Riceviamo e diffondiamo:
Qui il sito dell’iniziativa in
costruzione: https://luoghicorpifrontiere.noblogs.org/
INVITO A CONTRIBUIRE ALL’INCONTRO “CORPI, LUOGHI, FRONTIERE”. – TRE GIORNI
CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI
SALENTO 26-27-28 GIUGNO 2026
Nell’antica Grecia, la Xénia indicava il rituale dell’ospitalità verso lo
straniero che bussava alla porta. Viaggiatore, naufrago o fuggitivo, l’ospite
riceveva cure e onori che un giorno avrebbe dovuto ricambiare. Nel corso dei
secoli, le regole della Xénia hanno reso il Mediterraneo uno spazio di
ibridazioni e incroci, uno spazio di possibilità, dove l’alterità e l’ignoto
contaminavano l’identità dei popoli.
Oggi, nell’eco lontana di quell’idea, noi abitanti di un piccolo frammento di
terra mediterranea sappiamo di vivere ai margini di quel centro di potere
chiamato Occidente. Un Impero che ha costretto l’orizzonte universale della
storia entro i confini della sua sovranità. A costo di migrazioni forzate,
desertificazione, genocidi e distruzione degli ecosistemi, la sua violenza ha
imposto il dominio del profitto e il pensiero unico dello sviluppo
tecno-industriale inarrestabile.
Nel territorio in cui viviamo, al confine meridionale dell’Impero, si parla
ancora il griko, un’antica lingua derivata dal greco. In griko, sséno, mutazione
di xénos, indica la provenienza da un generico altrove. Ancora oggi, mentre il
Mediterraneo è uno spazio di respingimenti, frontiere militarizzate e mercato
turistico, sentiamo il legame a questa radice storica ed è questa concezione
dello spazio che vogliamo abitare e attraversare. Mentre il potere attribuisce
agli stranieri la responsabilità della miseria in cui ha fatto sprofondare
intere popolazioni, riconosciamo come complici coloro che, come noi, vivono ai
margini dell’Impero e rappresentano una breccia aperta su molteplici
possibilità.
Vivere ai margini ci permette di vedere da vicino le mura della fortezza, ma
anche le sue crepe. Qui, la frontiera è un avvertimento ma anche una sfida. E’
la linea fisica o immaginaria che separa brutalmente la speranza dalla
disperazione, il privilegio dallo sfruttamento, il turista dal clandestino. Ma a
volte, i centri di detenzione vanno a fuoco.
Viviamo in un territorio devastato dal saccheggio capitalista. Una violenza che,
dopo lo spopolamento causato dall’emigrazione dei braccianti agricoli senza
terra, è proseguita con l’ installazione di impianti industriali predatori.
L’acciaieria di Taranto, il complesso petrolchimico di Brindisi e l’estrazione
petrolifera in Lucania sono solo le ferite più visibili di un territorio fatto
oggetto di operazioni cosmetiche per essere appetibile sul mercato turistico.
Proposta
Vogliamo organizzare tre giorni di incontri nel nostro territorio, il Salento,
per dare voce ad esperienze di lotta provenienti da diversi luoghi ed elaborare
insieme analisi politiche a misura delle esigenze del nostro tempo.
L’interconnessione dei luoghi di amicizia potrebbe assomigliare a un’esperienza
di vicinanza, una mujawara, -come lo definirebbero le nostre compagne libanesi,
poiché crediamo che la solidarietà non si basi sul compimento di una «buona
azione militante», ma sul considerare le altre lotte come parte delle nostre e
viceversa. Riconoscersi è il motore dell’internazionalismo.
Cominciamo con l’abitare un luogo dove condividere storie e prospettive, cibo,
musica; un luogo di cui saremo ospiti –sséni– sulle rive del Mediterraneo.
Organizzeremo, nello spazio di un campeggio, giornate di discussione e
convivialità ma anche di scoperta dei territori e condivisione dei progetti di
lotta.
