INCONTRO DI MUTUO AIUTO TRANS*
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(giovedì, 5 novembre 18:00)
INCONTRO RETE DI MUTUO AIUTO TRANS* 🏳️⚧️💖
Sei una persona trans? Vuoi contribuire a formare una rete di scambio di
conoscenze ed esperienze con altre persone trans? Sei stancx di dover sempre
passare per istituzioni e persone cis per dirimere i tuoi dubbi?
Vogliamo costruire uno spazio orizzontale di AUTO-MUTUO-AIUTO tra persone trans*
dove poterci scambiare e fornire gli strumenti per gestire la nostra salute.
Crediamo nei principi dell'auto-gestione, dell' auto-organizzazione, della
solidarietà e del mutualismo.
Non vogliamo offrire un servizio o uno sportello, ma creare una realtà di mutuo
aiuto, fra pari, da dentro la nostra comunità, dove poter mettere insieme
conoscenze ed esperienze, tra noi e tra persone transfemministe alleate.
Navigare la propria salute come persone trans è spesso complesso, tra
gatekeeping, leggende metropolitane, stereotipi negativi e personale sanitario
non adeguatamente preparato, quando non proprio discriminatorio. Questo momento
vuole essere uno spazio per infrangere quegli ostacoli alla nostra
autodeterminazione, e creare dei momenti di solidarietà concreta tra persone
trans, qualsiasi sia il loro percorso.
Se hai qualcosa da condividere, porta le tue conoscenze, se hai qualcosa su cui
vuoi saperne di più, porta i tuoi dubbi. Ci vediamo al CSOA Gabrio, Consultoria
FAM il 5/11 dalle ore 18! ❤️
Marted’ 27 Ottobre 2026 – Overjoy 300
Giunti alla trecentesima puntata, non potevo che celebrarla con una bella
selezione di 7″. Overjoy!
Dal comunicato stampa GSF si legge Il 30 ottobre 2026 i porti si fermeranno per
lo sciopero generale in vista della seconda giornata internazionale di lotta dei
lavoratori portuali , sulla base della Dichiarazione di Istanbul approvata al
Terzo Incontro Internazionale dei sindacati dei portuali e dei lavoratori dei
porti del Mediterraneo e dell’Europa del maggio 2026. La coalizione Ports in
Action – CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi),
Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport
Workers Federation of India – coinvolgerà oltre 100 siti portuali nel mondo.
In Italia lo sciopero generale è stato indetto dall’Unione Sindacale di Base e
rilanciato, a livello nazionale, dall’intero sindacalismo di base: Usi – Cit,
Confederazione Cobas, Si Cobas, Unicobas, Sial Cobas, Adl Cobas, Clap, Ssb,
oltre a numerose categorie della Cub.
In avvicinamento allo sciopero è stata bloccata in data 22 ottobre dal gruppo
dei portuali autonomi di Livorno la nave SUNAID X diretta alla base militare
statunitese di Sigonella.
Ne parliamo con Simone dei GAP Livorno:
Con una partecipazione eccezionale al voto, ovvero del 77,7% degli aventi
diritto che si sono recati alle urne, il Likud di Netanyahu e i suoi alleati
hanno ottenuto 53 seggi. Il risultato arriva contro i 48 seggi del principale
blocco di opposizione guidato dal centrista Gadi Eisenkot, come molti dei
partiti contro cui gareggia il Likud, ideologicamente affine al partito
avversario.
Nessuno dei due schieramenti ha raggiunto i 61 seggi necessari per ottenere la
maggioranza in Parlamento.
Le elezioni sono avvenute in un clima di violenza: attacchi alle urne, agli
elettori arabi – interessata una partecipazione al voto mai vista con cui hanno
ottenuto 19 seggi.
Ne parliamo con MIchele Giorgio, corrispondente ufficiale del manifesto a
Gerusalemme e direttore di Pagine Esteri:
APERIQUEER DI PROVINCIA
Zac! Ivrea - Via dora Baltea 40/b, Ivrea
(mercoledì, 4 novembre 18:00)
Tutti i mercoledì di ottobre, dalle 18 allo Zac potrai trovare uno spazio sicuro
e queer, dove conoscersi e chiacchierare in maniera informale.
AperiQueer è accessibile: non sono necessarie particolari abilità sociali,
troverai qualcunə prontə a facilitare le conversazioni. Il drink è offerto.
Ripubblichiamo questo articolo firmato da Chiara Sasso per Volere La Luna.
