Non si ferma l’aggressione imperialista Usa-Israele contro l’Iran, anzi si
intensifica.
L’intervento è stato evidentemente preparato per mesi, con l’accumulo di forze
militari americane nell’area mediorientale, utilizzando i negoziati di Ginevra
come specchietto per le allodole, per distrarre e disorientare la difesa
iraniana.
Quello che inizialmente sembrava voler essere una sorta di guerra lampo, come
successo in Venezuela, si sta trasformando in un conflitto che durerà nel tempo,
scompaginando i piani iniziali.
La strategia di Israele, evidentemente supportata dalla parte neocon dello stato
profondo americano, di chiudere i conti con l’asse della Resistenza sciita è
arrivata ad un punto di svolta con questa specie di “all in” con cui si spera di
far capitolare la Repubblica Islamica. Questa mossa va inquadrata nel contesto
generale scaturitosi da dopo il 7 ottobre 2023 e il conseguente genocidio del
popolo palestinese. Di più, va messa in relazione con il piano decennale di
disciplinare il medio-oriente ai diktat dell’imperialismo occidentale, di cui
Israele è testa di ponte in quell’area.
L’aggressione messa in campo, in barba a qualsiasi logica di diritto
internazionale, è talmente spudoratamente imperialista e coloniale, che i
tentativi retorici di Trump e Netanyahu di farla passare come un’operazione di
liberazione del popolo iraniano e per la democrazia, non vengono presi in
considerazione praticamente da nessuno, se non da qualche giornalista d’apparato
o da chi ha interessi diretti con americani e israeliani.
La risposta iraniana è tenace ed è improntata su strategie nuove che hanno
spiazzato l’aggressore. Colpire in risposta a largo raggio e con intensità mai
vista prima le basi americane in tutta l’area limitrofa, il territorio
Israeliano, tutti i paesi del golfo, sta logorando l’ombrello protettivo,
costosissimo, costruito negli anni dagli apparati militari imperialisti. Le
infrastrutture logistiche ed energetiche, così come le maggiori città stanno
pagando un costo altissimo. Diversi analisti, anche occidentali, convergono
nella valutazione che più durerà il conflitto più sarà difficile garantire
protezione ai propri alleati del golfo e allo stesso territorio israeliano. Le
scorte di missili di contraerea per rispondere ai bombardamenti iraniani non
sono infiniti, e molti dati portano a pensare che non possano durare a lungo. Il
fatto che questo costo sia il più alto e duraturo possibile è la scommessa
iraniana per far demordere l’attacco scatenatogli contro, e far scendere a
mediazioni l’aggressore. Questo potrà portare anche ad un ulteriore ampliamento
del conflitto in cui ogni scenario, fino a pochi giorni fa remoto, diventa ora
possibile. Ogni giorno che passa si allarga il teatro di guerra, fino a lambire
i margini meridionali dell’unione europea.
Si rende evidente un fatto grosso che si vede soprattutto nella reazione
iraniana: la guerra si muove interamente sulle catene del valore. L’Iran è uno
snodo centrale per l’economia cinese, non solo come approvvigionamento di
materie prime, ma anche a livello logistico. Viceversa la risposta messa in
campo dai pasdaran punta a disarticolare le basi economiche dell’accumulazione e
del modello di “capitalismo arabo” filo Usa del Golfo. Il risultato di questa
combo è che sempre di più le varie mistificazioni di facciata cadono e viene
alla luce la natura capitalista (e dunque sulle linee del profitto che
travalicano i territori) della guerra.
Il territorio iraniano intanto paga un costo enorme in termini di vite umane e
di danni strutturali, con pericolosissimi attacchi alle infrastrutture nucleari
che possono potenzialmente portare a catastrofi ai danni di tutta la
popolazione.
La Repubblica Islamica e l’intero asse della Resistenza stanno affrontando
questa guerra di aggressione in maniera esistenziale e coscienti che la partita
che si gioca è di portata storica per tutto il Medio Oriente.
Gli obiettivi americani sono non solo la caduta del regime, ma anche la
balcanizzazione del territorio iraniano su linee etniche e religiose. Vanno in
questo senso i finanziamenti e il sostegno alle milizie curde del nord-Iran e si
preparano a considerare anche l’opzione dell’intervento diretto con le truppe,
che vista la difficoltà logistica che comporterebbe potrebbe essere delegata a
forze locali “ostili” al governo.
L’altro obbiettivo è quello di spezzare qualsiasi sostegno ai palestinesi per
poter finire il genocidio iniziato a Gaza, colonizzare definitivamente la
Cisgiordania ed impedire preventivamente qualsiasi resistenza nei paesi
confinanti all’entità sionista. Infine impedire l’approvvigionamento e il
sostegno al movimento libanese Hezbollah e agli houthi. Infatti l’Iran, che
piaccia o meno, è stato l’unico attore statale a sostenere la resistenza nei
fatti, in questi anni, al progetto della “grande Israele”.
Per questo motivo una capitolazione dell’Iran o un suo disfacimento sarebbe la
rovina per i palestinesi e per tutti quelli che si pongono il problema di
resistere al progetto imperialista. Questa constatazione, che parte dai dati
materiali della situazione sul campo, non vuol dire che ai movimenti che si sono
battuti contro il genocidio dei Palestinesi, debba piacere il regime teocratico
iraniano, o che non bisogna assumersi la complessità delle mobilitazioni contro
il regime che da molti anni vengono portate avanti. Il fatto è che nulla di
buono può scaturire dall’intervento imperialista né per le masse popolari
iraniane né per tutto il movimento a livello globale. Anche se è comprensibile
che alcuni iraniani della diaspora e in loco, siano felici per la morte dei
Khamenei, ciò non cancella il fatto che le condizioni di vita materiali e di
diritti sociali e civili in Iran non potranno che peggiorare con una guerra di
lungo corso e la disgregazione territoriale che si vuole portare a termine. Lo
si è visto in Siria, in Iraq, in Afghanistan, dov’è la democrazia che tanto si
sbandierava di voler portare? Sono migliorate le condizioni delle masse? La
caduta dall’alto di quei regimi ha portato all’avanzata di un movimento
progressista e anticapitalista o addirittura rivoluzionario e comunista? Non ci
sembra proprio.
Per questo motivo moltissimi iraniani a cui sicuramente non va a genio la classe
di profittatori creata dalla rivoluzione islamica, si pongono il problema di
contrastare l’attacco imperialista dentro e fuori dal paese.
Come fu per il 7 ottobre, il potere prova a giocare la sua partita, instillando
nei movimenti e nelle masse il ragionamento, tutto frutto di una supposta
superiorità occidentale e coloniale, per cui i popoli colonizzati dovrebbero
assumere delle forme di resistenza e di ribellione alla barbarie capitalista,
“pulite”, pacifiche, “felici” e idealizzate. L’autodeterminazione dei popoli
invece assume spessissimo forme dure e che possono non piacere a chi sta nella
parte occidentale del mondo. Le petro-monarchie sono il modello imperialista, o
al massimo un regno di caos e di guerra civile distruttiva su base etnica o
religiosa.
Con questo dato politico semplice ma enorme bisogna fare i conti, come fu per il
la resistenza del popolo palestinese. L’equidistanza che vediamo in certi
ambienti della sinistra e, purtroppo anche di movimento, finiscono per agevolare
il disegno del dominio e tolgono forza e supporto a chi resiste materialmente
alla guerra imperialista. La sfida oggi è quella di mettere in campo un
movimento contro questa aggressione e il progetto imperiale americano che abbia
parole chiare e comprensibili senza ambiguità. O si è contro o si appoggia
l’aggressione, non ci sono vie di mezzo.
Fare la nostra parte, in occidente, vuol dire costruire e favorire l’emergere di
un movimento contro la guerra, contro l’intero “progetto” occidentale, facendo
mancare la base di supporto materiale e di consenso che permette il genocidio e
l’assoggettamento di tutta quella parte di mondo che subisce o che non si vuole
assoggettare all’ordine imperiale.
In Italia e in tutta Europa, i costi sociali ed economici di questa guerra
saranno altissimi. Il prezzo di gas e carburanti non potrà che lievitare
ulteriormente, colpendo le condizioni di vita materiali di milioni di persone.
L’uso delle basi americane sul nostro territorio, così come il coinvolgimento
diretto nel conflitto, già realtà per Francia, Inghilterra e Germania, non farà
che esporre la popolazione a diventare potenziale obiettivo diretto.
Crediamo che questa coscienza sia diffusa e radicata in una grossa fetta della
popolazione italiana ed europea in generale: ci si rende conto che il progetto
di egemonia americana non è più in grado di offrire una contropartita
accettabile. Gli interessi materiali di chi sta in basso, quindi in primis di
tutelare i propri standard di vita, non coincidono con gli interessi delle
élites europee e del governo Meloni. Questi ultimi sono proni non solo per
adesione all’ideologia Maga, o perchè figliocci di Bannon, o perché
strutturalmente atlantisti, ma perché la maggior parte della borghesia italiana
ed europea ha capito che c’è la possibilità di mantenere i propri privilegi
scaricando i costi verso il basso. L’acuirsi di questa situazione non potrà che
ampliare il divario fra i partiti istituzionali e la massa sempre più crescente
di persone che non si riconoscono più nel sistema istituzionale, lasciando uno
spazio politico vuoto in cui può crescere un’insorgenza sociale nuova. Il
movimento contro il genocidio e la guerra a Gaza è stato anche questo.
In questa congiuntura generale si arriva al dunque anche per il governo
italiano: la strategia propagandistica per la “sovranità” nei settori strategici
è evidentemente smascherata, che si tratti di energia o di altri ambiti,
l’Italia in questi anni non ha fatto alcun passo avanti in questa direzione con
dure conseguenze sul piano economico. Di fatto l’unico settore in cui l’Italia
ha buone speranze è quello dell’industria militare, ma su questo dovrà fare i
conti con un forte sentimento anti bellico che cresce in vari settori della
popolazione. L’equilibrismo e l’imbarazzo di Meloni nei confronti di Trump avrà
un punto di caduta? Nel frattempo la domanda da porci è: l’occidente collettivo
è sprovvisto oggi di ” idee forza” per muovere le masse verso la guerra, dunque
come esplicitare e tradurre concretamente un programma che di fatto viene
espresso dalle parti basse della classe? Serve un piano di realtà immediato
perché la risposta non può essere lasciata al Vannacci di turno.
In questa puntata ricordiamo la battaglia di Adua di cui ricorrono i 130 anni (1
marzo 1896) in cui l’esercito etiope guidato dall’imperatore Menelik II
sconfisse duramente le truppe italiane. Questa battaglia oltre ad essere un
momento cruciale nella storia dei due paesi è divenuta una pietra miliare del
panafricanismo e della lotta al colonialismo.
