Da Radio Onda d’Urto Venerdì 19 giugno, in serata, è iniziata l’estate 2026 di
lotta No Tav in valle di Susa. Un appuntamento lanciato da studentesse e
studenti che, a partire […]
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idranti al fortino di Chiomonte first appeared on notav.info.
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA
Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora
(sabato, 27 giugno 11:00)
"Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 1, al Balon,
Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante
e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per
denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri
attraverso ogni forma di repressione.
A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
Fuoco cammina con Matinée XXL. Dj Post Pony al mare con i soldi dei supporter
mentre nella Blackout House sono 40 gradi già dalle 7 di mattina. Prima puntata
estiva senza pietà.
Tracklist:
vincent le masne et bertrand porquet – guitares derives
nuova compagnia di canto popolare – sia maledetta l’acqua
heart of snake – II
caterina bueno – Il Capitan De’ Neri
kristen noguès & john surman – l’attente des femmes
stravinskij – ebony concerto
philippe grancher – flip flop
brian eno – st’ elmo fire
cluster – in ewingkeit
faust’o – benvenuti tra i rifiuti
francesco messina – uffici del 126 piano
maria monti – acqua, aria, terra, fuoco
le diable degoutant – juste de l’ether / un vaisseau de bakelite et scagliola
ghedalia tazartes – merci stephane
henri chopin – pèche de nuit
la festa delle rane – tristezza
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DECOLONIZZARE LO SGUARDO
associazione culturale "La Credenza" - via Walter Fontan 16, Bussoleno
(venerdì, 26 giugno 19:00)
🔴 PRESENTAZIONE del libro
"DECOLONIZZARE LO SGUARDO: RIFLESSIONI DI UNA DONNA NERA, SPUNTI PER SFIDARE GLI
STEREOTIPI RAZZISTI" di Grace Fainelli
e DIBATTITO 🔴
L'autrice, con la sua esperienza di donna nera in Italia, spiega come lo sguardo
dominante occidentale la definisca e ingabbi, e come i retaggi della storia
coloniale italiana ancora oggi plasmino gli immaginari, incidendo su ogni
aspetto della vita delle persone nere.
Questo saggio intreccia storie personali e riflessioni collettive,
interrogandosi su cosa significhi abitare un'identità afrodiscendente e su come
la decolonialità possa essere la strada verso l'autodeterminazione.
Di tutto questo parleremo con l'autrice VENERDÌ 26/06 alle 19 presso
l'ASSOCIAZIONE CREDENZA (via Walter Fontan 16, Bussoleno)
di Gianni Sartori Arresti, sorveglianza, processi, condanne e perfino un
omicidio. Dalle mobilitazioni per la lingua corsa alle lotte dei lavoratori e
dei contadini, cresce la preoccupazione per il clima …
La cocaina può essere spedita dal Sud America in forma grezza. Oppure dissolta
chimicamente in materiali insospettabili. Le mafie italiane usano le raffinerie
almeno dagli anni ’80, ma negli ultimi anni il numero di laboratori sequestrati
nell’Ue è in aumento
L'articolo Raffinare cocaina in Europa: vecchi metodi, nuove frontiere proviene
da IrpiMedia.
“Liberi di Scegliere”, nato nel 2012 a Reggio Calabria, è ora una proposta di
legge nazionale: tutela donne e figli di mafiosi con protezione e reinserimento,
ma apre il dibattito sul potere dello Stato di decidere il destino dei minori
L'articolo Una nuova legge per salvare i figli e le vedove bianche della mafia
proviene da IrpiMedia.
Quando si parla di criminalità organizzata in Sicilia, l’attenzione tende a
concentrarsi quasi esclusivamente su Cosa Nostra, e in particolare sulla
stagione dei corleonesi guidati da Salvatore Riina. In questa narrazione spesso
scompare del tutto la Stidda, a volte definita la “quinta mafia”, nata negli
anni Ottanta proprio dalle famiglie tagliate fuori dall’egemonia dei corleonesi
L'articolo Narcoguerra, la fragile pace in Colombia che fa comodo alle ‘ndrine
proviene da IrpiMedia.
(disegno di roberto-c.)
Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella
sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende
della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo
ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, al buio,
sepolta da strati e strati di polvere.
Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione
a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda
italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta
di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno
presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da
attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla
memoria collettiva. Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo
i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più
disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre
città compare qualche scritta politicamente un po’ forte. O quando c’è da
pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne
monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti.
Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella
“polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti.
Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo
per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per
i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento
dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri,
dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol. La richiesta
dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei
giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è
praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo. Lo stesso pm
Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo
–, ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per
un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni
Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora
oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà
entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee.
Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e
Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire
quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale
della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio.
Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche pc e una
specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria
imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai
più nulla.
La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne
infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto
nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce,
esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in
regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003. Il suo 41
bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo
scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado
di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è
destinata a durare in eterno. Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla
storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal
diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima.
Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a
sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella
fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo
della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia
poco: sempre a ostinati ergastoli finisce.
Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in
cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che
era stato respinto al termine del primo grado di giudizio. Si era partiti nel
2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice”
associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare
quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri
militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di
ogni tipo. Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe
un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i
numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene
in ostaggio la città di Torino. Così la logica emergenziale attraversa con
metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza
criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni
Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a
noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha
ripreso a scendere in strada.
Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano
letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi,
le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro,
come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare. Anche loro dovranno
imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a
misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche
loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa
nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e
senza giustizia – come Margherita Cagol –, con il processo infinito a quella
lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la
povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale. L’eredità che la
Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli
ergastoli – è davvero un lascito miserabile. (giovanni iozzoli)
Sono arrivate venerdì 19 giugno le richieste della pubblica accusa nel processo
per i fatti della Cascina Spiotta (Alessandria), il…5 giugno 1975. In una
sparatoria venne uccisa, dopo essersi arresa, disarmata con le mani alzate, Mara
Cagol, una delle fondatrici delle Brigate Rosse, e rimase ferito (fino a morire
pochi giorni dopo) il carabiniere Giovanni D’Alfonso.
Da Radio Onda d’Urto
A 51 anni di distanza la pubblica accusa ha chiesto l’ergastolo per i due ex
esponenti delle Brigate Rosse Renato Curcio e Mario Moretti, e 21 anni per il
terzo ex brigatista Lauro Azzolini.
“Mezzo secolo è un tempo che va oltre limite ragionevole per un processo
penale”, fa notare a Radio Onda d’Urto il ricercatore e storico Paolo
Persichetti, che ha seguito questo processo per L’Unità e ha scritto spesso sul
suo blog insorgenze.net. “Le prove forensi si disperdono, i contesti mutano,
diventa difficilissimo ricollocare i fatti dentro un binario di diritto
sensato”. L’azione penale, piuttosto, “dovrebbe essere dismessa in favore di una
ricostruzione storica, poiché la pendenza di un’ipoteca penale ostacola il
chiarimento di episodi rimasti oscuri”.
Tutto questo processo, dato che il reato di sequestro dell’industriale vinicolo
Vittorio Vallarino Gancia, portato nella cascina dove è avvenuta poi la
sparatoria, è stato prescritto, si è basato su forzature per costruire
aggravanti specifiche e arrivare al processo. Un processo che è partito
utilizzando intercettazioni e atti invasivi su una persona che era già stata
prosciolta per gli stessi fatti.
Le indagini dell’epoca furono carenti, come racconta lo stesso Persichetti ai
microfoni di Radio Onda d’Urto, visto che la scena del crimine venne manipolata,
i reperti non furono raccolti correttamente e la dinamica della sparatoria non
fu mai ricostruita con traiettorie precise. “Una sparatoria è un fatto
complesso”, continua Persichetti, “era stata fatta richiesta di una nuova
perizia da parte delle difese ma sorprendentemente questa richiesta non è stata
appoggiata dalle parti civili, che invece avrebbero avuto tutto l’interesse a
ricostruire la verità”.
L’intervista con il ricercatore e storico Paolo Persichetti, che ha seguito il
processo per il blog insorgenze.net e per il quotidiano l’Unità
Una settimana di spoglio dei voti alle elezioni presidenziali del Perù si salda
con la risicatissima vittoria della estrema destra di Keiko Fujimori (figlia
dell’ex-presidente e dittatore peruviano Alberto Fujimori, le cui politiche
contro la guerriglia di Sendero Luminoso e le classi popolari peruviane gli
erano valse accuse di genocidio).
