L’Università di Catania a Sigonella, base di guerra contro l’Iran
La stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, in prima linea nel conflitto scatenato da Stati Uniti d'America e Israele contro l'Iran e cosa sceglie di fare l'Ateneo di Catania? Visitare e omaggiare l'installazione di morte per "offrire nuove opportunità" ai propri studenti. Il 24 marzo scorso, docenti e studenti dell'Università degli Studi di Catania hanno partecipato alla “Sigonella Middle High School College and Career Fair”, evento internazionale di "orientamento e promozione" tenutosi all'interno della grande base USA e NATO. "Un ponte diretto tra la Sicilia e il mondo: è questo il segnale forte arrivato dalla partecipazione della nostra Università", riporta con enfasi l'Ateneo etneo. "Siamo stati tra i protagonisti della giornata, portando sotto i riflettori la nostra offerta formativa e, soprattutto, le numerose opportunità di apertura internazionale rivolte agli studenti". All’evento a Sigonella hanno partecipato anche alcune università statunitensi provenienti da Michigan, Texas, Wisconsin e Ohio. "Il nostro stand ha attirato un flusso costante di studenti", riportano ancora i rappresentanti dell'Università di Catania. "I liceali hanno mostrato particolare curiosità per i percorsi in lingua inglese e per i programmi di mobilità internazionale, ponendo numerose domande e dimostrando un interesse concreto verso esperienze accademiche fuori dai confini nazionali". Ai docenti accompagnatori degli studenti statunitensi sono state illustrate le attività e i progetti dell’Ateneo catanese. "Si è tratta di un'importante occasione di dialogo che rafforza il ruolo della nostra Università come punto di riferimento in un contesto educativo sempre più globale", conclude l’Ateneo prossimo, forse, ad indossare la mimetica. A guidare l’inaccettabile missione all'interno dell'infrastruttura che più di altre sta sostenendo le operazioni di intelligence USA nello scacchiere di guerra mediorientale (così come quelle anti-russe nel Mar Nero), i docenti Maria Alessandra Ragusa (delegata UniCt all’Internazionalizzazione della didattica), Mattia Frasca (delegato ai progetti Erasmus) e Andrea Scapellato.   Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 27 marzo 2026, https://www.stampalibera.it/2026/03/27/luniversita-di-catania-a-sigonella-base-di-guerra-contro-liran/
Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano
Riceviamo e diffondiamo: Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce, come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione. Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano, facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese (cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei «petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza fine. In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno. Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine, l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole, ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele) o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo. Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei “nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali – l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”, l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale. Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma soprattutto per capire cosa dire, e sbloccare la situazione prima che sia troppo tardi. Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800 città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese, e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi. Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare, alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani (beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero, applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria, affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMI come quella installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a denunciarli per quello che sono. In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale. In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei “nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa direzione. Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni presenti, la caduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo, che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout court) anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato «l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo, sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà. Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni, permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi, cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto ciò che li opprime e li umilia. Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità – e buonanotte ai suonatori. Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad amministrare la nostra crescente miseria. Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti spagnoli) invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati. Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro. Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi. Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran, la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria… La posta in gioco è oggi totale. Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti possiamo prendere la mira. 22 marzo 2026 assemblea “sabotiamo la guerra” ________________ Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa sarebbe stata diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come loro, come noi. Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori. Ciao Sandro. Ciao Sara. Una donna iraniana in piazza durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025: «Non donnavitalibertàteci, assassini!» ¹ Cosa pensiamo di questo regime l’abbiamo già detto nel nostro testo sulla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025: https://ilrovescio.info/2025/06/19/finche-ci-sara-uno-stato-presa-di-posizione-sulla-guerra-israele-iran/ Mentre non dubitiamo della brutalità della Repubblica islamica, sia in generale che nella repressione delle sommosse, va anche detto in quest’ultimo caso che il numero di uccisi spacciato da ONG e mass media – arrivato sulle televisioni italiane addirittura a 30 o 40 mila morti! – è pura propaganda, con cui il nostro regime ha cercato affannosamente di “controbilanciare” l’enorme impressione prodotta sull’opinione pubblica dal genocidio a Gaza.  
