ASCOLTA SOPRA!
PIZZA BELLA VITA
Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(domenica, 30 agosto 19:00)
Ogni domenica dalle 20:30 il forno è caldo!
È Bellavita, troverai l'impasto, porta condimento e cosa vuoi bere!
Lascia il cane a casa!
TIFIAMO E TESSIAMO RIVOLTA BENEFIT CASSA ANTIREP
Spazio Sociale VisRabbia - Via Galinié, 40 Avigliana TO
(domenica, 20 settembre 16:00)
Domenica 20 settembre
Spazio Sociale VisRabbia
Via Galinier, 40 Avigliana TO
Dalle ore 16:
LOU QUINSE
metallo folkcore pesante dalle Alpi Occidentali
LAMBS
Torino doom stoner power porco trio
Appena scende il buio:
ROTA DE FERO
collettivo d'improvvisazione rumorista industriale da Roma Kaputt Mundi
PETROLIO
Asti dark industrial, musica d'ambiente ostile
Bar, cibo, bibite fresche e non
BENEFIT CASSA ANTIREPRESSIONE DELLE ALPI OCCIDENTALI
Un viaggio attraverso le onde emesse da radio comunitarie in giro per il mondo.
LETTURE CONDIVISE
Casa Cassiopea - Magnano (BI), via Campi 20
(domenica, 30 agosto 14:30)
Letture Condivise a Tema Tecnologia.
Ospitate da Casa Cassiopea
WAITING 4 K/YOUNGANG/SPEEDRONE/GRAFFIACANE
Spazio Sociale VisRabbia - Via Galinié, 40 Avigliana TO
(mercoledì, 23 settembre 21:00)
Venerdì 23 ottobre
Spazio Sociale VisRabbia
Via Galinier, 40 Avigliana- T0- Val di Susa No Tav
dalle 21 SCONCERTI:
WAITING FOR K post wave/blues punk/depressive folk da Bologna
YOUNGANG Torin'Oi! Punk leggenda
SPEEDRONE junkie blues da Frosinone
GRAFFIACANE resident indie sludge drum'n'bass da girone dantesco
Prima, durante e dop...ing selezioni GIUDA BALLERINO diggei non diggei, pistole,
bastun e cutej...zero gangsta, butta la pasta!
Nella serata di venerdì, senza alcuna avvisaglia, Giorgio è stato prelevato dai
Carabinieri di Susa dalla sua dimora sopra la Credenza a Bussoleno e tradotto
nel carcere delle Vallette.
A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura
alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di non ben
specificate violazioni delle prescrizioni imposte.
Nel mese di marzo, dopo aver già passato parecchi mesi sottoposto alle misure
stabilite dal Tribunale di Sorveglianza, guarda caso il giorno stesso della sua
liberazione, Giorgio era stato nuovamente posto agli arresti domiciliari per
scontare un’altra pena che avrebbe concluso in autunno. Invece, torna nuovamente
in carcere.
Una nuova pagina della vicenda giudiziaria che lo riguarda e che da anni
accompagna la sua storia all’interno del Movimento No Tav. Una vicenda che
ognuno di noi ha seguito passo dopo passo e che ancora una volta ci porta a fare
i conti con la dimensione di accanimento verso chi continua a colpire chi lotta
contro la Torino-Lione.
Continueremo, dunque, a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è
stato confermato il carcere, la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come
in città, nelle piazze come nei sentieri, consapevoli che la sua storia. che è
la nostra storia di tanti e tante altre No Tav, è parte di un percorso
collettivo che certo non si interromperà con le porte di un carcere.
Giorgio libero subito!
Tutti e tutte liber*!
da Notav.info
https://www.notav.info/post/laccanimento-continua-giorgio-di-nuovo-in-carcere
Scarica la versione letturaScarica la versione stampa “Questa semplice fanzine
nasce dalla mia esperienza personale di cambio nome in Prefettura al Comune di
Torino. Nel fare la mia richiesta ho sentito la mancanza di informazioni chiare
e dettagliate sulla procedura e per questo motivo ho deciso di scrivere una
fanzine a riguardo”.
Riceviamo e diffondiamo questo articolo in anteprima da una nuova pubblicazione
dell’assemblea Sabotiamo la guerra, di prossima uscita.
