Un week-end di lotte contro i data-center
Viste le due mobilitazioni che si svolgeranno domani e dopodomani, abbiamo dedicato la puntata di oggi ai data-center. In particolare a quello di Rho e a quello di Lucento. https://nodatacenterlucento.espivblogs.net https://effimera.org/materiali-seminario-ia-02-lotte-contro-i-data-center-tra-ecologia-politica-e-riappropriazione-della-ricchezza-di-centro-sociale-sos-fornace Buon ascolto. Aggiungiamo le scelte musicali: 01 – Ian Sweeet – If Youre Crying 02 – Dexys Midnight Runners – Burn It Down 03 – The Amps (Kim Deal)- Tipp City 04 – Butthole Surfers – The Wooden Song 05 – Fugazi – The Word 06 – Buzzcoks – I Can’t Control Myself 07 – Therapy – Screamager 08 – The Jukeez – Wildest Cat In Town 09 – Laurel Canyon – A Man About Town 10 – Black Lips – Mad Dog 11 – Butthole Surfers – Rocky 12 – Oh Sees – Jettisoned
data center
metix flow
lucento
no data center
rho
La democrazia punitiva
Stato penale, mutazione antropolgica e consenso reazionario – Italo di Sabato – Momo Edizioni Collana xXx, 2026, pp.176- Euro 16 Il saggio di Italo Di Sabato La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione …
Produzioni
trigger point 1-10-26
TRACKLIST terksol – Backstepper big flowers – the forest dies with its metronome damos room – the husbands are waiting one must forget – light without me Труп Колдуна – all in vain november novelet – the root of you fear angel’s corpse – apolitotita grmmsk – madness signal_black – chronic simon grab – trapped collector – halm lock big flowers – i love nature nothing has changed – hissin guilt del mord – third secrert (legendary pink dot) Труп Колдуна – the fog kingdom anglalik – stoft of the wand and the moon – watch the skyline catch fire
folk
obscure
industrial
metal
dark ambient
Il sovraffollamento e il rinvenimento di microspie nelle celle fanno scoppiare la rivolta nel carcere Don Bosco di Pisa
Nella notte tra mercoledì 29 e giovedì 30 settembre è scoppiata una rivolta nel carcere Don Bosco di Pisa. Dopo un allontanamento dei detenuti dalle celle da parte delle guardie penitenziarie, al momento del rientro questi hanno rinvenuto diverse microspie nelle camere. Il ritrovamento è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, di fronte ad una situazione già insostenibile a causa del sovraffollamento e della fatiscenza della struttura penitenziaria. I detenuti hanno denunciato tramite una live su TikTok le condizioni di detenzione e l’intento della direzione di spiarli, mentre la rabbia ha condotto un’intero padiglione del carcere ad essere preso, barricato e tenuto per diverse ore. La direzione del carcere e la prefettura sono intervenuti facendo affluire rinforzi da Roma, in particolare i “battaglioni d’assalto” delle guardie carcerarie e una squadra di negoziatori del Ministero. Nel corso della notte la rivolta è stata sedata, e sono già in corso le prime rappresaglie da parte della direzione con il trasferimento punitivo di alcuni detenuti in altre carceri e l'”arresto” di alcuni altri considerati alla guida della rivolta. Nella serata di giovedì un grosso presidio di famigliari, amici e compagnx si è ritrovato davanti alle mura del Don Bosco per dimostrare che la voce e le rivendicazioni dei detenuti sono in grado di superare le mura e far sentire la propria solidarietà e la propria vicinanza a chi lotta all’interno delle carceri. Un aggiornamento con Giacomo del media Riscatto di Pisa, che ha pubblicato una cronaca della notte di rivolta.
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In Europa continua la criminalizzazione dell’antifascismo militante. Sentenze di appello per Maja e Gabriele, sì all’estradizione di Gino
Lo scorso 29 settembre sono arrivate sia la sentenza d’appello ungheresi per Maja e Gabriele che la decisione della corte francese riguardo all’estradizione di Gino. I processi riguardano le azioni antifasciste di Budapest del 2023, organizzate contro la Giornata dell’Onore. Dall’inizio questa vicenda giudiziaria è la vendetta di uno Stato che sostiene politicamente i neonazisti e perseguita chi si è opposto alla loro sfilata. Maja, consegnata all’Ungheria dalla Germania con un’estradizione lampo, è stata condannata in via definitiva a 7 anni. Gabriele, in contumacia, a 6. Nel caso di Gino, la Francia ha dato parere positivo alla sua estradizione alla Germania (dove è ricercato per i fatti di Budapest) accettando l’eventualità di una sua successiva estradizione in Ungheria. In Germania, dove da anni una campagna repressiva punta a disarticolare le componenti più determinate del movimento, i compagni e le compagne arrestati/e attendono ora i loro processi. Le sentenze dimostrano invece quanto sia estesa, in Europa, la decisione di restringere spazi di manovra e di legittimità all’antifascismo militante. Il mandato d’arresto europeo e la cooperazione tra le polizie del continente si confermano una macchina efficiente per inseguire chi si oppone ai fascisti oltre ogni confine, mentre la galassia neonazista continua a sfilare indisturbata. Ne abbiamo parlato con Lukas B., avvocato di unx compagnx attualmente a processo in Germania per i fatti di Budapest. L’intervista è bi-lingue (tedesco con traduzione a seguire).
