di Roberta Cospito Nel nuovo libro di Leopoldo Santovincenzo riemerge una
vicenda rimossa della storia italiana: il rapimento del viceconsole spagnolo di
Milano da parte di giovani anarchici che volevano …
(al telefono 1 – scarabocchi | archivio dell’arte ir-ritata)
Da domani, 18 giugno, apre a Napoli una casa per accogliere la ricerca
dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata di Sensibili alle foglie,
cominciata più di trent’anni fa in una condizione di isolamento carcerario. Ci è
piaciuto denominare Casa questo spazio perché si presenta come un luogo
dell’abitare, ma soprattutto perché come una casa, cioè come un contesto
relazionale di scambi esperienziali, lo abbiamo immaginato più di trent’anni fa,
quando questa ricerca ebbe inizio, come ir-ritazione della deprivazione
reclusiva.
Quest’archivio non poteva quindi somigliare né a un museo, con la sua impronta
coloniale, né a un contenitore passivo di opere (come scrivemmo in un documento
di progettazione del 1992), né ancora a una galleria d’arte, più attenta ai
prodotti artistici che non ai processi relazionali che li generano.
(napoleone, di margherita cinque | archivio dell’arte ir-ritata)
Francesco Crisafulli viveva in un quartiere periferico di Catania, prigioniero
dello stigma di “invalido di mente al cento per cento”, quando cominciò a
inviarci le sue poesie, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, su
sollecitazione di un gruppo antipsichiatrico della città che conosceva la nostra
ricerca. In una di queste poesie concludeva: “Siamo qui e andiamo fermi, almeno
io, finché la mia fantasia vaga e trova spazio anche in te”. L’esigenza
principale di Francesco era che la sua fantasia trovasse spazio anche in altre
persone. E come ebbe a dire in un’altra lettera: la narrazione poetica
costituiva per lui “l’ultima e unica carta ancora da giocare”.
Non sembra diversa l’urgenza creativa che muove Nur, una ragazza palestinese di
Gaza, che nella quotidianità del genocidio, il 17 luglio del 2024, scrive una
poesia dedicata alla terra. Non riuscendo ad accettare perché lei, la sua
famiglia, la sua comunità, il suo popolo, debbano soffrire così a lungo,
attraverso i suoi versi sembra voler dire che resistere è in fondo continuare
ostinatamente a esistere, come fa la terra, seppure estenuata e contaminata dai
bombardamenti israeliani:
La terra dà i suoi frutti
Sfidando assedio e carestia.
I pomodori germogliano
I peperoni e le melanzane,
nonostante l’acqua interrotta
nonostante i bombardamenti illeciti. […]
Solo a Gaza
La terra combatte con la sua gente.
L’intento della Casa è proprio quello di favorire che le creazioni simboliche,
nate sfidando contesti di mortificazione e di morte, trovino casa, nel cuore e
nella mente di altre persone. Qualunque sia il linguaggio espressivo usato da
una persona in difficoltà – scarabocchio, disegno, dipinto, scrittura – l’atto
creativo rappresenta per colui o colei che lo produce una risorsa vitale, e per
la società il documento significativo di una reazione non acquiescente a una
condizione mortificante e mortale.
(cartolina a matita di mari | archivio dell’arte ir-ritata)
Le opere custodite a oggi dall’Archivio, in forma di piccoli fogli manoscritti o
di grandi dipinti che pian piano verranno ad abitare a Napoli, sono circa un
migliaio. Fra esse ci sono alcune delle produzioni creative dei più
significativi laboratori d’arte sorti negli ultimi cinquant’anni in istituzioni
psichiatriche, psichiatrico-giudiziarie e carcerarie. Quelle di ottantuno autori
e autrici saranno esposte dal 18 giugno (ore 18) in una esposizione avrà come
titolo Identità creatrici, che documenta la resistenza creativa prodotta dal
carcere, dalle pene capitali, dalle istituzioni per persone anziane e da quelle
psichiatriche o psichiatrico-giudiziarie, fino all’istituzione coloniale del
genocidio palestinese.
La Casa si trova in vico Neve 21, a Materdei, e sarà aperta per il mese
inaugurale tutti giorni dalle 18 alle 22. (sensibili alle foglie – casa
dell’arte ir-ritata)
Sette arresti, perquisizioni in tutta Italia e lo sgombero del Bencivenga
Occupato a Roma. Le accuse ruotano attorno ai sabotaggi contro le Olimpiadi
Milano-Cortina e alle mobilitazioni per Alfredo Cospito. …
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a.
Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout
105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte.
Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità
che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave,
facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel
math rock.
Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione
della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste.
Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie.