Vi chiediamo di partecipare alla costruzione di questo incontro proponendo
interventi sulle vostre esperienze, analisi e pratiche sviluppate tra centri e
margini; rapporti tra frontiere e attraversamenti, tra militarizzazione,
speculazione turistica da un lato, ed esperienze di resistenza, sussistenza e
solidarietà internazionalista dall’altro.
Pubblicheremo prossimamente altri approfondimenti. Organizzeremo le proposte di
intervento che perverranno al seguente indirizzo:
maisiaturista@riseup.net
Riceviamo e diffondiamo
Riceviamo e diffondiamo
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXIII)-1
Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia,
corpo, autonomia)
Per costruire un’alternativa al capitalismo dobbiamo “reincantare il mondo”,
re-immaginare saperi e potenzialità umane distrutti dalla razionalizzazione
del lavoro, questo non in vista di un impossibile ritorno al passato ma come
ponte verso una società dove i rapporti con gli altri e la natura sono una delle
maggiori fonti della nostra ricchezza.
È passato quasi un secolo da quando Max Weber in Scienza come vocazione
(1918-1919) sosteneva che il destino del nostro tempo è un “processo
irreversibile di disincantamento del mondo”, fenomeno che attribuiva
all’intellettualizzazione e razionalizzazione prodotta dalle moderne forme di
organizzazione sociale. Per “disincantamento” Weber intendeva la scomparsa
dal mondo di ciò che è magico, misterioso, insondabile. Ma possiamo
interpretare questo concetto in modo più politico, e cioè come l’emergere di un
mondo in cui si sta perdendo la capacità di riconoscere una logica diversa da
quella dello sviluppo capitalista. Questo “blocco” ha senza dubbio le sue radici
nella ristrutturazione del processo produttivo, che ha smantellato le comunità
e le forme di organizzazione che la classe operaia aveva creato in secoli di
lotta.
Ma ciò che impedisce alle nostre sofferenze di diventare produttive di
alternative è anche la seduzione esercitata su di noi dai prodotti della
tecnologia che sembrano darci poteri senza i quali non sembra possibile vivere.
Questo è un mito di cui dobbiamo liberarci. Non propongo uno sterile attacco
contro la tecnologia e un impossibile ritorno a un paradiso primitivista, ma è
necessario un calcolo dei costi che paghiamo per l’innovazione tecnologica e
una rivalutazione dei saperi e delle capacità che abbiamo perso con l’uso di
una tecnologia che è essenzialmente finalizzata allo sfruttamento del lavoro e
all’accumulazione privata della ricchezza.
Quando parlo di “reincantare” il mondo mi riferisco dunque alla scoperta di
logiche diverse da quelle dello sviluppo capitalista – che è la condizione
perché
la crisi del capitale non si trasformi in una crisi dei nostri progetti di
trasformazione sociale. Se, infatti, assumiamo che la liberazione dallo
sfruttamento passi per un ulteriore sviluppo tecnologico non potremo evitare
ulteriori catastrofi economiche ed ecologiche e un’intensa competizione di
fronte allo scarseggiare delle risorse.
In questo senso, la re-ruralizzazione del mondo (attraverso la bonifica delle
terre e dei mari, la lotta alla deforestazione, lo smantellamento delle dighe
sui
fiumi) e la rivalorizzazione del lavoro di riproduzione sono condizioni
indispensabili alla nostra sopravvivenza. Sono la strada per ricongiungere ciò
che il capitalismo ha diviso, a cominciare dal nostro rapporto con la natura,
con gli altri, e con il nostro stesso corpo.
Tecnologia, corpo, autonomia
La seduzione che la tecnologia esercita su di noi è l’effetto dell’impoverimento
che cinque secoli di sviluppo capitalista hanno prodotto sulle nostre vite,
anche
(o soprattutto) nei paesi in cui il capitalismo ha raggiunto il suo apice.
