di Samuele Lucia La nuova frontiera della repressione è invisibile: spyware,
intercettazioni digitali e sorveglianza algoritmica permettono di controllare il
dissenso prima ancora che si manifesti, ridefinendo il rapporto tra …
SPOSTATO 18:30 PER UNIRSI ALLA CHIAMATA DEL COMITATO DI BARRIERA
Largo Giulio Cesare - Torino
(mercoledì, 8 luglio 18:30)
Mercoledì 8 luglio, diversi gruppi facebook di Barriera hanno lanciato una
manifestazione in Largo Giulio Cesare "contro degrado e delinquenza", solito
slogan il cui significato nasconde solo soluzioni razziste legate alle
deportazioni.
Vivere Barriera di Milano oggi vuol dire fare i conti quotidianamente con
l'isolamento imposto da una società che ci toglie tutto, dalla sanità, alle
case, al lavoro, alle scuole, che vuole creare un nemico interno - solitamente
persone migranti e povere - contro cui scagliare tutta la nostra rabbia, così
che il potere e i responsabili rimangano impuniti.
I gruppi che rilanciano questo appuntamento sono soliti fotografare le diverse
scene di povertà, abbandono, sofferenza e solitudine che aleggiano nelle strade
di quartiere dando la colpa a chi vive queste situazioni e volendo come unica
soluzione la loro deportazione, il loro allontanamento, il carcere, il CPR, il
TSO. Di fronte a tutto questo le persone sono state così terrorizzate da
giornali, politici vari e media che non si guarda più in faccia a nessuno e si
richiede solo una sicurezza basata sull'esclusione, l'isolamento, la
tranquillità di chi "fa il suo dovere" (che di fatto è lavorare, consumare e
produrre, niente di più e niente di meno).
Noi rispondiamo a questi discorsi razzisti, semplicistici e pieni di odio con
una contro-manifestazione che possa rispondere alle banalità che verranno
scandite a suon di tricolori e inno d'italia, con cui si vuole sottolineare la
loro idea di "nazione" basata sull'essere bianchi, borghesi, assoggettati al
lavoro e alle leggi di uno stato che in realtà li odia. In Barriera - come in
tante altre zone - è possibile vedere il risultato delle politiche razziste,
capitaliste e securitarie e l'effetto che hanno sulla vita delle persone; e
mentre c'è chi crede che passeggiare con un tricolore sia "incominciare a
sentirsi sicuri", noi esigiamo case accessibili, sanità pubblica gratuita,
servizi e un'appartenenza al territorio basata sulla solidarietà, condivisione e
mutuo-aiuto di chi vive il territorio, non di chi ha i "giusti" documenti. La
sicurezza non è avere più divise in ogni angolo della città. Ci sentiremo al
sicuro solo quando ogni persona avrà una vita dignitosa, un tetto sulla testa,
una rete di persone che la circondano. Barriera è di chi la vive. Basta farsi
terrorizzare da chi viene qui per fare propaganda.
