ASSEMBLEA CITTADINA
Piazza Castello - Piazza Castello torino
(mercoledì, 9 settembre 18:00)
ASSEMBLEA CITTADINA
MERCOLEDÌ 9 SETTEMBRE
Ore 18:00 - Piazza Castello
In Cisgiordania proseguono attacchi dei coloni armati, distruzione di abitazioni
e strade, espropriazione di terra coltivata, deprivazione di acqua, arresti e
detenzioni arbitrarie, omicidi a sangue freddo.
Prosegue inoltre l’invasione del Libano e gli attacchi aerei e missilistici
contro l’Iran, affiancati dagli Stati Uniti.
I maggiori finanziatori e fornitori di armamenti al regime israeliano sono USA,
Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia. Tutti loro acquistano anche sistemi
d’arma dal governo israeliano.
https://www.facebook.com/torino.per.gaza
ll ddl Antisemitismo, in discussione il 9 settembre in Commissione Affari
Costituzionali alla Camera, vuole introdurre nella legge italiana la definizione
IHRA (International Holocaust Remebrance Alliance), la quale, in ben 7 degli 11
esempi esplicativi citati di presunti atti di antisemitismo, tende a sovrapporre
le critiche alle politiche di Israele con il razzismo antisemita.
Questo significherebbe tacciare di odio razziale la denuncia delle politiche
coloniali, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio del popolo
palestinese – denunciato anche dall’Onu circa un anno fa – della pulizia etnica
e dell’apartheid. Opporsi al DDL significa prendere sul serio l’antisemitismo e
il suo riemergere nel presente in varie forme, anche violente, e credere che sia
necessario contrastarlo con strumenti di lotta e solidarietà efficaci,
proteggendo al contempo lo spazio per la legittima e necessaria critica a
Israele e alle sue politiche.”
E’ stato indetto il 9 a Montecitorio un presidio proprio in occasione della
discussione del ddl Antisemitismo alla camera, chiamato da oltre 100
associazioni, ne parliamo con Alessandra Algostino docente di diritto
costituzionale all’Università di Torino.
La crisi umanitaria di Ceuta sembra tenere ancora sotto scacco il governo
spagnolo. A poco più di un mese da quando decine di migliaia di persone
provenienti dal Marocco e dall’Africa Subsahariana hanno varcato le frontiere
spagnole e sono entrate nell’exclave spagnola in Nord Africa, l’equilibrio
politico a Madrid non si è ancora ristabilito .
Centinaia di persone fra cui tanti minori sono senza protezione umanitaria e non
hanno un posto dove stare ,subiscono continue aggressioni da parte delle ronde
fasciste e della polizia .
Il Centro di Permanenza Temporanea per Migranti (CETI) di Ceuta fin da subito è
stato insufficiente a coprire il numero di persone che necessitava accoglienza e
ha rapidamente superato il limite di sovraffollamento. Dopo vari giorni dai
primi arrivi, il governo spagnolo ha aperto altri due spazi per offrire
trattamenti d’accoglienza e provare a liberare gli spazi della spiaggia del
Trampolín, che per giorni ha ospitato migliaia di persone in attesa di una
minima risposta istituzionale. Tutto questo evidentemente non basta. Le
organizzazioni attive sul territorio denunciano gravi ritardi nei processi di
identificazione delle persone minori non accompagnate da parte degli enti
governativi predisposti. Elemento che non solo complica una situazione già
drammatica, ma mette migliaia di minori di fronte al rischio di deportazione
verso il Marocco.
Le iniziative di solidarietà si moltiplicano nonostante il clima da caccia al
migrante alimentato da elementi neo franchisti arrivati dalla Spagna; assistenza
legale ,raccolte di beni di prima necessità ,ospitalità e protezioni per i
minori sono le risposte che le organizzazioni solidali cercano di dare alla
crisi che ormai sembra alimentata ad arte per innescare speculazioni politiche .
Ne parliamo con un compagno che si trova a Ceuta.
apoyomutuoceuta@riseup.net
Estratti della puntata del 7 settembre 2026 di Bello Come Una Prigione Che
Brucia
LA FINE DI AUTISTICI/INVENTATI
Con un comunicato rilasciato il 6 settembre 2026 si annuncia la fine del
progetto Autistici/Inventati.
La chiusura di A/I non è “l’ennesima disgrazia”, ma un evento che incarna
diverse traiettorie da analizzare e con le quali è urgente confrontarsi.
Il provvedimento dell’OFAC (ufficio beni stranieri del Dipartimento del Tesoro
statunitense) descrive il contesto di arbitrarietà e di potere sanzionatorio
globale di questa agenzia, così come l’impossibilità di disobbedire ai suoi
diktat da parte di provider e banche.
La questione non è semplicemente quella di trovare strumenti alternativi dove
trasferire il proprio blog o la propria casella di posta elettronica, ma come
muoversi collettivamente per contrastare la desertificazione di progetti che
esulino dalle logiche del capitalismo della sorveglianza.
PERCHÉ ATTACCARE A/I: CORNICE DI URGENZE E INTERESSI IN CAMPO
L’attacco statunitense risponde ad almeno tre scopi:
– fronte interno USA: corroborare la tesi di Antifa come network terroristico
globale
– testare l’adesione a un’internazionale reazionaria della repressione
– completare l’egemonia sulla rete (guerra alla crittografia, all’anonimato,
ecc.)
Questi tre scopi non vanno letti come segmentati, ma rispondono all’agenda di
classe dei tecnomiliardari: il rischio concreto di esplosione della bolla
dell’AI, le contraddizioni insanabili di un completamento dei processi di
automazione all’interno del sistema capitalista, l’ipotesi di una rabbia sociale
organizzata che inizi a rivolgersi contro di loro, suggeriscono l’investimento
in strutture di potere reazionarie.
Se diversi attori geopolitici giocano alla guerra di informazione con le loro
squadre di chatbots e AI agentiche, il “campo da gioco” prinicpale sono i social
media statunitensi.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E POLITICA
In ambito politico, i chatbots non servono solo a manipolare il consenso, ma
vengono progressivamente utilizzati in modo crescente da legislatori, ministri,
funzionari di vario ordine e grado.
Un’analisi di algorithmwatch.org ci consente di tornare sulla relazione tra AI e
politica, osservando scenari attuali e futuribili:
APP PER LE VACANZE DEI CRIMINALI DI GUERRA
Shachpatz (giubbotto antiproiettile) è un’app israeliana, realizzata dal
movimento ultra sionista di azioni legali Shurat HaDin, per tutelare veterani di
IDF in vacanza da eventuali ripercussioni per i crimini di guerra commessi a
Gaza.
Se gli strumenti di autodifesa digitale vengono criminalizzati come funzionali
alla commissione di reati, se collettivi come autistici/inventati sono tacciati
di facilitare reati politici e network terroristici internazionali come Antifa,
può essere interessante segnalare altri strumenti che tutelano poveri genocidari
indifesi.
SPOILER PROSSIMA PUNTATA
Droni dormienti attivati da segnali acustici, automazione dei sistemi d’arma
russi in Ucraina… breve introduzione di argomenti che affronteremo insieme
lunedì prossimo:
Pubblichiamo un ottimo contributo di Ecologia Politica Torino sull’estate appena
passata e sugli interrogativi e piste di intervento per i mesi a venire!
0. Premessa
Settembre è ormai iniziato. È da giorni superata la quinta ondata di calore e le
tempeste che ne sono seguite. L’estate 2026 verrà ricordata come la più calda di
sempre (almeno fino al prossimo anno): persino più calda di quella del 2003,
considerata fino ad ora la peggiore per le alte temperature.
La gente è rimasta chiusa in casa, dove sarebbero dovuti rimanere anche i
lavoratori. I bambini e gli anziani si sono dovuti affrettare a chiudere
persiane, accendere condizionatori, azionare ventilatori, provvedere a riserve
auree di siberini e ghiaccioli per sopravvivere alle temperature torride e
logoranti. Si provava a mettere il muso fuori dalla porta per una passeggiata
alle 22 di sera e rientrava presto di nuovo in casa cercando un po’ di
refrigerio all’altare dei vari pinguini e deumidificatori di nuova o vecchia
generazione. Si è parlato di un nuovo lockdown.
I Kw/h richiesti per fornire una condizione di vivibilità minima si sono
accumulati, le centrali si sono affannate produrre incappando in blackout che
hanno messo in crisi il precario equilibrio dei cittadini e dei rifugi
anti-caldo che si sono costruiti.
Il cibo costa caro: non c’è stata acqua per irrigare i campi, i fiumi sono a
secco. I paesaggi metropolitani e non rimangono desolanti. I pronto-soccorso
pieni, le corsie riempite dalle ondate di calore ricordano i tempi della
pandemia. Le poche piscine pubbliche prese d’assalto.
Vera emergenza. I bollettini su bollettini hanno descritto per oltre tre mesi
una situazione in continuo peggioramento. A ogni telegiornale, si pregava di non
trovare la propria città condannata al bollino rosso.
Di nuovo: è sembrata apocalisse, ma apocalisse non è. E qualunque cosa sia, è
solo l’inizio.
[Fig. 1: rilevazioni delle temperature del suolo effettuate dal satellite
Copernicus Sentinel-3 per il 24/6/2026, con picchi di 55°C in Spagna]
1.Definizioni e qualche numero
Per orientarci, è forse utile provare a inquadrare la magnitudine e gravità di
quanto stiamo attraversando attraverso qualche numero preliminare.
In meteorologia, un’ondata di calore è definita come un periodo di almeno 3
giorni consecutivi in cui le temperature (sia massime che minime) superano il
90° percentile delle temperature tipiche di una zona in un periodo di
riferimento climatico.
Globalmente, secondo i dati forniti dall’EM-DAT (Database internazionale dei
disastri), tra il 1980 e 1989 vengono registrati solo 14 eventi così
classificabili. Dal 1990 al 1999, il numero più che raddoppia. Dal 2000 al 2009
si schizza a 83, cifra che è già stata ampiamente superata solo nella prima metà
della decade attuale (99 casi nel periodo 2020-2024).
La definizione di ondate di calore data dall’ISPRA individua un’origine precisa:
il cambiamento climatico. E gli episodi di caldo intenso e prolungato derivanti
dalla crisi eco-climatica in corso rappresentano un concreto rischio per la
salute: il tasso di crescita delle morti legate alla canicola è infatti
altrettanto drastico (dalle 3.400 registrate per gli anni ‘80 a oltre 121.000
dal 2020 al 2024), specie se associato al numero medio di morti per ondata di
calore: da 244 per la decade 1980-89 a 1,222 tra il 2020 e il 2024. Sempre più
ondate di calore, dunque, e ondate di calore sempre più mortali.
Di queste morti per caldo registrate negli ultimi cinque anni, il 18% ha avuto
luogo in Italia. Una discreta carneficina.
Nelle aree urbane, dove oltre metà della popolazione mondiale risiede, l’aumento
della mortalità è maggiore (Fallmann et al., 2016). Parte significativa di
questo incremento è da imputarsi al fenomeno tutto metropolitano dell’isola di
calore: asfalto e cemento trattengono una grande quantità di energia solare,
mentre la carenza di aree verdi e l’impermeabilizzazione del suolo urbano
limitano i meccanismi di raffrescamento dovuti a copertura arborea e
evapotraspirazione. Ne risultano temperature superiori fino a +3°C rispetto alle
aree rurali e periferiche circostanti. E’ sempre dall’esperienza delle grandi
città che emerge il concetto di notti tropicali – nulla di esotico, anzi: il
termine indica quelle notti ormai familiari in cui la temperatura minima non
scende sotto i 20°. Queste temperature agiscono negativamente sull’organismo,
rendendo difficile il recupero termico e aumentando la domanda idrica e lo
stress fisiologico.
Secondo stime provvisorie diffuse dal Guardian, le ondate di calore di
quest’estate si sono tradotte per l’Europa in almeno 35mila morti in più. Il
numero reale è certamente più alto. Torino fin da giugno si è distinta su scala
nazionale tra le grandi città per una particolare vulnerabilità al caldo, con un
incremento del 35% nelle morti tra gli over 65. Non stupisce quindi se la
mappatura dell’intensità delle isole di calore a Torino, elaborata da Greenpeace
per un report sul fenomeno in Italia (con riferimento ai rilevamente dell’estate
2025), restituisca una sorta di omogenea macchia rossa (intensità molto alta).
Superata la linea gotica del Po e avvicinandosi alla collina, la situazione
migliora leggermente – ma non di troppo.
Oltre il 98% della popolazione torinese rimane esposta a intensità di isole di
calore alta o molto alta. Si tratta di un territorio infrastrutturalmente poco
preparato al caldo estremo, dove si è scelto di rimandare il confronto con le
nuove necessità imposte dalla crisi eco-climatica.
[Fig. 2, Mappa dell’intensità delle isole di calore urbane su Torino]
2. Fratture nella geografia urbana
Nelle grandi metropoli come Torino fa caldo dappertutto, dunque, ma non per
tutti allo stesso modo. Anche il verde gioca in questo un ruolo importante.
Alberate, parchi, prati e boschi urbani hanno come si è accennato la capacità di
modulare le temperature e contenere l’intensità delle isole di calore, dando un
po’ di respiro alla città.
Ma distribuzione e qualità del verde in Italia come in Europa sono profondamente
diseguali: solo un numero esiguo di persone abita in aree sufficientemente
attrezzate con queste “infrastrutture verdi”, e la maggiore o minore prossimità
al verde è strettamente correlata con il reddito medio della zona (Bertassello
et al., 2026). Si tratta della cosiddetta green divide: il verde sta
silenziosamente passando da bene di tutti a lusso per ricchi.
L’ondata di calore intensifica e svela nuove dimensioni delle disuguaglianze di
classe. Cattive notizie per chi sperava nel cambiamento climatico come grande
livella sociale.
Di fronte a questa canicola, chi ha potuto si è attrezzato autonomamente con un
condizionatore, magari approfittando di bonus e incentivi ad hoc; ma secondo
dati ISTAT, nel 2024 in Italia solo il 56% delle famiglie risultava dotato di
almeno un sistema di condizionamento domestico. Se di caldo si muore, l’assenza
di mezzi per raffrescare la casa nelle ondate di calore diventa la carenza di un
servizio non meno essenziale del riscaldamento in inverno.
Su Torino il fenomeno della cosiddetta “povertà energetica”, cioè
l’impossibilità di far fronte a servizi energetici essenziali, emerge
chiaramente soprattutto nei quartieri popolari, come Aurora e Barriera di
Milano, e nei grandi complessi residenziali realizzati tra gli anni ‘60 e ‘70
come il quartiere Vallette.
Si tratta di zone con abitazioni classificate generalmente nelle fasce
energetiche più basse, in cui si innesca per chi vi risiede un circolo vizioso:
minore efficienza energetica vuol dire bollette più alte e costi maggiori, che
precludono la possibilità di miglioramenti strutturali (lasciati dalle
istituzioni alle disponibilità economiche private) proprio a chi ne avrebbe
maggiore bisogno.
Il risultato è che spesso si rinuncia a riscaldare in inverno e raffrescare in
estate.
In una città con un patrimonio edilizio vecchio, la differenza tra chi può
permettersi di efficientare l’isolamento termico della propria abitazione e chi
no restituisce bene la nuova geografia urbana del clima come linea di frattura
sociale.
3. Bollette e blackout: l’estate costa cara!
Forse più ecumenica in un certo senso è la questione dei blackout, che a Torino
ha ormai il sapore di un tormentone estivo.
I fattori scatenanti sono due: l’aumento delle temperature porta a una crescita
della domanda di energia, sottoponendo a forte stress trasformatori, cabine
elettriche e linee di distribuzione; al contempo il caldo riduce la capacità
delle strutture di dissipare il calore prodotto dalla corrente. Superati i
limiti di sicurezza, i sistemi automatici di protezione interrompono
l’alimentazione per evitare danni permanenti. Disattivata una linea, il carico
si trasferisce su quelle vicine che possono andare, a loro volta, in
sovraccarico, generando una reazione a catena che può colpire anche interi
quartieri.
Questo il meccanismo e l’innesco. Ma a determinare l’insorgenza dei blackout
come vulnerabilità strutturale diffusa è altro: una rete elettrica vecchia di
decenni, progettata e realizzata quando temperature oltre i 35 gradi non erano
fenomeni prolungati e su cui i gestori (IREN nel caso torinese), come vedremo,
hanno mancato di fare la dovuta manutenzione.
E mentre nei consigli comunali ci si rimpallano accuse e responsabilità tra
maggioranza, opposizione ed enti gestori, i problemi per chi abita la città
rimangono severi e irrisolti: c’è chi si è trovato privato di dispositivi medici
essenziali, chi intrappolato al buio da serrande elettriche che non poteva
alzare, chi ha dovuto buttare i contenuti del frigo, chi si è trovato bloccato
negli spostamenti in assenza di ascensori e scale mobili. A Torino, i blackout
sono problematici sia per la frequenza che nella durata: durante la prima ondata
di calore, tra il 27 e il 29 maggio, si sono contati 15 blackout, e a giugno si
è verificata un’interruzione di oltre 15 ore.
Un quadro analogo ha generato interruzioni della corrente elettrica anche in
tante altre città italiane a inizio estate 2026. Napoli in primis presenta una
situazione molto simile a quella torinese, ma non è certo l’unica: l’hinterland
milanese, la Brianza, Pavia, Pescara, Jesolo si sono trovate con blackout
prolungati in causa dell’elevata richiesta di energia. I blackout portano con sé
ricadute economiche negative per più settori, a cominciare da quelli (tanto
economicamente centrali a parole!) di ristorazione e turismo. Ma di ristori e
agevolazioni o riduzioni su imposte e tributi ancora non si parla: né per
aziende ed esercenti, né tantomeno per i cittadini.
Nonostante i disservizi locali causati da anni di incuria, il costo dell’energia
elettrica in bolletta rimane proibitivo – complici i fenomeni speculativi sul
prezzo innescati dall’aggressione all’Iran da parte di USA e Israele e lo scacco
imposto al sistema elettrico europeo da caldo e siccità.
Ma per l’aumento del costo della vita dovuto al caldo ci sono anche altri, e più
gravi, punti critici.
[Fig. 3, distribuzione dei blackout sul territorio italiano tratta dall’edizione
del 13/7/2026 de Il Sole 24 Ore]
4. Too hot to work?
Lo stress sistemico esercitato dalle ondate di calore minaccia nei prossimi anni
di causare enormi perdite complessive allo stesso sistema che le ha generate.
Negli scenari elaborati nel rapporto “Too hot to grow: the economic cost of
extreme heat” di Allianz Reasearch, l’Italia tra il 2026 e il 2030 rischia una
perdita cumulativa di quasi 150 miliardi di euro di Pil a causa del caldo
estremo. Il rischio, già in parte concretizzatosi, è che mercato e politica
istituzionale provino a scaricare i costi materiali del collasso direttamente e
indirettamente sulla forza lavoro.
Il costo del calo di produttività dovuto ad alte temperature e fenomeni
meteorologici estremi associati (fenomeni temporaleschi con forti raffiche
discendenti, grandinate e così via) si è tradotto rapidamente in riduzioni della
busta paga, causa ore o intere giornate di lavoro perse. Ad aumentare sono
invece rischi e costi per la salute di lavoratrici e lavoratori.
Il gruppo più esposto a questa dinamica è chi opera all’aperto: nei cantieri,
nella logistica, nell’agricoltura, e settore agrovivaistico, edile,
dell’estrazione. (He et al., 2022).
La risposta istituzionale non mostra grandi innovazioni rispetto agli anni
passati. Vengono emanate ordinanze anti-caldo dalle varie regioni: delle misure
straordinarie (già adottate nel 2025 e 2024) ostensivamente a tutela dei
lavoratori maggiormente a rischio (le categorie di cui sopra) per le alte
temperature. Ordinanze che prevedono l’astensione dal lavoro nella fascia oraria
compresa tra le ore 12.30 e le 16 nei giorni segnalati dalla piattaforma
Worklimate come interessati da un livello di rischio elevato per l’esposizione
dei lavoratori e delle lavoratrici al sole, se impegnati in un’attività fisica
intensa. Worklimate è una piattaforma che integra diverse discipline e il cui
obbiettivo è “il rafforzamento della resilienza dei contesti aziendali agli
effetti delle temperature estreme, in un quadro di cambiamento climatico. […] Il
progetto mira a promuovere ambienti di lavoro resilienti al caldo e al freddo,
migliorando la prevenzione dei rischi occupazionali e la protezione delle
categorie vulnerabili, senza compromettere la produttività”.
Come in ogni economia che tenga in considerazione il cambiamento climatico,
mentre i piani di adattamento al riscaldamento globale come funzione ambientale
vengono presto arenati quelli che interessano l’adattamento della produttività
rispetto al cambiamento climatico sono subito perseguiti. L’ottica è sempre
quella del decoupling, secondo cui si può continuare a mantenere un livello di
produttività in crescita pur avendo un quadro climatico in cambiamento.
I lavoratori dunque non devono lavorare di meno, ma semplicemente cambiare i
cicli di veglia e sonno ed estendere la giornata lavorativa: sveglia alle 4 di
mattina, pausa di quattro ore e si ritorna a lavorare fino alle 8 di sera. Un
ritmo di vita che impedisce qualsiasi altra attività (per non dire la sanità
fisica e mentale). Non stupisce che questa ordinanza non venga quasi mai
rispettata.
Alcuni lavoratori dipendenti con contratti nell’edilizia, nell’agricoltura e
pochi altri settori hanno potuto far ricorso in parte alla Cassa Integrazione
Guadagni per caldo, che comunque comporta un taglio della retribuzione per i
dipendenti pari circa all’80% dello stipendio e dunque disincentiva
l’auto-segnalazione del rischio da parte dei lavoratori stessi. Altri invece
sono completamente esclusi da qualunque tipo di tutela: è il caso di lavoratori
autonomi e riders.
Le ordinanze hanno avuto come effetto l’innesco di alcuni scioperi proprio dei
riders, che di fronte alla sospensione o riduzione delle consegne in biciclette
durante le fasce orarie più calde (ad esempio durante l’orario di pranzo, in cui
le consegne sono in picco), sono scesi in piazza. Per questa categoria fermarsi
vuol dire azzerare il guadagno della giornata senza alcuna compensazione
economica. Da Roma, Torino, Milano, Bologna, Firenze, i riders di fronte a
questo stop forzato, hanno richiesto tutele contrattuali, omogenee, che non
riducano i lavoratori sul lastrico, dagli ammortizzatori sociali al blocco delle
corse pagato. Lotte che si sono concentrate sul classico ricatto salute-lavoro
declinato all’epoca del cambiamento climatico.
Un ricatto che non riguarda soltanto chi lavora all’esterno, ma anche chi lavora
all’interno: fabbriche, uffici, stanze di casa senza condizionatore, in
condizioni di iper-precarietà. Alcuni stabilimenti produttivi sono diventati
veri e propri forni, provocando casi di abbandono del posto di lavoro in massa:
i lavoratori hanno rifiutato di lavorare nelle ore più calde, mentre i capi
erano negli uffici all’aria fresca. E’ il caso dello stabilimento Electrolux di
Forlì o della Emmegi di Cassano d’Adda. In queste condizioni scegliere di
lavorare in alcuni orari è una possibile condanna a morte, a cui però diventa
sempre meno possibile sottrarsi vista la morsa dei prezzi sempre più alti. Tra
la morte possibile per caldo e quella certa per fame, la classe lavoratrice si
trova – obtorto collo – a ripiegare sulla prima.
[Fig. 4, riders in sciopero a Padova]
4. Siccità, cibo, energia. I vincoli della riproduzione
Le ondate di calore non sono che una delle espressioni di questa estate rovente
e del cambiamento in atto che sta trasformando questa stagione in un vero e
proprio inferno in terra. La siccità è ormai diventata un’altra costante con cui
fare i conti.
Sebbene ondate di calore e siccità siano due fenomeni distinti, sono entrambi
caratteristici dell’era del cambiamento climatico e possono influenzarsi a
vicenda nel causare conseguenze esponenzialmente più gravi e durature. L’abbiamo
visto quest’anno: ondate di calore possono anticipare ed esasperare delle
siccità, soprattutto in caso di sistemi già vulnerabili.
Organi di stampa e istituzioni continuano però a favorire una lettura
sensazionalistica e limitata dell’attuale crisi idrica, descritta come un evento
monstre, evitando così di doverla ricomprendere nell’orizzonte dell’alterazione
del ciclo idrologico prodotta dal capitalismo fossile. Si tratta di un
cambiamento strutturale con vastissime implicazioni, che per noi vuol dire
(anche) minore disponibilità complessiva di acqua dolce rispetto al passato: la
fusione dei ghiacciai terrestri ha privato i fiumi della loro riserva stabile.
Per una società come la nostra, ad altissima intensità d’acqua e impossibilitata
dalla propria ratio economica a contenerne il consumo, è una bruttissima gatta
da pelare. Necessitiamo di enormi quantità e approvvigionamenti stabili
praticamente per tutto: agricoltura e allevamento, produzione energetica,
manifattura e sanità, edilizia.
Non esiste settore che, a fronte di una riduzione della risorsa idrica, non
accusi il colpo; ma è nel suo rapporto con cibo ed energia che l’accoppiata
siccità-ondate di calore smaschera la fragilità di un sistema che sta divorando
le basi su cui si regge.
Per quanto concerne l’energia, abbiamo assistito a un vero e proprio
cortocircuito su scala europea. Ondate di calore e siccità hanno messo sotto
forte stress il sistema elettrico, compromettendo la capacità di centrali
idroelettriche e termoelettriche. Come ogni estate è però il nucleare a patire
maggiormente la mancanza d’acqua.
Dalla Romania all’Ungheria, passando per Croazia e Slovenia fino alla Francia,
diversi sono gli impianti che hanno dovuto ridurre o interrompere la produzione
per l’impossibilità di raffreddare i reattori a causa della scarsa portata dei
fiumi e della temperatura troppo alta delle acque. E mentre nei paesi
nuclearizzati vengono spesi milioni di euro per deviare fiumi nel tentativo di
far arrivare più acqua alle centrali e la chiusura delle centrali mette in crisi
l’approvvigionamento quotidiano di elettricità, il governo italiano rilancia
l’atomo definendolo “sostenibile” e “sicuro” e lavorando senza sosta a decreti
per l’operatività di una legge-delega.
Sulla questione del “ritorno al nucleare” in Italia, rimandiamo a più ampi
contributi tematici [1, 2]; per quanto riguarda invece nello specifico il
rapporto nucleare-siccità, è il caso di sottolineare che è anche grazie
all’assenza di un programma nucleare nel paese se il nostro settore energetico
ha consumi idrici relativamente contenuti: ad oggi, solo l’11% dei nostri
consumi totali è destinato al settore energetico, rispetto a una media europea
del 32%. Innestare il nucleare in Italia implicherebbe una drastica
riorganizzazione dei già precari equilibri idrici: non è chiaro da dove (e a
scapito di chi) potremmo prendere l’acqua necessaria a mantenere operative le
centrali, considerato che anche i reattori più avanzati in commercio hanno
fabbisogni enormi e in luce della costante diminuzione della portata dei corsi
d’acqua.
Precisiamo in merito che utilizzando un’equazione prodotta da Union of Concerned
Scientists è possibile calcolare la quantità di acqua necessaria per il
raffreddamento di una centrale nucleare: per un impianto da 1000 MegaWatt
sarebbe necessaria una quantità di acqua pari a un terzo di quella che scorre
(quando scorre) nel Po a Torino. Per intuire le dimensioni: la centrale di
Caorso era di 830 MegaWatt. Un’altra questione è poi come si possa perseguire il
nucleare senza sacrificare la possibilità stessa dell’autosufficienza alimentare
in un paese dove circa il 40% dell’output agricolo dipende dal comparto irriguo.
Che utilità strategica può avere la “sovranità energetica” senza sovranità
alimentare?
Perché per quanto riguarda il settore agrozootecnico, non abbiamo abbastanza
acqua neanche per coprire le necessità presenti. La situazione più critica resta
nel Nord, dove l’agro-industria impera e dove la scarsità d’acqua ha compromesso
produzioni strategiche come mais, riso e soia, devastato i pascoli e provocato
vere e proprie ecatombi nell’allevamento intensivo.
L’ultimo bollettino dell’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici
dell’Autorità di Bacino distrettuale del Po, restituisce una situazione in via
di stabilizzazione che pur registrando miglioramenti rimane critica, a causa del
pesante debito idrico accumulato nei mesi trascorsi. Nelle parole
dell’Osservatorio diramate a seguito della seduta del 27 agosto, “non si può
ancora parlare di una definitiva inversione di tendenza, in considerazione
soprattutto della prolungata e ininterrotta condizione di deficit idrico alla
quale il Distretto del Po è stato oggetto a partire dalla fine di giugno”.
Il persistere delle alte temperature e la carenza di precipitazioni durante
giugno, luglio e buona parte di agosto ha esasperato le riserve d’acqua dei
grandi laghi regolati. Il lago Maggiore si è attestato su valori prossimi ai
minimi storici di riferimento, mentre le portate del Po sono scese sotto i
valori dei tempi di magra. La scarsità del flussi ha portato con sé per i
territori del Delta del Po e del Polesine un fenomeno particolarmente
distruttivo, cioè la risalita dell’acqua marina lungo i fiumi e i canali verso
entroterra e falde: le infiltrazioni hanno devastato gli ecosistemi fluviali e
bloccato l’irrigazione su migliaia di ettari.
Ma se le violente precipitazioni dovute ai temporali convettivi o “di calore”
sul settentrione hanno temporaneamente rimpinguato i corsi d’acqua, il comparto
agricolo non ne ha tratto grande beneficio. E’ acqua che cade troppo tardi e su
terreni troppo aridi per assorbirla. Raccolti interi, ormai compromessi dalla
siccità, sono andati persi. E gli effetti distruttivi dei nubifragi che abbiamo
potuto “apprezzare” nelle città non hanno risparmiato i campi: nel Levante
ligure per l’olivicoltura si stimano cascole intorno al 50% delle olive, con
punte fino al 60%.
Nei sud il bilancio non è meno pesante. Gli oliveti soffrono anche in Puglia e
in Molise. Sempre in Molise per il girasole, andato in raccolta a fine agosto,
si stimano perdite tra il 40% e il 60%.
Per usare le parole della Coldiretti, si tratta di un’Italia divisa tra “campi
allagati e raccolti bruciati”.
Sempre secondo Coldiretti, il danno economico per il settore dovuto a ondate di
calore, siccità, grandinate e roghi già all’11 di agosto superava i 3 miliardi
di euro. A pesare, oltre alle perdite nella produzione, sono l’aumento dei costi
per energia, fertilizzanti e gasolio agricolo dovuti alla chiusura dello stretto
di Hormuz.
Ma se i prezzi per i consumatori sono come ci aspetteremmo in aumento, quelli
pagati agli agricoltori (sopratutto per la frutta) seguendo l’analisi Coldiretti
sono crollati fino al -34% nella quarta settimana di luglio rispetto all’anno
precedente. Similmente l’Ansa riporta che “i prezzi pagati ai produttori
registrano cali medi del 20%”. Una discrasia molto probabilmente imputabile a
quei fenomeni speculativi tipici dei regimi emergenziali.
Quali che siano le cause, l’aumento del costo della vita in relazione a crisi
idriche e canicola è comunque un fenomeno assodato: rispetto all’ondata di
calore in isolamento, la concomitanza della siccità nello stesso mese aumenta la
riduzione media del reddito familiare annuo di 0.8 punti percentuali. Le classi
più povere sono, anche qui, sensibilmente più colpite (Schleypen et al., 2026).
Per l’agricoltura, settore che più patisce in questo new normal climatico,
adattarsi all’era della “bancarotta idrica globale” è una questione di
sopravvivenza immediata. Non è un caso che gli attori dell’agroindustriale siano
stati tra le prime realtà economiche a mettere sul piatto la necessità
indifferibile di interventi infrastrutturali sulla rete idrica (in Italia
arriviamo a perdere il 42% dell’acqua potabile) e sul sistema nazionale degli
invasi o bacini idrici. Una tecnologia proposta già su ampia scala in Francia,
dove l’agribusiness ha raggiunto estensioni maggiori e rappresenta una forza
politica consolidata e dove un’ampia mobilitazione portata avanti da comitati
territoriali e i Soulèvements de la terre è riuscita a contrastarne l’avanzata,
portando a casa una vittoria per la tutela delle acque e del loro consumo.
In generale, la strategia privilegiata dal settore per cercare di sopravvivere
rimane quella della digitalizzazione e automazione dei processi produttivi, al
fine di rendere di più con una quantità inferiore di risorse. Il mercato
dell’agricoltura digitalizzata è in Italia in crescita stabile da anni, senza
che però si apprezzino risultati significativi per la resilienza del comparto.
I limiti di questa agricoltura 4.0 come risposta alla crisi eco-climatica
diventano anche più evidenti nella relazione ambivalente che l’agroindustria
intrattiene con i cascami materiali delle tecnologie in cui hanno riposto le
loro speranze. Esemplare la questione dei data center: se da una parte
l’agricoltura di precisione e digitalizzata non può prescindere dall’esistenza
di queste strutture, dall’altra è proprio con i data center che si trova sempre
più spesso a competere per acqua, energia e soprattutto suolo. Una situazione
simile a quella venuta a crearsi in relazione alle energie rinnovabili: favole
come quella dell’agrivoltaico, utili ad alimentare il mito delle tecnologie
verdi come la soluzione sostenibile al riscaldamento globale, sui territori si
sono tradotte in progetti di mera speculazione energetica e nell’erosione dei
settori alla base della riproduzione, come l’agricoltura.
A fare da contraltare alle soluzioni fallimentari del privato è la passività
della regia pubblica. La misura più sostanziale a tutela dell’agricoltura messa
in campo dalle istituzioni è stata l’anticipo a fine luglio dell’erogazione dei
fondi europei della PAC (Politica agricola europea); un necessario sollievo di
liquidità in un momento cruciale per diverse produzioni, ma che segnala
l’assenza di una vera strategia sul lungo periodo.
Una criticità ulteriore della misura dipende però dalla natura della PAC stessa.
È noto come il principale strumento di supporto all’agricoltura dell’EU premi in
maniera sproporzionata grandi aziende e proprietari terrieri, traducendosi nei
fatti in una sorta di sussidio al latifondo. In Italia, secondo un report di
Greenpeace, nel 2024 il 31% dei fondi PAC erogati è stato assorbito dall’1% più
ricco dei beneficiari.Nell’assenza di un sostegno mirato e reale a piccoli e
medi produttori, non è improbabile che la crisi attuale risulti in
un’accelerazione sia dell’abbandono dei terreni agricoli sia della
concentrazione della terra coltivata nelle mani di pochi egemoni. A uscirne
ulteriormente rafforzata potrebbe essere proprio quell’agroindustria che tanta
responsabilità ha avuto nel portarci alla catastrofe attuale, sacrificando
invece esperienze alternative e consolidando il primato di colossi come BF SpA
(Bonifiche Ferraresi), che attraverso le proprie controllate detiene il primato
per superficie agricola utilizzata (SAU) in Italia e ha integrati nella propria
filiera tutti i segmenti chiave del settore. L’holding BF ricopre inoltre, in
stretta collaborazione con Leonardo, un ruolo centrale nell’avventura coloniale
agri-energetica del Piano Mattei.
5.Un mondo in fiamme
“I dati contenuti negli ultimi aggiornamenti ISPRA e le evidenze raccolte da
Legambiente nel corso dell’ultimo anno descrivono con nettezza un passaggio
d’epoca: in Italia gli incendi boschivi non possono più essere letti come
episodi straordinari, concentrati in poche settimane estive, ma come la
manifestazione ricorrente di una fragilità territoriale ormai strutturale”. Così
apre l’edizione del 2026 del report sugli incendi di Legambiente, “Italia in
fumo”
Un’analisi evidentemente valida non solo per l’Italia: incendi estremi hanno
attraversato tutta l’Europa accelerati da siccità, aridità del suolo, carenza di
precipitazioni e, soprattutto, dalle lunghe e ravvicinate ondate di calore di
quest’estate.
In alcuni casi, come per la Francia, il 2026 è l’anno peggiore per ettari
bruciati dopo il 2012 (l’anno nero degli incendi in Europa). In Serbia si è
arrivati ad avere 45 fronti di fuoco aperti simultaneamente. In Belgio sono
bruciati oltre 3mila ettari nel più grande incendio della storia moderna del
paese. In Grecia sono morti tre vigili del fuoco e due civili.
Il paese europeo più colpito è la Spagna, alle prese con una crisi senza
precedenti. Stando a un bilancio aggiornato all’11 agosto del ministero della
Transizione ecologica, sono oltre 226mila gli ettari bruciati in Spagna
dall’inizio dell’anno, il 38,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Migliaia di persone restano sfollate.
Alle nostre latitudini le cose non vanno diversamente. Nei primi sette mesi del
2026, secondo l’aggiornamento ISPRA relativo al sistema di monitoraggio degli
effetti degli incendi boschivi, sono stati rilevati da satellite circa 1070
grandi incendi. Il Wwf calcola che nello stesso lasso di tempo siano “andati in
fumo” 70mila ettari. Ad essere interessati da incendi importanti con più fronti
di fuoco aperti sono stati anche territori come la Carnia, dove i roghi estivi
non sono tradizionalmente un problema.
Il peggio degli incendi si è dato nei Sud e nelle Isole. Sicilia (510 km²),
Calabria (78 km²) e Puglia (48 km²) rappresentano i territori più colpiti per
ettari bruciati.
Come per ondate di calore e siccità, anche per gli incendi vale la regola aurea
del collasso eco-climatico: sempre più spesso, sempre più estremi. L’aumento non
è infatti solo nel numero di roghi, ma anche nell’incidenza dei cosiddetti
“mega-incendi”, fenomeni che superano ogni sforzo di contenimento: un tempo
eventi eccezionali, sono ormai responsabili della maggior parte della superficie
bruciata.
A predisporre i territori alle fiamme contribuiscono, oltre a ondate di calore e
aridità del suolo, fattori come la mala gestione pubblica (scarsissima
attenzione alla prevenzione unita alle poche risorse allocate per l’emergenza) e
l’abbandono delle aree rurali, processi che hanno comportato una riduzione di
quelle attività – come il pascolo o la coltivazione – fondamentali per contenere
il materiale combustibile. E’ però bene tenere sempre a mente che queste sono le
condizioni necessarie, e non già sufficienti, per innescare incendi. L’origine
dei roghi rimane quasi esclusivamente antropica, fatto su cui la canea di
giornalisti e politicanti ama soprassedere. Secondo le stime ISPRA, in Europa
circa il 96% degli incendi è riconducibile d’origine antropica, accidentale o
dolosa. E nella maggior parte dei casi, l’incendio doloso è legato agli
interessi speculativi dell’edilizia.
Gli effetti sulla salute di chi abita aree cronicamente interessate dagli
incendi sono tanto immediati (dalla banale irritazione delle mucose fino
all’intossicazione) quanto complessi e poco studiati su periodi più estesi. Il
fumo è veicolo di elementi cancerogeni, gas e particelle fini come il
particolato PM2.5, capace di provocare nel corpo un’infiammazione sistemica di
lunga durata. Quando poi le fiamme interessano anche aree urbanizzate e
strutture già di per sé nocive (come nel classico caso dei roghi estivi di
discariche più o meno abusive) si aggiungono altri inquinanti tossici.
Ma l’eredità del fuoco va oltre. Fuori dall’emergenza, nuove vulnerabilità
attendono i territori: la carbonizzazione del suolo prodotta dalle alte
temperature impedirà all’acqua di filtrare e raggiungere le falde, la scomparsa
della chioma degli alberi non rallenterà più la caduta della pioggia, le radici
si devitalizzeranno completamente e verrà meno la loro funzione di
stabilizzazione. Il dissesto idrogeologico conseguente porterà a una maggiore
incidenza di fenomeni come le frane.
Insomma, purtroppo, da cosa nasce cosa.
6. La malagestione pubblica
Rintracciare quali sono state le mosse della gestione pubblica in questa
situazione al collasso è utile per capire quali sono i colli di bottiglia e come
queste crisi vengono riprodotte e alimentate.
Nonostante siano ormai numerose le estati che hanno messo a dura prova l’intero
stivale, come abbiamo visto ancora vengono adoperati toni emergenziali e
strumenti last minute per gestire ondate di calore e siccità. Il Presidente
della Regione Piemonte, nell’emanare a inizio agosto lo Stato di emergenza di
rilievo regionale per la crisi idrica e gli incendi boschivi, ha riproposto
questa narrazione, presentando lo strumento come adatto a gestire queste
“situazioni emergenziali”.
Le estati del 2022 e 2023 in Piemonte erano state già definite dagli esperti
dell’ARPA Piemonte come le più gravi degli ultimi 70 anni.
Si sono ben oltrepassati i termini per cui si può definire la nuova condizione
climatica estiva come una situazione emergenziale. In questi anni, le estati
sempre più roventi, non hanno spinto le varie giunte regionali e comunali – per
non parlare dei governi statali – a mettere in campo misure reali di adattamento
e mitigazione per gestire questa crisi sempre più profonda, anzi.
Sullo sfondo di queste mancanze e complicità istituzionali si muovono i numerosi
comitati per il verde pubblico, nati per opporsi al taglio indiscriminato di
alberi e alla distruzione di polmoni verdi dovuti alla cementificazione, spesso
mascherata attraverso grandi operazioni speculative (come quelle legate ai fondi
PNRR) in rigenerazione urbana. Intorno al verde si sono innescate su tutta la
penisola forme di lotta frammentata ma diffusa. Una delle motivazioni comuni
alle diverse battaglie è proprio la centralità di alberi e boschi per chi vive
le città durante le ondate di calore. La diminuzione del “patrimonio arboreo” ha
infatti effetti immediati sul microclima locale. Dove sono stati effettuati
tagli, le temperature hanno segnato un netto aumento dei valori. Nel caso delle
alberate di C.so Umbria a Torino, dove grandi aceri adulti sono stati abbattuti
e rimpiazzati da piccoli peri cinesi, si è rilevata una crescita della massima
stagionale di 2°C.
È proprio durante la quarta e quinta ondata di calore che a Reggio Emilia il
Comitato Bosco Ospizio si batte, nonostante le temperature e i nubifragi, per la
difesa di un bosco minacciato (grande classico) dalla costruzione di un
supermercato Conad.
Le alte temperature non schermano dalla volontà delle amministrazioni di
svendere ampie porzioni di verde pubblico, ormai una delle poche aree in cui
trovare “pace” nelle caldi giornate italiane. La solidarietà concreta che si è
raccolta da più parti d’Italia attorno alla difesa del Bosco indica chiaramente
come il problema della messa a valore del verde pubblico sia un problema diffuso
e sentito.
[Fig. 5, presidio all’alba per la difesa del Bosco Ospizio a Reggio Emilia]
La mala-gestione passa poi per le infrastrutture che dovrebbero garantire la
diffusione e la distribuzione di risorse fondamentali come l’acqua e l’energia.
I blackout continui, l’aumento del costo delle bollette, la siccità e le
conseguenze che questa ha sulla produzione e sulla riproduzione, passano per la
loro gestione pubblico-privata. Come nel caso della rete idrica, quella
elettrica si è dimostrata vecchia, inefficiente e inefficace, al collasso
all’arrivo delle temperature roventi di questa estate. Già nel 2023 si era
denunciato più volte come la privatizzazione dell’acqua avesse dato priorità al
profitto delle società che la gestivano più che a investire nel miglioramento
della rete. La rete idrica è stata definita più volte un colabrodo, al nord come
al sud.
In Italia, come si è detto, la dispersione idrica della rete di distribuzione
dell’acqua potabile è pari al 42,2% dell’acqua immessa nelle condotte: quasi la
metà dell’acqua potabile viene quindi sprecata. Ciò non stupisce dal momento che
più del 60% della rete idrica ha più di 30 anni e un quarto ha oltre 50 anni: i
tubi si rompono e decompongono, esigendo continui rapporti per tenere insieme la
baracca che innerva paesi, città e metropoli lungo lo stivale. Il tutto mentre
alla popolazione viene raccomandato di non innaffiare orti o giardini, di
moderare la quantità di acqua usata per fare le docce o per lavare i denti.
Lo sanno bene i marchigiani, che proprio nelle giornate di Ferragosto si sono
trovati senz’acqua fino a tre giorni di fila: file infinite per recuperare
l’acqua presso le autobotti e saccheggi di bottiglie nei supermercati, in un
altro scenario apocalittico. Le cause, secondo Marche multiservizi, sono
riconducibili in primis alla siccità: il forte caldo ha generato una contrazione
del terreno che ha portato livelli troppo alti di stress per le condotte
idriche, che essendo degli anni ‘70 non hanno retto. Eccoci servito il risultato
del meccanismo di accaparramento dell’acqua e disinvestimento dalla rete
pubblica.
La gestione delle reti idriche in Italia è complessa e coinvolge diversi attori,
tra cui Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), che
stabilisce le tariffe e dei limiti di qualità del servizio al fine di tutelare i
consumatori, Enti di governo (sia regionali che di consorzi comunali) ed infine
i Gestori operativi che possono essere pubbliche, miste pubblico-private o
private concessionarie. Sono proprio queste ultime che si occupano
dell’infrastruttura materiale e dell’erogazione del servizio acquedotto, tre
queste citiamo le grandi utilities come Iren (in Piemonte), Smat (a Torino),
Acea (Lazio, Campania, Toscana, Umbria) e gruppo Hera (Emilia-Romagna,
Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Marche). Queste grandi utilities hanno registrato
dei trend economici-finanziari in continua crescita. Gli utili aumentano, ma la
qualità del servizio è sempre più precaria e insufficiente.
La questione è anche più grave per quanto riguarda le reti elettriche: come si è
visto nei capitoli precedenti, numerosi sono stati i blackout nelle città
italiane, così come salate sono state le bollette negli ultimi anni dalla crisi
energetica in poi. La rete elettrica risulta antiquata quanto quella idrica, i
quantitativi di energia dispersi sono enormi. Nonostante ciò gli investimenti
nel settore riguardano un incremento dei progetti di mega-rinnovabili, centrali
nucleari e continuo approvvigionamento da combustibili fossili. Un
ammodernamento della rete permetterebbe di ammortizzare le richieste di energia
e ne efficienterebbe l’utilizzo. Ma questo programma si metterebbe in mezzo alla
fame di extra-profitti che caratterizza le multiutilities dell’energia come
Iren, nota speculatrice nel campo energetico. Il copione è lo stesso: la
manutenzione delle reti è un freno alla realizzazione di extra-profitti e di
utili, per cui viene minimizzata.
La gestione delle risorse primarie e la loro assenza hanno fatto sperimentare i
primi assaggi di cosa vuol dire essere privati di risorse fondamentali, anche
nel nord Italia. Situazioni surreali che si sono gestite in fretta e furia
aprendo decine di cantieri nel giro di una settimana, mettendo toppe tardive a
un sistema di distribuzione al collasso.
La mala-gestione riguarda poi come si accennava anche la questione degli
incendi, collegandosi al più noto problema del disinvestimento dal verde
pubblico: non solo non ci sono più investimenti nella manutenzione del verde
urbano (motivo per cui si tende a far fuori gli alberi tout court, piuttosto che
curare le criticità man mano che si manifestano), ma anche delle foreste e dei
parchi. I tagli nel settore della gestione delle aree protette hanno prodotto un
progressivo abbandono di boschi e verde extra-urbano: i boschi (da centinaia di
anni opera dell’uomo) non mantenuti sono una vera e propria minaccia, mentre i
parchi e le immense aree verdi che dovrebbero essere maggiormente tutelate in
condizioni di “emergenza” climatica scompaiono sotto le fiamme. Di fronte a
incendi sempre più estesi quello che manca sono risorse, mezzi aerei e personale
specializzato stabile. Siamo d’accordo con don Renato Sacco, prete della Val
d’Ossola quando afferma che sia ridicolo oggi pensare di fabbricare nuovi aerei
da guerra come gli F35 al posto di rifornire i territori di canadair che sono
sempre in numero insufficiente per estinguere incendi sempre più estesi.
Riportiamo un suo intervento scritto sul Fatto Quotidiano: “Un’ora di volo di un
aereo antincendio costa circa 6mila euro, un’ora di volo di un caccia costa
circa 40mila euro. Come sempre è un problema di investimenti, di cosa si vuole
potenziare e cosa no, di che società si intende costruire per il futuro.”
7. Una lettura ecologico-politica
Quello che si è visto finora è un approfondirsi e un radicarsi delle condizioni
che aggravano il nuovo regime climatico e con esso le conseguenze per chi ne
soffre già in maniera più sproporzionata. Chi ha potuto si è presto affrettato a
coibentare la propria casa, magari comprarsi una villetta in montagna o al mare,
migrando per tutta l’estate e fuggendo dalla città, oppure costruendo una
piscina e stipando condizionatori in ogni stanza.
Si precisa: i condizionatori non rappresentano una “soluzione di classe”
determinata. Ormai la trasformazione di questo prodotto in bene essenziale ha
fatto sì che i suoi costi fossero accessibili alla massa – oltre che unica
soluzione immediata a un clima urbano rovente. Pensiamo ad anziani, disabili o
lavoratori precari senza ufficio: il condizionatore diventa essenziale, come si
è detto, non meno del riscaldamento in inverno. Non tutti possono ancora
permetterselo, ovviamente: come faranno gli studenti nelle metropoli costretti
dentro le loro stanze ad affrontare il tanto spronato studio solitario e
individualizzato?
Se non vi è soluzione alternativa al consumo della merce-condizionatore allora
torniamo alla divisione tra chi può permettersi scialuppe di salvataggio
individuale e chi è destinato a bollire.
Acquedotti-colabrodo, blackout continui, cemento su cemento, prezzi dell’energia
che impennano – mentre i profitti di alcuni aumentano e altri si impoveriscono,
seguendo una logica alimentata e sostenuta da amministrazioni e istituzioni.
Evidenziare come la gestione pubblica sia assolutamente inadeguata a far fronte
a una crisi eco-climatica non può però rimanere un discorso fine a sé stesso, ma
deve invece servire come punto di partenza per comprendere come nel sistema
attuale non ci sia possibilità per una concreta risoluzione: la causa stessa del
collasso è infatti da ricercarsi all’interno del sistema in cui quella gestione
(pubblica o privata che sia) si inscrive. Un sistema improntato all’estrazione e
all’accumulazione di risorse, dove le geografie e le geologie del mondo in cui
abitiamo sono plasmate a seconda delle esigenze del Capitale.
La crisi climatica è peraltro evidente anche ai grandi detentori del capitale
globale: l’inerzia qui deriva in parte da una continua fiducia nei confronti
della salvifica tecnologia e in parte all’assunzione che, in questo mondo, si è
in troppi. Qualcuno in questa “nuova arca di Noè” non è destinato a salire.
Il soluzionismo tecnologico proposto in salsa verde che immagina nella
tecnologia l’exit strategy dal cambiamento climatico replica le stesse
contraddizioni che ne sono alla base, generando nuovi cicli di accumulazione che
divorano ulteriori risorse e rendendo inabitabili intere aree.
Questa crisi tuttavia, per essere realmente compresa, deve venire ricompresa
all’interno della più generale crisi globale in corso. L’esaurimento delle
risorse fa parte di un sistema in crisi in ogni suo aspetto. E quando il
capitale incorre nelle crisi, la guerra diventa l’unica via d’uscita e strada
percorribile per garantire e riaffermare la propria potenza egemonica. In questo
il modello statunitense-occidentale è emblematico, e va compreso come progetto
di distruzione di territori e popoli: il genocidio a Gaza l’ha reso chiaro.
Il riarmo e l’innesto in causa di questo di nuove tecnologie e infrastrutture
energetiche svelano l’eredità del capitalismo green: se da un lato non si è
consolidato alcun nessun interesse concreto da parte dei governi ad investire
nel contrasto alla crisi eco-climatica, vista la necessità imperativa di
dirottare risorse sui reali fini delle potenze globali occidentali, dall’altro
l’aggettivo green viene riciclato per rendere più accettabili progetti e
tecnologie dual-use.
Un esempio ne sono i già citati data center, che dovrebbero “smaterializzare” le
nostre economie rendendole digitali e quindi più pulite (omettendo qualsiasi
riferimento all’estrazione di risorse necessaria per costruirli ed alimentarli)
e il nucleare, altra fonte energetica creata a scopi bellici e obbiettivo
bellico a sua volta (rinviamo anche qui a un precedente articolo).
Di fronte alla “fine del mondo a buon mercato” l’unica possibilità è quella di
trovare le contraddizioni che fanno emergere l’incompatibilità della
riproduzione con l’accaparramento delle risorse e l’accumulazione alla base del
capitalismo. Molte lotte hanno colto l’impossibilità di trovare una mediazione
che riesca a stare all’interno dei margini e delle recinzioni che pone il
sistema.
Progetti di speculazione energetica, data center, megabacini, opere inutili
asservite alla guerra hanno generato o possono generare delle lotte in grado di
rifiutare una falsa risoluzione della crisi proposta dall’alto – lotte in cui si
può e deve far emergere la deriva verso forme sempre più distruttive (quando non
genocidiarie) implicita nell’attuale paradigma, e come questo stia minando le
basi stesse della riproduzione. Lotte situate, immerse nei territori, che
possono diventare il campo di battaglia per esplicitare nodi cruciali. Mentre si
materializzano i progetti che plasmano città, campagne e montagne si può creare
l’occasione per una trasformazione del presente.
Riconoscere i rapporti di forza che hanno generato la condizione strutturale
alla base della crisi in corso e ragionare colletivamente su come ribaltarli per
costruire una forza contraria alla luce delle contraddizioni che si
concretizzano sui territori: ecco un obiettivo nel lungo termine.
Percorrendo spunti e punti di domanda che sorgono quando si lotta per e con il
proprio territorio o quartiere, ci si arriva ad interrogare sulla strada da
intraprendere per rendere credibile un’autonomia reale e riproducibile su larga
scala (come quella energetica) senza accontentarsi delle soluzioni per pochi
proposte e imposte dall’alto, stando nelle contraddizioni e difendendosi dalle
insufficienze di un sistema che non garantisce oggi nemmeno i beni essenziali.
Non sono sufficienti delle proposte riformiste, ma una messa in questione
radicale del modello e del sistema in cui viviamo.
8.Conclusioni: battere il ferro finché è caldo
Nella “nuova estate italiana”, dunque, davvero si muore di caldo: si muore al
lavoro, per strada, nelle case, si muore in ospedali poco e male condizionati e
in strutture sanitarie al collasso. Si muore in città, montagna e campagna; si
muore mentre si aspetta che torni la corrente, si muore su strade rese inagibili
dai nubifragi, si muore aspettando indennizzi e ristori, si muore litigando tra
Regioni sull’uso dell’acqua, si muore pagando il costo della speculazione
energetica e delle guerra in bolletta. Si muore tanto e si muore male.
Capire come provvedere a un’autodifesa energetica nei quartieri più colpiti,
ragionare su strategie che lavorino nell’identificare i colpevoli al potere, ma
anche nell’innescare lotte che si diano margini di autonomia percorribili per i
problemi sempre più accentuati che arriveranno è una priorità da darsi e
un’occasione da cogliere.
L’energia, il riscaldamento e il sistema di raffrescamento fanno parte di una
riarticolazione dei bisogni attuali declinati nella nuova era della crisi
climatica con cui dovremo confrontarci sempre più. Problemi che emergono con
maggiore forza nei quartieri popolari, ma che diventano sempre più reali e
sentiti in maniera allargata nella città seguendo l’incessante impoverimento che
caratterizza anche le classi medie, e su cui rintracciare linee di possibile
frattura.
Tanti altri sono gli sconvolgimenti che hanno reso infernale la stagione
trascorsa: un discorso a parte meriterebbe la condizione nelle zone di montagna,
dove rifugi e alpeggi chiudono, gli incendi devastano boschi e pascoli e frane e
le alluvioni sono sempre più frequenti. Non meno problematico il riscaldamento
del Mediterraneo e lo stravolgimento dei ritmi di pesca, o l’aumento della
diffusione di virus emergenti (come il West Nile) veicolati dalle invasioni di
zanzare dovute all’aumento delle temperature. La lista è inquietante, e
passibile di ampliamento.
Ma tra un’attesa di 4 ore per un bombolone vista Dolomiti e una grandinata nella
via del ritorno almeno questa estate italiana è finita. Sempre più breve, sempre
più lunga, sempre più cara, e sempre più invivibile. Attraversata in preda alle
suggestioni social di un overturism senza freni, ma soprattutto in preda a un
clima che non è possibile governare secondo le leggi capitaliste. O meglio: che
proprio in causa di queste ci ha lasciato per oltre tre mesi chiusi in casa,
isolati e impoveriti.
Ad aspettare un autunno che, ci si augura, non sia meno caldo.
Mykhailo Fedorov ex ministro ucraino alla Difesa, oggi tra i maggiori oppositori
di Zelensky, annuncia il piano per una nuova impresa sostenuta da Peter Thiel in
qualità di primo investitore, dopo essere stato nominato consigliere alla Difesa
dal nostrano Crosetto.
Nel frattempo la propaganda filoatlantica europeista si appresta ad alimentare
il mostro: la Russia ci attaccherà. Infatti Berlino, pur in assenza di prove
(condivise e trasparenti), remigra diplomatici russi con la scusa di essere
“bersaglio della guerra ibrida”, Tajani si preoccupa per le influenze russe alle
prossime elezioni, Vannacci viene utilizzato come specchietto per le allodole
per sostanziare il circo. Il quadro che viene fuori lascia spazio a pochi dubbi:
per legittimare la campagna di riarmo europea e per tenere il moccolo ai diktat
di Trump, le élites europee sono pronte a tutto. Sono pronte a mandarci in
guerra, ma non domani o chissà quando, proprio a partire da ora! Certo non siamo
ancora iscritti alla leva obbligatoria, ma gli elementi della guerra ibrida,
quella vera, sono tutti qui. La guerra in cui siamo immersi è quella che fa uso
di tutti i mezzi per essere più efficace, alimentando l’interdipendenza tra
comunicazione, energia, logistica, finanza e intelligenza artificiale. Diverse
campagne di disinformazione, con l’obiettivo di creare consenso in maniera
artificiale che possa essere assimilabile ad un sentimento popolare, sono già in
atto.
Prima di tornare alla notizia di Fedorov va aggiunto un altro elemento: il
Financial Times, che si è prodigato in questi giorni a fare uscire lo scoop
secondo il quale il generale Vannacci sarebbe il “cavallo di Troia del Cremlino”
e che ciò rompa le uova nel paniere alla linea europeista filo-USA della Meloni,
ha basato la sua analisi su un documento prodotto dall’European Council on
Foreign Relations. Come riporta questo articolo, tale organismo è, nero su
bianco, una sorta di think tank all’europea nato nel 2007, con l’obiettivo
ufficiale di influenzare il dibattito pubblico nella politica del continente
europeo. Nulla di nuovo, però va dato uno sguardo ai membri che lo compongono:
tutti ex politici o consiglieri di leader europeisti convinti, figura tra gli
altri la ex viceministra degli Esteri del governo Monti e Letta e altri
diplomatici esperti di sicurezza europea: insomma, un gruppo di interesse che
per il suo posizionamento esprime certamente una linea molto dura nei confronti
di Mosca. Non ci sarebbe nulla di sconvolgente, se non fosse che tutto questo si
inserisce in una fase in cui la propaganda è strumento di guerra e che
contribuire alla narrazione che vorrebbe l’Europa in pericolo e sull’orlo di un
attacco, altro non fa che ottenere proprio questo risultato. Obiettivo che non
ha nulla a che vedere con il fare gli interessi del popolo in Italia, e qui
casca l’asino Vannacci. Un’inchiesta elenca in maniera dettagliata chi sono i
finanziatori e da dove vengono i finanziamenti che hanno portato l’ex generale a
diventare un fenomeno politico e mediatico capace di raccogliere consensi negli
strati popolari (il che è ancora tutto da verificare, soprattutto perché
bisognerà vedere su quale cavallo sceglierà di accomodarsi per scaldare anche
lui la sua poltrona con buona pace delle velleità anti-sistema di cui si fa
promotore). Guarda caso il Vannacci tanto affine alla Russia di Putin ha avuto
la fortuna di concorrere per vincere ben 3 milioni di dollari tramite il bando
pubblicato dal Dipartimento di Stato Americano che aveva come target quello di
sostenere “organizzazioni della società civile europea che si oppongono alla
censura online (DSA, DMA), che difendono la sovranità nazionale, che promuovono
una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale
comuni. E non è stato l’unico finanziamento tracciato come premio per la ricerca
accademica, come riporta Antonella Silipigni nella sua ricerca.
I flussi di capitale americano sono quindi utilizzati per orientare la politica
estera e il posizionamento nello scacchiere globale dei governi amici: diciamo
pure che gli Stati Uniti non stanno fermi a guardare che i loro vassalli europei
aumentino la percentuale di spesa del PIL nella difesa o che non si lamentino
dei dazi troppo cari o che stiano zitti e buoni a comprare gas liquido da loro
al triplo del prezzo. Gli Stati Uniti – su più livelli e su diversi piani –
intervengono in maniera concreta influenzando la politica dei governi europei.
E allora arriviamo a Fedorov. E’ bastato un giorno per chiudere un affare con la
più grande azienda di intelligenza artificiale utilizzata nel genocidio a Gaza.
Chi muove un interesse così spiccato nei confronti di un giovane smart, dotato
di grandi competenze in materia grazie al fatto che l’innovazione tecnologica
dei suoi affari bellici vanta il privilegio di poter sperimentare e migliorare
efficacia, produttività e rendimento direttamente sul campo? Come dicevamo qui,
anche l’apertura della sede di Leonardo a Kiev va in questa direzione: mentre
giovani ucraini e russi muoiono al fronte e in trincea i manager hanno avuto la
possibilità di fare carriera e stipulare contratti in giro per il mondo. E se
questo giovane poi è tra quelli epurati dal governo Zelensky nell’operazione
anti-corruzione che ha coinvolto il suo mandato qualche mese fa? Tra i suoi
primi affari da One man army figura proprio un accordo con Palantir e, nel suo
tour americano, non si è lasciato sfuggire la possibilità di sondare chi
potrebbe appoggiarlo nelle prossime elezioni in Ucraina, dato che è da escludere
che un governo che ha attraversato una guerra così disastrosa possa venire
riconfermato.
Questo passaggio ci indica due cose: la prima è che negli Stati Uniti la guerra
sottotraccia che vede Trump all’angolo verso le elezioni di midterm continua e i
grandi capitali della Silicon Valley puntano su altri cavalli. Ancora una volta
i rapporti tra Big tech e neocon rivelano una stretta coincidenza di interessi;
la seconda è che, alle nostre latitudini, questo scontro si dà dando spazio alla
necessità di armarsi per combattere il nemico alle porte. Dalle dichiarazioni di
Kaja Kallas ai quotidiani nazionali il tenore del discorso fa rabbrividire: il
monito dell’Alta Rappresentante dell’UE «La Russia sta colpendo l’Europa con
un’ondata di attacchi ibridi sempre più cinetici perché vuole spaventarci. Ma
non ci riuscirà» fa il paio con il tono degli editoriali dei maggiori quotidiani
nazionali. All’epoca della purga Il Corriere giustificava con queste parole
l’operazione “Se Mykhailo Fedorov è saltato, il punto non è che abbia fallito.
Il punto, semmai, è che ha funzionato troppo bene.” E perché avrebbe funzionato
troppo bene? “Trasformazione digitale, poi alla Difesa, uomo dei droni, della
digitalizzazione, dei rapporti con la Silicon Valley, di un linguaggio da
start-up infilato dentro uno Stato in guerra.” E così anche oggi le penne più
allineate del giornalismo italiano disegnano un futuro di guerra indicando nella
necessità di armarci – per stare al fianco del nostro vampiro con il toupet –
l’unica via.
Ora il nuovo linguaggio delle élites ci insegna un nuovo termine: guerra ibrida.
Ibrido sarebbe il modo di colpirci sul suolo europeo, prima la Germania a Lipsia
e gli sconfinamenti dei droni in Romania; a quando attentati e sabotaggi sul
territorio italiano? In molti iniziano a scaldare i motori e a preparare il
terreno per quando ci sarà da battezzare anche gli italiani alla nuova forma del
bellicismo suicidario a cui assistiamo in Germania. Il punto non è quanto questi
attacchi siano false flag operation o veri attacchi da parte della Russia, anche
perché molte volte è quasi impossibile scoprirlo, per chi non è dentro gli
apparati. Il punto è quanto pensiamo che lo Stato russo permetterà ai Paesi
europei e Nato di continuare a condurre una guerra quasi totale contro di esso
tramite l’Ucraina, prima che inizi a rispondere direttamente fuori dai confini
ucraini. Se sul suolo ucraino operano da anni militari inglesi, americani
tedeschi, francesi e probabilmente anche italiani, per coordinare l’esercito
ucraino e formarlo, perché ad un certo punto non dovrebbero diventare un
bersaglio anche i nostri territori? Se, come è molto probabile, gli attacchi in
profondità in Russia sono possibili solo grazie alla logistica e tecnologie Usa
e Nato, perché ad un certo punto non dovrebbe esserci una risposta più o meno
simmetrica? Perché l’Occidente è nel giusto e difende la democrazia?! Ora, la
domanda che dovremmo porci come europei e che per fortuna molti si fanno è, non
perché ci viene rivolta contro un guerra “ibrida”, ma perché la Russia ha deciso
di iniziare a rispondere. Quanto tempo ci rimane prima che decidano che a
seguito di un attacco “ibrido” ci si debba stringere a “coorte” e difendere la
Patria? Chi ci governa sta esponendo i popoli europei alle risposte di un Paese
che viene colpito da mesi con missili che sono prodotti in fabbriche attaccate
ai quartieri popolari delle nostre metropoli. Chi sta in basso non ha interessi
a partecipare a questa guerra. Se il governo smettesse di inviare armi domani e
uscisse dalla Nato, il problema non sarebbero i T34 e i droni Shaed in arrivo da
est, ma le migliaia di soldati americani che potrebbero uscire dalle molte basi
alle porte delle nostre città e paesi. Ora che, forse, la guerra ci raggiunge
con la sua crudeltà e morte, non dimentichiamoci chi ci ha portato a questo,
ricordiamoci chi sono i veri nemici e che non siamo in pochi a sapere la
verità.
Chi fa gli interessi del popolo è la vera domanda.
Foto di Paula de Jesus.
Alla foce del Tevere, dove il fiume incontra il mare, c’è un pezzo di Roma che
molti conoscono soltanto per un fatto di cronaca. L‘Idroscalo di Ostia è
l’ultima borgata completamente autocostruita della capitale: nata negli anni
Sessanta, abitata da circa un migliaio di persone, sospesa da decenni tra
conflitti urbanistici e un lungo mancato riconoscimento istituzionale. Il suo
nome è rimasto legato soprattutto all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto
il 2 novembre 1975 poco distante dall’abitato. Ogni anno, in quella data,
arrivano autorità, giornalisti e curiosi. Poi il silenzio torna a occupare
questo lembo di costa. O quasi.
Ostia è stata raccontata come quartiere mafioso, come quartiere fascista, come
terra senza stato, senza legge, senza storia. Le città spesso si creano il
proprio doppio negativo, per brillare di più, per espellere tutto il male fuori
dai loro confini. E Ostia spesso ha giocato la parte di chi assorbe i mali della
città. L’abbiamo visto negli anni di Mafia Capitale, quando Ostia fu il capro
espiatorio di Roma; in seguito, quando tanti giornalisti sciacalli la usarono
per presentarsi come paladini dell’antimafia, ottenendo onori e visibilità.
Sempre alle spalle dei quartieri più poveri, come l’Idroscalo.
Ma da qualche mese, ogni sabato mattina, all’Idroscalo succede qualcosa di
diverso. Il pallone rimbalza male sulla sabbia. A volte affonda, altre schizza
via all’improvviso. Quando finisce contro gli scogli bisogna andare a
riprenderlo. Intorno non ci sono spalti, tribune o spogliatoi. Non c’è lo stadio
Olimpico, non c’è neanche il nuovo stadio da sessantamila posti progettato da un
miliardario statunitense che si è fatto regalare ettari ed ettari di terreni
pubblici. Ci sono solo il mare, da una parte, e dall’altra le case
dell’Idroscalo. Quel rettangolo di terra battuta è diventato il campo degli
Squaletti, i bambini dell’AS IdrosQalo Calcio.
Fino a pochi mesi fa c’era solo un pezzo di sabbia delimitato dai jersey di
cemento rimasti dopo le demolizioni del 23 febbraio 2010: quando le ruspe del
sindaco Alemanno distrussero trentacinque case del quartiere scelte
arbitrariamente, deportando i residenti in un centro d’accoglienza. Alcuni degli
ex abitanti vivono ancora lì dentro, sedici anni dopo. «Manco una piazza sono
riusciti a fare», dice una donna che abita proprio davanti al campo.
Forse è questa la definizione più precisa; perché quel campo, in fondo, è
diventato la piazza che l’Idroscalo non ha mai avuto. Il 2 novembre scorso, in
occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Pasolini, invece di
limitarsi a commemorare anche la sua grande passione sportiva, tre allenatori
dell’ASD Ostia Calcio 1884 hanno deciso di riportare un pallone in quel luogo.
Le prime porte erano costruite con tavole di legno che una mareggiata ha portato
via. Dopo un appello pubblico ne sono arrivate di nuove, insieme ai palloni,
alle divise, agli scarpini e ai parastinchi donati da associazioni, commercianti
e semplici cittadini.
Da allora gli allenamenti non si sono più fermati. Ogni sabato. Con il sole, con
il vento, con la pioggia. I ragazzi arrivano prima dell’orario. Aspettano i
mister, montano le porte, iniziano a palleggiare. Gli allenamenti durano poco
più di un’ora, ma quasi nessuno va via subito dopo. Il campo continua a vivere
fino all’ora di cena.
Ascoltando gli allenatori si capisce presto che il calcio è solo una parte della
storia. «Se vuoi allenarti, prima devi andare bene a scuola», «mangia bene»,
«rispetta gli altri». Le indicazioni tecniche si alternano a quelle educative.
Un giorno li ho sentiti parlare tra loro. «Tu non sai la gioia e la fatica», «mi
devastano emotivamente», «non puoi salvarli tutti». In quelle frasi c’è il peso
di un impegno che va molto oltre lo sport. Per anni l’Idroscalo di Ostia è stato
raccontato quasi solo attraverso ciò che gli mancava: servizi, riconoscimento,
sicurezza, progetti. Oggi, invece, vale la pena raccontarlo attraverso ciò che
c’è. Un gruppo di bambini che gioca, tre allenatori che ogni sabato mantengono
una promessa, una comunità che si ritrova. Gli Squaletti lo chiamano il loro
Olimpico. Guardando le loro partite, viene da pensare che abbiano ragione.
Perché uno stadio non è importante per il cemento con cui è costruito, ma per le
storie che riesce a contenere. (paula de jesus)
Dopo l’omicidio della giornalista maltese, ha preso forza il movimento contro le
cause temerarie. La “legge Daphne” ha però un’applicazione troppo limitata. E
gli Stati europei non fanno abbastanza per recepirla al meglio
L'articolo Contrasto alle Slapp, la legge (imperfetta) in onore di Daphne
Caruana Galizia proviene da IrpiMedia.
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APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(martedì, 8 settembre 16:00)
Disponibile Il segreto è dirlo - Vita e avventure di Salvatore Messana
https://edizionitabor.it/il-segreto-e-dirlo/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.