▸ Radio Študent. Ljubljana, Slovenia. [2026-09-14 16:01–16:02]
♪ Omasta — In Your Face
▸ Rez Radio. Pala, California, USA [2026-07-22 22:04–22:09]
▸ Cashmere Radio. Berlin, Germany. [2026-08-16 21:17–21:28]
♪ Skit Radio Alhara
▸ Radio AlHara. Bethlehem, Palestine. [2026-09-08 17:16–17:17]
♪ Ihsan Al Munzer — Jamileh
▸ Gurgaon Ki Awaaz. Gurugram, Haryana, India. [2026-09-20 17:00]
♪ Satpal Dosa — Khara To Khota Nahi Bane
▸ First Nations Radio. Darwin, Australia. [2026-05-16 07:57–08:00]
▸ Seyðisfjörður Community Radio. Seyðisfjörður, Iceland. [2026-09-10 14:07]
▸ Radio West. Alessandria, Italy. [1994-12-31 01:21–01:27]
♪ Al Green — Let’s Stay Together
Dal 30 settembre entra in vigore il decreto legislativo 160/2026: intelligenza
artificiale e identificazione biometrica potranno essere utilizzate anche in
tempo reale negli spazi pubblici. Nei casi urgenti la polizia …
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a.
Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout
105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte.
Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità
che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave,
facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel
math rock.
Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione
della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste.
Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie.
Spegnete la luce, la musica inizia…
PLAYLIST
01 Deary “Seabird” da “Birding”
02 Robert Gorl “Wir Brechen Aus” da Dark Silver Moon Light”
03 Robert Gorl “Don’t Stay At Home” da Dark Silver Moon Light”
04 His Name Is Alive “Man On The Silver Mountain” da “Home Is In Your Head”
05 lovesliescrushing “Moinaexuisitewallflower” da “Bloweyelashwish”
06 lovesliescrushing “Flowered Smother” da “Xuvetyn”
07 Boards Of Canada “Prophecy At 1420 MHz” da “Inferno”
08 Prostitute “Judge (Fast)” da “Judge (Fast)”
09 Converge “Nothing Is Over” da “Hum Of Hurt”
Oggi mercoledì 30 settembre si attende per le ore 14:00 il verdetto per il
processo ai danni di Rexhino “Gino” Abazaj presso la Corte di Cassazione di
Parigi circa l’estradizione verso la Germania.
Sono ormai tre anni che continuano le battaglie legali e le mobilitazioni in
solidarietà per sottrarre un compagno antifascista alla repressione giudiziaria.
La prima domanda di estradizione risale infatti al 2023. A quell’epoca Abazaj
viveva in Finlandia dove le corti locali avevano accettato di estradarlo. Giunto
in Francia, è stato arrestato dai servizi nel 2024 e detenuto per quattro mesi
nella prigione di Fresnes.
Successivamente la sentenza della Corte d’Appello di Parigi del 9 aprile 2025
aveva proceduto alla non estradizione verso l’Ungheria per Gino, ritenendo che
non vi fossero garanzie sufficienti per un processo equo in quel paese,
constatando la possibilità di potenziali violazioni della Convenzione Europea
dei Diritti dell’Uomo da parte dell’Ungheria. Solo 19 giorni dopo la Germania ha
emesso il proprio mandato d’arresto europeo. Qualora la giustizia francese
consegnasse Abazaj alla Germania, quest’ultima potrebbe rinviarlo in Ungheria,
dove è tutt’ora ricercato, malgrado il divieto imposto dalla sentenza della
Corte parigina pronunciata più di un anno fa.
Intorno alle ore 10 sono arrivate invece le pronunce dei ricorsi in Corte
d’Appello sulle sentenze del febbraio 2026, riguardanti sempre la partecipazione
alle contestazioni antifasciste alla Giornata dell’Onore a Budapest. Per quanto
la richiesta della difesa fosse il rilascio, il responso è stato la riduzione di
un anno per entrambe le condanne: 7 anni a Maja T. e 6 per Gabriele. Anna si è
vista sospendere la pena di due anni e mezzo di carcere.
Si segnalano numerosi blocchi e perquisizioni ai danni dei pullman di solidali
diretti verso Budapest.
Per rimanere aggiornati segnaliamo il canale in tedesco Aktuell e la
mobilitazione radiofonica in francese curata dal Comité Solidarité Budapest via
Radio Alhara dalle 10:30 alle 23:30 di oggi.
Ne parliamo con una compagna del Comité Solidarité Budapest:
A Reggio Emilia sgomberato il presidio che da agosto difende l’area verde
destinata al nuovo Superstore Conad. La città promette neutralità climatica e
stop al consumo di suolo, ma un …
Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni – un dottorando dell’università di Cambridge,
un giovane compagno che collabora occasionalmente con il Manifesto e che si
trova in Egitto per condurre una ricerca sul programma e sul ruolo dei sindacati
autonomi nelle proteste seguite alla rivoluzione che aveva rovesciato Mubarak –
esce di casa per andare a prendere la metro. Giulio non tornerà mai più. Il suo
corpo verrà ritrovato una settimana dopo, orrendamente seviziato dalla tortura.
Quasi undici anni dopo, il 28 settembre 2026, un tribunale di Roma ha condannato
tre ufficiali in forza ai servizi segreti del governo egiziano a dieci anni di
carcere, per il reato di tortura e sequestro di persona. Assolti dall’accusa di
omicidio. La stampa italiana grida alla Verità: finalmente la magistratura, la
massima espressione dello stato di diritto, nonché la sana spina dorsale della
società civile, ha pronunciato la sua sentenza. Finalmente, tuba La Repubblica,
anche il governo Meloni verrà messo di fronte all’innegabile: il servizio di
sicurezza del regime egiziano di Abdel Fattah El-Sisi, con cui l’Italia firma
ininterrottamente accordi commerciali sin dal suo sanguinoso insediamento, ha
fatto del male ad un cittadino italiano. Ci sono voluti dieci lunghi anni,
perché la verità giudiziaria italiana stabilisse «oltre ogni ragionevole dubbio»
che i servizi di sicurezza egiziani torturano.
Certo: avevano tenuto sequestrato Patrick Zaki nelle loro galere per anni.
Certo: di oltre 60 richieste sul caso Regeni inoltrate dagli inquirenti italiani
al Cairo, solo 25 hanno ricevuto una risposta. Certo: i servizi di sicurezza
egiziani non hanno mai concesso alle autorità italiane l’accesso alle celle
telefoniche degli indagati. Certo: gli investigatori di Roma non hanno mai
neanche potuto vedere i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni.
Certo: i servizi segreti egiziani hanno ignorato tutte le richieste di inoltrare
alle controparti italiane i documenti sul monitoraggio delle attività del
ricercatore italiano.
Certo: i tre colonnelli condannati – il loro superiore, un generale imputato
nello stesso processo, è stato invece assolto dai giudici italiani – non si
trovano neanche in Italia. Si trovano in Egitto. Dove rimarranno, molto
probabilmente, in libertà.
Quindi? Abbiamo davvero avuto bisogno di una sentenza del Tribunale di Roma per
sapere che in Egitto i servizi di sicurezza hanno torturato un giovane compagno,
che la tortura e l’omicidio poliziesco siano da anni una pratica sdoganata da
quel regime di macellai contro ogni forma di opposizione sociale, religiosa,
sindacale? Verrebbe da ringraziare questi giudici, perché finalmente ci hanno
illuminato e ci hanno tolto il prosciutto dagli occhi. Come avrebbero potuto, in
assenza di questa sentenza, essere considerate «Verità» centinaia di
testimonianze, di racconti, cicatrici sulla pelle di tanti e tante rifugiati
egiziani, esuli politici, ex-prigionieri? È come se i fiumi di inchiostro
versati da decine e decine di giornalisti, di rifugiati, di imam e di critici
del regime sul sistematico utilizzo del mukhabarat – il temuto servizio di
sicurezza di Al-Sisi – come dispositivo di controllo extra-giudiziale usato per
terrorizzare, reprimere e spezzare le reni all’opposizione valessero cento,
mille volte meno della firma svolazzante di un giudice romano che non parla
arabo, non ha mai visto gli imputati, non ha tra le mani lo straccio di una
prova perché i suoi colleghi del Paese da cui provengono gli stessi imputati
hanno avuto cura di insabbiare fino al più piccolo dettaglio, e che comunque non
si è voluto spingere al punto da poter dichiarare quattro ufficiali torturatori
colpevoli di omicidio.
Certo, si può dire che questa sentenza – data la realtà di un Paese che ha
continuato a fare affari con Al Sisi passando sul corpo e sul sangue di un suo
cittadino e di centinaia di oppositori egiziani, che ha stretto accordi con i
loro aguzzini, che ha venduto e continuerà a vendere armi al regime militare
egiziano – sia meglio di niente. Probabilmente è vero. Ma a che cosa porterà?
Gli egiziani fanno per noi il lavoro sporco: chiudono i valichi di Gaza
lasciando milioni di persone ammassate sotto le bombe degli israeliani, pur di
risparmiare all’Europa e a sé stessi un’ondata di profughi in fuga. Per lo
stesso motivo hanno garantito, in cambio di qualche spicciolo, un solido
catenaccio al confine con il Sudan – dove una terrificante guerra civile
stermina centinaia di migliaia di civili all’anno. L’Egitto è un alleato
talmente fidato che il governo Meloni avrebbe persino voluto rimandargli
indietro l’imam torinese Mohamed Shahin, uomo troppo solidale con la Palestina
per i gusti dell’esecutivo italiano e anche per quelli del governo Al-Sisi,
visto che in Egitto è considerato oppositore politico e ricercato proprio da
quei servizi di sicurezza processati in absentia a Roma.
Ebbene: ci aspettiamo che, dopo questa sentenza, nulla cambi in tutto questo. A
chi leggerà le nostre come delle parole ciniche rispondiamo che ce ne
dispiaciamo, ma che esse vengono accompagnate da alcune promesse che facemmo già
quando Giulio scomparve nel gennaio del 2016. La prima, è la promessa di
continuare a dire e a scrivere che intorno alla morte di Giulio non c’è nessun
mistero. Qualsiasi cosa ne dicano i giudici – il governo egiziano di El-Sisi, e
non tre colonnelli un po’ troppo paranoici, lo ha fatto rapire, lo ha torturato
e lo ha ucciso perché vedeva con fastidio e con paura il fatto che un giovane
compagno, un ricercatore europeo si interessasse alla forza sociale
dell’opposizione sindacale egiziana. Questa è la Verità. Questo è ciò che
dobbiamo raccontare e che dobbiamo ricordare, punto e basta. La seconda, è una
promessa che tutti i movimenti sociali e tutti i rivoluzionari hanno fatto
almeno una volta nel corso della lunga storia che ha opposto, per secoli ed in
tanti paesi diversi, quelli che avevano ben poco, ma a cui non mancava la voglia
di combattere, ai ricchi e ai potenti: continuare a lottare perché qualsiasi
sgherro bastardo che sevizia qualcuno in nome di un governo troppo vigliacco o
troppo corrotto per accettare il terreno dello scontro alla pari possa finire,
un bel giorno, nell’oblio della memoria riservato agli infami e agli assassini.
Ai genitori di Giulio, figure straordinarie di quella purtroppo lunga e triste,
eppure incredibilmente combattiva tradizione di famigliari e parenti che hanno
rappresentato, da Plaza de Mayo alle carceri palestinesi, da Belfast ai
tribunali italiani, la forza e l’orgoglio della lotta in nome dell’amore, della
giustizia e della verità, va il nostro abbraccio ed il nostro sostegno. A Giulio
Regeni e alle altre vittime della repressione egiziana, il nostro ricordo ed il
nostro amore, a chi ancora lotta in Egitto contro il regime di Al-Sisi la nostra
solidarietà, e alla lotta per quel futuro diverso e più giusto in cui Giulio
credeva il nostro impegno.
di GIPI https://infoaut.org/culture/giulio-regeni-31-anni-ieri
Smascherare il merito è un’iniziativa che si è tenuta il 28 e 29 maggio 2026,
due giorni di interventi e assemblee organizzati dallə studentə della Normale e
della Sant’Anna, le scuole superiori universitarie di Pisa. L’evento è nato
dalla volontà di mettere in discussione alcuni pilastri ideologici su cui si
fondano queste istituzioni di eccellenza, la cui funzione dichiarata è
promuovere il merito.
Ripubblichiamo l’approfondito resoconto prodotto dal Collettivo SNS
Le scuole di eccellenza propongono un’idea di merito come criterio neutro e
oggettivo in base al quale garantire un’istruzione di eccellenza gratuita a chi
è particolarmente capace, anche se privo di mezzi. Al riconoscimento del merito
individuale seguono perciò una serie di privilegi: vitto e alloggio gratuiti, un
contributo didattico mensile, finanziamenti per soggiorni all’estero, attività
didattiche integrative, etc. Insomma, tantissime agevolazioni economiche per un
numero ristretto di studenti di cui apparentemente si premia il solo merito, al
di là di genere, provenienza, classe socioeconomica. Un’idea che sembra
egualitaria, se non fosse che la composizione studentesca delle due Scuole
superiori universitarie pisane riflette in pieno le disuguaglianze del Paese: a
maggioranza maschile, proveniente dalle regioni e città più benestanti, e
appartenente alle fasce ISEE più alte del Paese e dunque a famiglie già
privilegiate, in barba alla retorica dell’ascensore sociale portata avanti dalle
nostre Scuole.
