Dal sole di Bahia ai nuvoloni scuri che passano minacciosi sopra la campagna
inglese: questo succede se si infilano le dita nella presa di corrente93 e si
invita in trasmissione Juan Scassa. Matinée XXL in formato canicola ospita il
boss della Chierichetti Editore per una carrellata di ascolti tra perversioni
folk, autoproduzioni e piedmont-psychedelia.
tracklist
Charles Mingus – Haitian fight dance
Baden Powell – Afro-samba
Elis regina – Falso brilhante
Som – Persona
Everest Magma – Cadono le foglie
Radio Hito – Seguiamo i margini
Radio Hito – Il singolare
Radikal Satan – la poupée
Futeisha – curento 93
Radikal Satan – Nazimova
Bear Bones, Lay Low – live in povera
Shirley Collins – Awake Awake/The split ash tree/may carol/southover
Giustino kabiro – notte dura mattino infuocato
Rella the woodcutter – need no redemption song
tuktu and the belugas quartet – hymenocera picta
tuktu and the belugas quartet (feat. Rico) – Eunice aphroditos
current 93 & Thomas Ligotti – his Shadow shall rise to a higher Place
Mata – Tannhauser Gates Saltarello
Futeisha – Dannato 20
Futeisha – Ragadi nel cuore
Sciogliendoci, con Rally_K aka DJ pannacotta
Fragmentos – Marco Bosco, Fragmentos da Casa
Strange Morning – Yayoba, A maze of glass
Martim Pescador – Priscilla Ermel, Origens da Luz
Jamais // Toujours – Marco Lucchi & Ensemble, 1988
Herrikoia – Alberto Lizarralde, Haizetxe
Oyes la lluvia¿ – Ohh, Now and Never
RONDALEIRA – sourdure, De Mòrt Viva
No. 17 – Rosso Polare, Lettere Animali
ttoe – R_M – Ugnė Uma, Tam tikri objektai erdvėje
9 – GUU, GUU
Cochon Mort – Vêtements Dub, Godard Jamaïca, European Dub Vol.1
Long Life – Prince Far I and The Arabs, Crytuff Dub Encounter Chapter One
It’s Always Been There – Troubadours, Everything Is Being Recorded All The Time
La Cumbia Salió de la Tumba- Los Mohanes, La Tumbia
Man Next Door – The Slits, Girls Next Door
MMLPXX707 B2 – Tutu Ta “Kilburn Market Dub”, Lonely Eyes
Dubworks 2 VII – Periskop, 40
Alla Porta Subito – CCCVVV, Curriculum Vitae
Kiwi free – Matteo Coffetti & Jan Loup, Friendship, Texture and Gol
Conoce tu Creador – Turbo Sonidero, Killa Kumbias
Lost Hours – Caveman LSD, Total Annihilation Beach
In The Close – Golden Teacher, Sauchiehall Enthrall
Pirates – LAS, IMRV010
Maybe Psychic – maya ongaku, Maybe Psychic
Stoozy (Kwake Dubs Version 2) – Dean Blunt, Stoozy (Kwake Dubs)
Mouth Ah Talk – O.B.F, MIXXTAPE
JR SNDSSTM – Rudebwoy P, spesha dedicasha
Apatia – Franco Franco, Solo Fiori
I’m fallin – Danny Daze, ::BLUE::
Happy Ending – Nicolas Gaunin, Huti ゲーム
Things we see when we look closer – Sam Goku, Things we see when we look closer
Manere L’arbre-soeur (Live Sonic Protest 2023) – Alto Fuero, Live Rec
might end up alright – roop, margo proxy
Neve – La Festa delle Rane, Fimfárum
Oro Rosso – Tropicantesimo
FANTASTIC MR FOX - WES ANDERSON
Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9
(giovedì, 6 agosto 21:30)
Fantastic Mr. Fox (2009), diretto da Wes Anderson, segue le avventure di Mr.
Fox, una volpe che torna a rubare ai danni di tre potenti allevatori,
trascinando la sua famiglia e l’intera comunità animale in una sfida tanto
rischiosa quanto esilarante.
Tratto dall’omonimo romanzo di Fantastic Mr. Fox, il film è una favola in
stop-motion che unisce umorismo, avventura e uno sguardo delicato sulla libertà.
🌃🐠Resteremo Qua - Rassegna popolare in Barriera di Milano🐠🌃
Per chi non ha in programma fughe marittime, questa estate vi aspetta Ost
Barriera con proiezioni gratuite all’aperto per grandi e piccini.
