Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP
Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito. E’ interessante la critica che il compagno ebreo decoloniale per la Palestina rivolge alla sinistra – istituzionale e non – individuando nella rigidità ideologica uno dei limiti nell’andare nella direzione di un movimento di massa contro la guerra e l’imperialismo. Daniel è un attivista sindacale e insegnante di liceo nei quartieri popolari nella periferia di Parigi. In quanto ebreo, è anche attivista dell’Union Juive Française Pour La Paix (UJFP). Da tempo si occupa della questione palestinese e della lotta contro il sionismo nell’ambito delle attività sindacali e dei movimenti sociali. In questa intervista analizza il fenomeno dell’imperialismo e del riarmo europeo che si sta delineando sempre più chiaramente sia in Europa che al di fuori di essa. L’intervista è stata svolta a giugno 2026. Buona lettura! Mi chiamo Daniel, sono insegnante in periferia di Parigi. Faccio parte dell’Union Juive Française Pour la Paix, che lotta contro il razzismo e contro il colonialismo, per i diritti dei Palestinesi e sono sindacalista nel mio istituto scolastico e con gli insegnanti e il personale della scuola ho partecipato ai movimenti degli ultimi anni come i Gilet Gialli o Bloquons Tout ma anche agli scioperi dei lavoratori. Come si possono interpretare i legami che diventano sempre più evidenti tra il sionismo e i discorsi politici di destra in Europa, il razzismo, l’islamofobia e l’imperialismo? Oggi c’è stata una rottura con il 7 ottobre e soprattutto dal genocidio massiccio dei Palestinesi ma diciamo che questo si inserisce in una continuità. Prima di tutto, l’Europa ha sostenuto la creazione di Israele e l’espulsione dei Palestinesi fin dall’inizio, presentando ciò come un processo di autodeterminazione nazionale. Quindi c’è stato un rovesciamento dei valori e si è data la solidarietà a un progetto coloniale. Questo è stato un atteggiamento permanente da parte delle grandi potenze imperialiste, che si trattasse dell’Europa, della Gran Bretagna, della Francia, della Germania, degli Stati Uniti, dell’URSS. Questo, all’inizio. Poi c’è stato un momento in cui hanno preteso di chiedere agli israeliani di fare degli accordi. Accordi che sono sempre stati ingiusti e sfavorevoli nei confronti dei Palestinesi oltre ad essere stato presentato come colpa dei Palestinesi da parte di Israele. Si parla di Nakba permanente, con una grande espulsione nel 1948, una grande espulsione nel 1967, e ora, molti morti da tre anni. Casa per casa, espulsione per espulsione, in modo permanente. Oggi vediamo un’accelerazione e un’ideologia che viene da Israele, che si presenta come la punta avanzata della civiltà occidentale in difesa di quella che viene considerata un’opposizione musulmana, che riproduce una guerra di civiltà, permeata di islamofobia, di autoritarismo e che trasgredisce tutte le norme di diritto comunemente accettate fino a questo momento. Quindi ciò che vediamo in Israele risuona con ciò che accade in generale in Occidente, ossia il bisogno delle classi dominanti di entrare in una competizione esasperata che risponde a una sorta di crisi nell’accumulazione del profitto, il che aumenta lo sfruttamento. Per andare in questa direzione ci sono forse due vie, una via che conserva i diritti democratici e un’altra via, puramente di estrema destra fascista, che vuole affrancarsi dalle norme, e che quindi è arrivata al potere con Haider, Orbán, Meloni, Trump — beh, non in Europa ma… Quindi questa estrema destra si ispira a Israele, ma in realtà tutte le borghesie si muovono nella stessa direzione e quindi considerano la solidarietà con lo Stato d’Israele come qualcosa di essenziale. Quindi è vero che, vista questa radicalizzazione di Israele, ciò provoca una radicalizzazione delle classi dominanti occidentali. Dunque, nel rapporto di dominazione e nella repressione altrettanto duratura rispetto alle colonie, nel rapporto coloniale con altri paesi o con le popolazioni provenienti dalle colonie che abitano le metropoli, c’è sempre stato un razzismo, una stigmatizzazione, un doppio standard nel trattamento. Ma ora, con la solidarietà alla Palestina, ci sono stati regolarmente tentativi di vietare queste manifestazioni di solidarietà, tentativi sempre più radicali, di delegittimare la solidarietà qualificandola come antisemita, per esempio. Ora anche con leggi in corso in Germania, ci sono tentativi come la legge Yadan in Francia, che siamo riusciti a far fallire tre mesi fa ma che verrà ripresentata tra qualche settimana. Quindi ecco, c’è una vera solidarietà nel radicalizzare le popolazioni su una frattura culturale, razzista, coloniale, piuttosto che indebolire le lotte sociali e l’idea di un’opposizione di classe.  Per quanto riguarda la Francia farei un focus su islamofobia. Va collocato precisamente nel 1989 il momento in cui il Partito Socialista ha iniziato ad attaccare i musulmani, anche già nel 1984 ma si trattava di scioperi nel 1984. Nel 1989 invece, l’attacco è avvenuto contro le scuole e al tema del velo. Ma c’è stata chiaramente un’accelerazione dell’islamofobia dal 2001 e anche una mutazione dell’estrema destra che non è necessariamente legata a Israele. L’estrema destra francese, quella che conosco meglio, tradizionalmente era basata più su un razzismo legato all’aspetto, avendo come obiettivo ad esempio gli arabi o i neri. L’odio contro l’islam, anche se si appoggia su una vecchia tradizione, è stato veramente riattivato in modo intenso, direi, dal 2001. E quindi c’è stata un’accelerazione dell’islamofobia negli ultimi tempi, con una grande quantità di occasioni per le classi dominanti francesi di prendere di mira i musulmani e le musulmane classificandoli come i nuovi pericoli, come minacce prioritarie. Ed ecco, quindi in questo, il legame con Israele è comunque importante, nel senso che si parla, per esempio, di civiltà giudaico-cristiana. In un quadro in cui l’Europa era in realtà piuttosto antisemita, dopo la creazione di Israele è stato volutamente posto l’accento sul fatto che gli ebrei e i cristiani avessero punti in comune in contrapposizione con i musulmani. Quindi concretamente, negli ultimi tempi, questa lotta ideologica è diventata molto efficace in Francia, con media e casi giudiziari in cui si sono tentati omicidi, persone non difese, per cercare di far esistere questa frattura riguardo all’islamofobia. Direi però che comunque in Francia c’è una buona resistenza. Riguardo alla recrudescenza dell’antisemitismo, diversi Stati strumentalizzano la definizione stessa di antisemitismo come possiamo affrontare questo?  E’ chiaro che l’antisemitismo è una vecchia tradizione europea e che si è anch’essa evoluta a partire dal momento in cui hanno incoraggiato la creazione di uno Stato d’Israele definito come Stato ebraico. Dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato anche definito relativamente a una sorta di riparazione rispetto al crimine europeo, ovviamente a spese dei Palestinesi che non avevano fatto nulla in merito. Quindi questo ha cambiato le carte in tavola. Già il riconoscere che questo Stato sia rappresentativo degli interessi di tutti gli ebrei del mondo è qualcosa che è relativamente accettato in Francia almeno, e in Europa in generale. E quindi, dato che ora c’è uno Stato che parla a suo nome e che commette molti crimini, ci dà ulteriori ragioni per avere un problema con questo.  