I volenterosi della guerra totale alla Russia – e l’Italia è nel mazzo (a modo suo)
Riprendiamo da https://pungolorosso.com/2026/08/27/i-volenterosi-della-guerra-totale-alla-russia-e-litalia-e-nel-mazzo-a-modo-suo/ I VOLENTEROSI DELLA GUERRA TOTALE ALLA RUSSIA – E L’ITALIA È NEL MAZZO (A MODO SUO) La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni. ESERCITAZIONI MILITARI IN POLONIA La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo un ipotetico cessate il fuoco. Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito, anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori russi siano amministrati da paesi e organismi terzi. Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari, “volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno. Non a caso, il ruolo-guida dell’operazione (di cui potremo valutare l’ampiezza nei prossimi mesi) è in capo ai due paesi che, nel declino/trasformazione dell’alleanza atlantica determinato dagli USA, aspirano al ruolo di architrave dei nuovi equilibri militari del vecchio continente, grazie al loro armamento nucleare autonomo e all’esperienza maturata sul campo. L’Italia, invece, come la Germania, ha escluso l’impiego di truppe, mettendo l’accento sull’invio di generatori elettrici, necessari per affrontare un inverno che si preannuncia quanto mai duro. Ma ciò non significa affatto che il governo Meloni intende ridimensionare il suo impegno bellico, quanto piuttosto che esso potenzierà le forniture militari rinunciando all’invio di truppe. Una decisione che l’accomuna a Berlino, che pure è il principale finanziatore dello sforzo bellico di Kiev. Nel darne notizia, i giornali hanno sottolineato che il governo Meloni mantiene così ferma la propria posizione rispetto a tali incontri, decidendo di non partecipare direttamente, ma di collegarsi in video da Palazzo Chigi. Un modo per ostentare una differenza con i partners europei, in omaggio al suo preteso ruolo di pontiere con Washington, recentemente ridicolizzato dalle polemiche con Trump. In realtà, si tratta di un escamotage puramente mediatico, che ricorda il Clinton di molti anni fa, quando l’allora presidente americano confessò di aver fumato uno spinello “ma senza aspirare” … Ecco, anche Meloni “non ha aspirato”. Ciò non toglie che il suo governo è immerso fino al collo nelle manovre militari e affaristiche della guerra in Ucraina. COSTRUZIONE IN UCRAINA DI MISSILI A LUNGO RAGGIO Questo ci porta alla seconda decisione del summit dei volenterosi, che testimonia della volontà di proseguire e spingere sempre più a fondo la guerra alla Russia. La riunione di Kiev, infatti, ha dato il via libera ad un poderoso piano per la costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina, grazie alla condivisione dei dati riservati necessari alla loro costruzione, per la quale mancava ancora l’assenso del premier britannico. Si tratta dei missili Scalp, prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica Leonardo. Non è una decisione di poco conto, perché amplia enormemente la capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo, non solo con gli sciami di droni prodotti ormai in gran quantità dall’industria bellica ucraina, ma con armi ben più potenti e sofisticate, capaci di infliggere alla Russia danni molto superiori a quelli (molto rilevanti) che ha già subìto. E infatti i vertici del Cremlino hanno prontamente dichiarato di essere già all’opera per individuare e distruggere i siti in cui verranno prodotti. La possibilità di costruire in loco missili a medio-lungo raggio in società con Francia e Inghilterra supera quindi uno dei limiti delle capacità offensive dell’Ucraina, cui il governo Zelensky aveva tentato di mettere fine con la richiesta alla Germania di fornire i missili Taurus, una richiesta rimasta sempre inevasa. Ma la costruzione di missili a lunga gittata non è l’unica novità di questa escalation bellica, né è limitata alle decisioni di Parigi e Londra. Anche l’Italia, pur muovendosi in sordina, mostra la ferma volontà di non rimanere indietro nel sostegno militare a Kiev. Certo, il centro studi tedesco Kiel Institute ha certificato che Roma è all’ultimo posto in Europa per valore delle forniture militari all’Ucraina: si va infatti dai 24,9 miliardi della Germania ai 15,8 miliardi del Regno Unito, ai 6,3 della Francia per arrivare infine ai 3 miliardi dell’Italia (esclusi i finanziamenti non militari). Ma il governo Meloni è ben deciso a rafforzare questa sua posizione, perché non intende perdere terreno rispetto agli altri Stati dell’UE, potendo contare su un’industria bellica di livello internazionale. L’ITALIA DI MELONI-MATTARELLA FA LA SUA PARTE… Ecco allora che il tredicesimo “Decreto Aiuti”, che diverrà operativo ad ottobre, interviene a colmare questa lacuna. Da quello che trapela dai programmi pur secretati dal governo, sono previste cessioni di batterie contraeree Samp-T, versione NG, in grado di intercettare e distruggere missili balistici, di intercettori Aster 30 e di radar Kronos ad ampio raggio, tutto armamento prodotto in comune da Italia e Francia. Si tratta di dispositivi la cui fornitura era stata sospesa perché le scorte nei depositi dei due paesi erano arrivate al livello minimo e la cui produzione è già stata potenziata per far fronte a questa nuova tornata di aiuti militari. Repubblica, in un articolo del 26 agosto, sostiene di aver avuto conferme sull’impegno dell’esecutivo in tale direzione. Grazie ai finanziamenti dell’UE verranno approntate quattro batterie Samp-T NG le cui prestazioni, a detta degli esperti, sono pari, se non superiori, ai più famosi Patriot prodotti negli USA, per la cui produzione a Kiev, su licenza, Trump sembrava aver dato l’assenso, salvo rimangiarsi successivamente tale decisione. Non a caso Zelensky, in attesa delle batterie italo-francesi, ha chiesto all’amministrazione americana di poter accedere almeno al cinque per cento delle scorte USA. Per quanto riguarda gli intercettori Aster 30 NIBT, Roma e Parigi ne avrebbero autorizzato la produzione in loco, contribuendo così ad un sostanziale salto di qualità della produzione bellica autonoma dell’Ucraina. In attesa che l’accordo divenga operativo, l’Italia manderà entro ottobre una fornitura prelevata dalle proprie scorte e così farà la Francia. Per i radar a grande raggio d’azione, Parigi ne fornirà sei, prodotti dalla sua società Thales, e l’Italia uno, prodotto da Leonardo. Finché c’è guerra c’è speranza, recitava un vecchio film. E del resto gli articolisti di Repubblica, appartenenti al mondo dell’informazione “progressista” (!), non esitano ad informarci che “il valore complessivo dell’intera operazione [la fornitura d’armi a Kiev col tredicesimo decreto-aiuti – n.] dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro …. Salverà tanti civili dai bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie”. Insomma, l’economia di guerra “ci” salverà… … E PUNTA MOLTO SU LEONARDO E LEONARDO UKRAINE LLC E proprio Leonardo è un perno essenziale dell’industria bellica italiana, sul cui potenziamento il governo punta molte delle sue carte. Come si sa, è stata recentemente costituita Leonardo Ukraine LLC, controllata interamente da Leonardo International. Leggendo le note ufficiali di questo gruppo, si può avere un’idea chiara del modo di muoversi dell’industria bellica di cui Leonardo rappresenta un esponente di spicco, campione del made in Italy nel campo degli strumenti di morte. Ma lasciamo parlare direttamente Leonardo. Questa impresa “guarda con interesse alle tecnologie e alle applicazioni militari sviluppate da Kiev nella guerra con la Russia… una partnership che dovrebbe prevedere forme di cooperazione con l’industria ucraina dei droni, … dove il gruppo italiano sta consolidando la joint venture LBA Systems con la turca Baykar… Leonardo testerà inoltre in Ucraina il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata e multi-dominio che sta sviluppando”. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e rimessa in campo”. Si noti, en passant, il linguaggio asettico con cui questi “operatori della difesa” parlano delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il drone? Quanta distruzione ha causato? Questi i test cui si riferisce l’AD sopra citato. Leonardo inoltre coopera con Brave 1, il polo statale ucraino che riunisce circa 2500 aziende e oltre 5.000 soluzioni tecnologiche, tra cui più di 500 produttori di droni, oltre 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e nell’intelligence dei segnali e più di 200 sviluppatori di prodotti basati sull’AI. Una cooperazione ad ampio raggio fra l’industria bellica italiana e quella ucraina, quest’ultima rapidamente diventata un vero e proprio hub della produzione di armamenti e dispositivi bellici a livello europeo, su cui il governo Zelensky punta per rilanciare l’economia di un paese ormai devastato. Da granaio di Europa e, per certi versi, del mondo, a grande fabbrica della morte per conto terzi. Da quanto abbiamo sommariamente ricostruito, è evidente che il vertice di Kiev di lunedì segna un’ulteriore escalation della guerra fra NATO e Russia sul suolo ucraino. RILANCIARE L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA REAZIONARIA TRA NATO E RUSSIA Ne escono confermate le tesi che abbiamo sostenuto fin dallo scoppio del conflitto, a partire da quella sopra richiamata: la guerra in Ucraina è una guerra reazionaria fra NATO e Russia, condotta da entrambi i fronti per finalità di dominio, che riapre la lotta per una nuova spartizione del mondo, a seguito della crisi dell’egemonia planetaria dell’”ordine occidentale”. Chi pensava che il conflitto si sarebbe risolto in una sorta di guerra-lampo, agendo come un fattore di riequilibrio dei rapporti interstatali, deve arrendersi di fronte all’evidenza. Esso dura da più di quattro anni e non accenna a finire, nonostante il terribile massacro di centinaia di migliaia di proletari ucraini e russi, le distruzioni e le indicibili sofferenze che ha prodotto. Ed è destinato a durare e aggravarsi, come confermano le decisioni della “Coalizione dei Volenterosi” e le minacce di ritorsioni della Russia, perché entrambi i fronti non possono accettare una sconfitta, che assumerebbe il carattere di una minaccia ai loro interessi strategici, una vera e propria minaccia esistenziale. La guerra in Ucraina ha rappresentato un giro di boa per il capitalismo mondiale, spostando in modo determinante lo scontro dal terreno economico a quello militare. Essa ha dato impulso ad una gigantesca corsa al riarmo e al militarismo in tutto il vecchio continente, rafforzando in modo esponenziale la tendenza verso un nuovo conflitto mondiale. Nei paesi dell’Unione Europea sono cresciuti enormemente gli stanziamenti per la guerra, sia nei bilanci di ogni singolo paese, sia con l’attivazione di linee di debito comune, superando nello spazio di un mattino “regole finanziarie” considerate intoccabili. Allo stesso tempo, si va imponendo la progressiva militarizzazione di tutta la vita sociale, con l’integrazione sempre più stretta fra esercito, propaganda bellica, scuola e università; si torna a battere sulla necessità di superare il carattere volontario dell’arruolamento e reintrodurre la coscrizione obbligatoria (come nelle misure preparatorie predisposte dal governo tedesco); si procede verso l’economia di guerra, con la riconversione in senso bellico di imprese civili e la riorganizzazione in tal senso delle stesse infrastrutture (potenziamento e finalizzazione al trasporto di armamento delle linee ferroviarie) ; si restringono ovunque i diritti democratici, con limitazioni