Dopo anni di lotte in difesa del verde urbano, durante quest’estate infernale
ben due casi di resistenza dal basso a progetti di cementificazione imposti sono
riusciti ad acquistare rilevanza nazionale: parliamo di Bosco Ospizio a Reggio
Emilia e degli Orti Urbani a Livorno (abbiamo approfondito qui e qui).
La solidarietà è arrivata da varie parti d’Italia durante i mesi estivi a difesa
di questi spazi, dando luogo a presidi di resistenza popolare. A Reggio, un
presidio permanente ha tenuto testa alle ruspe per quasi due mesi. A Livorno,
dopo tre giorni di campeggio negli Orti domenica 5 settembre oltre 3000 persone
e più di 100 realtà, tra associazioni e collettivi, si sono riversate per le vie
della città nel primo corteo nazionale contro la cementificazione.
Ma all’estate ha fatto seguito l’autunno. I cittadini pacifici e determinati che
tanto piacevano tra luglio e agosto, a fine settembre cominciavano a dare
parecchia noia.
Reggio Emilia: dalle ruspe al boicottaggio
Ripartiamo dalle parole dell’Assemblea, “è ormai noto che il Bosco Ospizio come
lo conoscevamo e come lo abbiamo protetto fino a fine settembre non esista
più”.
L’annientamento del Bosco è cominciato il 30 settembre senza attendere l’esito
dell’udienza del Consiglio di Stato, che l’8 ottobre ha accolto il ricorso
cautelare presentato da cittadini e associazioni disponendo lo stop immediato ad
ulteriori abbattimenti. Una latenza giuridica di pochi giorni che, per il Bosco,
hanno significato la condanna a morte.
Comune e Conad Centro Nord hanno ignorato per due anni e mezzo ogni richiesta di
dialogo dell’Assemblea, iniziando i lavori a fine settembre con un dispiegamento
di forze dell’ordine senza precedenti nel quartiere. Nei giorni successivi, sono
fioccate denunce e fogli di via su chi si era opposto ad abbattimenti e
trinciature.
Il Comune di Reggio ha precisato che, ricorso o non ricorso, i suoi
provvedimenti restano efficaci; per l’Assemblea, resta un ecocidio.
In tanti da tutta Italia abbiamo avuto modo di riconoscerci nelle esperienze di
Bosco Ospizio, nell’assurdo di dover affrontare istituzioni pubbliche messe a
servizio dell’interesse privato. Le analogie con il caso di Essenon e del Parco
Artiglieri, e mutatis mutandis della riserva naturale del Meisino, sono
significative.
L’ondata di solidarietà da tutto il paese è stata immediata, diffusa e
spontanea, e ha preso le forme più organiche alle varie realtà: volantinaggi,
attacchinaggi e “carrellaggi”, lettere aperte e comunicati, striscionate e così
via.
L’Assemblea del Bosco, grazie al lavoro di radicamento svolto negli oltre due
anni di lotta, è riuscita ad attraversare questa fase complessa senza disperdere
le forze.
Per venerdì 6 novembre La Bottega del Barbieri ha indetto, in solidarietà
all’Assemblea, una giornata di boicottaggio Conad: “ovunque, contemporaneamente,
tutta la giornata”, secondo varie modalità. L’indizione dell’iniziativa e le
realtà aderenti si possono trovare qui.
La partita, insomma, non è ancora chiusa.
Anche il coordinamento cittadino torinese Resistenza Verde ha aderito alla
giornata di mobilitazione e boicottaggio Conad. L’appuntamento è alle 10 al
punto Conad in via Luigi Tarino 10/H per un volantinaggio informativo.
Di seguito ripubblichiamo il comunicato stampa dell’Assemblea di Bosco Ospizio
che invita alla giornata di mobilitazione diffusa sui territori:
Conad ha tagliato Bosco Ospizio. Noi tagliamo la spesa.
Per il prossimo venerdì 6 novembre è indetta la prima giornata nazionale di
boicottaggio Conad. Come Assemblea Bosco Ospizio accogliamo e rilanciamo con
forza la proposta venuta dal blog collettivo La Bottega del Barbieri per una
giornata di convergenza nazionale delle proteste contro i responsabili, insieme
al Comune di Reggio Emilia, della distruzione del Bosco Ospizio.
È ormai noto che il Bosco Ospizio come lo conoscevamo e come lo abbiamo protetto
fino a fine settembre non esista più. È noto anche che Amministrazione Comunale
e Conad Centro Nord abbiano ignorato per oltre due anni e mezzo le richieste di
dialogo portate avanti da una assemblea cittadina. È inoltre tristemente noto
che l’inizio dei lavori di distruzione del Bosco Ospizio sia stato accompagnato
da un dispiegamento di forze dell’ordine in assetto anti sommossa senza
precedenti, a cui sono seguite denunce e fogli di via a persone che hanno
protestato in modo nonviolento opponendo i soli propri corpi alle ruspe.