La notte di giovedì 22 ottobre anche il presidio no Tav di Borgone è andato a
fuoco. Dal rogo è rimasta la ferraglia. Spuntoni di ferro che non si piegano
nonostante tutto attorno ci sia solo cenere. Del resto cosa ci può mai essere
dentro una casetta di legno costruita da presidianti? Un luogo che avevano
ricostruito dopo che il vecchio presidio a sua volta era stato bruciato (16
gennaio 2010). Questo, dopo il rogo avvenuto al presidio di Bruzolo e in seguito
a quello di Vaie e poi a San Didero. Cosa ci può mai essere di così pericoloso
dentro un presidio se non libri, qualche pentola e piatti per incontri
mangerecci, e ormai foto appese ai muri di chi “è andato avanti”. Parole sì,
tante: per appuntamenti, per manifestazioni, per predisporre ogni anno il
banchetto sangria al festival Alta Felicità, per organizzare la pulizia dei
sentieri di montagna fra Bruzolo e Borgone (comunità). Ultimamente per
partecipare agli incontri contro la riapertura dell’acciaieria Beltrame poco
distante. Ma soprattutto tanti ricordi, feste di compleanni di figli e nipoti,
incontri dei giovani no Tav. Un patrimonio immateriale che va avanti da
trent’anni; nello specifico per Borgone da 21 anni, da quando era stato
costruito il primo presidio no Tav per opporsi ai sondaggi.
Era lunedì 20 giugno 2005 e quella mattina fra il consiglio comunale organizzato
sul prato, il rosario detto dal parroco del paese con i fedeli, la madonna del
Rocciamelone che assisteva, il canto di “Bella Ciao” per irrompere, le truppe di
occupazione erano state rimandate al mittente. Non c’era stato il tempo di
festeggiare perché bisognava riproporre il format per Bruzolo dove sarebbe
avvenuto il secondo tentativo di presa dei terreni. «Ieri sera al presidio di
Borgone si è discusso delle strategie da adottare per trovarci pronti a Bruzolo
lunedì». Partivano le email con il (quasi) decalogo: «1) Non farsi malmenare; 2)
mantenere un clima allegro, disteso; 3) non accettare provocazioni; 4) sindaci e
gonfaloni in prima fila; 5) presentarsi con gli scolapaste in testa; 6) arrivare
all’alba per non farci fregare il posto; 7) attenzione a non finire sotto
un’auto attraversando la statale; 8) ricordarsi che la lotta sarà ancora lunga,
dopo Borgone e Bruzolo ci sarà Venaus. Il libro Facce no Tav ripercorre la
storia.
Poi nel gennaio 2010 il presidio di Borgone raso al suolo. Sul campo scritte “Si
Tav” e la stufa di ghisa, ferma in mezzo al disastro, simbolo della ripartenza.
Sembrava smagrita nella sua forma bombata, generosa di ferraglia ma ancora
riconoscibile. Per cinque anni aveva riscaldato quel luogo, a volte infeltrendo
il bordo di giacche di chi per cercare il caldo l’abbracciava un po’ troppo.
Nessun passo indietro, la voglia immediata di ricostruire il presidio ancora più
bello. “Brucia più a voi che a noi”.
Non si può pensare che non cambi niente in una storia che sta attraversando
mezzo secolo. Cambiano le persone, la velocità della comunicazione e di
pensiero, cambiano i progetti. Ne arrivano altri. Il presidio di Borgone
(parlandone da vivo) un mese fa aveva ricevuto la notifica di esproprio del
terreno da parte delle ferrovie per la costruzione di una mega rotonda che andrà
ad attraversare i prati (fino ad ora incontaminati). Obiettivo: chiudere un
piccolo passaggio a livello e dare accesso all’area “industriale” di Borgone.
Già si pensava di spostare il presidio poco più in là, senza drammi. Ogni tanto
si pensa di trovare un luogo dove far confluire pezzi che raccontino e
materializzino questa storia. Ecco arrivata ennesima risposta. Meglio continuare
a custodire in decine e decine di case private, pensando che sia una grande
collezione a cielo aperto. E poi non è ancora arrivato il momento di pensare
alla “memoria”. Finché qualcosa vive, ha bisogno di spazio di tempo di
possibilità di aggregazione. Non è un racconto compiuto, non ancora eredità.