Spegnete la luce, la musica inizia…
PLAYLIST
Sam Akpro & Tyson “Wayside” da “Wayside”
Model 500 “I See The Light” da “I See The Light”
The Heads “Cardinal Fuzz” da “Yourprettyplaceisgoingtohell”
Rocketship “I Love You Like The Way That I Used To Do” da “A Certain Smile A
Certain Sadness”
Colleen “Antidoto” da “Libres Antes Del Final”
Dryft “Bysemptive” da “Particle”
Hey Colossus “Clock” da “Heaven Was Wild”
Xylitol & Sculpture “Chromophoria” da “Blumenfantasie”
Chalk “Can’t Feel It” da “Crystalpunk”
Converge “Amon Amok” da “Love Is Not Enough”
In questa puntata esploriamo la nuova scena dell’hip hop ivoriano e senegalese.
Playlist:
APKASS-PLUS QU’UN NOM,UN POEME
NEGRISSIM’-QUAND JE SUIS NE’JE N’ETAIS PAS A POIL FRERE
METITE-WOLLYBAYE
ABBAS ABBAS feat .DABY-AFRICA CHILD
DJ ARAFAT feat DAVIDO and BODDI SATHVA-NAUGHTY
DIDI B-IGBO
KIFF NO BEAT-CA GATE COEUR
KODES feat.HIMRA-WAWA
RAGE-TEKE TEKE
SUSPECT 95 and KADJA-DJAMANAN
HIMRA feat.JOJO LE BARBU and SUSPECT 95-HE TCHAI
FIOR 2 BIOR & NISKA-GNONMI AVEC LAIT
DAARA J-BOPP SA BOPP
STROMAE & YOUSSOUPHA-FACADES
YOUSSOUPHA-LES DISQUES DE MON PERE
DIP DOUNDOU GUISS-DUNGEEN DAJ
SAMBA PEUZZI feat DIP DOUNDOU GUISS & BM JAAY-FULL BAKHA
IN TEMPI DI GUERRA
Sulla retata anti-anarchica del 16 giugno
Martedì 16 giugno, a Roma e altrove, un’ennesima retata si è abbattuta sul
movimento anarchico, con sette mandati d’arresto per altrettanti compagni e
compagne, diversi indagati a piede libero, perquisizioni in mezza Italia e lo
sgombero dello spazio occupato romano Bencivenga. Oltre a ciò, due compagni sono
stati arrestati con il nuovo reato di “terrorismo della parola” (270-quinquies
modificato) per il possesso di alcuni opuscoli trovati durante la perquisizione.
Mentre le informazioni trapelate dai media sono più scarse e lacunose del
solito, è abbastanza chiaro che l’indagine ruota attorno ad alcuni sabotaggi
delle linee ferroviarie, e in particolare a quello compiuto lo scorso 14
febbraio sulla tratta Roma-Firenze, contro le Olimpiadi di guerra di Cortina
2026.
Se l’opera di mistificazione e diffamazione dei media contro gli anarchici non è
certo una novità, non possiamo fare a meno di soffermarci sul livello raggiunto
stavolta dalla propaganda di regime (in particolare dall’ineffabile TG1), che
appare particolarmente grottesco: “si riunivano in un casolare come la Mafia”,
“pianificavano la strategia della tensione”, “intendevano compiere atti di
violenza”, “terrorismo anarchico”… Se giova ricordare a questi signori che per
gli anarchici la Mafia è un nemico quanto l’autorità, e che la “strategia della
tensione” in questo Paese è stata attuata dallo Stato, non è difficile
individuare dietro queste parole immonde un intento ben preciso: quello che ha
portato, nel 2015, a trasformare la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) in
Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNAA). Con il risultato che
adesso viene applicata agli anarchici la stessa mostrificazione assoluta, e i
relativi trattamenti, riservati fino a ieri a veri o presunti mafiosi (e
peraltro inflitti da decenni ai comunisti rivoluzionari). Con l’aggravante, per
i rivoluzionari, di non praticare la violenza per ragioni di profitto o potere,
ma come una sorta di fine in sé, per puro gusto della distruzione o per chissà
quale oscura pulsione di morte. Come se migliaia di persone non si fossero
opposte alle Olimpiadi invernali per ragione chiarissime: la presenza dei
militari (per l’occasione senza uniforme) della squadra israeliana, la scorta
delle bande assassine dell’ICE, la devastazione dell’ambiente alpino in nome del
solito “grande evento”… e come se queste motivazioni non fossero state
rivendicate, con prosa inequivocabile, nel comunicato seguìto al sabotaggio.
Quanto alla consueta accusa di “terrorismo”, crediamo che Gaza abbia chiarito a
sufficienza la questione – e che non possano esserci più dubbi su chi diffonde
il terrore.
In tempi di guerra, diceva un vecchio poeta, la prima vittima è la verità.
Mentre Alfredo Cospito rimane in 41-bis come una sorta di capro espiatorio per
le “colpe” di tutto il movimento anarchico, lo Stato arriva a criminalizzare la
stessa intenzione di fare qualcosa per sottrarlo alla tortura. Mentre dobbiamo
ancora riprendere respiro dalla morte di Sara e Sandro, lo Stato cerca di usarla
contro di noi.
Non sappiamo se arrestate e indagati abbiano compiuto le azioni di cui sono
accusati. Possiamo solo ripetere ciò che abbiamo scritto tante volte in simili
casi: se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà, se sono “colpevoli”
ce l’hanno ancora di più.