È infine noto che i cittadini e le cittadine siano considerati alla stregua di
consumatori non-pensanti dalla Grande Distribuzione, portatori silenti di
pecunia e manichini sensibili solo alle percentuali di sconto e alle locandine
multicolore. Per uscire da questa logica boicottiamo Conad con tutte le modalità
a nostra disposizione: smettendo di fare la spesa nei loro punti vendita,
restituendo le tessere socio, volantinando in nome del Bosco Ospizio, gridando
forte il nostro dissenso.
Lo gridiamo a Reggio Emilia e lo rilanciamo in tutta Italia: venerdì 6 novembre
tagliamo la spesa da Conad. E continuiamo a boicottare fino a che non sarà
riconosciuto che quello che è stato fatto a Bosco Ospizio è a tutti gli effetti
un ecocidio – fino a che non sarà impedito a Conad Centro Nord di cementificare
l’area – fino a che non sarà restituito ai cittadini e alle cittadine reggiane
quello che è stato tolto con la forza: un’area verde di 45.000 metri quadrati
ricca di biodiversità.
La GDO: contro cemento e caro vita
Negli scenari attuali, sul caso di Reggio è possibile fare qualche ulteriore
considerazione.
Quando parliamo di Conad Nord non parliamo semplicemente di un “supermercato”:
parliamo di Grande Distribuzione Organizzata (GDO), con la sua filiera di
precarietà e pratiche speculative. La GDO mostra il duplice volto dello
sfruttamento: sfrutta e specula sul territorio, insediandovi le sue strutture e
trasformando la natura in risorsa; sfrutta le comunità in quanto forza lavoro.
Un nodo, questo, che emerge anche nelle proteste di agricoltori e
autotrasportatori dell’ultimo mese. Con il gasolio vicino ai 2,3 euro al litro
(circa il 40% in più dell’anno scorso), principalmente a causa dell’aggressione
statunitense e israeliana all’Iran e la conseguente chiusura dello stretto di
Hormuz, autotrasportatori e agricoltori hanno bloccato strade e snodi nei Sud,
arrivando fin sotto Montecitorio in presidio il 27 ottobre.
Per gli agricoltori, trovarsi ai ferri corti con la GDO non è una novità, ma la
situazione da quest’estate è divenuta insostenibile. Secondo Coldiretti il
gasolio agricolo è salito da 0,85 a 1,62 euro al litro, mentre la GDO compra la
lattuga a dieci centesimi e la vende a oltre un euro. Le carote passano da 0,28
euro al kg a 1,46 sullo scaffale. I margini di profitto, basati su un modello
che dipende fortemente da massicce importazioni da mercati esteri più
vantaggiosi per la grande distribuzione, sono enormi.
GDO e industria scaricano i costi della crisi sistemica che stiamo attraversando
sugli anelli più deboli e ricattabili, cioè produttori e consumatori.
L’Antitrust indaga da dicembre 2025 sul ruolo della GDO nella ripartizione
diseguale del valore.
Chi taglia un bosco per un supermercato e chi approfitta dell’”emergenza” per
comprimere i redditi di produttori e lavoratori della logistica mentre alza i
prezzi sullo scaffale risponde alla medesima logica di estrazione di valore: per
questo il 6 novembre non è solo una questione reggiana.
La difesa del verde e la lotta contro il caro vita e i ricatti della GDO qui
possono, e devono, andare insieme.
Livorno: il presidio ferma lo sgombero
L’esperienza degli Orti Urbani dura da oltre quattordici anni, grazie al
Collettivo di cittadini che si è riappropriato del terreno di via Goito
restituendolo alla città. È su questi sei ettari di orti collettivi e
vegetazione spontanea che il costruttore Frangerini, divenuto “proprietario”
dell’area dopo averla acquistata per poco a un’asta, vorrebbe insediare quattro
palazzine.
Dopo il corteo nazionale del 5 settembre, il presidio a difesa degli Orti è
diventato permanente. Dopo mesi di attesa, il 3 novembre è scattato l’allarme:
via alla procedura di sgombero.
Un centinaio di solidali, tra cui molti residenti del quartiere, ha reso
impossibile lo sgombero.
Alla riduzione al 2% dell’edificabile, proposta dalla Giunta come contentino, il
Collettivo risponde che il punto è un altro: qualsiasi cantiere colpirebbe
l’ecosistema, compromettendo un importante rifugio climatico. Ciò che viene
chiesto è invece la tutela integrale dell’area e lo spostamento degli indici
edificatori in un sito già urbanizzato: altrimenti, nessun tavolo di confronto.
Da Reggio Emilia a Livorno e oltre, la logica dietro queste operazioni è la
stessa: le istituzioni tutelano il valore economico e i diritti del grande
privato ma non riconoscono il valore ecologico e sociale del verde urbano.
Trattare questi spazi come suolo edificabile millantando i presunti meriti dei
progetti per il territorio, mentre l’Italia continua a cementificare a ritmo
record (oltre tre m2 al secondo nel 2025, secondo il rapporto ISPRA-SNPA 2026)
pur contando circa 9,5 milioni di abitazioni non occupate e oltre 2.100 km² di
suolo potenzialmente recuperabile, non è prova di grande onestà intellettuale.
