APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 2 luglio 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
Pene fino a cento anni per la protesta anti-ICE di Prairieland: il processo
trasforma idee, libri e militanza in prove d’accusa Quattrocentocinquanta anni
di carcere complessivi. Cento anni a Benjamin …
di Luigi Mollo Consegnata con oltre un anno di ritardo, la relazione del Garante
ignora il dramma di carceri sovraffollate, i suicidi e le condizioni degradanti,
trasformandosi in un esercizio …
Dopo le iniziative nelle scuole e gli eventi con l’Esercito, il 28 giugno la
città ospita il raduno provinciale dei Bersaglieri. I Genitori e insegnanti
contro la guerra e la …
Riprendiamo questo articolo de L’Indipendente in cui viene riportato ciò che
purtroppo già troppe persone hanno dovuto subire: l’assenza di controllo
nell’uso delle granate lacrimogene da parte delle forze dell’ordine. […]
The post Lacrimogeni ad altezza uomo, il Viminale ammette: “Nessun manuale
d’uso” first appeared on notav.info.
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(mercoledì, 1 luglio 16:00)
Disponibile Decolonizzare lo sguardo di Grace Fainelli Eris Edizioni Febbraio
2025
https://www.erisedizioni.org/prodotto/decolonizzare-lo-sguardo/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(martedì, 30 giugno 16:00)
Disponibile al Porfido il quinto numero di “disfare – per la lotta contro il
mondo guerra”, della primavera-estate 2026.
https://campiselvaggi.noblogs.org/post/2026/06/10/disfare-5-blackout/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
riemersx dal festival ecco alcune protagoniste di quelle giornate:
da Bahia, Kalozin e la sua incredibile reinterpretazione della musica sacra
brasiliana suonata con dei sensori su braccia e gambe
da Dresda, Valentino Pančáke ed la sua oscuro italodisco
porkast di malormone con la gradita testimonianza telefonica di Fina Liata
verso il primo pride della valsusa, il 28 giugno ad Avigliana dalle 16.30!
Le curatrici del programma Harraga, che va in onda su Radio Blackout, hanno
intervistato in due puntate del mese di aprile la compagna italo-palestinese
Mjriam Abu Samra, ricercatrice e fondatrice del Palestinian Youth Movement.
Dal concetto di “orientalismo” alla depoliticizzazione umanitaria della causa
palestinese, dagli accordi di Oslo al ruolo delle ONG, dal palestinese-vittima
al palestinese-terrorista, dalla violenza coloniale in Palestina
all’israelizzazione delle società occidentali, questi approfondimenti sono
solidi come i sassi, e come tali andrebbero scagliati contro l’ordine coloniale
del mondo.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma
vittima/terrorista – parte1
Parte 2: decostruire il paradigma vittima/terrorista
Riceviamo e diffondiamo
(disegno di giulia beat)
Il pestaggio di un manifestante per mano di guardie private, il 30 maggio
scorso, ha indignato l’intera società albanese, trasformando una protesta nel
sud-ovest del paese in quella che oggi viene definita la “rivoluzione dei
fenicotteri”: una mobilitazione popolare contro il governo Rama, in difesa dei
beni pubblici e dell’ambiente. L’aggressione al manifestante è
avvenuta alla presenza della polizia; le guardie private hanno spruzzato spray
urticante persino contro gli stessi poliziotti. In una messa in scena altamente
cinematografica, polizia e manifestanti si sono trovati insieme da un lato della
recinzione, mentre le guardie private erano dall’altro lato della barriera che
delimitava l’area destinata alla costruzione di un progetto per il quale, a
quanto pare, non esiste né un piano definitivo né un’autorizzazione.