Playlist :
MULATU ASTATKE-ESKETA DANCE
HAILU MERGIA & WALLIAS BAND-MESTIRAWI DEBDABE
ALEMAYEHU ESHETE-TELANTENA ZARE’
GETACHEW MEKURYA-ANTCHI HOYE’
WEGDAYT-TIRU MUZIKA
SOLOMANE DOUMBIA-SEGOU TO LAGOS
OUSMANE KOUYATE’ & AMBASSADEURS INTERNATIONAUX-KEFIMBA
LES AMBASSADEURS-BARA WILLILE
LE RAIL BAND-MARIBA YASSA
I.SOUMAORO ET L’ECLIPSE-NISSODIA
BALLA ET SES BALLADINS-PAULETTE
Mentre i bombardamenti sull’Iran continuano ininterrottamente per il 5° giorno
di fila, da lunedì 2 marzo le bombe hanno colpito anche il sud del Libano. Ieri
il tentativo dell’IDF di fare ingresso oltre il confine è stato respinto, ma nel
paese si aspetta un’invasione massiccia.
Continuano forti bombardamenti e, secondo il ministero della Salute libanese, da
lunedì gli attacchi israeliani hanno causato almeno 50 morti e 335 feriti, prima
degli attacchi notturni che hanno provocato almeno altri 11 morti. Nella
giornata di oggi, 4 Marzo, il portavoce militare Avichay Adraee, con un post su
X, ha ordinato l’esodo dalle abitazioni alla popolazione libanese: “Abitanti del
Libano meridionale, dovete trasferirvi immediatamente nelle zone a nord del
fiume Litani”.
L’attacco arriva a seguito della risposta militare di Hezbollah all’assassinio
della guida suprema dell’Iran ayatollah Khamenei -ora succeduto dal figlio
Mojtaba per elezione dell’Assemblea degli Esperti- ma di fatto riguarda
l’interesse strategico dello stato ebraico verso il paese vicino. L’aggressione
israeliana del paese vicino è continua dal 2024, e sono 11.000 le aggressioni
sioniste denunciate, che hanno violato il siglato cessate il fuoco del 27
Novembre del 2024.
Ne parliamo con Mauro Pompili, giornalista freelance ora a Beirut, capitale del
Libano:
Ci uniamo al messaggio di saluto da parte di Derive Approdi in merito alla
scomparsa di Romolo Gobbi e per ricordarlo ripubblichiamo questa intervista
presente sul sito Futuro Anteriore – Dai Quaderni Rossi ai movimenti globali:
ricchezze e limiti dell’operaismo italiano.
Apprendiamo con grande dispiacere la notizia della scomparsa di Romolo Gobbi,
figura di grande importanza nelle esperienze di «Quaderni rossi» e di «classe
operaia» e nell’organizzazione delle lotte di fabbrica a Torino negli anni
Sessanta, storico acuto e coraggioso, persona dotata di profonda intelligenza e
straordinaria ironia. Con noi ha pubblicato la nuova edizione di «Com’eri bella,
classe operaia. Storie, fatti e misfatti dell’operaismo italiano», volume che
consigliamo a coloro che vogliano guardare alla propria storia senza stucchevoli
mitologie e inutili nostalgie. Per ricordarlo, pubblichiamo a seguire un breve
stralcio del libro: crediamo restituisca bene quello che Romolo è stato.
«Dopo pochi giorni ci giunse la sentenza: “Tali compagni nel corso della loro
attività presso la nostra fabbrica hanno compiuto ‘aperti atti di indisciplina e
svolto attività di tipo frazionistico’ tali da creare notevoli difficoltà e
intralci alla azione del Partito e del sindacato di classe. I loro atti di
indisciplina si sono manifestati pubblicamente e in materiali di propaganda
stampa e diffusi di loro iniziativa, posizioni contrarie alla linea
autonomamente decisa dal Sindacato unitario e vincolante per la corrente
comunista. Constatato, dopo prolungati sforzi, che si sono protratti per alcuni
mesi, anche sulla base di colloqui diretti, malgrado vari richiami orali, il
loro rifiuto a voler riconoscere gli errori commessi, contrapponendo alla
esigenza dell’autocritica il loro diritto a svolgere un’azione di frazione. La
Cellula dei Larghi Nastri e il Comitato Direttivo di sezione unitamente decidono
la RADIAZIONE di Gobbi e di Gasparotto dal Nostro Partito”. Il 20 febbraio 1962
ci fu un riesame della nostra radiazione da parte della presidenza della
Commissione federale di controllo: durante la seduta ci venne chiesto
insistentemente di fare l’autocritica, anche benevolmente, ma noi fummo
intransigenti e ce ne andammo con la formula di rito “Cari compagni, fraterni
saluti”. Eravamo nel partito esattamente da un anno. Pierluigi disegnò un
cartiglio con una grande zeta rossa, per Zengakuren come ci chiamavano nel
sindacato, al cui centro campeggiavano due braccia incrociate nel classico gesto
osceno col motto “Moriantur burocrates”. In alto c’era un’altra scritta: “sempre
espulsi – sempre presenti”».
INTERVISTA A ROMOLO GOBBI – 14 DICEMBRE 2000
Da buon storico materialista inizio dicendo che l’individuo è collocato nella
società in cui vive. Mentre l’esperienza operaista è precedente, praticamente
finisce con Gramsci, quindi negli anni ’20, la raboceia opposizia (opposizione
operaia) venne sciolta da Lenin, la Kollontai divenne ambasciatrice in Finlandia
credo, quindi l’esperienza operaista con questi personaggi si chiuse. Perché
negli anni ’60 a Torino c’è un revival operaistico? La domanda è questa. Intanto
c’è una continuità teorica, nel senso che soggetti determinati (poi dirò dei
nomi) portano e conservano la memoria, la teoria e i valori dell’operaismo, e
non sono dentro il Partito Comunista, anche se si sa che lì vinse l’ala degli
ordinovisti, cioè quelli che Lenin accusava di essere operaisti, di essere
anarcosindacalisti. Ad esempio quando si rivolse a Terracini dicendo che a
Torino c’è stato qualcosa di anarcosindacalista ma niente di marxista. Chi
conserva parte di questi valori? E’ una parte del Partito d’Azione, la sua
sinistra che si chiama Vittorio Foa, che durante il fascismo, pubblica un
quaderno di Giustizia e Libertà sull’Ordine Nuovo e sui consigli, e poi divenne
socialista e vicesegretario della CGIL. Vi è anche un altro soggetto di origine
azionista, Trentin, figlio del Trentin azionista, e divenne vicesegretario della
CGIL. Quindi, furono i due vicesegretari della CGIL che nel 1960 o ’61 si
rivolsero a Raniero Panzieri, che rappresenta l’altro filone socialista;
Panzieri e Libertini i quali avevano teorizzato le tesi sul controllo operaio.
C’è poi questo polo internazionale che è stato rappresentato dalla Yugoslavia e
basta. Quindi, è un filo flebile, non ci sono altri, sono quelli; e sono
soprattutto quei due vicesegretari che puntano a realizzare in Italia una
qualche forma di controllo operaio. L’operaismo ha vinto perché è riuscito a far
fare al sindacato i consigli di fabbrica, anche se poi sono stati svuotati.
Allora, come potevano due vicesegretari della CGIL ottenere questo risultato se
non facendo marciare l’esperienza con gambe più giovani e comunque rendendo la
cosa più evidente, dal momento che non potevano loro (in nome di chi?) far
passare questa cosa. C’è stato dunque questo liaison Panzieri-Foa-Garavini e
l’idea di fare i Quaderni Rossi, questa è la base soggettiva portante di questi
valori.
Dall’altra parte la società italiana di quegli anni stava vivendo il boom
economico, cioè una fase di reindustrializzazione. Gli anni del boom economico
produssero una crescita vertiginosa, il miracolo italiano di
industrializzazione. La Fiat fece Rivalta, si estese a Carmagnola, costruì
stabilimenti da tutte le parti, nacque il polo elettromeccanico. Ci fu questa
situazione di banale consumismo che il capitalismo mondiale aveva già superato:
in Italia i frigoriferi, le automobili, il consumo di massa di questi beni
durevoli arriva in quegli anni lì. Allora, cosa succede secondo me? Che
ricreandosi le condizioni dell’industrializzazione dei primi anni del secolo, è
stato possibile che individui che avevano nella loro memoria questi valori
cogliessero questa occasione per proclamare una qualche preminenza della classe
operaia, perché la classe operaia in quegli anni era in espansione ed era
protagonista. Congiunti questi fattori con la società veniamo fuori anche noi,
prodotti di questa stessa società, cioè coinvolti in questo fenomeno vistoso di
crescita operaia. Quindi, scatta tutta quella sequela di entusiasmi, la crescita
entusiasmante della classe operaia ci porta ad essere solidali con essa, ad
auspicare una trasformazione della società in maniera radicale, in cui la classe
operaia sia protagonista.
Adesso arriviamo a noi, poveri tapini che veniamo soggiogati dal fenomeno
sociale e veniamo indottrinati e strumentalizzati da chi invece aveva delle idee
più chiare, anche se penso che nemmeno loro sapessero bene dove sarebbero andati
a finire, ma avevano questi valori in tasca. Noi come veniamo fuori? Siamo il
prodotto di una società chiusa, che è Torino, tipico esempio: se uno volesse in
tutto il mondo indicare una società chiusa, Torino è la più rappresentativa.
