PROIEZIONE LA VITA VA COSÌ
Giardino Oreste Leonardi (di fianco al Gabrio ma non al Gabrio) - Via millio
(giovedì, 17 settembre 20:00)
LA VITA VA COSÌ 📽️
Prossima proiezione nella rassegna di cinema all'aperto "Un momento dopo il
tramonto".
🍿 Ci vediamo giovedì 17 settembre nel giardino Oreste Leonardi, dalle 20.30,
appena cala il sole!
Programma della rassegna in aggiornamento ✨
Il 21 settembre assemblea cittadina in piazza Lucio Dalla verso la mobilitazione
del 2 ottobre. La campagna vuole unire le lotte contro abusi delle forze
dell’ordine, razzismo e politiche sicuritarie …
Il 51enne era stato fermato mentre la polizia cercava una fatbike rubata, ma non
era quella su cui viaggiava. Nei video chiede aiuto e dice agli agenti di essere
diabetico …
“Radio Days”
Scaletta:
-“Opus One”- Tommy Dorsey & His Orchestra (7″; 1943);
-“Dancing In The Dark”- The Fred Hersch Trio (“Dancing In The Dark”; 1993);
-“Memories”- Leonard Cohen (“Death of a Ladies’ Man”; 1977);
-“Rockaway Beach”- Ramones (“Rocket to Russia”; 1977);
-“Ring of Fire”- Johnny Cash (“Ring of Fire: The Best of Johnny Cash”; 1963);
– “The Promised Land”- Bruce Springsteen (“Darkness on the Edge of Town”; 1978);
-“Coney Island Baby”- Lou Reed (“Coney Island Baby”; 1976);
-“My Game of Loving”- White Noise (“An Electric Storm”; 1969);
-“Turn Off the Radio”- Ice Cube (“AmeriKKKa’s Most Wanted”; 1990);
-“Midget Submarines”- Swell Maps (“A Trip to Marineville”; 1979);
-“Taximan”- éVoid (“éVoid”; 1984);
-“Pretty Polly”- Jean Ritchie and Doc Watson (“Jean Ritchie and Doc Watson at
Folk City”; 1963);
-“You’d Be So Nice To Come Home”- Hellen Merill (with Clifford Brown) (“Helen
Merill”; 1955);
-“Other Voices”- The Cure (“Faith”; 1981)
(disegno di -nm)
Sono aperte le iscrizioni per il Corso di scrittura giornalistica di Napoli
MONiTOR su reportage e inchiesta sociale (ottobre-dicembre 2026).
Venerdì 2 ottobre alle ore 18:00 ci sarà un aperitivo di presentazione, durante
il quale spiegheremo nei dettagli il programma, gli obiettivi e il funzionamento
del corso. L’incontro è gratuito e si terrà nella redazione napoletana di
Monitor in via Broggia, 11 (terzo piano).
Di seguito le informazioni base:
› Durata del corso: dal 6 ottobre al 15 dicembre 2026.
› Frequenza: un giorno a settimana, il martedì, dalle 17:00 alle 19:30.
› Luogo: via Broggia, 11 (Napoli).
› Requisiti: un computer portatile e un po’ di tempo a disposizione.
› Numero massimo di partecipanti: dieci.
› Prezzo: 200 euro (materiali inclusi).
PROMOZIONE
Per chi si iscrive prima del 24 settembre è previsto uno sconto di 20 euro.
Per info e iscrizioni: redazione@napolimonitor.it
Ancora una volta Philippe è stato assolto. Mercoledì 9 settembre, infatti, la
Corte d’Appello di Chambéry ha confermato l’assoluzione di uno dei volti storici
della lotta al Tav in Val Maurienne, finito a processo per alcune delle parole
pronunciate durante una mobilitazione contro il progetto Lyon-Turin.
Al centro del procedimento c’era una parola: “sabotaggio”.
Durante un’iniziativa a Saint-Jean-de-Maurienne Philippe aveva utilizzato
l’espressione «Il faut saboter la Tav» e per quelle parole era stato accusato di
avere incitato al sabotaggio del Lyon-Turin.
Ma ancora una volta, in tribunale, questa ricostruzione non ha retto.
La Corte d’appello ha stabilito che il termine «sabotaggio» può avere diversi
significati e che, nel contesto in cui era stato utilizzato, le parole di
Delhomme non costituivano un appello chiaro e preciso a compiere danneggiamenti
volontari pericolosi per le persone.
Una parola pronunciata durante un momento di opposizione alla costruzione della
linea ferroviaria Torino – Lione non è diventata un reato.
E non è la prima volta che accade.
Questa è infatti la quarta assoluzione per Philippe nell’ambito delle vicende
giudiziarie legate alla sua opposizione al Lyon-Turin. Una lunga sequenza di
procedimenti che ha portato il militante davanti ai giudici per le sue azioni e
per le sue parole contro un’opera che, dall’altra parte delle Alpi come in Val
di Susa, continua a essere contestata.
Nel febbraio 2025, infatti, era stato assolto per un’azione di blocco dei camion
diretti verso il cantiere. Nell’aprile dello stesso anno era arrivata una
seconda assoluzione relativa ad altri fatti, tra cui le contestazioni legate
alla manifestazione di Saint-Jean-de-Maurienne.
Nonostante le assoluzioni, il procedimento è proseguito in appello, fino
all’udienza del 13 maggio e alla sentenza dello scorso 9 settembre.
A portare avanti l’accusa c’era anche TELT, la società incaricata della
realizzazione della nuova linea ferroviaria.
Ed è proprio questo il punto che va oltre la singola vicenda giudiziaria.
Perché mentre sui due versanti delle Alpi si continua a costruire e scavare,
continua anche il tentativo di ridurre l’opposizione a un problema da affrontare
nelle aule di tribunale.
Ma il problema è che la lotta al Lyon-Turin non nasce dalle parole di Philippe,
né da quelle di un singolo militante.
Nasce da territori che da decenni mettono in discussione un’opera considerata
devastante, inutile e imposta. Nasce dalle persone che in Maurienne e in Val di
Susa continuano a mobilitarsi, a discutere, a organizzarsi e a costruire
iniziative contro il progetto.
E soprattutto nasce da una consapevolezza che nessun procedimento giudiziario
può cancellare: il dissenso non è un incidente di percorso. È parte della storia
stessa di quest’opera.
Quattro assoluzioni descrivono un’altra storia. Raccontano che, ancora una
volta, il tentativo di portare nelle aule giudiziarie il conflitto politico
intorno alla Torino – Lione non è riuscito a cancellare le ragioni di chi
quell’opera continua a contestarla.
Dalla Maurienne alla Val di Susa, il fronte è lo stesso: da una parte un
progetto che distrugge i territori. Dall’altra comunità che continuano a
opporsi.
Chiesta la rimozione dallo store del libro di Francesco Lazzeri sul sionismo.
Mentre alla Camera arriva il DDL sull’antisemitismo, il confine tra lotta
all’odio antiebraico e repressione dell’antisionismo diventa terreno …
Proponiamo un contributo sugli strumenti messi in campo a partire dalla lotta
del Movimento No Base, per costruire un movimento popolare antimilitarista e per
far fronte alla complessità dei territori investiti dalle infrastrutture di
guerra.