La notte di giovedì 22 ottobre i vigili del fuoco hanno detto di non aver
trovato nessun segnale che possa far pensare ad un atto doloso. Strano: nei
giorni precedenti il presidio non era stato aperto. Anche ora, davanti a tutta
quella cenere, non si fanno drammi. C’è piuttosto un sentimento personale di
“magone” senza lacrime. «Il magone denota l’accoramento con la suprema finezza
dei sensi interni, di quella miriade di percezioni invisibili che scocca fra noi
e il nostro corpo. Si tratta quindi di una parola di grande intelligenza: una
sensazione forte che nasce dentro il corpo» (Giorgio Moretti, Dizionario delle
parole perdute).
🎃 Sabato 31 ottobre portiamo l’attenzione sulle ferite del nostro territorio.
🧟♂️ I veri mostri non sono quelli di Halloween: sono il cemento, i fili
spinati e i cantieri della Torino-Lione che continuano a devastare la Val di
Susa.
🏚️ San Didero, Traduerivi, Chiomonte, Salbertrand: raggiungiamo i nostri luoghi
insieme!
🕷️ Bismillah c’est les ténèbres!
L’Italia è il primo importatore di rottami ferrosi da Israele. Mentre la
distruzione della Palestina si intreccia con circuiti commerciali opachi, in Val
di Susa si discute della riattivazione del forno Beltrame. Due vicende diverse,
dentro un sistema economico in cui guerra, produzione industriale e sfruttamento
dei territori sono sempre più intrecciati.
Dietro le bombe, le città rase al suolo e le popolazioni costrette a
sopravvivere tra le macerie si muovono interessi economici, catene di
approvvigionamento e mercati che continuano a funzionare: un sistema nel quale
la distruzione si accompagna alla produzione, gli armamenti diventano un settore
strategico e le risorse continuano a circolare anche quando vengono sottratte a
territori devastati.
In Palestina, la distruzione sistematica di case e infrastrutture lascia dietro
di sé montagne di macerie. Intanto, l’Italia diventa il principale importatore
di rottami ferrosi da Israele. In Val di Susa, invece, si discute della proposta
di riattivare il forno elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San
Didero e Bruzolo, per produrre acciaio fondendo rottami ferrosi.
Non stiamo parlando della stessa situazione. Ma queste vicende impongono di
guardare oltre i singoli impianti e le singole transazioni, per interrogarsi sul
modello economico che li attraversa: un modello nel quale le esigenze della
produzione e gli interessi strategici degli Stati si intrecciano, mentre il
costo umano e ambientale viene scaricato sui territori e sulle popolazioni.
A mettere in luce un aspetto inquietante di questa vicenda è l’inchiesta
pubblicata il 21 ottobre scorso da Altreconomia. I dati delle Nazioni Unite e
dell’Istat mostrano un’impennata delle importazioni italiane di rottami ferrosi
da Israele: dalle appena 73 tonnellate del 2023 alle 99.000 del 2025, fino alle
125.000 tonnellate registrate nei primi sei mesi del 2026. Un flusso commerciale
cresciuto enormemente proprio mentre la Turchia, principale acquirente dei
rottami israeliani, riduceva le proprie importazioni.
Non parliamo di una questione astratta. L’inchiesta ricostruisce le denunce
internazionali relative alla rimozione e alla frantumazione delle macerie nella
Striscia di Gaza da parte dell’esercito e di imprese israeliane. Secondo il
rapporto di Euro-Med Human Rights Monitor citato nell’articolo, i materiali
vengono separati e trasportati fuori dalle aree sottoposte al controllo militare
israeliano. Tra questi, ferro proveniente dagli edifici distrutti e carcasse di
automobili e ambulanze.
Il problema è che, una volta frantumati, selezionati e mescolati con altri
rottami, quei materiali possono entrare nella catena commerciale senza che la
loro origine sia più facilmente riconoscibile. Ed è proprio su questo punto che
l’inchiesta apre interrogativi pesanti.
Nel porto di Venezia, dove nel 2025 sono entrate oltre 68.000 tonnellate di
rottami ferrosi da Israele e più di 105.000 nei primi sei mesi del 2026, le
Dogane hanno dichiarato che non risultano importazioni con origine Gaza o
Territori palestinesi occupati. Allo stesso tempo, hanno rifiutato di rendere
noti nel dettaglio i criteri e le modalità dei controlli sulle singole
spedizioni.
A Brindisi, invece, l’Agenzia delle Dogane ha negato l’accesso ai dati
richiesti, sostenendo che la loro divulgazione avrebbe arrecato un pregiudizio
alle attività imprenditoriali delle aziende interessate. L’autrice
dell’inchiesta ha deciso di presentare ricorso al TAR.