Quindi, apparteniamo ad una classe media, piccolo borghese, caratterizzata da
questa chiusura mentale. Ci sono invece degli individui che per ragioni
genetiche o culturali si vogliono ribellare, si dice che Torino è la culla ed il
covo di sperimentazione, in realtà secondo me è la reazione alla sua chiusura: è
talmente chiusa che uno a un certo punto deve esplodere. Allora, vengono fuori
le punte critiche e le punte polemiche nei confronti della società, che magari
in una società più permissiva non verrebbero fuori. Di fatto veniamo tutti da
esperienze religiose, frustranti, alla ricerca di una realizzazione pratica. Io
credo di essere stato l’unico cattolico in crisi, degli altri Rieser era ebreo
valdese, infatti c’è questa componente valdese, lo sono Mottura, la Edda
Saccomani, le prime riunioni si fanno ad Agape. Quindi, in crisi non dico
mistica ma senz’altro religiosa e dunque giustamente c’è il collegamento con
minoranze religiose: da questo impasto viene fuori la psicologia di queste
persone. E’ una cosa così banale che qualsiasi psicologo avrebbe potuto fare,
non è un risultato eccezionale, non eravamo degli individui eccezionali. A
riprova di questo si sa che nell’area dei Quaderni Rossi gravitano personaggi
quali Gianni Vattimo, Guglielminetti, lo stesso Coppellotti, quelli del gruppo
Mounier, cattolici operaisti per conto loro. Anche Greppi viene fuori
dall’esperienza valdese, ma poi c’è anche Miegge che diventa pastore a Roma, un
altro valdese. Io con questo ho spiegato tutto: una religiosità vissuta in
maniera di crisi, quindi un voler superare la propria religiosità con qualcosa
di più soddisfacente e tangibile ed eccoci approdare alla religione operaista:
chiaramente per noi aveva questo valore di sostituzione, e si guardava alla
classe. In Come eri bella classe operaia racconto di questa matrice religiosa,
adesso sono stato più esplicito, forse allora avevo meno chiaro questo quadro
complessivo ma direi che l’operaismo a Torino rinasce da questa convergenza di
spinte sociali, esperienze religiose individuali in crisi e personalità comunque
illustri che invece ci utilizzano.
Nel ’61 io faccio il discorso alla conferenza dei comunisti delle grandi
fabbriche davanti a Togliatti e a tutti gli altri, Amendola, Ingrao: “parla lo
studente Gobbi di Torino”, era impensabile. Lo studente Gobbi di Torino,
iscritto da due mesi al Partito Comunista, alla conferenza dei comunisti delle
grandi fabbriche non può parlare, non è nemmeno concepibile: però, se dietro ha
due vicesegretari della CGIL che gli scrivono il discorsoallora questo può anche
parlare. Si fa un piccolo conciliabolo, “vai tu, no io no”: Soave si è subito
ritirato, lui è una chiocciola, si ritira dentro la sua libreria o a casa sua,
Romano naturalmente no, Pierluigi no, quindi faccio io il discorso e mi piglio
le ire di Togliatti, mi processano nel partito e mi sbattono fuori dopo pochi
mesi. E naturalmente io faccio il discorso, che non è più rintracciabile ma io
ce l’ho a casa in copia, quella praticamente è un’anticipazione dei consigli
operai, si dice: “Il partito in fabbrica non conta più, il sindacato nelle sue
strutture attuali non ha una presa e un contatto diretto con la classe, la
classe è disponibile, bisogna creare degli organismi”. E si parla proprio di
assemblee e di delegati di reparto, cioè questi ce lo avevano in testa, lo fanno
dire a me. Togliatti naturalmente se la prende con me perché suocera intenda.
* – In questo contesto che hai delineato come è avvenuto nello specifico il tuo
processo di formazione politica e culturale e quali sono state eventuali
figure di riferimento nell’ambito di questo percorso?
Intanto c’è il liceo Gioberti, io sono compagno di classe di Mottura, poi questi
ripete e quindi diventa compagno di classe di Rieser e il gioco è fatto: eravamo
compagni di liceo. C’era poi anche la giovane Negarville, che poi diventerà
moglie di Minucci. Era così. Ad esempio, perché Rieser viene al Gioberti? Perché
lì insegna il professor Molpurgo, ebreo, e allora le classi di Molpurgo si
riempiono di ebrei. Siamo di nuovo lì, sono delle spiegazioni banali ma ovvie
anche. Nessuno dei professori naturalmente ha un valore, ma ci sono questi
legami. Si passa anche attraverso la politica universitaria, ma poi ci si
ritrova tutti nel Partito Socialista con Basso: allora ecco di nuovo un altro
personaggio, Lelio Basso, e siamo tutti bassiani. Anche la Edda Saccomani viene
dal Gioberti, quindi i valdesi e gli ebrei al Gioberti si ritrovano e fanno
combriccola, poi si ritrovano all’università a Palazzo Campana. Io faccio
politica universitaria ma gli altri credo di no: tra l’altro io non la faccio
nell’UGI che era la forza deputata, ma poiché un altro del liceo era nei
Goliardi Indipendenti, che erano liberali, mi fa andare lì. Ma io nel giro di
due anni maturo la mia iscrizione al Partito Socialista, corrente bassiana, e
allora ci ritroviamo tutti lì dentro, insomma tutti quei cinque o sei che
eravamo, cioè io, Rieser, Mottura, Soave, Edda Saccomani, poi c’erano altri che
si sono persi per la strada, la donna di Mottura, che è un’altra valdese. Poi
Lelio Basso non è che suscitasse particolare entusiasmo, però anche lui era un
portatore di un’ideologia se non operaista certamente non carrista, quindi
comunista in senso stretto, e neanche riformista: luxemburghiano insomma.
Essendo appunto in crisi, tutta l’eredità critica del comunismo noi la
ereditiamo, quindi anche Trotzkij, Soave era trotzkista. Alquati è un
personaggio misterioso, perché lui non è stato niente di tutto ciò, nel momento
in cui bisognava iscriversi diceva “bisogna iscriversi al Patito Comunista”, noi
ci iscrivevamo e lui no, al Partito Socialista noi ci iscrivevamo e lui no. Lui
è sempre fuori, gioca sempre da fuori: non so se sia una sorta di opportunismo o
di reticenza, non lo so, ci manda avanti ma lui non c’è. Comunque, rispetto alla
strumentalizzazione era fatta da altri, e cioè dai Foa e dai Trentin, poi questi
naturalmente fanno valere la loro posizione sulla Camera dl Lavoro di Torino,
quindi vengono fuori i Garavini, i Pugno, gli Alasia, tutti questi personaggi
che collaborano ai Quaderni Rossi: ma lì è già più ovvio, lì c’è addirittura
un’autorità gerarchica che li fa marciare. Poi c’è questo caso Fiat che
improvvisamente esplode e questo dà forza al discorso, perché la cosa non viene
prevista dal partito, questo anzi è sempre lì che si lecca le ferite perché è
stato fatto fuori dalla Fiat, dai vecchi compagni che noi contattiamo:
diventiamo sindacalisti, questo non l’ho detto ma lo sapete. Partecipiamo ai
direttivi sindacali, alle commissioni interne Fiat, con diritto di parola, ci
affidano la campagna elettorale mi pare del ’61 alla Mirafiori e in qualche
altra sezione, alle ferriere credo. Ci dividiamo il lavoro, io e Gasparotto ci
occupiamo delle ferriere, siamo in organico del sindacato, io sono responsabile
sindacale CGIL delle ferriere e credo lo fosse anche Pierluigi.
* – Tronti sostiene una dimensione parallela a quella di cui tu parlavi a
proposito di Foa e Trentin: cioè, lui dice di avere sempre avuto l’ipotesi di
costruire una componente che potesse fare pressione sul Partito Comunista,
cosa che poi si conclude con la chiusura di Classe Operaia. Dopo i fatti di
piazza Statuto, tra il primo e il secondo numero dei Quaderni Rossi, matura
la contrapposizione tra Panzieri e Tronti, anche se poi alcuni la fanno
passare più come contrapposizione tra Panzieri e alcuni di voi.
I bruti, eravamo definiti così dagli altri: c’era l’ala bene e l’ala che aveva
fatto di questo operaismo anche l’assunzione di atteggiamenti esteriori,
bestemmie, rutti, scoreggie, per cui venivamo definiti i bruti, eravamo io,
Soave, Alquati e Gasparotto.
* – Siete anche i quattro che avete portato avanti la ricerca militante e
l’intervento alla Fiat e in altre fabbriche.
Noi siamo contro la ricerca sociologica, siamo anche per la militanza nel
sindacato e per l’impegno nelle fabbriche. E siamo i quattro (in realtà tre,
perché Romano no) che si iscrivono al PCI: il segno della rottura è questa
iscrizione al Partito Comunista che facciamo in tre, forse in quattro, non so se
la Edda Saccomani ci segue in questa esperienza, senz’altro ci segue quella che
era la donna di Romano, la Anna Chicco, poi forse c’era anche la Gisella di
Iuvalta.
* – Le due coppie che portavano avanti questo percorso di ricerca militante e
di intervento politico eravate da una parte tu e Gasparotto e dall’altra
Alquati e Soave?
Per quanto riguarda Alquati e Soave è più problematico, Romano è sempre dietro,
io non me lo ricordo piazzato in un punto particolare. Io e Pierluigi ho già
detto che siamo responsabili sindacali della CGIL e lavoriamo alle ferriere;
nell’estate ’61, quando scoppiano degli scioperi spontanei alle manutenzioni,
facciamo questi volantini (che sono anche depositati al centro Gobetti). Questi
volantini vennero firmati “un gruppo di operai delle Ferriere”, ciclostilati
Camera del Lavoro di Torino, noi approfittiamo di questa presenza ufficiale:
anzi, addirittura usiamo una firma che automaticamente ti delegittima, perché o
ti firmi commissione interna o non puoi firmarti “un gruppo di operai”, che
cos’è?, la mentalità burocratica non accetta una cosa del genere. Addirittura in
questi volantini si mette in luce il fatto che “siamo riusciti a scioperare
perché le commissioni interne erano in ferie, cioè abbiamo superato le divisioni
e le pastoie burocratiche”. L’autorganizzazione e l’autonomia operaia sono le
cose che li fanno incazzare, e avevano fatto incazzare pochi mesi prima
Togliatti quando ero andato a dirglielo in faccia: “la classe sa organizzarsi,
senza bisogno del partito e senza bisogno del sindacato”, conun’organizzazione
appunto di base, con i comitati e via dicendo. Questi volantini sono due: il
primo fatto per la manutenzione che aveva scioperato, che poi era stato uno
sciopero bianco, poi un secondo volantino e lì incomincia la discussione
all’interno. Questo volantino viene fatto in agosto, quando le manutenzioni
lavorano perché gli impianti sono fermi e io e Pierluigi ci trovavamo a Torino,
mentre gli altri erano via. Al ritorno che cosa facciamo di questo volantino e
di questo sciopero? Comunichiamo agli altri operai della Fiat che c’è stato uno
sciopero, di poche ore e di pochi operai, ma che comunque è possibile fare uno
sciopero autorganizzato dagli operai. Pum, volantone in cui si dice questa cosa
qua: il Lanzardo è d’accordo e ce lo ciclostila presso lo SFI, il sindacato
ferrovieri a cui lui apparteneva, ma nei Quaderni Rossi c’è discussione, su
quella roba lì c’è rottura, infatti ci sbattono fuori dal sindacato, tutti,
anche quelli che non erano d’accordo sul secondo volantino, ma poi in fondo sì,
c’è discussione ma poi si decide di fare questa cosa, però si arriva alla
rottura. Allora, la costruzione comincia a incrinarsi e la parte ufficiale
prende le distanze. Quindi, mentre al primo numero partecipa la Camera del
Lavoro di Torino, al secondo numero non ci sono già più, Trentin e Foa si sono
ritirati, invece Panzieri va avanti per la sua strada con questo gruppo di
giovani.
