Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXV) Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione   Un’opera che non poteva essere tollerata Nel 1864, lo stesso anno in cui viene fondata a Londra l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, Maurice Joly scrive e pubblica il suo Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu. Ex-ragazzo ribelle, procuratore legale e futuro esule, osserva con estrema lucidità la messa in opera dei nuovi meccanismi del potere. Machiavelli è qui il portavoce del dispotismo moderno: espone cinicamente i suoi scopi, i suoi procedimenti e il loro sviluppo storico. Inizialmente la forza bruta, il colpo di Stato militare, il rafforzamento della polizia e dell’esercito, la preminenza degli alti funzionari sugli eletti, e l’allineamento dei magistrati, dell’università, della stampa. Ma la forza, ostentatamente dispiegata, suscita sempre delle forze contrarie. Non viene utilizzata che per modificare in alcuni anni le istituzioni, la Costituzione, e per creare forme legali per il nuovo dispotismo. Così la carcerazione dei giornalisti deve essere rapidamente sostituita con disposizioni economiche sulla stampa e con la creazione di giornali devoti al governo. Una tale tribuna associata ad astute divisioni in circoscrizioni elettorali consente di mantenere una tirannide eletta a suffragio universale. Per farla finita con tutte queste forme di opposizione, di partiti, di consorterie, di trame, di complotti, che davano tanto fastidio agli antichi despoti, lo Stato moderno deve creare esso stesso la propria opposizione, rinchiuderla entro forme adeguate, e attirarvi i malcontenti. […] Un ultimo meccanismo regolatore garantisce infine la perpetrazione del nuovo regime: una tale società sviluppa velocemente nei suoi membri un insieme di qualità che lavorano per essa: la viltà, l’asservimento e il gusto per la delazione sono allo stesso tempo i frutti e le radici di questa organizzazione sociale. Il cerchio si chiude. La forza bruta impiegata dalle antiche tirannie non ha dunque più ragione d’essere, tranne che in rare circostanze. Nel tempo del macchinismo si sanno far lavorare le forze ostili a mezzo di dispositivi adeguati. Si può perfino utilizzare la loro energia assertiva per assoggettare quelle che potrebbero sorgere. Questa autoregolazione è alla base di tutte le società veramente moderne. Di fronte a questo nuovo potere, nell’opera di Joly personificato da Machiavelli, cosa rappresenta Montesquieu? Gli antichi princìpi politici, morali e ideologici di uomini che, un secolo prima, si preparavano ad assumere la direzione della nuova società. Il genio di Machiavelli consiste nel citare volentieri Montesquieu: l’attuale dispotismo non è in nulla in contraddizione con quei fondamenti e quell’ideologia. Il nostro XX secolo ha riccamente illustrato la tesi di Joly. Ma si avrebbe torto a evocare qui le molteplici dittature totalitarie in cui l’esercito e la polizia si mostrano ovunque, in cui i tiranni non dissimulano ancora il loro potere. Il modello descritto da Joly è precisamente al di là di questa fase storica: è quello del Capo di Stato eletto a suffragio universale, quello degli alti funzionari inamovibili, quello delle consultazioni elettorali che mascherano la vera cooptazione del personale politico. Questo tipo di governo non è quello del partito unico, bensì quello degli pseudo scontri tra partiti politici che parlano “tutti i linguaggi” del Paese, quello dei falsi complotti organizzati dallo Stato stesso, quello infine in cui l’apparato educativo e mediatico, nelle mani dello stesso potere, mantiene un tale avvilimento degli spiriti e dei costumi, che non vi è più alcuna resistenza possibile. Il sistema di governo descritto da Jolly è quello del complotto permanente occulto dello Stato moderno per mantenere indefinitamente la servitù, sopprimendo, per la prima volta nella storia, la coscienza di questa infelice condizione. Una tale opera non poteva essere tollerata da uno Stato moderno ancora fragile. Non lo è stata. Stampato in Belgio nel 1864 e introdotto clandestinamente in Francia, Il Dialogo agli Inferi viene immediatamente sequestrato dalla polizia e il suo autore imprigionato a Sainte-Pélagie. Nello stesso anno, una traduzione tedesca tenta di diffondere altrove questo testo. Nel 1868 nuova stampa francese, sempre in Belgio. In seguito, il libro apparentemente sparisce per 80 anni, sconosciuto a tutti, tranne chiaramente che ai servizi di polizia che lo hanno sequestrato. L’interdizione poliziesca di quest’opera non era tuttavia risposta degna di un potere moderno del quale Joly aveva descritto il funzionamento; e innanzitutto perché una tale risposta era insufficiente nei confronti di un testo a proposito del quale l’autore fa notare che è non solamente un’opera individuale, ma che è già il frutto di una corrente di pensiero quasi impersonale. Ecco una forza pericolosa che si può certamente arginare in modo brutale in un primo momento, ma che un vero Stato moderno deve poter manipolare e far lavorare a proprio vantaggio. Cosa sono diventati questo libro e questa consapevolezza del complotto permanente occulto durante tutti questi anni in cui nessuno ha ritenuto opportuno ripubblicarlo? Al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo All’inizio del nostro secolo compare a Mosca uno straordinario