Diventa allora inevitabile chiedersi se il merito sia davvero un parametro
oggettivo come viene presentato oppure se non sia più che altro il prodotto
stratificato di dinamiche sociali, economiche e culturali
preesistenti. Smascherare il merito è nato proprio dall’esigenza di rispondere a
questa e altre domande.
Il 28 maggio è stato dedicato al dialogo con Paul Pasquali, sociologo presso il
CNRS. Abbiamo iniziato a parlare con Paul mesi prima dell’iniziativa e lo
vogliamo ringraziare per l’umanità e l’intelligenza con cui ha voluto
trascorrere il suo soggiorno pisano insieme a noi. Pasquali è autore
di Héritocratie (éditions La Découverte, 2021) in cui propone una genealogia
storica e politica delle grandes écoles francesi e del consenso meritocratico
che le circonda. Attraverso la nozione di “ereditocrazia”, il libro mostra come
i percorsi universitari d’eccellenza funzionino storicamente come luoghi di
trasformazione delle disuguaglianze sociali in differenze percepite come
legittime, naturali o meritate. L’iniziativa, tenutasi in Sala Azzurra e molto
partecipata, ci ha insegnato che la grande scoperta della sociologia
dell’educazione risiede nell’aver svelato l’importanza della cultura legittima
come vero e proprio capitale e non come una semplice passione o inclinazione
personale. L’essenziale dei codici culturali e comportamentali non viene infatti
insegnato esplicitamente dalla scuola, ma viene trasmesso primariamente
all’interno della famiglia; questo capitale invisibile influisce in maniera
determinante sui destini individuali e scolastici, anche a parità di capitale
economico. La scuola, e in particolare le scuole d’eccellenza, opera così una
valorizzazione implicita di ciò che non viene insegnato esplicitamente,
trasformando l’eredità sociale in un presunto valore accademico.
Da questo meccanismo derivano due conseguenze fondamentali per coloro che
affrontano un percorso di mobilità sociale (i cosiddetti “transfughi di classe”
o transclasse) e che devono accumulare questo capitale da soli e per primi:
1. la percezione di minore legittimità: il capitale culturale che non è frutto
di un’eredità familiare risulta visibilmente meno “naturale”; si nota cioè
che è stato acquisito con fatica, e viene perciò socialmente percepito come
meno spontaneo e quindi “poco legittimo” agli occhi delle élite.
2. l’adesione profonda al mito del merito: coloro che hanno dovuto accumulare
questo capitale in prima persona finiscono per definirsi totalmente in base
ad esso. Avendo dato così tanto della propria persona per conquistarlo, non
riescono a concepire la propria esistenza al di fuori di questo bagaglio; di
conseguenza, risultano spesso i più legati all’idea di merito, perché è
stato proprio attraverso il duro lavoro che hanno acquisito ciò che oggi li
definisce.
Le Scuole di merito pubbliche vengono comunemente vendute dalla retorica
istituzionale come l’alternativa “giusta” ed egualitaria alle università
private. Tuttavia le Scuole d’eccellenza pubbliche e i grandi atenei privati
sono in realtà due facce della stessa medaglia, operando entrambe all’interno
delle medesime logiche di selezione e riproduzione elitaria. L’ingresso della
Bocconi nella rete “Merita” ne è l’ultima conferma. Al di là dei vuoti richiami
alla mobilità sociale, l’approccio delle direzioni è puramente estrattivo: la
vera preoccupazione non è contrastare le disuguaglianze o favorire il diritto
allo studio, ma si dice esplicitamente che il punto è evitare lo “spreco di
talenti”, riducendo di fatto gli studenti a puro capitale umano da mettere a
valore.
Nel corso del nostro dialogo con Pasquali è emerso chiaramente come il merito
non sia una “cosa”, non sia un fatto oggettivo né una semplice nozione
giuridica. Il merito arriva ad assomigliare molto di più a una posta in gioco e
a un terreno di scontro permanente all’interno delle lotte sociali. Il merito è
monopolio della classe dominante: una classe che, già avvantaggiata per nascita,
riesce attraverso questa retorica a presentare i propri privilegi ereditati come
il risultato esclusivo dell’impegno personale e di talenti innati, rendendoli
socialmente legittimi e inattaccabili.
Da questo punto di vista le grandes écoles non sono strumenti di mobilità
sociale ma, al contrario, sono riproduttrici fedeli di disuguaglianze sociali.
Invece di spingere nella direzione dell’estensione del diritto allo studio,
l’esistenza delle istituzioni di eccellenza giustifica esattamente il contrario:
la riduzione legittima di questo diritto a una piccola enclave di meritevoli.
L’intervento di Pasquali ha aperto una serie di questioni che abbiamo voluto
approfondire il 29 maggio con un’assemblea plenaria tenuta nei giardini del
Sant’Anna, un luogo non scontato. Nel corso dell’assemblea abbiamo cercato di
capire cosa voglia dire, una volta dentro a queste istituzioni, dimostrare di
“essere meritevoli”. La cosiddetta “passione” per la nostra materia di studio –
di cui noi “meritevoli” avremmo un inspiegabile surplus innato rispetto a
chiunque non varchi di un decimale la soglia del punteggio di ammissione – viene
presto incanalata nell’esercizio di pratiche formali e già preconfezionate, si
traduce in skills espositive e sociali, nella ripetizione dei modelli che
vediamo incarnati in quelli più grandi di noi o negli stessi docenti. E se
questa dinamica inizialmente la subiamo, spesso standoci anche male, finiamo col
tempo, a nostra volta e spesso inconsapevolmente, per riprodurla: nella
reiterazione di forme di goliardia, nella piena assimilazione a un ambiente e
nell’esclusione e discriminazione di chi non rientra nei parametri che abbiamo
incorporato.
Le nostre energie vengono spesso incanalate non tanto in un’istruzione di
qualità quanto in un sistema di pratiche, nell’apprendimento di un saper essere,
forse lo stesso che ha permesso a moltə di noi di entrare. Quello che ci siamo
proposti è, anche attraverso l’autoriflessione, di riconoscere la nostra
posizione privilegiata non da vittime ma da perpetratori del sistema stesso e da
questa posizione riflettere su come inceppare determinati meccanismi.
Cosa fare di queste contraddizioni? L’obiettivo è non solo smascherarle, ma
anche incepparle. E’ quello che abbiamo fatto nel corso di questi anni di
mobilitazioni per la Palestina, che ci hanno portato a credere che un sapere
diverso e giusto è realmente possibile. Si pensi all’incoerenza di studiare
discipline come i gender studieso il diritto internazionale quando poi le nostre
istituzioni non riescono a prendere posizione contro un genocidio, proprio
perché i saperi vengono tenuti distanti e resi irresponsabili. I contenuti delle
stesse materie che studiamo sembrano impermeabili alle dinamiche coloniali, ma
in realtà aiutano a mascherarle, a giustificarle e persino ad alimentarle
direttamente. È il caso delle facoltà scientifiche e delle loro collaborazioni
con le aziende d’armi come Leonardo, o delle facoltà informatiche che permettono
lo sviluppo di software di sorveglianza.
Un ultimo tassello va aggiunto, per ricostruire l’intreccio di riflessioni che
ci ha portato a Smascherare il merito: il bisogno di tracciare la storia di
queste istituzioni da una prospettiva diversa, di scoprire esperienze passate di
dissenso verso un sistema di privilegi intellettuali ed economici. Ci siamo resə
conto che oltre a un generico sentimento identitario, sul piano politico poco
altro viene trasmesso da una generazione di normalistə all’altra, per cui in un
certo senso ognuno deve ricominciare da zero a pensare criticamente
l’istituzione di cui è entrato a fare parte. Eppure eravamo certə che altrə
prima di noi si fossero fattə simili domande, nel passato recente o anche
lontano, specie in momenti di particolare contestazione rispetto alla chiusura e
al classismo delle università, come furono gli anni delle proteste studentesche
attorno al ‘68. Così abbiamo scoperto che quel movimento è entrato eccome anche
in Normale, soprattutto grazie a una generazione di studentə che ha annullato la
distanza tra un’università claustrale e una città attraversata dai conflitti e
dalle contestazioni.
Di questa generazione ha fatto parte Carla Melazzini, entrata in Normale nei
primi anni Sessanta per studiare filosofia, che ha poi scelto di rifiutare i
privilegi di un’istituzione chiusa in sé stessa e impermeabile alle istanze di
giustizia sociale che stavano scuotendo la città di Pisa e l’Italia. Dopo aver
lasciato la Normale, Carla Melazzini ha continuato a dedicarsi all’istruzione,
questa volta sul campo e nei quartieri popolari di Napoli, dove insieme ad altrə
ha dato vita a “Chance”, progetto sperimentale di insegnamento in contesti di
grande disagio sociale e frequentissimo abbandono scolastico. La storia di
Melazzini è una delle tante di cui raramente veniamo a conoscenza. Accanto alle
stanze dei vari Ciampi, ci piace guardare alle scale, ai corridoi più stretti,
ai tunnel sotterranei che potrebbero portare altre migliaia di nomi, e che
somigliano di più a quei percorsi tortuosi, ogni tanto in compagnia, ogni tanto
in salita, che ci troviamo a vivere dietro la vetrina scintillante del merito.
Questa introduzione e le pagine che seguono sono il tentativo di restituire mesi
di riflessioni confluite nei due giorni dell’iniziativa Smascherare il merito,
con cui ci siamo posti, per sintetizzare, due obiettivi:
1) mostrare come dietro alla meritocrazia declamata si celi una “ereditocrazia”
da combattere.
2) capire che ruolo abbiamo noi nel far funzionare la macchina dell’eccellenza.
Il documento è diviso in tre capitoli e un’appendice, organizzati come segue.
Nel capitolo Merito e diritto allo studio abbiamo trattato del primo aspetto per
avere una prospettiva “dall’alto”, per analizzare il funzionamento del sistema
di cui il merito è la giustificazione ideologica. Trattiamo del secondo aspetto
in Merito e riproduzione, provando a considerare lo stesso tema “dal basso”:
cerchiamo, cioè, di capire come le nostre pratiche quotidiane alimentano questo
sistema. L’ultimo capitolo, Il ruolo (potenzialmente) strategico delle scuole
d’eccellenza, prova a riflettere sul rapporto tra le scuole di eccellenza e lo
Stato. Infine, un’appendice è dedicata ad una prima mappatura del coinvolgimento
del Sant’Anna nei progetti strategici dello Stato e per concludere abbiamo
lasciato la bibliografia dei testi che abbiamo collettivamente usato per
preparare questa riflessione e questa iniziativa.
1. MERITO E DIRITTO ALLO STUDIO
IL MERITO COME MASCHERA DEL DEFINANZIAMENTO DELL’UNIVERSITÀ
Un’immagine spesso e giustamente evocata nel discorso sulle Scuole di eccellenza
è quella delle oasi nel deserto. Mentre intorno a noi il diritto allo studio
viene smantellato e le università pubbliche sono sempre più sfibrate, nelle
scuole di eccellenza sembrano vigere altre tendenze: si studia a costo zero, con
borse di studio e servizi non paragonabili a quelli delle università di massa.
Dai fondi per la mobilità, agli alloggi e alla mensa gratuita si offrono
possibilità e ambienti di ricerca inimmaginabili nelle altre istituzioni
universitarie. Di questa contraddizione dà conto Virginia Magnaghi in un
articolo significativamente intitolato “Le oasi nel deserto del sapere”
pubblicato su Jacobin nel 2023, che chiarisce le profonde disparità che segnano
il paesaggio universitario italiano. In un simile scenario l’ingiustizia delle
istituzioni di eccellenza, che garantiscono un’istruzione universitaria gratuita
e di alto livello a un numero di studenti irrisorio, risulta lampante. Invece
che eccezionalità da conquistarsi, un’istruzione tale dovrebbe essere la norma
dell’università per tuttə. Il diritto allo studio veramente garantito e
uniformemente diffuso farebbe cadere la spinta alla creazione di nicchie
privilegiate che sono solo l’altra faccia dell’impoverimento generale.
Posto questo, vorremmo aggiungere un tassello all’analisi: vorremmo individuare
l’ideologia comune che giustifica insieme l’accentramento delle risorse in
piccole istituzioni e l’impoverimento dello scenario universitario
circostante. Il sistema che prosciuga il diritto allo studio nelle università è
lo stesso che conferisce alle scuole di eccellenza la loro caratteristica
struttura di piccola isola florida per pochi scelti.Questo sistema consiste nel
vincolare l’accesso al welfare universitario alle prestazioni dellə singolə
studentə, con il risultato che un diritto si trasforma in una competizione, che
ignora le condizioni di partenza di chi vi prende parte.
Tutto questo può succedere grazie al dispositivo ideologico del merito, che per
definizione seleziona e isola una parte della componente studentesca ponendola
al di sopra del resto sulla base di un principio apparentemente universale e
oggettivo – un concorso di ammissione superato con il massimo dei voti, una
media alta conseguita negli esami – che risponde però a uno sguardo selettivo
sulla realtà che esalta unicamente la capacità di soddisfare le richieste
prestazionali dell’istituzione, tacitando una costellazione di altri aspetti
sociali, economici e di genere.
Vorremmo puntare l’attenzione sul fatto che l’ideologia del merito agisce non
solo nelle scuole di eccellenza, dove è più esibita ed è intrinseca alla loro
stessa esistenza; ma anche nelle università di massa quando i fondi vengono meno
si riproducono le stesse logiche gerarchiche seguite nelle scuole di merito (per
esempio, vengono tagliati ed esternalizzati i servizi considerati più marginali,
come mensa e portineria, tipicamente femminilizzati).