* – Come sono capitati a Torino Alquati e Gasparotto?
Sono attirati da questa presenza, è una presenza clamorosa, nel senso che gli
intellettuali davanti alle fabbriche non ci sono più dal 1920 insomma, perché le
divisioni di classe si erano formate, c’era stato il fascismo, nel dopoguerra
certamente non c’era stato nulla di diverso. Addirittura qualcuno (dovrebbe
essere Giorgio Galli, ma non ne sono sicuro) scrivendo su Il ponte dice: “Questo
gruppo di giovani bassiani a Torino si occupa di sindacato”; quindi, Panzieri,
Einaudi. Così, arrivano questi due pellegrini da esperienze diverse, Romano da
Unità Proletaria di Montaldi, e Pierluigi Gasparotto viene dalla comune di via
Sirtoli: anche lì esperienze di iniziazione, di crisi.
* – Qual è il tuo giudizio sulla figura di Gaspare De Caro rispetto sia ai
Quaderni sia a Classe Operaia?
Gaspare De Caro viene da Roma, del gruppo romano io non so nulla, so quello che
loro hanno detto, è tra l’altro ancora più eterogeneo di noi, perché Asor Rosa è
socialista, Tronti è comunista. Gaspare De Caro è una meteora, è una presenza
“massiccia” perché era un uomo anche intellettualmente molto strutturato, però è
uno storico, non c’entrava niente. Era amico di Tronti, questi l’ha coinvolto
nella cosa ma quasi subitaneamente lui si ritira, lo fa praticamente subito
quando vede che questa cosa assume la connotazione di gruppuscolo. Perché finché
era entrismo sindacale e nel partito allora, per la validità che ha mostrato
l’entrismo, poteva comunque giustificarsi; ma per una persona seria, che ha una
sua cultura, una sua professione, dei suoi obiettivi, non era possibile.
* – Però, anche da quanto ha scritto in un ciclostilato da lui fatto insieme ad
Enzo Grillo nei primi anni ’70, De Caro ha operato una rottura profondamente
critica in particolare nei confronti delle ipotesi di Tronti rispetto al PCI.
L’entrismo di Tronti è addirittura patetico, perché lui continua a considerarsi
iscritto al Partito Comunista mentre invece è stato espulso, lui è convinto di
essere sempre stato dentro il partito. Io non so che cosa dire, noi consumiamo
praticamente immediatamente il rapporto con il partito, ossia io, Pierluigi e
Romano, perché a quel punto invece Soave resta nel partito, quindi se vogliamo
il trontiano è lui; e noi invece cavalchiamo questa deriva gruppuscolare,
estremista, e quindi con Faina a Genova e con Toni Negri facciamo questo 1°
numero di Classe Operaia.
C’è poi il discorso sulla sociologia. Panzieri a Torino, all’Einaudi, è la
sociologia, e i De Palma, i Lolli, questi che frequentavano l’università, che si
occupavano di sociologia, anche loro vengono irretiti da questa novità. L’Italia
scopre la sociologia, la cultura italiana, perennemente in ritardo, scopre la
sociologia. E naturalmente compito ancora più arduo è far accettare al partito e
alle organizzazioni sindacali la sociologia come strumento di conoscenza della
classe, cosa pazzesca: la scienza borghese che pensa di essere superiore alle
capacità euristiche del partito, dei propri militanti, dell’intellettuale
collettivo! “Ma quali questionari, andiamo a chiedere ai compagni”; e poiché
questi si erano ficcati in un buco, i compagni dicevano: “Noi siamo isolati,
siamo perseguitati, questi non si muoveranno mai, perché sono tutti ‘barotti’,
sono tutti contadini, hanno il frigorifero e la macchina e quindi non
sciopereranno mai, questo è il dato”. Invece, noi continuiamo in questa cosa;
poi, visto che uno dei quattro è finito nelle BR e via dicendo, quella cosa lì
ha poi una logica di vita estremistica. Potere Operaio di Torino di Emilio
Soave, il Gatto Selvaggio di Romolo Gobbi e queste cose qua, come potevano
andare a finire? L’esperienza di Classe Operaia ci obbliga a un percorso
assurdo, perché si spacciava per un’esperienza militante ed era uno strumento
improponibile, impraticabile nella comunicazione con gli operai, testi
illeggibili, discorso intellettualistico, i Quaderni Rossi già erano una bella
perla in questo senso. Non capisco perché voi vi interessiate tanto di questa
cosa, è un’assurdità, un parto ritardato di trenta o quarant’anni rispetto agli
altri, un aborto, che però ha prodotto la deformazione di questo sindacato
italiano che è quello che è, una delle forze dominanti di questa società:
parliamoci chiaro, il sindacato conta in Italia, eccome, ed ha contato di più
perché questa esperienza è andata in porto, il salario come variabile
indipendente, i delegati, questa cosa qui ha avuto un impatto pazzesco sulla
società italiana. Ciò incontrando anche una classe imprenditoriale incompetente,
il cui principale rappresentante è il demente torinese Agnelli, che è uno dei
massimi esponenti. Cioè, una classe imprenditoriale che dice: “Facciamo
l’accordo e appoggiamo le sinistre perché queste possono fare quello che le
destre non possono fare”. E’ una frase testuale, Agnelli l’ha detta a proposito
del governo di centro-sinistra, ma lui già lo pensava quando nel ’75 firmava
l’accordo con i sindacati. Se le cose vanno così cosa succede? Durano per un po’
di tempo, passato il quale i tuoi si ribellano e hai i 40.000, e gli altri alle
prime elezioni dopo che si sono comportati come le destre perdono il governo.
Questo è il risultato che ha ottenuto questo imbecille, questa tartaruga rugosa.
Per rendervi conto anche della mia evoluzione successiva, non solo io vedo con
occhio distaccato l’esperienza particolare, io non voglio mobilitareaggettivi
altisonanti, in realtà ho ereditato da mia madre un forte senso autocritico e un
gusto per l’ironia e per l’autoironia. In generale siamo in una fase quasi di
deindustrializzazione, perché con l’introduzione dell’automazione
automaticamente la classe operaia viene ridimensionata, e siamo al punto in cui
ci troviamo oggi. In realtà, l’Italia vive una controtendenza dovuta alla sua
arretratezza, per cui si espande la classe operaia e negli altri punti si sta
già riducendo. Quindi, il sogno operaista era tanto più sogno perché era un
sogno provinciale, italico, abbastanza nordico, tutto sommato i grattacieli nel
deserto del Sud non l’hanno certo trasformato in un paese industriale. Questo
era il dato ed è la contraddizione stessa del marxismo che in fondo predica un
futuro di egemonia politica, un termine a lui estraneo, diciamo di dominio e di
conquista politica del potere da parte della classe operaia quando la sua
analisi porta comunque nella direzione opposta, è lui stesso che lo afferma
quando dice che il capitale è portato per sua natura a risparmiare forza-lavoro:
quindi, la classe operaia è anche destinata ad aumentare, solo che poi a un
certo punto dovrà diminuire. La condanna del marxismo è tutta lì, tutte le altre
contraddizioni sono minime rispetto a questa contraddizione di fondo: bisognerà
che lo sviluppo capitalistico raggiunga il massimo, ma quando l’ha raggiunto la
classe operaia è una minoranza e non può più reggere lo Stato comunista,
quell’idea lì. Dunque, non solo io mi rendo conto di questo, ma mi rendo conto
che a livello mondiale ormai si muovono forze che addirittura sovrastano questa
microdimensione, che è una dimensione che riguarda un quarto dell’umanità,
adesso un quinto, in un breve periodo di tempo sarà un sesto per diventare poi
un decimo dell’umanità nell’arco di 30-40 anni. Quello che mi differenzia da
tutti gli altri, proprio in maniera chiara, è la percezione del boom demografico
che stiamo vivendo: se vogliamo torniamo a Malthus insomma, aveva ragione
Malthus, altro che Marx! La popolazione sta crescendo in maniera pazzesca, a
livelli esponenziali e via di questo passo: è devastante non rendersi conto che
è inutile che stiamo a discutere dei 4.000 o 40.000 operai quando ci sono 600
milioni di islamici che invaderanno l’Europa nei prossimi vent’anni, perché sono
questi i termini. La Fondazione Agnelli ha fatto i suoi studi ormai da due o tre
anni prevedendo che nell’anno 2020 la popolazione dell’area sud del Mediterraneo
raddoppierà, adesso sono 580 milioni, se ne aggiungeranno altri 580 milioni.