pamphlet, che diventerà ben presto un best-seller, e sarà il libro più venduto al mondo dopo la Bibbia: I Protocolli dei Savi di Sion. L’origine di quest’opera è oggi nota: è una falsificazione del Dialogo agli Inferi di Joly, secondo un procedimento che i situazionisti francesi chiameranno più tardi una “maspérisation” (dal nome di un editore parigino che si era reso famoso in quest’arte). Tale procedimento, che consiste nell’impadronirsi di un testo importante, nel cambiarne alcune parole, nel sopprimere qualche frase, nell’intercalarne altre, permette di conservare la struttura di un’analisi (della quale si sa che incontra già troppi spiriti disposti a comprenderla) ma di modificarne il bersaglio e di portare così una corrente di opposizione, che rischierebbe di diventare pericolosa, verso azioni inoffensive o persino utili ai manipolatori. Permette di accattivarsi gli spiriti per poi fuorviarli, illustra precisamente il procedimento esposto nel Dialogo agli Inferi: parlare tutte le lingue allo scopo di deviarne il corso. Joly è dunque vittima di quella manovra che aveva denunciato. Nei Protocolli dei Savi di Sion si conserva l’analisi del Dialogo, la requisitoria contro il complotto totalitario occulto, l’esposizione precisa dei suoi mezzi convergenti, finanziari, politici, polizieschi e mediatici. Ma il complotto statale per il mantenimento dell’ordine è sostituto da un preteso complotto ebreo teso a impadronirsi del potere mondiale. Il testo falsificato si presenta come il verbale di una riunione ultrasegreta di capi della cospirazione ebrea. Qualificare, come è stato fatto in seguito, un tale procedimento come “plagio”, lascia intendere che si tratterebbe in qualche modo di una vaga truffa letteraria ai danni di un infelice autore. Aggiungere che si tratta di “falso” e di una “mistificazione” permette di scagionare, con sollievo o rammarico, la malignità giudaica, e di concludere che insomma non vi è complotto, se non, forse, contro i soli ebrei. In verità, questa falsificazione di un testo effettivamente importante non è che l’aspetto superficiale di una manovra ben più generale che è al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo. Le condizioni di creazione e diffusione dei Protocolli permette di seguire i grandi movimento di questa storia. La contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria La prima edizione esca a Mosca nell’agitazione rivoluzionaria di inizio secolo. Henri Rollin esita tra l’attribuirne i meriti alla polizia segreta dello Zar, la famosa Okhrana, e alla principale opposizione ultrareazionaria basata sulla grande proprietà fondiaria (H. Rollin, L’apocalypse de notre temps, ed. Allia, 1991). In ogni caso i suoi due primi editori sono noti: Krouchevan e Boutmi sono cofondatori delle “centurie nere”, organizzazione paramilitare incaricata di armare sicari per assassinare alcuni democratici e socialisti. Durante la prima controrivoluzione russa del 1905, l’opera è diffusa massivamente e il metropolita di Mosca ne ordina la lettura in tutte le chiese della capitale. Poi la sua diffusione rallenta e il libro esplode nuovamente nel 1917. I milieu dell’emigrazione russa lo portano nei loro bagagli mentre si instaura nell’antico impero degli Zar un potere apertamente dittatoriale. Nel corso dell’intenso fermento rivoluzionario che segue al primo conflitto mondiale, i Protocolli sono tradotti in una quarantina di lingue e diffusi in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Vi accreditano la voce, diffusa da altri emissari, che i democratici e i socialisti non sono che agenti pagati da una cospirazione ebrea internazionale per impadronirsi del governo del mondo. È uno degli strumenti della propaganda nazista, inizialmente in Germania, nelle condizioni rivoluzionarie che seguono al crollo dell’Impero, poi nella sua guerra contro i paesi a regime parlamentare. Tanto che Henri Rollin, agente dei servizi segreti francesi, si permette di rivelarne nel 1940 l’inganno e l’origine. Il suo libro viene quasi immediatamente sequestrato dalla polizia tedesca e mandato al macero. Dopo il 1945, l’impero europeo ridiviene “liberale”. È riuscito a distruggere o riassorbire le vecchie energie rivoluzionarie, grazie al lavoro efficace dei partiti stalinisti e dei loro compagni di viaggio. I Protocolli perdono allora la propria efficacia e non sopravvivono più se non in qualche setta di riserva. Hanno trovato un nuovo terreno di manovra nell’agitazione del terzo mondo che segue, dalla fine della guerra, al crollo degli antichi imperi coloniali, e in particolare nei paesi arabi dove dal 1951 non hanno cessato di essere ripubblicati e diffusi. Recentemente infine, la sparizione dell’impero sovietico – e il terribile marasma economico che l’accompagna – ha visto riapparire il pamphlet, nel luogo stesso del suo parto, sventolato e diffuso da curiosi emissari, davanti a compiacenti giornalisti. I Protocolli dei Savi di Sion sono stati una delle opere di riferimento del moderno antisemitismo, la cui reviviscenza alimenta ancora periodicamente la problematica mediatico-universitaria. Si tratterebbe, ci viene detto ora, di una falsa teoria creata e diffusa da una “paranoia collettiva” uscita perfettamente armata di decine di milioni di cervelli malati. Ci mettono dunque saggiamente – ma fermamente – in guardia contro la tentazione di “demonizzare il potere” e