¡CHIUSURA TEMPORANEA!
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(venerdì, 24 luglio 17:30)
La ciclofficina va in letargo.
È tempo di riconfigurare l'esistenza di alcunə e di ricalibrare le energie di
altrə.
Per questi mesi invernali ci saremo per prenderci cura dello spazio con
sistemazione, riassetto e ripristino della ciclo.
Ci rivediamo in primavera prontə a ripartire!
🚲 stay tuned stay bici 🚲
APERTURA CICLOFFICINA POPOLARE MALABROCCA
Ciclofficina Malabrocca - Largo Vitale 113 - Torino
(venerdì, 24 luglio 18:00)
Se pensi che in Aurora manchi una ciclofficina orizzontale, inclusiva ed
attraversabile da tutt*, passa a trovarci per autoriparazioni e guai di facile
ris(v)oluzione:
Le ciclofficine popolari si basano sull’efficacia della lentezza, sul rispetto
delle diversità, sullo scambio di conoscenze all’interno di spazi orizzontali.
Organizziamoci collettivamente
🔧 officina
🍪 chillout
🚲 rilascia e rimessa
Porta le tue necessità, capacità, socievolezza e la tua idea di ciclofficina.
Passa a fare due chiacchiere, ti aspettiamo a Manituana, in largo vitale 113,
tutti i venerdì dalle 17.30.
Manituana è uno spazio antifascista, antirazzista e antisessista.
No machismo,
no homolesbotransfobia,
no abilismo.
APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 23 luglio 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
La richiesta di grazia riapre il dibattito sulla legittima difesa e sul carcere:
chi per anni ha invocato più repressione e il “buttare la chiave” oggi scopre la
durezza di …
porkast di malormone del 13/7/2026
un porkast di cui vado siero
Riceviamo e diffondiamo
da https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/spagna-1936-il-monito-dei-quijotes-del-ideal-ancora-valido-a-90-anni-di-distanza/
SPAGNA 1936. IL MONITO DEI QUIJOTES DEL IDEAL ANCORA VALIDO A 90 ANNI DI
DISTANZA.
Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in
seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati
dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una
guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti,
appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in
una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale.
Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit
(Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del
febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le
conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia,
delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo
anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della
Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos
Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta
emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e
Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e
Germinal Gracia Ibars (Víctor García).
Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che
pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla
partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT.
Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati
rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove
il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di
fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i
latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra
metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai
sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate
ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione,
che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della
CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco,
una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua
dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975.
Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda
del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però
anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi
di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi
amici.
Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto
da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal
Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista
vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da
quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che
certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato
della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo
repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di
influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro
del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate,
corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai
riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!).
Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come
rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna
assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della
sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano
le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo
una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la
creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla
riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come
biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche
Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel
1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare
accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941).
Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza;
l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che
non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo,
vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe
regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e
Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero
impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e
Cina.
— Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026 —
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Introduzione di Fifth Estate
Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di
estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la
Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento
sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista,
il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al
fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata.
Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari
dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero
il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi
dal dominio burocratico e repressivo del governo.
Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una
perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e
tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter
(vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta
scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E
hanno funzionato.
Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di
giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del
Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte
dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il
suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto
nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo,
negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il
tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova
lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo.
— The Fifth Estate Staff —
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Febbraio 1937, Al popolo:
Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete
voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare.
E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a
nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome
del nostro ideale, l’Anarchia.
Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo
le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso
discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze
militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che,
collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia
significa negazione del governo e delle leggi. [1]
Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un
governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica
per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento
della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre
forze.
E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei
fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo
per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto
ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi.
Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza
eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i
burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente
o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata:
L’Ordine dei Gesuiti. [2]
Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme
ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto,
gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale
proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi.
È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la
Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una
guerra violenta.
Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi
accecano gli occhi!
Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una
volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le
forme politiche che aveva prima della Rivoluzione.
Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in
piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il
fascismo!”
E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e
patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al
popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo.
Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai
collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti
al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino,
affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e
bellissima luce del Sole dell’Anarchia.
Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo
con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva
l’Anarchia!».
— Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal —
Note:
[1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT,
assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di
porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione.
Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi
anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in
fase di disgregazione.
[2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa
cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva
nei confronti delle sue organizzazioni.
Riceviamo e diffondiamo:
Mo’ me lo segno proprio.
1. Qual è la narrazione dei nuclearisti e perché sostengono che sia cambiato
qualcosa
Il convegno dal titolo “Da Fermi al futuro” ha avuto il suo primo appuntamento
alle OGR di Torino, per iniziativa del Ministro Pichetto Fratin, in
collaborazione con La Stampa, e ha preso avvio tacciando di immobilismo e di
ideologia tutti coloro contrari al nucleare.
La giornata ha visto la presenza di ospiti istituzionali, dal Ministro
dell’Ambiente ai sindaci di Torino e di Trino, dal presidente di ENEA a Sogin,
dall’amministratore delegato di NewCleo ad altri manager e figure
dell’industria, con ovviamente Confindustria in prima linea. Il mantra che ha
fatto da leitmotiv all’evento (dalla dubbia validità scientifica, vista la
presenza in qualità di moderatore esperto di Alessandro Cecchi Paone, la cui
partecipazione all’Isola dei Famosi deve averlo formato sull’indipendenza
energetica) è l’assoluta necessità di rendere l’Italia energeticamente
indipendente e per fare ciò, nucleare e rinnovabili vanno intese come tecnologie
fondamentalmente inscindibili.
Il dibattito confonde pragmatismo con ideologia. Solare ed eolico vengono messi
all’angolo per il limite della discontinuità, mentre il nucleare viene auspicato
per la garanzia energetica. Anche Cirio, presidente della Regione Piemonte, si
avventura in questo circo affermando che “chi approfitta della crisi rurale per
mettere i pannelli è uno sciacallo” approfittandosene così lui stesso per fare
un po’ di propaganda sperando di ingraziarsi il consenso degli agricoltori
(Cirio ha forse la memoria corta visto che le proteste più accanite si sono
verificate sotto il Governo di cui anche il suo partito fa parte) quindi, presto
fatto, ci vuole il nucleare. Cirio si fa promotore del nucleare contro le
rinnovabili con una performance che punta al consenso facile.
L’altra direttrice che fa da cornice al convegno è il congratularsi a vicenda
perché l’opinione pubblica parrebbe migliorata nei confronti del nucleare. Il
tutto condito da grandi pacche sulle spalle per il progetto delle CER,
nonostante sia ampiamente noto quanto sia complicato per i cittadini rendersi
energeticamente autonomi.
Le danze vengono aperte da Pichetto Fratin, convinto nuclearista da decenni, che
impronta il suo ragionamento su quanto siano cambiati la tecnologia, lo
sviluppo, la ricerca, la conoscenza…mentre tutta la contrarietà all’atomo viene
ricondotta al mero errore umano, già di per sé pilatesca descrizione degli
incidenti di Chernobyl e Fukushima. L’Anti Nuclearismo avrebbe dunque origine da
un fraintendimento: la demonizzazione di una tecnologia neutra colpevole di aver
portato il referendum su di una dimensione puramente “emotiva”. Che
considerazione per la popolazione italiana che è andata alle urne a votare per
non uno ma due referendum sul nucleare!
Chiaramente per tutto il convegno si parla di “nucleare sostenibile”: concetto
partito dall’UE a garanzia dell’inserimento del nucleare nella nuova tassonomia
verde dopo una “certa sbandata”, come viene definita dal Ministro, degli anni
precedenti. Lui stesso però riconosce che si parla ancora di fissione e non di
fusione, quindi tutte le argomentazioni pseudo-scientifiche portate avanti negli
interventi successivi lasciano di fatto a desiderare.
Le scorie sono un altro tasto dolente (di cui tratteremo più avanti nella
disamina) per come vengono trattate con sufficienza: “Massì, sono in Francia e
in Piemonte ne abbiamo poche, dovremmo metterle in un deposito temporaneo di 150
metri circa… quindi basterebbe tenere una parte di capannone dedicata a questo”.