IL GRAN GALÀ DI PUTAGÈ:
► 07:37: Putagè d’oro alla carriera al Chimico Elio e la Biologa Tecla con
rubrica “I rimedi della nonna: quando le credenze popolari incontrano la scienza
e si sentono giudicate; vocale di saluti di Marco Maioli, autore della rubrica
“Il valzer delle punte”, sulla comunità capoverdiana in Argentina
► 21:29: il sondaggio di fine anno a cura di Radiospalla Sol; Putagè d’oro al
miglior pubblico a Lollo e Stefania; vocale di saluti di Nicola Gobbi, autore
della rubrica “Fumetti & Varnelli”, che consiglia “Blueberry” di Jean-Michel
Charlier e Jean Giraud (Moebius) e “Fatti a pezzi: Zeta a raccolta!” di Cisco
Sardano
► 40:06: Putagè d’oro ai migliori ascoltatori a Frey e suo figlio Juri con
saluti di Frey, autore della rubrica “Un pezzo di storia”; “Putagè Segreteria
Telefonica” a cura di Walter”; “Poesie al telefono” con Chiara che ci legge due
poesie di Umberto Fiori e Rebecca che ci legge una poesia di Murid al-Barghuthi;
Putagè d’oro alla miglior rubrica emergente per “Retrobottega” di Giancarlo
Piacci, che consiglia “Shubbek Lubbek – Ogni tuo desiderio” di Deena Mohamed
abbinata alla canzone “Reverie” di Sama’ Abdulhadi
► 57:23: “Putagè Segreteria Telefonica”; Putagè d’oro alla migliore ospite
internazionale a Eve Blouin; “L’inglese in tre mesi senza maestro”; Putagè d’oro
alla miglior rubrica a “Raccontami una canzone” con Ale di Note, cose, città
(Radio Onda Rossa)
► 1:08:31: intervento di due piccoli ospiti: Agata e Edoardo; seconda parte del
sondaggio di Radiospalla Sol; Putagè d’oro alla miglior ospite a Francesca Coin
► 1:17:54: “Putagè Segreteria Telefonica”; vocale dell’Ostetrica Elena, autrice
della rubrica “Vulvasaur”; comunicato da parte di AstroLavinia con il manifesto
del partito Futuro Intergalattico di Wanna C.; Putagè d’oro alla miglior puntata
per la puntata di maggio con Florencia Santucho e la squadra torinese
classificatasi terza all’europeo di imitazione gabbiani
LA SCALETTA DI LUCIO E IL SUO STAGISTA:
– Stanley Bricks “Orange Juice”
– Herman Dune “I Wish That I Could See You Soon”
– Bonnie Prince Billy “Like It Or Not”
– The Vaselines “Son Of A Gun”
– The Magnetic Fields “Absolutely Cockoo”
– Daniel Johnston “True Love Will Find You In The End”
– Bonetti “L’estate del ’90”
Più info su: www.putage.org
di Gianluca Nigro – Associazione Finis Terrae I nuovi centri per effettuare le
procedure di frontiera delle richieste d’asilo saranno la base logistica del
modello di sfruttamento sperimentato a partire …
Il narratore prende ciò che narra dall’esperienza […] e lo trasforma in
esperienza di quelli che ascoltano la sua
storia. Il romanziere si è tirato in disparte. Il luogo di nascita del romanzo è
l’individuo nel suo isolamento, che
non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior
peso e che lo riguardano più da
vicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri.
(Walter Benjamin, Il Narratore)
Che la comunicazione non sia un semplice trasferimento di informazioni tra un
emittente e un destinatario attraverso un canale neutro è un’idea banale di
oltre un secolo. Oggi, però, il problema va molto oltre il modo in cui le
informazioni o la “conoscenza” vengono capitalisticamente prodotte e diffuse,
perché in gioco c’è la possibilità stessa di fare esperienza duratura del mondo
e di noi stessi.
A Macerie su Macerie proviamo a fare qualche riflessione a proposito.
Mentre Vannacci detta l’agenda politica, maggioranza e opposizioni rincorrono la
retorica della sicurezza. Ma più repressione non significa più sicurezza:
significa meno welfare, meno diritti e più Stato penale. La …
CALL PER DOCUMENTARIO INDIPENDENTE
Torino -
(giovedì, 9 luglio 02:00)
(archivio disegni monitor)
Ad aprile è stata pubblicata la bozza delle Nuove Indicazioni Nazionali per i
licei, che segue la pubblicazione delle Nuove Indicazioni Nazionali per la
scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione. Del primo testo si è
sottolineato più volte il carattere colonialista – “Solo l’Occidente conosce la
Storia” – ma, nonostante il periodo di consultazione intercorso tra la
pubblicazione delle bozze e la pubblicazione ufficiale, questo non è cambiato
molto. Del testo per i licei, a far discutere è soprattutto la parte di
Letteratura italiana, curata da Claudio Giunta; in particolar modo, la scelta di
rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi di Manzoni. Questa
sembrerebbe una delle poche scelte che guardano avanti all’interno di
un’operazione sapientemente rivolta all’indietro.
