[2026-06-18] IDONEITÀ AL TRATTENIMENTO IN CPR - Il ruolo delle professionist3 sanitari3 @ Casa del quartiere San Salvario
IDONEITÀ AL TRATTENIMENTO IN CPR - IL RUOLO DELLE PROFESSIONIST3 SANITARI3 Casa del quartiere San Salvario - Via Morgari 14 (giovedì, 18 giugno 17:15) Dopo l'incontro di marzo alle Molinette la microclinica Fatih propone un secondo momento di discussione collettiva sull'idoneità sanitaria alla reclusione in CPR e il ruolo che professionist3 sanitari3 e la medicina tutta ricoprono in un contesto di dilagante repressione. Ne discuteremo con: - Attivist3 di Assemblea Contro i CPR - Nicola Cocco, medico infettivologo che da tempo si occupa di divulgazione sulle valutazioni di idoneità al trattenimento in CPR, membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni ‐ Jean-Louis Aillon, Associazione Franz Fanon Questo incontro vorrebbe essere uno spazio di dialogo e confronto, per sanitari3 e non, su questioni attuali e sfide future riguardanti la detenzione amministrativa, con l'auspicio della chiusura definitiva di questa istituzione di controllo e tortura.
Ginevra: più di 60mila in piazza contro il G7 di Evian
I potenti della Terra da questa settimana si riuniscono a Evian-les-Bains per il consueto appuntamento annuale del G7. In un tempo in cui media e quotidiani raccontano ogni secondo di questi teatrini e, tra un articolo su cosa mangiano i sette leader a cena e uno che parrebbe svelare le sorti del mondo, è più interessante soffermarci su ciò che è successo nei giorni scorsi dall’altra parte del lago, in quel di Ginevra: decine di migliaia di persone si sono riunite per manifestare e dare vita a momenti di confronto, presa di parola e contestazione del summit. Sabato 13 si sono susseguite diversi momenti di incontro su temi dalle grandi opere e l’estrattivismo, dalle tecnologie belliche alle lotte per la palestina, dall’antifascismo al femminismo.  Questi i temi che hanno portato in piazza domenica nelle strade di Ginevra oltre 60mila persone da tutta la Svizzera e non solo, nonostante il clima di allarmismo che si era cercato di imporre con posti di blocco, negozi serrati e una città deserta nei giorni precedenti: una piazza estremamente eterogenea, dove c’era spazio per ogni anima del dissenso, dalla testa del corteo, espressione dello sciopero femminista che ogni anno in Svizzera mobilita migliaia di persone ai movimenti contadini, dai sindacati ai giovani in lotta per la Palestina. Durante il percorso sono stati sanzionati alcuni simboli del potere economico e politico legato ai potenti della terra, nonostante il corteo sia stato tenuto lontano dalla parte della città in cui hanno sede i palazzi delle grandi banche e istituzioni capitalistiche che Ginevra ospita. Quando la polizia ha reagito con idranti e numerosi lacrimogeni, la piazza ha reagito con determinazione, è rimasta unita e ha continuato il suo percorso. Alla fine della giornata quando la manifestazione si stava sciogliendo la polizia ha circondato centinaia di persone rimaste nel parco dove si era conclusa: alcuni sono stati portati in caserma, centinaia sono rimasti bloccati in strada tutta la notte. La maggior parte sono stati liberati nella mattina di lunedì, ma pare che due o tre persone siano state trattenute.  Foto di Axel Gras Se negli ultimi anni le piazze dei contro-summit hanno spesso rischiato di rappresentare momenti quasi nostalgici dei primi anni duemila, la piazza svizzera ha espresso una partecipazione e un’eterogeneità al di sopra delle aspettative. La contestazione ai potenti della terra che si riuniscono per decidere le sorti di un mondo che va sempre più  velocemente incontro a scenari di guerra e distruzione è stata letta come un’occasione importante di lotta da parte dei movimenti femministi che hanno rilanciato in questo senso la loro mobilitazione ma anche dai movimenti antifascisti e a difesa del territorio e dai tanti che si sono attivati lo scorso autunno nei movimenti per la Palestina e che hanno visto nel G7 l’occasione di tornare in piazza. Anche il clima di intimidazione creato dai media e il gigantesco dispiegamento poliziesco non hanno prodotto l’effetto sperato: sempre più persone non si fanno spaventare ma decidono di reagire al tentativo di restringere gli spazi di dissenso e libertà d’espressione, che va di pari passo con i venti di guerra che soffiano sempre più forte.  Anche questa volta, i potenti della terra hanno ricevuto un segnale che oltre i loro meeting nei resort blindati c’è la gente che anche nel cuore dell’Europa non è disposta ad accettare in silenzio la direzione in cui stanno portando il mondo. Riprendiamo il video da L’Indipendente
Valle di Susa, valle delle guerre d’Europa
Di Nicoletta Dosio, da Notav.info Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto all’autodeterminazione dei popoli. Ora la guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza dei governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO, ce la sentiamo addosso, col pesantissimo taglio delle spese sociali a favore delle spese militari, l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro insostenibile di energia, benzina e combustibili e, conseguentemente, dei prodotti di prima necessità. Ma non ci sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra la sta subendo direttamente.Orrori di cui sono responsabili non solo i diretti esecutori, ma tutti coloro che nell’indifferenza se ne fanno complici. Le morti bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale, dell’amata Palestina. Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate dell’Africa profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da più di sessant’anni resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora aggravatosi fino alla insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e per il taglio delle fonti energetiche. In questo scenario di morte Trump e Netanyahu non sono che le tragiche maschere della crudeltà sfrenata del sistema. Quanto alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino, voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà il peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso Oriente. Il 2014 con Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass indipendentista: questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza Atlantica NATO – USA contro la Russia. Da tempo il dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul mondo sta andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di altri mercati concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra. Lo diceva bene Rosa Luxemburg: il capitalismo risolve con la guerra le sue proprie crisi e si rigenera. E più che mai attuale è il messaggio politico di Brecht: “La loro pace e la loro guerra sono come il vento e la tempesta. La guerra cresce dalla loro pace come il figlio dalla madre e ne ha in faccia i lineamenti orridi. La loro guerra uccide ciò che alla loro pace è sopravvissuto”. E a questo punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere imposte con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi di traffico TEN-T programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità per merci e ad alta velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano europeo di mobilità militare e potenziati per duplice uso (civile e militare), al fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest verso est e oltre i suoi confini” . Ben quattro dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano. (li cito come da fonte ministeriale): 1. Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e Bologna. In questo asse è inserita la Torino-Lione. 2. Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova, passando per i valichi di Domodossola e Chiasso. ed ecco il significato del Terzo Valico. 3. Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste, Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine Cervignano. 4. Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord a sud, partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia. Della tratta fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i territori da Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto di Messina. Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria Firenze-Pisa a servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della stazione di Pontedera. “Valle di Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre il nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e rimangono soltanto veleni e devastazione. Se nella “Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre d’Europa” sarà impossibile. Motivo in più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il modello economico, politico, sociale che lo produce. Sulla via del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di porti, aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti d’armi. Anche dal passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno del 1944 i ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula clandestina, scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione ferroviaria, e successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata partigiana ferrovieri. Già un anno prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte ferroviario dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di armamenti, truppe e deportati. Venticinque anni dopo,  alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio  preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano agli eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità Aziendali di non essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i suddetti materiali bellici (…). Da allora sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze hanno più che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di sottrarci ad ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide. Dunque, la lotta continua…
Belfast città aperta
In seguito a un’aggressione avvenuta nella zona Nord di Belfast, un’ondata di violenze razziste ha minacciato le vite di numerose persone appartenenti a minoranze etniche, costringendole ad abbandonare le loro case date in fiamme. Si tratta dell’ennesimo episodio di un fenomeno che negli ultimi dieci anni ha spesso assunto caratteri di massa nel Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta ci sono di mezzo pure Elon Musk e la difficile convivenza tra lealisti e nazionalisti. Belfast, 8 giugno 2026 Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8 giugno, in una strada nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata aggressione ai danni di un 44enne nord-irlandese, operatore sanitario del National Health Service, di nome Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso l’occhio sinistro e attualmente giace in coma farmacologico a causa delle ripetute coltellate subite al volto e in altre parti del corpo. Ad infliggerle è stato Hadi Alodid, un ragazzo di dieci anni più giovane, giunto in Irlanda del Nord nel 2023, dopo essere fuggito dal Sudan a causa della guerra civile ancora in corso, e da allora in attesa di vedersi convalidare la richiesta di asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni passanti, uno dei quali riesce a fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid rifiuta l’assistenza legale. Nel frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast rende che la vittima nel 2001 era già stata oggetto di un tentativo di omicidio particolarmente truculento mentre viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un ventenne affiliato a una banda di spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di avere legami stretti con l’UVF di Belfast1. Attirata dalle grida, una residente della zona riprende con il proprio telefono la scena dell’aggressione dalla finestra di casa. Nel giro di pochi minuti – quasi in tempo reale – il video si diffonde a macchia d’olio, facendo il giro dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a raggiungere i feed delle principali piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo virale. Con esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le origini straniere dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in breve tempo la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista per le 19 del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto l’attacco, con il caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non oltre le 17.30.  L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona residenziale limitrofa alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da qui alcune centinaia di persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a marciare in direzione degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in quella che in breve tempo diventa una vera e propria «caccia allo straniero» con tanto di negozi saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si espandono fino alle zone Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette ad abbandonare le proprie case.  Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del 1969, quando tra il 12 e il 16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati dai B-Specials, ausiliari della polizia esclusivamente di fede protestante, presero d’assalto le abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo una pratica già sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La diffusa violenza settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione della Provisional IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles nord-irlandesi.  Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di terrore, i disordini proseguono anche per tutto il giorno seguente, con un’intensità persino maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle persone in attesa di asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo delle persone che vi soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi in qualche modo riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile, contro la polizia che, a differenza del giorno precedente, reprime i manifestanti con gli idranti. Episodi di aggressioni razziste si registrano anche a Glasgow, Liverpool e in altre città dell’Irlanda del Nord.  Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con un’esplosione di violenza che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri, creando una profonda frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta però a fare da miccia non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs. unionisti/lealisti, bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di contraddizioni latenti ormai da qualche anno. Benzina sul fuoco A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata essere una vera e propria «chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i loro seguitissimi canali social, sono due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini grazie a una «coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune propaganda nazionalista2 e anti-migranti: Stephen Christopher Yaxley-Lennon – nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e meglio noto come Tommy Robinson – da una parte; Elon Musk – imprenditore statunitense nato in Sud Africa nel 1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra questi due personaggi vale la pena spendere alcune parole, per poter tentare un’interpretazione dei recenti fatti di Belfast che tenga conto del contesto più ampio dentro i quali si inseriscono, e di come questo si intersechi – talvolta in maniera poco intuitiva – con la situazione più strettamente locale. Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda l’organizzazione anti-islamica EDL (English Defence League), è solo negli ultimi cinque anni che Tommy Robinson è salito alla ribalta, soprattutto per via di una spietata propaganda anti-mussulmana, combinata a un uso mistificatorio dei social network e a una postura militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie alla quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il 29 luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita in seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che, la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il suo nome in coro.  Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal proliferare dei seguaci, il 13 settembre 2025 Robinson lancia una manifestazione nella capitale, chiamata Unite the Kingdom. Alle già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza verso i mussulmani e gli immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli ambienti che amano definirsi «anti-woke» e che in essi ha assunto una particolare rilevanza a partire dall’assassinio di Charlie Kirk avvenuto lo scorso 10 settembre, appena tre giorni prima della manifestazione organizzata da Robinson. Superando di gran lunga le aspettative, la «marcia su Londra» raduna attorno alle 150mila persone accorse in massa brandendo la Union Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra gli ospiti c’è anche Éric Zemmour, politico francese di estrema destra, posizionatosi quarto al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2022, il quale sfrutta l’occasione per esporre al pubblico britannico l’idea surreale di una presunta «colonizzazione in corso da parte delle ex-colonie» a danno di Gran Bretagna e Francia.  L’intervento di apertura di Robinson si concentra invece sulla necessità di impegnarsi politicamente a livello locale in un momento definito «cruciale per la nostra generazione». Nonostante i proclami altisonanti e i «buoni propositi» di istruire politicamente il pubblico (se così si può dire) attraverso la vendita dei suoi libri lungo il percorso del corteo (Manifesto: Free Speech, Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non aver prodotto più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come dimostrano i numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata dallo stesso Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila persone. In entrambe le occasioni, la vocazione anti-islamica è sottolineata dal vilipendio delle bandiere dei Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della Palestina. Ma sarebbe un errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani di Robinson a grossolana intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più caratteristici per chi guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a caso, a metà ottobre dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su invito del Ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in visita al confine con Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale culminata con un comizio tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato contro il governo britannico per aver riconosciuto uno Stato palestinese, entrando così a pieno titolo nel novero di quei personaggi che, sguinzagliati dall’internazionale sionista, hanno il compito di diffamare e punire gli stati non allineati alle politiche trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e la stessa Gran Bretagna.  Ma tornando alla manifestazione dello scorso settembre, il rilancio complessivo è per quella che Robinson non esita a definire la «Battle of Britain», che diversamente da quanto potrebbe far credere la metafora bellicista, altro non sono che le elezioni del 2029, in vista delle quali il leader della piazza dà un’indicazione di voto molto generica, ovvero onnicomprensiva dei principali partiti della destra presenti oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel Farage ad Advance, da Restore di Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast non ha esitato a definire gli immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a invocare la reintroduzione della pena di morte – fino al più moderato partito dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti, limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona grigia tra influencing e militantismo.  D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo «senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo stesso Robinson; si tratta per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa di parola in diretta video ha rappresentato il momento culminante della grande manifestazione. Dopo aver aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk ha spronato i britannici a «non aspettare altri quattro anni prima delle prossime elezioni, ma a fare qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a votare subito», rivolgendosi poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente non si occupano di politica», a farlo, perché «anche se non scelgono la violenza, la violenza verrà da loro. La scelta è combattere o morire». Parole di un certo peso che vanno ad aggiungersi a quelle postate più recentemente su X, secondo le quali «gli inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson». Tesi supportata da una grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti delle cittadine della provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano di uomini forti di Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa». D’altronde, l’endorsement di Musk a favore di Tommy Robinson subentra all’appoggio riservato in precedenza a Nigel Farage – dal quale si è recentemente dissociato perché ritenuto «troppo poco di destra» – e si aggiunge a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di Advance UK in seguito alla fuoriuscita dal partito dello stesso Farage. Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento politico di Musk sulla Gran Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci riserviamo per il futuro; ciò che però, già a una prima occhiata risulta chiaro, è che i padroni delle BigTech hanno puntato il dito verso l’Europa, dove la pur minima regolamentazione dei social media rappresenta ancora un ostacolo per la loro crescita. Se infatti negli Stati Uniti la strada verso una totale deregolamentazione in materia è in discesa grazie all’amministrazione Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk devono fare i conti con alcune politiche di moderazione dei contenuti – per esempio su argomenti come razza e genere – che, al di là di prese di posizione anti-woke, rappresentano un freno all’attività essenziale di profilazione degli utenti che, nelle mire di chi accumula dati, non può avere limiti. Se dunque l’accumulazione delle materie prime (perché questo sono i dati generati dalle nostre interazioni social) è minacciata da limitazioni in ambito legislativo, coloro che a partire da quelle materie prime alimentano il proprio capitale, non possono che scendere nel campo del politico per tentare di invertire la tendenza con i tutti i mezzi a loro disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare pressione è anche un cliente dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è proprio questa la posizione del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal momento che il 2 giugno scorso ha ufficialmente adottato la rete satellitare militarizzata Starshield di SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di fuori degli Stati Uniti a utilizzare la variante di Starlink destinata alle esigenze governative. Tutto ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir Starmer – il quale è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di condannare le violenze degli ultimi giorni senza mai pronunciare la parola «razzismo» – denuncia le interferenze di Musk, definendole irresponsabili, stando ben attento a non oltrepassare mai il livello dell’indignazione oltre il quale la questione porrebbe – come appena detto – alcune contraddizioni non da poco. Perché – per tornare ai fatti dell’ultima settimana – a monopolizzare il dibattito politico e le analisi sulle testate giornalistiche britanniche, è la tesi secondo cui Musk avrebbe pilotato l’algoritmo di X con l’intento di facilitare la diffusione degli appuntamenti che hanno portato alle manifestazioni violente successivamente verificatesi sul territorio britannico. Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma del tutto mistificatrice nell’essere presentata come spiegazione esaustiva di una situazione ben più sfaccettata, sia per quanto riguarda l’interferenza di Musk, sia in relazione all’acuirsi del fenomeno razzista in tutto il Regno Unito. (Not so) Alternative Ulster Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità quanto si muove nella società britannica che riprendiamo il filo dei recenti fatti verificatisi nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da un’angolazione diversa da quella promossa dal dibattito pubblico istituzionale. A partire dal dato apparentemente paradossale dell’ultimo censimento pubblicato nel 2021 secondo il quale il 97% della popolazione dell’Irlanda del Nord sarebbe di etnia bianca, e dal numero impressionante di incidenti (2.367) e crimini (1.507) a sfondo razzista, registrati solo tra gennaio e marzo di quest’anno (a fronte di soli 71 a carattere settario). I numeri parlano anche di flussi migratori in crescita a partire dal periodo della pandemia. Ma è solo quando questi numeri vengono affiancati a una disamina delle politiche sociali e del retroterra storico della città che possono assumere un significato. Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio apparentemente secondario citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta a bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui martedì scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le successive violenze.  Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la fine dei Troubles, Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio saldamente repubblicano che collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne, roccaforti del partito Sinn Féin. Tuttavia, a soli 400 metri di distanza, protetta da muri e recinzioni dalle sembianze di un parco urbano, si trova il «confine» con la zona lealista dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza della famigerata banda paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a partire dagli anni Settanta e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti notturni a caccia di cattolici da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli venti minuti a piedi dai moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma di Girdwood, occupata dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta dismessa, secondo il progetto originario, la caserma avrebbe dovuto fornire alloggi popolari e strutture ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona lealista di Greater Shankill e quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di superare la balcanizzazione di Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è mai andato oltre la realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle preventivate, anche a causa dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista Democratico), all’epoca ancora egemonico nella zona: il numero nettamente superiore di nazionalisti registrati nelle liste di attesa per una casa popolare rappresentava infatti per il DUP una minaccia concreta di perdere il seggio elettorale e il controllo sul quartiere. Il risultato è che i problemi derivanti dal sovraffollamento dei quartieri nazionalisti e dal più recente degrado di quelli lealisti non sono mai stati risolti. Le case effettivamente costruite nella zona limitrofa a Kinnaird Road sono oggi abitate dai nazionalisti, ma ancora lo scorso maggio, quando alcune famiglie si sono trasferite sul lato di Shankill del «muro della pace», sono state subito attaccate e allontanate dai lealisti. Nonostante la condanna unanime da parte del governo di coalizione tra DUP e Sinn Féin, il settarismo rimane latente nelle periferie popolari di Belfast. Una tensione tenuta a bada non tanto dalle politiche di «pacificazione», quanto dalla riconversione di certe enclave lealiste in attività di criminalità organizzata, più o meno tollerate dalle autorità in virtù dell’astensione da atti di settarismo apertamente violenti. Rispetto all’emergenza abitativa, la situazione non migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella sua interezza: nel marzo 2025, le persone ufficialmente in attesa di una casa popolare erano 89mila, in progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque anni. Parte di questo incremento è dovuto anche al fatto che, a differenza della classe popolare nazionalista che da sempre deve far fronte a condizioni di vita complesse, quella unionista, tradizionalmente più privilegiata, ha subito un processo di impoverimento relativo significativo solo negli ultimi anni. Questa differenza di traiettoria fornisce un elemento per comprendere perché oggi il proletariato unionista sia più sensibile al richiamo delle politiche razziste rispetto a quello nazionalista. Oltre a ciò, per quanto l’annosa questione tra unionisti e repubblicani non sia riconducibile a un conflitto di carattere meramente religioso, che la propaganda apertamente anti-mussulmana di Tommy Robinson e compagnia bella possa fare breccia nella tradizione settaria lealista, non stupisce più di tanto. Ma la nuova convergenza tra estrema destra inglese e unionisti si basa anche su un fatto molto materiale: in seguito alla Brexit, l’Irlanda del Nord ha intrecciato sempre di più la sua economia con quella dell’Irlanda, diminuendo gli scambi con il resto della Gran Bretagna, tanto che molti hanno ipotizzato che a lungo andare potrebbe essere questo dato a portare all’indipendenza. Ciò deriva principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020, qualche giorno prima del recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un accordo tra tutte le parti coinvolte che ha evitato l’istituzione di una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a quest’ultima di «rimanere nel territorio doganale del Regno Unito e, al tempo stesso, di beneficiare del mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia per quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della violenta reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di far saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema per farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit.  È dunque in questa intersezione tra insufficienza di alloggi popolari, progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si inserisce il recente fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast e l’imperante narrazione anti-migranti.  Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente intolleranza anche negli ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri repubblicani di Belfast dove le bandiere palestinesi sventolano per strade popolate da un gioioso melting pot di stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi abitativa e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni razziste e anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre 2023 a Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire parlare della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le domande d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale diritto.  Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda del Nord ci parla più direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove seppur da un punto di vista popolare le violenze a sfondo razziale ormai consuete in Gran Bretagna non sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale il discorso e le politiche razziste avanzano anche più rapidamente (vedi Remigrazione), nuovi attori di estrema destra si affacciano sulla scena politica (vedi Vannacci), imprenditori delle BigTech preparano nuove alleanze sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in Italia, come in Irlanda del Nord, la partita contro il razzismo e le politiche di estrema destra non si gioca sul livello del discorso e dell’indignazione, quanto sulla volontà di sporcarsi le mani quotidianamente con le contraddizioni dei quartieri popolari e sulla capacità di costruire progetti di autonomia in grado di disinnescare l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe, ovvero la più antica «tecnica di conservazione del potere da parte della classe capitalistica». 1. L’organizzazione paramilitare unionista formatasi negli anni Sessanta e protagonista dei cosiddetti Troubles che videro contrapporsi violentemente lealisti e nazionalisti fino al cessate il fuoco del 1994 – nonostante la trasgressione di tale tregua sia stata piuttosto frequente negli anni seguenti. ↩︎ 2. di un nazionalismo evidentemente ben diverso da quello dei repubblicani nord-irlandesi ↩︎ 3. Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast ↩︎