Questo
impoverimento ha molte facce. Invece di creare le condizioni materiali per la
transizione al comunismo, il capitalismo ha prodotto scarsità su scala globale,
ha svalutato le attività che ricostituiscono i nostri corpi e le nostre menti
consumate dal lavoro, ha affaticato la terra al punto che oggi non è più in
grado
di sostenere la nostra vita e la vita delle piante e degli animali. Come ha
scritto
Marx in riferimento all’agricoltura: “ogni progresso dell’agricoltura
capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio,
ma
anche nell’arte di rapinare il suolo”.
Oggi il furto industriale della ricchezza della terra non è immediatamente
evidente perché il carattere globale dello sviluppo capitalista ci ha fatto
perdere
di vista molte delle sue conseguenze sociali e materiali, così che è difficile
valutare il costo complessivo di ogni nuova forma di produzione. Come ha
scritto il sociologo tedesco Otto Ullrich, solo la nostra incapacità di vedere i
costi e le sofferenze causati dall’uso quotidiano dei dispositivi tecnologici, e
il
divario tra il nostro vantaggio personale e i pericoli collettivi, fa sì che si
perpetui il mito secondo cui la tecnologia genera prosperità. In realtà,
l’applicazione, da parte del capitale, della scienza e della tecnologia alla
produzione si è dimostrata così costosa, considerati i suoi effetti sulla vita
umana e sul sistema ecologico, che, se si generalizzasse, distruggerebbe la
terra. Come si è spesso sostenuto, la sua generalizzazione sarebbe possibile
solo se ci fosse un altro pianeta disponibile per il saccheggio e per
l’inquinamento.
C’è comunque un’altra forma di impoverimento, meno visibile ma ugualmente
devastante, che la tradizione marxista ha ignorato. È la perdita di poteri
autonomi, individuali e collettivi. Mi riferisco a quel complesso di bisogni,
desideri e capacità che si sono sedimentati in noi attraverso milioni di anni di
sviluppo evolutivo in stretto rapporto con la natura e che costituiscono una
delle principali fonti di resistenza allo sfruttamento. Mi riferisco al bisogno
di
sole, vento, cielo, al bisogno di toccare, sentire gli odori, dormire, fare
l’amore,
stare all’aria aperta invece di esseri circondati da pareti chiuse (tenere i
bambini in quattro mura è ancora in molte parti del mondo una delle principali
sfide per gli insegnanti).
L’insistenza accademica sulla costruzione discorsiva del corpo ha fatto perdere
di vista questa realtà. Eppure, questa accumulazione di bisogni e desideri, che
è la precondizione della nostra riproduzione sociale, ha costituito un potente
limite allo sfruttamento del lavoro, la ragione per cui, fin dalle prime fasi
del
suo sviluppo, il capitalismo ha dovuto ingaggiare una guerra contro il nostro
corpo, facendone un significante di tutto ciò che è limitato, materiale, opposto
alla ragione. […]
Come ci ricorda Vandana Shiva, tutte le culture del sud-est asiatico hanno
avuto origine da società che vivevano in stretto contatto con le foreste, e
anche
le più importanti scoperte scientifiche hanno avuto origine in società pre-
capitaliste nelle quali le vite delle persone erano profondamente marcate
dall’interazione quotidiana con la natura. Quattromila anni fa astronomi
babilonesi e maya, che studiavano il cielo senza telescopi, hanno scoperto e
tracciato le principali costellazioni e i movimenti ciclici dei corpi celesti. A
loro
volta, i marinai polinesiani potevano navigare in alto mare nelle notti più buie
e dirigersi sulla terraferma leggendo i rigonfiamenti dell’oceano, tanto i loro
corpi erano sensibili alla direzione e ai mutevoli cambiamenti delle onde. Le
popolazioni dei nativi americani hanno prodotto le colture che ancora oggi
nutrono il mondo, con una padronanza che non è stata superata da nessuna
innovazione introdotta nell’agricoltura negli ultimi cinquemila anni, e
generando una tale abbondanza e diversità di raccolti che nessuna rivoluzione
agricola ha ancora emulato.