Pop corn, aperitivi e drink ghiacciati per combattere insieme il caldo e la
solitudine estiva torinese!
📍OST Barriera
Via Pietracqua 9
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INTERFERENZA MANGA PER NERD INTERSEZIONALI - PARTE 2
Data di trasmissione
Domenica 12 Luglio 2026 - 21:00
Le Dita nella Presa
Udite, udite! Questa è una ri-occupazione!
Interferenza Manga occupa per la seconda volta lo spazio in palinsesto
solitamente dedicato a de Le Dita nella Presa, con una nuova favolosa puntata.
Puntata Intera
* Per saperne di più su Interferenza Manga per nerd intersezionali - parte 2
Riceviamo e diffondiamo:
complot
https://contropiano.org/news/politica-news/2026/07/31/litalia-coinvolta-nella-guerra-del-golfo-militari-e-armamenti-italiani-gia-sul-terreno-0197503
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/07/28/scontri-in-ucraina-oltre-200-persone-hanno-attaccato-i-militari-e-ribaltato-un-veicolo-per-il-reclutamento-leopoli-ucraina-8-luglio-2026/
Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un
veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026)
Gravi scontri tra civili, militari e forze dell’ordine a Leopoli, nell’Ucraina
occidentale, hanno riportato alla luce profonde tensioni sociali legate al
processo di mobilitazione in atto nel Paese. La sera dell’8 luglio 2026, un
gruppo di persone ha bloccato un veicolo che trasportava ufficiali del centro di
reclutamento e lo ha ribaltato, come mostrano, tra l’altro, le immagini
pubblicate sulla piattaforma social X. Il fatto ha innescato scontri su larga
scala con la polizia e i soldati, ai quali hanno preso parte circa duecento
civili. La situazione di tensione è durata circa cinque ore, protraendosi fino
alle prime ore del mattino del 9 luglio.
Le immagini trasmesse dalla televisione ucraina hanno mostrato folle di persone
che si facevano strada tra le auto in un quartiere residenziale immerso
nell’oscurità, al grido di «Vergogna!» e strappando l’uniforme a uno degli
ufficiali. Questo episodio è stato l’ultimo di una serie di attacchi contro gli
ufficiali presso i centri di reclutamento, a testimonianza della rabbia che
covava da tempo riguardo alle modalità con cui l’esercito ucraino sta reclutando
i propri effettivi.
L’incidente è avvenuto in tarda serata nel quartiere di Sykhiv a Leopoli, sul
viale “Chervona Kalina”. Gli agenti del Centro Territoriale di Reclutamento e
Sostegno Sociale locale hanno fermato e arrestato un uomo ricercato per essersi
sottratto al servizio militare. Dopo che il fermato è stato portato via a bordo
di uno dei veicoli, una folla di circa 200 persone si è rapidamente radunata sul
posto e ha bloccato l’unità rimasta lì. La folla ha circondato il veicolo di
servizio, ne ha sfondato i finestrini e lo ha completamente ribaltato. I vertici
della stazione di polizia del distretto di Sykhiv hanno confermato che due
agenti del TRC sono stati trasportati al pronto soccorso, tuttavia le loro vite
non erano in pericolo.
Video riportante quanto accaduto: https://www.youtube.com/watch?v=36uxUq0adRU
Gli scontri che hanno preso di mira la pattuglia di mobilitazione hanno dato il
via a un’indagine immediata da parte della Procura e dello Stato Maggiore
ucraino. I funzionari di Kiev avvertono che, a loro avviso, gli scontri interni
sono «un’arma della propaganda nemica». Questa posizione delle autorità non
sorprende affatto. Ogni volta che qualcuno si ribella allo sforzo bellico del
proprio governo, i suoi lacchè ricorrono all’argomento secondo cui tali azioni
aiuterebbero il nemico.
Tuttavia, come si può osservare in eventi simili in tutta l’Ucraina, le voci dei
rivoltosi esprimono chiaramente il loro disgusto per il fatto che l’aggressione
russa venga strumentalizzata per aumentare l’aggressività delle autorità locali,
della polizia e dell’esercito.