Approfondimenti
Rompere le righe
In primo piano
Mutazioni inattese di società e regime iraniani in mezzo a una polveriera nucleare. EU: nocivi trattati commerciali
Una puntata quasi integralmente dedicata ad aspetti della condizione iraniana infitta destinalmente in un conflitto del tutto ideologico confessionale tra poteri militari, che sono dal lato imperialista e sionista impreparati a una risposta così efficace e coriacea, perché derivante da una trasformazione del regime non analizzata strategicamente; e dal lato iraniano scollato dalla realtà sociale, ma in grado di controllare le risorse del paese. E questo controllo è materia della trattativa tanto pubblicizzata da Trump, perché è lo spiraglio di accordo che consente ai vertici, subentrati alla passata leadership annientata dalle sentenze extragiudiziarie perpetrate dall’Idf, di esercitare un potere affaristico attraverso la rete costruita all’ombra degli ayatollah, mantenendo un atteggiamento più rigido perché fuori dalle regole diplomatiche; e a Trump di uscire dal pantano in cui lo ha trascinato Netanyahu, sbandierando lo smantellamento della componente più confessionale di un regime che può mantenere gli iraniani sotto il giogo dei pasdaran. Paola Rivetti ci ha accompagnati nella comprensione della società iraniana di fronte a queste profonde trasformazioni e a fare il punto sul confronto militare e l’emersione di una nuova leadership. Mentre Piergiorgio Pescali ci ha offerto un quadro della polveriera nucleare attraverso le sue esperienze di fisico dell’Aiea e conoscitore dei siti nucleari dell’Area interessata o limitrofa al conflitto, proprio a cominciare dalle centrali iraniane di Asfahan, Fodrow, Bushehr, Natanz che arricchiscono uranio; messe a confronto con la terrificante potenza del plutonio mai confessato dagli israeliani a Dimona. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LA GUERRA MUTA GLI EQUILIBRI IN IRAN Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa di storia dell’Iran   La vecchia retorica khomeinista dei “mostazafin ” (i senza scarpe), i diseredati che la rivoluzione doveva difendere ha lasciato spazio all’ala militare dei Guardiani della rivoluzione. Attraverso gli  strumenti dei conglomerati e delle fondazioni (bonyad) controllano importanti settori dell’economia dall’ import-export al settore bancario. In particolar modo il controllo del meccanismo dell’ import-export è diventato cruciale in un paese che è sotto sanzioni molto pesanti, molto complesse e quindi ha delle difficoltà a importare e a esportare beni, questo settore è diventato ulteriormente decisivo con la guerra anche perchè il suo controllo consente la gestione del consenso verso il regime. Sta emergendo una nuova leadership che ha un atteggiamento molto meno aperto alla soluzione diplomatica del conflitto, questo in particolar modo non si deve leggere come una caratteristica di radicalismo ideologico, ma nel contesto di negoziazioni che sono state un disastro e non a causa di rigidità iraniane. I negoziatori iraniani hanno effettivamente messo sul tavolo una proposta che comprendeva persino la cogestione del programma nucleare con gli americani, una proposta alla quale gli americani hanno risposto dichiarando che gli iraniani non erano disposti a negoziare e iniziando i bombardamenti. Una classe politica quindi ,quella emergente in Iran,che ha una sfiducia nel processo negoziale ,diffida dei negoziatori americani ,il duo di immobiliaristi Witkoff e Kushner improvvisati diplomatici,a ragion veduta e vuole gestire la crisi con una strategia che punta a rendere il più costoso possibile l’azzardo israelo americano.  Con la crisi economica il blocco sociale che sostiene il regime si è incrinato, la classe media che stava emergendo si è impoverita e la guerra quindi diventa un elemento da una parte di ricomposizione, sembra, del blocco egemonico sul piano del nazionalismo ma approfondisce anche  la frattura sociale .Le testimonianze che vengono dal paese ci raccontano di un profondissimo senso di isolamento delle avanguardie dissidenti perché si trovano in una situazione in cui faticano a riconciliarsi con un sentimento che esiste nella società, che è ambivalente, perché da una parte si vuole che i bombardamenti vengano fermati, però già che ci sono che aiutino a far cadere il regime.Ci racconta della fatica di stare comunque in un contesto in cui il dolore, la paura, dominano una società in ginocchio,che era già provata a dicembre quando ci sono state le proteste, e l’inflazione o la crisi economica non sono certo sparite con la guerra, anzi sono assolutamente peggiorate, quindi in questo contesto di fortissima disperazione molti raccontano di un ulteriore fattore di spaesamento che è questo senso di isolamento. La polveriera nucleare descritta da un fisico dell’Aiea Ne parliamo con Piergiorgio Pescali, fisico nucleare e tecnico dell’Aiea La polveriera nucleare descritta da un fisico dell’Aiea Piergiorgio Pescali, fisico, divulgatore, collaboratore dell’Aiea, esperto di fisica nucleare in questo ruolo ha visitato molti siti in ogni parte del mondo: dal Giappone alla Russia, dall’Ucraina all’Iran… ma non ha mai svolto il ruolo di controllore nelle centrali nucleari israeliane, perché sono interdette da una precisa scelta politica e una posizione giuridica inflessibile, che procede dalla scelta di non aderire ai trattati di non proliferazione nucleare fino alla più totale segretezza. Tel Aviv non ha mai nemmeno ammesso di possedere quella cinquantina di testate nucleari al plutonio che gli esperti gli attribuiscono. E allora di chi dovremmo avere più terrore? Dell’uranio arricchito dai fanatici ayatollah al 60%, o dal potenziale distruttivo del plutonio in mano agli invasati sionisti, il cui piano nucleare è il più “opaco” al mondo? Senza tralasciare l’innesco di una corsa alla deterrenza nucleare nella zona, indotto dalle guerre sotto minaccia dell’uso dell’arma nucleare, che sta già coinvolgendo Turchia e Cipro, quindi anche il nazionalismo greco non può essere da meno in quel triangolo di interessi intrecciati attorno a giacimenti di gas e nazionalismi; e possiamo non considerare potenze già da decenni dotate di arsenale nucleare come il Pakistan e l’India, o le potenziali ricchissime petromonarchie, indotte dagli sviluppi bellici a “difendersi”, in primis l’Arabia Saudita, su cui vige un controllo serrato dell’Aiea. Non possiamo dimenticare le innumerevoli centrali e dislocazioni di testate nucleari americane sparse in tutta Europa e paesi “alleati” del Medio Oriente. Piergiorgio Pescali ci spiega innanzitutto che il vero patrimonio, prezioso per l’Iran, è la competenza tecnica e la preparazione scientifica degli ingegneri iraniani formatisi in Russia, Pakistan, Corea, più che il materiale e i macchinari conservati a Fodrow (nei bunker tra le rocce), Bushehr (unica centrale realmente in funzione, con personale russo), Isfahan, Natanz (il sito su cui si concentra la maggior attenzione e dove i sionisti hanno operato una strage delle migliori menti). Il 60% di arricchimento è sicuramente utile per gli usi bellici, va anche detto che a fronte della potenzialità distruttiva di Israele quello scarso uranio al 60% iraniano ha solo uno scopo diplomatico: per avere qualche carta durante le trattative truccate della coppia statunitense. Invece il plutonio di Dimona è tra le sostanze più radiotossiche al mondo e Bersheva, Gaza, Tel Aviv, Palestina, Giordania… non sono distanti e la contaminazione sarebbe cronica e durerebbe decenni. Ed è in mano a un governo messianico che predica la necessità dell’Armageddon. -------------------------------------------------------------------------------- Puntate precedenti sulla questione iraniana si trovano qui -------------------------------------------------------------------------------- La puntata si è poi spostata in Australia, da dove abbiamo colto l’occasione di partire per un’esposizione, affidata ad Antonio Onorato (esponente dell’Ari), del poco oculato comportamento della Commissione Von der Leyen nella siglatura di Trattati di libero commercio che non badano alle nocività che vengono così importate e del comparto agricolo e di allevamento europeo per quel che riguarda gli interessi dei piccoli addetti, a favore delal grande industria e distribuzione.
