IDONEITÀ AL TRATTENIMENTO IN CPR - IL RUOLO DELLE PROFESSIONIST3 SANITARI3
Casa del quartiere San Salvario - Via Morgari 14
(giovedì, 18 giugno 17:15)
Dopo l'incontro di marzo alle Molinette la microclinica Fatih propone un secondo
momento di discussione collettiva sull'idoneità sanitaria alla reclusione in CPR
e il ruolo che professionist3 sanitari3 e la medicina tutta ricoprono in un
contesto di dilagante repressione.
Ne discuteremo con:
- Attivist3 di Assemblea Contro i CPR
- Nicola Cocco, medico infettivologo che da tempo si occupa di divulgazione
sulle valutazioni di idoneità al trattenimento in CPR, membro della Società
Italiana di Medicina delle Migrazioni
‐ Jean-Louis Aillon, Associazione Franz Fanon
Questo incontro vorrebbe essere uno spazio di dialogo e confronto, per sanitari3
e non, su questioni attuali e sfide future riguardanti la detenzione
amministrativa, con l'auspicio della chiusura definitiva di questa istituzione
di controllo e tortura.
I potenti della Terra da questa settimana si riuniscono a Evian-les-Bains per il
consueto appuntamento annuale del G7.
In un tempo in cui media e quotidiani raccontano ogni secondo di questi teatrini
e, tra un articolo su cosa mangiano i sette leader a cena e uno che parrebbe
svelare le sorti del mondo, è più interessante soffermarci su ciò che è successo
nei giorni scorsi dall’altra parte del lago, in quel di Ginevra: decine di
migliaia di persone si sono riunite per manifestare e dare vita a momenti di
confronto, presa di parola e contestazione del summit. Sabato 13 si sono
susseguite diversi momenti di incontro su temi dalle grandi opere e
l’estrattivismo, dalle tecnologie belliche alle lotte per la palestina,
dall’antifascismo al femminismo.
Questi i temi che hanno portato in piazza domenica nelle strade di Ginevra oltre
60mila persone da tutta la Svizzera e non solo, nonostante il clima di
allarmismo che si era cercato di imporre con posti di blocco, negozi serrati e
una città deserta nei giorni precedenti: una piazza estremamente eterogenea,
dove c’era spazio per ogni anima del dissenso, dalla testa del corteo,
espressione dello sciopero femminista che ogni anno in Svizzera mobilita
migliaia di persone ai movimenti contadini, dai sindacati ai giovani in lotta
per la Palestina.
Durante il percorso sono stati sanzionati alcuni simboli del potere economico e
politico legato ai potenti della terra, nonostante il corteo sia stato tenuto
lontano dalla parte della città in cui hanno sede i palazzi delle grandi banche
e istituzioni capitalistiche che Ginevra ospita. Quando la polizia ha reagito
con idranti e numerosi lacrimogeni, la piazza ha reagito con determinazione, è
rimasta unita e ha continuato il suo percorso. Alla fine della giornata quando
la manifestazione si stava sciogliendo la polizia ha circondato centinaia di
persone rimaste nel parco dove si era conclusa: alcuni sono stati portati in
caserma, centinaia sono rimasti bloccati in strada tutta la notte. La maggior
parte sono stati liberati nella mattina di lunedì, ma pare che due o tre persone
siano state trattenute.
Foto di Axel Gras
Se negli ultimi anni le piazze dei contro-summit hanno spesso rischiato di
rappresentare momenti quasi nostalgici dei primi anni duemila, la piazza
svizzera ha espresso una partecipazione e un’eterogeneità al di sopra delle
aspettative. La contestazione ai potenti della terra che si riuniscono per
decidere le sorti di un mondo che va sempre più velocemente incontro a scenari
di guerra e distruzione è stata letta come un’occasione importante di lotta da
parte dei movimenti femministi che hanno rilanciato in questo senso la loro
mobilitazione ma anche dai movimenti antifascisti e a difesa del territorio e
dai tanti che si sono attivati lo scorso autunno nei movimenti per la Palestina
e che hanno visto nel G7 l’occasione di tornare in piazza. Anche il clima di
intimidazione creato dai media e il gigantesco dispiegamento poliziesco non
hanno prodotto l’effetto sperato: sempre più persone non si fanno spaventare ma
decidono di reagire al tentativo di restringere gli spazi di dissenso e libertà
d’espressione, che va di pari passo con i venti di guerra che soffiano sempre
più forte. Anche questa volta, i potenti della terra hanno ricevuto un segnale
che oltre i loro meeting nei resort blindati c’è la gente che anche nel cuore
dell’Europa non è disposta ad accettare in silenzio la direzione in cui stanno
portando il mondo.
Riprendiamo il video da L’Indipendente
Di Nicoletta Dosio, da Notav.info
Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed
instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie
crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e
ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto
all’autodeterminazione dei popoli.
Ora la guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza
dei governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO,
ce la sentiamo addosso, col pesantissimo taglio delle spese sociali a favore
delle spese militari, l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro
insostenibile di energia, benzina e combustibili e, conseguentemente, dei
prodotti di prima necessità.
Ma non ci sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra
la sta subendo direttamente.Orrori di cui sono responsabili non solo i diretti
esecutori, ma tutti coloro che nell’indifferenza se ne fanno complici.
Le morti bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale,
dell’amata Palestina. Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate
dell’Africa profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai
intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da più di sessant’anni
resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora aggravatosi fino alla
insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e per il taglio delle fonti
energetiche.
In questo scenario di morte Trump e Netanyahu non sono che le tragiche maschere
della crudeltà sfrenata del sistema.
Quanto alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino,
voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà il
peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso
Oriente.
Il 2014 con Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass
indipendentista: questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza
Atlantica NATO – USA contro la Russia.
Da tempo il dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul
mondo sta andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di
altri mercati concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra.
Lo diceva bene Rosa Luxemburg: il capitalismo risolve con la guerra le sue
proprie crisi e si rigenera.
E più che mai attuale è il messaggio politico di Brecht:
“La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre
e ne ha in faccia
i lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
ciò che alla loro pace
è sopravvissuto”.
E a questo punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere
imposte con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi
di traffico TEN-T programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità
per merci e ad alta velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano
europeo di mobilità militare e potenziati per duplice uso (civile e militare),
al fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso
l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest
verso est e oltre i suoi confini” .
Ben quattro dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano.
(li cito come da fonte ministeriale):
1. Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per
Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e Bologna. In questo asse è
inserita la Torino-Lione.
2. Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova, passando
per i valichi di Domodossola e Chiasso.
ed ecco il significato del Terzo Valico.
3. Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste,
Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono
potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine
Cervignano.
4. Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord a sud,
partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia.
Della tratta fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i
territori da Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto
di Messina. Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria
Firenze-Pisa a servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della
stazione di Pontedera.
“Valle di Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby
dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre il
nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e
rimangono soltanto veleni e devastazione.
Se nella “Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre
d’Europa” sarà impossibile.
Motivo in più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il
modello economico, politico, sociale che lo produce.
Sulla via del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di
porti, aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti
d’armi.
Anche dal passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno
del 1944 i ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula
clandestina, scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione
ferroviaria, e successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata
partigiana ferrovieri.
