[2026-07-24] ¡CHIUSURA TEMPORANEA! @ Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito
¡CHIUSURA TEMPORANEA! Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113, Torino (venerdì, 24 luglio 17:30) La ciclofficina va in letargo. È tempo di riconfigurare l'esistenza di alcunə e di ricalibrare le energie di altrə. Per questi mesi invernali ci saremo per prenderci cura dello spazio con sistemazione, riassetto e ripristino della ciclo.  Ci rivediamo in primavera prontə a ripartire! 🚲 stay tuned stay bici 🚲
[2026-07-24] Apertura Ciclofficina Popolare Malabrocca @ Ciclofficina Malabrocca
APERTURA CICLOFFICINA POPOLARE MALABROCCA Ciclofficina Malabrocca - Largo Vitale 113 - Torino (venerdì, 24 luglio 18:00) Se pensi che in Aurora manchi una ciclofficina orizzontale, inclusiva ed attraversabile da tutt*, passa a trovarci per autoriparazioni e guai di facile ris(v)oluzione: Le ciclofficine popolari si basano sull’efficacia della lentezza, sul rispetto delle diversità, sullo scambio di conoscenze all’interno di spazi orizzontali. Organizziamoci collettivamente 🔧 officina 🍪 chillout 🚲 rilascia e rimessa Porta le tue necessità, capacità, socievolezza e la tua idea di ciclofficina. Passa a fare due chiacchiere, ti aspettiamo a Manituana, in largo vitale 113, tutti i venerdì dalle 17.30. Manituana è uno spazio antifascista, antirazzista e antisessista. No machismo, no homolesbotransfobia,  no abilismo.
Spagna 1936. L’appello al popolo dei “Qujotes del Ideal” è ancora valido
Riceviamo e diffondiamo da https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/spagna-1936-il-monito-dei-quijotes-del-ideal-ancora-valido-a-90-anni-di-distanza/ SPAGNA 1936. IL MONITO DEI QUIJOTES DEL IDEAL ANCORA VALIDO A 90 ANNI DI DISTANZA. Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti, appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale. Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit (Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia, delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e Germinal Gracia Ibars (Víctor García). Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT. Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione, che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco, una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975. Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi amici. Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate, corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!). Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel 1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941). Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza; l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo, vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e Cina. — Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026 — -------------------------------------------------------------------------------- Introduzione di Fifth Estate Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista, il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata. Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi dal dominio burocratico e repressivo del governo. Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter (vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E hanno funzionato. Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo, negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo. — The Fifth Estate Staff — -------------------------------------------------------------------------------- Febbraio 1937, Al popolo: Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare. E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome del nostro ideale, l’Anarchia. Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che, collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia significa negazione del governo e delle leggi. [1] Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre forze. E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi. Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata: L’Ordine dei Gesuiti. [2] Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto, gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi. È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una guerra violenta. Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi accecano gli occhi! Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le forme politiche che aveva prima della Rivoluzione. Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il fascismo!” E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo. Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino, affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e bellissima luce del Sole dell’Anarchia. Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva l’Anarchia!». — Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal — Note: [1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT, assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione. Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in fase di disgregazione. [2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva nei confronti delle sue organizzazioni.
Approfondimenti
“Non morite per i prossimi cinque anni che dobbiamo riportare il nucleare in Italia”: da Fermi a Torino, come riscrivere la storia del nucleare.
Mo’ me lo segno proprio.   1. Qual è la narrazione dei nuclearisti e perché sostengono che sia cambiato qualcosa Il convegno dal titolo “Da Fermi al futuro” ha avuto il suo primo appuntamento alle OGR di Torino, per iniziativa del Ministro Pichetto Fratin, in collaborazione con La Stampa, e ha preso avvio tacciando di immobilismo e di ideologia tutti coloro contrari al nucleare. La giornata ha visto la presenza di ospiti istituzionali, dal Ministro dell’Ambiente ai sindaci di Torino e di Trino, dal presidente di ENEA a Sogin, dall’amministratore delegato di NewCleo ad altri manager e figure dell’industria, con ovviamente Confindustria in prima linea.  Il mantra che ha fatto da leitmotiv all’evento (dalla dubbia validità scientifica, vista la presenza in qualità di moderatore esperto di Alessandro Cecchi Paone, la cui partecipazione all’Isola dei Famosi deve averlo formato sull’indipendenza energetica) è l’assoluta necessità di rendere l’Italia energeticamente indipendente e per fare ciò, nucleare e rinnovabili vanno intese come tecnologie fondamentalmente inscindibili.  Il dibattito confonde pragmatismo con ideologia. Solare ed eolico vengono messi all’angolo per il limite della discontinuità, mentre il nucleare viene auspicato per la garanzia energetica. Anche Cirio, presidente della Regione Piemonte, si avventura in questo circo affermando che “chi approfitta della crisi rurale per mettere i pannelli è uno sciacallo” approfittandosene così lui stesso per fare un po’ di propaganda sperando di ingraziarsi il consenso degli agricoltori (Cirio ha forse la memoria corta visto che le proteste più accanite si sono verificate sotto il Governo di cui anche il suo partito fa parte) quindi, presto fatto, ci vuole il nucleare. Cirio si fa promotore del nucleare contro le rinnovabili con una performance che punta al consenso facile.  L’altra direttrice che fa da cornice al convegno è il congratularsi a vicenda perché l’opinione pubblica parrebbe migliorata nei confronti del nucleare. Il tutto condito da grandi pacche sulle spalle per il progetto delle CER, nonostante sia ampiamente noto quanto sia complicato per i cittadini rendersi energeticamente autonomi.  Le danze vengono aperte da Pichetto Fratin, convinto nuclearista da decenni, che impronta il suo ragionamento su quanto siano cambiati la tecnologia, lo sviluppo, la ricerca, la conoscenza…mentre tutta la contrarietà all’atomo viene ricondotta al mero errore umano, già di per sé pilatesca descrizione degli incidenti di Chernobyl e Fukushima. L’Anti Nuclearismo avrebbe dunque origine da un fraintendimento: la demonizzazione di una tecnologia neutra colpevole di aver portato il referendum su di una dimensione puramente “emotiva”. Che considerazione per la popolazione italiana che è andata alle urne a votare per non uno ma due referendum sul nucleare!  