Solidarietà a Nico, Bibi, Micol, Arnau, Stefano, Giulia, Luna, Pietro, Tony, a
tutte le indagate e i perquisiti.
Fuori Alfredo dal 41-bis!
Con Sara e Sandro nel cuore.
Anarchiche e anarchici di Trento e Rovereto
--------------------------------------------------------------------------------
Contro tutte le omissioni e gli oscuramenti mediatici, riportiamo di seguito il
comunicato di rivendicazione del sabotaggio della linea ad alta velocità
Roma-Firenze dello scorso 14 febbraio:
Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia!
La notte del 13 Febbraio in diversi punti e snodi ferroviari abbiamo incendiato
e danneggiato i cavi lungo i binari provocando di fatto il blocco di diverse
linee dell’alta velocità.
Queste azioni sono il nostro contributo al caloroso benvenuto e augurio a questa
edizione dei Giochi Olimpici Invernali.
Abbiamo partecipato ai blocchi massivi delle strade e i porti durante i mesi di
mobilitazione per la Palestina, abbiamo invaso le stazioni e attaccato la
polizia quando è stato possibile. Ma oggi abbiamo scelto di agire protetti dalla
luce della luna, in un piccolo gruppo riunito dall’affinità e dalla voglia di
essere conseguenti agli slogan urlati nei mesi scorsi: blocchiamo tutto!
Perché pensiamo che oltre a partecipare alle grandi mobilitazioni e al conflitto
che esse possono generare sia necessario diffondere l’azione autonoma, per non
lasciare che vengano disinnescate, recuperate e dirette dai professionisti della
politica “militante”.
Il potere si prepara alla guerra e anche noi, anarchici, rivoluzionari,
individui coscienti vorremmo fare lo stesso. L’infrastruttura ferroviaria è un
nodo principale della mobilità di forze e materiali bellici e l’accordo tra RFI
e Leonardo, volto a implementare la logistica militare nella penisola, ne è il
più chiaro esempio. Attaccare RFI quindi è un atto concreto di antimilitarismo e
un gesto di solidarietà a tutti coloro che subiscono oggi l’atrocità della
guerra e del colonialismo.
Le olimpiadi invernali di Milano-Cortina non fanno eccezione: fiumi di denaro
che alimentano una speculazione edilizia ben lieta di armare fiumi di cemento
per costruire impianti usa e getta e cambiare “destinazione d’uso” sociale di
interi quartieri popolari. Un grande affare che dietro l’immagine patinata e
prestigiosa del grande evento sportivo nasconde ettari di boschi di larici rasi
al suolo per fare spazio a piste da sci e montagne deturpate in modo
irreversibile dai relativi impianti di risalita.
Quest’azione infine esprime la nostra rabbia per la presenza ai Giochi di agenti
dell’Ice, le squadracce anti-immigrati ormai tristemente note per omicidi,
rastrellamenti, abusi e violenze perpetrate contro gli indesiderabili e gli
oppositori interni negli Stati Uniti, il che ci ricorda che ogni polizia e ogni
raggruppamento fascista è lì per essere utilizzato contro la propria popolazione
quando la “ragion di stato” lo richieda.
Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo dello sfruttamento,
dell’oppressione e della devastazione: un po’ di studio, precauzione e
determinazione in uguale misura, qualche complice, qualche litro di
combustibile… e tutto è possibile! Buona fortuna!
Solidarietà ai prigionieri anarchici di tutto il mondo
Solidarietà a Juan, Stecco, Anna, Alfredo, Tonio, Ghespe, Dayvid ai compagni
repressi nell’operazione Ipogeo, ai prigionieri palestinesi
Per l’Anarchia
Riceviamo e diffondiamo:
Dalle 5 circa della mattina del 16 giugno 2026 è scattata l’ennesima operazione
repressiva che ha coinvolto numerosx compagnx anarchicx in varie parti della
penisola. Il reato contestato è un’associazione con finalità di terrorismo
(art.270 bis). L’associazione sarebbe inerente alcuni sabotaggi compiuti in
occasione della devastazione dei territori di Milano e Cortina, anche nota come
Olimpiadi Invernali.
A quanto ci risulta sono state applicate 5 custodie cautelari in carcere e 2
arresti domiciliari con braccialetto elettronico. A seguito delle perquisizioni
però, con la contestazione di autoaddestarmento (270 quinquies), altri 2
compagni sono stati tratti in arresto, per loro non era inizialmente prevista
alcuna misura cautelare.
A seguito di questa operazione il Bencivenga occupato è stato sgomberato.
Attualmente elenchiamo gli indirizzi noti dex compagni incarceratx.
Nico Aurigemma
Arnau Vallet Casadevall
Stefano Marri
Regina Coeli, via della Lungara 29, 00165, Roma
Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma
Pietro Rosetti
C.C.di Forlì, via della Rocca 4, 47121, Forlì
Francesco Benedetti
C.C.Lorusso e Cotugno, via Maria Adelaide Aglietta 35, 10151, Torino
Questi indirizzi sono provvisori e potrebbero cambiare nei prossimi giorni. Uno
dei due compagnx arrestatx a seguito della perquisizione pare ancora in questura
in attesa del processo per direttissima. Seguiranno aggiornamenti.
