Migliaia di giovani in piazza contro carovita, salari da fame, guerra e
politiche del governo Meloni. Da Milano a Bologna e Torino, cariche e
lacrimogeni contro una mobilitazione che rifiuta …
Studenti, Gilet Jaunes e lavoratori riempiono le piazze contro carovita, tagli
sociali e disuguaglianze. Il governo risponde con la repressione, ma la protesta
si allarga. Il governo francese aveva annunciato …
di Mauro Armanino Dalla Liguria al Niger, passando per guerre, migrazioni e
periferie del mondo. Mauro Armanino racconta il tempo vissuto: non quello degli
orologi, ma quello delle persone, delle …
> Lasciatemi cantare
>
> Perchè ne sono fiero
>
> Sono un italiano
>
> Un italiano vero
>
> Toto Cotugno
Contro il carovita, contro il caro carburante e quindi anche contro la guerra.
Piazze di molte città d’Italia in questo 17 ottobre si sono riempite in aperta
opposizione al governo Meloni, causa della crisi sociale dilagante. Piazze piene
anche oggi quindi, dopo una giornata di mobilitazione studentesca significativa
per tutto il Paese.
A Milano, diverse migliaia di persone hanno preso parte al corteo che poi ha
assunto una dimensione di ingovernabilità, in piazza Duomo si sono registrate
cariche e lacrimogeni e barricate di transenne a tenere la piazza. A Bologna
cariche, lacrimogeni e idranti intorno alla stazione. A Torino poco meno di
diecimila persone hanno attraversato le vie del centro per poi dirigersi in
stazione dove ci sono stati lanci di lacrimogeni e a conclusione del corteo
barricate e lacrimogeni nei dintorni della prefettura. A Bergamo la celere ha
caricato la piazza del presidio e diversi ragazzi minorenni sono stati portati
in questura. A Brescia almeno tremila persone, anche qui cariche e lacrimogeni a
protezione di un gruppo di fascisti che avevano intenzione di provocare.
Camionette che fanno marcia indietro e cortei selvaggi nei centri cittadini.
Una chiamata autoconvocata, apartitica, del popolo italiano che vuole dire basta
agli aumenti dei prezzi e che si sente solidale con gli agricoltori che al Sud
bloccano le autostrade. Una chiamata girata su canali telegram e whatsapp che ha
raccolto però la partecipazione di tanti strati della popolazione e,
soprattutto, giovani e giovanissimi. Gli stessi che in queste settimane hanno
occupato le scuole, gli stessi che sono contro il razzismo del governo perché
scendono in piazza con i loro compagni di banco di tutte le “generazioni”.
C’erano i curiosi e i giornalisti che si chiedevano “ma chi sono”. Sono le
persone che in questo momento si sentono accomunate da un rifiuto per la
politica istituzionale, non c’è destra nè sinistra che tenga, sono le persone
che non hanno mai dato un briciolo di fiducia a Meloni e magari anche quelle che
hanno ben presente che sì, ha tradito. Sfiducia nei partiti e fiducia nel fatto
che essendo uniti qualcosa può cambiare.
Il dato di oggi è che c’è qualcosa che bolle in pentola. Due, tre sabati di
seguito e la voglia di provare a scandire le proprie vite con altro che non sia
il lavoro e lo sfruttamento può tornare. Piazze riempite da giovanissimi che
hanno riempito una chiamata a tratti contraddittoria stando su un piano che non
ne ha snaturato l’origine, semplicemente l’ha chiarificata: insieme alle
bandiere italiane, le bandiere della Palestina, insieme ai cori contro il caro
carburante i cori contro la polizia, insieme all’insofferenza di dover pagare i
costi della crisi la naturalezza di indicare le responsabilità nel governo
Meloni, nei Vannacci di turno, ma in generale in tutti coloro che vogliono
riarmare l’Italia. E’ palese il senso di presa in giro e di inconsistenza di una
narrazione governativa che vuole puntare tutto su questo, cadendo nella
contraddizione di dover sottostare e ai diktat di Trump e a quelli dell’UE.
C’è stato chi da destra ha provato a strumentalizzare o mettere il cappello
sulla chiamata. Quel che è successo è che chi ha voluto esserci è semplicemente
chi sta in basso: studenti, giovani, precari, pensionati, lavoratori. Ed è chi
si è mobilitato per la Palestina, contro la guerra, contro il razzismo. E anche
chi non per forza assume le forme classiche della mobilitazione come una
modalità per dire “noi esistiamo” ma che c’è stato lo stesso, portando il
proprio portato di incazzatura. In più magari c’è stato anche chi grazie a
questa chiamata, spontanea e di pancia, ha preso parte alla giornata e ne ha
respirato l’entusiasmo.