Chiaramente per tutto il convegno si parla di “nucleare sostenibile”: concetto partito dall’UE a garanzia dell’inserimento del nucleare nella nuova tassonomia verde dopo una “certa sbandata”, come viene definita dal Ministro, degli anni precedenti. Lui stesso però riconosce che si parla ancora di fissione e non di fusione, quindi tutte le argomentazioni pseudo-scientifiche portate avanti negli interventi successivi lasciano di fatto a desiderare.   Le scorie sono un altro tasto dolente (di cui tratteremo più avanti nella disamina) per come vengono trattate con sufficienza: “Massì, sono in Francia e in Piemonte ne abbiamo poche, dovremmo metterle in un deposito temporaneo di 150 metri circa… quindi basterebbe tenere una parte di capannone dedicata a questo”. Altro grande tema da tam-tam giornalistico: il nucleare abbasserà le bollette delle famiglie! Da sole le rinnovabili non risolverebbero il problema (cosa che già potrebbero fare), e Francia e Spagna vengono portate come esempio in quanto produttrici di energia nucleare. Nulla viene detto sul fatto che in Francia al momento ben tre centrali sono state chiuse a causa delle altissime temperature dovute al caldo di queste settimane (un problema che tra l’altro si ripresenta sistematicamente ogni estate da anni). La misura è un requisito di protezione ambientale per evitare di scaricare troppa acqua calda nei fiumi che si stanno già riscaldando a causa delle ondate di calore. Un tema che dovrebbe fare riflettere seriamente visto il cambiamento climatico in atto (il quale non innalza soltanto le temperature medie del regime fluviale ma determina anche lunghi periodi di scarsità idrica territoriale), e per il quale non vengono prese misure strutturali, se non per dare adito alla propaganda in difesa degli interessi degli industriali.  Cecchi Paone, nuclearista da sempre e giovane spadoliniano insieme al Ministro Pichetto Fratin (così si descrive lui stesso), è chiamato a contribuire alla costruzione ideologica di un nucleare Made in Italy, collegando l’attuale libidine atomica a Enrico Fermi e al suo gruppo di lavoro: “una grande e bellissima storia”. Paone si sofferma sulle caratteristiche artigianali delle sperimentazioni scientifiche e sulle qualità inventive di Fermi, una lunga premessa per arrivare al punto: il genio prodotto dalla nostra terra con le sue caratteristiche di italianità, dall’Italia sarebbe anche stato tradito con la rinuncia del Paese al nucleare. Secondo Cecchi Paone l’eredità di Fermi sarebbe dunque al momento sprecata. Oggi però a portare avanti la storia del nucleare fa capolino una nuova tecnologia: i reattori di ultimissima generazione “che ancora non sono pronti ma hanno già un centinaio di pre-ordini”, con un italiano (probabilmente si riferisce a Stefano Buono, ad di NewCleo, di cui parleremo in seguito) assunto in un ruolo chiave (anche se negli Stati Uniti). Vorremmo mica tradire e misconoscere anche questo di genio? In fondo sta pure arrivando l’intelligenza artificiale con i data center correlati e servirà tanta energia. La conclusione del ragionamento è quindi che dell’energia prodotta dal nucleare “non se ne può fare a meno: tanta, disponibile, non discontinua come quella delle rinnovabili”. Vengono poi omaggiate la sede delle OGR e la città di Torino, quest’ultima resasi disponibile allo svolgimento di questa giornata di propaganda. Una città di cui pare essere sempre stata chiara la vocazione al lavoro verso il progresso e alla tecnologia. E allora Paone fa un appello a città e sindaco affinché Torino aiuti a realizzare e sia protagonista del sogno di progresso sull’onda del nucleare, per “rifare grande l’Italia nel mondo e dare avvio a un nuovo Rinascimento”.   Nel succedersi degli interventi, queste lodi tornano come un mantra costruito ad hoc per irretire e intontire l’ascoltatore. Riprendiamo alcuni passaggi prima di lasciare spazio ad alcuni focus che ci sembrano importanti: il quadro legislativo, il ruolo di Piemonte, Torino e della Sogin, l’analisi di NewCleo e degli attori coinvolti in questo tentativo di ritorno al nucleare.  Giovanni Guzzetta, giurista e capo di gabinetto scelto da Brunetta durante il IV governo Berlusconi, parla di come “combattere il tabù di una narrazione negativa rispetto all’atomo: non è giustificato da evidenze empiriche e rientra nel tema della tecnofobia, una cosa che ha caratterizzato la storia dell’uomo”. Viene quindi trattato questo argomento come una banalità che ha sempre abbracciato la storia dell’umanità… poveri stolti tecnofobici!   Anche l’industria ha qualcosa da dire e, come sempre, è il comparto che viene maggiormente ascoltato dalle istituzioni, a partire dal governo. Aurelio Regina, Componente del Consiglio di Presidenza e Delegato per l’Energia e per la Transizione energetica e Presidente del Gruppo Tecnico Energia di Confindustria, parla di un cambiamento rispetto al passato per quanto riguarda l’opinione pubblica. Tutti convinti che non rappresenti più un problema ma un’opportunità e che la popolazione sia assolutamente propensa al nucleare. “L’industria italiana è pronta a sostenere il nucleare di nuova generazione e a fare la propria parte!”, esordisce così. L’energia deve essere prodotta in funzione dell’interesse dello sviluppo industriale, su queste basi viene fatto un parallelo con l’idroelettrico come fonte utilizzata in questa chiave nella storia dell’industria italiana. La proposta suggerita per il futuro per lo sviluppo del nucleare in Italia è l’utilizzo degli oneri di sistema annuali a fronte dei 200 miliardi spesi per l’implementazione delle rinnovabili. “Con 200 miliardi potremmo costruire il futuro del nostro Paese con un numero di mini centrali davvero competitivo”, ribadisce Regina. Anche secondo l’industriale il risultato del referendum è stato dettato dall’impatto emotivo, denigrando in maniera paternalista chi ha votato no al nucleare. Mentre, a suo dire, oggi c’è maggiore consapevolezza sugli interessi del nostro sistema: “se vogliamo contare su un futuro più pulito e competitivo abbiamo solo due fonti che vanno in parallelo e stanno insieme per forza di cose: nucleare e rinnovabili, se vogliamo liberarci dalle fonti fossili.” Una narrazione che punta a tenere insieme queste tecnologie per indorare la pillola, condendo il tutto con un’aura globale che strizza l’occhio all’ansia climatica delle giovani generazioni, come se si stesse parlando a una massa di semplici creduloni. Regina chiude con un appello alle forze politiche: “Su questo tema non ci può essere né colore né bandiera, le politiche energetiche vanno valutate su altri parametri che non sono quelli ideologici.” Ancora una volta viene depoliticizzato il tema dell’energia come se fosse puramente una questione tecnica senza alcun impatto sul piano politico e sociale oltre che economico.  In tutta questa pantomima, in cui la bussola viene dettata dall’abbandono delle fonti fossili e dalla necessità di decarbonizzazione, tra gli invitati figura Francesca Ferrazza in rappresentanza di ENI, settore fusione. Tutti così convinti di abbandonare le fonti fossili, come insigniti della missione della decarbonizzazione, ma poi si fa sedere al tavolo il maggior monopolio energetico ingrassato  da gas e petrolio. Per la rappresentante di ENI l’energia da fusione è strategica e fruibile, a portata di mano, cosa non vera!!  La tecnologia è cambiata, altro punto su cui si martella. Il nuovo approccio è basato sulla “sicurezza intrinseca passiva” perché il nocciolo del reattore è collocato dentro una struttura di cemento armato scavata in profondità, il che lo renderebbe meno vulnerabile. Inoltre, secondo Franco Cotana, Amministratore delegato di RSE (Ricerca Sistema Energetico), gli SMR (piccoli reattori modulari) sono più economici, più rapidi e con tempi certi, il che offre più garanzie per il loro finanziamento a debito. Addirittura riesce a parlare di “economia circolare” perché ciò che esce dalla quarta generazione non è scarto pericoloso, a suo dire. Probabilmente l’economia circolare alla quale sta pensando è quella che riguarda banche, fondi di investimento e speculazione finanziaria. È incredibile come si possa fare passare il concetto in base al quale il cosiddetto “nuovo” nucleare non comporterebbe più rischi né conseguenze, ma addirittura un’ipotesi di rifiuti zero legata alla fusione, tecnologia al momento inesistente. Il convegno viene concluso da Cecchi Paone che elargisce meriti al Ministro e ribadisce sostegno a tutti i nuclearisti convinti che hanno partecipato. Si lamenta del silenzio intorno ai benefici del nucleare e della contestazione “senza futuro”, ma si congratula con il sindaco di Trino che, rivela, vorrebbe portare “in processione”. Paone consiglia di smetterla con questi referendum “su una cosa così complicata da spiegare”. Il livello di paternalismo e denigrazione che esce da tutti i pori di questi figuri nei confronti della popolazione arriva infatti a livelli altissimi, e allora bisogna smetterla con questa “parolaccia” delle scorie che, per la paura che trasmette, ha inciso sul sentimento popolare. Cecchi Paone probabilmente si immagina ancora protagonista di un reality di dubbio gusto quando gioisce perché con un “condottiero come Fratin” sarà possibile ottenere il risultato di riportare il nucleare in Italia.  