[2026-07-08] SPOSTATO 18:30 PER UNIRSI ALLA CHIAMATA DEL COMITATO DI BARRIERA @ Largo Giulio Cesare
SPOSTATO 18:30 PER UNIRSI ALLA CHIAMATA DEL COMITATO DI BARRIERA Largo Giulio Cesare - Torino (mercoledì, 8 luglio 18:30) Mercoledì 8 luglio, diversi gruppi facebook di Barriera hanno lanciato una manifestazione in Largo Giulio Cesare "contro degrado e delinquenza", solito slogan il cui significato nasconde solo soluzioni razziste legate alle deportazioni. Vivere Barriera di Milano oggi vuol dire fare i conti quotidianamente con l'isolamento imposto da una società che ci toglie tutto, dalla sanità, alle case, al lavoro, alle scuole, che vuole creare un nemico interno - solitamente persone migranti e povere - contro cui scagliare tutta la nostra rabbia, così che il potere e i responsabili rimangano impuniti. I gruppi che rilanciano questo appuntamento sono soliti fotografare le diverse scene di povertà, abbandono, sofferenza e solitudine che aleggiano nelle strade di quartiere dando la colpa a chi vive queste situazioni e volendo come unica soluzione la loro deportazione, il loro allontanamento, il carcere, il CPR, il TSO. Di fronte a tutto questo le persone sono state così terrorizzate da giornali, politici vari e media che non si guarda più in faccia a nessuno e si richiede solo una sicurezza basata sull'esclusione, l'isolamento, la tranquillità di chi "fa il suo dovere" (che di fatto è lavorare, consumare e produrre, niente di più e niente di meno). Noi rispondiamo a questi discorsi razzisti, semplicistici e pieni di odio con una contro-manifestazione che possa rispondere alle banalità che verranno scandite a suon di tricolori e inno d'italia, con cui si vuole sottolineare la loro idea di "nazione" basata sull'essere bianchi, borghesi, assoggettati al lavoro e alle leggi di uno stato che in realtà li odia. In Barriera - come in tante altre zone - è possibile vedere il risultato delle politiche razziste, capitaliste e securitarie e l'effetto che hanno sulla vita delle persone; e mentre c'è chi crede che passeggiare con un tricolore sia "incominciare a sentirsi sicuri", noi esigiamo case accessibili, sanità pubblica gratuita, servizi e un'appartenenza al territorio basata sulla solidarietà, condivisione e mutuo-aiuto di chi vive il territorio, non di chi ha i "giusti" documenti. La sicurezza non è avere più divise in ogni angolo della città. Ci sentiremo al sicuro solo quando ogni persona avrà una vita dignitosa, un tetto sulla testa, una rete di persone che la circondano. Barriera è di chi la vive. Basta farsi terrorizzare da chi viene qui per fare propaganda.
#9 2025/26 (Gran Galà di Putagè live dal cortile della Blackout House)
IL GRAN GALÀ DI PUTAGÈ: ► 07:37: Putagè d’oro alla carriera al Chimico Elio e la Biologa Tecla con rubrica “I rimedi della nonna: quando le credenze popolari incontrano la scienza e si sentono giudicate; vocale di saluti di Marco Maioli, autore della rubrica “Il valzer delle punte”, sulla comunità capoverdiana in Argentina ► 21:29: il sondaggio di fine anno a cura di Radiospalla Sol; Putagè d’oro al miglior pubblico a Lollo e Stefania; vocale di saluti di Nicola Gobbi, autore della rubrica “Fumetti & Varnelli”, che consiglia “Blueberry” di Jean-Michel Charlier e Jean Giraud (Moebius) e “Fatti a pezzi: Zeta a raccolta!” di Cisco Sardano ► 40:06: Putagè d’oro ai migliori ascoltatori a Frey e suo figlio Juri con saluti di Frey, autore della rubrica “Un pezzo di storia”; “Putagè Segreteria Telefonica” a cura di Walter”; “Poesie al telefono” con Chiara che ci legge due poesie di Umberto Fiori e Rebecca che ci legge una poesia di Murid al-Barghuthi; Putagè d’oro alla miglior rubrica emergente per “Retrobottega” di Giancarlo Piacci, che consiglia “Shubbek Lubbek – Ogni tuo desiderio” di Deena Mohamed abbinata alla canzone “Reverie” di Sama’ Abdulhadi ► 57:23: “Putagè Segreteria Telefonica”; Putagè d’oro alla migliore ospite internazionale a Eve Blouin; “L’inglese in tre mesi senza maestro”; Putagè d’oro alla miglior rubrica a “Raccontami una canzone” con Ale di Note, cose, città (Radio Onda Rossa) ► 1:08:31: intervento di due piccoli ospiti: Agata e Edoardo; seconda parte del sondaggio di