Già un anno prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte
ferroviario dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di
armamenti, truppe e deportati.
Venticinque anni dopo, alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta
nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero
un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero
un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio
preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo
dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano agli
eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse
in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o
all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi
complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità Aziendali di non
essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i
suddetti materiali bellici (…).
Da allora sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze
hanno più che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di
sottrarci ad ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide.
Dunque, la lotta continua…
Riceviamo e pubblichiamo questo importante documento di rivendicazione,
riflessione e proposta. Le questioni che solleva richiedono senz’altro un
confronto, nei tempi e negli spazi più opportuni:
Una proposta di guerra
In seguito a un’aggressione avvenuta nella zona Nord di Belfast, un’ondata di
violenze razziste ha minacciato le vite di numerose persone appartenenti a
minoranze etniche, costringendole ad abbandonare le loro case date in fiamme. Si
tratta dell’ennesimo episodio di un fenomeno che negli ultimi dieci anni ha
spesso assunto caratteri di massa nel Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta
ci sono di mezzo pure Elon Musk e la difficile convivenza tra lealisti e
nazionalisti.
Belfast, 8 giugno 2026
Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8 giugno, in una strada
nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata aggressione ai danni di un
44enne nord-irlandese, operatore sanitario del National Health Service, di nome
Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso l’occhio sinistro e attualmente
giace in coma farmacologico a causa delle ripetute coltellate subite al volto e
in altre parti del corpo. Ad infliggerle è stato Hadi Alodid, un ragazzo di
dieci anni più giovane, giunto in Irlanda del Nord nel 2023, dopo essere fuggito
dal Sudan a causa della guerra civile ancora in corso, e da allora in attesa di
vedersi convalidare la richiesta di asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni
passanti, uno dei quali riesce a fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza
da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid rifiuta l’assistenza legale. Nel
frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast rende che la vittima nel 2001 era
già stata oggetto di un tentativo di omicidio particolarmente truculento mentre
viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un ventenne affiliato a una banda di
spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di avere legami stretti con l’UVF di
Belfast1.
Attirata dalle grida, una residente della zona riprende con il proprio telefono
la scena dell’aggressione dalla finestra di casa. Nel giro di pochi minuti –
quasi in tempo reale – il video si diffonde a macchia d’olio, facendo il giro
dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a raggiungere i feed delle
principali piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo
virale. Con esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le
origini straniere dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in breve tempo
la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista per le 19
del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto l’attacco, con il
caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non oltre le 17.30.
L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona residenziale limitrofa
alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da qui alcune centinaia di
persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a marciare in direzione
degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in quella che in breve tempo
diventa una vera e propria «caccia allo straniero» con tanto di negozi
saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si espandono fino alle zone
Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette ad abbandonare le proprie
case.
Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del 1969, quando tra il 12 e il
16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati dai B-Specials, ausiliari
della polizia esclusivamente di fede protestante, presero d’assalto le
abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo una pratica già
sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La diffusa violenza
settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione della Provisional
IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles nord-irlandesi.
Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di terrore, i disordini
proseguono anche per tutto il giorno seguente, con un’intensità persino
maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle persone in attesa di
asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo delle persone che vi
soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi in qualche modo
riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile, contro la polizia
che, a differenza del giorno precedente, reprime i manifestanti con gli idranti.
Episodi di aggressioni razziste si registrano anche a Glasgow, Liverpool e in
altre città dell’Irlanda del Nord.
Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con un’esplosione di violenza
che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri, creando una profonda
frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta però a fare da miccia
non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs. unionisti/lealisti,
bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di contraddizioni latenti
ormai da qualche anno.
Benzina sul fuoco
A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata essere una vera e propria
«chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i loro seguitissimi canali
social, sono due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini
grazie a una «coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune
propaganda nazionalista2 e anti-migranti: Stephen Christopher Yaxley-Lennon –
nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e meglio noto come Tommy Robinson
– da una parte; Elon Musk – imprenditore statunitense nato in Sud Africa nel
1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra questi due personaggi vale la pena
spendere alcune parole, per poter tentare un’interpretazione dei recenti fatti
di Belfast che tenga conto del contesto più ampio dentro i quali si inseriscono,
e di come questo si intersechi – talvolta in maniera poco intuitiva – con la
situazione più strettamente locale.
Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda l’organizzazione anti-islamica EDL
(English Defence League), è solo negli ultimi cinque anni che Tommy Robinson è
salito alla ribalta, soprattutto per via di una spietata propaganda
anti-mussulmana, combinata a un uso mistificatorio dei social network e a una
postura militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie
alla quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi
seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza
soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il 29
luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita in
seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione
Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil
Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la
religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché
a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che,
la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di
Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e
saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e
Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il suo
nome in coro.
Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal proliferare dei seguaci,
il 13 settembre 2025 Robinson lancia una manifestazione nella capitale, chiamata
Unite the Kingdom. Alle già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza
verso i mussulmani e gli immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla
retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli ambienti che
amano definirsi «anti-woke» e che in essi ha assunto una particolare rilevanza a
partire dall’assassinio di Charlie Kirk avvenuto lo scorso 10 settembre, appena
tre giorni prima della manifestazione organizzata da Robinson. Superando di gran
lunga le aspettative, la «marcia su Londra» raduna attorno alle 150mila persone
accorse in massa brandendo la Union Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra
gli ospiti c’è anche Éric Zemmour, politico francese di estrema destra,
posizionatosi quarto al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del
2022, il quale sfrutta l’occasione per esporre al pubblico britannico l’idea
surreale di una presunta «colonizzazione in corso da parte delle ex-colonie» a
danno di Gran Bretagna e Francia.
L’intervento di apertura di Robinson si concentra invece sulla necessità di
impegnarsi politicamente a livello locale in un momento definito «cruciale per
la nostra generazione». Nonostante i proclami altisonanti e i «buoni propositi»
di istruire politicamente il pubblico (se così si può dire) attraverso la
vendita dei suoi libri lungo il percorso del corteo (Manifesto: Free Speech,
Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for
Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non aver prodotto
più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come dimostrano i
numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata dallo stesso
Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila
persone. In entrambe le occasioni, la vocazione anti-islamica è sottolineata dal
vilipendio delle bandiere dei Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della
Palestina. Ma sarebbe un errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani
di Robinson a grossolana intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più
caratteristici per chi guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a
caso, a metà ottobre dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su
invito del Ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in
visita al confine con Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale
culminata con un comizio tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato
contro il governo britannico per aver riconosciuto uno Stato palestinese,
entrando così a pieno titolo nel novero di quei personaggi che, sguinzagliati
dall’internazionale sionista, hanno il compito di diffamare e punire gli stati
non allineati alle politiche trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e
la stessa Gran Bretagna.
Ma tornando alla manifestazione dello scorso settembre, il rilancio complessivo
è per quella che Robinson non esita a definire la «Battle of Britain», che
diversamente da quanto potrebbe far credere la metafora bellicista, altro non
sono che le elezioni del 2029, in vista delle quali il leader della piazza dà
un’indicazione di voto molto generica, ovvero onnicomprensiva dei principali
partiti della destra presenti oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel
Farage ad Advance, da Restore di Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast
non ha esitato a definire gli immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a
invocare la reintroduzione della pena di morte – fino al più moderato partito
dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti
comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a
una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai
partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti,
limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona grigia tra
influencing e militantismo.