Il governo dovrà fare i conti anche con questo e Meloni nelle sue prime
dichiarazioni si trova in difficoltà: condannare le violenze basterà quando lei
in primis si trova a dover ammettere di comprendere le ragioni della protesta?
Inizia a delinearsi la strategia che in questi giorni il governo ha tentato di
mettere in campo per disinnescare la mobilitazione: fermi e arresti preventivi,
e anche in piazza, di giovanissimi per la gran parte razzializzati. Una
strategia militaresca direttamente nei confronti di chi è molto semplice rendere
il nemico interno dal quale guardarsi. Alle richieste di “isolare gli
incappucciati” nei cortei di quest’oggi la risposta è stata “Meloni
vaffanculo”.
La Francia è ancora lontana e soprattutto è ben diversa. Nonostante questo anche
in questo caso probabilmente l’eco del 17 ottobre francese, che in queste ore
vede strade completamente divelte e palazzi comunali andati a fuoco, ha
contribuito a creare un immaginario forte sul tema del carovita e della crisi
sociale. Ma in ogni caso ciò che può aprirsi se guardiamo ai simboli e alle
forme della protesta da un lato e, dall’altro, le rotture dall’alto spingono a
una ripoliticizzazione della società che trova radici nel Blocchiamo Tutto e
che, in fasi sotterranee ha sedimentato e poi, forse, a partire da queste
settimane di inizio autunno sembrano segnare un’inversione di tendenza.
PRESIDIO SOLIDALE CON GLI ARRESTATI
Carcere minorile, Ferrante Aporti - 3, Via Berruti e Ferrero, Lingotto,
Circoscrizione 8, Torino, Piemonte, 10135, Italia
(domenica, 18 ottobre 17:00)
Come Movimento No Tav stiamo assistendo con attenzione e preoccupazione a ciò
che sta succedendo in questi giorni nelle scuole di Torino e non solo. Nelle
ultime settimane almeno 20 scuole superiori torinesi e della provincia sono
state occupate. Tra le rivendicazioni vediamo la contestazione alla riforma
Valditara e all’aumento della spesa bellica a discapito dei finanziamenti
destinati alla scuola pubblica. La risposta a questa mobilitazione diffusa ha
visto, contrariamente a quanto accade in Francia, i presidi di alcuni istituti
chiedere l’intervento delle forze dell’ordine che hanno attuato la strategia di
accerchiare, inseguire, arrestare e intimidire ragazze e ragazzi che cercano di
esercitare il loro diritto a protestare e a immaginare un futuro diverso. La
pratica dell’occupazione degli istituti scolastici esiste da più di mezzo secolo
nel nostro paese, che si è svolta sempre senza incidenti se si permette a
studenti e studentesse di poter rivendicare la scuola come fucina di idee e
punto di partenza del cambiamento.
Ieri, durante la mobilitazione nata in risposta a quanto sta accadendo nel
nostro paese e nel mondo, in piazza Castello abbiamo assistito a cariche a
freddo e senza motivo contro ragazzi minorenni che chiedono fondi per la scuola
e non per le armi, con idranti e lacrimogeni usati contro di loro. Sotto la
Prefettura abbiamo visto uomini adulti e armati rincorrere a manganello alzato
la testa del corteo fatta di giovanissimi che stavano indietreggiando.
Non ci stupiamo di questa deriva intollerante di uno stato di polizia che non
ammette il dissenso e cerca di reprimerlo con la forza, ma ci riempie di sdegno
che si concentri sulle giovani generazioni per intimidire e sradicare le
proteste per il futuro. Unico vero progresso che potrebbe cambiare le sorti di
questo paese.
Queste pratiche le conosciamo bene. Sappiamo cosa significa essere inseguiti,
identificati, schedati. Sappiamo cosa vuol dire vedersi appiccicare addosso
l’etichetta di “violenti” al fine di criminalizzare chi si batte per la propria
terra, la propria casa, il proprio futuro. Così come conosciamo bene la
strategia del “dividi et impera” che lancia appelli a fare la divisione tra
buoni e cattivi. La tecnica è sempre la stessa: intimidire, frammentare, far
passare chi protesta come un nemico da neutralizzare.
Insieme alla lotta, la solidarietà è l’unica risposta possibile.