Il 50,1% dei voti per Fujimori contro il 49,9% per Roberto Sanchez, il candidato
della sinistra, dipingono un paese profondamente diviso: le zone centrali e
costiere hanno votato per Fujimori, mentre le province più povere, soprattutto
le zone andine – culla del conflitto armato interno che ha scosso il Perù tra il
1980 e il 1997 – si sono espresse a favore di Sánchez.
Al di là delle profonde contraddizioni sociali e geografiche del Perù, e del
loro risvolto elettorale, Il paese andino è reduce da una lunga serie di
scandali di corruzione e mala-politica che hanno visto una interminabile fila di
presidenti ed ex-presidenti incarcerati – da Fujimori a Pedro Castillo. Castillo
è stato il primo presidente marxista del Paese, un maestro rurale delle zone
andine: eletto nel 2021, è stato da subito fortemente osteggiato
dall’establishment peruviano e dalle Camere, ed infine deposto dall’esercito e
dalla Vice-Presidentessa dopo poco più di un anno di governo. Proprio contro
quello che era stato percepito come un golpe ai danni del primo presidente di
sinistra del paese erano esplose enormi proteste che avevano coinvolti giovani,
contadini e altri settori sociali e che avevano paralizzato il Perù per mesi.
Abbiamo parlato con Daniele Benzi che vive a Lima ed insegna all’Universidad
Pontificia del Perù, delle elezioni, dei conflitti sociali peruviani, del ruolo
della diaspora e della collocazione del paese andino all’interno del più ampio
scenario latinoamericano.
Da Radio Blackout
Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno.
La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha
rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti,
mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e
prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle
tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un
privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della
forza. Una sorta di “giustizia privata”.
Da Orizzonti*
La faida nella sua accezione originaria rappresentava una possibilità di farsi
giustizia da sé, ma non era l’unica forma di giustizia: nel caso in cui chi
aveva subito il torto non fosse in grado o non volesse avvalersi di questo
istituto giuridico, il responsabile veniva portato di fronte ad un tribunale e
costretto a risarcire il danneggiato. Naturalmente questo istituto giuridico
lasciava spazio a molte degenerazioni e a lunghi conflitti tra gruppi (da cui
deriva il significato figurato che comunemente attribuiamo a questa parola),
tanto che nel corso del tempo è stato sottoposto a regolazioni ed infine
abbandonato.
In questi decenni però la provincia paranoica ha visto rifiorire sparuti cultori
del farsi giustizia da sé per dei presunti torti subiti. Alcuni di questi
avevano in tasca la tessera della Lega. I casi più noti sono quelli dell’ex
assessore di Voghera Massimo Adriatici che uccise a sangue freddo Younes El
Boussettaoui1 e quello di Luca Traini2 responsabile dell’attentato di Macerata.
In questi giorni si sta discutendo molto della crisi della Lega di Salvini,
dimagrita e assediata dall’ex papa straniero e ora traditore in capo Vannacci.
Si ragiona su quali effetti avrà sul governo, sul destino politico del Capitone
e sugli psicodrammi interni al partito. Tutta la storia ha oggettivamente dei
tratti grotteschi, a partire dai personaggi coinvolti, ma rappresenta un
passaggio non secondario nel panorama politico italiano. Ad oggi la Lega è il
partito più antico dell’arco parlamentare ed ha attraversato varie stagioni
politiche cambiando e trasformandosi. Dunque quanto sta accadendo merita qualche
riflessione in più. Di seguito proviamo ad esprimere alcune tesi:
1. La “tesi madre” è che la crisi della Lega non sia solo il frutto di un ceto
politico incapace e degradato. Certo, Salvini e compagnia hanno dimostrato
in diverse occasioni di non brillare per acume tattico-politico. Sul piano
comunicativo l’ormai consumato armamentario fatto di elenchi infiniti,
linguaggio elementare e finto senso comune ha in gran parte stancato. Per
non parlare dello spregiudicato opportunismo politico. Ma tutti questi, più
che essere cause della crisi, ne sono i sintomi. Ci pare piuttosto che
quanto sta accadendo abbia radici profonde, legate alle trasformazioni in
corso a livello più generale all’interno del capitalismo italiano ed ai suoi
effetti sui tradizionali blocchi sociali di riferimento che il partito ha
rappresentato a livello politico. Proviamo ad articolare.