Altro grande tema da tam-tam giornalistico: il nucleare abbasserà le bollette
delle famiglie! Da sole le rinnovabili non risolverebbero il problema (cosa che
già potrebbero fare), e Francia e Spagna vengono portate come esempio in quanto
produttrici di energia nucleare. Nulla viene detto sul fatto che in Francia al
momento ben tre centrali sono state chiuse a causa delle altissime temperature
dovute al caldo di queste settimane (un problema che tra l’altro si ripresenta
sistematicamente ogni estate da anni). La misura è un requisito di protezione
ambientale per evitare di scaricare troppa acqua calda nei fiumi che si stanno
già riscaldando a causa delle ondate di calore. Un tema che dovrebbe fare
riflettere seriamente visto il cambiamento climatico in atto (il quale non
innalza soltanto le temperature medie del regime fluviale ma determina anche
lunghi periodi di scarsità idrica territoriale), e per il quale non vengono
prese misure strutturali, se non per dare adito alla propaganda in difesa degli
interessi degli industriali.
Cecchi Paone, nuclearista da sempre e giovane spadoliniano insieme al Ministro
Pichetto Fratin (così si descrive lui stesso), è chiamato a contribuire alla
costruzione ideologica di un nucleare Made in Italy, collegando l’attuale
libidine atomica a Enrico Fermi e al suo gruppo di lavoro: “una grande e
bellissima storia”. Paone si sofferma sulle caratteristiche artigianali delle
sperimentazioni scientifiche e sulle qualità inventive di Fermi, una lunga
premessa per arrivare al punto: il genio prodotto dalla nostra terra con le sue
caratteristiche di italianità, dall’Italia sarebbe anche stato tradito con la
rinuncia del Paese al nucleare. Secondo Cecchi Paone l’eredità di Fermi sarebbe
dunque al momento sprecata. Oggi però a portare avanti la storia del nucleare fa
capolino una nuova tecnologia: i reattori di ultimissima generazione “che ancora
non sono pronti ma hanno già un centinaio di pre-ordini”, con un italiano
(probabilmente si riferisce a Stefano Buono, ad di NewCleo, di cui parleremo in
seguito) assunto in un ruolo chiave (anche se negli Stati Uniti). Vorremmo mica
tradire e misconoscere anche questo di genio? In fondo sta pure arrivando
l’intelligenza artificiale con i data center correlati e servirà tanta energia.
La conclusione del ragionamento è quindi che dell’energia prodotta dal nucleare
“non se ne può fare a meno: tanta, disponibile, non discontinua come quella
delle rinnovabili”.
Vengono poi omaggiate la sede delle OGR e la città di Torino, quest’ultima
resasi disponibile allo svolgimento di questa giornata di propaganda. Una città
di cui pare essere sempre stata chiara la vocazione al lavoro verso il progresso
e alla tecnologia. E allora Paone fa un appello a città e sindaco affinché
Torino aiuti a realizzare e sia protagonista del sogno di progresso sull’onda
del nucleare, per “rifare grande l’Italia nel mondo e dare avvio a un nuovo
Rinascimento”.
Nel succedersi degli interventi, queste lodi tornano come un mantra costruito ad
hoc per irretire e intontire l’ascoltatore. Riprendiamo alcuni passaggi prima di
lasciare spazio ad alcuni focus che ci sembrano importanti: il quadro
legislativo, il ruolo di Piemonte, Torino e della Sogin, l’analisi di NewCleo e
degli attori coinvolti in questo tentativo di ritorno al nucleare.
Giovanni Guzzetta, giurista e capo di gabinetto scelto da Brunetta durante il IV
governo Berlusconi, parla di come “combattere il tabù di una narrazione negativa
rispetto all’atomo: non è giustificato da evidenze empiriche e rientra nel tema
della tecnofobia, una cosa che ha caratterizzato la storia dell’uomo”. Viene
quindi trattato questo argomento come una banalità che ha sempre abbracciato la
storia dell’umanità… poveri stolti tecnofobici!
Anche l’industria ha qualcosa da dire e, come sempre, è il comparto che viene
maggiormente ascoltato dalle istituzioni, a partire dal governo. Aurelio Regina,
Componente del Consiglio di Presidenza e Delegato per l’Energia e per la
Transizione energetica e Presidente del Gruppo Tecnico Energia di Confindustria,
parla di un cambiamento rispetto al passato per quanto riguarda l’opinione
pubblica. Tutti convinti che non rappresenti più un problema ma un’opportunità e
che la popolazione sia assolutamente propensa al nucleare. “L’industria italiana
è pronta a sostenere il nucleare di nuova generazione e a fare la propria
parte!”, esordisce così. L’energia deve essere prodotta in funzione
dell’interesse dello sviluppo industriale, su queste basi viene fatto un
parallelo con l’idroelettrico come fonte utilizzata in questa chiave nella
storia dell’industria italiana. La proposta suggerita per il futuro per lo
sviluppo del nucleare in Italia è l’utilizzo degli oneri di sistema annuali a
fronte dei 200 miliardi spesi per l’implementazione delle rinnovabili. “Con 200
miliardi potremmo costruire il futuro del nostro Paese con un numero di mini
centrali davvero competitivo”, ribadisce Regina. Anche secondo l’industriale il
risultato del referendum è stato dettato dall’impatto emotivo, denigrando in
maniera paternalista chi ha votato no al nucleare. Mentre, a suo dire, oggi c’è
maggiore consapevolezza sugli interessi del nostro sistema: “se vogliamo contare
su un futuro più pulito e competitivo abbiamo solo due fonti che vanno in
parallelo e stanno insieme per forza di cose: nucleare e rinnovabili, se
vogliamo liberarci dalle fonti fossili.” Una narrazione che punta a tenere
insieme queste tecnologie per indorare la pillola, condendo il tutto con un’aura
globale che strizza l’occhio all’ansia climatica delle giovani generazioni, come
se si stesse parlando a una massa di semplici creduloni.
Regina chiude con un appello alle forze politiche: “Su questo tema non ci può
essere né colore né bandiera, le politiche energetiche vanno valutate su altri
parametri che non sono quelli ideologici.” Ancora una volta viene
depoliticizzato il tema dell’energia come se fosse puramente una questione
tecnica senza alcun impatto sul piano politico e sociale oltre che economico.
In tutta questa pantomima, in cui la bussola viene dettata dall’abbandono delle
fonti fossili e dalla necessità di decarbonizzazione, tra gli invitati figura
Francesca Ferrazza in rappresentanza di ENI, settore fusione. Tutti così
convinti di abbandonare le fonti fossili, come insigniti della missione della
decarbonizzazione, ma poi si fa sedere al tavolo il maggior monopolio energetico
ingrassato da gas e petrolio. Per la rappresentante di ENI l’energia da fusione
è strategica e fruibile, a portata di mano, cosa non vera!!
La tecnologia è cambiata, altro punto su cui si martella. Il nuovo approccio è
basato sulla “sicurezza intrinseca passiva” perché il nocciolo del reattore è
collocato dentro una struttura di cemento armato scavata in profondità, il che
lo renderebbe meno vulnerabile. Inoltre, secondo Franco Cotana, Amministratore
delegato di RSE (Ricerca Sistema Energetico), gli SMR (piccoli reattori
modulari) sono più economici, più rapidi e con tempi certi, il che offre più
garanzie per il loro finanziamento a debito. Addirittura riesce a parlare di
“economia circolare” perché ciò che esce dalla quarta generazione non è scarto
pericoloso, a suo dire. Probabilmente l’economia circolare alla quale sta
pensando è quella che riguarda banche, fondi di investimento e speculazione
finanziaria. È incredibile come si possa fare passare il concetto in base al
quale il cosiddetto “nuovo” nucleare non comporterebbe più rischi né
conseguenze, ma addirittura un’ipotesi di rifiuti zero legata alla fusione,
tecnologia al momento inesistente.
Il convegno viene concluso da Cecchi Paone che elargisce meriti al Ministro e
ribadisce sostegno a tutti i nuclearisti convinti che hanno partecipato. Si
lamenta del silenzio intorno ai benefici del nucleare e della contestazione
“senza futuro”, ma si congratula con il sindaco di Trino che, rivela, vorrebbe
portare “in processione”. Paone consiglia di smetterla con questi referendum “su
una cosa così complicata da spiegare”. Il livello di paternalismo e denigrazione
che esce da tutti i pori di questi figuri nei confronti della popolazione arriva
infatti a livelli altissimi, e allora bisogna smetterla con questa “parolaccia”
delle scorie che, per la paura che trasmette, ha inciso sul sentimento popolare.
