Parliamo di violenza. La violenza di chi, da 30 anni, si rifiuta di dare ascolto
alle ragioni della Valsusa basate su dati tecnici obiettivi.
La violenza di un sistema economico schizofrenico e criminale, che appoggia la
realizzazione di ciclopiche opere inutili per sostenere l’avidità di pochi a
discapito di emergenze che dovrebbero essere prioritarie (cambiamento climatico,
fragilità dei territori, minacce pandemiche, povertà sempre più diffusa, sanità
pubblica al collasso, istruzione deficitaria, diritto alla casa) e per cui
invece i fondi mancano sempre. La violenza di chi reprime invece di educare, di
chi priva le giovani generazioni di una qualsiasi forma di speranza. La violenza
ipocrita di un sistema mediatico asservito e miope. La violenza di chi parla per
sentito dire, perché informarsi a dovere costa fatica. Parliamone, finalmente.
Perché anche questa volta si è guardato il dito e non la luna. Ci si è
stracciati le vesti per quanto avvenuto in Val di Susa ad opera di presunti
“Black Bloc”, demonizzando una lotta trasversale che dura da decenni ed evitando
accuratamente di analizzarne le ragioni. I “Black Bloc” non esistono, nessun
marziano, nessuna multinazionale del disordine, siamo tutti e tutte uomini,
donne, giovani e meno giovani. “Protestate pure, basta che i cantieri avanzino!”
dicono i sostenitori del Tav a destra o a sinistra. Una pia illusione! Tutti i
giorni lottiamo per bloccare i lavori. Tutti i giorni ci confrontiamo con i
tecnici, con gli amministratori, con l’Unione Montana. Pensano di “comprare” i
sindaci con le compensazioni. Soldi, per inciso, che arrivano alla popolazione
valsusina grazie alle mobilitazioni dei No Tav.
Ai sindacati delle forze dell’ordine, che non sono l’obiettivo dei No Tav ma che
proteggono h 24 i cantieri fin dell’ormai lontano 2011, diciamo: ma non siete
stufi? Non siete stanchi? Venite da tutta Italia a fare i vostri turni, prima a
Chiomonte, poi a San Didero, ora pure a Salbertrand e a Susa… fin dove volete
arrivare? Quanto a lungo ancora volete farvi mandare a fare turni massacranti
lontano dalle vostre case e dai vostri cari? A svolgere il ruolo di vigilantes
per un’azienda privata?
Voi non siete il nostro obiettivo, noi non siamo violenti, non vogliamo il
sangue di nessuno, né dei poliziotti né il nostro. Reagiamo semplicemente e
coerentemente alla devastazione che ci viene imposta. Lo diciamo da ormai tre
decenni: il nostro territorio è saturo. Siamo attraversati da un’autostrada
estremamente impattante (e cara!), due statali e una linea ferroviaria dove il
Tgv e il Frecciarossa passano diverse volte al giorno, andata e ritorno, da
Torino a Lione (anzi meglio, da Milano a Parigi). La comunità valsusina vuole
solo una cosa: vivere tranquilla e in pace in una terra sana.
Dall’altra parte, chi abbiamo? Una cricca affaristica trasversale, il partito
della calce e delle mazzette che sta già preparando un nuovo tracciato sotto la
collina morenica tra Avigliana, Rivoli e Rivalta. L’ennesimo consumo di suolo e
promessa di futuro dissesto idrico. Contro tutto questo, per una politica del
territorio che sia accorta e attenta ai bisogni dei suoi abitanti, come già
annunciato al Festival Alta Felicità, ci prepariamo a una nuova marcia, il 3
ottobre prossimo, fra Sant’Ambrogio e Avigliana. Che scendano pure in piazza le
madamine di turno, noi quest’opera non la vogliamo.
C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre.
Movimento No Tav
Il GIP di Torino ha confermato oggi la custodia cautelare in carcere per i due
giovani cittadini tedeschi arrestati in relazione alla grande giornata di lotta
di sabato 25 luglio in Val di Susa. La Procura aveva richiesto il carcere
contestando i reati di devastazione, lesioni aggravata ad agente di pubblica
sicurezza e resistenza a pubblico ufficiale sulla base della cosiddetta
flagranza differita, ricostruzione fondata, da quanto si apprende dai giornali,
principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine.