Il nostro ex naufrago televisivo non si risparmia e così, per salutare colleghi e amici, incita a “lavorare in maniera visibile”. L’Italia vede la popolazione informarsi con la televisione: allora i decisori politici e gli  industriali devono “pretendere che almeno una delle televisioni italiane torni a fare alfabetizzazione scientifica”. Infine, in qualità di divulgatore scientifico, si lascia andare a un monito: “Non dimenticate la nuova medicina nucleare, diagnostica prima ancora che curativa, insieme all’intelligenza artificiale produrrà risultati sconvolgenti. Nell’era dell’unicità tutti dobbiamo collaborare e prendere esempio da Musk. Ma soprattutto non morite per i prossimi 5 anni perché il mix tra intelligenza artificiale e nucleare porterà a risultati senza precedenti.”  Lui sembra dirlo convintamente, chissà se anche ci crede:  “non dico che non si morirà più, ma sicuramente sempre di meno”.   Cecchi Paone sull’isola del programma tv 2. Stato avanzamento iter normativo Da Pichetto Fratin si evince la direzione del Governo che punta ad avere uno strumento normativo adeguato già entro l’estate per avviare l’iter di una ripresa nucleare. Dopo la legge delega, la norma prevede un periodo di 12 mesi per l’emanazione dei decreti attuativi. L’obiettivo dichiarato è quello di presentare i decreti legislativi entro Natale, da sottoporre poi ai pareri delle Regioni.    “Qual è il criterio oggettivo che dimostra che la volontà popolare è stata superata?” viene chiesto al professor Giovanni Guzzetta, oggi consigliere giuridico del Ministro sul nucleare sostenibile relativamente ai risultati dei passati referendum. L’ospite si rifà alla sentenza del 2012 della Corte Costituzionale che si è espressa circa la possibilità di ripristino di una disciplina abrogata qualora si verifichi un mutamento nel quadro politico o nella situazione di fatto. La risposta, dunque, conferma la linea che corre lungo tutto il convegno: da una parte l’attuale atteggiamento verso il nucleare considerato più articolato e complesso rispetto al quesito referendario di allora (quadro politico), dall’altro l’ancora sottolineato miglioramento delle tecnologie e della disciplina nazionale e internazionale sulla sicurezza (situazione di fatto). Stando a ciò, la disciplina abrogata può essere ripristinata. Per quanto riguarda gli standard di sicurezza, il DDL rinvia sostanzialmente alla determinazione di quelli basati sulle indicazioni delle agenzie internazionali, oltre che a quelli rivolti alla struttura morfologica dei territori. Il ruolo di controllo sulla sicurezza, indica, non dovrà necessariamente essere affidato al Ministero, ma piuttosto a specifiche agenzie tecniche, scaricando così gli oneri. Riguardo alle procedure, invece, si sottolinea l’esigenza di una semplificazione per favorire gli investimenti privati: “Affrontati certi nodi, si può proseguire con l’iter amministrativo”. Sui grandi finanziamenti che il nucleare richiede però, il DDL non prevede una soluzione netta. Emerge il suo avere “una funzione di indirizzo politico chiara”, cioè quella di “uscire dall’opzione zero sul nucleare”. Per evitare di scontrarsi con la diffidenza di molti, dunque, e innescare il processo in cui “riabituarci all’idea”, nessuno scenario è precluso, ma si favoriscono le compartecipazioni pubblico-privato. In nome di questo adattamento tutto servirà a superare il tabù, così come il potenziamento degli accordi con la ricerca e le università. Presentando il nucleare come una grande opportunità per i territori, sia dal punto di vista lavorativo, economico che – addirittura – in termini di valorizzazione del territorio (attraverso le compensazioni), aggiunge, poi, che il DDL prevede che le intese tra Stato e Regioni siano vincolanti. Tuttavia, per evitare stalli, il quadro costituzionale permette allo Stato di procedere anche in caso di diniego regionale qualora esistano esigenze di carattere nazionale sovrastanti o atteggiamenti ostruzionistici da parte di una regione. È proprio sul valore territoriale anche Picchetto presenta il nucleare non solo come fonte di produzione di energia, ma anche – udite, udite! – di tutela territoriale, al contrario di eolico e fotovoltaico che tappezzerebbero il nostro patrimonio naturalistico (e turistico). Ministro Pichetto Fratin Il piano mira a una chiusura dell’iter complessivo entro il 2050. Per garantire che la normativa non venga smantellata da governi successivi, Guzzetta sottolinea l’importanza di avere la certezza legislativa: dopo aver “fatto riabituare” l’opinione pubblica, chiamare questa al voto referendario tra il 2028 e il 2029 non solo è ipotizzato ma è visto come un’opportunità per saldare il posizionamento pubblico favorevole e, così, rendere difficile un’inversione di rotta da parte di altri governi. 3. Soggetti in campo: tra pubblico e privato C’è spazio poi per i rappresentanti di categorie, gli attori pubblici, semipubblici e privati che si stanno adoperando per il ritorno al nucleare nazionale.  Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia – realtà partecipata da ENEL, Ansaldo Energia e Leonardo – ammonisce sull’importanza di educare un pubblico (che si presume possa essere in parte diffidente) tramite dati oggettivi e un metodo comparativo che consisterebbe nel confrontare scenari energetici diversi a seconda del futuro che vogliamo. Tutto bello, peccato che per Nuclitalia, che si è assunta questo compito, pare comunque non ci siano troppi dubbi su quale sia lo scenario su cui valga la pena approfondire: è quello nucleare, con cui l’Italia avrebbe non solo a disposizione una fonte energetica a basso costo ma anche il volano per rilanciare filiere industriali in declino. Quindi più che partire da un futuro desiderabile a valutare le condizioni per raggiungerlo, vengono prima poste le condizioni e da queste dedotte le conseguenze, come se condizioni e futuro a cui ambire non potessero che essere queste. A Mastrantonio fa subito eco Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria Energia, che ribadisce come il nucleare “non sia una scelta ideologica, ma una necessità”. Gli interessi dell’industria e del Paese in questo senso sarebbero perfettamente allineati, e le crisi contemporanee (le guerre in Ucraina e in Iran) stanno lì a dimostrarlo.  Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, sollecitato sull’Italia intesa come seconda industria nucleare europea (nonostante i referendum, sintomo di “un rifiuto quasi inconscio”, secondo il moderatore) si spertica sulla bellezza del nucleare come tema di ricerca: un oggetto tecnologico che porterebbe in dote la continua capacità di “inventare qualcosa di nuovo”. Per questo i giovani studenti, definiti ormai laici (non ideologici), non resistono all’appeal di un corso di studi che al Politecnico fa bei numeri in termini di iscritti.  Stefano Buono, Newcleo Infine è il turno dell’azienda Newcleo, impegnata nello sviluppo di reattori modulari di quarta generazione e per questo trattata come la punta di diamante della rinascita nucleare italiana. Newcleo rappresenta così il privato e l’impresa che investono sul futuro grazie a grandi capacità di ricerca e innovazione, e ne è portavoce il fondatore, il fisico Stefano Buono (estromesso però dal ruolo di presidente dall’assemblea dei soci investitori a giugno 2025: forse al di là dei lustrini della propaganda non tutti erano convinti della bontà delle ultime innovazioni). Buono loda il DDL ma ammonisce sulla necessità di decreti attuativi che – non sorprende nessuno – vadano nella direzione di semplificazione burocratica sul modello degli Stati Uniti. Basta con le lungaggini dei processi autorizzativi e viva un’amministrazione moderna che permette di muoversi velocemente.   