Allora, se uno dice che raddoppia la popolazione pensa che raddoppierà
l’immigrazione: no, perché se questa popolazione produce questa immigrazione,
tutta la popolazione che si aggiungerà è potenziale di immigrazione verso
l’Europa. Questo è il dato, qui crolla tutto insomma, da quando è tale la
dimensione globale del problema. Esci da questa Torino operaia e operaista e ti
trovi già in un’Italia che non è più questa cosa qui, guardi il resto del mondo
e vedi che è un’altra cosa ancora. Il modello non è estensibile a tutta
l’umanità, non si può estendere il livello di vita dell’Occidente al mondo
intero: intanto devi moltiplicare tutto per quattro o per cinque, quindi i 40
milioni di automobili devi moltiplicarli per quella cifra, diventa un casino. La
consapevolezza dei limiti, possiamo dire, il capitale e la borghesia li
acquisisce con i suoi rapporti sui limiti dello sviluppo, il Movimento Operaio
non ha mai fatto i conti con questa cosa qua. Poi c’è questa dato
dell’immigrazione e anche su questo loro non si rendono assolutamente conto di
quello che sta succedendo, hanno fornito loro i dati, hanno detto 600 milioni,
non i 60.000 o i 6.000: praticamente la popolazione europea non arriva a 600
milioni, quindi si avrà un’islamizzazione dell’Europa, oppure si avrà un
conflitto, ma i conflitti non hanno mai impedito l’immigrazione di massa, non
c’è niente da fare. Questi arrivano, nonostante Schengen o tutto quello che si
vuole. Qui, anche da un punto di vista puramente non vorrei dire etico, ma
comunque se uno deve difendere il più debole, ci si deve rendere conto che un
operaio è uno straricco rispetto a un povero marocchino che raccatta quattro
soldi (e nemmeno tanto solo quattro soldi) per arrivare in Italia: non ha
niente, è un vero proletario, mentre questi hanno già da difendere i loro
interessi. Infatti, per tornare ad un discorso anche autocritico nei confronti
della classe operaia, questa era razzista, sono loro i primi razzisti, non
contiamoci delle balle: anche giustamente, perché questi mettono in discussione
i loro livelli di vita, la loro sicurezza di posto di lavoro, il loro livello di
consumi ecc. Ma io questa scelta non la voglio fare, non voglio dire che
condanno gli operai per questo loro egoismo: la cosa travalica le valutazioni
morali, la cosa ci sovrasta, è apocalittica. Inesorabilmente e ineludibilmente
arriveranno, si vede che cosa fanno, si fanno stivare dentro i container e poi
muoiono disidratati, passano sotto i muri, gli Stati Uniti hanno costruito un
muro lungo migliaia di chilometri per impedire ai latinos di entrare ma loro
entrano, passano sotto, saltano. La condizione dell’altra parte dell’umanità è
talmente disperante che non c’è niente da fare. Che cosa dice il Movimento
Operaio? Niente, non dice niente. Da un lato c’è il buonismo che dice
“lasciamoli venire”, e nella misura in cui lo dicono gli operai diventano sempre
più anti-Movimento Operaio e sempre più razzisti. Poi, una volta che sono qua,
anche lì c’è il dilemma del Movimento Operaio, che non riesce a prendere una
posizione coerente: “integriamoli” o “difendiamo la loro identità”? Già lì non
riescono a decidere, se vengono sbattuti fuori dal governo è perché non riescono
a decidere, sono impossibilitati dal loro retroterra culturale a decidere, posto
che questa cosa sia decidibile. In realtà, davanti a 600 milioni tu non decidi
niente, non puoi fare che preparare sei letti in casa tua e aspettare che
vengano: non è razionalizzabile la cosa, a meno di mobilitare armi di sterminio
di massa, ma 600 milioni non li ammazzi, la Seconda Guerra Mondiale ha ammazzato
60 milioni di persone, la decima parte, 600 milioni è una cosa incredibile.
* – Si potrebbe dire che l’operaismo ha cercato di fare i conti con tre
categorie: la politica, gli operai e la cultura e gli intellettuali. Con
queste tre dimensioni si è trovato a fare i conti e in qualche modo i
risultati di come poi è finito dipendono anche dal come ha fatto i conti con
questa situazione. Se uno dovesse prendere le traiettorie individuali delle
persone, si vede che in quella che era la dimensione politica in cui
tendevano c’è stato poco, mentre invece si sono collocati all’interno della
società in certi ruoli.
Quando io affrontavo quelli di Lotta Continua dicevo loro: “voi siete i figli
della borghesia e finirete per sostituirla, inevitabilmente, ineludibilmente”; a
questi fessi della questura di Torino che fanno un mandato per le occupazioni a
500 studenti universitari torinesi c’era da chiedere: “ma voi avete beccato la
classe intellettuale, la classe politica, la classe dirigente tra vent’anni, chi
cavolo credete di andare a prendere? Sono i figli dell’ex questore, dell’ex
giudice, dell’ex non so cosa e diventeranno questori e giudici e direttori di
Fiat, questa è la realtà”. E’ praticamente un automatismo sociale, non so come
cavolo dirlo, che cosa avremmo dovuto fare? E’ inevitabile che finisse così, non
c’è né scandalo né niente, è un’inerzia, le regole della società si fanno
rispettare da sole.
* – Che non sia uno scandalo ne siamo pienamente convinti. Il problema è che
questi soggetti hanno trovato delle risorse intellettuali e personali di
formazione che si sono costruite in una situazione che andava contro la
dimensione sistemica e poi però sono affluite ad una dimensione sistemica.
Ma l’umanità è proceduta così da sempre: le nuove generazioni si contrappongono
alle vecchie per poi a loro volta succederle. Questo è il modo in cui procede
l’umanità, si può dire cheè esteso anche al regno animale in generale, ma
senz’altro nell’umanità è così, al punto che le società più conservatrici
istituzionalizzano questa cosa con i riti di iniziazione. I Masai hanno questo
meraviglioso rito di iniziazione, per cui i giovani capelloni si possono far
crescere i capelli fino a una certa età: quando si fa il rito c’è sempre
l’aspetto tragico o quasi, devono dormire nella foresta da soli per una notte,
dopo di che il giorno dopo tornano al villaggio e possono “ciulare” tutte le
donne, possono prendere tutto quello che vogliono, possono fare il sessantotto,
ma il giorno dopo gli vengono tagliati i capelli, diventano adulti ed entrano
nel ruolo della conservazione della società. Le società primitive erano così
consapevoli che le cose funzionavano così che hanno istituzionalizzato la cosa:
“va bene, noi ve lo lasciamo fare, anzi voi dovete fare il sessantotto, però il
giorno dopo per favore smettetela e fate i pastori come noi, assumetevi le
vostre responsabilità, la vostra moglie, riproducetevi ecc.”.
* – Il problema è capire quanto questo processo abbia comportato un livello di
distruzione di ricchezza che era comunque altra: ciò che avviene in un giorno
sulla formazione delle persone ha un certo carattere, mentre per un percorso
più lungo il discorso cambia.
Facciamo un giudizio di relazione con altre società e con altre epoche. In fondo
tra queste persone, tra i protagonisti di questa cosa, non c’era nessun
individuo eccezionale, parliamoci chiaro; noi possiamo anche convincerci che
Romano Alquati è uno simpatico e intelligente, ma io e lui facciamo ogni tanto
qualche libretto e basta. Nessuno di noi è assurto ad un livello culturale alto,
siamo rimasti degli scalzacani insomma. Io non sono un professore universitario
ma un ricercatore, Romano è associato, gli altri magari sono ordinari, non
Tronti credo, lo è Asor Rosa: però, chi è Asor Rosa? La figura meschina di Asor
Rosa, questo personaggio squallido che mette in cattedra la propria amante, che
litiga con l’altro professore di storia della letteratura romana e spacca la
facoltà di italiano a Roma, questa volgarità e banalità della vita normale. Noi
siamo stati fagocitati dentro questa normalità, ma forse non eravamo eccezionali
nemmeno allora, torno a ripeterlo: si sono dovute verificare delle convergenze
soggettive, sociali e di persone più adulte perché noi venissimo fuori, ma forse
non eravamo nessuno. Recentemente, tra i miei compagni di liceo del Gioberti,
qualcuno ha avuto l’idea infelice di fare una cena quarant’anni dopo, questa
cosa allucinante, la condizione umana è questa, siamo dei poveretti:
indubbiamente, confrontandomi con i miei superstiti compagni, io sono un po’
meno poveretto di loro, loro non sono nessuno insomma, io nel mio piccolo mi
sono ricavato un minimo di visibilità, nonostante una damnatio nominis che la
sinistra mi ha appioppato. Il che mi crea anche delle difficoltà, le case
editrici per stampare un libro mi fanno difficoltà, devo girare. La scelta di
una casa editrice piccolissima è una scelta di basso profilo, io posso
stamparmeli da solo i libri. Che Romano avesse scritto tutti questi libri io non
lo sapevo, nessuno glieli ha recensiti, qualcuno dei miei qualche volta è stato
recensito naturalmente per cazziarmi, ma come si dice “purché se ne parli…”,
così ragionano gli editori, a me non me ne frega assolutamente niente. La
ricaduta di un libro come quello di Romano o di un libro mio, in una società
illetterata e incolta come quella italiana, è nulla. E’ stato fatto il calcolo
che l’editoriale del Corriere della Sera viene letto da 10.000 persone, cioè
l’editoriale del principale quotidiano italiano viene letto da 10.000 persone,
praticamente gli addetti ai lavori. Quindi, la ricaduta è nulla, un libro o un
saggio quando arriva a una tiratura di 1.000 copie si è già ripagato, 3.000
copie è il massimo, questa è la società italiana. Allora, di che cosa stiamo
ragionando? Nessuno di noi è diventato qualcosa di eccezionale. Rieser è una
figura patetica, lui sta ancora facendo l’inchiesta operaia: la coerenza è anche
una virtù, ma perseverare è diabolico, se sei coerente nell’errore, caro mio,
vuol dire che non sei proprio quel genio. E Romano si è fatto chiudere lì a
Scienze Politiche, siamo ghettizzati, io sono ghettizzato qua dentro, non
conosco nessuno, non parlo con nessuno. Siamo integrati come era ovvio che fosse
date le potenzialità intellettuali che avevamo comunque affinato, la cultura
media era più bassa, era anche giusto, siamo stati imbarcati qui. De Luna farlo
professore universitario ce ne vuole, Lotta Continua sarebbe da criminalizzare
soltanto per avere espresso i De Luna, i Revelli, i Sofri. Si pensi a quella
vicenda lì, che riguardava 10.000 persone, tra l’altro io rivendico il passaggio
della staffetta a costoro, perché a Palazzo Nuovo nell’aula 39, oggi 3, quando
io e Soave abbiamo affrontato l’assemblea del movimento, aprile o forse maggio
1969, gli abbiamo detto: “adesso voi pigliate su e andate davanti alle
fabbriche, perché se no siete delle merde”, con questi che si agitavano, ma li
abbiamo obbligati. Il mio libro più importante è stato La Fiat è la nostra
università, c’era scritto: “volete che gli studenti vengano davanti alle
fabbriche ad aiutare?” tutti sì, sì, figurati, pensando naturalmente alle
studentesse più che agli studenti, qualcuno è riuscito a realizzare il sogno di
scoparsi una studentessa. Ma quella roba lì la rivendico e nel contempo potrei
anche dire che mi pento, ma visto che i dieci anni precedenti li avevo passati
io davanti alla Mirafiori, loro hanno passato i dieci anni successivi: io dal
’61 al ’69, loro sono stati lì dal ‘69 all’80. Si può anche vedere la cosa in
questi termini: l’esperienza dell’operaismo torinese negli anni ’60 ha
anticipato le esperienze di Lotta Continua e di Potere Operaio, con tutto quello
che si può dire, cioè sui mea culpa da parte mia o non. Quindi, siamo di fronte
a un fenomeno ripetibile, quindi verificabile, quindi scientifico fin nella sua
prima manifestazione. Adesso non posso aggiungere altro, come noi siamo finiti
per essere integrati anche gli altri hanno fatto la stessa fine, magari
integrati in carcere. Da Liguori a tutti quanti sono lì, è inevitabile che
succeda una cosa di questo genere.
* – Quali sono i tuoi cosiddetti numi tutelari, ossia figure e autori che
collocheresti in un ideale pantheon di riferimento per il tuo percorso
politico e culturale?
