Matinée XXL: slancio onirico e stallo iperrealista.. solo due ore di calma prima
che ricominci irrefrenabile il quotidiano flusso di transazioni, confini,
controlli, paranoie ed egoismi. La musica è stanca, torniamo a dormire..
Tracklist:
Pharoah Sanders – Upper Egypt & Lower Egypt
Max Roach & Abbey Lincoln – Lonesome lover
Sun ra & his arkestra – Enlightenment
Max Roach – Driva’man
Eric Dolphy – Like someone in love
Maria Monti – I fili della luce / Armatura
Nuova Idea – Fumo di una sigaretta
Le stelle di Mario Schifano – Susan song
Catherine Ribeiro + Alpes – 15 aout 1970
Brigitte Fontaine & Areski – Le 6 septembre
Joyce – Opiniao / Chora doutor
Gonzo & Luar Domatrix – Ja nem gritam no calvar
calhau! – Penunibal
Peter Forest – A Maria Cavaca
Radikal Satan – gri-gri
nzumbe – Serpentine lines
A large sheet of muscle – our illustrious police
Norman Church – History of a country Town / shopping quarter
The new Bristol shakers – Blending of the spheres
Big Hands – a jupiner tree whose roots are made of fire / Tu Estòmago (XVI)
di Don Massimo Biancalani Dopo dieci anni al fianco dei migranti, don Massimo
Biancalani denuncia l’abbandono della Chiesa e il peso delle pressioni
politiche: «Mi sono sentito tradito, ma vado …
(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un
mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre
due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si
chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un
bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel
pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i
lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le
nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera
Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva
invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia
meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il
lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra.
Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle
colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a
tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi.
Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino,
sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi
individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con
piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di
cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate
nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in
Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i
raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa
georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di
Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide,
il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino.
A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di
metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda
ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la
struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre
un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al
piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge
nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli,
mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia
loro impedito di penetrare le recinzioni.
Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al
più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al
villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto
“Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto
al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci
fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di
trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie
lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di
nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce:
lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho
immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i
suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via
sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino.
Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I
vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro
al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle
nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a
Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma
il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e
russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale.
L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano
a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza
differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure,
minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il
coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per
colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro
e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia
invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia
prominente.
SOGNO GEORGIANO
All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi
vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la
pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende
su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si
raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito
un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le
nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e
lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così
insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un
mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso
prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno
una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per
ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori:
nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi
bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano.
L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana
prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia.
Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia»,
mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i
vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene
di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza
in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il
calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia,
a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi
come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del
brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in
italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha
guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante
un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima
di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a
ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato
l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli
eroi!».
Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione
dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e
disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di
condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato
russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei
ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università:
«Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda
delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so
più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo
e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti
tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno
l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili
al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi
qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non
combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella
Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno
un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche
noi Europa!», corregge impaziente Mariam.
Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in
legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state
restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano
diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate.
Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di
simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere:
“Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le
bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso
vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al
simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava
salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone
o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la
cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza
dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale,
vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei
più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno
georgiano.
Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della
difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto.
Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un
pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto
ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto,
guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca
sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato
della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la
capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine
georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il
ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in
posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro
di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale.
UN MUSEO ARMENO
Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh,
una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era
proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto
prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza
dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di
fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno,
però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando
l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il
Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a
Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone
dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza
difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello
che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con
negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a
rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di
trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le
pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento
euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan?
In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei
locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso
con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le
targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una
famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un
locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici
sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in
russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava
in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da
dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante
la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua,
misteriosa e cosmopolita a Erevan.
Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di
Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati,
libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da
letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e
implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente
nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in
un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero.
Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una
redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia,
Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il
pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad
Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la
qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di
Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori
internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi
ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me
questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri
strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni
Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha
espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida.
Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica:
obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo.
Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera
capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le
due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in
territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano
a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il
genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto
mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento
e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il
ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno
dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti
discorsi nazionalistici.
Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che
ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano
prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le
cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la
barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali
sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che
diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci
odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e
intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze
oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale:
l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il
veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca.
Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana,
stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il
nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova
forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti
che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici
a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei
timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano
espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale.
Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea
guerra globale.
BAZAR DEI DISERTORI
A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi
di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia
settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi
edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio
Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di
vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega
ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce
alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi
sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è
possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere,
sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica.
Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre
un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di
acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della
frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla
stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con
albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni
frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di
frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova
riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran
dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena;
interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano
tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de
Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di
un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam
durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – /
che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la
pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro
putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”.
Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con
libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una
raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il
cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in
attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è
raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia
sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo
archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la
tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo
smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in
metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al
sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove
si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era
conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio
per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e
contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta
alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea
che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani
gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini
in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era
custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea
ad addormentarlo con un incantesimo.
Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale,
l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a
Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi
tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da
una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli
angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e
rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie
principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione
Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare
la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali,
celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della
Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono
oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso,
di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui
gradini sotto i drappi.
Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce
dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti
comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione
ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la
continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i
georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai
visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo
stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto
prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo
hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è
cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle
nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e
Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in
Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione
dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha
combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi,
era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi
ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non
resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui
senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?».
Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai
bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché
si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando
lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a
Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle
munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono
a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei
disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e
verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche
all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla
buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e
i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove
nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per
testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale
aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar
delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del
Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra
avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la
diserzione. (francesco migliaccio)
Nella notte tra il 24 e 25 agosto del 1989, veniva ucciso in Villa Literno in
provincia di Caserta Jerry Essan Masslo, un rifugiato politico sudafricano che
si guadagnava da …
ASCOLTA SOPRA!
PIZZA BELLA VITA
Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(domenica, 30 agosto 19:00)
Ogni domenica dalle 20:30 il forno è caldo!
È Bellavita, troverai l'impasto, porta condimento e cosa vuoi bere!
Lascia il cane a casa!
TIFIAMO E TESSIAMO RIVOLTA BENEFIT CASSA ANTIREP
Spazio Sociale VisRabbia - Via Galinié, 40 Avigliana TO
(domenica, 20 settembre 16:00)
Domenica 20 settembre
Spazio Sociale VisRabbia
Via Galinier, 40 Avigliana TO
Dalle ore 16:
LOU QUINSE
metallo folkcore pesante dalle Alpi Occidentali
LAMBS
Torino doom stoner power porco trio
Appena scende il buio:
ROTA DE FERO
collettivo d'improvvisazione rumorista industriale da Roma Kaputt Mundi
PETROLIO
Asti dark industrial, musica d'ambiente ostile
Bar, cibo, bibite fresche e non
BENEFIT CASSA ANTIREPRESSIONE DELLE ALPI OCCIDENTALI
Un viaggio attraverso le onde emesse da radio comunitarie in giro per il mondo.
LETTURE CONDIVISE
Casa Cassiopea - Magnano (BI), via Campi 20
(domenica, 30 agosto 14:30)
Letture Condivise a Tema Tecnologia.
Ospitate da Casa Cassiopea
WAITING 4 K/YOUNGANG/SPEEDRONE/GRAFFIACANE
Spazio Sociale VisRabbia - Via Galinié, 40 Avigliana TO
(mercoledì, 23 settembre 21:00)
Venerdì 23 ottobre
Spazio Sociale VisRabbia
Via Galinier, 40 Avigliana- T0- Val di Susa No Tav
dalle 21 SCONCERTI:
WAITING FOR K post wave/blues punk/depressive folk da Bologna
YOUNGANG Torin'Oi! Punk leggenda
SPEEDRONE junkie blues da Frosinone
GRAFFIACANE resident indie sludge drum'n'bass da girone dantesco
Prima, durante e dop...ing selezioni GIUDA BALLERINO diggei non diggei, pistole,
bastun e cutej...zero gangsta, butta la pasta!
Nella serata di venerdì, senza alcuna avvisaglia, Giorgio è stato prelevato dai
Carabinieri di Susa dalla sua dimora sopra la Credenza a Bussoleno e tradotto
nel carcere delle Vallette.
A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura
alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di non ben
specificate violazioni delle prescrizioni imposte.
Nel mese di marzo, dopo aver già passato parecchi mesi sottoposto alle misure
stabilite dal Tribunale di Sorveglianza, guarda caso il giorno stesso della sua
liberazione, Giorgio era stato nuovamente posto agli arresti domiciliari per
scontare un’altra pena che avrebbe concluso in autunno. Invece, torna nuovamente
in carcere.
Una nuova pagina della vicenda giudiziaria che lo riguarda e che da anni
accompagna la sua storia all’interno del Movimento No Tav. Una vicenda che
ognuno di noi ha seguito passo dopo passo e che ancora una volta ci porta a fare
i conti con la dimensione di accanimento verso chi continua a colpire chi lotta
contro la Torino-Lione.
Continueremo, dunque, a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è
stato confermato il carcere, la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come
in città, nelle piazze come nei sentieri, consapevoli che la sua storia. che è
la nostra storia di tanti e tante altre No Tav, è parte di un percorso
collettivo che certo non si interromperà con le porte di un carcere.
Giorgio libero subito!
Tutti e tutte liber*!
da Notav.info
https://www.notav.info/post/laccanimento-continua-giorgio-di-nuovo-in-carcere
Scarica la versione letturaScarica la versione stampa “Questa semplice fanzine
nasce dalla mia esperienza personale di cambio nome in Prefettura al Comune di
Torino. Nel fare la mia richiesta ho sentito la mancanza di informazioni chiare
e dettagliate sulla procedura e per questo motivo ho deciso di scrivere una
fanzine a riguardo”.