Radiospalla Sol; Putagè d’oro alla miglior ospite a Francesca Coin ► 1:17:54: “Putagè Segreteria Telefonica”; vocale dell’Ostetrica Elena, autrice della rubrica “Vulvasaur”; comunicato da parte di AstroLavinia con il manifesto del partito Futuro Intergalattico di Wanna C.; Putagè d’oro alla miglior puntata per la puntata di maggio con Florencia Santucho e la squadra torinese classificatasi terza all’europeo di imitazione gabbiani LA SCALETTA DI LUCIO E IL SUO STAGISTA: – Stanley Bricks “Orange Juice” – Herman Dune “I Wish That I Could See You Soon” – Bonnie Prince Billy “Like It Or Not” – The Vaselines “Son Of A Gun” – The Magnetic Fields “Absolutely Cockoo” – Daniel Johnston “True Love Will Find You In The End” – Bonetti “L’estate del ’90” Più info su: www.putage.org
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LucioEIlSuoStagista
Macerie su Macerie – PODCAST 06/07/26 – Sulla comunicazione oggi
Il narratore prende ciò che narra dall’esperienza […] e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia. Il romanziere si è tirato in disparte. Il luogo di nascita del romanzo è l’individuo nel suo isolamento, che non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior peso e che lo riguardano più da vicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri. (Walter Benjamin, Il Narratore) Che la comunicazione non sia un semplice trasferimento di informazioni tra un emittente e un destinatario attraverso un canale neutro è un’idea banale di oltre un secolo. Oggi, però, il problema va molto oltre il modo in cui le informazioni o la “conoscenza” vengono capitalisticamente prodotte e diffuse, perché in gioco c’è la possibilità stessa di fare esperienza duratura del mondo e di noi stessi. A Macerie su Macerie proviamo a fare qualche riflessione a proposito.
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Tattoo di Earl Thompson e le Nuove Indicazioni Nazionali per i licei
(archivio disegni monitor) Ad aprile è stata pubblicata la bozza delle Nuove Indicazioni Nazionali per i licei, che segue la pubblicazione delle Nuove Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione. Del primo testo si è sottolineato più volte il carattere colonialista – “Solo l’Occidente conosce la Storia” – ma, nonostante il periodo di consultazione intercorso tra la pubblicazione delle bozze e la pubblicazione ufficiale, questo non è cambiato molto. Del testo per i licei, a far discutere è soprattutto la parte di Letteratura italiana, curata da Claudio Giunta; in particolar modo, la scelta di rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi di Manzoni. Questa sembrerebbe una delle poche scelte che guardano avanti all’interno di un’operazione sapientemente rivolta all’indietro. C’è un motivo per cui I Promessi Sposi sono stati così a lungo il romanzo italiano per eccellenza, quello che ogni studente ha dovuto leggere dalla fine dell’Ottocento a oggi: il romanzo di Manzoni riesce a unire, in maniera così conciliante, l’emarginazione di Renzo e Lucia con la loro inscalfibile correttezza. I due reagiscono all’ingiustizia subita con una purezza e una caparbietà uniche, perfette per costituire un buon esempio agli occhi dei ragazzi: gli oppressi ben educati. Nessun governo avrebbe l’ardore di proporre come classico contemporaneo Tattoo di Earl Thompson, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974 ma tradotto in italiano solo nel 2025 da Tommaso Pincio per Feltrinelli. Il romanzo racconta la storia di Jack, un quattordicenne del Kansas che vive nella miseria con i nonni. Il ragazzo, figlio di una prostituta e di un “avanzo di galera”, detesta talmente tanto l’odore della catapecchia in cui vive e i buoni pasto con cui i nonni lo mandano a fare la spesa che riesce a farsi assumere in Marina fingendo di aver già compiuto diciotto anni. Presta servizio prima in Cina, durante la guerra civile tra Mao e Chiang Kai-shek e poi nella guerra di Corea, questa volta nell’Esercito. Al suo ritorno, quasi venticinquenne, rifiuta di restare nell’Esercito e si iscrive all’Università di Belle Arti. Nel decennio che intercorre tra le due scelte succede di tutto. Jack è un ragazzino gracile e docile, Topino lo soprannomina qualcuno. È