il g7 approda a Evian sulla costa del Lago di Ginevra. Per l’occasione la
Svizzera chiuderà moltissimi varchi e dispiegherà 4000 militari sul territorio,
un assetto da guerra per impedire qualsiasi risposta popolare alla conferenza. I
cortei e le manifestazioni sono state di fatto impossibilitate. In quel weekend
i cittadini svizzeri sono anche chiamati al voto su due questioni: la prima per
il reintegro della leva obbligatoria; il secondo per la campagna “10 milioni”,
ossia promuovere una politica razzista e velocizzare le deportazioni con la
scusa della sostenibilità.
Contro il g7 si svolgeranno diverse mobilitazioni, per maggiori info:
NOG7 Genève – Du 13 au 17 juin 2026, construire la résistance internationaliste
à Genève
Radio Contre-sommet, un suivi radiophonique contre le G7 – Renversé
a 15 chilometri da Evian dove ci sarà il G7 c’è anche una ZAD,
occupazione contro la costruzione di un’autostrada che si solidarizza e
chiama delle settimane di costruzione e occupazione sul posto. dall’8 al
21 giugno.
https://renverse.co/infos-locales/article/re-juin-la-chab-8859
RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 09 06 2026
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
Il 30 Aprile con un documento di circa 75 pagine redatto da ministero della
giustizia, DNAA e altre forze di polizia, è stato rinnovato il regime di 41bis
per il prigioniero anarchico Alfredo Cospito. A sostenere il rinnovo una serie
di motivazioni che vanno dalle iniziative di solidarietà, anche
internazionali, e per ultimo l’episodio dell’esplosione nel parco degli
Acquedotti a Roma in cui hanno perso la vita Sara e Sandro: l’obiettivo è
costruire strutture gerarchiche e ruoli apicali all’interno delle realtà
anarchiche, mettendo al vertice la figura di Alfredo.
Venerdì 12 Giugno è stata fissata, con tempistiche eccezionali, l’udienza per il
ricorso della difesa contro questo nuovo atto di tortura che ambisce ad
estendere i confini del carcere duro. Si tratta dell’ultima possibilità sul
piano giuridico per contrastare il rinnovo del 41bis ad Alfredo. La decisione è
rimessa al tribunale di sorveglianza di Roma, con udienza a porte chiuse.
Numerose sono state le restrizioni, che andando ben oltre le esigenze imposte
dal regime speciale hanno gravato sulla vita di Alfredo: censura, limitazioni
agli acquisti e un bavaglio durato oltre un anno e mezzo.
Il 18 Maggio, però, dal tribunale di Bologna è stato possibile attraverso una
testimonianza risentire la voce di Alfredo che con una lunga dichiarazione ha
avuto modo di ricostruire l’esperienza del 41bis, dello sciopero della fame e le
condizioni a cui tante persone sottoposte al regime speciale vivono.
Insieme ad un compagno della Cassa Anti Repressione delle Alpi occidentali
rilanciamo l’iniziativa davanti alla sede del nuovo tribunale di sorveglianza di
Torino e la necessità di continuare ad organizzarsi contro il 41bis e la tortura
di Stato.
La Digos perquisisce abitazioni di militanti e simpatizzanti del Partito dei
CARC. Contestati volantini contro Marco Carrai, console onorario di Israele.
Sequestrati dispositivi elettronici e materiale politico. I CARC: “Tentativo …
Trentamila giovani all’evento di musica elettronica. Diverse testimonianze
denunciano perquisizioni invasive e controlli mirati delle forze dell’ordine
contro ragazzi di origine nordafricana. Un episodio che solleva interrogativi su
diritti e …
Dal Presidio No Tav di San Giuliano vi invitiamo a partecipare ad un campeggio
sui terreni liberati della Piana di Susa. Da Traduerivi a Santa Petronilla (dove
sorge il progetto […]
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notav.info.
Esprimiamo solidarietà totale e massimo sostegno alle proteste di massa del
popolo albanese.
Di Immigrital
Come gruppo multietnico di giovani e proletari in Italia, e fortemente
interconnesso alle prime generazioni, abbiamo sempre sostenuto le lotte nei
nostri paesi di origine, quali che siano.
Crediamo che sia l’unico modo per rompere il ricatto tra miseria nel proprio
paese ed emigrazione nel mondo: dall’interno e in autonomia, affinché spostarsi
sia scelta e non necessità, libertà e non costrizione.