Iran
nuke watch
Trattati di commercio
Un altro Salento. Carta non solo turistica
Siamo abituati al racconto del Salento come luogo idilliaco, alla narrazione romantica fatta di scorci magnifici, sabbie dorate, erbette di campo e ricci di mare, anziani sorridenti e giovani abbronzati. Ma le cose stanno davvero, soltanto, così? da La Bottega del Barbieri C’è una nuova mappa (non solo) turistica del Salento. Non mostra gli attrattori, le cose belle, le chicche di un territorio di grande bellezza, ma evidenzia alcuni problemi, criticità, emergenze. Si tratta di una mappa pensata per il turista curioso, per il viaggiatore a cui non basta dare uno sguardo alla splendida superficie ma che vuole conoscere, approfondire, iniziare a stabilire un legame. Una cartina che mostra l’altro lato della medaglia, la faccia nascosta della Luna, la polvere sotto il tappeto… Il proposito – da tempo coltivato dal grafico, fattosi cartografo per l’occasione, Alberto Giammarruco e attuata grazie al fertile incontro dell’Associazione Bianca Guidetti Serra e dei redattori di ECOR.NETWORK (Estrattivismo, Conflitti, Resistenze) con Edizioni Kurumuny – viene dalla necessità di dare una rappresentazione cartografica che sfugge alle convenzioni del marketing del territorio, adottando piuttosto un approccio proprio della geografia critica in cui lo spazio non è un dato oggettivo e neutro ma una costruzione sociale, frutto degli equilibri interni alla società e dei suoi rapporti di potere. Il tutto allo scopo di superare il sempreverde adagio secondo il quale i panni sporchi vanno lavati in casa, e quindi anche di usare la rappresentazione dello spazio come produttore sociale, come elemento politico di sostegno ai conflitti attivi sul territorio. Cosa si nasconde sotto il tappeto dello sviluppo? Il modello di vita che ci siamo prefissati è sostenibile? Quanto incidono le grandi opere clima alteranti come il gasdotto TAP sulla nostra vita e sulla nostra salute? Viviamo in un territorio dai grandi valori paesaggistici ma circondati da mostri come l’ex-Ilva e Cerano, tra discariche a cielo aperto. Abbiamo mare e le spiagge tra le più belle, ma l’accesso è precluso perché c’è una spartizione economica delle bellezze. Il bene comune, la cosa pubblica è sempre più al servizio del privato. La mappa, in distribuzione gratuita, è un lavoro collettivo che si avvale dei testi di Alessandra Cecchi, Camillo Robertini, Emanuele Larini e coinvolge e dà voce a sigle e movimenti del territorio: Movimento NoTap Brindisi, NoTAP Melendugno, comitato Associazioni No Burgesi, il Comitato dei custodi del Bosco d’Arneo. L’ideazione e il progetto grafico è di Alberto Giammaruco, le illustrazioni sono dell’illustratrice Paola Rollo. Pur non avendo pretese di esaustività – per esempio non sono trattate le trasformazioni del paesaggio legate al CoDiRO, alle rinnovabili in area agricola, oppure la gestione dei beni culturali… – la mappa è però il frutto di uno sforzo collettivo che confidiamo sia sempre più aperto e in evoluzione. Data la natura divulgativa di questo lavoro, pubblicato in forma sperimentale, indichiamo nella nota in calce alcune delle fonti utilizzate.   PRIMA PRESENTAZIONE DOMENICA 29 MARZO ALLE H.18.30 PRESSO IL CASTELLO DI CORIGLIANO D’OTRANTO assieme ai gruppi, associazioni, comitati, impegnati nelle vertenze e nelle lotte contro le nocività ambientali e le grandi opere fossili del territorio. I PUNTI DELLA MAPPA  AREA INDUSTRIALE DI BRINDISI  TRA CROCIATE E DEINDUSTRIALIZZAZIONE Tutta l’area industriale di Brindisi, divisa in area chimica e area energia, è classificata come Sito di Interesse Nazionale (SIN), cioè come area contaminata che necessita di interventi di bonifica. Comprende impianti a rischio come il deposito GNL Edison, la discarica industriale di Micorosa, la megacentrale a carbone ENEL Federico II di Cerano, la centrale a biomasse SFIR, il petrolchimico Eni Versalis, Il deposito di GPL IPEM, la centrale a turbogas di EniPower, la centrale A2A Brindisi Nord, oltre a grosse industrie petrolchimiche (Syndial, Basell e Chemgas) e alla centrale di interconnessione SNAM di Matagiola. È inoltre in fase di cantiere nel porto della città una grande vasca di colmata (una sorta di discarica in mare), ed in sospeso il progetto del deposito costiero di benzina e diesel Brundisium. Nel 2023 il 6° Studio epidemiologico Sentieri, rilevava a Brindisi un aumento delle anomalie congenite, dei tumori maligni e un eccesso del rischio di ospedalizzazione nella comunità residente, dimostrando una evidenza scientifica del ruolo dei siti industriali contaminati. Per info: No TAP Brindisi. LA CENTRALE DI CERANO LA SALATA BOLLETTA DI FEDERICO II La Federico II è una centrale a carbone con una capacità totale di 2640 MW installati, che si estende su 270 ettari. È tra le più grandi d’Europa, anche in termini di emissioni di CO2, ed è stata per 30 anni al primo posto in Italia per i costi causati dalle sue emissioni inquinanti, i cui impatti si estendono verso sud fino al basso Salento. Nel luglio 2015 uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health ha affermato che la centrale provocherebbe fino a 44 morti l’anno. Nel 2025 l’ENEL ne ha dismesso