D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo «senza il quale tutto ciò
non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo stesso Robinson; si tratta
per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa di parola in diretta video
ha rappresentato il momento culminante della grande manifestazione. Dopo aver
aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk ha spronato i britannici a
«non aspettare altri quattro anni prima delle prossime elezioni, ma a fare
qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a votare subito», rivolgendosi
poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente non si occupano di politica»,
a farlo, perché «anche se non scelgono la violenza, la violenza verrà da loro.
La scelta è combattere o morire». Parole di un certo peso che vanno ad
aggiungersi a quelle postate più recentemente su X, secondo le quali «gli
inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson». Tesi supportata da una
grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti delle cittadine della
provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano di uomini forti di
Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa». D’altronde, l’endorsement di
Musk a favore di Tommy Robinson subentra all’appoggio riservato in precedenza a
Nigel Farage – dal quale si è recentemente dissociato perché ritenuto «troppo
poco di destra» – e si aggiunge a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di
Advance UK in seguito alla fuoriuscita dal partito dello stesso Farage.
Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento politico di Musk sulla Gran
Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci riserviamo per il futuro; ciò
che però, già a una prima occhiata risulta chiaro, è che i padroni delle BigTech
hanno puntato il dito verso l’Europa, dove la pur minima regolamentazione dei
social media rappresenta ancora un ostacolo per la loro crescita. Se infatti
negli Stati Uniti la strada verso una totale deregolamentazione in materia è in
discesa grazie all’amministrazione Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk
devono fare i conti con alcune politiche di moderazione dei contenuti – per
esempio su argomenti come razza e genere – che, al di là di prese di posizione
anti-woke, rappresentano un freno all’attività essenziale di profilazione degli
utenti che, nelle mire di chi accumula dati, non può avere limiti. Se dunque
l’accumulazione delle materie prime (perché questo sono i dati generati dalle
nostre interazioni social) è minacciata da limitazioni in ambito legislativo,
coloro che a partire da quelle materie prime alimentano il proprio capitale, non
possono che scendere nel campo del politico per tentare di invertire la tendenza
con i tutti i mezzi a loro disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare
pressione è anche un cliente dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è
proprio questa la posizione del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal
momento che il 2 giugno scorso ha ufficialmente adottato la rete satellitare
militarizzata Starshield di SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di
fuori degli Stati Uniti a utilizzare la variante di Starlink destinata alle
esigenze governative. Tutto ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir
Starmer – il quale è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di
condannare le violenze degli ultimi giorni senza mai pronunciare la parola
«razzismo» – denuncia le interferenze di Musk, definendole irresponsabili,
stando ben attento a non oltrepassare mai il livello dell’indignazione oltre il
quale la questione porrebbe – come appena detto – alcune contraddizioni non da
poco. Perché – per tornare ai fatti dell’ultima settimana – a monopolizzare il
dibattito politico e le analisi sulle testate giornalistiche britanniche, è la
tesi secondo cui Musk avrebbe pilotato l’algoritmo di X con l’intento di
facilitare la diffusione degli appuntamenti che hanno portato alle
manifestazioni violente successivamente verificatesi sul territorio britannico.
Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma del tutto mistificatrice nell’essere
presentata come spiegazione esaustiva di una situazione ben più sfaccettata, sia
per quanto riguarda l’interferenza di Musk, sia in relazione all’acuirsi del
fenomeno razzista in tutto il Regno Unito.
(Not so) Alternative Ulster
Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità quanto si muove nella
società britannica che riprendiamo il filo dei recenti fatti verificatisi
nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da un’angolazione diversa da quella
promossa dal dibattito pubblico istituzionale. A partire dal dato apparentemente
paradossale dell’ultimo censimento pubblicato nel 2021 secondo il quale il 97%
della popolazione dell’Irlanda del Nord sarebbe di etnia bianca, e dal numero
impressionante di incidenti (2.367) e crimini (1.507) a sfondo razzista,
registrati solo tra gennaio e marzo di quest’anno (a fronte di soli 71 a
carattere settario). I numeri parlano anche di flussi migratori in crescita a
partire dal periodo della pandemia. Ma è solo quando questi numeri vengono
affiancati a una disamina delle politiche sociali e del retroterra storico della
città che possono assumere un significato.
Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio apparentemente secondario
citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a
proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno
dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le
abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta a
bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui martedì
scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le successive
violenze.
Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la fine dei Troubles,
Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio saldamente repubblicano che
collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne, roccaforti del partito Sinn Féin.
Tuttavia, a soli 400 metri di distanza, protetta da muri e recinzioni dalle
sembianze di un parco urbano, si trova il «confine» con la zona lealista
dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza della famigerata banda
paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a partire dagli anni Settanta
e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti notturni a caccia di cattolici
da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli venti minuti a piedi dai
moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma di Girdwood, occupata
dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta dismessa, secondo il progetto
originario, la caserma avrebbe dovuto fornire alloggi popolari e strutture
ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona lealista di Greater Shankill e
quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di superare la balcanizzazione di
Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è mai andato oltre la
realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle preventivate, anche a causa
dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista Democratico), all’epoca ancora
egemonico nella zona: il numero nettamente superiore di nazionalisti registrati
nelle liste di attesa per una casa popolare rappresentava infatti per il DUP una
minaccia concreta di perdere il seggio elettorale e il controllo sul quartiere.
Il risultato è che i problemi derivanti dal sovraffollamento dei quartieri
nazionalisti e dal più recente degrado di quelli lealisti non sono mai stati
risolti. Le case effettivamente costruite nella zona limitrofa a Kinnaird Road
sono oggi abitate dai nazionalisti, ma ancora lo scorso maggio, quando alcune
famiglie si sono trasferite sul lato di Shankill del «muro della pace», sono
state subito attaccate e allontanate dai lealisti. Nonostante la condanna
unanime da parte del governo di coalizione tra DUP e Sinn Féin, il settarismo
rimane latente nelle periferie popolari di Belfast. Una tensione tenuta a bada
non tanto dalle politiche di «pacificazione», quanto dalla riconversione di
certe enclave lealiste in attività di criminalità organizzata, più o meno
tollerate dalle autorità in virtù dell’astensione da atti di settarismo
apertamente violenti. Rispetto all’emergenza abitativa, la situazione non
migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella sua interezza: nel marzo 2025,
le persone ufficialmente in attesa di una casa popolare erano 89mila, in
progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque anni. Parte di questo incremento
è dovuto anche al fatto che, a differenza della classe popolare nazionalista che
da sempre deve far fronte a condizioni di vita complesse, quella unionista,
tradizionalmente più privilegiata, ha subito un processo di impoverimento
relativo significativo solo negli ultimi anni. Questa differenza di traiettoria
fornisce un elemento per comprendere perché oggi il proletariato unionista sia
più sensibile al richiamo delle politiche razziste rispetto a quello
nazionalista. Oltre a ciò, per quanto l’annosa questione tra unionisti e
repubblicani non sia riconducibile a un conflitto di carattere meramente
religioso, che la propaganda apertamente anti-mussulmana di Tommy Robinson e
compagnia bella possa fare breccia nella tradizione settaria lealista, non
stupisce più di tanto. Ma la nuova convergenza tra estrema destra inglese e
unionisti si basa anche su un fatto molto materiale: in seguito alla Brexit,
l’Irlanda del Nord ha intrecciato sempre di più la sua economia con quella
dell’Irlanda, diminuendo gli scambi con il resto della Gran Bretagna, tanto che
molti hanno ipotizzato che a lungo andare potrebbe essere questo dato a portare
all’indipendenza. Ciò deriva principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020,
qualche giorno prima del recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un
accordo tra tutte le parti coinvolte che ha evitato l’istituzione di una
frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a
quest’ultima di «rimanere nel territorio doganale del Regno Unito e, al tempo
stesso, di beneficiare del mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera
particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia per
quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi
Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia
entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più
significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della violenta
reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di far
saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema per
farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che
potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit.