A loro va tutta la nostra solidarietà. Con rabbia e amore, per l’anarchia.
IDONEITÀ AL TRATTENIMENTO IN CPR - IL RUOLO DELLE PROFESSIONIST3 SANITARI3
Casa del quartiere San Salvario - Via Morgari 14
(giovedì, 18 giugno 17:15)
Dopo l'incontro di marzo alle Molinette la microclinica Fatih propone un secondo
momento di discussione collettiva sull'idoneità sanitaria alla reclusione in CPR
e il ruolo che professionist3 sanitari3 e la medicina tutta ricoprono in un
contesto di dilagante repressione.
Ne discuteremo con:
- Attivist3 di Assemblea Contro i CPR
- Nicola Cocco, medico infettivologo che da tempo si occupa di divulgazione
sulle valutazioni di idoneità al trattenimento in CPR, membro della Società
Italiana di Medicina delle Migrazioni
‐ Jean-Louis Aillon, Associazione Franz Fanon
Questo incontro vorrebbe essere uno spazio di dialogo e confronto, per sanitari3
e non, su questioni attuali e sfide future riguardanti la detenzione
amministrativa, con l'auspicio della chiusura definitiva di questa istituzione
di controllo e tortura.
I potenti della Terra da questa settimana si riuniscono a Evian-les-Bains per il
consueto appuntamento annuale del G7.
In un tempo in cui media e quotidiani raccontano ogni secondo di questi teatrini
e, tra un articolo su cosa mangiano i sette leader a cena e uno che parrebbe
svelare le sorti del mondo, è più interessante soffermarci su ciò che è successo
nei giorni scorsi dall’altra parte del lago, in quel di Ginevra: decine di
migliaia di persone si sono riunite per manifestare e dare vita a momenti di
confronto, presa di parola e contestazione del summit. Sabato 13 si sono
susseguite diversi momenti di incontro su temi dalle grandi opere e
l’estrattivismo, dalle tecnologie belliche alle lotte per la palestina,
dall’antifascismo al femminismo.
Questi i temi che hanno portato in piazza domenica nelle strade di Ginevra oltre
60mila persone da tutta la Svizzera e non solo, nonostante il clima di
allarmismo che si era cercato di imporre con posti di blocco, negozi serrati e
una città deserta nei giorni precedenti: una piazza estremamente eterogenea,
dove c’era spazio per ogni anima del dissenso, dalla testa del corteo,
espressione dello sciopero femminista che ogni anno in Svizzera mobilita
migliaia di persone ai movimenti contadini, dai sindacati ai giovani in lotta
per la Palestina.
Durante il percorso sono stati sanzionati alcuni simboli del potere economico e
politico legato ai potenti della terra, nonostante il corteo sia stato tenuto
lontano dalla parte della città in cui hanno sede i palazzi delle grandi banche
e istituzioni capitalistiche che Ginevra ospita. Quando la polizia ha reagito
con idranti e numerosi lacrimogeni, la piazza ha reagito con determinazione, è
rimasta unita e ha continuato il suo percorso. Alla fine della giornata quando
la manifestazione si stava sciogliendo la polizia ha circondato centinaia di
persone rimaste nel parco dove si era conclusa: alcuni sono stati portati in
caserma, centinaia sono rimasti bloccati in strada tutta la notte. La maggior
parte sono stati liberati nella mattina di lunedì, ma pare che due o tre persone
siano state trattenute.
Foto di Axel Gras
Se negli ultimi anni le piazze dei contro-summit hanno spesso rischiato di
rappresentare momenti quasi nostalgici dei primi anni duemila, la piazza
svizzera ha espresso una partecipazione e un’eterogeneità al di sopra delle
aspettative. La contestazione ai potenti della terra che si riuniscono per
decidere le sorti di un mondo che va sempre più velocemente incontro a scenari
di guerra e distruzione è stata letta come un’occasione importante di lotta da
parte dei movimenti femministi che hanno rilanciato in questo senso la loro
mobilitazione ma anche dai movimenti antifascisti e a difesa del territorio e
dai tanti che si sono attivati lo scorso autunno nei movimenti per la Palestina
e che hanno visto nel G7 l’occasione di tornare in piazza. Anche il clima di
intimidazione creato dai media e il gigantesco dispiegamento poliziesco non
hanno prodotto l’effetto sperato: sempre più persone non si fanno spaventare ma
decidono di reagire al tentativo di restringere gli spazi di dissenso e libertà
d’espressione, che va di pari passo con i venti di guerra che soffiano sempre
più forte. Anche questa volta, i potenti della terra hanno ricevuto un segnale
che oltre i loro meeting nei resort blindati c’è la gente che anche nel cuore
dell’Europa non è disposta ad accettare in silenzio la direzione in cui stanno
portando il mondo.