Cecchi Paone probabilmente si immagina ancora protagonista di un reality di
dubbio gusto quando gioisce perché con un “condottiero come Fratin” sarà
possibile ottenere il risultato di riportare il nucleare in Italia.
Il nostro ex naufrago televisivo non si risparmia e così, per salutare colleghi
e amici, incita a “lavorare in maniera visibile”. L’Italia vede la popolazione
informarsi con la televisione: allora i decisori politici e gli industriali
devono “pretendere che almeno una delle televisioni italiane torni a fare
alfabetizzazione scientifica”. Infine, in qualità di divulgatore scientifico, si
lascia andare a un monito: “Non dimenticate la nuova medicina nucleare,
diagnostica prima ancora che curativa, insieme all’intelligenza artificiale
produrrà risultati sconvolgenti. Nell’era dell’unicità tutti dobbiamo
collaborare e prendere esempio da Musk. Ma soprattutto non morite per i prossimi
5 anni perché il mix tra intelligenza artificiale e nucleare porterà a risultati
senza precedenti.”
Lui sembra dirlo convintamente, chissà se anche ci crede: “non dico che non si
morirà più, ma sicuramente sempre di meno”.
Cecchi Paone sull’isola del programma tv
2. Stato avanzamento iter normativo
Da Pichetto Fratin si evince la direzione del Governo che punta ad avere uno
strumento normativo adeguato già entro l’estate per avviare l’iter di una
ripresa nucleare. Dopo la legge delega, la norma prevede un periodo di 12 mesi
per l’emanazione dei decreti attuativi. L’obiettivo dichiarato è quello di
presentare i decreti legislativi entro Natale, da sottoporre poi ai pareri delle
Regioni.
“Qual è il criterio oggettivo che dimostra che la volontà popolare è stata
superata?” viene chiesto al professor Giovanni Guzzetta, oggi consigliere
giuridico del Ministro sul nucleare sostenibile relativamente ai risultati dei
passati referendum. L’ospite si rifà alla sentenza del 2012 della Corte
Costituzionale che si è espressa circa la possibilità di ripristino di una
disciplina abrogata qualora si verifichi un mutamento nel quadro politico o
nella situazione di fatto. La risposta, dunque, conferma la linea che corre
lungo tutto il convegno: da una parte l’attuale atteggiamento verso il nucleare
considerato più articolato e complesso rispetto al quesito referendario di
allora (quadro politico), dall’altro l’ancora sottolineato miglioramento delle
tecnologie e della disciplina nazionale e internazionale sulla sicurezza
(situazione di fatto). Stando a ciò, la disciplina abrogata può essere
ripristinata.
Per quanto riguarda gli standard di sicurezza, il DDL rinvia sostanzialmente
alla determinazione di quelli basati sulle indicazioni delle agenzie
internazionali, oltre che a quelli rivolti alla struttura morfologica dei
territori. Il ruolo di controllo sulla sicurezza, indica, non dovrà
necessariamente essere affidato al Ministero, ma piuttosto a specifiche agenzie
tecniche, scaricando così gli oneri. Riguardo alle procedure, invece, si
sottolinea l’esigenza di una semplificazione per favorire gli investimenti
privati: “Affrontati certi nodi, si può proseguire con l’iter amministrativo”.
Sui grandi finanziamenti che il nucleare richiede però, il DDL non prevede una
soluzione netta. Emerge il suo avere “una funzione di indirizzo politico
chiara”, cioè quella di “uscire dall’opzione zero sul nucleare”. Per evitare di
scontrarsi con la diffidenza di molti, dunque, e innescare il processo in cui
“riabituarci all’idea”, nessuno scenario è precluso, ma si favoriscono le
compartecipazioni pubblico-privato. In nome di questo adattamento tutto servirà
a superare il tabù, così come il potenziamento degli accordi con la ricerca e le
università.
Presentando il nucleare come una grande opportunità per i territori, sia dal
punto di vista lavorativo, economico che – addirittura – in termini di
valorizzazione del territorio (attraverso le compensazioni), aggiunge, poi, che
il DDL prevede che le intese tra Stato e Regioni siano vincolanti. Tuttavia, per
evitare stalli, il quadro costituzionale permette allo Stato di procedere anche
in caso di diniego regionale qualora esistano esigenze di carattere nazionale
sovrastanti o atteggiamenti ostruzionistici da parte di una regione.
È proprio sul valore territoriale anche Picchetto presenta il nucleare non solo
come fonte di produzione di energia, ma anche – udite, udite! – di tutela
territoriale, al contrario di eolico e fotovoltaico che tappezzerebbero il
nostro patrimonio naturalistico (e turistico).
Ministro Pichetto Fratin
Il piano mira a una chiusura dell’iter complessivo entro il 2050. Per garantire
che la normativa non venga smantellata da governi successivi, Guzzetta
sottolinea l’importanza di avere la certezza legislativa: dopo aver “fatto
riabituare” l’opinione pubblica, chiamare questa al voto referendario tra il
2028 e il 2029 non solo è ipotizzato ma è visto come un’opportunità per saldare
il posizionamento pubblico favorevole e, così, rendere difficile un’inversione
di rotta da parte di altri governi.
3. Soggetti in campo: tra pubblico e privato
C’è spazio poi per i rappresentanti di categorie, gli attori pubblici,
semipubblici e privati che si stanno adoperando per il ritorno al nucleare
nazionale.
Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia – realtà partecipata da
ENEL, Ansaldo Energia e Leonardo – ammonisce sull’importanza di educare un
pubblico (che si presume possa essere in parte diffidente) tramite dati
oggettivi e un metodo comparativo che consisterebbe nel confrontare scenari
energetici diversi a seconda del futuro che vogliamo. Tutto bello, peccato che
per Nuclitalia, che si è assunta questo compito, pare comunque non ci siano
troppi dubbi su quale sia lo scenario su cui valga la pena approfondire: è
quello nucleare, con cui l’Italia avrebbe non solo a disposizione una fonte
energetica a basso costo ma anche il volano per rilanciare filiere industriali
in declino. Quindi più che partire da un futuro desiderabile a valutare le
condizioni per raggiungerlo, vengono prima poste le condizioni e da queste
dedotte le conseguenze, come se condizioni e futuro a cui ambire non potessero
che essere queste. A Mastrantonio fa subito eco Aurelio Regina, vicepresidente
di Confindustria Energia, che ribadisce come il nucleare “non sia una scelta
ideologica, ma una necessità”. Gli interessi dell’industria e del Paese in
questo senso sarebbero perfettamente allineati, e le crisi contemporanee (le
guerre in Ucraina e in Iran) stanno lì a dimostrarlo.
Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, sollecitato sull’Italia
intesa come seconda industria nucleare europea (nonostante i referendum, sintomo
di “un rifiuto quasi inconscio”, secondo il moderatore) si spertica sulla
bellezza del nucleare come tema di ricerca: un oggetto tecnologico che
porterebbe in dote la continua capacità di “inventare qualcosa di nuovo”. Per
questo i giovani studenti, definiti ormai laici (non ideologici), non resistono
all’appeal di un corso di studi che al Politecnico fa bei numeri in termini di
iscritti.
Stefano Buono, Newcleo
Infine è il turno dell’azienda Newcleo, impegnata nello sviluppo di reattori
modulari di quarta generazione e per questo trattata come la punta di diamante
della rinascita nucleare italiana. Newcleo rappresenta così il privato e
l’impresa che investono sul futuro grazie a grandi capacità di ricerca e
innovazione, e ne è portavoce il fondatore, il fisico Stefano Buono (estromesso
però dal ruolo di presidente dall’assemblea dei soci investitori a giugno 2025:
forse al di là dei lustrini della propaganda non tutti erano convinti della
bontà delle ultime innovazioni). Buono loda il DDL ma ammonisce sulla necessità
di decreti attuativi che – non sorprende nessuno – vadano nella direzione di
semplificazione burocratica sul modello degli Stati Uniti. Basta con le
lungaggini dei processi autorizzativi e viva un’amministrazione moderna che
permette di muoversi velocemente.