spesso vittima di personaggi maschili più burberi e violenti di lui: innanzitutto il nonno, un omaccione tremendamente arrabbiato con la vita e soprattutto con Roosevelt; poi il suo migliore amico Glenn, delinquentello sessista che non gli perdonerà mai di aver scelto una vita diversa da lui, arrivando, alla fine del romanzo, a pestarlo brutalmente; e poi le molteplici figure della Marina e dell’Esercito che occupano posizioni superiori alla sua: rozzi vili spacconi sempre pronti a usare le mani, tanto con gli uomini quanto con le donne. Jack non li sopporta: “Era la vecchia stronzata di sempre, dimostra che sei un uomo. Al diavolo, se erano quelli gli uomini, lui non aveva nessuna voglia di esserlo”. Eppure, Jack non si comporta meglio di loro. Fin dall’inizio del romanzo, il ragazzo è carnefice tanto quanto gli altri maschi: molesta le donne che incontra nel quartiere; poi, assieme ai suoi compagni della Marina, realizza un vero e proprio stupro di gruppo ai danni di un’infermiera in alcune tra le più agghiaccianti pagine scritte da Thompson. Anche quando ha dei rapporti con donne consenzienti, come nel caso della sua futura moglie, Sharon, il ragazzo è costantemente ossessionato dal corpo di lei, lo cerca e lo circuisce fino a ridurlo alla passività. In guerra non si comporta tanto meglio, basti pensare a quando prende la testa di un giapu e se la porta in caserma come un trofeo per ottenere una ricompensa in denaro. Earl Thompson non ci risparmia nulla: lascia che chi legge si inacidisca lo stomaco con le meschinità di Jack e dei suoi amici, sporca l’inchiostro del romanzo con un liquido vischioso che rischia di attaccare irrimediabilmente le pagine del libro prima di averlo finito. Ma poi, in qualche modo, si va avanti. La storia prende aria. Jack si emancipa, almeno parzialmente, dal contesto di provenienza e lo fa soprattutto grazie alla lettura. E allora leggendolo siamo lì, con lo stesso Jack che prima stava stuprando. Siamo lì nei momenti più poetici, come quando cammina da solo di notte sulla Retreat, il barcone su cui è arruolato, e scrutando le luci della notte viene quasi travolto dalla mareggiata; quando entra in un bordello di lusso, con la speranza di essere diverso dalle bestie con cui condivide il reparto; o quando si isola in una cabina per leggere Furore di Steinbeck che gli piace, sì, ma ha l’impressione che parli “di gente un gradino più sopra rispetto ai suoi familiari o che i suoi familiari fossero davvero un branco di delinquenti che dovevano ritenersi fortunati a non essere stati spazzati via dalla faccia della terra”. Ma siamo con Jack soprattutto nelle ultime pagine del romanzo quando rimane vittima prima di un agguato da parte del suo migliore amico e poi di una feroce sparatoria in Corea, rischiando di perdere la vita. Ecco che Jack è anche vittima, e in questo anche c’è tutta la differenza con il romanzo buonista di Manzoni. La scelta di rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi dal programma dei licei prova indubbiamente a risolvere il problema che è, per ogni ragazzo oggi a scuola, leggere il testo di Manzoni senza l’ausilio di note, parafrasi e commenti, cioè senza approcciarlo come fosse La Divina Commedia. Il capolavoro di Dante invece – con i suddetti ausili – riesce ancora incredibilmente ad affascinare i ragazzi, ma offre un’esperienza di lettura ben diversa da quella di un romanzo. Eliminare I Promessi Sposi apre quindi una voragine: quali romanzi leggere ora? E, soprattutto, il romanzo è ancora una forma ricevibile per gli alunni? Io credo di sì, ma solo se proposto in modo diverso da quanto fatto finora. Il testo delle Indicazioni Nazionali propone un elenco di autori molto lungo: Moravia, Palazzeschi, Brancati, Ginzburg, Sciascia, Romano, Ammaniti, Defoe, Swift, Austen, Brontë, Dumas, Flaubert, Stendhal, Dostoevskij, Kafka, Salinger, Dahl e altri ancora. Non si può entrare nel merito di tutti questi nomi, ed è evidente che questa varietà è, di fatto, un campo aperto, motivo per cui da settembre ogni insegnante dovrà scegliere con dei propri criteri ciò che ritiene più importante leggano i propri alunni, con i vantaggi e gli svantaggi che questa