Dunque, mentre esistono denunce circostanziate sul prelievo delle macerie
palestinesi e sul loro possibile sfruttamento commerciale, le informazioni
necessarie a ricostruire la provenienza dei materiali restano in larga parte
inaccessibili.
In tutta questa vicenda, l’Italia non è uno spettatore esterno ma il principale
destinatario dei rottami ferrosi esportati da Israele. Un ruolo che impone
responsabilità precise: non basta dichiararsi estranei alla distruzione se poi
si continua a partecipare a circuiti commerciali di questo tipo.
E’ in questo quadro che va collocata la proposta di riattivazione del forno
elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San Didero e Bruzolo. L’impianto
è fermo dal 2012 e l’azienda ha presentato un progetto per ripristinare il ciclo
produttivo, con una capacità dichiarata di 800.000 tonnellate di acciaio
all’anno, un investimento annunciato di circa 50 milioni di euro e la promessa
di 150 posti di lavoro.Infatti, mentre la guerra torna a essere presentata come
un orizzonte permanente e la riconversione industriale verso produzioni
strategiche e militari assume un peso sempre più crescente, anche le scelte
locali devono essere discusse per ciò che comportano realmente. Quali bisogni
dovrebbe soddisfare questa produzione? Quali interessi economici la sostengono?
Quali costi ambientali e sanitari ricadrebbero sulla Valle?
Non basta evocare gli investimenti e i posti di lavoro per chiudere la
discussione. La salute, la qualità dell’aria e la tutela del territorio devono
essere al centro della valutazione, non variabili subordinate alla convenienza
economica dell’impresa.
Il forno è fermo da oltre tredici anni. Oggi si vorrebbe ripristinare un ciclo
produttivo capace di raggiungere 800.000 tonnellate annue, chiedendo alla
comunità di accettare le conseguenze di una scelta che risponde anzitutto a una
strategia industriale di larga scala. Il Comitato Zero Emissioni e le persone
che si stanno mobilitando contro il progetto hanno messo al centro proprio la
necessità di difendere la salute e il futuro della Valle rifiutando l’idea di
essere parte di questi meccanismi.
L’opposizione al progetto non arriva soltanto dalla popolazione che si sta
impegnando attivamente. Anche diversi Comuni della Valle (Bruzolo, San Didero,
Borgone, Condove, Villar Focchiardo, Chianocco, San Giorio) insieme all’Unione
Montanta, hanno presentato osservazioni, mettendo in discussione le criticità
del progetto e richiamando la necessità di tutelare la salute pubblica
producendo così un ulteriore rallentamento dell’iter autorizzativo della
richiesta depositata dal Gruppo Beltrame: i termini sono stati rinviati a fine
gennaio e la decisione potrebbe slittare persino al 2028. Il progetto, dunque, è
tutt’altro che una partita chiusa. La mobilitazione e la presa di posizione
delle amministrazioni locali dimostrano che la riattivazione del forno è ancora
una scelta contestata, sulla quale la Valle ha diritto di far sentire la propria
voce.
Non è una battaglia contro il lavoro. È una battaglia contro il ricatto che
pretende di rendere ogni impianto intoccabile in nome dell’occupazione, come se
non fosse possibile discutere quali produzioni servano davvero alla
collettività, a vantaggio di chi vengano realizzate e quali costi vengano
scaricati sulle comunità.
La retorica della sostenibilità vorrebbe farci credere che trasformare un
rifiuto in una nuova materia prima sia sufficiente a rendere virtuoso tutto ciò
che viene dopo. Ma parlare soltanto di economia circolare significa nascondere
il problema dietro un’etichetta rassicurante. La questione non è soltanto come
riciclare, ma quale modello di produzione alimentiamo, per soddisfare quali
interessi e a spese di chi.
La Palestina ci mostra fino a dove può arrivare un sistema in cui la disruzione
programmata di un territorio e della sua popolazione non interrompe gli affari,
ma può perfino aprire nuovi mercati. La Val di Susa ci ricorda che anche qui
esistono interessi industriali pronti a chiedere altro spazio, altre risorse e
la disponibilità delle comunità ad accettarne le conseguenze.
Non sono situazioni equivalenti. Ma non possiamo ignorare il filo che le
attraversa: la subordinazione dei territori e dei popoli alle esigenze della
produzione, del profitto e della guerra.