Introduzione
In ogni territorio i tentacoli della guerra hanno la forma delle infrastrutture
militari, delle esercitazioni, dei confini, delle servitù, degli spazi sottratti
all’uso delle comunità e tutte quelle trasformazioni che, poco alla volta, fanno
entrare la presenza militare nella vita quotidiana. La militarizzazione può
assumere forme molto diverse e proprio per questo non è sempre visibile
immediatamente: può diventare qualcosa a cui ci si abitua, fino a non
riconoscerla più come un problema. Per affrontare questa complessità, un
movimento contro la guerra e la militarizzazione deve poter disporre di
strumenti ed attività diversi, capaci di adattarsi ai territori e alle
situazioni. Informarsi, fare inchiesta, costruire relazioni, comunicare,
osservare ciò che accade e organizzare iniziative sono tutte forme di azione
contro la guerra. Si tratta di modi attraverso cui impariamo a conoscere sempre
più in profondità i territori e a capire come la guerra li attraversa e li
trasforma, ma anche come riscoprire il legame reciso con i territori stessi e le
comunità che li abitano.
Per questo è importante non concentrare lo sguardo in un solo punto. La forza di
un movimento può risiedere nella capacità di moltiplicare i punti di
osservazione e di iniziativa, lasciando che siano i territori stessi a produrre
conoscenza, relazioni e pratiche. Muoversi in molti campi significa anche
riconoscere che non esiste un’unica forma di partecipazione. Questa diversità di
modi è la possibilità concreta che ciascuno trovi un modo per contribuire.
Scoprire e riscoprire i territori significa sottrarli alla rappresentazione
della guerra come qualcosa di inevitabile e tornare a interrogarsi su chi li
decide, chi li attraversa e chi ne paga i costi. Significa anche disabituarsi
alla guerra, interrompere la normalizzazione della sua presenza e riaprire uno
spazio per immaginare territori sottratti alla logica militare.
Monitoraggio del territorio
La natura ha occhi e orecchie nel cuore dell’HUB militare
1. Breve storia del monitoraggio no base
2023. Abbiamo iniziato a sentire l’esigenza di fare un monitoraggio continuativo
intorno all’area prevista per la costruzione della base militare nel 2023,
quando abbiamo scoperto che il progetto sarebbe stato spostato a San Piero a
Grado e Pontedera, non più a Coltano. È stato l’anno in cui abbiamo fatto il
primo campeggio e in cui abbiamo occupato il Presidio dei “Tre Pini” per la
prima volta per renderlo un punto stabile di attraversamento del movimento no
base.
2024. A settembre di quell’anno è stato poi confermato dal tavolo
inter-istituzionale che il progetto sarebbe stato proprio a San Piero a Grado e
Pontedera e di conseguenza abbiamo organizzato diverse attività fino al 2 giugno
del 2024 in cui è stato inaugurato il Presidio di Pace dei “Tre Pini”. C’era
l’esigenza di percorrere il territorio su cui hanno intenzione di costruire
un’infrastruttura devastante, conoscerlo, ed essere sempre pronti ad interferire
con le movimentazioni belliche. Questo ha tutta una serie di specificità nel
momento in cui ci troviamo davanti a delle reti che ci sono già, in un
territorio già militarizzato. La sfida era di essere lì, di vedere cosa
succedeva, di starci e di capire anche in che modalità quel Parco possa cambiare
di fatto: perché a 50 m dalle reti militari c’è il Parco, ma questo Parco è
anche dentro le reti e quindi il punto per noi è capire come tutto quel
territorio può essere vissuto al di là della militarizzazione. Quindi, ciò che
si fa ai “Tre Pini”, il progetto che si porta avanti sul Parco e nei Poderi lì
intorno, vale in prospettiva per tutta un’area che vogliamo che sia restituita
interamente alla natura.
2024-2025. Tra il 2024 e il 2025 eravamo ogni settimana ai “Tre Pini” a fare
lavori e passeggiate di monitoraggio, percorrendo il territorio, guardando oltre
le reti per vedere se ci fossero dei cambiamenti. Era stato annunciato che i
lavori sarebbero cominciati proprio a fine 2024 nonostante non vi fossero i
documenti. Per tenere il passo di quello che sembrava il potenziale inizio di un
cantiere, noi eravamo lì ogni settimana. Questo aveva due scopi: da una parte
continuare a costruire il presidio, sistemarlo, pulirlo, dotarlo delle cose di
cui c’era bisogno, tra cui gli attrezzi, donati da tante persone, riordinare il
materiale… Dall’altra era anche un modo per continuare ad essere presenti sul
territorio. Già la semplice presenza è un grosso fastidio per la controparte,
perché vuol dire mobilitare contingenti per vedere cosa facciamo, anche se si
tratta “solo” di una passeggiata nel sentiero boschivo aperto a tutti. Così come
fare le foto, avvicinarci alle reti, tutto questo destava una preoccupazione.
Questa “preoccupazione” è centrale per tutto il lavoro del movimento, in
particolare per quanto riguarda il monitoraggio, perché è indice del fatto che
c’è qualcosa da nascondere e rende evidente come loro non ci vogliano lì
intorno. Si vede anche nel modo in cui continuano a comportarsi le istituzioni
afferenti al Parco: dall’Ente Parco che sta a disinvestendo sulle guide
ambientali e non sta quasi più facendo tour di natura ambientale in quella zona
o in generale in San Rossore; all’Università che ha tutti i terreni intorno alla
base militare e che ha recentemente sgomberato il presidio di “Tre Pini”, poi
ripreso da un corteo di centinaia di persone durante la giornata di lotta del 25
Aprile. Tutte queste istituzioni stanno agendo sempre di più nell’ottica di
rendere inaccessibile quella zona e disincentivare la sua percorribilità e
questo è nel pieno interesse di fatto delle attività militari.
2025. Verso la fine del 2025 lo scenario è cambiato perché abbiamo constatato
che sul Parco non ci stavano essendo degli avanzamenti rispetto al progetto
della base. Con “Blocchiamo tutto”, ci siamo resi conto che c’era una
consapevolezza collettiva che stava venendo a galla. Che il discorso non è
“oddio, ci costruiscono la nuova base militare” e basta. Il punto è: c’è una
infrastruttura complessa articolata e integrata sul territorio, in particolare
questo territorio, che riproduce e permette la guerra e la stanno potenziando in
diversi modi; all’interno di questo quadro c’è un tassello in più che è la base
militare di San Piero a Grado, che serve per spostare dei reparti dei corpi
speciali più vicino a Camp Darby, dove già hanno messo il COMFOSE, quindi dove
già si sta cercando di creare un accentramento che renda più facili e veloci la
logistica, le movimentazioni e le attività di intelligence. La necessità non era
più solo verificare a che punto fosse il nuovo progetto, ma cercare di farci
un’idea più chiara e collettiva di che ruolo avesse all’interno di un contesto
più ampio. Quindi anche l’idea del monitoraggio ha spostato un po’ il suo centro
dai “Tre Pini” e quello che succedeva lì intorno, verso l’idea di monitorare
complessivamente l’HUB militare.