In sintesi, quello che emerge è un sistema Paese che avrebbe tutte le capacità e gli strumenti per tornare al nucleare non domani, ma subito; un sistema che in larga misura è sulla stessa lunghezza d’onda e marcia compatto. Eventuali resistenze sono il lascito di paure ormai illogiche, frutto di incidenti del passato che non hanno più senso di essere temuti perché siamo ormai approdati a nuove generazioni tecnologiche che permetteranno di non avere più scorie (“non si rilascia più niente”, sentenzia Cecchi Paone) e mettono in campo nuovi meccanismi di prevenzione del rischio.  C’è ancora un problema, però: “convincere la popolazione” secondo Buono. Questa cocciuta popolazione che, chissà per quale irrazionale motivo, proprio non capisce che il nucleare sarebbe ripristinato nei suoi interessi.   4. Ruolo di Torino e del Piemonte Torino si sa, nel campo dell’innovazione si contende da sempre il primato di città del futuro e della tecnologia e il nucleare non poteva che rientrare tra le etichette che accrescono l’immaginario positivista e tecnocratico dei politici della nostra città e del Piemonte, da destra a sinistra.  Per una città in crisi come quella dell’auto, il nucleare rappresenta un altro settore su cui puntare. Presenti sia il Presidente della Regione Cirio che il sindaco di Torino Stefano Lo Russo: approcci diversi ma con un comune obiettivo, sfruttare le potenzialità dell’intellighenzia e il savoir faire torinese per essere pionieri della “nuova” tecnologia energetica “green”. Il sindaco del PD si discosta dalla linea del partito, accarezzando l’idea atomica e di fatto appoggiando e sostenendo un convegno che della propaganda sul nucleare ne fa la propria bandiera.  Forse è alla luce (o meglio al buio) delle centinaia di blackout del giugno torinese che hanno mandato in tilt la città che Lo Russo è arrivato a dare per buona qualsiasi soluzione di fronte a un problema che sembra ingestibile e che rischia di far crollare il consenso verso le elezioni 2027, secondo lui infatti il nucleare diventa l’ennesima carta per riparare all’enorme richiesta di energia di cui la città avrebbe bisogno. Per risolvere le ondate di calore e i blackout che colpiscono i cittadini anche a causa dei condizionatori? Certo questi hanno un ruolo. Ma è più probabile che le preoccupazioni si rivolgono a dover garantire e rassicurare le imprese belliche in espansione o il raffreddamento delle nuove infrastrutture dell’IA, i datacenter. Come conferma il rappresentante della Camera di Commercio di Torino: “Serve il nucleare perchè ci serve energia per far funzionare le evoluzioni tecnologiche come l’IA e soprattutto le infrastrutture che la supportano, i data center, dal fabbisogno energetico enorme.” Non sono state menzionate le volte in cui gli ospedali sono stati a rischio blackout, i chili di cibo che le famiglie hanno dovuto buttare nella spazzatura perché i congelatori sono stati paralizzati o ancora le persone anziane o malate che si sono trovate senza condizionatore per ore se non giorni, con picchi sopra i 40°C. Secondo il sindaco, l’elettricità diventa sempre più importante per soddisfare  i bisogni di tutti e, ad oggi, non è presente nessuna fonte che sia in grado di risolvere il problema energetico. È qui che si inserisce il nucleare e che l’atomo fa capolino nel mix energetico.  Pagliacciate in consiglio comunale a Torino Come concentrare l’attenzione della popolazione sui suoi presunti benefici?  Lo Russo invoca una certa neutralità della scienza, l’unica che può entrare in gioco in un terreno così “ideologicamente compromesso”: c’è bisogno di un quadro laico per superare le paure dei torinesi e per crearlo è necessario investire su un sapere iperspecializzato, affermazioni contraddittorie sentite più volte. È ormai ben noto come gli investimenti deviino il corso delle cose, plasmino un’informazione e una formazione che non sono mai scevre da indirizzamenti politici. Soprattutto se si tratta di un tema così controverso e che di fatto rappresenta una tecnologia cosiddetta dual use come il nucleare. E quale migliore città se non Torino, con il Politecnico e un settore industriale all’avanguardia, per poterne esplorare le possibilità?  Anche Cirio parte dalla situazione energetica attuale per approdare alla necessità impellente dell’energia atomica. La prende alla larga, cogliendo l’occasione per criticare, senza veline, i vari movimenti che si sono occupati della difesa dei propri territori, colpevoli di cieca ideologia (ancora una volta) e di aver impedito il progresso e l’autonomia energetica del Paese. Non poteva non citare i No TAP (fratelli del sud di quei delinquenti dei No Tav), che hanno rischiato di portare al collasso il sistema energetico italiano tentando di impedire la costruzione del metanodotto che “dal 2022 ha salvato il Paese permettendo l’approvvigionamento di gas dall’Azerbaigian dopo aver abdicato al gas russo”. Secondo il Presidente il nucleare è l’unica energia in grado di rendere veramente indipendente l’Italia dall’estero: “Occorre coraggio e portare avanti una battaglia essenziale”, dice elogiando il Ministro Pichetto Fratin e la sua decisione di scommettere sul ritorno all’atomo. Da buon piemontese, ricorda come la terra vada rispettata e come il mix energetico debba tenere conto delle aree rurali in crisi, senza sfruttarle per produrre energia come è avvenuto per tanti progetti di fotovoltaico ed eolico (il problema viene sollevato qui in maniera strumentale ma grazie al lavoro di messa in rete tra comitati abbiamo sviluppato un’ampia conoscenza a riguardo, scevra da strumentalizzazioni politiche con l’obiettivo di dare spazio alle rivendicazioni di agricoltori e abitanti delle aree coinvolte in questi progetti). Come dirà Fratin poco dopo: “L’Italia è troppo bella per essere tappezzata da pale eoliche”. Si potrebbe essere d’accordo, se non fosse che l’Italia è troppo bella anche per essere minacciata dalla costruzione di nuove centrali nucleari che da sempre rappresentano una fonte di instabilità, subordinazione, e minaccia per i territori dove sorgono e per chi li abita. Cirio con le nocciole del Piemonte Cirio e Lo Russo concordano: Torino deve diventare il polo della ricerca, del trasferimento tecnologico, la città dove mettere a profitto le menti giovani per risolvere il problema energetico e fare da capofila del ritorno dell’atomo, sfruttando finanziamenti e investimenti annessi. La filastrocca è sempre la stessa: investire sulla ricerca per creare valore aggiunto, aprire le porte al futuro di possibilità che solo il nucleare può garantire. Un futuro “sostenibile” e “sicuro”, frutto di anni di ricerca e avanzamenti che a Torino non si sono mai fermati, che sono andati avanti incessantemente nonostante i freni a mano tirati da una popolazione troppo “emotiva” per capire l’importanza del progresso tecnologico e le potenzialità di questa tecnologia e una politica incapace di affermarsi e cambiare il corso delle cose. Menomale che è arrivata Meloni? Ad assicurare l’impegno del mondo accademico, e quindi della ricerca e dello sviluppo tecnologico nell’ambito nucleare, è il rettore del Politecnico di Torino, Stefano Corgnati. E quale migliore curriculum per un ruolo del genere: dottore di ricerca in Energetica e Professore ordinario di Fisica Tecnica e Ambientale del Dipartimento Energia al Poli. Secondo Corgnati è proprio grazie allo sviluppo tecnologico che si può far capire quanto il nucleare sia una fonte sicura, soprattutto alla luce degli avanzamenti della tecnologia digitale che, analizzando i dati, dovrebbe porre delle condizioni di sicurezza ancora maggiori. Il solito cane che si morde la coda: più sicurezza digitale, più richiesta di energia, più nucleare, più sicurezza digitale e via dicendo, in un ciclo di accumulazione energetica e quindi di capitale. Vivisezionando il comparto del sapere, Corgnati continua, sostenendo che il ruolo dei Politecnici sia stato fondamentale in questi anni per tenere accesa