Rievoco questo passato poco noto o sottovalutato per sottolineare
l’impoverimento che abbiamo subìto con lo sviluppo del capitalismo, che
nessun dispositivo tecnologico ha compensato. Infatti, in parallelo alla storia
dell’innovazione tecnologica nella società capitalista, potremmo scrivere la
storia della disaccumulazione dei saperi e delle capacità pre-capitaliste, che è
stata la premessa dello sviluppo delle nostre capacità lavorative. Infatti, la
capacità di leggere gli elementi, scoprire le proprietà mediche delle piante e
dei
fiori, trovare sostentamento nella terra, vivere in boschi, foreste, regioni
montuose, farsi guidare dalle stelle e dal vento lungo le strade e per mari è
stata una fonte di “autonomia” che doveva essere distrutta. “Autonomia”, in
questo contesto, non significa auto-sufficienza e isolamento dagli altri, del
tipo
che Rousseau e la teoria politica liberale hanno immaginato come costitutivi
dell’individui nello “stato di natura”. Significa invece capacità sociale-
collettiva di auto-attivazione e indipendenza da poteri esterni. La storia delle
regioni montane e forestali è istruttiva a questo riguardo, perché le montagne
sono state il luogo privilegiato delle comunità ribelli – di eretici, di uomini
senza padroni e di schiavi fuggiaschi. Lo sviluppo della tecnologia industriale
si è fondato sulla perdita di questi poteri autonomi e l’ha ampliata, catturando
e incorporando nei macchinari gli aspetti più creativi del lavoro vivo. Come
ha scritto Marx: “il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento,
mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio”.
Computer e beni comuni
È importante qui ricordare che le tecnologie non sono mai riducibili a
particolari dispositivi materiali, ma incorporano e producono specifici sistemi
di relazioni sociali, specifici regimi disciplinari e cognitivi che si
infiltrano in
ogni aspetto delle nostre vite e non tollerano alternative. “A loro si
accompagna – scrive Ullrich – una rete infrastrutturale di condizioni tecniche,
sociali e psicologiche senza le quali macchinari e prodotti non sono in grado di
funzionare”. Esemplare è la ridefinizione della produzione industriale e dello
spazio-tempo urbano prodotta dall’automobile, e la militarizzazione
dell’ambiente sociale imposta dallo sviluppo delle centrali nucleari.
Anche le tecnologie digitali comportano uno specifico programma sociale e
politico, in quanto accelerano il trasferimento delle capacità lavorative alle
macchine e sono un’ulteriore tappa nella spersonalizzazione dei lavoratori.
Tuttavia perdura l’illusione che l’introduzione dei computer e dell’I-phone sia
stata un bene per l’umanità, poiché si continua a credere che entrambi riducano
il lavoro necessario e aumentino la nostra capacità di comunicare e cooperare.
In realtà, invece di ridurre la giornata di lavoro e il peso del lavoro fisico e
mentale – la promessa di tutte le tecno-utopie degli anni Cinquanta – la
digitalizzazione e la computerizzazione del lavoro li hanno aumentati. Oggi si
lavora più che mai, perché il computer e il telefono tascabile ci rendono
reperibili e sfruttabili in ogni momento della giornata.
Il Giappone – la terra madre della tecnologia digitale – è in testa nel mondo
riguardo al nuovo fenomeno che è la morte per lavoro. Nello stesso tempo
negli Stati Uniti migliaia di lavoratori muoiono ogni anno per incidenti sul
lavoro e contraggono malattie che accorciano le loro vite.
La computerizzazione ha anche immensamente aumentato la capacità militare
della classe capitalista, e la sorveglianza sul nostro lavoro e le nostre vite.