Insieme possiamo farci forza, senza lasciare solo o indietro nessuno, così che
le loro intimidazioni non possano scoraggiare i giovani e le giovani che sognano
un mondo che li vede protagonisti del futuro e non succubi di queste politiche
devastatrici e guerrafondaie, isolati in scuole-caserme.
Gli studenti e le studentesse stanno vivendo sulla propria pelle quello che noi
viviamo da anni: un sistema che prova a spegnere il dissenso con manganelli,
denunce, ordinanze prefettizie e intimidazioni.
Le scuole che cadono a pezzi, la vita che diventa sempre più cara, spese
militari che crescono mentre i servizi pubblici vengono smantellati. Non sono
“teppisti”, sono ragazzi e ragazze a cui è stato negato un futuro e che hanno
deciso di non restare in silenzio.
Come Movimento No Tav esprimiamo piena e incondizionata solidarietà ai
giovanissimi fermati e arrestati durante le proteste e a tutte le studentesse e
gli studenti mobilitati. Ci schieriamo al loro fianco, nelle piazze e nelle
scuole, contro la guerra e la repressione del dissenso e per la costruzione di
un futuro diverso, in cui siamo noi a rappresentare il progresso e non le loro
macchine di morte.
Movimento No Tav
PRESIDIO SOLIDALE CON GLI ARRESTATI
Carcere minorile, Ferrante Aporti - 3, Via Berruti e Ferrero, Lingotto,
Circoscrizione 8, Torino, Piemonte, 10135, Italia
(domenica, 18 ottobre 17:00)
Dal 31 maggio migliaia di persone scendono in piazza a Tirana: i media l’hanno
chiamata la “Rivoluzione dei fenicotteri”, dal nome degli uccelli della laguna
di Narta, sulla costa meridionale.
Tutto nasce da un progetto turistico di lusso in un’area protetta, sostenuto dal
governo di Edi Rama e legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump. Il 30
maggio, durante una protesta sul posto, attivisti e residenti sono stati
aggrediti da vigilantes privati senza l’intervento della polizia. Il giorno dopo
la mobilitazione è arrivata nella capitale.
In poche settimane il movimento ha cambiato natura: non più solo ambiente, ma
dimissioni di Rama, al potere dal 2013, e denuncia di corruzione e
concentrazione del potere. Il movimento rifiuta anche l’opposizione
tradizionale, Sali Berisha compreso, e il 22 giugno ha presentato cinque
richieste: dimissioni del governo, esecutivo tecnico di dodici mesi, riforme
costituzionali ed elettorali, abrogazione delle leggi contestate, nuovo patto
sociale.
Rama non ha ceduto e parla di “guerra ibrida” orchestrata dall’estero. Da
mercoledì 14 ottobre una nuova fase, con gli studenti in piazza: migliaia di
manifestanti si sono riversati con determinazione nelle strade di di Tirana e
anche delle altre città albanesi attaccando ministeri e palazzi del potere con
la risposta ingenti arresti per cercare di contenere le proteste. Ne parliamo
con Elon, compagno italo albanese.
Per la prima puntata di IMBALLAT3 con ospite in studio dopo la pausa estiva è
venuta la.sstefy e questo podcast viene caricato con il congruo ma
insopportabile ritardo che tipico di BUBBLE WRAP.
la.sstefy è venuta in un fuori orario radiofonico, un venerdì sera di inizio
settembre. Ci ha portato in un mondo di bass-morbidezza, bass-psichedelia e
bass-face ma non solo… ha portato con sé anche le amiche Caterina e Alice con
cui compone il trio Tr1fecta (che presto verranno ospiti negli studi… stay
tuned)
Forse ad un certo punto arriva anche la tracklist. Vediamo.
Come al solito trovate la puntata anche su Soundcloud dove ci sono anche tutte
le puntate di IMBALLAT3 con ospiti e con BUBBLE WRAP
Pubblichiamo la traduzione di questo interessante articolo di Andrée Dima
apparso su Realité il 14 ottobre 2026 in vista della giornata di mobilitazione
del 17 ottobre in Francia.
Diciotto mesi fa, dopo la pubblicazione del nostro primo articolo, “Su un
terreno instabile”, abbiamo ricevuto numerosi commenti da parte di lettori tanto
benevoli quanto perplessi: che farsene di queste analisi e, in fin dei conti, a
che pro tutto questo arrovellarsi il cervello? Nella prospettiva di un autunno
di lotte sociali, vorremmo mostrare, in maniera più concreta, i legami tra
congiuntura monetaria e lotta di classe e, soprattutto, che cosa cambi per chi
intende intervenire nel movimento reale.