la miccia del progresso: c’è sempre stata una nicchia che si è concentrata su quello che è un comparto ad elevata intensità di sapere e con un continuo tasso di innovazione, una tecnologia dalle mille e una possibilità di profitto da coltivare a dovere. Non solo, la tecnologia nucleare permette di costruire “visioni per il futuro” secondo il Rettore, che rilancia con vanto il boom degli iscritti all’indirizzo sull’energia nucleare della magistrale in Ingegneria Energetica e Nucleare. Ammette a gran voce quello che è il ruolo dei Politecnici: formare giovani per alimentare la forza lavoro. Corgnati stringe la mano al Ministro delle Imprese Adolfo Urso Ciò che non viene discusso sono i lauti finanziamenti che, nello specifico, il curriculum di Nuclear Engineering riceve da Newcleo, la quale supporta gli studenti con borse di studio e progetti di didattica innovativa. Ciò che viene omesso riguarda la scelta di come quel curriculum venga indirizzato da  opportunità lavorative maggiormente presenti in quel settore, dove le grandi imprese stanno puntando. I tassi di occupazione a seguito del conseguimento di una laurea in Nuclear Engineering sono maggiori del 90% a un anno dal conseguimento, a differenza dei tanti altri volontariamente sottosviluppati, come ad esempio quello delle rinnovabili su piccola scala. Tante sono le opportunità di ricerca per il settore: in un momento di definanziamento totale dell’Università pubblica, i grandi sponsor si fanno avanti, facendo del lavoro precario un’arma da utilizzare per alimentare le proprie imprese. Insomma, piena disponibilità da parte del Politecnico ad assumere un ruolo centrale nello scacchiere radioattivo, e chissà se questo impegno non traghetterà il rettore a qualche poltrona di più alto rango? Alcuni giornali lo dipingono già come un papabile sostituto di Cirio. Il ruolo centrale del Piemonte viene confermato anche dal Ministro biellese Pichetto Fratin: la regione si conferma essere una terra di innovazione e ricerca, ricca di un certo “hummus culturale” non meglio definito, pronta a chiarire in termini tecnici i vantaggi che può avere questa tecnologia, grazie in particolare al Politecnico. Nei prossimi mesi si potrà far chiarezza su quell’ “humus culturale” di cui parlano il Ministro e i suoi alleati, ribaltando una narrazione che non rappresenta il vero volere di chi abita questi territori.   Ma c’è un altro capitolo che interessa la regione e ne caratterizza il passato: quello delle scorie. Il triangolo delle scorie in Piemonte Storicamente il Piemonte è interessato dal tema del nucleare, sia per la centrale “Enrico Fermi” a  Trino e i siti satelliti tra cui l’impianto EUREX, il Deposito Avogadro di Saluggia e l’impianto FN di Bosco Marengo, che per la mole di scorie che nella regione sono custodite. Il 78/79% delle scorie radioattive del Paese si trova in Piemonte, proprio in depositi temporanei come quello di Saluggia e quello di Trino. Negli ultimi anni si è tanto dibattuto del Deposito Unico Nazionale che dovrebbe rappresentare l’approdo definitivo per il materiale di scarto radioattivo, un’opera che, sebbene necessaria, è sempre stata gestita con approssimazione e senza una proposta realizzabile e affidabile da parte di Sogin. Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) è la S.p.a dello Stato responsabile del decommissioning (smantellamento e bonifica) di tutti i siti nucleari italiani e della messa in sicurezza dei relativi rifiuti radioattivi. Nel 2021 la società ha pubblicato la prima CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee) individuando 67 luoghi idonei, mentre nel 2023 ha pubblicato la CNAI (Carta Nazionale delle Aree Idonee), contenente 51 siti idonei. Ad oggi la situazione è in stallo, dopo tre anni niente sembra più essersi mosso e Sogin non concede certezze né accenna a una potenziale calendarizzazione dei prossimi passi. CNAI La Sogin inizia il proprio intervento paragonando le scorie a dei leoni: “Cos’è pericoloso e cos’è rischioso? Se metto il leone in una gabbia, il rischio che il leone mi aggredisca è basso, dobbiamo fare tante gabbie”. Insomma, il nucleare non può venire definito pericoloso, ma solo rischioso. Un rischio che verrebbe attenuato grazie alla costruzione di un Deposito Unico adeguato, su cui si è concentrata l’azienda pubblica nelle ultime decadi con scarsi risultati. Oggi in Italia ci sono 33 depositi provvisori, 23 per bassa e molto bassa attività e 10 per bassa-intermedia attività. Il Deposito Unico Nazionale dovrebbe sostituire tutti questi: un unico centro passivo (quindi senza persone che controllano, così dice Sogin) con triple barriere e senza emissioni per il territorio. Non solo una sicurezza per i territori che da decenni ospitano “temporaneamente” sostanze radioattive, ma un simbolo di prestigio e privilegio che avrà l’onore di ospitare anche un parco tecnologico che dovrebbe occuparsi di medicina nucleare, sempre a detta di Sogin.  Manifestazione No Nuke in provincia di Vercelli La vicenda del Deposito Unico Nucleare si intreccia nello specifico con il destino della città di Trino. Nonostante non fosse nella lista di possibili siti destinati alla creazione del Deposito, il sindaco Pane ha presentato nel 2023 un’autocandidatura, rendendo disponibile la città di Trino a ospitare la costruzione della struttura definitiva per le scorie. Un meccanismo controverso quello della presentazione delle autocandidature: perché proporre il proprio territorio quando non compare nella lista dei luoghi idonei realizzata da esperti che, a loro dire, hanno sezionato l’intero stivale per proporre delle soluzioni “adeguate”? In sintesi, come può essere idoneo un territorio che non è presente nella lista delle aree idonee per il Deposito Unico? La risposta è semplice, e i cittadini di Trino e dei paesi limitrofi l’hanno riportata a gran voce: Trino non è idonea, e tanti sono i motivi che la definiscono come tale. Sconvolgente è la postura del sindaco Pane che, nonostante fosse stato costretto a ritirare l’autocandidatura alla luce della contrarietà della popolazione, si ripresenta in veste di paladino dell’atomo e coraggioso gladiatore del palcoscenico, forte, a suo dire, di avere avuto in passato la capacità diplomatica necessaria ad ottenere il sostegno degli abitanti che finalmente si sarebbero scrollati di dosso l’ideologia malsana no-nuke, per aderire alla proposta di un futuro radioso per la città di Trino. Un futuro meritato e che potrà essere finalmente conquistato ospitando una delle strutture più sicure della terra, il Deposito Unico. La Stampa 1986 sulla manifestazione a Trino Una auto-sviolinata nauseante che stona con la realtà dei fatti, ovvero la volontà della popolazione di tutelare, ancora una volta, il proprio territorio da chi propone progetti per tentare la propria scalata politica. Il sindaco Pane ribadisce con nonchalance come la convivenza con i rifiuti nucleari non sia mai stata “ingombrante”, come il nucleare sia sempre stato accolto fin dagli anni ‘60 a braccia aperte dai residenti e come il vero problema sia un altro per il territorio: l’amianto. Altra piaga sicuramente drammatica della storia del territorio, ma che sicuramente non si può “sostituire” a quella radioattiva dell’epoca della centrale atomica. Nonostante la storpiatura storica elaborata dal sindaco, la popolazione della zona è ancora pronta a ricordargli da che parte sta e che la decisione sul futuro del territorio spetterà a loro. Manifestazione a Trino contro il Deposito Unico Nucleare nel 2024 5. Conclusioni e nostra prospettiva In tutta onestà, il fatto che da questo evento potesse risultare un discorso a senso unico in qualche modo ce lo si aspettava, visti anche gli investimenti di 7,5 milioni di euro previsti nel decreto legge per il 2025 e 2026 al fine di finanziare la campagna informativa a sostegno del nucleare. Purtroppo però si è perfino riusciti ad andare oltre, riducendo, a tratti anche goffamente, “Da Fermi al Futuro” a un mero spot pubblicitario pro-nuclearista. È proprio questo che alla fine lascia uno strascico di interrogativi  sulla serietà comunicativa del convegno e sulla trasparenza nei confronti dei cittadini: nel momento in cui si imposta un discorso sul futuro del Paese e su una pianificazione energetica strategica, le