L’inchiesta di Altreconomia ci obbliga a guardare dentro le catene di
approvvigionamento che collegano i mercati internazionali ai territori dilaniati
dalla guerra. La proposta Beltrame ci impone di discutere su che tipo di futuro
vogliamo qui in Valle.
Sono questioni che si incontrano nel momento in cui l’economia di guerra tende a
normalizzare la militarizzazione, la competizione per le risorse e la
sottomissione delle scelte collettive agli interessi industriali e strategici.
La guerra non è soltanto distruzione: è anche un sistema di produzione,
circolazione delle merci e accumulazione economica che coinvolge imprese,
istituzioni e filiere internazionali.
L’economia di guerra ha bisogno di territori da devastare, risorse da sottrarre,
filiere da alimentare e comunità disposte a pagare il prezzo delle scelte
altrui. Dalle macerie della Palestina alla proposta di riaccendere il forno
Beltrame, ciò che va messo in discussione è un modello che subordina la vita, la
salute e il futuro dei territori agli interessi della produzione e del profitto.
Non esiste alcuna inevitabilità in tutto questo. La guerra non è un destino,
così come non lo è la trasformazione della Valle in un territorio da sfruttare.
Opporsi alla militarizzazione, denunciare gli affari che si alimentano della
distruzione e contrastare nuovi impianti imposti in nome dello sviluppo
significa rifiutare la stessa pretesa: che siano sempre le popolazioni a doversi
piegare alle esigenze del potere economico e politico.
40 Watts From Nowhere è un documentario uscito nel 2026, tratto da un libro
omonimo, dedicati a KBLT, leggendaria Radio Pirata di Los Angeles. Ricostruiamo
la storia della stazione radio di Silver Lake, e in generale il contesto delle
radio pirata negli Stati Uniti di quegli anni insieme a Sue Carpenter, autrice
del libro e del documentario, nonché fondatrice della celebre radio che
trasmetteva tra la camera da letto e il bagno della propria casa.
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato delle cinque attiviste italiane arrestate
lo scorso 22 ottobre dalle forze di occupazione israeliane a Masafer Yatta,
nella Cisgiordania occupata, e successivamente espulse dal Paese. Le cinque si
trovavano insieme ad altre sei persone internazionali in visita a una famiglia
palestinese quando sono state fermate da coloni israeliani e successivamente
detenute dalla polizia. Nel comunicato denunciano le condizioni della
detenzione, il ruolo delle autorità italiane e, soprattutto, la sistematica
violenza dell’occupazione israeliana contro la popolazione palestinese, che
continua a essere oscurata dall’attenzione mediatica riservata agli attivisti
internazionali.
Di seguito il comunicato integrale.
Siamo le cinque ragazze italiane arrestate ed deportate dalle forze di
occupazione israeliane.
Il 22 ottobre undici attivistə internazionali, oltre a noi una tedesca, un
britannico, un irlandese, uno statunitense, un’austriaca e un’ ungherese, sono
statə detenutə da coloni israeliani e poi dalla polizia israeliana mentre
visitavano una famiglia palestinese a Masafer Yatta, nella West Bank occupata.
Non c’è davvero differenza tra esercito e coloni: in diversi posti viene
delegato proprio a questi ultimi il controllo del territorio. E quando non è
così, la comunicazione e la complicità tra esercito, polizia e coloni è più che
stretta.
La stampa racconta che la Farnesina ha ottenuto il nostro rimpatrio. Ma qui non
c’è proprio nulla da ottenere: noi non volevano essere espulse, volevamo restare
in solidarietà con il popolo palestinese.
Quello che la Farnesina dovrebbe ottenere è, al contrario, una spiegazione delle
ragioni per cui siamo state arrestate e detenute per 48 ore, rinchiuse in delle
celle senza avere accesso a un processo e a contattare i nostri affetti.
Il governo dovrebbe chiedere perché nei territori palestinesi persone
internazionali non possano stare accanto alle famiglie indigene mentre
raccolgono le olive nella loro terra e cercano semplicemente di vivere la
propria quotidianità. Come mai le loro case e le loro terre vengono
arbitrariamente sottratte, occupate, dichiarate zone di addestramento militare,
cacciando le famiglie che ci abitano da sempre.
Ci chiediamo inoltre come sia possibile che criminali di guerra possano godersi
le vacanze in Italia, all’interno di resort privati, scortati da Digos e polizia
senza subire alcuna conseguenza.