di immaginare ovunque un preteso complotto mondiale dai mille tentacoli economici, politici, mediatico-universitari, vero e proprio delirio che manifesta una “fobia collettiva di tipo arcaico”. Si dovrà tuttavia osservare che i Protocolli non sono stati forgiati nel calderone diabolico della “paranoia collettiva”, ma nei retroscena polizieschi di uno Stato autocratico; che non stati inizialmente diffusi da una voce pubblica ma tramite il metropolita di Mosca e da due poliziotti-editori; che il partito nazionalsocialista tedesco che ne ha tratto ispirazione non è stato portato al potere da folli sommosse, ma dagli industriali tedeschi che l’hanno finanziato; che l’opera di Rollin che rivelava l’origine dei Protocolli non è stata distrutta dalla “paranoia collettiva”, ma sequestrata e distrutta da una polizia di Stato; che i Protocolli non sono stati distribuiti negli Stati Uniti da una voce impazzita ma dall’industriale Henry Ford, che sapeva far lavorare a suo vantaggio altri deboli; che infine questo libro non è un “miserabile grossolano falso”, una “nevrosi collettiva in pieno XX secolo”, ma una manovra poliziesca razionale, la punta di diamante di una guerra controrivoluzionaria. In verità, l’antisemitismo sta precisamente alla critica sociale come i Protocolli al libro di Joly: non una teoria insensata, come non cessano di ripetere gli ingenui, ma la contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria. Ecco la ragione del suo successo popolare: esso parla la lingua più pericolosa del Paese per deviarne il corso. […] Così la falsificazione poliziesca del libro di Joly, e il successo mediatico di tale mistificazione, sono sufficienti a garantire la pericolosa verità dell’originale. Il Dialogo agli Inferi non era stato recentemente sottratto all’oblio che per dimostrare la falsità dei Protocolli, quando al contrario è l’operazione mediatico-poliziesca dei Protocolli che prova la verità di Joly. (da L’État retors di Michel Bounan, prefazione all’edizione definitiva del Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly, Edizioni Allia, Parigi, 1992. La traduzione, con il titolo Lo Stato astuto, è quella curata da Banalità di base, nella ristampa pubblicata da Acrati, Bologna, 2005. Del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu esistono due edizioni italiane, una pubblicata da ECIG nel 1995 e un’altra da Ibex nel 2024) Nota Contrariamente a tutte le precedenti, queste Luci da dietro la scena richiedono un accompagnamento. In tanto parlare (straparlare e falsificare) in materia di antisemitismo, è probabile che ben pochi conoscano la storia veridica dei Protocolli dei Savi di Sion, il libro senz’altro più influente dell’antisemitismo moderno; e in Italia ancora meno che in Francia, dove la ristampa, nel 1992, del Dialogo agli Inferi con la prefazione di Bounan l’ha resa nota se non altro in un certo ambito intellettuale e sociale. Non siamo di fronte a una generica mancanza di erudizione, ma all’assenza di un tassello fondamentale di comprensione storica che si proietta sul presente. La “falsificazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria” – cosa ben diversa, come spiega Bounan, dalla “paranoia collettiva” – è un procedimento molto simile a quello messo in atto rispetto al cosiddetto Piano Kalergi sulla pretesa “sostituzione etnica” dei bianchi da parte dei popoli di colore per gli interessi della “élite mondialista”. Lo scopo è lo stesso: stornare la rabbia sociale nei confronti dello sradicamento capitalista delle proprie vite (nonché della ben reale sostituzione macchinica degli umani) verso gli ultimi o i penultimi della gerarchia sociale. La parodia reazionaria della guerra di classe. L’invenzione di finti complotti per occultare il “complotto statale per il mantenimento dell’ordine”. E parte dello scopo è che a tale falsificazione non si contrapponga un’effettiva agitazione rivoluzionaria, bensì qualche lezione di educazione civica impartita dall’antirazzismo democratico, sempre attento – guarda un po’ – a non “demonizzare il potere”. Un’ulteriore astuzia – una sorta di falsificazione al quadrato – consiste nello scaricare l’accusa di antisemitismo contro gli anticapitalisti (mobilitando in segreto il topos antisemita del capitalista come ebreo e quello suprematista del colono israeliano come vittima che la barbarie palestinese vorrebbe gettare a mare). Grazie a una certa conoscenza storica del potere, si possono smascherare nel presente le falsificazioni mediatico-poliziesche al fine di cogliere delle verità in tempo per il loro uso (cinquant’anni dopo sono capaci tutti e soprattutto non serve a granché); ma si può anche, per dirla filosoficamente, buttarla in vacca. Al primo caso appartiene senza dubbio Il tempo dell’AIDS (1990) di Michel Bounan; al secondo, invece, Logica del terrorismo (2003) dello stesso autore, il quale vi sostiene la tesi tanto rivoluzionaria quanto originale dell’eterodirezione delle Brigate Rosse da parte dei servizi segreti. Con questo brillante risultato: non solo quel libello non è stato sequestrato dalla polizia, ma l’edizione italiana è uscita con la postfazione dell’immondo Gian Carlo Caselli, che di vite sovversive ne ha sequestrate fin troppe, Se insomma ci si può anche scordare del loro autore, le verità storiche descritte ne Lo Stato astuto sono parte necessaria di un collettivo molino delle armi.