2. Pratiche di monitoraggio diffuso
Parlando degli strumenti, il monitoraggio sostanzialmente si fa andando in
questi luoghi tutte le settimane e facendo le foto agli alberi e a tutto ciò che
vediamo oltre le reti. Così abbiamo notato tagli di alberi, sfrondamenti,
pulizie di vario tipo. Cumuli di ghiaia che compaiono all’interno delle reti.
Insomma, cambiamenti che ci facevano stare all’erta. Quindi facciamo le foto, le
archiviamo e cerchiamo di monitorare se ci sono dei cambiamenti nel corso del
tempo. C’è anche il progetto del Centralino che è un numero di telefono, un
contatto del movimento no base a cui si possono inviare segnalazioni, che è
stato utilizzato anche per tutti i monitoraggi a San Piero a Grado. Ci sono
persone che si danno disponibili con turnazioni per andare in diversi orari a
San Piero per vedere se si muovono mezzi di un certo tipo, che tipo di movimenti
ci sono, se ci sono mezzi da costruzione, perché abbiamo visto alla fine
dell’anno scorso alcuni mezzi che spostavano alberi tagliati. Dei piccoli
segnali che forse stavano cominciando degli abbattimenti, anche se alla fine si
è trattato più di episodi sporadici. Quindi, anche se il monitoraggio in questo
senso non ha rivelato grandi cambiamenti, è stato importante per capire come si
stanno muovendo le controparti a prescindere che non stiano ancora costruendo la
base. Non vuol dire che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, vuol dire che le
priorità evidentemente sono diverse. Quindi per noi è stato importante
nell’ottica di riuscire a chiarire quale è la loro tattica in questo momento,
che evidentemente non è quella di costruire in fretta e furia la base militare
di San Piero a Grado, ma è più composita di così e quindi anche la nostra
progettualità si è dovuta calibrare su un fenomeno più ampio.
Il tentativo che stiamo facendo è di espandere il monitoraggio e l’uso del
Centralino anche oltre e permettere che sia uno strumento per le persone per
segnalare movimenti, anomalie, cambiamenti sul territorio più allargato: ad
esempio spostamenti di container particolari, movimenti di mezzi militari o
carichi di oggetti da identificare sulle strade civili. L’obiettivo è una sorta
di monitoraggio collettivo, quotidiano e diffuso del territorio. La vera sfida
di questo è creare l’abitudine nelle persone di farsi delle domande e fare lo
sforzo di non normalizzare costantemente la guerra. L’idea è di avere sempre un
occhio sul territorio, senza dare per scontato che sia ritenuto normale che
passino dei carri armati sul treno in stazione, ma invece riuscire a segnalarlo.
È anche grazie a questa nuova abitudine (in costruzione) che ad esempio è stato
possibile il blocco del treno del 12 marzo 2026, perché senza le persone che si
attivavano, guardavano e si chiedevano, “ma perché ci sono 32 vagoni carichi di
mezzi militari?” non sarebbe stato possibile una mobilitazione collettiva che
andava da Livorno a Pisa. Questo serve anche a fare un’inchiesta per
rintracciare tutti questi flussi militari complessi, diversificati e sparsi per
il territorio, per cui serve un grosso lavoro collettivo che deve partire
quantomeno dal darci una mano a vederli a tenerne traccia quotidianamente,
perché si verificano ogni giorno.
3. Monitoraggio e mappatura
A San Piero a Grado stiamo cercando di sviluppare una maniera più organizzata di
segnalare e di registrare i cambiamenti sul territorio, tramite un’applicazione
di mappatura che permette di fare dei questionari geolocalizzati. Stiamo
cercando di farlo durante le iniziative che facciamo ai “Tre Pini”, le
passeggiate ecologiche sul territorio e l’utilizzo di quest’app mentre si
passeggia. Con questo strumento si possono segnalare sia gli aspetti da
tutelare, a partire dalla biodiversità, ma anche gli aspetti nocivi che
minacciano il Parco, come cantieri, rifiuti abbandonati, anomalie di vario tipo,
movimentazioni belliche. Cerchiamo di mappare queste cose, perché ciascuna
risposta al questionario verrà assegnata su una mappa, permettendoci di avere
un’idea nel corso del tempo di come si sta trasformando il Parco e di cosa si
trova al suo interno. Vogliamo riuscire a dare un obiettivo alle segnalazioni e
rendere sempre più facile riconoscere quali sono le priorità, cosa segnalare di
fronte alla normalizzazione della guerra sui nostri territori.
4. Il legame ecologico con il Parco
Il legame con il Parco Naturale nasce da un no forte e sentito rispetto a quella
che viene percepita come un’opera inutile, estremamente dispendiosa e brutta,
nel senso più immediato del termine. Negli anni abbiamo costruito una
consapevolezza e una struttura di questo No. Il discorso naturale-ecologico è
stato approfondito e scoperto a partire proprio da questa opposizione. Perché di
fatto molti che abitano a Pisa, magari non vanno a San Piero, non conoscono i
“Tre Pini” e quei luoghi. E invece con il tempo anche con l’aiuto di esperti,
siamo riusciti a capire il valore di questo territorio. Abbiamo fatto
passeggiate e incontri per conoscere le caratteristiche del terreno, costituito
da dune che risultano da secoli di ritiro del livello del mare che ha creato un
territorio con delle specificità. Cementificare sarebbe un enorme danno
ecologico oltre che un rischio per gli abitanti, perché la struttura del
territorio permette anche la ritenzione dell’acqua: ettari di cemento
rischierebbero di provocare grandi allagamenti. Oltre a questo è importante la
conoscenza delle specie che abitano il Parco, i daini, le specie protette, la
flora. Tutte le motivazioni che noi portiamo ci hanno permesso di entrare più in
relazione con questo territorio e di conoscerne il valore, mentre l’Ente Parco,
che dovrebbe promuoverne la conoscenza, lo propone come sede della base militare
e disincentiva le passeggiate delle guide ambientali in quella zona: questo per
noi è molto grave, per cui è un obiettivo politico quello di rendere nuovamente
conosciuto il Parco. Dal corteo del 25 Aprile, alle biciclettate a Camp Darby,
ai campeggi estivi, dalle passeggiate ecologiche alla navigazione del Canale dei
Navicelli sono tante e diverse le forme di monitoraggio e mobilitazione con cui
stiamo cercando di rendere attraversabile l’area del Parco e far prendere
contatto alle persone con il sito di interesse della base militare e con il
territorio da difendere dalla militarizzazione.
5. Bollettino sulla militarizzazione
Il bollettino “Hub” sulle forme di militarizzazione e resistenze dei territori
nasce a settembre 2025 durante il campeggio no base al Presidio di Pace “Tre
Pini”, proprio mentre il movimento “Blocchiamo tutto” stava iniziando a
germogliare dalla partenza della Flotilla e dalle iniziative coraggiose di
blocco dei portuali genovesi e livornesi. Ha le sue radici nel bisogno di
organizzare su una più ampia scala il monitoraggio attivo del territorio di cui
abbiamo parlato finora. Nel corso dei mesi la rivista è stata presentata in
tantissime iniziative e in decine di città e paesi di Toscana, Liguria e
Piemonte.