La confusione tra antisemitismo — accettando che Israele sia lo Stato ebraico — critica della politica israeliana e antisionismo va collocata all’origine. Questo aspetto che lega politica israeliana e antisionismo porta inevitabilmente a una recrudescenza dell’antisemitismo. Anche se, occorre sottolinearlo, perlomeno in Francia che è il Paese in cui vivo, gli ebrei possono vivere in maniera pacifica dichiarando apertamente la propria fede e cultura. Quindi non bisogna concepire il fenomeno in maniera più grave di quello che è. Registriamo però un aumento dell’antisemitismo. E bisognerebbe analizzare in modo corretto questo dato, dirimendo quando si tratta effettivamente di razzismo che si basa su pregiudizi classici nei confronti degli ebrei (ad esempio l’avarizia o il controllo sul mondo). Questi aspetti rientrano in un antisemitismo tradizionale e vanno distinti dalle critiche nei confronti della politica dello stato di Israele. A volte queste critiche vengono poste in maniera confusa e il rischio è che si presta il fianco a venire accusati di antisemitismo, mentre altre volte non sono confuse per niente. Quando ad esempio scandiamo lo slogan “Free Palestine from the river to the sea”, Palestina libera dal fiume Giordano al mare, per noi questo non è antisemitismo. Ma per Israele sì, poiché condanna l’esistenza di uno Stato ebraico. In realtà ciò che viene confuso è l’esistenza degli ebrei e il bisogno di uno Stato ebraico, che sono due cose molto diverse. Per esempio, viene anche sostenuto che il 7 ottobre Hamas ha compiuto pogrom antisemiti. Ma in realtà bisogna capire il 7 ottobre prima di tutto come una reazione di persone colonizzate, rinchiuse, che si difendono. E non che sarebbero mobilitate da un odio verso gli ebrei, anche se questo può a volte accompagnarlo ma non è il fattore esplicativo principale. Ecco, quindi questo per stare sulla teoria. Poi va detto che la Francia o l’Europa hanno parlato enormemente dell’aumento dell’antisemitismo con l’obiettivo di difendere Israele e squalificare le critiche a Israele. In questo caso quindi si può parlare di effettiva strumentalizzazione che arriva fino al tentativo di definire questa materia sottoforma di nuove leggi. Prima si è voluto vietare il boicottaggio dei prodotti israeliani dicendo che è antisemita, mentre boicottare i prodotti provenienti da uno Stato non è una critica a una religione. E ora le nuove leggi, delle vere e proprie controffensive giudiziarie. Al momento esiste un progetto di legge, la legge Yadan, che dice chiaramente che quando si critica Israele, o si contesta la legittimità di uno Stato ebraico, si tratterebbe di antisemitismo. Questo è veramente nuovo. E quindi questa proposta di legge, che si chiama legge Yadan dal nome di una deputata francese — dei francesi residenti in Israele, ma anche francesi residenti in Palestina, in Italia, in Grecia, in Turchia, è una circoscrizione per i deputati all’estero. Questa deputata ha presentato questa proposta di legge e si temeva che passasse. Ma c’è stata una petizione, una mobilitazione, e quindi è stata bloccata all’Assemblea Nazionale. E da allora, il governo ha detto che avrebbe proposto una nuova versione a giugno.  Quindi il pericolo è sempre presente: ossia il tentativo di qualificare questo come antisemitismo e squalificare la solidarietà internazionale. Ciò avviene in parallelo ad altri pregiudizi razzisti, come il fatto che sarebbero in particolare gli arabi, i musulmani, i giovani delle periferie ad essere più antisemiti. E quindi in realtà, ecco, continuano a frammentare la popolazione. E vorrei concludere dicendo che, secondo me, che sono ebreo da parte di madre — non per fede, ma israeliano per nazionalità, poiché sono nato lì — e faccio parte di una corrente minoritaria dell’ebraismo che considera che ciò che fanno laggiù è razzista, coloniale e criminale, in realtà la Francia e gli altri Stati occidentali, sostenendo Israele, sono antisemiti. È una continuità dell’antisemitismo da parte loro. E quindi vorrei ribaltare la questione: sì, c’è un aumento dell’antisemitismo di Stato, a causa della radicalizzazione, dell’aumento del sostegno a Israele, che si radicalizza nel suo lato criminale. Ma fin dall’inizio, considerare che gli ebrei, per stare bene, debbano avere un luogo tutto loro, non è il punto. Gli ebrei hanno il diritto di stare bene ovunque vogliano, mescolati agli altri. Non hanno bisogno di essere radunati, non hanno bisogno di avere uno Stato ebraico, perché lo Stato ebraico laggiù spossessa altre persone, quindi è intrinsecamente dipendente dall’imperialismo. Non è quindi una lotta di liberazione nazionale, è la strumentalizzazione di un’oppressione al servizio di un’altra oppressione. e questo non è affatto qualcosa di positivo per gli ebrei. Ci hanno fatto un regalo avvelenato chiedendoci di servire interessi europei e occidentali. E quindi il fatto di essere raggruppati non è un bisogno, il fatto di avere uno Stato non è un bisogno, il fatto di imporcelo come se fosse una necessità significa legarci all’imperialismo, all’Europa coloniale, e questo è antisemita. Noi ebrei non vogliamo questo, e ce lo si impone, e si arriva a cose assurde: questa legge dirà “critichi lo Stato d’Israele, sei antisemita”, anche se sei ebreo. Quindi si dirà a degli ebrei che, poiché politicamente non sono allineati, allora sono contro l’ebraismo. Insomma, è qui che il loro ragionamento arriva all’assurdo. Ed è un’assurdità che serve unicamente a disegni di divisione, di strumentalizzazione di cultura, religione e popolo gli uni contro gli altri, per dividere e governare.  Qual è il ruolo dell’identità islamica politica e culturale e la sua importanza nella lotta contro l’imperialismo coloniale e il razzismo, dall’Iran ad Hamas passando per le periferie francesi? Sì, allora, quando vedo questa domanda, il mio primo riflesso è di criticare la domanda, e in un secondo momento andare nel senso della domanda per procedere insieme. Prima di tutto direi che quando si citano l’Iran o Hamas, si citano popoli del Vicino Oriente che sono vittime del colonialismo europeo da 150 anni. Questi popoli del Vicino Oriente non sono solo musulmani. Sono una molteplicità di religioni. Ci sono cristiani, ci sono ebrei, ce ne sono sempre stati, e tanti tipi di cristiani e musulmani sciiti, sunniti, ecc. E queste persone sono state prima di tutto vittime di una politica coloniale europea. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’impero ottomano-turco è crollato, gli eserciti inglesi e francesi si sono spartiti il Vicino Oriente, come avevano fatto in Africa, con un righello e una mappa, e “questo è per te, questo è per me”. Hanno ottenuto dei mandati. Lì hanno cominciato a tradire. C’era già assolutamente una resistenza musulmana. Le persone, in nome della loro religione, si stavano difendendo. Ma c’era anche una resistenza nazionale, nazionalista. Era il nazionalismo arabo. La Gran Bretagna gli aveva promesso un Regno arabo unito. E quindi questo nazionalismo arabo è stato tradito dall’Europa che in cambio, li ha frammentati in paesi. E così prende avvio tutta una lunga tradizione di nazionalismo arabo, come resistenza all’imperialismo, a volte alleato all’URSS, con una volontà di unità e di liberazione. Ed è con questi alleati che la sinistra marxista europea lavorava in solidarietà, alleanza che poi è stata indebolita. L’Egitto è stato portato a collaborare con Israele. La Giordania, fin dall’inizio, è stata una creazione della Gran Bretagna. Il Libano è stato estremamente indebolito da conflitti interni. La Siria, che era una repubblica araba laica e socialista, anche se è stata oggetto di una lunga guerra civile, ormai è in frantumi. L’Iraq, lo stesso. La Libia, anche. Ecco. L’Iran è insorto come resistenza all’imperialismo. Chiaramente, all’inizio, la rivoluzione iraniana era una rivoluzione sociale, una rivoluzione anti-imperialista, contro lo Scià, per recuperare il petrolio e la sovranità. E in questa rivoluzione, alla fine, ha prevalso un’ala musulmana sciita, gli ayatollah, ma su una base anti-imperialista. Quindi in questo frangente si è arrivati a una vera confusione politica tra anti-imperialismo e identità musulmana in Iran. In seguito il movimento per la Palestina è stato diretto dall’OLP, da Al Fatah, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in un ampio fronte. Ed è solo negli anni ’80 che sono emerse alternative musulmane al suo interno, come Hamas, la Jihad islamica. In Libano, Hezbollah e altri. Nel frattempo in Afghanistan, i talebani sono stati sostenuti dagli Stati Uniti contro l’invasione sovietica e la sinistra afghana. Quindi in questo senso c’è stata una rivitalizzazione dell’identità musulmana come identità politica che si è organizzata e ha mobilitato le persone per difendere i propri interessi. Questo ha visto un incremento dagli anni ’80, ’90 e ora sempre di più. Ma voglio dire, c’è un aspetto intrinseco alle società di questi paesi dell’organizzarsi su base religiosa. Ma anche un aspetto estrinseco che viene da interessi imperialisti. E quindi si può dire che il processo di trasformazione dell’identità musulmana in identità politica negli anni ’80-’90 è avvenuto tramite l’emergenza di forze politiche musulmane nella resistenza in quanto tale. Si può quindi considerare che dal punto di vista della sinistra diventava più complicato mostrare solidarietà con l’OLP, con Al Fatah, che prima parlava di una Palestina laica, unita e democratica e dopo sempre meno. Ora l’OLP e Al Fatah si sono ritrovati coinvolti, essendo integrati dagli accordi di Oslo e dall’Autorità Palestinese, in un ruolo di subordinazione e di compromesso con il sionismo e l’imperialismo, e quindi di repressione. Un processo repressivo che ha incluso gli stessi palestinesi che, proprio per questo, hanno trovato