Continuare a berciare di degrado, “riqualificazione” e violazione della
proprietà privata riguardo a queste aree, senza voler riconoscere quanto
processi collettivi le abbiano irrevocabilmente risignificate e quanto abbiano
cambiato il contesto, non è prova di grande acume politico.
Dopo la vittoria del 3 novembre, il Collettivo degli Orti ha rilanciato la
mobilitazione: giovedì 5, ore 17.00, assemblea pubblica agli Orti, in modo che
del verde di Livorno possa decidere Livorno.
(copertina di malov)
Si trova in libreria a Napoli, Milano, Roma e Torino (e presto in altre città)
l’ultimo numero de Lo stato delle città. Pubblichiamo qui l’editoriale di
Riccardo Rosa.
* * *
La notte del 24 novembre 2024 moriva a Milano Ramy Elgaml, caduto dal motorino
su cui viaggiava con un amico e poi, una volta a terra, travolto dalla vettura
dei carabinieri che li inseguiva. Per l’omicidio stradale del diciannovenne
egiziano sono imputati Fares Bouzidi, il giovane che guidava lo scooter, e
Antonio Lenoci, al volante della macchina dell’arma. Dei depistaggi avvenuti
durante le indagini sono accusati altri sei militari, per frode processuale,
favoreggiamento e falso.
Lo scorso settembre gli avvocati di Bouzidi hanno depositato in tribunale una
consulenza che smentirebbe le ricostruzioni dei carabinieri. Secondo il modello
3D prodotto dall’agenzia francese Index, il giovane non avrebbe perso il
controllo del motorino a causa di un’improvvisa svolta, nel tentativo di
seminare la vettura. Sarebbe stata invece l’auto a effettuare almeno due
tentativi di speronare lo scooter, “a velocità elevata e in condizioni di minima
distanza tra i mezzi”. Dopo il secondo, andato probabilmente “a buon fine”,
Bouzidi ha perso il controllo del mezzo, che è finito a terra. Ramy è rimasto
sul selciato e qualche istante dopo è stato investito. È morto immediatamente,
aveva diciannove anni.
Nel corso dei quasi due anni trascorsi da quella notte, altri due ragazzi sotto
i vent’anni sono rimasti uccisi in circostanze poco chiare, al termine di un
inseguimento o di un controllo di polizia. È accaduto a Milano, dove è morto
Mahmoud Mohamed, ventenne che guidava senza patente; e a Napoli, a Vincent GDS,
che scappava perché il suo motorino non aveva l’assicurazione. Pochi giorni
prima della sua scomparsa, a Torino, un giovane nordafricano che viaggiava con
una certa quantità di sostanze stupefacenti leggere era stato travolto da
un’auto mentre fuggiva da un controllo.
Questi eventi sono evidentemente in relazione con il clima politico del momento
e con il sentire diffuso per cui davanti a un atto illegale, anche di modesta
entità, uomini e donne in divisa siano autorizzati a perpetrare comportamenti
estremi, mettendo in conto anche la possibilità di ammazzare chi hanno davanti.
Dall’altra parte ci sono spesso ragazzi giovanissimi, per costituzione più
istintivi, imprudenti, meno responsabili.
«Chi aggredisce, rapina, devasta – sostiene Giorgia Meloni – deve pagare sempre,
anche se ha quindici o sedici anni. Questo provvedimento serve anche a punire
quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non
accadrà loro nulla». La dichiarazione della presidente del consiglio non sembra
solo un proclama, considerando che il suo governo è stato protagonista in questi
anni di una vera guerra alla “devianza giovanile”.
Nel 2023 ha emanato il decreto Caivano, grazie al quale il numero di giovani
detenuti in carcere è aumentato di quasi il 10% in un biennio; due sono i
provvedimenti contro i “maranza” (giovani nuovi italiani con background
migratorio) che oltre a fermi preventivi e Daspo urbani istituiscono il divieto
di aggregazione in determinate zone della città; è arrivato infine la scorsa
estate un disegno di legge sull’imputabilità dei minori: la capacità di
prevedere le conseguenze di un comportamento illegale di un ragazzino dai
quattordici anni in su viene equiparata a quella degli adulti, e non dovrà più
essere dimostrata nel procedimento.
Questi interventi rientrano nel processo di iperproduzione normativa in senso
securitario, di stampo evidentemente propagandistico, messo in atto dal governo.
Si innestano, però, anche nella direzione di un “diritto penale del nemico”,
sistema fondato su due livelli di garanzie giuridiche: uno per i cittadini, che
possono commettere un errore, vedersi comminare una pena e scontarla; l’altro
per i nemici, punibili attraverso direttrici eccezionali, con forti
deregolamentazioni in termini di riduzione delle garanzie, velocizzazione
dell’intervento e carattere preventivo dello stesso. Non è un caso che uno dei
più pubblicizzati decreti del governo sia andato a colpire contemporaneamente
due categorie di “nemici” molto popolari in questa fase storica: i migranti e i
giovanissimi. «Immigrazione irregolare e baby gang – sostiene il ministro
Piantedosi, senza peraltro supportare le proprie teorie con alcun dato – sono
strettamente collegati: molti dei giovanissimi che oggi commettono reati sono di
seconda generazione, i figli di coloro che arrivarono irregolarmente
in Italia in un periodo di sbarchi incontrollati».