Riprendiamo il video da L’Indipendente
Di Nicoletta Dosio, da Notav.info
Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed
instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie
crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e
ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto
all’autodeterminazione dei popoli.
Ora la guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza
dei governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO,
ce la sentiamo addosso, col pesantissimo taglio delle spese sociali a favore
delle spese militari, l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro
insostenibile di energia, benzina e combustibili e, conseguentemente, dei
prodotti di prima necessità.
Ma non ci sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra
la sta subendo direttamente.Orrori di cui sono responsabili non solo i diretti
esecutori, ma tutti coloro che nell’indifferenza se ne fanno complici.
Le morti bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale,
dell’amata Palestina. Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate
dell’Africa profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai
intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da più di sessant’anni
resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora aggravatosi fino alla
insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e per il taglio delle fonti
energetiche.
In questo scenario di morte Trump e Netanyahu non sono che le tragiche maschere
della crudeltà sfrenata del sistema.
Quanto alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino,
voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà il
peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso
Oriente.
Il 2014 con Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass
indipendentista: questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza
Atlantica NATO – USA contro la Russia.
Da tempo il dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul
mondo sta andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di
altri mercati concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra.
Lo diceva bene Rosa Luxemburg: il capitalismo risolve con la guerra le sue
proprie crisi e si rigenera.
E più che mai attuale è il messaggio politico di Brecht:
“La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre
e ne ha in faccia
i lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
ciò che alla loro pace
è sopravvissuto”.
E a questo punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere
imposte con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi
di traffico TEN-T programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità
per merci e ad alta velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano
europeo di mobilità militare e potenziati per duplice uso (civile e militare),
al fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso
l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest
verso est e oltre i suoi confini” .
Ben quattro dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano.
(li cito come da fonte ministeriale):
1. Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per
Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e Bologna. In questo asse è
inserita la Torino-Lione.
2. Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova, passando
per i valichi di Domodossola e Chiasso.
ed ecco il significato del Terzo Valico.
3. Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste,
Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono
potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine
Cervignano.
4. Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord a sud,
partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia.
Della tratta fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i
territori da Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto
di Messina. Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria
Firenze-Pisa a servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della
stazione di Pontedera.
“Valle di Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby
dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre il
nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e
rimangono soltanto veleni e devastazione.
Se nella “Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre
d’Europa” sarà impossibile.
Motivo in più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il
modello economico, politico, sociale che lo produce.
Sulla via del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di
porti, aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti
d’armi.
Anche dal passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno
del 1944 i ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula
clandestina, scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione
ferroviaria, e successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata
partigiana ferrovieri.
Già un anno prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte
ferroviario dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di
armamenti, truppe e deportati.
Venticinque anni dopo, alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta
nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero
un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero
un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio
preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo
dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano agli
eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse
in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o
all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi
complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità Aziendali di non
essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i
suddetti materiali bellici (…).
Da allora sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze
hanno più che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di
sottrarci ad ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide.
Dunque, la lotta continua…
Riceviamo e pubblichiamo questo importante documento di rivendicazione,
riflessione e proposta. Le questioni che solleva richiedono senz’altro un
confronto, nei tempi e negli spazi più opportuni:
Una proposta di guerra
In seguito a un’aggressione avvenuta nella zona Nord di Belfast, un’ondata di
violenze razziste ha minacciato le vite di numerose persone appartenenti a
minoranze etniche, costringendole ad abbandonare le loro case date in fiamme. Si
tratta dell’ennesimo episodio di un fenomeno che negli ultimi dieci anni ha
spesso assunto caratteri di massa nel Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta
ci sono di mezzo pure Elon Musk e la difficile convivenza tra lealisti e
nazionalisti.
Belfast, 8 giugno 2026
Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8 giugno, in una strada
nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata aggressione ai danni di un
44enne nord-irlandese, operatore sanitario del National Health Service, di nome
Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso l’occhio sinistro e attualmente
giace in coma farmacologico a causa delle ripetute coltellate subite al volto e
in altre parti del corpo. Ad infliggerle è stato Hadi Alodid, un ragazzo di
dieci anni più giovane, giunto in Irlanda del Nord nel 2023, dopo essere fuggito
dal Sudan a causa della guerra civile ancora in corso, e da allora in attesa di
vedersi convalidare la richiesta di asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni
passanti, uno dei quali riesce a fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza
da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid rifiuta l’assistenza legale. Nel
frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast rende che la vittima nel 2001 era
già stata oggetto di un tentativo di omicidio particolarmente truculento mentre
viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un ventenne affiliato a una banda di
spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di avere legami stretti con l’UVF di
Belfast1.
Attirata dalle grida, una residente della zona riprende con il proprio telefono
la scena dell’aggressione dalla finestra di casa. Nel giro di pochi minuti –
quasi in tempo reale – il video si diffonde a macchia d’olio, facendo il giro
dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a raggiungere i feed delle
principali piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo
virale. Con esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le
origini straniere dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in breve tempo
la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista per le 19
del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto l’attacco, con il
caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non oltre le 17.30.