le quattro unità produttive a carbone, ma il governo Meloni ne ha rinviato la chiusura definitiva al 2038, subordinandola alla realizzazione di futuri impianti nucleari. Il mantenimento della centrale come impianto di riserva per le emergenze nazionali ne impedisce la bonifica dei suoli e l’uso alternativo dell’ampio territorio al suo servizio. Per info: No TAP Brindisi. AREA INDUSTRIALE DI TARANTO  DALLA MAGNA GRECIA ALL’ONCOLOGIA Taranto è sede di impianti industriali e militari che hanno prodotto nell’ultimo secolo livelli altissimi di contaminazione, con relative ripercussioni su ambiente e salute. Il disastro ambientale è stato alimentato dal siderurgico ex Ilva, dall’arsenale militare, dalla raffineria dell’ENI, dalla Cementir, dalle discariche di rifiuti altamente pericolosi. Il 6° Rapporto Sentieri riportava nel 2023 per Taranto e la vicina Statte un tasso standardizzato di mortalità prematura per malattie croniche superiore del 20,9% nei maschi e dell’11,1% nelle femmine rispetto al dato regionale. Risultavano in eccesso la mortalità per tumore al polmone, alla pleura e per malattie respiratorie, oltre ai ricoveri per malattie dell’apparato urinario e per i tumori in età pediatrica. Nel 2015 le malformazioni congenite superavano del 9% la media regionale. Nello studio Sentieri mancano i numeri di ciò che non provoca morte o ospedalizzazione, ma che l’epidemiologia dal basso già sa: tiroiditi autoimmuni, dermatiti, endometriosi, forme infiammatorie artritiche o vascolari, allergie di ogni tipo, sindrome MCS (sensibilità chimica multipla), disturbi bipolari, malattie neurodegenerative, sterilità. L’infinita varietà di forme che a Taranto può assumere il dolore, che segue l’infinita varietà degli inquinanti chimici a cui è esposta la città. Per info: PeaceLink,  Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. EX ILVA – ACCIAERIE D’ITALIA                  COZZE, ACCIAIO E MALATTIE Inaugurato nel 1965, lo stabilimento siderurgico di Taranto (ex Italsider, ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia) ha contaminato nei decenni aria, suoli, mare e falde acquifere con una molteplicità di agenti tossici, cancerogeni, mutageni, genotossici, allergizzanti. È la principale fonte di nocività per la città di Taranto e non solo: le particelle inquinanti delle sue emissioni trasportate dal vento sono state rinvenute fino al Capo di Leuca. La nocività dell’ex Ilva venne affrontata dalla magistratura con l’inchiesta Ambiente svenduto. Nel 2021 la sentenza di primo grado comminò condanne per circa 270 anni di carcere a 26 imputati tra manager, classe dirigente locale e funzionari del siderurgico, per i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Quattro anni dopo il processo venne annullato per ragioni risibili e trasferito a Potenza per ricominciare da capo, avviandosi così verso la prescrizione dei reati e il colpo di spugna. Per info: PeaceLink,  Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. PALUDE DEL CONTE – MANDURIA  BIODIVERSITÀ A RISCHIO LIQUAME La Palude del Conte di Torre Colimena è un‘area protetta che fa parte di una riserva naturale regionale. È un luogo magico, un sito di importanza comunitaria dove sostano gli uccelli migratori, crescono specie vegetali rare e nidificano tartarughe marine, fenicotteri rosa, fratini e pesci di ogni specie. Ma è anche un luogo a rischio, minacciato dell’arrivo di un canale per lo sversamento dei reflui in eccesso, in caso di guasto o di troppo pieno, del nuovo depuratore consortile di Sava e Manduria. L’impianto, costruito a poche decine di metri dal quartiere residenziale avetranese di Urmo Belsito, è attualmente dimensionato per gestire 5mila metri cubi di liquami al giorno, ma ne è già previsto il raddoppio entro il 2036. Il TAR ha già respinto i tentativi di fermare il progetto di sversamento dei reflui nel canale Arneo di Torre Colimena (che afferisce a sua volta al mare), ed è attualmente in atto un ricorso al Consiglio di Stato da parte di cittadini di Manduria e di Avetrana a difesa della riserva. BOSCO DELL’ARNEO LA PUBBLICA UTILITÀ DI UN BENE COMUNE Il Bosco dell’Arneo è ciò che resta della antica foresta oritana, estesa un tempo da Oria a Porto Cesareo e oggi in gran parte scomparsa. È racchiuso all’interno dell’area occupata dai circuiti per il collaudo di auto di lusso della Porsche Engineering, il Nardò Technical Center (NTC). Nell’agosto 2023 NTC, la Regione Puglia, i Comuni di Nardò e Porto Cesareo e il Consorzio ASI firmarono un accordo per l’ampliamento del circuito con nuove piste e impianti, da realizzare distruggendo 200 ettari del bosco ed espropriando 351 ettari di terreni privati. L’accordo tentava di aggirare i vincoli posti a tutela del bosco dalla Direttiva Habitat e dalla rete Natura 2000, dichiarando una supposta pubblica utilità del progetto, e sarebbe andato in porto se i cittadini e associazioni riuniti nel Comitato dei Custodi del Bosco d’Arneo non avessero condotto per quasi due anni una lotta determinata, con manifestazioni, ricorso a TAR, iniziative davanti alla sede della Commissione Europea a Bruxelles e della Porsche a Stoccarda, stringendo alleanze con i movimenti ambientalisti