Come sempre nei media europei, fa notizia l’arresto di persone internazionali e
non la violenza sistemica che i Palestinesi subiscono ogni giorno dalla Nakba
del 1948 e ancora prima.
Le famiglie palestinesi vivono sotto un regime di apartheid e terrore imposto
dall’occupazione israeliana e sotto la costante minaccia di espulsione e pulizia
etnica. Vedono negati i permessi per costruire le proprie case o di accedere
alle loro terre, dove i coloni indisturbati possono pascolare i loro greggi
rubati ai palestinesi e costruire strade e colonie illegali sotto la legge
internazionale. Le persone sono tagliate fuori dalle proprie fonti di acqua, i
loro pozzi, le strade e le case, vengono distrutti. Una violenza costante per
costringere la gente ad abbandonare la propria terra.
Non possiamo evitare di pensare alle proteste dei contadini e gli
autotrasportatori del Sud Italia, che piangono vicino ai loro alberi di ulivo e
al fatto che il lavoro di una vita non permetta loro di arrivare a fine mese.
Non possiamo dimenticare delle migliaia di armi che escono dalle industrie della
Leonardo a partecipazione statale e alle innumerevoli mobilitazioni contro il
riarmo che hanno invaso le strade, le scuole, i porti e le stazioni durante
questi anni. Davanti a tutto questo, il Governo è rimasto in silenzio. Al posto
di ascoltare le proteste contro il carovita e dare delle risposte alle piazze,
continua a finanziare la macchina di morte che porta avanti il genocidio,
l’occupazione e lo sterminio in Palestina.
Quello che ci è successo è inaccettabile ma la situazione delle persone
palestinesi è cento volte peggiore. Sono arrestate ogni giorno, nessun ministero
degli esteri interviene per loro conto, nessun media si mobilita in loro difesa.
Anche bambine e bambini sono detenuti illegalmente nelle carceri israeliane al
cui interno gli vengono inflitte violenze fisiche, psicologiche e sessuali e
nelle quali spesso muoiono, nel silenzio assordante del mondo.
Lo sappiamo bene, anche perchè durante la nostra detenzione abbiamo ricevuto
minacce e derisioni. Un agente ha alluso a come si sarebbe divertito con noi la
mattina della partenza, e alla potenziale minaccia di uno stupro. Paura con la
quale abbiamo dovuto convivere tutta la notte nella nostra cella.
Chiediamo alla comunità internazionale di smettere di trattare la violenza
sionista come una nota a piè di pagina. Chiediamo che il Governo italiano non si
limiti semplicemente a delle note di condanna che non hanno alcun risultato né
significato reale. Che si attivi per garantire protezione alle famiglie
palestinesi di Hebron e di tutta la Palestina occupata. Vogliamo lo stop delle
deportazioni e dei ban per gli attivisti, vogliamo la rottura di qualsiasi tipo
di rapporto economico e commerciale con l’entità sionista. Chiediamo la chiusura
delle ambasciate israeliane in italia e la fine di ogni tipo di complicità. Lo
Stato deve fare pressione affinché
i coloni responsabili dello sterminio della popolazione in West Bank come a
Gaza, e tutte le strutture statali che li rendono possibili, rispondano delle
proprie azioni; e che si ponga fine all’impunità che rende la vita dei
palestinesi sacrificabile.
Solidarietà con il popolo di Massafer Yatta. Solidarietà con la Palestina. Non
smetteremo mai di lottare per una Palestina libera e per la libertà di tutte le
popolazioni oppresse.
di Michele Blanco* Un’analisi critica e comparativa dell’opera a cura di
Osservatorio Repressione e Volere la Luna, “Questo libro è illegale. Contiene
parole che insidiano la sicurezza” Il volume collettaneo …
(disegno di luis c. marighella)
Domenica scorsa, il secondo turno delle elezioni in Brasile ha sancito la
vittoria di Lula contro il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro. Con una
differenza di circa 4,4 milioni di voti rispetto all’avversario, Lula diventa
presidente del Brasile per la quarta volta, a ottantun anni. Nessun presidente
democraticamente eletto ha mai collezionato quattro mandati nella storia del
Brasile. Sebbene questo sia già di per sé un record, lo è maggiormente se si
considera che mai nella storia del paese un candidato arrivato secondo al primo
turno della tornata elettorale è riuscito a ribaltare il risultato e vincere al
secondo turno. Abbiamo chiesto a Giuseppe Cocco, professore dell’Università
Federale di Rio de Janeiro e animatore della rete Universidade Nômade, cosa ha
determinato un risultato così straordinario. Intanto, a conferma del pericolo
scampato per la democrazia brasiliana, mentre postiamo, apprendiamo che Flavio
Bolsonaro, sul quale pendono diverse inchieste per corruzione, riciclaggio di
denaro, appropriazione indebita e legami con la criminalità organizzata, ha
attraversato il confine con l’Argentina e da lì con un aereo è scappato negli
Stati Uniti.