All’inizio di quest’anno la zona era stata visitata da Ivanka Trump, figlia del
presidente degli Stati Uniti, accompagnata da architetti e imprenditori locali e
stranieri. La signora Trump ha incontrato anche il primo ministro
Rama, ma nessuno degli abitanti della zona ha preso parte agli incontri. Già nel
2024 suo marito Jared Kushner aveva dichiarato di avere in programma
la costruzione di resort di lusso lungo la costa di Zvërnec e sull’isola di
Sazan, progetti nati dopo la sua prima visita nella zona nel 2021. Kushner aveva
pianificato anche la ristrutturazione degli edifici centrali dell’ex ministero
dell’interno jugoslavo a Belgrado – un progetto poi bloccato dalle grandi
proteste in Serbia, e dalle indagini sui funzionari responsabili dell’appalto.
Kushner però non si è ancora ritirato dall’investimento in
Albania, la sua società ha dichiarato di essere pronta a investire oltre un
miliardo di dollari nei 14 mila ettari dell’isola di Sazan.
In un’intervista, Ivanka Trump ha presentato Sazan come una terra deserta
e inesplorata, in modo simile alle narrazioni coloniali che cancellano la
presenza delle popolazioni locali. Ma Sazan non è un’isola deserta: durante il
periodo socialista era stata una base militare, e tuttora è sotto
l’amministrazione del ministero della difesa. Governi albanesi e capitali
stranieri hanno puntato gli occhi sull’isola già dagli inizi del secolo, ma la
mancanza di infrastrutture ha impedito lo sviluppo dei progetti. Inoltre, a
causa del suo passato militare, l’isola presenta aree minate e residui bellici
inesplosi, costosi da rimuovere e fonte di rischi. Perciò i progetti per ora si
sono concentrati nella zona di Zvërnec, dove la società di Kushner non risulta
direttamente implicata, ma vi ha probabilmente svolto un ruolo di
intermediazione con alcuni dei suoi rappresentanti.
Il 30 aprile scorso l’attivista Taulant Bino aveva notato che a Zvërnec alcune
persone stavano recintando l’area con il filo spinato, mentre camion carichi di
materiale inerte entravano e uscivano dalla zona. La società aveva iniziato i
lavori senza un’autorizzazione formale e senza alcun coordinamento tra
istituzioni locali e centrali. Le agenzie locali sono state costrette a
sospendere le attività chiedendo conferma delle autorizzazioni alle istituzioni
centrali. Il primo ministro ha dichiarato che la recinzione dell’area serviva
agli studiosi per preparare la valutazione di impatto ambientale del
progetto; ma attivisti e ambientalisti avevano già iniziato a pubblicare video
che documentavano interventi con mezzi pesanti. Nel corso di maggio si è
scoperto che nel 2025 il Consiglio nazionale del territorio (presieduto dal
primo ministro stesso) aveva concesso le autorizzazioni per la costruzione un
resort turistico a Zvërnec, legate al progetto di Kushner del 2024. La
società beneficiaria si chiama Zvërnec South Adriatic Development ed è
controllata dalla Dutch Trust Management BV, registrata nei Paesi Bassi, i cui
proprietari non sono stati resi noti. Le indagini hanno rivelato una catena di
società collegate al progetto di Sazan, che coinvolge i due fratelli miliardari
del Qatar Ramez e Mohamad Al-Khayyat, nonché un imprenditore albanese accusato
di legami con la mafia, un ex giudice espulso dal sistema giudiziario per
patrimoni non dichiarati, un imprenditore assassinato e Shefqet Kastrati, uno
dei maggiori oligarchi dell’Albania.
Il progetto prevede la creazione di circa 20 mila unità ricettive e una capacità
di accoglienza di diecimila visitatori al giorno in una zona che comprende tre
aree protette: Pishë Poro-Nartë, il corso selvaggio del fiume Vjosa e il Parco
Marino di Karaburun-Sazan. La straordinaria diversità di uccelli e
fauna rende l’area una delle zone con maggiore biodiversità del paese e uno
degli habitat naturali più importanti d’Europa. Al suo interno si trovano tre
monumenti naturali: la laguna di Limopuos, l’isola del Monastero e le rare dune
sabbiose dove nidificano le tartarughe marine. L’investimento quindi
distruggerebbe un ecosistema fragile, da cui dipendono sessanta famiglie di
pescatori. Centinaia di altre famiglie, legate a quest’area da generazioni,
rischiano di perdere l’accesso.