Materiali
L’ICE è qui. La rabbia non si delega
Riceviamo e pubblichiamo da https://rivista.edizionimalamente.it/2026/07/20/lice-e-qui/ 𝐋’𝐈𝐂𝐄 è 𝐪𝐮𝐢 Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio. I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili. Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco. È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme. Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi. Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 – come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo. Siamo sconvolti di rabbia. I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita. Edizioni Malamente Urbino (PU) -------------------------------------------------------------------------------- Riceviamo e pubblichiamo: LA RABBIA SI COLTIVA, NON SI DELEGA Il 19 luglio, alla vigilia dei 25 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani e dei crimini dello stato italiano nelle giornate del G8 di Genova, nel quartiere già iper-militarizzato del Pilastro a Bologna, veniva ucciso dagli sbirri infami assassini Fakir, 43 anni, origini marocchine. Se la retorica dei giornali è stata quella di parlare di una persona che “ha perso la vita, che è morta” e non che è stata assassinata dai sicari del governo in divisa, quella delle piazze che si sono mosse in solidarietà, è stata anche quella di chiedere “verità e giustizia” per Fakir. Ma qual è questa verità che si chiede, se non quella raccontata limpidamente dai video dell’accaduto, nei quali l’ ennesima persona marginalizzata e razzializzata è atterrata inerme sul pavimento mentre grida aiuto, con le ginocchia di due guardie infami che gli premono sul collo impedendogli di respirare, spruzzandogli spray al peperoncino direttamente in bocca, con il personale sanitario omertoso spettatore dell’omicidio? E se questa è la verità, come si può chiedere giustizia allo stesso stato assassino e fascista che commette questi omicidi rimanendo impunito dietro al suo inscalfibile scudo penale? Come ci si può aspettare “giustizia” dallo stesso stato che seppellisce il dissenso sotto decreti liberticidi, che ammazza nelle carceri e nei cpr, che arma e sponsorizza un genocidio? Come si può delegare tutta questa rabbia alle stesse istituzioni che ne sono la causa diretta e attiva? Finché l’ aspettativa di questa fantomatica giustizia sarà riposta nelle mani sporche di sangue di uno stato criminale e non nell’autodeterminazione di masse arrabbiate che attraverso la rivolta riescono a riscattarsi, non esisterà mai nulla di anche solo vagamente analogo al concetto di “giustizia”. Finché la lotta contro il potere non viene applicata in senso intersezionale e, perciò, guardando a tutte le dinamiche oppressive come connesse dalla stessa matrice fascista degli stati, non sarà mai davvero lotta. Finché la repressione sarà legge la rivolta sarà un dovere indispensabile, imprescindibile e indelegabile. Con Fakir e tutte le persone uccise dallo stato, fuori e dentro le carceri e i cpr. Alcunx arrabbiatx
Stato di emergenza
Macerie su Macerie – PODCAST 20/07/26 – I tormenti di Prometeo pt.2
A Macerie su Macerie continuiamo la riflessione filosofica sulla Tecnica, sia evidenziando i punti deboli delle critiche all’AI, sia riassumendo gli agghiaccianti capisaldi della teoria transumanista della Singolarità, ovvero l’entità che secondo i tecnofili più accaniti dovrebbe sostituire l’umano superando definitivamente i suoi limiti biologici. Ascolta l’episodio precedente: I tormenti di Prometeo pt.1
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transumanesimo
simoneweil
Heidegger
ominazione
Una rete regionale contro il Cpr di Castel Volturno
(disegno di sam3) Il 15 luglio, nella seduta del consiglio comunale di Castel Volturno avente come oggetto la realizzazione di un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), “preoccupazione e contrarietà” sono state espresse dai consiglieri e dalla giunta, con la richiesta di un tavolo straordinario con tutte le autorità competenti per “uscire dalle dinamiche di crisi ed emergenzialità” dell’area. Nella delibera si fa riferimento al lavoro svolto collettivamente sul territorio per risolvere le situazioni di degrado ambientale e abitativo della zona, all’interno della quale l’inserimento di un Cpr non farebbe che incrementare la percezione del luogo come area di crisi, senza alcuna attenzione alle reali necessità della popolazione. Nella delibera si chiede di lavorare, piuttosto, a un piano di rigenerazione urbana e sociale, al recupero delle periferie, al rilancio economico e produttivo della città. L’atto fa riferimento, inoltre, alla recente istituzione di una Zona a protezione speciale di quattromila ettari da parte della Regione Campania, proprio tra Castel Volturno e Cancello Arnone, provvedimento che potrebbe bloccare, almeno temporaneamente, la costruzione del Cpr. A seguito di assemblee organizzate a Napoli, Salerno, Benevento e Caserta dalle associazioni locali – culminate in un momento di incontro al centro Fernandes di Castel Volturno, promosso con il supporto di una rete regionale contro tutti i centri di detenzione ed espulsione per migranti –, fin dalla scorsa primavera le associazioni Asoim ed Elsa avevano citato i risultati dei rilevamenti effettuati nella zona, alla luce dei quali, per decenni, si era chiesta l’istituzione di un’area protetta, ponendo il sito come una delle realtà naturalistiche più importanti per almeno quindici specie di uccelli (tra i quali la cicogna nera) tutelati dall’Allegato 1 della Direttiva europea 2009/+47 CE. A partire da quella proposta, la Regione si era impegnata, dando poi seguito alla parola data, a porre un ulteriore ostacolo all’apertura del Cpr, sfruttando l’evidente incompatibilità dell’area con la costruzione di una struttura detentiva. Cittadini