crescenti del diritto di sciopero (di cui è esempio in Italia l’estensione della legge 146 alla logistica privata); si inasprisce la repressione contro i movimenti di lotta in tutti i settori, dalle proteste contro le cosiddette “grandi opere” ai movimenti per il diritto alla casa, dalle proteste contro il degrado ambientale a quelle di solidarietà con la resistenza palestinese e contro il genocidio a Gaza; si creano nuovi reati e si aumentano le pene allo scopo di pacificare preventivamente o con la forza il fronte interno in vista delle guerre in preparazione. Ovunque, le organizzazioni politiche di classe, i sindacati conflittuali, gli organismi sociali che promuovono lotte e mobilitazioni sono additati sempre più come i nemici interni, coloro che remano contro gli interessi nazionali, i “disfattisti” da isolare e perseguire. I partiti borghesi, di destra e di sinistra, alimentano la propaganda di guerra, in proprio e attraverso i mass media che controllano, giustificandola come una necessità ineludibile. Sul Corriere della Sera di martedì 25, per fare solo un esempio, troviamo un articolo a firma di Goffredo Buccini che lamenta la mancata determinazione dell’UE “nonostante la presenza dei Volenterosi e la preziosa spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina”. Non solo. L’articolista ridicolizza i sacrifici crescenti che la guerra impone (“tra i 50 e i 70 euro pro capite” appena…) e non esita ad affermare che “… scuole e ospedali diventano macerie se non vengono difese da forze armate credibili contro ogni aggressore.” L’articolo non manca di omaggiare Zelensky, “eroe che ha galvanizzato la resistenza contro l’invasore” e si conclude degnamente ricordando la repressione in Russia con la frase “Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”. Una propaganda incalzante, spudorata, costruita su catene di menzogne, nella quale si distingue anche il PD, deciso sostenitore della guerra fino in fondo alla Russia e, semmai, critico dell’understatement di Meloni. La guerra fra NATO e Russia, dunque, è una guerra contro i proletari ucraini, contro quelli russi e contro il proletariato di tutti i paesi. Se le classi dominanti mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per portare gli sfruttati a scannarsi l’un l’altro, per noi, per i rivoluzionari internazionalisti, la consegna è opposta: disfattismo da entrambi i lati del fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina e contro gli oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati. In tutte le situazioni, dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per affermare questo “principio”, ma per farlo valere in ogni nostra iniziativa, in ogni mobilitazione, per far sì che le lotte operaie, le proteste contro l’economia di guerra e i sacrifici che essa impone ai proletari, tutte le battaglie sociali e contro la militarizzazione, la corsa al riarmo, la repressione si intreccino strettamente a questo cardine strategico, contribuendo alla formazione di un campo internazionale degli sfruttati capace di opporsi agli schieramenti imperialisti che si fronteggiano. E questo è tanto più necessario in un momento in cui la guerra in Ucraina, a dispetto del suo incrudimento crescente, appare dimenticata, sia dalla massa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia negli stessi ambienti militanti. Nello stretto di Hormuz come a Kiev gli spazi di ricomposizione pacifica dei conflitti sono sempre più stretti. La marcia verso un nuovo conflitto mondiale, capace di ingoiare e distruggere la stessa civiltà umana, può essere fermata solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Questo è possibile solo con l’azione organizzata delle masse proletarie, contadine, sfruttate, che rappresentano la grande maggioranza della popolazione umana. Rilanciare la lotta contro la guerra in Ucraina in una prospettiva disfattista e internazionalista è parte integrante di questa azione.
Rompere le righe
Continua la lotta in difesa degli orti urbani a Livorno
A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo rifugio climatico è minacciato dalla speculazione. Da 14 anni l’area è occupata da un comitato di lavoratorx, cittadinx e residenti del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi vengano abbattuti per far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative sociali, incontri, momenti di dibattito. Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane è previsto lo sgombero.  In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere allo sgombero. Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città diventano luogo di auto-organizzazione. da Radio Blackout
Giorgio Rossetto di nuovo in carcere. Intervista all’avvocato La Macchia / Messaggi di solidarietà
Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto i Carabinieri di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino.  A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. Giorgio avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari. Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e una marcia No Tav del 2019. Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state aggravate dopo un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi. Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la detenzione nell’autunno di quest’anno. Ora arriva invece il ritorno alle Vallette dove si trovano tuttora anche i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere. «Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. “Perché la storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle.Giorgio libero subito. Liber tutt.** La scarcerazione dovrebbe avvenire il 27 settembre. Ne parliamo con Roberto La Macchia Co-Presidente dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici, avvocato a Torino si occupa anche delle vicende giudiziarie di Giorgio Rossetto da Radio Onda d’Urto Riceviamo e pubblichiamo volentieri: GIORGIO: UN COMPAGNO A CUI TENIAMO MOLTO Conosciamo Giorgio da oltre quarant’anni, da quegli anni ’80 in cui i movimenti organizzati di Torino erano stati azzerati dalla sconfitta operaia alla Fiat, dalla repressione e dall’eroina. Con pazienza, a Torino Giorgio aveva saputo ricostruire assieme ad altri compagni e compagne i primi collettivi autonomi. Da quegli anni ’80 siamo stati diretti testimoni della sua caparbietà nell’organizzare forme di opposizione sociali, nell’alimentare conflitti, §-Contro apertamente e radicalmente, sempre in dimensioni di massa. E in tutti questi anni, prima a Torino e poi in Val di Susa, decine di migliaia di persone hanno marciato al fianco di Giorgio per sfidare la devastazione dei territori e le ingiustizie. Ma l’idea che la società possa muoversi, organizzarsi e lottare con dinamiche collettive è incomprensibile e inaccettabile per magistratura, forze dell'”ordine” e media. La loro narrazione ha bisogno di un colpevole, un volto, un qualche “capo” di chissà quale fantomatica gerarchia, da marchiare come responsabile e da colpire in maniera esemplare. Processi, reclusioni, divieti, arresti domiciliari e sorveglianza speciale: l’accanimento giudiziario che da anni si è scatenato contro Giorgio non è solo un’ingiustizia contro un singolo, ma vuole essere un monito per tutte le persone che lottano per un mondo diverso, più equo e umano. Magistratura e forze dell’ordine hanno deciso che Giorgio, per via delle sue idee e del suo impegno, deve essere separato dalla società e privato di ogni possibilità di partecipare ai conflitti sociali. Questo è inaccettabile. CONTRO L’ENNESIMO ASSURDO ARRESTO DI GIORGIO, VOGLIAMO CHE SIA IMMEDIATAMENTE LIBERATO! SOLIDARIETÀ A GIORGIO! GIORGIO LIBERO SUBITO! TORINO ANNI ’80 FATTI NOSTRI / CICL. IN PROPR. / AGOSTO 2026
Data center: bolla o nuova rivoluzione industriale? Intervista al Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio
Centinaia di nuovi progetti di data center, ossia delle infrastrutture materiali dell’intelligenza artificiale e delle cloud di dati, sono stati recentemente presentati in Italia, che il Governo Meloni vorrebbe trasformare nel principale hub digitale del Mediterraneo. I data center necessitano di molta energia e le richieste di allaccio per data center al gestore della rete elettrica Terna ammontano a 90 GW, di cui circa metà nella sola Lombardia. Ci sono investimenti per svariati miliardi di euro da parte dei giganti della Big Tech e alcuni progetti sono stati dichiarati di interesse strategico nazionale con delibera del Consiglio dei ministri. Tuttavia, le comunità che vivono sui territori dove sono previsti gli insediamenti dei data center stanno esprimendo diverse criticità sull’impatto ambientale, energetico e sanitario di queste strutture. Negli USA i comitati sono riusciti attraverso petizioni, mobilitazioni e lotte a ottenere la sospensione di progetti di nuovi data center per un totale di 64 miliari di dollari. In Italia uno dei primi e più attivi comitati contro i data center è nato a Lacchiarella. Per approfondire questo tema, che non riguarda solo chi vive nei territori dove verranno costruiti i data center ma chiunque debba interfacciarsi con gli effetti dell’intelligenza artificiale, abbiamo intervistato Errico Duranti del Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio. Partiamo dall’attività del Comitato sul territorio, dato che si sta occupando dell’invasione dei data center in Lombardia e, in particolare, in quest’area, su cui vogliono realizzare due enormi progetti tra Lacchiarella e Zibido San Giacomo, vicino anche alla frazione Badile: due campus hyperscale. Uno è quello di APTO, che è quello con la procedura un po’ più avanzata, con un investimento di oltre 3 miliardi di euro; poi c’è un altro progetto di K2, che invece prevede un investimento di oltre 5 miliardi, di cui è stata dichiarata dal Governo l’importanza strategica nazionale, ma che è ancora in uno stadio preliminare. Si tratta, tanto per dare qualche numero, rispettivamente di 300 e 400 megawatt di potenza. Peraltro, qui, dove già c’è una stazione Terna, ne verrà costruita una nuova, sempre in quella zona, che adesso è coltivata a riso, denominata Lacchiarella Ovest. Ecco, ci puoi un po’ ricapitolare che cosa prevedono questi progetti e qual è l’impatto, dal punto di vista ambientale in primo luogo e, in secondo luogo, anche dal punto di vista sociale su questi territori, sulla base di quelle che sono un po’ le osservazioni che avete mosso, almeno nel caso di APTO? ERRICO: Allora, ricapitoliamo un attimo i progetti attorno a questo triangolo di terra, che è un triangolo di terra di circa un milione di metri quadrati, tra i territori di Zibido San Giacomo, Lacchiarella e, più in generale, quest’area del Sud Milano. Territori che già in passato dovevano essere adibiti a grossi poli produttivi, da cui poi è nato anche il progetto Girasole di Berlusconi a Lacchiarella; si parlava anche di interporti e di altre cose che poi non sono mai andate a buon fine. In quest’area non ci sono solo quei due progetti. C’è APTO, che è quello più avanzato, già in fase di valutazione di impatto ambientale e dal quale fondamentalmente è nata la battaglia del Comitato; poi, magari, spiego anche come è partita. Si è inserito poi il discorso di K2 Strategic, questa società di Singapore che ha messo sul piatto italiano — si parla di 20 miliardi di euro complessivi, ovviamente non tutti qui — e che in quest’area parla di circa 5 miliardi e mezzo di investimento. Sempre su quel territorio, e principalmente più che altro sul territorio di Lacchiarella, ci sono anche altri due ambiti di trasformazione con destinazione urbanistica nei quali sono