I tagli ai fondi di finanziamento ordinario (FFO) che si sono senza tregua
approvati negli ultimi vent’anni mostrano drammaticamente che quando lo Stato
sceglie di impoverire le università, ecco che la retorica del merito soccorre a
giustificare tale scarsità, essendo un’ideologia ben collaudata per assegnare a
pochi ciò che prima era di tutti. L’operatività di questa retorica la possiamo
vedere in ogni campo, dalle mense universitarie agli erasmus; sull’erasmus
sottolineiamo l’ammontare sempre più esiguo della borsa, che rende di fatto
impossibile a chi non gode di un sostegno economico aggiuntivo, autonomo o
familiare, prendere parte al programma di scambio universitario.
Un discorso analogo si può fare per le borse del DSU, la cui fruizione è
vincolata al rispetto di una serie di obblighi paragonabili a quelli delle
scuole di eccellenza: rimanere in corso, conseguire un certo numero di crediti
all’anno e tutto questo senza molti dei privilegi materiali che consentono agli
studenti delle scuole di eccellenza di concentrarsi esclusivamente sullo studio.
L’idea egualitaria da cui nascono le scuole di eccellenza è servita in realtà
negli ultimi anni solo a coprire l’immobilismo sociale dell’Italia, dove è
sempre più difficile per chi è privo di capitali economici e/o culturali di
partenza accedere a queste istituzioni che dichiarano di “premiare il merito al
di là di tutto”. Il merito ha finito così per coincidere sinistramente con una
caratteristica ereditaria: tutt’altro che frutto esclusivo dell’impegno
personale, della passione o del talento; infatti, arrivare ad avere le
competenze intellettuali e sociali per vincere concorsi di ammissione o superare
brillantemente esami universitari è vincolato alla professione e al reddito dei
genitori, alle città e ai licei in cui si sono compiuti gli studi, al proprio
genere e alla libertà da compiti di cura e di automantenimento.
Sono aspetti che le Scuole di eccellenza ignorano in fase di selezione e di cui
anche i parametri di erogazione della borsa del DSU, che pure è basata sull’ISEE
dello studente, non tengono a sufficienza in considerazione. Per esempio il
fatto che molti studenti anche se assegnatari di borsa devono lavorare per
mantenersi durante gli studi e di conseguenza hanno più difficoltà a fare tutti
gli esami nei tempi richiesti non è preso minimamente in considerazione.
Il merito serve a giustificare trasversalmente una distribuzione di risorse
sempre più iniqua secondo il criterio di assegnare non secondo il bisogno ma
secondo le capacità – capacità, però, che sono specchio di condizioni di
partenza assai inique e il “merito” finisce per aiutare inoltre a riprodurre
proprio l’immobilismo sociale che invece si prefigge di affrontare.
Riesce ad accedere ai benefici del merito chi ha più facilità con un certo tipo
di ragionamento e ha sviluppato capacità logico-argomentative, chi è stato
educato allo studio costante e alla dedizione, all’uso sapiente di un repertorio
mnemonico e lessicale. Tutto questo dipende da pregresse condizioni
socio-economiche. Non ci stupisce affatto, quindi, che l’ISEE medio sia molto
più alto nelle scuole di eccellenza rispetto alla media della società italiana
ma anche rispetto a quella delle università. Abbiamo avuto modo di accedere a
questi dati per la Scuola Normale solo quest’anno, e solo in modo obliquo: un
obiettivo che si può prefiggere chi voglia smascherare il merito dell’eccellenza
universitaria potrebbe essere quello di produrre un’inchiesta sui redditi, sul
genere e sulla geografia di provenienza di chi accede alle scuole d’eccellenza
italiane. Non ci stupisce neanche la prevalenza di studenti del Nord rispetto a
quelli del Sud e delle isole, così come quella di studenti socializzati maschi.
Ecco, vorremmo porre più lucidamente l’attenzione su questo: il fatto che le
scuole di eccellenza siano nella loro composizione specchio delle disuguaglianze
sociali del nostro paese non è un accidente verificatosi negli anni, e non è
solo un meccanismo un po’ arrugginito nel tempo: fa parte del modo in cui la
nostra società fa andare avanti chi nasce in determinati contesti e che ha
sviluppato un preciso tipo di intelligenza, quella analitica. Lo squilibrio di
partenza si accentua poi una volta entrati nel meccanismo: chi riesce a
studiare, a maggior ragione in una scuola di eccellenza, avrà cento marce in più
rispetto a chi l’Università non ha neanche potuto pensare di farla: sarà il
direttore di azienda, il Presidente, il professore universitario di domani.
LA (TROPPO) FORTUNATA METAFORA DELL’ASCENSORE SOCIALE
Quella del merito, quindi, è a tutti gli effetti un’ideologia, ovvero un
apparato di simboli e significati mobilitati per l’interesse di chi ne detiene
il controllo e per perseguire determinati obiettivi.
Secondo Paul Pasquali, che in questo, come su molti altri punti, si rifà a
Bourdieu, molte grandes écoles nascono in Francia negli anni ’80 come risposta
alla massificazione dell’Università pubblica: una vera democratizzazione
dell’accesso allo studio avrebbe costituito un pericolo per la classe dominante,
che avrebbe rischiato di perdere il monopolio sugli spazi e sui ruoli di potere
e avrebbe visto eccessivamente inflazionati i propri titoli di studio.
L’ideologia del merito, perciò, giustifica esattamente il contrario dei valori
di cui si fregia: la realizzazione del diritto allo studio. Al contrario – e
coerentemente con i suoi presupposti – giustifica una rigida segmentazione tra
chi questo diritto se lo guadagna e chi invece non ha fatto abbastanza per
ottenerlo. E i criteri di questa distinzione, presentati come giusti e
razionali, funzionano in modo da permettere la riproduzione di quella stessa
élite che prima aveva accesso a opportunità e ruoli in modo esplicitamente
ereditario, e che ora invece vi accede ugualmente ma secondo ragioni di “merito”
.
Le grandes écoles e le scuole di eccellenza (così come ormai persino il
Ministero dell’Istruzione… e del Merito) ricorrono spesso alla fortunata
metafora dell’ascensore sociale a cui si mischia, in una sintomatica confusione
semantica, quella della naturalità di un talento. “Uno dei principali scopi
della Normale è individuare e coltivare il talento dei propri allievi e allieve”
si legge nella presentazione che di sé fa la Scuola Normale. “Decine di ragazze
e ragazzi sono selezionati ogni anno, tramite concorso, sulla sola base del
merito”, si legge poi. Dunque, si diventa Normalisti per merito o per talento?
Non interessa tanto chiarire i termini: duro lavoro (incensato dalla retorica
del self-made man) oppure inclinazione naturale e passione, il punto è solo
giustificare ideologicamente una struttura di potere. L’importante quindi è
passare il concorso d’ammissione che, tutti continuano a ripeterlo, è
assolutamente neutrale: garantisce a chiunque, indipendentemente dalla propria
provenienza sociale, di mostrare quel che sa fare. Poco importa che in
quest’opera di messa in mostra siano determinanti genere, accento, padronanza
linguistica, aspetto esteriore, savoir-faire. Il preteso “talento” dovrebbe
emergere in modo indipendente da tutto ciò, come se non fosse anch’esso il
frutto delle scuole che si è frequentate, della condizione economica della
famiglia da cui si proviene nonché del suo capitale culturale, della città in
cui si è nati, eccetera eccetera.
Varrà la pena allora soffermarsi brevemente sulla metafora dell’ascensore
sociale, solitamente invocata per descrivere l’obiettivo del sistema
universitario. Oppure, come nel caso della Normale, invocato dai rettori per
dire che ormai l’ascensore sociale si è rotto (dichiarazione del 2020). L’idea
alla base della metafora dell’ascensore è sempre quella di premiare l’individuo
che è in grado di lasciarsi alle spalle la propria classe per approdare a una
superiore.
Ci sono quindi due domande da porsi: 1) davvero l’ascensore sociale funziona? 2)
se anche funzionasse, davvero vogliamo una società basata su questo principio
piramidale? Alla prima domanda bisogna rispondere che no, l’ascensore in realtà
non funziona: ecco perché Paul Pasquali parla di un’ereditocrazia che si
mantiene sotto le mentite spoglie della meritocrazia. Alla seconda domanda
vogliamo rispondere senza lasciare spazio all’equivoco: il problema del sistema
dell’ascensore sociale non è il miglioramento delle condizioni materiali e
culturali di chi riesce a salirci, al contrario, il problema è che accettando
questo meccanismo si accetta implicitamente che la stragrande maggioranza non
potrà mai raggiungere tali condizioni. Il nostro obiettivo, infatti, deve
rimanere in primo piano: l’estensione a tuttə del diritto allo studio.
Non si può negare, infatti, che in certi casi questo ascensore funzioni. Questa
“non-riproduzione” (casi in cui l’élite non si riproduce in esclusiva ma ammette
tra i suoi ranghi qualche meritevole) è in realtà l’altra faccia della
riproduzione: serve a giustificare l’apparato ideologico basato sul merito, ma
statisticamente rappresenta un fenomeno irrilevante (un’indagine sulla
condizione economica dei Normalisti lo confermerà… o lo ha già confermato).
Ciò che i cosiddetti “transclasse” (cioè migranti di classe che riescono a
salire sul famigerato ascensore) confermano con la traiettoria della loro ascesa
sociale è in realtà molto distante da un ideale di mobilità sociale diffusa. Per
compiere fino in fondo questa migrazione di classe, infatti, occorre che
l’habitus della classe dominante venga del tutto incorporato. Quando si compie
un passaggio di classe, bisogna tradursi in delle cifre comprensibili alla
classe d’arrivo, altrimenti si rimane esclusi. Bisogna strapparsi al proprio
ambiente, dall’umorismo della propria famiglia, condannare la grossolanità dei
compagni d’infanzia, educarsi all’eleganza e alla sprezzatura.
La letteratura intorno al tema dei transclasse è florida, soprattutto in
Francia. La più celebre autrice forse è Annie Ernaux, ma abbiamo un illustre
esempio in casa: L’amica geniale. A questo proposito, è sintomatico lo scambio
di battute tra Lenù, paradigma della migrazione di classe (a farle da ascensore
è stata proprio la Normale!), e la suocera, emblema della buona borghesia
intellettuale torinese, antica di generazioni, che accusa la protagonista di
essere “un’intelligenza senza tradizione”. Questa è la condanna dei transclasse:
individui eternamente divisi, mai abbastanza per nessuno dei due mondi.
Senza farla eccessivamente tragica: vogliamo dire che per capire
sociologicamente e antropologicamente l’umanità che popola le Scuole
d’eccellenza dobbiamo considerare che si tratta di istituzioni che fanno da
incubatore per una grande percentuale di borghesia che si riproduce e per una
piccola percentuale di migranti di classe che devono imparare la lingua della
classe dominante per potervi accedere. Ed è qui che agisce il ricatto del
merito, è qui che noi dobbiamo lavorare per liberarci e incidere.
2. MERITO E RIPRODUZIONE
L’ECCELLENZA SI RIPRODUCE
Ogni anno in Sant’Anna è usanza tramandare, al termine del famigerato mese di
“matricola”, un curioso libro, scritto da un “Anonimo collegiale”: Ma prima
venne il ‘58. Quegli allegri casini al Medico-Giuridico di Pisa. Matricola è il
mese di goliardia in cui i nuovi allievi del Sant’Anna vengono sottoposti a
lunghe sessioni di socialità corporativa, con l’intenzione dichiarata di
permettere a tuttə di socializzare e non rimanere isolatə, di conoscere il
contesto del Sant’Anna per potervisi orientare nei 5 anni successivi, e tante
altre buone azioni d’accoglienza. In quel mese impari anche come funzionano le
dinamiche di potere alla Scuola, impari che non si parla mai seriamente di
nulla, neanche della guerra, perché la politica è un gioco, è un palco di
opinionismo di cui fare sfoggio al bar; impari che al Sant’Anna si è tutti una
grande famiglia, che non se ne deve mai parlar male perché in fondo dobbiamo
esserle grati.
In questo libro tramandato agli iniziati si trova la brillante e scanzonata
autobiografia di uno studente dell’antenato della Scuola Sant’Anna, il Collegio
Medico-Giuridico (che fu chiamato così alla fine degli anni ‘40, ma prima si
chiamava Collegio Mussolini per le scienze corporative, non fa male ricordarlo)
che racconta delle notti brave trascorse con i suoi compagni al collegio, i cui
nomi non possono essere fatti perché ora sono persone importanti, persone con la
cravatta, persone che ricoprono ruoli strategici e prestigiosi nei ranghi dello
Stato. Ciò che colpisce sin da subito è la nomenclatura con cui vengono
designate pratiche, istituzioni e luoghi: gli stessi nomi che oggi vengono
insegnati, durante il mese di matricola, ai giovani santannini che impareranno a
nominare il mondo alla stessa maniera di come lo nominarono gli anonimi
incravattati. Magari sarà proprio per un’affinità di lessico, curriculum e
riferimenti durante un apericena di networking con vecchi santannini nostalgici
che si apriranno luminose porte per una carriera alla NATO, al ministero o in
qualche azienda di droni dual use, in qualche ambasciata o in un’importante
industria agroalimentare che opera in quelle che furono colonie italiane, e ora
sono terra ghiotta per il neocolonialismo.