Se consideriamo la presunta emergenza a cui si pretende di rispondere in questo
modo, è vero, i dati ci dicono che i giovani commettono oggi più reati. Ma a
leggere con onestà le statistiche, l’attenzione andrebbe concentrata sui tipi di
reati che si verificano con maggiore frequenza, o in crescita: spaccio di
sostanze e farmaci, per esempio, o violenza contro la persona, anche sessuale.
Si tratta di reati legati a una sofferenza sociale che solo uno sciocco
penserebbe di poter risolvere chiudendo una marea di ragazzini in prigione. Va
considerato inoltre che – come osservato nell’ultimo rapporto sulla detenzione
giovanile di Antigone – l’aumento dei comportamenti illegali registrati è legato
alla maggiore facilità nell’intercettarli, e alle pratiche di controllo sempre
più invasive, per esempio digitale, a cui sono soggette le giovani generazioni.
Bisognerebbe poi riflettere su quali sono le proposte, una volta che questi
ragazzi entrano in contatto con il sistema giudiziario. La prima è, a dispetto
delle prescrizioni che fino a poco tempo fa venivano garantite dal diritto
penale minorile, il carcere. Un carcere diverso da quello che viene descritto
dalle fiction o dai suoi promotori, a cominciare dal direttore del minorile di
Nisida, che in un libro ha vantato pratiche di “cura” e “fuoriuscita dalle
relazioni tossiche” nel suo istituto. Chi conosce il carcere napoletano,
tuttavia, o altri penitenziari come il Beccaria e Casal del Marmo, sa bene che
questi luoghi non hanno nulla di meno afflittivo rispetto alle carceri degli
adulti.
Un’altra soluzione massicciamente proposta è la Messa alla prova, istituto la
cui applicazione già da tempo scontava grosse criticità, a causa della
divergenza tra le indicazioni previste dalla legge e lo scarsissimo investimento
in termini di risorse umane ed economiche. Questa possibilità – comunque
apprezzabile perché cercava di sottrarre il minore alla detenzione – ha ricevuto
un colpo letale dalle modifiche recentemente apportate: il nuovo scenario è
quello di una proposta coercitiva, in cui il minore è spinto senza che vi sia un
suo reale coinvolgimento a stringere una sorta di patto di redenzione, pur di
interrompere il procedimento penale. La risocializzazione diventa un processo
utilitaristico, in coerenza con l’idea di un cattivo da piegare, senza alcuna
velleità di rieducazione.
Una volta individuati i nemici, è necessario però creare gli strumenti più
adatti al campo di battaglia, nonché le condizioni migliori per poterli
utilizzare. Se da un punto di vista ideologico la strategia è quella della
criminalizzazione, sul piano operativo il governo ha previsto nuove tutele
legali per le forze di polizia, a cominciare dall’estensione del beneficio del
rimborso o dell’assistenza legale per quegli agenti coinvolti in procedimenti
giudiziari a causa di atti compiuti durante il servizio: è un vero e proprio
scudo penale, la cui esigenza si è fatta più urgente proprio con il complicarsi
del caso relativo alla morte di Ramy Elgaml. Nei fatti, l’intervento governativo
autorizza e legittima, se non incentiva, gli agenti a compiere azioni ardite e
rischiose, arbitrarie e sproporzionate rispetto al reato in corso.
L’entità del pericolo che queste azioni costituiscono per i cittadini è una
consapevolezza non ancora sufficientemente diffusa, nel nostro paese. Le
iniziative messe in atto dai movimenti e da qualche piccola illuminata
collettività sono risultate, sul lungo periodo, insufficienti, soprattutto
perché troppo poco pregnanti e coordinate.
Esistono, naturalmente, collettivi e associazioni che provano a tenere accesi i
riflettori sulle violenze e sugli abusi delle forze dell’ordine; studi
importanti sono stati prodotti sfruttando le conoscenze dei pochi ricercatori,
anche universitari, che si occupano della questione; una discreta eco ha avuto
l’edizione italiana del libro Police Abolition. Corso di base per l’abolizione
della polizia, pubblicato da Momo Edizioni lo scorso anno. Difficilmente, però,
anche in questi casi, si è riusciti a intercettare quella parte di società
civile che potrebbe essere sensibile al tema, smantellando la retorica della
mela marcia a beneficio di ragionamenti più complessi, che in altri contesti
hanno raggiunto livelli di approfondimento importanti.
Gli Stati Uniti, per esempio, possono indicare una via: anche a causa
dell’esasperato accanimento delle forze di polizia sulle comunità afroamericane
e in generale sui migranti, il movimento per l’abolizione della polizia ha
raggiunto da tempo consapevolezza e visibilità, trovando sponde più o meno
efficaci a seconda del mutare degli scenari politici, dell’esacerbarsi della
violenza, del livello di censura e di tanti altri fattori. Si possono reperire
facilmente su internet numerosi video di maestre e presidi che mettono in gioco
il proprio corpo in opposizione ad agenti dell’Ice che cercano di sottrargli
bambini e bambine, per arrestarli o deportarli insieme alle loro famiglie.