nelle forze musulmane una reale offerta politica di resistenza. Quindi oggi siamo a questo punto, e penso che questo debba essere preso come dato. L’islamismo è un oggetto politico ambivalente, ampio ed eterogeneo. Bisogna ad esempio fare una grande differenza tra gli ayatollah — tra l’altro in Iran ci sono ancora oggi diverse religioni che possono praticare il proprio culto — che riproducono aspetti oppressivi superiori rispetto a, per esempio, Hezbollah o Hamas, che sono prima di tutto forze di liberazione nazionale con un aspetto musulmano, anche in queste dimensioni esiste il pluripartitismo e il multiconfessionalismo nella loro realtà politica contemporanea. Quindi se su questo livello la situazione è diventata più complessa, tuttavia continuiamo a essere solidali con le lotte di questi popoli per il loro diritto all’autodeterminazione e a potersi sviluppare liberamente di fronte all’imperialismo. Quindi in Francia o in Europa le persone si mobilitano contro le guerre, contro i genocidi, in solidarietà con i diritti nazionali dei popoli e anche con il loro diritto di praticare la propria religione. Potremmo dire che è più difficile, ma nonostante tutto continuiamo con questa solidarietà, a fronte dell’evoluzione della situazione. Per quanto riguarda la Francia c’è una solidarietà musulmana con i musulmani altrove, ma c’è anche una solidarietà araba. Oggi vivono molti maghrebini in Europa di origine maghrebina, e questo è culturalmente un motivo di solidarietà. Ma ci sono anche persone francesi, bianche, che sono anch’esse solidali con la Palestina. E tutti lavoriamo insieme, nell’ottica di costruire solidarietà. Al momento non abbiamo visto emergere in Francia, o in Europa, forze politiche musulmane in quanto tali. Quindi, per tornare un po’ alla domanda, ora che ho fatto tutte queste precisazioni storiche, sorgono delle questioni, perché essendo state alimentate oppressioni e divisioni, in particolare contro i musulmani, si rivela oggi necessario in Europa lottare contro l’islamofobia.  Oggi vediamo politiche di Stato che stigmatizzano i musulmani molto gravemente nella vita quotidiana — per frequentare la scuola, per camminare per strada, per accompagnare le uscite scolastiche, per lavorare con un velo, per trovare un impiego, per trovare un alloggio. Tutto questo ora è reso più difficile, e assistiamo davvero un’islamofobia attiva. Questa è una creazione reazionaria a cui dobbiamo reagire, ed è stato difficile in particolare in Francia che ha una tradizione laica distante dalle religioni, fare questo passaggio. La sinistra francese si è contraddistinta per una mancanza di solidarietà catastrofica per molto tempo. Era molto minoritaria, e c’è voluta circa una decina d’anni perché a sinistra questo evolvesse, in particolare grazie alle nuove generazioni, che sono molto meno segnate da schemi ideologici tradizionali. E quindi siamo riusciti in Francia a dare alla lotta contro l’islamofobia più legittimità, più forza. E quindi, anche se è difficile, siamo in una posizione migliore rispetto a prima per affrontare queste evoluzioni e mantenere la solidarietà. Ma è ancora estremamente complicato dato che l’offensiva dello Stato francese passa attraverso un attacco ai musulmani nella loro quotidianità, lo Stato li squalifica e impedisce loro di poter esistere politicamente in quanto tali. Quindi questo nella sinistra francese, è ancora un lavoro necessario da fare, su un piano di pedagogia, di solidarietà nella lotta, per essere sufficientemente uniti e riuscire a opporsi a ciò — riuscendo, come sinistra, ad accettare la legittimità di una lotta a difesa di un soggetto e di un culto religioso che viene squalificato sulla base di pregiudizi reazionari.  Per provare a fare un paragone in Europa è stato meno difficile in Gran Bretagna, in quanto la tradizione laica è meno sentita da parte della sinistra. Ci sono stati infatti fronti unici, unitari, di resistenza molto più forti, che hanno fatto sì che l’islamofobia avesse forse meno forza lì, anche se la si vede aumentare anche lì. E quindi è chiaro che con il sostegno dei fenomeni dei social media i nuovi discorsi politici dell’estrema destra finanziati dagli Stati Uniti danno più forza all’islamofobia. La battaglia culturale è intensa, e tuttavia sul campo siamo comunque riusciti a mantenere o a ristabilire il fatto che questa oppressione è inaccettabile. Quindi direi che questo è veramente un dato nuovo, e questo nuovo dato obbliga a delle evoluzioni, e queste evoluzioni richiedono molto tempo, ma avvengono comunque, e permettono comunque di resistere, per quanto occorra fare i conti con il fatto di poter resistere ma con dei limiti. Concluderò dicendo che, per esempio in Francia, sulla guerra contro l’Iran, ci sono persone che dicono “tutti insieme contro la guerra” e ci sono persone che dicono “né Scià né Mollah” o “né Stati Uniti né Mollah”. Questo avviene in continuità con un’identità tradizionale della sinistra francese che vuole tener conto delle oppressioni di minoranza nazionale o di genere e quindi hanno bisogno di dissociarsi da forze musulmane che sono essenzialmente caricaturizzate, per quanto abbiano delle contraddizioni su questi temi. E poiché i media puntano la lente d’ingrandimento sui problemi che ci sono in Medio Oriente, questo permette di dividere la sinistra e di renderla meno forte nella sua opposizione alla guerra e alle politiche imperialiste. In Francia non c’è un movimento anti-guerra corretto perché a sinistra si accentuano sempre le divisioni, ciò che ci separa, ciò che non ci permette di essere solidali, piuttosto che accentuare ciò che ci unisce e come possiamo unirci per combattere insieme, anche se non siamo d’accordo su tutto. Ecco, si tratta ancora di una vera e propria battaglia politica. Prima di concludere volevo aggiungere una cosa sul tema del sionismo: in quanto ebrei si considera che il sionismo sia una forma di antisemitismo dunque bisogna costruire alleanze. Gli ebrei non potranno farcela da soli contro il sionismo, hanno bisogno di solidarietà con musulmani, cristiani, atei, lavoratori, donne, movimenti sociali vari, ecologisti. Abbiamo bisogno di far coagulare tutte queste prospettive per costruire un campo sociale che riesca a rovesciare gli Stati e le loro politiche borghesi, razziste e imperialiste.  Un’ultima riflessione viene dalla vittoria del PSG a fine maggio che ha visto una grande mobilitazione, diciamo popolare, a partire dai quartieri, dai giovani, ecc. Abbiamo analizzato questo rispetto al fatto che si vede come lo Stato strutturalmente razzista francese abbia messo in atto una strategia atta a reprimere e anticipare qualsiasi emersione di gioia o di lotta. Lo Stato ha messo davvero in atto una presenza con l’obiettivo di disarticolare fin dall’inizio le relazioni, i rapporti, e anche la possibilità stessa di radunarsi per strada e semplicemente festeggiare la vittoria di una squadra di calcio. Ecco, un po’ per riassumere: come hai visto questi momenti? Come sono andati? Quali sono le tue analisi a riguardo? Ho letto il vostro articolo e sono completamente d’accordo, perché non è la prima volta. Il PSG infatti aveva già vinto la coppa europea l’anno scorso, e già l’anno scorso avevano messo in atto questa strategia della repressione, con moltissimi poliziotti estremamente aggressivi. Nei media non si insiste sulla gioia e l’unità ma piuttosto sulla violenza, sulla divisione e sulla paura che tutto questo suscita. Quindi chiaramente abbiamo uno Stato aggressivo che, tramite una pratica neocoloniale, trova molteplici occasioni per far avanzare il suo programma razzista e di terrore sul piano di impossibilitare.  