Fin quando sono stato in questo ambito di esperienza le figure sono le stesse
degli altri. Potrei aggiungere il personaggio Bordiga, che in fondo degli altri
nessuno ha valutato nella sua importanza o nella sua pochezza, la si chiami come
si vuole: la mia esperienza e la mia adesione all’operaismo e al gramscianesimo
era abbastanza critica, cioè non ci credevo molto. E poi si tenga conto che
eravamo dei ragazzini, quindi facevamo le cose che ci sembrava giusto fare: voi
adesso riflettete e pensate che fosse una cosa razionale e studiata, ma era
anche emotiva, nelle sue ispirazioni originarie era tipicamente emotiva,
iniziatica, andare al popolo è stata l’esperienza di tutta una generazione
russa, i populisti. Non è che ci pensi molto, io mi ricordo che quando Panzieri
è arrivato a Torino ci ha dato l’elenco dei libri da leggere, e allora potrei
ricordarmi l’elenco o dire che mi sono letto i 45 volumi di Lenin e le Opere
Complete di Marx, vero e non vero, con una certa approssimazione, ma senz’altro
una delle prime cose che Panzieri ci fece leggere furono la terza e la quarta
sezione del Primo Libro de Il capitale. Addirittura, nel ’67, centenario della
pubblicazione del Primo Libro de Il capitale, io, ormai assoldato dall’Istituto
Storico della Resistenza, tenni una lettura commentata del Primo Libro de Il
capitale alla quale partecipavano certi Viale, certi ragazzotti che poi
divennero quello che sappiamo, abbiamo anticipato in tutti i sensi. Il Gatto
Selvaggio ha anticipato teoricamente le modalità che poi saranno famose nel ’69,
lo sciopero di reparto, lo sciopero a rotazione, tutte queste cose qui,
anticipato in base alle esperienze comuni che si facevano in questo
post-Quaderni Rossi e anche post-Classe Operaia; questa cosa qui è stata poi
ereditata dagli altri e l’hanno fatta loro. Capovolgo la cosa: potrei anche
vantarmi di avere educato Toni Negri, perché quando uscii il Gatto Selvaggio ci
fu questa fuga da Torino di Romano in bicicletta per andare a Milano sulla
statale con tre valige piene di libri e di vestiti (era una forza della
natura!), io invece più modestamente mi rifugiai a Venezia da Toni Negri che mi
portava in giro, “questo è Gobbi, il Gatto Selvaggio”. Perché poi il Gatto
Selvaggio lo abbiamo fatto assieme io e Romano Alquati, ma naturalmente lui
stava dietro e io mi sono beccato la condanna a dieci mesi di reclusione, cosa
che mi segue ancora adesso, ho fatto la domanda per associato e ho dovuto
mettere che ho subito condanna: naturalmente per me è un onore dire che sono
stato condannato per apologia di reato, sono stato il primo italiano ad esserlo
dalla fine del fascismo, poi vennero gli altri. Dunque, abbiamo anticipato,
grazie a voi mi sono ricordato anche di questo merito o demerito: la nostra
esperienza ha anticipato di pochi anni un’esperienza che si può dire allora
veramente generazionale, perché lì è stata una generazione di intellettuali che
si sono sentiti coinvolti. L’operaismo non è mica morto con noi, Lotta Continua
e Potere Operaio furono i nostri successori.
* – Ci piacerebbe che in un altro incontro ci dicessi che cosa pensi della
cultura di sinistra.
Pensate la cosa peggiore e io penso quella. Vorrei concludere con quella domanda
che mi avete fatto a proposito dell’operaismo che ha dovuto fare i conti con la
politica, gli operai e la cultura. Non lo so, ci sono di nuovo degli
automatismi, perché Panzieri lavora all’Einaudi e il libro di Tronti viene
pubblicato dall’Einaudi perché Bobbio lo appoggia, è così: lì ci sono questi
legami, Panzieri viene fatto fuori però continua a contare dentro l’Einaudi.
C’era invece un rovescio, cioè alcuni di loro erano affascinati o incuriositi da
questo fenomeno, che in fondo li riguardava: insomma, il padre di Rieser era
comunque stato un personaggio, i Foa, adesso mi viene in mente il nome di Solmi
per dirne un altro della casa Einaudi, Baranelli, Ciafaloni, tutta questa gente
qui seguirono con interesse questa cosa. Ma, ripeto, il fenomeno è l’altro, il
fenomeno è quello di massa che ha prodotto; l’ha prodotto per automatismo anche
lì, perché non poteva che essere così. Lì c’è un passaggio che non so se Soave
ha già detto: forse proprio rendendoci conto che la nostra eredità poteva essere
inflazionata e poteva anche arrivare a dei fenomeni degenerativi, al convengo
del Palazzetto dello Sport del luglio del ’69, dopo l’assemblea operai-studenti
con la formazione di Potere Operaio e Lotta Continua, io ed Emilio Soave
distribuimmo due documenti in cui praticamente facevamo loro le carte, e cioè la
previsione di quello che sarebbe successo. Intanto abbiamo preannunciato che
loro sarebbero diventati due partitini antagonisti, e poi avevamo loro
preannunciato che avrebbero fatto una brutta fine insomma. Perché fintanto che
la cosa aveva le dimensioni nostre e le lotte operaie anticipavano una scadenza
istituzionale le cose sono potute accadere, ma quando ci sarà la scadenza
istituzionale, lo sciopero nazionale dei metalmeccanici, questa cosa verrà
riassorbita dalle istituzioni e voi vi troverete a combattere contro le
istituzioni, e finirete male. L’abbiamo scritto, mi pare che avesse un titolo
come “Una o due cose”. In fondo, la nostra è stata anche una ritirata
strategica, nel senso di definitiva, perché intanto ci sentivamo surclassarti da
queste forze preponderanti, più numerose, li abbiamo egemonizzati per tutta la
durata dell’assemblea operai-studenti: corso Traiano io lo rivendico ancora
adesso come mia personale iniziativa alla quale tutti loro si opposero
duramente. Sofri, Negri, Bologna, tutti quanti si opposero alla manifestazione
in occasione dello sciopero della casa, perché mi dicevano che avrebbe bruciato
le avanguardie: il giorno dopo poi gridavano all’insurrezione, ragazzini! Ma in
fondo noi abbiamo appunto consegnato l’eredità giacente a costoro e costoro ne
hanno fatto l’uso che sono stati in grado di fare, forse non si poteva fare
altrimenti, insomma, parliamoci chiaro: l’unità delle sinistre e poi si mettono
in due a fare le stesse cose in concorrenza l’uno con l’altro, è ridicolo. Se ci
fosse stato uno spazio poteva solo venire fuori da una sinergia, certamente non
da una divisione di quel genere lì. Ma poi, ripeto, era una situazione anomala:
perché non si è verificato niente di tutto ciò altrove? Perché altrove era già
passata questa stagione, qui è durata ancora fino al 1980, quando la Fiat ha
fatto i conti e zac, ha cominciato a tagliare, tagliare, tagliare e adesso la
classe operaia è quella che è, ma siamo ai livelli internazionali, forse ancora
sovrabbondanti.
Si svolgerà Sabato 14 marzo, dalle 14 alle 19 a Torino, presso Via Trivero 16
(sede dell’Associazione Volere la Luna) il primo incontro pubblico dalla Rete di
Resistenza Legale. Un appuntamento […]
The post 14/03 Torino, convegno su uso reati associativi contro i movimenti
sociali. Nasce Rete di Resistenza Legale. first appeared on notav.info.
Musick To Play In The Dark – Puntata del 03/03/2026
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a.
Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout
105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte.
Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità
che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave,
facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel
math rock.
Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione
della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste.
Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie.
Spegnete la luce, la musica inizia…
PLAYLIST
01 One Leg One Eye “Glistening, She Emerges” da “And Take The Black Worm With
Me”
02 Hermann Kopp “Invocation Of Astaroth” da “Der Golem”
03 Suicide Inside “You Are Sick You” da “I Feel I Will Ep”
04 Davidj Boswell “Heavy Load” da “Gong Down Slow”
05 Les Visiteurs Du Soir “Shock Therapy” da “1984”
06 Fini Tribe “Throttlehearts (Rising Mix)” da “The Sheer Action Of Fini Tribe
1982-1987”
07 Land Excape “Ogni Cosa È Un Segnale” da “Ogni Cosa È Un Segnale”
08 Evelyne-Masao “Watashino Shonen” da “Testpattern”
09 Kinga “Sexy Boy (7” Mix)” da “Sexy Boy”
10 Brown Angel “Pbe” da “Pure Brown Energy”
11 Spider Taylor “Slow Bug” da “Surge Studio Music”
(disegno di otarebill)
Venerdì 6 febbraio, presso il CSOA Gabrio a Torino, i comitati impegnati in
lotte ecologiste si incontreranno per ragionare sui loro percorsi e le relative
pratiche. L’incontro sarà ospitato dall’assemblea Un Altro Piano per Torino, che
da anni si batte per criticare il nuovo piano regolatore in gestazione e per
immaginarne uno alternativo. In occasione dell’incontro sarà anche presentato
l’ultimo numero de Lo stato delle città dove è pubblicata un’intervista ad
alcune voci del comitato che lotta contro un progetto che comprometterà
l’ecosistema del parco del Meisino.
* * *
Il parco del Meisino è una macchia di verde a nord-est della città, tra il parco
della Colletta e il confine con il comune di San Mauro Torinese, attraversata
dal Po nel tratto in cui esso si congiunge col fiume Stura. Le peculiarità
ambientali di questo incrocio di acque e terre poco antropizzate hanno attratto
molte specie di uccelli (migratori e stanziali, terricoli e acquatici) e di
altri animali, tra cui diverse specie protette. Questi esseri popolano una
grande varietà di ecosistemi: boschetti, canneti, greti ghiaiosi, zone umide,
prati, campi coltivati. Un’area nota come “isolone Bertolla” è oggi la sede
stabile di una delle poche garzaie urbane d’Europa.
Dal 1997 il Meisino è un parco pubblico a gestione regionale, attualmente
iscritto tra le riserve naturali tutelate dall’Ente di gestione delle aree
protette del Po piemontese, che agisce su delega della Regione. Il parco include
inoltre la Zona di Protezione Speciale Confluenza Po-Stura della Rete Natura
2000, soggetta alle direttive comunitarie per la conservazione della
biodiversità. Oggi, però, la biodiversità del Meisino è minacciata da un’ondata
di interventi finanziati da un bando Pnrr afferente alla Misura 5, “Sport e
inclusione sociale”, per un investimento di undici milioni e mezzo di euro. Il
progetto siglato dalla Città di Torino riguarda la creazione di un “Centro di
educazione sportiva e ambientale” all’interno del parco.