Lo strumento del bollettino risponde a una serie di bisogni del movimento contro
la guerra sul territorio, che vorremmo raccontare.
a. Inchiesta: il bollettino raccoglie contributi da parte di comitati
territoriali, movimenti, gruppi di lavoratori ferrovieri e portuali,
associazioni che sui territori di Pisa, Livorno, Carrara, Firenze e La Spezia si
battono contro la militarizzazione nelle sue diverse forme. Mettendo insieme
conoscenze vive dei diretti interessati dai processi di militarizzazione,
l’obiettivo è ricostruire l’HUB militare nella sua dimensione integrata di
flussi di armi, mezzi, uomini, infrastrutture fisiche e virtuali, logistica,
filiera e industria, addestramento, capacità operative, proiezione militare
all’estero. Indaghiamo con articoli e approfondimenti specifici sulle
infrastrutture militari come funziona e a quali scopi questo HUB che innerva la
Toscana, mettendo in rete i tasselli di informazioni sui diversi territori e
costruendo un sapere utile all’azione e alla lotta. L’inchiesta ha come primo
obiettivo la scoperta di una verità volutamente occultata di come i territori
siano piegati agli interessi di guerra e quali poteri (militari, politici,
industriali, accademici) prendano le decisioni sulle nostre teste.
b. Informazione: strettamente connesso all’inchiesta e allo svelamento del
funzionamento dell’HUB militare con le sue infrastrutture militari è
l’informazione. Le conoscenze che costruiamo con il bollettino vengono diffuse
in modo accessibile sia con la rivista che con altre forme di restituzione, in
modo che questo “sapere” non sia specialistico o tecnico, ma diffuso e alla
portata di chiunque voglia essere consapevole di come e perché attivarsi contro
la militarizzazione e la guerra. Come funziona quella base militare vicino Pisa
o Carrara? A cosa serve il porto di Livorno dal punto di vista bellico? In che
modo le ferrovie di Pontedera e La Spezia sono integrate nella logistica
bellica? Ci poniamo domande di questo tipo e molte altre, per costruire insieme
risposte che rendano diffuso un sapere utile a rendere visibile la guerra sui
territori per contrastarla attivamente.
c. Fare rete: tramite l’attività di ricerca condivisa del bollettino, le
presentazioni, lo scambio di materiali, punti di vista, appuntamenti di
mobilitazione, il percorso di “HUB” è un ottimo strumento per fare rete e
costruire coordinamento tra territori. La scelta di farlo con un bollettino è
voluta: vogliamo fare rete nella pratica, nel processo di condivisione dei
saperi, nella costruzione di iniziative di discussione o mobilitazione che ci
vedano in gioco insieme sugli stessi obiettivi. L’esperienza del blocco del
treno del 12 marzo è il risultato della costruzione condivisa di saperi, di
relazioni sui territori e nei posti di lavoro, della volontà di interrompere le
catene della logistica militare come obiettivo condiviso e da praticare
insieme.
d. Definire gli obiettivi: costruire inchieste, diffondere informazioni, tessere
reti e condividere saperi ed esperienze. Tutto ciò, nel percorso del bollettino
ha il fine di moltiplicare la capacità dei movimenti e dei territori di
individuare i propri obiettivi. Ovunque abbiamo un porto da bloccare, dicevamo
nelle settimane di “Blocchiamo tutto”. I territori sono cosparsi di anelli di
catene che portano dall’Italia ai teatri di guerra e che costringono aree e
società del nostro Paese a condizioni di sacrificio, nocività e impoverimento.
Con il percorso del bollettino possiamo scoprire questi luoghi della guerra e
darci nuovi strumenti per costruire campagne, mobilitazioni, assemblee e
percorsi che abbiano l’obiettivo di ostacolare la guerra intervenendo sulle sue
forme concrete sui territori, bloccando, disertando, scioperando ovunque
possiamo e siamo collocatə.
I punti no base
L’obiettivo di organizzarsi capillarmente sul territorio
I Punti No Base sono nati dall’esigenza di uno strumento di organizzazione e
comunicazione capillare sui territori che non fosse centralizzato su Pisa. In
questo modo gruppi e persone che convergevano spesso rispetto a Pisa, come
centro città, si sono potuti organizzare anche sui propri territori. Il percorso
è nato da un’esigenza molto semplice, lineare, informativa. Da una parte a che
punto è il progetto della base, dall’altra la diffusione degli eventi principali
del movimento no base, consapevoli che la mobilitazione fosse già dislocata su
varie parti del territorio periferico. Pisa è stato un centro di attivazione in
connessione con altre parti a partire da Coltano, e poi San Piero. A Pontedera è
diverso, perché tanti e tante abitanti sono parte attiva del movimento. I punti
no base, quindi, rispondono a una esigenza di capillarità materiale e di
presenza sui territori che non riguardano solo il punto specifico dov’è la base.
Un “punto no base” è un luogo fisico che ha un indirizzo, degli orari di
apertura che possono essere resi pubblici, attraversabile da chiunque cerchi
informazioni sul movimento. Queste informazioni possono essere delle
informazioni mirate agli eventi, relative alla base, possono essere pratiche di
informazione attiva, quindi eventi e iniziative varie.
1. La mappa: prendere posizione con il movimento
I punti no base vengono inseriti in una mappa in aggiornamento, utile per
informare chi è sul territorio per cercare dei punti no base e per dare loro
visibilità. Perché essere un punto no base è anche essere un punto che offre la
sua solidarietà al movimento, quindi un luogo che rappresenta una posizione di
supporto al movimento e di partecipazione. Oltre all’esigenza di informazione,
vi è quindi quella di una presa di posizione nei territori per cui più si
diffonde questa cosa e più le persone sanno che anche gli spazi di riferimento
della propria città e dei propri paesi hanno preso una certa posizione e
rappresentano esplicitamente la posizione del movimento no base in quel luogo.
2. Un po’ di storia…
Abbiamo iniziato ad agire nel 2024 con dei punti che sapevamo che avevano già
espresso la loro volontà di essere solidali e partecipi, come i circoli e alcuni
negozi. Nel tempo i punti no base si sono allargati, sia rispetto all’obiettivo
di diffusione sia rispetto a una rete relativa ai flussi. Alcuni ce l’hanno
chiesto anche fuori dalla Toscana. Rispetto al movimento base il territorio
allargato è molto importante: dai punti no base si è creato un gruppo di lavoro
e una forma organizzativa attiva per mappare i punti e mettersi direttamente in
contatto con alcuni luoghi. Dobbiamo pensare che non tutte le persone presenti
in punti no base siano ugualmente partecipi alle attività del movimento e alcuni
punti addirittura non erano vissuti da persone che partecipavano al movimento,
ma per noi erano importanti come posti da continuare ad attraversare sempre di
più. Ci siamo chiesti come organizzarsi con questo tipo di rete in modo tale che
diventasse sia espansiva e costruttiva per le esigenze del momento, magari con
un corteo, il campeggio, un momento di informazione, sia per la crescita del
punto no base stesso. Talvolta ci siamo ritrovati con dei passaggi anche non
scontati rispetto a circoli stessi, in cui la base doveva fare i conti con il
direttivo e con delle difficoltà rispetto al mantenimento dei materiali oppure
proprio alla loro sparizione.