Questo è da leggersi come un’evoluzione, perché quando la nazionale francese aveva vinto nel 1998 i Mondiali e all’epoca si parlava della Francia “Black, Blanc, Beur” [nero, bianco, arabo], in realtà c’era una sorta di orgoglio, persino istituzionale, da parte della borghesia, nell’accettare questa unità. Nel tempo si sono radicalizzati nel loro bisogno di dividerci su piani identitari e sociologici. E’ vero, ad essere mediatizzate e esposte sono soprattutto le periferie, i poveri, le “classi pericolose” e questo ha l’obiettivo di costruire mediaticamente e ideologicamente un amalgama che venga identificato come il problema che possa aprire a scenari di guerra civile su base identitaria. Questa prospettiva è ciò da cui dobbiamo difenderci. Per questo lo Stato è lì, con la sua repressione, la sua forza. E tutte le persone che non vivono in questi quartieri popolari non si rendono conto della realtà del contesto:  io ci insegno e nonostante l’incredibile diversità culturale delle persone, esiste un vivere insieme, delle relazioni dei miei alunni.. io lavoro in un liceo di periferia dove, in una classe di 24 alunni, abbiamo fatto delle statistiche a un certo punto: 11 nazionalità: di cui 10 alunni su 24 avevano come prima lingua una lingua diversa dal francese. Quindi sono davvero dimensioni molto mescolate. E in questi posti molto mescolati, gli alunni lavorano insieme e amano lavorare insieme. Quindi quando si è in periferia, che ci si rende conto. Ho potuto parlare per esempio con un professore che veniva dal sud della Francia, da un posto dove lui stesso vota Rassemblement National, e mi ha detto: sono rimasto sorpreso quando sono venuto a lavorare in una periferia vicino a Parigi, nello scoprire che in realtà c’erano tanti giovani che meritavano di essere sostenuti, e questo lo ha fatto evolvere, perché li ha conosciuti. Ma quando si è lontani, con i media che costruiscono una loro narrazione sull’attualità, si mantiene tutta una parte della popolazione francese in questa paura basata su fratture identitarie. Quindi questa è veramente una strategia di lungo termine da individuare nella borghesia francese, e che si è espressa anche nelle partite di calcio. Facendo un passo di lato rispetto all’attualità, in Francia ci sono state anche delle rivolte delle periferie: prima nel 2005, quando la polizia aveva ucciso Zyed e Bounna, e furono soprattutto le periferie a mobilitarsi, vittime del coprifuoco e della grave repressione poliziesca. Ed è stato piuttosto un momento in cui il resto della popolazione francese non sembrava così solidale. Ma questo è in parte falso, perché ciò accadeva in un momento in cui c’erano anche altre lotte, e in altre lotte tutti si erano battuti insieme nel corso del 2005. Bisogna anche aggiungere che ci sono state ancora delle rivolte per Nahel, circa 3 anni fa, un altro giovane di periferia che è stato ucciso da un poliziotto che è stata l’occasione di enormi manifestazioni nei quartieri popolari, che hanno bruciato centinaia di commissariati nel Paese. Si è trattato di un momento rivoluzionario ma la composizione era ancora in parte segmentata, per quanto in realtà vi sono dei momenti in cui è la borghesia stessa a proporre una realtà falsata per rappresentare il proletariato frammentato. Fra il 2005 e il 2023 possiamo individuare degli avanzamenti in generale. Nel frattempo c’è stata la Loi Travail e il movimento che l’ha contestata e in quel passaggio vi è stata un’identificazione della sinistra bianca con i giovani vittime delle violenze poliziesche. Questo è avvenuto con la solidarietà nei confronti di Adama Traoré e con il lavoro di mobilitazione di sua sorella Assa Traoré. Diverse lotte come questa sono riuscite a sviluppare una presa di coscienza tra i giovani — per caricaturare — una solidarietà tra “bianco di centro città” e un “razzializzato di periferia”, una solidarietà che è di fatto aumentata. Ma anche nelle manifestazioni per Nahel questo si vedeva. E quindi in realtà si è sviluppata anche una tendenza mediatica che vuole mostrare tutto questo come segmentato. Esiste certo un piano di realtà della frammentazione, ma anche un dato che vede maggiori alleanze anche legato al fatto che la forza principale a sinistra è La France Insoumise. LFI ora ha coniato il termine “Nouvelle France” e riesce in qualche modo a fornire degli strumenti ideologici per riassorbire queste fratture e riunificare i diversi frammenti del proletariato. Quindi si vedono, nella popolazione, dal punto di vista della sinistra, dei progressi. Ma è quando si è militanti che lo si vede. Se si è passivi politicamente e si dipende solo dai media — o anche quando si è militanti — si vedono tutti questi episodi come eventi nefasti che ci piombano addosso e che fanno avanzare la loro visione. E ogni volta rispondiamo, e facciamo quel che possiamo. Altri avanzamenti vanno ricondotti al lavoro di media come Parole d’Honneur — so che avete intervistato Youssef Boussouma — e alle relazioni tra i movimenti delle periferie, dei razzializzati, dei musulmani, con La France Insoumise, la sinistra più mainstream. E quindi questo avanza. Come vedi la rimilitarizzazione della società in questa fase di guerra e l’esempio del progetto di legge in corso di elaborazione sull’”état d’alerte de sécurité nationale” in Francia.  Tutto questo è molto preoccupante. Diciamo che, in più, c’è stato un momento molto significativo quando un generale ha detto che i francesi si rendessero conto che i nostri figli avrebbero dovuto combattere e morire per la patria, e che bisognava esserne davvero consapevoli. Quindi la rimilitarizzazione avanza molto. Si potrebbe fare tutto un confronto con i metodi di militarizzazione della società israeliana. In Francia ci sono stati diversi modi di procedere, in particolare nell’istruzione pubblica, con il Servizio Nazionale Universale, con il posto lasciato alla difesa, i partenariati, si è trattato molto di un discorso ideologico — prima per la laicità, e ora per la difesa nazionale e il patriottismo — che progredisce. E di fronte a questo siamo riusciti a dimostrare che il Servizio Nazionale Universale, che era un progetto di Macron, alla fine non ha funzionato. Ha coinvolto soltanto 100.000 giovani quando avrebbe dovuto coinvolgere tutti i giovani, piuttosto giovani borghesi, figli di militari, che hanno partecipato perché era su base volontaria. Ma è stato molto complicato, è stato squalificato nei media, e i giovani lo rifiutano. Alcuni giovani hanno fatto blocchi nei licei per protestare contro il militarismo. E quindi questa tematica cresce in Francia. Ci sono collettivi contro la militarizzazione nell’istruzione. C’è un collettivo che si chiama “Né guerra né stato di guerra”, che è molto valido. All’Eurosatory, un salone delle armi, siamo riusciti a far togliere gli stand israeliani qualche anno fa. Ma insomma, sono manifestazioni che hanno riunito 5000 persone, tutte molto di sinistra, è interessante ma è ancora marginale. Un grande movimento contro la guerra in Francia fatica ancora molto a emergere, a causa delle divisioni della sinistra, e anche in conseguenza al fatto che questa ideologia militarista è in qualche modo riuscita a convincere dei francesi che ci sia bisogno di tornelli di sicurezza davanti ai licei perché bisogna difendersi nel caso si venga attaccati da terroristi, oppure che bisogna fare partenariati con l’esercito per dare lavoro ai giovani, oppure che bisogna comunque spendere soldi per difendere il Paese perché la guerra è un pericolo e la Russia sia un pericolo per l’Europa. Questi assi di propaganda riescono a toccare le persone e dunque complica il lavoro, da un lato. E dall’altro lato ci sono le divisioni a sinistra. Ma contro la guerra, in realtà, dobbiamo constatare che i governi e la Repubblica francese organizzano con metodi sempre più autoritari anno dopo anno una radicalizzazione del militarismo, dell’autoritarismo, un aumento delle spese militari, uno spostamento della produzione civile verso produzioni militari. Quindi in realtà questo è veramente il loro nuovo carburante economico, che si accompagna a un’ideologia per giustificarlo e far sì che le persone vi aderiscano. Purtroppo non c’è in Francia un esempio di manifestazione davvero significativo in questo senso, abbiamo fatto dei blocchi, abbiamo fatto degli avanzamenti con la lotta per la Palestina, il boicottaggio e la critica. La Francia ha preteso di non essere complice nell’armare Israele, cosa falsa e che siamo riusciti, con dei collettivi, con studi dettagliati, a dimostrare come la Francia collaborasse e aiutasse militarmente Israele. Quindi questo ha approfondito le difficoltà del governo e le sue contraddizioni. Abbiamo contribuito così a screditarlo, e questo ha portato anche ad azioni di blocco dei movimenti sociali. A settembre scorso ci sono state manifestazioni contro il governo Bayrou e contro il bilancio e, in alcune città, a Marsiglia, a Rennes, dei militanti hanno bloccato fabbriche di armamenti denunciandone la complicità con Israele. Questi sono stati i tentativi che abbiamo messo in campo per fare uscire la lotta contro il militarismo dal suo lato teorico, passivo e marginale, rendendola più concreta  e, il genocidio in Palestina, quindi, è stato unificante. Va sottolineato come, ancora oggi per esempio la CGT porta avanti una posizione tutta schiacciata sulla difesa dei posti di lavoro e dunque sulla necessità di difendere i propri investimenti. Questo dimostra che la situazione è ancora complicata e ci sono aspetti che pesano molto ma al tempo stesso che ci sono avanzamenti e che lottiamo per questo. 