LA QUESTIONE FONDIARIA
Dopo la caduta del socialismo, la questione fondiaria in Albania si è
enormemente complicata. La dittatura di Enver Hoxha aveva abolito
costituzionalmente la proprietà privata; i governi che seguirono al suo crollo
inizialmente distribuirono le terre nazionalizzate in usufrutto a famiglie
appartenenti alle cooperative agricole e alle aziende statali, nel tentativo
di garantire l’accesso alla casa e ai servizi a una popolazione con la crescita
demografica più elevata del continente e livelli di povertà tra i più alti al
mondo. Tali terreni furono poi venduti dai titolari del diritto d’uso, mentre
gli antichi proprietari o i loro eredi iniziarono a rivendicarne la
restituzione. Parallelamente, numerosi migranti interni che avevano
costruito case su terreni senza titolo entrarono in un processo di
regolarizzazione. Migliaia di fascicoli rimangono tuttora pendenti nei
tribunali. Un caso esemplare è proprio quello della comunità di Zvërnec
coinvolta nel progetto turistico. Nel 1991 gli abitanti avevano ottenuto il
diritto d’uso per alcune terre, ma nel 2012 scoprirono che la proprietà delle
stesse terre era stata riconosciuta anche agli eredi della famiglia Shehu, di
cui fa parte l’imprenditore Artur Shehu, accusato di avere legami con la Sacra
Corona Unita italiana. Di recente la Corte Suprema ha riconosciuto la falsità
di almeno uno dei documenti utilizzati da Shehu per reclamare quelle terre.
Nel 2021 il governo ha ridotto le protezioni dell’ecosistema di Pishë Poro-Nartë
e autorizzato la costruzione di un aeroporto. La legge che vietava la
costruzione in territori protetti è stata modificata nel 2022, riducendo
l’estensione delle aree protette, soprattutto nei territori dove erano già in
corso progetti infrastrutturali. Nel 2023 oltre trenta ettari di pineta sono
stati distrutti da incendi dolosi. Nel 2024 si è autorizzata la costruzione di
grandi strutture destinate al turismo di lusso anche all’interno delle aree
protette. Nonostante le proteste e le iniziative legislative promosse da
organizzazioni ambientaliste e dalla stessa delegazione dell’Unione europea, il
governo ha continuato a presentare il turismo d’élite come imprescindibile per
la crescita del paese. Inoltre, nel 2015 il governo albanese ha approvato una
legge sugli investimenti strategici. Formalmente, la normativa promette di
accrescere le capacità produttive industriali, ma l’ottanta per cento degli
investimenti riconosciuti riguarda il settore turistico. Gli imprenditori del
turismo ottengono tutela giuridica, infrastrutture pubbliche, perfino
l’espropriazione di proprietà private in nome dell’interesse pubblico. In questi
anni, lo stato albanese ha messo a disposizione terreni pubblici a prezzi
molto inferiori a quelli di mercato, addirittura a un canone simbolico di un eur
o, e ha esentato dalle tasse per dieci anni gli alberghi a cinque stelle. La
normativa ha favorito società vicine al governo, ed è stata criticata
dall’Unione europea, che la considera incompatibile con i criteri di tutela
ambientale richiesti per l’integrazione dell’Albania nell’Ue.
DAL CAPITALE CRIMINALE A QUELLO IMMOBILIARE
Modifiche alla legge sulle aree protette, nuova legge sugli investimenti
strategici: questi sono i due strumenti normativi che hanno accelerato la
privatizzazione e l’alienazione del patrimonio pubblico e privato in Albania.