3. Crescere insieme, un passo alla volta
Sono tutti piccoli step che sulle cose più basilari ci facevano e ci hanno fatto
e ci continuano a fare conoscere tanti modi di approcciarsi alla questione della
base stessa, ma anche alle composizioni della società: come sono fatti i
territori che vivono intorno a noi? Chi frequenta oggi i circoli? Chi frequenta
le piazze attorno ai punti no base? Si sta costruendo un’abitudine ad
attraversare i punti, a trasmettere responsabilità e organizzazione che non
riguardano direttamente la dimensione di Pisa, spingendoci a coltivare questi
luoghi, anche solo con i materiali, creando piano piano una familiarità con un
certo tipo di pratiche. Se prima questi contenuti non c’erano in certi contesti,
adesso arrivano. Sono momenti non solo di pubblicizzazione, ma di inchiesta,
perché è uno scambio molto attivo. È anche piano piano una conoscenza, nel
continuare a reiterare queste pratiche, al di là della pubblicizzazione dei
social, iniziando ad attaccare i manifesti, facendo i volantinaggi: è un piano
di diffusione delle informazioni e di scambio. È anche una questione di avere
cura che ci siano materiali e che rimangano nel tempo, che lo spazio li accolga
bene, che le persone ne discutano. È diverso che mettere un manifesto e basta. I
punti no base hanno organizzato realmente delle assemblee, dei momenti di
benefit, incentivando forme di partecipazione le più varie possibili con
messaggi espressi direttamente. Per esempio, abbiamo fatto dei momenti materiali
in dei punti no base che sempre più assumono responsabilità, libertà,
organizzazione.
4. Il ruolo strategico dei punti no base
I punti no base sono elementi fisici, punti di riferimento che permettono di
strutturare una prassi e presenza riconoscibili, aiutano a rafforzare relazioni
invisibilizzate o date per scontate, lasciate magari anche all’abitudine o
dell’urgenza. Nel momento in cui si presentano delle situazioni di urgenza sulla
questione della base, noi vogliamo essere pronti in una maniera che è
comprensibile, trasmissibile e anche abbastanza veloce rispetto un movimento che
possa rispondere nella forma più possibile allargata e su questo i punti no base
possono aiutare ad accelerare. L’abbiamo visto per esempio rispetto al blocco
del treno del 12 marzo 2026, che è partito da un piano cittadino, ma ha avuto un
effetto dirompente e si è espanso nel territorio molto velocemente, perché passa
da luoghi che non sono la grande metropoli, ma sono paesi in cui le reti si
attivano in maniera molto veloce e l’opinione pure.
Immaginiamo che nei punti no base si possa mettere una luce su altre questioni
che riguardano i paesi e che magari altrimenti non hanno uno spazio di
confronto. E anche dove il punto no base è semplicemente un luogo che ospita
materiale, si tratta comunque di una presenza mirata, segnata sulla mappa: il
punto di partenza, il seme è stato messo e si può dare ampio respiro alle forme
di diffusione del movimento. I punti no base funzionano infatti con la cura che
possano essere luoghi che agevolano forme di partecipazione ed espressione. Lo
spazio rappresenta una sfida rispetto al luogo, magari la “sede” del punto, però
anche potenzialità abbastanza ampie: si possono fare presentazioni, momenti
materiali, forme di confronto assembleare sul paese, forme di mobilitazione che
partono dal luogo. Questo metodo potrebbe valere per tantissime esigenze di
lotta facendo in modo che non si separi mai dagli obiettivi e dalla visione
complessiva sempre in trasformazione del movimento più ampio.
Trasparenza e democrazia
Le informazioni sono un campo di battaglia
1. Rendiamo politico l’accesso alle informazioni
Abbiamo iniziato a parlare di trasparenza a partire dall’estate 2025 da un
ragionamento di necessità di una conoscenza effettiva dello stato dell’arte
attuale del progetto della base. È necessario per il movimento conoscere contro
cosa ci si batte, quale impatto può avere, le tempistiche e i contenuti del
progetto. Lo strumento fondamentale utilizzato è stato l’Accesso civico agli
atti: strumento burocratico e legislativo che si è dimostrato molto politico,.
Come movimento l’abbiamo portato avanti con una campagna e una pressione
pubblica, aggiungendovi due piani:
1. Abbiamo condiviso l’accesso agli atti con firme di altre associazioni come
Legambiente, Osservatorio contro militarizzazione delle scuole, Altreconomia,
Libera Pisa, avendo quindi una parte sociale e associativa riconosciuta.
2. Abbiamo fatto un lavoro politico per far mandare l’accesso agli atti anche ai
comuni e alle giunte del territorio pisano che hanno espresso contrarietà al
progetto di base. Queste sono diverse (Calcinaia, Vicopisano, San Giuliano,
Vecchiano, Calci,…) e hanno espresso contrarietà per lo più in autonomia.
Lo stesso accesso agli atti è stato mandato da Calci, Cascina, da una
consigliera comunale di Pontedera partecipe del movimento no base; abbiamo avuto
un comunicato di sostegno politico di un consigliere regionale di AVS. Le
istituzioni non hanno dato una grande risposta, ma abbiamo avuto più attenzione
e siamo usciti sui giornali.
2. Accesso Civico agli Atti
Siamo così andati avanti con un primo accesso agli atti che è stato di
sondaggio: si tratta di documenti di cui non sappiamo neanche se esistano o
meno; quindi, il primo accesso consente di vedere se esistono o se si chiamano
nel modo che pensavamo noi. In seguito abbiamo fatto un’istanza di riesame,
tramite un supporto di un’avvocata, per una questione di lessico e conoscenze
giuridiche che non abbiamo come singoli cittadini. A livello formale è stata
l’avvocata, con le firme delle associazioni, che ha fatto l’accesso come libera
cittadina. Quindi la politicità viene dalla campagna che si fa. Lo stesso vale
per gli accessi fatti da esponenti politici e amministrativi. Alla Regione e
alla Provincia, oltre agli accessi civici, hanno anche altri strumenti perchè
sono nei tavoli preparatori della base, almeno a livello politico. Ora però la
discussione è tutta in mano all’Arma e alla Difesa; quindi, non c’è una
sollecitazione degli enti locali (Parco, Regione etc.) fino a che non ci sarà il
progetto fatto e finito.
L’Accesso Civico agli Atti ci ha portato a capire qual è lo stato dell’arte del
progetto della base: prima fra tutte il diniego di alcune informazioni ci ha
dimostrato che darci informazioni sarebbe stato come dare informazioni al nemico
perchè siamo in un clima di guerra. Nonostante, invece, quando la base era
prevista su Coltano, abbiamo fatto uno stesso accesso agli atti e le
informazioni furono rese pubbliche. A livello legale, per come è narrato
l’accesso agli atti, il progetto è a un punto in cui non è stata fatta ancora
una valutazione di impatto ambientale, c’è solo una valutazione ancora di
carattere generale: ma il progetto concreto di cosa vorrebbero costruire in sé
esiste e non ce l’hanno dato.