Per opporsi a questa speculazione, nel 2022 è nato il comitato Salviamo il
Meisino, da allora impegnato a monitorare e documentare le modifiche a cui è
sottoposta l’area, organizzando azioni finalizzate a impedire la realizzazione
del progetto. Per il comitato, il Meisino non è solo un “polmone verde”
fondamentale in una città inquinata e cementificata come Torino, ma anche un
esempio di come il rapporto tra abitanti e bene pubblico non necessiti di essere
né organizzato né regolamentato dall’alto. A parlare dell’impatto del Pnrr sulla
vita del parco e delle ragioni della contestazione ancora in corso sono le
persone del comitato stesso, intervistate a più riprese nel corso degli ultimi
mesi.
Da chi è composto il comitato Salviamo il Meisino?
«Innanzitutto da residenti dei quartieri intorno al parco e da frequentatori
abituali, non necessariamente abitanti della zona, che lo hanno sempre
attraversato liberamente: alcuni di loro conoscono bene l’area e le sue
specificità e ne hanno un enorme rispetto. Ci sono anche persone che hanno fatto
parte di altri comitati nati negli ultimi anni; e poi ci sono stati attivisti
dei movimenti ecologisti, come Fridays for Future, e non solo. Ci sono persone
che si sono alternate nel tempo, altre che si sono allontanate perché magari gli
atti giudiziari, le multe o le denunce si sono sovrapposti, e allora per loro
diventava più complicato partecipare. Alcuni del comitato originario facevano
parte di un altro comitato già attivo sul Meisino, quello di Barca e Bertolla (i
due quartieri a nord dell’isolone Bertolla), e quindi da tempo seguivano le
vicende del parco. C’è persino chi ha tenuto lo storico delle proposte di
riqualificazione fallite in precedenza. Quando ci siamo avvicinati al comitato,
un po’ tutti abbiamo cercato di sfruttare le conoscenze e i contatti che avevamo
per capire come muoverci al meglio».
Chi sono invece i soggetti promotori e sostenitori del progetto?
«Per fare nomi e cognomi, gli assessori comunali Domenico Carretta (Sport,
grandi eventi, turismo e tempo libero) e Francesco Tresso (Cura della città, con
deleghe al verde pubblico, tutela animali e protezione civile). Poi anche
diversi dirigenti comunali; e soprattutto i rappresentanti dell’Ente di gestione
delle aree protette del Po piemontese (Ente parco), che dovrebbe preoccuparsi di
salvaguardare l’habitat del Meisino: Roberto Saini, prima presidente e poi
commissario fino al luglio 2025, l’attuale presidente Alessio Abbinante, la
direttrice Emanuela Sarzotti. E ancora, altri enti chiamati a esprimere pareri
sul progetto – pareri che sono stati sempre favorevoli –, come la Soprintendenza
alle Belle arti e paesaggio di Torino, l’Agenzia interregionale per il fiume Po,
la Regione, l’Arpa Piemonte».
Quali sono gli interventi previsti dal progetto di costruzione del Centro di
educazione sportiva e ambientale da undici milioni e mezzo di euro?
«Il progetto iniziale, quello che il sindaco Stefano Lo Russo (Pd) ha firmato
per partecipare al bando Pnrr nell’aprile 2022, è strutturato in due cluster; il
primo riguarda la realizzazione di nuovi impianti, quella che chiamano
Cittadella dello Sport e della Salute, dove ci saranno una passerella
ciclopedonale, aree giochi e fitness, nuove strutture sportive; qui è stata
ristrutturata una tettoia, i sentieri sono stati allargati e trasformati in
piste di larghezza carrabile, altri percorsi sono stati aperti e sono in corso
anche interventi sulla vegetazione. Il secondo è un intervento più prettamente
architettonico, edilizio, e riguarda la cascina Malpensata (l’ex galoppatoio
militare) e le strutture adiacenti. Sette milioni e mezzo per il primo cluster,
quattro per il secondo. Questi interventi saranno fatti dentro la riserva
naturale, dove è previsto un “restyling” delle zone umide, e in parte ricadono
anche nella zona di protezione speciale. Però il progetto ha una grande
“facciata verde”; quando lo leggi sembra fantastico. La narrazione del progetto
di rigenerazione dell’ex galoppatoio militare è che migliorerà la sostenibilità,
rigenererà la biodiversità e sarà energeticamente ecosostenibile. Poi il
progetto è stato leggermente modificato; è stata fatta una variante a seguito
delle nostre proteste, e sono stati dati dei suggerimenti dalla Consulta per il
verde, ma si è trattato di modifiche poco significative. La narrazione che
utilizzano per giustificare questi interventi è quella della “inclusività” e del
“design for all”, una formula presa da documenti Onu che pervade tutto il Pnrr:
dappertutto c’è scritto che le nuove strade permetteranno di raggiungere ogni
parte del parco, quindi la fruibilità andrà al massimo. Noi abbiamo interpellato
alcuni esperti di piste ciclabili e di interventi sulla mobilità di Fiab, la
federazione italiana ambiente e bicicletta, e ci hanno detto che le cose
funzionavano benissimo come erano prima: anche una persona disabile poteva
percorrerlo con la sedia a rotelle. La passerella ciclopedonale, che dovrebbe
essere poco impattante, ha una doppia corsia per le bici, uno spazio per il
pedone, fa delle curve, non è un semplice scavalco. Però nella narrazione
dell’assessore Tresso, anche Fiab sarebbe entusiasta di questo progetto. Noi
intanto abbiamo inviato la nostra relazione in cui segnaliamo i danni già
prodotti e un’analisi su come la mobilità nel parco non viene affatto
migliorata».
Nell’estate 2024 il nome del progetto è cambiato: da Parco dello sport e
dell’educazione ambientale è diventato Centro di educazione sportiva e
ambientale. Cosa significa questa modifica?
«Per noi in quel momento è diventato chiaro il fatto che la vocazione del
progetto non era più incentrata sul parco. Avendo a oggetto un parco tematico,
il progetto avrebbe dovuto per legge subire la verifica di assoggettabilità a
Valutazione di impatto ambientale: questa procedura è stata omessa e per
occultare meglio la violazione, la parola “parco” è stata fatta sparire dal
titolo, con il pretesto di non confondere il nome del parco sportivo con quello
naturalistico: richiesta formulata dallo stesso Ente parco con una sua
prescrizione! Ma la sostanza resta, confermata dalla quantità di attrezzature
che vengono disseminate nel parco e dalle dichiarazioni dei politici e dei
funzionari dell’Ente, che dicono di voler cambiare la destinazione e la
vocazione del Meisino. Del resto, il Dipartimento dello sport ha accettato di
considerare l’ex galoppatoio, che era una struttura militare, come struttura
sportiva, e questo ha permesso di accedere ai fondi del Pnrr».
In che modo questi interventi impattano sull’attuale habitat del parco?
«Pensando ancora all’ex galoppatoio, lì si era generata una situazione di
naturalità inedita per un motivo semplice: i militari non davano accesso al
pubblico e si era creata un’area riservata, dove l’insieme delle caratteristiche
idrogeologiche, morfologiche e la non frequentazione antropica ha fatto sì che
si sviluppasse una situazione di flora e fauna molto particolare e preziosa. In
quest’area adesso sono state realizzate fondazioni di cemento per fare delle
strutture a palafitta, perché qui c’è anche il problema idrogeologico che fa di
questo progetto un enorme spreco economico. Al Meisino c’erano già delle
strutture sportive che negli anni, con tutte le varie piene, si sono rovinate; e
l’idea di porre nuove strutture sportive in un’area che viene allagata spesso,
presuppone che dovranno essere dei privati a gestirle, perché costerà tenerle in
piedi, e non è pensabile che a occuparsene sarà il Comune; e i privati per
gestirle dovranno farsi pagare dal pubblico. In più, il Piano d’area vietava di
ristrutturare l’edificio: sopraelevarlo com’è necessario comporta una
ristrutturazione. Insomma, parliamo di interventi importanti e impattanti. E
ancora, l’area a protezione speciale del Meisino deve il suo riconoscimento
iniziale proprio all’avifauna, e il cantiere avviato sta già frammentando
l’habitat di tutto il parco. Sin dall’inizio abbiamo denunciato che nel progetto
non sia citata tutta una serie di animali perché non c’è stato un aggiornamento
del formulario. Quando abbiamo fatto notare che ci sono dei ricci, hanno fatto
un finto sopralluogo dopo che avevano cominciato a invadere l’area con
decespugliatori, ruspe, eccetera… e chissà dove erano spariti i ricci, nel
frattempo. Poi hanno ignorato la presenza di una colonia di tassi: c’è un
sistema abitativo che abbiamo documentato con foto e video, che comprende anche
altre specie di mammiferi e anfibi non considerate. L’aspetto paradossale è che
il Pnrr è tutto strutturato sul diritto ambientale, ma in pratica alleggerisce
proprio le procedure di tutela ambientale. In generale, al Meisino sono ignorate
un po’ tutte le regole. Pare che le ditte a cui è stato affidato l’appalto per
questi lavori non siano ditte forestali, ma edili, quindi, quando si tratta di
creare passaggi o spostare materiali, hanno un approccio cantieristico e non si
pongono alcun problema, nonostante il progetto preveda una serie di attenzioni
al tipo di macchine da usare, ai percorsi da fare, all’acustica, l’uso del
fonometro, la gestione del legname: queste norme sono scritte, ma nessuno riesce
a controllare che vengano rispettate. Del resto, in una situazione in cui non
c’è un piano di gestione – e di questa mancanza è responsabile l’Ente parco –
non c’è molto da far valere».
Quali altri soggetti si muovono intorno alla contestazione del progetto di
Centro di educazione sportiva e ambientale?