Esistono sindaci di grandi città che hanno avviato un processo di
definanziamento delle forze militari, e di ristrutturazione del modello di
gestione dell’ordine pubblico. Esistono organizzazioni non governative che
concentrano il loro attivismo sulla lotta alle politiche di tolleranza zero, di
profilazione razziale, di stop-and-frisk (il fermo con perquisizione immediata
in strada, sulla sola base di un “ragionevole sospetto”).
Per quanto riguarda l’Italia, sarebbe disonesto attribuire esclusivamente al
governo in carica la responsabilità di ciò che accade, frutto piuttosto di
politiche comuni a quelle di altri precedenti esecutivi. È evidente, tuttavia,
che ad attacchi come quello in atto nei confronti una parte della popolazione
giovanile vada opposta una battaglia concreta ma di ampio respiro, che spinga a
prendere posizione pezzi di società potenzialmente consapevoli, ma ancorati a
posizioni riformiste e conservative. Questo genere di battaglie ha bisogno di
una spinta che soltanto una piccola e consapevole massa può dare, ma allo stesso
tempo è necessaria un’analisi chiara delle politiche esistenti, che potrebbe
avere la forza di destare tanti dal sonno.
Ciò che possono fare i movimenti è uno sforzo in questa direzione. A morire oggi
uccisi dalle forze dell’ordine, o mentre scappano da interventi che potrebbero
avere per loro conseguenze gravissime, sono i Davide e i Ramy, gli Ugo, i
Vincent e i Mahmoud, neri d’Italia al di là delle sfumature cromatiche della
loro pelle. Gli educatori, i maestri, gli insegnanti e gli assistenti sociali,
persino i preti e tutte le altre persone che con questi ragazzi hanno un
rapporto quotidiano, vanno sollecitati a intervenire con coraggio nel dibattito.
Non è facile, in un paese in cui una scuola su quindici ha rapporti, o ospita
addirittura per eventi vetrina, almeno una volta all’anno, esponenti delle forze
dell’ordine. Ma è uno sforzo necessario perché di ancora altre tra queste
giovani vite non resti che polvere in mano. (riccardo rosa)
Dopo 35 giorni di occupazione, la polizia interviene di notte a Puerta del Sol:
due arresti e denunce di violenze.
da Osservatoriorepressione
Centinaia di persone, molte senza dimora, allontanate dalla piazza. Il movimento
26S rilancia la mobilitazione verso lo sciopero dell’11 novembre.
Alle tre del mattino di martedì 3 novembre, quattrocento agenti della polizia
nazionale e municipale hanno fatto irruzione a Puerta del Sol, nel cuore di
Madrid, per sgomberare l’Acampada26S, il presidio che da 35 giorni denunciava la
crisi abitativa, gli sfratti e la speculazione immobiliare. Gli agenti hanno
smantellato tende, gazebo e strutture collettive, disperdendo le centinaia di
persone ancora presenti. L’operazione è stata accompagnata da violenze, impiego
di spray urticanti e numerosi feriti. Due persone sono state arrestate con
l’accusa di resistenza . Un dispositivo di polizia imponente, mobilitato nel
cuore della notte per cancellare una protesta che aveva posto al centro della
capitale una questione sociale sempre più drammatica: il diritto alla casa.
Al momento dello sgombero nella piazza si trovavano ancora 334 persone. Circa
250 erano senza fissa dimora, uomini e donne che nell’accampamento avevano
trovato un riparo, oltre che uno spazio di solidarietà. È questo uno degli
aspetti più gravi dell’intervento. La polizia non ha soltanto interrotto una
mobilitazione politica, ma ha allontanato persone che non disponevano di
un’altra abitazione. La presenza di centinaia di senza dimora non era un
problema estraneo alla protesta, ma la dimostrazione concreta delle ragioni per
cui quella protesta era nata. In una città nella quale gli affitti diventano
sempre più insostenibili e l’accesso alla casa dipende dalla capacità di
soddisfare le richieste del mercato immobiliare, la povertà abitativa viene
affrontata attraverso l’allontanamento forzato di chi la subisce.
Dopo l’intervento degli agenti, le autorità hanno rivendicato il ripristino
della legalità e dell’ordinario utilizzo della piazza. Ma quale legalità viene
difesa quando centinaia di persone vengono allontanate senza che sia risolto il
problema della loro sistemazione? La questione non riguarda il diritto di
occupare indefinitamente uno spazio pubblico, ma le responsabilità delle
istituzioni di fronte a persone che non hanno un luogo in cui vivere.
Smantellare le tende non significa garantire un’abitazione. Significa soltanto
spostare altrove la povertà, sottraendola temporaneamente allo sguardo della
città.