Le statistiche dell’agenzia Interfax-Ucraina mostrano un aumento drastico delle
tensioni in Ucraina: mentre nel primo anno di guerra (2022) sono stati
registrati solo 5 attacchi contro i dipendenti del TRC, lo scorso anno se ne
sono verificati 341 e dall’inizio di quest’anno (2026) il numero ha già superato
i 100 casi. Va sottolineato che queste cifre rappresentano solo gli episodi
registrati ufficialmente e che è possibile che le informazioni relative a molti
altri episodi non vengano inserite nelle statistiche ufficiali o nella copertura
mediatica, al fine di minimizzare pubblicamente il problema delle tensioni
interne in Ucraina.
Compilato sulla base delle informazioni tratte dai seguenti articoli dei media:
[CZ] –
https://cnn.iprima.cz/nepokoje-na-ukrajine-civiliste-ve-lvove-prevratili-vuz-s-verbiri-do-armady-ukazuji-zabery-516724
[EN] – https://www.kyivpost.com/post/79920
[EN] –
https://fakti.bg/en/world/1066590-riot-in-lviv-over-200-civilians-attacked-military-personnel-and-overturned-a-tcc-car-review
INTERFERENZA MANGA PER NERD INTERSEZIONALI - PARTE 3
Data di trasmissione
Domenica 2 August 2026 - 21:00
Le Dita nella Presa
Ed eccoci arrivate alla terza puntata di Interferenza Manga, la tua occupazione
radiofonica preferita!
Puntata Intera
Durata 1h 3m 39s
sola lettura
Durata 26m 35s
* Per saperne di più su Interferenza Manga per nerd intersezionali - parte 3
Mercoledì 29 luglio, i due giovanissimi attivisti tedeschi arrestati per la
straordinaria manifestazione del 25 luglio al cantiere di Chiomonte, hanno
ricevuto la convalida della misura cautelare in carcere. I capi d’imputazione
sono devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale.
I due giovani (un ragazzo e una ragazza) sono stati fermati a seguito
di controlli e perquisizioni della loro auto, sulla base della
cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, principalmente
sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine.
Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione
popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e
devastante della Torino-Lione, di cui in conferenza stampa ci siamo proclamati
tutti e tutte responsabili. I primi capri espiatori individuati per rifarsi
della inadeguatezza dei loro enormi e costosissimi apparati di sicurezza che
quel giorno hanno miseramente fallito.
Siamo tutt* black bloc è stata la risposta del movimento già 15 anni fa dopo
l’assedio al cantiere di Chiomonte a seguito dello sgombero della Libera
Repubblice della Maddalena, dimostrando la capacità di non cadere nel tranello
delle fratture interne e della divisione in “buoni e cattivi”. Oggi ci troviamo
nuovamente a doverlo ribadire con fermezza, perchè il 25 luglio, c’eravamo
tutti/e.
I due giovani amici tedeschi non devono essere lasciati soli. La solidarietà,
dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra
forza collettiva, perchè non possiamo che essere grati a tutti e tutte coloro si
mettono al nostro fianco per combattere questa lunga battaglia che dura ormai da
trent’anni. Chiamiamo quindi un presidio di solidarietà al carcere di Torino per
far sentire a questi due giovanissimi e generosi ragazzi la nostra vicinanza e
gratitudine.
Diamoci appuntamento mercoledì 5 agosto alle ore 18.30 all’ingresso del carcere
delle Vallette – Via Maria Adelaide Aglietta 35, Torino – per farci sentire da
loro, ma anche da tutti e tutte le detenute che lì dentro sono rinchiuse.
Libertà per i/le No Tav!
Tutti e tutte libere
A sarà düra!
da Notav.info
È iniziato questa mattina, lunedì 3 agosto, il contestato (e già bloccato)
cantiere finalizzato a distruggere il Bosco Ospizio di Reggio Emilia per far
spazio all’ennesima colata di cemento, ovvero un centro polifunzionale e un
supermercato Conad.
da Radio Onda d’Urto
Ruspe e mezzi atti all’abbattimento degli alberi sono entrati nell’area alle
prime luci dell’alba, ma hanno trovato il presidio e la resistenza di compagne e
compagni dell’Assemblea permanente del Bosco Ospizio. Un presidio
permanente chiamato ieri da questa assemblea che da anni lotta per la
sopravvivenza di questo bosco urbano e che, almeno per oggi, è riuscito a
fermare i lavori.