europei. Oggi, grazie a loro, il Bosco d’Arneo, è salvo. Per info: Comitato dei Custodi del Bosco d’Arneo. GASDOTTO TAP  IL GAS PIÙ DEMOCRATICO CHE CI SIA Il Trans Adriatic Pipeline è un gasdotto proveniente dall’Azerbaigian, un paese governato da più di 30 anni dalla stessa dinastia, segnalato per gravi violazioni dei diritti umani e per i disastri ambientali causati dall’estrazione di idrocarburi. L’approdo di TAP nel territorio di Melendugno ha generato, dal 2012 in poi, una ferma opposizione della popolazione locale, che ha contrastato l’opera con manifestazioni di massa, serrate, denunce agli organi preposti, e con blocchi fisici delle operazioni di espianto degli ulivi, trivellazioni, accesso dei mezzi di cantiere. Lo Stato ha risposto con la militarizzazione del territorio, l’imposizione di zone rosse, le cariche dei reparti antisommossa, la repressione economica e la criminalizzazione giudiziaria di attiviste e attivisti. Nel 2020 i mesi di lockdown hanno permesso il completamento dell’opera senza opposizione. Come tutti i gasdotti, il TAP è un’opera che, in piena catastrofe climatica, contribuisce a legarci ancora per decenni all’uso dei combustibili fossili. Vi scorre un gas 80 volte più climalterante della CO2, inquinante e potenzialmente esplosivo a ridosso dei centri abitati. Per Info: NO TAP Melendugno. Z.E.S. GALATINA – SOLETO  IL CUORE PUZZANTE DEL SALENTO Nella Zona Industriale – ZES Galatina/Soleto si concentra un alto numero di opifici industriali di prima classe (che dovrebbero per norma essere tenuti essere lontani dalle abitazioni) attivi da anni: il cementificio Colacem, una fonderia, una galvanica, un bitumificio, aziende di trattamento rifiuti. Solo da questi impianti i rifiuti processati e prodotti raggiungono 800.000 t/a, di cui la metà inceneriti dalla Colacem. Inoltre è in previsione l’insediamento nell’area di un impianto della Forenergy srl per la produzione di biometano mediante digestione anaerobica, con capacità di trattamento di circa 40mila tonnellate di rifiuti organici all’anno. Un quantitativo 9 volte superiore alla frazione organica prodotta dai Comuni di Galatina e Soleto, il che ne prefigura l’arrivo annuo di 35.000 tonnellate da altre zone. Il progetto è fortemente contestato dagli abitanti per le prevedibili conseguenze in termini di inquinamento, emissioni odorigene, consumo di acqua. Per info: Coordinamento civico Ambiente e Salute – prov. di Lecce. CEMENTIFICIO COLACEM  IL PROFUMO DI OSSIDO DI AZOTO AL MATTINO Il cementificio, attivo dal 1953, attualmente è di proprietà del Gruppo Financo. L’impianto utilizza coke da petrolio come combustibile e ceneri industriali come materie prime nel ciclo di produzione. È all’ottavo posto tra i cementifici italiani per emissioni di NOx e produce oltre 600.000 ton/anno di CO2. A queste si aggiungono polveri sottili, anidride solforosa, ammoniaca, metalli pesanti e composti organici volatili. Nel 2011 la Colacem figurava al 586° posto nella graduatoria dell’EEA degli impianti europei a maggior danno sanitario. Studi epidemiologici identificano nei 15 Comuni più vicini allo stabilimento un eccesso di tumori polmonari maschili. Nel tempo, le cave di argilla e calcare di servizio alla Colacem si sono allargate per decine di ettari. Attualmente incombe il rischio che l’impianto possa essere autorizzato alla combustione di rifiuti (CSS). Per info: Coordinamento civico Ambiente e Salute – prov. di Lecce. PORTO SELVAGGIO – NARDÒ  MORIRE PER UN PARCO Il Parco di Porto Selvaggio prese vita negli anni ‘50, grazie a un ampio intervento di rimboschimento da parte del Corpo Forestale. Dalla metà degli anni ’70 l’insenatura divenne oggetto di un tentativo di lottizzazione che avrebbe stravolto l’area con la costruzione di centinaia di immobili. Il progetto venne osteggiato da un vasto movimento, che nel 1980 riuscì ad ottenere dalla Regione l’istituzione del Parco naturale attrezzato Porto Selvaggio – Torre Uluzzi. Ma la legge regionale non riuscì a fermare i tentativi di speculazione. La notte del 31 marzo 1984 venne uccisa Renata Fonte, assessore del Comune di Nardò. Renata aveva partecipato alle battaglie civili e sociali di quegli anni contro le lottizzazioni cementizie, e continuò ad opporvisi anche da assessore, nel momento cruciale della definizione normativa dei confini e dei vincoli del parco. Venne uccisa perché «stava facendo perdere un sacco di soldi», ostacolando la realizzazione di un residence sulla costa in prossimità di Porto Selvaggio. Dobbiamo anche a lei se questo paradiso naturale non è stato distrutto, e a tutte le persone che hanno difeso il parco anche dagli appetiti speculativi successivi. DISCARICA SCOMUNICA – CORIGLIANO  MARA L’ACQUA DELLA FALDA, MARA MARA…  Nel sottosuolo del Comune di Corigliano si muove un bacino idrico decisivo per l’approvvigionamento potabile del Salento, uno dei più ricchi delle regioni meridionali, periodicamente messo a rischio da vecchie e nuove discariche. Nel 1987 sopra questa falda, nel sito di una vecchia discarica abusiva in località Scomunica, venne aperta una nuova discarica per il conferimento dei rifiuti “tal quali”, posta sotto la gestione della società Monteco. Funzionò per pochi anni, sufficienti però a creare una potenziale bomba ecologica. Nel 2003 la Regione individuò un sito attiguo all’area ex Monteco per collocare una nuova discarica, e la scelta venne confermata negli anni, nonostante la fiera opposizione di ambientalisti e Comuni. L’impianto, costruito dalla COGEAM, venne ultimato nel 2014, ma non venne mai attivato per il rischio oggettivo che rappresentava per le riserve idriche e grazie alla mobilitazione popolare. Nel febbraio 2025, la giunta regionale ha deliberato di metterlo in funzione, generando nuovamente una forte protesta da parte di sindaci e cittadini, che ancora dura. PORTO MIGGIANO  UNA STORIA DI MARE E CALCESTRUZZO La magnifica baia di Porto Miggiano fa parte di uno dei litorali più incontaminati dell’intera costa italiana e, per tale motivo, è stata vincolata nel 1970 ai sensi della Legge 1479/39, e dal 2000 compresa nel Sito di Importanza Comunitaria Otranto – Santa Maria di Leuca. Nonostante ciò, la baia è stata deturpata prima dalla realizzazione sul costone a picco sul mare di un resort e di un club con piscine, bar, ristorante e shopping center, e poi da lavori di consolidamento (o, piuttosto, distruzione) delle pareti delle falesie che hanno tagliato un’intera porzione di costa. I lavori erano funzionali alla creazione sotto le rocce (che rimangono comunque a rischio crollo) di piattaforme di cemento per il comodo stazionamento dei bagnanti, con grave alterazione della bellezza naturale del luogo. Un comitato a difesa della Baia ha cercato di fermare lo scempio. DISCARICA BURGESI – UGENTO  IL CICLO INFINITO DEI RIFIUTI La discarica Burgesi venne aperta nel 1991, grazie a una “concessione edilizia in sanatoria”, all’interno di vecchie cave di tufo dismesse. Originariamente doveva ricevere 700mila tonnellate di rifiuti urbani e speciali non pericolosi provenienti da 24 comuni della provincia, ma nel 2008 ne conteneva già quasi un milione e mezzo. Quell’anno venne ucciso il consigliere comunale Peppino Basile, noto per l’impegno contro la discarica. In un contesto così teso, la Regione decise di dirottare verso Burgesi ulteriori rifiuti di altre zone, ma la popolazione insorse ottenendo nel 2009 la chiusura dell’impianto. Burgesi è stata, nel tempo, oggetto di svariate denunce sullo sversamento illegale di rifiuti tossici, di cui non furono però trovati riscontri nelle indagini. Ci sono invece riscontri sull’incidenza di tumori nella zona, in particolare alla tiroide, con picchi che superano la media provinciale e regionale. Attualmente, la popolazione è di nuovo in strada per contrastare il progetto di riapertura, sopraelevazione ed ampliamento dell’impianto, finalizzato al conferimento di ulteriori 190.000 m3 provenienti da Brindisi. Per info: Comitato Associazioni “No Burgesi. PARCHI EOLICI OFFSHORE  VENTO DI TUTTI, ENERGIA DI POCHI La Messapia Floating Wind (partecipata ENI) ha presentato un progetto per la realizzazione di un parco eolico flottante denominato Messapia nell’area marina compresa fra Tricase a Santa Maria di Leuca. Il progetto prevede l’ancoraggio di 73 pale eoliche a 28 km dalla costa, su fondali profondi da 550 a 800 m, oltre a cavidotti a mare, opere impattanti sottocosta in prossimità del punto di approdo (Porto Badisco), e un cavidotto a terra che coinvolgerà numerosi comuni salentini. Attualmente il procedimento VIA è nella fase di istruttoria tecnica. Le osservazioni presentate denunciano come gli ancoraggi delle pale e le opere di connessione a mare coinvolgano aree tutelate e ad elevata valenza naturalistica per la presenza di posidonia e coralligeno, per le grotte, i fiumi e le sorgenti sottomarine, e gli habitat della foca monaca. Messapia si aggiunge ad un altro progetto eolico, l’Odra Energia, che prevede autogeneratori alti fino a 315 metri, sempre sullo stesso tratto di costa di straordinario valore paesaggistico. A questo arrembaggio delle multinazionali dell’energia si oppone il Parco naturale regionale Otranto-Santa Maria di Leuca. L’ESERCITO DEGLI INVISIBILI  A SAN FOCA, MA ANCHE NARDÒ, GALLIPOLI… San Foca è il suo mare, le sue spiagge sempre meno libere e, ultimamente, anche un posto alla moda, uno strano posto nel quale sorgono come funghi locali, baretti, rosticcerie e tikibar. Surf, banani e nomi in inglese sono la cifra di una località di mare sempre più “contemporanea”. All’occhio poco attento potrebbe sembrare che essa navighi in un benessere diffuso e capillare. Solo settant’anni fa era un paesino in cui i pochi abitanti lottavano contro una natura matrigna, stretti tra i latifondi dei signori e la malaria che rendeva quasi invivibile un territorio aspro. Passeggiando per la San Foca di oggi è difficile immaginare quel passato fatto di miseria, oggi è una marina sgargiante, come ci ricorda solertemente l’omonima scritta a caratteri cubitali che fa la sua bella presenza sul lungomare. Vi è però un lato oscuro di San Foca: l’esercito di lavoratori stagionali che negli ultimi anni sono affluiti e sono impiegati come lavapiatti, aiuto cuoco, camerieri e tuttofare nei lidi oppure in campagna. Parlandone con chi vive nella marina anche in inverno c’è sempre un po’ di diffidenza malcelata. Spesso si sente dire con una certa soddisfazione «non si vedono per le strade perché stanno sul retro, in cucina». Il vacanziero in agosto forse preferisce non vedere l’altra faccia del benessere, ma poi, inevitabilmente arriva l’inverno, quando le strade di San Foca sono oramai deserte, le giornate corte e fredde e quell’esercito di lavoratori, oramai in disoccupazione appare alla spicciolata. Sono sul lungomare a ciondolare su e giù, oppure sulla strada che conduce a Melendugno. Vengono dall’Africa subsahariana, dall’India, dal Pakistan, Bangladesh e dallo Stri Lanka, ma nell’isolamento e nella solitudine di una località quasi deserta il loro isolamento sociale e economico è ancora più accentuato. Non vi è un autobus che li porti a Melendugno a fare la spesa, un consultorio medico, un supermercato accessibile. L’inverno a San Foca è una lunga attesa per i locali, che attendono la stagione successiva per svoltare, ma anche per questi lavoratori che forse sognano di spostarsi più al nord, o fuori Italia. Alcune fonti utilizzate: – https://va.mite.gov.it/it-IT, https://epiprev.it/, – https://www.isprambiente.gov.it/it, – https://protezionecivile.regione.puglia.it/, – https://www.sit.puglia.it/, – https://www.arpa.puglia.it/, – https://www.sanita.puglia.it/web/asl-lecce/registro-tumori, – https://www.regione.puglia.it/web/ambiente, – www.svimez.it, – https://www.salutepubblica.net/, – https://www.isdenews.it/, – nocssnellecementerie.org , – www.liberiepensanti.it , – comitatonoburgesi.org , – https://www.peacelink.it/ – facebook.com/CoordinamentoCivicoAmbienteeSalute.prov.diLecce, – facebook.com/notap.melendugno/, – facebook.com/custodidelboscodarneo, – facebook.com/NOTAPBrindisi/ – facebook.com/noalcarbonebrindisi/, – facebook.com/SvincolamiLa275
Aggiornamento ultima udienza: sentenza di primo grado 27 maggio per i compagni di Antudo
4 anni e sei mesi, 3 anni e 2 mesi e 2 anni: queste le condanne richieste dal PM per i nostri compagni. I capi di imputazione iniziali, con le finalità di terrorismo scompaiono lasciando già presagire il crollo di un castello accusatorio insensato e politicamente costruito per screditare la lotta e il movimento contro la guerra e contro l’industria bellica. Dopo la requisitoria del PM, le arringhe dei legali della difesa smontano e dissolvono uno a uno le argomentazioni dell’accusa: indizi fumosi scollegati tra loro e senza riscontro di dati oggettivi spacciati per prove, reperti che scompaiono e altri oggetti che compaiono nei verbali senza essere mai stati repertati. Ci hanno provato e ci proveranno ancora a criminalizzare chi si batte quotidianamente contro le politiche imperialiste e guerrafondaie del governo italiano. Restiamo partigiani, sempre dalla parte giusta della storia e a testa alta! da antudo.info
Non a caso Thelma Tank – Alice libera subito
È arrivata la sentenza definitiva per Alice: 12 mesi di arresti domiciliari senza possibilità di messa in prova per i fatti dell’8 dicembre 2017. Quella notte, Alice e altri due compagni sono stati arrestati in un’imboscata della Digos a ridosso delle reti del cantiere della Clarea. Si stava svolgendo un’iniziativa di lotta No Tav, contro il cantiere della devastazione, partecipato da centinaia di attivisti del movimento. Ancora una volta la Questura di Torino tenta di colpire il movimento No Tav e chiunque si mobilita a difesa del proprio territorio e della propria terra. Questo ennesimo atto di repressione è l’ulteriore conferma dell’accanimento nei confronti di un movimento sociale e popolare che da più di trent’anni lotta e resiste, non solo contro un progetto dannoso, inutile, imposto, ma anche a sostegno di tutti coloro che vogliono un mondo diverso.  Questa condanna vuole intimorire, reprimere e zittire la nostra voce, ma tutta la Valle, tutta Torino (e non solo), sa quanto sia difficile, anzi impossibile, far abbassare la testa alla nostra compagna e soprattutto amica Alice, non a caso sul ring Thelma Tank.  Alla controparte, ai poliziotti e ai magistrati, ai PM e alla Questura diciamo solo questo: dove voi reprimete, noi rilanciamo, dove voi colpite, noi rispondiamo, dove voi arrestate, noi resistiamo.  Fermarci è impossibile! Alice libera subito da Notav.info
Spot 25.03.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Sport e Ciclo mestruale; Che cosa è successo alla squadra iraniana di calcio femminile; Nuovi regolamenti Fifa
Torna la primavera e torna anche l’Aurora Vanchiglia Transfemminista! Nella puntata di oggi raccontiamo come il ciclo influenza energie, infortuni e performance, eppure la maggior parte dei metodi di allenamento è stata sviluppata su corpi maschili e gli studi sono pochissimi. Seguiamo con un aggiornamento della Coppa d’Asia femminile, dove la nazionale iraniana ha deciso di non cantare l’inno prima della partita contro la Corea, il che le è costato caro: alcune giocatrici sono state definite “traditrici” in patria e sette hanno chiesto asilo in Australia. Infine, la FIFA sta introducendo nuovi regolamenti per aumentare la rappresentanza femminile negli staff tecnici delle squadre nazionali femminili. Abbiamo ancora bisogno che qualcuno dica che non solo gli uomini sanno allenare le squadre di calcio?