libertà comporta. È evidente anche che questa scelta sarà fatta, giustamente, sulla base del tipo di classe che si ha di fronte, motivo per cui quanto sto per dire va sempre ricalibrato e riconsiderato in relazione al contesto in cui ci si trova. Mi sembra però che il genere romanzo, forse proprio per la storica associazione di questa forma letteraria con I Promessi Sposi, sia diventato, nell’immaginario dei nostri alunni, l’erede della favola. Il numero di pagine è moltiplicato certo, ma la struttura volta al dispiegamento di una morale, ai loro occhi rimane, rimane. È significativo, per esempio, che una collega quest’anno abbia proposto alle sue classi, con successo, I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni: romanzo di alta qualità, ma ricevibile anche in virtù del suo impianto favolistico. Bisogna provare a scardinare il romanzo dal suo legame con la morale e, per far ciò, l’unico modo è scegliere dei testi che abitino il male, lo attraversino nelle sue pieghe e lo accettino come parte non solo della vita, ma soprattutto di ognuno di noi, come fa Tattoo di Earl Thompson. Quando ero al liceo, la professoressa di italiano ci lesse Il Gorgo di Beppe Fenoglio. Ricordo ancora la sensazione di terrore che provai nell’immaginare quel padre allontanare il figlio minacciandolo con il forcone “come si fa con le bestie feroci”, mentre lui lo insegue convinto che stia “andando a finirsi”. Fenoglio è un autore italiano e, soprattutto, è entrato a pieno titolo nel nostro canone, motivo per cui leggerlo in classe non fa notizia, ma quello che contiene quel brevissimo racconto è la sintesi di quello che mi auguro si legga nelle classi da settembre in poi: Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo. (federico murzi)
scuola
Riarmo permanente: la vera posta in gioco dietro i meme di Trump
Donald Trump riesce a fare una cosa che la diplomazia atlantica prova sempre a nascondere: ricordare a tutti qual è il vero rapporto di forza dentro la Nato. Alla vigilia del vertice in Turchia ha scelto di prendere in giro Giorgia Meloni pubblicando un meme sui social, l’ennesimo episodio di un rapporto fatto di continue pressioni, ricatti politici e richiami all’ordine rivolti agli alleati europei. Dietro la retorica dell’unità dell’Occidente resta un dato molto concreto: gli Stati Uniti continuano a dettare la linea e all’Europa viene chiesto di pagare il conto. Quel conto ha un numero preciso: è il famoso 5% del PIL da destinare entro il 2035 alla difesa e alle spese collegate alla sicurezza, l’obiettivo fissato dalla Nato che il governo italiano si prepara a inseguire. Per l’Italia significa passare dagli attuali circa 45 miliardi di euro destinati ogni anno alla spesa militare a una cifra che potrebbe arrivare intorno ai 145 miliardi. Cento miliardi in più ogni anno. Una somma enorme, che dice molto di più di qualsiasi dichiarazione ufficiale sulla direzione che sta prendendo il Paese. Da mesi questa trasformazione viene raccontata quasi esclusivamente come una questione di nuovi armamenti, di deterrenza e di sicurezza internazionale. In realtà sta succedendo qualcosa di molto più profondo. Lo dimostrano le parole pronunciate nei giorni scorsi dal capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, secondo cui «la Nato conta sul rafforzamento della nostra presenza». Non si limita a parlare di nuove navi anfibie, cacciatorpediniere, droni navali o missioni nel Mediterraneo: dice anche che la Marina dovrà passare dagli attuali circa ventiduemila militari a trentamila. Ottomila soldati in più, un aumento di oltre un terzo dell’intero organico. Nemmeno questa è una dichiarazione isolata: negli ultimi mesi anche il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sostenuto la necessità di rafforzare gli organici, costruire una forza di riserva e preparare il Paese a un confronto strategico destinato a durare nel tempo. Contemporaneamente, il governo Meloni ha deciso di fermare la riduzione del personale militare prevista dalla riforma Di Paola, mantenendo fino al 2033 un organico complessivo di centosessantamila militari. Se si mettono in fila questi fatti, il quadro diventa abbastanza chiaro. Non siamo davanti