Da una trentina d’anni, i paesi ricchi vivono a ritmo di credito a basso costo,
e gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno potuto mascherare,
attraverso il debito, lo smantellamento della propria industria nazionale. È
questo il contesto che ha plasmato le forme assunte dalle lotte e i «compromessi
sociali» che ne sono nati; è questo il contesto nel quale ci siamo formati,
abbiamo compiuto la nostra formazione politica e, forse, nel quale abbiamo
acquisito delle cattive abitudini. La situazione sta tuttavia cambiando, e il 17
ottobre potrebbe assumere una portata ben diversa rispetto ai movimenti sociali
ai quali ci siamo abituati, gilet gialli compresi: la posta in gioco non è più
costringere il governo a fare marcia indietro su una legge o un provvedimento,
ma mettere la borghesia francese con le spalle al muro, imponendole
un’alternativa: la fine della guerra a Est oppure il sacrificio dell’euro. Due
prospettive la cui portata supera di gran lunga i confini nazionali e che
mettono in gioco gli equilibri mondiali. A condizione, però, che il movimento
sia consapevole di ciò che ha tra le mani.
Per rendere tutto questo più tangibile, occorre ripartire da una sequenza
iniziata quest’estate, con un avvenimento apparentemente lontano, quasi esotico:
nella torpida calura del mese di agosto, la Banca centrale del Giappone ha
annunciato un’operazione congiunta con il Dipartimento del Tesoro statunitense,
volta ad arginare la svalutazione della propria valuta, lo yen. Se vale la pena
soffermarsi su questa iniziativa, è perché si trattava di un’operazione alquanto
borderline. Innanzitutto, per il metodo adottato: in una situazione del genere,
la prima reazione di una banca centrale sarebbe, in linea di principio, quella
di aumentare i propri tassi di riferimento (che determinano gli altri tassi
d’interesse). Poiché in Giappone questi figurano tra i più bassi al mondo, la
banca centrale dovrebbe apparentemente disporre di ampi margini di manovra, ma
il problema è che un intervento del genere avrebbe avuto conseguenze spiacevoli
anche per il mercato del debito pubblico statunitense, e non solo. L’economia
giapponese sta emergendo da trent’anni di deflazione, e i tassi d’interesse vi
rimangono strutturalmente più bassi che altrove. Siccome il denaro costa poco,
gli speculatori si indebitano in yen, per poi convertirli e investirli in titoli
più remunerativi, come i buoni del Tesoro statunitensi. È un’operazione nota
come carry trade, che contribuisce a indebolire il valore dello yen e, allo
stesso tempo, ad alimentare la domanda di debito pubblico americano. Lo yen a
buon mercato funziona come una macchina per fare soldi, non soltanto per gli
speculatori, ma anche per lo Stato americano: basta però che Tokyo aumenti i
propri tassi perché questo meccanismo che alimenta il debito pubblico
statunitense rischi di incepparsi.
Per evitare di arrivare a tanto, l’adorabile Scott Bessent, segretario al Tesoro
americano, si è dunque offerto generosamente di dare una mano: anziché aumentare
i tassi d’interesse, la Banca del Giappone avrebbe potuto riacquistare la
propria valuta, riducendone la quantità in circolazione e facendone così
risalire il valore. E per evitare che il Giappone finanziasse l’operazione
vendendo titoli del Tesoro americano, Washington avrebbe potuto persino farsene
carico al suo posto, magari vendendo euro per coprire i costi. Il tutto per
qualche centinaio di miliardi di dollari. Questa mossa ha lasciato di stucco gli
osservatori. Segnala infatti che il mercato del debito americano, il più
profondo e liquido del mondo, non è più in grado di assorbire uno shock
dell’ordine di un centinaio di miliardi di dollari senza subire un aumento
immediato, doloroso e intollerabile dei tassi d’interesse sul debito pubblico
statunitense. Segno che il dollaro sta raggiungendo i propri limiti, entrando in
maniera sempre più evidente in una fase di senilità monetaria.