Qui in pdf: imperialismo italiano(1)
NESSUNO SCONTO. NOTE SULL’IMPERIALISMO ITALIANO
Lo scontro verbale tra il presidente statunitense Donald Trump e la premier
italiana Giorgia Meloni – o, per meglio dire, le invettive del primo contro
quest’ultima – ha suscitato un prevedibile scalpore sia all’interno del Bel
Paese che a livello internazionale.
Nel teatrino parlamentare, il dibattito sulla politica estera dell’Italia, su
cui si accipiglia quella che pare davvero essere la più mediocre classe
dirigente della sua storia, è in fondo riducibile alla questione se l’attuale
governo di destra sia succube di Trump (tesi dell’opposizione) o se al contrario
offra una lungimirante politica di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico
(tesi della maggioranza). Le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza
hanno elevato appena un poco il livello del dibattito, fondamentalmente nel
tentativo tardivo di inseguire le piazze al momento del loro parossismo (con gli
scioperi di settembre e ottobre 2025) da parte della minoranza di
centrosinistra, che sperava di potersene accaparrare qualche piccolo profitto
elettorale; ma in fondo allargando appena la questione: ovvero gridando che
l’attuale governo sia succube di Trump e di Netanyahu.
Stante il livello della discussione, non sorprende che anche lo scontro tra
Trump e Meloni sia stato tradotto in questi termini dagli attori politici
italiani: per la sinistra, come la dimostrazione che l’attuale governo sia
talmente asservito all’attuale amministrazione americana da venire finanche
maltrattato dal proprio padrone; per la destra, come la dimostrazione al
contrario che Giorgia Meloni non si inginocchia davanti a nessuno e che, quando
serve, può anche scontrarsi a testa alta contro l’uomo più potente del mondo.
Si tratta in fondo di un ulteriore impoverimento della discussione politica dei
tempi della cosiddetta “prima repubblica”. Se all’epoca avevamo i “comunisti”
che accusavano i democristiani di aver reso l’Italia schiava dei nordamericani,
oggi la “sinistra” rimprovera la destra di essere succube degli statunitensi
solo quando ci sono amministrazioni repubblicane a Washington (viceversa, quando
ci sono i democratici sono loro a candidarsi come servi). Da questo punto di
vista, quel che resta del “movimento” (qualunque cosa significhi), che non ha
una visione più avanzata rispetto al livello culturale della politica
istituzionale, è semplicemente rimasto indietro. Nelle manifestazioni, nei
canali di controinformazione, persino fuori dai tribunali dove sono a processo i
tanti “colpevoli di Palestina”, anche da parte di tanti nostri compagni di
strada continua a venire propinato l’equivoco luogocomunista per cui l’Italia è
una colonia degli Stati Uniti, oppure che i nostri governanti, i magistrati, la
polizia, ecc., sono servi di Israele.
Ma le cose stanno davvero così?
A ben vedere quella italiana è la terza economia dell’Unione Europea e la
seconda potenza industriale europea (che significa la seconda nazione per
capacità di produrre acciaio, motori, macchine, aerei, armi). L’Italia è un
Paese del G7, vale a dire uno dei sette Paesi più potenti del blocco
politico-militare occidentale. La Leonardo, controllata al 30% dal “nostro”
ministero dell’economia e delle finanze, è in termini di grandezza la
quattordicesima azienda di armi nel mondo, la seconda in Europa. Di recente la
“nostra” Unicredit ha scalato in borsa e infine “conquistato” il colosso tedesco
Commerzbank. E l’elenco potrebbe continuare.
Evidentemente l’Italia non è il vertice della piramide alimentare dei pescecani
che depredano il mondo, nondimeno il nostro Stato va senz’altro iscritto nel
novero dei predatori e non certo delle prede. Collocata nel blocco occidentale e
sottomessa al predominio statunitense, l’Italia conserva relativi margini di
autonomia. Le amicizie coltivate nel mondo arabo dai governi Andreotti, la crisi
di Sigonella ai tempi di Craxi, l’amicizia personale di Berlusconi con Gheddafi
e Putin sono solo degli esempi – talvolta drammatici, talaltra ridicoli – di
come si sia espressa negli anni questa autonomia relativa.