[REPOST] The Server Called Paranoia: Defend Autistici/Inventati Before September 25
Ripubblichiamo (in inglese) un bel post di Sabot Media che ripercorre la nostra storia e la collega a quanto sta avvenendo con la nostra iscrizione nella lista delle organizzazioni globali terroristiche da parte dell’amministrazione americana. Ringraziamo Sabot Media perché ha fatto un lavoro eccellente e che ci aiuta a rispamiare tempo ed energie per la battaglia. We repost an english-language post by Sabot Media summarizing our history and connecting it to our recent designation as global terrorist organization by US administration. We thank Sabot Media for the excellent job and for sparing us some time and energy that we will use to fight back. -------------------------------------------------------------------------------- THE SERVER CALLED PARANOIA: DEFEND AUTISTICI/INVENTATI BEFORE SEPTEMBER 25 For twenty-five years, an Italian hacker collective has built communications infrastructure designed to survive censorship, surveillance and police raids. On August 26, the United States designated it a terrorist organization. On September 25, the wind-down period ends. It should have been a dark and stormy night in an Italian hacklab. It was, annoyingly, a beautiful sunny Sunday. On March 3, 2001, roughly ten people gathered at the LOA hacklab in Milan around a computer assembled from discarded machinery. A bank had sold them an old server for the symbolic price of 15,000 lire, about eight dollars. They expanded it with scavenged components, including a hard drive pulled from someone’s home computer. Nobody arrived with a formal blueprint. Software packages were considered one at a time. Every decision was discussed until everyone agreed. Deliberately, the least technically experienced person was placed at the keyboard. The process took far longer than necessary because efficiency was not the only objective. Everyone was supposed to understand what they were building. That day, one participant later recalled, was when they declared: “A/I now exists.” They named the machine Paranoia. The following month it went online, carrying two domains and two intertwined histories: Autistici.org and Inventati.org. Twenty-five years later, on August 26, 2026, the United States designated Autistici/Inventati a Specially Designated Global Terrorist and placed it on the Specially Designated Nationals and Blocked Persons list. The distance between those two events—from a recycled machine in a Milan hacklab to the machinery of the American national-security state—is the history of a collective that has spent a quarter century insisting upon one dangerous proposition: People should be able to communicate without first surrendering themselves to corporations or governments. The immediate threat now has a date. On September 25, the temporary U.S. authorization for institutions to wind down their relationships with A/I expires. Banks, technology companies, hosting providers and other institutions are being instructed to sever what remains. A/I built its infrastructure to survive the disappearance of a server. The United States is now attempting to make the collective economically and technologically untouchable. Join us as we explore what A/I is, its history, and what this newest attack might mean for the autonomous tech collective and the wider radical community. BEFORE A/I: ITALY’S UNDERGROUND INTERNET Autistici/Inventati did not appear from nowhere. Its roots run through more than a decade of Italian autonomous organizing, pirate radio, bulletin-board systems, squatted social centers, anti-capitalist movements and experimentation with computers as political tools. During the 1990s, networks such as the European Counter Network and Isole nella Rete provided online space for social movements when the internet remained unfamiliar to much of the public. Italy’s Hackmeetings brought programmers, activists, artists and the technologically curious together inside self-managed spaces. Hacklabs appeared in occupied social centers, where people could learn Linux, build networks and approach technical knowledge as something to be shared rather than sold. The future members of A/I came from several parts of this world. In Milan, people associated with the LOA hacklab used the name Autistici to describe their intense fascination with technology and their desire to expose the politics concealed inside it. In Florence, the Inventati project was more oriented toward communication, publishing and movement organizing. Its projects included Stampa Clandestina, a newspaper intended to be pasted directly onto city walls, and Spia la Spia, an effort to map surveillance cameras in public places. People from Bologna and elsewhere were also involved. Many participated in the early development of Indymedia Italy, part of the international open-publishing network that allowed protesters and ordinary participants to report events without waiting for professional journalists to mediate them. The different groups shared a problem. Movements increasingly needed websites, mailing lists and private email, but independent infrastructure remained scarce. The existing European Counter Network was carrying too much of that burden. Commercial providers offered greater capacity, but at the price of money, dependence, surveillance and eventual censorship. In November 2000, Inventati sent the Milanese hackers an encrypted email asking to meet. The message was treated like something out of an amateur spy film: PGP keys, carefully arranged recognition instructions, a secret time and place. Then the Florentines arrived two hours late in a legendary rust bucket called the General Lee, honking outside the squat while police monitoring the building watched in bewilderment. The agreed-upon historical fact is that everyone eventually ate at a pizzeria called La Balena. Over dinner, the Florentines revealed their allegedly seditious plan: Build another autonomous server. The intention was not to replace existing movement infrastructure with a new central provider. It was to multiply it. If there were thousands of autonomous servers, they reasoned, no single raid or seizure could shut down everyone’s communications. Autistici supplied much of the technical knowledge. Inventati brought its experience with publishing, cultural work and movement communication. Together they became Autistici/Inventati, usually shortened to A/I. The collective’s legal association was called Investici, but A/I never became a conventional organization. It had no coordinator, official leader or permanent spokesperson. Decisions were made collectively rather than by majority vote. Nobody was paid. Its resources came from voluntary donations, benefit events and the labor of the people maintaining it. The dual name was deliberate. A/I was a Janus-faced creature: one face technical, the other communicative; one facing the machine, the other facing the movements that needed it. THE SERVER THAT LOCKED ITSELF OUT The birth was not entirely glorious. On the second day of Paranoia’s existence, someone entered an inverted firewall command and accidentally instructed the machine to reject every connection not originating from itself. The server could communicate only with the server. The collective found this so perfectly on-brand that it printed the mistake on a T-shirt. That combination of technical seriousness and refusal of self-importance became part of A/I’s character. Later servers received names including Chernobyl, Astio—“Grudge”—Rivolta, Contumacia and Latitanza: Revolt, Contumacy and Life on the Run. Behind the jokes was a developed political position. Communication should be free and accessible. Knowledge grows through being shared. Software is not neutral simply because it operates in a supposedly virtual world. The systems through which people speak determine who can speak, who can listen, who owns the record and who can be silenced. A/I began providing websites, private email, mailing lists, newsletters and chat. Its services eventually expanded to include Noblogs, file sharing, audio and video conferencing, streaming, anonymous remailing and other communications tools—all without advertising or commercial data extraction. Its manifesto describes the project in explicitly political terms. A/I is antifascist, anti-capitalist and antimilitarist. It promotes free software, encryption, pseudonymity and the independent circulation of knowledge and cultural work. It reserves its limited, volunteer-run resources for people and projects broadly compatible with those principles rather than businesses, political parties, organized religions or institutions already possessing the means to make themselves heard. A/I was never a politically neutral commercial host. But providing infrastructure is not the same act as authoring everything transmitted through it. Political affinity is not operational control. Giving someone an email account does not mean writing every message they later send. That distinction is central to the attack now being made against it. GENOA: INFRASTRUCTURE UNDER FIRE Only months after Paranoia went online, the G8 came to Genoa. Many A/I participants were also involved with Indymedia Italy. They helped construct the movement’s media center, laying cables, configuring servers and building workstations through which protesters could report what was happening across the city. What followed was historic: enormous demonstrations, the police killing of Carlo Giuliani, indiscriminate beatings in the streets, torture and abuse inside the Bolzaneto barracks and the nighttime raid on the Diaz school. Official narratives competed with photographs, recordings and firsthand testimony transmitted through independent infrastructure. Genoa became one of the earliest major demonstrations to be documented from nearly every direction by its participants rather than exclusively through institutional media. For A/I, it was also what the collective later called a “traumatic communion.” Its members experienced the same violence together while maintaining systems through which evidence of that violence could escape. After Genoa, A/I was no longer merely an interesting technical experiment. It had become trusted movement infrastructure. Demand grew rapidly. By 2003, A/I hosted more than 2,000 users, 205 websites and 269 discussion lists. Hosting those services for free was becoming unsustainable, while commercial hosting would cost thousands of euros annually. The collective answered with the KAOS tours: traveling gatherings combining benefit events, parties, public discussions and practical workshops. A/I members taught people how to configure servers, encrypt communications, edit and distribute video, create digital archives and stream audio. The tours raised money, but their deeper purpose was political education. The collective did not want to become a group of invisible experts performing magic for passive users. It wanted the community to understand the machinery upon which it increasingly depended. Every subsequent attack on A/I would produce a variation on this response: Disclose what happened. Repair the damage. Share the lesson. Build something harder to destroy. TRENITALIA DISCOVERS THE STREISAND EFFECT A/I’s first major legal confrontation came in 2004. A design collective called Zenmai had created a website parodying the Italian railway company Trenitalia. It copied the appearance of the company’s website while denouncing Trenitalia’s involvement in transporting tanks and other military supplies during the invasion of Iraq. Trenitalia demanded the page’s removal, damages and publication of notices in two major newspapers at a projected cost of approximately €20,000. A court initially ordered A/I to take the parody down. The internet responded by reproducing it everywhere. Trenitalia then demanded that A/I remove links to the mirrors as well—an argument raising the absurd possibility that linking to disputed material could make any search engine responsible for it. A/I appealed. On September 14, 2004, the court ruled that the website was protected satire grounded in factual controversy. The page returned, and Trenitalia was ordered to pay A/I’s legal expenses. It was an extraordinary victory for a small volunteer collective. But while A/I fought visible censorship in court, a more dangerous operation was taking place without its knowledge. THE ARUBA CRACKDOWN By then, A/I’s server was housed at the commercial provider Aruba in Arezzo. On June 15, 2004, Italian police arrived at Aruba under orders from a Bologna prosecutor. The company’s technicians shut down A/I’s machine and allowed police to copy material from its disks. Investigators obtained its cryptographic certificates and may have installed