Questa mobilitazione della società albanese assume molteplici forme, tutte
profondamente interconnesse.
AMBIENTE
Come noto, la famiglia Trump vuole acquistare un’area protetta nel Sud
dell’Albania. Nei pressi del fiume Vjosa, unico fiume selvaggio e incontaminato
d’Europa. L’isola di Sazan, che Ivanka Trump afferma di aver “scoperto” mentre
nuotava nelle acque albanesi. Zverneci e l’area di Narta, zone protette con un
preziosissimo ecosistema faunistico, dove migrano oltre 200 specie.
Queste zone sono legate da secoli, se non millenni, alla popolazione locale: un
legame che emerge nell’arte e nella cultura, nella musica e nelle tradizioni
orali. Non a caso sono rimaste incontaminate: sono considerate quasi “sacre”,
non in senso religioso ma come parte integrante dell’identità collettiva e del
rapporto ecologico costruito nei secoli tra abitanti e natura. E chiunque è
sempre stato benvenuto
CLASSE
Ben presto la protesta ha assunto dimensioni di massa, guidata dalla gioventù ma
con la partecipazione dell’intera società albanese.
Molti giovani lavorano anche 15 ore al giorno, sottopagati o non pagati. Nei
call center da cui si risponde alle chiamate provenienti dall’Europa
occidentale. Nella cucitura e tessitura di beni e merci che altrove vengono
rivenduti come eccellenze nazionali o prodotti di lusso, senza riconoscere il
‘made in ALbania’. Dietro un’etichetta prestigiosa, spesso, c’è manodopera (in
questo caso albanese) pagata una frazione del valore che produce.
C’è chi risponde alle chiamate dell’Europa da Tirana e chi serve i tavoli sulle
coste del Mediterraneo, senza potersi permettere una casa o una vacanza nei
luoghi in cui lavora. Di giorno nei call center che rispondono all’Europa,
d’estate negli alberghi e nei resort del turismo internazionale, la sera davanti
a un biglietto di sola andata per l’emigrazione.
Altri affrontano ogni anno la stagione turistica in emigrazione, spesso partendo
con un visto studentesco e condividendo le stesse condizioni di sfruttamento
vissute in Italia e nel resto d’Europa da lavoratori migranti di ogni
provenienza.
Ma la protesta non riguarda soltanto i giovani e la forza lavoro precaria, o i
disoccupati. Gli anziani sopravvivono grazie alle rimesse dei familiari emigrati
o con pensioni di miseria, e da mesi si mobilitano per ottenere condizioni di
vita dignitose. Le famiglie sono in strada. I bambini sono in strada.
Le coste stanno diventando sempre più inaccessibili per la popolazione locale.
Costano ancora poco per chi arriva dall’estero, ma sono ormai calibrate sugli
stipendi occidentali e, sempre più spesso, sulle esigenze del turismo di lusso.
Chi lotta dice: non siamo contro chi viene ma, da un lato, per lavoro equamente
retribuito e, dall’altro, accessibilità per chi vive in Albania e per tutti. E
contro, quindi, una direzione di esclusività e lusso -per altri e ‘stranieri
CONTESTO
Tutto questo si inserisce in un contesto in cui sanità, formazione e gran parte
dei servizi essenziali sono stati progressivamente privatizzati e segnati da una
corruzione endemica.
Un contesto in cui il welfare è stato largamente smantellato a partire dagli
anni ’90 e i diritti dei lavoratori sono estremamente deboli, spesso aggirati o
negati nella pratica quotidiana.
Eppure, proprio in queste condizioni, negli ultimi anni stanno emergendo con
coraggio forme di auto-organizzazione e di lotta in molti settori della società:
nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei percorsi di
formazione. Esperienze spesso isolate, ma sempre più diffuse, che hanno
contribuito a costruire il terreno sociale da cui nasce anche la mobilitazione
di oggi.
Per molti giovani albanesi, l’alternativa sembra spesso ridursi a due
possibilità: partire o arrangiarsi. È anche contro questo orizzonte che si sta
mobilitando una parte crescente della società.