Da ultimo, il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, programma di investimento
neocoloniale dell’attuale governo, ricalca sin dal nome l’espressione di questa
auspicata autonomia imperialista: la dedica è non a caso a quell’Enrico Mattei,
fondatore dell’ENI, esponente della corrente del cosiddetto neoatlantismo, che
avrebbe osato fare concorrenza al monopolio a stelle e strisce
nell’approvvigionamento degli idrocarburi e che per questo, forse, sarebbe stato
assassinato. Un manifesto di specificità coloniale “all’italiana”,
fondamentalmente con lo strumento dell’indebitamento dei Paesi “beneficiari”
(siamo pur sempre il Paese che ha inventato le banche).
Anche lo scontro tra Trump e Meloni va letto in questa cornice. Matura
evidentemente nella frustrazione dell’istrionico presidente americano per la
sconfitta cocente che sta subendo nel Golfo Persico, quindi nella rabbia nei
confronti degli alleati colpevoli di non averlo aiutato abbastanza nella guerra
contro l’Iran. In effetti l’aggressione all’Iran è apparsa incomprensibile alla
gran parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali, spesso giudicata
come un autentico suicidio sin dalle prime ore del conflitto. Sembrerebbe
peraltro che gli stessi servizi segreti italiani abbiano giocato un ruolo nel
raffreddare ulteriormente gli entusiasmi per questo nuovo fronte di guerra,
rivelando informazioni, che si sono dimostrate per giunta più esatte di quelle
in possesso dell’amministrazione americana, sull’effettiva capacità missilistica
iraniana (fonte: La Stampa, 6 marzo 2026).
Che i nostri governanti abbiano cercato di smarcarsi un poco di più dalla
partecipazione alla guerra all’Iran di quanto abbiano fatto con il genocidio a
Gaza, dove per quasi due anni la copertura istituzionale e materiale dei crimini
di Israele è stata molto più generosa, dimostra peraltro una certa vigliaccheria
morale della borghesia tricolore. Laddove la repubblica islamica ha dimostrato
di possedere argomenti di deterrenza piuttosto convincenti, meglio non farsi
coinvolgere più di tanto.
Queste osservazioni non solo non finiscono per avvalorare un giudizio positivo a
favore dei nostri governanti, ma al contrario ne accentuano le responsabilità:
la loro non è la complicità del servo che obbedisce al padrone, ma quella del
corrèo. Ne è esempio tra i più significativi, quanto disgustosi, la
partecipazione proprio dell’ENI nella spartizione dei giacimenti di gas davanti
alle coste di Gaza. Anche qui, più che Italia serva di Israele, è piuttosto
Israele che serve quale avamposto dell’imperialismo occidentale (quindi anche di
quello italiano) in Asia Occidentale.
Un’alleanza che non si esprime soltanto ai livelli più alti, a livello politico
o economico, negli incontri al vertice fra i capi del governo, ma penetra a
fondo l’organismo sociale e l’organizzazione dello Stato. I procedimenti
giudiziari contro esponenti e simpatizzanti della resistenza palestinese in
Italia vanno davvero compresi nella loro gravità: quindi non tanto come
espressione di un tale giudice servo di Israele, quanto piuttosto come
l’espressione di veri e propri tribunali di guerra contro i nemici di guerra. E
su questo c’è una certa coerenza con la repressione anti-anarchica e in generale
contro il nemico interno. Tribunali che non sono riformabili, ma possono essere
distrutti solo con la sconfitta del nostro imperialismo.
D’altro canto non bisogna nemmeno esagerare sul pacifismo del gabinetto Meloni,
nemmeno limitatamente al conflitto nel Golfo: la base di Sigonella è stata
utilizzata ripetutamente come terminale logistico per i voli statunitensi
diretti o di ritorno dalla guerra, mentre solo dopo diversi mesi dallo scoppio
del conflitto si è saputo della presenza di ben 700 militari italiani in Arabia
Saudita, Kuwait e Baherein a supporto della difesa aerea contro le rappresaglie
iraniane. E non bisogna certo dimenticare la missione Aspides, di cui l’Italia è
ammiraglia, a proposito di imperialismo tricolore.
Anche sull’altro grande fronte di guerra, quello ucraino, l’Italia non è del
tutto allineata con l’amministrazione Trump: se in questo caso quest’ultima ha
abbozzato dei tentativi contraddittori di disimpegno, al contrario l’Italia è
allineata all’Unione Europea su una politica di scontro totale con la Russia.