equipment capable of intercepting traffic. A/I was told that the interruption resulted from an electrical problem. The collective discovered the truth almost a year later, and only by accident. In May 2005, A/I was ordered to close the mailbox used by the Italian Anarchist Black Cross, Crocenera Anarchica, amid a sprawling investigation involving allegations of anarchist conspiracy and subversion. A/I complied with the court order and requested the underlying case documents. Those documents contained messages that investigators should not have been able to possess. Buried in a footnote was the explanation: police had gone to Aruba the previous year and acquired access to A/I’s server. An operation purportedly concerned with one mailbox had potentially compromised thousands of accounts and tens of thousands of mailing-list subscribers. Among those affected were lawyers and technical experts working with the Genoa Legal Forum. Police may therefore have gained access to confidential defense communications concerning prosecutions arising from police conduct at the G8. The violation exposed a brutal truth. A/I could operate its own server, configure it carefully and refuse to retain identifying logs—but the physical machine remained in someone else’s building. A commercial provider could open the door, surrender its contents and conceal what had happened. A/I removed the machine from Aruba, cleaned it and restored essential services. Parliamentary questions were raised in Italy and at the European level. The collective traveled through Italy and Europe explaining the breach. Most importantly, it rebuilt the network. PLAN R*: REPRESSION BECOMES ARCHITECTURE The result was Plan R*, launched in October 2005: a network of “resistant communication.” Instead of concentrating A/I’s services on one machine, the collective distributed encrypted data and functions across servers in several countries. Public-facing machines could be replaced. Services could move when hardware was seized or a provider became hostile. The loss of one node would no longer expose or silence the entire community. R* meant replication, redundancy, resistance and other words beginning with R. Its architecture was conceived not merely to survive mechanical failure but to withstand political attack. A/I did not claim it could guarantee perfect security. On the contrary, it repeatedly warned users never to entrust their safety blindly to any provider, including A/I. It minimized logs and identifying information because information that does not exist cannot easily be seized. It encouraged users to encrypt their own communications because even the strongest server architecture could not compensate for unsafe individual practices. The collective transformed a covert surveillance operation into an infrastructure lesson. Repression became architecture. THE VATICAN, A SATIRICAL VIDEO GAME AND NORWAY The pressure continued. In 2007, an Italian politician demanded action against Operation: Pedopriest, a satirical browser game criticizing the Catholic Church’s efforts to conceal sexual abuse by clergy. Its creator temporarily removed the game to protect the hosting provider. A/I then hosted a copy. Following a complaint from an unidentified child-protection organization, an American provider disconnected the entire Noblogs server. After consulting attorneys, the provider concluded that the satire was lawful in the United States and restored the machine. Plan R* kept the disputed material accessible elsewhere and limited the wider interruption. By then, A/I had become an important refuge from the emerging commercial social web. Noblogs offered independent publishing without advertising, data mining or demands that people attach their legal identities to everything they said. Its users included movement organizations, personal writers, dissidents, artists and NGO workers operating in dangerous environments. In 2008, A/I received Italy’s Winston Smith “Privacy Hero” award for creating free communications infrastructure resistant to censorship despite scarce resources, technical attacks and repeated judicial interventions. Then, on November 6, 2010, Norwegian police copied an A/I server’s hard drives at Italy’s request. The investigation originated with threats and antifascist graffiti directed at members of the neo-fascist CasaPound organization. Authorities were seeking information concerning one mailbox. A/I had already explained that it possessed neither subscriber identities nor activity logs, but investigators apparently wanted to determine whether that was true. Thousands of accounts were copied in the process. Plan R* restored the affected services elsewhere within approximately two hours. Within twenty-four hours, the network was operating normally. The seized disks were encrypted and yielded no useful identifying information. The operation became a public scandal in Norway. Lawyers, journalists and technology organizations questioned why Norwegian police had copied thousands of people’s private communications in response to an inadequately explained foreign request. The underlying Italian investigation was eventually dropped. Where another organization might have interpreted repeated raids as proof that its project was impossible, A/I interpreted them as confirmation that the project was necessary. Its history is documented in the collective’s book, +KAOS: Ten Years of Hacking and Media Activism, and its own history of the collective. AUGUST 26, 2026 The newest attack is of a different order. On August 26, the U.S. State Department designated Autistici/Inventati a Specially Designated Global Terrorist. At the same time, the Treasury Department’s Office of Foreign Assets Control placed A/I on the Specially Designated Nationals and Blocked Persons list under Executive Order 13224. This is not simply a condemnatory government statement. It activates one of the world’s most powerful systems of economic exclusion. The United States alleges that A/I supplies specialized digital architecture, encrypted communications and hosting to antifascist groups and other radical movements, including organizations already designated by the United States. Treasury’s public announcement focuses upon the services A/I provides: foreign-hosted websites, encrypted email, chat, video conferencing and the digital architecture supporting Noblogs. It describes A/I’s antifascist and antimilitarist politics, its practice of selecting projects compatible with those politics and its provision of infrastructure used by the PKK. Treasury then treats the provision of that infrastructure as material or technological support for terrorism. (U.S. Treasury announcement) The State Department’s accompanying case goes further, presenting attacks, communiqués and publications that it says passed through A/I infrastructure. Its examples include alleged railway and pipeline sabotage in Europe, attacks on energy infrastructure, Rose City Antifa, resistance to Atlanta’s proposed police-training center, Jane’s Revenge and publications carrying statements attributed to armed organizations. (State Department designation) The government’s public statements do not show that A/I planned those actions, selected targets, transferred weapons, directed the cited groups or authored the material hosted on its systems. They do not establish when A/I learned of any particular act or whether it knew about it before it occurred. Instead, the designation advances a broader and more consequential proposition: Building communications infrastructure for radical movements can itself be treated as terrorism. That theory collapses the distinction between a provider and a user; between political affinity and operational control; between protecting privacy and concealing a crime; between maintaining a publishing platform and authoring everything published through it. A/I has never claimed to be politically neutral. It built infrastructure precisely because radical movements needed somewhere to speak, publish and organize beyond corporate and state control. The United States is now using that purpose as evidence against it. WHAT HAPPENS ON SEPTEMBER 25 Because A/I is now on the SDN list, all of its property or interests in property within the United States—or possessed or controlled by a U.S. person—must be blocked and reported to OFAC. Unless an exemption or license applies, U.S. people and institutions are generally prohibited from providing or receiving funds, goods or services involving A/I. The restrictions can reach transactions passing through the United States even when the parties are located elsewhere. OFAC has issued a temporary license allowing transactions ordinarily necessary to wind down existing relationships with A/I until 12:01 a.m. Eastern time on September 25, 2026. Payments owed to the collective cannot simply be released to it; they must be placed in blocked accounts. After the deadline, covered transactions require another applicable authorization. September 25 is therefore the date by which American companies and individuals are expected to separate themselves from A/I. The consequences may include the loss of: * Bank accounts and payment processing. * U.S.-linked donations and fundraising services. * Hosting, cloud infrastructure and upstream network services. * Domain registration and related technical services. * Certificate, security and email-delivery accounts. * Software and communications services. * Relationships with non-U.S. providers frightened by American secondary sanctions. * Access for people in the United States who currently use A/I’s services. Foreign companies are not automatically governed by every prohibition imposed upon Americans. But OFAC warns that foreign financial institutions can face secondary-sanctions exposure for knowingly facilitating significant transactions on behalf of a designated entity. That warning may do as much damage as direct enforcement. A European bank, registrar or hosting company may not know precisely what American law demands of it. Its compliance department may simply decide that maintaining a relationship with a small Italian anarchist collective is not worth the perceived risk. Institutions frequently over-comply. Providers may close accounts or withdraw infrastructure even when the law does not clearly require them to do so. Organizations may remove links, avoid correspondence or terminate unrelated relationships merely because A/I’s name now appears on a terrorism blacklist. That is how American sanctions acquire worldwide force: not only through legal jurisdiction, but through institutional fear. THE WIDER TARGET IS THE COMMUNITY AROUND THE SERVER The designation may be directed at A/I, but its effects will not stop at the collective. A/I’s infrastructure is used by writers, organizers, researchers, artists, movement publications and people who chose it precisely because commercial platforms were unsafe, politically hostile or designed to extract their data. Those users are not automatically sanctioned because they have an A/I address or published on Noblogs. But once the provider itself is placed on a terrorism blacklist, ordinary association can be converted into a risk signal. A bank may scrutinize a payment. An email provider may downgrade or block delivery. An employer, border agent or investigator may treat an address as suspicious. A journalist may hesitate to contact a source. A researcher may avoid an archive. A new user may decide that opening an account is too dangerous. None of this requires the government to prosecute every person involved. The designation can produce its own perimeter of fear. That is one reason this otherwise inexplicable move may be useful to the state even if A/I remains online. Earlier attacks tried to reach the collective through particular machines, mailboxes and providers. A/I answered by distributing its systems, encrypting its disks and retaining less information. Those practices made conventional seizure and surveillance less productive. Sanctions attack a different layer: the relationships that allow infrastructure to exist. Rather than breaking the encryption, the government can pressure banks, registrars, data centers, software companies and users to isolate the people operating it. Rather than prove in court that each user committed an offense, it can make continued contact costly and legally uncertain. This is surveillance-state power operating through private intermediaries. The government does not need to place an officer inside every server room when compliance departments, payment processors and platforms can be induced to police the network themselves. Each institution will draw its own defensive boundary, often wider than the law requires. Some may demand more identity documents, retain