Dagli Stati Uniti all’Europa, l’antiterrorismo si allarga fino a colpire
antifascisti, movimenti, solidarietà palestinese e infrastrutture indipendenti.
C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione
dell’amministrazione statunitense …
Riceviamo e diffondiamo
APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 3 settembre 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix)
in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia,
l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul
piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su
questo dibattito. E’ interessante la critica che il compagno ebreo decoloniale
per la Palestina rivolge alla sinistra – istituzionale e non – individuando
nella rigidità ideologica uno dei limiti nell’andare nella direzione di un
movimento di massa contro la guerra e l’imperialismo.
Daniel è un attivista sindacale e insegnante di liceo nei quartieri popolari
nella periferia di Parigi. In quanto ebreo, è anche attivista dell’Union Juive
Française Pour La Paix (UJFP). Da tempo si occupa della questione palestinese e
della lotta contro il sionismo nell’ambito delle attività sindacali e dei
movimenti sociali. In questa intervista analizza il fenomeno dell’imperialismo e
del riarmo europeo che si sta delineando sempre più chiaramente sia in Europa
che al di fuori di essa. L’intervista è stata svolta a giugno 2026.
Buona lettura!
Mi chiamo Daniel, sono insegnante in periferia di Parigi. Faccio parte
dell’Union Juive Française Pour la Paix, che lotta contro il razzismo e contro
il colonialismo, per i diritti dei Palestinesi e sono sindacalista nel mio
istituto scolastico e con gli insegnanti e il personale della scuola ho
partecipato ai movimenti degli ultimi anni come i Gilet Gialli o Bloquons Tout
ma anche agli scioperi dei lavoratori.
Come si possono interpretare i legami che diventano sempre più evidenti tra il
sionismo e i discorsi politici di destra in Europa, il razzismo, l’islamofobia e
l’imperialismo? Oggi c’è stata una rottura con il 7 ottobre e soprattutto dal
genocidio massiccio dei Palestinesi ma diciamo che questo si inserisce in una
continuità.
Prima di tutto, l’Europa ha sostenuto la creazione di Israele e l’espulsione dei
Palestinesi fin dall’inizio, presentando ciò come un processo di
autodeterminazione nazionale. Quindi c’è stato un rovesciamento dei valori e si
è data la solidarietà a un progetto coloniale.
Questo è stato un atteggiamento permanente da parte delle grandi potenze
imperialiste, che si trattasse dell’Europa, della Gran Bretagna, della Francia,
della Germania, degli Stati Uniti, dell’URSS. Questo, all’inizio. Poi c’è stato
un momento in cui hanno preteso di chiedere agli israeliani di fare degli
accordi. Accordi che sono sempre stati ingiusti e sfavorevoli nei confronti dei
Palestinesi oltre ad essere stato presentato come colpa dei Palestinesi da parte
di Israele. Si parla di Nakba permanente, con una grande espulsione nel 1948,
una grande espulsione nel 1967, e ora, molti morti da tre anni. Casa per casa,
espulsione per espulsione, in modo permanente. Oggi vediamo un’accelerazione e
un’ideologia che viene da Israele, che si presenta come la punta avanzata della
civiltà occidentale in difesa di quella che viene considerata un’opposizione
musulmana, che riproduce una guerra di civiltà, permeata di islamofobia, di
autoritarismo e che trasgredisce tutte le norme di diritto comunemente accettate
fino a questo momento.
Quindi ciò che vediamo in Israele risuona con ciò che accade in generale in
Occidente, ossia il bisogno delle classi dominanti di entrare in una
competizione esasperata che risponde a una sorta di crisi nell’accumulazione del
profitto, il che aumenta lo sfruttamento. Per andare in questa direzione ci sono
forse due vie, una via che conserva i diritti democratici e un’altra via,
puramente di estrema destra fascista, che vuole affrancarsi dalle norme, e che
quindi è arrivata al potere con Haider, Orbán, Meloni, Trump — beh, non in
Europa ma… Quindi questa estrema destra si ispira a Israele, ma in realtà tutte
le borghesie si muovono nella stessa direzione e quindi considerano la
solidarietà con lo Stato d’Israele come qualcosa di essenziale. Quindi è vero
che, vista questa radicalizzazione di Israele, ciò provoca una radicalizzazione
delle classi dominanti occidentali.
Dunque, nel rapporto di dominazione e nella repressione altrettanto duratura
rispetto alle colonie, nel rapporto coloniale con altri paesi o con le
popolazioni provenienti dalle colonie che abitano le metropoli, c’è sempre stato
un razzismo, una stigmatizzazione, un doppio standard nel trattamento. Ma ora,
con la solidarietà alla Palestina, ci sono stati regolarmente tentativi di
vietare queste manifestazioni di solidarietà, tentativi sempre più radicali, di
delegittimare la solidarietà qualificandola come antisemita, per esempio. Ora
anche con leggi in corso in Germania, ci sono tentativi come la legge Yadan in
Francia, che siamo riusciti a far fallire tre mesi fa ma che verrà ripresentata
tra qualche settimana.
Quindi ecco, c’è una vera solidarietà nel radicalizzare le popolazioni su una
frattura culturale, razzista, coloniale, piuttosto che indebolire le lotte
sociali e l’idea di un’opposizione di classe.
Per quanto riguarda la Francia farei un focus su islamofobia. Va collocato
precisamente nel 1989 il momento in cui il Partito Socialista ha iniziato ad
attaccare i musulmani, anche già nel 1984 ma si trattava di scioperi nel 1984.
Nel 1989 invece, l’attacco è avvenuto contro le scuole e al tema del velo. Ma
c’è stata chiaramente un’accelerazione dell’islamofobia dal 2001 e anche una
mutazione dell’estrema destra che non è necessariamente legata a Israele.
L’estrema destra francese, quella che conosco meglio, tradizionalmente era
basata più su un razzismo legato all’aspetto, avendo come obiettivo ad esempio
gli arabi o i neri.
L’odio contro l’islam, anche se si appoggia su una vecchia tradizione, è stato
veramente riattivato in modo intenso, direi, dal 2001. E quindi c’è stata
un’accelerazione dell’islamofobia negli ultimi tempi, con una grande quantità di
occasioni per le classi dominanti francesi di prendere di mira i musulmani e le
musulmane classificandoli come i nuovi pericoli, come minacce prioritarie. Ed
ecco, quindi in questo, il legame con Israele è comunque importante, nel senso
che si parla, per esempio, di civiltà giudaico-cristiana.
In un quadro in cui l’Europa era in realtà piuttosto antisemita, dopo la
creazione di Israele è stato volutamente posto l’accento sul fatto che gli ebrei
e i cristiani avessero punti in comune in contrapposizione con i musulmani.
Quindi concretamente, negli ultimi tempi, questa lotta ideologica è diventata
molto efficace in Francia, con media e casi giudiziari in cui si sono tentati
omicidi, persone non difese, per cercare di far esistere questa frattura
riguardo all’islamofobia. Direi però che comunque in Francia c’è una buona
resistenza.
Riguardo alla recrudescenza dell’antisemitismo, diversi Stati strumentalizzano
la definizione stessa di antisemitismo come possiamo affrontare questo?
E’ chiaro che l’antisemitismo è una vecchia tradizione europea e che si è
anch’essa evoluta a partire dal momento in cui hanno incoraggiato la creazione
di uno Stato d’Israele definito come Stato ebraico. Dopo la Seconda Guerra
Mondiale è stato anche definito relativamente a una sorta di riparazione
rispetto al crimine europeo, ovviamente a spese dei Palestinesi che non avevano
fatto nulla in merito.
Quindi questo ha cambiato le carte in tavola. Già il riconoscere che questo
Stato sia rappresentativo degli interessi di tutti gli ebrei del mondo è
qualcosa che è relativamente accettato in Francia almeno, e in Europa in
generale. E quindi, dato che ora c’è uno Stato che parla a suo nome e che
commette molti crimini, ci dà ulteriori ragioni per avere un problema con
questo.
La confusione tra antisemitismo — accettando che Israele sia lo Stato ebraico —
critica della politica israeliana e antisionismo va collocata all’origine.
Questo aspetto che lega politica israeliana e antisionismo porta inevitabilmente
a una recrudescenza dell’antisemitismo. Anche se, occorre sottolinearlo,
perlomeno in Francia che è il Paese in cui vivo, gli ebrei possono vivere in
maniera pacifica dichiarando apertamente la propria fede e cultura. Quindi non
bisogna concepire il fenomeno in maniera più grave di quello che è. Registriamo
però un aumento dell’antisemitismo. E bisognerebbe analizzare in modo corretto
questo dato, dirimendo quando si tratta effettivamente di razzismo che si basa
su pregiudizi classici nei confronti degli ebrei (ad esempio l’avarizia o il
controllo sul mondo). Questi aspetti rientrano in un antisemitismo tradizionale
e vanno distinti dalle critiche nei confronti della politica dello stato di
Israele. A volte queste critiche vengono poste in maniera confusa e il rischio è
che si presta il fianco a venire accusati di antisemitismo, mentre altre volte
non sono confuse per niente. Quando ad esempio scandiamo lo slogan “Free
Palestine from the river to the sea”, Palestina libera dal fiume Giordano al
mare, per noi questo non è antisemitismo. Ma per Israele sì, poiché condanna
l’esistenza di uno Stato ebraico. In realtà ciò che viene confuso è l’esistenza
degli ebrei e il bisogno di uno Stato ebraico, che sono due cose molto diverse.
