Riceviamo e diffondiamo questa toccantissima lettera della compagna Sara
Ardizzone, con un’introduzione che ne spiega il contesto. Sandro, Sara: non vi
dimenticheremo!
«Per cui, senza vittimismi, vi saluto. E se quando vi abbraccerò mi verrà da
piangere, non sarà perché credo di aver subito un’ingiustizia od un sopruso, ma
perché mi mancherete». Lettera di Sara Ardizzone alle colleghe del gennaio 2018
Facendo archeologia nei depositi di una vita di battaglie, abbiamo ritrovato
questa tenerissima lettera che Sara scrisse alle colleghe di lavoro nel gennaio
del 2018. La lettera nasce a seguito di un licenziamento per ragioni
disciplinari, un’insubordinazione a difesa della propria dignità che viene
rivendicata a testa alta. Il testo era stato all’epoca inoltrato anche ad alcuni
compagni più stretti.
È impressionante dopo tutti questi anni (ri)scoprire come non ci siano
differenze né in termini di stile, né soprattutto in termini di orgoglio, di
tenacia, di primato assoluto dell’etica, con altri documenti più recenti e
“politici” come, un esempio su tutti, la dichiarazione che Sara ha tenuto nel
tribunale di Perugia il 15 gennaio 2025 durante l’udienza preliminare del
processo Sibilla. A dimostrazione – se mai ce ne fosse bisogno – che Sara era la
stessa persona di fronte a tutti: di fronte ai colleghi, di fronte ai compagni,
di fronte agli inquisitori. E lo è stata negli anni. Altro che persona solitaria
e dalla doppia vita, come hanno scritto alcuni imbrattacarte sempre pronti a
suonare la colonna sonora che più aggrada ai potenti.
Il suo anarchismo non ha mai avuto bisogno di ulteriori specificazioni o
aggettivi. La sua è stata una personalità di orgoglioso, indomabile
individualismo, gelosa custode della sua libertà individuale, rivendicando in
ogni occasione di ragionare sempre e solo con la propria testa, senza prendere
ordini da nessuno e senza darli a nessuno. Al contempo, e senza linea di
contraddizione, anzi con estrema naturalezza, la sua interpretazione universale
degli eventi sociali è sempre stata improntata nel segno di un’irriducibile
concezione di classe, coerente coi principi anarchici. Una “propaganda col
fatto” che ha lasciato il segno su tantissime persone che hanno avuto la fortuna
di conoscerla.
* * *
Oggi mi è stata data comunicazione della risoluzione del mio contratto
d’apprendistato. Non possiamo negare che io ed i valori Decathlon (purtroppo o
per fortuna) andiamo in due direzioni diverse. Sarebbe ipocrita da parte mia
domandarsi il perché di una simile decisione da parte dell’azienda. Io, ragazzi,
non sorrido. Io non sorrido perché è contro natura (quello, davvero sì)
sorridere a chi ci fischia per i corridoi come se fossimo cani. Perché io non
sorrido quando una cliente mi chiama in accoglienza urlando che siamo degli
incompetenti perché la bici comprata, per sua stessa ammissione, alle h 20 il
GIORNO DOPO, ha una camera d’aria sgonfia. Io non rido quando la stessa signora
mi dice che siamo stati superficiali perché alle h 20e15 avevamo voglia di
staccare, ricordandomi che, per legge, se lei si trova in negozio, noi siamo
tenuti a rimanere fino a quando l’ultimo cliente non ha VOGLIA di terminare i
suoi acquisti. La legge non la conosco, ma una cosa ho imparato… che non sempre
legge vuol dire giustizia. E la mia giustizia è quella di mandarla AFFANCULO.
Perché nel ’43 era legge mandare gli ebrei nei campi di concentramento, ma la
legge si è cambiata, e si è cambiata con la forza. La stessa forza che i nostri
colleghi hanno usato in un’Ipercoop dell’Emilia Romagna, facendo i cordoni per
non fare entrare i clienti a comprare lo scorso 25 aprile. Per cui, senza
vittimismi, vi saluto. E se quando vi abbraccerò mi verrà da piangere, non sarà
perché credo di aver subito un’ingiustizia od un sopruso, ma perché mi
mancherete.
Sempre a pugno chiuso.
PADRONI DI NIENTE, SERVI DI NESSUNO.
Un abbraccio.