In sintesi, quello che emerge è un sistema Paese che avrebbe tutte le capacità e
gli strumenti per tornare al nucleare non domani, ma subito; un sistema che in
larga misura è sulla stessa lunghezza d’onda e marcia compatto. Eventuali
resistenze sono il lascito di paure ormai illogiche, frutto di incidenti del
passato che non hanno più senso di essere temuti perché siamo ormai approdati a
nuove generazioni tecnologiche che permetteranno di non avere più scorie (“non
si rilascia più niente”, sentenzia Cecchi Paone) e mettono in campo nuovi
meccanismi di prevenzione del rischio.
C’è ancora un problema, però: “convincere la popolazione” secondo Buono. Questa
cocciuta popolazione che, chissà per quale irrazionale motivo, proprio non
capisce che il nucleare sarebbe ripristinato nei suoi interessi.
4. Ruolo di Torino e del Piemonte
Torino si sa, nel campo dell’innovazione si contende da sempre il primato di
città del futuro e della tecnologia e il nucleare non poteva che rientrare tra
le etichette che accrescono l’immaginario positivista e tecnocratico dei
politici della nostra città e del Piemonte, da destra a sinistra.
Per una città in crisi come quella dell’auto, il nucleare rappresenta un altro
settore su cui puntare. Presenti sia il Presidente della Regione Cirio che il
sindaco di Torino Stefano Lo Russo: approcci diversi ma con un comune obiettivo,
sfruttare le potenzialità dell’intellighenzia e il savoir faire torinese per
essere pionieri della “nuova” tecnologia energetica “green”. Il sindaco del PD
si discosta dalla linea del partito, accarezzando l’idea atomica e di fatto
appoggiando e sostenendo un convegno che della propaganda sul nucleare ne fa la
propria bandiera.
Forse è alla luce (o meglio al buio) delle centinaia di blackout del giugno
torinese che hanno mandato in tilt la città che Lo Russo è arrivato a dare per
buona qualsiasi soluzione di fronte a un problema che sembra ingestibile e che
rischia di far crollare il consenso verso le elezioni 2027, secondo lui infatti
il nucleare diventa l’ennesima carta per riparare all’enorme richiesta di
energia di cui la città avrebbe bisogno. Per risolvere le ondate di calore e i
blackout che colpiscono i cittadini anche a causa dei condizionatori? Certo
questi hanno un ruolo. Ma è più probabile che le preoccupazioni si rivolgono a
dover garantire e rassicurare le imprese belliche in espansione o il
raffreddamento delle nuove infrastrutture dell’IA, i datacenter.
Come conferma il rappresentante della Camera di Commercio di Torino: “Serve il
nucleare perchè ci serve energia per far funzionare le evoluzioni tecnologiche
come l’IA e soprattutto le infrastrutture che la supportano, i data center, dal
fabbisogno energetico enorme.” Non sono state menzionate le volte in cui gli
ospedali sono stati a rischio blackout, i chili di cibo che le famiglie hanno
dovuto buttare nella spazzatura perché i congelatori sono stati paralizzati o
ancora le persone anziane o malate che si sono trovate senza condizionatore per
ore se non giorni, con picchi sopra i 40°C. Secondo il sindaco, l’elettricità
diventa sempre più importante per soddisfare i bisogni di tutti e, ad oggi, non
è presente nessuna fonte che sia in grado di risolvere il problema energetico. È
qui che si inserisce il nucleare e che l’atomo fa capolino nel mix energetico.
Pagliacciate in consiglio comunale a Torino
Come concentrare l’attenzione della popolazione sui suoi presunti benefici?
Lo Russo invoca una certa neutralità della scienza, l’unica che può entrare in
gioco in un terreno così “ideologicamente compromesso”: c’è bisogno di un quadro
laico per superare le paure dei torinesi e per crearlo è necessario investire su
un sapere iperspecializzato, affermazioni contraddittorie sentite più volte. È
ormai ben noto come gli investimenti deviino il corso delle cose, plasmino
un’informazione e una formazione che non sono mai scevre da indirizzamenti
politici. Soprattutto se si tratta di un tema così controverso e che di fatto
rappresenta una tecnologia cosiddetta dual use come il nucleare. E quale
migliore città se non Torino, con il Politecnico e un settore industriale
all’avanguardia, per poterne esplorare le possibilità?
Anche Cirio parte dalla situazione energetica attuale per approdare alla
necessità impellente dell’energia atomica. La prende alla larga, cogliendo
l’occasione per criticare, senza veline, i vari movimenti che si sono occupati
della difesa dei propri territori, colpevoli di cieca ideologia (ancora una
volta) e di aver impedito il progresso e l’autonomia energetica del Paese. Non
poteva non citare i No TAP (fratelli del sud di quei delinquenti dei No Tav),
che hanno rischiato di portare al collasso il sistema energetico italiano
tentando di impedire la costruzione del metanodotto che “dal 2022 ha salvato il
Paese permettendo l’approvvigionamento di gas dall’Azerbaigian dopo aver
abdicato al gas russo”. Secondo il Presidente il nucleare è l’unica energia in
grado di rendere veramente indipendente l’Italia dall’estero: “Occorre coraggio
e portare avanti una battaglia essenziale”, dice elogiando il Ministro Pichetto
Fratin e la sua decisione di scommettere sul ritorno all’atomo. Da buon
piemontese, ricorda come la terra vada rispettata e come il mix energetico debba
tenere conto delle aree rurali in crisi, senza sfruttarle per produrre energia
come è avvenuto per tanti progetti di fotovoltaico ed eolico (il problema viene
sollevato qui in maniera strumentale ma grazie al lavoro di messa in rete tra
comitati abbiamo sviluppato un’ampia conoscenza a riguardo, scevra da
strumentalizzazioni politiche con l’obiettivo di dare spazio alle rivendicazioni
di agricoltori e abitanti delle aree coinvolte in questi progetti). Come dirà
Fratin poco dopo: “L’Italia è troppo bella per essere tappezzata da pale
eoliche”. Si potrebbe essere d’accordo, se non fosse che l’Italia è troppo bella
anche per essere minacciata dalla costruzione di nuove centrali nucleari che da
sempre rappresentano una fonte di instabilità, subordinazione, e minaccia per i
territori dove sorgono e per chi li abita.
Cirio con le nocciole del Piemonte
Cirio e Lo Russo concordano: Torino deve diventare il polo della ricerca, del
trasferimento tecnologico, la città dove mettere a profitto le menti giovani per
risolvere il problema energetico e fare da capofila del ritorno dell’atomo,
sfruttando finanziamenti e investimenti annessi. La filastrocca è sempre la
stessa: investire sulla ricerca per creare valore aggiunto, aprire le porte al
futuro di possibilità che solo il nucleare può garantire. Un futuro
“sostenibile” e “sicuro”, frutto di anni di ricerca e avanzamenti che a Torino
non si sono mai fermati, che sono andati avanti incessantemente nonostante i
freni a mano tirati da una popolazione troppo “emotiva” per capire l’importanza
del progresso tecnologico e le potenzialità di questa tecnologia e una politica
incapace di affermarsi e cambiare il corso delle cose. Menomale che è arrivata
Meloni?
Ad assicurare l’impegno del mondo accademico, e quindi della ricerca e dello
sviluppo tecnologico nell’ambito nucleare, è il rettore del Politecnico di
Torino, Stefano Corgnati. E quale migliore curriculum per un ruolo del genere:
dottore di ricerca in Energetica e Professore ordinario di Fisica Tecnica e
Ambientale del Dipartimento Energia al Poli. Secondo Corgnati è proprio grazie
allo sviluppo tecnologico che si può far capire quanto il nucleare sia una fonte
sicura, soprattutto alla luce degli avanzamenti della tecnologia digitale che,
analizzando i dati, dovrebbe porre delle condizioni di sicurezza ancora
maggiori. Il solito cane che si morde la coda: più sicurezza digitale, più
richiesta di energia, più nucleare, più sicurezza digitale e via dicendo, in un
ciclo di accumulazione energetica e quindi di capitale. Vivisezionando il
comparto del sapere, Corgnati continua, sostenendo che il ruolo dei Politecnici
sia stato fondamentale in questi anni per tenere accesa la miccia del progresso:
c’è sempre stata una nicchia che si è concentrata su quello che è un comparto ad
elevata intensità di sapere e con un continuo tasso di innovazione, una
tecnologia dalle mille e una possibilità di profitto da coltivare a dovere. Non
solo, la tecnologia nucleare permette di costruire “visioni per il futuro”
secondo il Rettore, che rilancia con vanto il boom degli iscritti all’indirizzo
sull’energia nucleare della magistrale in Ingegneria Energetica e Nucleare.