previsti altri due data center. Attualmente la società che detiene i terreni è la famosa AF Green, l’ex Zust Ambrosetti, che era proprietaria anche dei terreni destinati ad APTO. Cos’è successo? Nel 2019, quando c’è stata la variante urbanistica del Comune di Lacchiarella, circa 500 mila metri quadrati hanno subito una trasformazione attraverso un piano attuativo proprio di Zust Ambrosetti. Era stato previsto un polo produttivo di carattere semi-industriale: non era una vera e propria logistica, ma assemblaggio e spedizione di merci, quindi non rientrava nella categoria della logistica, bensì in quella di polo produttivo. Tra l’altro, si parlava di circa 2.000-3.000 dipendenti. Per questo è stato fatto quello che tecnicamente si chiama PAUR, cioè un procedimento autorizzatorio unico regionale, nel quale viene fatta una valutazione ambientale, sociale e così via, perché si trattava di un polo di carattere regionale. Il procedimento ha avuto un esito positivo da parte della Regione. In contemporanea, la società APTO ha presentato un progetto sullo stesso terreno per realizzare un data center che, all’epoca, era considerato il data center più grande d’Italia. Attualmente lo è ancora, anche se non è detto che manterrà questo primato: domani potremmo perderlo. Cosa è successo? Praticamente, sullo stesso terreno ci sono due procedimenti amministrativi in corso: uno già approvato e uno che non è ancora approvato ed è in fase di valutazione presso il Ministero. Quindi, se dovesse saltare il data center, teoricamente dovrebbe partire questo polo industriale, sempre che ci sia ancora l’intenzione da parte di AF Green di realizzarlo, perché comunque stiamo parlando di cose previste nel 2019 e dal 2019 a oggi sono cambiate tante cose. Area di cantiere data center di Microsoft a Bornasco (PV) Detto questo, in questo ambito di trasformazione, che si chiamava H1-H2, solo una parte è quella dove è partito effettivamente il data center, che è l’H1B. Poi l’H1A e l’H2 restano comunque destinati ad altre attività produttive, ma anche lì sono previsti data center. La cosa interessante è che, subito dopo aver cominciato la battaglia, abbiamo scoperto questa famosa nuova stazione elettrica Lacchiarella Ovest di Terna, cosa che dal Comune non era mai emersa: l’amministrazione aveva tenuto tutto sotto banco. L’abbiamo scoperta fondamentalmente in un’assemblea pubblica organizzata dalla sindaca di Zibido San Giacomo, che l’ha esposta e che, almeno da questo punto di vista, ha pubblicato le informazioni, a differenza dell’amministrazione di Lacchiarella. Guardando bene questi documenti, si scopre che questa nuova stazione elettrica occuperebbe più o meno 100 mila metri quadrati e che sarebbe, fondamentalmente, una riproposizione della stazione elettrica esistente. Nella documentazione è scritto che servirebbe ad alimentare non solo il data center di Lacchiarella, ma anche altri data center, tra cui, ad esempio, quelli di Noviglio e Vellezzo Bellini. Tra questi c’è anche l’alimentazione di due data center di AF Green-Zust Ambrosetti, che quindi si presume siano sugli ambiti H1A e H2. Si presume, nel senso che la trasformazione urbanistica lo prevede e la stazione elettrica prevista lo prevede. Non esiste ancora un progetto vero e proprio, però, mettendo insieme i due elementi, è difficile pensare che quella stazione non serva anche alla loro alimentazione. Dopodiché veniamo a scoprire anche un altro progetto, che è il progetto Amazon, sempre a Zibido San Giacomo, appena fuori da questo triangolo di terreno. È un data center abbastanza piccolo rispetto agli altri, anche se sempre hyperscale, e ha avuto anch’esso un carattere strategico nazionale, assieme a quello di Rho. È stato uno dei primi per i quali il Ministero ha riconosciuto questo carattere strategico nazionale. Non ha però le grandezze di Lacchiarella. Non ricordo bene la potenza, ma parliamo di una potenza IT, cioè di potenza di calcolo, intorno ai 50-60 MW, mentre Lacchiarella arriva a quasi 200 MW di potenza IT. Poi, dentro la battaglia, scopriamo anche, sempre dall’amministrazione di Zibido, questo grosso progetto di K2 Strategic, che sorgerebbe fondamentalmente a 500 metri di distanza da quello di APTO. Anche lì non c’è ancora un vero progetto: adesso si parla di questa strategicità e di una determinata potenza. Abbiamo visto delle cartine fatte uscire dall’amministrazione di Zibido, nelle quali si identifica più o meno un territorio con un consumo di suolo simile, o forse qualcosa di più, rispetto a quello di Lacchiarella. Vedremo nei prossimi mesi quello che succederà. Nel frattempo scopriamo, sempre dall’amministrazione e da queste cartine, che è prevista anche una BESS, cioè uno stoccaggio di batterie al litio. Anche qua, nel silenzio più totale, sempre sul territorio di Lacchiarella, è stato approvato da parte del Ministero dell’Ambiente questo grosso progetto di BESS: si parla di 160 container di batterie al litio, praticamente a 100 metri dal data center. Nel progetto, ovviamente, non c’è scritto niente rispetto al data center. Però una BESS costruita in mezzo a questo complesso di data center difficilmente non può servire anche ai data center, anche perché le BESS sono molto funzionali alla modulazione dell’energia elettrica. Di sicuro non possono garantire un’autonomia significativa: io ho già fatto i calcoli e si parla di circa quattro ore, quindi è un’autonomia molto bassa. Però possono servire proprio alla modulazione della rete, quindi in caso di picchi, cali di tensione o piccole interruzioni da parte della stazione elettrica possono fornire un determinato supporto. Anche perché, fondamentalmente, tra tutti questi progetti stiamo parlando di una potenza intorno al gigawatt. Quindi di un vero e proprio comprensorio di data center che forse non ha eguali attualmente in Europa: quasi un milione di metri quadrati di territorio con questa grandissima potenza di un gigawatt. Parlandoci chiaro, è più o meno la potenza dell’ILVA di Taranto. Quindi è come se un’ILVA di Taranto, dal punto di vista della potenza elettrica, la mettessero qua. Però capite quella che è la potenza di un complesso del genere. Cantiere data center di Microsoft a Bornasco (PV) Ovviamente, gli impatti quali sono? Ci sono degli impatti che possiamo definire generali tra tutti i data center, che bene o male li accomunano, e poi ci sono degli impatti che dipendono caso per caso, dal territorio, dai vincoli, da come è strutturato, dalla geologia e così via. Partiamo da quelli che sono gli impatti più generali di un data center, che accomunano queste strutture a livello mondiale o comunque italiano. C’è innanzitutto l’impatto energetico, ovviamente, nel senso che stiamo parlando di strutture veramente energivore. Solo quello di Lacchiarella, quello di APTO, dovrebbe consumare più di 2 TWh all’anno, che corrispondono più o meno a quasi l’1% del fabbisogno energetico nazionale. Calcolate che, ovviamente, messi tutti assieme, hanno un impatto veramente importante. Io ho fatto una mappatura di quelli che sono attualmente in fase di valutazione di impatto ambientale: sono circa 30 progetti e, più o meno, si può stimare — perché non tutti danno dati precisi — il consumo effettivo sulla base della potenza installata e dei rapporti che accomunano un po’ tutti i progetti. Possiamo stimare un consumo energetico annuo complessivo nell’ordine di 15-16 TWh, che sono più o meno il 6-7% del fabbisogno nazionale. Ovviamente, però, stiamo parlando solo di 30 progetti: mancano tutti i nuovi progetti per i quali è partito solo adesso il nuovo iter e non ci sono ancora le istruttorie di valutazione di impatto ambientale, e mancano tutti quei progetti che sono già avviati e quelli che sono già in funzione. Stimare che il settore dei data center nei prossimi 5-10 anni possa arrivare a un consumo del 15% del fabbisogno elettrico nazionale non è quindi azzardato. Attualmente, mettendo insieme i progetti esistenti, quelli in funzione e quelli in valutazione di impatto ambientale, siamo più o meno intorno al 9%; se aggiungiamo tutti gli altri, che sono decine, potremmo arrivare tranquillamente a quella quota. Immagine uscita dall’assemblea pubblica a Zibido San Giacomo. È ovvio che questa questione pone diversi problemi. Per far funzionare questi impianti ho bisogno di molta elettricità: dove vado a produrre tutta questa elettricità? Sfatiamo il mito che le rinnovabili riescano da sole a supportare una domanda di questo tipo. Di sicuro una parte verrà fatta con le rinnovabili. Però bisogna capire realmente che cosa significa: se la rinnovabile vuol dire campi sterminati di pannelli fotovoltaici in Sicilia, in Sardegna o in altre zone d’Italia per alimentare i data center del Nord, io la chiamo — e l’ho chiamata anche in altre occasioni — una forma di sviluppo diseguale dell’Italia. Uso questo termine gramsciano, se vogliamo. I benefici dell’uso dell’energia elettrica li avrei al Nord, con i data center e con i benefici per le società proponenti, mentre i costi e gli impatti li avrei magari nel Mezzogiorno, in Sardegna, in Toscana o anche in altre zone del Nord, con queste distese di impianti fotovoltaici che hanno comunque degli impatti. Noi non siamo contrari agli impianti fotovoltaici. È una tecnologia che assolutamente deve essere utilizzata. Però il problema è che serve una reale pianificazione, basata sulle reali necessità, e questa pianificazione deve essere fatta a livello nazionale e tenendo conto delle comunità. In tutto questo discorso non c’è niente di tutto ciò. Qui sono multinazionali che arrivano dall’estero e fanno queste distese, non uso il termine “speculazione” perché è sbagliato, per puro profitto. Fondamentalmente si tratta di questo. E questo è un impatto. Dopodiché hai altri impatti, per esempio sulla rete elettrica. Per far funzionare una cosa del genere a livello nazionale hai bisogno di una rete adeguata. Terna questo se l’è posto negli ultimi due anni, proprio in relazione alle richieste di allaccio di tutti questi data center. Attualmente presso Terna sono depositate più di 500 richieste di allaccio per data center, di svariate grandezze, per una potenza richiesta complessiva intorno ai 90 GW. È una cosa inammissibile e improponibile, anche perché la potenza rinnovabile installata in Italia è di circa 73 GW. Questo non significa, ovviamente, che tutte queste richieste andranno a buon fine: probabilmente solo una parte dei progetti verrà realizzata. Però stiamo parlando comunque di quantità veramente importanti di richiesta di energia. Anche perché arriviamo da una situazione in Italia in cui il problema energetico è molto sentito e in cui già oggi importiamo energia dall’estero per soddisfare i nostri bisogni. Quindi significa che o produciamo nuova energia — ma non si sa come, in una situazione di mancanza totale di una strategia energetica nazionale seria e chiara — oppure importiamo energia da altre parti, senza sapere bene da dove. È ovvio che i proponenti dei data center spingono molto per il nucleare, dicendo che sarebbe l’unica soluzione. Io questo lo vedo come un pericolo, ovviamente non come un beneficio, essendo antinuclearista. Il problema è che anche qui bisogna sfatare un mito: per fare un piano nazionale nucleare, se dovesse andare a buon fine, passeranno 10-15 anni. Quindi, nei prossimi 10-15 anni, bisogna comunque dire dove andare a prendere l’energia richiesta. E soprattutto, se si parla di nucleare di nuova generazione, dei famosi SMR, quanti ce ne vorrebbero? Si parla di 100, addirittura 200 piccoli reattori per sostenere questa domanda. Sono cose folli, che non