Sara
09/01/2018
Qui in pdf: lettera di sara ardizzone alle colleghe del gennaio 2018
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PRESIDIO AL CARCERE DELLE VALLETTE
Carcere Vallette - Torino
(domenica, 21 giugno 16:00)
PRESIDIO SOLIDALE AL CARCERE DELLE VALLETTE
DOMENICA 21 GIUGNO ORE 16
Ritrovo al capolinea del tram 3
All'alba di martedì 16 giugno è scattata una grossa operazione repressiva,
coordinata dalla Procura di Roma, che ha portato alla custodia cautelare in
carcere per 7 compagnx, 2 arresti domiciliari con tutte le restrizioni, più
diverse perquisizioni e lo sgombero dello spazio occupato Bencivenga. I reati
contestati dalla controparte sono l'art.270 bis e 270 quinquies ter,
rispettivamente "associazione con finalità di terrorismo e di eversione
dell'ordine" e "detenzione di materiale con finalità di terrorismo", in
riferimento ad alcuni sabotaggi delle linee ferroviarie, avvenuti nel febbraio
scorso a ridosso dell'inizio delle Olimpiadi invernali, svoltesi a
Milano-Cortina.
Sabotaggi che sono stati rivendicati, tramite un comunicato apparso online, come
pratiche di solidarietà concrete contro la guerra e le sue infrastrutture, per
attaccare RFI e il suo ruolo nell'ingranaggio bellico internazionale. Azioni di
resistenza che si inseriscono nell'ampia mobilitazione dei mesi scorsi, dove
migliaia di persone sono scese in strada per bloccare porti, stazioni,
autostrade e hanno assaltato la polizia. Pratiche diverse ma mosse dagli stessi
obiettivi: in solidarietà con la resistenza palestinese, contro il genocidio e
l'economia guerrafondaia portata avanti dal governo Meloni, inserita nella più
ampia prospettiva europea di riarmo, che sta già da tempo investendo nelle
infrastrutture e nei trasporti a scopo militare.
Vediamoci domenica per portare solidarietà a Bibi, compagno arrestato che si
trova ora in isolamento, e a tutte le persone detenute costrette a subire la
violenza della detenzione penale.
TERRORISTA E' LO STATO, NON CHI LOTTA CONTRO ESSO
LIBERTA' PER BIBI, STE, NICO, ARNAU, MIC,TONI E PIETRO
Per la prima volta in modo così esplicito e condiviso, una parte significativa
delle amministrazioni locali della Valle di Susa rompe la narrazione ufficiale e
mette radicalmente in discussione il […]
The post Avigliana–Orbassano: Comuni e Unione Montana chiedono il ritiro del
progetto. “Un’opera inutile, costosa e senza alcuna reale giustificazione” first
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PRESIDIO SOLIDALE AL CARCERE DELLE VALLETTE DOMENICA 21 GIUGNO ORE 16 Ritrovo al
capolinea del tram 3 All’alba di martedì 16 giugno è scattata una grossa
operazione repressiva, coordinata dalla…
MOBILITAZIONE NAZIONALE IN SOSTEGNO DELLE 10 PERSONE DELLA GLOBAL SUMUD LAND
CONVOY
Comune di Torino - Piazza Palazzo di Città
(domenica, 21 giugno 18:30)
Con Amnesty Italia lanciamo una mobilitazione nazionale permanente con presidi
in tutta la penisola fino al 24 giugno in sostegno delle 10 persone del Global
Sumud Land Convoy che da 24 giorni sono prigioniere in Libia.
Il 24 sarà un mese esatto dall’inizio della prigionia illegale di compagne e
compagni, tra cui Dina e Domenico, due nostri connazionali che hanno scelto di
far parte dell’ultima delegazione che si è occupata delle trattative per
l’accesso degli aiuti che trasportavano insieme al convoglio.
Andiamo nelle piazze, sotto le prefetture e i ministeri e facciamoci sentire,
non lasciamo che questa prigionia politica duri un giorno di più, non senza
lottare, non senza usare il nostro corpo per fermarlo.
Il convoglio, come la Flotilla, sfida il blocco illegale imposto dall’entità
sionista a Gaza dal 2007, impedendo un regolare e sufficiente ingresso di aiuti
umanitari. Non c’è mai stata una tregua, in Palestina si continua a morire sotto
le bombe, di fame e per mancanza di medicinali ed equipaggiatura medica ogni
giorno, ogni ora, anche in questo momento.
Se le istituzioni scelgono l’immobilità, noi muoviamoci, insieme.
Global Sumud Italia
In questi giorni si sta riaccendendo il dibattito attorno alla tratta nazionale
Tav Avigliana – Orbassano. All’incontro svoltosi questo sabato a Rivoli dal
titolo “tratta ferroviaria Torino – Lione. Infrastrutture, […]
The post Un miliardo e mezzo per 24 chilometri di TAV. E se li investissimo in
ciò di cui la Valsusa ha davvero bisogno? first appeared on notav.info.