Ammette a gran voce quello che è il ruolo dei Politecnici: formare giovani per
alimentare la forza lavoro.
Corgnati stringe la mano al Ministro delle Imprese Adolfo Urso
Ciò che non viene discusso sono i lauti finanziamenti che, nello specifico, il
curriculum di Nuclear Engineering riceve da Newcleo, la quale supporta gli
studenti con borse di studio e progetti di didattica innovativa. Ciò che viene
omesso riguarda la scelta di come quel curriculum venga indirizzato da
opportunità lavorative maggiormente presenti in quel settore, dove le grandi
imprese stanno puntando. I tassi di occupazione a seguito del conseguimento di
una laurea in Nuclear Engineering sono maggiori del 90% a un anno dal
conseguimento, a differenza dei tanti altri volontariamente sottosviluppati,
come ad esempio quello delle rinnovabili su piccola scala. Tante sono le
opportunità di ricerca per il settore: in un momento di definanziamento totale
dell’Università pubblica, i grandi sponsor si fanno avanti, facendo del lavoro
precario un’arma da utilizzare per alimentare le proprie imprese.
Insomma, piena disponibilità da parte del Politecnico ad assumere un ruolo
centrale nello scacchiere radioattivo, e chissà se questo impegno non
traghetterà il rettore a qualche poltrona di più alto rango? Alcuni giornali lo
dipingono già come un papabile sostituto di Cirio.
Il ruolo centrale del Piemonte viene confermato anche dal Ministro biellese
Pichetto Fratin: la regione si conferma essere una terra di innovazione e
ricerca, ricca di un certo “hummus culturale” non meglio definito, pronta a
chiarire in termini tecnici i vantaggi che può avere questa tecnologia, grazie
in particolare al Politecnico. Nei prossimi mesi si potrà far chiarezza su
quell’ “humus culturale” di cui parlano il Ministro e i suoi alleati, ribaltando
una narrazione che non rappresenta il vero volere di chi abita questi
territori.
Ma c’è un altro capitolo che interessa la regione e ne caratterizza il passato:
quello delle scorie.
Il triangolo delle scorie in Piemonte
Storicamente il Piemonte è interessato dal tema del nucleare, sia per la
centrale “Enrico Fermi” a Trino e i siti satelliti tra cui l’impianto EUREX, il
Deposito Avogadro di Saluggia e l’impianto FN di Bosco Marengo, che per la mole
di scorie che nella regione sono custodite. Il 78/79% delle scorie radioattive
del Paese si trova in Piemonte, proprio in depositi temporanei come quello di
Saluggia e quello di Trino. Negli ultimi anni si è tanto dibattuto del Deposito
Unico Nazionale che dovrebbe rappresentare l’approdo definitivo per il materiale
di scarto radioattivo, un’opera che, sebbene necessaria, è sempre stata gestita
con approssimazione e senza una proposta realizzabile e affidabile da parte di
Sogin. Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) è la S.p.a dello Stato
responsabile del decommissioning (smantellamento e bonifica) di tutti i siti
nucleari italiani e della messa in sicurezza dei relativi rifiuti radioattivi.
Nel 2021 la società ha pubblicato la prima CNAPI (Carta Nazionale delle Aree
Potenzialmente Idonee) individuando 67 luoghi idonei, mentre nel 2023 ha
pubblicato la CNAI (Carta Nazionale delle Aree Idonee), contenente 51 siti
idonei. Ad oggi la situazione è in stallo, dopo tre anni niente sembra più
essersi mosso e Sogin non concede certezze né accenna a una potenziale
calendarizzazione dei prossimi passi.
CNAI
La Sogin inizia il proprio intervento paragonando le scorie a dei leoni: “Cos’è
pericoloso e cos’è rischioso? Se metto il leone in una gabbia, il rischio che il
leone mi aggredisca è basso, dobbiamo fare tante gabbie”. Insomma, il nucleare
non può venire definito pericoloso, ma solo rischioso. Un rischio che verrebbe
attenuato grazie alla costruzione di un Deposito Unico adeguato, su cui si è
concentrata l’azienda pubblica nelle ultime decadi con scarsi risultati. Oggi in
Italia ci sono 33 depositi provvisori, 23 per bassa e molto bassa attività e 10
per bassa-intermedia attività. Il Deposito Unico Nazionale dovrebbe sostituire
tutti questi: un unico centro passivo (quindi senza persone che controllano,
così dice Sogin) con triple barriere e senza emissioni per il territorio. Non
solo una sicurezza per i territori che da decenni ospitano “temporaneamente”
sostanze radioattive, ma un simbolo di prestigio e privilegio che avrà l’onore
di ospitare anche un parco tecnologico che dovrebbe occuparsi di medicina
nucleare, sempre a detta di Sogin.
Manifestazione No Nuke in provincia di Vercelli
La vicenda del Deposito Unico Nucleare si intreccia nello specifico con il
destino della città di Trino. Nonostante non fosse nella lista di possibili siti
destinati alla creazione del Deposito, il sindaco Pane ha presentato nel 2023
un’autocandidatura, rendendo disponibile la città di Trino a ospitare la
costruzione della struttura definitiva per le scorie. Un meccanismo controverso
quello della presentazione delle autocandidature: perché proporre il proprio
territorio quando non compare nella lista dei luoghi idonei realizzata da
esperti che, a loro dire, hanno sezionato l’intero stivale per proporre delle
soluzioni “adeguate”? In sintesi, come può essere idoneo un territorio che non è
presente nella lista delle aree idonee per il Deposito Unico? La risposta è
semplice, e i cittadini di Trino e dei paesi limitrofi l’hanno riportata a gran
voce: Trino non è idonea, e tanti sono i motivi che la definiscono come tale.
Sconvolgente è la postura del sindaco Pane che, nonostante fosse stato costretto
a ritirare l’autocandidatura alla luce della contrarietà della popolazione, si
ripresenta in veste di paladino dell’atomo e coraggioso gladiatore del
palcoscenico, forte, a suo dire, di avere avuto in passato la capacità
diplomatica necessaria ad ottenere il sostegno degli abitanti che finalmente si
sarebbero scrollati di dosso l’ideologia malsana no-nuke, per aderire alla
proposta di un futuro radioso per la città di Trino. Un futuro meritato e che
potrà essere finalmente conquistato ospitando una delle strutture più sicure
della terra, il Deposito Unico.
La Stampa 1986 sulla manifestazione a Trino
Una auto-sviolinata nauseante che stona con la realtà dei fatti, ovvero la
volontà della popolazione di tutelare, ancora una volta, il proprio territorio
da chi propone progetti per tentare la propria scalata politica. Il sindaco Pane
ribadisce con nonchalance come la convivenza con i rifiuti nucleari non sia mai
stata “ingombrante”, come il nucleare sia sempre stato accolto fin dagli anni
‘60 a braccia aperte dai residenti e come il vero problema sia un altro per il
territorio: l’amianto. Altra piaga sicuramente drammatica della storia del
territorio, ma che sicuramente non si può “sostituire” a quella radioattiva
dell’epoca della centrale atomica. Nonostante la storpiatura storica elaborata
dal sindaco, la popolazione della zona è ancora pronta a ricordargli da che
parte sta e che la decisione sul futuro del territorio spetterà a loro.
Manifestazione a Trino contro il Deposito Unico Nucleare nel 2024
5. Conclusioni e nostra prospettiva
In tutta onestà, il fatto che da questo evento potesse risultare un discorso a
senso unico in qualche modo ce lo si aspettava, visti anche gli investimenti di
7,5 milioni di euro previsti nel decreto legge per il 2025 e 2026 al fine di
finanziare la campagna informativa a sostegno del nucleare. Purtroppo però si è
perfino riusciti ad andare oltre, riducendo, a tratti anche goffamente, “Da
Fermi al Futuro” a un mero spot pubblicitario pro-nuclearista. È proprio questo
che alla fine lascia uno strascico di interrogativi sulla serietà comunicativa
del convegno e sulla trasparenza nei confronti dei cittadini: nel momento in cui
si imposta un discorso sul futuro del Paese e su una pianificazione energetica
strategica, le rappresentanze istituzionali non possono e non devono ridurre la
questione a marketing. Il solo fatto di non avere programmato un contraddittorio
sarebbe di per sé sufficiente a derubricare l’evento a una sorta di
“televendita”, ospitata però, ricordiamolo, all’interno di un medium importante
e programmato come la prima di una serie di iniziative.