NEOCOLONIALISMO E ANTI-IMPERIALISMO
Il processo di svendita dell’Albania va avanti da anni. Ospedali, scuole,
università, aziende, infrastrutture, patrimonio culturale, beni pubblici e
territori sempre più spesso sono svenduti a investimenti e interessi provenienti
dalla Turchia, dai paesi del Golfo, da aziende private della Cina, da paesi
europei e balcanici, dal Nord America o da grandi capitali russi.
Non esiste un campo “buono” da scegliere: si tratta di attori diversi che
partecipano, in forme differenti, allo stesso processo. Che si tratti di
multimiliardari, grandi aziende, fondi sovrani controllati da interi Stati o di
intrecci tra potere economico e politico, come nel caso della famiglia Trump, la
logica rimane la stessa: trasformare territori, risorse e comunità in occasioni
di profitto internazionale con la complicità di partiti e oligarchi locali.
Questa sensibilità non nasce dal nulla. La storia albanese è attraversata da
secoli di dominazioni e occupazioni esterne, contro le quali le popolazioni
locali hanno dovuto lottare per preservare la propria esistenza collettiva e il
diritto all’autodeterminazione. Gettando in mare occupatori nelle stesse coste
che Trump vuole comprare.
Per questo, nella mobilitazione attuale, la difesa del territorio, della dignità
sociale e dell’appartenenza popolare vengono spesso percepite come parti della
stessa lotta.
LA LOTTA
Per questi e molti altri motivi, la mobilitazione è diventata fin da subito una
lotta della società nelle sue molteplici forme, attraversando generazioni e
territori, e mettendo in discussione molteplici forme di oppressione.
Sia il Partito Socialista, al governo da quattro mandati, sia l’opposizione
storica del Partito Democratico, ritenuta da molti altrettanto, se non più,
corrotta, sono stati individuati come controparte e parte integrante del
problema. Insieme alla famiglia Trump, agli oligarchi locali e internazionali e
ai processi economici e politici che da anni alimentano il ricatto tra miseria
ed emigrazione.
È una lotta della società contro i partiti storici e contro i neocolonialismi.
Per la partecipazione, la democrazia dal basso e l’autodeterminazione. Per il
diritto ad appartenere alla propria terra e a decidere autonomamente del proprio
presente e del proprio futuro.
Per questo la mobilitazione viene percepita da molti come qualcosa di decisivo:
non riguarda soltanto l’oggi, ma soprattutto il domani.
Nelle piazze, nei cortei e negli spazi di incontro si respira rabbia, ma anche
entusiasmo, creatività e una diffusa sensazione di possibilità. Cartelli,
musica, ironia, slogan, discussioni collettive. Interi frammenti di società,
energici e creativi, contro i tentativi decennali di introiettare la passività,
la sconfitta, la rassegnazione, il fatalismo.
La protesta va avanti da una settimana, a oltranza. Si respira un clima di
fermento e gioiosità diffusa: organizzazione e immaginazione. Creatività e
precisione. Non si parla d’altro: pomeriggio in protesta, a oltranza durante la
serata, e il mattino confronti e produzione materiali. E per molti la sensazione
più forte non è soltanto la rabbia: è quella di non sentirsi più senza un
presente e senza un futuro
LA DIASPORA
Gli albanesi in Albania sono ormai poco più di 2 milioni. A questi si aggiungono
le popolazioni albanofone dei territori limitrofi e una diaspora di milioni di
persone diffusa in Europa e nel mondo.
E la diaspora, specie in Italia, si è immediatamente attivata. Nonostante le
frammentazioni prodotte da decenni di razzismo e classismo strutturale,
assimilazione forzata o marginalizzazione estrema.
Auto-organizzazione totale attraverso i social, i contatti informali, le
connessioni e le reti costruite negli anni. In molteplici città d’Italia. Da
Milano a Firenze, da Bologna a Padova, da Torino a Brescia etc
L’INTERNAZIONALISMO
Quanto brevemente descritto non riguarda soltanto l’Albania. Riguarda molti dei
nostri paesi di provenienza, attraversati dagli stessi processi: corruzione,
oligarchie locali, partiti venduti -bulli verso la popolazione e servili verso i
potenti, privatizzazioni, appropriazione di territori e risorse da parte di
investitori stranieri, emigrazione forzata. Assenza di opportunità e giustizia.