È dunque in questa intersezione tra insufficienza di alloggi popolari,
progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si inserisce il recente
fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast e l’imperante
narrazione anti-migranti.
Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente intolleranza anche negli
ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri repubblicani di Belfast dove le
bandiere palestinesi sventolano per strade popolate da un gioioso melting pot di
stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in
faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre
direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema
destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi abitativa
e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni razziste e
anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre 2023 a
Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di
intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al
sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire parlare
della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le domande
d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale diritto.
Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda del Nord ci parla più
direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove seppur da un punto di vista
popolare le violenze a sfondo razziale ormai consuete in Gran Bretagna non
sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale il discorso e le politiche
razziste avanzano anche più rapidamente (vedi Remigrazione), nuovi attori di
estrema destra si affacciano sulla scena politica (vedi Vannacci), imprenditori
delle BigTech preparano nuove alleanze sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in
Italia, come in Irlanda del Nord, la partita contro il razzismo e le politiche
di estrema destra non si gioca sul livello del discorso e dell’indignazione,
quanto sulla volontà di sporcarsi le mani quotidianamente con le contraddizioni
dei quartieri popolari e sulla capacità di costruire progetti di autonomia in
grado di disinnescare l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe,
ovvero la più antica «tecnica di conservazione del potere da parte della classe
capitalistica».
1. L’organizzazione paramilitare unionista formatasi negli anni Sessanta e
protagonista dei cosiddetti Troubles che videro contrapporsi violentemente
lealisti e nazionalisti fino al cessate il fuoco del 1994 – nonostante la
trasgressione di tale tregua sia stata piuttosto frequente negli anni
seguenti.
↩︎
2. di un nazionalismo evidentemente ben diverso da quello dei repubblicani
nord-irlandesi
↩︎
3. Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast
↩︎
Riceviamo e diffondiamo questa iniziativa sul carcere a partire dalla vicenda
di Abrar Jarrar:
24 giugno 2026
Traduction en français de “L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo
predatore”
(https://ilrovescio.info/2026/03/18/lisola-di-epstein-ovvero-il-tecno-capitalismo-predatore-i/
et
https://ilrovescio.info/2026/04/24/lisola-di-epstein-ovvero-il-tecno-capitalismo-predatore-ii).
PDF: l isola di epstein francese(1)
L’île d’Epstein, ou le techno-capitalisme prédateur
I.
Pourquoi les technocrates, les eugénistes, les affairistes et les services
secrets ont-ils recours à un prédateur sexuel comme Epstein ? Pourquoi les
nouvelles clôtures (autour des ressources naturelles et des capacités humaines)
trouvent-elles toujours leur équivalent dans la violence infligée au corps des
femmes et des enfants ?
Qu’ajoute, aux atrocités coloniales (et sexistes) accumulées au cours de
l’histoire, l’immense puissance technologique dont jouissent aujourd’hui les
dominateurs ?
La raison pour laquelle la plupart des « mouvements » se tiennent soigneusement
à l’écart du château des horreurs lié à l’« affaire Epstein » n’est pas
mystérieuse. Le sujet n’apparaît pas seulement monstrueux en soi, mais aussi
réceptacle d’explications monstrueuses. Ces « fichiers » semblent être la
confirmation objective des théories du complot les plus « délirantes »; plus
prosaïquement, ils représentent un concentré de toutes les perversions que les
classes populaires, du Moyen Âge à nos jours, ont toujours attribuées aux riches
(cannibalisme compris). Le fait est que cette matière putride n’est pas une île,
mais bien un trait distinctif de l’époque ; son interprétation fait donc partie
intégrante de la lutte des classes, c’est-à-dire d’une bataille sur les
directions opposées que peuvent prendre le dégoût et la colère.
C’est pourquoi il est trompeur de s’attarder trop sur les détails qui émergent
peu à peu de ces millions de documents. Ce qu’il faut, c’est un cadre
d’interprétation. Et c’est ce que nous nous proposons d’esquisser dans ces
notes. Une deuxième partie, qui paraîtra prochainement, contiendra en revanche
des références plus spécifiques et plus précises aux « fichiers ».
Faisons un parallèle avec Gaza (parallèle tout sauf arbitraire, comme nous le
verrons).
Pour comprendre le génocide du peuple palestinien, il ne sert pas à grand-chose
de se plonger dans les chroniques quotidiennes de l’horreur ; pas plus qu’il
n’est très utile de connaître le nom des présidents israéliens ou les dates
exactes du « conflit israélo-palestinien ». Il faut comprendre ce qu’est un
colonialisme de peuplement, dont la violence – comme l’a résumé avec justesse
l’historien Patrick Wolfe – n’est pas un événement, mais une structure.
Il en va de même pour ce que Marx a appelé « l’accumulation primitive du capital
». Comme l’ont expliqué Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen
et d’autres féministes, cette accumulation n’est pas un événement historique
lointain, mais une structure qui se renouvelle sans cesse et qui réactualise sa
brutalité originelle, surtout en période de profonde restructuration. Pour le
comprendre, il faut se débarrasser d’un fardeau : la conception linéaire et
progressive du temps historique. Le développement technologique ne surpasse en
rien la barbarie du passé, mais la déplace dans l’espace et la dote d’une
nouvelle puissance.
Dans cette dynamique structurelle, nous voyons réapparaître, plus vivaces que
jamais, les traits marquants qui ont présidé à la naissance du capitalisme :
violence coloniale, enclos des terres, destruction des biens communs,
développement de la science, attaque contre les savoirs médicaux populaires,
asservissement des femmes et chasse aux sorcières. Les nouvelles enclosures ne
concernent pas seulement les terres (de l’accaparement des terres en Afrique aux
étendues de champs transgéniques en Ukraine), mais touchent désormais les cycles
vitaux mêmes de la nature (de la production de semences stériles à la biologie
de synthèse) et les facultés de l’espèce humaine (soumise à une gigantesque
désaccumulation de savoirs et de capacités produits au cours de millions
d’années) ; les biens communs menacés ne concernent pas seulement les relations
communautaires, mais la régénération de la matière-monde ; quant à la mise
hors-la-loi de tout savoir médical populaire, pensons aux « chasseurs de gènes »
qui accaparent pour la techno-industrie les connaissances indigènes sur les
propriétés pharmaceutiques des plantes ou à la criminalisation des soins non
officiels pendant la pandémie de Covid.