L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona residenziale limitrofa
alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da qui alcune centinaia di
persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a marciare in direzione
degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in quella che in breve tempo
diventa una vera e propria «caccia allo straniero» con tanto di negozi
saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si espandono fino alle zone
Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette ad abbandonare le proprie
case.
Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del 1969, quando tra il 12 e il
16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati dai B-Specials, ausiliari
della polizia esclusivamente di fede protestante, presero d’assalto le
abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo una pratica già
sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La diffusa violenza
settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione della Provisional
IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles nord-irlandesi.
Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di terrore, i disordini
proseguono anche per tutto il giorno seguente, con un’intensità persino
maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle persone in attesa di
asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo delle persone che vi
soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi in qualche modo
riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile, contro la polizia
che, a differenza del giorno precedente, reprime i manifestanti con gli idranti.
Episodi di aggressioni razziste si registrano anche a Glasgow, Liverpool e in
altre città dell’Irlanda del Nord.
Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con un’esplosione di violenza
che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri, creando una profonda
frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta però a fare da miccia
non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs. unionisti/lealisti,
bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di contraddizioni latenti
ormai da qualche anno.
Benzina sul fuoco
A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata essere una vera e propria
«chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i loro seguitissimi canali
social, sono due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini
grazie a una «coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune
propaganda nazionalista2 e anti-migranti: Stephen Christopher Yaxley-Lennon –
nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e meglio noto come Tommy Robinson
– da una parte; Elon Musk – imprenditore statunitense nato in Sud Africa nel
1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra questi due personaggi vale la pena
spendere alcune parole, per poter tentare un’interpretazione dei recenti fatti
di Belfast che tenga conto del contesto più ampio dentro i quali si inseriscono,
e di come questo si intersechi – talvolta in maniera poco intuitiva – con la
situazione più strettamente locale.
Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda l’organizzazione anti-islamica EDL
(English Defence League), è solo negli ultimi cinque anni che Tommy Robinson è
salito alla ribalta, soprattutto per via di una spietata propaganda
anti-mussulmana, combinata a un uso mistificatorio dei social network e a una
postura militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie
alla quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi
seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza
soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il 29
luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita in
seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione
Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil
Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la
religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché
a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che,
la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di
Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e
saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e
Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il suo
nome in coro.
Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal proliferare dei seguaci,
il 13 settembre 2025 Robinson lancia una manifestazione nella capitale, chiamata
Unite the Kingdom. Alle già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza
verso i mussulmani e gli immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla
retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli ambienti che
amano definirsi «anti-woke» e che in essi ha assunto una particolare rilevanza a
partire dall’assassinio di Charlie Kirk avvenuto lo scorso 10 settembre, appena
tre giorni prima della manifestazione organizzata da Robinson. Superando di gran
lunga le aspettative, la «marcia su Londra» raduna attorno alle 150mila persone
accorse in massa brandendo la Union Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra
gli ospiti c’è anche Éric Zemmour, politico francese di estrema destra,
posizionatosi quarto al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del
2022, il quale sfrutta l’occasione per esporre al pubblico britannico l’idea
surreale di una presunta «colonizzazione in corso da parte delle ex-colonie» a
danno di Gran Bretagna e Francia.
L’intervento di apertura di Robinson si concentra invece sulla necessità di
impegnarsi politicamente a livello locale in un momento definito «cruciale per
la nostra generazione». Nonostante i proclami altisonanti e i «buoni propositi»
di istruire politicamente il pubblico (se così si può dire) attraverso la
vendita dei suoi libri lungo il percorso del corteo (Manifesto: Free Speech,
Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for
Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non aver prodotto
più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come dimostrano i
numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata dallo stesso
Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila
persone. In entrambe le occasioni, la vocazione anti-islamica è sottolineata dal
vilipendio delle bandiere dei Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della
Palestina. Ma sarebbe un errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani
di Robinson a grossolana intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più
caratteristici per chi guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a
caso, a metà ottobre dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su
invito del Ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in
visita al confine con Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale
culminata con un comizio tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato
contro il governo britannico per aver riconosciuto uno Stato palestinese,
entrando così a pieno titolo nel novero di quei personaggi che, sguinzagliati
dall’internazionale sionista, hanno il compito di diffamare e punire gli stati
non allineati alle politiche trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e
la stessa Gran Bretagna.
Ma tornando alla manifestazione dello scorso settembre, il rilancio complessivo
è per quella che Robinson non esita a definire la «Battle of Britain», che
diversamente da quanto potrebbe far credere la metafora bellicista, altro non
sono che le elezioni del 2029, in vista delle quali il leader della piazza dà
un’indicazione di voto molto generica, ovvero onnicomprensiva dei principali
partiti della destra presenti oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel
Farage ad Advance, da Restore di Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast
non ha esitato a definire gli immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a
invocare la reintroduzione della pena di morte – fino al più moderato partito
dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti
comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a
una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai
partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti,
limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona grigia tra
influencing e militantismo.