Si può dare una prima risposta alla vittoria di Lula, generale ed emotiva: la
sensazione è di grande sollievo davanti a un vero e proprio incubo. Una
sensazione ancora più forte del 2022, quando venne sconfitto il padre di Flavio
Bolsonaro. Questa volta sarebbe stato molto, ma molto peggio. La prima
spiegazione di quel che è successo è che siamo passati da un voto nel primo
turno orientato al cambiamento a un voto di sbarramento. La gestione burocratica
e sostanzialmente vuota della campagna di Lula nel primo turno (guidata dalla
convinzione di avere la vittoria in tasca davanti a un candidato senza carisma e
neppure esperienza), insieme con la grave crisi della Corte Suprema, aveva
portato al quasi-disastro: non solo il figlio di Bolsonaro si è mostrato
competitivo, ma è arrivato addirittura primo (contro ogni previsione). Allo
stesso tempo, la differenza tra i due candidati restava molto piccola: Flavio
superava Lula di appena 2,2 milioni di voti, in un paese di circa 160 milioni di
aventi diritto al voto.
Cos’è successo dunque tra il primo il secondo turno? Tre movimenti, che possiamo
riassumere schematicamente così: la mobilitazione della piazza; l’occupazione
della sfera digitale; il lancio di un’agenda attiva di governo (con appoggio del
Parlamento e del Senato). A questi tre movimenti, se ne può aggiungere un
quarto, importantissimo: con l’avvicinarsi del ballottaggio, un numero crescente
di figure politiche e pubbliche indipendenti, anche di destra, hanno
moltiplicato le dichiarazioni di voto per Lula, contro la minaccia alla
democrazia. Insomma, il santo che ha compiuto il miracolo della rimonta di Lula
è una moltitudine trasversale: in parte spontanea, in parte istituzionale.
IL PRIMO MOVIMENTO
Anche se c’erano tanti segni premonitori, il risultato elettorale del 5 ottobre
(il primo turno) è stato per gli elettori di Lula e per quelli che erano
mobilitati contro il ritorno del fascismo, più che una doccia fredda, un pugno
nella bocca dello stomaco. La compagine di estrema destra si rafforzava
minacciosa al Senato e al Parlamento, con Flavio Bolsonaro al primo posto. Ma
già nella notte del 5 alcune migliaia di studenti dell’Università Federale
Fluminense, manifestavano spontaneamente a Niterói (città limitrofa a Rio de
Janeiro). La manifestazione, forte e determinata, passava nelle reti sociali,
diventava virale e dava il via ad altre manifestazioni sorte spontaneamente un
po’ dappertutto. Da quel momento non ci saranno più comizi di Lula dove recarsi,
ma sarà Lula ad andare nelle manifestazioni che non smetteranno di amplificarsi
fino al sabato della vigilia elettorale. La difesa della democrazia non è più
uno slogan astratto: ma un terreno di mobilitazione che tutti i giorni aggrega
giovani, donne e un po’ tutti.
IL SECONDO MOVIMENTO
La mazzata del primo turno ha avuto l’effetto di scuotere le posizioni
consolidate e Lula ha avuto il coraggio di affidare la battaglia delle reti a
una figura relativamente nuova nel “serraglio” lulista. Se compariamo la foto
del discorso dopo la sconfitta nel primo turno con la foto della vittoria, i
presenti sono completamente diversi. Nella prima, la vecchia guardia della
nomenclatura del Partito dei lavoratori. Nella seconda, numerosi giovani, molte
donne e Janones. Il deputato federale André Janones ha cominciato a organizzare
le reti digitali dandogli un nome, una strategia generale (spiegata
dettagliatamente da lui stesso in numerose dirette) e degli obiettivi specifici.