Grazie alla computerizzazione milioni di lavoratori lavorano in condizioni per
cui tutto ciò che fanno è monitorizzato e registrato e ogni sbaglio o
trasgressione sono penalizzati. Con la digitalizzazione, il dominio sul lavoro e
la sua irreggimentazione hanno raggiunto l’apice, portando a compimento la
visione di La Mettrie dell’”uomo macchina”. Che livelli di stress questo
produce lo possiamo misurare a partire dalle epidemie di malattie mentali –
depressione, panico, ansia, incapacità di concentrarsi, dislessia – che sono
oggi
tipiche dei paesi più tecnologicamente avanzati, e che interpreto come forme
di resistenza alla macchinizzazione dei nostri corpi, come rifiuto di “farsi
macchina” e interiorizzare i piani del capitale.
La digitalizzazione ha anche svuotato i rapporti personali, poiché quando si
passano settimane di fronte agli schermi di un computer viene meno il piacere
del contatto fisico e delle conversazioni faccia a faccia; la comunicazione
diventa più superficiale, poiché l’attrazione esercitata dalla risposta
immediata
sostituisce la lettera a lungo ponderata, producendo scambi sempre più
superficiali. Così nella ricerca di un’illimitata interconnettività si è
prodotto un
nuovo tipo di isolamento e nuove forme di separazione. Si è anche notato che
i ritmi veloci a cui i computer ci hanno abituato generano una crescente
impazienza nelle nostre interazioni quotidiane con altre persone, poiché queste
non possono eguagliare la velocità delle macchine.
Non ultimo, un bilancio di ciò che è necessario per produrre un computer
preclude qualsiasi ottimismo riguardo alla rivoluzione informatica e alla
società della conoscenza. Come ci ricorda Saral Sarkar, produrre un solo
computer richiede in media tra le quindici e le diciannove tonnellate di
materiali e trentamila litri di acqua pura, presumibilmente sottratti alle terre
e
acque di varie comunità in Africa o nell’America Centrale e del Sud che in
molti casi non dispongono nemmeno dell’elettricità. Possiamo, quindi,
applicare alla computerizzazione quello che Raphale Sanuel ha scritto a
proposito dell’industrializzazione: “se si guarda alla tecnologia [industriale]
dal punto di vista del lavoro invece che da quello del capitale, risulta una
crudele caricatura presentare i macchinari come capaci di dispensarci dal
lavoro o dalla fatica [perché] a parte le richieste che gli stessi macchinari
hanno
imposto, è stata necessaria un’enorme quantità di lavoro per la fornitura dei
materiali grezzi”.
[…]
Tutte queste considerazioni contrastano con la tesi che attribuisce alle nuove
tecnologie digitali la capacità di aumentare la nostra autonomia, nonché con il
principio secondo cui chi lavora ai più alti livelli dello sviluppo tecnologico
è
nella migliore posizione per promuovere cambiamenti rivoluzionari. In realtà,
è tra le popolazioni meno tecnologicamente avanzate da un punto di vista
capitalista che oggi troviamo le lotte più forti e più determinate a cambiare il
mondo. I principali esempi di “autonomia” provengono dalle lotte quotidiane
e dagli spazi autonomi costruiti dai contadini e dalle comunità indigene delle
Americhe, che nonostante secoli di colonizzazione non hanno perso il rapporto
con quella “altra” logica, inscritta nei nostri corpi da una vita in stretto
contatto
con il mondo della natura.
Oggi, le basi materiali di questo mondo sono sotto attacco come mai prima, nel
mirino di un incessante processo di recinzione da parte di compagnie
minerarie e petrolifere, di biocarburanti e dell’agro-business. L’assalto a
terre
e acque è aggravato dal tentativo, altrettanto pericoloso, da parte della Banca
Mondiale e di una pletora di ONG, di portare tutte le attività di sussistenza,
che le donne hanno creato per sfuggire alla stretta del mercato, sotto il
controllo
dei rapporti monetari, attraverso la politica della microfinanza. Questo ha già
trasformato in debitrici una moltitudine di donne, commercianti, contadine,
dedite alla produzione di cibo e ad altre attività riproduttive nelle proprie
comunità. Tuttavia, nonostante questo attacco, questo mondo, che qualcuno ha
chiamato “rurbano” per sottolineare la sua reciproca e simultanea dipendenza
da città e campagna, non vuole svanire. Ne sono testimoni il moltiplicarsi delle
occupazioni di terre, delle guerre per l’acqua e la persistenza di pratiche
solidali, come il tequio [una forma di lavoro collettivo che risale al periodo
pre-
coloniale nell’America Latina], anche tra gli immigrati.