Questa è una delle facce della riproduzione: riproduzione di un’istituzione con
i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoi legami con le più importanti istituzioni
e aziende. Ma la riproduzione non è qualcosa che si subisce e basta: la
riproduzione richiede di essere agita da chi in un primo momento la subisce, e
noi vorremmo capire perché e come. Ovviamente questa riproduzione esiste a
prescindere dalle dinamiche di goliardia, una volta comuni a tutte le scuole di
eccellenza e oggi meno diffuse. Il merito trova le sue vie per la riproduzione:
per spiegare alcune di queste dinamiche ci serviremo di esempi di esperienze
fittizie basate su fatti reali e attraverso un’alternanza di punti di vista tra
la Scuola Superiore Sant’Anna e la Scuola Normale Superiore, che sono quelle di
cui abbiamo fatto esperienza.
Immaginiamo una persona. Un ragazzo di provincia, ha fatto un buon liceo
classico: certo, per arrivarci doveva fare ogni giorno un’ora di bus ad andare e
una a tornare, perché abitava in una cittadina periferica, però la sua famiglia
ha sempre creduto molto nel valore dello studio, nella scuola come riscatto, lo
ha incoraggiato sempre a studiare, ad avere quella come priorità: se fosse
andato all’università, sarebbe stato il primo della famiglia a laurearsi.
La professoressa di italiano del liceo, notando caparbietà e passione del
ragazzo, alla fine della quarta superiore gli ha parlato dell’esistenza della
Scuola Normale di Pisa (o della Scuola Superiore Sant’Anna), dove si studia
gratis e si accede ad una formazione di eccellenza nelle discipline umanistiche.
Il ragazzo si entusiasma: fare della sua passione una carriera prestigiosa! Che
orgoglio per la famiglia, che orgoglio per coronare così le sue fatiche di tanti
anni di studio.
Passa l’ultimo anno del liceo, il ragazzo è mentalmente già emigrato dalla
cittadina di provincia in cui vive, che ormai sa di periferia del mondo ai suoi
occhi; rinuncia a molta della socialità dell’estate della maturità perché mentre
tutti festeggiano lui deve preparare l’esame d’ammissione in Normale.
Dopo un po’ di scleri, rinunce, autodisciplina e isolamento supera il concorso
d’ammissione e diventa Normalista. Passano gli anni, e 5 son lunghi, però quel
ragazzo ne ha fatta di strada! In e in 5 anni ha conseguito due lauree, un
diploma da Normalista che vale come master di II livello (un riconoscimento
negli anni tanto richiesto dai normalisti che, in questi tempi di magra del
mercato del lavoro, non si accontentavano più del prestigio ad aria fritta della
Normale e hanno pregato per un pezzo di carta che valesse qualcosa): ora è
pronto ad essere precario nel mondo della ricerca universitaria! Oppure a fare
il concorso per insegnare al liceo (dopo aver pagato quasi ə000 euro di tasca
sua – dei suoi genitori – per i percorsi abilitanti all’insegnamento): certo
che… come lo racconti ai tuoi orgogliosi parenti che la scuola come riscatto e
la prestigiosa Normale ti hanno mandato a guadagnare 1500 euro al mese per una
delle professioni più screditate d’Italia?
E fu così che il ragazzo decise – aveva, in realtà, già preso questa decisione
all’inizio della magistrale – che avrebbe stretto i denti, alzato un po’ il
termometro della boria, non avrebbe più guardato in faccia nessuno e avrebbe
passato le notti sui libri per conquistarsi un meritato posto nel mondo
attraverso la carriera universitaria.
Oppure immaginiamo una ragazza, negli ultimi anni delle superiori ha preso
contatto con le piccole realtà locali, magari il nodo locale di Fridays For
Future, e sta cercando davvero di dare il suo contributo per combattere il
cambiamento climatico, ma la dimensione locale sembra sempre troppo piccola e
genera senso di impotenza. Poi un giorno vede un cartello promozionale della
Scuola Superiore Sant’Anna (parte della massiccia campagna di pubblicizzazione
del concorso volta a far salire il tasso di selettività aumentando il numero di
chi tenta il concorso d’ammissione) che promette una formazione
interdisciplinare e vanta tra i suoi professori ospiti politici famosi e
funzionari di alto livello. Decide così di provare il concorso di Scienze
Politiche: finalmente potrebbe avere una chance di fare qualcosa di utile, di
finire nelle stanze di chi prende davvero le decisioni e di far valere davvero i
propri ideali e la propria etica.
Anche questa ragazza, entrando in Sant’Anna, ne avrà fatta di strada: dopo
cinque anni ha preso il master di I e di II livello e ora si chiede quale è la
sua strada, ha visto molti e molte prima di lei entrare nel Pantheon di chi ce
l’ha fatta e ora ha un lavoro prestigioso, un lavoro che conta. Sa anche che per
i santannini accedere a una serie di opportunità è più facile: la Scuola ha
molte relazioni, nei programmi esclusivi ha più possibilità di essere presa
perché aver fatto il Sant’Anna vuol dire avere addosso una certificazione di
qualità.
Se fa Scienze Sociali ad esempio può fare un tirocinio nei ministeri oppure la
sua candidatura all’OCSE verrà valutata prima, se ha fatto Ingegneria magari ha
partecipato alla squadra di droni “Caelus” e ora ha proprio un bel CV. Così
chiede ancora di più a sé stessa, vuole garantirsi una buona posizione e allora
è disposta a chiudere un occhio sull’eticità di quello che andrà a fare, sulla
cattiva nomea di quell’azienda in cui va a lavorare o con cui collabora. È stata
educata alla realpolitik, quindi non avrà problemi a ricoprire ruoli da tecnico;
certo si chiede come far valere adesso quell’etica e quegli ideali, ora che è in
quelle stanze dei bottoni e c’è solo spazio per consulti tecnici o per attività
che riproducano lo status quo. Che sia in un’ambasciata, in una commissione
europea che valuta progetti HORIZON, in una posizione in pubblica
amministrazione o in una ASL, avere ideali o convinzioni etiche, aver anche
studiato tanto, non cambia di un millimetro il suo agire, perché in quelle
stanze non c’è spazio per i valori e le sensibilità personali.
Per tornare alla nostra domanda su come si riproduce il merito: che effetto ha
questa consapevolezza prematura sul normalista? Rivestiamo i panni del nostro
brillante ragazzo di provincia che ce l’ha fatta, che sente sin dal primo giorno
in Normale parlare di prospettive precarie, salvifico estero, notti in
biblioteca. Il fatto è che quando si entra in Normale si impara sin da subito
cosa conviene fare tra la discussione della tesi magistrale e l’inizio del
dottorato, si impara sin da subito che è raccomandabile lavorare sempre con lo
stesso professore, si impara che cosa è bene dire e cosa no davanti a un
dottorando, un ricercatore, un professore, si impara che certe posizioni a
sinistra sono accettate e anzi quasi previste in università, ma se ti spingi
troppo in là sei davvero scomodo.
Forse allora questo merito di cui tanto si parla non è qualcosa con cui entriamo
in Normale. Forse il merito impariamo a performarlo, a crederlo e ad esserlo nel
corso dei 5 anni. I normalisti sono meritevoli non perché hanno superato un
concorso ma perché dopo quel concorso sono stati esposti, più di qualunque altro
studente universitario, al sistema delle regole implicite dell’accademia e nel
giro di qualche anno hanno fatto proprie quelle conoscenze e quelle tecniche.
Come direbbe Bourdieu, hanno acquisito un habitus. Ecco che allora, forse, il
merito è qualcosa di più simile a un habitus, e non il valore personale grazie a
cui entriamo in una scuola d’eccellenza.
DIVENTARE MERITEVOLI
Proviamo a riprendere lo sforzo immaginativo, questa volta con la lente
d’ingrandimento sugli anni trascorsi in Normale. Il nostro transclasse
normalista questi cinque anni come li ha vissuti? In quale quotidianità? Secondo
quali riti?
Dal primo giorno di arrivo ha trovato lenzuola pulite e pasti pronti, insieme a
una lunga serie di piccole e grandi agevolazioni che ben conosciamo. Il
messaggio è molto chiaro: sei qui per il tuo studio, è questo che conta. Lo
studio e la ricerca sono il core business, dello studente così come
dell’istituzione. Il termine core business indica ciò che un’azienda decreta
essere la propria attività principale, la quale deve definire l’identità
dell’impresa e rappresenta la voce di spesa principale; usiamo questo termine
perché una delle conseguenze dell’aziendalizzazione dell’università
(https://collettivoscuolanormale.substack.com/p/contro-laccademia-neoliberale-appunti?utm_campaign=post&utm_medium=web&triedRedirect=true)
è quella di omologare la struttura dell’università a quella di un’azienda. Per
questo motivo, anche gli atenei hanno iniziato a definire cosa è core
business (la ricerca, principalmente) e cosa non lo è (tutto ciò che gravita
intorno al diritto allo studio come le mense e le residenze universitarie, i
servizi ormai esternalizzati delle pulizie, dei portierati, delle biblioteche,
ecc). Sul piano dell’istituzione la conseguenza di questo ragionamento ha
portato a esternalizzare tutto il lavoro di cura: e sul piano della vita dello
studente?
Si instaura, se non era già presente, una strutturazione dello spazio mentale e
una gestione del tempo nelle quali le incombenze materiali non occupano mai un
posto e vengono profondamente svalutate. Le ore passate sulle sudate carte
assumono quasi un’aura liturgica: sono al contempo studio e ragione di
esistenza, di riconoscenza per un investimento, di prova di un valore. Questa
forma “scolastica” di esistenza – secondo la definizione di Bourdieu – si basa
per l’appunto su un surplus di tempo libero (scholé) che non è soltanto una
condizione estrinseca rispetto al lavoro intellettuale, ma ne determina
internamente i risultati. Impariamo così a valutare il mondo con distacco,
assumendo spesso posture etiche che sono più il frutto di un’estetica accademica
incorporata, come se ciò che accade non ci riguardasse. Ci viene chiesto, al
massimo, che “opinione” abbiamo su un “tema”. Questa postura anestetizzata viene
costruita giorno dopo giorno da quelle condizioni materiali di privilegio che
vengono sistematicamente disconosciute.
Un discorso simile può essere fatto per gli studenti e le studentesse del
Sant’Anna: lə santanninə si ritrovano dal primo ottobre del loro primo anno in
un mondo dorato, tra mensa e pulizie in camera, fornite sotto l’egida del
merito. Velocemente si impara a svalutare il lavoro di cura. D’altronde, se ci
meritiamo che qualcuno faccia queste cose al posto nostro vuol dire che il
nostro tempo è più importante e non può essere sprecato in faccende
improduttive. Le tradizionali serate di Matricola sono un’occasione eccezionale
per stringere molto velocemente rapporti con i propri compagni d’anno. In
pochissimo tempo si vivono situazioni assurde e imprevedibili – adrenaliniche
quasi – che sono un vero carburante per le amicizie.
Non ci dilungheremo in questa sede sulla controversa e chiaccherata
“accoglienza”, Ciò che ci interessa è riflettere su come queste attività cambino
e modellino l’organizzazione interna delle scuole d’eccellenza. Grazie a
Matricola viene affrontata anche la dimensione della “riproduzione
sociale/relazionale”, ovvero la capacità di fare gruppo e formare legami di
fiducia. Questa opportunità è garantita a tuttə, indipendentemente dallo sforzo
personale e dalle singole abilità relazionali. Una simile dinamica genera
immediatamente nel giovane studente una sensazione di gratificazione e di
riconoscenza verso l’istituzione che l’ha accolto e gli ha fornito questo spazio
per coltivare le sue amicizie.
Lo studio all’interno delle scuole d’eccellenza è anche subito improntato, come
già si è detto, a opportunità future e alla consapevolezza che ci si stia già
costruendo un curriculum. Fin da subito si impara a compiere scelte strategiche
e a capitalizzare il proprio studio e la propria ricerca, ci si chiude in un
ermetismo che custodisce gelosamente le conquiste e il sapere accumulato, in una
gara fatta spesso più per paura che per vera volontà di prevalere sull’altro.
Questo dunque il rapporto con lo studio, che sfocia inevitabilmente nel rapporto
con le altre persone, ma la configurazione delle dinamiche sociali è assai più
complessa. Per diventare e dimostrarsi meritevole il normalista seleziona
aspetti di sé da mantenere o amplificare, così da essere più adatto all’ambiente
e alle interazioni, così da rientrare in una comunità organica di persone e da
conquistarsi reti sicure di amicizie – le quali possono sempre trasformarsi in
rapporti professionali – e di rapporti professionali veri e propri, anche se le
dinamiche di potere sono sempre sfumate e fumose, così come in tutto il mondo
universitario: sta qui la difficoltà e la sfida di capire come sindacalizzare un
universo così opaco.
Giorno per giorno il normalista si ritaglia, occulta e dimentica di sé tratti
ormai irrilevanti o di ostacolo per il suo nuovo status, giorno per giorno
controlla come parla, come prende gli appunti, cosa usa come materiale
umoristico, e si mostra per come vuole essere accolto dall’ambiente che
irrimediabilmente fissa e plasma i suoi nuovi valori. Questa forma di
autodisciplinamento performativo va di pari passo con – e per molti versi
scaturisce da – il disciplinamento della vita e della quotidianità sanciti dalla
struttura totale dell’istituzione: orari fissi e luogo unico per i pasti, vita
collegiale ben scandita, spazi bibliotecari e abitudini di studio incoraggiate e
diffuse fanno in modo che questo contatto con l’altro e questa costruzione del
sé avvengano in modo estremamente ordinato e con una grande consapevolezza
costante: siamo tutti insieme, non siamo molti, siamo insieme ogni giorno.