3. Pro e Contro dell’istanza di riesame e del ricorso
Con questo strumento dell’Accesso Civico, in ogni caso, abbiamo avuto alcuni
documenti: gli scambi tra istituzioni e commissario Sessa, Ministero della
Difesa, le approvazioni di altri commissari. Sappiamo cosa esiste, cosa è stato
approvato e cosa no, ma non ne abbiamo i contenuti. Sappiamo che la previsione
di spesa è di 520 milioni. Di fronte al rifiuto di avere documentazione più
approfondita nell’accesso agli atti, lo strumento ulteriore è fare istanza di
riesame e in seguito puoi fare ricorso. Si va in tribunale e ha un costo, il
problema è che abbiamo valutato che all’istanza di riesame il ministero della
difesa hanno dato giustificazioni che non sono complete, ma incisive: in molti
casi, per ricorsi simili e con giustificazioni simili, la parte che fa ricorso
ha perso. Il ricorso ha un costo accessibile, ma perdere implica pagare le spese
legali che sono migliaia di euro. Questo può comunque avere risvolti positivi:
in molte lotte contro grandi opere militari, la maggior parte delle cose che
abbiamo conosciuto è tramite i processi dei ricorsi. Perchè i militari portano
delle prove per negare le informazioni e le prove sono informazioni. Questo è
comunque uno strumento da prendere in considerazione anche se ha dei contro
negli esiti del processo e nelle spese da sostenere.
4. Una campagna per la decisionalità
La campagna si è delineata nel far portare accesso agli atti ai vari comuni ed è
stata vettore di attivazione a partire dai punti no base e dalle persone
interessate a fare qualcosa nel proprio territorio come no base. A Pontedera,
per esempio, questo è avvenuto come protagonismo anche dei comuni limitrofi e
richiesta di responsabilità sulle proprie amministrazioni. Cascina o Vicopisano
hanno avuto una prima attivazione in cui si dice “anche io devo e posso fare la
mia parte contro la base a partire dal fare pressione, scrivere qualcosa,
attivare dei contatti”. Questo era l’obiettivo di fondo che abbiamo raggiunto:
portare un intervento sulla trasparenza in tutto il territorio di Pisa e
provincia e far sentire la responsabilità alle persone sulla propria
attivazione. Nel lavoro insieme ai punti no base ciò è stato importante.
Inoltre, questo ha messo in condizioni molte amministrazioni di prendere
posizione a livello politico, facendo fare degli avanzamenti a tutto il
movimento in termini di legittimità sul territorio.
In generale il ragionamento sulla campagna sulla trasparenza “Il buio oltre le
reti” è di avere accesso alle informazioni su un territorio privo di ogni
possibilità di decisionalità, capire che scelte sono state prese sulle nostre
teste e mostrare il passaggio enorme di aver preso queste decisioni dall’alto:
così vogliamo avvicinarci invece a prospettive democratiche dal basso. Il piano
della trasparenza si deve legare anche a uno più generale di conoscenza e tutela
del territorio: l’obiettivo è di non rimanere estraniati dalla realtà con questo
tipo di intervento, ma ragionarne insieme a chi abita i territori, mostrare che
è uno strumento decisionale importante. Nell’immaginare la trasparenza, bisogna
immaginare la tutela ambientale, epidemiologica, la sicurezza idrogeologica, la
presenza di reattori nucleari, esercitazioni militari, sullo stesso piano di
trasparenza e diritto ad avere delle informazioni in modo che le persone possano
usarlo per tutelarsi e organizzarsi.
C’è una contraddizione che riguarda sempre più chiaramente la Val di Susa: da
una parte siamo considerati un territorio strategico quando si parla di grandi
opere, collegamenti internazionali, sicurezza dei confini e infrastrutture,
dall’altra, quando si parla dei servizi fondamentali per chi vive qui ogni
giorno, la Valle sembra diventare periferia.
Purtroppo non si tratta soltanto di una sensazione. Esiste un’ampia
documentazione che testimonia questa realtà.
La stessa documentazione istituzionale descrive una parte consistente della Val
di Susa come territorio periferico secondo i criteri delle Aree Interne:
nell’area individuata dalla Regione Piemonte, 11 comuni su 19 sono classificati
come periferici e 8 come intermedi. La Città Metropolitana di Torino, nei propri
documenti, riconosce inoltre problemi di accessibilità, mobilità e
infrastrutture socio-sanitarie nelle aree montane, definite in alcuni casi “aree
disagiate”, evidenziando il rischio di un’eccessiva concentrazione dei servizi
nel capoluogo.
La domanda che ci si pone, dopo l’inserimento della Val di Susa nella Città
Metropolitana di Torino, è semplice: che cosa significa essere parte di questo
ente se, per chi vive in montagna, l’accesso ai servizi essenziali diventa
sempre più difficile?
Il caso più evidente è quello della sanità. Nel 2015 a Susa è stato chiuso il
Punto Nascite e sono cessate le attività di pronto soccorso
ostetrico-ginecologico e pediatrico. Al loro posto è stato istituito un Day
Service Materno Infantile, mentre le funzioni ospedaliere sono state
progressivamente organizzate in rete con altri presidi, in particolare quello di
Rivoli.
Non si tratta di sostenere che l’ospedale di Susa sia stato “chiuso”. Non è
così. Susa continua ad avere un Pronto Soccorso attivo 24 ore su 24 e mantiene
importanti attività ospedaliere. Il problema è capire quali servizi siano
rimasti sul territorio e quali, invece, richiedano oggi di spostarsi altrove.
Oggi Susa è ufficialmente classificato dalla Regione Piemonte come ospedale di
base con Pronto Soccorso di area disagiata. La stessa Regione motiva questa
classificazione con la necessità di garantire l’assistenza nelle aree in cui i
tempi di percorrenza possono essere superiori a quelli compatibili con
un’efficace risposta all’emergenza.
All’apparenza può sembrare il semplice riconoscimento di una realtà geografica:
qui la distanza dai grandi presidi conta. Eppure, proprio in un territorio
montano, dove le distanze pesano di più, l’offerta sanitaria specialistica
continua a ridursi, pezzo dopo pezzo.
A partire dalla carenza di medici di base, passando per gli ambulatori e altri
servizi essenziali, fino ad arrivare alla situazione pediatrica del 2026, emerge
in modo sempre più evidente un progressivo svuotamento dei servizi sul
territorio.
Ad agosto l’ASL TO3 ha dovuto adottare misure straordinarie per far fronte alla
carenza di pediatri, riconoscendo che il problema è particolarmente complesso
nelle aree montane e periferiche. Sono state attivate sedute pediatriche a Susa
e un ambulatorio dedicato a Oulx, con personale proveniente da Rivoli due volte
alla settimana, per servire un territorio che si estende dall’Alta Valle fino a
Condove. (verificazio territ)
Ed è la stessa ASL a riconoscere ufficialmente questa criticità.