C’è un motivo per cui I Promessi Sposi sono stati così a lungo il romanzo
italiano per eccellenza, quello che ogni studente ha dovuto leggere dalla fine
dell’Ottocento a oggi: il romanzo di Manzoni riesce a unire, in maniera così
conciliante, l’emarginazione di Renzo e Lucia con la loro inscalfibile
correttezza. I due reagiscono all’ingiustizia subita con una purezza e una
caparbietà uniche, perfette per costituire un buon esempio agli occhi dei
ragazzi: gli oppressi ben educati.
Nessun governo avrebbe l’ardore di proporre come classico
contemporaneo Tattoo di Earl Thompson, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974 ma
tradotto in italiano solo nel 2025 da Tommaso Pincio per Feltrinelli.
Il romanzo racconta la storia di Jack, un quattordicenne del Kansas che vive
nella miseria con i nonni. Il ragazzo, figlio di una prostituta e di un “avanzo
di galera”, detesta talmente tanto l’odore della catapecchia in cui vive e i
buoni pasto con cui i nonni lo mandano a fare la spesa che riesce a farsi
assumere in Marina fingendo di aver già compiuto diciotto anni. Presta servizio
prima in Cina, durante la guerra civile tra Mao e Chiang Kai-shek e poi nella
guerra di Corea, questa volta nell’Esercito. Al suo ritorno, quasi
venticinquenne, rifiuta di restare nell’Esercito e si iscrive all’Università di
Belle Arti. Nel decennio che intercorre tra le due scelte succede di tutto.
Jack è un ragazzino gracile e docile, Topino lo soprannomina qualcuno. È spesso
vittima di personaggi maschili più burberi e violenti di lui: innanzitutto il
nonno, un omaccione tremendamente arrabbiato con la vita e soprattutto con
Roosevelt; poi il suo migliore amico Glenn, delinquentello sessista che non gli
perdonerà mai di aver scelto una vita diversa da lui, arrivando, alla fine del
romanzo, a pestarlo brutalmente; e poi le molteplici figure della Marina e
dell’Esercito che occupano posizioni superiori alla sua: rozzi vili spacconi
sempre pronti a usare le mani, tanto con gli uomini quanto con le donne. Jack
non li sopporta: “Era la vecchia stronzata di sempre, dimostra che sei un uomo.
Al diavolo, se erano quelli gli uomini, lui non aveva nessuna voglia di
esserlo”.
Eppure, Jack non si comporta meglio di loro. Fin dall’inizio del romanzo, il
ragazzo è carnefice tanto quanto gli altri maschi: molesta le donne che incontra
nel quartiere; poi, assieme ai suoi compagni della Marina, realizza un vero e
proprio stupro di gruppo ai danni di un’infermiera in alcune tra le più
agghiaccianti pagine scritte da Thompson. Anche quando ha dei rapporti con donne
consenzienti, come nel caso della sua futura moglie, Sharon, il ragazzo è
costantemente ossessionato dal corpo di lei, lo cerca e lo circuisce fino a
ridurlo alla passività. In guerra non si comporta tanto meglio, basti pensare a
quando prende la testa di un giapu e se la porta in caserma come un trofeo per
ottenere una ricompensa in denaro. Earl Thompson non ci risparmia nulla: lascia
che chi legge si inacidisca lo stomaco con le meschinità di Jack e dei suoi
amici, sporca l’inchiostro del romanzo con un liquido vischioso che rischia di
attaccare irrimediabilmente le pagine del libro prima di averlo finito. Ma poi,
in qualche modo, si va avanti. La storia prende aria. Jack si emancipa, almeno
parzialmente, dal contesto di provenienza e lo fa soprattutto grazie alla
lettura. E allora leggendolo siamo lì, con lo stesso Jack che prima stava
stuprando. Siamo lì nei momenti più poetici, come quando cammina da solo di
notte sulla Retreat, il barcone su cui è arruolato, e scrutando le luci della
notte viene quasi travolto dalla mareggiata; quando entra in un bordello di
lusso, con la speranza di essere diverso dalle bestie con cui condivide il
reparto; o quando si isola in una cabina per leggere Furore di Steinbeck che gli
piace, sì, ma ha l’impressione che parli “di gente un gradino più sopra rispetto
ai suoi familiari o che i suoi familiari fossero davvero un branco di
delinquenti che dovevano ritenersi fortunati a non essere stati spazzati via
dalla faccia della terra”. Ma siamo con Jack soprattutto nelle ultime pagine del
romanzo quando rimane vittima prima di un agguato da parte del suo migliore
amico e poi di una feroce sparatoria in Corea, rischiando di perdere la vita.