Ci pare importante dunque provare a tirare le somme di ciò che è stato detto. Se
da un lato il ricorrente appello ai giovani (“ci salveranno i giovani!”, gli
stessi giovani che vengono criminalizzati, ci teniamo ad aggiungere, quando
questi esprimono il loro dissenso verso le politiche del governo italiano) pare
essere un tassello fondamentale per il superamento delle spinte emotive del
passato che hanno reso il nucleare un tabù, le migliorie tecnologiche (a oggi
però solo sulla carta) elencate costituiscono l’altro leitmotiv della giornata.
Non c’è da stupirsi, d’altronde: nella strategia governativa entrambi i punti
dovrebbero rappresentare le modifiche (del quadro politico relativamente a un
mutato atteggiamento della popolazione e delle situazioni di fatto in merito
allo sviluppo tecnologico) necessarie per la presentazione di un futuro
referendum abrogativo.
In parallelo appare evidente il tentativo di sminuire il valore dei due
referendum post Cernobyl e Fukushima (1987 e 2011) laddove si sostiene che nel
primo caso non ci fosse difficoltà di approvvigionamento energetico come oggi
(come a dire che le questioni geopolitiche avrebbero, al lato pratico, maggior
peso rispetto al rischio di un incidente nucleare), mentre del secondo se ne
evidenzia retrospettivamente l’utilita’ per la diminuzione di incidenti e rischi
futuri, sottolineando, tra le righe, gli enormi passi avanti fatti negli ultimi
15 anni (guarda caso!) dalla tecnologia dell’atomo in tema di sicurezza.
Argomentazione che fa a pugni con quanto, ad esempio, sostiene il movimento
no-nuke giapponese (vedi ad esempio la testimonianza dell’attivista Sabu Kohso).
L’obiettivo principale del convegno è stato quello di impostare un discorso su
come orientare l’opinione pubblica in modo subdolo verso un ritorno all’energia
nucleare. I temi portati a sostegno vanno dalla creazione di valore sociale ed
economico allo sviluppo di una supply chain per la creazione di una filiera
nazionale, dal nucleare inteso come fonte non fossile alla sua sicurezza
intrinseca. Dal connubio tra sviluppo di nuove centrali e ricerca in campo
medico, agli svantaggi relativi allo stoccaggio delle scorie e al
decommissioning intesi come processi slegati da centrali in funzione, e ancora
dalla circolarità della futura tecnologia nucleare idealizzata praticamente come
una “produzione a moto perpetuo” alla garanzia di autosufficienza energetica e
di prezzi più bassi.
Un vero e proprio climax ascendente di dichiarazioni entusiastiche culminato in
una perla motivazionale dal sapore di slogan pseudo-scientifico e transumanista:
“Non morite nei prossimi cinque anni perché dobbiamo riportare il nucleare in
Italia!”
Ora, battute a parte, i punti elencati mostrano contraddizioni, a tratti
imbarazzanti, che meritano perlomeno delle brevi considerazioni. Al di là del
fatto che le tariffe odierne dimostrano quanto il costo del nucleare non sia per
niente conveniente sul mercato, è tutto da dimostrare che una centrale di quarta
generazione (a oggi non esistente) potrà in futuro vivere di “autogenerazione”
(“non emetti più niente, non consumi più combustibile”) senza la necessità di
nuove barre di uranio. Quindi il tema legato all’autosufficienza energetica
appare di per sé un’utopia.
Passando invece al tema delle scorie (pardon, “rifiuti” o “residui”, perché,
come già evidenziato in precedenza, a detta dei partecipanti al convegno
“scoria” sarebbe una “parolaccia” creata per fare “terrorismo”), negli
interventi da noi ascoltati non vi è traccia del fatto che il 99% di quelle
prodotte in passato dalle nostre centrali rimane attualmente stoccato
all’estero in attesa di rimpatrio, un “disturbo” fatto ai paesi “ospitanti” non
gratuito, ovviamente, ma pagato dalle nostre bollette. In compenso, ci si spinge
ad annunciare che i “residui” delle centrali di quarta generazione non saranno
pericolosi ma paragonabili a quelli ospedalieri. Ma non finisce qui, si sostiene
ancora che servirebbe ripartire con nuove centrali a fissione, producendo quindi
ulteriori scorie, per ottimizzare gli svantaggi dovuti alla presenza comunque
obbligatoria dei depositi temporanei e i processi di decommissioning
(smantellamento) dei vecchi impianti: un po’ come ricorrere all’assunzione di
alcol in condizione di ipotermia, un finto rimedio che peggiora la situazione.
Tra l’altro, piccola puntualizzazione, sempre in tema di decommissioning, un
dato anch’esso non pervenuto nel discorso: dei 213 impianti nucleari chiusi a
oggi solo 9 possono essere considerati bonificati completamente.
Ma il punto forse più sorprendente tra quelli elencati è quello che viene
presentato come una supposta interdipendenza tra energia e medicina nucleare.
Perché parlare di diagnosi precoce del cancro, di maggiori possibilità di
guarigione? A pelle, crediamo che nessuno abbia mai pensato di considerare un
tabù la ricerca nel campo della medicina nucleare! E che c’entra questa con gli
Small modular reactors o i reattori di quarta generazione? O addirittura con la
fusione nucleare?
Manifestazione in provincia di Vercelli
Forse è proprio da qui che deve partire una riflessione seria. Nonostante si
continuino a sbandierare i benefici economici che l’atomo dovrebbe portare alla
bolletta energetica, appare evidente che la ricerca nucleare abbia per sua
natura costi elevatissimi, il che comporta la costante ricerca di sponde con cui
condividere la spesa. Così è sempre stato con il nucleare civile e quello
militare, così emerge qui dalle dichiarazioni sugli enormi costi legati alla
medicina nucleare. Il dubbio, ovviamente, non è se investire o meno nella
ricerca medica, piuttosto ci domandiamo se sia plausibile programmare una spesa
di 200 miliardi di euro per la creazione di un impianto energetico nucleare
nazionale, viste le incoerenze sopra elencate e i lunghi tempi di realizzazione
che non ci possiamo permettere se vogliamo davvero affrontare l’emergenza
climatica che anno dopo anno batte ogni record.
Sempre in tema di spesa, non è certo un caso che, sfruttando l’assist europeo e
l’etichetta green data di recente al nucleare, tra gli obiettivi menzionati ci
sia la volontà di portare in Europa l’idea che il sostegno pubblico non vada
attuato solo verso le rinnovabili ma anche nei confronti di un’elettrificazione
nucleare, intesa come processo di decarbonizzazione, il che darebbe accesso a
quei 7-8 miliardi di euro annuali di oneri generali di sistema.
Possiamo dunque riassumere che la scommessa del nucleare a oggi sarebbe quella
di massimizzare il contributo di una ricerca che ha continuato a lavorare in
sordina in questi decenni e puntare su uno sviluppo industriale che crei
crescita nella speranza che tutto questo ripaghi in futuro degli sforzi e dei
costi iniziali da sostenere, al momento tuttavia non comprovabili né
finanziabili in maniera chiara. Il suggerimento pare dunque essere quello di non
sbilanciarsi nel parlare solo di potenzialità, ma di quanto si sia in grado di
fare realmente oggi, perché del risparmio in bolletta non si può conoscere né la
tempistica né l’importo reale.
In conclusione, seguendo l’impostazione dettata dal convegno relativamente al
tenere un approccio non ideologico verso l’argomento e restando quindi su un
piano tecnico-pratico, possiamo dire che l’insieme degli interventi ha
confermato una visione priva di certezze, ricca di slogan e con alcuni
pericolosi “non detti” che dovrebbero allertare l’opinione pubblica e i media. A
tal proposito ci domandiamo se la stessa La Stampa e/o le piattaforme incaricate
di ospitare i futuri “eventi televendita” pianificati dal governo, si sentiranno
in dovere di porsi e di porre agli attori intervenuti alcuni interrogativi,
cominciando (se possiamo dar loro dei suggerimenti) dalle dichiarazioni a tratti
deliranti che dipingono la quarta generazione di reattori a fissione come
gioiellini privi di produzione di scorie pericolose e autorigeneranti in termini
di barre di uranio.