[fr] L’île d’Epstein, ou le techno-capitalisme prédateur
Traduction en français de “L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore” (https://ilrovescio.info/2026/03/18/lisola-di-epstein-ovvero-il-tecno-capitalismo-predatore-i/ et https://ilrovescio.info/2026/04/24/lisola-di-epstein-ovvero-il-tecno-capitalismo-predatore-ii). PDF: l isola di epstein francese(1) L’île d’Epstein, ou le techno-capitalisme prédateur I. Pourquoi les technocrates, les eugénistes, les affairistes et les services secrets ont-ils recours à un prédateur sexuel comme Epstein ? Pourquoi les nouvelles clôtures (autour des ressources naturelles et des capacités humaines) trouvent-elles toujours leur équivalent dans la violence infligée au corps des femmes et des enfants ? Qu’ajoute, aux atrocités coloniales (et sexistes) accumulées au cours de l’histoire, l’immense puissance technologique dont jouissent aujourd’hui les dominateurs ? La raison pour laquelle la plupart des « mouvements » se tiennent soigneusement à l’écart du château des horreurs lié à l’« affaire Epstein » n’est pas mystérieuse. Le sujet n’apparaît pas seulement monstrueux en soi, mais aussi réceptacle d’explications monstrueuses. Ces « fichiers » semblent être la confirmation objective des théories du complot les plus « délirantes »; plus prosaïquement, ils représentent un concentré de toutes les perversions que les classes populaires, du Moyen Âge à nos jours, ont toujours attribuées aux riches (cannibalisme compris). Le fait est que cette matière putride n’est pas une île, mais bien un trait distinctif de l’époque ; son interprétation fait donc partie intégrante de la lutte des classes, c’est-à-dire d’une bataille sur les directions opposées que peuvent prendre le dégoût et la colère. C’est pourquoi il est trompeur de s’attarder trop sur les détails qui émergent peu à peu de ces millions de documents. Ce qu’il faut, c’est un cadre d’interprétation. Et c’est ce que nous nous proposons d’esquisser dans ces notes. Une deuxième partie, qui paraîtra prochainement, contiendra en revanche des références plus spécifiques et plus précises aux « fichiers ». Faisons un parallèle avec Gaza (parallèle tout sauf arbitraire, comme nous le verrons). Pour comprendre le génocide du peuple palestinien, il ne sert pas à grand-chose de se plonger dans les chroniques quotidiennes de l’horreur ; pas plus qu’il n’est très utile de connaître le nom des présidents israéliens ou les dates exactes du « conflit israélo-palestinien ». Il faut comprendre ce qu’est un colonialisme de peuplement, dont la violence – comme l’a résumé avec justesse l’historien Patrick Wolfe – n’est pas un événement, mais une structure. Il en va de même pour ce que Marx a appelé « l’accumulation primitive du capital ». Comme l’ont expliqué Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen et d’autres féministes, cette accumulation n’est pas un événement historique lointain, mais une structure qui se renouvelle sans cesse et qui réactualise sa brutalité originelle, surtout en période de profonde restructuration. Pour le comprendre, il faut se débarrasser d’un fardeau : la conception linéaire et progressive du temps historique. Le développement technologique ne surpasse en rien la barbarie du passé, mais la déplace dans l’espace et la dote d’une nouvelle puissance. Dans cette dynamique structurelle, nous voyons réapparaître, plus vivaces que jamais, les traits marquants qui ont présidé à la naissance du capitalisme : violence coloniale, enclos des terres, destruction des biens communs, développement de la science, attaque contre les savoirs médicaux populaires, asservissement des femmes et chasse aux sorcières. Les nouvelles enclosures ne concernent pas seulement les terres (de l’accaparement des terres en Afrique aux étendues de champs transgéniques en Ukraine), mais touchent désormais les cycles vitaux mêmes de la nature (de la production de semences stériles à la biologie de synthèse) et les facultés de l’espèce humaine (soumise à une gigantesque désaccumulation de savoirs et de capacités produits au cours de millions d’années) ; les biens communs menacés ne concernent pas seulement les relations communautaires, mais la régénération de la matière-monde ; quant à la mise hors-la-loi de tout savoir médical populaire, pensons aux « chasseurs de gènes » qui accaparent pour la techno-industrie les connaissances indigènes sur les propriétés pharmaceutiques des plantes ou à la criminalisation des soins non officiels pendant la pandémie de Covid. Le corps des femmes n’est pas seulement sexualisé et exploité, mais aussi artificiellement manipulé et réduit à un « matériau/materiel de reproduction ». Dans ce contexte, la chasse aux sorcières refait également surface. Non seulement au sens métaphorique (comme diabolisation de la dissidente et de la différence), mais aussi au sens littéral le plus cruel. Nous parlons donc de centaines de milliers de femmes qui – comme l’a documenté, entre autres, Silvia Federici – sont enfermées dans des « camps pour sorcières » ou tuées (surtout en Afrique). Il s’agit très souvent de femmes âgées, seules et paysannes, dont la mort permet la privatisation des terres qu’elles cultivent. L’imbrication entre logique patriarcale, superstitions populaires et plans d’«ajustement structurel» promus par le Fonds monétaire international et la Banque mondiale révèle de manière exemplaire comment la domination sait mobiliser les différents éléments de sa propre stratification historique. De ce point de vue, ce n’est pas un hasard si des milliers de femmes ont été emprisonnées, violées et tuées dans l’Indonésie de Suharto parce qu’elles étaient considérées comme des « sorcières communistes », ni que l’ambassadeur israélien à l’ONU ait qualifié Francesca Albanese de « sorcière », ou que le transhumaniste et Afrikaner Peter Thiel soit allé jusqu’à traiter Greta Thunberg d’« Antéchrist » (en même temps, tiens donc, que le « luddite »). Tout comme il serait trompeur d’attribuer la chasse aux sorcières en Afrique à des « vestiges du tribalisme », il en va de même pour la dénonciation du lien entre la disparition de milliers de femmes chaque année au Mexique et la « guerre des narcos », dénonciation qui omet souvent le rôle de l’État, des sociétés minières et des accapareurs de terres techno-industriels. En abordant ainsi notre sujet, nous pouvons établir un premier parallèle entre l’horreur de Gaza, les camps d’extermination au Mexique et les cachots de l’île d’Epstein. Celui qui s’apprête à coloniser Mars et à asservir des milliards de personnes (pensons à un Elon Musk ou à un Peter Thiel) doit prouver, même dans la vie quotidienne, qu’il n’a aucune limite éthique : le corps féminin à violer est à la fois un trophée, un sceau d’appartenance et un ventre d’où faire naître la nouvelle lignée de dominateurs. Mais à cette brutalité typique des plantations esclavagistes (où la violence sur le corps des esclaves était aussi un rite d’initiation du jeune grand propriétaire terrien pour se montrer digne du « peuple des seigneurs ») s’ajoutent aujourd’hui des projets de puissance qui sont techniquement transhumains. Dans les propriétés d’Epstein, en effet, les adolescentes et les fillettes n’étaient pas seulement violées et torturées, mais transformées en « matériel génétique » destiné à créer la « progéniture parfaite ». Il s’agit donc de centaines de millions de dollars investis dans des techniques d’édition génétique destinées à être appliquées aux embryons. L’eugénisme, d’abord libéral puis nazi, se cache aujourd’hui derrière des centres universitaires et des fondations « philanthropiques » ; il se perfectionne sur des végétaux et des animaux pour se préparer au saut interespèces. Epstein offrait de l’argent et une extra-territorialité juridique et académique aux généticiens d’assaut. Les