hanno senso in questo contesto. E poi, ovviamente, c’è il problema della rete. La rete ha bisogno di un ammodernamento. Qualche settimana fa ho fatto un lavoro su tutte le stazioni elettriche proposte da Terna per far funzionare i data center: in Lombardia si parla di circa 25 nuove stazioni elettriche. Vuol dire, di fatto, ricostruire totalmente una parte della rete dell’alta tensione. E questo avviene in una situazione in cui l’estate 2026 è stata considerata l’estate dei blackout in Italia: una rete di media e bassa tensione che non è stata in grado di reggere ai primi colpi del cambiamento climatico. Hai avuto una domanda crescente di energia elettrica per gli impianti di condizionamento, per riuscire a sopportare il raffrescamento delle case, perché è diventata una situazione invivibile. Hai avuto un collasso delle reti proprio perché c’era troppo calore. Questa cosa la puoi leggere nei comunicati di Unareti e di altre società della media tensione, che hanno parlato proprio di questo. E di fronte a questa situazione, in Italia si pensa ai data center, quando le necessità e le cose che servono sono ben altre. Ovviamente, poi, c’è un impatto sociale di tutto questo: il costo di questa domanda di energia elettrica, rispetto al quale si cerca sempre un po’ di sviare. I data center cercano di non rispondere a questa domanda. Sfatiamo un mito: a livello nazionale non esiste più il PUN, cioè il prezzo unico nazionale. Dal 2025 c’è il prezzo zonale. Vuol dire che, in base alla zona, paghi in relazione alla domanda e all’offerta. È una cosa molto semplice del mercato: se in una zona hai una fortissima domanda di energia elettrica, quell’energia elettrica la paghi di più. Quindi in Lombardia pagherai molto di più l’energia elettrica rispetto ad altre zone d’Italia. Sono macrozone — mi pare siano sette — e ovviamente nella nostra zona si pagherà molto di più, anche perché i data center sono concentrati soprattutto qui. Se stiamo parlando di una quota del 15% a livello nazionale, bene o male una parte molto significativa è concentrata qui. Quindi questo è un problema sociale. Noi diciamo che queste opere sono inflazionistiche a tutti gli effetti e che l’aumento dei costi verrà scaricato sulle bollette dei cittadini. Questa cosa ha creato anche qualche malumore all’interno degli stessi partiti della maggioranza. Ad esempio, leggevo di uno scontro all’interno della Lega proprio su questa questione: la Lega della Lombardia, che fondamentalmente ha spianato la strada a questi data center, chiede di spalmare a livello nazionale i costi e quindi di ritornare a un discorso di prezzo unico nazionale; mentre, per come veniva riportata la posizione della Lega in altre regioni, il ragionamento era sostanzialmente: sono problemi vostri, li avete voluti e quindi pagate di più. Vedremo cosa succederà nel prossimo periodo. Poi c’è il consumo di suolo. Stiamo parlando di grossi impianti. È vero che alcuni vengono fatti su aree dismesse, però molti, soprattutto quelli più grandi, vengono realizzati su aree che non sono dismesse. Su questo voglio spendere una parola rispetto alla nuova legge della Lombardia, che privilegia l’uso delle aree brownfield, quindi dismesse. Se invece si va sulle aree greenfield, cioè quelle vergini e non impermeabilizzate, che hanno un senso dal punto di vista del consumo di suolo, bisogna pagare il 100% in più degli oneri di urbanizzazione, o addirittura il 200% in più nei parchi e nelle zone protette. Questo per dire cosa? È ovvio che una multinazionale che viene in Italia e fa investimenti da miliardi di euro — perché anche un data center piccolo ha un costo che si aggira sui 500 milioni di euro, mentre i più grandi arrivano a diversi miliardi — può permettersi di spendere qualcosina in più, che per loro è una briciola, su terreni vergini, dove non ha bisogno di bonificare, di abbattere capannoni, di smaltire materiali e così via. Anzi, per loro è quasi un beneficio. Quindi questa previsione della legge, alla fine, rischia di essere una presa in giro: formalmente dici che vuoi privilegiare le aree dismesse, ma poi effettivamente quello che succede è ben altra cosa. Poi c’è il consumo di acqua. Anche qui facciamo un po’ di chiarezza. In Italia, tendenzialmente, si usano sistemi di raffreddamento ad aria. Si usa quindi l’aria esterna del capannone per raffreddare e, qualora l’aria superi una determinata temperatura, generalmente intorno ai 29 gradi, entrano in funzione dei gruppi frigoriferi con un sistema chiuso di circolo di acqua refrigerata. In un sistema di questo tipo non hai sostanzialmente un consumo significativo di acqua, se non per il riempimento dell’impianto e per il rabbocco. Quindi non stiamo parlando di grandi quantità di acqua utilizzata. Hai però un altro problema: un consumo energetico molto maggiore, perché questi impianti devono comunque funzionare a elettricità. Uno degli indici che lo determina è il PUE, che può essere intorno a 1,3-1,5. Vuol dire, semplificando, che se hai un data center da 300 megawatt, il consumo complessivo può arrivare a 450 megawatt, perché una parte dell’energia serve anche a raffreddare e alimentare l’infrastruttura. 166 richieste di Datacenter a Terna, per un totale di potenza elettrica installata di 44GW. Hai poi dei casi, che vediamo soprattutto con due compagnie che operano in Italia, Amazon e Microsoft, che usano un sistema misto aria-acqua. Non è il sistema completamente ad acqua utilizzato in alcuni casi negli Stati Uniti: qui hai un sistema ad aria nei periodi più freddi e, nei periodi più caldi, sopra i 29 gradi, un sistema a bulbo umido, per cui utilizzi acqua. Quindi quel consumo d’acqua ce l’hai soprattutto nel periodo estivo, con grossi quantitativi. Ad esempio, dagli studi relativi a progetti come Rho, Peschiera Borromeo, Zibido San Giacomo, quello di Amazon e altri, possiamo verificare che si parla di milioni di litri di acqua nel giro di tre mesi. E soprattutto questa cosa è stata fatta, a mio avviso, sulla base di studi molto sottovalutati: hanno utilizzato dati relativi ai periodi caldi del 2003, quindi non aggiornati rispetto alle temperature reali di oggi, e non c’è uno studio adeguato rispetto alla prospettiva di un ulteriore innalzamento delle temperature dovuto al cambiamento climatico. Quindi quella stima potrebbe essere molto sottodimensionata rispetto a un reale consumo effettivo che nei prossimi anni potrebbe anche essere molto più alto. Perché magari i 29 gradi non li hai più per tre mesi all’anno, ma per sei mesi. Poi c’è un altro problema, quello delle isole di calore. Quando abbiamo cominciato a inserirci nelle battaglie, siamo stati visti un po’ come dei complottisti, degli “ecoterroristi”, e ci hanno sempre negato questa questione. Poi sono usciti i primi studi a livello internazionale. Uno è quello di un professore-ricercatore dell’Università di Cambridge, Andrea Marinoni, che ha fatto uno studio molto interessante. È uno studio nel quale, fondamentalmente, è stata fatta una mappatura di una serie di data center e si è rilevato un aumento tendenziale della temperatura di circa due gradi, con punte di aumento, ovviamente per i data center molto grandi, anche di nove gradi nelle immediate vicinanze dell’impianto. Non parliamo ovviamente di nove gradi su dieci chilometri. Dopodiché ci sono stati anche altri studi internazionali: altri professori e scienziati hanno cominciato a studiare il fenomeno, in Uruguay, in Canada, negli Stati Uniti. Noi abbiamo avuto la fortuna che nel Comitato di Certosa c’è Sergio Manera, un fisico dell’Università di Pavia, che si è messo a disposizione per fare degli studi. È partito proprio da lì per cercare di calcolare realmente la cosa. Lui ha cominciato ad applicare lo studio a Certosa, però a Certosa non c’è ancora un vero progetto, quindi lo ha fatto fondamentalmente su Lacchiarella, perché lì il progetto è stato depositato presso il Ministero. Ha elaborato uno studio di una trentina di pagine. La cosa importante è che il Ministero, da quando noi abbiamo cominciato a parlare della questione e a produrre controstudi, ha fondamentalmente imposto, nelle varie integrazioni, la richiesta ai proponenti di realizzare studi specifici per dimostrare che non ci fosse nessun tipo di impatto legato alle isole di calore e alle ricadute sul suolo in termini di variazioni microclimatiche. Diciamo che molti proponenti hanno snobbato totalmente la richiesta del Ministero. Però ce n’è uno, in particolare, che non l’ha snobbata: è il caso di Siziano, in provincia di Pavia, dove per l’ampliamento MIL8-MIL7 del campus di Stack Infrastructure hanno fatto uno studio — non così articolato come quello di Manera — arrivando alla conclusione che ci sarebbe un aumento di due gradi di temperatura nel raggio di 400 metri. Ovviamente loro dicono: “Sì, ma alla fine l’aumento della temperatura ce l’abbiamo solo dove c’è il data center, quindi non c’è una ricaduta”. Stiamo comunque parlando di un data center molto piccolo rispetto ad altri. Ma questo studio conferma quello che noi abbiamo detto: è ovvio che se è piccolo l’isola di calore è minore; se è grosso, l’isola di calore è maggiore. Per i grossi impianti, per i campus e soprattutto per la vicinanza tra diversi data center, quindi per l’impatto cumulativo, la questione dell’isola di calore pone molti interrogativi e deve essere analizzata. Anche perché questo calore viene immesso nell’atmosfera e ha delle ricadute sia ambientali sia sanitarie. Data center campus Stack di Siziano (PV) Ambientali, perché oltre ad aumentare ulteriormente, rispetto al cambiamento climatico, la temperatura, hai comunque un problema: un aumento anche di uno o due gradi sui terreni agricoli comporta l’aumento di tutta una serie di parassiti che vanno a sconvolgere l’agricoltura. Faccio un esempio: diventano habitat favorevoli per la cocciniglia, per la cimice asiatica, per la Popillia japonica e altri parassiti che possono creare danni agricoli. E poi ci sono i problemi sanitari, perché diventano anche fattori di incubazione, ad esempio, per la zanzara tigre e per tutta una serie di malattie, come il West Nile. Quindi diventa quasi un fattore patogeno, se vogliamo vederlo così, oltre ovviamente al problema dell’aumento della temperatura in sé. Per assurdo, l’aumento della temperatura pone più problemi dal punto di vista agricolo nei periodi invernali che in quelli estivi, perché nei periodi invernali vai a rompere quello che è l’equilibrio dell’inversione termica. Questa cosa può comportare inverni più umidi e quindi problemi per l’agricoltura che hai sempre avuto qua, creando anche fattori di tropicalizzazione. È ovvio che, siccome tutti questi data center sono lungo la cintura dell’hinterland milanese e nord-pavese, questa cintura verde attorno alla metropoli diventa un problema. I due gradi in più che hai adesso a Milano, dovuti all’isola di calore antropica, riconosciuta e studiata, rischieresti di crearli anche in questa fascia verde, sconvolgendo tutto l’ambiente che abbiamo conosciuto. Quella differenza di due gradi tra Milano e l’hinterland potrebbe non esserci più. È un problema molto grosso. Trovare delle soluzioni è difficile. Si può pensare al teleriscaldamento, che potrebbe aiutare sotto certi aspetti, però non è detto che riesca a sopportare questi carichi termici che vengono buttati nell’aria. E soprattutto non è che tutta l’energia termica che disperdi riesca a essere immagazzinata: avresti comunque una dissipazione. Una soluzione diversa sarebbe piantare milioni di alberi per assorbire questo calore. Ma significherebbe destinare tutto il verde disponibile a bosco, e