L’Acampada26S era nata alla fine di settembre per denunciare l’aumento degli
affitti, la speculazione immobiliare, gli sfratti e l’impossibilità per una
parte crescente della popolazione di accedere a un’abitazione dignitosa. A
Puerta del Sol si erano ritrovati studenti, lavoratori precari, famiglie colpite
dalla crisi abitativa, attivisti e persone senza dimora. La piazza era diventata
uno spazio di organizzazione collettiva, nel quale la denuncia politica si
intrecciava con il sostegno materiale a chi vive condizioni di esclusione. In
una città segnata dalla pressione della rendita immobiliare e dalla
trasformazione delle abitazioni in strumenti di investimento, l’accampamento
aveva reso visibile ciò che normalmente rimane confinato nelle periferie, nei
procedimenti di sfratto e nelle difficoltà quotidiane di chi non riesce a pagare
un affitto.
La responsabilità politica di quanto accaduto non può essere nascosta dietro il
carattere amministrativo del provvedimento. Quattrocento agenti schierati per
sgomberare una piazza, l’impiego della forza denunciato dagli organizzatori, gli
arresti e la rimozione delle tende rappresentano una scelta precisa nella
gestione del conflitto sociale. Il diritto di manifestare non può essere
considerato una concessione revocabile quando la protesta diventa scomoda, così
come la condizione di povertà non può essere trattata come un problema di decoro
urbano. Le eventuali responsabilità per le violenze denunciate durante lo
sgombero devono essere accertate, ma già la dimensione dell’operazione solleva
interrogativi sulla proporzionalità della risposta delle autorità.
La vicenda di Madrid si inserisce in una stagione di mobilitazioni che
attraversa diversi Paesi europei. In Portogallo la polizia è intervenuta contro
gli accampamenti per il diritto alla casa di Lisbona e Porto. In Francia le
proteste contro il carovita e i tagli sociali sono state affrontate con divieti,
arresti e un massiccio impiego di reparti antisommossa. Le situazioni sono
differenti, ma emerge una tendenza comune: problemi economici e sociali vengono
sempre più frequentemente affrontati attraverso strumenti repressivi. Mentre
aumentano gli investimenti militari e le politiche di sicurezza, l’accesso alla
casa, la tutela dei salari e il finanziamento dei servizi pubblici continuano a
rappresentare questioni irrisolte per milioni di persone.
A Madrid, il diritto all’abitare è diventato il terreno di uno scontro che
riguarda direttamente il modello di città. Da una parte, un mercato immobiliare
nel quale il valore degli edifici è determinato dalla loro redditività e nel
quale la rendita condiziona sempre più le possibilità di vita. Dall’altra,
persone che chiedono di poter abitare senza destinare gran parte del proprio
reddito all’affitto, senza vivere sotto la minaccia dello sfratto e senza essere
costrette a dormire per strada. La casa non può essere considerata
esclusivamente una merce, perché da essa dipendono l’accesso alla salute,
all’istruzione, al lavoro e la possibilità stessa di condurre una vita
dignitosa. Senza un’abitazione stabile, anche gli altri diritti diventano più
difficili da esercitare.
L’ultimo giorno dell’accampamento era stato dedicato anche alla memoria di
Maricarmen, una donna che avrebbe compiuto 88 anni e il cui sfratto, denunciato
come violento, aveva segnato profondamente il movimento. La sua vicenda aveva
contribuito a trasformare una storia individuale in una mobilitazione
collettiva. Il manifesto letto poche ore prima dell’intervento della polizia
aveva collegato il diritto alla casa alla critica delle disuguaglianze, della
guerra, delle discriminazioni e della subordinazione dei bisogni sociali agli
interessi economici. La protesta aveva così superato la semplice richiesta di
interventi sul mercato degli affitti, ponendo una questione più generale sulla
distribuzione della ricchezza e sul diritto di tutte le persone a vivere
dignitosamente.
La solidarietà con l’Acampada è proseguita anche dopo lo sgombero. La
manifestazione convocata a Madrid ha incontrato un nuovo dispiegamento di mezzi
blindati e reparti antisommossa, mentre il movimento ha annunciato la
prosecuzione delle attività nei quartieri e la partecipazione allo sciopero
dell’11 novembre. La fine dell’occupazione di Puerta del Sol non coincide dunque
con la conclusione della mobilitazione, che continuerà attraverso le reti
territoriali e le organizzazioni impegnate contro gli sfratti e la speculazione.
Lo sgombero di Madrid mostra una contraddizione che attraversa le politiche
abitative europee. Le istituzioni intervengono con rapidità quando devono
liberare una piazza, ma non dimostrano la stessa capacità di garantire una casa
a chi ne è privo. Il problema non sono le tende che occupano lo spazio pubblico,
ma le condizioni economiche e politiche che costringono le persone a viverci. Il
diritto alla casa deve valere per tutti, indipendentemente dal reddito, dalla
condizione lavorativa o dalla situazione personale. Non può essere subordinato
alla redditività degli immobili né cancellato in nome del decoro.
A Puerta del Sol la polizia ha smantellato un accampamento. Non ha risolto uno
sfratto, ridotto un affitto o garantito un’abitazione alle persone allontanate.
Ed è proprio questa la questione che resta aperta: una società che considera
normale lasciare centinaia di persone senza casa, ma mobilita quattrocento
agenti per impedire loro di dormire in una piazza, ha scelto di reprimere le
conseguenze della povertà anziché affrontarne le cause.
