Genova, venticinque anni dopo: brucia ancora
Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una posta politica ancora aperta, e va trattata come tale. Ridurla al ricordo delle sole ferite, delle violenze e del lutto significa consegnarla alla storia solo come cronaca. Perché il senso di quelle giornate non sta nella loro tragedia, ma in ciò che il movimento contro il G8 seppe mettere in campo e che la controparte non poté sopportare: per una volta, si era smesso di cercare il nemico di fianco, nell’altro impoverito quanto noi, e si era tornati a guardare in alto, verso i responsabili reali dell’ingiustizia. Tutto quello che venne dopo, la macchina repressiva, i pestaggi, la tortura, l’omicidio di Piazza Alimonda, la lunga guerra sul racconto, altro non è stato che la misura esatta della paura che questo seppe incutere. La posta in gioco Il punto non erano le manifestazioni. Le riunioni cominciarono nell’inverno e nella primavera del 2001, settimana dopo settimana, tra realtà diversissime, e già lì si aprì la frattura politica destinata a segnare tutto. I social forum, per natura, dovevano mediare tra posizioni distanti, dalle reti pacifiste ai gruppi ecologisti, ma lo facevano anteponendo le forme dell’espressione agli obiettivi: prima l’equilibrio sul dispositivo, un corteo, due piazze tematiche, tre assemblee, un concerto, e solo dopo i contenuti. Per l’area antagonista quel senso andava rovesciato. Genova non poteva essere la solita manifestazione nazionale, la vetrina di un’organizzazione: doveva essere il tentativo di alimentare un movimento reale, fatto di uomini e donne, con un obiettivo comune e dichiarato, ribaltare i rapporti di forza tra chi governa e i governati: “i sudditi volevano marciare (sul serio!) per calpestare i re”. Su la testa, su lo sguardo Su questo il movimento, nella sua pluralità, convergeva. Per una volta si era riusciti a indicare la responsabilità corretta delle ingiustizie del mondo: non un male astratto, ma un sistema con una forma, dei beneficiari e dei difensori. Otto capi di Stato non potevano rappresentare sei miliardi di persone; l’uno per cento non poteva decidere delle sorti di tutti gli altri, chiudendosi in una reggia, neanche dorata, ma circondata da sbarre e forze dell’ordine, a deliberare senza incontrare opposizione. L’anticapitalismo, nelle sue definizioni più variegate, in quegli anni, non fu una parola d’ordine tra le altre: fu la leva che tenne insieme soggettività, ceti e culture politiche altrimenti divise, come non è più riuscito di fare in tutto il quarto di secolo successivo. Ed è questo il cuore della questione. Ciò che rese Genova insopportabile per il potere non fu la conflittualità di piazza, fu l’aver dimostrato, davanti a milioni di persone, che è possibile aprire percorsi lineari e diretti contro i veri responsabili. Che il nemico ha un nome e un indirizzo. Nemici da abbattere A quella chiarezza lo Stato rispose con altrettanta chiarezza. Il G8 si presentò in maniera dichiaratamente autoritaria, sprezzante verso i movimenti, avvilente nella propaganda che per settimane annunciò tutto ciò che «poteva succedere», preparando l’opinione pubblica alla resa dei conti. Sul piano repressivo si costruì un vero e proprio ring: fortini, addestramenti straordinari della celere, caserme allestite per l’occasione, DIGOS e agenti in borghese di più corpi. Non l’ordine pubblico di una manifestazione, ma una macchina che per organizzazione e finalità ebbe i tratti di una struttura criminale rivolta contro un movimento. Che la repressione fosse preventiva, e non reazione a un ordine pubblico degenerato, lo dimostra ciò che accadde prima ancora dell’inizio del vertice. Citiamo ad esempio che una settimana avanti, un gruppo di militanti diretto a Genova per un’ultima riunione di rete viene fermato a un posto di blocco all’uscita dell’autostrada. Nella perquisizione dell’auto spunta un taglierino, uno strumento di lavoro, serviva al compagno in questione ad esempio a tagliare le fascette dei giornali nelle edicole. Basta quello: interviene la DIGOS, i controlli certificano che si tratta di attivisti del centro sociale Askatasuna, e la giornata si chiude con un divieto di ingresso nel comune di Genova per tre anni. Un foglio di via comminato a chi non aveva fatto nulla se non essere schedato. La colpa, già allora, non era un atto: era l’appartenenza politica. Fu a Genova, inoltre, che l’ordine pubblico cambiò passo con la ricerca sistematica del corpo a corpo: la battaglia in campo, il pestaggio, la carica a piede sull’acceleratore contro chi teneva le mani alzate. Una violenza dichiarata ed esibita, con la pretesa di rispettabilità di chi sa di poterla esercitare impunemente. Dopo Genova, per rifarsi il trucco, vista l’esplosione dei sel f media sopratutto, le forze dell’ordine cambiarono deliberatamente strategia, evitando i corpo a corpo, per passare a lacrimogeni e idranti, con meno danni televisivi dei pestaggi. Smash Capitalism! È dentro questa cornice che vanno lette le forme di lotta su cui ancora oggi si specula. Il venerdì si compone il blocco che la stampa battezzerà black bloc: qualche centinaio di persone dietro uno striscione nero: Smash Capitalism: banche e agenzie assicurative colpite lungo il percorso, mentre chi arriva nel primo pomeriggio trova già un corteo in movimento e una situazione precipitata. Ridotta all’osso, la scelta di quelle ore è politica e non estetica: riportare l’iniziativa contro la zona rossa e assumersene la responsabilità, oppure assistere passivi a ciò che comunque si sarebbe determinato. Fu scelta la seconda strada e ancora oggi la litania sugli infiltrati è quella che va per la maggiore. Contro la vulgata degli infiltrati che spiegherebbero ogni cosa, va rovesciato il ragionamento. Quando la polizia, potendo scegliere tra una via di soggetti attrezzati allo scontro e una di manifestanti inermi, carica sistematicamente i secondi, non c’è nessun mistero: c’è una scelta deliberata, che punta a spezzare la parte più larga e indifesa del movimento per diffondere paura. Diffondere paura come forma di controllo. (Cit) La cosiddetta «macelleria messicana» della notte tra il 21 e il 22 luglio, con le sue decine di feriti, e poi la caserma di Bolzaneto, non furono incidenti né eccessi: furono il volto compiuto di quella macchina statuale che aveva contemporaneamente un Vicepresidente del Consiglio e il ministro della giustizia in visita nelle caserme a battezzare il metodo. Bolzaneto: la (auto) sospensione del diritto Bolzaneto è il punto in cui lo Stato di diritto, semplicemente, si sospende. Ciò che vi avvenne, e che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la giustizia italiana avrebbero riconosciuto come tortura, fu una liturgia sistematica dell’umiliazione: l’identificazione e l’accerchiamento, la faccia contro il muro per ore, la sigaretta spenta in volto, le celle stipate, i cori dei carabinieri che cantavano vittoria, il liquido urticante negli occhi, le manganellate su chi non reggeva più in piedi, il silenzio improvviso delle guardie all’arrivo di un’autorità, i trasferimenti fino al carcere, la convalida davanti a un giudice con accuse fabbricate come la distribuzione di spranghe di ferro «a tutti i manifestanti» messe a verbale come fossero cronaca. Non fu la deriva di qualche agente: fu una struttura che sapeva di poter agire così, e lo fece. Piazza Alimonda Al centro di tutto resta il pomeriggio del 20 luglio. Piazza Alimonda. Carlo Giuliani, ventitré anni, colpito a morte da un carabiniere mentre nel caos solleva un estintore. Questo non è un incidente, non è una risposta, non è il prezzo di uno scontro: è un omicidio, a prescindere da chi materialmente premette il grilletto. E il potere lo seppe subito, tanto che alla morte fece seguire immediatamente la sua gestione: la copertura, il fotogramma trasformato in accusa alla vittima, le false notizie per fare di Carlo una scheggia impazzita, un corpo estraneo espulso dal suo stesso corteo. Ma Carlo non era estraneo a nulla. Era un ragazzo che stava in prima fila per spontaneità e per coraggio, che tentava l’assalto e la difesa del corteo che aveva alle spalle. Non era inquadrato in nessuno schema, e proprio per questo poteva essere chiunque. Qui si misura la cesura vera. Per una generazione, quella fu la prima morte di piazza. I caduti degli anni Settanta erano un ricordo dei libri, qualcosa di tramandato e lontano; nel 2001, per la prima volta, uno dei nostri veniva ucciso dalle forze dell’ordine sotto gli occhi di tutti. La notizia della sua morte fu vissuta come un lutto collettivo, al di là della persona: come se una parte di ciascuno fosse stata uccisa con lui. Non fu la paura, però, a prevalere. Fu quel lutto ad accendere un fuoco nuovo e a riportare tutti in piazza il giorno dopo, quando duecentocinquantamila, trecentomila persone ripresero il corteo, non più ignare, ma consapevoli di avere di fronte un nemico organizzato, scorretto, ferito e pauroso. La guerra sul racconto e la pratica dell’obiettivo Ciò che Genova lasciò non fu solo un trauma, ma una lunga battaglia sulla narrazione, ed è su questo terreno che il potere lavorò negli anni successivi, penetrando anche aree del movimento. Si mise in moto la caccia all’infiltrato: bisognava trovare un nemico interno che fosse l’agente in borghese, l’ultras, la scheggia black bloc, il corpo estraneo a cui addossare tutto, per normalizzare l’anormale. Perché normalizzare significava negare l’evidenza: che da quelle giornate si era usciti con le ossa rotte e con un compagno ucciso. La vera posta di quell’operazione culturale non era Genova in sé, ma la delegittimazione di una pratica: quella dello scontro finalizzato agli obiettivi La pratica dell’obiettivo per un movimento è ciò che distingue le parole dai fatti. I movimenti non possono vivere di sole parole, anche belle, anche giuste, devono andare fino in fondo. Quella ferita è stata portata dietro per un decennio, fino alla Val di Susa. Dopo lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, nel 2011, la macchina narrativa dei «black bloc» venne rimessa in moto da giornali e veline di questura. Ma questa volta si ruppe qualcosa. Dal popolo della valle non venne il «quelli non sono dei nostri», bensì il suo rovesciamento: «siamo tutti black bloc». Rivendicare la pratica di un obiettivo invece di prenderne le distanze fu, per chi veniva da Genova, la prova che quel dispositivo di divisione poteva essere spezzato dal basso. È la lezione più concreta di questi venticinque anni: la solidarietà nella pratica disinnesca la criminalizzazione più di qualsiasi appello alla rispettabilità. Cosa resta Il bilancio, a venticinque anni, è netto. La globalizzazione contro cui il movimento si mosse non è mai stata altro che una forma imbellettata (e semantica) del capitalismo, una forma impomatata dell’ imperialismo: non più solo conquista e occupazione di territori, ma distruzione diffusa di diritti, ricatto sociale, impoverimento collettivo, che parta dalla Colombia per arrivare in Piemonte o dal centro del mondo per scaricarsi sulle sue periferie. Quella fase è oggi, mentre scriviamo addirittura in parte superata dalla storia più vecchia del mondo, quella della guerra, ripresa dei conflitti armati, e il capitalismo, il più cinico dei sistemi, dimostra ancora una volta che gli serve sempre una guerra, per conquistare risorse o riequilibrare gli assetti mondiali. La vecchia, sana guerra combattuta con altri mezzi resta uno dei suoi motori, mentre per anni si è guardato altrove, immaginando un futuro fatto solo di finanza e di merci immateriali. Ma la cosa che il potere non poteva sopportare, allora, resta la stessa che non può sopportare oggi: che dentro la società si torni a guardare in alto. L’aggressione ai movimenti a Genova fu una delle leve contro un pensiero altro rispetto al dominante, e la sproporzione della reazione, Bolzaneto, la Diaz, l’omicidio di Piazza Alimonda, è la misura di quella paura. Per questo Carlo Giuliani non sarà mai una parentesi da chiudere: è la ragione per cui, ogni luglio, si torna in piazza, e la sua immagine, col passamontagna e l’estintore in mano, continua a essere sentita come cosa propria. Venticinque anni dopo, mentre nuove mobilitazioni provano di nuovo ad alzare lo sguardo come quelle passate sulla Palestina, la posta che Genova lascia in eredità non è la nostalgia di una stagione, ma un metodo e una direzione: indicare i responsabili, praticare gli obiettivi, e non smettere di guardare in alto, spingendo dal basso, forte, con Carlo nel cuore.
ResetClub Podcast 17 Luglio 2026@0
Ultima puntata di Resetclub. Il dirigibile elettronico rimarrà a terra fino a metà Agosto. In questo nuovo episodio della durata di due ore Yashin ha selezionato le tracce di Ovatow Avram Luca Vera Teou. Cynthia Spiering Zeta reticula Avram Zach Murray Rowan Between Dimensions Yashin/4Vesta Voodoos & Taboos Luca Lozano ANGEL D’LITE Mr. Ho Ekman Marc Romboy DJ Hell Rosati TAFKAMP Julieta Kopp Aza Kill Ref Hilltown Disco Terence Fixmer Raver’s Diary Blame the Mono Meese X Hell, DJ Hell, Jonathan Meese The Hacker Synth Alien
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Tecnologie della sorveglianza: dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo ai guadagni israeliani
Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso – segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e approfondito le varie modifiche normative che impatteranno gravemente sulla vita delle persone, sprovviste di documenti europei o permessi di soggiorno, in viaggio. Ma tra le righe di questi accordi tra gli Stati dell’Europa occidentale vi è la decisione di implementare gli investimenti economici in merito ai dispositivi di controllo non solo delle persone (si veda il – più che discusso – database Eurodac) ma soprattutto delle frontiere terrestri e marine. Non casualmente possiamo notare come le aziende che investono sulla crescita di tali tecnologie e che guadagnano dalla loro vendita, hanno base in Israele. Tecnologie – come quasi sempre accade – ideate e sperimentate sui palestinesi, prima e durante in genocidio. Perfezionate ad hoc per poi essere usate nei contesti della guerra ai migranti: il nemico interno dell’occidente. Come più volte ripetuto ai microfoni di Harraga (trasmissione in onda ogni venerdì tra le 15 e le 16 su Radio BlackOut) vi è un filo rosso che collega le tecnologie di morte e sorveglianza prodotte in Israele, per i propri genocidari obbiettivi coloniali, con la morte e sofferenze causate da frontiere e razzismo di stato a queste latitudini. Ascolta:
frontiere
sorveglianza
Harraga
war on migrants
modello israele
Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e preparativi verso l’Alta Felicità
Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa di lotta a San Didero, il secondo […] The post Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e preparativi verso l’Alta Felicità first appeared on notav.info.
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Genova 2001. Una storia del presente
Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e già ripubblicato sul nostro portale. La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di eccezione” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia) Futuro anteriore Uno, due, tre viva Pinochet Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei Sette, otto, nove il negretto non commuove! Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza, nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per intero legata al governo precedente. A conti fatti, nonostante il maccheronico decisionismo di cui Berlusconi ama ammantarsi, la decisione della quale il premier in carica e il suo Governo riuscirono a farsi interamente carico non andò oltre il posizionamento di un certo numero di fioriere al fine di rendere esteticamente più piacevoli alcune piazze della città destinate al passeggio dei “grandi della terra”, oltre all’imperativo decreto che vietava agli abitanti delle zone interessate agli eventi dei “grandi” di stendere i panni alle finestre. Infine, dato un breve sguardo ai palazzi della città, constatato che alcuni di questi si presentavano in maniera malconcia e poco decorosa Berlusconi ordinava, sicuramente con piglio ducesco, di recuperare in fretta e furia un certo numero di “teloni artistici” con i quali ricoprire le meste mura dei palazzi. Con ciò il centro storico di Genova non sarebbe diventata proprio il remake di Versailles ma per un paio di giorni il gioco, come in effetti accadde, avrebbe potuto funzionare. Questo, a conti fatti, ciò di cui si occupò concretamente il Governo di destra mentre l’intera macchina poliziesca e la pianificazione della gestione del Vertice è stata per intero farina del sacco fuoriuscito dal Governo della sinistra. Vale forse la pena di ricordare, al proposito, che il la al G8 genovese è stato dato dal Governo di D’Alema il quale, in non poche occasioni, tendeva a pavoneggiarsi mostrando il suo non secondario feeling con Condoleezza Rice feeling che, attraverso il gioco del detto e non detto, il nostro faceva intendere essere non solo di natura diplomatica e politica. Gossip a parte resta il fatto che la macchina del G8 ha preso le mosse sin dal 1999 e dal quel momento è stata puntigliosamente oliata e perfezionata. Del resto di quanto gli “eventi genovesi” avessero ben poco di sorprendente e inaspettato è facilmente constatabile con quanto andato in scena poco tempo prima nel corso delle giornate napoletane1, con ancora il governo di centro–sinistra in carica, le quali, col senno di poi, possono considerarsi come una sorta di prova generale di Genova 2001. Detto ciò, onde evitare equivoci di sorta, occorre fare una fondamentale precisazione. Qua non si tratta, infatti, di addossare le colpe della “macelleria messicana” andata in scena a Genova al governo di centro–sinistra piuttosto che a quello di centro – destra ma di evidenziare, piuttosto, il carattere unitario del comando internazionale del capitale. Focalizzare lo sguardo su D’Alema piuttosto che su Berlusconi, o viceversa, significherebbe perimetrare gli “eventi genovesi” in un’ottica localista dimenticando che, ormai dai tempo, i governi nazionali non sono altro che semplici propaggini e appendici, con poteri decisionali sempre più limitati, di poteri sovranazionali espressioni dirette delle varie componenti del comando internazionale del capitale2. Un comando che se, nelle diverse sue articolazioni, mostra di essere tutt’altro che prono a un unico disegno, tanto che il conflitto armato interimperialistico può essere tranquillamente assunto come la cifra del presente, nel rapporto con le masse subalterne conosce una “linea di condotta” sostanzialmente unitaria. Il G8 genovese, di ciò, ne è stato l’esatta fotografia. È all’interno di questo scenario obiettivo che, allora, diventa persino semplice comprendere il senso di quelle giornate e tutto ciò che si sono portate appresso, in primis la pratica della tortura. Un aspetto sul quale appare importante soffermarsi poiché l’utilizzo della tortura è qualcosa che va ben oltre la brutalità ma è indice di un passaggio politico a tutto tondo. Anche su questa esiste una non secondaria documentazione alla quale non si può far altro che rimandare evitando, in tal modo, di ripetere cose arcinote3. Più importante invece soffermarsi sui significati politici centrali che il passaggio alla tortura comporta poiché, il non farlo, potrebbe portare a un insieme di malintesi che finirebbero per diluire la tortura in una delle tante forme di sopraffazione poliziesca delle quali il mondo è tanto ricco quanto rigoglioso o, come nel caso genovese è stato più volte ventilato, all’iniziativa autonoma di quote di forze dell’ordine particolarmente reazionarie e prone alla violenza tanto che, commentatori tanto ingenui quanto sprovveduti, nei “fatti di Genova” hanno voluto intravedere un tentativo di golpe ordito dalle componenti filo fasciste del governo di centro – destra. Ovviamente di detto golpe non vi è stato alcun sentore così come nessuna modifica di una qualche rilevanza è andata a intaccare il quadro istituzionale. Certo il G8 genovese ha sancito un radicale passaggio nella “costituzione materiale” degli assetti del comando ma questo è un altro discorso, discorso che ben poco ha a che vedere con gli eterei mondi della politica e delle costituzioni formali ma affonda le sue ben più solide radici negli inferi della produzione4. Chiarito ciò proseguiamo. Quello che va evidenziato, a differenza di quanto comunemente fatto dai testi e dai resoconti coevi agli eventi genovesi, il cui sguardo si è focalizzato sulla violenza e la brutalità poliziesca5, è soffermarsi su cosa racchiude in sé il passaggio alla tortura, i suoi fini e i suoi obiettivi. Il passaggio alla tortura non rappresenta il tratto sadico e in fondo irrazionale del potere politico semmai un atto estremamente lucido e consapevole frutto del più cristallino decisionismo politico. Sicuramente non sono rari i casi in cui singoli gruppi polizieschi finiscono “fuori controllo” e vanno ben oltre il loro mandato ma questo non avviene mai nel caso della tortura. La tortura non è un eccesso dettato da un particolare contesto nel quale qualcuno “perde la testa” bensì un “programma politico” che soggiace per intero a una intenzionalità fredda, priva di emotività e del tutto razionale e che, a conti fatti e in maniera lucida e sintetica, racconta come il potere politico, senza distinzioni di sorta, si relaziona alle masse subalterne o, come accaduto in passato in Italia e Germania, un modo per neutralizzare le organizzazioni rivoluzionarie e i settori operai e proletari a queste affini6. Per comprenderlo cominciamo, intanto, con il dire che la tortura è altra cosa da quelpassage à tabac espressione con la quale il milieu7 è abituato a indicare l’interrogatorio di polizia. In questo caso tabac non ha nulla a che fare con il tabacco poiché, in argot, tabac significa battere o più precisamente picchiare. Con questa espressione il milieu indica ciò che pressoché abitualmente comporta l’interrogatorio di polizia. Nonostante, da tempo, una serie inesauribile di fiction come per esempio Il Commissario Montalbanoo Il maresciallo Rocca abbiano propagandato un’immagine assolutamente prona alla correttezza formale e a un trattamento scevro da qualunque brutalità da parte delle forze dell’ordine, il prosaico realismo consegnatoci dall’espressione cara al milieu rimane il permanente sfondo dell’interrogatorio di polizia. Al proposito vale sicuramente la pena di ricordare che è abitudine, tra coloro i quali corrono il rischio di incappare in un fermo o un arresto di girare con una lametta a portata di mano, solitamente nella bocca, in modo da potersi procurare all’occorrenza una certa quantità di lesioni in modo tale da interrompere l’interrogatorio e accedere al ricovero ospedaliero. In altre circostanze, invece, chi non ha lamette a disposizione cerca di tagliarsi, o procurarsi vistose lesioni, buttandosi contro una finestra e, attraverso questa via estrema, porre fine all’interrogatorio e trovare rifugio in un Pronto soccorso8. Tutto ciò per dire che la violenza da parte delle forze dell’ordine non è certo una eccezione ma una costante se non proprio certa, assai probabile. Tuttavia siamo ben distanti dal poter considerare tutto questo alla stregua di tortura anche perché, notoriamente, per i torturati l’escamotage dell’autolesionismo e conseguente ricovero ospedaliero non è certo una carta giocabile. Il fatto stesso che la polizia, di fronte a lesioni e ferite, si fermi indica come, per quanto brutale e violento, al passage à tabac non è consentito varcare una certa soglia. Perché vi sia tortura, per prima cosa e anche indipendentemente dal livello di violenza esercitata, occorre che vi sia una decisione politica ovvero che la violenza non sia il frutto della libera iniziativa di questo o quel funzionario ma che la decisione della violenza e delle sue forme appartenga per intero allo Stato. Non si tratta di una sottigliezza ma di un passaggio nodale. Nel caso della violenza, che in certi casi può assumere anche gli aspetti propri della tortura, frutto dell’abitudine costume poliziesco non vi è una regia centralizzata e un obiettivo politico da raggiungere mentre, quando la violenza è il frutto di una decisione politicamente centralizzata, il tutto ruota intorno al raggiungimento di precisi obiettivi politici. La tortura, e ne è un aspetto sicuramente non secondario, è finalizzata a far parlare il soggetto/oggetto inquisito ma non solo e anzi, come il G8 genovese ha ampiamente testimoniato, l’obiettivo perseguito non ha nulla a che vedere con il reperimento di informazioni. Scopo principale della tortura è spezzare e annullare l’identità politica e sociale del torturato, annichilirlo e terrorizzarlo e per questo il suo livello di violenza, a trecentosessanta gradi, è incommensurabile al più noto passage à tabac. Per i mondi illegali e per le stesse forze di polizia, a conti fatti, il  passage à tabacrappresenta una prova e un rito di passaggio. Attraverso di questo si pesa il soggetto con il quale si ha a che fare, lo si classifica. Chi passa la prova dal milieu sarà considerato un “bravo ragazzo”, uno del quale ci si può fidare mentre, da parte poliziesca, sarà archiviato come uno che non parla e con il quale non è il caso di perdere troppo tempo. Certo tutto ciò non fornisce la certezza di non dover più passare attraverso quell’esperienza ma sicuramente un po’ l’allontana. In ogni caso il passage à tabac ha come sola e unica finalità la confessione e la delazione nei confronti dei possibili complici, la tortura va di gran lunga oltre. Per quanto il reperimento di informazioni rimanga un suo obiettivo si può arrivare a dire che, per certi versi, questo è ciò che sta in superficie ma il vero scopo della tortura è distruggere e piegare l’anima del prigioniero. L’uso del terrore mira esattamente a ciò. Quanto andato in scena a Genova ne rappresenta non solo una eccellente esemplificazione ma un vero e proprio paradigma. Banalmente ai prigionieri non doveva essere estorta alcuna informazione, nulla doveva essere scoperto, nessun ipotetico complice doveva essere identificato, alcun piano sventato tanto che i prigionieri non sono stati sottoposti a interrogatorio ma “semplicemente” brutalizzati e terrorizzati. Se, in qualche modo, erano entrati nelle caserme pensando che un altro mondo è possibile, dovevano uscirne non solo sapendo che nessun altro mondo era possibile ma talmente piegati e terrorizzati da non poter neppur pensare a qualcosa di diverso. Ogni forma di resistenza alla globalizzazione del capitale doveva essere tanto rimossa quanto annichilita. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo politico perseguito dal potere politico attraverso l’uso sistematico della tortura. Del resto il fatto che oggetti della tortura fossero gli stessi gruppi pacifisti e di ispirazione religiosa qualcosa ha ben voluto dire9. Ciò che doveva essere estirpato era qualunque forma di “pensiero critico” nei confronti della globalizzazione del capitale e del pensiero unico che questa si porta appresso.  L’abito fa il monaco Ma questo scenario era così imprevedibile? Di quanto andato in scena, nelle giornate immediatamente a ridosso del Vertice, era così impossibile averne un qualche sentore oppure, al contrario, non pochi indizi potevano far presupporre che le giornate del Vertice sarebbero state tutto tranne che un pranzo di gala? Ciò che si stava verificando in città mentre le date del Vertice si avvicinavano non dava alcun segnale di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto? Il clima che si respirava in città, e in particolare nella zona centrale che di lì a poco sarebbe diventata addirittura non transitabili e gli stessi residenti, se non muniti di uno speciale lasciapassare, costretti a rimanervi segregati, era cosi sereno? Perché, a conti fatti, come autentici dilettanti allo sbaraglio gli organizzatori ufficiali del Contro Vertice, ovvero tutte quelle organizzazioni confluite nel Genoa Social Forum 10, hanno obiettivamente mandato al macello centinaia di migliaia di persone? Di quale malinteso, a conti fatti, la tragicità delle giornate genovesi è stato l’effetto? Fatale, in tutto ciò, è la cornice teorico – politica che ha fatto da sfondo all’organizzazione del Contro Vertice la quale, proprio in quelle giornate, ha conosciuto, insieme alla sua più radicale smentita, il suo inevitabile declino11. Prima di affrontare i guasti di detta ipotesi politica caliamoci un attimo nel mondo empirico partendo con la descrizione del fenomeno, il quale notoriamente è più ricco della legge, per passare poi a una sintetica disamina delle fatidiche giornate. Un piccolo resoconto etnografico può già fornire l’idea di che cosa stesse bollendo in pentola. Si tratta di un episodio, persino divertente, che mi ha visto coinvolto in prima persona e del quale ho un ricordo più che nitido, episodio avvenuto quattro giorni prima che le giornate del Contro Vertice prendessero le mosse, parliamo quindi del quindici luglio. A fine giugno avevo partecipato al Campionato europeo di powerlifting tenutosi a Londra. Campionato che, anche un po’ fortunosamente, avevo vinto. Avevo gareggiato nella categoria dei novanta chili rientrandovi con una qualche fatica per cui due settimane dopo ero sicuramente più pesante di almeno tre o quattro chili ma in buona forma. Diciamo che per strada non era proprio facile passare inosservati. A questa massa non proprio rientrante nella norma va aggiunto un abbigliamento altrettanto poco convenzionale, ovvero il tipico look da palestra insieme agli inevitabili capelli rasati. Così combinato,insieme a un cucciolo che a dieci mesi pesava già quaranta chili e sembrava avere il classico argento vivo addosso, entro nel labirinto dei vicoli del Centro storico cittadino per fare la spesa. Imboccata via san Luca12 incrocio un gruppo di ragazze e ragazzi con un cucciolo di labrador. I due cani iniziano a giocare dando vita alla classica situazione nella quale cuccioli particolarmente giocosi si incontrano e finiscono con l’attirare l’attenzione dei passanti. Il gruppo è formato da due ragazze e tre ragazzi con una età che, a occhio, poteva andare tra i diciotto e i venti anni. Dall’aspetto, ossia taglio dei capelli, vestiario e zainetti incarnano il modello idealtipico del no global radicale ma non troppo. Non hanno facce da strada e non sembrano neppure appartenere a quei settori giovanili di “classe operaia dura” abitualmente presente tra i vicoli dell’angiporto. I loro modi sono gentili ed educati e assai consoni a chi può vantare più una lunga militanza tra i boy scout e le associazioni di volontariato che tra le file di un qualche gruppo duro, radicale e pronto allo scontro di piazza. La loro aria ha ben poco di coatto o sgamato piuttosto quella dello sprovveduto che attraversa luoghi a lui sostanzialmente estranei come del resto, ancora nel 2001, il Centro storico poteva presentarsi. Se nel look, in qualche modo, possono vantare anche una vaga affinità con i punk-bestia questa è la medesima che poteva avvicinare i lettori di “Noi giovani”13 con la beat generation!. Finita questa sintetica descrizione riprendiamo il racconto. Mentre i cani giocano con l’inevitabile intreccio dei guinzagli e via dicendo veniamo letteralmente circondati da una decina di poliziotti che in maniera decisamente brusca ci chiedono i documenti. I tipi sono decisamente esagitati e sopra le righe come se tra noi avessero individuato Matteo Messina Denaro o qualcuno di calibro affine. L’attenzione si concentra immediatamente sui ragazzini, mentre io vengo tenuto in disparte, i quali vengono attaccati al muro e perquisiti, ragazze comprese anche se, di norma, avrebbero dovute essere perquisite da un agente donna ma evidentemente i nostri, anche se a modo loro, erano già post gender. Ovviamente, nei confronti delle ragazze, non mancano una serie di apprezzamenti sessisti mentre i ragazzini vengono apostrofati, con battute come frocetti e via dicendo. La perquisizione corporale ovviamente non porta a nulla e quindi l’attenzione passa agli zainetti il cui contenuto viene rovesciato con sfregio in mezzo a via san Luca. Da un paio di questi fuoriescono dei libri alla vista dei quali delle 44 Magnum o delle P38 avrebbero suscitato una reazione decisamente più composta. Iniziano così una serie di tiritere sugli studenti e gli intellettuali sulle quali non è il caso di soffermarsi poiché sono l’esatta fotocopia delle tradizionali retoriche plebee rivolte al ceto intellettuale14. La cosa dura una buona mezz’ora poi, tenendoli sempre attaccati al muro, passano al controllo dei documenti via centrale. In mezzo a tutto ciò vi sono una serie di dichiarazioni che, senza che la fantasia debba intervenire, fanno ben capire cosa si sta profilando all’orizzonte. Alla fine li mollano dicendogli: Tanto il culo ve lo spacchiamo tra qualche giorno. A quel punto rimango solo io e già sto immaginando che sarò fermato, portato in Questura e chi più ne ha più ne metta. Soprattutto sono preoccupato per il cane e sto pensando di lasciarlo alla mia parrucchiera di fiducia che fortunatamente è nelle immediate vicinanze . Faccio per mettere mano al portafoglio per mostrare i documenti e, con non poca sorpresa ma anche molto sollevato, incontro lo sguardo amicale del poliziotto che mi dice: Ma figurati, tu non sei come quelli là. Ringrazio e, con molta calma e ricambiando il sorriso, mi dirigo verso un negozio vicino per completare la spesa. Tutto ciò non deve stupire perché, come ha evidenziato la ricerca sociologica, l’aspetto di una persona influisce notevolmente sui comportamenti delle forze dell’ordine15. Nell’azione della polizia vi è sempre uno sfondo antropologico originato da un insieme di pregiudizi proprio delle retoriche di senso comune16 come, del resto, è ogni giorno facilmente constatabile osservando i comportamenti polizieschi nei confronti della popolazione immigrata17. Questo episodio, è bene sottolinearlo, è stato tutto tranne che un caso isolato. La caccia al no global era palesemente dichiarata e che la caccia avrebbe preso le sembianze della guerra qualcosa di più di una semplice ipotesi di scuola. Di ciò se ne è avuta una corposa conferma nelle giornate successive, soprattutto in quella del 21. Sull’andamento differenziato delle giornate occorre soffermarsi poiché sono in grado di raccontare qualcosa di non convenzionale che la narrazione ufficiale intorno al G8 ha per lo più eluso. Come noto, in realtà, le giornate sono state tre e non due anche se, quella del 19 luglio incentrata principalmente sulla “questione immigrazione”, è stata una manifestazione più ufficiosa che ufficiale. Questa giornata, con tantissima partecipazione anche se una parte consistente dei manifestanti era ancora in viaggio verso Genova, si è svolta senza incidenti e, almeno, in merito al discorso che stiamo facendo non vi un granché da dire. Spiccava, certamente, il numero impressionante di forze dell’ordine disseminate lungo il percorso del corteo, il loro fare piuttosto aggressivo il che, solo con il senno del poi, poteva interpretarsi come una avvisaglia, ancora sul piano del simbolico, di ciò che i giorni successivi portavano in grembo. Il 19, in ogni caso, fila liscia e si conclude il Piazzale Kennedy18 con un comizio di alcuni esponenti del Genoa Social Forum e il concerto dell’icona no global del momento, Manu Chao. Nel corso della serata si svolge anche una riunione “informale” dei responsabili organizzativi delle varie componenti del Genoa Social Forum ed è una riunione interessante perché mostra la totale incomprensione di questi nei confronti della realtà e delle dinamiche che di lì a qualche ora i manifestanti si troveranno a affrontare. Per farla breve nessuno ipotizza la possibilità di un attacco di una qualche consistenza da parte delle forze dell’ordine e l’unico problema che viene posto è il controllo dei gruppi che stanno fuori dal perimetro del Genoa Social Forum. Nessuna organizzazione dispone di una struttura “militante” anche perché tra le tante perle teoriche elaborate comunemente dalle componenti del Genoa Social Forum vi è proprio la critica, il rifiuto e la condanna di tutte quelle pratiche “novecentesche” sulle quali il Movimento dei Movimenti è stato in grado di porre, senza rimpianti di sorta, la parola fine. Questo il frame analitico con il quale gli organizzatori si apprestano a affrontare le giornate successive. Stato d’eccezione Veniamo così alla prima vera e propria giornata del Contro Vertice, il 20 luglio. La dinamica reale dei fatti, nonostante la morte di Carlo Giuliani, non sembra raccontare l’esistenza, da parte delle forze dell’ordine, di una strategia pianificata anche perché in virtù della dislocazione logistica delle manifestazioni non si mostrava realistica una pianificazione dell’attacco a tutto tondo. Troppe le manifestazioni e gli appuntamenti in giro per la città per poter pensare di trattarli come poi è avvenuto il 21. Diciamo che il 20 può essere considerato un prologo di quanto accaduto il giorno dopo ma un prologo che sicuramente ha avuto esiti contraddittori. Va rilevato infatti che, contrariamente a quanto per lo più raccontato dalla pubblicistica inerente ai fatti genovesi tutta incentrata sulla vittimizzazione del movimento, nel corso del 20 in non pochi casi non secondari spezzoni del movimento sono stati in grado di ribaltare i pronostici ovvero respingere gli attacchi delle forze dell’ordine, contrattaccare e colpire gli obiettivi che si erano prefissati. Il bilancio del 20, pertanto, non è così lineare e mostra come, a conti fatti, lo spazio metropolitano più che delle forze dell’ordine sia amico degli insorti. Ciò che sembra importante rilevare è come la giornata del 20, parafrasando Engels, abbia posto all’ordine del giorno una “nuova scienza delle barricate”1 in grado di scompaginare gli assetti militari delle forze dell’ordine. Volendo studiare, sul piano del “pensiero strategico”, quanto andato in scena il 20 luglio si potrebbe asserire che la tattica messa in campo da una parte neppure minimale dei manifestanti è stata una sorta di rivisitazione in chiave metropolitana della teoria militare di Mao e Sun Tsu2. Quattro aspetti, in particolare, sembrano legarsi a ciò. Il primo, che assume una valenza strategica, consiste nel rovesciare completamente il frame in cui il nemico vorrebbe ascriverti ovvero prendere l’iniziativa anziché subirla quindi attaccare invece che difendersi. In questo modo, da un lato si assesta un colpo mortale di tipo cognitivo ancora prima che militare al nemico, il quale scende in campo per aggredire e non prende minimamente in considerazione l’ipotesi di essere esso stesso quello attaccato, dall’altro lo si obbliga a rincorrere in continuazione l’azione dell’avversario obbligandolo a improvvisare e impedendogli di ragionare strategicamente. Non è un caso che coloro i quali si sono mossi in una logica difensiva, anche provando a combattere, il 20 luglio siano stati massacrati. In seconda battuta l’utilizzo del territorio come risorsa. Palesemente gran parte dei gruppi che si sono battuti si sono “armati” utilizzando le cospicue risorse che la metropoli è per forza di cose costretta a fornire. Ciò ha finito con il ridicolizzare, più che le forze dell’ordine in quanto tali, l’organizzazione ipertecnologica della quale queste si fanno vanto poiché una strumentazione minima ha messo in crisi autentici Robocop e tutti i gadget a questi annessi. Il terzo elemento è stato dato dall’apparire dove le forze di polizia non se lo aspettavano, quindi agire velocemente evitando o limitando al massimo lo scontro diretto. Questa è una tattica classica del maoismo che si porta appresso un duplice effetto: colpire in piena sicurezza l’obiettivo ma, soprattutto, demoralizzare e frustare l’umore del nemico che si ritrova, di fatto, continuamente sotto scacco. Anche il quarto aspetto deve molto al maoismo. Chiunque presente nella giornata del 20 ha potuto facilmente constatare come i gruppi offensivi agissero più come plotoni che come armata ovvero marciavano divisi per colpire uniti. Il 20 il grosso dei feriti e dei prigionieri c’è stato proprio tra coloro che marciavano nei panni dell’armata la quale, in caso di attacco, avrebbe costituito la massa d’urto contro la quale le forze nemiche si sarebbero infrante. Gli esiti arcinoti degli eventi hanno dimostrato quanto irrealistica si mostrasse detta scelta strategica. A fronte dello strapotere tecnologico delle forze dell’ordine ogni anche coraggioso tentativo di difesa si è velocemente trasformato in una rotta senza capo né coda. Tutto ciò ha fatto sì che, nonostante la brutalità messa in campo e la pratica della tortura già in atto nei confronti dei prigionieri, la giornata del 20 possa essere archiviata come una giornata nella quale, per il comando internazionale del capitale molti conti sembravano non tornare. Significativo il fatto che di ciò praticamente non si parli, mentre centrale diventa il sottolineare il tratto repressivo della giornata e questo non tanto per colpevolizzare le forze dell’ordine bensì per cancellare dalla memoria l’idea stessa che lottare e vincere è possibile. Non per caso coloro i quali si sono battuti con successo sono stati bollati come provocatori, infiltrati, fascisti e via dicendo del resto è almeno da Piazza Statuto3 che questo ritornello, più ossessivo di un tormentone estivo, viene ripetuto. Passiamo così alla fatidica data del 21 luglio. Questa è la giornata chiave del G8 genovese. Gli eventi sono di una linearità e semplicità sconcertante. Il calendario del Contro Vertice prevedeva un solo e unico appuntamento, un corteo che doveva partire dalla zona Foce4 e quindi attraversare un certo numero di vie cittadine. Nonostante quanto accaduto il giorno, non solo e soltanto in relazione alla morte di Carlo Giuliani, ma per il modo decisamente belligerante mostrato dalle forze dell’ordine, gli organizzatori ufficiali della manifestazione (ovvero il Genoa Social Forum) non adottarono nessun accorgimento di autodifesa anzi si adoperarono non poco per far sì che il corteo fosse del tutto “disarmato”. Se, per quanto in maniera grottesca, organizzarono una qualche forma di Servizio d’Ordine questo aveva il compito di isolare i “cattivi” e i “provocatori” dalla parte sana dei manifestanti. Un comportamento non così incomprensibile visto che la sera prima, di fronte al cadavere ancora caldo di Carlo Giuliani, i vertici del Genoa Social Forum si affrettarono a bollare Carlo come un “punkabbestia tossico” che nulla aveva a che vedere con la gran parte dei manifestanti. Palesemente per la dirigenza del Genoa Social Forum il problema non erano le forze dell’ordine, anche se sarebbe più sensato dire che il loro problema non era il comando internazionale del capitale poiché, in fondo, le forze dell’ordine non erano altro che il braccio militare di un cervello politico, bensì tutta quella componente dei manifestanti che il giorno prima aveva dimostrato di saper mettere i bastoni tra le ruote ai disegni del potere politico. Il Genoa Social Forum si poneva dunque l’obiettivo di pacificare il corteo e, all’occorrenza, reprimere ogni pratica di attacco. Questo lo scenario nel quale precipitano circa 350.000 persone (questa la stima approssimativa dei partecipanti al corteo del 21) che intorno alle 15 iniziano a muoversi da Corso Italia verso Piazza Rossetti. Nelle prime 10/15 fila è concentrato il gotha del Genoa Social Forum distanziato di una ventina di metri dal resto dei manifestanti, metri che, col senno di poi, mostreranno di avere più che una ragione. Dal canto loro le forze dell’ordine, oltre a quelle tenute in riserva nelle immediate vicinanze del corteo, sono massicciamente dislocate di fronte al corteo formando un angolo retto tra Corso Italia e Piazza Rossetti dove, cioè, secondo il percorso concordato doveva svoltare e dirigersi il corteo. Altre forze visibili non sembrano essercene a parte alcuni elicotteri che svolazzano, però abbastanza alti, sul corteo. Repentinamente la testa del corteo, pressoché in solitudine, parte e, pochi metri dopo, svolta verso Piazza Rossetti mettendosi, apparentemente, in salvo. A quel punto, senza alcun motivo, tutte le forze dell’ordine schierate iniziano a sparare lacrimogeni, gli elicotteri si abbassano e anche da questi iniziano a essere sparati i candelotti mentre, come per magia, dai tetti delle case circostanti si materializzano non pochi tiratori che iniziano a fare il tiro al bersaglio contro il corteo. Questo, del tutto impreparato, sbanda paurosamente e fugge assumendo, per forza di cose, una forma goffa e scomposta. A quel punto il lancio di lacrimogeni si affievolisce e partono le cariche. Una quota di manifestanti cerca rifugio buttandosi sulle spiagge sottostanti e, a conti fatti, risulterà una delle peggiori soluzioni. Nessuno aveva fatto sicuramente caso ai gommoni che stazionavano sul mare o, se li avevano notati, pensavano che fossero i soliti gommoni che in estate pullulano nel mare cittadino. Su questi, però, non c’erano bagnanti ma forze dell’ordine le quali, appena iniziate le cariche, avevano fatto prua verso le spiagge pronte allo sbarco. Così, chi pensò di salvarsi sulle spiagge, si trovò chiuso a monte dalle cariche e a mare dalle truppe appena sbarcate. Questi saranno i primi a essere massacrati, catturati e torturati. Il resto della giornata è un continuum di quanto appena raccontato. La Diaz5 sarà la classica ciliegina sulla torta che ben si coniuga con il prelievo e arresto dei feriti dentro gli ospedali, i lacrimogeni sparati contro le ambulanze e il sistematico pestaggio e arresto di chiunque non fosse in grado di correre abbastanza veloce. Anche se qualche forma di resistenza è stata tentata questa non ha avuto, e neppure poteva avere, alcuna incidenza sull’andamento della battaglia. Questa non poteva che essere persa in partenza poiché il modo stesso in cui la manifestazione era stata pensata e organizzata consegnava i manifestanti al nemico. Si potrebbe andare avanti ore a raccontare episodi della giornata il che, però, non modificherebbe di una virgola quanto sinteticamente descritto. La giornata del 21 vede il trionfo del Vertice nei confronti del Contro Vertice e questo è quanto. Giunti a questo punto appare sensato provare a trarre qualche indicazione da quanto andato in scena. A molti, o almeno a quelli che per età anagrafica provenivano dagli anni Settanta, le prime cose che vennero in mente furono le immagini del golpe cileno. Una comparazione sulla quale si può ampiamente concordare poiché, nei nostri mondi, scenari simili non si erano mai visti e tanto meno dati neppure nel corso degli anni Settanta dove, per quanto di bassa intensità, l’Italia è stata attraversata dalla guerra civile. Il confronto con il Cile è quanto mai azzeccato ma non tanto per le forme di repressione riscontrate ma per ciò che queste ratificano nel rapporto tra classi dominanti e masse subalterne. A conti fatti, quanto osservato a Genova, in assoluto non è per nulla una novità, ma lo è se consideriamo il perimetro dell’Europa Occidentale e, più in generale, dell’Occidente nel suo insieme. Ciò che è andato in scena a Genova può essere considerato esattamente come la cifra della globalizzazione un’asserzione che, in prima battuta, può apparire come una boutade ma che, a uno sguardo minimamente attento, si mostra densa di non poco realismo. Ciò che è andato in scena nel corso delle giornate genovesi non testimonia niente altro che due cose: la fine della legittimità 6 storico–politica delle masse subalterne e, come diretta conseguenza di ciò, il venir meno di ogni forma di mediazione tra comando internazionale del capitale e quote sempre più alte di subalterni anche nei nostri mondi. In altre parole quel “patto socialdemocratico”7 che aveva caratterizzato il secondo dopo guerra dell’Europa Occidentale e, pur se con sfumature non secondarie, il mondo Occidentale è venuto meno. Nel momento in cui il mondo si è fatto uno a farsi egemone come modello di governo delle masse subalterne, attraverso un processo a cascata, non sono stati i diritti e le garanzie presenti in Occidente bensì le forme di dominio proprie di ciò che comunemente veniva definito Terzo mondo. A farsi egemone è stato un modello tipico del mondo coloniale dove, notoriamente, alle masse è riconosciuta voce ma non linguaggio8. Con ciò viene meno il riconoscimento della dimensione politica dei subalterni la cui dimensione assume sempre più quella della “massa senza volto” e quindi deprivata di ogni spazio di mediazione politica e sociale9. La topica colossale coltivata dalle organizzazioni del Genoa Social Forum è stata proprio quella di non aver letto l’oggettività di questo passaggio e aver tentato, su scala globale, la riattivazione di un “patto socialdemocratico” che il potere politico, però, non ha più nelle corde. Le giornate del G8 genovese hanno posto fine a un malinteso che il Genoa Social Forum ha coltivato, in maniera obiettivamente autistica, sino all’ultimo. Genova non ha significato la fine di tutto, la pietra tombale sul Movimento o il venir meno di ogni forma di resistenza e contrapposizione bensì l’inizio di una nuova fase del conflitto. Il G8 genovese ha sicuramente chiuso il capitolo del Novecento il che non vuol dire che abbia azzerato le contraddizioni del capitalismo e dell’imperialismo, semmai le ha amplificate. In questi venti anni abbiamo assistito a tutto tranne che a una qualche forma di pacificazione sia perché le tensioni interimperialiste hanno fatto precipitare il mondo in una guerra permanente dagli esiti incerti, sia perché movimenti di massa non secondari hanno e stanno scuotendo alla base gran parte delle certezze che l’era globale pensava di portarsi appresso. In tale ottica, allora, le ceneri del G8 sparse ai quattro venti non hanno nulla di funereo ma, con molto più realismo, appaiono come semi dell’Angelus Novus.
Brescia, sabato 25 luglio: Iniziative per la chiusura estiva del circolo Bonometti e presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di Canton Mombello, si è innescata la scintilla della rabbia di alcunx detenutx che vivono in una delle carceri più sovraffolate d’ italia. Ancora una volta, il fuoco dei materassi marci sui quali dorme chi è statx privatx della libertà, fa meno rumore dei giorni di prognosi che vengono regalati alle guardie dopo le rivolte. A fare notizia, ancora una volta, non è stata la condizione micidiale di chi sta dietro le sbarre, ma il secondino rimasto “ferito” durante quelle che vengono definite operazioni per riportare la situazione sotto controllo. Sotto quello stesso controllo che spesso e volentieri uccide, sotto i manganelli, in solitudine, nella sporcizia delle celle, soffocando nel contare i respiri. Tutte le carceri e i cpr sono luoghi in cui si muore, o meglio, si viene assassinatx dallo stato e Canton Mombello, con il suo tasso di sovraffollamento del 203%, non fa certo eccezione. Infatti, l’ agosto scorso, dietro quelle mura, una persona è stata suicidata dallo stato nella sua cella rovente, riuscendo a uscirne soltanto con l’ inutile tentativo di raggiungere l’ ospedale. E se nelle gabbie dello stato lo spazio è già infinitamente insufficiente, a toglierne ulteriore ci pensano i decreti legislativi di un governo che fa dei suoi vessilli sicurezza e repressione. L’ ultimo, approvato qualche giorno fa, estende il fermo preventivo, già in vigore nel pacchetto sicurezza, anche ai minori di 18anni. Lo scopo è palesemente quello di profilare razzialmente quella fascia di giovani che fino ad ora venivano “soltanto” fermati dagli sbirri e sparati a sangue freddo nei parchi di Rogoredo, come Abderrahim Mansouri, o investiti sotto le gazzelle delle guardie, come Ramy. In materia di misure preventive il governo Meloni ha dimostrato di averle adottate come strumento prediletto per affogare il dissenso con punizioni esemplari, inasprendo sempre di più le pene ed estendendo il potere d’ intrepretazione della legge a sbirri sempre più armati e legittimati. Ed è proprio nel colpire chi lotta che queste misure trovano la loro massima espressione,come il rinnovo del regime di tortura del 41bis ad Alfredo. Come il carcere preventivo a Luigi e Bak che da 8 mesi sono agli arresti in attesa di giudizio. Come le indagatx del 16 giugno rilasciatx settimana scorsa dopo due settimane agli arresti con la sola “prova” di possedere fanzine di carta, operazione evidentemente costruita con la squallida scusa di sgomberare lo spazio del Bencivenga. O ancora come le 91 persone schedate per aver espresso solidarietà a Sara e Sandro sul luogo della loro morte. Se il potere costituito si illude di riuscire ad affogare la libertà sotto una pioggia di decreti legislativi attraverso il ricatto della prigione, resistere in questa tempesta liberticida, oltre ad essere una necessità inalienabile, è un compito indispensabile alla frantumazione di un sistema sempre più elitario e fascista. Quando la repressione è legge la rivolta è dovere Contro ogni frontiera e ogni prigione Libertà per tuttx! A fianco di Alfredo, Anna, Juan, Bak, Luigi, Pietro, tuttx le indagatx del 16 giugno e tuttx lx detenutx
Iniziative
Carcere
Avigliana-Orbassano: si rafforza la richiesta di ritirare il progetto. Ma il Commissario insiste sull’accelerazione
A poche settimane dalla richiesta di ritirare il progetto della tratta nazionale Avigliana-Orbassano, l’Unione Montana Valle Susa torna a chiedere che Governo, Regione Piemonte e RFI prendano atto della realtà. […] The post Avigliana-Orbassano: si rafforza la richiesta di ritirare il progetto. Ma il Commissario insiste sull'accelerazione first appeared on notav.info.
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Unione Montana
Genova non è stata una parentesi
Dedichiamo la puntata ai 25 anni dai tre giorni di Genova 2001. Il nosro intento non è quello di una cronistoria, ma piuttosto di provare ad unire i puntini per capire l’eredità di quel momento storico che ha rappresentato uno dei momenti di rottura più incisivi nel panorama politico repressivo. Lo spettro dei blackblock e la conseguente narrazione distorta è ancora oggi vivissima ed in buona parte ha stracciato quei legami che oggi appaiono impossibili, ma soprattutto ci lascia in eredità un insieme di misure repressive che di anno in anno costruiscono un muro sempre più invalicabile. Un muro  che divide la società in tante sezioni, non solo in pacifici e violenti. Quello che dobbiamo riscoprire dopo 25 anni è la creazione di alleanze insolite, fuori dagli schemi ideologici o di pratica. Questa è la musica usata 01 – Ladytron – Discotraxx 02 – Assalti frontali – Rotta indipendente 03 – Bandabardò – Manifesto 04 – Il teatro degli orrori – Genova 05 – Linea 77 – Avevate ragione voi 06 – Punkreas – WTO 07 – Rage against the machine – Voice Of The Voiceless 08 – Rage against the machine – Calm Like A Bomb 09 – Manu Chao – Mi Vida 10 – Skalariak – Nuestra Manifestacion 11 – The Sabotage – Police Attack 12 – Sud sound system – Nu Tradire Mai 13 – Asian Dub Foundation – Free Satpal Ram 14 – Bad religion – Let It Burn 15 – Eels – Teenage witch 16 – L.A. Salami – I Need Answers 17 – Fugazi – Epic problem 18 – Ink And Dagger – The Lines Of Lies 19 – Joshua Idehen – Once in a Lifetime 20 – Angry Samoans – Dope on the scarecrow
repressione
metix flow
genova 2001