Tra le contestazioni mosse ai due giovani figura anche la nuova aggravante di
lesioni aggravate nei confronti di appartenenti alle forze di polizia,
introdotta con il recente Decreto Sicurezza. Un’ulteriore estensione
dell’arsenale repressivo che accompagna il progressivo irrigidimento della
legislazione nei confronti dei movimenti sociali e delle manifestazioni di
protesta.
Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione
popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e
devastante della Torino-Lione.
Migliaia di persone sono state fotografate e riprese non solo durante il corteo,
ma anche nei momenti precedenti e successivi, lungo le vie di accesso, nei
parcheggi e nei pressi del festival. Non si è trattato di controlli individuali
o di identificazioni formalizzate, ma di una raccolta sistematica di immagini
che ha interessato indiscriminatamente migliaia di partecipanti. Un modello di
sorveglianza che trasforma la partecipazione a una manifestazione politica in
un’occasione di acquisizione massiva di dati personali, con evidenti
interrogativi sul rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e tutela
delle libertà costituzionali.
Ancora una volta la risposta dello Stato alla contestazione sociale passa
attraverso gli strumenti più duri del diritto penale: arresti differiti,
imputazioni pesantissime e custodia cautelare.
Da oltre trent’anni il movimento No Tav conosce bene questo copione. Ogni
stagione di mobilitazione è stata accompagnata da campagne repressive che hanno
tentato di isolare chi partecipa alla lotta, trasformando il conflitto politico
in una questione di ordine pubblico. Negli anni si sono susseguite accuse di
terrorismo, associazione a delinquere, devastazione e altre contestazioni
eccezionali, molte delle quali si sono poi ridimensionate o sono cadute nei
successivi gradi di giudizio.
I due giovani tedeschi non devono essere lasciati soli. La solidarietà, dentro e
fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza
collettiva.
Per questo continueremo a seguire gli sviluppi della vicenda e a sostenere i due
arrestati.
Martedì 28 Luglio 2026 – Overjoy 286
Come sempre musiche sentite col cuore e la testa, oltre che con le orecchie, Si
inizia con una delle tracce dell’anno Crush Down Fascism, doverose selezioni
tributo a Fantan Mojah e RZee Jackson, e tra le varie altre la sensazionale
prerelease del nuovo riddim da Nah Lef Ya Muzik,
Martedì 21 Lugio 2026 – Overjoy 285
E’ andato in onda un mix rub a dub di Jah Lion Sound System ascoltabile a questo
link
https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/04/JahLion-Selezione-Rub-A-Dub_81.mp3
Time a di master!
Riflessione sull’ipocrisia del senso di colpa borghese e la sua rimozione
collettiva
Quello che dell’ultimo film di Radu Jude (Kontinental’25) ci ha spinti a
ritornare brevemente dalle vacanze in cui “Delicatessen” era già sprofondato per
parlarne ai microfoni di Radio Blackout sono due elementi dipendenti tra loro:
il linguaggio usato, che si può ricondurre a un’evoluzione dell’insegnamento
della Nouvelle Vague, e l’originale modalità con cui vengono proposti i molti
registri che compongono il testo filmico.
Infinite sono le sfaccettature di cui si compone il film, senza essere un
trattato sul razzismo, o sulla speculazione edilizia nella capitale della
Transilvania romena, Ma il corpus del regista suggerisce di azzardare una
lettura dell’intento espressivo principale in una rimeditazione critica delle
situazioni più imbarazzanti della storia romena, visti i precedenti film intrisi
di precisa e inchiodante polemica antirazzista collocati in epoche diverse, fino
ad arrivare a Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii (Non aspettarti troppo
dalla fine del mondo), ma già in precedenza toccando gli attriti tra ungheresi e
romeni: non a caso la città in cui si dipana Kontinental’25 è Cluj, città che è
stata oggetto di transito e occupazione fin dai Romani (sassoni, ungheresi,
ebrei, armeni…) e quindi emblematica dell’ipocrisia piccolo borghese sia nei
confronti di gruppi e comunità differenti dalla maggioranza, sia nei confronti
di senzatetto, fragili, diversi, sempre sul limite di convertirsi in fascismo di
squadracce o sceriffi (come in Italia); nella realtà romena siamo ancora
all’indifferenza del politicamente corretto; al più alla messa in scena di un
pentimento tardivo, sentendo una qualche responsabilità, ma senza castigo da
scontare e alla ricerca di un’assoluzione elargita senza problemi da tutti.