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Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. --------------------------------------------------------------------------------
buitre
Huelga
maricarmen
puerta de sol
E’ la bolla: quanta energia nelle mani dei padroni
Stiamo entrando mani e piedi in un sistema di capitalismo finanziario in cui l’energia è la principale merce di scambio. Merce immateriale ma profondamente terrena: senza energia non c’è vita, l’energia è il motore per curarci, per mangiare, per scaldarci. Terrena come le miniere di uranio per produrre energia atomica, terrena come ettari di suolo che ospitano palazzi di server, terrena come scatole di metallo che se colpite da missili o droni possono fare saltare in aria centinaia di petabyte. Quel che salta in aria non è una fabbrica di armi o una ferrovia ma è il contenitore dentro il quale non vi è più alcun confine tra militare e civile.  L’Italia è un teatrino grottesco. Il governo Meloni dall’inizio del suo mandato è passato dai proclami sull’hub del Mediterraneo per il gas e al Piano Mattei per poi voler dare seguito agli ultimi colpi di coda del Green New Deal europeo, per poi passare a encomiare la necessità delle trivellazioni di greggio – praticamente inesistente nella penisola – fino ad arrivare alla grande truffa del nucleare come soluzione finale.  Il Ministro della Sicurezza energetica ha dunque ottenuto il consenso per il disegno di legge sul ritorno all’atomo. Questo disegno di legge delega dovrà essere sostanziato dai decreti legislativi di attuazione ma intanto traccia delle cosiddette “linee guida”, fumose e insensate, che possono essere riassunte così: si parla di nuovi “small modular reactor” senza parlare di deposito per le scorie passate né di decommissioning delle vecchie centrali; si parla di nucleare sostenibile senza parlare di salute degli abitanti dei territori contaminati né dei costi ambientali ed economici, oltre che di sicurezza. Se in questa fase di sicurezza si parla quotidianamente nei termini della necessità di “difendersi” da presunti attacchi russi alle nostre latitudini, non si fa alcun cenno alla sicurezza italiana in uno scenario in cui il territorio dovrebbe venire costellato da piccoli reattori. Piccoli reattori che saranno pronti non prima dei prossimi quindici anni e che aumenteranno la militarizzazione diffusa su tutto il territorio. Si parla di nuove centrali senza parlare dei costi enormi che prevedono ma quel che non si dice è che il budget previsto da questo disegno di legge è ridicolo a fronte dei costi previsti per un’operazione di questo tipo.  Si parla però di nucleare per un motivo molto semplice: non è sicuramente quello ecologico e nemmeno perché abbiamo bisogno di energia. Ci sono dei limiti oggettivi che si fa finta di non vedere: la rete elettrica nazionale è vetusta e incompatibile a livello tecnico con un’iniezione di energia equivalente a quella che un reattore nucleare potrebbe immettere. Non si tiene minimamente conto del fatto che questa estate le temperature elevate hanno fatto sì che le centrali venissero spente in Francia e in altri paesi europei. Non si tiene conto dei limiti strutturalmente impossibili da superare rispetto alla fusione. La fusione nucleare, tanto propagandata come sola opzione per la fuoriuscita dal fossile, non esiste se non in laboratorio e non esisterà nella vita quotidiana a causa di un bilancio energetico sconveniente: nel processo di fusione si spende troppa energia rispetto a quanta se ne potrebbe guadagnare. Ma tutto questo evidentemente è fin troppo banale. Il motivo per cui si parla di nucleare è che insieme alle rinnovabili – o meglio, senza il nucleare non potremmo produrre tramite rinnovabili, quindi il nucleare è fondamentale per le rinnovabili – dovrà garantire energia a sufficienza per alimentare a spron battuto data center per l’intelligenza artificiale e per il piano di riarmo.  Questo piano si basa su una proiezione nel futuro e non sulle necessità e possibilità del presente: è l’esempio del processo di finanziarizzazione della questione energetica e, dunque, delle nostre vite. Ciò che è molto reale è la riabilitazione nel dibattito pubblico di un’energia padrona come orizzonte al quale tendere, senza fare i conti con i tempi lunghissimi previsti e con lo scoglio di due referendum che, nonostante tutto, non possono essere sorpassati. Il disegno di legge apre così un ulteriore terreno di speculazione e profitto su qualcosa che ancora non c’è e chissà quando (e se) ci sarà. E’ in grande lo stesso meccanismo che vediamo all’opera da trent’anni in Val Susa: il treno non si farà, il tunnel non esisterà mai, ma intanto i piloni e il cemento oltre a distruggere un territorio producono minuto dopo minuto possibilità di profitto. Il nuovo nucleare probabilmente non esisterà mai ma intanto si mettano i piloni per aprire nuove società (vedasi Nuclitalia) in affari con aziende belliche come Leonardo per dare da mangiare all’apparato di manager che governano il nostro Paese e fare gli interessi di Confindustria; intanto si mettano i piloni per costruire mega centrali di dati che chissà come faranno a rimanere in vita vista la domanda energetica che esprimono; intanto svendiamo intere porzioni di territorio alle Big Tech americane e ai fondi di investimento come Blackrock che nelle città allungano i loro tentacoli dietro ai colossi immobiliari, tra i maggiori promotori di questi progetti; intanto si dia campo libero ai grandi capitali energetici di gestire in maniera totalmente proprietaria fonti, filiera e prodotto finale.  In questo processo si inseriscono due ulteriori fattori: da un lato, la delega in bianco da parte del governo ad aziende monopolistiche private come ENI di gestire al suo posto il caro benzina sponsorizzando la questione come una prova di forza da parte del governo di essere ancora in grado di piegare le scelte di grandi società come ENI. Evidentemente una falsità, così come una falsità è il “sacrificio per il bene pubblico” del cane a sei zampe che con i profitti fatti negli ultimi tre anni sarebbe in capacità di sanare il debito italiano e invece diventa, in questo teatro dell’assurdo, il benefattore che soddisfa i consumatori agganciandoli alle proprie pompe di benzina. Questo implica non solo rientrare sullo sconto fatto, grazie all’aumento delle vendite, ma probabilmente anche guadagnare, perlomeno in termini di investimento di immagine e, dunque, investendo sul futuro, sul profitto che ci sarà.  Dall’altro lato, la corsa all’intelligenza artificiale sta trasformando i meccanismi finanziari a livello strutturale dei colossi dell’energia, come dice Volpi, “un tempo caratterizzati da sterminati giacimenti di liquidità netta, in strutture ad alta intensità di capitale fortemente esposte all’indebitamento obbligazionario”. Esiste al momento un debito societario accumulato di oltre 400 miliardi relativo ai colossi tecnologici dell’infrastruttura cloud. Il cuore dell’assorbimento di queste risorse risiede nella costruzione di data center a causa dei costi iperbolici di costruzione e di fornitura di hardware, si parla di 15-25 miliardi di dollari a trimestre per singola azienda, sostiene Volpi. Questo significa un esborso prima che i server entrino in funzione il che si aggiunge all’elevato ritmo di obsolescenza dei server che impone alle società di ricorrere a nuovi server prima di essere rientrate dagli investimenti precedenti. Questo, conclude Volpi, espone il settore a contrazione di liquidità e dunque a incertezza e al possibile scoppio di una bolla che investirà di conseguenza tutti i settori.  Il tema è che oggi i profitti della banche e delle grandi società energetiche arrivano a livelli altissimi proprio perché non dipendono soltanto dal loro ciclo produttivo ma sono influenzati da eventi legati alla fase storica e, dunque, alla guerra. I profitti dipendono dalle dichiarazioni di Trump, dagli investimenti di Musk o della cricca di Epstein, dai data center colpiti in Medio Oriente, dal controllo sullo Stretto di Hormuz, dalle difese europee che gridano al lupo per gli attacchi russi. Non è solo che i soliti noti ci guadagnano dalla catastrofe è anche che l’immateriale assume valore materiale e quando la bolla scoppierà farà più male di una bomba.  Energia padrona. Significa che la questione non è tecnica ma politica perché il nucleare per antonomasia non può che stare nelle mani dei padroni. Se negli anni 70 la critica al nucleare veniva fatta non tanto a partire da un presupposto ecologista quanto più perché l’energia nucleare in quanto tale rende più semplice una “gestione anti-operaia della crisi1”, anche oggi occorre guardare al dato materiale e porsi i problemi giusti. Stando all’interno del modo di produzione capitalistico non potrà essere il soluzionismo tecnologico a risolvere i nostri problemi, perché finché non ci sarà controllo del processo di estrazione, produzione e organizzazione del consumo energetico non ci sarà possibilità di contro-potere. In tal senso, l’energia nucleare per la sua specifica potenza olocaustica sposta in maniera drastica, rendendola remota, la possibilità di contendere il potere in un processo rivoluzionario. La delega pressoché totale all’ambito dei tecnici per quanto riguarda un’energia come questa è rappresentativa di un rapporto di dominio che difficilmente può ribaltarsi in favore della classe. La domanda da porsi oggi quindi non è solo come allontanare il rischio di un passaggio di questo tipo, ma anche impedire i processi di estrazione di valore che avvengono sin dalle fasi che precedono l’installazione effettiva di determinate opere energetiche considerate strategiche e che ne preparano insidiosamente il terreno.   1.  Amsg, Csez, anni 70 post 2000, Comitato Politico Enel, Crisi dell’energia e ristrutturazione, gennaio 1975, citato in L’energia padrona, percorsi di autonomia contro l’atomo di Eugenio Tradardi, Zapruder 58.  ↩︎