Paesi considerati da un lato sacrificabili per il lusso e gli interessi di pochi
-governi, oligarchi, multinazionali e stati- e dall’altro fonte di manodopera da
sfruttare, escludere, incarcerare e razzializzare una volta emigrata.
Dai Balcani all’Africa, dall’Est Europa al Sudamerica fino al Sud Asia.
Per questo rifiutiamo, in Italia, ogni tentativo di divisione artificiale
imposto dall’esterno. Non ci dividono le origini o le culture: le valorizziamo.
Ci uniscono invece condizioni materiali spesso simili, percorsi migratori
intrecciati e identità in auto-costruzione tra più paesi, più lingue e più
appartenenze tra strade e quartieri, fabbriche e lavori di cura.
Allo stesso tempo, in Italia, si è attivata anche una grande solidarietà da
parte di molte persone italiane, accolta con piacere. Grazie alla nostra
presenza ormai trentennale nei quartieri, nelle strade, nei lavori sfruttati,
nelle scuole, stiamo contribuendo a riportare alla luce responsabilità storiche
troppo spesso rimosse o silenziate: quelle dello Stato italiano e della società
italiana nella depredazione dell’Albania (in questo caso, ma anche oltre) e
nelle violenze esercitate contro le comunità migranti e i loro discendenti.
È anche l’ennesima dimostrazione che, se da un lato esistono processi che
tentano, dall’alto, di organicizzare esclusione e marginalizzazione,
sfruttamento e oppressione in Italia e all’esterno, dall’altro esistono ampi
settori della società italiana pronti a costruire solidarietà ma anche lotta
concreta
Riguarda l’Albania e gli albanesi ma non solo. Riguarda tutte le nostre comunità
migranti e proletarie. Riguarda chiunque rifiuti un modello in cui pochi
multimiliardari, arrivati da chissà dove, pretendono di decidere il destino di
territori, comunità e popolazioni che vivono quei luoghi. Come non esistessero,
e fossero oggetti di cui sbarazzarsi.
Loro attraversano il mare, in comodità, per comprare isole, coste e pezzi di
futuro. Dicono di “scoprire”, vogliono civilizzzare. Noi lo abbiamo
attraversato, con mezzi di fortuna e in clandestinità, per cercare futuro e
possibilità.
Loro navigano per lusso. Noi abbiamo navigato per superare frontiere.
Loro credono di poter comprare tutto. E a noi, oggi, dicono di “tornare a casa
nostra”, blaterando di “remigrazione”.
Ivanka Trump ha dichiarato, nel podcast di un guru della finanza, che questo
progetto rappresenta una delle più grandi sfide della sua vita.
Ebbene, sarà una sfida che perderà.
Per l’autonomia e l’autodeterminazione dei nostri paesi. Per chi è rimasto. Per
chi è partito. Per le nostre comunità proletarie e multietniche nei quartieri
delle città in cui oggi viviamo -che sono nostre.
Per il diritto delle persone e delle comunità a decidere da sé il proprio
presente e il proprio futuro.
Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale
sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e israeliano. Da
quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato
quotidianamente i cieli dell'isola per dirigersi verso lo scacchiere
mediorientale. Sviluppati dall'industria statunitense Northrop Grumman
specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta
stabile dal territorio catanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e
propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo.
Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base?
Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio
militare?
Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione
alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella
proveniente dalla base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava
da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran.
Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso
e il Mediterraneo. A partire dall’inizio del 2026, il “Triton” di US Navy
(codice di registrazione 169660 / VVPE660) era impiegato per svolgere dagli
Emirati operazioni di intelligence, riconoscimento e sorveglianza delle acque
del Golfo Persico, propedeutiche all’individuazione di alcuni obiettivi militari
e civili iraniani che sono stati colpiti dai bombardieri e dai sistemi
missilistici di Washington e Tel Aviv dopo il 24 febbraio.
Gli MQ-4C “Triton” sono tra i droni più avanzati e sofisticati delle forze
armate USA per lo svolgimento di lunghe e complesse missioni di sorveglianza dei
corridoi marittimi strategici e per la raccolta di dati d’intelligence sulle
forze “nemiche”. I droni sono basati sulla piattaforma dell’RQ-4 “Global Hawk”
prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. In
particolare, rispetto alla versione “madre” entrata in funzione con l’US Air
Force, questi velivoli montano una struttura alare rinforzata per operare in
condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine,
all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio.
Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, i “Triton” possono operare
entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine
massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. I velivoli
godono di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di
una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e
tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una
superficie di quattro milioni di miglia nautiche.
Quello giunto a Sigonella dallo scalo emiratino di Al Dhafra non è però l’unico
“Triton” utilizzato per la campagna bellica contro Teheran. Fin dalla vigilia
dell’attacco USA ed israeliano, non c’è stato giorno che dalla stazione
aeronavale siciliana non siano decollati verso il Medio Oriente droni MQ-4C di
US Navy. Sigonella ha assunto un ruolo chiave per l’individuazione di potenziali
obiettivi da colpire in Iran. “Questi velivoli tracciano i movimenti navali
militari e il traffico commerciale e svolgono un’efficace allerta preventiva
contro potenziali minacce asimmetriche”, spiegano gli analisti del sito
ItaMilRadar che monitorizza i voli militari nel Mediterraneo.
Le attività dei “Triton” sono poi propedeutiche alle operazioni di attacco vero
e proprio. L’esempio più eclatante risale all’8 marzo 2026, quando un MQ-4C
partito da Sigonella ha condotto una lunga missione in prossimità delle coste
nordorientali iraniane, presso il distretto di Bushehr che ospita una delle
maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per
l’arricchimento dell’uranio. Il velivolo si è poi diretto verso l’isola di
Kharg, terminal petrolifero da cui viene esportato quasi il 90% del greggio di
produzione iraniana. Sia il distretto di Bushehr che l’isola di Kharg sono stati
oggetto di un massiccio bombardamento USA, la notte del 14 marzo. E’ indubbio
che senza il monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target da
parte del “Triton” di Sigonella, non sarebbe stato possibile effettuare con
successo gli strike.
L’installazione di Sigonella ha svolto un ruolo chiave anche durante i
bombardamenti israeliani contro l’Iran nel giugno 2025. Poche ore dopo l’attacco
ai siti nucleari di Fordow, Natanz ed Esfahan, un drone MQ-4C “Triton” ha
effettuato una lunga missione nello spazio aereo del Golfo Persico, sorvolando
lo Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi nel corso della mattinata del
22 giugno, probabilmente per spiare le reazioni dell’Iran all’attacco dei
bombardieri B-2 e avere piena conoscenza di quanto accadeva alle forze navali
USA presenti nell’area.
Dal 18 aprile un “Triton” è stato trasferito dalla base di Sigonella a quella di
Muwaffaq Salti, nel distretto di Zarqa, Giordania; da lì, dopo il 21 aprile, ha
svolto numerose attività di intelligence top secret nell’area mediorientale.
“Dallo scalo militare giordano, il drone statunitense può monitorare attivamente
l’Iraq, la Siria, il corridoio del Mar Rosso, lo Stretto di Hormuz e parti della
Penisola arabica, mantenendo inoltre una flessibilità operativa in tutto il
Golfo”, spiegano gli analisti di ItaMilRadar. “La decisione di riposizionare il
Triton presso la base aerea “Al Hussein” sembra rispondere a considerazioni di
tipo operativo e politico. Il trasferimento in un’area prossima al Golfo
consente alla Marina statunitense di ridurre i tempi di spostamento e di
accrescere la presenza in orbita sulle aree critiche come lo Stretto di Hormuz
(…) Operando dalla Giordania, l’MQ-4C riduce l’esposizione politica come invece
è accaduto con un hub tradizionale come quello di Sigonella”.
Il trasferimento del drone da Sigonella alla Giordania ha accresciuto le
potenzialità operativa dell’assetto bellico, ma è probabile che abbiano pesato
sulla scelta di Washington le preoccupazioni espresse dall’opinione pubblica
italiana sul progressivo coinvolgimento del nostro paese nell’escalation del
conflitto contro l’Iran, dopo che sono stati documentati i voli spia di droni e
pattugliatori dalla Sicilia e il via vai dallo scalo di Aviano (Pordenone) di
aerei tanker per il rifornimento in volo.
La Giordania non ha portato fortuna ai droni “Triton” di Sigonella. La mattina
di giovedì 7 maggio, l’MQ-4C registrato con il codice 169804-Overlord02, dopo la
partenza dalla base “Al Hussein” è sparito ai radar mentre sorvolava lo spazio
aereo a nord dell’Arabia Saudita. Il velivolo aveva trasmesso qualche minuto
prima il codice di emergenza internazionale.