Il rapporto con i pochi altri – normalisti anch’essi – che il normalista vede
sempre è davvero centrale e onnipervasivo. C’è quasi un più di realtà, un
sovra-potere della realtà interna rispetto a ogni istanza esterna, tanto da
rendere distante, opaco e potenzialmente irrilevante tutto ciò che per quelle
soglie non passa… chi frequenta la Normale spesso non riconosce davvero di
essere studente universitario a Pisa, non entra in contatto con la città, né con
gli ambienti di UniPi, se non in certe sporadiche e poco rilevanti
occasioni. Questo tipo di socialità è frutto dello stesso meccanismo corporativo
che regola le logiche dietro a Matricola o alle Olimpiadi di Matematica e
Fisica. Sta a noi capire come boicottarlo.
Per capire bene come questi meccanismi funzionino basta un esempio dal
Sant’Anna: la prima settimana le “inziazioni” di matricola sottraggono
tantissimo tempo ai nuovi allievi, anche durante la notte; il risultato è che
non si va in università, non si conoscono i colleghi e le colleghe di unipi,
piano piano proprio per le esperienze vissute insieme si entra in uno stato di
eccezionalità in cui diventa quasi impossibile condividere quello che succede
dentro con il fuori. Quando a Novembre Matricola finisce i gruppi all’Università
si stanno già formando, si avvicina la prima sessione in cui bisogna essere
impeccabili, normalmente quindi ci si rivolge più a quel dentro che al fuori.
Questa dinamica continua per tutto il primo anno e velocemente si produce
l’isolamento sopra citato.
Le tecniche volte a perimetrare l’esperienza d’élite degli allievi eccellenti è
connessa anche alle forme di brandizzazione e merchandising che le scuole
superiori universitarie hanno messo in campo negli ultimi anni. Questa
strumentalizzazione al contempo commerciale e visiva mostra tutto il profitto
che queste scuole traggono da una forma di docilità e di complicità insidiosa
(in particolare nell’abbigliamento), che veicola la loro immagine di brand come
se fosse neutrale. Il fatto di diffondere nello spazio pubblico il nome e il
logo di un’istituzione non ha nulla di neutrale, così come non lo ha il fatto di
farla entrare in ciascuno dei nostri gesti quotidiani come vestirsi, scrivere,
leggere, bere dalla propria borraccia. Al di là della pubblicità
(gratuita/spontanea) che ciò comporta, c’è una dimensione performativa a livello
delle identificazioni soggettive (farne parte o meno) e relazionali (coloro che
già non sono gli “eletti” si vedono pubblicamente rinviati alla propria
non-appartenenza), come se queste frontiere sociali visibili e tangibili
dovessero legittimarsi attraverso l’accettazione di una “membership premium”
integrativa ed escludente, e in fondo molto alienante, che nessuno mette in
discussione.
E’ proprio a questa convergenza tra socialità corporativa e postura accademica
verso il mondo che va imputata la mancata riflessione o presa di posizione
riguardo a certi funzionamenti, riforme e meccanismi della governance della
Scuola, che pure sono politici, complici, interconnessi con innumerevoli
sistemi, come abbiamo imparato a vedere.
Questo silenzio, o questo giudizio distaccato, o ancora la fiacchezza nel
condannare che, se un giudizio avviene, avviene quasi sempre solo a parole e in
contesti sconnessi e lascia il tempo che trova, ecco, tutto ciò è in ultima
battuta alimentato da quello che fondamentalmente è un ricatto costante da parte
dell’istituzione nei confronti delle persone che seleziona sulla base del merito
e nelle quali investe. Il nostro normalista non si sognerebbe mai di attaccare o
mettere in dubbio la Scuola, ovvero la sua casa, il piatto in cui mangia, il
nido per le sue amicizie e per i rapporti più profondi, il luogo da cui trae
un’ottima – o quantomeno prestigiosa – istruzione, il luogo che per alcune
persone rappresenta comunque l’unica alternativa al non studiare affatto, oppure
allo studiare senza raggiungere l’indipendenza da un ambiente familiare scomodo.
Insomma, il normalista è costantemente in debito per i suoi privilegi: criticare
l’istituzione che glieli garantisce è di solito l’ultima cosa che si sogna di
fare.
QUALCOSA SI È INCEPPATO
Ma torniamo un’ultima volta alla riproduzione. Siamo il ragazzo di provincia con
tante aspettative addosso, con tanti desideri e con una passione per le lettere
che viene ogni giorno capitalizzata e spremuta per diventare un lavoro in futuro
e nel presente un’identità distintiva.
E cosa accade se ti devi laureare mentre c’è un genocidio in corso in
Palestina? Se avevi basato la tua identità sull’essere progressista è un po’ un
casino, perché almeno a una manifestazione devi andare. Se hai sempre fatto
finta di nulla, ripetendo in giro che le lettere non devono avere a che fare con
il mondo reale, puoi dormire sereno: sei abbastanza anestetizzato da non curarti
di cosa accade intorno a te.
Quello che è successo a noi è che il Movimento per la Palestina è entrato
fragoroso nelle nostre aule, nelle nostre vite e ci ha cambiato per sempre. Ci
ha posto di fronte al mondo in fiamme, ci ha imposto la responsabilità verso il
tempo presente, ci ha interrogati nel profondo.
E la risposta a queste urgenze non l’abbiamo data nel silenzio della nostra
camera di collegio, ma camminando insieme su un’autostrada occupata. Il
Movimento per la Palestina ha avuto la capacità di fermare almeno per un momento
gli ingranaggi della macchina del merito e dell’eccellenza: ci ha mostrato grigi
molti professori incapaci di prendere una posizione, o colpevolmente sordi o
intenzionalmente complici. Ci ha fatto vedere che la raffinatezza concettuale
delle nostre discipline non era in grado di esprimere una parola sul reale, che
le metodologie disciplinari non consentivano di interpretare la realtà.
Il Movimento ha fatto nascere anche nuove amicizie: non più amicizie basate su
quella socialità consolatoria che anestetizza e tappa i buchi tra un aperitivo
con le amiche e una nottata a piangere prima di un esame; amicizie nuove,
diverse, non relegate ad occupare il tempo libero (sempre in eccesso), ma
amicizie che liberano il tempo e lo sanno inventare; amicizie con cui scoprire
che la Normale non è virtuale ma è in un territorio di cui prendersi cura e in
cui non è obbligatorio vivere come ospiti (come i collegi suggeriscono, come la
carriera accademica prospetta); amicizie con cui scoprire che non è obbligatorio
studiare 11 ore al giorno costringendosi a rinunciare a ogni altruismo e a ogni
impegno nel mondo. Non è obbligatorio cedere al ricatto del merito, per cui “hai
fatto tanta strada fin qui, non mollare, disciplina il tuo tempo, seleziona le
tue amicizie, perimetra i tuoi interessi, non disturbare e non essere
disturbato”.
Per cui, dopo aver smascherato il merito, quali strade ci si aprono? Che fare?
Abbandonare la Normale, il Sant’Anna, e ogni scuola d’eccellenza, con un certo
nichilismo, con un certo moralismo? Crediamo che la ritirata individuale non sia
una via trasformativa, e noi vogliamo trasformare questo contesto, non
rinnegarlo.Pensiamo che a ognuna di noi si aprano due possibilità: o riprodurre
la macchina dell’eccellenza o incepparla. Stare dentro, nella contraddizione,
senza essere fagocitati, arrampicandoci su questa torre d’avorio per fare buon
uso di questa posizione di vedetta. Lavorare ogni giorno per rompere la bolla
patinata in cui si bea la classe dominante di oggi e di domani, “bruciare la
distanza tra la Normale e la città” come ha detto Adriano Sofri raccontando
della sua generazione di Normalisti, intrecciando sempre di più legami e
percorsi con la città di Pisa, con la gente che la abita, ci lavora e la difende
da militarizzazione e sfruttamento.
3. IL RUOLO (POTENZIALMENTE) STRATEGICO DELLE SCUOLE D’ECCELLENZA
Per cominciare, vogliamo tracciare delle linee di lettura che, nel corso di
questi anni in cui siamo statə allievə di scuole d’eccellenza, sono andate
gradualmente chiarendosi, e che possono essere utili per orientare riflessioni,
inchieste e mobilitazioni future.
Proviamo ad esporne alcune. Le Scuole di eccellenza sono la punta del sistema di
ricerca dello Stato: rappresentano il modello di ciò che dovrebbero essere gli
studi universitari e vengono finanziate di conseguenza.
Il loro interesse è selezionare le persone più capaci per svolgere ricerca di
alto livello. Allo stesso modo le Scuole si contraddistinguono dalla selezione
all’ingresso degli studenti, generalmente con ottime carriere di studio alle
spalle. L’aspetto selettivo a monte ci è sempre sembrato uno degli aspetti
principali di ciò che chiamiamo “eccellenza”, più che la qualità della
formazione che riceviamo in queste istituzioni.
La selezione degli studenti va a ricercare aspetti come il “talento” o
indicatori “oggettivi” di capacità in una determinata materia: ma un aspetto
fondamentale che accomuna i normalisti è la loro “dedizione”, ovvero la
disponibilità a donare la totalità del proprio tempo per dedicarsi allo studio,
cosa che a sua volta implica (e ha implicato nel corso della carriera di studi
precedente) le risorse per farlo. Questo è forse il più grande non detto del
mito meritocratico: il tempo e la calma con cui ci si è potuti dedicare a
“meritarsi” il proprio posto dipende anche dal non doversi cercare lavori per
guadagnare qualche soldo, non avere persone a cui badare o di cui curarsi, avere
una famiglia che supporta, e via dicendo. Come si è detto nel capitolo
precedente, questa dedizione ha un prezzo: lo abbiamo chiamato ricatto del
merito. Questo ricatto agisce in maniera ancora più subdola sui cosiddetti
“transclasse”, cioè su coloro per i quali l’accesso ad una scuola di eccellenza
ha significato un notevole miglioramento di condizioni materiali, simboliche e
culturali. Per un transclasse la dedizione e il dono integrale del proprio tempo
saranno ancora più necessari.
Proprio sulla dedizione puntano le Scuole: annullando il carico di lavoro
riproduttivo sulle spalle dell’allievə (garantendo mensa, pulizie in camera,
reddito, accesso a tutte le risorse necessarie e a chilometro 0), puntano a
massimizzare il tempo e l’impegno dedicato allo studio. Entrare in una scuola
d’eccellenza levels the playing field, rende uguali le condizioni di partenza. E
allora l’implicito diventa: nel momento in cui ciascuno ha la stessa vita e gli
stessi impegni, quanto siamo dispostə a darci dentro nel nostro lavoro? La
competizione e la peer pressure che viviamo si nutrono proprio di questo, dato
che sarebbero molto più difficilmente pensabili senza queste condizioni di
partenza pseudo-egualitarie. “Pseudo”, perché di fatto agiscono solo
sull’individuo e mai sulla struttura della società, solo per alcuni aspetti, e
per una parte limitata della propria vita. In questo modo, la cosiddetta
“dedizione”, che spesso equivale al grado di sfruttamento a cui siamo disposti a
sottoporci, implica anche il sacrificio di diversi aspetti della nostra vita o
della nostra personalità allo studio. Qui si apre lo spazio per il
disciplinamento: per ottenere e conservare i privilegi che si ottengono in
queste istituzioni bisogna sottostare a tutta una serie di regole e ricatti
impliciti da parte di chi è in grado di assicurarti il proseguimento della tua
carriera di studi o lavorativa. E’ per questa ragione che ogni percorso di lotta
interno alle scuole d’eccellenza si è per noi sempre accompagnato a un senso di
liberazione del tempo e della disciplina interiorizzata, ed è sempre per questa
ragione che in futuro dobbiamo e vogliamo continuare a interrogarci sulle
possibilità che abbiamo di rifiutare i ritmi imposti e la concordia
ordinum dell’istituzione.
Tramite questi meccanismi, infatti, le scuole d’eccellenza si rendono fucine di
conoscenza e ricerca in cui la produttività viene massimizzata grazie alle
maggiori garanzie che la popolazione studentesca e il personale di ricerca sono
in grado di offrire, ottenute tramite una selezione molto più esclusiva rispetto
all’università generalista. Questa produttività viene sia incentivata tramite
una micropolitica dei rapporti (di cui abbiamo parlato nel capitolo su merito e
riproduzione sociale), ma in cui esistono anche regole formali: non si può
prendere meno di 24 agli esami in università, bisogna mantenere una media del
27, non si può andare fuori corso o perdere tempo senza giustificazione (non
sono poche le persone che, per bisogno di 6 mesi o un anno di respiro dalla
Normale, hanno dovuto chiedere a uno psicologo di dichiarare un grave stato di
malessere psicofisico, l’unico status per cui si può accedere alla
“sospensione”, cioè ad una messa in pausa di diritti e doveri nella Scuola
Normale).
Chi è dentro deve fare il massimo possibile. E lo fa, altrimenti è fuori. Ma,
come in ogni contesto, abbiamo avuto esperienza del fatto che esistono delle
possibilità di resistenza a questo totalitarismo della produttività e sappiamo
bene che il controllo e il disciplinamento hanno dei limiti. Sta a noi capire
quali spazi di protagonismo e autonomia possiamo – e siamo disposti a –
coltivare. Ad esempio, crediamo che le mobilitazioni per la Palestina non
avrebbero saputo risuonare allo stesso modo se non avessimo lavorato negli anni
precedenti per aprire delle brecce al corporativismo normalista e spezzare
l’idea che ad ogni costo studentə e istituzione stanno dalla stessa parte. Oltre
al lavoro del Collettivo, ha giocato un ruolo non indifferente il fatto che due
collegi su quattro della Normale sono stati chiusi e molte persone sono andate a
vivere in casa facendo un’esperienza di vita più simile a quella di qualunque
fuorisede (per quanto i privilegi della mensa gratuita e del contributo alloggio
continuino a rendere la nostra un’esperienza d’élite), e ci siamo resi conto
dell’importanza di spazi altri rispetto a quell’unità di
collegio-mensa-biblioteca-lezione.