D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo «senza il quale tutto ciò
non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo stesso Robinson; si tratta
per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa di parola in diretta video
ha rappresentato il momento culminante della grande manifestazione. Dopo aver
aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk ha spronato i britannici a
«non aspettare altri quattro anni prima delle prossime elezioni, ma a fare
qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a votare subito», rivolgendosi
poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente non si occupano di politica»,
a farlo, perché «anche se non scelgono la violenza, la violenza verrà da loro.
La scelta è combattere o morire». Parole di un certo peso che vanno ad
aggiungersi a quelle postate più recentemente su X, secondo le quali «gli
inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson». Tesi supportata da una
grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti delle cittadine della
provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano di uomini forti di
Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa». D’altronde, l’endorsement di
Musk a favore di Tommy Robinson subentra all’appoggio riservato in precedenza a
Nigel Farage – dal quale si è recentemente dissociato perché ritenuto «troppo
poco di destra» – e si aggiunge a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di
Advance UK in seguito alla fuoriuscita dal partito dello stesso Farage.
Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento politico di Musk sulla Gran
Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci riserviamo per il futuro; ciò
che però, già a una prima occhiata risulta chiaro, è che i padroni delle BigTech
hanno puntato il dito verso l’Europa, dove la pur minima regolamentazione dei
social media rappresenta ancora un ostacolo per la loro crescita. Se infatti
negli Stati Uniti la strada verso una totale deregolamentazione in materia è in
discesa grazie all’amministrazione Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk
devono fare i conti con alcune politiche di moderazione dei contenuti – per
esempio su argomenti come razza e genere – che, al di là di prese di posizione
anti-woke, rappresentano un freno all’attività essenziale di profilazione degli
utenti che, nelle mire di chi accumula dati, non può avere limiti. Se dunque
l’accumulazione delle materie prime (perché questo sono i dati generati dalle
nostre interazioni social) è minacciata da limitazioni in ambito legislativo,
coloro che a partire da quelle materie prime alimentano il proprio capitale, non
possono che scendere nel campo del politico per tentare di invertire la tendenza
con i tutti i mezzi a loro disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare
pressione è anche un cliente dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è
proprio questa la posizione del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal
momento che il 2 giugno scorso ha ufficialmente adottato la rete satellitare
militarizzata Starshield di SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di
fuori degli Stati Uniti a utilizzare la variante di Starlink destinata alle
esigenze governative. Tutto ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir
Starmer – il quale è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di
condannare le violenze degli ultimi giorni senza mai pronunciare la parola
«razzismo» – denuncia le interferenze di Musk, definendole irresponsabili,
stando ben attento a non oltrepassare mai il livello dell’indignazione oltre il
quale la questione porrebbe – come appena detto – alcune contraddizioni non da
poco. Perché – per tornare ai fatti dell’ultima settimana – a monopolizzare il
dibattito politico e le analisi sulle testate giornalistiche britanniche, è la
tesi secondo cui Musk avrebbe pilotato l’algoritmo di X con l’intento di
facilitare la diffusione degli appuntamenti che hanno portato alle
manifestazioni violente successivamente verificatesi sul territorio britannico.
Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma del tutto mistificatrice nell’essere
presentata come spiegazione esaustiva di una situazione ben più sfaccettata, sia
per quanto riguarda l’interferenza di Musk, sia in relazione all’acuirsi del
fenomeno razzista in tutto il Regno Unito.
(Not so) Alternative Ulster
Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità quanto si muove nella
società britannica che riprendiamo il filo dei recenti fatti verificatisi
nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da un’angolazione diversa da quella
promossa dal dibattito pubblico istituzionale. A partire dal dato apparentemente
paradossale dell’ultimo censimento pubblicato nel 2021 secondo il quale il 97%
della popolazione dell’Irlanda del Nord sarebbe di etnia bianca, e dal numero
impressionante di incidenti (2.367) e crimini (1.507) a sfondo razzista,
registrati solo tra gennaio e marzo di quest’anno (a fronte di soli 71 a
carattere settario). I numeri parlano anche di flussi migratori in crescita a
partire dal periodo della pandemia. Ma è solo quando questi numeri vengono
affiancati a una disamina delle politiche sociali e del retroterra storico della
città che possono assumere un significato.
Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio apparentemente secondario
citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a
proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno
dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le
abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta a
bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui martedì
scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le successive
violenze.
Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la fine dei Troubles,
Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio saldamente repubblicano che
collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne, roccaforti del partito Sinn Féin.