portes tournantes entre ses propriétés et les milieux de la Silicon Valley vont bien au-delà des limites d’une communauté de prédateurs sexuels. Ils avaient bien plus en commun avec les différents Gates, Musk et Thiel : une vision du monde. Celle selon laquelle les masses ne sont que du « bétail », dont se distingue une nouvelle lignée de maîtres qui aspirent à dépasser les limites de la Terre et même de la mort. Les « bêtes » ne sont pas seulement les personnes de couleur et les femmes, mais les humains qui veulent rester tels, c’est-à-dire des créatures terrestres et mortelles. Ce que le complexe militaro-industriel-scientifique qui s’est développé autour du projet Manhattan a déjà fait à la matière-monde (altérer par les radiations nucléaires la magnétosphère, l’ionosphère et la biosphère) exprime aujourd’hui son idéologie aboutie : le transhumanisme. Sur Mars, on ne peut ni cultiver, ni même – en raison de l’effet de la gravité sur les utérus – accoucher. Produire de la « viande » grâce à la biologie synthétique et aux imprimantes 3D, créer des utérus artificiels capables de générer la vie, faire de nos propres corps des usines à protéines ne sont pas des « délires », mais les conditions préalables d’un techno-colonialisme en marche. Pour ceux qui considèrent la Terre elle-même comme une arme à utiliser dans la guerre mondiale – peut-on imaginer une forme plus démesurée d’hybris ? – les perversions d’un Epstein ne sont bien rien… La réactualisation de la violence coloniale ne se manifeste pas seulement à travers des faits muets : elle est explicitement revendiquée. Le discours que Marco Rubio a récemment prononcé à la Conférence sur la sécurité de Munich en est l’expression la plus limpide. Pendant cinq cents ans, la civilisation occidentale a conquis – avec des soldats, des marchands et des missionnaires – tous les continents. Cette conquête a connu un coup d’arrêt à cause des révolutions anticoloniales et de la « perverse idéologie communiste », mais elle peut désormais reprendre son glorieux chemin. Les historiens les plus prudents ont estimé que les morts causées au cours des quatre premiers siècles de colonialisme s’élevaient à au moins deux cents millions. Pendant quatre siècles, en somme, un extermination quantitativement comparable à celle perpétrée dans les camps nazis s’est produite tous les dix ans. Même si elle est refoulée dans les recoins de l’histoire, une telle violence – constitutive de la modernité – ne peut que continuer à agir en coulisses. Voilà, l’île d’Epstein ressemble à une Compagnie des Indes – avec ses rejetons de la maison royale anglaise, ses commerçants, ses politiciens, ses intellectuels – qui s’apprête à une nouvelle restructuration de ses domaines. Quand on qualifie le programme de développement de l’intelligence artificielle de « nouveau projet Manhattan », on ne peut certainement pas dire que son impact et le secret qui l’entoure soient minimisés. D’ailleurs, combien savent que près de 600 000 personnes ont travaillé au développement de la bombe atomique – toutes ignorantes, à l’exception du petit groupe de Los Alamos, du produit qu’elles fabriquaient –, réparties sur trente-deux sites industriels ? Quant à l’ampleur du projet, on peut dire que l’infrastructure de l’IA est encore plus vorace en main-d’œuvre et en matières premières que celle du nucléaire. Quant au secret des décisions, il ne s’agit plus d’un facteur déterminant sur le plan politico-militaire, mais d’un élément intégré dans la « boîte noire » des algorithmes. Face à tant de puissance, comme paraissent inutiles, transpirants et sacrifiables les corps de ceux qui n’appartiennent pas à l’hyper-classe technocratique. Et comme cela doit être insupportable pour ces « néo-féodaux » (une auto-définition made in Silicon Valley) de devoir mourir comme leurs propres serviteurs… Des documents Epstein émergent deux niveaux de corporéité : celui des femmes et des enfants sacrifiables, considérés comme des corps à exploiter et à violer, et celui des enfants sur mesure, créés grâce à l’édition génétique. Dans les deux cas, il s’agit d’accumulation, mais la valeur attribuée aux deux niveaux, aux deux corps, est très différente, et la valeur du produit commercialisable est également différente. Ce nouveau nazisme, en somme, ne prend pas seulement la forme de la Salò de Pasolini, mais aussi celle – lucidement pressentie il y a des décennies par Günther Anders – de la « communauté national-socialiste des appareils », une « communauté » incomparablement plus puissante que la somme des appareils individuels. « Si l’on tend bien l’oreille vers la machine technologique, disait le philosophe autrichien, on peut entendre la même devise que celle des SA hitlériennes : … et demain, le monde entier ». Or, les projets transhumains ne se développent pas dans un monde lisse, mais au cœur de la jungle d’acier et de silicium que constituent la concurrence étatique et capitaliste. Le vaste réseau de chantage organisé autour d’Epstein par le système israélien devient alors une forme de sélection et de cooptation, dont les querelles sur l’identité de celui qui a planifié les attaques contre l’Iran – c’est-à-dire sur qui est intervenu pour soutenir qui, entre les États-Unis et le régime sioniste – semblent constituer un appendice sanglant. Le triangle formé par l’appartement d’Epstein à Manhattan, Ehud Barak et le consulat israélien de New York contredit l’idée qu’il s’agissait d’« opérations déviées » des services secrets. Nous parlons de l’ancien Premier ministre et des dirigeants des services de renseignement israéliens. Le ciment de ce réseau, cependant, n’est pas seulement politico-financier-sexuel, mais aussi idéologique : on pourrait l’appeler le suprémacisme 4.0. Un suprémacisme qui considère les colonisés à la fois comme des « animaux humains » et comme des « déchets algorithmiques » (les premiers sont les mots bien connus de l’ancien ministre de la Défense Gallant, les seconds ceux utilisés par un commandant de l’Unité 8200, la division de l’armée israélienne qui a planifié les attaques contre Gaza à l’aide de l’intelligence artificielle). La puissance que le complexe israélo-américain-occidental a déchaînée contre la Bande de Gaza a été et reste systématiquement écocidaire, féminicide et infanticide, c’est-à-dire visant à anéantir la reproduction de la vie. Plus généralement, la fureur coloniale et extractiviste du capital – de la Palestine au Mexique, de l’Asie à l’Afrique – s’abat toujours, comme un entonnoir, sur les corps des femmes et des enfants. Certains fréquentaient Epstein et son épouse en tant que pourvoyeurs de « chair à viol » ; d’autres les fréquentaient malgré cette activité. Dans un cas comme dans l’autre, cette structure d’abjection constituait un cadre idéal pour nouer des affaires et tisser des réseaux de pouvoir (aussi « mondialistes » que « souverainistes », aussi « démocrates » que « républicains »). À tel point que dans ces lieux – véritables arcana imperii – on planifiait également les mesures à prendre en cas de… pandémie. Des mesures, comme par hasard, fondées sur le traçage numérique (un avant-goût de la société des portiques) et le génie génétique (avec une expérimentation de masse de produits à ARNm et à ADN recombinant). Toutes promues, cela va sans dire, pour le bien de l’humanité. Cette double morale, à y regarder de plus près, n’est pas une périphérie perverse du capitalisme, mais son centre. Aucun homme d’État et aucun capitaliste ne peut se passer de dissimuler, derrière de prétendues valeurs, la violence qu’ils exercent sur les humains et sur la nature. Et cette dissimulation est d’autant plus efficace que les outils culturels à leur disposition sont nombreux. Si tu veux dissiper les soupçons sur les méfaits que tu commets dans ta cave, tu dois bien connaître les règles à respecter dans le salon. Mais lorsque les caves ne peuvent plus être dissimulées, il y a toujours quelqu’un pour exhiber fièrement les instruments de torture. Alors que les simulacres démocratiques s’effondrent, la vérité brutale du transhumanisme s’impose : soumettre le bétail humain n’est pas une triste et fâcheuse nécessité, mais la destinée manifeste d’une nouvelle élite. Les époques apocalyptiques sont celles qui récapitulent et dévoilent (jusqu’à la rupture possible de toute la trame) l’immense violence accumulée et en même temps refoulée dans le processus historique qui les a constituées. Les deux apocalypses de notre temps sont la destruction de Gaza et le château des horreurs d’Epstein. Seule une violence tout aussi apocalyptique peut nous en libérer. Apocalyptique ne signifie ici nullement démesurée, mais radicalement autre. Nourrie, c’est-à-dire, par le dégoût éternel envers les moyens monstrueux et inhumains du pouvoir contre lesquels elle a dû se soulever. II. C’est en 1973 que Donald Barr – ancien directeur de la Dalton School, l’établissement privé de l’Upper East Side de New York où Jeffrey Epstein a enseigné les mathématiques de 1974 à 1976 – publie Space Relations, un roman de science-fiction dont l’action se déroule sur une planète gouvernée par des oligarques qui pratiquent l’esclavage sexuel des mineurs. Dans l’imaginaire de Barr, il existe un monde caractérisé par des rituels sociaux et un contrôle de classe bien avant qu’Epstein et sa compagne Ghislaine Maxwell ne mettent en place ce système de domination et d’exploitation des corps révélé par les dossiers Epstein, dont une grande partie a été déclassifiée entre 2025 et 2026. Il semblerait toutefois que l’imagination de Barr présente des limites que la réalité ne connaît pas : la communauté de prédateurs sexuels établie sur l’île d’Epstein se rend coupable d’une hybris qui caractérise le progrès technologique auquel nous assistons. L’arrogance du cercle d’Epstein – parmi lequel on note des PDG de la Silicon Valley, des politiciens de tous bords, des femmes et des hommes du monde du cinéma, des enseignants des universités les plus prestigieuses – et d’Epstein lui-même déborde dans la volonté de sélectionner la progéniture parfaite, de vaincre la mort, de faire de la matière vivante un champ d’expérimentation et de profit. Ces scénarios sont rendus possibles par une technologie sans limites, une technologie qui voit dans la mort un nouveau défi à relever. Comme on peut le lire dans le livre Epstein Files publié par L’Indipendente, dès le début des années 2000, l’ambition d’Epstein était de transformer son ranch au Nouveau-Mexique en un laboratoire où des femmes seraient inséminées avec son sperme et mettraient au monde « ses » enfants. Le projet prévoit de mettre simultanément vingt femmes enceintes afin de construire une sorte d’« élevage humain » inspiré d’un précédent réel : le Repository for Germinal Choice. Il s’agit d’un plan né dans les années 1980 avec l’intention déclarée d’améliorer le patrimoine génétique de l’humanité par le biais de la collecte de sperme d’hommes jugés exceptionnels, parmi lesquels des lauréats du prix Nobel. De 1980 à 1999, année de sa fermeture, plus de 200 enfants sont nés grâce à cette banque de sperme. Le seul lauréat du prix Nobel ayant déclaré être un donneur du Repository est le physicien américain William Bradford Shockley. À un certain stade de sa carrière, Shockley s’intéresse aux questions liées à la race et à l’eugénisme. Outre le fait qu’il estimait qu’un taux de reproduction plus élevé chez les personnes moins intelligentes entraînerait un effet dysgénique qui, à terme, conduirait à un déclin de la civilisation, Shockley déclare : « Mes recherches m’amènent inévitablement à penser que la cause principale des déficits intellectuels et sociaux des Noirs américains est héréditaire et d’origine génétique raciale, et qu’elle ne peut donc pas être corrigée de manière significative par des améliorations pratiques de l’environnement. » Pour Epstein également, comme on peut le lire dans un e-mail adressé à Chomsky, « l’écart intellectuel avec les Afro-Américains est documenté », un écart que le financier new-yorkais propose de combler par des modifications génétiques. Le génie génétique est l’outil qui permet aux technocrates de concrétiser leur foi dans le progrès automatique de l’histoire. Aux côtés de Bryan Bishop, développeur de Bitcoin et entrepreneur dans le secteur des biotechnologies, Epstein collabore au projet « designer baby », un plan visant à créer « le premier nouveau-né humain conçu sur mesure et, éventuellement, un clone humain » (réf. EFTA01003966). Dans un e-mail du 2 août 2018 adressé à Epstein, Bishop écrit : « Une fois la première naissance réalisée, tout changera et le monde ne sera plus le même, pas plus que l’avenir de l’espèce humaine » (réf. EFTA01003966). Le cadre de référence est la technologie CRISPR/Cas9 et l’expérience du scientifique He Jiankui. En 2018, en effet, He Jiankui annonce avoir donné naissance à des jumelles résistantes au virus du VIH après une modification de l’ADN réalisée à l’aide de la technologie CRISPR. Dans le but apparent de contenir le virus, le généticien chinois implante dans un corps féminin des embryons génétiquement modifiés, donnant libre cours à une sorte de délire de toute-puissance. De la même manière, Epstein imagine pouvoir créer un héritier sur mesure et voit donc dans CRISPR la meilleure technique pour renforcer les capacités cognitives et insérer dans l’ADN des traits considérés comme désirables. Même si Epstein et Bishop n’auront pas assez de temps pour mener à bien leur projet, leur obsession pour le contrôle génétique, l’hérédité et la perpétuation de soi est évidente. En ce sens, le mythe de Médée est exemplaire : l’infanticide la plus célèbre de la littérature, elle tue ses propres enfants pour punir Jason, coupable d’avoir rompu une promesse. Médée sait que ce qui peut le plus blesser Jason, c’est la fin de la transmission de son sang : le désespoir du héros grec n’est pas lié à la mort de ses enfants, mais à l’absence d’héritiers et à la destruction de sa mémoire. Les tests génétiques ne concernent pas seulement la volonté de créer un enfant parfait, mais aussi celle de prolonger la vie. Günther Anders écrit dans L’Obsolescence de homme : « La mentalité du progrès se caractérise donc par une conception très particulière de l’” éternité “, à savoir l’idée d’une amélioration ininterrompue du monde ; et aussi par un défaut très particulier, à savoir l’incapacité à concevoir une fin ». Et encore : « Pour celui qui croit au progrès, cette absence de fin constitue une loi fondamentale, elle a donc une validité universelle, et s’applique donc également à sa vie personnelle ». D’après ce qui ressort des documents déclassifiés en janvier de cette année, Epstein s’intéresse aux recherches dans le domaine de la longévité et de la cryogénisation : Epstein, à l’instar de nombreux transhumanistes et de nombreux millionnaires, « n’envisage même pas sa propre fin, ne peut l’envisager ; il repousse sa propre mort » (Anders). Ne pouvant, pour l’instant, empêcher que l’on continue de périr, Epstein occulte la honte de mourir en fournissant son matériel génétique pour des analyses de laboratoire, dans le cadre d’un projet de séquençage – le Personal Genome Project – visant à identifier les prédispositions génétiques à diverses maladies. Ce qui est mis en place, plus qu’une pratique de médecine préventive, semblerait s’inscrire dans l’idée d’amélioration biologique et de prolongation artificielle de la vie. Joseph Thakuria, médecin et chercheur affilié au Massachusetts General Hospital et collaborateur du Personal Genome Project de la Harvard Medical School, conçoit à cette fin le Projet Venus, une étude de recherche génomique basée sur la technologie CRISPR/Cas9. Thakuria envisage de « proposer un service de biobanque à long terme d’ADN et de cellules ainsi que la réanalyse des données tout au long de la vie » (réf. EFTA02698643). En tant que partisans du progrès, Thakuria et Bishop – dont on se souvient qu’il est impliqué dans le projet « baby designer » visant à concevoir le premier nouveau-né humain – ne connaissent aucune dimension temporelle en dehors du futur : bien qu’à l’époque de leurs expériences, l’édition génétique