Livorno: transito di mezzi militari, reazione del sindaco e mobilitazione dei portuali
I mezzi non sono passati inosservati. Ma era illusorio pensare che martedì scorso, 3 novembre, non destasse attenzione quell’intenso transito di mezzi militari lungo le strade e verso il porto di Livorno. Traffico immediatamente segnalato, con tanto di foto, all’amministrazione comunale. E ciò ha spinto il sindaco Luca Salvetti a chiedere chiarimenti alla Prefettura sulla natura dei trasporti e le eventuali misure di sicurezza adottate a tutela della popolazione e dei lavoratori coinvolti. Non a caso. Il sindaco della città labronica da tempo è impegnato, insieme a quello di Ravenna, a coinvolgere i sindaci delle città portuali italiane per muoversi verso il Governo affinché sia rispettata pienamente la Legge 185/90 sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento e della nostra Costituzione che ripudia la Guerra. Ma, giustamente, in assenza di chiarimenti sulla natura e sulla destinazione del carico di armamenti in attesa al porto di Livorno, i portuali di USB (e del Gruppo Autonomo Portuali), che il 30 ottobre avevano partecipato all’azione internazionale contro le guerre e i traffici d’armi nei porti insieme ai dockworkers di oltre un centinaio di scali marittimi in 22 paesi, sono entrati in mobilitazione e sciopero per due giorni, fintanto che la nave che avrebbe dovuto imbarcare a Livorno i mezzi militari ha cambiato destinazione e non arriverà più nello scalo labronico. Le sentenze di Consiglio di Stato e Tar Puglia Sulla questione dei traffici d’armi nei porti italiani ci eravamo lasciati il 15 ottobre con il pronunciamento del Consiglio di Stato che respingeva l’appello dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna contro la sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, che aveva accolto parzialmente il ricorso della giornalista investigativa Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri ai quali era stata negata la richiesta di accesso agli atti sul transito nel porto romagnolo di armi, munizioni ed esplosivi. Una sentenza a difesa della trasparenza, alla quale il 30 ottobre si è aggiunta anche quella del TAR della Puglia, che ha stabilito l’illegittimità del diniego generalizzato opposto dall’Agenzia delle Dogane alla richiesta di accesso civico ai “manifesti di carico” di cinque navi transitate nel porto di Bari e dirette in Israele. Il ricorso patrocinato dagli avvocati Amina Tridente e Luigi Paccione contestava un doppio rifiuto dell’Agenzia delle Dogane di consegnare la documentazione relativa alle merci imbarcate/sbarcate da cinque navi nel porto di Bari, sospettate di trasportare armi o materiale dual use a utilizzo militare. L’Agenzia delle Dogane di Bari aveva negato l’accesso invocando il segreto militare, la difesa della sicurezza nazionale e il riserbo sui materiali d’armamento. L’appello di Weapon Watch Tenendo insieme il filo di collegamento tra tutti questi episodi che coinvolgono, su un unico terreno, attivisti e tribunali amministrativi, portuali e istituzioni, The Weapon Watch ha lanciato un appello, consapevole del momento favorevole per la lotta democratica contro l’opacità dei traffici di armi nei porti italiani. Il che sta favorendo, osserva l’associazione, tre tendenze sostanziali e tutto sommato nuove. In ordine: la mobilitazione contro la guerra in crescita; la trasparenza contro la secretazione e militarizzazione del notizie grazie alle sentenze dei TAR Emilia Romagna e Puglia, sentenze faticosamente ottenuti dal gruppo dei giuristi democratici contro la guerra; ultimo, ma non meno importante, la proposta di un Osservatorio sul movimento delle armi nel porto di Genova che sta prendendo forma. In proposito, l’osservatorio sarà permanente (quindi non soggetto al cambiamento delle giunte), e sarà un Osservatorio del Consiglio comunale (quindi con maggioranza e opposizione entrambe rappresentate) ed ha superato lo scoglio del rifiuto a parteciparvi da parte di Prefettura, Agenzia delle dogane, Autorità portuale e Capitaneria di Porto. Tra l’altra, tranne la Prefettura, le altre si sono dette disponibili anche a una collaborazione “tecnica”. L’attenzione della Chiesa cattolica In questo contesto, si deve registrare anche una grande attenzione alle iniziative di controllo sul traffico e movimento di armi da parte di ambienti vicini alla Chiesa cattolica e dagli stessi vescovi, in linea con le posizioni di Papa Francesco e del suo successore Leone XIV, e della coerenza editoriale del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, il cui editore è la CEI (conferenza episcopale italiana). Secondo Weapon Watch, una grande grande attenzione è oggi riservata dalla Chiesa al tema dell’obiezione di coscienza dei lavoratori, a cominciare dalla logistica. Ulteriore elemento positivo, è il coinvolgimento oltre che del Comune di Genova, anche di altre città portuali (Marina di Carrara, Livorno, Salerno, Bari, Ravenna, al momento) i cui sindaci e consigli comunali si sono pronunciati con forza per la trasparenza di ciò che passa per i rispettivi porti. Su questo aspetto, la circolazione delle esperienze reciproche e degli strumenti istituzionali più adatti e funzionali potrebbe rivelarsi un fattore un importante per trasformare semplici affermazioni pubbliche in concrete azioni politiche.