IL RAPPORTO CON LE AZIENDE
Le scuole d’eccellenza, rispetto all’università di massa sempre più
definanziata, si rivelano dunque degli attori potenzialmente strategici data la
loro capacità di assicurare standard elevati di ricerca, che sono di interesse
per le aziende e per gli organi governativi. La loro capacità di reclutare e
formare secondo questi standard può essere utilizzata da
diversi stakeholder (portatori di interesse), che infatti mostrano sempre di più
un interessamento nei confronti di queste istituzioni.
Tuttavia, non siamo di fronte ad una macchina perfetta – il confronto con la ben
più prestante macchina francese ce lo ha mostrato. Piuttosto intravediamo delle
tendenze che, pur con vari contraccolpi, si stanno delineando in maniera sempre
più evidente. In un mondo in trasformazione, anche in accademia vediamo
progressivamente cambiare i criteri di sopravvivenza della ricerca. Sempre più
registriamo uno spostamento da criteri di selezione tra pari a criteri di
produzione secondo standard aziendali definiti, all’insegna di slogan come “dal
laboratorio all’impresa”. La ricerca ora è finanziata sempre più “conto terzi”,
cioè previa commissione di un’azienda, o tramite bandi UE con obiettivi molto
specifici (ai bandi Horizon abbiamo dedicato un paragrafo in appendice).
Questo sta evidenziando le carenze strutturali di una istituzione come la Scuola
Normale (rispetto, ad esempio, alla ben più allineata Sant’Anna), che più
difficilmente di altre riesce a stare al passo con le trasformazioni e le nuove
richieste del mondo delle aziende e del lavoro e non a caso vuole investire
maggiormente sul settore dell’intelligenza artificiale. In questi anni
assistiamo, e assisteremo sempre di più, a un avvicinamento tra le nostre
istituzioni e gli interessi di stati e imprese. In una congiuntura storica come
la nostra questo significa progetti sempre più volti alla guerra, allo
sfruttamento di risorse, alla competizione tecnologica dual-use, non importa
quanto estrattive e nocive per la natura e per l’umanità. A tal proposito, il 27
gennaio 2026, la Scuola Superiore Sant’Anna, in collaborazione con TOUR4EU, ha
organizzato un seminario online, aperto anche alla Normale, dedicato alla
proposta del futuro Programma Quadro europeo per la ricerca e l’innovazione.
Riportiamo citando dal report pubblico che ne è stato fatto: “secondo la
proposta della Commissione, l’intero programma Horizon Europe sarà aperto al
dual use, ovvero alla possibilità di finanziare tecnologie con rilevanza sia
civile sia militare. La novità principale consiste nel fatto che non è più
richiesto che tutte le azioni abbiano uno scopo esclusivamente civile: tutte le
iniziative possono ora avere applicazioni dual use, in linea con le esigenze
dell’attuale contesto geopolitico. In particolare, l’European Innovation Council
prevede non solo l’apertura al dual use, ma anche il supporto ad applicazioni
nel settore della difesa, con azioni coordinate con la quarta finestra
dell’ECF.”
Eppure questa condizione di dipendenza economica, condivisa con tutte le altre
università italiane, non esaurisce i problemi che riscontriamo nel rapporto con
le aziende. Nel caso specifico delle scuole di eccellenza si tratta di una
fusione tra le alte sfere dell’accademia e dell’azienda, anche quando non si
manifesta direttamente in condizionamenti sulla ricerca. Il nome e il prestigio
dell’istituzione vengono utilizzati come terreno di incontro tra potere
economico e accademico. Questo fenomeno lo vediamo bene nelle aziende
rappresentate all’interno dell’associazione degli “Amici della Normale”, che
trovano un loro corrispettivo nell’Associazione ex-allievi del Sant’Anna, che si
impegna per statuto a “sviluppare un collegamento diretto tra il mondo economico
e imprenditoriale e la Scuola”, ma anche in numerose conferenze e eventi tenuti
alla Scuola, tra i quali possiamo ricordare riunioni con Leonardo SPA e
Ministero della Difesa, o riunioni di Confindustria ospitate nella nostra sede
negli scorsi mesi. Il punto, quindi, non riguarda solo la quantità di fondi che
arrivano direttamente dalle imprese e il loro peso nella definizione dell’agenda
di ricerca. Le scuole di eccellenza sono anche luoghi privilegiati di incontro
tra soggetti che ricoprono diverse posizioni di potere in cui il prestigio
dell’accademia fornisce uno spazio di relazione che appare neutro e
scientificamente legittimato.
LE SCUOLE D’ECCELLENZA COME INGRANAGGI DI PROGETTI STRATEGICI PER LO STATO
Quale ruolo svolgono le scuole di eccellenza nell’infrastruttura
politico-diplomatica dello stato? Gli spazi della scuola ospitano spesso eventi
che non hanno scopi didattici o scientifici, ma offrono occasioni per costruire
relazioni, networks e consolidare rapporti tra istituzioni. Due esempi lampanti
sono le già citate conferenza sulla sicurezza tenutasi in sala Azzurra un anno e
mezzo fa, con la presenza di Ministero della difesa e Leonardo S.P.A. e la
riunione di Confindustria, ma ne è una prova anche l’ingente e ingiustificata
partecipazione degli apparati militari alle inaugurazioni di ogni anno
accademico e ad eventi come l’apertura di una nuova biblioteca della Scuola.
Con questi eventi la Normale si fa sostenitrice della presenza di queste
istituzioni all’interno del mondo dell’accademia: e sotto la legittimazione data
dall’istituzione universitaria e dalla ricerca scientifica, ciascuna di queste
occasioni viene venduta come una collaborazione tra accademia e società civile.
In realtà, è segno del fatto che le nostre Scuole si prestano ad essere
ingranaggi di progetti strategici per lo Stato, rispetto a cui la maggioranza di
chi lavora nelle nostre istituzioni non ha diritto di parola.
Uno di questi progetti è strettamente collegato alla proposta dei tre atenei
pisani di rendersi un polo di peace studies, creando un “Hub di Pace” sul
territorio. Già il nome è curioso: è noto infatti che la Toscana ospita un reale
hub di infrastrutture militari che si dipana in tutta la Provincia di Pisa e di
Livorno (aeroporto e porto militare e Camp Darby a cui si aggiunge il progetto
di una base militare nel parco naturale di San Rossore su terreni che in parte
appartengono proprio all’Università di Pisa). I rettori, in linea con l’agenda
del Ministro Tajani su Gaza, si impegnano, in concomitanza con questo progetto,
a sostenere la costruzione di un polo universitario italiano a Gaza, presentato
come una iniziativa di science diplomacy. In questo modo, atenei che collaborano
con la Leonardo SpA, fondamentale esportatore d’armi per conto del governo
italiano ad Israele, responsabile del genocidio del popolo palestinese, si
propongono di ricostruire emanazioni del nostro governo sulle macerie di Gaza,
legittimando un’operazione di politica estera dal taglio profondamente coloniale
nel nome della “pace” e della cooperazione internazionale.
Mettendo insieme queste informazioni, pur parziali, la lettura che crediamo di
dover dare è che le scuole di eccellenza funzionano da struttura con la quale lo
Stato è in grado di far passare scelte politiche come più accettabili o
addirittura neutrali perché scientificamente informate. È così che decisioni
diplomatiche, riforme sanitarie, normative o dell’istruzione, accordi
militari-industriali, vengono legittimati. Questa possibilità è data proprio
dalla permeabilità tra il mondo accademico e quello dell’amministrazione
statale, e dal ruolo ambivalente e versatile che assumono le governance delle
università. Il ruolo politico di queste istituzioni, infatti, consiste proprio
nella capacità di mettere in relazione e legittimare reciprocamente soggetti
economici, politici e accademici, contribuendo alla costruzione e alla
riproduzione degli assetti di potere esistenti.
IDEOLOGIA
Per rendere sostenibile tutto questo, le nostre istituzioni si devono armare di
un apparato ideologico tanto aggressivo quanto quello materiale. Molte
iniziative orientate alla cosiddetta “Terza Missione”, se guardate da vicino,
tradiscono l’intento dichiarato di valorizzazione della didattica e della
ricerca a beneficio del territorio. Si tratta infatti dell’ennesima svendita di
saperi e patrimoni pubblici a privati. Uno dei fronti su cui possiamo lavorare
per costruire un’università pubblica degna di questo nome è proprio quello di
ridare alla “Terza Missione” la dignità di valorizzazione della conoscenza
prodotta dall’università a beneficio della collettività e del territorio.
Crediamo infatti che sia il momento di infrangere il rapporto estrattivo che le
università, e in particolare le scuole d’eccellenza, hanno con il territorio. La
Normale e il Sant’Anna hanno un patrimonio immobiliare nella città di Pisa (e
non solo) che priva la cittadinanza dell’accesso a patrimoni architettonici e
artistici, a infrastrutture e servizi come le biblioteche, e anche al verde.
Come abbiamo esposto nel capitolo precedente le scuole d’eccellenza hanno tutto
l’interesse a isolare le vite dei meritevoli rispetto al mondo e questa bolla
che viene a crearsi, sul modello del campus americano, assume anche le vesti
urbanistiche di spazi claustrali (letteralmente) separati dall’esterno. Una
Terza Missione davvero impegnata sulle ricadute sociali e culturali dunque
metterebbe in circolo questi patrimoni, invece che regalare le proprie stanze
alle riunioni di affaristi e ai comizi di guerrafondai.
Un altro aspetto dell’ideologia tipica dell’università neoliberale è la
cooptazione di valori e orizzonti “progressisti” per rendere più accattivante e
presentabile il progetto di aziendalizzazione e privatizzazione dell’università.
Ne sono un esempio i progetti sulla parità di genere, volti principalmente ad
integrare maggiormente le donne nella ricerca scientifica, di fatto per
riprodurre gli stessi ruoli accademici (gerarchici e produttivisti)
tradizionali, ma al femminile. Lo mostra un recente convegno del Sant’Anna
su come generare valore con la parità di genere (sic!). Un evento di questo
tipo evita abilmente di scontrarsi con contraddizioni profonde, ma cerca di
ritagliarsi uno spazio di compatibilità chiedendo il diritto di esistere
all’interno di una logica di per sé ingiusta. Non importa che tu sia leader di
un’azienda che sfrutta lavoro e risorse, oppure sviluppatrice di tecnologie
belliche utilizzate in un genocidio. Già dal titolo, questo convegno pare una
confessione del fatto che l’integrazione delle donne non è una questione di
giustizia o di parità, ma va messa al vaglio della loro produttività e capacità
di generare profitti.
Questo meccanismo è ben inquadrato da Mimmo Cangiano in un articolo apparso su
Jacobin (autunno 2024), Università, guerre culturali e Studies: le guerre
culturali, se scollegate da un’analisi economica e di classe, finiscono per
essere riassorbite e messe a profitto dallo stesso neoliberismo che dovrebbero
contestare. Diventando una sorta di “brand”, fanno da parafulmine per le reali
istanze di trasformazione sociale su cui dovrebbe poggiare il loro senso. È
importante sottolineare che l’accademia non si limita a ratificare uno stato di
cose esistente, ma è attivamente coinvolta nell’elaborazione dei concetti che ne
stanno alla base: il diversity management e le metriche ESG (Environmental,
Social, Governance) nascono in larga parte in centri di ricerca universitari,
spesso nei più prestigiosi, proprio perché è il prestigio a fornire la
legittimazione scientifica necessaria. Le università fanno da avanguardia in
questo processo di costruzione delle categorie (vocabolario, metriche,
certificazioni) che rendono questa brandizzazione possibile e credibile.
Pensiamo vadano letti in questa prospettiva pure i tentativi di riallineamento
ideologico alla Normale. Ci riferiamo agli eventi della Normale delle Idee, in
testa l’incontro con Omri Böhm del 4 marzo 2026 dal titolo Thinking
Bi-Nationalism Today. Federative Israeli-Palestinian Politics Amid the Genocide
Accusation, tenuti dopo le potenti mobilitazioni per la Palestina, per
riabilitare posizioni liberali sul tema del colonialismo israeliano, come
contraccolpo ai moti della comunità studentesca e accademica che hanno messo in
discussione l’idea della “neutralità” della cooperazione istituzionale e
accademica con Israele, e che sono riusciti ad ottenere il boicottaggio delle
istituzioni israeliane, come avvenuto nel caso della classe di Scienze Politiche
della Normale. Eventi di questo tipo servono a farci disperdere nell’immobilismo
e nella convinzione che le cose siano più complicate di quanto non sono
veramente, o che il loro essere “complicate” sia una giustificazione per la
passività. Si tratta di un meccanismo utile solo a fare da cuscinetto alle
richieste che provengono dal basso. Cosa costituisce una maniera accettabile di
esprimere il proprio dissenso, quali istanze vengono elevate su un piedistallo e
quali vengono considerate irricevibili non è dettato da scrupoli etici, ma da
interessi politico-economici e dall’ideologia con cui vengono fatti circolare.
Per questo, vogliamo continuare a valorizzare i momenti collettivi di confronto
ed elaborazione: dalle prime assemblee sulla nostra vita quotidiana negli spazi
della Normale, a eventi più articolati come l’Intifestival di dicembre 2025 e la
due giorni di riflessione sul merito di maggio 2026, ci siamo messə in gioco e
in discussione, anche riuscendo a mettere a disposizione per degli scopi
collettivi i saperi che coltiviamo tutti i giorni, respirando finalmente un’aria
diversa. La risonanza e la partecipazione che hanno avuto queste occasioni, il
senso di novità e possibilità che nasceva nelle aule (le solite aule, ma
finalmente dedicate ai nostri bisogni e alle nostre idee), ci dicono che questa
è la strada giusta da continuare a percorrere.
APPENDICE: MAPPATURA DEL RUOLO DEL SANT’ANNA
Dopo aver provato a elaborare una cornice teorica entro cui cogliere tendenze di
medio periodo e catturare i cambiamenti a cui stiamo assistendo nelle nostre
università, pensiamo sia tempo di avviare un’inchiesta sugli effettivi ruoli
strategici giocati dalle scuole d’eccellenza nel loro costituirsi come poli di
accentramento/colonne parastatali. Come in precedenti testi che abbiamo
pubblicato, si tratta di appunti, frutto di riflessione collettive che maturano
nel tempo, nelle assemblee, nelle mobilitazioni, nelle giornate di
autoformazione: si tratta quindi di saperi in divenire, che proviamo a costruire
e far reagire con l’evoluzione delle nostre istituzioni. Questa Appendice è
quindi un primo tentativo di elaborazione di un’analisi del coinvolgimento
strutturale della Scuola Sant’Anna nello sviluppo della politica estera ed
economica italiana. Un ambiente che si interseca sempre più con il complesso
dell’industria tecno-militare.
La ricerca scientifica è uno dei core business delle scuole d’eccellenza, almeno
al pari della formazione: al Sant’Anna lo testimoniano la ratio di soli 6.4
studenti per insegnante, la presentazione di 3.5 brevetti per persona (prima in
Italia) e il ristretto numero di ore di lezione previste per contratto da ogni
professore grazie allo statuto speciale. Secondo il bilancio 2026 della Scuola,
i fondi per la ricerca valgono circa 13,5 mln di Euro, su un bilancio totale di
circa 51 mln di Euro.
I fondi per la ricerca provengono principalmente dall’Unione Europea, dal
Ministero dell’Università e della Ricerca e da altri ministeri, seguiti dai
privati. Non di rado, infatti, i progetti finanziati intersecano in modo
abbastanza chiaro le linee di policy dell’UE e del governo, generando non poche
contraddizioni tra alcune linee di ricerca, ad esempio su diritti umani o
cambiamento climatico, e lo spirito promosso nel codice etico da una parte e il
sistema a cui la ricerca della Scuola, talvolta, contribuisce dall’altra.
SCIENZE POLITICHE E GIURIDICHE: MIGRAZIONI, AFRICA E MISSIONI INTERNAZIONALI
L’area di ricerca interdisciplinare DREAM (Dati, Ricerca E Analisi sulle
Migrazioni) è piuttosto attiva sia nell’ambito della ricerca che nell’offerta di
corsi interni per gli allievi. Le politiche migratorie e di asilo dell’UE, a
partire dall’ultimo Patto Europeo su Migrazione e Asilo in vigore dal giugno
2026, e del governo italiano vengono dissezionati in modo critico, evidenziando
la crescente securitizzazione dell’area del Mediterraneo e la
strumentalizzazione del fenomeno per fini politici, financo attraverso la
diffusione di teorie cospirative. Se da questo filone di ricerca emergono le
violazioni dei diritti umani nei lager libici, e il modo in cui vi
contribuiscono gli stati europei, allo stesso tempo la Scuola ha ospitato e
formato alcuni funzionari dell’agenzia europea FRONTEX, che gioca un ruolo
centrale nei respingimenti, nell’interferenza con le operazioni di soccorso
delle ONG e nella collaborazione con le milizie libiche. Queste formazioni, che
negli anni in realtà hanno coinvolto una moltitudine di agenzie italiane,
europee e internazionali, si iscrivono nel solco degli studi sul diritto
internazionale umanitario e dei diritti umani. La formazione e i conseguenti
certificati forniti dalla Scuola qualificano quindi questi enti, a cui vengono
affidate grandi responsabilità e discrezionalità nell’operare in contesti
fragili come la ricostruzione post-bellica o la risposta a crisi ambientali e
naturali, come conformi e formati sotto il profilo del diritto internazionale.
Sono gli stessi ricercatori del Sant’Anna, tuttavia, ad evidenziare con i loro
corsi e le loro pubblicazioni i comportamenti talvolta problematici e
neo-coloniali delle organizzazioni internazionali.
Nell’ambito degli studi su diritto internazionale, relazioni internazionali e
cooperazione, la Scuola è piuttosto attiva in Africa: dal progetto Africa
Connect alla formazione di funzionari statali nell’Africa Sub-sahariana in
materia di stato di diritto e cooperazione giudiziaria. I progetti in questo
ambito sono realizzati dalla Scuola grazie a finanziamenti del Ministero degli
Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), dell’Agenzia Italiana per la
Cooperazione e lo Sviluppo e della Scuola Nazionale di Amministrazione (SNA).
Oltre alle indubbie possibilità di arricchimento personale e professionale messe
a disposizione del personale e degli allievi della Scuola, queste missioni
concorrono alla creazione di legami diplomatici e trans-nazionali tra l’Italia e
i Paesi ospitanti, particolarmente rilevanti nell’ottica del Piano Mattei e dei
crescenti interessi economici ed estrattivi del nostro Paese verso l’Africa.
MANAGEMENT DELLA SOSTENIBILITÀ E DELL’INNOVAZIONE: O DI COME RIPULIRE IL FOSSILE
DI ENI
L’Istituto di Management del Sant’Anna offre un PhD in Sustainability Management
e un master in Gestione e Controllo Ambientale (GECA). Tuttavia lo stesso
istituto vanta tra i propri partner aziende private come ENI S.p.a. e Intesa
SanPaolo, notoriamente responsabili di gran parte delle emissioni e dei
finanziamenti fossili in Italia e nel mondo, oltre a numerose altre aziende del
comparto energetico. Nonostante alcuni docenti dell’Istituto si spendano in
conferenze e meeting per parlare delle normative anti-greenwashing, il Sant’Anna
figura tra i partner principali di Joule, la scuola di formazione di Eni per
giovani imprenditori innovativi e sostenibili. Da una parte Eni forma gli
start-upper del futuro, dall’altra continua a investire milioni e milioni di
Euro nell’energia fossile e nella ricerca di nuovi giacimenti da sfruttare. Ma
non basta: il master GECA si occupa anche di valutazione degli impatti sociali.
E infatti proprio un dipendente Eni ha conseguito il master nel 2021 con una
tesi intitolata “Analisi dei Sistemi di Monitoraggio Emissioni in Atmosfera
della Eni S.p.A. Raffineria di Taranto”. La stessa raffineria che, secondo la
Regione Puglia, ancora nel 2026, presenta “rischi sanitari inaccettabili” per la
popolazione.
L’ISTITUTO DI BIOROBOTICA: PROTESI E DIFESA
L’istituto di BioRobotica è una delle espressioni più note e rilevanti
dell’eccellenza del Sant’Anna. La ricerca di altissimo livello su protesi ed
esoscheletri ha portato alla creazione di numerose aziende spin-off e al
riconoscimento, nel 2026, del settimo posto al mondo per quanto riguarda la
Robotics’ Science and Engineering, secondo lo Shanghai Ranking. Una posizione di
indubbia eccellenza in un ambito molto specifico, in grado di produrre
tecnologie con numerose applicazioni sia in ambito civile che militare. In
particolare, negli ultimi anni la progettazione di protesi di ultima generazione
ha portato il Sant’Anna a stringere un accordo quadro con il Ministero della
Difesa, alla partecipazione di figure apicali della Scuola alle celebrazioni per
la quarta “Giornata del veterano” nel novembre 2025, e all’invito del Ministro
della Difesa Crosetto, in qualità di rappresentante istituzionale del governo,
all’inaugurazione dell’Anno Accademico 2025-2026 del Sant’Anna. Una scelta di
campo chiara, che non si è concretizzata per una questione di disponibilità del
Ministro, che ha però presenziato attraverso una lettera.
ISTITUTO DI TELECOMUNICAZIONI, INFORMATICA E FOTONICA (TECIP) E ISTITUTO DI
INTELLIGENZA MECCANICA: DRONI E FORMAZIONE
Sebbene diversi aspetti vadano ancora indagati, diversi elementi e testimonianze
evidenziano la partnership tra questi istituti e Leonardo S.p.a. In particolare
Leonardo finanzia da anni alcune borse di dottorato in Emerging Digital
Technologies. Ma questo è solo uno degli oltre 170 posti di dottorato finanziati
da Leonardo nelle università di tutta Italia. «Per lo svolgimento delle proprie
attività didattiche e scientifiche, il Corso si avvale di numerose
collaborazioni con organismi di ricerca pubblici e privati, nazionali e
internazionali, definite da appositi accordi e convenzioni. I dottorandi
svolgono un periodo di ricerca e formazione di almeno 6 mesi all’estero, in
prestigiose università o industrie.» si legge nella pagina di presentazione del
corso. Un dottorato che, spesso, oltre al titolo di dottore di ricerca,
garantisce anche un posto di lavoro a Leonardo. In più, gli ingegneri di
Leonardo reclutati da altre università spesso vengono attivamente formati negli
Istituti e nei laboratori di ingegneria da personale della Scuola. Non è chiaro
quali accordi disciplinino tale attività, ma emerge chiaramente il ruolo
centrale della Scuola e dei suoi istituti (ma anche delle università in
generale) nel formare e contribuire attivamente alla progettazione e la
produzione di veicoli e sistemi d’arma che Leonardo S.p.a. distribuisce agli
eserciti di tutto il mondo, Israele compreso, che non sarebbe possibile senza un
ecosistema che permetta passaggi così disinvolti tra pubblico e privato.
A seguito del tentativo di mappatura portato avanti dagli allievi e dai
ricercatori della Scuola, è emerso che la Scuola ha diversi accordi di
collaborazione attivi con aziende del settore bellico coinvolte con il genocidio
in Palestina, ma solo i membri del Senato accademico hanno potuto conoscere i
nomi delle aziende e le aree disciplinari coinvolte.
EELISA: COME L’UE INTEGRA LA TURCHIA NELL’ECOSISTEMA DI RICERCA EUROPEO
Da ultima, viene EELISA, l’European Engineering Learning Innovation and Science
Alliance, di cui sono parte sia la Scuola Sant’Anna che la Scuola Normale.
Un’alleanza europea specificamente riferita all’ingegneria, che coinvolge dieci
università e istituti di ricerca europei, e non solo. Tra gli atenei partner di
questa alleanza troviamo infatti l’Istanbul Technical University (ITU), in
Turchia. La Stato turco è già di per sé un partner problematico: segnalato per
le violazioni di diritti umani, repressione della libertà di espressione (tra
cui gli attacchi che dal 2016 in particolare porta avanti nel Rojava con
l’obiettivo di distruggere l’esperienza rivoluzionaria dell’amministrazione
autonoma della Siria del Nord-Est, la persecuzione dei Curdi in Bakur e i
sovvenzionamenti a ISIS) e nella figura del dittatore fascista Erdogan. Da molti
anni Erdogan cerca di armonizzarsi con le altre “democrazie” europee
presentandosi come uno stato moderno, ed EELISA è un ottimo strumento per farlo.
La ITU, nel novembre 2025, ha infatti ospitato ad Istanbul oltre 130 persone tra
studenti, ricercatori e personale delle università EELISA, in occasione della
riunione degli EELISA Governing and Executive Boards e dell’EELISA Student
Council, all’inizio del suo semestre di presidenza dell’alleanza.
La ITU presenta in uno dei suoi campus una facility di ricerca e sviluppo tra le
più avanzate del settore. È il principale parco tecnologico dell’università,
descritto come un hub per lo sviluppo di tecnologie per l’industria della
difesa, aerospaziale e spaziale, non solo ci sono anche lauree condivise con
alcuni dei colossi della difesa turchi tra cui ASELSAN, MKE e Baykar. Proprio
quest’ultima è un’azienda di droni e dell’aerospazio turca, che collabora con
l’italiana Leonardo. Oltre ad aver acquistato la Piaggio Aerospace and Defence,
Baykar ha intrapreso con Leonardo una joint venture, grazia alla quale il
governo italiano investe 2.4 mld di euro nell’acquisto di droni e aerei.
Questa azienda è un pezzo fondamentale del complesso bellico turco, tra i suoi
prodotti sono celebri gli aerei UAV (veicoli a guida autonoma) Bayraktar TB3
usati per bombardare dall’alto l’amministrazione autonoma della Siria del
Nord-Est sopra citata.
ITU è a pieno titolo membro di EELISA: non è difficile immaginare che la
cooperazione tra università e scuole di ingegneria di tutta Europa possa toccare
anche l’ambito dei droni e della difesa, permettendo e facilitando il
trasferimento di conoscenze e competenze direttamente verso l’industria militare
di uno stato autocratico e colpevole di molteplici violazioni dei diritti umani.
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Repubblica: la situazione degli studi, in «Storicamente», vol. 7, dicembre
2011.