Le testimonianze inedite lette da Enrico Zucca riportano alla luce l’orrore
della Diaz e interrogano venticinque anni di repressione, impunità e
trasformazioni dell’ordine pubblico A venticinque anni dal G8 di …
Riprendiamo da
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/06/17/uninfuocata-misura-di-disarmo-presso-la-telekom-attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-della-deutsche-telekom-contro-la-guerra-e-contro-la-sorveglianza-tecnologica-berlino-germania-giugn/
“Un’infuocata misura di disarmo presso la Telekom!”. Attacco incendiario contro
il parco auto della Deutsche Telekom, contro la guerra e contro la sorveglianza
tecnologica (Berlino, Germania, giugno 2026)
“Il settore della difesa rappresenta un nuovo ambito di attività che Telekom
intende sviluppare e nel quale intravede un elevato potenziale di crescita”.
Ciò che il presidente del consiglio di amministrazione della Deutsche Telekom,
Tim Höttges, definisce qui “potenziale di crescita” non è altro che: la guerra è
un affare redditizio e il gruppo vuole la sua fetta di torta.
L’azienda parastatale, con i suoi servizi informatici destinati alle autorità di
difesa e sicurezza, è da tempo sinonimo di integrazione tra tecnologie civili e
militari. Tuttavia, l’attuale spinta verso il mercato degli armamenti assume una
dimensione decisamente nuova e, in questo senso, Telekom si trova in ottima
compagnia. La Germania, infatti, vuole diventare un Paese pronto alla guerra e,
di conseguenza, la sua industria in crisi viene riorientata verso il settore
degli armamenti. Ad esempio, presso lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück e
presso il produttore di treni Alstom a Görlitz, dovrebbero presto uscire dalla
catena di montaggio dei carri armati, mentre nell’ex stabilimento Pierburg di
Wedding, a partire da luglio, Rheinmetall intende avviare la produzione delle
relative munizioni di artiglieria. Da parte sua, la Telekom prevede di
sviluppare, insieme a Rheinmetall, uno scudo di difesa contro i droni.
Attraverso il proprio fondo tecnologico da 2 miliardi di euro, l’azienda
partecipa inoltre alla start-up Quantum Systems, che sviluppa droni autonomi da
combattimento e di sorveglianza.
Tutto questo non può passare inosservato, ecco perché la scorsa notte abbiamo
alleggerito il parco auto della Deutsche Telekom di sei veicoli nel quartiere di
Alt-Hohenschönhausen a Berlino. Hanno fatto i conti senza di noi. Non vogliamo
cedere i nostri quartieri alla loro produzione di armi né morire come carne da
cannone al fronte per i potenti.
Saluti di solidarietà agli Ulm5 e a tutti gli altri antimilitaristi che
ultimamente sono finiti nel mirino degli sbirri!
Contro ogni guerra! Contro ogni genocidio!
Fanculo il servizio militare obbligatorio! Fanculo la Bundeswehr!
Attacchiamo la militarizzazione e la distopia della sorveglianza e
dell’intelligenza artificiale!
E come sempre: difendiamo Rigaer94!
Voi avete il potere, noi abbiamo la notte!
[Pubblicato in tedesco in https://de.indymedia.org/node/744269 | Tradotto in
italiano e pubblicato in
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/06/17/uninfuocata-misura-di-disarmo-presso-la-telekom-attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-della-deutsche-telekom-contro-la-guerra-e-contro-la-sorveglianza-tecnologica-berlino-germania-giugn/]
(disegno di martina di gennaro)
Bisognava aspettare. Loro sapevano da sempre che il tempo è una cura. Così come
erano consapevoli che la libertà richiede virtù e coraggio, come recita il verso
di Andreas Kalvos inciso nel cortile del Politecnico di Atene, a ricordo della
rivolta del novembre 1973. Fu proprio lei, la libertà, che in greco è Elefterìa,
“a dare le ali a Icaro (ché il mito nasconde sempre un seme di verità). E se è
vero che l’alato cadde nel mare, precipitò però dall’alto del cielo e morì
libero”.
Poi, un giorno, davanti alla lavagna, è arrivata. E voglio restituirla così
com’è giunta, perché non c’è modo più saggio di donare ciò che si è ricevuto se
non raccontandolo.
* * *
Chi chiedeva con insistenza il motivo non restava quasi mai soddisfatto dalla
risposta. Imparare il greco? Il punto è che chi lo domandava non aveva mai visto
il volto eterno di Nikos, fratello di Sideris, mentre ballava uno zeibekiko alle
tre di notte sotto i platani di Therma, a Ikaria. Sarà stato intorno al 2012.