2. La Lega Nord nasce e si afferma in un momento di crisi istituzionale. Il
crollo della Prima Repubblica con i suoi partiti di massa, Tangentopoli, la
caduta del Muro di Berlino… Un’accelerazione storica che in pochi anni, se
non mesi ha cambiato radicalmente il panorama politico italiano. Ma questa
crisi è stata anche il risultato di processi più lunghi e profondi: in fondo
è stato l’esito, sul piano politico, della ristrutturazione capitalista che
in Italia è iniziata a cavallo tra la fine degli anni ‘70 ed ‘80 del
Novecento. I vecchi partiti di massa basavano ancora il loro consenso su
delle realtà sociali ormai sulla via del tramonto: l’Italia di Don Camillo e
Peppone era finita da tempo e aveva portato con sé tanto la grande
concentrazione operaia, quanto il contado rurale. Il decentramento
produttivo nel Nord Italia stava cambiando i territori, l’organizzazione del
lavoro, i rapporti sociali e le stesse soggettività. Nelle piccole e medie
imprese sorte in questo periodo la dispersione operaia rendeva più complesso
organizzare le rivendicazioni, il controllo padronale era più intenso e
spesso più sottile. I padroni presentavano le aziende come delle grandi
famiglie in cui ognuno doveva svolgere il proprio ruolo per il bene comune.
A volte lavoravano spalla a spalla con i loro dipendenti, li conoscevano
personalmente e potevano utilizzare queste relazioni per mistificare il
rapporto di sfruttamento. Inoltre alcune frazioni di aristocrazia operaia,
quelle più garantite ed intraprendenti, erano in grado in quella data
congiuntura economica di accumulare sufficienti ricchezze tra risparmi e
liquidazioni da reinvestire nell’apertura di una piccola attività: un bar,
un tabacchino, magari un’impresa. Ironicamente alcuni lavoratori di queste
frazioni di classe erano riusciti a prendere il possesso dei mezzi di
produzione e a liberarsi dal lavoro alienante alla catena di montaggio
grazie alle lotte operaie dei decenni precedenti, ma individualmente invece
che attraverso una rivoluzione comunista! Per un breve istante, qualche
decina di anni, l’idea che una mobilità sociale all’interno del sistema
capitalista fosse realmente possibile dev’essere sembrata vera. In
brevissimo tempo la Lega Nord riesce a diventare l’espressione politica di
questi fenomeni economico-sociali.
3. L’indipendentismo ed il federalismo leghista delle origini assomigliano da
un punto di vista economico a quello catalano. In entrambi i casi si tratta
di due aree ricche e produttive di uno Stato generalmente arretrato che
rivendicano l’indipendenza, o per lo meno una maggiore autonomia, per dare
pieno sfogo al loro potenziale competitivo sul mercato senza la zavorra
delle aree “arretrate”. Altri indipendentismi invece spesso partono da una
condizione semi-coloniale o di subalternità. L’importante differenza tra la
Catalogna e la Padania è che nel primo caso esiste effettivamente una
lingua, un retroterra culturale e sociale comune con una profondità storica,
mentre la seconda era interamente, o quasi, un’invenzione politica. Questo
spiega in parte perché l’indipendentismo leghista, a differenza di quello
catalano, si è caratterizzato da subito di un profondo razzismo, prima
antimeridionale, poi contro gli immigrati stranieri. Un’identità debole come
quella padana ha la necessità di rafforzarsi costituendosi contro qualcosa.
Il progetto leghista in fondo si basava su un compromesso interclassista, un
corporativismo economico stringente che richiedeva un controllo dei flussi
della forza lavoro. Il modello della piccola-media impresa distrettuale
necessitava piuttosto operai altamente specializzati e fidelizzati
all’azienda. Dunque la migrazione interna da Sud a Nord andava scoraggiata.
Questo in un certo grado valeva (e vale tutt’ora) per i settori
dell’agroindustria altamente meccanizzati tipici della pianura padana, con
le eccezioni delle zone come Saluzzo dove si raccoglie la frutta (guarda
caso governata storicamente dal centrosinistra).
In effetti, nonostante l’allarmismo padano, nei due decenni finali del
secolo scorso i flussi migratori dal Sud si sono attenuati, per poi crescere
nuovamente dall’inizio del 2000. Solo che a migrare non erano più i
contadini, ma gli studenti, i laureati, i professionisti e principalmente
verso le grandi città. Un altro aspetto particolare è che la Padania, ben
prima che la Lega diventasse nazionale, aveva dei confini molto più estesi
di quanto siamo abituati a pensare. Fin dalla sua fondazione infatti la Lega
comprendeva sezioni in Emilia Romagna e Toscana, ma anche in Umbria e nelle
Marche. E’ piuttosto indicativa la sovrapposizione che si può fare tra la
mappa dei distretti industriali italiani e quella della diffusione della
Lega.Nella prima immagine i risultati elettorali della Lega nel 2009, nella
seconda la diffusione dei distretti industriali in Italia nel 2011.È
necessario sottolineare che le industrie distrettuali sono che una parte di
un tessuto produttivo più ampio, articolato ed integrato in cui rientrano
altre piccole e medie imprese non distrettuali, aziende agroindustriali,
allevamenti e trasformazione agroalimentare che sebbene non siano
esattamente sovrapponibili ai distretti ne condividono alcune
caratteristiche di filiera, organizzazione del lavoro ecc… Infine va
sottolineato che, anche nei momenti di massimo splendore, la Lega è riuscita
raramente ad esprimere sindaci nelle principali città industriali ed
ex-industriali del Nord: a Milano una sola legislatura tra il 1993 ed il
1997 e a Treviso. In altre città come Bergamo, Brescia e Vicenza è stata a
volte nella coalizione di governo, ma senza mai esprimere il sindaco. Di
fatto le grandi città sono anche i luoghi dove la richiesta di manodopera
per i servizi è più importante. Insomma, l’ipotesi che avanziamo è che la
Lega Nord sia stata il partito formale di questa particolare configurazione
dei rapporti produttivi e sociali dominati dalla piccola e media impresa.
4. Il primo devastante crollo della Lega Nord coincide significativamente con
l’annus horribilis 2012 in cui la crisi finanziaria del 2008 si trasforma,
soprattutto nell’Europa del Sud, in crisi del debito sovrano. Il tracollo
della Lega è coronato dallo scandalo Belsito3: una vicenda che già di per sé
racconta molto dei travagli interni al partito di Bossi, tra rapporti con
‘ndrangheta ed imprenditoria parassitaria. Lo scontro interno al partito si
fa personalistico fra i fedeli del Senatùr e i maroniani, ma probabilmente
questo conflitto è la manifestazione dello spirito dei tempi in
trasformazione. La questione è di nuovo quella delle trasformazioni
geo-economiche. Lo esprime bene questo preoccupato passaggio nella premessa
del quarto rapporto4 dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani proprio
del 2012:
Il mondo è cambiato drasticamente negli ultimi anni, e forse si è avviata a
conclusione quella fase evolutiva dei decenni passati che vedeva nel
classico distretto industriale marshalliano uno, fra i possibili, sentieri
di industrializzazione. Oggi alle imprese distrettuali non basta più godere
del vantaggio che traggono dal produrre sullo stesso territorio, capace di
generare e ri-generare di continuo competenze specialistiche: perché la
forza intrinseca del made in Italy rimane sì il primo fattore di successo ma
potrebbe non essere sufficiente in sé a garantire la nostra competitività
[…]
La crisi era significativa e veniva da lontano. Già da tempo diverse aziende
distrettuali di grandi dimensioni avevano iniziato a delocalizzare parti
significative della produzione per rimanere competitive sul mercato
globalizzato. Diverso il destino di quelle più piccole. Recita ancora il
rapporto:
Rispetto al 2008, il ridimensionamento del fatturato e degli indici di
redditività si è registrato in tutti i livelli dimensionali di impresa.