rappresentanze istituzionali non possono e non devono ridurre la questione a marketing. Il solo fatto di non avere programmato un contraddittorio sarebbe di per sé sufficiente a derubricare l’evento a una sorta di “televendita”, ospitata però, ricordiamolo, all’interno di un medium importante e programmato come la prima di una serie di iniziative. Ci pare importante dunque provare a tirare le somme di ciò che è stato detto. Se da un lato il ricorrente appello ai giovani (“ci salveranno i giovani!”, gli stessi giovani che vengono criminalizzati, ci teniamo ad aggiungere, quando questi esprimono il loro dissenso verso le politiche del governo italiano) pare essere un tassello fondamentale per il superamento delle spinte emotive del passato che hanno reso il nucleare un tabù, le migliorie tecnologiche (a oggi però solo sulla carta) elencate costituiscono l’altro leitmotiv della giornata. Non c’è da stupirsi, d’altronde: nella strategia governativa entrambi i punti dovrebbero rappresentare le modifiche (del quadro politico relativamente a un mutato atteggiamento della popolazione e delle situazioni di fatto in merito allo sviluppo tecnologico) necessarie per la presentazione di un futuro referendum abrogativo. In parallelo appare evidente il tentativo di sminuire il valore dei due referendum post Cernobyl e Fukushima (1987 e 2011) laddove si sostiene che nel primo caso non ci fosse  difficoltà di approvvigionamento energetico come oggi (come a dire che le questioni geopolitiche avrebbero, al lato pratico, maggior peso rispetto al rischio di un incidente nucleare), mentre del secondo se ne evidenzia retrospettivamente l’utilita’ per la diminuzione di incidenti e rischi futuri, sottolineando, tra le righe, gli enormi passi avanti fatti negli ultimi 15 anni (guarda caso!) dalla tecnologia dell’atomo in tema di sicurezza. Argomentazione che fa a pugni con quanto, ad esempio, sostiene il movimento no-nuke giapponese (vedi ad esempio la testimonianza dell’attivista Sabu Kohso). L’obiettivo principale del convegno è stato quello di impostare un discorso su come orientare l’opinione pubblica in modo subdolo verso un ritorno all’energia nucleare. I temi portati a sostegno vanno dalla creazione di valore sociale ed economico allo sviluppo di una supply chain per la creazione di una filiera nazionale, dal nucleare inteso come fonte non fossile alla sua sicurezza intrinseca. Dal connubio tra sviluppo di nuove centrali e ricerca in campo medico, agli svantaggi relativi allo stoccaggio delle scorie e al decommissioning intesi come processi slegati da centrali in funzione, e ancora dalla circolarità della futura tecnologia nucleare idealizzata praticamente come una “produzione a moto perpetuo” alla garanzia di autosufficienza energetica e di prezzi più bassi. Un vero e proprio climax ascendente di dichiarazioni entusiastiche culminato in una perla motivazionale dal sapore di slogan pseudo-scientifico e transumanista: “Non morite nei prossimi cinque anni perché dobbiamo riportare il nucleare in Italia!” Ora, battute a parte, i punti elencati mostrano contraddizioni, a tratti imbarazzanti, che meritano perlomeno delle brevi considerazioni. Al di là del fatto che le tariffe odierne dimostrano quanto il costo del nucleare non sia per niente conveniente sul mercato, è tutto da dimostrare che una centrale di quarta generazione (a oggi non esistente) potrà in futuro vivere di “autogenerazione” (“non emetti più niente, non consumi più combustibile”) senza la necessità di nuove barre di uranio. Quindi il tema legato all’autosufficienza energetica appare di per sé un’utopia. Passando invece al tema delle scorie (pardon, “rifiuti” o “residui”, perché, come già evidenziato in precedenza, a detta dei partecipanti al convegno “scoria” sarebbe una “parolaccia” creata per fare “terrorismo”), negli interventi da noi ascoltati non vi è traccia del fatto che il 99% di quelle prodotte in passato dalle nostre centrali rimane attualmente  stoccato all’estero in attesa di rimpatrio, un “disturbo” fatto ai paesi “ospitanti” non gratuito, ovviamente, ma pagato dalle nostre bollette. In compenso, ci si spinge ad annunciare che i “residui” delle centrali di quarta generazione non saranno pericolosi ma paragonabili a quelli ospedalieri. Ma non finisce qui, si sostiene ancora che servirebbe ripartire con nuove centrali a fissione, producendo quindi ulteriori scorie, per ottimizzare gli svantaggi dovuti alla presenza comunque obbligatoria dei depositi temporanei e i processi di decommissioning (smantellamento) dei vecchi impianti: un po’ come ricorrere all’assunzione di alcol in condizione di ipotermia, un finto rimedio che peggiora la situazione. Tra l’altro, piccola puntualizzazione, sempre in tema di decommissioning, un dato anch’esso non pervenuto nel discorso: dei 213 impianti nucleari chiusi a oggi solo 9 possono essere considerati bonificati completamente. Ma il punto forse più sorprendente tra quelli elencati è quello che viene presentato come una supposta interdipendenza tra energia e medicina nucleare. Perché parlare di diagnosi precoce del cancro, di maggiori possibilità di guarigione? A pelle, crediamo che nessuno abbia mai pensato di considerare un tabù la ricerca nel campo della medicina nucleare! E che c’entra questa con gli Small modular reactors o i reattori di quarta generazione? O addirittura con la fusione nucleare? Manifestazione in provincia di Vercelli Forse è proprio da qui che deve partire una riflessione seria. Nonostante si continuino a sbandierare i benefici economici che l’atomo dovrebbe portare alla bolletta energetica, appare evidente che la ricerca nucleare abbia per sua natura costi elevatissimi, il che comporta la costante ricerca di sponde con cui condividere la spesa. Così è sempre stato con il nucleare civile e quello militare, così emerge qui dalle dichiarazioni sugli enormi costi legati alla medicina nucleare. Il dubbio, ovviamente, non è se investire o meno nella ricerca medica, piuttosto ci domandiamo se sia plausibile programmare una spesa di 200 miliardi di euro per la creazione di un impianto energetico nucleare nazionale, viste le incoerenze sopra elencate e i lunghi tempi di realizzazione che non ci possiamo permettere se vogliamo davvero affrontare l’emergenza climatica che anno dopo anno batte ogni record. Sempre in tema di spesa, non è certo un caso che, sfruttando l’assist europeo e l’etichetta green data di recente al nucleare, tra gli obiettivi menzionati ci sia la volontà di portare in Europa l’idea che il sostegno pubblico non vada attuato solo verso le rinnovabili ma anche nei confronti di un’elettrificazione nucleare, intesa come processo di decarbonizzazione, il che darebbe accesso a quei 7-8 miliardi di euro annuali di oneri generali di sistema. Possiamo dunque riassumere che la scommessa del nucleare a oggi sarebbe quella di massimizzare il contributo di una ricerca che ha continuato a lavorare in sordina in questi decenni e puntare su uno sviluppo industriale che crei crescita nella speranza che tutto questo ripaghi in futuro degli sforzi e dei costi iniziali da sostenere, al momento tuttavia non comprovabili né finanziabili in maniera chiara. Il suggerimento pare dunque essere quello di non sbilanciarsi nel parlare solo di potenzialità, ma di quanto si sia in grado di fare realmente oggi, perché del risparmio in bolletta non si può conoscere né la tempistica né l’importo reale. In conclusione, seguendo l’impostazione dettata dal convegno relativamente al tenere un approccio non ideologico verso l’argomento e restando quindi su un piano tecnico-pratico, possiamo dire che l’insieme degli interventi ha confermato una visione priva di certezze, ricca di slogan e con alcuni pericolosi “non detti” che dovrebbero allertare l’opinione pubblica e i media. A tal proposito ci domandiamo se la stessa La Stampa e/o le piattaforme incaricate di ospitare i futuri “eventi televendita” pianificati dal governo, si sentiranno in dovere di porsi e di porre agli attori intervenuti alcuni interrogativi, cominciando (se possiamo dar loro dei suggerimenti) dalle dichiarazioni a tratti deliranti che dipingono la quarta generazione di reattori a fissione come gioiellini privi di produzione di scorie pericolose e autorigeneranti in termini di barre di uranio. 