OCCUPIAMOCI DELL'UNIVERSITÀ: ASSEMBLEA STUDENTESCA DI PALAZZO NUOVO + APERITIVO
CONDIVISO!
Palazzo Nuovo - Via Sant'Ottavio 20 a Torino
(venerdì, 6 novembre 16:30)
Assemblea aperta di Palazzo Nuovo + aperitivo
Venerdì 6 novembre, ore 16:30, Palazzo Nuovo
Ciao bella gente, Il vento tira pure a Palazzo Nuovo!
Al Campus Einaudi studentesse e studenti hanno occupato per portare in
università i temi del caro vita, dei tagli e del riarmo, e hanno trasformato le
aule in spazi di discussione, laboratori e lezioni alternative insieme a precari
e docenti. Chiedono e chiediamo assieme risposte a governo, Rettrice e Regione,
e invitano tutte le università e tutti i poli a mobilitarsi.
E a Palazzo Nuovo? Noi non vogliamo restare a guardare. Vogliamo parlarne tra
noi, tutt* insieme, e decidere cosa fare qui, nelle nostre aule, con i nostri
tempi.
Venerdì ci troviamo in assemblea: aperta a chiunque studi o viva questo questo
polo, soprattutto a chi non ha mai messo piede in un’assemblea o non sa da che
parte cominciare. Porta le tue idee, i tuoi dubbi, le tue proposte e qualche
amichett. Se ti fa schifo la repressione, dovresti venire con noi a parlarne,
anche solo per sentirti meno solo e isolato (ci sentiamo tutti così).
Dopo si continua a parlare con un aperitivo, perché le idee migliori nascono
anche così.
Noi non vogliamo farci ignorare, tu sei dei nostri?
Vi aspettiamo con tante patatine e stuzzichini! <3
Estratti dalla puntata del 2 novembre 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
REPRESSIONE POST 17 OTTOBRE
La rabbia clastica che si è espressa – in particolar modo a Milano – il 17
ottobre è stata appiattita da processi di mostrificazione e utilizzata per
produrre un ulteriore aggiornamento dell’arsenale repressivo, all’interno di una
lunga traiettoria volta a comprimere il conflitto sociale.
Somministrazione di paura ed “economia produttiva della repressione” sembrano
essere i principali binari su cui si muovono questure e procure.
Quali sono gli strascichi operativi a distanza di un paio di settimane? Su cosa
si fondano le indagini che stanno portando a perquisizioni e arresti in giro per
l’Italia?
Ne parliamo con l’avvocato Guido Guella, legale di una delle persone fermate a
Milano:
/ / A margine la notizia dell’incendio – definito “azione di disarmo” – che ha
distrutto la sede a Thun (Svizzera) della B&T, azienda produttrice dei
lanciatori di munizionamento cinetico non-letale (LBD) usati dalla polizia
francese per menomare chi manifesta nelle strade.
YOUSSEF SIHER: COSTRUZIONE DEL NEMICO
Al di là della gioventù arrabbiata trasformata in “feticcio sociale”, possiamo
osservare il tentativo autoassolutorio di identificazione di una regia esterna.
La marginalizzazione, la xenofobia istituzionalizzata, la generalizzata
amputazione di orizzonti di futuro desiderabili, non possono essere sufficienti
a produrre espressioni di rabbia distruttiva e predatoria; ci deve essere un
attore che governi questi individui, deumanizzati al punto da ritenerli acefali.
Ecco che viene costruito il super nemico: Youssef Siher, la “mente”, l’agente di
guerra ibrida, lo stratega… dimenticandosi che la prima chiamata per le piazze
del 17 ottobre arrivava da ambienti cripto-fascisti.
In un contesto dove il diritto penale del nemico sfuma in una dialettica del
nemico, in tanti meritano un patibolo – per ora – mediatico: agitatori da social
media, magistrati che non convalidano arresti desiderati dall’esecutivo, ma
anche avvocati che formano sull’autodifesa legale in piazza e medici che cercano
di tutelare dalla reclusione nei CRP.
Per approfondire, oltre la superficie, l’arresto e la scarcerazione di Youssef
Siher, ci colleghiamo con il giornalista freelance Lorenzo D’Agostino:
SOLIDARIETÀ CON AHMAD SALEM
Si descrive Youssef Siher come agente di guerra ibrida per conto di Hamas o
Hezbollah, mentre non si considera la miriade di attacchi di guerra cognitiva e
manipolazione del consenso democratico da parte di Israele.
Allo stesso modo, se un assassino con doppia cittadinanza italo-israeliana può
commettere crimini di guerra in Palestina, figuriamoci se non potrà conservare i
filmati degli stessi nel suo smartphone.
Se invece sei un ragazzo palestinese il trattamento sarà molto diverso: Ahmad
Salem è stato condannato in primo grado a 4 anni di carcere per la presenza sul
suo telefono di video (di dominio pubblico) della resistenza palestinese e per
avere invitato alla mobilitazione per Gaza.
Ne parliamo con Hajar, compagna di GPI (Giovani Palestinesi d’Italia):
IL SIGNIFICATO DEL CASO MARFIN
Torniamo a parlare del “caso Marfin”, la riapertura delle indagini sulla tragica
morte di tre dipendenti della Marfin Bank in seguito all’incendio della filiale
all’interno della quale erano stati chiusi dal loro datore di lavoro durante un
corteo nel 2010 ad Atene.