Un altro incidente era avvenuto il 9 aprile ad un analogo velivolo senza pilota
di US Navy. In quell’occasione il “Triton” era decollato però da Sigonella per
poi sparire in volo mentre sorvolava il Golfo Persico. Ad oggi restano ancora
ignote le cause della “scomparsa”: abbattuto dalla controaerea iraniana o
precipitato in mare per un guasto tecnico? Quel che è certo è che il 16 aprile è
stato trasferito a Sigonella dalla Naval Air Station di Jacksonville, Florida,
un velivolo gemello. ItaMilRadar ha tracciato il volo sull’Atlantico di
un Northrop Grumman MQ-4C “Triton” (codice VVPE602), dagli Stati Uniti alla
Sicilia. “Questa nuova dislocazione si è resa prontamente necessaria per
rimpiazzare il velivolo perduto lo scorso 9 aprile nel Golfo Persico”, hanno
spiegato gli analisti. “Il nuovo arrivo consentirà alla Marina militare
statunitense di mantenere inalterate le proprie capacità di intelligence a lungo
raggio nel teatro operativo”. Come abbiamo visto, due giorni dopo il drone
d’intelligence ha raggiunto la base aerea giordana.
I “Triton” operano dalla base siciliana dal 2024. In quell’anno furono
registrati quattro arrivi di droni dagli Stati Uniti d’America. Il primo
velivolo giunse il 30 marzo; il secondo il 19 aprile; il terzo il 18 luglio e il
quarto il 7 settembre. Da allora i droni sono stati impiegati operativamente in
missioni di intelligence e riconoscimento nel Mediterraneo centrale ed orientale
(fino a Gaza e alle coste di Israele, Siria e Libano), in nord Africa
(principalmente a largo delle coste libiche) e in est Europa (a supporto delle
attività belliche ucraine contro la Russia).
Immancabilmente Sigonella e la Sicilia intera vanno in ogni guerra…
Articolo pubblicato in Le Siciliane-Casablanca, n. 91, maggio 2026.
Martedì 9 Giiugno 2026 – Overjoy 280
Oggi musiche selezionate da Galas e proposte sulle ruote d’acciaio di RBO.
Sul finale Galas performa dal vivo la sua nuova release per Amoul Bayi Records.
DIRITTO DI SCIOPERO E LOTTE OPERAIE NELL’ECONOMIA DI GUERRA
APPELLO PER UN’ASSEMBLEA DI TUTTE LE FORZE SINDACALI, SOCIALI E POLITICHE
COMBATTIVE:
Riprendiamo da Si Cobas sindacato intercategoriale – lavoratori autorganizzati :
La delibera della Commissione di Garanzia dell’11 marzo, che colloca il settore
della logistica sotto la Legge 146/1990 sui servizi pubblici essenziali,
costituisce un vero e proprio attentato al diritto di sciopero. L’obiettivo è di
azzerare il conflitto e l’agibilità sindacale in un settore operaio tra i più
combattivi degli ultimi anni, che ha conquistato salario e diritti con lo
sciopero e si è rivelato punto di riferimento centrale per l’opposizione alla
guerra e alla complicità del governo italiano nel genocidio del popolo
palestinese.
Secondo la delibera della Commissione di Garanzia, laddove in una azienda, sia
essa multinazionale o “cooperativa”, si movimentino anche solo in parte beni
essenziali, i sindacati dovranno attenersi al termine di preavviso (10 giorni) e
attivare le procedure di raffreddamento prima di poter indire lo sciopero.
Questa delibera rappresenta il sogno di tutti i padroni della logistica, a cui
viene dato il tempo di riorganizzare i volumi e spostare le merci, limitando
l’efficacia dello sciopero: il suo unico scopo è quello di tutelare i profitti
derivanti dal supersfruttamento, dai salari da fame, dal caporalato e dalle
maxievasioni fiscali e contributive frutto del sistema marcio degli appalti e
subappalti, che proprio grazie agli scioperi e alle lotte operaie sono state
smascherate e in molti casi superate, restituendo salario, diritti e dignità a
migliaia e migliaia di lavoratori.