Il tempo del 41-bis. Nelle prigioni italiane si muore soli, lentamente e senza cure
(disegno di martina di gennaro) Ci sono malattie che arrivano durante la detenzione e altre che la detenzione accompagna per anni. Ci sono terapie che entrano nelle cartelle cliniche, si ripetono nelle prescrizioni e diventano parte della vita quotidiana. Poi ci sono i trasferimenti, le pratiche amministrative, i documenti che viaggiano da un istituto all’altro. A volte è proprio lì, negli ingranaggi più ordinari dell’amministrazione penitenziaria, che una vicenda apparentemente poco significativa finisce per raccontare qualcosa di molto più grande. È il caso di Tommaso Costa, sessantasei anni, detenuto da quasi venti e oggi ristretto presso la Casa di reclusione di Milano Opera in regime di 41-bis. Costa convive con la sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione sanitaria in possesso dell’associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presìdi utilizzati per il trattamento della malattia, tra cui Plaquenil, saliva e lacrime artificiali. Una documentazione che per anni ha accompagnato il percorso del detenuto: la necessità di cure continue non risulta essere stata mai messa in discussione. Secondo quanto riferito dal figlio e tutore legale di Costa, tuttavia, dopo il trasferimento dal 41-bis di Viterbo a quello di Milano Opera sarebbe emersa una difficoltà nell’accesso al collirio utilizzato per il trattamento della xeroftalmia associata alla patologia. La motivazione consisterebbe in una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza. A prima vista, questa potrebbe sembrare una questione burocratica. Un documento mancante, una pratica da verificare, un passaggio amministrativo da chiarire. Ma per una persona detenuta non esistono questioni amministrative neutre. Chi vive in carcere non può avere personalmente accesso alla propria documentazione clinica, non può verificare il percorso di una pratica, non può rivolgersi autonomamente a un altro medico o a un’altra struttura. La dipendenza dall’amministrazione esiste fin dal primo giorno di detenzione, ma quando gli anni diventano venti e alla detenzione si accompagnano una malattia cronica e terapie continuative, il peso di questa dipendenza diventa ancora più evidente. Se qualcosa si interrompe, se un documento non arriva, se una procedura si inceppa, è il detenuto a subirne le conseguenze. Secondo quanto denunciato dal figlio di Costa, non risulterebbe nel caso specifico alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Per questa ragione una diffida è stata trasmessa alla direzione della Casa di reclusione di Opera chiedendo chiarimenti sulla vicenda e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto. La questione, per quanto grave, e con pesanti conseguenze sul diritto alla cura di una persona, non riguarda naturalmente soltanto il collirio: una decisione che non viene formalizzata è una decisione difficile da conoscere, comprendere e contestare. Per una persona detenuta, conoscere l’esistenza e le ragioni di un eventuale provvedimento di diniego è il primo passo per poter attivare gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento, compreso il ricorso al magistrato di sorveglianza. Quando invece, come spesso accade, una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile esercitare i diritti di difesa e controllo che l’ordinamento riconosce. Non è la prima volta che come associazione riceviamo segnalazioni di questo tipo, riguardanti il carcere di Opera, da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni queste hanno riguardato decisioni che incidevano pesantemente sulla vita detentiva e rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego. È anche per questa ragione che la vicenda di Tommaso Costa non si è fermata alla diffida trasmessa dal familiare: a seguito della documentazione acquisita e delle criticità segnalate abbiamo trasmesso segnalazioni alle autorità competenti chiedendo accertamenti sulla continuità terapeutica del detenuto, sulla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Opera, sulle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e sull’eventuale esistenza di provvedimenti formali. Emergono da questa vicenda, però, ancora altre questioni. La prima è quella relativa al tempo. Quando si parla di 41-bis si discute quasi sempre di sicurezza, di proroghe, di organizzazioni criminali e di esigenze investigative. Molto più raramente si parla del tempo. Eppure il tempo è probabilmente l’elemento più concreto di tutti. Diciannove anni e mezzo non sono un dato statistico. Sono una parte enorme di una vita. Sono anni durante i quali una persona invecchia, si ammala, sviluppa patologie croniche e accumula fragilità che nessun provvedimento amministrativo può fermare. Non è un dettaglio secondario. Molte delle persone che oggi si trovano nelle sezioni di 41-bis vi trascorrono anni, spesso decenni, della propria vita. Molte hanno ormai raggiunto un’età avanzata, vi sono detenuti addirittura ultraottantenni e ultranovantenni. Il tema della salute, dell’invecchiamento e della non autosufficienza non rappresenta quindi una questione marginale, ma una realtà ormai centrale all’interno del circuito del 41-bis. Le vicende emerse negli ultimi anni sono molto diverse una dall’altra e non possono essere sovrapposte né semplificate. Hanno però contribuito a portare in primo piano una questione che per lungo tempo è rimasta ai margini del dibattito pubblico: che cosa accade quando una persona trascorre decenni della propria vita in detenzione mentre il corpo invecchia, la malattia avanza e le fragilità aumentano? Le condizioni cliniche di questi detenuti sono diverse una dall’altra, così come diverse sono le vicende personali e giudiziarie. Esiste però un filo che le attraversa tutte: il modo in cui il tempo, la malattia e la detenzione finiscono per intrecciarsi quando una persona trascorre decenni all’interno di questo regime. Nelle sezioni di 41-bis ci sono uomini e donne che vi trascorrono una parte enorme della propria esistenza. Anni che diventano decenni. Decenni che diventano vecchiaia. C’è chi riesce a uscirne e chi non ne esce affatto. C’è chi si ammala gravemente, chi muore durante la detenzione dopo percorsi segnati dalla malattia, anche quando da tempo vengono denunciate condizioni fisiche sempre più compromesse e incompatibili con la detenzione. C’è chi arriva a convivere con patologie che consumano lentamente il corpo, con ferite che peggiorano, infezioni che avanzano, arti divorati dalla malattia fino a conseguenze irreversibili. C’è chi arriva alla fine della propria vita logorato da malattie degenerative, fino a non riconoscere più le persone che ha davanti, a non riuscire più a nutrirsi autonomamente, a dipendere dagli altri perfino per i gesti più elementari della quotidianità. Ci sono persone paraplegiche che continuano a vivere in questo regime torturatorio pur necessitando di cure riabilitative costanti. Ci sono persone affette da patologie gravissime che continuano a essere ritenute compatibili con la detenzione nonostante il progressivo aggravarsi delle loro condizioni, e nonostante le contestazioni avanzate da familiari, difensori, medici e associazioni. Si potrebbe continuare ancora, ma il punto è chiedersi, piuttosto, cos’è che viene realmente valutato quando il potere decide dei destini di queste persone. Se ha un peso la malattia che avanza o se a contare è solo la storia giudiziaria che quella persona, a dispetto del passare dei decenni, continua a trascinarsi dietro di sé. Questa domanda attraversa molte delle vicende emerse negli anni attorno al 41-bis e continua a riemergere ogni volta che una firma in coda a un documento stabilisce la compatibilità tra una condizione di salute gravissima e la prosecuzione della detenzione. È dentro questa realtà che si colloca la vicenda di Tommaso Costa, e proprio per questo sarebbe un errore considerarla soltanto la storia di un collirio o di una pratica amministrativa. (luna casarotti, yairaiha ets) A proposito di questa vicenda, Giampietro Costa, figlio e tutore legale di Tommaso, ha voluto affidare a Yairaiha una riflessione sulla vicenda: “Il 41-bis è davvero efficace? Serve davvero a evitare contatti con i sodali all’esterno e a impedire che vengano impartiti ordini? Se così fosse, mi chiedo per quanto tempo debba essere applicato. Insieme a queste domande me ne vengono molte altre su questa misura e sulle ragioni per cui continua a essere applicata, considerato che mio padre è rinchiuso al carcere duro da circa diciannove anni e mezzo, è gravemente malato e continua a proclamare la propria innocenza. È un grido che rimbomba sempre di più nella mia testa. Mio padre è stato condannato all’ergastolo per un omicidio del quale si è sempre dichiarato innocente. In altri due processi nei quali era imputato, sempre per omicidio, è stato invece assolto perché non aveva commesso il fatto. Mi chiedo come il carcere possa davvero rieducare una persona se le viene negato il diritto alla salute. Come possa favorire il reinserimento quando si è esclusi da ogni forma di socialità. Potrei scrivere mille pagine su questo argomento. Mi limito ad aggiungere che spero, un giorno, per tutti i detenuti, il carcere possa essere davvero un luogo in cui chi ha sbagliato sconta una pena, ma non viene privato della possibilità di una seconda opportunità”.