E allora la domanda diventa inevitabile: come può un territorio essere
considerato strategico per infrastrutture internazionali e, contemporaneamente,
faticare a garantire servizi sanitari fondamentali alle proprie famiglie?
Ed è qui che il discorso sulla Val di Susa si collega a una questione molto più
ampia: le priorità della spesa pubblica.
Il progetto della nuova linea ferroviaria Torino-Lione rappresenta uno degli
investimenti infrastrutturali più importanti mai realizzati sul territorio. Il
CIPESS ha aggiornato a circa 14,7 miliardi di euro il limite di spesa della
sezione transfrontaliera della Torino-Lione, autorizzando inoltre oltre un
miliardo di euro per la prosecuzione dei lavori.
Il confronto nasce quasi spontaneamente. Quando un territorio vede investimenti
pubblici dell’ordine di decine di miliardi di euro destinati a una grande
infrastruttura e, nello stesso tempo, deve fare i conti con la carenza di
pediatri, con la progressiva concentrazione delle specialità sanitarie e con un
sistema di emergenza che opera in un’area ufficialmente classificata come
disagiata, è legittimo chiedersi quale idea di sviluppo si stia perseguendo.
Perché il problema non è soltanto la distribuzione delle risorse. Il problema è
il modello politico che sta dietro a queste scelte.
Da oltre trent’anni alla Val di Susa viene imposto un racconto secondo cui il
sacrificio del territorio sarebbe necessario in nome del progresso, della
modernizzazione e della competitività europea. Eppure, mentre si investono
miliardi per scavare montagne e costruire nuove infrastrutture, i servizi
pubblici che permettono alle persone di vivere in questa valle vengono
lentamente ridimensionati.
La contraddizione è tutta qui: ci sono sempre risorse quando si tratta di grandi
opere, molto meno quando si tratta di garantire diritti.
E poi c’è la spesa militare. L’Italia destina risorse sempre più consistenti
alla difesa e all’acquisizione di sistemi d’arma. Si tratta di una scelta
politica precisa, che viene giustificata in nome della sicurezza.
Ma proprio qui emerge una questione fondamentale: che cos’è davvero la
sicurezza?
Perché da anni sentiamo parlare di sicurezza, spesso associata a eserciti,
armamenti, controllo del territorio e grandi dispositivi infrastrutturali e
sembra sempre più evidente che la sicurezza che questo governo è pronta a
difendere a tutti i costi è la sua.
Eppure anche avere un medico vicino a casa è sicurezza.
Avere un pediatra è sicurezza.
Avere la possibilità di effettuare una visita specialistica in tempi ragionevoli
è sicurezza.
Avere un Pronto Soccorso efficiente è sicurezza.
Avere un punto nascita, quando le condizioni territoriali lo rendono necessario,
è sicurezza.
Poter raggiungere rapidamente un ospedale durante un’emergenza è sicurezza.
Questa sicurezza, però, sembra valere meno nelle scelte politiche, eppure è
quella che incide concretamente sulla vita delle persone.
Per decenni ci hanno ripetuto che la Val di Susa è un territorio strategico: per
collegare l’Italia all’Europa, per attraversare le Alpi, per il trasporto delle
merci e per gli interessi nazionali ed europei. Ma dopo oltre trent’anni di
questo racconto, una domanda diventa inevitabile: strategico per chi?
Perché essere definiti strategici non ha impedito la chiusura del Punto Nascite,
non ha fermato la riduzione dei servizi sanitari, non ha risolto la carenza di
medici, non ha invertito il processo di marginalizzazione delle aree montane.
Anzi, sempre più spesso la sensazione è che la Val di Susa venga considerata
importante soltanto per quello che la attraversa, non per le persone che la
abitano.
Ed è qui che la questione supera persino il tema della Torino-Lione.
Per anni siamo stati trascinati in una discussione che ci ha costretto a
guardare il singolo progetto, mentre il problema è molto più profondo. Non
riguarda soltanto un treno o una ferrovia. Riguarda l’idea stessa di territorio
che sta dietro a queste politiche.
Un territorio visto come corridoio, come infrastruttura, un territorio visto
come spazio da attraversare, sfruttare e sacrificare in nome di interessi decisi
altrove.
Noi non abbiamo bisogno di essere considerati strategici, non abbiamo bisogno di
diventare un nodo logistico, un corridoio europeo o una piattaforma
infrastrutturale.
Abbiamo bisogno di vivere in una valle che non venga trattata come zona di
sacrificio.
Una valle non è un’opera.
Non è una galleria.
Non è un corridoio ferroviario.
È una comunità e come tale dovrebbe contare per le persone che la abitano, non
per i profitti che è in grado di generare o per le merci che può far transitare.
Per questo il problema non è ottenere qualche compensazione in cambio dei
cantieri o rivendicare una quota più alta degli investimenti. Il punto è
rifiutare una logica che considera accettabile sacrificare territori, ambiente e
servizi pubblici in nome di un modello di sviluppo che continua a produrre
disuguaglianze e marginalizzazione.
Dopo decenni di promesse, la realtà è sotto gli occhi di tutti: mentre si
trovano miliardi per il TAV, per le grandi opere e per nuove spese militari, chi
vive in montagna continua a vedere allontanarsi medici, servizi e diritti.
E forse è proprio la vicenda dei pediatri a raccontare meglio di ogni altra cosa
questo paradosso.
Da una parte ci viene detto che la Val di Susa è un territorio strategico,
fondamentale per collegare l’Italia all’Europa e al centro di investimenti
miliardari, dall’altra, le famiglie della valle si trovano a fare i conti con
una carenza di pediatri talmente grave da richiedere misure straordinarie e
ambulatori che sopravvivono grazie a professionisti costretti a spostarsi da
altri presidi.
Se un territorio può ospitare una delle opere più costose della storia del
nostro Paese ma non riesce a garantire stabilmente un servizio sanitario
essenziale per i propri bambini, allora il problema non è la mancanza di
risorse, ma il valore che viene attribuito alle persone rispetto al profitto.
Perché una valle in cui si trovano miliardi per scavare una montagna, ma non
abbastanza risorse per garantire una presenza sanitaria adeguata ai più piccoli,
non è un territorio valorizzato. È un territorio utilizzato, svalutato e
devastato.
E noi non abbiamo bisogno di essere considerati strategici, abbiamo bisogno che
il diritto alla salute, alla cura e a una vita dignitosa conti più di qualsiasi
corridoio ferroviario. Perché il futuro della Val di Susa non si misura dalla
velocità dei treni che l’attraversano, ma dalla possibilità per chi ci vive di
crescere qui i propri figli senza vedere scomparire, anno dopo anno, i servizi
essenziali.
Il 25 settembre alle ore 9 si terrà l’ultima Conferenza dei Servizi in Provincia
a Biella ove si deciderà se autorizzare o meno il progetto agrivoltaico
denominato SolarPark3. Questo impianto interessa ben 117 ettari di terreni
agricoli, produrrà circa 47 MWp e richiede un investimento iniziale di 32,5
milioni di euro.
A proporlo, in quel del Brianco nei Comuni di Santhià e Cavaglià, è un’impresa
controllata dalla società israeliana Econergy Renewable Energy Ltd.