Tre anarchici sono ora in carcere in base a prove “aumentate” con intelligenze
artificiale e analisi biometriche.
Che funzione ha su un piano di propaganda pre-elettorale la riapertura di questo
caso?
Qual è il livello di interesse/attenzione all’interno dei movimenti greci
attorno a questi temi?
La difesa sta sviluppando strumenti per interferire con questa asimmetria di
potere (tecnologico)?
Grazie al contributo di una compagna in Grecia, abbiamo rivolto queste domande
all’assemblea che si occupa della solidarietà con le persone imputate:
Contatto assemblea Caso Marfin: Marfinvol3@espiv.net
/ / / Qui potete trovare in forma più estesa le riposte dell’asseblea
USA: ELEZIONI DI MIDTERM, MACCHINE PER IL VOTO E RISPOSTE DI GOOGLE AI
In conclusione, oltre all’anticipazione di alcuni argomenti che tratteremo nella
prossima puntata, ci soffermiamo su un paio di notizie che arrivano dagli USA.
In vista delle elezioni di midterm, il DHS avrebbe chiesto all’agenzia che si
occupa della sicurezza informatica delle macchine per le votazioni di testarne
la manipolabilità.
/ / Link all’articolo di ProPublica
I chatbot si confermano essere uno strumento di guerra cognitiva: Google AI non
accetta la vittoria di Biden nel 2020.
Dopo 35 giorni di occupazione, la polizia interviene di notte a Puerta del Sol:
due arresti e denunce di violenze. Centinaia di persone, molte senza dimora,
allontanate dalla piazza. Il …
di Giansandro Merli* Dall’università di Bologna il primo studio sistematico
sulla sorveglianza aerea dell’agenzia Ue. Aerei e droni forniscono molte
informazioni senza implicare il dovere di soccorso Trentatremila persone sono …
di Marco Sommariva* Charlie Chaplin odiava il potere, la macchina del capitale,
l’ordine dello stato con i suoi poliziotti, i suoi giudici e le sue galere,
l’ordine morale della società, …
di Movimento Nonviolento, Centro di ricerca per la pace di Viterbo, Peacelink
Contro la retorica patriottica e la propaganda militarista, il 4 novembre
diventa una giornata di memoria delle vittime …
I dati delle ultime elezioni in Israele, che si son concluse lo scorso 29
ottobre, lasciano un clima di incertezza.
Il blocco Netanyahu ha raggiunto 53 seggi, quello diEisenkot 48 seggi e i
partiti arabi 19 seggi– valore mai raggiunto nelle elezioni precedenti.
Tuttavia, in assenza di una maggioranza di almeno 61 su i 120 seggi della
Knesset, non è chiaro chi governerà effettivamente.
La paura di Netanyahu riguardo un presunto accordo tra l’opposizione ha
scatenato una campagna di screditazione dei partiti arabi per cui è partita
un’indagine dallo Shinbet.
Ma c’è veramente un alleanza tra Eisenkot e i partiti arabi? Oppure si tratta di
una strategia per delegittimare i risultati?
Quali sono gli elementi che hanno caratterizzato le campagne dei diversi
blocchi?
Cosa potrebbe comportare un cambio di governo per i cittadini palestinesi e per
la politica regionale in Iran e Cisgiordania?
Ne parliamo con Eliana Riva, giornalista del Manifesto e Pagine Esteri.
con: Umbrafono, Upperground Orchestra, Holy Tongue, Can, Senyawa, Pandelindio,
Eternal Zio, Sacre Stanze, Milkweed
con: Hayward & Dalek, Coil, The Electric Weasel Ensemble, Herbie Hancock,
Pauline Anne Strom, Rainbow Island, Broadcast
“Talk Radio”
Scaletta:
-“We Know Where You Live”- Stewart Copeland (“Talk Radio Original Motion Picture
Soundtrack”; 1988);
-“Take It or Leave It”- Madness (“Absolutely”; 1980);
-“Drugs”- Talking Heads (“Fear of Music”; 1979);
-“Dachau Blues”- Captain Beefheart & his Magic Band (“Trout Mask Replica”;
1969);
-“Arbeit macht frei”- Area (“Arbeit macht frei”; 1973);
-“Dead Rat”- Invasives (“Dead Rat”; 2019);
-“Il divorzio”- Gatto Ciliegia contro Il Grande Freddo (“Superotto”; 2020);
-“Disco Inferno”- The Trammps (“Disco Inferno”; 1976);
-“Discipline”- King Crimson (“Discipline”; 1981);
-“Stop That Rope”- Marc Rebillet (“Marc Rebillet”; 2014);
-“Peace Sells”- Megadeth (“Peace Sells… but Who’s Buying?”; 1986);
-“Guilty of Everything”- Nothing (“Guilty of Everythig”; 2014);
-“Telephone and Rubber Band”- Penguin Cafe Orchestra (“Penguin Cafe Orchestra”;
1981; registrato tra il 1977 e il 1980)