detenzioni
In ogni caso nessun rimorso
Domenica 19 invitiamo tutt3 a Genova per le iniziative legate al 25 anniversario delle mobilitazioni popolari che si opposero alla riunione delle 8 “grandi potenze” proprio nella capoluogo ligure. All’alba del nuovo millennio con la fine della guerra fredda si stava iniziando ad affermare il neoliberismo e la demolizione delle libertà democratiche del ‘900: per 4 giorni consecutivi centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo protestarono e lottarono per un mondo migliore e più giusto, per lasciare alle spalle guerre, razzismo, sfruttamento e sessismo. I governi, con in testa quello italiano guidato dal tycoon Berlusconi, repressero senza pietà chi osó protestare, trasformando scientificamente la città in una zona di guerra. Alle FFOO fu permessa ogni tipo di violenza, sevizia, sequestro e persecuzione, fino all’omicidio. Tutti i protagonisti di quei giorni sono rimasti impuniti, anzi molti furono promossi e premiati e sull’omicidio di Carlo Giuliani i dubbi sono ancora tanti. Oggi come allora il centro sociale occupato e autogestito Gabrio sarà in strada, per ribadire che l’autorganizzazione delle persone è l’unica forma di resistenza al neo liberismo turbocapitalista.
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Minorenni in carcere da 6 mesi per i cortei per la Palestina. Una giustizia educativa
Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina. Vorremmo fare luce su un fatto preoccupante passato sotto il radar. Da 6 mesi infatti sono detenuti giovanissimi dai 16 ai 18 anni a seguito dei disordini dello sciopero del 3 ottobre. La legge italiana dovrebbe basarsi sul principio di imparzialità, proporzionalità della pena e funzione rieducativa di questa, tutta via questi ragazzi (alcuni dei quali senza precedenti e con le sole accuse di resistenza e danneggiamento) sono stati allontanati dalle loro famiglie, dalla scuola e abbandonati in carceri minorili e comunità a chilometri dalla loro vita, dopo un operazione in grande stile a pochi giorni dai fatti. In uno Stato in cui la burocrazia procede lenta, ci sono stupratori e mafiosi a piede libero ci sembra perlomeno sospetta la repentinità e la forza impiegata contro questi ragazzi. Gli stessi esponenti del governo che dichiarano: “se viene Netanyahu in Italia non lo arrestiamo”, si sono rivendicati l’operazione. Tutta questa insensatezza però si risolve quando consideriamo il fattore politico: quest’operazione si configura come vendetta del governo contro il movimento per la Palestina. Dipingono dei ragazzi come mostri e li usano da capro espiatorio: i violenti propal (anche se in quella piazza a scatenare gli scontri era stata la polizia), spaventando allo stesso momento i giovani che si mobilitano e creando divisioni nel movimento. A pagarne il prezzo? Dei ragazzini. Non accettiamo il divide et impera di un governo con le mani sporche di sangue che è debole coi forti e forte coi deboli, che con una mano firma decreti sicurezza contro chi manifesta e con l’altra depenalizza i reati con cui i politici rubano, non abbandoniamo questi ragazzi da soli a pagare il prezzo di una piazza in cui eravamo 100.000. Una giustizia educativa «Di che nazionalità era quello che ti passava le bottiglie da lanciare?» Una delle numerose domande, questa, che ha costellato l’interrogatorio svoltosi ieri presso il Tribunale minorile di Torino ai danni di 2 dei 6 imputati, arrestati lo scorso gennaio con l’accusa di resistenza e danneggiamento per aver partecipato alle mobilitazioni serali del 3 ottobre, durante il movimento Blocchiamo Tutto. Salta agli occhi da un quesito simile tutto l’indegno razzismo che ha coronato l’intera udienza. L’interrogazione procede ansiogena richiedendo se gli imputati fossero a conoscenza dei fondamenti di Hamas e se ne condividessero i valori, e ancora opinioni richieste riguardo il 7 ottobre, e addirittura insinuazioni riguardo ipotetici sensi di colpa che chi aderisce alle manifestazioni per la Palestina, come i ragazzi sotto processo, dovrebbero provare nei confronti dei “bambini israeliani”. II sionismo istituzionale non cerca nemmeno di celarsi dietro una presunta deontologia della professione di giudice. Un interrogatorio pressante che ha spesso esulato dall’oggetto del processo. Un interrogatorio strutturato per far dire ciò che il giudice voleva sentire nelle vesti di una confessione e con modalità volutamente provocatorie con il fine di indurre a reazioni che giustificassero il profilo aggressivo delineato dall’accusa e sotteso dalla corte giudicante. Ecco la portata educativa veicolata dal sistema penale minorile, che cerca di infondere nei ragazzi che disgraziatamente si trovano a rapportarsi con questa istituzione, il senso di colpa, la vergogna, l’impotenza, un sistema che in via cautelare allontana dalla propria famiglia rinchiudendo persone senza processo in un carcere minorile o in una comunità a kilometri da casa, impedendo di andare a scuola o di frequentare sport o attività essenziali alla crescita personale, che impedisce la socialità e l’appagamento di una vita significativa. Vogliono, in sostanza che quel marchio del “criminale” ti rimanga inciso sulla fronte per tutta la vita, perchè una persona, nonostante la propria giovane età, ha osato sfidare il potere costituito che poi, senza scrupoli, si vendica del fatto che milioni di persone abbiano bloccato il Paese intero mossi da un ideale di giustizia arrivato fino a noi grazie alla voce irriducibile della resistenza palestinese. Educazione equivale a sottomissione. Non servivano, per altro, le 2 ore di ritardo con cui è cominciata l’udienza, per ricordare ai giovani imputati che del loro tempo le istituzioni se ne fregano con assoluta convinzione. Sarebbero bastati i 6 mesi di detenzione, i mesi di attesa per avere un permesso per frequentare la scuola (quasi fosse una gentile concessione!). Tempo che è stato sottratto all’autodeterminazione, alla crescita, alle aspirazioni di queste persone, un tempo che nessuno avrà mai il potere di restituire. L’esito dell’udienza è stato 1 anno di messa alla prova, ci sarebbe da chiedere a chi bisognerebbe dare prova di cosa. Dopo 6 mesi di detenzione, non si è contenti del risultato e si vuole continuare a tenere nelle maglie strette della cosiddetta giustizia la vita di questi prigionieri politici. Giovedì 16 luglio verranno sottoposti a processo anche il resto dei minorenni arrestati a gennaio, e ancora una volta saremo lì. Perchè nessuno dovrebbe subire una violenza simile da solo e perchè liberare i nostri prigionieri è un dovere che rientra tra i compiti di chi si pone l’obiettivo di liberare questo mondo dal fascismo sionista che sta avvelenando le vite dei popoli di tutta la terra. Ce lo insegna la Palestina che indietro non si lascia nessuno e così continueremo a fare. La libertà è una lotta costante! LIBERTÀ PER I NOSTRI PRIGIONIERI POLITICI LIBERTÀ PER LA PALESTINA E PER I POPOLI DI TUTTA LA TERRA