Le corps des femmes n’est pas seulement sexualisé et exploité, mais aussi
artificiellement manipulé et réduit à un « matériau/materiel de reproduction ».
Dans ce contexte, la chasse aux sorcières refait également surface. Non
seulement au sens métaphorique (comme diabolisation de la dissidente et de la
différence), mais aussi au sens littéral le plus cruel. Nous parlons donc de
centaines de milliers de femmes qui – comme l’a documenté, entre autres, Silvia
Federici – sont enfermées dans des « camps pour sorcières » ou tuées (surtout en
Afrique). Il s’agit très souvent de femmes âgées, seules et paysannes, dont la
mort permet la privatisation des terres qu’elles cultivent. L’imbrication entre
logique patriarcale, superstitions populaires et plans d’«ajustement structurel»
promus par le Fonds monétaire international et la Banque mondiale révèle de
manière exemplaire comment la domination sait mobiliser les différents éléments
de sa propre stratification historique.
De ce point de vue, ce n’est pas un hasard si des milliers de femmes ont été
emprisonnées, violées et tuées dans l’Indonésie de Suharto parce qu’elles
étaient considérées comme des « sorcières communistes », ni que l’ambassadeur
israélien à l’ONU ait qualifié Francesca Albanese de « sorcière », ou que le
transhumaniste et Afrikaner Peter Thiel soit allé jusqu’à traiter Greta Thunberg
d’« Antéchrist » (en même temps, tiens donc, que le « luddite »).
Tout comme il serait trompeur d’attribuer la chasse aux sorcières en Afrique à
des « vestiges du tribalisme », il en va de même pour la dénonciation du lien
entre la disparition de milliers de femmes chaque année au Mexique et la «
guerre des narcos », dénonciation qui omet souvent le rôle de l’État, des
sociétés minières et des accapareurs de terres techno-industriels. En abordant
ainsi notre sujet, nous pouvons établir un premier parallèle entre l’horreur de
Gaza, les camps d’extermination au Mexique et les cachots de l’île d’Epstein.
Celui qui s’apprête à coloniser Mars et à asservir des milliards de personnes
(pensons à un Elon Musk ou à un Peter Thiel) doit prouver, même dans la vie
quotidienne, qu’il n’a aucune limite éthique : le corps féminin à violer est à
la fois un trophée, un sceau d’appartenance et un ventre d’où faire naître la
nouvelle lignée de dominateurs.
Mais à cette brutalité typique des plantations esclavagistes (où la violence sur
le corps des esclaves était aussi un rite d’initiation du jeune grand
propriétaire terrien pour se montrer digne du « peuple des seigneurs »)
s’ajoutent aujourd’hui des projets de puissance qui sont techniquement
transhumains. Dans les propriétés d’Epstein, en effet, les adolescentes et les
fillettes n’étaient pas seulement violées et torturées, mais transformées en «
matériel génétique » destiné à créer la « progéniture parfaite ».
Il s’agit donc de centaines de millions de dollars investis dans des techniques
d’édition génétique destinées à être appliquées aux embryons. L’eugénisme,
d’abord libéral puis nazi, se cache aujourd’hui derrière des centres
universitaires et des fondations « philanthropiques » ; il se perfectionne sur
des végétaux et des animaux pour se préparer au saut interespèces. Epstein
offrait de l’argent et une extra-territorialité juridique et académique aux
généticiens d’assaut. Les portes tournantes entre ses propriétés et les milieux
de la Silicon Valley vont bien au-delà des limites d’une communauté de
prédateurs sexuels. Ils avaient bien plus en commun avec les différents Gates,
Musk et Thiel : une vision du monde. Celle selon laquelle les masses ne sont que
du « bétail », dont se distingue une nouvelle lignée de maîtres qui aspirent à
dépasser les limites de la Terre et même de la mort. Les « bêtes » ne sont pas
seulement les personnes de couleur et les femmes, mais les humains qui veulent
rester tels, c’est-à-dire des créatures terrestres et mortelles.
Ce que le complexe militaro-industriel-scientifique qui s’est développé autour
du projet Manhattan a déjà fait à la matière-monde (altérer par les radiations
nucléaires la magnétosphère, l’ionosphère et la biosphère) exprime aujourd’hui
son idéologie aboutie : le transhumanisme. Sur Mars, on ne peut ni cultiver, ni
même – en raison de l’effet de la gravité sur les utérus – accoucher. Produire
de la « viande » grâce à la biologie synthétique et aux imprimantes 3D, créer
des utérus artificiels capables de générer la vie, faire de nos propres corps
des usines à protéines ne sont pas des « délires », mais les conditions
préalables d’un techno-colonialisme en marche. Pour ceux qui considèrent la
Terre elle-même comme une arme à utiliser dans la guerre mondiale – peut-on
imaginer une forme plus démesurée d’hybris ? – les perversions d’un Epstein ne
sont bien rien…
La réactualisation de la violence coloniale ne se manifeste pas seulement à
travers des faits muets : elle est explicitement revendiquée. Le discours que
Marco Rubio a récemment prononcé à la Conférence sur la sécurité de Munich en
est l’expression la plus limpide. Pendant cinq cents ans, la civilisation
occidentale a conquis – avec des soldats, des marchands et des missionnaires –
tous les continents. Cette conquête a connu un coup d’arrêt à cause des
révolutions anticoloniales et de la « perverse idéologie communiste », mais elle
peut désormais reprendre son glorieux chemin.
Les historiens les plus prudents ont estimé que les morts causées au cours des
quatre premiers siècles de colonialisme s’élevaient à au moins deux cents
millions. Pendant quatre siècles, en somme, un extermination quantitativement
comparable à celle perpétrée dans les camps nazis s’est produite tous les dix
ans. Même si elle est refoulée dans les recoins de l’histoire, une telle
violence – constitutive de la modernité – ne peut que continuer à agir en
coulisses. Voilà, l’île d’Epstein ressemble à une Compagnie des Indes – avec ses
rejetons de la maison royale anglaise, ses commerçants, ses politiciens, ses
intellectuels – qui s’apprête à une nouvelle restructuration de ses domaines.
Quand on qualifie le programme de développement de l’intelligence artificielle
de « nouveau projet Manhattan », on ne peut certainement pas dire que son impact
et le secret qui l’entoure soient minimisés. D’ailleurs, combien savent que près
de 600 000 personnes ont travaillé au développement de la bombe atomique –
toutes ignorantes, à l’exception du petit groupe de Los Alamos, du produit
qu’elles fabriquaient –, réparties sur trente-deux sites industriels ? Quant à
l’ampleur du projet, on peut dire que l’infrastructure de l’IA est encore plus
vorace en main-d’œuvre et en matières premières que celle du nucléaire.