Diversamente da quanto rappresentato nella recita politica, sulle questioni
strategiche – dall’Ucraina alle scelte economiche principali – le politiche di
Giorgia Meloni sono in perfetta continuità con quelle di Mario Draghi e in
generale sono ben accordate con l’orchestra multinazionale europea. Con le
elezioni che si avvicinano e il volume della propaganda che si farà sempre più
assordante sarà bene ricordarcelo, anche di fronte all’eterno ritorno
dell’antifascismo elettorale.
Ribadire che l’Italia non è una colonia, ma un Paese imperialista, pur con tutte
le precisazioni e relativizzazioni del caso (collocato nel blocco occidentale,
subordinato agli USA, che ha rinunciato a una quota di sovranità a favore
dell’Europa delle multinazionali, ecc.), non è un mero esercizio di
puntigliosità teorica, ma ha delle evidenti implicazioni pratiche, non da ultimo
anche di tipo etico. La retorica dell’Italia colonia implica – consapevole o
meno – la necessità del fronte di liberazione nazionale. Ovvero salvare un pezzo
della borghesia italiana, quella giudicata illuminata o progressiva, con la
quale fare un’alleanza per liberarci dal male comune che ci opprime
dall’esterno.
Decidete voi quale: i perfidi americani, i tecnocrati di Bruxelles, la lobby
sionista. Che l’impero del male sia nell’internazionale tecno-fascista o in
quella di Soros, le fazioni opposte del multiverso rosso-bruno e dell’arcobaleno
postmoderno a ben vedere affondano le radici nello stesso equivoco frontista,
pur dandone delle interpretazioni opposte. È l’equivoco della lotta di
liberazione da un potenza straniera. Tutte queste interpretazioni, anche quando
sono opposte tra loro, tradiscono una mentalità sciovinista e finiscono per
portare acqua al mulino della guerra.
Il nostro internazionalismo viceversa si fonda sulla chiarezza di chi combatte
ogni Stato, ma a partire dal proprio. Non è solo una questione di principi o di
tattica; in fondo è una questione etica. Significa che ai nostri padroni non
concediamo nessuna attenuante, e non gli faremo nessuno sconto.
assemblea Sabotiamo la guerra
Mercoledì 19 la Corte d’appello di Parigi si è pronunciata a favore
dell’estradizione in Germania entro 10 giorni di Gino, compagno antifascista
inquisito dall’Ungheria in merito ai fatti del Giorno dell’onore, il raduno
internazionale che ogni anno richiama nella capitale ungherese neonazistx
provenienti da diversi paesi europei.
Gino, dopo un primo arresto in Finlandia, era stato fermato Parigi per via del
mandato d’arresto europeo spiccato dall’Ungheria di Orbàn, e aveva trascorso
quattro mesi nel carcere di Fresnes. In Francia la sua condizione, grazie alla
mobilitazione dellx antifascistx e dei comitati, ha sollevato un dibattito
pubblico, e molte le persone, gruppi, collettivi che hanno manifestato
contrarietà alla sua estradizione in Ungheria, dove rischia fino a 24 anni di
carcere.
Successivamente, la Corte d’appello di Parigi aveva respinto la richiesta di
estradizione avanzata da Budapest per il rischio di trattamenti inumani o
degradanti, per le condizioni della detenzione e per la mancanza di garanzie
relative all’indipendenza e all’imparzialità della giustizia ungherese
Appena diciannove giorni dopo quella decisione, a Gino è stato notificato un
nuovo mandato d’arresto europeo, per gli stessi fatti. A cambiare era il paese
richiedente: non più l’Ungheria di Viktor Orbán, ma la Germania.
A questo punto, la Corte francese, chissà tra quali pressioni, ha ribaltato la
sua precedente decisioneha accettato la richiesta della repubblica tedesca,
nonostante non ci siano garanzie che, una volta estradato in Germania, Gino non
venga successivamente estradato in Ungheria, come è successo con Maja,
attualmente sottoposta a condizioni detentive degradanti e sottoposta
quotidianamente alla violenza delle guardie.