non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani: per fare un bosco servono decenni. Quindi questa questione dell’isola di calore è molto importante da tenere nella valutazione. Dopodiché ci sono altri problemi che dipendono caso per caso. Ci sono però problemi abbastanza comuni, che riguardano per esempio l’impatto che può avere l’opera sull’assetto urbanistico generale. Vado a piazzare il data center su un terreno e, guarda caso, quel terreno può trovarsi all’interno di una rete ecologica primaria o secondaria. Quindi vado a spezzare il reticolo ecologico stabilito dai piani urbanistici sovraordinati, che serve fondamentalmente alla fauna e alla flora. Vado a disgregare ancora di più un territorio che i piani urbanistici cercavano di consolidare dopo cinquant’anni di urbanizzazione selvaggia. Nel caso di Lacchiarella, il nuovo data center e la stazione elettrica sono sulla rete ecologica primaria. Quindi vado a ridurla, creando un corridoio molto più stretto, in una situazione che è già tragica. Poi ci sono gli impatti principalmente sul suolo e sulle falde. Lacchiarella è emblematica, ma è un problema che riguarda un po’ tutta la Lombardia, per la sua conformazione geologica: abbiamo falde molto alte, in certi casi addirittura subaffioranti, e zone di risorgiva. Ci sono quindi data center costruiti in zone di risorgiva: Lacchiarella, Peschiera Borromeo, Zibido, Rozzano, Siziano. Cosa comporta? Da un lato crei cementificazione; dall’altro hai gli stoccaggi di gasolio per i generatori di emergenza e sistemi o materiali che possono provocare danni. Penso ai sistemi UPS, alle batterie al litio che, in caso di incendio, possono avere ricadute al suolo e quindi sulla falda. Poi fai delle fondazioni con i famosi micropali, che comunque vanno a incidere sulla falda superficiale. Tutta questa cosa sulla falda è un problema. Lacchiarella è stata un oggetto importante delle nostre osservazioni proprio perché ricade in area Seveso e, inizialmente, non se ne erano accorti. Il territorio è inoltre caratterizzato da una falda vulnerabile, altamente vulnerabile. Lo stesso caso lo stiamo vedendo a Rozzano, nel Polo Strategico Nazionale. Poi c’è la vicinanza alle abitazioni. Hai data center, per esempio a Peschiera, praticamente in mezzo alle case. E poi c’è l’assetto paesaggistico. Prendo sempre il caso di Lacchiarella: ci sono cascine considerate storiche dal punto di vista del Piano Territoriale Regionale, che dovrebbero essere valorizzate come patrimonio culturale, con dentro anche chiese antiche, addirittura dell’XI secolo, che vengono inglobate all’interno di questi data center. Capisci che non c’è più un paesaggio inteso come qualcosa che dovrebbe essere sviluppato anche da un punto di vista culturale. Ci sono situazioni limite che, secondo me, non hanno nessun senso. E questo dimostra come, fino all’intervento dei comitati, che hanno cominciato a porre tutta una serie di questioni, ci siano state valutazioni da parte del Ministero, degli enti e della Regione di una superficialità e di una banalità che non hanno senso. Ci sono, ad esempio, data center approvati in piene fasce di rischio idrogeologico, come il caso di Segrate, con una struttura che dovrebbe essere considerata strategica ma che viene realizzata in piena area di rischio. Oppure il caso di Peschiera, e anche Siziano, dove la fascia di rispetto del pozzo dell’acquedotto comprende una parte del data center. Una fascia di rispetto non viene messa lì a caso. In quelle fasce devi rispettare determinate prescrizioni. Non stiamo dicendo che dentro una fascia di rispetto non si possa costruire un’abitazione o un’azienda; ma costruire un’azienda con migliaia di metri cubi, migliaia di litri di gasolio, sistemi UPS e così via è una cosa differente. Da questo punto di vista, urbanisticamente e paesaggisticamente, ci sono anche le altezze. Sembra una stronzata, ma generalmente i data center sono impianti che variano tra i 20 e i 25 metri. In questi territori sono quasi come le torri dei campanili. Quindi che impatto visivo hanno? Vai a scardinare quello che è il paesaggio classico riconosciuto. Penso, per esempio, al data center di Peschiera, in piena fascia di rispetto dell’aeroporto di Linate, dove dovresti avere determinate altezze e invece devi costruire il data center. La follia è totale. Da questo punto di vista c’è una mancanza di comprensione della pianificazione urbanistica. Fino ad arrivare a casi eclatanti. A Lacchiarella c’è il deposito Sigemi, un’azienda a rischio di incidente rilevante, dove vengono stoccate grosse quantità di carburanti, e viene falsificata la distanza: viene indicata come superiore a 2,5 chilometri quando in realtà è di 1,4 chilometri. La normativa di Città Metropolitana impone almeno due chilometri di distanza dall’azienda a rischio di incidente rilevante. E poi ci sono gli oleodotti, che passano e che vengono trascurati. Anche qui: il caso di Lacchiarella, il caso di Magenta. Capisco che gli oleodotti possano essere informazioni riservate, ma ci sono comunque elementi che devono essere considerati nella valutazione. Poi c’è l’impatto sanitario. È un tema che spazia su tanti aspetti. Innanzitutto, quello che stiamo notando è che, indipendentemente dal nostro intervento come comitati, l’Istituto Superiore di Sanità è l’unico ente che fin da subito ha cominciato a mettere i puntini sulle “i”. Lo dico indipendentemente da noi, perché certi pareri dell’ISS e certe richieste sono molto precedenti rispetto alle prime nostre osservazioni o alla battaglia che abbiamo iniziato. Questo va riconosciuto a un istituto composto da scienziati. Hanno cominciato a porre tutta una serie di problemi, richiedendo integrazioni ai proponenti con studi specifici e, addirittura, in certi casi dicendo che gli studi presentati non andavano bene e chiedendone altri. Ci sono fondamentalmente tre filoni su cui lavora l’Istituto Superiore di Sanità. Il primo è l’impatto acustico. Tante volte su questi impianti non viene fatto un serio ragionamento sull’impatto acustico, soprattutto dove sono vicini alle abitazioni, perché si rischia di sforare i limiti. E c’è anche un problema di caratterizzazione urbanistica, quindi della famosa zonizzazione acustica del PGT. Neanche Lacchiarella, per esempio, rispetta la zonizzazione acustica. Poi c’è l’impatto sulle acque, con tutta una serie di richieste di approfondimento e analisi sul consumo delle acque, sull’impatto sulle acque, sugli scarichi, sulla caratterizzazione dell’acquifero presente e sulla presenza eventuale di inquinanti. E poi c’è il tema delle emissioni dei generatori di emergenza. Su questi generatori si dice: “Sono generatori di emergenza, quindi non c’è nessun tipo di impatto perché funzionano solo in caso di emergenza”. Ma quando avviene l’emergenza? Il problema è che quando fai una valutazione di impatto ambientale non devi ragionare dicendo “chissà quando avverrà l’emergenza”. Se avviene, devi porti il problema di quale impatto avrà. La VIA è fondamentalmente un’analisi costi-benefici. Quindi questa cosa devi calcolarla nei costi e devi valutarla. Devi calcolare sulla base di un massimo credibile di quella che può essere l’emergenza. Chi determina il massimo credibile? Tendenzialmente si parla di 24 ore di emergenza. Quindi devi considerare un’emergenza di 24 ore. Gli standard internazionali per la costruzione dei data center, le famose ISO, parlano addirittura di 72 ore di emergenza: non 24, ma tre giorni, in caso di blackout. Tanto che, per assurdo, il deposito di combustibile dovrebbe garantire almeno 48-72 ore. Se tu mi metti un deposito di combustibile di una determinata dimensione, vuol dire che valuti la possibilità che si sviluppi un’emergenza di quella durata. Quindi devi calcolare l’impatto di 48-72 ore di funzionamento continuo di questi generatori, che devono essere in grado di supportare il fabbisogno energetico dei data center. Sono grossi generatori, con motori enormi, quasi come quelli di una nave. Generalmente sono da circa 2,4 MW ciascuno. Solo APTO ne avrebbe 160. A livello lombardo, considerando i progetti attualmente in valutazione di impatto ambientale, stiamo parlando di circa 1.500-1.600 generatori di emergenza. Non so se ci rendiamo conto del numero. Se dovesse esserci un blackout generale di 24 ore in Lombardia, stiamo parlando di 1.600 grandi generatori che si mettono in funzione attorno a Milano. In quelle 24 ore, di cosa stiamo parlando? Infatti il problema qual è? L’Istituto Superiore di Sanità, giustamente, dice: non dovete spalmarci le emissioni di un anno. Perché, ovviamente, se spalmi le emissioni di quelle 24 ore sull’intero anno, diventano quantità apparentemente ridicole. Il problema è la fase acuta. Se dovesse esserci un’emergenza di 24 ore, cosa succede in quelle 24 ore dal punto di vista sanitario, sull’apparato respiratorio, sull’apparato cardiovascolare? Stiamo parlando di impianti che producono CO₂, ossidi di azoto, PM10, PM2,5, ammoniaca, monossido di carbonio e altri inquinanti. Quando l’Istituto Superiore di Sanità ha cominciato a fare questa richiesta, i proponenti hanno cercato di fare le loro controdeduzioni, ma in tutti i casi non riescono a rispettare i limiti dell’indice che viene valutato sulla base delle linee guida. Li superano. Prendiamo il caso di Siziano, l’ultimo che ho analizzato e sul quale abbiamo presentato delle osservazioni. Il proponente ha ribattuto alle richieste dell’Istituto Superiore di Sanità. Abbiamo fatto le nostre osservazioni, firmate anche da Federica Brenta, dottoressa dell’Istituto dei Tumori di Milano e membro del Comitato di Certosa. Nel progetto vengono mappati i recettori, cioè la popolazione potenzialmente esposta. Sono state mappate circa 12.000 persone nei comuni di Pieve Emanuele, Locate di Triulzi, Siziano e Lacchiarella. E praticamente questi recettori sono tutti fuori limite. Quindi, se dovesse partire l’emergenza a Siziano, avrebbe un impatto sulla salute della popolazione di tutta la zona, non solo di Siziano. Però viene calcolato solo Siziano: Lacchiarella, Bornasco e gli altri comuni non vengono considerati. A Siziano stiamo parlando di 81 generatori; a Lacchiarella APTO arriverà a 160 e K2 a 200, a seconda della potenza; Zibido ne avrebbe altri. E se dovesse esserci un blackout, nel raggio di dieci chilometri potresti avere centinaia di generatori che partono contemporaneamente. E poi c’è un altro problema: già durante le prove di manutenzione, che vengono effettuate periodicamente, hai emissioni importanti. Immaginiamo cosa possa succedere in una situazione di emergenza. E loro dicono: “Eh, ma questa cosa c’è perché la qualità dell’aria è già pessima”. Il problema è proprio che, se la qualità dell’aria è già pessima, il tuo contributo va a peggiorarla. La nuova normativa europea sulla qualità dell’aria dice che, se sei già in una situazione critica come la Lombardia, dove ci sono procedure di infrazione comunitarie sulla qualità dell’aria, non dovresti aggiungere nuove emissioni. Oppure, se vuoi farlo, devi trovare una tecnologia e un modo per fare in modo che non ci sia un ulteriore contributo. Ovviamente questa cosa non riesci a farla. Molti mettono gli SCR, le marmitte catalitiche che abbattono gli ossidi di azoto, ma, per esempio, non abbattono il PM10 o il PM2,5. E in certi progetti leggi che questi sistemi di abbattimento, per andare a pieno regime, hanno bisogno di venti minuti di funzionamento. Vuol dire che allora tutta la fase manutentiva, prima ancora che parta l’emergenza, diventa già problematica. Ci sono anche contraddizioni tra i diversi progetti: alcuni dicono