Ecco che Jack è anche vittima, e in questo anche c’è tutta la differenza con il
romanzo buonista di Manzoni.
La scelta di rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi dal programma
dei licei prova indubbiamente a risolvere il problema che è, per ogni ragazzo
oggi a scuola, leggere il testo di Manzoni senza l’ausilio di note, parafrasi e
commenti, cioè senza approcciarlo come fosse La Divina Commedia. Il capolavoro
di Dante invece – con i suddetti ausili – riesce ancora incredibilmente ad
affascinare i ragazzi, ma offre un’esperienza di lettura ben diversa da quella
di un romanzo.
Eliminare I Promessi Sposi apre quindi una voragine: quali romanzi leggere ora?
E, soprattutto, il romanzo è ancora una forma ricevibile per gli alunni? Io
credo di sì, ma solo se proposto in modo diverso da quanto fatto finora. Il
testo delle Indicazioni Nazionali propone un elenco di autori molto lungo:
Moravia, Palazzeschi, Brancati, Ginzburg, Sciascia, Romano, Ammaniti, Defoe,
Swift, Austen, Brontë, Dumas, Flaubert, Stendhal, Dostoevskij, Kafka, Salinger,
Dahl e altri ancora. Non si può entrare nel merito di tutti questi nomi, ed è
evidente che questa varietà è, di fatto, un campo aperto, motivo per cui da
settembre ogni insegnante dovrà scegliere con dei propri criteri ciò che ritiene
più importante leggano i propri alunni, con i vantaggi e gli svantaggi che
questa libertà comporta. È evidente anche che questa scelta sarà fatta,
giustamente, sulla base del tipo di classe che si ha di fronte, motivo per cui
quanto sto per dire va sempre ricalibrato e riconsiderato in relazione al
contesto in cui ci si trova. Mi sembra però che il genere romanzo, forse proprio
per la storica associazione di questa forma letteraria con I Promessi Sposi, sia
diventato, nell’immaginario dei nostri alunni, l’erede della favola. Il numero
di pagine è moltiplicato certo, ma la struttura volta al dispiegamento di una
morale, ai loro occhi rimane, rimane. È significativo, per esempio, che una
collega quest’anno abbia proposto alle sue classi, con successo, I miei stupidi
intenti di Bernardo Zannoni: romanzo di alta qualità, ma ricevibile anche in
virtù del suo impianto favolistico. Bisogna provare a scardinare il romanzo dal
suo legame con la morale e, per far ciò, l’unico modo è scegliere dei testi che
abitino il male, lo attraversino nelle sue pieghe e lo accettino come parte non
solo della vita, ma soprattutto di ognuno di noi, come fa Tattoo di Earl
Thompson.
Quando ero al liceo, la professoressa di italiano ci lesse Il Gorgo di Beppe
Fenoglio. Ricordo ancora la sensazione di terrore che provai nell’immaginare
quel padre allontanare il figlio minacciandolo con il forcone “come si fa con le
bestie feroci”, mentre lui lo insegue convinto che stia “andando a finirsi”.
Fenoglio è un autore italiano e, soprattutto, è entrato a pieno titolo nel
nostro canone, motivo per cui leggerlo in classe non fa notizia, ma quello che
contiene quel brevissimo racconto è la sintesi di quello che mi auguro si legga
nelle classi da settembre in poi: Non posso dire che faccia avesse, perché
guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e
soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la
vergogna di vederlo come nudo. (federico murzi)
Donald Trump riesce a fare una cosa che la diplomazia atlantica prova sempre a
nascondere: ricordare a tutti qual è il vero rapporto di forza dentro la Nato.