In uno dei suoi primi discorsi online, con tono veemente, il nuovo responsabile
per la campagna digitale di Lula ha fatto due affermazioni: la prima, che Lula
avrebbe certamente vinto se, ed ecco la seconda, si fossero seguite le sue
“direttive”. Ha invitato quindi con veemenza gli intellettuali, i ricercatori, i
professori a lavorare per la rielezione di Lula seguendo le linee definite da
una entità che ha chiamato Exército do Lula: un canale di WhatsApp che ha
rapidamente messo insieme dieci milioni di soldados. Articolato con Instagram e
Youtube, l’esercito comandato dal “generale” Janones in nome del “maresciallo”
Lula è riuscito, prima, a spiazzare l’egemonia bolsonarista nelle reti e, poi, a
rispondere a una gigantesca domanda di mobilitazione che poteva così diventare
capillare e circolare dalle grandi metropoli (quasi tutte luliste) all’immensità
continentale del paese. Le manifestazioni di strada riverberano nelle reti e
viceversa, in tempo reale, senza mai fermarsi. Storcendo il naso e nonostante le
molte critiche, tutti hanno progressivamente aderito e nel giro di una decina di
giorni, l’esercito di Lula è diventato una realtà incredibile, al punto che il
presidente – bolsonarista – del Tribunale Elettorale ha tentato più volte di
metterlo offline.
IL TERZO MOVIMENTO
La campagna elettorale di Lula era burocratica e sostanzialmente vuota. La
grande idea era la sua biografia. Dal momento che i sondaggi hanno cominciato a
mostrare la crescita di Bolsonaro (amplificata dalla crisi istituzionale della
Corte Suprema), il governo ha cominciato a mettere in piedi una serie di misure:
aumento del Bolsa Familia (un assegno per i più poveri), incremento dei
programmi di negoziazione dei debiti delle famiglie, la proibizione delle case
di scommesse, linee di credito per i microimprenditori. Dopo la sconfitta nel
primo turno, c’è stata un’accelerazione: con l’appoggio dei centristi presidente
del Senato e della Camera, Lula ha fatto votare la riduzione della settimana di
lavoro (da sei a cinque giorni) e annunciato una misura per garantire la
gratuità dei trasporti nel fine settimana. Oltre a questo, ha messo in opera un
altro piano di appoggio alle famiglie indebitate, microcredito per le
microimprese e, dulcis in fundo, anticipato di una settimana – cioè prima del
secondo turno – il pagamento (incrementato del diciassette per cento) del Bolsa
Familia. Quel che prima era vuoto, si è riempito di contenuti: politica attiva
di gestione del credito, distribuzione del reddito, giornata di lavoro, accesso
ai servizi, ecc.
IL QUARTO MOVIMENTO
Nel clima generale di mobilitazione nelle piazze e nelle reti, si moltiplicano
le prese di posizione degli indipendenti non lulisti. Giornalisti, figure dello
spettacolo, uomini politici di destra ma democratici chiamano a votare contro
Bolsonaro in video pubblicati nei social che immediatamente sono ripresi anche
dalla campagna ufficiale del PT. Mentre nel primo turno, la domanda di
cambiamento era finita nelle tasche di Bolsonaro, il segno del secondo turno si
inverte: Bolsonaro torna a essere il simbolo di un passato minaccioso che non
vuole morire e Lula l’espressione della vitalità della democrazia. Quando si
prendono i risultati nelle grandi metropoli, questo appare molto chiaramente: a
Rio de Janeiro, feudo del bolsonarismo e del suo modo di governo mafioso, Lula
vince con ampio margine in tutti i quartieri “ricchi” (tra il 56 e il 69%),
mentre perde nelle zone più povere, controllate dalle milizie (dove il voto non
è pienamente libero). Una vasta parte della popolazione ha realizzato che
Bolsonaro, presidente con una forte presenza parlamentare, avrebbe significato
una paradossale deriva “venezuelana” del Brasile.
L’estrema destra resta comunque forte, sia socialmente che nel Parlamento. La
Corte Suprema è in crisi. La formazione del nuovo governo di Lula incontrerà non
pochi ostacoli. Un rischio è che Lula torni a governare come ha fatto negli
ultimi quattro anni, praticamente senza agenda positiva e, ancora peggio, che
una parte della sinistra lulista si intesti il risultato di questa grande
mobilitazione democratica come una vittoria esclusiva della “sinistra”.
La seconda sconfitta del clan Bolsonaro (il padre nel 2022 e il figlio domenica
scorsa) può trasformarsi in un punto di inflessione: il ricatto fascista e
mafioso sulla destra da parte del bolsonarismo potrebbe apparire finalmente come
un problema e forse aprire qualche breccia all’emergere di nuove figure,
stavolta interne al gioco democratico. (giuseppe cocco)