Quant au secret des décisions, il ne s’agit plus d’un facteur déterminant sur le
plan politico-militaire, mais d’un élément intégré dans la « boîte noire » des
algorithmes. Face à tant de puissance, comme paraissent inutiles, transpirants
et sacrifiables les corps de ceux qui n’appartiennent pas à l’hyper-classe
technocratique. Et comme cela doit être insupportable pour ces « néo-féodaux »
(une auto-définition made in Silicon Valley) de devoir mourir comme leurs
propres serviteurs…
Des documents Epstein émergent deux niveaux de corporéité : celui des femmes et
des enfants sacrifiables, considérés comme des corps à exploiter et à violer, et
celui des enfants sur mesure, créés grâce à l’édition génétique. Dans les deux
cas, il s’agit d’accumulation, mais la valeur attribuée aux deux niveaux, aux
deux corps, est très différente, et la valeur du produit commercialisable est
également différente.
Ce nouveau nazisme, en somme, ne prend pas seulement la forme de la Salò de
Pasolini, mais aussi celle – lucidement pressentie il y a des décennies par
Günther Anders – de la « communauté national-socialiste des appareils », une «
communauté » incomparablement plus puissante que la somme des appareils
individuels.
« Si l’on tend bien l’oreille vers la machine technologique, disait le
philosophe autrichien, on peut entendre la même devise que celle des SA
hitlériennes : … et demain, le monde entier ».
Or, les projets transhumains ne se développent pas dans un monde lisse, mais au
cœur de la jungle d’acier et de silicium que constituent la concurrence étatique
et capitaliste. Le vaste réseau de chantage organisé autour d’Epstein par le
système israélien devient alors une forme de sélection et de cooptation, dont
les querelles sur l’identité de celui qui a planifié les attaques contre l’Iran
– c’est-à-dire sur qui est intervenu pour soutenir qui, entre les États-Unis et
le régime sioniste – semblent constituer un appendice sanglant. Le triangle
formé par l’appartement d’Epstein à Manhattan, Ehud Barak et le consulat
israélien de New York contredit l’idée qu’il s’agissait d’« opérations déviées »
des services secrets. Nous parlons de l’ancien Premier ministre et des
dirigeants des services de renseignement israéliens. Le ciment de ce réseau,
cependant, n’est pas seulement politico-financier-sexuel, mais aussi idéologique
: on pourrait l’appeler le suprémacisme 4.0.
Un suprémacisme qui considère les colonisés à la fois comme des « animaux
humains » et comme des « déchets algorithmiques » (les premiers sont les mots
bien connus de l’ancien ministre de la Défense Gallant, les seconds ceux
utilisés par un commandant de l’Unité 8200, la division de l’armée israélienne
qui a planifié les attaques contre Gaza à l’aide de l’intelligence
artificielle). La puissance que le complexe israélo-américain-occidental a
déchaînée contre la Bande de Gaza a été et reste systématiquement écocidaire,
féminicide et infanticide, c’est-à-dire visant à anéantir la reproduction de la
vie. Plus généralement, la fureur coloniale et extractiviste du capital – de la
Palestine au Mexique, de l’Asie à l’Afrique – s’abat toujours, comme un
entonnoir, sur les corps des femmes et des enfants.
Certains fréquentaient Epstein et son épouse en tant que pourvoyeurs de « chair
à viol » ; d’autres les fréquentaient malgré cette activité. Dans un cas comme
dans l’autre, cette structure d’abjection constituait un cadre idéal pour nouer
des affaires et tisser des réseaux de pouvoir (aussi « mondialistes » que «
souverainistes », aussi « démocrates » que « républicains »). À tel point que
dans ces lieux – véritables arcana imperii – on planifiait également les mesures
à prendre en cas de… pandémie. Des mesures, comme par hasard, fondées sur le
traçage numérique (un avant-goût de la société des portiques) et le génie
génétique (avec une expérimentation de masse de produits à ARNm et à ADN
recombinant). Toutes promues, cela va sans dire, pour le bien de l’humanité.
Cette double morale, à y regarder de plus près, n’est pas une périphérie
perverse du capitalisme, mais son centre. Aucun homme d’État et aucun
capitaliste ne peut se passer de dissimuler, derrière de prétendues valeurs, la
violence qu’ils exercent sur les humains et sur la nature. Et cette
dissimulation est d’autant plus efficace que les outils culturels à leur
disposition sont nombreux.
Si tu veux dissiper les soupçons sur les méfaits que tu commets dans ta cave, tu
dois bien connaître les règles à respecter dans le salon. Mais lorsque les caves
ne peuvent plus être dissimulées, il y a toujours quelqu’un pour exhiber
fièrement les instruments de torture. Alors que les simulacres démocratiques
s’effondrent, la vérité brutale du transhumanisme s’impose : soumettre le bétail
humain n’est pas une triste et fâcheuse nécessité, mais la destinée manifeste
d’une nouvelle élite.
Les époques apocalyptiques sont celles qui récapitulent et dévoilent (jusqu’à la
rupture possible de toute la trame) l’immense violence accumulée et en même
temps refoulée dans le processus historique qui les a constituées. Les deux
apocalypses de notre temps sont la destruction de Gaza et le château des
horreurs d’Epstein.
Seule une violence tout aussi apocalyptique peut nous en libérer. Apocalyptique
ne signifie ici nullement démesurée, mais radicalement autre. Nourrie,
c’est-à-dire, par le dégoût éternel envers les moyens monstrueux et inhumains du
pouvoir contre lesquels elle a dû se soulever.
II.
C’est en 1973 que Donald Barr – ancien directeur de la Dalton School,
l’établissement privé de l’Upper East Side de New York où Jeffrey Epstein a
enseigné les mathématiques de 1974 à 1976 – publie Space Relations, un roman de
science-fiction dont l’action se déroule sur une planète gouvernée par des
oligarques qui pratiquent l’esclavage sexuel des mineurs. Dans l’imaginaire de
Barr, il existe un monde caractérisé par des rituels sociaux et un contrôle de
classe bien avant qu’Epstein et sa compagne Ghislaine Maxwell ne mettent en
place ce système de domination et d’exploitation des corps révélé par les
dossiers Epstein, dont une grande partie a été déclassifiée entre 2025 et 2026.
Il semblerait toutefois que l’imagination de Barr présente des limites que la
réalité ne connaît pas : la communauté de prédateurs sexuels établie sur l’île
d’Epstein se rend coupable d’une hybris qui caractérise le progrès technologique
auquel nous assistons. L’arrogance du cercle d’Epstein – parmi lequel on note
des PDG de la Silicon Valley, des politiciens de tous bords, des femmes et des
hommes du monde du cinéma, des enseignants des universités les plus
prestigieuses – et d’Epstein lui-même déborde dans la volonté de sélectionner la
progéniture parfaite, de vaincre la mort, de faire de la matière vivante un
champ d’expérimentation et de profit.
Ces scénarios sont rendus possibles par une technologie sans limites, une
technologie qui voit dans la mort un nouveau défi à relever.
Comme on peut le lire dans le livre Epstein Files publié par L’Indipendente, dès
le début des années 2000, l’ambition d’Epstein était de transformer son ranch au
Nouveau-Mexique en un laboratoire où des femmes seraient inséminées avec son
sperme et mettraient au monde « ses » enfants. Le projet prévoit de mettre
simultanément vingt femmes enceintes afin de construire une sorte d’« élevage
humain » inspiré d’un précédent réel : le Repository for Germinal Choice. Il
s’agit d’un plan né dans les années 1980 avec l’intention déclarée d’améliorer
le patrimoine génétique de l’humanité par le biais de la collecte de sperme
d’hommes jugés exceptionnels, parmi lesquels des lauréats du prix Nobel. De 1980
à 1999, année de sa fermeture, plus de 200 enfants sont nés grâce à cette banque
de sperme. Le seul lauréat du prix Nobel ayant déclaré être un donneur du
Repository est le physicien américain William Bradford Shockley.