Alla vigilia del vertice in Turchia ha scelto di prendere in giro Giorgia Meloni
pubblicando un meme sui social, l’ennesimo episodio di un rapporto fatto di
continue pressioni, ricatti politici e richiami all’ordine rivolti agli alleati
europei. Dietro la retorica dell’unità dell’Occidente resta un dato molto
concreto: gli Stati Uniti continuano a dettare la linea e all’Europa viene
chiesto di pagare il conto.
Quel conto ha un numero preciso: è il famoso 5% del PIL da destinare entro il
2035 alla difesa e alle spese collegate alla sicurezza, l’obiettivo fissato
dalla Nato che il governo italiano si prepara a inseguire. Per l’Italia
significa passare dagli attuali circa 45 miliardi di euro destinati ogni anno
alla spesa militare a una cifra che potrebbe arrivare intorno ai 145 miliardi.
Cento miliardi in più ogni anno. Una somma enorme, che dice molto di più di
qualsiasi dichiarazione ufficiale sulla direzione che sta prendendo il Paese.
Da mesi questa trasformazione viene raccontata quasi esclusivamente come una
questione di nuovi armamenti, di deterrenza e di sicurezza internazionale. In
realtà sta succedendo qualcosa di molto più profondo. Lo dimostrano le parole
pronunciate nei giorni scorsi dal capo di Stato maggiore della Marina,
l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, secondo cui «la Nato conta sul
rafforzamento della nostra presenza». Non si limita a parlare di nuove navi
anfibie, cacciatorpediniere, droni navali o missioni nel Mediterraneo: dice
anche che la Marina dovrà passare dagli attuali circa ventiduemila militari a
trentamila. Ottomila soldati in più, un aumento di oltre un terzo dell’intero
organico.
Nemmeno questa è una dichiarazione isolata: negli ultimi mesi anche il capo di
Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sostenuto la
necessità di rafforzare gli organici, costruire una forza di riserva e preparare
il Paese a un confronto strategico destinato a durare nel tempo.
Contemporaneamente, il governo Meloni ha deciso di fermare la riduzione del
personale militare prevista dalla riforma Di Paola, mantenendo fino al 2033 un
organico complessivo di centosessantamila militari.
Se si mettono in fila questi fatti, il quadro diventa abbastanza chiaro. Non
siamo davanti a uscite estemporanee di qualche generale particolarmente
interventista. Esiste una linea politica condivisa tra Nato, governo e vertici
militari che considera l’espansione delle Forze armate una scelta strutturale e
non più una risposta temporanea alle guerre in corso. Significa assumere nuovi
militari, ampliare le caserme, costruire infrastrutture, rafforzare basi,
aumentare la logistica, finanziare addestramento e manutenzione. La guerra entra
nella programmazione ordinaria dello Stato.
Anche sul piano economico la direzione è evidente. È lo stesso segretario
generale della Nato, Mark Rutte, a rivendicare che il riarmo europeo ha già
prodotto centinaia di miliardi di dollari di ordinativi per l’industria militare
statunitense, sostenendo quasi duecentomila posti di lavoro negli Stati Uniti.
L’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha ricordato che una
parte consistente della nuova spesa europea viene destinata proprio all’acquisto
di armamenti prodotti negli Stati Uniti. In altre parole, una quota importante
delle risorse pubbliche europee finisce per alimentare direttamente il complesso
militare-industriale americano.
L’Italia non fa eccezione: secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Mil€x,
negli ultimi anni il Ministero della Difesa ha finanziato programmi miliardari
per sistemi d’arma statunitensi o sviluppati insieme agli Stati Uniti, dagli
HIMARS ai Predator fino agli F-35, che continuano ad assorbire una parte enorme
degli investimenti militari. Mentre si parla di sicurezza, miliardi di euro di
denaro pubblico prendono la strada dei bilanci di colossi come Lockheed Martin e
Boeing.