* Id., Politiche universitarie e selezione pubblica della comunità scientifica.
Forme e funzioni del reclutamento accademico dall’Unità alla Seconda guerra
mondiale, 2015.
* Id., Il reclutamento dei docenti universitari, 2017.
* Mondini, Marco, Generazioni intellettuali: storia sociale degli allievi della
Scuola normale superiore di Pisa nel Novecento (1918-1946), Edizioni della
Normale, Pisa 2010.
* Pasquali, Paul, Passer les frontières sociales: comment les «filières
d’élite» entrouvrent leurs portes, Fayard, Paris 2014.
* Id., Déplacements ou déracinement? Du “boursier” hoggartien aux migrants de
classe contemporains, in Chantal Jaquet, Gérard Bras (a cura di), La Fabrique
des transclasses, PUF, Paris 2018.
* Id., Héritocratie: Les élites, les grandes écoles et les mésaventures du
mérite (1870-2020), La Découverte, Paris 2021.
* Settis, Salvatore, Quale eccellenza? Intervista sulla Normale di Pisa,
Laterza, Roma-Bari 2004.
* Terracciano, Pasquale, I capaci e i meritevoli. Storia filosofica del merito,
Marsilio, 2025.
Le elezioni del 2027 si avvicinano, nessuno sa ancora bene quando saranno, ma la
macchina elettorale e la conseguente campagna martellante è già partita alla
grande.
Il governo prova a consolidare il suo consenso con mancette in stile
berlusconiano e si lancia in una gara a chi è più razzista con il competitor
Vannacci. La lega si sfalda, probabilmente in via definitiva e tutti i
parlamentari si preparano alla rielezione o ad incassare il proprio vitalizio.
Nonostante il tentativo di tenere la campagna elettorale ben ancorata al tema
dell’immigrazione e della “sicurezza” vediamo però come i baricentri di
produzione del consenso tendano a deragliare verso il tema del riarmo europeo:
quindi della spesa abnorme da investire in questo campo, sul sostegno
all’Ucraina, sul sostegno alle politiche atlantiste e prone ai disegni americani
per il nostro paese e l’Europa. In generale quindi su come le élite europee
hanno intenzione di affrontare a colpi di tagli al welfare le nuove condizioni
economiche dettate dall’evoluzione della guerra globale in corso. In questo
senso è particolarmente indicativo del clima che si respira, l’allarmismo
scatenato dal presunto report della CIA pubblicato da El Mundo, su possibili
attacchi russi a Italia e Spagna subito smentito dal governo. Solleva aspetti
differenti e strategie diverse che dall’esterno si giocano sulla campagna
elettorale. In primis rivela la doppia strategia americana: Trump gioca la sua
partita cercando una qualche fine del conflitto per poter strappare l’alleanza
della Russia con la Cina; i neocon vogliono invece accelerare lo scontro in
Europa con la Federazione. In questo senso le élites europee giocano al servizio
di questa seconda “fazione” imperialista, con alcune differenze interne, come
per esempio la tendenza dei paesi del sud dell’unione ad essere comunque restii
ad un impegno in stile baltico. Per questo motivo trovano un senso questi report
allarmistici, per cercare di creare il clima giusto per un impegno più deciso
del nostro Paese sul fronte russo.
Non secondariamente e sicuramente inaspettatamente per i politici, a dettare
l’agenda sono anche questioni che si volevano chiuse come il Tav e il ponte
sullo Stretto e l’enorme spreco di risorse pubbliche che comportano. In questo
contesto il cosiddetto campo “progressista” si divide e ribilancia i propri
rapporti di forza interni a partire da questi temi e dalla capacità di attirare
l’avversione popolare diffusa che nell’astensionismo vede il suo maggior
partito. Il caso del Movimento 5 Stelle e del suo programma uscito dalla
convention “Nova” è abbastanza emblematico di questa dinamica. Se da una parte
vengono ripresi molti dei cavalli di battaglia della politica pentastellata,
dall’altra ci sono alcuni elementi di novità proprio a partire da queste
fratture imposte dallo sconvolgimento del contesto globale.
A fare scalpore infatti è il nuovo posizionamento sulla guerra in Ucraina, in
cui si svolta abbastanza nettamente verso un no all’invio di armi e per una
generica soluzione diplomatica. A questo segue il rifiuto di aumentare la spesa
militare del 5% schierando il movimento contro la politica del riarmo perseguita
dal governo e dal PD in questi ultimi anni. Anche se il testo è abbastanza
sibillino da permettere a Conte margini di manovra per le trattative interne al
mercanteggio del programma del campo largo, è evidente come la giocata sia stata
studiata a tavolino per far diventare questi temi un perno su cui ingrossare il
proprio consenso, per ambire alla guida della coalizione.
Oltre a cercare di “gratttare” voti sul discorso della politica di guerra,
vengono proposte politiche sociali abbastanza spinte con un ritorno al Reddito,
anche se manca una patrimoniale sui “ricchi” e viene posta grande attenzione al
sostegno ai giovani e una proposta netta di definanziare il ponte sullo Stretto
a favore dell’istruzione pubblica. Questo probabilmente è il tentativo di poter
recuperare il voto giovanile che nel referendum sulla giustizia ha mostrato
tutto il suo potenziale elettorale. Al netto di questa nuova impronta
redistributiva, permane un diffuso soluzionismo tecnologico che arriva fino ad
un’insidiosissima apertura al nucleare di nuova generazione, anche se questo
nemmeno esiste.
La contrapposizione dei rapporti di classe viene risolta dai 5 Stelle in senso
neo-riformista, proponendo come baricentro dell’uscita dalla crisi economica del
sistema produttivo italiano il finanziamento alle piccole e medie imprese,
solito vecchio mantra che va benissimo anche a PD e AVS. Quindi nonostante
politiche sociali espansive e contrapposizione al riarmo vi è una chiusura ad
affrontare, in chiave elettorale, la contrapposizione di classe che la crisi
economica aggrava sempre di più. Permane altresì la storica impronta manettara
e legalitaria, da sempre cavallo di battaglia del movimento nato dalle piazze
dei Vaffa Day. Non è dato sapere quanto di tutto ciò potrà sopravvivere agli
accordi con gli altri partiti di coalizione, ancor meno quanto saranno
conseguenti con un ipotetico approdo al governo. Un dubbio supportato dal fatto
che l’esperienza dei governi Conte ha disilluso molti sulla capacità
pentastellata di attuare le promesse elettorali. E poi chissà se Grillo davvero
riscenderà in campo con un nuovo partito “per i giovani e sull’intelligenza
artificiale” fondato con i consigli dell’uomo italiano di Musk.. un’ulteriore
variabile impazzita che molto probabilmente poco o niente avrà un aggancio con
una realtà di interlocutori interessati a tale opzione.
Queste e altre opzioni elettorali o che sembra vogliano prima o poi buttarsi
nella contesa, non sembrano in grado di competere con questo quadro, se non in
termini di percentuali minime. Le ragioni sono molte, dalla credibilità alla
mancanza di radicamento nei territori, dall’incapacità di avere un linguaggio
comprensibile al non aver accesso ai media di massa. Se emergerà un movimento
autorganizzato e di massa allora forse, se questa sarà ancora un’opzione
credibile per qualcuno, si porrà il problema del recupero elettorale, ma per ora
non sembra un punto all’ordine del giorno.
Il dato interessante crediamo sia però un altro. Come dicevamo, la politica
istituzionale si sta spaccando su linee nuove perché i baricentri del consenso
sono definitivamente cambiati. A testimoniarlo il recente discorso della
presidente dei Giovani Democratici su riarmo, guerra e diserzione, impensabile
fino anche solo a un anno fa, che ha prevedibilmente scatenato le ire di buona
parte dell’establishment piddino, ma ha invece raccolto applausi fragorosi da
una platea che fino a poco prima si scaldava non poco per i proclami bellicisti
dei leader dem.
In questo quadro un cenno ulteriore va fatto all’ex generale. Se a seguito della
schiacciante vittoria in Sassonia-Anhalt dell’Afd Vannacci ha immediatamente
rilanciato sulle elezioni suppletive a Reggio Calabria chiamandole la “sua
Sassonia” è stato spudoratamente smentito da un’altra realtà dei fatti. Per
quanto lo si voglia raccontare come un “fenomeno” che arriva ai cuori dei
disillusi della politica istituzionale, in realtà l’ex generale non ha pescato
dall’astensionismo bensì dai delusi della Meloni. Detto questo arrivare a una
percentuale di questo tipo è un dato, per quanto minimo in termini di
partecipazione, che indica un’ascensione piuttosto celere e capacità di scalare
consensi alla destra tradizionale. A Sud però rimane vero che in generale, e a
Reggio Calabria in particolare, chi va a votare ha interessi concreti nella
politica e ne rappresenta la dimensione clientelare ancora in campo.
L’ambivalenza della questione è che, se da un lato i voti e i votanti sono
pochi, quei pochi che votano permettono a chi possiede influenza e clientele di
governare, seppur con un consenso minimale. Dall’altro lato, nulla cambia nello
sguardo di chi vede la politica istituzionale come un teatrino insulso e che non
sarà sicuramente Vannacci a rendere credibile. Ciò che muove anche qui è la
spinta materiale: chi ha un interesse particolare, chi ci vede convenienza,
allora utilizza anche lo strumento del voto per ottenere i benefici concordati o
sperati.
Quindi, la cosa effettivamente più interessante nell’assistere a queste
giravolte elettorali, è proprio analizzare su quali basi materiali si delinea
questo processo. L’esistenza di un sentimento popolare diffuso contro guerra e
riarmo e la mancanza di un movimento solido e organizzato dal basso nella
società è una di queste. Chi da una parte chi dall’altra infatti prova, nei modi
concessi e tutti interni al sistema canonico, a dare una “risposta” sul piano
del discorso a questo effettivo senso comune. Abbiamo visto l’emergere di lotte
e scioperi da milioni di persone, come mai negli ultimi 40 anni nel nostro
Paese, un fatto epocale ma sporadico. Queste grandi manifestazioni si sono
alimentate in una circolarità fra grande esposizione mediatica, consenso
popolare trasversale e episodi concreti capaci di fare da miccia: la radice di
qualsiasi sovrastruttura mediatica che influenza circolarmente la realtà e la
soggettività ha la sua base concreta di incontro e organizzazione, anche minima,
in quello che oggi si potrebbe chiamare in potenza: movimento trasformativo e
antagonista.
Se questi eventi, seppur congiunturali, hanno avuto la capacità di modellare un
dibattito pubblico e un programma elettorale sulla base di alcuni dati che
evidentemente sono stati registrati anche da una parte della politica
istituzionale, significa che il terreno di contesa è aperto e che occorrerà
prefigurare l’obiettivo. Infatti, da cornice a questo quadro instabile e
cangiante c’è la profonda, cronica, irrecuperabile disillusione verso il voto ai
partiti e nelle istituzioni. La politica dei politici è percepita dai due terzi
degli italiani come una piaga insanabile formata da una cricca di approfittatori
e ruffiani.
Le basi materiali nella protesta oggi stanno nell’interazione fra grandi media e
concorrenti autonomi, tra il proliferare di canali indipendenti e ecosistemi
informativi chiusi in bolle, con reti effettive o informali che attraversano la
composizione sociale. Frammentando e ricomponendo al medesimo tempo. Per questo
il terreno della comunicazione rimane centrale ma è dipendente dal radicamento
nelle lotte, siano esse storiche o di nuova emersione spinte dalla crisi
economica, l’inflazione o il caro benzina.
Nova, personaggio della Marvel, nuova generazione a prezzo speciale 1 euro
(disegno di diego miedo)
In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali
per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano
come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che
adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e
sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per
la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o
personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della
rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a
uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”).
Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali
strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per
rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una
vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate
appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in
villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a
vela rincorrersi nel golfo.
Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente
operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato
l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia
di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private
e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di
migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i
miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand,
Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing,
K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si
sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via
drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il
materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre
gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità.
L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in
particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle
interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta
trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà,
se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state:
nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle
scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella
giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro
urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo
sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte
sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco
della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei
luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto.
L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la
sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di
sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono
sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del
mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma
anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più
della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte
del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate
gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano).
Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al
sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino
una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo
largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di
immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia
nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione
politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva
e all’immagine della città”.
Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver
ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È
stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si
“finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato
stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore,
ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito
di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si
candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha
raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in
redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no».
Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore,
ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel
sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando
l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da
Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come
giornalista ma senza dire per chi lavorava).
Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi,
non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del
“grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico
silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti
dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del
litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi,
degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza
abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione.
La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche
sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la
stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in
corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione
nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto
Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato
spazio alla voce degli oppositori all’evento.
Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a
qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa,
lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da
oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi
protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e
dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano
avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare
in corteo a febbraio più di tremila persone).
La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da
fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria,
c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e
bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni,
sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore
oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la
pena lottare. (riccardo rosa)
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(martedì, 6 ottobre 16:00)
Disponibile
CARTE FORBICI SASSI. Sfide da e contro le prigioni e il patriarcato
https://brughiere.noblogs.org/post/2025/04/28/nuova-pubblicazione-carte-forbici-sassi-sfide-da-e-contro-le-prigioni-e-il-patriarcato/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
Sentenza d’appello per Maja T. in Ungheria e decisione sull’estradizione di Gino
in Francia. Intanto la polizia tedesca ferma un autobus della solidarietà
diretto a Budapest. Il “Budapest Complex” è …