«Quando è nato il comitato Salviamo il Meisino c’erano già altre associazioni
ambientaliste e qualche comitato attivi per la tutela del parco. Comitato e
associazioni, però, sono due realtà diverse. Il comitato nasce su uno scopo
preciso, in un luogo preciso, e quindi ha motivazioni e obiettivi precisi. Le
associazioni spesso hanno storie che vengono da lontano, obiettivi più generici;
molte volte poi hanno dei rapporti tali con le istituzioni da diventare
promiscui. Poi c’è la Consulta per il verde e per l’ambiente presso il Comune,
che possiamo dire essere l’espressione di queste associazioni. Questo organismo
però sembra in crisi: il suo attuale presidente ha lamentato pubblicamente che
essa viene interpellata solo dopo che un progetto viene approvato, non prima. Al
Meisino, a lavori iniziati (settembre 2024), il presidente ha cercato di fare da
mediatore; la consulta ha prodotto un lungo documento che analizzava il progetto
di Cittadella dello sport evidenziandone le contraddizioni. Ma queste azioni
finiscono per essere poco incisive, perché il Comune fa solo finta di ascoltare,
e tutto si riduce a una lamentela ben educata che non porta a nulla. In ogni
caso, i comitati sono mediamente soggetti esterni alle consulte, e anche il
nostro lo è. Poi, per segnalare dei paradossi, ci sono figure come il dirigente
Lipu (Lega italiana protezione uccelli) di Torino, che è vicino all’assessore
Tresso e per questo non lo contraddice; o altri responsabili Fiab, che non ci
hanno sostenuto senza dirci il motivo. In questa situazione è chiaro che
dobbiamo trovare altri modi per opporci».
A proposito di modalità di opposizione: oltre che con iniziative di socialità al
parco, sopralluoghi collettivi, assemblee aperte e cortei cittadini, nell’ultimo
anno e mezzo il comitato è stato molto attivo con presidi ai cantieri e attività
costanti di monitoraggio e documentazione. È stato creato anche un sito web,
dove si trovano aggiornamenti frequenti e un dossier approfondito, che evidenzia
contraddizioni, criticità e ipocrisie del progetto in corso. Come viene prodotto
questo materiale?
«Come attività parallela, indipendente da quelle del comitato, alcuni cittadini
hanno voluto creare un sito tecnico che raccogliesse tutte le evidenze sulla
flora e la fauna presenti prima dell’inizio e durante i lavori. È nata quindi
l’idea del Meisinometro, un progetto di mappatura della biodiversità del parco
finalizzato a evidenziare in modo oggettivo le modifiche che sta subendo. La
piattaforma raccoglie i dati rilevati dai partecipanti al progetto e permette a
chiunque di conoscere nel dettaglio l’evolversi della situazione. Purtroppo non
abbiamo periti che certifichino quello che rileviamo: non ci sono persone
disposte a esporsi, perché gli esperti lavorano per gli enti pubblici,
l’università o il Politecnico. Quindi, per esempio, nel caso del disboscamento
per la costruzione della passerella ciclopedonale abbiamo fatto arrivare un
agronomo da fuori; e ovviamente in quel caso avevano subito nascosto gli alberi
tagliati, quindi non è stato possibile verificare molti dettagli. Comunque
abbiamo un censimento, foto geolocalizzate, misure del boschetto tagliato; e i
nostri dati sono diversi da quelli diffusi dal Comune, che cerca sempre di
minimizzare».
Alcune persone del comitato hanno portato la contestazione anche sul piano
legale, presentando un ricorso al tribunale ordinario contro il Comune – aperto
nel dicembre 2024 e rigettato ad aprile 2025 – e un reclamo al Collegio contro
l’ordinanza del giudice in primo grado, anche questo rigettato, a luglio. Quali
erano le istanze dei ricorrenti?
«Il ricorso si è basato sul principio di lesione del diritto all’ambiente
salubre, la cui tutela spetta al giudice ordinario, e ha chiesto un accertamento
tecnico preventivo sull’impatto ambientale, mettendo in evidenza le incongruenze
tra il progetto e la sua realizzazione. Tra gli argomenti del ricorso ci sono il
non avere svolto un censimento, l’approssimazione e la velocità con cui è stata
svolta la valutazione d’incidenza ambientale, ecc. Il ricorso è stato respinto
per difetto di giurisdizione – secondo i giudici di primo e secondo grado i
cittadini avrebbero dovuto rivolgersi al Tar. A oggi nessun magistrato è entrato
nel merito del progetto e del suo impatto ambientale».
La lotta del comitato, con la presenza costante di attivisti nei cantieri, è
finita sui giornali anche per il modo in cui è stata repressa, nonostante le
vostre forme di protesta siano state pacifiche…
«Dall’inizio dei nostri monitoraggi mattutini, la polizia è sempre stata lì a
presidiare, con volanti e camionette, e anche la digos ci ha sempre seguiti
passo passo. A volte è stato difficile perché siamo stati continuamente ripresi,
filmati; le persone sono finite spesso sui giornali. Per difenderci dalla
polizia abbiamo dovuto filmarci tra di noi, e questa cosa a molti di noi non era
mai successa prima. Siamo abbastanza sicuri di quello che affermiamo, abbiamo
numerosi elementi per dire che certi tagli sono abusivi e che ci sono molte
irregolarità, quindi il conflitto proviene da questa consapevolezza. Il nostro
dissenso è stato censurato e punito prima con il diritto amministrativo e poi
con quello penale; ed è abbastanza inedito il fatto che in alcuni casi – come
per le contestazioni di settembre 2024, quando sono partiti i lavori – siano
stati avviati due procedimenti in contemporanea, una multa e una denuncia penale
per violenza privata in concorso. Anche le modalità in cui è stato ricevuto
l’avviso di garanzia sono strane: lo hanno consegnato a mano, a casa di
trentanove persone, la maggior parte incensurate. L’avviso di garanzia stesso è
formulato in modo anomalo, perché riporta molti dettagli, ed è una cosa che di
solito non si fa. Potevano anche mandarcelo in seguito, ma hanno voluto dare un
segnale preciso: volevano beccarci tutti nello stesso giorno, non a caso, il
giorno prima dei tagli fatti al boschetto, dove hanno abbattuto novanta alberi.
L’idea che ci siamo fatti è che, se avessimo bloccato questo progetto, ci
sarebbero state ripercussioni anche sugli altri progetti Pnrr in città. Non
volevano permetterlo».
A novembre 2025 l’assessore Carretta ha dichiarato che i lavori sono in ritardo
a causa delle contestazioni, ma stanno procedendo e si concluderanno nei primi
mesi del 2026. Poteva andare diversamente? E come state andando avanti?
«Probabilmente bisognava muoversi molto tempo prima e avere delle strategie più
precise; ma, forse, non ci si è subito resi conto della gravità della cosa.
Magari, sulle strategie di resistenza, ci si poteva confrontare con le altre
lotte simili sul territorio nazionale, e si potevano tentare azioni più incisive
sin dall’inizio; ma bisogna anche considerare che non tutte le persone che
facevano parte del comitato originario erano abituate a praticare forme di
opposizione conflittuali. Oggi il comitato continua a muoversi – come sempre –
su più fronti: a ottobre abbiamo inviato una diffida all’Ente parco, per
impedire l’estensione dei lavori nell’area della riserva naturale. Anche i
monitoraggi, le assemblee e le altre iniziative pubbliche non si sono mai
fermate». (alessandra ferlito)
W/ very special private guest dj
Tracklist:
Riccardo Sinigaglia, Massimo De Leo – Primavera
audio obscura – song for the lost cartographer
Richard hronsky – paritolu
Irene Bianco – Tuesdays are our Saturdays
IQ+10 – Light switch
Dania and Rosso Polare – Calmed By Marvelous Hands
Lorenzo’s Oil – Neo-Paperopolis Jump Suite
Jean Michel Jarre – Diva
Naomie Klaus – Can you tell me what is micronet?
Maria Violenza – Soliloque du roi Leopolde
Audio Obsura – Goodbye Holocene (Scanner Remix)
American cream band – sirens
People like us – LSD Cha Cha
Agito Apatico – Onda quieta, arragem cintilante
SSIEGE – Dub sottomarino
Radio Hito – Sono dei viventi
Una rete di aziende basate in Lussemburgo sta costruendo ventuno impianti a
biometano nel centro e sud Italia. Risultano fra i principali assegnatari di
fondi Pnrr per questo tipo di progetti ma, nel comune di Dragoni, uno di questi
impianti è al centro di una contesa con la cittadinanza
L'articolo Biometano: quando la transizione energetica diventa un affare
finanziario proviene da IrpiMedia.
Dal caso Rogoredo alla torsione del monopolio della forza: come la retorica
sicuritaria e la produzione normativa ridefiniscono la legittimità dello Stato
Negli ultimi anni la sicurezza in Italia è …
Mercoledì 11 febbraio alla Blackout House in Via Cecchi 21/A il Centro di
documentazione Porfido ha organizzato la presentazione del libro “Assalto alle
piattaforme” di e con Kenobit. Fabio “Kenobit” Bortolotti • hacktivista e
musicista a 8 bit, suona il Game Boy in giro per il mondo e si occupa di libertà
digitale. È cofondatore di Livello Segreto, una delle principali istanze
Mastodon italiane, e gestore di Tele Kenobit, un progetto sperimentale basato su
piattaforme autogestite e autohostate.
Le piattaforme digitali si nutrono del nostro tempo e ironicamente siamo proprio
noi a darglielo. Facendo scorrere sui nostri smartphone la cascata infinita di
contenuti selezionati dagli algoritmi diventiamo meri target pubblicitari, siamo
complici dei nostri sfruttatori, anzi, peggio: lavoriamo gratis per loro. I
danni cognitivi e sociali che ci stanno infliggendo questi meccanismi sono così
radicati nella normalità che non riusciamo a metterli in dubbio. L’obiettivo di
“Assalto alle piattaforme” di Kenobit è di smontare questi meccanismi,
analizzarli e capire come possiamo scendere da questa giostra, e perché no,
sabotarla.
Ascolta la presentazione del libro.
Il Centro di documentazione Porfido – Per la critica della società capitalista,
che festeggia quest’anno i suoi primi 25 anni, ha una biblioteca con oltre 7000
titoli disponibili al prestito, catalogati e suddivisi per argomenti. Edita e
distribuisce libri, opuscoli e materiale informativo. E’ aperto tutti i martedì,
mercoledì e sabato dalle 16 alle 19 e si trova in Via Tarino 12, in Vanchiglia,
a Torino.
Segnaliamo un evento che si terrà sabato 14 marzo alle ore 14 a Torino presso
Volere la Luna organizzato dalla Rete di Resistenza Legale. Di seguito
pubblichiamo l’indizione.
La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo
centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto
penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei
conflitti sociali.
La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di
contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e
sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale,
su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato
rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni
creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali
dei cittadini.
La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti
fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e
mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare
collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito
giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e
alla protesta sociale.
A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive
situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli
strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale
di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di
avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di
costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza.
La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate
e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale
a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi
dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i
movimenti sociali”.
L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione
Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi
processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e
attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad
occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a
Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio
criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a
piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro
sociale Askatasuna a Torino.
All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e
gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli
attivisti imputati.