Ritorno su Un terreno instabile
Per comprendere appieno la portata dell’evento, il lettore ci conceda una breve
digressione sul contesto storico, che avevamo esaminato più approfonditamente in
Su un terreno instabile. Nel 1971, Nixon annuncia la fine della convertibilità
del dollaro in oro e, con essa, la fine del sistema di Bretton Woods, che aveva
strutturato il sistema monetario del dopoguerra attorno al controllo dei
movimenti di capitale. In fondo, questo avvenimento non rappresentava altro che
un adeguamento della struttura monetaria ai movimenti dei capitali più maturi,
che già da un decennio ne mettevano alla prova i vincoli, ricorrendo a ogni
sorta di espediente per aggirare le barriere imposte alla loro mobilità (in
particolare attraverso il mercato degli eurodollari, ma questa è un’altra
storia). Preso atto della fine di Bretton Woods, il nuovo sistema monetario si è
dunque riconfigurato attorno a due grandi principi: da una parte, la progressiva
deregolamentazione dei movimenti di capitale, che consentiva di investire
liberamente all’estero e di rimpatriarne i profitti; dall’altra, il passaggio a
un regime di cambi fluttuanti tra le principali valute. Principi che avrebbero
costituito il quadro di una globalizzazione nella quale le potenze imperialiste
si misurano le une con le altre attraverso i rispettivi tassi di cambio.
È così che, nei curiosi anni Ottanta, si è instaurata una singolare guerra
valutaria «dall’alto» tra le potenze imperialiste: è l’epoca dei Volcker, delle
Thatcher, dei Raymond Barre, che gareggiano nell’innalzare i tassi d’interesse,
talvolta in maniera spettacolare, per sostenere le rispettive valute. Per gli
Stati Uniti, era il prezzo da pagare per mantenere il dollaro al centro del
sistema monetario internazionale; per gli altri, che faticavano a sostenere le
proprie valute attraverso avanzi commerciali,in particolare la Francia e la Gran
Bretagna, era l’unico modo per evitare il declassamento dei rispettivi capitali.
Questa situazione è durata fino alla metà degli anni Novanta, quando le autorità
cinesi, per evitare l’apprezzamento dello yuan, hanno avviato una politica di
conversione sistematica delle eccedenze commerciali cinesi in buoni del Tesoro
statunitensi. Un volume crescente di liquidità, indifferente ai rendimenti
offerti, si è così riversato negli Stati Uniti, provocando una forte diminuzione
dei tassi d’interesse (ricordiamo che questi riflettono i rapporti tra
acquirenti e venditori sui mercati del debito). In questa nuova congiuntura, gli
Stati Uniti e, al loro seguito, la Gran Bretagna e la Francia hanno cominciato a
funzionare a pieno regime grazie ai «doppi deficit»: una combinazione di deficit
commerciale, legato alla deindustrializzazione, e di deficit di bilancio, reso
possibile dalle nuove facilitazioni all’indebitamento. Dal 1994, il debito
pubblico si è moltiplicato per sei in Francia e per undici in Gran Bretagna.
Questo sistema confortevole, fondato sulla subordinazione della Cina
nell’economia mondiale, non era tuttavia destinato a durare, e le prime crepe
hanno cominciato a manifestarsi già negli anni Dieci del Duemila, sulla scia
della crisi finanziaria. Nel pieno della crisi, il dollaro ha inizialmente
confermato il proprio status indiscutibile di valuta rifugio e di maggiore
liquidità internazionale, ma ha comunque mostrato segni di debolezza durante
l’ondata di quantitative easing varata dalla Federal Reserve (massicce iniezioni
di liquidità a sostegno dell’attività economica). Il deprezzamento del dollaro
rispetto all’euro ha giustificato, all’epoca, le forti pressioni esercitate
sulla Germania affinché la BCE adottasse una politica analoga. La Cina ha
risposto alla contrazione della domanda mondiale dapprima con un piano di
rilancio interno (2009), e poi con un vasto programma di investimenti
infrastrutturali all’estero (le Nuove Vie della Seta), che ha trasformato le
modalità del suo inserimento nell’economia internazionale e, con esse, la
convenienza di detenere un simile ammontare di riserve in dollari.
A partire da quel periodo, la Cina comincia a ridurre la propria esposizione e a
disfarsi dei buoni del Tesoro USA che aveva accumulato fino ad allora. Il
processo è stato graduale, ma resta il fatto che al picco del 2013 la Cina
deteneva oltre 1.300 miliardi di dollari in buoni del Tesoro (l’11% del debito
pubblico americano), mentre oggi ne possiede soltanto circa 600 miliardi (il 2%
di quel debito). Per quanto le banche centrali vassalle di Washington ne abbiano
assorbito una parte, ciò non è bastato a compensare contemporaneamente il
disimpegno cinese e le nuove esigenze di finanziamento del Tesoro americano.