e istituzioni locali continuano, intanto, a opporsi alla decisione del governo. Il 16 luglio, nel corso di una giornata organizzata presso la sala consiliare del Comune in memoria della strage dei ghanesi del 18 settembre 2008, associazioni e comitati, istituzioni locali e regionali, il vescovo e tutte le altre realtà sociali presenti, hanno ribadito il loro no al Cpr: «Nessuno vuole trovarsi sul territorio una struttura del genere», il refrain emerso dagli interventi in assemblea. «Abbiamo eliminato gli zoo e i parchi acquatici, ma continuiamo a creare recinti per le persone. Da anni lavoriamo in questa terra contro lo sfruttamento, il caporalato e la camorra. Basta emergenze, basta marginalità e degrado: vinceremo tutti insieme in una ostinata resistenza!». Dopo l’assemblea i manifestanti si sono spostati verso il parco umido della piana individuata per la costruzione del Centro, formando una lunga catena umana e mostrando uno striscione con la scritta “Zona di vincolo umanitario”. Sono passati poco meno di tre mesi dall’indizione, da parte di Invitalia, dell’appalto da 41,2 milioni di euro per la costruzione di questo carcere per migranti, che dovrebbe essere completato in circa un anno e mezzo. NELL’INFERNO DEI CPR A provocare ulteriore allarme sono le caratteristiche con cui dovrà essere costruito il Centro, sulla base di elementi che richiamano con evidenza il panopticon di Bentham, pianificato attraverso l’uso esplicito di espressioni come “confinamento” e “livelli di detenzione differenziati” a seconda della “condizione di ostilità” dei trattenuti.  Il modello panottico, basato sull’efficienza geometrica con l’obiettivo di “gestire” i detenuti con il minimo sforzo economico e umano, si concretizza nel progetto del Cpr di Castel Volturno in un ballatoio posto a un’altezza di otto metri e mezzo protetto da griglie: una sorveglianza dall’alto che garantisce completa visione di tutti i moduli di detenzione, blindati e separati tra loro da recinzioni di filo spinato, con una rete esterna di protezione alta almeno sei metri. Nel Cpr, in sostanza, i detenuti saranno sempre guardati e sorvegliati. Un sistema di contenzione finalizzato a cancellare chi non dispone del “documento giusto”, chi ha la sola colpa di aver attraversato un confine o ha perso il permesso di soggiorno a causa delle scellerate norme che negli anni hanno sempre più ridotto le possibilità di regolarizzazione, o della lentezza dell’apparato burocratico. Fuori, intanto, il riprodursi all’infinito di questo sistema riduce le persone in uno stato perenne di ricattabilità, sfruttabilità e marginalità. È importante ricordare, come già fatto qui in altre occasioni, che la detenzione amministrativa esiste in Italia dal 1998, con l’istituzione dei primi Cpta per opera della legge Turco-Napolitano, sotto un governo di sinistra. I centri hanno cambiato nome negli anni: da Cie (Centri di identificazione ed espulsione) a Cpr (Centri per il rimpatrio), senza mai trasformarsi nei fatti: luoghi di afflizione e abuso dove le persone vengono trattenute attualmente fino a diciotto mesi e poi, per lo più, rigettate in strada, devastate da mesi di sottrazione della libertà individuale condita da una endemica somministrazione di medicinali. Queste strutture sono state denunciate e definite negli anni “gabbie per cani”, “lager di stato”, “luoghi peggiori delle carceri”, “luoghi di tortura”; nel tempo si sono susseguiti rapporti di vari organi istituzionali e non, che ne mostravano l’orrore; di Cpr sono morte quarantaquattro persone per le quali, a oggi, non si è quasi mai ottenuta verità e giustizia (fa eccezione il processo per la morte di Moussa Balde, nel 2021, al Cpr di Torino, che ha visto la condanna dell’ente gestore Gepsa al pagamento di quattrocentomila euro). Con il patto europeo sulle migrazioni e l’asilo entrato in vigore il 12 giugno di quest’anno, l’Europa ha sancito di fatto la fine del diritto d’asilo, sposando il modello statunitense basato su sorveglianza, detenzione e omicidio. Eppure, le proteste di chi subisce la detenzione amministrativa sono riuscite talvolta a provocare la chiusura di strutture e a denunciare ingiustizie e soprusi. A seguito della morte per infarto del cittadino marocchino Moustapha Anaki nel Cie di Crotone (2013), per esempio, i compagni di modulo del detenuto, che avevano chiesto un’assistenza mai arrivata, distrussero il Centro. Vennero accusati di devastazione e saccheggio e processati, ma nel 2016 un giudice, con l’unica sentenza di questo tipo in Italia, decretò che si era trattato di legittima difesa contro la sottrazione illegittima della libertà individuale. Se l’Unione europea continua a promuovere la costruzione di luoghi di detenzione dentro e fuori i propri confini, lavorando ad accordi con paesi al di fuori del continente (delegando l’uccisione delle persone in cammino a milizie come quelle libiche e tunisine), non esiste altra strada che un’opposizione radicale ai centri, organizzata dalle persone detenute insieme alle comunità dei territori. La rete regionale contro i centri di detenzione per migranti si riunirà ancora nei mesi di luglio e agosto per pianificare la battaglia contro l’apertura del Cpr di Castel Volturno. Una manifestazione nazionale verrà promossa invece per il prossimo autunno. (yasmine accardo)
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A Cipro gli israeliani comprano molti terreni. E qualcuno teme sia una colonizzazione
Migliaia di persone hanno lasciato Israele e hanno comprato terra a Cipro, isola divisa tra Ue e Turchia dove la proprietà è contesa dal ‘74. Movimenti e uomini d’affari vicini all’ultradestra israeliana, intanto, sono sempre più visibili L'articolo A Cipro gli israeliani comprano molti terreni. E qualcuno teme sia una colonizzazione proviene da IrpiMedia.