“Per tante ragioni, documenti, voci pensiamo che domani (lunedì 3 agosto)
possano iniziare i lavori che abbatteranno il Bosco Ospizio. – avevano scritto
ieri compagne e compagni dell’Assemblea permanente – Per questo da giorni
abbiamo chiesto i permessi e promosso un presidio che durerà fino a mercoledì.
Anche di notte. Trovate tutti i dettagli nel carosello. Per il nostro sentire in
questo momento, per la bellezza del bosco, per farsi insieme foresta, vediamoci
nella realtà da domattina all’alba”.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il racconto di Alessia di Extinction
Rebellion Reggio Emilia, in collegamento con noi dal presidio permanente
Tre domande a Mimmo Porcaro, ripubblichiamo da Sinistra in Rete
Alberto Deambrogio: Mimmo Porcaro, tu sostieni che gli USA non possono fare a
meno di pensarsi su uno scenario globale per fare fronte al loro tipo di
economia, nonostante la crisi della globalizzazione da loro voluta. Oggi vediamo
all’ opera l’eterogenesi dei fini e la stessa tregua con l’Iran mostra come gli
sviluppi di questa crisi siano largamente indefiniti. Tu che ne pensi?
Mimmo Porcaro: Il problema è proprio quello dell’impulso irrefrenabile del
capitalismo all’espansione globale del suo raggio d’azione. Un’espansione (resa
necessaria dal bisogno di valorizzare una massa crescente di capitale) che
comporta per gli Usa non certo il dominio diretto dei territori altrui (troppo
costoso), ma la diffusione di centinaia di basi militari in quasi tutto il
mondo: perché la minaccia militare, e la guerra contro ogni tipo di stato che
intenda far valere dei confini o comunque non accettare passivamente
l’espansione, sono l’accompagnamento necessario degli investimenti Usa
all’estero. E sono, inoltre, la tutela più forte del ruolo del dollaro,
essenziale alla gestione del debito di Washington. Si chiama imperialismo, ed è
importante capirlo perché “imperialismo” significa che la tendenza alla guerra è
oggettiva, è inscritta nell’economia capitalistica e non nello stato in quanto
tale, e segnerà un’epoca intera.
Quanto sopra va ricordato sia a coloro che sperano di tornare alla
globalizzazione, come se questa fosse stata il trionfo delle “pacifiche” reti
economico-sociali su un’ “antiquata” logica statale, sia a quelli che credono
che si possa in qualche modo tornare a una divisione in sfere di influenza, e
che Trump, con tutto il male che se ne può dire, sia comunque uno che lavora a
un nuovo equilibrio. In realtà la globalizzazione è stata una forma
dell’imperialismo, particolarmente adeguata al momento unipolare Usa. Non a caso
è stata accompagnata da una vera e propria sequela di guerre (Serbia, Irak,
Afghanistan, Libia…) che hanno sancito il “diritto” degli Usa di sparare ad
libitum.
Non a caso è stata pensata e gestita anche come un altro modo per fronteggiare
la rinascita della Germania e del Giappone, svanita l’Urss, attraverso l’uso
dell’economia come sostituto della guerra (investimenti condizionanti,
trattamento preferenziale per le imprese Usa, dazi – ben prima di Trump –
politiche fiscali aggressive, ecc.). Quanto alle zone d’influenza, ogni volta
che qualche decisore o qualche think tanknordamericano descrive quella che
potrebbe/dovrebbe essere la zona d’influenza Usa, quest’ultima tende ad
assomigliare pericolosamente al monto intero, o quanto meno a due terzi di esso.
Ciò non vuol dire che gli Usa non possano scegliere, per fasi più o meno lunghe,
una sorta di retrenchment, ossia una limitazione del campo d’azione e un
“trinceramento” nella zona atlantica. Ma: a) ciò, quando avviene anche solo in
parte, comporta grossi guai per la suddetta zona (chiedere a Venezuela, Cuba,
sinistre latinoamericane, Danimarca…e Nato); e b) ciò limiterebbe espansione e
profitti, con serie conseguenze per la tenuta interna e nuove spinte alla
proiezione esterna per risolvere i guai di casa. Comunque, va detto subito,
questo non è il caso di Trump, o comunque è solo un aspetto della sua azione.