una cosa, altri un’altra. Sembra quasi una presa per il culo generale. Però il problema sanitario rimane. Poi c’è anche la strafottenza. Penso al caso del data center Data4, questo grosso campus vicino a Settimo Milanese, nel quale l’Istituto Superiore di Sanità ha detto chiaramente: “Sulla base dei vostri studi non possiamo darvi il parere favorevole. Quindi dovete produrre ulteriori studi e dimostrarci il contrario; altrimenti il parere non viene dato”. E il parere è vincolante, a meno che non arrivi una deroga ministeriale. E questa cosa cosa significa? Che praticamente si può arrivare a dire: “Va bene, allora saremo noi i primi a sforare per un giorno”. Come se il problema fosse semplicemente quanti giorni all’anno puoi sforare. È una cosa emblematica della strafottenza di questi soggetti. Serata informativa Poi c’è il caso di Rozzano, Polo Strategico Nazionale. Generalmente, per legge, una valutazione di impatto sanitario è obbligatoria per gli impianti superiori a 300 MW di potenza termica dei generatori di emergenza. Quindi non tutti i data center rientrano automaticamente in questa casistica. Rozzano non rientrerebbe, perché è sotto i 300 MW — 240 o 260, non ricordo il dato esatto. Quindi, in teoria, non dovrebbe essere obbligatorio fare la VIS. Però il Ministero ha detto: vista la complessità della situazione, vista la vicinanza con altri impianti e così via, vi chiedo comunque di fare una valutazione di impatto sanitario. E ha richiesto queste cose. Allora, finché potevano dire che andava tutto bene, l’hanno fatta. Quando hanno dovuto entrare nello specifico degli impatti acuti, hanno detto: “Ma noi non siamo obbligati a fare la valutazione di impatto sanitario”. Ma se te la impone il Ministero, che cazzo significa? La strafottenza della multinazionale rimane. Siamo al paradosso, all’assurdo. E su questo bisognerebbe veramente aprire un capitolo rispetto a quello che io ho categorizzato, dal punto di vista legislativo, come uno stato di eccezione. Cioè, la legge mi sta stretta? C’è una legge, ma siccome mi sta stretta, la sospendo e faccio come voglio perché ho una necessità che me lo chiede. È un po’ quello che, da un punto di vista filosofico, viene affrontato da Agamben con il concetto di stato di eccezione. Io uso questo termine da tanto tempo, da quando faccio queste battaglie. Lo vedo un po’ come una forma di bonapartismo. Non voglio dire fascismo, perché bisogna caratterizzare le cose in modo differente. Però è il meccanismo per cui la legge mi sta stretta e, siccome in questo momento ho una necessità, faccio un decreto d’urgenza, faccio questo, faccio quello. L’ambito ambientale è molto utilizzato in questa logica e si sposa molto bene con quello che sta succedendo con i data center e, più in generale, con le Big Tech. Per le Big Tech tutto è possibile. Visto che hai toccato adesso tutto il discorso delle Big Tech, vorrei affrontare altre due questioni. In diverse iniziative sui data center i cittadini pongono la domanda: “Ma come mai li stanno facendo tutti qua?”Avevo letto alcuni tuoi interventi e poi mi ero andato a guardare le mappe. Perché questi data center vengono localizzati lungo determinati corridoi, lungo le fibre internazionali (BlueMed, 2Africa, ecc), e ci sono investimenti enormi. Anche il capitale italiano si è messo dentro questo processo. In altri contesti hai parlato di neocolonialismo al riguardo, e quindi ti chiedo di approfondire questo tema. Poi c’è il tema bolla AI o rivoluzione industriale. Da un lato abbiamo le prime otto aziende per capitalizzazione a livello mondiale, attorno alle quali verosimilmente c’è anche una bolla. Però tutta questa finanza che si riversa nelle cosiddette “otto sorelle” deve poi avere uno sbocco. Come direbbe Marx, serve un modo per rinviare al futuro la crisi. Questo sbocco si traduce poi in investimenti materiali: cavidotti, data center, infrastrutture, con un’aspettativa rispetto a quella che potrebbe essere la ricaduta, soprattutto per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, per questi capitali che vogliono valorizzarsi, e non è detto che si valorizzino. Attorno a questo tema abbiamo due ipotesi molto diverse: chi vede tutto questo semplicemente come l’ennesima bolla, come poteva essere la dot-com, e chi invece vede in questo una nuova rivoluzione industriale, che si pone obiettivi precisi in termini di valorizzazione del capitale e di riduzione del potere della classe lavoratrice, con tagli, sostituzione di posti di lavoro e così via. Dentro a tutto questo ci sono tutti questi progetti, che si stanno anche realizzando, ma che sono tendenzialmente lasciati alla più piena libertà del grande capitale internazionale. E da quella sfera, dalla sovracapitalizzazione di queste aziende, arrivano poi le ricadute che abbiamo sui nostri territori, sui nostri posti di lavoro e su tantissimi altri elementi. C’è anche tutto un discorso di riorientamento del capitale locale. Tutta questa fetta di capitalismo lombardo cerca, e cercherà, di reinserirsi in questo discorso. Lo ha fatto in passato con la logistica e questa cosa può essere molto profittevole per una parte di loro, soprattutto attraverso la compravendita dei terreni, ma anche per gli studi di progettazione, gli studi legali che seguono queste operazioni e così via. Perché poi, fondamentalmente, l’indotto che utilizza una grossa compagnia, che può essere Microsoft o un fondo di investimento, va a utilizzare soggetti locali. Dopodiché, in termini molto concreti, questo genere di nuova industria non è una manifattura vera e propria. Una volta realizzato l’impianto, tutta la componentistica, l’infrastruttura, i cavi e così via arrivano da altrove. Quindi cosa offre la Lombardia? Fondamentalmente offre il territorio. E allora sembra un po’ questa la logica: svendiamo il più possibile e arricchiamoci, chi si è visto si è visto. Bolla o non bolla. Io personalmente, fin dall’inizio, non ho creduto a una bolla speculativa finanziaria, almeno nel senso classico. Per senso classico parlo di una bolla tipo 2008. Rispetto a una bolla tipo dot-com non la escludo, ma questo non va a inficiare il discorso: una bolla tipo dot-com può comunque creare realmente le basi per una nuova rivoluzione industriale. Se noi vogliamo vedere la storia del capitalismo, la ferrovia stessa fu accompagnata da una bolla speculativa. E, essendo io marxista, il fatto dell’accorpamento del capitale va nella stessa direzione: capitali che si accorpano sempre più in trust, oligopoli, grosse strutture industriali e finanziarie. Nel senso che, se è vero che oggi vediamo startup e tutte queste cose, domani, in caso di una bolla stile dot-com, è molto possibile che molte di queste siano costrette a saltare. Ma il problema fondamentale è un altro: il grado di investimento di capitale reale che le Big Tech stanno mettendo in questo piano di carattere mondiale non può essere visto semplicemente come una bolla speculativa. Stanno investendo nel futuro su tre questioni fondamentali. La prima è lo scontro mondiale con la Cina per il predominio mondiale. La seconda è lo scontro militare, quindi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale anche da un punto di vista securitario e militare. La terza è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare la produttività del lavoro in senso classico. E, per aumentare la produttività del lavoro, in questo caso hai bisogno di sostituire una parte del capitale umano con un nuovo tipo di capitale: algoritmi, robot e umanoidi. In questo scontro mondiale con la Cina ci sono delle differenze enormi tra quello che è il modello dell’intelligenza artificiale del blocco occidentale — fondamentalmente gli Stati Uniti, perché l’Europa in questo discorso conta molto poco — e quello cinese. Il modello occidentale ha bisogno di grossissime infrastrutture, soprattutto per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa: ha bisogno di enormi spazi tecnici dove mettere i dati, elaborarli, addestrare i modelli e quindi ha bisogno di data center sempre più grandi e potenti. La Cina invece non ha bisogno della stessa quantità di infrastrutture. Ha già dimostrato in un paio di occasioni di essere in grado di sviluppare modelli di intelligenza artificiale simili a quelli occidentali, se non superiori in termini di efficienza, utilizzando meno risorse e meno spazio. Lo puoi vedere anche semplicemente guardando quanti data center ci sono nel blocco occidentale e quanti ce ne sono in Cina. In Cina hai un numero di data center inferiore rispetto alla Germania, per non parlare degli Stati Uniti. Eppure, in termini di brevetti, la Cina ha superato gli Stati Uniti. Questo deriva anche da un modello economico differente, che non è comunista ma che possiamo definire, semplificando, capitalismo di Stato. Riescono a fare cose con meno soldi, con meno risorse, ma anche con una maggiore libertà di invenzione e brevettazione, e questo permette loro di sviluppare modelli di intelligenza artificiale che sono una spina nel fianco degli Stati Uniti. C’è anche questo grosso corridoio tra Stati Uniti, Europa, Francia, Italia, Israele, Paesi arabi, India, Singapore e Silicon Valley, con tutta una serie di cavidotti, fibre ottiche, hub digitali e data center per il calcolo. In Cina di tutto questo hanno molto meno bisogno. L’Occidente lo fa anche per cercare di bloccare, dal punto di vista infrastrutturale e digitale, la famosa Via della Seta cinese. Ci riusciranno? Non lo so. Il problema fondamentale, secondo me, è che da un lato hai l’Occidente che sta facendo investimenti faraonici in termini di denaro, che producono debito privato e debito pubblico, per cercare di vincere questa battaglia contro la Cina. La Cina usa molti meno soldi, ma riesce a stare al passo. Chi la vincerà? Non ho la sfera di cristallo. Però, in termini di produttività del lavoro, quello che vedi, per esempio sul terreno dell’automazione e dei robot umanoidi, è roba in Cina che in Occidente ce la sogniamo. Io parto da un presupposto abbastanza marxista: la vittoria reale in uno scontro imperialista può arrivare attraverso la guerra oppure dal punto di vista economico, attraverso la capacità di ricavare plusvalore. Se perdi la battaglia sulla produttività del lavoro, la Cina può tranquillamente vincere. Non escludo che nel prossimo periodo l’Occidente possa sviluppare un piano per l’automazione e per i robot umanoidi che riesca a superare la Cina. Per ora non è così. E c’è un altro problema: la Cina, in questa battaglia, zitta zitta, negli anni passati si è preparata. Gli Stati Uniti e l’Occidente, per il profitto facile, non si sono accorti che la Cina si stava preparando. Tu hai le terre rare e i minerali critici che sono fondamentalmente in mano alla Cina. E quindi hai un Occidente che deve partire in rincorsa per poter agganciare la Cina sul piano delle terre rare e dei minerali critici, che sono totalmente fondamentali per questo tipo di sviluppo della nuova rivoluzione industriale. Riuscirà a farlo? Non lo so. Non è così semplice riuscirci nel giro di poco tempo. E soprattutto qual è il livello dello scontro commerciale e anche militare che devi raggiungere a livello mondiale per andare a riprenderti pezzi di territorio dove ci sono determinati minerali? Gli Stati Uniti, con Trump, ci stanno provando, però Trump deve fare i conti anche con il proprio ambiente interno e con quello che tutto questo sta comportando. È ovvio che in questo contesto hai nuove forme di colonialismo. In senso classico le puoi vedere nelle zone soggette allo sfruttamento delle risorse, nelle miniere e così via. Ma, dall’altro punto di vista, hai