Tuttavia soffrono soprattutto le micro imprese che, oltre ad essere quelle
più lontane dai livelli di redditività industriale del 2008 (il Roi è
diminuito dell’1,43%) presentano una leva finanziaria molto elevata,
caratterizzata da un’eccessiva esposizione verso il debito bancario a breve
termine, generalmente più oneroso.5Dunque mentre le piccole imprese
affogavano coperte di debiti o si consegnavano al capitale illegale della
‘ndrangheta in casa Lega si consumava lo psicodramma che avrebbe portato al
potere assoluto Salvini.
5. Lo shock, in parte esogeno, del 2012 ha rappresentato l’apice di quella che
da diversi economisti viene descritta come “trappola dello sviluppo
regionale”6. Questo concetto indica quelle regioni dell’Unione Europea
caratterizzate da immobilismo, stagnazione, bassa produttività, scarsi
investimenti in ricerca e sviluppo e nelle capacità della forza-lavoro.
Questa traiettoria è stata tipica della piccola e media impresa
distrettuale:
[…] spesso nei distretti non sono presenti imprese innovative o di grandi
dimensioni e quelle presenti non hanno la spinta di cambiamento necessaria.
Una piccola impresa locale, fortemente territorializzata e, come in molti
casi succede, a conduzione familiare è abituata tradizionalmente ad un
circuito produttivo privo di competizione internazionale e per i suoi stessi
limiti organizzativi non riesce a cogliere le opportunità di crescita che
derivano dall’apertura commerciale all’export, specie fino al periodo di
doppia crisi 2008-2012. Si tratta delle imprese “bloccate” e “trainate”
prive di incentivi a crescere, ad acquisire quote di mercato, diversificare
la produzione, espandersi e innovare con la conseguenza che, come dimostrato
dai dati precedenti, il tessuto produttivo italiano presenta un gran numero
di questo tipo di imprese che col tempo sono andate incontro a fallimento,
acquisizione di soggetti di più grandi dimensioni o a fusioni .7Questo
contesto ha delle conseguenze immediate sul mercato del lavoro:
Dal punto di vista dell’occupazione, si nota sia un basso livello in termini
numerici sia una polarizzazione del mercato del lavoro, un fenomeno nel
quale avviene un aumento dell’occupazione in settori altamente qualificati e
remunerativi e allo stesso tempo in quelli scarsamente specializzati e
retribuiti, con una diminuzione evidente di tutte le categorie occupazionali
intermedie. Questo comporta anche una polarizzazione sociale, con aumento
sia delle alte fasce di reddito che di quelle basse, svuotando la classe
media e aumentando le disuguaglianze demografiche, economiche e
territoriali. La polarizzazione, inoltre, è accentuata dalle catene del
valore globale (global value chains, GVC), processi per cui la catena del
valore della produzione di un bene non avviene interamente all’interno di
un’impresa ma viene spartita tra attori geograficamente distanti tra loro,
per via di una maggior specializzazione di soggetti diversi in quella fase
della produzione.8In sostanza ciò che avviene è una concentrazione dal punto
di vista dei capitali, un’integrazione verticale delle filiere e una
distribuzione della ricchezza sempre più diseguale.
6. La questione dello sviluppo regionale era stata, come abbiamo visto sopra,
il principale volano delle fortune della Lega Nord tra gli anni novanta del
novecento e l’inizio del 2000. La crisi del modello basato sulla piccola e
media impresa a gestione familiare, fortemente territorializzata era
inevitabile che si riflettesse sul piano politico e così è stato. La
trasformazione della Lega da soggetto politico indipendentista/autonomista
in forza nazionale è stato il frutto, tra le altre cose, della convergenza e
della contraddizione tra due necessità delle economie distrettuali: da un
lato le aziende più grandi avevano il bisogno di superare la dimensione
territoriale, di affidarsi a soggetti politici in grado di favorire
l’integrazione della filiera, le politiche pubbliche necessarie per
aumentare gli investimenti atti alla digitalizzazione ed all’innovazione, la
semplificazione e la rimozione di lacci e lacciuoli giuridici, sindacali e
fiscali, e naturalmente al nuovo ciclo di infrastrutturazione dalle fortune
alterne di cui abbiamo parlato in altri articoli. Inoltre si tratta di
mettere le mani sul resto del paese, naturalmente in accordo con le forze
economiche autoctone. Creare nuovi cicli di estrazione, infrastrutturazione,
espropriazione e sfruttamento che drenino risorse, lavoro e ricchezza dal
Sud verso il Nord. Ecco che si spiega come lo stesso governo possa investire
nel Ponte sullo Stretto e promuovere l’Autonomia Differenziata.
