe compensato, sempre a detta di TELT, in circa 15 anni di pieno esercizio della linea. La Corte dei Conti Europea in una sua relazione speciale, evidenzia che, a causa dei volumi imponenti di cantierizzazione e dei potenziali rischi di futuro sottoutilizzo della linea, i tempi necessari per compensare interamente la CO2 prodotta durante la costruzione salirebbero sensibilmente, stimandoli tra i 25 e i 50 anni. Questi presupposti, nonostante un’abietta “ostinazione del falso”, sono via via caduti, uno dopo l’altro, a riprova della loro originale infondatezza. Report, calcoli, proiezioni e statistiche di organismi super partes hanno dimostrato una realtà che non ha mai giustificato le ipotesi iniziali della linea AV Torino Lione, che le ha sempre, sistematicamente confutate. L’attuale linea storica fra Torino e Lione, negli ultimi trent’anni, non solo non si è mai avvicinata alla saturazione, ma ha incontrato un declino storico assestandosi negli anni su una quota oscillante tra i 2 e i 4 milioni di tonnellate all’anno, pari a meno della metà del tonnellaggio della fine degli anni 90, allora pari a circa 10 milioni di tonnellate. (Fonte: alpinfo) La confutazione del secondo presupposto (reti Ten-t) la si può leggere nello stato di attuazione della rete transeuropea, che soffre di un ritardo pluriennale nell’avanzamento di tutti i grandi cantieri transfrontalieri, non compatibile con il Quadro Finanziario dell’UE. Sul trasferimento modale gomma – treno e sulla conseguente riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera è necessario approfondire un tema sfuggito ai più o, forse, volutamente tenuto ai margini. In una recente puntata della trasmissione televisiva Rai “Presa Diretta”, nella quale si parlava di rivoluzione della mobilità elettrica, il collaudatore Paolo Mariano dichiara che sono ormai disponili camion elettrici la cui autonomia consente di compiere viaggi di 1000 chilometri e che possono ricaricare le loro batterie fino all’80% in venticinque, trenta minuti. Andando alla ricerca di fonti e informazioni oggettive, l’ACEA (European Automobile Manufacturers Association), dichiara che, “nel primo semestre dell’anno (2026), la quota di mercato dei camion a batteria (BEV) nell’Unione Europea ha raggiunto il 4,8% delle nuove immatricolazioni totali (in forte aumento rispetto a circa il 3,6% dell’anno precedente), spinta soprattutto dai corridoi logistici di Germania, Paesi Bassi e Francia (che da soli coprono circa il 74% del totale delle immatricolazioni BEV europee). Secondo l’EAFO (European Alternative Fuels Observatory), “i dati indicano una rete in espansione concentrata lungo i principali assi stradali nord-europei (Germania, Svezia, Paesi Bassi, Danimarca e Francia), sebbene la densità di stazioni ad alta potenza (megawatt charging) lungo i corridoi del Sud Europa resti ancora limitata”. La quasi totalità della diffusione dei tir elettrici è concentrata lungo le direttrici del Nord Europa e dell’Europa Centrale (in particolare l’asse Reno-Alpi e il corridoio scandinavo-mediterraneo nella sua sezione settentrionale). In questo contesto l’lCCT (International Council on Clean Transportation) “evidenzia il divario geografico (“Europa a due velocità”): mentre i Paesi Bassi e la Svezia registrano tassi di transizione avanzati (con quote di mercato locali molto alte per i camion pesanti), i paesi del Sud Europa (inclusa l’Italia) viaggiano con ritardi stimati tra le 4 e le 6 volte inferiori rispetto alla media dell’UE27. Tra gli ultimi registriamo sempre dei meravigliosi primati! Aspettando la marcia del Movimento No Tav del 3 ottobre, da Sant’Ambrogio ad Avigliana, vorrei proporre ai fan del “si al tav, no alla violenza” un semplice esercizio. Prendiamo un treno passeggeri ad alta velocità (i treni merci AV non esistono!). Immaginiamoci un ETR in Italia, un ICE in Germania o un TGV in Francia. Ciascuno di essi, in media, ha un consumo energetico medio che varia, a seconda della velocità e del profilo altimetrico, tra i 2.000 kWh e i 4.000 kWh per 100 km, ovvero circa 20 kWh – 40 kWh per chilometro percorso. I dati citati sono presenti sui report dell’UIC (International Union of Railways). Prendiamo ora un cosiddetto HDV – Heavy Duty Vehicle, un modernissimo veicolo elettrico che può trasportate fino a 40 tonnellate di merce. Sul sito web “Sustainable truck & Van”, si legge che questi veicoli, a pieno carico, raggiungono un consumo medio che oscilla tra i 90 kWh e i 130 kWh per 100 km, cioè circa 0,9 kWh – 1,3 kWh per chilometro. Se rapportiamo i valori medi del consumo energetico dei due veicoli (treno AV e HDV) sulla stessa distanza percorsa, ad esempio 1 chilometro, scopriamo che un solo treno equivale a circa 30 camion. Nel caso di treni AV che viaggiano alla massima velocità e, quindi, molto energivori il rapporto si sposta verso l’equivalenza di un treno ogni 35, 40 camion. I risultati dell’esercizio non servono certo a decretare, in termini di efficienza, la vittoria dei camion HDV sul treno. Non è, d’altra parte, questo lo scopo. Dobbiamo però ricordare e ribadire che l’alta velocità per le merci e la riduzione dei tempi di percorrenza hanno rappresentato e continuano a rappresentare esclusivamente dei “salmi” nella dottrina dell’alta velocità. Inoltre, il treno, quale mezzo della macro-logistica, non potrà mai fare a meno dell’integrazione con la micro-logistica del trasporto capillare, effettuata esclusivamente attraverso camion e furgoni. Da ciò si deduce che occorre quindi calcolare i consumi complessivi dell’insieme macro-logistica (treno) e trasporto capillare (mezzi attualmente ancora a combustione). Se dobbiamo convergere, insieme e con assoluta onestà, verso l’obiettivo comune della decarbonizzazione dei trasporti in questi tempi di drammatici cambiamenti climatici, dobbiamo necessariamente demolire i dogmi, denunciare interessi e mettere a nudo le coterie economico finanziarie delle grandi opere. Anziché immolare una Valle alpina, trasformandone irreversibilmente gli ecosistemi e la geografia fisica, economica ed umana, vale forse la pena valutare alternative vicine, compatibili con il tempo attuale ed i cui impatti siano misurabili, senza che diventino, per nessuno, il sacrificio ultimo. Il cambiamento climatico e i suoi terribili effetti impongono a tutti, politici in primis, di destinare risorse e idee alle innovazioni a breve ciclo di ritorno. Sono trent’anni che ve lo diciamo ma sappiamo benissimo che possiamo svegliare chi dorme, ma non chi finge di dormire! Bussoleno, 28 settembre 2026 Nota [1] Giuseppe Giusti (Monsummano 1809, Firenze 1850) è il maggiore esponente della poesia satirica, sviluppatasi nella Toscana ottocentesca. Noto per la sua tagliente satira politica e sociale dell’Ottocento toscano, usò l’immagine del “vespaio di politicucci” proprio per descrivere l’agitazione sterile, ronzante e fastidiosa dei politici di basso livello dell’epoca.