le zone di passaggio attraverso le quali viene creata questa nuova infrastruttura digitale. E l’Italia è parte di questo. Le risorse dell’Italia — e tra le risorse metto anche le risorse umane, quindi la sanità, per esempio — sono dentro una logica del tutto coloniale. I governi nazionali, non tutti ma sicuramente quello italiano, spianano la strada a questi grandissimi investimenti statunitensi nel nome del futuro, della digitalizzazione e così via, senza realmente rendersi conto di quello che c’è dietro. Non dico che nessuno se ne renda conto: probabilmente molti politici lo capiscono. Hai avuto un piano nazionale per attirare capitali esteri americani, fatto nel 2024, che è riuscito a portare in Italia investimenti molto importanti in cambio di risorse dell’Italia. Ma, dall’altro lato, non sei stato in grado di sviluppare un minimo discorso sulla strategicità della digitalizzazione reale per l’Italia. E questo lo vedi nelle valutazioni di impatto ambientale. Ci sono 30 progetti in valutazione di impatto ambientale. Di questi, solo due sono destinati allo sviluppo e all’ampliamento del Polo Strategico Nazionale. Ti do un altro dato: sui famosi 1.500 generatori, solo una trentina sono legati a questo potenziamento. Da un lato hai gli investimenti delle multinazionali in Italia, di una determinata portata; dall’altro, per quello che hai già in Italia — i dati della pubblica amministrazione, la difesa, la sanità — non hai neanche un decimo di questo livello di investimento. Che strategia c’è in tutto questo? Non voglio fare un discorso sovranista, non voglio arrivare proprio a quel termine. Ma voglio farti capire perché possiamo parlare di nuove forme di colonizzazione in Italia. Ed è ovvio che su questo andrebbe aperto un discorso enorme, che anche come comitati stiamo affrontando. Nessuno nega la necessità della digitalizzazione e dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per una serie di usi importanti. Penso, per esempio, alla sanità. Se può realmente servire al beneficio della collettività, va bene. Ma esiste un piano nazionale per valutare tutto questo? No. Non c’è un piano nazionale che dica: in Italia abbiamo bisogno di un determinato numero di data center, di una determinata potenza di calcolo complessiva, perché ci serve per determinate funzioni utili alla collettività. Una volta stabilito questo, valuti dove farli, come farli e quali sono gli impatti sul territorio. Non c’è niente di tutto questo. E comunque, se vuoi costruire realmente, perché il mondo va verso la direzione di questa nuova rivoluzione industriale — e io non lo nego — devi farlo nella chiave del bene della collettività. Noi, come comitati, non siamo luddisti. Non stiamo dicendo: “Vogliamo rimanere come siamo e non vogliamo cambiare”. Se la situazione tra dieci anni sarà totalmente differente, rimanere fermi significherebbe rimanere indietro. Non è questo che stiamo dicendo. Vogliamo farlo realmente, ma attraverso una discussione seria con i territori e con le collettività. Noi, in questo momento, non stiamo dicendo “no” a questa cosa in sé. Stiamo dicendo che vogliamo discuterne e vogliamo essere protagonisti di questo cambiamento. Anche perché poi, in termini concreti, c’è l’impatto sul posto di lavoro. L’intelligenza artificiale provocherà licenziamenti. Non dico necessariamente licenziamenti di massa, ma basta guardare i primi dati: ci sono già decine di vertenze in Italia, di aziende che lasciano a casa lavoratori per sostituirli con gli algoritmi. Questa cosa devi affrontarla da un punto di vista sociale. Cosa facciamo? Lasciamo a casa i lavoratori e basta? Bisogna trovare nuove forme di risposta. Innanzitutto penso che i movimenti debbano arrivare a nuove forme di programma. Per esempio, una scala mobile dell’orario di lavoro, non del salario. Non ti sto dicendo semplicemente le 35 ore di Bertinotti o di altri passaggi storici: bisogna effettivamente trovare nuove forme che sappiano affrontare questo discorso. Perché qual è il problema? Se l’intelligenza artificiale ci renderà progressivamente tutti più poveri, se saremo milioni di disoccupati, cosa faremo? Ci daranno il reddito di povertà? Perché l’unica soluzione possibile sarebbe quella. Io non voglio il reddito di povertà. E quindi, per tornare a questo discorso, è una questione veramente ampia. Anche noi, come comitati, la stiamo affrontando non solo dal punto di vista ambientale, urbanistico e così via. Abbiamo una visione più ampia e ci rendiamo conto che il problema è molto più grande. E dentro questo discorso c’è anche la questione della localizzazione dei data center. I proponenti mi dicono che li vogliono mettere dove ci sono le fibre. In tutti i convegni in cui sono andato a parlare, i proponenti dei data center mi danno ragione su questo punto. Ovviamente poi hanno una prospettiva differente e danno a questa cosa un significato diverso. Ma è vero: vengono posizionati lungo le fibre ottiche. E questo è il futuro, secondo loro. Noi abbiamo un’altra visione e un altro modello di società, almeno io ce l’ho, però il problema è capire cosa sta succedendo all’interno dei movimenti e dei comitati che nascono sui territori. Perché sono le condizioni materiali che ti portano anche a determinate conclusioni, comprese quelle politiche. Se nessuno dice niente e nessuno fa niente, tutto passa in sordina. E tra dieci anni ci troveremo con decine di data center, energia costosa, povertà e territori devastati, costretti magari all’emigrazione. Allora, visto che l’hai toccato, veniamo un po’ ai comitati. Perché la novità positiva è che, invece, quello che sembra è che non stia passando tutto in sordina. Negli ultimi mesi, in particolare, c’è un’attenzione sempre crescente e, per certi versi, non è soltanto la costruzione di questi impianti a essere contestata. Ci sono percorsi simili in altri Paesi, come gli Stati Uniti e l’Irlanda, dove la costruzione dei data center è stata ed è tuttora contestata dalle comunità. E forse questa è un po’ la domanda sui movimenti che, trasversalmente rispetto alla società, non siano solamente legati alla localizzazione di questi progetti, ma che sulla base delle riflessioni che stavamo facendo poco fa si oppongano e cerchino di costruire anche delle reti. Mi sembra che un po’ la direzione sia questa: si sta costruendo un manifesto, quindi c’è già una forma di coordinamento. Prima di chiederti di parlare del manifesto e delle prossime iniziative, mi interessava capire anche quali sono le soggettività che si sono attivate dentro questi comitati. Perché già sapevo che ci sono persone che provengono da percorsi ambientalisti, persone che hanno fatto parte di comitati che sul proprio territorio hanno contrastato centri commerciali, logistiche, altri progetti urbanistici e di devastazione del territorio. E ci sono anche figure che portano competenze tecniche specifiche. Quindi, innanzitutto, che tipo di composizione c’è dentro i comitati in questa fase? E poi dove si sta cercando di andare, in che direzione e con quali ipotesi? Prima di rispondere a questa domanda, voglio fare un piccolo passaggio su una cosa che mi ero dimenticato nel discorso di prima e che collego qua. Secondo me tutto questo sta spingendo molte persone a riprendere una determinata coscienza di sé. In tutto questo processo di colonizzazione, o neocolonizzazione — usiamo il termine che vogliamo — vediamo anche nuove forme di stato di eccezione. E qui voglio essere chiaro: ci si rende conto che il modello che le Big Tech occidentali vogliono imporre sono nuove forme politiche, del tutto nuove, che vanno anche a scardinare quella che abbiamo conosciuto come democrazia borghese. Lo vedi nelle analisi economiche e negli stessi ideatori di questo progetto a livello mondiale. Si vuole fondamentalmente imporre un nuovo ordine mondiale basato sulla tecnologia e sull’intelligenza artificiale, che può avere ricadute anche in termini securitari e di controllo sociale. E questo si accompagna anche a determinate forme e teorie economiche che sono sempre state marginali all’interno della stessa dottrina capitalistica. Mi riferisco a personaggi come Alexander Karp, di Palantir, ma non solo. Hanno lanciato manifesti e riflessioni, quasi filosofiche, su quello che dovrebbe essere il mondo del futuro con l’intelligenza artificiale. Alexander Karp ha parlato di una “nuova Repubblica tecnologica”. E questi discorsi si rifanno anche a quella scuola di pensiero che va molto di moda negli Stati Uniti, cioè l’anarcocapitalismo, con personaggi come Murray Rothbard e altri legati alla scuola economica austriaca. L’idea è che lo Stato debba stare fuori, che tutto debba essere privato, fino ad arrivare a ipotizzare addirittura città-Stato private. Sono discorsi molto ampi, che magari vedremo in futuro. Però il problema è che quello che stiamo vedendo adesso, attraverso queste forme di eccezione, ci fa vedere un po’ il tentativo di questi personaggi di costruire questa nuova rivoluzione tecnologica e industriale. E, in un contesto del genere, è ovvio che la gente si vede distruggere i propri territori, le proprie vite, quello che ha conosciuto, e comincia a mettersi in gioco. Quello che posso dire di vedere in questi cinque mesi di battaglia — perché questa battaglia è nata a marzo — è molto interessante. Lo dico perché io avevo già analizzato questa questione negli ultimi due anni. Avevo fatto anche delle osservazioni su Lacchiarella, però eravamo solo io e mia moglie e non si muoveva una foglia. Poi è arrivato PresaDiretta, con il nuovo programma che hanno fatto uscire a marzo. Quando è venuta PresaDiretta a fare l’intervista, mi dicevano: “Ragazzi, ma davvero state dicendo che qua non si muove una foglia su quello che sta succedendo in Lombardia?”. Io non avevo ancora neanche una visione chiara di tutti i progetti come quella che ho adesso, dopo averli studiati per cinque mesi. Eravamo in due, io e mia moglie. Cercavi magari di inserirti nei social di paese, ma non succedeva niente. Da quel programma è scoppiata, fondamentalmente, questa nostra rivoluzione. Dal giorno dopo hanno cominciato a contattarmi da una serie di posti diversi e, man mano, si è costruita questa rete. I primi, ovviamente, sono stati quelli di Certosa, che tra l’altro erano nati appena prima dell’esperienza di PresaDiretta, indipendentemente. Poi anche a Lacchiarella, dopo quella trasmissione, è nato il Comitato, perché prima non esisteva neanche un comitato. È stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha scoperto un problema che era totalmente nascosto: le amministrazioni non dicevano nulla, tutto passava in sordina, i progetti erano tutti dentro i cassetti. Poi i giornalisti hanno cominciato a parlarne e, poco alla volta, è saltato fuori quello che abbiamo visto. Devo dire che, soprattutto nell’ultimo mese e mezzo, stiamo vedendo anche il grado di mediaticità che ha raggiunto la questione. Ti chiedono interviste, ti contattano svariate testate, anche di destra, non solo quelle classiche di sinistra. E sta prendendo sempre più piede. Vedi situazioni in cui nasce un comitato e in cinque giorni riesce a raccogliere 2.000 firme. È una cosa molto interessante. Probabilmente è sull’onda di quello che sta succedendo nel pensiero comune della gente rispetto a questa questione. È una cosa molto trasversale, perché dentro c’è veramente di tutto. Però, fondamentalmente, c’è la gente che viene proprio dai territori, che sente effettivamente il problema, e sente anche l’influenza di quello che sta succedendo a livello mondiale. E questa relazione è reciproca. Non è che in Italia sta succedendo questo perché