Per esempio, viene anche sostenuto che il 7 ottobre Hamas ha compiuto pogrom
antisemiti. Ma in realtà bisogna capire il 7 ottobre prima di tutto come una
reazione di persone colonizzate, rinchiuse, che si difendono. E non che
sarebbero mobilitate da un odio verso gli ebrei, anche se questo può a volte
accompagnarlo ma non è il fattore esplicativo principale. Ecco, quindi questo
per stare sulla teoria. Poi va detto che la Francia o l’Europa hanno parlato
enormemente dell’aumento dell’antisemitismo con l’obiettivo di difendere Israele
e squalificare le critiche a Israele.
In questo caso quindi si può parlare di effettiva strumentalizzazione che arriva
fino al tentativo di definire questa materia sottoforma di nuove leggi. Prima si
è voluto vietare il boicottaggio dei prodotti israeliani dicendo che è
antisemita, mentre boicottare i prodotti provenienti da uno Stato non è una
critica a una religione. E ora le nuove leggi, delle vere e proprie
controffensive giudiziarie.
Al momento esiste un progetto di legge, la legge Yadan, che dice chiaramente che
quando si critica Israele, o si contesta la legittimità di uno Stato ebraico, si
tratterebbe di antisemitismo. Questo è veramente nuovo. E quindi questa proposta
di legge, che si chiama legge Yadan dal nome di una deputata francese — dei
francesi residenti in Israele, ma anche francesi residenti in Palestina, in
Italia, in Grecia, in Turchia, è una circoscrizione per i deputati all’estero.
Questa deputata ha presentato questa proposta di legge e si temeva che passasse.
Ma c’è stata una petizione, una mobilitazione, e quindi è stata bloccata
all’Assemblea Nazionale. E da allora, il governo ha detto che avrebbe proposto
una nuova versione a giugno.
Quindi il pericolo è sempre presente: ossia il tentativo di qualificare questo
come antisemitismo e squalificare la solidarietà internazionale. Ciò avviene in
parallelo ad altri pregiudizi razzisti, come il fatto che sarebbero in
particolare gli arabi, i musulmani, i giovani delle periferie ad essere più
antisemiti. E quindi in realtà, ecco, continuano a frammentare la popolazione.
E vorrei concludere dicendo che, secondo me, che sono ebreo da parte di madre —
non per fede, ma israeliano per nazionalità, poiché sono nato lì — e faccio
parte di una corrente minoritaria dell’ebraismo che considera che ciò che fanno
laggiù è razzista, coloniale e criminale, in realtà la Francia e gli altri Stati
occidentali, sostenendo Israele, sono antisemiti. È una continuità
dell’antisemitismo da parte loro.
E quindi vorrei ribaltare la questione: sì, c’è un aumento dell’antisemitismo di
Stato, a causa della radicalizzazione, dell’aumento del sostegno a Israele, che
si radicalizza nel suo lato criminale. Ma fin dall’inizio, considerare che gli
ebrei, per stare bene, debbano avere un luogo tutto loro, non è il punto. Gli
ebrei hanno il diritto di stare bene ovunque vogliano, mescolati agli altri. Non
hanno bisogno di essere radunati, non hanno bisogno di avere uno Stato ebraico,
perché lo Stato ebraico laggiù spossessa altre persone, quindi è intrinsecamente
dipendente dall’imperialismo. Non è quindi una lotta di liberazione nazionale, è
la strumentalizzazione di un’oppressione al servizio di un’altra oppressione. e
questo non è affatto qualcosa di positivo per gli ebrei.
Ci hanno fatto un regalo avvelenato chiedendoci di servire interessi europei e
occidentali. E quindi il fatto di essere raggruppati non è un bisogno, il fatto
di avere uno Stato non è un bisogno, il fatto di imporcelo come se fosse una
necessità significa legarci all’imperialismo, all’Europa coloniale, e questo è
antisemita.
Noi ebrei non vogliamo questo, e ce lo si impone, e si arriva a cose assurde:
questa legge dirà “critichi lo Stato d’Israele, sei antisemita”, anche se sei
ebreo. Quindi si dirà a degli ebrei che, poiché politicamente non sono
allineati, allora sono contro l’ebraismo. Insomma, è qui che il loro
ragionamento arriva all’assurdo. Ed è un’assurdità che serve unicamente a
disegni di divisione, di strumentalizzazione di cultura, religione e popolo gli
uni contro gli altri, per dividere e governare.
Qual è il ruolo dell’identità islamica politica e culturale e la sua importanza
nella lotta contro l’imperialismo coloniale e il razzismo, dall’Iran ad Hamas
passando per le periferie francesi?
Sì, allora, quando vedo questa domanda, il mio primo riflesso è di criticare la
domanda, e in un secondo momento andare nel senso della domanda per procedere
insieme. Prima di tutto direi che quando si citano l’Iran o Hamas, si citano
popoli del Vicino Oriente che sono vittime del colonialismo europeo da 150 anni.
Questi popoli del Vicino Oriente non sono solo musulmani. Sono una molteplicità
di religioni. Ci sono cristiani, ci sono ebrei, ce ne sono sempre stati, e tanti
tipi di cristiani e musulmani sciiti, sunniti, ecc.
E queste persone sono state prima di tutto vittime di una politica coloniale
europea. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’impero ottomano-turco è
crollato, gli eserciti inglesi e francesi si sono spartiti il Vicino Oriente,
come avevano fatto in Africa, con un righello e una mappa, e “questo è per te,
questo è per me”. Hanno ottenuto dei mandati. Lì hanno cominciato a tradire.
C’era già assolutamente una resistenza musulmana. Le persone, in nome della loro
religione, si stavano difendendo. Ma c’era anche una resistenza nazionale,
nazionalista. Era il nazionalismo arabo. La Gran Bretagna gli aveva promesso un
Regno arabo unito.
E quindi questo nazionalismo arabo è stato tradito dall’Europa che in cambio, li
ha frammentati in paesi. E così prende avvio tutta una lunga tradizione di
nazionalismo arabo, come resistenza all’imperialismo, a volte alleato all’URSS,
con una volontà di unità e di liberazione. Ed è con questi alleati che la
sinistra marxista europea lavorava in solidarietà, alleanza che poi è stata
indebolita. L’Egitto è stato portato a collaborare con Israele. La Giordania,
fin dall’inizio, è stata una creazione della Gran Bretagna. Il Libano è stato
estremamente indebolito da conflitti interni. La Siria, che era una repubblica
araba laica e socialista, anche se è stata oggetto di una lunga guerra civile,
ormai è in frantumi. L’Iraq, lo stesso. La Libia, anche. Ecco.
L’Iran è insorto come resistenza all’imperialismo. Chiaramente, all’inizio, la
rivoluzione iraniana era una rivoluzione sociale, una rivoluzione
anti-imperialista, contro lo Scià, per recuperare il petrolio e la sovranità. E
in questa rivoluzione, alla fine, ha prevalso un’ala musulmana sciita, gli
ayatollah, ma su una base anti-imperialista. Quindi in questo frangente si è
arrivati a una vera confusione politica tra anti-imperialismo e identità
musulmana in Iran. In seguito il movimento per la Palestina è stato diretto
dall’OLP, da Al Fatah, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in un
ampio fronte.
Ed è solo negli anni ’80 che sono emerse alternative musulmane al suo interno,
come Hamas, la Jihad islamica. In Libano, Hezbollah e altri. Nel frattempo in
Afghanistan, i talebani sono stati sostenuti dagli Stati Uniti contro
l’invasione sovietica e la sinistra afghana. Quindi in questo senso c’è stata
una rivitalizzazione dell’identità musulmana come identità politica che si è
organizzata e ha mobilitato le persone per difendere i propri interessi. Questo
ha visto un incremento dagli anni ’80, ’90 e ora sempre di più. Ma voglio dire,
c’è un aspetto intrinseco alle società di questi paesi dell’organizzarsi su base
religiosa.
Ma anche un aspetto estrinseco che viene da interessi imperialisti. E quindi si
può dire che il processo di trasformazione dell’identità musulmana in identità
politica negli anni ’80-’90 è avvenuto tramite l’emergenza di forze politiche
musulmane nella resistenza in quanto tale. Si può quindi considerare che dal
punto di vista della sinistra diventava più complicato mostrare solidarietà con
l’OLP, con Al Fatah, che prima parlava di una Palestina laica, unita e
democratica e dopo sempre meno. Ora l’OLP e Al Fatah si sono ritrovati
coinvolti, essendo integrati dagli accordi di Oslo e dall’Autorità Palestinese,
in un ruolo di subordinazione e di compromesso con il sionismo e l’imperialismo,
e quindi di repressione. Un processo repressivo che ha incluso gli stessi
palestinesi che, proprio per questo, hanno trovato nelle forze musulmane una
reale offerta politica di resistenza. Quindi oggi siamo a questo punto, e penso
che questo debba essere preso come dato.