more logs, monitor political content or refuse privacy-preserving projects altogether. Others may quietly close accounts and provide no meaningful avenue of appeal. Enforcement becomes dispersed across companies whose decisions are difficult to see, challenge or even document. The resulting harm is not limited to censorship. It can change the architecture of movement communication. Small autonomous providers may conclude that serving controversial communities invites existential risk. Larger platforms may point to the designation as another reason to expand identity verification, automated moderation and data retention. Users may migrate from trusted movement infrastructure to commercial systems that are easier to monitor, subpoena and map. The state gains leverage even when it gains no plaintext from A/I’s encrypted disks: people separate themselves, providers collect more information and the social relationships surrounding dissent become easier to observe. The precedent also reaches beyond explicitly anarchist or antifascist projects. If political alignment with users, privacy protections and the hosting of controversial publications can be assembled into a case that infrastructure itself constitutes support, then encrypted mail providers, radical publishers, community archives, VPNs, federated social networks, legal-support projects and other independent hosts all have reason to pay attention. The immediate facts and laws would differ in every case. The danger lies in normalizing the category: a communications provider no longer treated as a conduit or publisher with its own rights and responsibilities, but as a participant in every act the government attributes to anyone using its systems. That does not mean the designation is secretly about every A/I user, or that every possible consequence will occur. The government has not publicly explained its internal strategy beyond the allegations in its announcements. But the structure of the action is visible. It replaces a narrow accusation against identifiable conduct with a broad penalty against infrastructure; shifts enforcement from a courtroom to a global web of cautious institutions; and makes uncertainty itself an instrument of control. The immediate objective may be to disable A/I. The wider effect is to warn anyone building communications beyond corporate and state supervision that the shelter they provide can be recast as evidence against them. CAN A/I SURVIVE THIS? A/I has seen state repression coming for miles. Its entire infrastructure assumes that: * Servers will be seized. * Providers will cooperate with police. * Governments will demand information about users. * Corporations will disconnect controversial material. * Individual machines and locations will become unavailable. * Data and services must therefore be encrypted, distributed and replaceable. That preparation matters. A/I is based in Italy, not the United States. Its infrastructure is internationally distributed. Its services are maintained by technically sophisticated volunteers. It avoids dependence on any single provider, minimizes identifying information and has decades of experience restoring services during emergencies. It has no shareholders, corporate headquarters or conventional payroll. Its relatively modest operating costs and volunteer structure give the state fewer familiar pressure points. There is little reason to assume that the website, mail system or Noblogs will simply disappear on September 25. A/I may be better equipped to survive a seized or disconnected machine than nearly any communications project of comparable size. But this is not another server raid. Plan R* was built to survive machines disappearing. It cannot, by itself, prevent banks from blocking money, registrars from suspending domains or companies around the world from withdrawing services because they fear American penalties. The designation targets the connective tissue around the servers: * Banking. * Donations. * Domains. * Data-center contracts. * Bandwidth. * Certificates. * Software dependencies. * International institutional relationships. A/I has survived technical isolation before. The United States is now attempting financial and institutional excommunication. Its core services may be resilient. Its ability to fund them, replace infrastructure and participate in the broader technological system is at considerably greater risk. What happens after September 25 will therefore depend not only upon the architecture surrounding A/I’s data, but upon the solidarity surrounding A/I itself. SEPTEMBER 25 IS NOT A DEADLINE FOR SILENCE The designation is designed to isolate. The answer must be informed, independent and disciplined solidarity. People in the United States should not improvise donations, disguise payments or route resources through another person, organization, currency or country. That could create sanctions exposure for the supporter, the intermediary and A/I itself. The prohibitions can also extend beyond money. Coordinated technical assistance, translation, advocacy, event organization or other services provided to a designated entity may create legal risk. But September 25 is not a deadline for silence. Independent reporting, criticism, protest, education and political advocacy remain possible. People can tell A/I’s history, examine and challenge the government’s claims, contact journalists and civil-liberties organizations, preserve public materials and independently organize against the criminalization of resistant communications infrastructure. The practical distinction is between speaking and acting independently about A/I and providing funds or coordinated services to A/I. The exact boundaries can be complicated. Anyone contemplating fundraising, replacement infrastructure, public mirroring or direct technical assistance should obtain qualified sanctions counsel. A February 2025 civil-liberties primer on material support and OFAC restrictions also warns that lawful or protected activity can still attract surveillance, investigation, immigration consequences or civil litigation. Supporters approached by law enforcement should decline to answer questions and speak with an attorney. This article is reporting and political analysis, not legal advice. WHAT SUPPORTERS CAN DO BEFORE SEPTEMBER 25 Tell the history. Share A/I’s story: the hacklabs, Paranoia, Genoa, the KAOS tours, the Trenitalia victory, the Aruba breach, Plan R*, Noblogs and the Norwegian seizure. Do not allow the government’s description to become the only publicly available account of what A/I is. Build a public defense coalition. Ask independent server collectives, digital-rights organizations, hacklabs, free-software projects, radical libraries, independent publishers, journalists, attorneys, researchers and former users to respond publicly. Preserve the archive. Servers can be seized. Domains can be suspended. Hosts can panic. Back up publicly accessible and historically valuable Noblogs writing, along with A/I’s manifestos, technical documents, legal records and movement history. Record source URLs, authorship, publication dates and retrieval dates. Respect privacy, copyright and removal requests. Do not access private accounts or circumvent security. Personal preservation, research archiving and ordinary journalism are not the same as publicly operating replacement infrastructure; anyone considering a public mirror should first seek qualified advice. Document over-compliance. Record companies, banks, registrars, platforms and institutions terminating services or removing material. Preserve notices and correspondence. The public record should show how far the designation reaches beyond its formal language. Demand answers. Ask digital-rights groups, European institutions and public officials whether they will permit American sanctions to dismantle an Italian communications collective. Ask what protection exists for European infrastructure, users and archives. Organize independently. Hold public discussions about autonomous infrastructure, sanctions, surveillance and material-support law. Publish explainers. Teach encryption. Support independent civil-liberties work opposing expansive terrorism designations. Prepare lawful material support. A/I has historically survived through voluntary donations, but U.S. supporters should not send or reroute money while the designation applies without a clear authorization. Digital-rights and legal organizations can independently investigate lawful support mechanisms, licensing and potential delisting proceedings. Listen carefully to A/I’s public response while keeping advocacy legally independent. The collective’s statement should inform how its history and circumstances are described. Any coordinated campaign, fundraising channel or direct service requires separate legal consideration. The immediate objective is to make A/I impossible to quietly disappear. THE NETWORK CALLED SOLIDARITY A/I has survived corporations demanding censorship, covert police access, confiscated disks, hostile providers, parliamentary attacks and international investigations. The Trenitalia case produced mirrors and a legal victory. The Aruba breach produced Plan R*. Provider censorship produced redundancy. The Norwegian seizure demonstrated that the network could recover in hours. Each attempt to isolate the collective spread knowledge about how censorship and surveillance operate. Each attack became an opportunity to teach more people how to protect one another. The United States has now transformed that history into a global test. At stake is not only the survival of one Italian hacker collective. It is whether maintaining infrastructure for radical movements can itself be treated as terrorism; whether privacy can be redefined as concealment; whether refusing to collect identifying information can be presented as obstruction; and whether a provider can be held politically and legally responsible for every text, tactic and claim transmitted through its machines. A/I has spent twenty-five years preparing for the day when a server disappears. It knows how to replace a machine, move a service, restore encrypted data and continue operating after police or providers pull a plug. The United States is attempting something different. It is trying to frighten banks, hosts, registrars, infrastructure providers and supporters around the world into abandoning the collective. Whether that succeeds will depend partly upon A/I’s architecture. It will also depend upon us. Between now and September 25, preserve the history. Share the story. Build the coalition. Document the isolation. Teach the tools. Prepare a lawful defense. Do not allow the state to quietly establish that building privacy-preserving infrastructure for dissent is itself an act of terrorism. Twenty-five years ago, ten people gathered around a recycled machine and deliberately took too long configuring it because everyone in the room was supposed to learn. That remains the lesson. Do not leave the knowledge with experts. Do not leave the infrastructure in one place. Do not leave the targeted to stand alone. The first server was called Paranoia. The network it created was called solidarity. -------------------------------------------------------------------------------- Public statement from Autistici/Inventati: Today we were made aware that the US Government has targeted a small, volunteer-run, technology collective from Italy with disproportionate sanctions as anyone can read in the Treasury Department Statement, the State Department Statement and the related Executive Order. We deny all allegations included in the statements, while we strongly affirm our dedication to providing a platform of tools for digital self-defense, addressing the need of free communication for activists and other individuals, groups and associations. We will not back down, we will keep doing what we have been doing all these years and we will do whatever is in our possibility to counter the false allegations made by a politically desperate administration with the sole intention of swaying people and media attention away from their own violence and warmongering. Antifascism and anticapitalism are not terrorism. Protesting is not terrorism. And everyone has the right to speak out and to struggle for humanity. Autistic/Invented Collective — “Socializing knowledge without establishing power” Stay human. -------------------------------------------------------------------------------- Download the A/I book , +KAOS, on the history of the collective’s work, available for free. Download our Media Kit for social media graphics, archival guides, press briefs, templates, and flyers if you or your organization would like to show solidarity with A/I or learn more.