Trump regola i conti nella sfera atlantica non per restarvi confinato, ma per
meglio colpire Xi. La guerra all’Iran, è – per convinzione, per ricatto
israeliano, per il peso degli apparati e delle esigenze oggettive che essi
segnalano, o magari per un mix di tutto ciò – la prosecuzione di una strategia
anticinese, concepita ai tempi di Biden, che consiste nello sconfiggere o
indebolire uno per uno i principali alleati di Pechino (Mosca e Teheran) per poi
liberare forze dal fronte euro/mediorientale e volgerle contro il nemico
principale. E, preso atto dell’impasse dell’ “operazione Ucraina”, la sconfitta
dell’Iran avrebbe consentito il disimpegno quantomeno da quel quadrante
geopolitico (come ha ben spiegato Salvatore Minolfi, attento studioso della
politica estera Usa
: https://www.lafionda.org/2026/06/08/sequencing-e-disperazione-strategica/).
Scelta fallimentare: anche da ciò l’ulteriore pressione sui paesi europei per un
maggiore e più autonomo impegno antirusso.
A.D.: L’ Europa si muove sull’ asse del riarmo, in particolare quello tedesco
che dovrebbe risolvere la verticale crisi economica della Germania, nel mentre
l’ AFD è dato come primo partito. Pure Macron cerca di svolgere un ruolo
offrendosi come ombrello deterrente nucleare a chi ne dovrebbe avere bisogno
sullo sfondo di una escalation nel conflitto russo ucraino. Che spazi vedi e che
punti di innesco possibili consideri per una nuova strategia euro mediterranea
in grado di farci uscire dal cul de sac in cui ci siamo cacciati?
M.P.: Se guardiamo soltanto ai gruppi dirigenti europei, spazi ce ne sono
pochissimi o non ce ne sono affatto. La tendenza evidente è anche qui quella
alla guerra, e per almeno tre ordini di motivi. Prima di tutto, anche ammesso
che l’Ue abbia accettato obtorto collo la radicalizzazione della questione
ucraina (e la maggior parte dell’Ue l’ha invece accettata con convinzione) e
quindi l’inevitabile (Calenda permettendo) risposta difensiva della Russia, una
volta che ci si trova in guerra non se ne può uscire quando si vuole, perché
deve volerlo anche l’avversario e perché se per caso l’avversario sta vincendo,
o non sta subendo il tracollo che auspicavi, se tu proponi la pace rafforzi il
tuo antagonista. In secondo luogo la decisione tedesca e di conseguenza europea
di procedere al riarmo non è una semplice decisione politica, che può comportare
ripensamenti o riprogrammazioni: è anche una risposta alla crisi della filiera
dell’automobile, è un vero e proprio cambio di modello di accumulazione, di
settore trainante: è quindi – e diviene sempre più – un vincolo economico
politico che orienta inevitabilmente l’azione dell’Ue verso la guerra. Ma la più
profonda corrente bellicista europea deriva da un motivo strutturale: come ormai
diversi studi hanno chiarito non esiste un grande capitale “europeo” autonomo
dagli Usa, e quindi potenzialmente nemico dell’attuale scorbutico alleato. Le
più grandi concentrazioni capitalistiche continentali sono strettamente,
vitalmente legate al capitale americano (a causa degli “investimenti
condizionanti” di cui sopra), e ne hanno interiorizzato l’impulso imperialista
peraltro proprio di ogni capitalismo sviluppato. È dunque vano attendersi un
comportamento antiamericano e antibellicista della Germania e dell’Ue.
Ovviamente vi possono essere differenze d’accento e di tattica con gli Usa.
I think tank tedeschi hanno partorito una formula secondo cui la Germania d’ora
in poi dovrà fare alcune cose insieme agli Usa, altre senzagli Usa, altre
ancora contro di loro. In verità questo è un format ricorrente nella politica
estera tedesca; anche il rapporto con la Cina è stato descritto come un rapporto
fatto sia di cooperazione, sia di competizione, sia infine di conflitto. Il
fatto che si parli di conflitto anche nei confronti degli Usa è senza dubbio
importante. Peccato però che questo conflitto non comporti il rifiuto di fare la
guerra, ma anzi comporti di farla anche quando gli Usa non vogliono, o comunque
inclinerebbero a un accordo. Ripeto, per i tre motivi detti sopra l’Unione
europea è necessariamente spinta alla guerra, sia autonomamente, sia per il
legame con le correnti più espansioniste del capitalismo Usa (che lo stesso
Trump non può rescindere del tutto). È vero che questa prospettiva sembra
insensata se si pensa all’interdipendenza energetica con la Russia. Ma qui si
rivela non tanto (o non solo) l’autolesionismo europeo quanto il duplice volto
dell’interdipendenza. Se si vive in un sistema che tende alla cooperazione,
l’interdipendenza rafforza questa tendenza. Se invece il sistema tende (come
oggi) al conflitto io posso essere tentato o di sottrarti le risorse per cui
dipendo da te, o di cercarle altrove, anche a prezzo più alto, pur di
indebolirti e di appropriarmi poi più facilmente dei tuoi asset.
Quindi, tornando alla domanda, l’unica, vera risorsa positiva su cui può al
momento contare l’Europa è il tendenziale pacifismo di gran parte della sua
popolazione. E l’unico spazio che vedo è quello di una spinta popolare che
acuisca le contraddizioni interne ai dominanti e le risolva in una direzione non
bellicista. Ma bisogna pur tenere conto del fatto che una parte significativa
del pacifismo popolare è oggi egemonizzata dalla destra. E non potrebbe essere
altrimenti, vista la metamorfosi liberista-atlantista della sinistra
maggioritaria e i postumi di globalismo di cui soffre parte della sinistra
radicale. Ma questa egemonia non sarà eterna. Le prove di governo mostreranno
molto probabilmente il volto altrimentiguerrafondaio (perché anticinese, o
perché comunque espressione di questa o quella corrente Usa) della Le Pen, di
Vox e della stessa Afd. I partiti democratico-popolari dovranno invece puntare
alla cooperazione con tutti i paesi, e in particolare coi Brics. Per farlo non
potranno darsi un orizzonte meramente pacifista, e dovranno immaginare una
diversa costruzione europea che, sulle ceneri di una Ue organicamente liberista
e imperialista (e oggi minata proprio dal riarmo di Berlino, che sbilancia
notevolmente il costitutivo asse con Parigi), costruisca una nuova alleanza tra
i paesi interessati allo sviluppo sociale, magari, come suggeriva Pierluigi
Fagan, tra paesi “latini”. E quindi costruisca uno spazio economico
sufficientemente grande per poter garantire quel tipo di sviluppo.
A.D.: Raffaele Sciortino ha appena pubblicato un interessante piccolo libro in
cui prova a riprendere gli elementi relativamente invarianti della geopolitica
senza cadere in tentazioni campiste e rilanciando in ogni modo la necessità
della lotta di classe. Tu che ne pensi di questo lavoro di Raffaele?
M.P.: Il libro curato da Raffaele Sciortino è di notevole interesse e mi sento
di consigliarne vivamente la lettura, soprattutto a chi finora è stato lontano
dai temi geopolitici. E Sciortino tratta proprio del tema geopolitico oggi
cruciale, ossia la questione del controllo di quella che Halford Mackinder
chiamava Heartland, quel “centro” storicamente variabile della massa
eurasiatica, che se dotato di ampio sbocco al mare (per un’alleanza
russo-europea o russo-cinese), sarebbe un rivale letale per le potenze “navali”,
ossia oggi per gli Usa e i loro alleati inglesi e non solo. È questa
conformazione geopolitica a spiegare non tanto la necessità della guerra (che
discende comunque dalla logica del capitalismo), quanto le forme concrete, i
tempi, i modi e l’importanza della posta in gioco. Al di là delle generiche e
pur fondate idee relative al confronto economico militare internazionale fra
creditori e debitori mondiali, è proprio la concretezza della guerra a
determinare le valutazioni e le scelte politiche relative ad essa. E non si
tratta affatto di riduzionismo geografico, perché Il pensiero geopolitico (che è
appunto più uno stile di pensiero che una dottrina determinata) riguarda infatti
il mutevole rapporto fra politica e spazio, riguarda insomma la storia e i suoi
probabili, diversificati sviluppi. Altro merito di Sciortino è quello di
sottolineare come il risultato dello scontro in atto non sia per noi
indifferente: come abbiamo visto esso riguarda il nucleo del potere occidentale,
e una sconfitta del capitalismo imperialista occidentale sarebbe il possibile
varco per una ripresa di un discorso socialcomunista, e questo del tutto a
prescindere dalla natura sociale di coloro che dovessero sconfiggere Washington
“e i suoi lacchè”, come si diceva quando si chiamavano le cose col loro nome.
Tutto ciò, come giustamente dicevi, non significa cadere nel campismo, che
consiste nel limitare la propria azione al prendere posizione a favore dei
Brics, per intenderci e nell’aderire a qualunque scelta politica di quei paesi.
Il punto di vista da cui si giudica tutto è e rimane quello della lotta di
classe. Ed è quindi, inevitabilmente, anche quello dello spazio concreto con cui
quella lotta deve fare i conti, che è prima di tutto lo spazio nazionale. In che
modo lo scontro Brics/Occidente favorisce qui da noi la ripresa di quella lotta?
E che forma deve assumere la lotta di classe per agire positivamente sullo
scontro internazionale? Qui mi riallaccio a quanto dicevo prima in merito
all’Europa. La lotta di classe deve assumere una forma nazionale sia per
mostrare come le dinamiche dell’Occidente ledano gli stessi interessi della
maggior parte dei cittadini italiani, sia per dar vita a un nuovo rapporto tra
nazioni europee, che si mostri all’altezza dello scontro in atto. Perché una
cosa è certa: non si esce dall’europeismo liberista sventolando semplicemente la
bandiera nazionale. La riconquista della sovranità nazionale come attributo
essenziale della sovranità popolare è un momento ineludibile e positivo dello
sviluppo di un’azione di classe, ed è veramente folle che una gran parte della
sinistra radicale continui a inorridire alla sola parola “nazione”, togliendosi
tra l’altro la possibilità di denunciare l’evidente macchiettismo del
nazionalismo di destra. Ma deve essere chiaro che la riconquista della sovranità
serve soprattutto per poter costruire liberamente un nuovo spazio internazionale
che renda possibile una limitazione della mobilità del capitale globale.
Altrimenti ogni antieuropeismo si trasforma immediatamente, oggi, in
un’ulteriore e aggravata subalternità agli Usa, e si trasformerà domani, magari
come effetto di un campismo senza autonomia, in una subordinazione a chissà chi.
Ricondividiamo l’appello del Movimento No Ponte invitando alla partecipazione
alla manifestazione di sabato 8 agosto a Messina contro il ponte e contro le
grandi opere inutili.
Quella del ponte è una storia di sprechi, di risorse sottratte alla collettività
per il tornaconto di pochi, di procedure speciali (leggasi con minori tutele) e
buchi neri.
Dalla legge istitutiva della Stretto di Messina SpA nel 1981 alla legge
obiettivo del 2001, dalla rimozione del tetto massimo per gli stipendi dei
dirigenti della Stretto di Messina SpA alle deroghe in materia di appalti del
cosiddetto decreto commissari, l’elenco è infinito. In esso, si intrecciano
norme specifiche per il ponte e la disciplina che, più in generale, favorisce la
grande imprenditoria della devastazione.
Ai procedimenti giudiziari, emersi negli scorsi mesi, lasciamo il compito di
accertare responsabilità penali. Quelle politiche le conosciamo già, e le
ascriviamo al blocco sociale che si nutre del ponte – non solo della sua
eventuale realizzazione, ma anche dell’interminabile progettazione – e di cui fa
parte l’intera governance tecno-politica: politici, imprenditori, progettisti,
fino, naturalmente, alla società concessionaria.
Non a caso, dal 2016 la Corte dei Conti ha più volte sollecitato governo e
parlamento a un intervento normativo per accelerare la liquidazione della
Stretto di Messina SpA, decisa nel 2013 dal governo Monti, onde evitare un
ulteriore spreco di risorse pubbliche e porre fine al paradossale contenzioso
avanzato dalla stessa società nei confronti di altre istituzioni statali.
Sappiamo bene com’è finita: non c’è stato nessun intervento normativo e la
società è stata tenuta in piedi da tutti i governi, di diverso colore, fino ad
essere riattivata da Meloni-Salvini nel 2023.
Ecco perché, oggi, la chiusura della Stretto di Messina SpA rappresenta l’unica
strada per interrompere quella continuità che consente al progetto di
sopravvivere da oltre quarant’anni. Ci consentirebbe di liberare quei 14
miliardi tenuti in ostaggio dal miraggio del ponte. Ci consentirebbe di
sottrarci alla minaccia di quei cantieri che qualcuno vorrebbe aprire, magari
per guadagnare visibilità nella lunga campagna verso le elezioni politiche.
Per questo torniamo in piazza, non delegando una lotta che è delle persone che
abitano i territori dello Stretto, dei Sud, e di chi ci accompagna in
solidarietà.
L’8 agosto la marea di Messina diventerà il nostro decreto popolare di chiusura
della Stretto di Messina SpA.