Ascolta il racconto e le riflessioni di Gino dopo la decisione della Corte
d’appello francese di accettare la sua estradizione:
Il ricorso in Cassazione della difesa sospende l’estradizione: è il momento di
moltiplicare la solidarietà. Gino non deve essere estradato, è più che mai
necessario mobilitarsi e dimostrare il proprio sostegno in ogni modo possibile
(comunicati di sostegno, striscioni, manifesti, presidi davanti alle ambasciate
francesi e tedesche, cortei) per evitare a Gino un’imminente estradizione.
Il 5 settembre 2026, alle ore 11:00 nell’ambito di Renoize – Festival Antifa al
LOA Acrobax, ci sarà l’assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – ITALY: resistere
ai fascismi, organizzare la solidarietà, costruire nuovi immaginari.
Per adesioni e info su logistica ecc scrivi alla mail:
freeallantifasitaly@inventati.org o alla pagina IG:
https://www.instagram.com/freeallantifasitaly, e continua ad aggiornarti su
https://freeallantifas.noblogs.org/
Senza alcun preavviso, il 21 agosto i Carabinieri hanno prelevato lo storico
attivista No Tav dalla sua abitazione di Bussoleno e lo hanno trasferito alle
Vallette. Revocata la misura alternativa …
Nelle scorse settimane la Commissione per la Resistenza contro i Muri
(dell’apartheid) e gli insediamenti dei coloni ha reso noti i dati del primo
semestre dell’anno relativi alle violazioni commesse dall’esercito israeliano e
dai coloni dal 1° gennaio al 30 giugno 2026 in Cisgiordania.
I numeri sono impressionanti e attestano, come ci si trovi di fronte a una vera
e propria escalation di violenza (lanciata a partire dal 7 ottobre) orchestrata
dallo stato Israeliano, dal suo esercito e dai suoi coloni.
Nell’ultimo mese (luglio 26), inoltre, si sono registrati oltre 1400 attacchi,
alcuni dei quali fortunatamente non sono rimasti nel silenzio dei media
mainstream. Il caso di Qusra o di Tell ne sono un esempio.
Nonostante la gravità della situazione, il popolo palestinese resiste in varie
forme.
Ne abbiamo parlato con un compagno del CSOA Gabrio che è stato nei territori
palestinesi con la campagna Faz3a, organizzata dal PSCC.
NELLO SPECIFICO ABBIAMO PARLATO DI:
Cosa è la campagna Faz3a e il Popular Struggle Coordination Commitee (PSCC)?
Come avvengono le annessioni da parte dei coloni?
La legge israeliana come giustifica o addirittura copre gli attacchi dei coloni
e il furto di proprietà come i terreni?
Cosa è successo a Tell tra luglio e agosto 26 ?
Il PSCC ha riassunto quanto accaduto a Qusra fino al 12 agosto, cosa è successo
dopo?
La famiglia Toubasi
Un audio di Aisha, una delle persone che vive ormai sotto assedio da 14 giorni e
da almeno cinque mesi vive una quotidianità fatta di attacchi, intimidazioni e
danneggiamenti da parte dei coloni che vorrebbero mandare via lei è la sua
famiglia per espandere il loro avamposto coloniale
QUI SOTTO ALCUNI ARTICOLI PER APPROFONDIRE:
https://english.wafa.ps/
https://cwrc.ps/index-en.html
https://gabrioxpalestina.noblogs.org/
PLAYLIST
– Checkpoint 303 – Street O Ramallah
– Arabian Knightz – Not Your Prisoner (feat. Shadia Mansour & Fredwreck)
– Lowkey – Long live Palestine (feat. Shadia Mansour, DAM & the Narcicyst)
– Shadia Mansour – Asalamo Alaikom
– The Narcicyst – Hamdulilah Gaza remix (feat. Shadia Mansour)
– Shabjeed & Al Nather; شب جديد ;الناظر – SULTAN سلطان
– DAM – Badi Salam (feat. Shadia Mansour)
– Jowan Safadi – Tayran ababil. 09 – KHAKI MUSTAFA – Changes (featuring
INTELLECT)
– Shadia Mansour – Kollon 3endon Dababaat (feat. dam)
– Shabjdeed – ARAB STYLE – عرب ستايل
– Checkpoint 303 – My homeland
– Haykal – Ashba
– Ammar 808 – Douri Douri
– Checkpoint 303 – Teoda
– Haykal – Galab
– Shabjdeed – WEN WARD
– ShabjdeedMTAKTAK