Tali cambiamenti hanno aperto nuove opportunità di investimento per gli
oligarchi albanesi nel settore turistico, destinato a diventare il pilastro
dell’economia nazionale. In un contesto caratterizzato dalla convergenza tra
capitale nazionale e governo, la situazione nella quale oligarchi locali e
stranieri, in collaborazione con lo Stato e con gruppi criminali, si appropriano
di terreni e case attraverso la violenza, la falsificazione dei documenti e la
corruzione del sistema giudiziario, non rappresenta un’anomalia, bensì la norma
stessa. Tale situazione è il risultato dell’orientamento economico e politico
seguito negli ultimi trentacinque anni.
Dopo la caduta della dittatura socialista, infatti, le forze politiche che si
sono succedute al governo hanno gareggiato nel dimostrare quale fosse la più
neoliberista. Negli anni Novanta i governi albanesi si concentrarono
sull’adozione di drastiche misure di contenimento dell’inflazione che portarono
ai più consistenti tagli della spesa pubblica registrati in Europa, a una quasi
totale deindustrializzazione del paese, e alla privatizzazione delle piccole e
medie imprese. Nel decennio successivo l’attenzione si spostò sulla
privatizzazione delle grandi società pubbliche e sull’apertura di nuovi mercati.
Come risultato, l’Albania nel 2003 possedeva un settore privato più ampio della
media dei paesi OCSE e intorno al 2010 aveva concesso più autorizzazioni di
qualsiasi altro paese europeo per la costruzione di centrali idroelettriche e
l’apertura di università private. Nello stesso periodo, il paese conobbe anche
una straordinaria espansione dei media privati.
Questi sviluppi si verificarono in un contesto caratterizzato da uno Stato con
capacità amministrative estremamente ridotte, incapace di elaborare strategie e
regolamenti attuativi e privo degli strumenti necessari per garantire
l’effettiva applicazione delle leggi. Nel frattempo, i sindacati nel settore
privato erano pressoché inesistenti, mentre quelli del settore pubblico
intervenivano solo raramente.
L’oligarchia capitalista si era formata nel corso degli anni Novanta grazie
all’importazione di beni di consumo, dai quali l’Albania dipendeva quasi
interamente. Con uno Stato debole, una povertà estrema e il deterioramento dei
servizi pubblici, il contrabbando e la criminalità organizzata contribuirono in
modo significativo al rafforzamento di gruppi radicati in aree costiere
strategiche, che controllavano il traffico di sigarette, carburanti,
stupefacenti ed esseri umani. Due decenni di politiche neoliberali hanno
favorito il consolidamento di questi gruppi, che si sono integrati nelle reti
criminali internazionali divenendo attori centrali intorno a cui ruotano le
economie di intere regioni del paese. Il loro peso economico e territoriale è
divenuto tale che nel 2013 una parte significativa dei loro esponenti ha
ottenuto una rappresentanza parlamentare, contribuendo all’ascesa al potere del
primo ministro Edi Rama. La presenza di membri di organizzazioni criminali in
Parlamento è diventato un problema tanto grave da costringere l’assemblea
legislativa ad approvare una legge ad hoc, anche sotto la pressione
internazionale.
Tra il 2013 e il 2018, in presenza di una forte contrazione della spesa
pubblica, l’economia albanese ha evitato la recessione soltanto grazie a due
grandi investimenti esteri: la costruzione del gasdotto TAP e quella della
centrale idroelettrica di Devoll. A partire dal 2018 si è assistito a
un’impennata delle concessioni edilizie, un fenomeno tuttora in espansione. La
maggior parte dei permessi di costruzione si concentra su Tirana e riguarda
l’edificazione di torri residenziali e commerciali. Nel 2024, il settore delle
costruzioni rappresentava il 14,4% del valore aggiunto lordo dell’Albania, una
quota tre volte superiore alla media dell’Unione europea e la più elevata del
continente; inoltre, della crescita economica del 3,8% registrata dal paese nel
2025, ben 1,17 punti percentuali provenivano da questo settore.