Su questo progetto sono state presentate osservazioni critiche sia per gli
aspetti tecnici-ambientali (area riso DOP, impatti paesaggistici, connessione
alla rete, ecc.) ancorché sulla origine dei capitali e caratteristiche degli
investitori, ossia una società co-partecipata da altre società che hanno
attività economiche nei territori occupati, interessi nel settore della difesa e
produzione di armi, o sostengono direttamente o indirettamente i crimini
imputati ad Israele dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG).
In occasione della decisoria CdS il Circolo Tavo Burat ha organizzato, in
collaborazione con “Biellesi per la Palestina Libera”, un presidio di fronte al
Palazzo della Provincia di Biella per chiedere il rigetto della istanza e
sensibilizzare la cittadinanza sulla necessità che anche il Governo Italiano
disponga, come hanno fatto recentemente UK e altri paesi UE per i territori
occupati, sanzioni economiche nei confronti di Israele.
Noi abbiamo affrontato il tema nel Dossier sugli investimenti israeliani nei
progetti di fonti rinnovabili e abbiamo intervistato Andrea Maggi, agricoltore
coinvolto, a rischio esproprio del suo terreno in funzione di questo progetto.
Per riavvolgere il nastro delle puntate precedenti basta andare: qui, qui e qui.
In questo contributo si analizza il progetto previsto al Brianco.
Di seguito pubblichiamo il comunicato stampa del Circolo Tavo Burat e di
Biellesi per la Palestina.
“La banalità del male”: il caso Econergy e il progetto SolarPark31 nel biellese”
Eichmann, funzionario nazista, ha sempre e solo sostenuto di aver eseguito degli
ordini, di essere stato semplicemente uno zelante burocrate. Hannah Arendt ha
sottolineato come la “banalità del male” si manifesta nell’incapacità o nel
rifiuto di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni all’interno di un
sistema organizzato.
La Provincia di Biella deve decidere nella conclusiva Conferenza dei Servizi
della procedura di V.I.A. in programma a settembre se il proprio ruolo: è solo
quello dello zelante burocrate, la mera verifica se l’istanza di una controllata
di Econergy Renewable Energy Ltd – impresa israeliana del green-business, è
tecnicamente e normativamente valida o se: autorizzando il progetto di Econergy,
contribuirà al sostegno dell’economia di uno Stato sotto accusa da parte della
Corte Internazionale di Giustizia (CIG) per presunta violazione della
Convenzione sul Genocidio del 1948, convenzione ratificata dall’Italia le leggi
11 marzo 1952, n. 153. e 9 ottobre 1967, n. 962.
Gli Stati firmatari del trattato hanno l’obbligo giuridico vincolante di
prevenire il genocidio e di non esserne complici, il che richiede una revisione
e la potenziale sospensione del sostegno economico, politico e soprattutto
militare che possa agevolare tali atti.
La Provincia di Biella deve dunque scegliere se, nell’ingranaggio del genocidio
e dei crimini di guerra imputati ad Israele, vuole contribuire con del
“lubrificante” o con un “granello sabbia”, se vuole esserne in qualche misura
complice o se intende rispettare le indicazioni di un trattato internazionale
che il nostro Governo e la UE continuano ad ignorare.
Nel parere del 19/07/2024 la CIG, oltre a dichiarare illegale l’occupazione
israeliana nei territori palestinesi, dispone anche «agli Stati terzi di non
consentire investimenti di capitali frutto delle operazioni illecite nell’ambito
dell’occupazione». Una condizione minima per procedere all’autorizzazione
dell’impianto proposto da Econergy sarebbe dunque la verifica della provenienza
dei capitali investiti, ben 32,5 milioni di euro.
Si tenga presente che Econergy Renewable Energy Ltd è partecipata da Phoenix
Financial: questa società è attenzionata presso l’ONU per la partecipazione
azionaria in Elbit Systems (società israeliana settore armi e difesa) e gli
investimenti in diverse società che operano negli insediamenti illegali in
Cisgiordania, Gerusalemme Est e sulle Alture del Golan. Il socio di maggioranza
di Phoenix Financial è Affinity Partners, un fondo sovrano del Golfo, soggetto
coinvolto nel “Board of Peace”, il programma di ricostruzione della striscia
possibile solo con la cacciata dei Palestinesi da Gaza.
Essendo una multinazionale tale verifica potrebbe non essere semplice e, in caso
di mancanza di prove che i capitali di Econergy non siano frutto di operazioni
illecite, la Provincia di Biella potrebbe, in via cautelativa orientata
all’osservanza del parere della CIG, sospendere il giudizio di compatibilità
ambientale e il rilascio di titoli autorizzativi rimettendo la questione in sede
governativa. Ovvero disporre, per ragioni etiche e morali, il diniego
dell’autorizzazione rimettendo così al Governo le responsabilità in caso di
annullamento della determina dirigenziale.
Il “Circolo Tavo Burat – Pro Natura” e il coord. “Biellesi per la Palestina
Libera” chiedono dunque alla Provincia di Biella scelte coraggiose, di
riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni all’interno di un sistema
organizzato non autorizzando investimenti israeliani nel territorio provinciale.
In occasione della Conferenza dei Servizi conclusiva il procedimento di VIA
programmata per il 25 settembre alle ore 9,15 è organizzato, di fronte al
palazzo della Provincia di Biella, un presidio per informare e sensibilizzare la
cittadinanza sul tema.
Biella 15 settembre 2026
Circolo Tavo Burat – Pro Natura Biellesi per la Palestina Libera
1. Un progetto di parco agrivoltaico di 46,49 MWp, su un’area di 117 ha, in
regione Brianco tra Santhià e Cavaglià; valore dell’investimento 32,5
milioni di euro. ↩︎
Immagine diffusa nell’articolo molto dettagliato in merito del quotidiano La
Voce
Il 29gennaio è stato firmato un accordo tra l’Amministrazione autonoma
democratica della Siria del nord e dell’est e il neonato governo di Damasco in
seguito di scontri a fuoco. Il 25 agosto è stato annunciato lo scioglimento
delle Forze democratiche siriane, ed è in corso un processo di integrazione
nello stato siriano delle forze e delle istituzioni del confederalismo
democratico.
In questo momento delicato e complesso una delegazione di “Donne che tessono il
futuro” ha raggiunto la Siria del nord per comprendere da vicino la situazione e
portare solidarietà alle Ypj impegnate nel preservare le conquiste ottenute con
la Rivoluzione in particolare per quanto riguarda l’autonomia e l’autodifesa
delle donne.
Il tema dell’integrazione è molto complesso, i negoziati sono ancora in corso ed
è un processo che richiederà tempo. Con una compagna che ha preso parte alla
delegazione abbiamo ragionato su quali sono le sfide che questo pone, in
particolare per la tenuta delle istituzioni autonome delle donne. Un altro tema
è quello dell’educazione e la forza delle idee che hanno tenuto in piedi la
rivoluzione e come le compagne delle Ypj auspicano che possano essere motrici di
un cambiamento culturale più ampio.
Ascolta la diretta: