La crisi non cade dal cielo: è prodotta da embargo, sanzioni e ricatti
energetici. Cuba paga il prezzo della sovranità, tra ipocrisia europea e stretta
di Trump. E proprio perché …
di Avv. Giuseppe Romano Incontro attivisti e avvocati sabato 14 marzo a Torino
Un appuntamento in cui sarà anche presentata una rete di penalisti che segue da
molti anni i …
Per celebrare la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, le
istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni
ordine e grado, possono promuovere e organizzare cerimonie ed incontri sui temi
della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell’ordinamento
della Repubblica (…) Al fine di sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano
che le Forze armate svolgono per la collettività in favore della realizzazione
della pace, della sicurezza nazionale e internazionale e della salvaguardia
delle libere istituzioni e nei campi della pubblica utilità e della tutela
ambientale, le iniziative degli istituti scolastici sono volte a far conoscere
le attività alle quali esse concorrono nell’ambito del servizio nazionale della
protezione civile, per fronteggiare situazioni di pubblica calamità e di
straordinaria necessità e urgenza, in ambito umanitario, in caso di conflitti
armati e nel corso delle operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace
e della sicurezza internazionale, e negli ambiti di prevenzione e di contrasto
della criminalità e del terrorismo nonché di cura e soccorso ai rifugiati e ai
profughi.
E’ infarcito di retorica bellicista e di inaccettabili falsità storiche il 2°
articolo della legge n. 27 del 1° marzo 2024 che istituisce la Giornata delle
Forze armate ogni 4 novembre, legittimando un pericoloso ed eversivo modello
istruzione-caserma. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università ha ritenuto doveroso disobbedire e in collaborazione con
il CESTES - Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali ha promosso un
convegno formativo per il personale scolastico dal titolo “La scuola non si
arruola”. Oltre un migliaio le iscrizioni sulla piattaforma del Ministero
dell’Istruzione ma la mattina del 31 ottobre il corso è stato soppresso
d’autorità. “L’iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione
professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei
agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti,
così come definite nel CCNL scuola e nella Direttiva 170/2016”, spiega in nota
il Ministero. Mai parlar male, dunque, in ambito scolastico, del sistema
militare e dei suoi intrecci con l’economia e la finanza, della cultura
militarista tanto in voga nella società e nell’istruzione e del genocidio in
atto alle porte di casa, il primo del terzo millennio, crimine collettivo
transnazionale.
“Per la prima volta si vieta in Italia un corso su tematiche giudicate non
formative mentre vengono celebrate pagine nostalgiche e di mero revisionismo
storico attraverso le rievocazioni delle guerre mondiali nel secolo scorso”,
denuncia l’Osservatorio. “Allo stesso tempo si verifica l’ennesima contrazione
degli spazi di libertà e democrazia. Le mobilitazioni e gli scioperi di questi
ultimi mesi, a partire dall’iniziativa del minuto di silenzio per Gaza il primo
giorno di scuola, hanno subito evidenti tentativi di boicottaggio e
intimidazione tramite comunicazioni riservate degli uffici scolastici,
delegittimazione dei collegi docenti, precettazioni”. A fine settembre è stato
presentato dal sen. Maurizio Gasparri un disegno di legge che equipara
antisemitismo e antisionismo e che vorrebbe imporre alle istituzioni scolastiche
obblighi formativi su cultura ebraica, Israele e antisemitismo con pesanti
sanzioni, compreso il licenziamento, per i docenti “disobbedienti”.
Tutto ciò mentre si assiste all’accelerazione del processo di militarizzazione
dell’istruzione: forze armate italiane e straniere ed aziende produttrici di
armi occupano ogni sfera della didattica per fini ideologici assolutamente in
contrasto con i valori costituzionali della difesa delle libertà, della
democrazia e della giustizia sociale. Si moltiplicano le visite guidate degli
studenti a caserme, aeroporti, poligoni militari e ad industrie belliche o le
attività didattico-culturali affidate a generali-docenti (dalla lettura e
interpretazione della Costituzione e della Storia all’educazione ambientale,
alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti
classificati come “devianti”, bullismo, cyberbullismo, ecc.).
Sempre più istituti promuovono corsi di orientamento e l’alternanza
scuola-lavoro a fianco delle forze armate o nelle aziende produttrici di armi;
le strutture scolastiche subiscono la progressiva trasformazione a fini
sicuritari con l’installazione di videocamere e dispositivi elettronici
identificativi e di controllo. Fioccano i divieti di riunione e delle attività
autogestite degli studenti e i locali scolastici vengono dichiarati off-limits
in orario pomeridiano, mentre viene esercitata l’azione penale e civile contro
ogni forma di occupazione. Al rafforzamento del processo di militarizzazione del
sistema scolastico concorrono poi l’approvazione di leggi che hanno conferito ai
presidi poteri illimitati e istituzionalizzato gerarchie e discriminazioni tra
gli insegnanti; la precarizzazione de iure e de facto della figura e delle
funzioni del docente; l’esautoramento degli organi collegiali; l’uso
indiscriminato dei procedimenti amministrativi contro il personale della scuola.
Test di valutazione e strumenti didattici riproducono nelle scuole logiche e
dinamiche mutuate dal mondo militare. “L’Invalsi o il passaggio dalle conoscenze
alle competenze (tra le soft skills appaiono il sostenere lo stress,
l’adattabilità, l’imprenditorialità e a breve troveremo la preparazione e la
prontezza), il clima competitivo, la meritocrazia sono tutti fattori che hanno
contribuito a mutare il senso della scuola e capovolgere il dettato
costituzionale”, spiega l’Osservatorio. Il registro elettronico oltre a generare
conflitti e stati di ansia da prestazione permanenti tra gli allievi e
un’insostenibile clima divisivo-competitivo nelle classi, viene assunto come
strumento di controllo orwelliano da docenti e genitori, minando le stesse
relazioni educative e la fiducia adulti-minori.
Il soffocante connubio tra istituzioni scolastiche e apparato militare non può
essere imputato però solo all’odierno governo di estrema destra. Il processo di
militarizzazione dell’istruzione è stato avviato in Italia perlomeno dalla fine
degli anni ’90 per essere poi istituzionalizzato nel settembre 2014 con un
protocollo d’intesa firmato dalle ministre all’Istruzione Stefania Giannini
(Scelta Civica) e, alla Difesa, Roberta Pinotti (Pd). L’accordo ha promosso
l’attivazione di percorsi didattici ed iniziative finalizzati alla promozione
della Cultura della Difesa. A declinarne significato e funzioni ci ha pensato il
subentrante titolare del dicastero a capo delle forze armate, Lorenzo Guerini
(Pd). “L’obiettivo della Cultura della Difesa è facilitare i cittadini a
comprendere i temi di interesse strategico, acquisire sistemi ed equipaggiamenti
militari, valorizzare le capacità dell’industria nazionale e sostenere la
ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica”, ha spiegato Guerini. Lo scopo,
cioè, è quello di estendere a tutte le fasce sociali e generazionali
l’incondizionato consenso per le forze armate, le missioni di guerra
internazionali, il complesso militare-industriale e l’intervento dei reparti in
attività di controllo dell’ordine pubblico e repressione. In particolare, tra i
giovani, si punta ad affermare la legittimità dell’uso della violenza bellica e
l’ineluttabilità della guerra come strumento di risoluzione di ogni crisi o
conflitto. Con l’educazione dello studente-soldato si punta a dominare le menti,
ad imporre l’arruolamento e la cieca obbedienza all’establishment, il massimo
consenso per il modello socio-economico dominante.
Con l’insediamento del governo Meloni, si è data un’ulteriore impronta
ideologica ai processi in atto. “Adottando la formula Ministero dell’Istruzione
e del Merito si è inteso cancellare il servizio pubblico a favore di una
meritocrazia fittizia, per promuovere una scuola che non considera le differenze
socio-economiche ed è sempre più lontana dal tutelare uguaglianza e diritti”,
commenta Roberta Leoni dell’Osservatorio contro la militarizzazione di scuole e
università. “Con Giuseppe Valditara si afferma una scuola che privilegia la
conoscenza dell’Occidente rispetto alle altre civiltà e che nega la società
inclusiva ed interculturale piegandosi ad una visione bellicista. Ecco allora le
nuove Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, le Indicazioni 2025
per la Scuola dell’infanzia e del primo ciclo (bocciate dal Consiglio di stato
per forma e contenuto), il voto in condotta, il divieto dei cellulari, i
tentativi di censura dei libri di testo (i casi Zanichelli e Laterza) e dei
singoli insegnanti, l’introduzione del codice disciplinare e di condotta del MIM
(con conseguente creazione di uffici per i procedimenti disciplinari), ecc.”. Il
7 novembre il ministro Valditara ha chiesto con una circolare il rispetto della
par condicio nella scelta di ospiti di “specifica competenza e autorevolezza” in
caso di eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche, quando le
tematiche trattate abbiano “ampia rilevanza politica o sociale”.
Alla luce del peggioramento degli spazi di agibilità democratica e di libertà di
espressione e insegnamento, alcuni analisti già parlano di israelizzazione della
società, dell’economia e del sistema d’istruzione in Italia. Sarebbe in atto
cioè la riproduzione del sistema-modello su cui si fonda lo Stato sionista di
Israele: forze armate, apparati sicuritari, forze politiche, centri accademici e
di ricerca, start-up e industrie militari che cooperano in simbiosi,
militarizzando ogni segmento della società, a partire dal mondo dell’infanzia e
della scuola.
Articolo pubblicato in Mosaico di Pace, n. 1, Gennaio 2026
APERICENA CONDIVISO A SAN DIDERO
Presidio NO TAV San Didero - Piazzale SS25
(martedì, 17 febbraio 19:30)
Tornano gli apericena condivisi del Martedì a San Didero.
Il ritrovo è alle 19.30, chi può porti qualcosa da mangiare e bere da
condividere e i proprio piatti e bicchieri.
https://www.facebook.com/events/1950599122995009/?acontext=%7B%22event_action_history%22%3A[%7B%22mechanism%22%3A%22attachment%22%2C%22surface%22%3A%22newsfeed%22%7D]%2C%22refnotiftype%22%3Anull%7D
Per la destra non si può criticare l’operato di funzionari pubblici e forze di
polizia.
da Radio Onda d’urto
Lo hanno dichiarato, in maniera esplicita, le deputate bresciane Cristina
Almici (di Fratelli d’Italia) e Simona Bordonali (della Lega) commentando la
conferenza stampa durante la quale esponenti del centro sociale Magazzino 47,
dell’Associazione Diritti per tutti e del Collettivo Onda Studentesca hanno
denunciato di aver ricevuto “avvisi orali” del questore di Brescia, Paolo
Sartori, per aver… Partecipato a una manifestazione pacifica. “È gravissimo
attaccare chi, in uniforme, lavora per tutelare tutti noi”, ha dichiarato
Almici, mentre secondo Bordonali “organizzare iniziative pubbliche contro il
Questore significa delegittimare chi, con equilibrio e determinazione, sta
facendo il proprio dovere”.
In un comunicato stampa ufficiale i consiglieri comunali di Brescia Francesco
Catalano (della lista “Al lavoro con Brescia”) e Valentina Gastaldi (di Brescia
Attiva) parlano invece di una “modalità di gestione degli strumenti in possesso
del Questore che crea sconcerto e grave preoccupazione per la garanzia
del diritto a manifestare e a esprimere le proprie opinioni”.
Secondo il docente di Diritto penale all’Università di Brescia Luca Masera,
intervistato da Radio Onda d’Urto, “c’è un obiettivo molto chiaro che è quello
di criminalizzare il dissenso: chi vuole protestare deve sentire un rischio cui
si espone con questa protesta. Penso che sia un obiettivo ben chiaro di questa
maggioranza (di governo, ndr): tutti coloro che si oppongono devono – in un
certo modo – essere controllati, dalla magistratura a qualsiasi episodio di
violenza – anche minimo – durante le manifestazioni di piazza”.
Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto sono intervenuti anche Dino Greco,
del Partito della Rifondazione Comunista, e Giorgio Cremaschi, di Potere al
popolo. “Ci troviamo di fronte a una traiettoria della vicenda giudiziaria
italiana che sta portando verso lo stato di polizia“, commenta Dino Greco. “I
due pacchetti sicurezza del governo ci raccontano esattamente di questo”,
aggiunge. “Qui si colpisce la stessa libertà di manifestare pacificamente in
un crescendo autoritario“, gli fa eco Giorgio Cremaschi. “Sarebbe ora – aggiunge
Cremaschi – che la parte elettiva della città, il consiglio e l’amministrazione
comunale, dicessero qualcosa su questo aspetto, invece di avere un atteggiamento
di sostanziale copertura (tranne piccole minoranze) nei confronti di questa
politica autoritaria della Questura e delle autorità di governo”.
La trasmissione di Radio Onda d’Urto con gli interventi di compagni, esponenti
politici e giuristi.
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la
registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”,
accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei
territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale).
da Radio Blackout
Secondo la tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione
delle aziende agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso
l’annessione .
Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui
registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si
tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla
complicità e il sostegno degli Stati Uniti .
Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’
ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di
territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani
con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei palestinesi e militare
israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore
disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro
firma da Edward Said.
Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
Da omicidio stradale a “eccesso colposo”: cambia l’imputazione al carabiniere.
Ma nelle intercettazioni spunta anche un depistaggio La morte di Ramy Elgaml, 24
novembre 2024, non è stata solo un …
di Mai più lager- no ai Cpr* La morte di un ragazzo di 25 anni nel centro di
Bari Palese è “morte istituzionale”. Questi centri sono incompatibili con l’art.
32 …
COSMIC 20
Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino
(sabato, 21 febbraio 22:00)
Vent'anni di incessanti esplorazioni musicali, di escursioni psichedeliche, di
viaggi ritmici, di bassi rotondi e di melodie celestiali. Li celebriamo insieme
con una festa senz afreni, con gli amici di sempre e con un lungo dj set, dalle
selezioni più morbide fino alle atmosfere più spaziali e acide. Funk, Dub,
disco, House, il tutto filtrato dalla lente lisergica blackoutiana.
Come as you are, bring the vibes!
Riceviamo e diffondiamo:
Sabato 21 febbraio CaseMatte diventa uno spazio di arte collettiva resistente!
Ore 15.00 Laboratorio teatrale a cura di Nontantoprecisi:
“Il corpo è uno. Nel senso che c’è un corpo solo. Un continuo differenziato di
corpi. Il soggetto è una chimera. Io è una chimera.”
Diamo forma a un corpo collettivo per chiederci davvero cosa può un corpo.
Ore 18.00 Presentazione di Haiku Senza Haiku
“Apri gli occhi
Dentro e fuori di te
Sovverti tutto.”
Versi scatenati da carceri, strade e stelle in stile JamPoetry a cura di Datura
e Unos Necios. Porta i tuoi testi a tema libertario, i tuoi strumenti, la tua
voce o scegli dei versi dalla raccolta Haiku Senza Haiku
Ore 20.30 Cena “porta e condividi”. Prepara ciò che vuoi e consuma
responsabilmente ciò che preparano lə altrə
(disegno di emanuela rago)
È morto ieri, all’età di novantasei anni, il regista statunitense Frederick
Wiseman, tra i più noti documentaristi contemporanei. Leone d’oro e premio Oscar
alla carriera, nei suoi film Wiseman ha raccontato la storia degli Stati Uniti,
testimoniando e lavorando immagini consegnate allo spettatore sotto forma di
assemblaggi rivelatori e stimolanti.
Noi l’abbiamo incontrato nel 2013. Riproponiamo oggi quell’intervista,
pubblicata sul numero 57 del cartaceo mensile di Napoli Monitor.
* * *
Fred Wiseman, classe 1930, è arrivato al suo quarantaduesimo film (A Berkeley,
da scovare adesso in qualche buon festival) e per nostra fortuna non ha
intenzione di smettere. Chi crede di saperne di cinema ma non ha mai sentito
parlare di questo maestro americano, dovrebbe trovare i suoi film e rinchiudersi
in una stanza per vederli uno dopo l’altro. Tutti. Da più di quarant’anni,
Wiseman documenta in film irripetibili il quotidiano trafficare della vita delle
persone nelle istituzioni pubbliche e nei mondi sociali (soprattutto degli Stati
Uniti e ultimamente di Francia), catturati nel momento in cui li ha
attraversati, per poi lavorarli e consegnarli alla memoria in forma di minuziosi
assemblaggi, infusi di ritmo e drammaticità. Ma non chiamateli documentari. Una
volta lui stesso ha definito i suoi film “reality fiction”, ma era una battuta
volutamente ermetica da dare in pasto a chi vuole classificarlo tra i fautori
del cinema verité o del documentario militante.
È la peculiare forma filmica delle opere di Wiseman, rigorosa, a tratti pedante,
a fare testo e a rifuggire definizioni univoche. Acquisita già dal suo primo
lavoro, Titicut follies, del 1967, a parte piccole modifiche, è rimasta
sostanzialmente immutata in tutti i suoi film. Nessuna artificiosità,
avanzamento cronologico esile o assente a favore di una progressione tematica,
nessuna voce fuori campo, niente interviste, niente aggiunte di musica, effetti
speciali o didascalie. Luce e suoni naturali, micro-storie che si interrompono e
riacciuffano come nella realtà, l’impressione costante che un’idea dalle
immagini stia effettivamente emergendo ma che tocca allo spettatore completarla
e dargli senso. Una sorta di saggio audiovisivo opera di un artigiano del
cinema, e che però non illustra una tesi esplicita, tentando invece di aprire
uno spazio di interpretazione tra quel che accade davanti alla camera e la
soggettività del regista, alimentando una tensione che innesca reazioni diverse
a seconda dell’occhio di chi guarda quel che Fred ha guardato.
La sua routine è semplice: va nel posto prescelto per diverse settimane con la
sua piccola crew e si limita a registrare tutto quello che la fortuna e la
sensibilità gli permettono. Poi si rinchiude per mesi e lavora al montaggio. A
oggi, i suoi film sono il più accurato inventario delle istituzioni del mondo
occidentale: un manicomio, una prigione, una scuola, una fabbrica per la
trasformazione della carne, un campo di addestramento dell’esercito, un
ospedale, un laboratorio scientifico, una palestra, una centrale di polizia, un
ufficio di assistenza sociale, un caseggiato popolare… e, recentemente, una
scuola di danza, una compagnia di teatro, uno strip-club e una università. Ogni
luogo e momento restano unici, eppure qualcosa filtra di ulteriore, di comune,
qualcosa che concerne sia le domande ultime e universali, sia le occorrenze
triviali in cui si trova ognuno di noi quotidianamente. Se di militanza si può
parlare, allora questa andrebbe concepita come dedizione al lavoro di conoscenza
e rappresentazione. Lui direbbe che non saprebbe che altro fare, a parte leggere
e sciare. In fin dei conti, un solitario a cui piace stare in mezzo alla gente,
che ha conosciuto e reso eroi migliaia di volti comuni. Rispettando l’individuo,
guidato da quella che lui chiama fairness: equità, correttezza o come volete
definire quell’empatia umana di un curioso del reale che non usa la telecamera
per nascondersi. A me, mentre gli parlavo tentando di strappargli più parole di
quante fosse abituato a dirne in un’intervista, veniva in mente un frammento del
suo Welfare che mi si è conficcato in testa: un indiano americano che appare per
qualche secondo soltanto, e la sua esclamazione davanti all’iniquo impiegato dei
servizi sociali: «What about the indian people?».
So che vivi a Parigi…
La maggior parte del tempo. Casa mia in America è vicino Boston, a Cambridge.
Perché la Francia?
Mi piace la Francia, il cibo è buono, la città fantastica. Mi piace il teatro,
il balletto, e ho un sacco di amici qui.
Come sei passato da avvocato a regista?
Amo fare film, e la legge mi annoiava.
Stai facendo un film adesso?
Sì, un film sull’università della California, Berkeley. Si chiama A Berkeley.
Hai seguito qualcosa in particolare?
No! È su come l’università funziona.
Il solito?
Yeah, il solito.
Quando hai scelto un luogo o un’istituzione, mi puoi dare un’immagine di come
lavori?
Scambio lettere con il posto per delineare i termini secondo cui lavoro, sarebbe
a dire che voglio accesso a tutto, se è possibile. Se c’è qualcosa che non
vogliono che sia filmata, lo rispetto. Gli scrivo anche che mantengo il
controllo editoriale e che il film sarà mostrato nei cinema, alla televisione, e
verrà distribuito in molti paesi. Quando inizio a girare non ho nessuna tesi
particolare in mente, penso solo sia un buon soggetto e che se vado in giro
abbastanza tempo, avrò abbastanza materiale dal quale posso montare un film.
Vado in un posto con nessuna idea fissa di quale sia il soggetto del film, se
non in un senso generale. Il soggetto è il luogo. Poiché non mi immagino quel
che accadrà, raccolgo solo sequenze. Di solito non passo più di un giorno nel
luogo prima di iniziare, perché non mi piace essere lì e magari qualcosa di
interessante succede e me la perderei perché non sono preparato a filmare. Le
riprese del film sono la ricerca. Di solito, raccolgo tra le ottanta e le
duecentocinquanta ore di girato. Per Berkeley avevo duecentocinquanta ore di
materiale. Durante le riprese seguo il mio istinto. Trovare buon materiale è una
combinazione di istinto, giudizio e fortuna… Quando le riprese sono finite e
inizio a montare, la prima cosa che faccio è guardare tutto il girato. Mi ci
vogliono cinque o sei settimane. Alla fine, scarto la metà. Poi monto le
sequenze che rimangono e che sono candidate all’inclusione nel film. Questo
lavoro prende di solito tra i sei e gli otto mesi. Non posso pensare alla
struttura in astratto, devo vedere come funzionano le sequenze quando sono una
dopo l’altra e le conseguenze e le implicazioni di mettere le sequenze in un
certo ordine. Quando sono pronto faccio il primo assemblaggio in quattro, cinque
giorni. Dopodiché mi ci vogliono altre sei settimane per arrivare alla versione
finale. A questo punto posso cambiare la struttura velocemente. L’ultima parte
del montaggio è lavorare sul ritmo del film, il ritmo interno alle sequenze e
quello esterno tra le sequenze. Quando ho la versione finale, resta il missaggio
e la gradazione del colore e il film è finito. In tutto, ci vuole un anno.
Come fai a diventare invisibile nel contesto che osservi?
Vedi, non sei invisibile. Io non faccio finta di essere invisibile. Faccio
quello che posso per far sentire le persone a loro agio con l’idea che si sta
facendo un film. Non mento, non li prendo per il culo, sono sempre molto chiaro.
Se qualcuno vuole guardare attraverso la videocamera glielo lascio fare, e se
vogliono vedere come funziona un registratore glielo mostro. Faccio quel che
posso per demistificare il processo di fare un film. La mia esperienza, in
America e in Francia, è che è molto raro che qualcuno guardi in camera o che
qualcuno non voglia essere filmato.
Pensi che ci sia una diversa sensibilità verso la videocamera oggi rispetto a
trent’anni fa?
Secondo la mia esperienza, fare questi film non è diverso ora da trent’anni fa.
Il novantanove per cento delle persone accetta di essere ripresa, non recita e
non guarda in camera.
Ho letto che il tuo scopo nel fare questi film non è essere oggettivo ma essere
onesto.
Io non ho idea di come essere oggettivo. Non so che significa. Fare un film
implica fare delle scelte. Ci sono letteralmente centinaia di migliaia di
scelte; cosa riprendere, come girare, cosa usare e come montarlo, cosa accettare
e cosa rifiutare. Io faccio queste scelte. E le devo fare assecondando il mio
giudizio, la mia esperienza, i miei valori e i miei interessi. Non c’è modo di
essere oggettivi. La stessa nozione di oggettività è completamente falsa. Quel
che intendo con onesto, è che cerco di fare il film rimanendo leale con
l’esperienza che ho avuto stando nel posto per settimane e studiando il
materiale per un anno. Non cerco di prendere in giro le persone. Se una
situazione è divertente la uso, ma non manipolo il materiale per arrivare a quel
risultato. Quando monto una sequenza cerco di capirne il significato – il
significato per me. Questo è un giudizio soggettivo. Provo a capire il
significato originario di quell’evento e faccio in modo che si preservi nella
versione finale della sequenza montata.
C’è qualcosa di politico nei tuoi film?
Non c’è niente di politico che corrisponda a qualche ideologia in particolare.
La mia storiella è che se avessi dovuto scegliere un Marx, sarebbe stato Groucho
piuttosto che Karl… Questa andava forte nel 1968… Vedi, i miei film non sono
apertamente politici. Non corrispondono a nessuna ideologia, a parte l’ideologia
che si domanda quel che vedo quando faccio un film. Ma poiché hanno a che fare
con certi aspetti della vita contemporanea, talvolta li criticano e talvolta li
elogiano. Non mi piace pensare ai film come soltanto politici, amo considerarli
film drammatici, narrativi. Il modello per me sono sempre i buoni romanzi,
piuttosto che le ideologie politiche.
Quali romanzi?
Moby Dick e L’impostore di Melville; il Don Chisciotte; la Bestia nella
giungla di Henry James; e qualsiasi cosa di Philip Roth e Saul Bellow.
Credi ci sia stato un cambiamento nel tuo stile da quando vivi in Francia?
No. Ogni film è diverso perché ogni argomento è diverso. Per ogni film devo
trovare uno stile o devo modificare il mio stile per andare incontro alle
necessità della materia del soggetto. Per esempio, in Crazy Horse ci sono molti
tagli veloci. In Berkeley ci sono sequenze lunghe. Nel primo la storia è
raccontata più con le immagini che con le parole. Nel secondo è l’opposto. Lo
stile di ogni film è un adattamento al soggetto del film.
Da quanto tempo fai film, Fred?
Faccio questi film da quarantacinque anni, e mi piace pensare che nel corso di
questi anni ho imparato qualcosa. Qualsiasi cosa sia, è nei film.
Come sono recepiti i tuoi film dalla società?
Non ne ho idea. Non intervisto le persone dopo che hanno visto i miei film.
Lavoro in considerevole isolamento, perciò non parlo con molte persone che
guardano film.
Qualche cineasta contemporaneo che apprezzi?
Un documentarista che ammiro molto è Marcel Ophuls. Ma non fa film da quindici
anni. Il suo stile è completamente diverso dal mio. Hotel Terminus e The sorrow
and the pity sono grandi film.
Di quale dei tuoi film sei più orgoglioso?
Oh, non lo so, è come chiedermi a quale dei miei figli voglio più bene.
A me piace Welfare.
Anche a me piace molto.
Come ti relazioni con persone che se la passano male, come in Welfare e Titicut
follies?
Mi comporto come mi comporto sempre. Presumo che le persone che filmo sono
sensibili come mi piace pensare io sia. Provo sempre a comportarmi in maniera
diretta, decente e onorevole quando ho a che fare con loro. Gli dico esattamente
quel che faccio e come lo faccio.
Stabilisci relazioni di amicizia?
Sono sempre molto professionale. Non faccio film per trovare degli amici. Provo
a evitare l’impressione che sta nascendo un’amicizia perché ciò sarebbe falso.
Come finanzi i tuoi film?
Canto e vendo penne davanti ai centri commerciali sotto Natale…
E quando non lavori?
Leggo e vado a sciare.
Un’istituzione o un mondo sociale in cui vorresti fare un film ma non ne hai
ancora avuto la possibilità?
Ohhh, la Casa Bianca!
Oppure la Cia?
Già, ma non credo mi daranno il permesso. (salvatore de rosa)
Dopo le riflessioni degli scorsi mesi sulla spettacolarizzazione del dolore e
sulle dinamiche da capro espiatorio nel web, ci spostiamo sul cinema per
indagare la recrudescenza della violenza messa in scena e il suo intreccio con
la vita fuori dagli schermi.
La rappresentazione della violenza acuta e delle atrocità, in immagini
cinematografiche sempre più esplicite, esce dall’horror e si innesta in tutti
gli altri generi, togliendo lucidità di sguardo e prendendosi il primo piano
emozionale, facendo deflagrare tutti gli altri, compreso il senso generale di
una pellicola.
Non è certo un’invenzione filmica recente ed è antica quanto la cultura europea.
Eppure nella tragedia classica il racconto delle vicende più nefaste e
truculente era intrisa di una “serietà del tragico” che oggi è totalmente
assente: lungi da essere spettacolo sensazionalistico, fungeva da
rappresentazione di un conflitto autentico e insolubile insito nella natura
umana. La violenza (anche nell’omicidio, nella vendetta, nel sacrificio) non era
mai gratuita e mostrava una collisione di valori dove la catarsi consisteva
soprattutto in una chiarificazione interiore di tutti i personaggi e soprattutto
degli spettatori. Infatti lo spettatore provava paura e pietà per tutti i
personaggi in ballo, perché tutti sono avvolti dal medesimo destino tragico,
nessuno è in salvo, neppure chi guardava dalla platea.
Con Alessandro Lolli, studioso dei nuovi media, proviamo a porci qualche domanda
sulla violenza messa in scena oggi e sul suo significato all’interno
dell’assuefazione generale all’immaginario del patimento e della ferocia.
Leggi gli articoli di Alessandro:
Noialtri girardiani
Bugonia ai tempi degli Epstein Files
Red Rooms e i degenerati