La visione della città è punteggiata da cartoline di monumenti (statue di Mattia
Corvino, Sigismondo di Lussemburgo… parchi popolati da dinosauri – metafora
dell’Europa? – casermoni periferici, monumenti alla gentrificazione, causa prima
della tragedia da cui si dipana il plot), che scandiscono le sequenze,
alternando momenti drammatici a situazioni grottesche e surreali in ciascuno dei
siparietti abitati dai singoli personaggi che si alternano a confortare Orsolya,
l’ufficiale giudiziario responsabile del suicidio per sgombero di Glanetasu, il
clochard rifugiatosi in uno scantinato di un palazzo in disuso, il cui gesto
estremo di impiccarsi rimane rigorosamente fuori quadro in omaggio al principio
di Bazin per cui amore e morte sono obscene.
Il film affronta temi complessi come la crisi abitativa, l’economia
postsocialista, il nazionalismo e il ruolo del linguaggio nel definire le
gerarchie sociali, mantenendo un basso continuo di commento grottesco che esalta
la ferocia. Ma non nei primi minuti che si dipanano con macchina a mano (il
telefonino) che segue Gianetasu nei suoi vagabondaggi per la città, rovistando
trasparente al mondo dei garantiti, come fosse un documentario. Un linguaggio
politico che in seguito trova la stessa espressione neorealista nella scelta di
taglio delle inquadrature godardiane dei dialoghi esilaranti, inserite nel
contesto cittadino e quindi attraversate da infinite altre storie accennate.
La pelosità della finzione di umanità non ha tempo
Altro tratto ricorrente del regista romeno è il pungente sarcasmo antiborghese
di matrice brechtiana che percorre la sua filmografia, qui espresso attraverso
il grottesco al limite del nonsenso di scambi che propongono sovvenzioni di ong
indiscriminatamente per rabbonire la coscienza, racconti bislacchi interpretati
da improbabili monaci zen, esegesi strampalatamente biblica del pope, a
sottolineare la provenienza cristiana del concetto ipocrita di pentimento: le
assurde risposte di una società incapace di umanità e attenta solo a
salvaguardare il proprio benessere. Il tutto ripreso utilizzando inquadrature
prese di peso dalla Nouvelle Vague, dimostrando ancora una volta che il medium è
il messaggio, perché in questo caso la macchina da presa è un i-phone15, duttile
per restituire una “realtà” prefabbricata senza troppi interventi, come in
Scarred Hearts invece Radu Jude aveva adottato il b/n e il formato 1:33/1
(tipico del muto), a dimostrazione che il sistema di ripresa e il taglio sono
“culturalmente” scelti per aggiungere un’informazione critica del metodo di
ripresa funzionale al plot, ma anche del giudizio sull’umanità descritta.
La raffinatezza di Radu Jude non si ferma al di qua del set, ma anche
nell’inquadratura vengono sparsi elementi semantici che servono ad aggiungere
indizi per i più smaliziati: il manifesto di Europa51 per esempio, collocato in
bella evidenza nel bar dell’incontro con l’allievo di quando era insegnante e
ora rider (e toy boy occasionale della protagonista con famiglia in vacanza),
permette di riconsiderare le dinamiche di questo film e di quel “Kontinental”
rosselliniano paragonato a questa Europa’25 allargata ai paesi postsovietici. E
la somiglianza è terrificante: una terra di nessuno rivendicata meschinamente su
base etnica da tutti.
SUL CAMPEGGIO DI LOTTA DI QUESTO FINE SETTIMANA
Dal Campeggio della Piana di Susa e dal Presidio di San Giuliano
Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende
torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e
discussioni collettive.
In un momento come questo, dopo l’importante giornata di lotta del 25 luglio, in
una settimana in cui il mondo della politica e dell’opinionismo alza gli scudi a
difesa del TAV e dei militari che la difendono, stiamo assistendo a uno
spettacolo per quanto eccezionale, estremamente chiaro e normale. Una giornata
di lotta da un lato, un tentativo di delegittimazione di chi resiste dall’altro.