Tutto questo avviene mentre il Mediterraneo viene ridefinito dai vertici
militari come uno dei principali fronti della competizione globale. Non più
soltanto uno spazio attraversato dalle migrazioni o dai commerci, ma un teatro
di confronto permanente tra Nato, Russia e Cina, dove occorre proteggere cavi
sottomarini, infrastrutture energetiche e rotte commerciali.
Questa trasformazione viene presentata come inevitabile ma, come tutte le scelte
politiche, ha vincitori e sconfitti. I vincitori sono facili da individuare: le
grandi industrie della guerra, i gruppi finanziari che investono nella difesa e
gli apparati militari destinati a crescere. Gli sconfitti rischiano di essere
tutti coloro che vedranno una parte sempre maggiore delle risorse pubbliche
spostarsi verso l’economia di guerra, mentre sanità, scuola, trasporto pubblico
e welfare continueranno a essere descritti come costi da contenere.
C’è poi un’altra contraddizione difficile da ignorare. Negli ultimi anni una
parte del mondo politico italiano ha costruito il proprio consenso sulla
retorica della patria, dell’identità nazionale, dell’onore militare e della
disponibilità al sacrificio. Eppure, guardando chi oggi interpreta quel ruolo,
emergono soprattutto parlamentari, eurodeputati, amministratori e professionisti
della politica, allontanatisi dai ranghi proprio nel momento del maggior
bisogno, come il generale Roberto Vannacci, diventato uno dei simboli di questa
destra identitaria. Lui che pretende di dare lezioni di patriottismo, integrità
morale e coraggio impavido, invoca il sacrificio degli altri mentre il proprio
terreno di battaglia è ormai quello degli studi televisivi, delle campagne
elettorali e delle aule parlamentari, pur avendo per decenni attinto a risorse
pubbliche proprio per essere formato ad affrontare momenti storici come questi.
Ma si sa: è facile far parte delle forze armate in tempo di pace; la guerra,
invece, la si racconta volentieri quando a partire saranno altri, al riparo nei
palazzi del parlamento.
La fabbrica della guerra non è soltanto quella che produce missili, carri armati
o cacciabombardieri. La fabbrica della guerra è un sistema che costruisce
consenso, normalizza il riarmo, convince milioni di persone che spendere cento
miliardi in più per gli eserciti sia naturale, mentre trovare risorse per
ospedali, scuole o servizi pubblici diventa ogni anno più difficile. È una
trasformazione culturale prima ancora che militare. E il primo passo per
fermarla è smettere di considerarla inevitabile.
Si è svolta oggi, [ieri] presso il Tribunale di Torino, l’udienza del processo
d’appello Sovrano. Si tratta del secondo grado di giudizio, a seguito del
ricorso presentato dalla Procura contro le assoluzioni di primo grado, in
particolare per il reato di associazione a delinquere e per alcune imputazioni
specifiche.
Nel corso dell’udienza sono stati ascoltati cinque testimoni della difesa, le
cui deposizioni sono state utili a smontare le motivazioni con cui la Procura ha
impugnato le numerose assoluzioni ottenute in primo grado. Dalla gestione delle
“casse”, ovviamente distinte, del Movimento No Tav, del Centro Sociale
Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda, al funzionamento delle assemblee
decisionali del Movimento No Tav e delle realtà autorganizzate; dalla
specificità e autonomia dello Spazio Popolare Neruda, caratterizzato dall’essere
uno spazio abitativo per famiglie in condizioni di emergenza abitativa, fino al
ritrovamento di telecamere nascoste tra i massi della Clarea.
Per chi ha seguito il processo di primo grado, si è trattato sostanzialmente
della riproposizione di temi già ampiamente affrontati. L’impressione che
continua però a emergere è che il Tribunale abbia riaperto il dibattimento
assecondando la furiosa pretesa della Procura torinese, senza una reale
intenzione di approfondire le questioni poste. Il tutto con una notevole fretta,
quasi come se discutere di un reato associativo e di ulteriori pesanti condanne
per fatti specifici, che riguardano giovani e giovanissimi, non fosse una
questione da affrontare con la massima serietà.