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Geopolitica e Migrazioni
Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
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Verità e giustizia per Abderraim Fakir. Lo sciopero operaio blocca l’interporto, Bologna scende in piazza
La morte di Abderrahim Fakir, lavoratore di origine marocchina, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro, ha provocato una risposta immediata tra i lavoratori, gli abitanti dei quartieri popolari, i giovani e le realtà sociali della città Da Acta Media Abderrahim è morto mentre chiedeva aiuto. Le testimonianze e i filmati diffusi in queste ore descrivono un intervento segnato dall’uso dello spray al peperoncino, dalla violenza fisica e dall’immobilizzazione. Di fronte ai tentativi di minimizzare quanto accaduto, alle calunnie diffuse sul suo conto e alla difesa preventiva dell’operato delle forze dell’ordine, Bologna ha risposto reclamando con forza verità e giustizia. La morte di Abderrahim non può essere archiviata come una fatalità. Devono essere accertate fino in fondo tutte le responsabilità, senza insabbiamenti e senza impunità. Abderrahim era uno di noi: un lavoratore, un proletario, una persona che viveva sulla propria pelle lo sfruttamento, la precarietà, il razzismo e la repressione che colpiscono soprattutto chi lavora nei settori più duri e vive nei quartieri popolari. L’uccisione di Abderrahim ha avuto un’eco fortissima nei magazzini e negli stabilimenti logistici dell’Interporto di Bologna e nelle altre logistiche dell’Emilia. Uno sciopero operaio di 24 ore ha bloccato uno dei principali nodi della movimentazione delle merci del Paese. Una grande massa di lavoratori e lavoratrici si è raccolta davanti agli ingressi dell’Interporto, fermando la circolazione delle merci. Migliaia di camion sono rimasti bloccati, mentre altri sono stati dirottati verso differenti piattaforme logistiche. La risposta operaia ha colpito direttamente il cuore degli interessi economici e dei profitti, dimostrando che l’uccisione di un lavoratore non può passare sotto silenzio. I lavoratori e le lavoratrici hanno affermato con forza che la repressione contro proletari, migranti e abitanti dei quartieri popolari avrà una risposta collettiva. Lo sciopero ha dimostrato ancora una volta che la classe lavoratrice non esiste soltanto per produrre ricchezza e ricevere in cambio un salario. Lavoratrici e lavoratori rivendicano dignità, libertà, giustizia e il diritto di vivere senza essere sfruttati, discriminati o repressi. Vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose. DAL BLOCCO DELLE MERCI ALLA PIAZZA La mobilitazione operaia dell’Interporto si è unita alla manifestazione cittadina che ha portato nel centro di Bologna migliaia di persone di ogni provenienza: lavoratori e lavoratrici, giovani, famiglie, abitanti dei quartieri e realtà solidali. Dal Nettuno, il grosso della manifestazione si è diretta verso la Prefettura, indicando chiaramente le responsabilità politiche e istituzionali di quanto avvenuto. Alla richiesta di verità e giustizia si è risposto ancora una volta con manganelli, idranti e lacrimogeni. Ma la piazza ha resistito a migliaia per ore mentre i cancelli della logistica restavano bloccati. Questa giornata ha mostrato la forza del legame tra sciopero nei luoghi di lavoro, blocco della circolazione delle merci e mobilitazione nelle strade. Una pratica di autodifesa collettiva che unisce chi lavora, chi vive nei quartieri popolari, chi subisce il razzismo istituzionale e chi si oppone a un modello sociale fondato sullo sfruttamento, sulla paura e sulla repressione. Non può esistere alcuna generica “unità della città” davanti alla morte di Abderrahim. Ovviamente di fronte a chi per ore ha lottato per strada contro il governo arrivano le solite condanne di chi palude quando si lotta a Minneapolis ma si distanzia quando succede a casa propria. Da una parte ci sono coloro che difendono le politiche securitarie, la repressione e l’impunità. Dall’altra ci sono lavoratori e lavoratrici, gli sfruttati e le sfruttate, e tutt coloro che rifiutano di accettare che una persona possa morire durante un intervento di polizia senza che vengano accertate fino in fondo le responsabilità. La mobilitazione per Abderrahim si è svolta nei giorni del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, simbolo della repressione contro chi lotta e manifesta. Il suo grido di aiuto richiama anche quello di George Floyd, soffocato negli Stati Uniti mentre ripeteva «I can’t breathe». Ricordiamo Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Abderrahim Mansouri, Moussa Diarra, Ramy Shehata e tutte le persone morte durante fermi, arresti, inseguimenti e interventi delle forze dell’ordine. Ricordiamo chi era fragile, emarginato, solo o in difficoltà e, invece di ricevere aiuto e protezione, è stato trattato come un nemico. Essere poveri, migranti, senza casa, attraversare una crisi personale o una condizione