Questo è quello che accade da 30 anni in val di Susa, e non solo. Questo è
quello che accade ogni qual volta il monopolio della violenza dello Stato viene,
per un pomeriggio o un’intera nottata, messo in discussione.
Non crediamo che in momenti come questi, siamo noi a dover aver paura…ma neanche
pensiamo che un fatto vale l’altro. Un giusto equilibrio pensiamo sia importante
da mantenere per guardare con coraggio e lucidità alle prossime settimane. Per
tenere il punto.
Vogliamo affrontare il campeggio di questo fine settimana come una delle tante
iniziative di lotta che possiamo portare avanti, ma sappiamo che nulla è
semplice, ma neanche impossibile.
Facciamo appello alla solidarietà e invitiamo a tenere alta l’attenzione sulle
prossime giornate.
Giovedi 30, dalle 10 di mattina, invitiamo tutte e tutti a supportare il
montaggio del campeggio nel presidio di Traduerivi.
Non lasciamo nessunx solo di fronte la vigliaccheria dello Stato, chi devasta
sono gli operai di Telt e la polizia.
Con il pensiero rivolto ai due compagni tedeschi nel carcere delle Vallette,
fermati dopo la manifestazione del 25 luglio, diamo inizio alla settimana di
lotta nella Piana di Susa.
Con Rita Rapisardi, giornalista freelance e collaboratrice del Manifesto,
affrontiamo il tema della repressione. Dal DDL “anti – maranza”, approvato dal
governo Meloni in data venerdì 24 Luglio, al crimine di antisemitismo fino al
reato di blocco stradale, si conferma il ribaltamento dell’esercizi penale
dell’individuare un nemico e poi ritagliarci un reato sopra, costruito ad hoc.
L’obbiettivo è chiaro: tagliare le gambe al movimento sociale e frammentare
ulteriormente le fasce su base di classe e razziale. In questo senso il DDL “
anti-maranza” indica la volontà di alimentare paura e insicurezza tramite la
guerra ai giovani e alle persone con background migratorio.
Il tentativo non è nuovo e si rifà ai principi del dividi et impera con cui la
repressione si è abbattuta sul movimento in solidarietà alla palestina.
Tramite il caso simbolo della Torino capitale della repressione tracciamo col il
governo si avvale della costruzione del nemico pubblico di segmenti specifici
della società dai maranza, agli ecovandali, dalle persone senza documenti fino
anche agli ultrà per applicare un sempre più impunito stato di polizia, lo
stesso che in queste settimane ha ucciso Abderrahim Fakir e che ha applicato lo
scudo penale per i poliziotti colpevoli dell’omicidio.
Nel direzionamento sempre più esplicito della stampa sull’opinione pubblica,
come lavorare da giornalista a non alimentare la frattura sociale alimentata dal
governo?
di Marco Sommariva* La testimonianza raccolta da John G. Neihardt è molto più
dell’autobiografia di un capo spirituale Lakota: è una denuncia del
colonialismo, dell’avidità dell’uomo bianco e di un …
(disegno di vinylico)
“C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere
soddisfatti
e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale
da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e
sostanzialmente a una logica di mercato.
I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile,
anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”.
(Stefano Rodotà)
La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha
avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli
S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro
tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha
riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla
gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua.
Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della
politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a
realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la
natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una
logica di democrazia partecipativa.
L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011.
Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il
comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda
Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una
società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica
al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura
che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote,
azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi
sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e
un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo
tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per
revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai
privati.
Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere
aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale,
aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda
speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere
soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo),
perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione,
l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto
politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della
fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e
l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il
servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile
mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa
ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo
comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la
scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la
quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della
concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda
speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul
punto anche Gaetano Azzariti).
La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori
trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma
verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La
differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale
sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per
produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde,
questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere
(basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio
S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in
economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma
questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro
le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende
speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che
ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di
recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali,
come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della
Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano.
Una volta chiarito questo, cade la maschera.
La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio
come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un
comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro
la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo
democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare,
sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo,
sull’apertura futura al capitale privato.
Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che
si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La
privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta
comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della
contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo
stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della
metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio
erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà
non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può
benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei
piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC
non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città.
La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione.
Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica
(anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge
sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si
è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla
cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle
grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere
d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il
privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione
concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se
la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale
interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la
privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato.
La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto
pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento
delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso
processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i
movimenti territoriali si stanno opponendo.
La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda
speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una
struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace
di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote,
del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta
coerente con il referendum del 2011.
A questo punto gli scenari sono tre.
Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24
luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in
S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo
comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce.
Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga
dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un
gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica
in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni
di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata,
assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e
della Regione.
Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a
sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a
riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le
mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che
tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori,
contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e
rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande
adduzione.
È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche
del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che
andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance,
investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi
sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana
di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che
l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha
capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le
operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico,
servizio, lavoratori e comunità.
Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad
altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti,
i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di
rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela
tuozzo)
Con una compagna appena tornata da una carovana in Cisgiordania della realtà
Fa3za. Nonostante il silenzio dei media mainstream, nell’Asia occidentale
continua la distruzione perpetrata su più fronti dall’entità sionista, in
particolare si intensificano le azioni dei coloni ai danni della popolazione
palestinese in Cisgiordania. La solidarietà internazionale è necessario che si
faccia presenza nel territorio, per essere argine ai crimini coloniali e
continuare a testimoniare, come anche richiesto dalle persone palestinesi.
Ad ottobre partirà una nuova raccoltà delle Olive, momento di festa per il
popolo palestinese, ma anche opportunità di escalation da parte dei coloni, in
più avvicinandosi le elezioni in Israele, le azioni nella Cisgiordania occupata
saranno al centro della campagna elettorale e un campo di battaglia importante,
ancora una volta sulla pelle delle palestinesi.
Grazie alla testimonianza e all’esperienza delle precedenti carovane, possiamo
capire come questa situazione si cali nel quotidiano e quale sia lo stato
dell’arte. Si rilanciano carovane future in partenza dall’Italia con Fa3za, per
ribadire la nostra solidarietà e presenza affianco alla resistenza palestinese.
Riceviamo e diffondiamo
Mentre due giovani tedeschi restano in carcere per gli scontri al cantiere Tav,
il governo prepara una norma che trasformerebbe la partecipazione coordinata a
una protesta in un reato associativo. …
(disegno di otarebill)
L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del
complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi,
costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e
occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli
otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika.
Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika
Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande
comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia.
La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è
stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per
l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di
volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della
comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno
sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra
compagna, Suzon Doppagne.
Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame
versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata
pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche
settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di
Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente
ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione
e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras
Avenue.
Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una
comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle
difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.
Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che
un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia
abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più
tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente
al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli
ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla
polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione
immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le
forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere
della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non
esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo
modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo.
Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la
città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo
di un processo locale, coinvolge altri paesi.
Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo”
e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a
Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in
cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo
tardi?
Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid
nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità
di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche
comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto
da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e
fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi,
possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa
determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida,
possiamo farcela ovunque.
Esistono altre comunità simili a questa?
Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo
costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo
difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria
ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo
luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una
prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo
dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di
organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la
consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione
di sopravvivenza.
Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica?
Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla
consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e
che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una
comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro
comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva
della comunità.
Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la
comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del
fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di
compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e
ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni,
connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono
espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come
noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate.
A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete
già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima
volta?
Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme
al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per
l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda
solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni
milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la
minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra
portata rispetto a quelle precedenti.
Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella
propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non
vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo
parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che
portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme,
gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non
possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere
vuoto e abbandonato.
Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun
esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di
alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa
del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma,
vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà
ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla
realtà.
Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta
contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge
alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo
sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone
che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di
detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie
croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati
o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle
persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende
anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di
difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando
insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di
renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze,
tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del
contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro,
è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche
lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci
stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza
in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in
contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo
stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti
piani diversi.
Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?
Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa
battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli
attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per
ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno
farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una
resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato
in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il
periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo
chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a
venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità.
Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di
solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità
su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in
ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un
modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)