(disegno di martina di gennaro)
Ci sono malattie che arrivano durante la detenzione e altre che la detenzione
accompagna per anni. Ci sono terapie che entrano nelle cartelle cliniche, si
ripetono nelle prescrizioni e diventano parte della vita quotidiana. Poi ci sono
i trasferimenti, le pratiche amministrative, i documenti che viaggiano da un
istituto all’altro. A volte è proprio lì, negli ingranaggi più ordinari
dell’amministrazione penitenziaria, che una vicenda apparentemente poco
significativa finisce per raccontare qualcosa di molto più grande.
È il caso di Tommaso Costa, sessantasei anni, detenuto da quasi venti e oggi
ristretto presso la Casa di reclusione di Milano Opera in regime di 41-bis.
Costa convive con la sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che
provoca una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione
sanitaria in possesso dell’associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015,
terapie e presìdi utilizzati per il trattamento della malattia, tra cui
Plaquenil, saliva e lacrime artificiali. Una documentazione che per anni ha
accompagnato il percorso del detenuto: la necessità di cure continue non risulta
essere stata mai messa in discussione. Secondo quanto riferito dal figlio e
tutore legale di Costa, tuttavia, dopo il trasferimento dal 41-bis di Viterbo a
quello di Milano Opera sarebbe emersa una difficoltà nell’accesso al collirio
utilizzato per il trattamento della xeroftalmia associata alla patologia. La
motivazione consisterebbe in una presunta incompletezza della documentazione
sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza.
A prima vista, questa potrebbe sembrare una questione burocratica. Un documento
mancante, una pratica da verificare, un passaggio amministrativo da chiarire. Ma
per una persona detenuta non esistono questioni amministrative neutre. Chi vive
in carcere non può avere personalmente accesso alla propria documentazione
clinica, non può verificare il percorso di una pratica, non può rivolgersi
autonomamente a un altro medico o a un’altra struttura. La dipendenza
dall’amministrazione esiste fin dal primo giorno di detenzione, ma quando gli
anni diventano venti e alla detenzione si accompagnano una malattia cronica e
terapie continuative, il peso di questa dipendenza diventa ancora più evidente.
Se qualcosa si interrompe, se un documento non arriva, se una procedura si
inceppa, è il detenuto a subirne le conseguenze.
Secondo quanto denunciato dal figlio di Costa, non risulterebbe nel caso
specifico alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata
autorizzazione del presidio terapeutico. Per questa ragione una diffida è stata
trasmessa alla direzione della Casa di reclusione di Opera chiedendo chiarimenti
sulla vicenda e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto.
La questione, per quanto grave, e con pesanti conseguenze sul diritto alla cura
di una persona, non riguarda naturalmente soltanto il collirio: una decisione
che non viene formalizzata è una decisione difficile da conoscere, comprendere e
contestare. Per una persona detenuta, conoscere l’esistenza e le ragioni di un
eventuale provvedimento di diniego è il primo passo per poter attivare gli
strumenti di tutela previsti dall’ordinamento, compreso il ricorso al magistrato
di sorveglianza. Quando invece, come spesso accade, una decisione resta
confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza:
diventa più difficile esercitare i diritti di difesa e controllo che
l’ordinamento riconosce.
Non è la prima volta che come associazione riceviamo segnalazioni di questo
tipo, riguardanti il carcere di Opera, da parte di familiari, avvocati e persone
detenute. In più occasioni queste hanno riguardato decisioni che incidevano
pesantemente sulla vita detentiva e rispetto alle quali veniva denunciata
l’assenza di un provvedimento formale di diniego. È anche per questa ragione che
la vicenda di Tommaso Costa non si è fermata alla diffida trasmessa dal
familiare: a seguito della documentazione acquisita e delle criticità segnalate
abbiamo trasmesso segnalazioni alle autorità competenti chiedendo accertamenti
sulla continuità terapeutica del detenuto, sulla gestione della documentazione
sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Opera, sulle ragioni della
mancata autorizzazione del presidio terapeutico e sull’eventuale esistenza di
provvedimenti formali.
Emergono da questa vicenda, però, ancora altre questioni. La prima è quella
relativa al tempo. Quando si parla di 41-bis si discute quasi sempre di
sicurezza, di proroghe, di organizzazioni criminali e di esigenze investigative.
Molto più raramente si parla del tempo. Eppure il tempo è probabilmente
l’elemento più concreto di tutti. Diciannove anni e mezzo non sono un dato
statistico. Sono una parte enorme di una vita. Sono anni durante i quali una
persona invecchia, si ammala, sviluppa patologie croniche e accumula fragilità
che nessun provvedimento amministrativo può fermare. Non è un dettaglio
secondario. Molte delle persone che oggi si trovano nelle sezioni di 41-bis vi
trascorrono anni, spesso decenni, della propria vita. Molte hanno ormai
raggiunto un’età avanzata, vi sono detenuti addirittura ultraottantenni e
ultranovantenni. Il tema della salute, dell’invecchiamento e della non
autosufficienza non rappresenta quindi una questione marginale, ma una realtà
ormai centrale all’interno del circuito del 41-bis.
Le vicende emerse negli ultimi anni sono molto diverse una dall’altra e non
possono essere sovrapposte né semplificate. Hanno però contribuito a portare in
primo piano una questione che per lungo tempo è rimasta ai margini del dibattito
pubblico: che cosa accade quando una persona trascorre decenni della propria
vita in detenzione mentre il corpo invecchia, la malattia avanza e le fragilità
aumentano? Le condizioni cliniche di questi detenuti sono diverse una
dall’altra, così come diverse sono le vicende personali e giudiziarie. Esiste
però un filo che le attraversa tutte: il modo in cui il tempo, la malattia e la
detenzione finiscono per intrecciarsi quando una persona trascorre decenni
all’interno di questo regime. Nelle sezioni di 41-bis ci sono uomini e donne che
vi trascorrono una parte enorme della propria esistenza. Anni che diventano
decenni. Decenni che diventano vecchiaia. C’è chi riesce a uscirne e chi non ne
esce affatto. C’è chi si ammala gravemente, chi muore durante la detenzione dopo
percorsi segnati dalla malattia, anche quando da tempo vengono denunciate
condizioni fisiche sempre più compromesse e incompatibili con la detenzione. C’è
chi arriva a convivere con patologie che consumano lentamente il corpo, con
ferite che peggiorano, infezioni che avanzano, arti divorati dalla malattia fino
a conseguenze irreversibili. C’è chi arriva alla fine della propria vita
logorato da malattie degenerative, fino a non riconoscere più le persone che ha
davanti, a non riuscire più a nutrirsi autonomamente, a dipendere dagli altri
perfino per i gesti più elementari della quotidianità. Ci sono persone
paraplegiche che continuano a vivere in questo regime torturatorio pur
necessitando di cure riabilitative costanti. Ci sono persone affette da
patologie gravissime che continuano a essere ritenute compatibili con la
detenzione nonostante il progressivo aggravarsi delle loro condizioni, e
nonostante le contestazioni avanzate da familiari, difensori, medici e
associazioni.
Si potrebbe continuare ancora, ma il punto è chiedersi, piuttosto, cos’è che
viene realmente valutato quando il potere decide dei destini di queste persone.
Se ha un peso la malattia che avanza o se a contare è solo la storia giudiziaria
che quella persona, a dispetto del passare dei decenni, continua a trascinarsi
dietro di sé. Questa domanda attraversa molte delle vicende emerse negli anni
attorno al 41-bis e continua a riemergere ogni volta che una firma in coda a un
documento stabilisce la compatibilità tra una condizione di salute gravissima e
la prosecuzione della detenzione. È dentro questa realtà che si colloca la
vicenda di Tommaso Costa, e proprio per questo sarebbe un errore considerarla
soltanto la storia di un collirio o di una pratica amministrativa. (luna
casarotti, yairaiha ets)
A proposito di questa vicenda, Giampietro Costa, figlio e tutore legale di
Tommaso, ha voluto affidare a Yairaiha una riflessione sulla vicenda: “Il 41-bis
è davvero efficace? Serve davvero a evitare contatti con i sodali all’esterno e
a impedire che vengano impartiti ordini? Se così fosse, mi chiedo per quanto
tempo debba essere applicato. Insieme a queste domande me ne vengono molte altre
su questa misura e sulle ragioni per cui continua a essere applicata,
considerato che mio padre è rinchiuso al carcere duro da circa diciannove anni e
mezzo, è gravemente malato e continua a proclamare la propria innocenza. È un
grido che rimbomba sempre di più nella mia testa. Mio padre è stato condannato
all’ergastolo per un omicidio del quale si è sempre dichiarato innocente. In
altri due processi nei quali era imputato, sempre per omicidio, è stato invece
assolto perché non aveva commesso il fatto. Mi chiedo come il carcere possa
davvero rieducare una persona se le viene negato il diritto alla salute. Come
possa favorire il reinserimento quando si è esclusi da ogni forma di socialità.
Potrei scrivere mille pagine su questo argomento. Mi limito ad aggiungere che
spero, un giorno, per tutti i detenuti, il carcere possa essere davvero un luogo
in cui chi ha sbagliato sconta una pena, ma non viene privato della possibilità
di una seconda opportunità”.
Da InfoAut La storia corre veloce. «Non sono che sintomi di processi più
profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando
di farsi strada, di […]
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«Blocchiamo tutto» first appeared on notav.info.
Domenica 19 invitiamo tutt3 a Genova per le iniziative legate al 25 anniversario
delle mobilitazioni popolari che si opposero alla riunione delle 8 “grandi
potenze” proprio nella capoluogo ligure.
All’alba del nuovo millennio con la fine della guerra fredda si stava iniziando
ad affermare il neoliberismo e la demolizione delle libertà democratiche del
‘900: per 4 giorni consecutivi centinaia di migliaia di persone provenienti da
tutto il mondo protestarono e lottarono per un mondo migliore e più giusto, per
lasciare alle spalle guerre, razzismo, sfruttamento e sessismo.
I governi, con in testa quello italiano guidato dal tycoon Berlusconi,
repressero senza pietà chi osó protestare, trasformando scientificamente la
città in una zona di guerra. Alle FFOO fu permessa ogni tipo di violenza,
sevizia, sequestro e persecuzione, fino all’omicidio.
Tutti i protagonisti di quei giorni sono rimasti impuniti, anzi molti furono
promossi e premiati e sull’omicidio di Carlo Giuliani i dubbi sono ancora tanti.
Oggi come allora il centro sociale occupato e autogestito Gabrio sarà in strada,
per ribadire che l’autorganizzazione delle persone è l’unica forma di resistenza
al neo liberismo turbocapitalista.
Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in
vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani
reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina.
Vorremmo fare luce su un fatto preoccupante passato sotto il radar. Da 6 mesi
infatti sono detenuti giovanissimi dai 16 ai 18 anni a seguito dei disordini
dello sciopero del 3 ottobre.
La legge italiana dovrebbe basarsi sul principio di imparzialità,
proporzionalità della pena e funzione rieducativa di questa, tutta via questi
ragazzi (alcuni dei quali senza precedenti e con le sole accuse di resistenza e
danneggiamento) sono stati allontanati dalle loro famiglie, dalla scuola e
abbandonati in carceri minorili e comunità a chilometri dalla loro vita, dopo un
operazione in grande stile a pochi giorni dai fatti. In uno Stato in cui la
burocrazia procede lenta, ci sono stupratori e mafiosi a piede libero ci sembra
perlomeno sospetta la repentinità e la forza impiegata contro questi ragazzi.
Gli stessi esponenti del governo che dichiarano: “se viene Netanyahu in Italia
non lo arrestiamo”, si sono rivendicati l’operazione. Tutta questa insensatezza
però si risolve quando consideriamo il fattore politico: quest’operazione si
configura come vendetta del governo contro il movimento per la Palestina.
Dipingono dei ragazzi come mostri e li usano da capro espiatorio: i violenti
propal (anche se in quella piazza a scatenare gli scontri era stata la polizia),
spaventando allo stesso momento i giovani che si mobilitano e creando divisioni
nel movimento. A pagarne il prezzo? Dei ragazzini. Non accettiamo il divide et
impera di un governo con le mani sporche di sangue che è debole coi forti e
forte coi deboli, che con una mano firma decreti sicurezza contro chi manifesta
e con l’altra depenalizza i reati con cui i politici rubano, non abbandoniamo
questi ragazzi da soli a pagare il prezzo di una piazza in cui eravamo 100.000.
Una giustizia educativa
«Di che nazionalità era quello che ti passava le bottiglie da lanciare?»
Una delle numerose domande, questa, che ha costellato l’interrogatorio svoltosi
ieri presso il Tribunale minorile di Torino ai danni di 2 dei 6 imputati,
arrestati lo scorso gennaio con l’accusa di resistenza e danneggiamento per aver
partecipato alle mobilitazioni serali del 3 ottobre, durante il movimento
Blocchiamo Tutto.
Salta agli occhi da un quesito simile tutto l’indegno razzismo che ha coronato
l’intera udienza. L’interrogazione procede ansiogena richiedendo se gli imputati
fossero a conoscenza dei fondamenti di Hamas e se ne condividessero i valori, e
ancora opinioni richieste riguardo il 7 ottobre, e addirittura insinuazioni
riguardo ipotetici sensi di colpa che chi aderisce alle manifestazioni per la
Palestina, come i ragazzi sotto processo, dovrebbero provare nei confronti dei
“bambini israeliani”. II sionismo istituzionale non cerca nemmeno di celarsi
dietro una presunta deontologia della professione di giudice. Un interrogatorio
pressante che ha spesso esulato dall’oggetto del processo. Un interrogatorio
strutturato per far dire ciò che il giudice voleva sentire nelle vesti di una
confessione e con modalità volutamente provocatorie con il fine di indurre a
reazioni che giustificassero il profilo aggressivo delineato dall’accusa e
sotteso dalla corte giudicante.
Ecco la portata educativa veicolata dal sistema penale minorile, che cerca di
infondere nei ragazzi che disgraziatamente si trovano a rapportarsi con questa
istituzione, il senso di colpa, la vergogna, l’impotenza, un sistema che in via
cautelare allontana dalla propria famiglia rinchiudendo persone senza processo
in un carcere minorile o in una comunità a kilometri da casa, impedendo di
andare a scuola o di frequentare sport o attività essenziali alla crescita
personale, che impedisce la socialità e l’appagamento di una vita significativa.
Vogliono, in sostanza che quel marchio del “criminale” ti rimanga inciso sulla
fronte per tutta la vita, perchè una persona, nonostante la propria giovane età,
ha osato sfidare il potere costituito che poi, senza scrupoli, si vendica del
fatto che milioni di persone abbiano bloccato il Paese intero mossi da un ideale
di giustizia arrivato fino a noi grazie alla voce irriducibile della resistenza
palestinese. Educazione equivale a sottomissione.
Non servivano, per altro, le 2 ore di ritardo con cui è cominciata l’udienza,
per ricordare ai giovani imputati che del loro tempo le istituzioni se ne
fregano con assoluta convinzione.
Sarebbero bastati i 6 mesi di detenzione, i mesi di attesa per avere un permesso
per frequentare la scuola (quasi fosse una gentile concessione!). Tempo che è
stato sottratto all’autodeterminazione, alla crescita, alle aspirazioni di
queste persone, un tempo che nessuno avrà mai il potere di restituire.
L’esito dell’udienza è stato 1 anno di messa alla prova, ci sarebbe da chiedere
a chi bisognerebbe dare prova di cosa. Dopo 6 mesi di detenzione, non si è
contenti del risultato e si vuole continuare a tenere nelle maglie strette della
cosiddetta giustizia la vita di questi prigionieri politici.
Giovedì 16 luglio verranno sottoposti a processo anche il resto dei minorenni
arrestati a gennaio, e ancora una volta saremo lì. Perchè nessuno dovrebbe
subire una violenza simile da solo e perchè liberare i nostri prigionieri è un
dovere che rientra tra i compiti di chi si pone l’obiettivo di liberare questo
mondo dal fascismo sionista che sta avvelenando le vite dei popoli di tutta la
terra. Ce lo insegna la Palestina che indietro non si lascia nessuno e così
continueremo a fare. La libertà è una lotta costante!
LIBERTÀ PER I NOSTRI PRIGIONIERI POLITICI
LIBERTÀ PER LA PALESTINA E PER I POPOLI DI TUTTA LA TERRA