di sofferenza non può significare avere meno diritti o avere una vita che vale meno. Troppo spesso, dopo queste morti, le vittime vengono criminalizzate e sottoposte a un secondo processo pubblico, quasi che le loro condizioni personali possano giustificare la violenza subita. Quanto accaduto ad Abderrahim non è un fatto isolato. I controlli discriminatori nei quartieri, la violenza contro i migranti, i CPR, le deportazioni, la repressione delle lotte sindacali e sociali, i decreti sicurezza, le manganellate contro chi manifesta e le morti quotidiane nei luoghi di lavoro sono espressioni dello stesso sistema. Quale modello intende inseguire l’Italia? Quello operato dall’ICE negli Stati Uniti, fondato su retate, detenzioni e deportazioni contro migranti e comunità razzializzate? Un sistema che tutela la proprietà e i profitti dei padroni, legittima la loro violenza, mentre considera sacrificabili le vite di chi lavora, di chi è povero e di chi viene indicato come straniero o marginale. La razzializzazione delle istituzioni produce una distinzione concreta tra vite considerate degne di tutela e vite considerate meno importanti. Lasciare morire in mare, umiliare nei centri di detenzione, usare violenza durante un fermo, reprimere chi sciopera o manifesta e lasciare morire chi lavora nei luoghi di lavoro sono facce della stessa medaglia. Nessuno scudo per la repressione. Verità e giustizia per le vittime. A cosa serve il cosiddetto scudo penale, se non a rafforzare l’impunità di chi esercita la forza dello Stato? Chi porta una divisa non deve avere meno responsabilità, ma al limite più obblighi di trasparenza e controllo. La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle camionette, dei manganelli, della repressione, della limitazione del diritto di sciopero e dei decreti sicurezza. Siamo di fronte a una pericolosa deriva securitaria, coerente con una società che insegue un’economia di guerra e trasforma la violenza in metodo ordinario di governo. Le mobilitazioni per la Palestina hanno però mostrato che il blocco dei flussi, lo sciopero e l’azione collettiva possono unire il rifiuto della guerra alla lotta contro sfruttamento e repressione. La nostra sicurezza è una sicurezza di classe, fondata sulla dignità di chi lavora, sulla casa, sul salario, sui diritti, sulla libertà di movimento, sull’abolizionismo, sulla solidarietà e sulla possibilità di organizzarsi e lottare collettivamente. La mobilitazione di Bologna dimostra che la paura può essere spezzata e che alla repressione è possibile rispondere con l’organizzazione, lo sciopero e la solidarietà. La memoria di Abderrahim e di tutte le vittime della violenza istituzionale continuerà a vivere nelle lotte di chi non intende piegarsi davanti allo sfruttamento, al razzismo, alla guerra e alla repressione. Invitiamo i lavoratori, le lavoratrici e tutte le realtà sindacali, sociali e politiche a mantenere alta l’attenzione, a moltiplicare le iniziative di solidarietà e controinformazione e a partecipare all’assemblea pubblica cittadina di martedì 21 luglio, alle ore 19.00, presso la Tettoia Nervi, per discutere insieme come proseguire la mobilitazione. Lab. Crash! – SI COBAS Bologna – PLAT
Una degna rabbia, per uno spregevole omicidio. La migliore Bologna in piazza a difesa di ciò che resta dell’umanità
Scoccano le 19.00 e su piazza del Nettuno il sole è ancora alto. Provare a quantificare il numero esatto delle migliaia e migliaia di persone già presenti e in costante aumento, risulta del tutto inutile: fiume, marea, oceano, sono tante le metafore acquatiche che solitamente si usano in casi del genere. E come tutti questi termini sottolineano in automatico, piazza del Nettuno ieri era sì un agglomerato eterogeneo di vite, storie, ma accomunato dalla trasversale necessità di scorrere. Da Acta Media Certo, a voler far retorica si può sempre sostenere tutto e il contrario di tutto, ma per chiunque fosse presente ieri era di lampante evidenza la necessità di urlare e camminare, a fronte dello spregevole omicidio di Abderrahim Fakir. Ma d’altronde qual era la pretesa? Dieci minuti di piantino collettivo e poi tutti a casa a cenare? La gente in piazza ieri era sconvolta, perché sconvolgenti sono le immagini di questo delitto, sconvolgenti quasi quanto la caparbietà con cui immediatamente si è deciso tra palazzi del potere e redazioni giornalistiche di insabbiarlo. Perché questo è il termine tecnico per descrive tutti i “eh ma”, “sì però”, “beh vediamo”: insabbiamento. Davanti a una vicenda come quella di Abderrahim non esistono vie di mezzo, e scegliere l’ambiguità delle parole invece che indignarsi per l’evidenza dei fatti, significa scegliere da che parte stare. Per opportunismo politico, pusillanimità, pochezza interiore, non importa ma si finisce immediatamente a far parte dello stesso fetido girone dei suprematisti che in queste ore sghignazzano e si eccitano al pensiero di “un ne*ro in meno” al mondo. In piazza si è diffusa come un boato la