Dall’altro lato vi sono le imprese più piccole, senza capacità di
reinvestire che nel tempo hanno adottato strategie basate sul lavoro povero,
sull’ipersfruttamento della manodopera migrante e sul risparmio dei costi di
produzione. Per queste aziende il razzismo è un dispositivo strutturale. Il
razzismo economico infatti non va visto solo come una specie di
protezionismo della forza-lavoro, ma come uno strumento per gerarchizzarla.
Il recente dibattito sulla questione della cittadinanza in seguito ai fatti
di Modena ci parla proprio di questo: una parte della forza-lavoro va
mantenuta in condizioni di estrema ricattabilità per poter continuare a
comprimere gli stipendi. Dunque è il razzismo che contribuisce a generare la
competizione sui salari piuttosto che il contrario. Non è un caso che i
sindacati della logistica siano stati un obiettivo diretto di Salvini tanto
nel ruolo di Ministro degli Interni quanto in quello di Ministro dei
Trasporti. Paradossalmente, come abbiamo visto nel punto precedente, proprio
la compressione dei salari rappresenta uno degli indici della “trappola
dello sviluppo regionale”, ma la Lega (autonomista o regionale che sia) non
può rinunciare a questo blocco elettorale che per quanto residuale in molte
aree interne rappresenta ancora oggi LA forma del capitale sui territori.
7. L’Internazionale della vecchia Lega Nord basava i propri rapporti sulla
comune aspirazione di indipendenza con partitucoli più o meno eclettici o
significativi. La questione nazionale vera o presunta era la base comune di
questi soggetti. Tutto sommato si trattava di legami deboli, in uno scenario
in cui la politica internazionale contava fino ad un certo punto. Ma alcune
aree della vecchia Lega di decisa connotazione fascista già da tempo
filavano altre tele (di seguito un podcast che ne fa un’utile ricostruzione,
anche se piuttosto centrata sugli aspetti
ideologici).https://open.spotify.com/embed/show/0BfE4nVq55IanruVqlCR3c . La
definitiva alleanza con partiti politici di natura neo-fascista e
post-fascista avviene nello stesso periodo in cui Salvini stava preparando
la fase nazionale. Il racconto canonico che si fa della svolta sovranista
vede un Salvini che da ottimo opportunista qual è intuisce che esiste uno
spazio politico nuovo e coglie l’attimo. Sicuramente c’è del vero, ma lo
spazio politico è il prodotto di processi materiali profondi che trascendono
tanto l’uomo che il partito. La tendenza a rappresentare le compagini della
nuova destra come pagliacci che inseguono il consenso non fa che impedire di
comprendere la profondità di questi fenomeni che molto spesso prescindono
l’uomo o la donna che li incarna provvisoriamente e persino i partiti. Ad
ogni modo l’ingresso della Lega salviniana all’interno della cosiddetta
“Internazionale nera” non si può leggere unicamente alla luce delle
convergenze ideologiche, ma va considerata anche in base ad una matrice
comune di fenomeni economico-sociali che si sono dispiegati in tutto
l’Occidente “avanzato”. La globalizzazione è stata anche globalizzazione dei
modelli industriali, delle disparità territoriali e persino delle omogeneità
delle classi (nell’epoca dei social network i giovani agricoltori della Val
Chisone condividono lo stesso abbigliamento di quelli dell’Iowa). Aree
differenti del globo, in Stati differenti del globo vivono condizioni
simili, ma radicalmente differenti di altri luoghi a pochi kilometri di
distanza.
(Continua…)
Disclaimer: questo articolo si concentra sui fattori oggettivi che hanno
determinato i fenomeni descritti, anche se a volte vi sono accenni alla
composizione dei soggetti sociali. Allo scopo della riflessione che si vuole
portare tutta una serie di aspetti soggettivi, culturali, ideologici e anche
meramente politici sono stati escussi dal ragionamento. Sono state operate delle
scelte, ma ciò non toglie che sarebbe utile e necessario approfondirli.
*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in
Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici
e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una
possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci
sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.