in America succede quello. E viceversa: c’è l’America che guarda a quello che sta succedendo in Italia. Per esempio, una battaglia di un comitato è finita sul Financial Times. Mi hanno già contattato anche da altre zone del mondo per queste battaglie. È un processo del tutto nuovo che, personalmente, in 32 anni di militanza non ho mai visto. Non so sinceramente come andrà e come si svilupperà, però è una cosa veramente interessante. E lo si vede concretamente: nel giro di cinque mesi sono nati circa 15 comitati territoriali, più o meno sviluppati. Laddove fai un’assemblea, le assemblee sono piene. Ci contattano nuovi comitati che stanno nascendo perché hanno scoperto un progetto sul proprio territorio, magari attraverso varianti urbanistiche. È una cosa trasversale anche dal punto di vista politico. Battersi su questioni concrete è anche un modo per cercare di portare determinati contenuti all’interno di questa battaglia, che va al di là del classico NIMBY. Il fatto che questi comitati siano in grado, in questo momento, di analizzare così profondamente la questione sotto tutti i punti di vista — dal punto di vista tecnico fino a quelli più generali — dimostra anche il grado di studio e la capacità di analisi che si sono sviluppati. Noi, ovviamente, la battaglia la faremo con tutti i mezzi possibili per vincerla. Se c’è da dare un contributo per mettere dei paletti a una legge, per analizzare una determinata legge, lo facciamo. Perché partiamo dal presupposto fondamentale di territori e comunità orizzontali, in cui siamo noi a dover decidere cosa costruire e dove costruirlo. Non vogliamo una cosa impostata dall’alto. Anche dal punto di vista tecnico abbiamo delle competenze e le mettiamo in campo. Questa nuova rivoluzione industriale ci sarà. Il problema è: come sarà e chi la governerà? Le popolazioni devono avere tutto il diritto possibile di intervenire in questa cosa. Se la vuoi fare, la fai con le popolazioni e si decide realmente cosa serve e cosa non serve. Non deve essere una colonizzazione dei territori da parte delle Big Tech. Cosa sta nascendo? Fondamentalmente sta nascendo una rete tra tutte queste realtà: circa una quindicina di comitati, e molti altri nasceranno e si uniranno. Abbiamo cercato di mettere insieme tutti quei comitati che stanno lavorando su questo tema, da Milano a Pavia, Brescia e Cremona, dove c’è anche un progetto veramente gigantesco. Per l’autunno lanceremo una stagione di mobilitazione. Innanzitutto il 12 settembre, con dei banchetti comuni nei vari territori in cui siamo presenti, anche in vista di due date. Una sarà un convegno regionale sabato 26 settembre, nel quale affronteremo la questione dalla parte tecnica e ambientale fino alla parte che abbiamo discusso oggi, quella del colonialismo. Non è detto che tutti siano d’accordo su tutto, però se ne discute. Il manifesto va già in questa direzione e, per quanto mi risulta, non ci sono state opposizioni neanche rispetto all’uso del termine “coloniale”. Poi arriveremo a una manifestazione regionale sabato 10 ottobre. Sarà, ufficialmente, la prima manifestazione regionale contro i data center. E nel manifesto facciamo anche un appello. Noi su questa cosa ci stiamo spendendo: studio, energie e tutto il resto. E questa cosa deve essere un’iniziativa nella quale facciamo appello a tutte le realtà che sono realmente interessate a queste tematiche. Un fronte comune su questa questione, pur nelle differenze, è possibile. Penso che su un fronte comune rispetto a quello che sta succedendo sia abbastanza semplice trovare una quadra per una mobilitazione. Sarebbe veramente interessante. L’unico aspetto sul quale, purtroppo, siamo molto indietro è riuscire ad avere dentro anche tutto il discorso relativo al mondo del lavoro. Le associazioni sindacali, su questa cosa, dovrebbero cominciare a dire due parole. Perché, alla fine, la gente che abita nei paesi sono lavoratori e questa cosa va affrontata anche dal punto di vista del lavoro. Io penso anche alle battaglie degli anni Settanta, quando i lavoratori e le organizzazioni sindacali non si muovevano solo sulla difesa del posto di lavoro o sui diritti sul posto di lavoro, ma anche su quello che succedeva nel proprio territorio. Non è che la gente che abita in questi paesi non sia lavoratrice. Quindi il fatto che questa gente debba respirarsi la merda perché arriva l’azienda americana di turno è una cosa che devi affrontare. E poi, oltre a respirare merda, ti toglie pure il lavoro. E magari ti aumenta pure le bollette. È una battaglia che mette dentro veramente un sacco di questioni. Quindi facciamo questo appello.
Lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando@0
Nella puntata di oggi di Harraga raccontiamo dello sgombero della tendopoli di San Ferdinando, avvenuto un mese fa, il 30 luglio. Si tratta del quarto sgombero in quattordici anni di un insediamento dove negli anni hanno abitato migliaia di persone, perlopiù lavoratori braccianti impiegati in agricoltura. La prima tendopoli era stata istituita nel 2012, due anni dopo la rivolta di Rosarno. Questa volta, lo sgombero è avvenuto nel silenzio dell’estate, fuori dalla stagione agrumicola e mentre in molti stanno lavorando altrove. L’operazione “Alto Impatto” coordinata dalla questura di Reggio Calabria, ha portato alla distruzione di centinaia di tende e di case, al sequestro degli effetti personali di chi ci viveva e all’espulsione di 12 persone senza permesso di soggiorno, 4 delle quali sono state detenute in CPR. I media mainstream hanno snocciolato i numeri di perquisizioni e controlli come un successo, quasi senza menzionare che le tende ora distrutte erano state volute dallo stesso Ministero dell’Interno dopo il precedente sgombero, nel 2019, della baraccopoli che sorgeva a pochi metri di distanza. L’allora ministro dell’interno Salvini lo aveva sbandierato per farne propaganda, portato a termine con un numero spropositato di forze e di mezzi e con l’operato complice di parte delle associazioni del terzo settore e dei sindacati, soprattutto di CGIL e di USB.  Questa volta invece, a solo circa 100 abitanti della tendopoli è stato proposto un alloggio in alcune palazzine situate a Rosarno, costruite quasi un decennio fa con fondi europei destinati ai lavoratori agricoli e tenute vuote finora. Chi non aveva i documenti o la residenza sul territorio è stato forzato ad andare altrove.  Abbiamo ripercorso la storia e le vicende della tendopoli in collegamento con un compagno e una compagna della rete Campagne in Lotta; nata proprio dalle relazioni di solidarietà createsi in seguito alla rivolta di Rosarno del 2010, e che da allora ha supportato le lotte autorganizzate nelle campagne. Negli anni, sono state le mobilitazioni dei diretti e delle dirette interessate a rimettere al centro del discorso le rivendicazioni di contratti regolari, case vere e documenti per tutti, mentre la narrazione mainstream sullo sfruttamento nelle campagne continua a concentrarsi su di un discorso criminalizzante e vittimista che raramente va oltre allo spettro del caporalato.  Parlare dello sgombero della tendopoli, avvenuto a due mesi dalla strage di Amendolara, nel pieno di una nuova stagione di morti nelle campagne, e negli stessi giorni in cui iniziava la “crisi” migratoria di Ceuta, ci serve per mettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la macchina del razzismo istituzionale e padronale, che decide delle vite delle persone immigrate e razzializzate in base alla logica del profitto economico e politico. E per riaffermare legami di solidarietà reale che vadano al di là dei proclami vuoti e delle passerelle di sindacati e organizzazioni umanitarie, che nella piana di Gioia Tauro come altrove, hanno spesso facilitato la repressione più delle lotte.  per approfondire:  San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte.
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Dalle foreste di Atlanta fino alla Val di Susa: ri-creare le reti dell’abbondanza
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud degli Stati Uniti. Abundia è attivista ambientale, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti di lavoratorx. Insieme ad Abundia viaggeranno anche altri attivisti che come lei hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta. In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione , il tour, dalla Sicilia fino alla Val di Susa, offre un’occasione per ragionare su come sia possibile contrastare in modo comunitario questa crisi. Ad Atlanta hanno cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi di addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha comportato l’abbattimento della foresta che sorgeva come immenso parco pubblico ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei manifestanti. Ai nostri microfoni interviene chi li accompagna in questo tour, per raccontarci meglio il perché di questo viaggio e i temi al centro degli incontri tra cui il concetto di abbondanza come resistenza e quello di spazi di cura e aggregazione che nascono nella lotta come i Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen Council https://akccollective.noblogs.org/): Per contribuire alle spese di viaggio, è in corso una raccolta fondi su Produzioni dal Basso:  https://www.produzionidalbasso.com/project/sostieni-il-tour-italiano-di-abundia-per-diffondere-abbondanza-e-solidarieta-tramite-la-cucina Di seguito le date del tour e la locandina con tutte le info per la tappa in Val di Susa: – Catania il 28 e il 29 agosto al Parco Falcone – assemblea e aperitivo dalle 18 sabato 28, cena e proiezione dalle 19.30 il 29 https://www.instagram.com/p/DcYkakiCHTy/ – Palermo, il 31 agosto presso Eglise e Scuola di Restanza – proiezione dalle 18, cena e assemblea dalle 20.30 https://www.instagram.com/p/DcMJjCDCMe2/?img_index=1 – Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla, con Non Una di Meno – aperitivo, assemblea e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/Dcgl55YAO_V/?img_index=1  – Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere – assemblea e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/DcVksr6jlwQ/  – Val di Susa, il 5 settembre a VisRabbia di Avigliana (laboratorio di cucina dalle 17) e il 6 settembre all’associazione La Credenza di Bussoleno (assemblea, cena e proiezione dalle dalle 18) – https://gancio.cisti.org/event/tessere-la-rete-dellabbondanza  – Pisa, l’8 settembre a Exploit, ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano; – Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II; – Roma, l’11 e 12 settembre, al CSOA exSNIA in collaborazione con il collettivo Blocco Decoloniale e vivèro luogo di quartiere – proiezione dalle 21 l’11, assemblea, pranzo e laboratorio di cucina dalle 10.30 il 12
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Continua la lotta in difesa degli orti urbani a Livorno
A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo rifugio climatico è minacciato dalla speculazione. Da 14 anni l’area è occupata da un comitato di lavoratorx, cittadinx e residenti del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi vengano abbattuti per far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative sociali, incontri, momenti di dibattito. Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane è previsto lo sgombero.  In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere allo sgombero. Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città diventano luogo di auto-organizzazione. Per rimanere aggiornatx: https://www.instagram.com/ortiurbani.livorno/
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