La delibera della Commissione di Garanzia contro il diritto di sciopero si
inserisce a pieno titolo nell’attacco repressivo e anti-operaio del governo
Meloni, insieme ai 7 decreti sicurezza già approvati e al Ddl “antisemitismo”
(in realtà pro-Israele), volti a prevenire e sanzionare le lotte sociali e
contro l’economia di guerra.
Come hanno dimostrato gli scioperi contro il genocidio in Palestina, contro
l’aumento della spesa militare e l’invio di armi – ora molto più difficili e
costosi – proprio i lavoratori della logistica hanno rivelato il peso e la
potenzialità del protagonismo operaio nell’ottica della ripresa vera di una
conflittualità più ampia, mostrando come intralciare efficacemente il sistema di
morte e sfruttamento.
Spuntando le armi dei lavoratori della logistica ed estendendo la legge sui
servizi pubblici essenziali – in linea con le tendenze repressive a livello
internazionale – i padroni e il Governo Meloni, veri mandanti di questa
delibera, colpiscono tutta la classe lavoratrice, provando a prevenire la lotta
al carovita e all’economia di guerra.
La mobilitazione contro la delibera 26/88 può e deve diventare l’avvio di una
battaglia più generale per cancellare l’intera legge 146/90, approvata e
peggiorata nel tempo da tutti i governi per ostacolare gli scioperi veri e un
sindacalismo conflittuale e di classe.
Al di là delle divisioni, al di là delle competizioni tra sigle, al di là della
settorialità delle lotte, spesso fisiologica, serve una mobilitazione unitaria
di tutte le realtà sindacali, di classe e combattive, le organizzazioni sociali,
i movimenti che si battono ogni giorno per la difesa delle lotte, e supportata
dai legali che da anni ne difendono l’agibilità.
Per questo chiamiamo un’assemblea nazionale il 27 Giugno con l’obiettivo di
lanciare uno sciopero generale, unitario, che rigetti questo attacco
anti-operaio e rivendichi forti aumenti di salario.
Rilanciamo un’opposizione generale alla Legge 146/1990 sui servizi pubblici
essenziali, che da decenni cancella silenziosamente la libertà di scioperare e
lottare di numerosi settori, dai ferrovieri ai sanitari, dagli insegnanti agli
operatori dei servizi pubblici esternalizzati!
DIFENDIAMO IL DIRITTO DI SCIOPERO! MOBILITIAMOCI, ORA!
SABATO 27 GIUGNO ASSEMBLEA NAZIONALE ORE 14 MILANO
Ci vengono segnalati questi due utili e pregevoli opuscoli (in italiano, inglese
e altre lingue), che rilanciamo:
“Chi ha scritto questo?”
https://revs.noblogs.org/?p=195
Also available in English, French, German and Greek at:
https://notrace.how/resources/it/#chi-scritto
—–
“Stabilire una Base di Sicurezza per Anarchicx e Radicali”
https://revs.noblogs.org/?p=199
Also available in English at:
https://notrace.how/resources/it/#stabilire-base
(disegno di ottoeffe)
Da edificio di proprietà dello Stato ad asset finanziario privato, da uffici a
hotel di lusso: la storia dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni di Bologna
riassume piuttosto bene la parabola delle grandi città italiane, trasformate
progressivamente da luoghi pubblici dove abitare e lavorare a pacchetti
finanziari.
Costruito nel 1956 su progetto degli architetti Alfredo Cosentino e Giovanni
Molteni, l’edificio modernista che fu sede del ministero delle poste e delle
telecomunicazioni e poi della Sip dovrebbe diventare entro il 2028 – notizia di
qualche giorno fa – un hotel a quattro stelle da duecentoquindici camere, con
hall a doppia altezza, coworking, aree food e certificazione ambientale LEED.
Oltre quattordicimila metri quadrati, a due passi dalla Stazione e in piena zona
universitaria, che saranno gestiti dalla catena alberghiera internazionale B&B
Hotels Italia grazie a un investimento da quarantacinque milioni di euro di
Covivio Hotels, società controllata dalla francese Covivio (ex Beni Stabili),
ovvero uno dei più grandi gruppi immobiliari europei.
Per comprendere come un palazzo così importante e in una posizione tanto
strategica sia finito dentro i circuiti della finanza globale bisogna però
partire da lontano, ovvero dagli anni delle liberalizzazioni e delle
privatizzazioni del mercato italiano delle telecomunicazioni. La trasformazione
della Sip prima in Telecom Italia nel 1994 e poi nel gruppo Tim ha cambiato,
infatti, anche il destino del patrimonio immobiliare dell’ex società pubblica.