a uscite estemporanee di qualche generale particolarmente interventista. Esiste una linea politica condivisa tra Nato, governo e vertici militari che considera l’espansione delle Forze armate una scelta strutturale e non più una risposta temporanea alle guerre in corso. Significa assumere nuovi militari, ampliare le caserme, costruire infrastrutture, rafforzare basi, aumentare la logistica, finanziare addestramento e manutenzione. La guerra entra nella programmazione ordinaria dello Stato. Anche sul piano economico la direzione è evidente. È lo stesso segretario generale della Nato, Mark Rutte, a rivendicare che il riarmo europeo ha già prodotto centinaia di miliardi di dollari di ordinativi per l’industria militare statunitense, sostenendo quasi duecentomila posti di lavoro negli Stati Uniti. L’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha ricordato che una parte consistente della nuova spesa europea viene destinata proprio all’acquisto di armamenti prodotti negli Stati Uniti. In altre parole, una quota importante delle risorse pubbliche europee finisce per alimentare direttamente il complesso militare-industriale americano. L’Italia non fa eccezione: secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Mil€x, negli ultimi anni il Ministero della Difesa ha finanziato programmi miliardari per sistemi d’arma statunitensi o sviluppati insieme agli Stati Uniti, dagli HIMARS ai Predator fino agli F-35, che continuano ad assorbire una parte enorme degli investimenti militari. Mentre si parla di sicurezza, miliardi di euro di denaro pubblico prendono la strada dei bilanci di colossi come Lockheed Martin e Boeing. Tutto questo avviene mentre il Mediterraneo viene ridefinito dai vertici militari come uno dei principali fronti della competizione globale. Non più soltanto uno spazio attraversato dalle migrazioni o dai commerci, ma un teatro di confronto permanente tra Nato, Russia e Cina, dove occorre proteggere cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e rotte commerciali. Questa trasformazione viene presentata come inevitabile ma, come tutte le scelte politiche, ha vincitori e sconfitti. I vincitori sono facili da individuare: le grandi industrie della guerra, i gruppi finanziari che investono nella difesa e gli apparati militari destinati a crescere. Gli sconfitti rischiano di essere tutti coloro che vedranno una parte sempre maggiore delle risorse pubbliche spostarsi verso l’economia di guerra, mentre sanità, scuola, trasporto pubblico e welfare continueranno a essere descritti come costi da contenere. C’è poi un’altra contraddizione difficile da ignorare. Negli ultimi anni una parte del mondo politico italiano ha costruito il proprio consenso sulla retorica della patria, dell’identità nazionale, dell’onore militare e della disponibilità al sacrificio. Eppure, guardando chi oggi interpreta quel ruolo, emergono soprattutto parlamentari, eurodeputati, amministratori e professionisti della politica, allontanatisi dai ranghi proprio nel momento del maggior bisogno, come il generale Roberto Vannacci, diventato uno dei simboli di questa destra identitaria. Lui che pretende di dare lezioni di patriottismo, integrità morale e coraggio impavido, invoca il sacrificio degli altri mentre il proprio terreno di battaglia è ormai quello degli studi televisivi, delle campagne elettorali e delle aule parlamentari, pur avendo per decenni attinto a risorse pubbliche proprio per essere formato ad affrontare momenti storici come questi. Ma si sa: è facile far parte delle forze armate in tempo di pace; la guerra, invece, la si racconta volentieri quando a partire saranno altri, al riparo nei palazzi del parlamento. La fabbrica della guerra non è soltanto quella che produce missili, carri armati o cacciabombardieri. La fabbrica della guerra è un sistema che costruisce consenso, normalizza il riarmo, convince milioni di persone che spendere cento miliardi in più per gli eserciti sia naturale, mentre trovare risorse per ospedali, scuole o servizi pubblici diventa ogni anno più difficile. È una trasformazione culturale prima ancora che militare. E il primo passo per fermarla è smettere di considerarla inevitabile.