Gli altri sedevano in silenzio, battendo le mani, per rispetto del ballerino e
della sua catarsi. Il volto di Nikos esprimeva la concreta e semplice fermezza
di chi sa che per essere liberi bisogna lottare.
Si dice che lo zeibekiko può ballarlo bene solo chi ha amato e sofferto tanto. E
chissà quanto avrà sofferto Nikos, infermiere all’ospedale di Agios Kirikos.
Quella notte d’estate roteava con gli occhi chiusi, leggiadro nei suoi
centoventi chili, ubriaco e in estasi, mentre una voce lamentosa cantava: Theé
mou megalodýname, eccetera eccetera, che tradotto vuol dire: Dio mio onnipotente
/ che sei lassù in alto / getta un po’ di tabacco, mio piccolo Dio / sopra il
mio narghilè…
Quelle parole all’epoca erano insignificanti eppure potenti nel suono, e per
capirle bisognava approfondire. Non esistevano scorciatoie, ma una strada lunga
e in salita. E dopo qualche anno eccoci qui, in un’aula piccola e affollata, a
imparare quella lingua così mistica e complicata. Una lingua che parlano solo
loro.
Avevo saputo dell’esistenza di una scuola per rifugiati a Exàrchia da un’amica
italiana che viveva ad Atene. Si varca un portone in una strada pedonale; si
sale una scala di legno scricchiolante. Siamo allo Steki Metanastòn, il ritrovo
degli immigrati. Uno spazio autogestito. L’insegnante di turno chiede in modo
sbrigativo se conosci l’alfabeto. Se sì, siedi; se no, scendi dove le classi
partono da zero. Non esiste altro modo per interiorizzare la prima regola di una
scuola autogestita per stranieri: il sano pragmatismo. Parlano i fatti. Quanto
alle parole, quelle vengono da sé: occorre impararle, capirle, farsele amiche.
Acquisirle e usarle, e piano piano si avanza. È in quel processo che si svela
tutto il resto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Ti siedi, un po’ spaesato ma dotato di buona volontà, sedotto dal fascino
dell’incomprensione che si trasforma in sapere, in una stanza con i banchi
disposti a ferro di cavallo. Di fronte, una lavagna bianca. Quel pomeriggio la
composizione è da incipit delle barzellette: ci sono due cinesi, una tedesca, un
napoletano e un francese. È lunedì, ma negli altri giorni si incontrano anche
iraniani, afghani, algerini. Gente che sa cosa vuol dire perseverare.
Fuori c’è Atene. La civiltà del quotidiano, il blasone della povertà. La crisi
sistemica. Un tavolino e due sedie fuori a un negozio di cianfrusaglie, sotto a
un porticato di cemento armato pieno di scritte, da cui scendono a cascata fiori
di bouganville. Strade trafficate con le acacie lungo i lati. Palazzi abitati da
alberi. Il venditore di koulouri che nonostante tutto sorride all’angolo tra la
Akadimias e Dimokritou. Duecento famiglie sotto sgombero a Prosfighikà.
Dentro, invece, siamo noi, attenti ad ascoltare un insegnante di nome Vassilis.
Sulla cinquantina, calvo, più paziente di Chirone il centauro, più saggio di un
Tiresia. Se penso per un momento solo a chi glielo fa fare, non riesco a non
pensare alla poesia di Kavafis su coloro che, nella loro vita, decisero di
presidiare con onore le Termopili: “Mai mancando al dovere: giusti e retti in
tutte le loro azioni, ma con pietà, e con misericordia: valorosi se ricchi, e se
poveri non certo meno arditi, danno il loro contributo, per quel che possono:
dicendo sempre il vero, senza odio nei confronti dei mentitori. E ancora più
onore gli è dovuto se prevedono (e molti lo prevedono) che alla fine arriverà
Efialte e i persiani, alla fine, passeranno”.
Perché è di poesia e di nient’altro che qui si parla. E i nostri occhi sono
puntati sul maestro Vassilis che con naturale spontaneità usa un metodo
maieutico. È da noi stessi che fa partorire il significato intimo di quelle
parole. Dal nostro vissuto, dalle nostre biografie. Nessuno sa niente dell’altro
eppure è come se fossimo la stessa cosa insieme in quel preciso momento. Come se
possedessimo già, da qualche parte dentro di noi, quella lingua da cui tutto
sembra trarre origine, e il maestro fosse là, levatrice di vocaboli, per
tirarcela fuori con ostinazione.