Telecom e Tim hanno ereditato enormi quantità di edifici tra sedi tecniche,
uffici direzionali e centrali telefoniche che negli anni sono stati dismessi
oppure ceduti attraverso operazioni di sale and lease back: la società, in
pratica, ha venduto gli immobili per liberare liquidità, continuando però a
utilizzarli in affitto. È ciò che è successo anche con l’ex Palazzo delle
Telecomunicazioni di Bologna, fino a ieri sede degli uffici di FiberCop, società
controllata da Tim insieme al fondo americano KKR Infrastructure e a Fastweb.
In questo percorso di gestione e valorizzazione del patrimonio va letta anche la
partnership annunciata nel 2000 tra Telecom Italia, Beni Stabili e Lehman
Brothers. Beni Stabili, all’epoca, era il principale gruppo immobiliare quotato
in borsa del paese, specializzato soprattutto in grandi immobili corporate: sedi
direzionali, patrimoni pubblici dismessi, immobili locati a grandi aziende e
amministrazioni. Negli anni successivi il gruppo è stato progressivamente
integrato dentro Foncière des Régions, altro enorme operatore immobiliare, fino
ad assumere definitivamente il nome Covivio, società francese oggi controllata
dalla holding Delfin della famiglia Del Vecchio e che tra i suoi azionisti vede
anche BlackRock e Vanguard, due dei tre maggiori gestori finanziari del mondo,
le cosiddette “Big Three”.
È lì che la storia dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni svolta
definitivamente verso la rendita urbana. Nel 2017 l’edificio è stato, infatti,
trasferito nel portafoglio di Central Sicaf, società di investimento finanziario
di Covivio, Crédit Agricole Assurances ed Edf Invest, nata proprio per gestire e
valorizzare gli immobili locati a Telecom Italia/Tim, tra cui quello di Bologna.
Finché FiberCop è rimasta nell’edificio, il valore dell’immobile derivava
soprattutto dalla stabilità dell’affitto corporate. Una volta terminato il
contratto e liberati gli spazi, il gruppo immobiliare ha cercato la funzione
economicamente più redditizia che oggi, a Bologna come in molte altre città
europee, è diventata quella dell’hospitality. Una strategia di espansione nelle
grandi città del Sud Europa rafforzata dall’acquisizione, da parte di Covivio
Hotels, di altri quattro hotel a Milano per oltre duecento milioni di euro.
Ma nella trasformazione dell’ex Palazzo delle Telecomunicazioni c’è un altro
elemento decisivo ed emblematico: il cambio di destinazione d’uso. Senza il
cambio d’uso, consentito e facilitato dalle norme urbanistiche, previa
negoziazione con i comuni – in questo caso Covivio ha affermato di avere già
ottenuto un parere preventivo positivo per la conversione – verrebbe meno una
delle leve più potenti di produzione della rendita urbana, poiché è la
riconversione degli edifici che rende possibile la valorizzazione immobiliare.
Per sapere più nel dettaglio quali vantaggi (o svantaggi) per i cittadini
produrranno gli accordi negoziali bisognerà attendere – ci si chiede, per
esempio, come il nuovo hotel e la sua clientela impatteranno sullo storico
mercato popolare della Piazzola davanti al suo ingresso –, ma il caso dell’ex
Palazzo delle Telecomunicazioni non è ovviamente isolato.
Sono già diversi anni che, nonostante tutti i guai prodotti dal turismo di massa
e nonostante la grave crisi abitativa, Bologna cerca di attrarre investitori
nell’hospitality di fascia alta e ci sta riuscendo. Altro esempio significativo
è quello dell’ex Palazzo della Dogana di via Ugo Bassi, storico edificio
cinquecentesco ed ex sede della banca Unicredit che – sempre grazie a un cambio
d’uso – dovrebbe essere trasformato in un hotel a cinque stelle dal gruppo
internazionale Milu Holding. Il progetto è sostenuto da investitori provenienti
da Polonia, Israele, Cipro e Italia e prevede circa cinquanta camere di lusso
nel pieno centro storico, a pochi metri da piazza Maggiore. (salvatore papa)