[…]
Le lotte delle donne sul terreno della riproduzione giocano un ruolo cruciale
nella costruzione di forme di vita organizzate secondo una logica diversa da
quella del mercato. Come ho scritto in Femminismo e politiche del comune, sia
per
il loro limitato accesso a un reddito monetario sia per il loro coinvolgimento
nel lavoro di riproduzione, le donne sono in prima fila nella lotta per
mantenere forme autonome di sussistenza. Produrre cibo ed esseri umani è
infatti un’esperienza e una pratica qualitativamente diversa dal produrre
macchine, in quanto richiede una costante interazione con processi naturali di
cui non possiamo controllare le modalità e i tempi. Per questo, il lavoro
riproduttivo genera una più profonda comprensione dei limiti naturali al
nostro operare, cosa che lo rende essenziale per il re-incantamento del mondo
che propongo. Non a caso, il tentativo di imporre al lavoro riproduttivo i
parametri dell’organizzazione industriale del lavoro ha avuto degli effetti
particolarmente dannosi. Ne sono prova le conseguenze innescate
dall’industrializzazione del parto che ha trasformato questo evento,
potenzialmente magico, in un’esperienza alienante e spesso terrificante, perché
in molti ospedali si obbligano le donne a partorire in una catena di montaggio,
con tempi fissi, uniformi, supine, con le membra collegate a varie macchine, in
condizioni di totale passività che precludono la possibilità di seguire i ritmi
del
proprio corpo. Non a caso, sulla scia del movimento femminista degli anni
Settanta, sono nate molte iniziative tendenti a ripristinare forme di parto più
naturali, spesso considerate “apolitiche” e tuttavia coerenti con la logica dei
movimenti che oggi lottano per recuperare il controllo sulla nostra
riproduzione e contro la svalutazione a cui è stata soggetta nella società
capitalista.
Anche attraverso questi movimenti intravediamo l’emergere di un’altra
razionalità che non solo si oppone alle ingiustizie sociali ed economiche ma ci
ricongiunge con la natura, e reiventa la vita come un processo di
sperimentazione e di ridefinizione di cosa significa essere umani. Questa
nuova cultura è solo all’orizzonte, perché resta forte la presa dei rapporti
capitalisti sulla nostra vita. La violenza che uomini in ogni paese e classe
mostrano nei confronti delle donne è la misura di quanta strada ci sia ancora
da fare prima di poter parlare di rapporti comunitari. Preoccupa anche il fatto
che molte femministe contribuiscano alla svalutazione della riproduzione, a
cui troppo spesso si contrappone il lavoro extra-domestico come unica fonte di
socialità e creatività. Questo, credo, è un errore profondo, perché nella misura
in cui è la base materiale della nostra vita e il primo terreno sul quale
possiamo
praticare la nostra capacità di autogoverno, il lavoro riproduttivo è il “punto
zero della rivoluzione”.
(da Silvia Feredrici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons,
ombre corte, Verona, 2018)
Riprendiamo da Scienza in rete
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di
Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio,
affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più
marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere
tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine
globale.
Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un
saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un
tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma
storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo
sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali.
Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande
efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca
internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in
corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e
Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la
parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII,
con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena
alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra
l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica
rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War.
Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra
grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio
strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare.
La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano
all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste
tecnologie negli apparati bellici.
LE PROMESSE TRADITE E GLI EFFETTI REALI DELLA DIGITALIZZAZIONE
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume.
Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea
produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una
dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria
di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet
viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale
svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello
sviluppo delle innovazioni radicali.
Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione
abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza
produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il
lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato
stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture
private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale
appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e
quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di
rafforzare relazioni di dominio.
Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al
consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti
di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa
capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla
configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato
globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di
rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche
danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama
esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo,
a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese
sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico
“interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più
concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin
radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del
capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non
più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di
infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli
strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della
proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione.
Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali
non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione
di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso
militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in
cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori
indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra
Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già
ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve.
Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande
capitale.
Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo
sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del
digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare
stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi
di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome,
mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft
fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese
specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei
circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso).
Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano
così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici
miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da
infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma
la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali,
l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono
in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra
digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo:
quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che
avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare,
ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che
si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli
eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo.
Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi
ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare
l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto).
Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico
italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul
tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu).
LA TRAIETTORIA CINESE VERSO L’INTEGRAZIONE DEL SISTEMA TECNOLOGICO E DI GUERRA
L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una
combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il
resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo
periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello
occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il
ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello
sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come
uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a
una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo.
Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura
ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel
1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una
frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature
di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben
detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della
strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire
un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della
sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di
trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a
lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”.
Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi
fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il
coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere
settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La
peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani
quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie
pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti
diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per
l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in
base alle specificità settoriali e territoriali.
La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di
sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della
digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario
quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida
diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi
fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si
innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più
rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è
soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo
pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme
private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento
e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale.
Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft)
statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante
delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel
radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente
geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più
attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu,
Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei
trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire
da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri
formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla
costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e
Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese
si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un
sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo
senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta
soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma
anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera
regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando
spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come
semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di
modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge
mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche.
Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e
contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e
Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi
strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre
profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di
lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale
privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza
tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello
occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici
delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma
Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu
(JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea
legislativa della Repubblica Popolare.
L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico,
perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e
sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche
industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con
le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una
differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi
statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non
sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto
piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria
delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base
sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia
esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la
cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della
popolazione.
È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene
politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come
sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo
tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di
direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra
Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande
capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa
prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa
da quella statunitense.
È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua
dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se
non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di
fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva
all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando
ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La
spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi
pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA,
cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la
sfera economica.
Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi
ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il
supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e
NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni
organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la
circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di
droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti.
Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta
verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione
delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che
emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo,
strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto
politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per
la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo
convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la
spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento
agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove
strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul
versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione
tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in
infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione
strutturale del confronto globale.
Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul
ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente
regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del
rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento
della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più
segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza.
Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel
dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso,
accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza
rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente
cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre
più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.
Nel 2025 i decessi tra i detenuti salgono a 254. Triplicate in un anno le morti
senza causa definita mentre il sovraffollamento supera il 150% negli istituti
dove avvengono i …
Nonostante il governo italiano continui a dichiarare che l’Italia “non sia in
guerra” e che non sia stata concessa alcuna autorizzazione per un uso operativo
delle basi statunitensi sul territorio nazionale, le notizie che emergono in
questi giorni sollevano più di una domanda.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito pubblicamente che l’Italia
non partecipa ad azioni militari contro l’Iran e che ogni utilizzo delle basi
USA in Italia avverrebbe nel rispetto degli accordi bilaterali. Sulla stessa
linea il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha escluso un coinvolgimento
diretto del nostro Paese in operazioni belliche.