Ma questo comparto richiede una continua espansione territoriale verso progetti
caratterizzati da rendimenti elevati e rapidi. Proprio per questo il governo
Rama ha individuato nel turismo d’élite il settore strategico sul quale fondare
l’intera crescita economica. Gli investimenti previsti sull’isola di Sazan sono
solo un esempio di tale orientamento. Rama ha promosso il trasferimento del
principale porto del paese, quello di Durazzo, in un’altra area, aprendo la
strada a un progetto immobiliare dal valore dichiarato di due miliardi e mezzo
di dollari, affidato alla società Alabar, che promette di trasformare Durazzo in
una città sul modello di Dubai. Il progetto segue le modalità tipiche del
settore edilizio albanese: società riconducibili agli oligarchi vicini al
governo Rama ottengono terreni pubblici e ne finanziano lo sviluppo attraverso
la vendita anticipata degli appartamenti, ancor prima dell’inizio dei lavori di
costruzione.
La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha
avviato indagini su una parte significativa degli investitori strategici,
ritenuti coinvolti in gruppi criminali dediti alla falsificazione di documenti,
all’appropriazione indebita di proprietà e al riciclaggio di denaro attraverso
tali progetti. Le indagini interessano quasi l’intero territorio costiero, da
Scutari fino a Butrinto. Individui legati al traffico internazionale di droga,
all’oligarchia locale e al governo Rama riescono, grazie alla loro vicinanza al
potere, a convincere i contadini a collaborare con loro. Ai contadini viene
garantito che solo tali soggetti possono assicurare loro l’ottenimento dei
documenti di proprietà, rimasti per decenni bloccati negli uffici statali e nei
tribunali, a condizione che, una volta riconosciuta la proprietà, vendano loro i
terreni. L’appropriazione dei terreni sulla costa albanese è
così strutturalmente legata all’ingerenza dei gruppi criminali, che negli ultimi
dieci anni più di venti direttori degli uffici catastali del comune di Valona si
sono dimessi per le pressioni subite, dopo aver ricoperto l’incarico solo per
pochi mesi.
Il primo ministro Rama ha garantito il funzionamento di tale assetto economico
fin dal 2013, durante ben quattro mandati. Il patto tra Rama e l’oligarchia di
origine criminale è stato accompagnato da un forte processo di centralizzazione
delle istituzioni pubbliche nelle mani del primo ministro. Il suo punto di forza
è stata la sua capacità di presentarsi investito del sostegno internazionale.
Finché l’Ue e gli Usa erano dominati da progetti politici liberali di sinistra
in materia di diritti politici e da politiche economiche neoliberali, Rama
costruiva il proprio profilo come la figura politica più liberale dello scenario
albanese. Con l’ascesa della destra radicale in numerosi paesi chiave
dell’Occidente, Rama ha dimostrato la capacità di adattarsi a tali cambiamenti.
Negli ultimi anni, infatti, ha accolto le richieste di Giorgia Meloni per
l’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori nel territorio albanese,
ha sostenuto gli investimenti di Kushner sull’isola di Sazan e intensificato il
sostegno incondizionato allo stato di Israele.
L’opposizione a questo sistema si è materializzata il 30 maggio scorso, in quei
pochi secondi catturati dalle telecamere in cui le guardie private colpivano un
manifestante, mentre questi, insieme alla polizia e ad altri manifestanti, si
trovava dall’altro lato di una recinzione che separava una proprietà privata
recintata e un progetto edilizio privo di autorizzazione.
LE PROTESTE E I LORO EFFETTI
Le mobilitazioni popolari, in realtà, non si sono mai interrotte nel corso
dell’ultimo decennio. Le più frequenti sono state quelle delle comunità rurali
contro la privazione dell’accesso ai fiumi, a causa della costruzione del numero
più elevato di centrali idroelettriche di tutti i Balcani. Numerose sono state
anche le proteste contro la gentrificazione conseguente alla costruzione di
grattacieli nella capitale. Nel frattempo, un vasto movimento studentesco è
culminato nella richiesta, nel 2019, di un aumento degli investimenti
nell’istruzione superiore.