en fût encore à ses balbutiements, ils voient dans la génétique le meilleur outil pour repousser les limites biologiques de l’être humain et considèrent le transhumanisme comme l’horizon vers lequel tendre. Une approche partagée, bien sûr, par Epstein lui-même, qui, en 2018, par l’intermédiaire de sa fondation, Gratitude America, a fait don de 100 000 dollars à Humanity+, une organisation transhumaniste fondée en 1998 sous le nom de World Transhumanist Association. Pour les adeptes du progrès, le concept de négatif, de fin, est donc devenu irréel. Pensons à cette phrase de Peter Thiel : « La plus grande forme d’inégalité humaine se situe probablement entre ceux qui sont vivants et ceux qui ne le sont plus ». Dans leur combat contre la mort, Thiel et Epstein sont accompagnés de certains des plus grands PDG de la Silicon Valley : en 2017, Larry Ellison, fondateur d’Oracle, a fait don de plus de 370 millions de dollars à des projets visant à prolonger la vie ; Jeff Bezos aurait investi dans Altos Labs, une entreprise spécialisée dans la reprogrammation biologique, une méthode visant à rajeunir les cellules en laboratoire qui, selon certains scientifiques, pourrait servir à revitaliser des organismes animaux et, à terme, à prolonger la durée de vie humaine. Parmi les scientifiques qui ont rejoint Altos Labs figure Juan Carlos Izpisúa Belmonte, un biologiste espagnol du Salk Institute en Californie qui, en collaboration avec des chercheurs chinois, a ajouté des cellules humaines à des embryons de singe. Larry Page – d’abord PDG de Google, puis d’Alphabet – a créé en 2013 « Calico Labs», qui a ouvert un laboratoire se consacrant exclusivement à la reprogrammation cellulaire. Dans la Silicon Valley, les rêves excentriques des milliardaires sucent littéralement le sang des jeunes : une pratique qui se répand consiste à recevoir des transfusions de plasma provenant d’adolescents, à tel point que, le 19 février 2019, la Food and Drug Administration a publié un communiqué de presse mettant en garde contre les entreprises qui proposent cette pratique dans le but de ralentir les symptômes du vieillissement. Cette image transpose au sens littéral ce que le système capitaliste fait depuis des centaines d’années : voler la source vitale – qu’il s’agisse du sang, du corps, de la terre ou des ressources – aux peuples. On pourrait multiplier les exemples, mais le concept est désormais clair en soi : ce que font les différents Epstein, c’est faire en sorte que la technique devienne la véritable substance de l’homme. Avec les expériences visant à créer « la progéniture parfaite » tout comme celles visant à « vaincre la mort », la technique n’est plus placée face à l’homme, mais s’intègre en lui et l’absorbe progressivement tout entier. L’obsession du contrôle et celle de l’accumulation du capital se manifestent également dans les plans de « préparation aux pandémies » dans lesquels Epstein est impliqué. Entre 2015 et 2017 – c’est-à-dire au moins deux ans avant le déclenchement de l’urgence Covid – on constate des échanges concernant d’éventuelles simulations de souches pathogènes et la construction d’infrastructures pour la gestion des urgences sanitaires. Le 20 mars 2015, Epstein reçoit un courriel dont Bill Gates est en copie, avec pour objet « Préparation aux pandémies » (réf. EFTA00654215). Le message contient un projet d’ordre du jour pour une réunion sur la préparation mondiale aux pandémies et propose de discuter de la manière d’impliquer officiellement l’Organisation mondiale de la santé et le Comité international de la Croix-Rouge. Dans un e-mail adressé à Gates, avec Epstein en copie, daté du 3 mars 2017 (réf. EFTA02657725) et intitulé « bgc3 deliverables and scope » (bgc3 résultats attendus et champ d’action), une série de projets pour l’ancienne bgC3 – l’entreprise de type think tank fondée par Bill Gates en 2008 – parmi lesquels un «document sur les neurotechnologies utilisées comme armes dans les domaines du renseignement et de la défense» (!) et «des recommandations ultérieures et/ou des spécifications techniques pour la simulation d’une pandémie de souche». Ce ne sont pas les seules références à la préparation aux pandémies ; il existe également un échange (réf. EFTA01617419) entre deux interlocuteurs liés à Epstein, dont l’identité est restée secrète, qui, se référant à la simulation de pandémie, écrivent : « cela pourrait être une formidable plateforme », c’est-à-dire un laboratoire politique qui impliquerait également Bill Gates, qualifié de « fou des vaccins et des questions liées à l’autisme ». De toute évidence, pour ces personnages, une crise sanitaire apparaît comme une occasion de mettre en place de nouveaux produits pharmaceutiques, d’expérimenter tant des mesures médicales que des systèmes de surveillance. Pour Epstein et les autres néo-féodaux, la matière humaine est un laboratoire d’expérimentation : le corps est quelque chose à potentialiser, à améliorer et à cristalliser – c’est le cas de leurs propres corps – ou à exploiter, à violer et à accumuler – c’est le cas des corps des autres. Dans leur vision, le monde est quelque chose que l’on peut posséder à partir de ses éléments les plus essentiels : la nature et l’homme. Ce qui s’est passé sur l’île d’Epstein, ce qui ressort des fichiers, semble être le délire de quelques fous qui ne veulent pas mettre de limites à leur soif de domination, un cas unique dont tout le monde veut prendre ses distances. Mais, pour reprendre les mots d’Anders, « dans l’histoire, il n’y a pas de place pour les expériences ludiques, car tout ce qui s’annonce, en affirmant modestement ne se dérouler qu’à titre expérimental, se produit immédiatement “une fois pour toutes”, se déroule donc comme un “cas concret”». (ces deux textes sont apparus entre mars et avril 2026 sur le site ilrovescio.info)
Babele
Savona e dintorni, 20 e 21 giugno: IMBRICCHIAMOCI, 28^ edizione (con un testo su miniere e guerra)
Riceviamo e diffondiamo: IMBRICCHIAMOCI 28^ Edizione. Sabato 20 – Domenica 21 giugno 2026 Ritrovo ore 9 Stazione di Savona . Ritorno Domenica in tardo pomeriggio. Info tecniche: porta gavetta, posate, borraccia, materassino, abbigliamento adeguato, scarpe tecniche, k-way. Pernottamento in rifugio, Cibo autogestito da condividere. È disponibile una griglia per la cena del sabato (porta quello che vuoi grigliare) L’escursione è nei monti dell’entroterra savonese. Se partecipi comunica la tua presenza per motivi organizzativi. Scrivi una e-mail a fuoricontrollo@inventati.org (NB non fare rispondi alla mailing list!) oppure contattaci via telefono. “I singoli governi degli stati membri EU, si sono attivati compreso il governo italiano che nel luglio 2025 ha pubblicato il Programma nazionale di esplorazione mineraria generale per le materie prime critiche ovvero una mappa di tutti i siti minerari potenziali sul territorio. Questi sono oltre tremila (!) e diversi si trovano in Liguria, nel caso dell’area del Beigua (quella che da decenni accende la brama delle multinazionali dell’estrazione mineraria) l’attività di contro-informazione, le iniziative molteplici organizzate nel corso degli anni hanno arrestato i piani di sfruttamento ma il sistema politico-economico oggi rilancia: nella mappa compaiono anche risorse minerarie marine e pure in questo caso la Liguria è coinvolta con presenza di magnetite (ferro) a largo di Voltri, Cornigliano, Chiavari, rutilo (titanio come quello del Beigua) a largo di Capo Mele e Lerici, zircone presso Sori. E nel savonese compare anche una vasta area della Valle Bormida (Murialdo, Calizzano, Osiglia, Mallare) dove giacciono nel sottosuolo grafite e altri minerali appetitosi per l’industria degli armamenti mentre circa un centinaio di chilometri più verso est in Val Graveglia e Val di Vara, si segnalano giacimenti di rame, manganese ed altro.” CONTRO LE MINIERE! CONTRO ARMAMENTI e GUERRE! Gruppo Anarchico fuoricontrollo fuoricontrollo@inventati.org   Qui la locandina dell’iniziativa: imbrichiamoci 28 Qui un testo su miniere e guerra
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