Tra telecamere nei boschi e “furbi”: cronache da un processo d’appello chiamato Sovrano
Si è svolta oggi, [ieri] presso il Tribunale di Torino, l’udienza del processo d’appello Sovrano. Si tratta del secondo grado di giudizio, a seguito del ricorso presentato dalla Procura contro le assoluzioni di primo grado, in particolare per il reato di associazione a delinquere e per alcune imputazioni specifiche. Nel corso dell’udienza sono stati ascoltati cinque testimoni della difesa, le cui deposizioni sono state utili a smontare le motivazioni con cui la Procura ha impugnato le numerose assoluzioni ottenute in primo grado. Dalla gestione delle “casse”, ovviamente distinte, del Movimento No Tav, del Centro Sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda, al funzionamento delle assemblee decisionali del Movimento No Tav e delle realtà autorganizzate; dalla specificità e autonomia dello Spazio Popolare Neruda, caratterizzato dall’essere uno spazio abitativo per famiglie in condizioni di emergenza abitativa, fino al ritrovamento di telecamere nascoste tra i massi della Clarea. Per chi ha seguito il processo di primo grado, si è trattato sostanzialmente della riproposizione di temi già ampiamente affrontati. L’impressione che continua però a emergere è che il Tribunale abbia riaperto il dibattimento assecondando la furiosa pretesa della Procura torinese, senza una reale intenzione di approfondire le questioni poste. Il tutto con una notevole fretta, quasi come se discutere di un reato associativo e di ulteriori pesanti condanne per fatti specifici, che riguardano giovani e giovanissimi, non fosse una questione da affrontare con la massima serietà. Non ci sono stati particolari momenti di tensione, se non un sussulto dell’Avvocatura dello Stato, che ha invitato un testimone a non “fare il furbo”, malcelando un disprezzo – potremmo dire di casta – verso tutto ciò che il ragazzo stava raccontando con rispetto e convinzione riguardo alla propria esperienza di militanza politica, in Piemonte e non solo. Le prossime due udienze sono calendarizzate per il 28 settembre e il 26 ottobre 2026, entrambe alle ore 9. Nella prima saranno ascoltati alcuni imputat*, per cui immaginiamo che possa essere un’udienza particolarmente intensa. Invitiamo quindi tutte e tutti a essere presenti in Maxi Aula 2 per sostenere i nostri compagn* di lotta. Ultima chicca, che troviamo piuttosto divertente: oggi un testimone ha dovuto chiarire alcuni aspetti di un episodio, quello del ritrovamento da parte del Movimento No Tav di telecamere nascoste tra le rocce della Clarea. Il perché lo capirete da sol*. Qualcuno, evidentemente, non l’ha ancora digerita. E noi, di fronte a tutto questo, non possiamo che farci una bella ed elegante risata. Articolo pubblicato su Notav.info e Associazione a Resistere Qui la diretta su Radio Onda d’Urto TORINO: NUOVA UDIENZA DEL PROCESSO “SOVRANO” CONTRO ATTIVISTE/I DI ASKATASUNA, NERUDA E MOVIMENTO NO TAV È ripreso oggi, lunedì 6 luglio 2026, al Tribunale di Torino, il dibattimento del processo d’appello a carico di 16 attiviste e attivisti del Movimento No Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda accusati – nell’ambito dell’operazione “Sovrano” – di associazione a delinquere per aver partecipato alle lotte sociali e ambientali tra il capoluogo piemontese e la Val di Susa. Durante la lunga udienza di oggi, l’ultima prima della pausa estiva, sono stati ascoltati alcuni testimoni della difesa. Movimento No Tav, centro sociale Askatasuna e Spazio Popolare Neruda, hanno fatto appello alla solidarietà, rilanciando la campagna “Associazione a resistere” e invitando chi può a portare all’interno dell’aula il proprio sostegno a imputate e imputati. All’udienza, infatti, era presente una delegazione di No Tav della Val di Susa oltre a un gruppo di giovani attiviste e attivisti. “Fa specie constatare che c’è uno sguardo molto chiuso, riduzionista, tecnicista, strettamente formale su dinamiche di questo tipo, che oggi è molto diffuso in buona parte della magistratura”, commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Gian Luca Pittavino, militante del centro sociale Askatasuna, tra i testimoni sentiti oggi in aula. “Per esempio, oggi in aula si è parlato di abitudine alla prevaricazione in riferimento alla possibilità di fischiare o contestare altre forze politiche in piazza – prosegue Pittavino – questo ci dà un po’ il quadro del clima in cui si svolge questo processo, con intorno il battage mediatico che viene condotto da anni e che è stato funzionale anche a portare allo sgombero del centro sociale nel dicembre scorso”. L’intervento su Radio Onda d’Urto di Gian Luca Pittavino, militante del centro sociale Askatasuna di Torino e tra i testimoni sentiti in aula durante l’udienza.