A Zvërnec, subito dopo la visita di Ivanka Trump, un gruppo di attivisti e
artisti ha organizzato un’azione creativa per attirare l’attenzione e denunciare
l’appropriazione di un’area pubblica e protetta. Gli attivisti hanno monitorato
per mesi gli sviluppi nella zona. Grazie a questo lavoro è stata organizzata
anche la protesta del 23 maggio. Per tutto il mese di maggio, ambientalisti e
residenti hanno documentato gli interventi nell’area, sottolineando la mancanza
di trasparenza e di consultazione con la popolazione, e organizzando proteste
periodiche.
Rappresentanti dell’oligarca Kastrati e la sindaca di Valona hanno incontrato la
comunità locale nel tentativo di comprarne il consenso o intimidirla, al fine di
scoraggiare la partecipazione alle proteste e alle iniziative legali collettive.
Tuttavia, a partire dal primo giugno la protesta è diventata un’ampia
mobilitazione che ha coinvolto l’intera città di Tirana e una parte
significativa della diaspora albanese in tutto il mondo. La portata di questa
mobilitazione è senza precedenti. Il movimento è eterogeneo e comprende gruppi
politici di orientamenti molto diversi. Particolare evidente è la notevole
partecipazione di ragazze, donne e bambini. Sul boulevard dove si svolge la
protesta è stata persino creata un’ampia area dove i bambini possono giocare in
sicurezza, scrivere slogan e allo stesso tempo partecipare alla manifestazione.
Il fulcro delle proteste sono le due ore di mobilitazioni quotidiane davanti
all’ufficio del primo ministro. Dopodiché, migliaia di partecipanti marciano
lungo le principali arterie di Tirana, sospendendo la normalità del traffico
cittadino. La maggior parte dei cittadini e delle attività commerciali della
capitale, pur non partecipando direttamente, sostiene la protesta fermando le
automobili, offrendo acqua potabile lungo il percorso e salutando i manifestanti
dalle finestre delle case. La protesta si è estesa ad altre grandi città, tra
cui Valona. Anche in diverse comunità rurali negli ultimi giorni sono
state avviate iniziative comunitarie per rimuovere e demolire le recinzioni
delle società private che avevano privato tali territori dell’accesso all’acqua
potabile e per l’irrigazione.
Le richieste dei manifestanti si sono ormai ampliate, includendo una serie di
ingiustizie sistemiche nella società albanese. Esse sono iniziate con la domanda
di annullamento del progetto a Sazan e Zvërnec, per poi estendersi a richieste
di modifiche legislative volte a impedire l’appropriazione indebita delle
proprietà da parte degli oligarchi, nonché alla tutela dei beni pubblici e delle
aree protette. Successivamente, le rivendicazioni si sono concentrate sulla
richiesta di dimissioni del primo ministro e sugli appelli rivolti al sistema
giudiziario affinché venga incarcerato sia l’attuale capo del governo sia il suo
predecessore, Sali Berisha, leader del principale partito di opposizione. Tale
richiesta riflette l’indipendenza di questo movimento popolare rispetto
all’opposizione parlamentare, e un approccio più sistemico alle ingiustizie che
la società sta affrontando: anche i governi precedenti al 2013 sono considerati
responsabili dell’attuale assetto politico ed economico.
Non potendo accusare i manifestanti di essere privi del sostegno popolare, Rama
e il suo partito hanno messo in opera una serie di meccanismi di
delegittimazione. In un primo momento i manifestanti sono stati accusati di
essere strumenti delle agenzie greche e serbe, e successivamente di essere
collegati a servizi segreti iraniani. Anche l’oligarca Kastrati ha cercato di
presentare i manifestanti come parte di un piano volto a screditare il progetto
a Zvërnec, con la diffusione sui media nazionali di una dichiarazione rilanciata
anche dalla sindaca di Valona.