Tuttavia, a soli 400 metri di distanza, protetta da muri e recinzioni dalle
sembianze di un parco urbano, si trova il «confine» con la zona lealista
dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza della famigerata banda
paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a partire dagli anni Settanta
e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti notturni a caccia di cattolici
da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli venti minuti a piedi dai
moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma di Girdwood, occupata
dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta dismessa, secondo il progetto
originario, la caserma avrebbe dovuto fornire alloggi popolari e strutture
ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona lealista di Greater Shankill e
quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di superare la balcanizzazione di
Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è mai andato oltre la
realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle preventivate, anche a causa
dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista Democratico), all’epoca ancora
egemonico nella zona: il numero nettamente superiore di nazionalisti registrati
nelle liste di attesa per una casa popolare rappresentava infatti per il DUP una
minaccia concreta di perdere il seggio elettorale e il controllo sul quartiere.
Il risultato è che i problemi derivanti dal sovraffollamento dei quartieri
nazionalisti e dal più recente degrado di quelli lealisti non sono mai stati
risolti. Le case effettivamente costruite nella zona limitrofa a Kinnaird Road
sono oggi abitate dai nazionalisti, ma ancora lo scorso maggio, quando alcune
famiglie si sono trasferite sul lato di Shankill del «muro della pace», sono
state subito attaccate e allontanate dai lealisti. Nonostante la condanna
unanime da parte del governo di coalizione tra DUP e Sinn Féin, il settarismo
rimane latente nelle periferie popolari di Belfast. Una tensione tenuta a bada
non tanto dalle politiche di «pacificazione», quanto dalla riconversione di
certe enclave lealiste in attività di criminalità organizzata, più o meno
tollerate dalle autorità in virtù dell’astensione da atti di settarismo
apertamente violenti. Rispetto all’emergenza abitativa, la situazione non
migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella sua interezza: nel marzo 2025,
le persone ufficialmente in attesa di una casa popolare erano 89mila, in
progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque anni. Parte di questo incremento
è dovuto anche al fatto che, a differenza della classe popolare nazionalista che
da sempre deve far fronte a condizioni di vita complesse, quella unionista,
tradizionalmente più privilegiata, ha subito un processo di impoverimento
relativo significativo solo negli ultimi anni. Questa differenza di traiettoria
fornisce un elemento per comprendere perché oggi il proletariato unionista sia
più sensibile al richiamo delle politiche razziste rispetto a quello
nazionalista. Oltre a ciò, per quanto l’annosa questione tra unionisti e
repubblicani non sia riconducibile a un conflitto di carattere meramente
religioso, che la propaganda apertamente anti-mussulmana di Tommy Robinson e
compagnia bella possa fare breccia nella tradizione settaria lealista, non
stupisce più di tanto. Ma la nuova convergenza tra estrema destra inglese e
unionisti si basa anche su un fatto molto materiale: in seguito alla Brexit,
l’Irlanda del Nord ha intrecciato sempre di più la sua economia con quella
dell’Irlanda, diminuendo gli scambi con il resto della Gran Bretagna, tanto che
molti hanno ipotizzato che a lungo andare potrebbe essere questo dato a portare
all’indipendenza. Ciò deriva principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020,
qualche giorno prima del recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un
accordo tra tutte le parti coinvolte che ha evitato l’istituzione di una
frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a
quest’ultima di «rimanere nel territorio doganale del Regno Unito e, al tempo
stesso, di beneficiare del mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera
particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia per
quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi
Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia
entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più
significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della violenta
reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di far
saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema per
farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che
potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit.
È dunque in questa intersezione tra insufficienza di alloggi popolari,
progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si inserisce il recente
fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast e l’imperante
narrazione anti-migranti.
Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente intolleranza anche negli
ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri repubblicani di Belfast dove le
bandiere palestinesi sventolano per strade popolate da un gioioso melting pot di
stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in
faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre
direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema
destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi abitativa
e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni razziste e
anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre 2023 a
Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di
intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al
sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire parlare
della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le domande
d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale diritto.
Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda del Nord ci parla più
direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove seppur da un punto di vista
popolare le violenze a sfondo razziale ormai consuete in Gran Bretagna non
sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale il discorso e le politiche
razziste avanzano anche più rapidamente (vedi Remigrazione), nuovi attori di
estrema destra si affacciano sulla scena politica (vedi Vannacci), imprenditori
delle BigTech preparano nuove alleanze sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in
Italia, come in Irlanda del Nord, la partita contro il razzismo e le politiche
di estrema destra non si gioca sul livello del discorso e dell’indignazione,
quanto sulla volontà di sporcarsi le mani quotidianamente con le contraddizioni
dei quartieri popolari e sulla capacità di costruire progetti di autonomia in
grado di disinnescare l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe,
ovvero la più antica «tecnica di conservazione del potere da parte della classe
capitalistica».
1. L’organizzazione paramilitare unionista formatasi negli anni Sessanta e
protagonista dei cosiddetti Troubles che videro contrapporsi violentemente
lealisti e nazionalisti fino al cessate il fuoco del 1994 – nonostante la
trasgressione di tale tregua sia stata piuttosto frequente negli anni
seguenti.
↩︎
2. di un nazionalismo evidentemente ben diverso da quello dei repubblicani
nord-irlandesi
↩︎
3. Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast
↩︎