À un certain stade de sa carrière, Shockley s’intéresse aux questions liées à la
race et à l’eugénisme. Outre le fait qu’il estimait qu’un taux de reproduction
plus élevé chez les personnes moins intelligentes entraînerait un effet
dysgénique qui, à terme, conduirait à un déclin de la civilisation, Shockley
déclare : « Mes recherches m’amènent inévitablement à penser que la cause
principale des déficits intellectuels et sociaux des Noirs américains est
héréditaire et d’origine génétique raciale, et qu’elle ne peut donc pas être
corrigée de manière significative par des améliorations pratiques de
l’environnement. » Pour Epstein également, comme on peut le lire dans un e-mail
adressé à Chomsky, « l’écart intellectuel avec les Afro-Américains est documenté
», un écart que le financier new-yorkais propose de combler par des
modifications génétiques.
Le génie génétique est l’outil qui permet aux technocrates de concrétiser leur
foi dans le progrès automatique de l’histoire. Aux côtés de Bryan Bishop,
développeur de Bitcoin et entrepreneur dans le secteur des biotechnologies,
Epstein collabore au projet « designer baby », un plan visant à créer « le
premier nouveau-né humain conçu sur mesure et, éventuellement, un clone humain »
(réf. EFTA01003966). Dans un e-mail du 2 août 2018 adressé à Epstein, Bishop
écrit : « Une fois la première naissance réalisée, tout changera et le monde ne
sera plus le même, pas plus que l’avenir de l’espèce humaine » (réf.
EFTA01003966). Le cadre de référence est la technologie CRISPR/Cas9 et
l’expérience du scientifique He Jiankui. En 2018, en effet, He Jiankui annonce
avoir donné naissance à des jumelles résistantes au virus du VIH après une
modification de l’ADN réalisée à l’aide de la technologie CRISPR. Dans le but
apparent de contenir le virus, le généticien chinois implante dans un corps
féminin des embryons génétiquement modifiés, donnant libre cours à une sorte de
délire de toute-puissance. De la même manière, Epstein imagine pouvoir créer un
héritier sur mesure et voit donc dans CRISPR la meilleure technique pour
renforcer les capacités cognitives et insérer dans l’ADN des traits considérés
comme désirables.
Même si Epstein et Bishop n’auront pas assez de temps pour mener à bien leur
projet, leur obsession pour le contrôle génétique, l’hérédité et la perpétuation
de soi est évidente. En ce sens, le mythe de Médée est exemplaire :
l’infanticide la plus célèbre de la littérature, elle tue ses propres enfants
pour punir Jason, coupable d’avoir rompu une promesse. Médée sait que ce qui
peut le plus blesser Jason, c’est la fin de la transmission de son sang : le
désespoir du héros grec n’est pas lié à la mort de ses enfants, mais à l’absence
d’héritiers et à la destruction de sa mémoire.
Les tests génétiques ne concernent pas seulement la volonté de créer un enfant
parfait, mais aussi celle de prolonger la vie. Günther Anders écrit dans
L’Obsolescence de homme : « La mentalité du progrès se caractérise donc par une
conception très particulière de l’” éternité “, à savoir l’idée d’une
amélioration ininterrompue du monde ; et aussi par un défaut très particulier, à
savoir l’incapacité à concevoir une fin ». Et encore : « Pour celui qui croit au
progrès, cette absence de fin constitue une loi fondamentale, elle a donc une
validité universelle, et s’applique donc également à sa vie personnelle ».
D’après ce qui ressort des documents déclassifiés en janvier de cette année,
Epstein s’intéresse aux recherches dans le domaine de la longévité et de la
cryogénisation :
Epstein, à l’instar de nombreux transhumanistes et de nombreux millionnaires, «
n’envisage même pas sa propre fin, ne peut l’envisager ; il repousse sa propre
mort » (Anders). Ne pouvant, pour l’instant, empêcher que l’on continue de
périr, Epstein occulte la honte de mourir en fournissant son matériel génétique
pour des analyses de laboratoire, dans le cadre d’un projet de séquençage – le
Personal Genome Project – visant à identifier les prédispositions génétiques à
diverses maladies. Ce qui est mis en place, plus qu’une pratique de médecine
préventive, semblerait s’inscrire dans l’idée d’amélioration biologique et de
prolongation artificielle de la vie. Joseph Thakuria, médecin et chercheur
affilié au Massachusetts General Hospital et collaborateur du Personal Genome
Project de la Harvard Medical School, conçoit à cette fin le Projet Venus, une
étude de recherche génomique basée sur la technologie CRISPR/Cas9. Thakuria
envisage de « proposer un service de biobanque à long terme d’ADN et de cellules
ainsi que la réanalyse des données tout au long de la vie » (réf. EFTA02698643).
En tant que partisans du progrès, Thakuria et Bishop – dont on se souvient qu’il
est impliqué dans le projet « baby designer » visant à concevoir le premier
nouveau-né humain – ne connaissent aucune dimension temporelle en dehors du
futur : bien qu’à l’époque de leurs expériences, l’édition génétique en fût
encore à ses balbutiements, ils voient dans la génétique le meilleur outil pour
repousser les limites biologiques de l’être humain et considèrent le
transhumanisme comme l’horizon vers lequel tendre. Une approche partagée, bien
sûr, par Epstein lui-même, qui, en 2018, par l’intermédiaire de sa fondation,
Gratitude America, a fait don de 100 000 dollars à Humanity+, une organisation
transhumaniste fondée en 1998 sous le nom de World Transhumanist Association.
Pour les adeptes du progrès, le concept de négatif, de fin, est donc devenu
irréel. Pensons à cette phrase de Peter Thiel : « La plus grande forme
d’inégalité humaine se situe probablement entre ceux qui sont vivants et ceux
qui ne le sont plus ». Dans leur combat contre la mort, Thiel et Epstein sont
accompagnés de certains des plus grands PDG de la Silicon Valley : en 2017,
Larry Ellison, fondateur d’Oracle, a fait don de plus de 370 millions de dollars
à des projets visant à prolonger la vie ; Jeff Bezos aurait investi dans Altos
Labs, une entreprise spécialisée dans la reprogrammation biologique, une méthode
visant à rajeunir les cellules en laboratoire qui, selon certains scientifiques,
pourrait servir à revitaliser des organismes animaux et, à terme, à prolonger la
durée de vie humaine. Parmi les scientifiques qui ont rejoint Altos Labs figure
Juan Carlos Izpisúa Belmonte, un biologiste espagnol du Salk Institute en
Californie qui, en collaboration avec des chercheurs chinois, a ajouté des
cellules humaines à des embryons de singe. Larry Page – d’abord PDG de Google,
puis d’Alphabet – a créé en 2013 « Calico Labs», qui a ouvert un laboratoire se
consacrant exclusivement à la reprogrammation cellulaire.