sport popolare
Spot
aurora vanchiglia transfemminista
sport transfemminista
genere
Dal convegno di Viterbo. Introduzione. L’uso della categoria di “terrorismo”. Il caso Anan Yaeesh e la repressione dei palestinesi in Italia
Continuiamo a pubblicare gli interventi del convegno di Viterbo “Sabotiamo la guerra e la repressione” dello scorso 8 febbraio. Qui i testi in pdf: viterbo-introduzione-terrorismo-yaeesh Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/category/materiali/ INTRODUZIONE: SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri, concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero molti da fare. Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan, attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma, mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo però ci possiamo trovare una “soluzione”. Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora facciamo anche quello che serve e quello che va fatto. Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna. Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi sgomberi ? Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata. Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera, che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato imperialista in quanto tale. Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei padroni. Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a tutto campo. Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi. Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3 gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese. La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri, perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario, necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo schiacciamento dei proletari. Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”, perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le premesse, con la condanna a di Anan. Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà un’altra udienza per Ahmad Salem. Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può, nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui. Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa. Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità d’azione e rivoluzione”. Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più. L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al nemico di classe. In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di unità d’azione tra rivoluzionari. Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale. Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale. Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’ fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione, perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze L’USO DELLA CATEGORIA “TERRORISMO” APPLICATA ALLA RESISTENZA PALESTINESE di Mjriam Abu Samra Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia al ragionamento Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia. E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi. Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro. Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i “popoli del terzo mondo”. Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli Stati Uniti. Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che fosse concordata tra tutti i presenti. L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo globale. Perché? Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa. Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo. Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo? Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi, anche in Europa e in Italia. Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi. Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica, come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo di strutture di potere e il linguaggio che le legittima. Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori. Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere all’interno delle società occidentali. Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo. Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas, per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale, per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come appunto dicevo prima, universali. Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina, ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri, ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato, possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria. E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica, che spinga le masse al cambiamento. Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia. PALESTINA- REPRESSIONE E IL CASO DI ANAN YAEESH Buongiorno a tutti. Questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma immagino che diversi elementi poi ritorneranno in altri interventi successivi, tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un po’ tutti si siano imbattuti nel caso di AnanYaeesh, ed è un caso abbastanza emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del 2023. Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile, la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse in quel lasso o in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione, che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un altro palestinese, sempre della Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora nelle carceri francesi e appunto, questa richiesta di estradizione qui per l’Italia siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un tentativo di creare un precedente, una sorta di apripista che potesse essere utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel corso degli anni diverse inchieste e richieste israeliane con invii di documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni, con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva Anan Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila, relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’ più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che decide se darvi seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno. E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato chiamato a rispondere su sull’estradabilità di un palestinese in pieno genocidio e fortunatamente si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano, andando a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele. Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni passaggi. L’impianto difensivo, appunto, era basato su ciò che questi punti hanno tentato di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti essere estradato, puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. Questo processo inizia ad aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto, è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha fatto testimoniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano con i paesi del Sud, sud-ovest europeo. E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza dei tre, ma si va a portare avanti un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale portare avanti una condanna come anche sull’altro fronte, andando a smontare diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente, che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze coloniali, a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche dalla Cassazione nella sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante siano dei gruppi paramilitari armati che portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme all’esercito di occupazione, quelli anche per il diritto internazionale, vengono riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i coloni israeliani, quello che è effettivamente l’operato di questi gruppi paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è sviluppato il dibattimento su questo binario. Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due assoluzioni su tre, cioè veniva contestato ai 3 il 270 bis e la pena minima per Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese, che questo processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il termine, “tattici“, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile al quale abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario, Shahin, e secondo noi è importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è parlato sulla stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso, non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre più palese nel corso degli ultimi anni: abbiamo qui in Italia centinaia di migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, la provenienza è prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una grande partecipazione non soltanto alle mobilitazioni politiche che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte. Lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, portando avanti questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam Shahin, per chi ha letto i documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi: il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso. Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a conclusione è il processo appunto di Campobasso. E un brevissimo accenno a quello di Genova. Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un palestinese a cui viene contestato il 270 quinques che, se ricordate, è questo nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è quello noto, come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. È stato il primo utilizzo di questo articolo, di questo nuovo reato introdotto, per cui vediamo come viene poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile, partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad. E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha avuto processo di Genova che deve ancora iniziare. Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto. Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti, arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura. Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere. E per politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a qualche tempo fa ormai anacronistici, e si è comunque, nel corso di questi ultimi mesi, riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire a portare avanti un discorso anche più articolato in questo senso, per cui la grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo di portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno appunto (per chi ha letta) della documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e riportata in quella della DNA: una di queste associazioni, per esempio, ha ricevuto dei fondi dalla USAID statunitense, per darvi un’idea, per cui questo dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco. E che appunto quest’operazione, al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente condividiamo, è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere in questo senso: è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione sulla Palestina e anche, indirettamente, sugli altri temi sociali qui in Italia. Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle quali si sono attenuti nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti-repressivo, che a nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è la tendenza.
Rompere le righe