Sono dunque subentrati gli investitori privati: la quota di debito americano da
loro detenuta è passata dal 40% all’inizio degli anni Dieci a quasi il 60% di
oggi[1]. Ed ecco un nuovo problema: questi investitori non acquistano titoli per
il piacere di accumulare riserve valutarie, ma per diversificare un portafoglio
il cui valore viene giudicato, in ultima analisi, in base al rendimento. In
breve, i detentori del debito americano sono diventati sensibili ai tassi
d’interesse, soprattutto perché dopo anni di investimenti insufficienti negli
Stati Uniti il ciclo dell’intelligenza artificiale offre loro opportunità
d’investimento alternative e decisamente più redditizie. Dopo vent’anni di culto
del modello fabless e dell’«economia immateriale» (in altre parole,
dell’esternalizzazione), l’alta tecnologia americana si è rimessa a investire in
beni materiali con uno zelo da neoconvertiti. Supercomputer, reti in rame e
reattori nucleari modulari costituiscono altrettanti attivi utilizzabili come
garanzie (collaterali), offrendo alle imprese del settore la possibilità di
finanziarsi attraverso il debito. Nella sua insaziabile sete di investimenti, il
settore tecnologico, tradizionalmente finanziato sui mercati azionari, ha dunque
cominciato a espandersi nel mercato obbligazionario, dove entra direttamente in
concorrenza con i titoli di stato. Si stima che nel 2026 i giganti
dell’intelligenza artificiale potrebbero raccogliere tra i 300 e i 600 miliardi
di dollari sui mercati del debito[2].
Il quadro resterebbe incompleto senza tener conto della guerra. È infatti
proprio nel momento in cui la domanda di titoli di debito pubblico americano si
prosciuga che la guerra condotta su più fronti impone un’accelerazione del ritmo
della spesa: il bilancio delle forze armate statunitensi è passato da 755
miliardi nel 2021 a oltre 1.000 miliardi nel 2026. Cina, intelligenza
artificiale, guerra: questa traiettoria complessiva si traduce in un rapido
aumento dei tassi d’interesse. Gli Stati Uniti stanno attraversando una brusca
crisi d’astinenza, ed è questa situazione, inedita nella storia recente del
dollaro, a fare da sfondo all’intervento di quest’estate: per assorbire 100
miliardi di buoni del Tesoro detenuti dai giapponesi, il mercato avrebbe imposto
un ulteriore rialzo dei tassi, sempre più doloroso da sostenere a causa
dell’aumento del debito pubblico statunitense. Da qui il colpo basso di Bessent,
la cui eleganza è consistita nel far pagare il prezzo dell’aggiustamento alle
economie europee: ognuno per sé e Dio per tutti.
Dall’altra parte dell’Atlantico, la «questione francese» ossessiona l’Eurozona
Se ci siamo soffermati così a lungo su questa ricostruzione, è perché ci sembra
che questi elementi di contesto siano fondamentali per comprendere appieno la
profondità storica di un eventuale movimento sociale che dovesse svilupparsi in
Francia nel corso dell’autunno. La Francia occupa infatti, nel quadro che
abbiamo appena delineato, una posizione singolare. Ovunque, sulla scia degli
Stati Uniti, la nuova congiuntura monetaria internazionale spinge i tassi
d’interesse verso l’alto, ma naturalmente non tutti dispongono degli stessi
mezzi per attutirne l’impatto. I paesi che avranno maggiori difficoltà ad
assorbire lo shock sono quelli in cui le imprese, e con esse l’occupazione,
dipendono maggiormente dagli aiuti pubblici, e il cui tessuto industriale
devastato non è più in grado di sostenere la crescita. In breve, le economie
caratterizzate dai doppi deficit (commerciale e di bilancio) , tra le quali
figura la Francia. I tassi d’interesse sul debito francese hanno infatti reagito
con una rapidità stupefacente nell’arco di un solo trimestre: dal 3,6% prima
dell’estate a quasi il 5% di oggi, il livello più alto degli ultimi venticinque
anni[3]. Un brusco ritorno alla realtà: l’ultima volta che lo Stato pagava così
caro il denaro preso in prestito, il suo debito ammontava a poco più di 500
miliardi di euro; oggi supera i 3.500 miliardi. Eppure, non si tratta soltanto
della Francia: se questa dovesse fallire, l’intero sistema dell’Euro fallirebbe
con lei. La Francia si trova sulla linea di faglia di questi movimenti tettonici
monetari che mettono in movimento i grandi blocchi mondiali.