Eppure, come riporta Africa Express nell’articolo “Anche un drone americano
partito da Sigonella all’assalto dell’Iran” dell’attivista no war Antonio Mazzeo
un drone statunitense è decollato dalla base di Naval Air Station Sigonella con
direzione Iran, inserendosi nel dispositivo militare dell’attacco. Un fatto che
indicherebbe un coinvolgimento logistico e operativo dell’Italia ben oltre la
semplice “ospitalità” delle strutture.
E non c’è solo il tema delle basi. C’è anche la presenza di personale militare
italiano nelle installazioni del Golfo, comprese quelle in Kuwait recentemente
finite nel mirino delle tensioni regionali.
Dunque: l’Italia è davvero fuori dalla guerra?
Ne parliamo in questa puntata con Antonio Mazzeo, per capire cosa sta accadendo,
quali responsabilità politiche emergono e quale sia il reale margine di
controllo del governo italiano sulle basi militari presenti nel Paese:
In questa puntata i “Saperi Maledetti” hanno continuato a ragionare sulla
gentrificazione e sulla speculazione urbana, i cui effetti hanno trasformato
radicalmente la nostra cultura urbana.
Se il Sud viene ridisegnato a prova di turismo, nel Nord, bacino della
produttività, gli investimenti sono incentrati sui grandi eventi.
La dimensione urbana di Torino sta affrontando enormi mutamenti ben direzionati.
Se si è vista passare la città da una fase espansiva (termine privo di una
connotazione positiva), in termini di crescita e di investimenti, popolazione e
sviluppo urbano con aumento della progettualità, ora Torino si scopre in una
fase regressiva e costretta a reinventarsi tra festival, olimpiadi, saloni del
libro e ATP finals.
Con Eliana Luceri, sociologa, laureata con tesi su Matera, capitale della
cultura, abbiamo tracciato delle analogie sull’impatto che questa formula
economica ha sui territori. Con Alberto Valz Gris, docente del Politecnico di
Torino, abbiamo invece delineato le prospettive di modifica del contesto urbano
di Torino, in cui negli ultimi anni si sono succeduti uno sgombero dietro
l’altro, verso un sempre maggiore restringimento dell’agibilità sociale in
direzione di un modello di città imprenditoriale.
di Gianni Alioti* Dagli F-35 ai cannoni navali Oto Melara: documenti, contratti
e omissioni che collegano la multinazionale italiana alla macchina bellica
israeliana. Come ha scritto in un bellissimo articolo …
Nella puntata di lunedì 16/02 abbiamo parlato del ruolo che il patrimonio
culturale e le identità hanno nella trasformazione del territorio, di come il
loro intreccio porti a creare condizioni affinché prendano piede dei “progetti
di territorio” in modo da renderlo paradiso turistico e quindi luogo perfetto
per i turisti piuttosto che per gli abitanti.
Abbiamo dialogato con il sociologo Marco Patruno, esperto degli effetti che la
patrimonializzazione ha nel costruire un’intreccio tra identità e patrimonio
tale per cui essi concorrono a creare condizioni affichè prendano piede dei
“progetti di territorio” che lo rendono paradiso turistico. Il risultato? Città
belle in cui non vivrei!
Tramite il caso esemplare di Borgo Egnazia, in provincia di Brindisi, e
dell’evoluzione che ha interessato l’evento della Notte della Taranta nel corso
degli anni Marco ci racconta come nel sud la costruzione del territorio come
idillio turistico e secondo estrattivismo sta rendendo i luoghi inabitabili se
non per i turisti.
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive
Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha
sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi
tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti
di Epstein.
La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto sta
accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele, in
particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate
composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump.
Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA
però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in
guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a
USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo
di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel
sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco
come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture
tecnologiche le guerre di Trump.
Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori.
da Radio Blackout
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro
l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è
ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa.
Nonostante non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia
Occidentale, le ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono
sovrapponibili con la guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo
l’inizio degli attacchi pakistani a Kabul.
Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le
proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le
immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato
americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle
relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la
manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda
comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi
contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non
indifferente per la linea Trump.
Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate
tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan.
da Radio Blackout