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Memoria
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Cuba: acqua, medicinali, carburante, energia elettrica. Il peso del bloqueo nella vita quotidiana.
A Cuba la crisi economica e sociale ha raggiunto livelli sempre più drammatici. La carenza di carburante, energia elettrica, acqua, medicinali e generi alimentari sta mettendo sotto pressione i servizi essenziali e colpendo in modo particolare le fasce più fragili della popolazione, dai bambini agli anziani, fino ai pazienti ricoverati negli ospedali. Uno degli aspetti più evidenti della crisi riguarda la disponibilità di carburante e, di conseguenza, la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica. Le interruzioni della corrente possono protrarsi per molte ore e, in alcune zone, arrivare a durare diversi giorni. Senza carburante diventa più difficile garantire il trasporto delle persone e delle merci, mantenere operativi gli ospedali, distribuire l’acqua e assicurare il funzionamento delle scuole. “La situazione nel Paese è al momento precipitata rispetto agli ultimi mesi” ha raccontato ai microfoni di Radio Onda d’Urto la reporter Valentina Barile rientrata da poco da Cuba, dove ha seguito la missione umanitaria di AICEC (Agenzia per l’interscambio Culturale ed Economica con Cuba) che ha portato farmaci, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e sportivo alle comunità contadine della Sierra Maestra e della Sierra Cristal, alle scuole e agli ospedali rurali dell’Oriente cubano. da Radio Onda d’Urto
Dichiarazione del collettivo A/I sulle sanzioni disposte dal governo USA nei suoi confronti
Pubblichiamo il comunicato apparso qui del collettivo A/I in seguito alla notizia diramata dal Dipartimento di Stato Americano in collaborazione con il Dipartimento del Tesoro della iscrizione del collettivo nell’elenco delle organizzazioni terroristiche a livello mondiale. Con grande stima per il prezioso lavoro svolto dal collettivo e con la consapevolezza della sempre maggiore importanza che assumono ragionamenti profondi attorno a questi temi mandiamo la nostra solidarietà! Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso. Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.  Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.  L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità.  Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri” Stay human [ENGLISH VERSION] Today we were made aware that the US Government has targeted a small, volunteer-run, technology collective from Italy with disproportionate sanctions as anyone can read in the Treasury Department Statement, the State Department Statement and the related Executive Order. We deny all allegations included in the statements, while we strongly affirm our dedication to providing a platform of tools for digital self-defense, addressing the need of free communication for activists and other individuals, groups and associations. We will not back down, we will keep doing what we have been doing all these years and we will do whatever is in our possibility to counter the false allegations made by a politically desperate administration with the sole intention of swaying people and media attention away from their own violence and warmongering.  Antifascism and anticapitalism are not terrorism. Protesting is not terrorism. And everyone has the right to speak out and to struggle for humanity.  Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri” Stay human
Solidarietà ad Autistici/Inventati
Il 26 agosto il governo USA ha sanzionato il collettivo Autistici/Inventati come organizzazione terrorista. Autistici/Inventati da 25 anni pratica una tecnologia basata sulla solidarietà e sullo scambio di conoscenze. Per questo, come AvANa - AVvisi Ai NAviganti sentiamo nostra la loro storia, ed esprimiamo la massima solidarietà. Abbiamo tratto ispirazione dal loro impegno continuo nel mantenere attivi dei servizi anche quando le persone intorno a noi li chiamavano anacronistici: mentre la comunicazione pubblica si spostava nelle mani delle Big Tech, continuare a puntare tutto su siti aperti, senza paywall né algoritmi che ti tengono incollata; mentre i messaggi tra amici vengono macinati per nutrire profili commerciali usati contro di noi, continuare a mantenere servizi in cui il rispetto della riservatezza sia il cardine. È il genere di impegno che non regala facili gratificazioni, ed è facile credere di essere diventati irrilevanti. E quindi, come è successo che un piccolo collettivo che gestisce una decina di server diventa un'organizzazione terrorista? Una parte della risposta è che reprimere tutti i soggetti che non si rassegnano all'Internet che vediamo - l'internet mercificato, autoritario, ecocida - e al contrario costruiscono alternative, diventa un passaggio necessario per l'autoritarismo. Che il digitale, insomma, è il piano su cui i fascisti vogliono non limitarsi a vincere, ma stravincere. Dalla loro, possono contare su una rete tutt'altro che neutrale: il controllo dei domini Internet è sempre stato a guida statunitense, ma ha esibito per anni un atteggiamento neutrale; negli ultimi anni, invece, gli Stati Uniti stanno mostrando il loro controllo sulle infrastrutture di internet; Russia, Cina e altre nazioni si stanno sottraendo a questo strapotere, portando pero' la rete ad una progressiva balcanizzazione. La seconda parte della risposta richiede di guardare alla forma, anzi alla struttura. Allontanandoci finalmente dal gergo militaresco del Dipartimento di Stato (l'unico che sia in grado di esprimere, evidentemente) ci ricordiamo che A/I è un collettivo prima di un'infrastruttura; un gruppo di affinità e non un partito; un'insieme di pratiche di cura e certamente non una falange. E ci ricordiamo allora di Rote Hilfe, il gruppo di supporto legale della sinistra tedesca che alcuni mesi fa ha subito un forte attacco proprio dal sistema delle sanzioni: anche lì, ad essere intollerabile per il capitalismo non è solo l'antifascismo come analisi politica della realtà, ma l'antifascismo intrinseco nella capacità di organizzarsi dal basso per supportare le esistenze delle persone affini e non abbandonarle nelle mani del liberismo. I prossimi mesi ci dovranno vedere impegnatə a difendere questa esperienza. Bloccare sul nascere questo attacco, ed evitare la creazione di un precedente pericoloso, dipenderà dalla capacità collettiva di creare una mobilitazione che non si fermi a chi ha specificamente a cuore i temi dell'hacking e della tecnologia libera. Per un'Internet solidale, solidarietà ad Autistici/Inventati. AvANa - Avvisi Ai Naviganti
DICHIARAZIONE DEL COLLETTIVO A/I SULLE SANZIONI DISPOSTE DAL GOVERNO USA NEI SUOI CONFRONTI – A STATEMENT BY A/I COLLECTIVE ABOUT US SANCTIONS
[ENGLISH VERSION BELOW] Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso. Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.  Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.  L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità.  Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri” Stay human [ENGLISH VERSION] Today we were made aware that the US Government has targeted a small, volunteer-run, technology collective from Italy with disproportionate sanctions as anyone can read in the Treasury Department Statement, the State Department Statement and the related Executive Order. We deny all allegations included in the statements, while we strongly affirm our dedication to providing a platform of tools for digital self-defense, addressing the need of free communication for activists and other individuals, groups and associations. We will not back down, we will keep doing what we have been doing all these years and we will do whatever is in our possibility to counter the false allegations made by a politically desperate administration with the sole intention of swaying people and media attention away from their own violence and warmongering.  Antifascism and anticapitalism are not terrorism. Protesting is not terrorism. And everyone has the right to speak out and to struggle for humanity.  Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri” Stay human
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