Una parola allora diventa l’universo intero. Su un quaderno le lettere viaggiano
in un groviglio di pensieri che, passo dopo passo, avanzano a forza di
intuizioni. Si cade talvolta nell’errore, ma a chi non piace vincere facile è
fin troppo evidente che da quello sbaglio s’impara la differenza tra maschile,
femminile e neutro.
A un certo punto Vassilis propone un paichnídi. Un gioco. Non c’è modo più
efficace per imparare. Dobbiamo scegliere una frase nella nostra lingua
d’origine da una canzone, un poema o una favola, scriverla alla lavagna,
leggerla ad alta voce e tradurla in greco. Prendiamo tempo. E nel frattempo
impariamo che il tempo è il medico dei mali senza rimedio. In greco ha una
doppia accezione che, come insegnano i dotti, racchiude tutta una filosofia di
vita e di morte, di limite e di infinito che tormenta noi mortali dalla notte
dei tempi.
Tocca al primo dei due cinesi. Si chiama Wang, ha il pizzetto e parla solo se
interpellato. È la rappresentazione viva di chi al mondo non ha altro che la
propria volontà. Si alza e arriva alla lavagna. Scrive. Il testo è articolato,
lungo, difficile. Wang l’avrà pescato dal suo cuore, che per un momento si svela
a noi ignari di ogni cosa e poi ritorna nel suo mistero assoluto. Ascoltiamo la
sua voce recitare parole che restano suoni da decifrare. Traduciamo parola per
parola, cercando quelle giuste, scartando quelle controverse, pesando quelle
adatte. Dal cinese al greco. Dal greco all’italiano: Lo stesso giorno dell’anno
scorso / in questo giardino / c’era una donna con dei fiori di pesco. / Oggi la
donna non si vede / ci sono solo i fiori / che profumano di primavera.
Il silenzio aiuta a metabolizzare ogni dettaglio. Ogni parola apre a un mondo
nuovo da connettere con l’insieme. E il tutto sta nel molteplice. Avanti il
prossimo, dice Vassilis con gli occhi. Si alza il francese e si dirige alla
lavagna. Prende il pennarello e inizia a scrivere. Demain, dès l’aube, à l’heure
où blanchit la campagne, Je partirai… Sono i versi di una poesia di Victor Hugo.
Vassilis riflette insieme al francese sulle parole, ci consultiamo, alcune le
conosciamo, altre le impariamo sul momento: Ávrio, me tin avghí, tin óra pou
asprízi o kámpos, tha fígo…
La lavagna inizia a vivere di vita multiforme. Gli alfabeti si mescolano in un
quadro espressionista. È il mio turno. Mi alzo, prendo il pennarello. “Lasciate
ogni speranza voi che entrate” diventa Afíste káthe elpída prin mpeíte. Vassilis
riconosce il celebre verso. Capisco solo adesso perché quel vecchio amico si
chiamava Elpidio. Quando eravamo piccoli lo prendevano tutti in giro per quel
nome.
Sotto a chi tocca. Si alza l’altro cinese e va verso la lavagna. Prende il
pennarello e scrive nel suo alfabeto una frase che tradotta suona più o meno
(ché tradurre è tradire) così: “La luce della luna davanti al letto”. Impariamo
tutti che “luna” in greco è un sostantivo neutro e si dice feggàri. Una parola
che sta in una vecchia canzone dell’esilio, con una voce che si rivolge a lei.
Tocca alla ragazza tedesca. Si alza, scrive una frase che ci riporta di nuovo là
dove siamo e al contempo laggiù dove saremo: Qualcuno deve pur iniziare il
futuro prima o poi. Non aspetterò ancora a lungo.
Insieme traduciamo, analizziamo, interpretiamo questa idea di futuro che in
greco si dice Méllon. L’avremmo vista scritta tante, troppe volte, sui muri
della città senza futuro, sugli striscioni appesi dai compagni. La lavagna è
ormai un terreno coltivato a sementa di lettere. Un testamento collettivo. La
osserviamo, e in quel preciso istante capiamo. Capiamo che un brivido ci corre a
tutti dietro la schiena. Non ci conosciamo, ma lo sentiamo forte dentro.
Vassilis osserva quel piccolo capolavoro senza degnarci di un elogio, ci parla
di una rivista che lo Steki Metanastòn pubblica di tanto in tanto, e chiede il
permesso di pubblicare ciò che siamo stati capaci di elaborare. Accettiamo. Un
cenno di saluto. La lezione è finita, ma è la stessa lezione di sempre. La più
antica di tutte le lezioni. (andrea bottalico)