Attualmente, la retorica del governo si concentra sull’accusa secondo cui la
protesta avrebbe un carattere fascista. A sostegno di tale tesi, ministri e
principali media nazionali hanno diffuso una serie di notizie false, incluse
immagini e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. I media nazionali,
fortemente legati al governo e spesso parte degli stessi investimenti strategici
nel settore costiero, continuano a non riportare le proteste o a descriverle
come fenomeni disorganizzati e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, grazie alla
combinazione dell’uso dei diversi social network e al forte interesse dei media
internazionali, la protesta è riuscita a ottenere un’ampia visibilità e a essere
seguita anche da molti cittadini che non hanno potuto partecipare direttamente.
PERCHÉ UNA RIVOLUZIONE
A seguito delle proteste, anche la Struttura speciale contro la corruzione e la
criminalità organizzata ha avviato indagini sull’appropriazione indebita delle
proprietà e sul riciclaggio di denaro nel progetto di Zvërnec. I centoventotto
milioni di euro sborsati per l’acquisto dei terreni sono stati
sequestrati dalla Procura. La stessa struttura investigativa ha annunciato
l’apertura di indagini su una parte significativa degli imprenditori edili e dei
gruppi criminali coinvolti in casi di appropriazione di terreni, costruzione di
resort e grattacieli. Tra queste figura anche la più grande operazione
di riciclaggio attualmente sotto indagine in Albania, che riguarda i legami tra
il settore delle costruzioni di grattacieli a Tirana, i principali oligarchi del
paese e il riciclaggio dei proventi di gruppi criminali albanesi attivi in
Europa e in America Latina. Il proprietario della maggior parte dei terreni di
Zvërnec è attualmente ricercato.
Al momento, la protesta continua a essere di massa.
Numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni impegnate nella tutela del
territorio hanno boicottato i processi di consultazione legale del governo, fino
a quando quest’ultimo non ritirerà i progetti e le leggi che consentono la
distruzione dell’ambiente naturale. Novantasei organizzazioni hanno rivolto un
appello al governo affinché riveda la legge sulle aree protette. Nel frattempo,
la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha espresso sostegno al
primo ministro Rama, contribuendo ad accrescere la delusione dei manifestanti
rispetto alla posizione dell’Unione europea sulla questione. La posizione della
Kos è stata immediatamente criticata da settantasette organizzazioni
ambientaliste nazionali.
L’Albania è uno dei paesi più filo-americani e filo-europei al mondo. Nel
contesto in cui la famiglia del presidente degli Usa è coinvolta in un
investimento che intensifica l’appropriazione dei terreni e dei beni pubblici in
collaborazione con reti mafiose criminali – e nel contesto in cui l’Unione
europea continua a sostenere un primo ministro che gestisce un capitalismo
oligarchico e criminale che distrugge beni pubblici e ambientali ed espelle
intere comunità dai propri territori espropriando le terre –, le proteste di
massa in Albania mostrano i limiti dell’egemonia occidentale anche in società
tradizionalmente considerate tra le più filo-occidentali. Questa configurazione
del capitale albanese e internazionale ha creato nel paese una condizione
generale in cui i cittadini si percepiscono come superflui nelle proprie case,
nei propri villaggi e nelle proprie città, come se fossero un ostacolo
all’espansione del capitale negli spazi in cui vivono. Le proteste di massa in
Albania rappresentano una contestazione di questo tipo di capitale e delle sue
modalità di espansione. La rivoluzione dei fenicotteri evoca un nuovo rapporto
con la natura, con lo spazio comunitario e con le economie locali – ma più in
generale con il capitale, sia nazionale che internazionale. (pavjo gjini e diana
malaj)