Non ci sono stati particolari momenti di tensione, se non un sussulto
dell’Avvocatura dello Stato, che ha invitato un testimone a non “fare il furbo”,
malcelando un disprezzo – potremmo dire di casta – verso tutto ciò che il
ragazzo stava raccontando con rispetto e convinzione riguardo alla propria
esperienza di militanza politica, in Piemonte e non solo.
Le prossime due udienze sono calendarizzate per il 28 settembre e il 26 ottobre
2026, entrambe alle ore 9. Nella prima saranno ascoltati alcuni imputat*, per
cui immaginiamo che possa essere un’udienza particolarmente intensa. Invitiamo
quindi tutte e tutti a essere presenti in Maxi Aula 2 per sostenere i nostri
compagn* di lotta.
Ultima chicca, che troviamo piuttosto divertente: oggi un testimone ha dovuto
chiarire alcuni aspetti di un episodio, quello del ritrovamento da parte del
Movimento No Tav di telecamere nascoste tra le rocce della Clarea. Il perché lo
capirete da sol*. Qualcuno, evidentemente, non l’ha ancora digerita. E noi, di
fronte a tutto questo, non possiamo che farci una bella ed elegante risata.
Articolo pubblicato su Notav.info e Associazione a Resistere
Qui la diretta su Radio Onda d’Urto
TORINO: NUOVA UDIENZA DEL PROCESSO “SOVRANO” CONTRO ATTIVISTE/I DI ASKATASUNA,
NERUDA E MOVIMENTO NO TAV
È ripreso oggi, lunedì 6 luglio 2026, al Tribunale di Torino, il dibattimento
del processo d’appello a carico di 16 attiviste e attivisti del Movimento No
Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda accusati –
nell’ambito dell’operazione “Sovrano” – di associazione a delinquere per aver
partecipato alle lotte sociali e ambientali tra il capoluogo piemontese e la Val
di Susa.
Durante la lunga udienza di oggi, l’ultima prima della pausa estiva, sono
stati ascoltati alcuni testimoni della difesa. Movimento No Tav, centro sociale
Askatasuna e Spazio Popolare Neruda, hanno fatto appello alla solidarietà,
rilanciando la campagna “Associazione a resistere” e invitando chi può a portare
all’interno dell’aula il proprio sostegno a imputate e imputati. All’udienza,
infatti, era presente una delegazione di No Tav della Val di Susa oltre a un
gruppo di giovani attiviste e attivisti.
“Fa specie constatare che c’è uno sguardo molto chiuso, riduzionista,
tecnicista, strettamente formale su dinamiche di questo tipo, che oggi è molto
diffuso in buona parte della magistratura”, commenta ai microfoni di Radio Onda
d’Urto Gian Luca Pittavino, militante del centro sociale Askatasuna, tra i
testimoni sentiti oggi in aula. “Per esempio, oggi in aula si è parlato di
abitudine alla prevaricazione in riferimento alla possibilità di fischiare o
contestare altre forze politiche in piazza – prosegue Pittavino – questo ci dà
un po’ il quadro del clima in cui si svolge questo processo, con intorno
il battage mediatico che viene condotto da anni e che è stato funzionale anche a
portare allo sgombero del centro sociale nel dicembre scorso”.
L’intervento su Radio Onda d’Urto di Gian Luca Pittavino, militante del centro
sociale Askatasuna di Torino e tra i testimoni sentiti in aula durante
l’udienza.
Il pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan è detenuto senza accuse né
processo dal dicembre 2024. Il suo avvocato denuncia torture quotidiane,
pestaggi, isolamento e l’assenza di cure. Medici per …
Un testimone smentisce i verbali sull’uomo ucciso dopo il taser. Nell’incidente
probatorio emergono elementi che contraddicono la ricostruzione ufficiale: Elton
Bani non avrebbe tentato di disarmare i militari e sarebbe …