voce di Youssra, nipote di Abderrahim, una giovane donna in lacrime e forte allo stesso tempo. Non un personaggio televisivo, né una politica di professione: semplicemente una nipote a cui hanno ammazzato lo zio, e che, mal grado la voce spezzata dal dolore, decide di parlare e pretendere giustizia. Oggi già girano moniti filologici e dattilografie minuziose delle sue parole, inneggiando al massimo rigore nell’esegesi del testo, “ipse dixit”. Sta di fatto che, durante i suoi minuti di intervento, piazza del Nettuno è stato un corpo unico, uno stringersi corale con un reciproco ringraziamento dal microfono alla piazza e dalla piazza al microfono. Senza entrare in dichiarazioni e commenti emersi oggi, qualsiasi tentativo di raffigurare una contrapposizione rispetto a ieri tra lei e l’oceano lì presente per lei e la sua famiglia, sarebbe esilarante se non fosse deprecabile. Perché di questo parliamo, del fatto che migliaia di persone si sono opposte alla possibilità potesse calare il silenzio, al fatto che venisse calato il sipario su Abderrahim. Cori, urla, abbracci, lacrime, mani che si stringono, occhi che si cercano, voci che si uniscono: questa è stata la partenza del “corteo dei facinorosi”, ovvero della gran parte della gente presente in piazza. Non ci interessa attorcigliarci sui numeri, non abbiamo nulla da dover provare dato che circolano foto e video con ritratte migliaia di persone per strada fino a tarda notte. Sta di fatto che quello partito ieri pomeriggio non è stato un corteo organizzato, con promotori e sigle aderenti, ma una marcia popolare, una marcia di dignità, spontanea e collettiva. Un moto viscerale che ha condotto migliaia di persone a pretendere giustizia sotto la Prefettura, sì a gridare “assassini” alla polizia che blindava totalmente piazza Roosevelt già dalle prime ore del pomeriggio. Un fiume in piena che non si è fatto intimorire dalle cariche, dal fitto lancio di lacrimogeni e dai getti d’acqua degli idranti, pretendendo di rimanere lì, sotto la Prefettura, a gridare proprio “assassini”. Un fiume composto da giovani, certo – e qual è il problema? – ma anche da facchini, famiglie, gente di qualsiasi tipo. Un fiume determinato a non farsi cacciare via e attento alla propria difesa collettiva, indisponibile a continuare a subire in silenzio la violenza di celerini ed agenti di polizia. Noi quello che abbiamo visto lo chiamiamo dignità: un elemento ormai raro e sconosciuto a chi siede tronfiamente su poltrone, vive comodamente dentro delle ville, senza il minimo pensiero su come riempire il frigo o pagare le bollette. La stessa dignità che si è espressa per tutta la notte tra i magazzini vuoti dell’Interporto di Bologna, quando in centinaia e centinaia di lavoratori hanno risposto alla chiamata di sciopero, pretendendo giustizia per Abderrahim e bloccando totalmente il più grosso hub logistico di tutto il Nord Italia. Oggi non se ne parla molto sui giornali, probabilmente perché fa paura questa risposta trasversale capace di connettere un tessuto metropolitano così ampio, dal centro cittadino fino all’ingresso dell’Interporto. Fa paura questa risposta trasversale capace di unire studenti e studentesse, giovani precari e precarie, facchini, famiglie, in una eterogeneità di persone, biografie e pulsioni. E forse avete ragione ad avere paura, perché la dignità, l’umanità è giusto che spaventi chi ha scelto una vita mossa da squallidi fini e misere passioni. Una vita in cui si legittima il sopruso, in cui si aderisce al suprematismo. C’è tanto da inchiestare e discutere, ma, a caldo, la giornata di ieri nel suo complesso ha rappresentato un’irruzione tellurica di quella “Palestina Globale” che ha scandito il tempo dell’ultimo autunno. Non vogliamo scrivere parole posticce, né perderci nella mitopoiesi dei racconti, ma è evidente che il 2025 ha segnato per le vite di tutti e tutte noi uno spartiacque: il momento in cui si è scelto da che parte stare, in cui si è scoperta la possibilità, anzi, la necessità di alzare la testa ogni volta che questo inferno che chiamiamo presente ha deciso di infittirsi in infamia e dolore. Non un movimento lineare, ma un processo di movimentazione a macchie di leopardo, di scosse che nel loro rombare affermano il desiderio di un mondo nuovo, costi quel che costi. La giornata di ieri ha preso forma tramite un’incredibile alchimia di soggetti, e certo anche di gruppi: sindacati, associazioni, collettivi, che si sono messi a servizio di questo moto popolare. Giornate di questo tipo non sono mai lisce e senza contraddizioni, mai prive di dissidi, di prospettive diverse. Giornate di questo tipo non sono di proprietà di nessuno, e appartengono a tutte contemporaneamente. Nelle differenze, nelle affinità, nella difesa collettiva, imparando a resistere e a non indietreggiare, imparando a farlo insieme; questa giornata traccia una parte. La sfida diventa imparare a farla durare e dargli spazio. L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili.