Stiamo entrando mani e piedi in un sistema di capitalismo finanziario in cui
l’energia è la principale merce di scambio.
Merce immateriale ma profondamente terrena: senza energia non c’è vita,
l’energia è il motore per curarci, per mangiare, per scaldarci. Terrena come le
miniere di uranio per produrre energia atomica, terrena come ettari di suolo che
ospitano palazzi di server, terrena come scatole di metallo che se colpite da
missili o droni possono fare saltare in aria centinaia di petabyte. Quel che
salta in aria non è una fabbrica di armi o una ferrovia ma è il contenitore
dentro il quale non vi è più alcun confine tra militare e civile.
L’Italia è un teatrino grottesco. Il governo Meloni dall’inizio del suo mandato
è passato dai proclami sull’hub del Mediterraneo per il gas e al Piano Mattei
per poi voler dare seguito agli ultimi colpi di coda del Green New Deal europeo,
per poi passare a encomiare la necessità delle trivellazioni di greggio –
praticamente inesistente nella penisola – fino ad arrivare alla grande truffa
del nucleare come soluzione finale.
Il Ministro della Sicurezza energetica ha dunque ottenuto il consenso per il
disegno di legge sul ritorno all’atomo. Questo disegno di legge delega dovrà
essere sostanziato dai decreti legislativi di attuazione ma intanto traccia
delle cosiddette “linee guida”, fumose e insensate, che possono essere riassunte
così: si parla di nuovi “small modular reactor” senza parlare di deposito per le
scorie passate né di decommissioning delle vecchie centrali; si parla di
nucleare sostenibile senza parlare di salute degli abitanti dei territori
contaminati né dei costi ambientali ed economici, oltre che di sicurezza. Se in
questa fase di sicurezza si parla quotidianamente nei termini della necessità di
“difendersi” da presunti attacchi russi alle nostre latitudini, non si fa alcun
cenno alla sicurezza italiana in uno scenario in cui il territorio dovrebbe
venire costellato da piccoli reattori. Piccoli reattori che saranno pronti non
prima dei prossimi quindici anni e che aumenteranno la militarizzazione diffusa
su tutto il territorio. Si parla di nuove centrali senza parlare dei costi
enormi che prevedono ma quel che non si dice è che il budget previsto da questo
disegno di legge è ridicolo a fronte dei costi previsti per un’operazione di
questo tipo.
Si parla però di nucleare per un motivo molto semplice: non è sicuramente quello
ecologico e nemmeno perché abbiamo bisogno di energia. Ci sono dei limiti
oggettivi che si fa finta di non vedere: la rete elettrica nazionale è vetusta e
incompatibile a livello tecnico con un’iniezione di energia equivalente a quella
che un reattore nucleare potrebbe immettere. Non si tiene minimamente conto del
fatto che questa estate le temperature elevate hanno fatto sì che le centrali
venissero spente in Francia e in altri paesi europei. Non si tiene conto dei
limiti strutturalmente impossibili da superare rispetto alla fusione. La fusione
nucleare, tanto propagandata come sola opzione per la fuoriuscita dal fossile,
non esiste se non in laboratorio e non esisterà nella vita quotidiana a causa di
un bilancio energetico sconveniente: nel processo di fusione si spende troppa
energia rispetto a quanta se ne potrebbe guadagnare. Ma tutto questo
evidentemente è fin troppo banale. Il motivo per cui si parla di nucleare è che
insieme alle rinnovabili – o meglio, senza il nucleare non potremmo produrre
tramite rinnovabili, quindi il nucleare è fondamentale per le rinnovabili –
dovrà garantire energia a sufficienza per alimentare a spron battuto data center
per l’intelligenza artificiale e per il piano di riarmo.
Questo piano si basa su una proiezione nel futuro e non sulle necessità e
possibilità del presente: è l’esempio del processo di finanziarizzazione della
questione energetica e, dunque, delle nostre vite. Ciò che è molto reale è la
riabilitazione nel dibattito pubblico di un’energia padrona come orizzonte al
quale tendere, senza fare i conti con i tempi lunghissimi previsti e con lo
scoglio di due referendum che, nonostante tutto, non possono essere sorpassati.
Il disegno di legge apre così un ulteriore terreno di speculazione e profitto su
qualcosa che ancora non c’è e chissà quando (e se) ci sarà. E’ in grande lo
stesso meccanismo che vediamo all’opera da trent’anni in Val Susa: il treno non
si farà, il tunnel non esisterà mai, ma intanto i piloni e il cemento oltre a
distruggere un territorio producono minuto dopo minuto possibilità di profitto.
Il nuovo nucleare probabilmente non esisterà mai ma intanto si mettano i piloni
per aprire nuove società (vedasi Nuclitalia) in affari con aziende belliche come
Leonardo per dare da mangiare all’apparato di manager che governano il nostro
Paese e fare gli interessi di Confindustria; intanto si mettano i piloni per
costruire mega centrali di dati che chissà come faranno a rimanere in vita vista
la domanda energetica che esprimono; intanto svendiamo intere porzioni di
territorio alle Big Tech americane e ai fondi di investimento come Blackrock che
nelle città allungano i loro tentacoli dietro ai colossi immobiliari, tra i
maggiori promotori di questi progetti; intanto si dia campo libero ai grandi
capitali energetici di gestire in maniera totalmente proprietaria fonti, filiera
e prodotto finale.
In questo processo si inseriscono due ulteriori fattori: da un lato, la delega
in bianco da parte del governo ad aziende monopolistiche private come ENI di
gestire al suo posto il caro benzina sponsorizzando la questione come una prova
di forza da parte del governo di essere ancora in grado di piegare le scelte di
grandi società come ENI. Evidentemente una falsità, così come una falsità è il
“sacrificio per il bene pubblico” del cane a sei zampe che con i profitti fatti
negli ultimi tre anni sarebbe in capacità di sanare il debito italiano e invece
diventa, in questo teatro dell’assurdo, il benefattore che soddisfa i
consumatori agganciandoli alle proprie pompe di benzina. Questo implica non solo
rientrare sullo sconto fatto, grazie all’aumento delle vendite, ma probabilmente
anche guadagnare, perlomeno in termini di investimento di immagine e, dunque,
investendo sul futuro, sul profitto che ci sarà.
Dall’altro lato, la corsa all’intelligenza artificiale sta trasformando i
meccanismi finanziari a livello strutturale dei colossi dell’energia, come dice
Volpi, “un tempo caratterizzati da sterminati giacimenti di liquidità netta, in
strutture ad alta intensità di capitale fortemente esposte all’indebitamento
obbligazionario”. Esiste al momento un debito societario accumulato di oltre 400
miliardi relativo ai colossi tecnologici dell’infrastruttura cloud. Il cuore
dell’assorbimento di queste risorse risiede nella costruzione di data center a
causa dei costi iperbolici di costruzione e di fornitura di hardware, si parla
di 15-25 miliardi di dollari a trimestre per singola azienda, sostiene Volpi.
Questo significa un esborso prima che i server entrino in funzione il che si
aggiunge all’elevato ritmo di obsolescenza dei server che impone alle società di
ricorrere a nuovi server prima di essere rientrate dagli investimenti
precedenti. Questo, conclude Volpi, espone il settore a contrazione di liquidità
e dunque a incertezza e al possibile scoppio di una bolla che investirà di
conseguenza tutti i settori.
Il tema è che oggi i profitti della banche e delle grandi società energetiche
arrivano a livelli altissimi proprio perché non dipendono soltanto dal loro
ciclo produttivo ma sono influenzati da eventi legati alla fase storica e,
dunque, alla guerra. I profitti dipendono dalle dichiarazioni di Trump, dagli
investimenti di Musk o della cricca di Epstein, dai data center colpiti in Medio
Oriente, dal controllo sullo Stretto di Hormuz, dalle difese europee che gridano
al lupo per gli attacchi russi. Non è solo che i soliti noti ci guadagnano dalla
catastrofe è anche che l’immateriale assume valore materiale e quando la bolla
scoppierà farà più male di una bomba.
Energia padrona. Significa che la questione non è tecnica ma politica perché il
nucleare per antonomasia non può che stare nelle mani dei padroni. Se negli anni
70 la critica al nucleare veniva fatta non tanto a partire da un presupposto
ecologista quanto più perché l’energia nucleare in quanto tale rende più
semplice una “gestione anti-operaia della crisi1”, anche oggi occorre guardare
al dato materiale e porsi i problemi giusti. Stando all’interno del modo di
produzione capitalistico non potrà essere il soluzionismo tecnologico a
risolvere i nostri problemi, perché finché non ci sarà controllo del processo di
estrazione, produzione e organizzazione del consumo energetico non ci sarà
possibilità di contro-potere. In tal senso, l’energia nucleare per la sua
specifica potenza olocaustica sposta in maniera drastica, rendendola remota, la
possibilità di contendere il potere in un processo rivoluzionario. La delega
pressoché totale all’ambito dei tecnici per quanto riguarda un’energia come
questa è rappresentativa di un rapporto di dominio che difficilmente può
ribaltarsi in favore della classe. La domanda da porsi oggi quindi non è solo
come allontanare il rischio di un passaggio di questo tipo, ma anche impedire i
processi di estrazione di valore che avvengono sin dalle fasi che precedono
l’installazione effettiva di determinate opere energetiche considerate
strategiche e che ne preparano insidiosamente il terreno.
1. Amsg, Csez, anni 70 post 2000, Comitato Politico Enel, Crisi dell’energia e
ristrutturazione, gennaio 1975, citato in L’energia padrona, percorsi di
autonomia contro l’atomo di Eugenio Tradardi, Zapruder 58.
↩︎
Da Sant’Ambrogio ad Avigliana. Una marcia popolare contro la nuova tratta
nazionale Avigliana-Orbassano e per il futuro del nostro territorio.
Ci raccontano che le priorità sono nuove grandi opere. Ma intanto l’acqua
diventa sempre più preziosa, il clima cambia con eventi meteorologici sempre più
violenti, l’aria che respiriamo continua a peggiorare, il suolo viene
consumato senza sosta e i servizi essenziali vengono progressivamente
impoveriti.
Ci raccontano che mancano le risorse. Eppure miliardi continuano a essere
destinati a infrastrutture inutili, mentre la sanità pubblica viene
depotenziata, il trasporto pubblico locale resta insufficiente e
la metropolitana, promessa da anni, continua ad aspettare.
Pensiamo che le vere infrastrutture utili siano quelle che migliorano la vita
delle persone, che rendono i territori più sicuri, che tutelano
l’ambiente e rafforzano i servizi pubblici.
Per questo domani 3 ottobre cammineremo insieme.
In queste settimane termina la stagione ad alta intensità di manodopera per la
raccolta della frutta in Piemonte. Per molti braccianti questo coincide con un
momento di partenza verso altre regioni del sud Italia, dove poter trovare altri
lavori in agricoltura.
Anche questo anno, a Saluzzo, le condizioni di vita e lavoro in questo ambito
sono state caratterizzate dall’assenza di tutele, da disuguaglianze e razzismo.
Particolarmente visibile la crisi abitativa: la mancanza di strutture ha portato
i lavoratori a dover trovare da soli soluzioni di emergenza. Il parco Gullino è
diventato un luogo dove cercare riparo. In queste settimane, la morte di alcuni
lavoratori (sul posto di lavoro e nel tragitto verso i campi) senza che le
istituzioni prendano parola in merito conferma il silenzio assordante che
circonda l’invisibilizzazione di queste vite.
Ne parliamo con Raccolti Resistenti, un movimento dal basso per la dignità di
persone, lavoro e terra nei campi del saluzzese. Continua a crescere il loro
lavoro al fianco dei lavoratori, così come l’organizzazione autonoma e le tante
forme di resistenza e solidarietà dei lavoratori stessi.
La lotta contro lo sfratto di Maricarmen una donna di 87 anni a Madrid ha
generato una sollevazione per il diritto all’abitare che scuote la Spagna. Da
giorni Madrid ribolle con migliaia di persone scese in piazza e la mobilitazione
si è allargata in tutto il paese, riempiendo le piazze di decine di città.
Il Consiglio dei ministri spagnolo ha successivamente approvato, martedì 29
settembre, due decreti per rispondere alla crisi abitativa in corso, al termine
di intense trattative fra i partiti che fanno parte del governo. I decreti
prevedono alcune forme di protezione contro gli sfratti per i soggetti più
vulnerabili fino alla fine del 2030 e regole più stringenti per gli affitti
brevi.
Entriamo nel merito con il giornalista Victor Serri, in collegamento da
Barcellona. Victor ci racconta come la crisi abitativa rischia di rimanere una
questione centrale anche dopo questi provvedimenti spiegandoci come la
continuazione delle mobilitazioni dal basso (e delle pratiche di resistenza agli
sfratti) rimangono fondamentali in questa fase.
Aniello Lampo ci racconta più nel dettaglio delle piazze madrilene nate dallo
sfratto di Maricarmen.
In questi giorni, a seguito di alcuni articoli di giornale e in particolare dai
racconti di alcuni detenuti recentemente usciti dal carcere torinese Lo Russo e
Cutugno, sono emerse nuovamente le criticità sanitarie e di vivibilità minima
della Casa Circondariale.
In particolare è stata riportata sia dai giornali che da racconti diretti, la
presenza di una infestazione di cimici da letto. Con gravi conseguenze sulla
vita dei detenuti della sezione maschile.
Le cimici da letto sono un parassita ematofago, che si nutre di sangue umano,
che morde l’uomo causando lesioni cutanee della pelle solitamente in forma di
gonfiore e arrossamento e prurito. In alcuni casi si possono avere anche
reazioni di livello allergico più grave. Anche se non sono segnalate malattie
trasmissibili tramite questo fastidioso parassita, le punture sono molto
fastidiose e danno forte prurito. In più, ogni cimice morde solitamente più
volte e se il materasso o la cella ne sono infestati, possono rendere la vita
invivibile. Sono esseri notturni quindi concentrano l’attività nella notte, con
i risvolti immaginabili per la vita dei detenuti.
E’ un fenomeno infestante che molti conoscono magari per presa diretta o per
racconti e può essere preso sottogamba, ma immaginiamo come si aggrava la
situazione quando si presenta in un ambiente di scarso igiene come il carcere e
dove, come in questo caso, gli interventi di disinfestazione sembrano essere
nulli.
In particolare sarebbero coinvolti sicuramente il Blocco B e la decima sezione
in particolare. Ma, stando alle ricostruzioni, sembra molto probabile
un’infestazione del magazzino dei materassi del carcere, oltre che delle celle.
Il carcere non è nuovo a problemi di questo tipo: topi, scarafaggi, formiche,
zanzare sono segnalati da anni, anche dai secondini. Numerose segnalazioni hanno
evidenziato carenze dovute al sovraffollamento ma soprattutto alla fatiscenza
della struttura. A questo si sommano la scarsità di mobilio e il fatto che in
alcune sezioni non vengano distribuite abbastanza lenzuola e che i cuscini non
siano un’opzione per molti detenuti.
Il fatto che una possibile infestazione da cimici da letto si possa allargare
all’intero carcere, ha qualcosa di molto allarmante e non è solo una questione
sanitaria, anche se le implicazioni possono essere gravi visto che anche i
medicinali normalmente reperibili fuori tante volte scarseggiano. Ne va della
vivibilità e sanità mentale dei detenuti. Possiamo immaginare cosa voglia dire
rimanere svegli per notti e notti di fila e avere coscienza che la cella in cui
si è rinchiusi è popolata da insetti che si cibano del tuo sangue? Uno stress e
una tortura a cui nessuno dovrebbe essere sottoposto.
Dopo le denunce pervenute ai giornali tramite le ispezioni della Consigliera
Regionale Ravinale, difficilmente le istituzioni possono dire di non essere a
conoscenza del problema e il fatto di non agire tempestivamente non può che
aggravare la situazione. La salubrità è talmente deteriorata all’interno del
carcere, che addirittura i sindacati della penitenziaria, fanno dichiarazioni e
lamentele ogni pochi giorni. Di sicuro avranno anche altri fini, ma il quadro
complessivo è drammatico.
Chissà se il Sindaco Lo Russo, il Presidente della Regione Cirio o il ministro
della Giustizia Nordio se ne fregheranno altamente anche questa volta. Certo è
che i detenuti e le detenute devono aver riconosciuta la loro dignità e molte
volte trovano anche da soli il modo per farla rispettare, come successo nei
giorni scorsi nel carcere Don Bosco di Pisa.
78 ANNI DI RESISTENZA
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(mercoledì, 7 ottobre 18:00)
Al ricorrere del 7 ottobre, vogliamo interrogarci insieme su cosa significa fare
parte di una Resistenza globale, di quali sono i compiti e le responsabilità
storiche che dobbiamo assumerci oggi, su cosa la Resistenza palestinese ci
insegna e perchè questa è riuscita a diventare un motore globale per unire le
forze per contrapporsi a un sistema che è complessivamente marcio e che trova in
“Israele” un paradigma di ciò che è disposto a commettere pur di mantenere il
proprio potere.
Allo stesso modo, noi è nella Resistenza della Palestina che troviamo il nostro
paradigma e la speranza di costruire un mondo nuovo sulle ceneri di quello
vecchio
https://www.facebook.com/torino.per.gaza
(disegno di peppe cerillo)
Settembre si apre con una tragedia: a Pietralata una coppia di quarantenni
uccide la figlia disabile, dopodiché i due si sparano. Lasciano lettere che
descrivono la solitudine in cui sono stati lasciati dalle istituzioni che
dovevano tutelare disabilità e salute mentale. Il 2 un uomo accoltella l’ex
moglie a Torvaianica, e il 3 un cinquantenne a Ostia uccide la madre ottantenne,
poi si suicida gettandosi dal balcone.
Intanto, il Consiglio di Stato sospende il procedimento del municipio contro
Casale Garibaldi. Il 7 sindaco e diversi assessori consegnano le chiavi di quasi
tutti gli appartamenti di via del Porto Fluviale, un’occupazione trasformata in
settanta case popolari, agli abitanti. L’associazione LabUr fa un esposto contro
la “Palestra della legalità” su via dell’Idroscalo: milioni di euro pubblici
sperperati a beneficio di società private che lasciano l’immobile
nell’abbandono. Il 9 a Montecitorio c’è un presidio contro il Ddl antisemitismo:
partecipano anche consiglieri e deputati. Un ex consigliere di sinistra presente
in piazza strappa a un altro manifestante la bandiera del “Partito di Dio”
libanese, perché considerato organizzazione terrorista dagli Usa (come anche
Autistici/Inventati, del resto). Il 10 c’è un evento metereologico estremo: una
tempesta di pioggia che riversa sulla città oltre 100 mm. di acqua in
ventiquattr’ore; secondo gli annali si tratterebbe di un evento che avviene ogni
centocinquant’anni, eppure era già avvenuto il 5 gennaio scorso. Il livello
d’acqua del fosso alluvionale di Vallerano sale da 0 a 2,5 metri in dieci
minuti.
Venerdì 11 mattina muore Emma Bonino, a settantotto anni, dopo alcuni giorni di
ricovero all’ospedale Santo Spirito. Il 12 alcune associazioni musulmane
presentano una richiesta di allontanamento dalla città per Simone Carabella, ex
pugile che ha cercato di provocare più volte gruppi di migranti senza riuscirci.
La fondazione Hind Rajab denuncia alla Procura di Roma la presenza in Italia di
Idit Sliman, ministra del governo Netanyahu che promuove e pianifica il
genocidio e la pulizia etnica dei palestinesi. L’Italia dovrebbe arrestarla, ma
non lo fa. Alessandro Di Battista arriva all’ospedale Gemelli, rimpatriato da
Cuba.
Il 14 a Ostia Nuova un operaio di Cisterna (Latina) muore ucciso dal crollo di
un’impalcatura che lo fa precipitare dal terzo piano. Stava lavorando alla
ristrutturazione delle palazzine Armellini su via Forni. Il 15 c’è una riunione
tra Dipartimento Patrimonio e Aequa Roma sulle lettere di morosità alle
inquiline delle case popolari: sono state recapitate già tremila missive.
Durante un’assemblea studentesca alla Sapienza, si presentano una decina di
poliziotti e carabinieri dei vicini commissariati San Lorenzo e Sapienza, come
se la presenza delle forze armate in università fosse normale. A Fiumicino
arriva un volo da Gaza, carico di persone sfuggite al campo di sterminio in cui
rimangono rinchiusi due milioni di palestinesi.
Il 17 si costituisce il killer di Prati, un cinquantenne disoccupato bianco con
due cognomi, che ingannava il tempo sparando ai passanti, soprattutto donne. La
stampa minimizza, umanizza, mostra il lato sociale della cosa. Il 18 in una
scuola di Centocelle un ragazzo di tredici anni, italiano e bianco, accoltella
la sua insegnante, filmando tutta la scena con il cellulare. L’insegnante
minimizza, comprende, e ripete che bisogna mandare via i migranti (tra cui il
ragazzo che l’ha difesa). Quindici comitati territoriali di Roma firmano un
comunicato, promosso anche dall’Arci, in cui dichiarano di non voler partecipare
alla manifestazione del giorno dopo per Spin Time, vista la presenza in piazza
del Partito Democratico e della giunta Gualtieri, che ha venduto la città ai
fondi immobiliari. Cade una pioggia torrenziale, particolarmente forte nella
zona Nord della città. Il 19 c’è l’attesa manifestazione: partecipano migliaia
di persone, cinquemila per la questura, cinquantamila per gli organizzatori.
Il 22 muore un operaio di ventidue anni che lavorava dentro al Colosseo. La
sovrintendenza si rifiuta di chiudere il sito archeologico in segno di lutto:
l’allarme sicurezza non include certo chi lavora. Il 24 c’è una manifestazione
davanti al palazzo delle Politiche abitative contro le “cartelle pazze” nei
palazzi Erp; e nel pomeriggio un corteo a Tor Sapienza con le bandiere italiane,
per chiedere lo sgombero di un palazzo abbandonato in via Tallone, al grido di
“Tor Sapienza sicura” e alla presenza di alcuni membri di Fratelli d’Italia.
Il 26 al Porto Fluviale c’è un convegno per una legge sul controllo degli
affitti (rent control). Due ragazzi in motorino, attivisti di un’organizzazione
comunista, vengono aggrediti sul Lungotevere, vicino piazza Cavour, al grido
“Palestinesi di merda”. Il 29 la Conferenza dei servizi decisoria approva
definitivamente il progetto dello stadio di Friedkin a Pietralata. Sindaco e
assessori, gli stessi che dicevano che i fondi non hanno un cuore, ora esultano,
insieme alle lobby dei costruttori e al governo Meloni. Il cemento, si sa, tiene
tutti insieme. Intanto, al consiglio del V Municipio si vota per una mozione
contro l’islamofobia. Si presentano due provocatori, tra cui l’immancabile
pugile fallito Simone Carabella, che strappano ostentatamente una bandiera
palestinese e insultano le donne. Alla fine vengono cacciati dalla folla. Al
termine della lunga seduta la mozione viene approvata. (stefano portelli)
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– 2026 | Anno in corso:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto
– 2025 | Anno Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
– 2024 | Anno non Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
Di seguito l’indizione del dibattito organizzato dai comitati e dai cittadini
che si stanno attivando a Torino sul tema dei data center insieme all’Assemblea
Universitaria di Scienze di UniTo.
DIBATTITO MERCOLEDì 21 OTTOBRE ORE 17.30 – DIPARTIMENTO DI FISICA, AULA C, VIA
PIETRO GIURIA 1 – TORINO.
Riteniamo che l’università possa avere un ruolo centrale in questo dibattito. La
comunità scientifica ha le competenze adatte a valutare da vicino gli aspetti
tecnici, sia della realizzazione dei data center sia della valutazione del loro
impatto sull’ambiente: servono fisici per l’analisi termica, chimici per
l’analisi degli agenti inquinanti, medici per valutarne gli effetti sulla salute
e biologi per studiarne l’impatto sul territorio. Questi saperi devono essere
messi a disposizione dei territori impattati da questi nuovi progetti. Ma non
solo: è proprio all’interno delle università, e in particolare nei poli STEM,
che tecnologie come l’AI vengono sviluppate.
I data center assumono un ruolo importante in questa fase di guerra: possono
essere obiettivo o strumento, così come l’energia nucleare che viene
sponsorizzata per risolvere il problema dell’enorme richiesta energetica che
queste macchine impongono al territorio. Il governo parla di “interesse
strategico nazionale” in merito a queste grandi opere, eppure la proprietà
dell’infrastruttura e dei dati è sovranazionale, essendo molto spesso i
promotori le Big Tech americane. A seguito di un’estate di blackout e di ondate
di calore l’esplosione di progetti di data center anche in Piemonte è un
paradosso da fermare immediatamente.
Questo primo evento pubblico avrà l’obiettivo di informare sugli impatti
ambientali e sociali dei data center e di approfondire i progetti che fanno
capolino sul nostro territorio: da Grugliasco a Trino Vercellese, da Caselle a
Lucento fino al progetto hyperscale di Moncalieri in modo da iniziare a creare
rete tra comitati, cittadini, universitari e esperti che vogliono opporsi a
questi progetti che avranno un costo ingente per la nostra salute e per la
nostra vivibilità sia in termini ecologici sia economici.
Ne parleremo con:
Enrico Duranti, portavoce della Rete dei Comitati STOP Data Center Lombardia;
Francesco Cappello, fisico, Direttivo COMITATO NO GUERRA NO NATO, Vice
presidente Associazione Per un mondo senza guerre;
Sergio Manera, fisico all’Università degli Studi di Pavia, ricercatore ed
esperto di sicurezza e salute sul lavoro.
Introduzione
Brescia, 18 agosto 2026. Festa di Radio Onda d’Urto. Temperature da fornace
padana, nell’estate più lunga, torrida e faticosa mai registrata in Italia.
Insieme a noi, sotto la tensostruttura dove si svolge il dibattito, decine e
decine di persone. Provenienti da tutta la Lombardia e, come noi modenesi, anche
da fuori regione. A prendere parola sono esperti, giornalisti, analisti,
cittadini preoccupati e incazzati, ex consiglieri comunali, appartenenti a
realtà territoriali e comitati locali, e militanti. Il tema, non a caso, non è
mai stato più “caldo”: Data Center: il volto materiale dell’Intelligenza
Artificiale.
Il dibattito è un prezioso momento di informazione sulla mobilitazione popolare
e territoriale che, dalla provincia lombarda e non solo, sta emergendo con
sempre più voce in contrapposizione alla proliferazione e alla nocività di
imponenti Data Center nell’hinterland milanese e bresciano al servizio delle
capacità di elaborazione delle AI. Una lotta che, dalle periferie degli Stati
Uniti dove è in avanzamento sempre più di massa a quelle italiane dove comincia
a muovere i primi embrionali passi, sta già facendo fare i conti con le
contraddizioni e le ambivalenze dentro questa fase di ristrutturazione
capitalistica, con i costi e la direzione di un certo tipo di sviluppo, con le
scelte politiche (e geopolitiche) di chi comanda la vita del Paese e sui
territori dove cresciamo, abitiamo, lavoriamo. Territori come anche quello di
Modena.
Ristrutturazione e guerra
Nonostante lo spazio emiliano non risulti essere – per il momento… – nell’area
di maggior interesse di questo specifico e accelerato sviluppo, a tratti e
insieme fortemente speculativo, che sta scompaginando equilibri ecologici,
politici e del “quieto vivere cittadino” lombardo, vogliamo provare a ipotizzare
la traiettoria della linea che collega la proliferazione dei Data Center allo
strutturarsi in «fabbrica della guerra» della nostra provincia.
Come mostrato nell’inchiesta di Kamo Modena Il laboratorio della guerra. Tracce
per un’inchiesta sull’università dentro la «fabbrica della guerra» di Modena,
infatti, l’implementazione dell’intelligenza artificiale – nella cui ricerca,
non a caso anche a fini bellici, e promozione è protagonista Rita Cucchiara, la
nuova rettrice dell’Università di Modena e Reggio – è materializzata nei
numerosi progetti e laboratori Unimore in tale ambito presenti in città, ed è
considerata il principale driver di trasformazione produttiva (ma non solo:
pensiamo alla sua implementazione nei processi dell’«industria della
formazione», che fa dell’intera «fabbrica sociale» e di produzione della
soggettività il campo della sua azione) necessario a una ristrutturazione del
tessuto industriale composto, a livello locale, prevalentemente da attori e
imprese di medio-piccole dimensioni ben inserite nelle catene del valore
nazionali e globali. Ristrutturazione che risulta strategica nell’ottica di
rientrare competitivamente e cavalcare «la curva dell’accumulazione
capitalistica nel tempo della crisi e della guerra».
Si tratta quindi di implementazione dell’intelligenza artificiale nei processi
produttivi, produzione di tipo dual use civile-militare di tecnologia,
integrazione e reindirizzamento delle filiere, politiche belliche e commesse
militari orientate al riarmo. Dalla «Motor Valley» alla «Drone Valley». È un
sistema industriale complessivo, allargato e integrato, che prende una direzione
precisa, più che la somma aritmetica delle singole imprese. È qui, in questo
processo territorializzato, che si produce per la guerra, e quindi la guerra
stessa. Cosa c’entrano i Data Center?
Il volto materiale e geopolitico dell’AI
Come suggerito dal nome scelto per il dibattito e riportato nella pemultima
uscita della newsletter Orizzonti, che riprende i principali aspetti discussi a
Brescia durante l’iniziativa, i Data Center rappresentano, di fatto, la
dimensione materiale e per ora maggiormente tangibile della scala di diffusione
sempre più accelerata dell’AI, specialmente in termini di impatti diretti sulla
popolazione che vive e lavora dove sorgono queste abnormi strutture. Questi
mostruosi centri di calcolo altamente energivori rappresentano infatti una
componente fondamentale dell’infrastruttura fisica sulla quale in particolare i
modelli AI sviluppati dalle Big Tech fanno affidamento per poter essere
addestrati, grazie all’accumulazione ed elaborazione continua di sempre maggiori
moli di dati. È sui Data Center che si squarcia il velo narrativo (e
propagandistico) sull’AI, considerata nel suo sviluppo “immateriale” e
“intangibile”, dipinta acriticamente (e ideologicamente) come meta inesorabile
di progresso dell’umanità, oltre che fondamentalmente priva di ingenti impatti
negativi sull’ambiente naturale (e aggiungeremmo anche sulla capacità umana
vivente, come la definiva Alquati).
Tornando al dibattito, quanto emerso dalle parole dei portavoce dei comitati
locali, in particolare quelli di Lacchiarella (MI) e Travagliato (BS), è uno
scenario di selvaggio moltiplicarsi di richieste a Terna per l’allaccio alla
rete elettrica locale finalizzate alla costruzione di colossali Data Center. Il
territorio in questione si trova infatti in prossimità dell’allaccio terrestre
alla dorsale di cavi sottomarini in fibra ottica Blue & Raman Submarine Cable
System. Da quest’ultimo punto emerge come, oltre la dimensione della mera
speculazione (immobiliare e finanziaria) sui Data Center, si celino in realtà
evidenti interessi geopolitici: il cavo Blue si estende fino a raggiungere
Israele, per poi lasciare spazio al Raman, le cui due principali diramazioni
terminano rispettivamente a ridosso dello stretto di Hormuz e in India.
La Data Center Valley e le sue conseguenze
Per restituire una scala degli impatti locali generati da questo tipo di Data
Center, basti pensare che le strutture in questione saranno in grado di
consumare una quantità di energia fino all’equivalente del fabbisogno domestico
di 2 milioni di persone, con un consumo di suolo che può arrivare fino a 140
mila metri quadri, un innalzamento della temperatura di 2-3 gradi nel raggio di
10 chilometri dallo stabilimento e un copioso consumo di acqua per il
raffreddamento dei processori, come emerso dagli interventi in occasione
dell’iniziativa a Brescia.
Per quanto riguarda il consumo idrico, basandosi su studi effettuati su diversi
Data Center lombardi (nella maggior parte dei casi di proprietà Amazon e
Microsoft), si parla di un ordine di grandezza di diversi milioni di litri di
acqua consumati in un lasso temporale di tre mesi; si tratta infatti di un
sistema di raffreddamento a bulbo umido, che entra in funzione durante il
periodo più caldo dell’anno.
In linea di massima i Data Center costruiti in Italia vedono sistemi di
raffreddamento alternativi a quelli ad acqua, con prevalenza di sistemi ad aria.
Questo permette di ridurre notevolmente gli impatti sulle riserve idriche, a
discapito però del consumo di energia che vede invece un notevole aumento,
finalizzato ad alimentare questi sistemi di raffreddamento alternativi ed
altamente energivori.
Quali sono le conseguenze? Sul fronte sociale delle bollette, la presenza di
Data Center potrebbe causare un rialzo locale del prezzo di mercato dell’energia
elettrica, dal momento che quest’ultimo viene calcolato attraverso il cosiddetto
prezzo zonale. Attraverso questo meccanismo, un territorio caratterizzato da
altissima domanda di energia elettrica vedrà con ogni probabilità un
innalzamento del suo prezzo, con conseguente rincaro delle utenze domestiche e
delle aziende locali. È inoltre lecito ipotizzare un aumento delle quote fisse,
a fronte degli ingenti costi necessari ai lavori di ristrutturazione della rete
elettrica utili a sostenere i colossali flussi di energia richiesti dai Data
Center.
Per maggiori informazioni rimandiamo all’intervista al Comitato Ciarlasco per la
Tutela del Territorio, pubblicata da Infoaut, che passa in rassegna
approfonditamente molti dei temi appena accennati.
Data Center a Modena?
Spostiamo quindi l’attenzione dalla Lombardia all’Emilia, e in particolare a
Modena. Qui nominare i Data Center potrebbe risuonare ancora strano: qualcosa di
sconosciuto, di molto lontano. Tuttavia, scandagliando il portale di Terna che
riporta i dati pubblici sulle richieste di connessione di impianti di energia
elettrica alla rete di trasmissione nazionale, risultano un totale di sei
pratiche attive per richiesta di allaccio per progetti relativi a Data Center
nella provincia di Modena.
Di queste pratiche, tre risultano ancora in fase di autorizzazione, mentre
altrettante hanno già superato questo primo step (di cui due solamente durante
il periodo di scrittura di questo articolo).
In quanto ad energia cumulativa richiesta dalle pratiche in questione, parliamo
di un totale di 0,66 GW; a grandi linee l’equivalente del consumo domestico di
energia elettrica di 5 milioni di italiani! Le richieste passate al secondo step
di verifica fanno riferimento a una potenza di 0,46 GW, equivalente al
fabbisogno energetico di circa 3,5 milioni di persone – quasi 19 volte il numero
dei residenti di Modena!
Si tratta, a ben vedere, di progetti di Data Center di dimensioni e consumo
altamente impattanti per il nostro territorio, già martoriato e reso sempre più
invivibile per via della cementificazione selvaggia, del consumo di suolo
vergine e agricolo, degli effetti del riscaldamento climatico (cosa significa
risiedere a fianco di una struttura che alza di qualche grado la temperatura nel
raggio di chilometri durante un’estate come quella del 2026, in cui si sono
superati i 40 gradi e toccato il 90% di umidità in pianura?) e delle esternalità
negative e nocive dell’industrializzazione e della logistica.
Una spia: agrivoltaico e BESS
Una spia, da non trascurare, a rafforzare la possibilità di questo scenario. Da
qualche anno a questa parte stiamo assistendo a una forte accelerazione sul
territorio modenese nell’installazione di enormi distese di pannelli
fotovoltaici e mega-impianti di accumulatori elettrochimici BESS, come quelli di
San Damaso e Fossoli; entrambe tipologie di progetti volti al potenziamento
della produzione di energia elettrica e del suo stoccaggio, con successiva
immissione nella rete nazionale, e fatti passare come l’ennesima opera
necessaria per un futuro sostenibile verso il fantasioso traguardo “emissioni
zero”. Riportiamo sotto i dati presenti sul portale di Terna, riferiti alle
pratiche di richiesta di allaccio alla rete elettrica nazionale per i soli
progetti che prevedono installazioni alimentate ad energia solare nella
provincia modenese.
Difficile non mettere in relazione la proliferazione accelerata e massiva di
distese di impianti fotovoltaici, agrivoltaici e BESS, considerati e “venduti”
come prezzo da pagare per la “transizione verde”, con l’utilizzo che se ne farà
invece per alimentare Data Center, appropriandosi della produzione di energia
elettrica a discapito delle tasche e dei bisogni dei cittadini.
C’è la concreta prospettiva di trovarci di fronte a uno scenario di diffusione
massiccia di impianti energetici ed energivori accomunati da un ingente utilizzo
di suolo, quasi sempre coltivabile (legandosi al tema, che qui non possiamo
approfondire, della crisi del comparto agricolo nazionale e locale: gli
agricoltori hanno più interesse a disfarsi della terra o ad affittare terreni al
fotovoltaico per decine di anni piuttosto che metterli a coltivazione di
prodotti a prezzi troppo bassi sul mercato), senza la concreta contropartita
della creazione di posti di lavoro, che saranno invece pochissimi e limitati
alle fasi di progettazione e costruzione.
Fabbrica della guerra, AI e Data Center
Parallelamente, la profonda crisi del comparto automotive tedesco e la ormai
fisiologica impennata del prezzo dell’energia hanno messo in ginocchio la
filiera di produzione tedesca e come reazione a catena anche buona parte della
catena di subfornitura presente sul nostro territorio; da qui, come anticipato,
la sempre maggiore presenza di commesse legate alla produzione bellica e dual
use (come tracciato sul portale di Mappature dal basso), con l’AI come vettore
della ricerca universitaria e strumento di innovazione ad alto valore aggiunto
per il mosaico di imprese che compongono il nocciolo duro del settore
produttivo modenese.
Come accennato in precedenza, a Modena l’AI sta già assumendo il ruolo di
fattore di rilancio innovativo (e quindi di investimento di risorse, non solo
simboliche) della ricerca universitaria e della produzione locale – più
concretamente per la prima, in potenza per la seconda nonostante l’adozione stia
sicuramente in fase ascendente attraverso programmi specifici elaborati dalle
associazioni di categoria in sinergia con università ed enti anche europei. Si
tratta di un impulso fortemente teso verso il processo di riarmo che sta
attraversando il nostro Paese e l’Europa intera, nello scenario globale di
guerra imperialista; guerra che si fa ibrida e il cui dispiegamento assume nuove
forme, attraverso l’utilizzo di droni e mezzi a guida autonoma, con il centrale
supporto delle Big Tech leader nel campo dell’AI.
Se, almeno nel contesto occidentale ed europeo, un arruolamento di massa nei
ranghi dell’esercito in vista di una guerra combattuta al fronte può giustamente
sembrare qualcosa di sostanzialmente improponibile, non si può tuttavia negare
che ad essere di fatto messe a valore per fini bellici e dual use siano le
nostre conoscenze e i nostri saperi, e quindi in sostanza le nostre vite nelle
loro numerose sfaccettature, che vanno dal percorso formativo, al consumo di
contenuti online e alle interazioni sui social, al lavoro e via dicendo.
Puntando lo sguardo sul settore della ricerca e sviluppo dei più avanguardistici
sistemi di combattimento ibridi e automatizzati, non è infatti segreto che i
dati rivestano un ruolo centrale ed estremamente delicato nell’addestrare
modelli AI sempre più letalmente precisi e “intelligenti”. Dati che, sempre
senza dover scomodare remote teorie complottiste o improbabili ipotesi,
rappresentano il prodotto più o meno tangibile di quella “iperindustria” che
esce dalle mura delle fabbriche, incorpora nei propri ingranaggi algoritmici il
sapere umano e lo valorizza in termini capitalistici attraverso i modelli AI e
le rispettive infrastrutture materiali, con i Data Center in prima linea tra
queste ultime. Questa forma di valorizzazione capitalistica porta ad un nuovo
livello le sempre maggiori compenetrazioni e mutue dipendenze tra ambito civile
e militare, con il primo in grado di convertirsi rapidamente in strumento di
guerra ibrida (e viceversa) vista la sua sempre più marcata natura dual use.
Nel nostro contesto, quello modenese, a rendere maggiormente evidente questo
processo è ciò che nell’ambito dell’inchiesta di Kamo Modena viene definito come
“Laboratorio della guerra”, ovvero l’università che si ristruttura e riorganizza
in funzione di guerra e rilancio capitalista, facendosi punto di condensazione e
raccordo tra i diversi livelli di interesse e di potere in gioco: piccole medie
imprese locali, vitale necessità di ricerca avanzata in ambito AI, politica
locale/nazionale/internazionale e catene globali del valore.
Domande e ipotesi
A partire dalle trasformazioni che stanno investendo il nostro territorio e
dalle più o meno evidenti fratture e contraddizioni, anche soggettive, che solo
una costante e attenta attività di inchiesta può andare a sondare e a mettere a
sistema nell’ottica di dare vita a conricerca e quindi organizzazione, proviamo
a stimolare la formulazione di alcune ipotesi a partire dalle quali intercettare
inediti spiragli di lotta.
Che composizioni e forme organizzative, con quali prospettive e istanze,
contraddistingueranno eventuali attivazioni conflittuali sul territorio generate
dalla sua trasformazione dall’alto in infrastruttura fisica dell’AI, lungo la
direzione della ristrutturazione impressa da Big Tech, fabbrica della guerra e
governo politico (sia nazionale che dei territori)? Quali le soggettività che
incarneranno contraddizioni e ambivalenze, potenzialmente non riducibili e più
difficilmente recuperabili in ambiti istituzionali? Sarà possibile generare
inedite ed efficaci forme organizzative di lotta con la composizione di
lavoratori chiamati a lavorare all’interno di queste strutture, o con quella di
ex-lavoratori emarginati dal mercato del lavoro in nome dell’efficientamento?
Queste sono alcune domande e ipotesi attraverso le quali inchiestare le
trasformazioni del territorio, da mettere a verifica sulle soggettività, per
andare a comprendere e anticipare quali forme e conseguenze assumerà la
“rivoluzione industriale” dell’AI, se si darà, dentro le specificità del nostro
contesto, strutturalmente diversa dal polo logistico-finanziario rappresentato
da Milano e dal suo hinterland.
Cosa potrebbe voler significare in termini di sicurezza (e di valore dei
terreni/immobili nelle vicinanze) avere sul territorio infrastrutture altamente
strategiche in ambito AI dual use e militare come i Data Center destinati a
questo utilizzo? Ne abbiamo avuto un primo indiretto assaggio a fine marzo
assistendo agli attacchi iraniani, effettuati tramite lancio di droni, che hanno
bersagliato e colpito due Data Center di Amazon situati negli Emirati Arabi e
uno in Bahrain.
L’obiettivo del governo di rendere l’Italia il principale hub del Mediterraneo
in quanto a potenza di calcolo dei Data Center, con alcuni di questi già
designati come infrastrutture di interesse strategico nazionale, sta
giustificando iter di approvazione estremamente semplificati per la loro
costruzione e una quasi totale assenza della politica nel porsi come mediatrice
tra le Big Tech straniere, gli speculatori nostrani e la popolazione, compresi i
comitati cittadini.
I lavoratori che vedranno le loro mansioni quotidiane e i piani di formazione
profondamente reindirizzati verso l’utilizzo dell’AI si sentiranno realmente
“compensati” dal tanto promesso rilancio economico ed occupazionale che una
ricerca universitaria mirata sull’AI dovrebbe portare nelle piccole e medie
imprese modenesi o verrà percepito come un “colonialismo digitale” quasi
completamente imposto dall’alto da parte delle principali big tech made in USA?
Questa profonda trasformazione verrà quindi percepita come un forte
impoverimento delle proprie conoscenze e capacità, messe a servizio di agenti AI
che sostituiranno i lavoratori nelle loro mansioni più “pratiche” e applicate,
magari con doppi fini strettamente legati all’addestramento di modelli
utilizzati e testati in scenari di guerra (come stiamo vedendo in Palestina e
Ucraina)?
Da meno di una settimana in Francia tutti i licei di periferia di Parigi e di
altre grandi città sono bloccati dai picchetti degli studenti che, insieme a
professori e assistenti all’educazione, hanno messo al centro la questione della
formazione.
Tutto è partito da Créteil dove i professori hanno organizzato uno sciopero e
gli studenti si sono uniti alle rivendicazioni.
Ciò che viene espresso è una mancanza di mezzi e di risorse per i licei di
periferia, l’insufficienza di personale oltre agli edifici degradati, ma viene
anche portata una feroce critica sulla qualità della formazione e sulle
possibilità lavorative inesistenti a seguito del diploma. Queste proteste hanno
visto immediatamente una diffusione significativa, anche le università si sono
unite ai blocchi, inoltre i sindacati confederali e, ancorché il governo, sono
stati obbligati a prendere in considerazione le rivendicazioni.
La risposta muscolare delle forze di polizia non si è fatta attendere con
arresti, fermi e feriti gravi, oltre a cariche all’ingresso delle scuole da
parte dei CRS. E’ interessante notare anche la presenza di diversi consiglieri
di La France Insoumise sui blocchi, a partire dal sindaco Bally Bagayoko di
Saint Denis.
Ne abbiamo parlato con un professore di un liceo di periferia di Parigi.
Credits foto di hugo_aymar e Tulyppe
da Radio Blackout
Un articolo di Luca Rota – attento conoscitore delle nostre montagne e del loro
ambiente naturale – offre lo spunto per ragionare su una problematica di
attualità: il turismo.
Da Volere la luna
Si tratta, in questo caso, di uno skywalk, cioè una passerella panoramica
sospesa, che verrà realizzata a quasi 2600 metri di quota sopra il Passo del
Tonale (provincia di Trento). Luca – che peraltro è sempre moderato nei giudizi
– la definisce giustamente “una fesseria colossale”, semplicemente fatta per
attirare turisti in una zona in cui tra l’altro essi certamente non mancano.
Nello stesso blog troviamo un’altra notizia che fa sostanzialmente il paio con
quella che precede: in Valvarrone (in provincia di Lecco), si sta realizzando un
nuovo ponte pedonale sospeso (il “Ponte dei Minatori”) che, una volta ultimato,
sarà “il più alto d’Europa”.
Tralasciando la considerazione che sulle Alpi italiane è tutta una corsa a chi
ce l’ha più lungo (il ponte, intendo, e solitamente si tratta di ponti
tibetani), queste iniziative si inseriscono chiaramente in una visione della
montagna di puro divertimento, quando non di pura adrenalina (com’era qualche
tempo fa il bungee jumping o salto con l’elastico, ora passato di moda). Un
esempio plateale sono le sempre più frequenti via ferrate, con le quali si
riempiono le pareti di ferraglia per consentire a gente che non sa nemmeno
legarsi in cordata di praticare itinerari che altrimenti vedrebbero solo col
binocolo. Fatto salvo poi incrodarsi come spesso capita e dover chiamare il
soccorso alpino. La montagna come un luna park, quindi, che fa il paio con la
ipotizzata traversata da Alagna Valsesia a Zermatt (attraverso l’intatto Vallone
delle Cime Bianche) in infradito.
Ma quello che fa più incazzare è che queste comunità locali che si fanno
promotrici o comunque approvano tali infrastrutturazioni, le spacciano come una
“valorizzazione” della montagna. Non so se si rendono conto di quanto sia
stupida la locuzione “valorizzare la montagna” (o la natura in genere che sia):
la montagna ha un valore in sé, fatto di rocce, piante, animali, antichi
insediamenti umani. Se io ci realizzo un ponte tibetano o uno skywalk il valore
la montagna lo perde, non lo acquisisce: è esattamente il contrario. Questo
senza contare l’antropocentrismo insito nella locuzione. E senza contare che
così la montagna diventa un luogo da mordi e fuggi senza che dei luoghi ci si
capisca un acca. In un’epoca in cui la Natura occorrerebbe conoscerla, invece
non si perde il vizio di volerla usare. Acutamente, sempre Rota nel suo blog,
rivolgendosi ai potenziali turisti: «Veramente credete che per trovare panorami
“mozzafiato”, “effetti wow”, “adrenalina” e altre cose del genere sia necessaria
una struttura artificiale? Se lo credete, state dando ragione a chi ve la
propone pensando che altrimenti voi non siate in grado di godere quelle emozioni
quando siete in montagna, che non potete capire, che non avete la sensibilità
necessaria».
di Vincenzo Scalia* La protesta al Don Bosco di Pisa riporta al centro
sovraffollamento, privacy e diritto al dissenso. Mentre la risposta politica si
irrigidisce nella repressione, servono trasparenza sulle …