Il terreno, già instabile, sta cedendo, in un contesto sociale reso teso da
dieci anni di macronismo incoerente e dall’aumento vertiginoso dei prezzi dei
carburanti alla pompa: una situazione delicata per un governo ormai privo di
margini di manovra sul piano del bilancio pubblico. Se dovesse esplodere un
movimento sociale, il manganello sarebbe il mezzo migliore per rassicurare i
mercati. Colpirebbe più duramente in quanto l’esecutivo in carica è ormai privo
di prospettive elettorali e, pertanto, non ha più nulla da perdere. Ma qualora
la repressione non dovesse bastare, la contraddizione potrebbe benissimo
spostarsi a un livello superiore, quello di Bruxelles. Che il governo francese
non riesca a far approvare un «bilancio di responsabilità», oppure che la BCE
accetti, come ultima risorsa, di riacquistare titoli del debito francese per
concedergli un po’ di respiro, la «questione francese» finirà per contagiare
l’euro. Anzi, ha già cominciato a farlo: dalla fine di agosto, l’euro perde
terreno rispetto al dollaro, con il problema che un euro debole rende anche più
costose le importazioni di petrolio, fatturate in dollari. Per arrestare il
deprezzamento, la BCE dovrebbe aumentare il proprio tasso di riferimento: una
doppia pena per le imprese europee, strette nella morsa tra l’aumento del costo
del denaro e quello degli idrocarburi.
È nella natura stessa di un’unione monetaria far ricadere sull’insieme dei
membri le conseguenze delle difficoltà delle sue singole componenti. Si
riproporrà dunque inevitabilmente la stessa questione sollevata negli anni
Dieci, durante la crisi dell’Eurozona: perché i paesi «frugali» dovrebbero farsi
carico delle conseguenze di un fallimento francese? Ma questa volta il film sarà
diverso, perché è cambiato il cast. Nel ruolo del debitore disperato non
troviamo più la piccola Grecia, bensì la Francia, too big to fail; in quello del
lupo cattivo, una Germania che non è più quella di Schäuble, ma un paese nel
quale l’AfD è diventata la seconda forza parlamentare. Lo scenario è più o meno
lo stesso negli altri paesi frugali alleati della Germania, dall’Austria alla
Finlandia, fino ai Paesi Bassi: nessun governo del Nord potrà firmare un assegno
a favore di Parigi senza pagarne successivamente il prezzo alle urne. A questo
punto, è vero, non possiamo che formulare delle ipotesi, ma un movimento sociale
vigoroso in Francia potrebbe ragionevolmente aprire due possibilità.
La prima, probabilmente la meno dolorosa, consisterebbe nell’affrontare la causa
dei problemi più immediati: la crisi dei carburanti. L’aumento dei prezzi non
cade dal cielo: è la conseguenza cumulativa di due guerre imperialiste, in
Ucraina e in Iran. Nel breve periodo, il modo più pragmatico per gestirla
comporterebbe, per gli europei, l’avvio di un processo di pace sul fronte
orientale, al fine di ristabilire la regolarità degli approvvigionamenti dalla
Russia. La seconda
possibilità consisterebbe nel gestire le conseguenze di un’insolvenza francese
(vale a dire l’incapacità di imporre al proprio proletariato un nuovo piano di
austerità) all’interno dell’Eurozona, forse al prezzo di una frammentazione
negoziata dell’area monetaria. Piuttosto che assistere all’uscita fragorosa di
una grande economia dall’Eurozona, si avrebbe una sorta di quiet quitting
collettivo, che consisterebbe nel creare, per ciascun sistema nazionale, euro di
qualità differenti, dotati di tassi di cambio variabili. Ciò restituirebbe
flessibilità alle politiche monetarie nazionali, dispensando al tempo stesso i
paesi frugali dal farsi carico dell’aggiustamento necessario a sostenere le
economie più traballanti. In questo modo si isolerebbe il «problema Francia»,
sancendo al contempo, in maniera collettiva e negoziata, la fine della moneta
unica.
Attraverso l’anello più debole?
Questa ricostruzione della questione monetaria mostra fino a che punto l’«anello
francese» sia vulnerabile e quale portata potrebbe assumere un movimento capace
di mettere alle strette la borghesia francese. Un movimento del genere, in
ultima analisi, non le lascerebbe che due vie d’uscita: porre fine alla guerra
imperialista a Est oppure sacrificare lo strumento monetario del proprio
imperialismo lumpen, l’euro. Per queste ragioni, non possiamo considerare il
movimento attuale, capace di scuotere la struttura dell’imperialismo, come una
semplice data nell’agenda militante, come l’ennesima ripresa autunnale delle
mobilitazioni sociali, e nemmeno solo come un’occasione simpatica per fare
casino. Perché, in queste circostanze, la cosa più disastrosa sarebbe che un
movimento emergesse per poi lasciarsi risucchiare dalla consueta drammaturgia
delle manifestazioni sindacali, dello sciopero del martedì e del cortège de tete
(spezzone di testa del corteo, n.d.t). Che si lasciasse così ricondurre alle
rivendicazioni di routine: difesa degli «interessi del servizio pubblico»
(intesi nel senso proprio del termine), tassazione dei ricchi, convergenza delle
lotte e, perché no, un programma di noleggio agevolato per i veicoli elettrici,
per finire docilmente relegato tra le voci del prossimo bilancio pubblico. Al
contrario, è il suo potenziale di rottura che bisogna mettere in primo piano,
convincendo i partecipanti al movimento della sua portata storica e portando lo
scontro sulle questioni bandite dai dibattiti televisivi, quelle che contano
davvero, perché hanno una portata sistemica e internazionale, cioè gli aiuti ad
imprese che prosciugano le casse della previdenza sociale; la moneta forte che
permette alle multinazionali francesi di arricchirsi all’estero mentre
impoveriscono il tessuto economico nazionale e il finanziamento di una guerra
imperialista di cui paghiamo il prezzo alla pompa della benzina. Tutte aspetti
della configurazione esistente che un movimento del genere potrebbe rimettere in
discussione.
Note
[1] Benn Steil, «America is losing its captive creditors» (L’America sta
perdendo i suoi creditori vincolati), Financial Times, 10 settembre 2026.
https://www.ft.com/content/a441ea66-329a-4f42-8e50-3ff140958e53
[2] Euan Healy, Emily Herbert, Michelle Chan, «AI hyperscalers are transforming
debt» (Gli hyperscaler dell’intelligenza artificiale stanno trasformando il
mercato del debito), Financial Times, 28 settembre 2026.
https://www.ft.com/content/00f94018-e658-4545-b16e-1bc00e19b754?syn-25a6b1a6=1
Estratti selezionati:
«Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, e il segretario al Tesoro
americano, Scott Bessent, sostengono che gli hyperscaler competono sul mercato
dei capitali con quello dei buoni del Tesoro statunitensi, che vale 31.000
miliardi di dollari e sul quale, la settimana scorsa, i costi di finanziamento a
dieci anni hanno raggiunto il livello più alto dal 2007».
«Questa frenesia nella raccolta di capitali sta trasformando il modo in cui il
mondo prende denaro in prestito, influenzando dove, quando e a quale costo le
imprese e i governi emettono titoli di debito. Alcuni hanno dichiarato che
potrebbe trattarsi del più grande sconvolgimento dalla nascita del mercato delle
euro-obbligazioni negli anni Sessanta».
[3] Questi tassi sono tassi nominali. Per calcolare il tasso reale, occorre
sottrarre il tasso d’inflazione, poiché quest’ultima aumenta «meccanicamente» le
entrate dello Stato e la sua capacità di rimborso. Se ci basiamo sulle
previsioni dell’INSEE — 2,6% per l’anno in corso —, i tassi reali si
attesterebbero attualmente intorno al 2,5%.
Fra i lasciti più incisivi del quadriennio Meloni sono certamente la
decretazione repressiva presente nei pacchetti sicurezza e in particolare nella
direzioni di dispositivi che limitano le possibilità di lotta nel mondo del
lavoro, nel contrasto alle grandi opere e contro l’economia di guerra. Per
domenica 18 ottobre alle 10e30, è stata lanciata l’ottava assemblea nazionale
della Rete Liberi di Lottare. Il focus dell’assemblea sarà l’appello per una
campagna per l’abrogazione dei decreti sicurezza e la cancellazione della
delibera 26/88 “strangola scioperi” della Commissione di garanzia.
In compagnia di Eddie della rete7novembre, abbiamo ripercorso la decretazione
sul tema dell’attuale governo e anche i progetti di ulteriori decreti in
cantiere.
Il 17 ottobre mobilitazioni in tutta la Francia contro carovita, disuguaglianze
e crisi della scuola pubblica. Vietati alcuni cortei a Parigi, torna l’uso delle
granate assordanti. La rivolta degli studenti …