L’islamismo è un oggetto politico ambivalente, ampio ed eterogeneo. Bisogna ad
esempio fare una grande differenza tra gli ayatollah — tra l’altro in Iran ci
sono ancora oggi diverse religioni che possono praticare il proprio culto — che
riproducono aspetti oppressivi superiori rispetto a, per esempio, Hezbollah o
Hamas, che sono prima di tutto forze di liberazione nazionale con un aspetto
musulmano, anche in queste dimensioni esiste il pluripartitismo e il
multiconfessionalismo nella loro realtà politica contemporanea. Quindi se su
questo livello la situazione è diventata più complessa, tuttavia continuiamo a
essere solidali con le lotte di questi popoli per il loro diritto
all’autodeterminazione e a potersi sviluppare liberamente di fronte
all’imperialismo.
Quindi in Francia o in Europa le persone si mobilitano contro le guerre, contro
i genocidi, in solidarietà con i diritti nazionali dei popoli e anche con il
loro diritto di praticare la propria religione. Potremmo dire che è più
difficile, ma nonostante tutto continuiamo con questa solidarietà, a fronte
dell’evoluzione della situazione.
Per quanto riguarda la Francia c’è una solidarietà musulmana con i musulmani
altrove, ma c’è anche una solidarietà araba. Oggi vivono molti maghrebini in
Europa di origine maghrebina, e questo è culturalmente un motivo di solidarietà.
Ma ci sono anche persone francesi, bianche, che sono anch’esse solidali con la
Palestina. E tutti lavoriamo insieme, nell’ottica di costruire solidarietà. Al
momento non abbiamo visto emergere in Francia, o in Europa, forze politiche
musulmane in quanto tali. Quindi, per tornare un po’ alla domanda, ora che ho
fatto tutte queste precisazioni storiche, sorgono delle questioni, perché
essendo state alimentate oppressioni e divisioni, in particolare contro i
musulmani, si rivela oggi necessario in Europa lottare contro l’islamofobia.
Oggi vediamo politiche di Stato che stigmatizzano i musulmani molto gravemente
nella vita quotidiana — per frequentare la scuola, per camminare per strada, per
accompagnare le uscite scolastiche, per lavorare con un velo, per trovare un
impiego, per trovare un alloggio. Tutto questo ora è reso più difficile, e
assistiamo davvero un’islamofobia attiva. Questa è una creazione reazionaria a
cui dobbiamo reagire, ed è stato difficile in particolare in Francia che ha una
tradizione laica distante dalle religioni, fare questo passaggio.
La sinistra francese si è contraddistinta per una mancanza di solidarietà
catastrofica per molto tempo. Era molto minoritaria, e c’è voluta circa una
decina d’anni perché a sinistra questo evolvesse, in particolare grazie alle
nuove generazioni, che sono molto meno segnate da schemi ideologici
tradizionali. E quindi siamo riusciti in Francia a dare alla lotta contro
l’islamofobia più legittimità, più forza. E quindi, anche se è difficile, siamo
in una posizione migliore rispetto a prima per affrontare queste evoluzioni e
mantenere la solidarietà. Ma è ancora estremamente complicato dato che
l’offensiva dello Stato francese passa attraverso un attacco ai musulmani nella
loro quotidianità, lo Stato li squalifica e impedisce loro di poter esistere
politicamente in quanto tali. Quindi questo nella sinistra francese, è ancora un
lavoro necessario da fare, su un piano di pedagogia, di solidarietà nella lotta,
per essere sufficientemente uniti e riuscire a opporsi a ciò — riuscendo, come
sinistra, ad accettare la legittimità di una lotta a difesa di un soggetto e di
un culto religioso che viene squalificato sulla base di pregiudizi reazionari.
Per provare a fare un paragone in Europa è stato meno difficile in Gran
Bretagna, in quanto la tradizione laica è meno sentita da parte della sinistra.
Ci sono stati infatti fronti unici, unitari, di resistenza molto più forti, che
hanno fatto sì che l’islamofobia avesse forse meno forza lì, anche se la si vede
aumentare anche lì.
E quindi è chiaro che con il sostegno dei fenomeni dei social media i nuovi
discorsi politici dell’estrema destra finanziati dagli Stati Uniti danno più
forza all’islamofobia. La battaglia culturale è intensa, e tuttavia sul campo
siamo comunque riusciti a mantenere o a ristabilire il fatto che questa
oppressione è inaccettabile. Quindi direi che questo è veramente un dato nuovo,
e questo nuovo dato obbliga a delle evoluzioni, e queste evoluzioni richiedono
molto tempo, ma avvengono comunque, e permettono comunque di resistere, per
quanto occorra fare i conti con il fatto di poter resistere ma con dei limiti.
Concluderò dicendo che, per esempio in Francia, sulla guerra contro l’Iran, ci
sono persone che dicono “tutti insieme contro la guerra” e ci sono persone che
dicono “né Scià né Mollah” o “né Stati Uniti né Mollah”. Questo avviene in
continuità con un’identità tradizionale della sinistra francese che vuole tener
conto delle oppressioni di minoranza nazionale o di genere e quindi hanno
bisogno di dissociarsi da forze musulmane che sono essenzialmente
caricaturizzate, per quanto abbiano delle contraddizioni su questi temi. E
poiché i media puntano la lente d’ingrandimento sui problemi che ci sono in
Medio Oriente, questo permette di dividere la sinistra e di renderla meno forte
nella sua opposizione alla guerra e alle politiche imperialiste. In Francia non
c’è un movimento anti-guerra corretto perché a sinistra si accentuano sempre le
divisioni, ciò che ci separa, ciò che non ci permette di essere solidali,
piuttosto che accentuare ciò che ci unisce e come possiamo unirci per combattere
insieme, anche se non siamo d’accordo su tutto. Ecco, si tratta ancora di una
vera e propria battaglia politica.
Prima di concludere volevo aggiungere una cosa sul tema del sionismo: in quanto
ebrei si considera che il sionismo sia una forma di antisemitismo dunque bisogna
costruire alleanze. Gli ebrei non potranno farcela da soli contro il sionismo,
hanno bisogno di solidarietà con musulmani, cristiani, atei, lavoratori, donne,
movimenti sociali vari, ecologisti. Abbiamo bisogno di far coagulare tutte
queste prospettive per costruire un campo sociale che riesca a rovesciare gli
Stati e le loro politiche borghesi, razziste e imperialiste.
Un’ultima riflessione viene dalla vittoria del PSG a fine maggio che ha visto
una grande mobilitazione, diciamo popolare, a partire dai quartieri, dai
giovani, ecc. Abbiamo analizzato questo rispetto al fatto che si vede come lo
Stato strutturalmente razzista francese abbia messo in atto una strategia atta a
reprimere e anticipare qualsiasi emersione di gioia o di lotta. Lo Stato ha
messo davvero in atto una presenza con l’obiettivo di disarticolare fin
dall’inizio le relazioni, i rapporti, e anche la possibilità stessa di radunarsi
per strada e semplicemente festeggiare la vittoria di una squadra di calcio.
Ecco, un po’ per riassumere: come hai visto questi momenti? Come sono andati?
Quali sono le tue analisi a riguardo?
Ho letto il vostro articolo e sono completamente d’accordo, perché non è la
prima volta. Il PSG infatti aveva già vinto la coppa europea l’anno scorso, e
già l’anno scorso avevano messo in atto questa strategia della repressione, con
moltissimi poliziotti estremamente aggressivi. Nei media non si insiste sulla
gioia e l’unità ma piuttosto sulla violenza, sulla divisione e sulla paura che
tutto questo suscita. Quindi chiaramente abbiamo uno Stato aggressivo che,
tramite una pratica neocoloniale, trova molteplici occasioni per far avanzare il
suo programma razzista e di terrore sul piano di impossibilitare.
Questo è da leggersi come un’evoluzione, perché quando la nazionale francese
aveva vinto nel 1998 i Mondiali e all’epoca si parlava della Francia “Black,
Blanc, Beur” [nero, bianco, arabo], in realtà c’era una sorta di orgoglio,
persino istituzionale, da parte della borghesia, nell’accettare questa unità.
Nel tempo si sono radicalizzati nel loro bisogno di dividerci su piani
identitari e sociologici. E’ vero, ad essere mediatizzate e esposte sono
soprattutto le periferie, i poveri, le “classi pericolose” e questo ha
l’obiettivo di costruire mediaticamente e ideologicamente un amalgama che venga
identificato come il problema che possa aprire a scenari di guerra civile su
base identitaria. Questa prospettiva è ciò da cui dobbiamo difenderci. Per
questo lo Stato è lì, con la sua repressione, la sua forza. E tutte le persone
che non vivono in questi quartieri popolari non si rendono conto della realtà
del contesto: io ci insegno e nonostante l’incredibile diversità culturale
delle persone, esiste un vivere insieme, delle relazioni dei miei alunni.. io
lavoro in un liceo di periferia dove, in una classe di 24 alunni, abbiamo fatto
delle statistiche a un certo punto: 11 nazionalità: di cui 10 alunni su 24
avevano come prima lingua una lingua diversa dal francese. Quindi sono davvero
dimensioni molto mescolate. E in questi posti molto mescolati, gli alunni
lavorano insieme e amano lavorare insieme. Quindi quando si è in periferia, che
ci si rende conto.
Ho potuto parlare per esempio con un professore che veniva dal sud della
Francia, da un posto dove lui stesso vota Rassemblement National, e mi ha detto:
sono rimasto sorpreso quando sono venuto a lavorare in una periferia vicino a
Parigi, nello scoprire che in realtà c’erano tanti giovani che meritavano di
essere sostenuti, e questo lo ha fatto evolvere, perché li ha conosciuti. Ma
quando si è lontani, con i media che costruiscono una loro narrazione
sull’attualità, si mantiene tutta una parte della popolazione francese in questa
paura basata su fratture identitarie. Quindi questa è veramente una strategia di
lungo termine da individuare nella borghesia francese, e che si è espressa anche
nelle partite di calcio.
Facendo un passo di lato rispetto all’attualità, in Francia ci sono state anche
delle rivolte delle periferie: prima nel 2005, quando la polizia aveva ucciso
Zyed e Bounna, e furono soprattutto le periferie a mobilitarsi, vittime del
coprifuoco e della grave repressione poliziesca. Ed è stato piuttosto un momento
in cui il resto della popolazione francese non sembrava così solidale. Ma questo
è in parte falso, perché ciò accadeva in un momento in cui c’erano anche altre
lotte, e in altre lotte tutti si erano battuti insieme nel corso del 2005.
Bisogna anche aggiungere che ci sono state ancora delle rivolte per Nahel, circa
3 anni fa, un altro giovane di periferia che è stato ucciso da un poliziotto che
è stata l’occasione di enormi manifestazioni nei quartieri popolari, che hanno
bruciato centinaia di commissariati nel Paese. Si è trattato di un momento
rivoluzionario ma la composizione era ancora in parte segmentata, per quanto in
realtà vi sono dei momenti in cui è la borghesia stessa a proporre una realtà
falsata per rappresentare il proletariato frammentato. Fra il 2005 e il 2023
possiamo individuare degli avanzamenti in generale. Nel frattempo c’è stata la
Loi Travail e il movimento che l’ha contestata e in quel passaggio vi è stata
un’identificazione della sinistra bianca con i giovani vittime delle violenze
poliziesche. Questo è avvenuto con la solidarietà nei confronti di Adama Traoré
e con il lavoro di mobilitazione di sua sorella Assa Traoré. Diverse lotte come
questa sono riuscite a sviluppare una presa di coscienza tra i giovani — per
caricaturare — una solidarietà tra “bianco di centro città” e un “razzializzato
di periferia”, una solidarietà che è di fatto aumentata. Ma anche nelle
manifestazioni per Nahel questo si vedeva. E quindi in realtà si è sviluppata
anche una tendenza mediatica che vuole mostrare tutto questo come segmentato.
Esiste certo un piano di realtà della frammentazione, ma anche un dato che vede
maggiori alleanze anche legato al fatto che la forza principale a sinistra è La
France Insoumise. LFI ora ha coniato il termine “Nouvelle France” e riesce in
qualche modo a fornire degli strumenti ideologici per riassorbire queste
fratture e riunificare i diversi frammenti del proletariato. Quindi si vedono,
nella popolazione, dal punto di vista della sinistra, dei progressi. Ma è quando
si è militanti che lo si vede. Se si è passivi politicamente e si dipende solo
dai media — o anche quando si è militanti — si vedono tutti questi episodi come
eventi nefasti che ci piombano addosso e che fanno avanzare la loro visione. E
ogni volta rispondiamo, e facciamo quel che possiamo. Altri avanzamenti vanno
ricondotti al lavoro di media come Parole d’Honneur — so che avete intervistato
Youssef Boussouma — e alle relazioni tra i movimenti delle periferie, dei
razzializzati, dei musulmani, con La France Insoumise, la sinistra più
mainstream. E quindi questo avanza.
Come vedi la rimilitarizzazione della società in questa fase di guerra e
l’esempio del progetto di legge in corso di elaborazione sull’”état d’alerte de
sécurité nationale” in Francia.
Tutto questo è molto preoccupante. Diciamo che, in più, c’è stato un momento
molto significativo quando un generale ha detto che i francesi si rendessero
conto che i nostri figli avrebbero dovuto combattere e morire per la patria, e
che bisognava esserne davvero consapevoli. Quindi la rimilitarizzazione avanza
molto. Si potrebbe fare tutto un confronto con i metodi di militarizzazione
della società israeliana. In Francia ci sono stati diversi modi di procedere, in
particolare nell’istruzione pubblica, con il Servizio Nazionale Universale, con
il posto lasciato alla difesa, i partenariati, si è trattato molto di un
discorso ideologico — prima per la laicità, e ora per la difesa nazionale e il
patriottismo — che progredisce.
E di fronte a questo siamo riusciti a dimostrare che il Servizio Nazionale
Universale, che era un progetto di Macron, alla fine non ha funzionato. Ha
coinvolto soltanto 100.000 giovani quando avrebbe dovuto coinvolgere tutti i
giovani, piuttosto giovani borghesi, figli di militari, che hanno partecipato
perché era su base volontaria. Ma è stato molto complicato, è stato squalificato
nei media, e i giovani lo rifiutano. Alcuni giovani hanno fatto blocchi nei
licei per protestare contro il militarismo. E quindi questa tematica cresce in
Francia. Ci sono collettivi contro la militarizzazione nell’istruzione. C’è un
collettivo che si chiama “Né guerra né stato di guerra”, che è molto valido.
All’Eurosatory, un salone delle armi, siamo riusciti a far togliere gli stand
israeliani qualche anno fa. Ma insomma, sono manifestazioni che hanno riunito
5000 persone, tutte molto di sinistra, è interessante ma è ancora marginale. Un
grande movimento contro la guerra in Francia fatica ancora molto a emergere, a
causa delle divisioni della sinistra, e anche in conseguenza al fatto che questa
ideologia militarista è in qualche modo riuscita a convincere dei francesi che
ci sia bisogno di tornelli di sicurezza davanti ai licei perché bisogna
difendersi nel caso si venga attaccati da terroristi, oppure che bisogna fare
partenariati con l’esercito per dare lavoro ai giovani, oppure che bisogna
comunque spendere soldi per difendere il Paese perché la guerra è un pericolo e
la Russia sia un pericolo per l’Europa. Questi assi di propaganda riescono a
toccare le persone e dunque complica il lavoro, da un lato. E dall’altro lato ci
sono le divisioni a sinistra. Ma contro la guerra, in realtà, dobbiamo
constatare che i governi e la Repubblica francese organizzano con metodi sempre
più autoritari anno dopo anno una radicalizzazione del militarismo,
dell’autoritarismo, un aumento delle spese militari, uno spostamento della
produzione civile verso produzioni militari. Quindi in realtà questo è veramente
il loro nuovo carburante economico, che si accompagna a un’ideologia per
giustificarlo e far sì che le persone vi aderiscano.
Purtroppo non c’è in Francia un esempio di manifestazione davvero significativo
in questo senso, abbiamo fatto dei blocchi, abbiamo fatto degli avanzamenti con
la lotta per la Palestina, il boicottaggio e la critica. La Francia ha preteso
di non essere complice nell’armare Israele, cosa falsa e che siamo riusciti, con
dei collettivi, con studi dettagliati, a dimostrare come la Francia collaborasse
e aiutasse militarmente Israele. Quindi questo ha approfondito le difficoltà del
governo e le sue contraddizioni. Abbiamo contribuito così a screditarlo, e
questo ha portato anche ad azioni di blocco dei movimenti sociali. A settembre
scorso ci sono state manifestazioni contro il governo Bayrou e contro il
bilancio e, in alcune città, a Marsiglia, a Rennes, dei militanti hanno bloccato
fabbriche di armamenti denunciandone la complicità con Israele. Questi sono
stati i tentativi che abbiamo messo in campo per fare uscire la lotta contro il
militarismo dal suo lato teorico, passivo e marginale, rendendola più concreta
e, il genocidio in Palestina, quindi, è stato unificante. Va sottolineato come,
ancora oggi per esempio la CGT porta avanti una posizione tutta schiacciata
sulla difesa dei posti di lavoro e dunque sulla necessità di difendere i propri
investimenti. Questo dimostra che la situazione è ancora complicata e ci sono
aspetti che pesano molto ma al tempo stesso che ci sono avanzamenti e che
lottiamo per questo.
Ripubblichiamo (in inglese) un bel post di Sabot Media che ripercorre la nostra
storia e la collega a quanto sta avvenendo con la nostra iscrizione nella lista
delle organizzazioni globali terroristiche da parte dell’amministrazione
americana. Ringraziamo Sabot Media perché ha fatto un lavoro eccellente e che ci
aiuta a rispamiare tempo ed energie per la battaglia.
We repost an english-language post by Sabot Media summarizing our history and
connecting it to our recent designation as global terrorist organization by US
administration. We thank Sabot Media for the excellent job and for sparing us
some time and energy that we will use to fight back.
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THE SERVER CALLED PARANOIA: DEFEND AUTISTICI/INVENTATI BEFORE SEPTEMBER 25
For twenty-five years, an Italian hacker collective has built communications
infrastructure designed to survive censorship, surveillance and police raids. On
August 26, the United States designated it a terrorist organization. On
September 25, the wind-down period ends.
It should have been a dark and stormy night in an Italian hacklab.
It was, annoyingly, a beautiful sunny Sunday.
On March 3, 2001, roughly ten people gathered at the LOA hacklab in Milan around
a computer assembled from discarded machinery. A bank had sold them an old
server for the symbolic price of 15,000 lire, about eight dollars. They expanded
it with scavenged components, including a hard drive pulled from someone’s home
computer. Nobody arrived with a formal blueprint. Software packages were
considered one at a time. Every decision was discussed until everyone agreed.
Deliberately, the least technically experienced person was placed at the
keyboard. The process took far longer than necessary because efficiency was not
the only objective. Everyone was supposed to understand what they were building.
That day, one participant later recalled, was when they declared: “A/I now
exists.”
They named the machine Paranoia. The following month it went online, carrying
two domains and two intertwined histories: Autistici.org and Inventati.org.
Twenty-five years later, on August 26, 2026, the United States designated
Autistici/Inventati a Specially Designated Global Terrorist and placed it on the
Specially Designated Nationals and Blocked Persons list.
The distance between those two events—from a recycled machine in a Milan hacklab
to the machinery of the American national-security state—is the history of a
collective that has spent a quarter century insisting upon one dangerous
proposition:
People should be able to communicate without first surrendering themselves to
corporations or governments.
The immediate threat now has a date. On September 25, the temporary U.S.
authorization for institutions to wind down their relationships with A/I
expires. Banks, technology companies, hosting providers and other institutions
are being instructed to sever what remains. A/I built its infrastructure to
survive the disappearance of a server. The United States is now attempting to
make the collective economically and technologically untouchable. Join us as we
explore what A/I is, its history, and what this newest attack might mean for the
autonomous tech collective and the wider radical community.
BEFORE A/I: ITALY’S UNDERGROUND INTERNET
Autistici/Inventati did not appear from nowhere. Its roots run through more than
a decade of Italian autonomous organizing, pirate radio, bulletin-board systems,
squatted social centers, anti-capitalist movements and experimentation with
computers as political tools. During the 1990s, networks such as the European
Counter Network and Isole nella Rete provided online space for social movements
when the internet remained unfamiliar to much of the public. Italy’s
Hackmeetings brought programmers, activists, artists and the technologically
curious together inside self-managed spaces. Hacklabs appeared in occupied
social centers, where people could learn Linux, build networks and approach
technical knowledge as something to be shared rather than sold. The future
members of A/I came from several parts of this world. In Milan, people
associated with the LOA hacklab used the name Autistici to describe their
intense fascination with technology and their desire to expose the politics
concealed inside it. In Florence, the Inventati project was more oriented toward
communication, publishing and movement organizing. Its projects included Stampa
Clandestina, a newspaper intended to be pasted directly onto city walls,
and Spia la Spia, an effort to map surveillance cameras in public places.
People from Bologna and elsewhere were also involved. Many participated in the
early development of Indymedia Italy, part of the international open-publishing
network that allowed protesters and ordinary participants to report events
without waiting for professional journalists to mediate them. The different
groups shared a problem. Movements increasingly needed websites, mailing lists
and private email, but independent infrastructure remained scarce. The existing
European Counter Network was carrying too much of that burden. Commercial
providers offered greater capacity, but at the price of money, dependence,
surveillance and eventual censorship. In November 2000, Inventati sent the
Milanese hackers an encrypted email asking to meet. The message was treated like
something out of an amateur spy film: PGP keys, carefully arranged recognition
instructions, a secret time and place. Then the Florentines arrived two hours
late in a legendary rust bucket called the General Lee, honking outside the
squat while police monitoring the building watched in bewilderment.
The agreed-upon historical fact is that everyone eventually ate at a pizzeria
called La Balena. Over dinner, the Florentines revealed their allegedly
seditious plan:
Build another autonomous server.
The intention was not to replace existing movement infrastructure with a new
central provider. It was to multiply it. If there were thousands of autonomous
servers, they reasoned, no single raid or seizure could shut down everyone’s
communications. Autistici supplied much of the technical knowledge. Inventati
brought its experience with publishing, cultural work and movement
communication. Together they became Autistici/Inventati, usually shortened to
A/I. The collective’s legal association was called Investici, but A/I never
became a conventional organization. It had no coordinator, official leader or
permanent spokesperson. Decisions were made collectively rather than by majority
vote. Nobody was paid. Its resources came from voluntary donations, benefit
events and the labor of the people maintaining it. The dual name was deliberate.
A/I was a Janus-faced creature: one face technical, the other communicative; one
facing the machine, the other facing the movements that needed it.
THE SERVER THAT LOCKED ITSELF OUT
The birth was not entirely glorious. On the second day of Paranoia’s existence,
someone entered an inverted firewall command and accidentally instructed the
machine to reject every connection not originating from itself.
The server could communicate only with the server.
The collective found this so perfectly on-brand that it printed the mistake on a
T-shirt. That combination of technical seriousness and refusal of
self-importance became part of A/I’s character. Later servers received names
including Chernobyl, Astio—“Grudge”—Rivolta, Contumacia and Latitanza: Revolt,
Contumacy and Life on the Run. Behind the jokes was a developed political
position. Communication should be free and accessible. Knowledge grows through
being shared. Software is not neutral simply because it operates in a supposedly
virtual world. The systems through which people speak determine who can speak,
who can listen, who owns the record and who can be silenced. A/I began providing
websites, private email, mailing lists, newsletters and chat. Its services
eventually expanded to include Noblogs, file sharing, audio and video
conferencing, streaming, anonymous remailing and other communications tools—all
without advertising or commercial data extraction.
Its manifesto describes the project in explicitly political terms. A/I is
antifascist, anti-capitalist and antimilitarist. It promotes free software,
encryption, pseudonymity and the independent circulation of knowledge and
cultural work. It reserves its limited, volunteer-run resources for people and
projects broadly compatible with those principles rather than businesses,
political parties, organized religions or institutions already possessing the
means to make themselves heard. A/I was never a politically neutral commercial
host. But providing infrastructure is not the same act as authoring everything
transmitted through it. Political affinity is not operational control. Giving
someone an email account does not mean writing every message they later send.
That distinction is central to the attack now being made against it.
GENOA: INFRASTRUCTURE UNDER FIRE
Only months after Paranoia went online, the G8 came to Genoa. Many A/I
participants were also involved with Indymedia Italy. They helped construct the
movement’s media center, laying cables, configuring servers and building
workstations through which protesters could report what was happening across the
city. What followed was historic: enormous demonstrations, the police killing of
Carlo Giuliani, indiscriminate beatings in the streets, torture and abuse inside
the Bolzaneto barracks and the nighttime raid on the Diaz school. Official
narratives competed with photographs, recordings and firsthand testimony
transmitted through independent infrastructure. Genoa became one of the earliest
major demonstrations to be documented from nearly every direction by its
participants rather than exclusively through institutional media.
For A/I, it was also what the collective later called a “traumatic communion.”
Its members experienced the same violence together while maintaining systems
through which evidence of that violence could escape. After Genoa, A/I was no
longer merely an interesting technical experiment. It had become trusted
movement infrastructure. Demand grew rapidly. By 2003, A/I hosted more than
2,000 users, 205 websites and 269 discussion lists. Hosting those services for
free was becoming unsustainable, while commercial hosting would cost thousands
of euros annually. The collective answered with the KAOS tours: traveling
gatherings combining benefit events, parties, public discussions and practical
workshops. A/I members taught people how to configure servers, encrypt
communications, edit and distribute video, create digital archives and stream
audio.
The tours raised money, but their deeper purpose was political education. The
collective did not want to become a group of invisible experts performing magic
for passive users. It wanted the community to understand the machinery upon
which it increasingly depended.
Every subsequent attack on A/I would produce a variation on this response:
Disclose what happened. Repair the damage. Share the lesson. Build something
harder to destroy.
TRENITALIA DISCOVERS THE STREISAND EFFECT
A/I’s first major legal confrontation came in 2004. A design collective called
Zenmai had created a website parodying the Italian railway company Trenitalia.
It copied the appearance of the company’s website while denouncing Trenitalia’s
involvement in transporting tanks and other military supplies during the
invasion of Iraq. Trenitalia demanded the page’s removal, damages and
publication of notices in two major newspapers at a projected cost of
approximately €20,000. A court initially ordered A/I to take the parody down.
The internet responded by reproducing it everywhere.
Trenitalia then demanded that A/I remove links to the mirrors as well—an
argument raising the absurd possibility that linking to disputed material could
make any search engine responsible for it. A/I appealed. On September 14, 2004,
the court ruled that the website was protected satire grounded in factual
controversy. The page returned, and Trenitalia was ordered to pay A/I’s legal
expenses. It was an extraordinary victory for a small volunteer collective. But
while A/I fought visible censorship in court, a more dangerous operation was
taking place without its knowledge.
THE ARUBA CRACKDOWN
By then, A/I’s server was housed at the commercial provider Aruba in Arezzo. On
June 15, 2004, Italian police arrived at Aruba under orders from a Bologna
prosecutor. The company’s technicians shut down A/I’s machine and allowed police
to copy material from its disks. Investigators obtained its cryptographic
certificates and may have installed equipment capable of intercepting traffic.
A/I was told that the interruption resulted from an electrical problem. The
collective discovered the truth almost a year later, and only by accident.
In May 2005, A/I was ordered to close the mailbox used by the Italian Anarchist
Black Cross, Crocenera Anarchica, amid a sprawling investigation involving
allegations of anarchist conspiracy and subversion. A/I complied with the court
order and requested the underlying case documents. Those documents contained
messages that investigators should not have been able to possess. Buried in a
footnote was the explanation: police had gone to Aruba the previous year and
acquired access to A/I’s server. An operation purportedly concerned with one
mailbox had potentially compromised thousands of accounts and tens of thousands
of mailing-list subscribers. Among those affected were lawyers and technical
experts working with the Genoa Legal Forum. Police may therefore have gained
access to confidential defense communications concerning prosecutions arising
from police conduct at the G8. The violation exposed a brutal truth. A/I could
operate its own server, configure it carefully and refuse to retain identifying
logs—but the physical machine remained in someone else’s building. A commercial
provider could open the door, surrender its contents and conceal what had
happened.
A/I removed the machine from Aruba, cleaned it and restored essential services.
Parliamentary questions were raised in Italy and at the European level. The
collective traveled through Italy and Europe explaining the breach. Most
importantly, it rebuilt the network.
PLAN R*: REPRESSION BECOMES ARCHITECTURE
The result was Plan R*, launched in October 2005: a network of “resistant
communication.” Instead of concentrating A/I’s services on one machine, the
collective distributed encrypted data and functions across servers in several
countries. Public-facing machines could be replaced. Services could move when
hardware was seized or a provider became hostile. The loss of one node would no
longer expose or silence the entire community. R* meant replication, redundancy,
resistance and other words beginning with R. Its architecture was conceived not
merely to survive mechanical failure but to withstand political attack. A/I did
not claim it could guarantee perfect security. On the contrary, it repeatedly
warned users never to entrust their safety blindly to any provider, including
A/I. It minimized logs and identifying information because information that does
not exist cannot easily be seized. It encouraged users to encrypt their own
communications because even the strongest server architecture could not
compensate for unsafe individual practices.
The collective transformed a covert surveillance operation into an
infrastructure lesson.
Repression became architecture.
THE VATICAN, A SATIRICAL VIDEO GAME AND NORWAY
The pressure continued. In 2007, an Italian politician demanded action
against Operation: Pedopriest, a satirical browser game criticizing the Catholic
Church’s efforts to conceal sexual abuse by clergy. Its creator temporarily
removed the game to protect the hosting provider. A/I then hosted a copy.
Following a complaint from an unidentified child-protection organization, an
American provider disconnected the entire Noblogs server. After consulting
attorneys, the provider concluded that the satire was lawful in the United
States and restored the machine. Plan R* kept the disputed material accessible
elsewhere and limited the wider interruption. By then, A/I had become an
important refuge from the emerging commercial social web. Noblogs offered
independent publishing without advertising, data mining or demands that people
attach their legal identities to everything they said.
Its users included movement organizations, personal writers, dissidents, artists
and NGO workers operating in dangerous environments. In 2008, A/I received
Italy’s Winston Smith “Privacy Hero” award for creating free communications
infrastructure resistant to censorship despite scarce resources, technical
attacks and repeated judicial interventions. Then, on November 6, 2010,
Norwegian police copied an A/I server’s hard drives at Italy’s request. The
investigation originated with threats and antifascist graffiti directed at
members of the neo-fascist CasaPound organization. Authorities were seeking
information concerning one mailbox. A/I had already explained that it possessed
neither subscriber identities nor activity logs, but investigators apparently
wanted to determine whether that was true.
Thousands of accounts were copied in the process.
Plan R* restored the affected services elsewhere within approximately two hours.
Within twenty-four hours, the network was operating normally. The seized disks
were encrypted and yielded no useful identifying information. The operation
became a public scandal in Norway. Lawyers, journalists and technology
organizations questioned why Norwegian police had copied thousands of people’s
private communications in response to an inadequately explained foreign request.
The underlying Italian investigation was eventually dropped. Where another
organization might have interpreted repeated raids as proof that its project was
impossible, A/I interpreted them as confirmation that the project was necessary.
Its history is documented in the collective’s book, +KAOS: Ten Years of Hacking
and Media Activism, and its own history of the collective.
AUGUST 26, 2026
The newest attack is of a different order. On August 26, the U.S. State
Department designated Autistici/Inventati a Specially Designated Global
Terrorist. At the same time, the Treasury Department’s Office of Foreign Assets
Control placed A/I on the Specially Designated Nationals and Blocked Persons
list under Executive Order 13224. This is not simply a condemnatory government
statement. It activates one of the world’s most powerful systems of economic
exclusion. The United States alleges that A/I supplies specialized digital
architecture, encrypted communications and hosting to antifascist groups and
other radical movements, including organizations already designated by the
United States.
Treasury’s public announcement focuses upon the services A/I provides:
foreign-hosted websites, encrypted email, chat, video conferencing and the
digital architecture supporting Noblogs. It describes A/I’s antifascist and
antimilitarist politics, its practice of selecting projects compatible with
those politics and its provision of infrastructure used by the PKK. Treasury
then treats the provision of that infrastructure as material or technological
support for terrorism. (U.S. Treasury announcement) The State Department’s
accompanying case goes further, presenting attacks, communiqués and publications
that it says passed through A/I infrastructure. Its examples include alleged
railway and pipeline sabotage in Europe, attacks on energy infrastructure, Rose
City Antifa, resistance to Atlanta’s proposed police-training center, Jane’s
Revenge and publications carrying statements attributed to armed organizations.
(State Department designation) The government’s public statements do not show
that A/I planned those actions, selected targets, transferred weapons, directed
the cited groups or authored the material hosted on its systems. They do not
establish when A/I learned of any particular act or whether it knew about it
before it occurred.
Instead, the designation advances a broader and more consequential proposition:
Building communications infrastructure for radical movements can itself be
treated as terrorism.
That theory collapses the distinction between a provider and a user; between
political affinity and operational control; between protecting privacy and
concealing a crime; between maintaining a publishing platform and authoring
everything published through it. A/I has never claimed to be politically
neutral. It built infrastructure precisely because radical movements needed
somewhere to speak, publish and organize beyond corporate and state control. The
United States is now using that purpose as evidence against it.
WHAT HAPPENS ON SEPTEMBER 25
Because A/I is now on the SDN list, all of its property or interests in property
within the United States—or possessed or controlled by a U.S. person—must be
blocked and reported to OFAC. Unless an exemption or license applies, U.S.
people and institutions are generally prohibited from providing or receiving
funds, goods or services involving A/I. The restrictions can reach transactions
passing through the United States even when the parties are located elsewhere.
OFAC has issued a temporary license allowing transactions ordinarily necessary
to wind down existing relationships with A/I until 12:01 a.m. Eastern time on
September 25, 2026. Payments owed to the collective cannot simply be released to
it; they must be placed in blocked accounts. After the deadline, covered
transactions require another applicable authorization. September 25 is therefore
the date by which American companies and individuals are expected to separate
themselves from A/I.
The consequences may include the loss of:
* Bank accounts and payment processing.
* U.S.-linked donations and fundraising services.
* Hosting, cloud infrastructure and upstream network services.
* Domain registration and related technical services.
* Certificate, security and email-delivery accounts.
* Software and communications services.
* Relationships with non-U.S. providers frightened by American secondary
sanctions.
* Access for people in the United States who currently use A/I’s services.
Foreign companies are not automatically governed by every prohibition imposed
upon Americans. But OFAC warns that foreign financial institutions can face
secondary-sanctions exposure for knowingly facilitating significant transactions
on behalf of a designated entity. That warning may do as much damage as direct
enforcement. A European bank, registrar or hosting company may not know
precisely what American law demands of it. Its compliance department may simply
decide that maintaining a relationship with a small Italian anarchist collective
is not worth the perceived risk. Institutions frequently over-comply. Providers
may close accounts or withdraw infrastructure even when the law does not clearly
require them to do so. Organizations may remove links, avoid correspondence or
terminate unrelated relationships merely because A/I’s name now appears on a
terrorism blacklist.
That is how American sanctions acquire worldwide force: not only through legal
jurisdiction, but through institutional fear.
THE WIDER TARGET IS THE COMMUNITY AROUND THE SERVER
The designation may be directed at A/I, but its effects will not stop at the
collective. A/I’s infrastructure is used by writers, organizers, researchers,
artists, movement publications and people who chose it precisely because
commercial platforms were unsafe, politically hostile or designed to extract
their data. Those users are not automatically sanctioned because they have an
A/I address or published on Noblogs. But once the provider itself is placed on a
terrorism blacklist, ordinary association can be converted into a risk signal. A
bank may scrutinize a payment. An email provider may downgrade or block
delivery. An employer, border agent or investigator may treat an address as
suspicious. A journalist may hesitate to contact a source. A researcher may
avoid an archive. A new user may decide that opening an account is too
dangerous. None of this requires the government to prosecute every person
involved. The designation can produce its own perimeter of fear.
That is one reason this otherwise inexplicable move may be useful to the state
even if A/I remains online. Earlier attacks tried to reach the collective
through particular machines, mailboxes and providers. A/I answered by
distributing its systems, encrypting its disks and retaining less information.
Those practices made conventional seizure and surveillance less productive.
Sanctions attack a different layer: the relationships that allow infrastructure
to exist. Rather than breaking the encryption, the government can pressure
banks, registrars, data centers, software companies and users to isolate the
people operating it. Rather than prove in court that each user committed an
offense, it can make continued contact costly and legally uncertain.
This is surveillance-state power operating through private intermediaries. The
government does not need to place an officer inside every server room when
compliance departments, payment processors and platforms can be induced to
police the network themselves. Each institution will draw its own defensive
boundary, often wider than the law requires. Some may demand more identity
documents, retain more logs, monitor political content or refuse
privacy-preserving projects altogether. Others may quietly close accounts and
provide no meaningful avenue of appeal. Enforcement becomes dispersed across
companies whose decisions are difficult to see, challenge or even document.
The resulting harm is not limited to censorship. It can change the architecture
of movement communication. Small autonomous providers may conclude that serving
controversial communities invites existential risk. Larger platforms may point
to the designation as another reason to expand identity verification, automated
moderation and data retention. Users may migrate from trusted movement
infrastructure to commercial systems that are easier to monitor, subpoena and
map. The state gains leverage even when it gains no plaintext from A/I’s
encrypted disks: people separate themselves, providers collect more information
and the social relationships surrounding dissent become easier to observe.
The precedent also reaches beyond explicitly anarchist or antifascist projects.
If political alignment with users, privacy protections and the hosting of
controversial publications can be assembled into a case that infrastructure
itself constitutes support, then encrypted mail providers, radical publishers,
community archives, VPNs, federated social networks, legal-support projects and
other independent hosts all have reason to pay attention. The immediate facts
and laws would differ in every case. The danger lies in normalizing the
category: a communications provider no longer treated as a conduit or publisher
with its own rights and responsibilities, but as a participant in every act the
government attributes to anyone using its systems.
That does not mean the designation is secretly about every A/I user, or that
every possible consequence will occur. The government has not publicly explained
its internal strategy beyond the allegations in its announcements. But the
structure of the action is visible. It replaces a narrow accusation against
identifiable conduct with a broad penalty against infrastructure; shifts
enforcement from a courtroom to a global web of cautious institutions; and makes
uncertainty itself an instrument of control. The immediate objective may be to
disable A/I. The wider effect is to warn anyone building communications beyond
corporate and state supervision that the shelter they provide can be recast as
evidence against them.
CAN A/I SURVIVE THIS?
A/I has seen state repression coming for miles.
Its entire infrastructure assumes that:
* Servers will be seized.
* Providers will cooperate with police.
* Governments will demand information about users.
* Corporations will disconnect controversial material.
* Individual machines and locations will become unavailable.
* Data and services must therefore be encrypted, distributed and replaceable.
That preparation matters. A/I is based in Italy, not the United States. Its
infrastructure is internationally distributed. Its services are maintained by
technically sophisticated volunteers. It avoids dependence on any single
provider, minimizes identifying information and has decades of experience
restoring services during emergencies. It has no shareholders, corporate
headquarters or conventional payroll. Its relatively modest operating costs and
volunteer structure give the state fewer familiar pressure points. There is
little reason to assume that the website, mail system or Noblogs will simply
disappear on September 25. A/I may be better equipped to survive a seized or
disconnected machine than nearly any communications project of comparable size.
But this is not another server raid.
Plan R* was built to survive machines disappearing. It cannot, by itself,
prevent banks from blocking money, registrars from suspending domains or
companies around the world from withdrawing services because they fear American
penalties.
The designation targets the connective tissue around the servers:
* Banking.
* Donations.
* Domains.
* Data-center contracts.
* Bandwidth.
* Certificates.
* Software dependencies.
* International institutional relationships.
A/I has survived technical isolation before. The United States is now attempting
financial and institutional excommunication. Its core services may be resilient.
Its ability to fund them, replace infrastructure and participate in the broader
technological system is at considerably greater risk. What happens after
September 25 will therefore depend not only upon the architecture surrounding
A/I’s data, but upon the solidarity surrounding A/I itself.
SEPTEMBER 25 IS NOT A DEADLINE FOR SILENCE
The designation is designed to isolate. The answer must be informed, independent
and disciplined solidarity. People in the United States should not improvise
donations, disguise payments or route resources through another person,
organization, currency or country. That could create sanctions exposure for the
supporter, the intermediary and A/I itself. The prohibitions can also extend
beyond money. Coordinated technical assistance, translation, advocacy, event
organization or other services provided to a designated entity may create legal
risk.
But September 25 is not a deadline for silence. Independent reporting,
criticism, protest, education and political advocacy remain possible. People can
tell A/I’s history, examine and challenge the government’s claims, contact
journalists and civil-liberties organizations, preserve public materials and
independently organize against the criminalization of resistant communications
infrastructure. The practical distinction is between speaking and acting
independently about A/I and providing funds or coordinated services to A/I. The
exact boundaries can be complicated. Anyone contemplating fundraising,
replacement infrastructure, public mirroring or direct technical assistance
should obtain qualified sanctions counsel. A February 2025
civil-liberties primer on material support and OFAC restrictions also warns that
lawful or protected activity can still attract surveillance, investigation,
immigration consequences or civil litigation. Supporters approached by law
enforcement should decline to answer questions and speak with an attorney.
This article is reporting and political analysis, not legal advice.
WHAT SUPPORTERS CAN DO BEFORE SEPTEMBER 25
Tell the history. Share A/I’s story: the hacklabs, Paranoia, Genoa, the KAOS
tours, the Trenitalia victory, the Aruba breach, Plan R*, Noblogs and the
Norwegian seizure. Do not allow the government’s description to become the only
publicly available account of what A/I is. Build a public defense coalition. Ask
independent server collectives, digital-rights organizations, hacklabs,
free-software projects, radical libraries, independent publishers, journalists,
attorneys, researchers and former users to respond publicly. Preserve the
archive. Servers can be seized. Domains can be suspended. Hosts can panic. Back
up publicly accessible and historically valuable Noblogs writing, along with
A/I’s manifestos, technical documents, legal records and movement history.
Record source URLs, authorship, publication dates and retrieval dates. Respect
privacy, copyright and removal requests. Do not access private accounts or
circumvent security. Personal preservation, research archiving and ordinary
journalism are not the same as publicly operating replacement infrastructure;
anyone considering a public mirror should first seek qualified advice.
Document over-compliance. Record companies, banks, registrars, platforms and
institutions terminating services or removing material. Preserve notices and
correspondence. The public record should show how far the designation reaches
beyond its formal language. Demand answers. Ask digital-rights groups, European
institutions and public officials whether they will permit American sanctions to
dismantle an Italian communications collective. Ask what protection exists for
European infrastructure, users and archives. Organize independently. Hold public
discussions about autonomous infrastructure, sanctions, surveillance and
material-support law. Publish explainers. Teach encryption. Support independent
civil-liberties work opposing expansive terrorism designations. Prepare lawful
material support. A/I has historically survived through voluntary donations, but
U.S. supporters should not send or reroute money while the designation applies
without a clear authorization. Digital-rights and legal organizations can
independently investigate lawful support mechanisms, licensing and potential
delisting proceedings.
Listen carefully to A/I’s public response while keeping advocacy legally
independent. The collective’s statement should inform how its history and
circumstances are described. Any coordinated campaign, fundraising channel or
direct service requires separate legal consideration. The immediate objective is
to make A/I impossible to quietly disappear.
THE NETWORK CALLED SOLIDARITY
A/I has survived corporations demanding censorship, covert police access,
confiscated disks, hostile providers, parliamentary attacks and international
investigations. The Trenitalia case produced mirrors and a legal victory. The
Aruba breach produced Plan R*. Provider censorship produced redundancy.
The Norwegian seizure demonstrated that the network could recover in hours. Each
attempt to isolate the collective spread knowledge about how censorship and
surveillance operate. Each attack became an opportunity to teach more people how
to protect one another. The United States has now transformed that history into
a global test. At stake is not only the survival of one Italian hacker
collective. It is whether maintaining infrastructure for radical movements can
itself be treated as terrorism; whether privacy can be redefined as concealment;
whether refusing to collect identifying information can be presented as
obstruction; and whether a provider can be held politically and legally
responsible for every text, tactic and claim transmitted through its machines.
A/I has spent twenty-five years preparing for the day when a server disappears.
It knows how to replace a machine, move a service, restore encrypted data and
continue operating after police or providers pull a plug. The United States is
attempting something different. It is trying to frighten banks, hosts,
registrars, infrastructure providers and supporters around the world into
abandoning the collective. Whether that succeeds will depend partly upon A/I’s
architecture.
It will also depend upon us.
Between now and September 25, preserve the history. Share the story. Build the
coalition. Document the isolation. Teach the tools. Prepare a lawful defense. Do
not allow the state to quietly establish that building privacy-preserving
infrastructure for dissent is itself an act of terrorism. Twenty-five years ago,
ten people gathered around a recycled machine and deliberately took too long
configuring it because everyone in the room was supposed to learn. That remains
the lesson. Do not leave the knowledge with experts.
Do not leave the infrastructure in one place. Do not leave the targeted to stand
alone.
The first server was called Paranoia.
The network it created was called solidarity.
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Public statement from Autistici/Inventati:
Today we were made aware that the US Government has targeted a small,
volunteer-run, technology collective from Italy with disproportionate sanctions
as anyone can read in the Treasury Department Statement, the State Department
Statement and the related Executive Order.
We deny all allegations included in the statements, while we strongly affirm our
dedication to providing a platform of tools for digital self-defense, addressing
the need of free communication for activists and other individuals, groups and
associations.
We will not back down, we will keep doing what we have been doing all these
years and we will do whatever is in our possibility to counter the false
allegations made by a politically desperate administration with the sole
intention of swaying people and media attention away from their own violence and
warmongering.
Antifascism and anticapitalism are not terrorism. Protesting is not terrorism.
And everyone has the right to speak out and to struggle for humanity.
Autistic/Invented Collective — “Socializing knowledge without establishing
power”
Stay human.
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Download the A/I book , +KAOS, on the history of the collective’s work,
available for free.
Download our Media Kit for social media graphics, archival guides, press briefs,
templates, and flyers if you or your organization would like to show solidarity
with A/I or learn more.
A Cuba la crisi economica e sociale ha raggiunto livelli sempre più
drammatici. La carenza di carburante, energia elettrica, acqua, medicinali e
generi alimentari sta mettendo sotto pressione i servizi essenziali e colpendo
in modo particolare le fasce più fragili della popolazione, dai bambini agli
anziani, fino ai pazienti ricoverati negli ospedali.
Uno degli aspetti più evidenti della crisi riguarda la disponibilità di
carburante e, di conseguenza, la produzione e la distribuzione dell’energia
elettrica. Le interruzioni della corrente possono protrarsi per molte ore e, in
alcune zone, arrivare a durare diversi giorni. Senza carburante diventa più
difficile garantire il trasporto delle persone e delle merci, mantenere
operativi gli ospedali, distribuire l’acqua e assicurare il funzionamento delle
scuole.
“La situazione nel Paese è al momento precipitata rispetto agli ultimi mesi” ha
raccontato ai microfoni di Radio Onda d’Urto la reporter Valentina Barile
rientrata da poco da Cuba, dove ha seguito la missione umanitaria di AICEC
(Agenzia per l’interscambio Culturale ed Economica con Cuba) che ha portato
farmaci, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e sportivo alle
comunità contadine della Sierra Maestra e della Sierra Cristal, alle scuole e
agli ospedali rurali dell’Oriente cubano.
da Radio Onda d’Urto
Pubblichiamo il comunicato apparso qui del collettivo A/I in seguito alla
notizia diramata dal Dipartimento di Stato Americano in collaborazione con il
Dipartimento del Tesoro della iscrizione del collettivo nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche a livello mondiale. Con grande stima per il
prezioso lavoro svolto dal collettivo e con la consapevolezza della sempre
maggiore importanza che assumono ragionamenti profondi attorno a questi temi
mandiamo la nostra solidarietà!
Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un
piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può
leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle
del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.
Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e
allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una
piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad
attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto,
opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione
politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media
dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è
terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta
l’umanità.
Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Stay human
[ENGLISH VERSION]
Today we were made aware that the US Government has targeted a small,
volunteer-run, technology collective from Italy with disproportionate sanctions
as anyone can read in the Treasury Department Statement, the State
Department Statement and the related Executive Order.
We deny all allegations included in the statements, while we strongly affirm our
dedication to providing a platform of tools for digital self-defense, addressing
the need of free communication for activists and other individuals, groups and
associations.
We will not back down, we will keep doing what we have been doing all these
years and we will do whatever is in our possibility to counter the false
allegations made by a politically desperate administration with the sole
intention of swaying people and media attention away from their own violence and
warmongering.
Antifascism and anticapitalism are not terrorism. Protesting is not terrorism.
And everyone has the right to speak out and to struggle for humanity.
Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Stay human
CALL PER DOCUMENTARIO INDIPENDENTE
Torino -
(giovedì, 3 settembre 02:00)
Il 26 agosto il governo USA ha sanzionato il collettivo Autistici/Inventati come
organizzazione terrorista.
Autistici/Inventati da 25 anni pratica una tecnologia basata sulla solidarietà e
sullo scambio di conoscenze. Per questo, come AvANa - AVvisi Ai NAviganti
sentiamo nostra la loro storia, ed esprimiamo la massima solidarietà.
Abbiamo tratto ispirazione dal loro impegno continuo nel mantenere attivi dei
servizi anche quando le persone intorno a noi li chiamavano anacronistici:
mentre la comunicazione pubblica si spostava nelle mani delle Big Tech,
continuare a puntare tutto su siti aperti, senza paywall né algoritmi che ti
tengono incollata; mentre i messaggi tra amici vengono macinati per nutrire
profili commerciali usati contro di noi, continuare a mantenere servizi in cui
il rispetto della riservatezza sia il cardine. È il genere di impegno che non
regala facili gratificazioni, ed è facile credere di essere diventati
irrilevanti. E quindi, come è successo che un piccolo collettivo che gestisce
una decina di server diventa un'organizzazione terrorista?
Una parte della risposta è che reprimere tutti i soggetti che non si rassegnano
all'Internet che vediamo - l'internet mercificato, autoritario, ecocida - e al
contrario costruiscono alternative, diventa un passaggio necessario per
l'autoritarismo. Che il digitale, insomma, è il piano su cui i fascisti vogliono
non limitarsi a vincere, ma stravincere. Dalla loro, possono contare su una rete
tutt'altro che neutrale: il controllo dei domini Internet è sempre stato a guida
statunitense, ma ha esibito per anni un atteggiamento neutrale; negli ultimi
anni, invece, gli Stati Uniti stanno mostrando il loro controllo sulle
infrastrutture di internet; Russia, Cina e altre nazioni si stanno sottraendo a
questo strapotere, portando pero' la rete ad una progressiva balcanizzazione.
La seconda parte della risposta richiede di guardare alla forma, anzi alla
struttura. Allontanandoci finalmente dal gergo militaresco del Dipartimento di
Stato (l'unico che sia in grado di esprimere, evidentemente) ci ricordiamo che
A/I è un collettivo prima di un'infrastruttura; un gruppo di affinità e non un
partito; un'insieme di pratiche di cura e certamente non una falange. E ci
ricordiamo allora di Rote Hilfe, il gruppo di supporto legale della sinistra
tedesca che alcuni mesi fa ha subito un forte attacco proprio dal sistema delle
sanzioni: anche lì, ad essere intollerabile per il capitalismo non è solo
l'antifascismo come analisi politica della realtà, ma l'antifascismo intrinseco
nella capacità di organizzarsi dal basso per supportare le esistenze delle
persone affini e non abbandonarle nelle mani del liberismo.
I prossimi mesi ci dovranno vedere impegnatə a difendere questa esperienza.
Bloccare sul nascere questo attacco, ed evitare la creazione di un precedente
pericoloso, dipenderà dalla capacità collettiva di creare una mobilitazione che
non si fermi a chi ha specificamente a cuore i temi dell'hacking e della
tecnologia libera.
Per un'Internet solidale, solidarietà ad Autistici/Inventati.
AvANa - Avvisi Ai Naviganti
[…] un libro è un fucile carico nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme!
Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe
essere il bersaglio dell’uomo …
Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali
insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi
protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che …
[ENGLISH VERSION BELOW]
Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un
piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può
leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del
Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.
Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e
allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una
piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad
attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto,
opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione
politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media
dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è
terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta
l’umanità.
Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Stay human
[ENGLISH VERSION]
Today we were made aware that the US Government has targeted a small,
volunteer-run, technology collective from Italy with disproportionate sanctions
as anyone can read in the Treasury Department Statement, the State Department
Statement and the related Executive Order.
We deny all allegations included in the statements, while we strongly affirm our
dedication to providing a platform of tools for digital self-defense, addressing
the need of free communication for activists and other individuals, groups and
associations.
We will not back down, we will keep doing what we have been doing all these
years and we will do whatever is in our possibility to counter the false
allegations made by a politically desperate administration with the sole
intention of swaying people and media attention away from their own violence and
warmongering.
Antifascism and anticapitalism are not terrorism. Protesting is not terrorism.
And everyone has the right to speak out and to struggle for humanity.
Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Stay human