Dans la Silicon Valley, les rêves excentriques des milliardaires sucent
littéralement le sang des jeunes : une pratique qui se répand consiste à
recevoir des transfusions de plasma provenant d’adolescents, à tel point que, le
19 février 2019, la Food and Drug Administration a publié un communiqué de
presse mettant en garde contre les entreprises qui proposent cette pratique dans
le but de ralentir les symptômes du vieillissement. Cette image transpose au
sens littéral ce que le système capitaliste fait depuis des centaines d’années :
voler la source vitale – qu’il s’agisse du sang, du corps, de la terre ou des
ressources – aux peuples. On pourrait multiplier les exemples, mais le concept
est désormais clair en soi : ce que font les différents Epstein, c’est faire en
sorte que la technique devienne la véritable substance de l’homme. Avec les
expériences visant à créer « la progéniture parfaite » tout comme celles visant
à « vaincre la mort », la technique n’est plus placée face à l’homme, mais
s’intègre en lui et l’absorbe progressivement tout entier.
L’obsession du contrôle et celle de l’accumulation du capital se manifestent
également dans les plans de « préparation aux pandémies » dans lesquels Epstein
est impliqué. Entre 2015 et 2017 – c’est-à-dire au moins deux ans avant le
déclenchement de l’urgence Covid – on constate des échanges concernant
d’éventuelles simulations de souches pathogènes et la construction
d’infrastructures pour la gestion des urgences sanitaires.
Le 20 mars 2015, Epstein reçoit un courriel dont Bill Gates est en copie, avec
pour objet « Préparation aux pandémies » (réf. EFTA00654215). Le message
contient un projet d’ordre du jour pour une réunion sur la préparation mondiale
aux pandémies et propose de discuter de la manière d’impliquer officiellement
l’Organisation mondiale de la santé et le Comité international de la
Croix-Rouge. Dans un e-mail adressé à Gates, avec Epstein en copie, daté du 3
mars 2017 (réf. EFTA02657725) et intitulé « bgc3 deliverables and scope » (bgc3
résultats attendus et champ d’action), une série de projets pour l’ancienne bgC3
– l’entreprise de type think tank fondée par Bill Gates en 2008 – parmi lesquels
un «document sur les neurotechnologies utilisées comme armes dans les domaines
du renseignement et de la défense» (!) et «des recommandations ultérieures et/ou
des spécifications techniques pour la simulation d’une pandémie de souche». Ce
ne sont pas les seules références à la préparation aux pandémies ; il existe
également un échange (réf. EFTA01617419) entre deux interlocuteurs liés à
Epstein, dont l’identité est restée secrète, qui, se référant à la simulation de
pandémie, écrivent : « cela pourrait être une formidable plateforme »,
c’est-à-dire un laboratoire politique qui impliquerait également Bill Gates,
qualifié de « fou des vaccins et des questions liées à l’autisme ».
De toute évidence, pour ces personnages, une crise sanitaire apparaît comme une
occasion de mettre en place de nouveaux produits pharmaceutiques, d’expérimenter
tant des mesures médicales que des systèmes de surveillance. Pour Epstein et les
autres néo-féodaux, la matière humaine est un laboratoire d’expérimentation : le
corps est quelque chose à potentialiser, à améliorer et à cristalliser – c’est
le cas de leurs propres corps – ou à exploiter, à violer et à accumuler – c’est
le cas des corps des autres. Dans leur vision, le monde est quelque chose que
l’on peut posséder à partir de ses éléments les plus essentiels : la nature et
l’homme. Ce qui s’est passé sur l’île d’Epstein, ce qui ressort des fichiers,
semble être le délire de quelques fous qui ne veulent pas mettre de limites à
leur soif de domination, un cas unique dont tout le monde veut prendre ses
distances. Mais, pour reprendre les mots d’Anders, « dans l’histoire, il n’y a
pas de place pour les expériences ludiques, car tout ce qui s’annonce, en
affirmant modestement ne se dérouler qu’à titre expérimental, se produit
immédiatement “une fois pour toutes”, se déroule donc comme un “cas concret”».
(ces deux textes sont apparus entre mars et avril 2026 sur le site
ilrovescio.info)
Dalle manifestazioni per la Palestina al No G7: in Svizzera si moltiplicano
accerchiamenti, identificazioni di massa e limitazioni del diritto di protesta.
La notte di Ginevra appare sempre meno come …
In questa puntata di Macerie su Macerie parliamo con una compagna e insegnante
del Collettivo Trickster dei cambiamenti che stanno interessando il mondo
scolastico e del lungo processo di tecnicizzazione che vede nell’implementazione
dell’IA il suo ultimo sviluppo.
Il territorio di Rosta verrà coinvolto, stando al progetto definitivo di Rfi,
“solo” dalla doppia galleria del tutto interrata che non toccherà la parte a più
alta densità dell’abitato. Questa […]
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Riceviamo e diffondiamo:
IMBRICCHIAMOCI 28^ Edizione.
Sabato 20 – Domenica 21 giugno 2026
Ritrovo ore 9 Stazione di Savona . Ritorno Domenica in tardo pomeriggio.
Info tecniche: porta gavetta, posate, borraccia, materassino, abbigliamento
adeguato, scarpe tecniche, k-way. Pernottamento in rifugio, Cibo autogestito da
condividere. È disponibile una griglia per la cena del sabato (porta quello che
vuoi grigliare)
L’escursione è nei monti dell’entroterra savonese.
Se partecipi comunica la tua presenza per motivi organizzativi. Scrivi una
e-mail a fuoricontrollo@inventati.org (NB non fare rispondi alla mailing list!)
oppure contattaci via telefono.
“I singoli governi degli stati membri EU, si sono attivati compreso il governo
italiano che nel luglio 2025 ha pubblicato il Programma nazionale di
esplorazione mineraria generale per le materie prime critiche ovvero una mappa
di tutti i siti minerari potenziali sul territorio. Questi sono oltre tremila
(!) e diversi si trovano in Liguria, nel caso dell’area del Beigua (quella che
da decenni accende la brama delle multinazionali dell’estrazione mineraria)
l’attività di contro-informazione, le iniziative molteplici organizzate nel
corso degli anni hanno arrestato i piani di sfruttamento ma il sistema
politico-economico oggi rilancia: nella mappa compaiono anche risorse minerarie
marine e pure in questo caso la Liguria è coinvolta con presenza di magnetite
(ferro) a largo di Voltri, Cornigliano, Chiavari, rutilo (titanio come quello
del Beigua) a largo di Capo Mele e Lerici, zircone presso Sori. E nel savonese
compare anche una vasta area della Valle Bormida (Murialdo, Calizzano, Osiglia,
Mallare) dove giacciono nel sottosuolo grafite e altri minerali appetitosi per
l’industria degli armamenti mentre circa un centinaio di chilometri più verso
est in Val Graveglia e Val di Vara, si segnalano giacimenti di rame, manganese
ed altro.”
CONTRO LE MINIERE!
CONTRO ARMAMENTI e GUERRE!
Gruppo Anarchico fuoricontrollo
fuoricontrollo@inventati.org
Qui la locandina dell’iniziativa: imbrichiamoci 28
Qui un testo su miniere e guerra