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TAV, talpe, bugie e figuracce
Riceviamo e volentieri pubblichiamo. “Dottori, poliziotti, autorità tentarono il possibile per frenare l’epidemia. Macché, niente da fare. Dal più vecchio al più piccolino la gente ormai diceva pane al pane, vino al vino, bianco al bianco, nero al nero”. Nel “Paese dei Bugiardi” di Gianni Rodari la verità è una malattia contagiosa che dilaga malgrado i maldestri tentativi del potere per fermarne la diffusione. Un po’ come avviene nel Paese del TAV, dove il “Ministero delle Verità” è la società Tunnel Euralpin Lyon Turin (TELT) che da un quarto di secolo tenta infruttuosamente di realizzare il megatunnel della Torino Lione. Quella appena passata era stata un’estate di roboanti proclami, nella quale TELT si era ripetutamente sperticata per confermare l’agognato arrivo entro dicembre a Chiomonte della famigerata TBM (tunneling boring machine, detta gergalmente talpa). Ministri e sottoministri si erano gonfiati il petto annunciando a inizio 2027 la partenza sprint dello scavo del tratto italiano del tunnel di base. Una grande bolla di sapone scoppiata pochi giorni fa, quando TELT ha clamorosamente smentito sé stessa, confessando l’ennesimo ritardo che ormai era già ovvio a tutti: niente talpa nel 2026, forse nel 2027 e comunque niente scavi fino al 2028. Fin qui la cronaca riportata in questi giorni da Repubblica e Stampa, fedelmente trascritta in base alle veline del “Ministero delle Verità”. Un po’ come i bambini quando non vogliono ammettere di aver combinato guai, TELT ha ovviamente scaricato la colpa di tutto sul “nemico perfetto”: i No Tav brutti e cattivi che il 25 luglio hanno fatto casino al cantiere durante la decima edizione del Festival Alta Felicità. Una favoletta che fa acqua da tutte le parti, come ci insegnano i proverbi della saggezza popolare. Ma andiamo con ordine. Chi è causa del suo mal, pianga a sé stesso. TELT è “cintura nera” nella sofisticata arte dell’allungamento del brodo. In un consolidato rito dilatorio, ogni lavoro è puntualmente preceduto da irrinunciabili quanto interminabili “attività propedeutiche”, sistematicamente accompagnate da imprescindibili varianti di progetto. Un vero e proprio gioco dell’oca in cui crolla ogni credibilità dei già traballanti cronoprogrammi della Torino-Lione. Per l’arrivo della talpa a Chiomonte si parla di: 1) preparazione delle aree all’imbocco della galleria da scavare con la TBM, con abbassamento di 7 metri del piazzale attuale; 2) scavo con metodo tradizionale di un primo tratto di galleria (denominata “Maddalena 2”) nel quale iniziare il successivo assemblaggio della TBM. Ovviamente questi lavori propedeutici hanno richiesto la settordicesima variante. Malgrado la previsione di tali attività fosse già nota da anni (come vedremo più avanti), TELT ha atteso fino a giugno 2025 per depositare il cosiddetto “Progetto Esecutivo di Fase 2 relativo al completamento degli allestimenti di cantiere nei Comuni di Chiomonte, Giaglione, Salbertrand e Susa, comprensivo delle prime fasi di scavo del tunnel di base lato Italia”. La documentazione progettuale è pubblica, consultabile da chiunque. Vi sono indicati i tempi che TELT ha previsto per i lavori propedeutici all’arrivo della talpa: 12 mesi di preparazione delle aree all’imbocco della galleria + 8 mesi scavi in tradizionale, totale 20 mesi. Conclusione lapalissiana: se hai fretta di far arrivare la talpa, ti sbrighi a farti approvare il progetto della variante in modo da iniziare ampiamente per tempo i 20 mesi di lavori preparatori. Invece nel Paese del TAV le cose vanno al contrario. TELT ha cincishiato con il progetto della variante fino a giugno 2025, quando era ormai matematicamente certo che il tempo sarebbe stato del tutto insufficiente per completare la preparazione dell’arrivo della talpa entro il 2026. Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Il 10 aprile 2026 il Ministero dell’Ambiente ha notificato a TELT l’approvazione della variante del Progetto Esecutivo Fase 2. Se hai fretta di far partire la talpa, una volta che ti hanno dato il via libera ti sbrighi a fare i lavori preparatori per il suo arrivo. Invece nel Paese del TAV le cose vanno al contrario. Il cantiere è rimasto deserto, come lamentato dal Sindaco di Chiomonte: “ci hanno detto che sarebbero arrivate più di trecento persone a lavorare e la gente ha riqualificato gli alloggi, ma sono vuoti“. Com’è possibile? La risposta è terribilmente ovvia: TELT non ha fatto nulla perché aveva già deciso di rinviare di un anno l’arrivo della talpa. Lo dicono in modo inequivocabile i documenti ufficiali ottenuti dal nostro Presidio Europa attraverso una tenace attività di accesso agli atti presso la European Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency (CINEA) ovvero l’agenzia che eroga a TELT i finanziamenti per conto della Commissione Europe. Vediamo tutti i dettagli. A fine 2023 TELT aveva ricompreso le attività di preparazione del cantiere di Chiomonte all’arrivo della talpa tra quelle previste nella domanda di finanziamento presentata al bando CEF-T-2023-COREGEN-RAIL-WORKS del programma europeo Connecting Europe Facility. Il 30 ottobre 2024 la Commissione Europea e TELT hanno stipulato il contratto di erogazione dei contributi (detto “Grant Agreement”) con partenza del programma delle attività finanziate al 1° gennaio 2024. Riguardo ai lavori a Chiomonte, il Grant Agreement recita (pag. 101 di 123, work package 2): “al termine dell’azione, saranno realizzati i lavori per l’ingresso di Maddalena 2 e saranno completati circa 50 metri di scavo dell’accesso a Maddalena 2 con il metodo tradizionale”. Il termine per il completamento di questi lavori (pag. 74 di 123, list of work packages) è fissato in 30 mesi dall’inizio del programma, ovvero al 30 giugno 2026 (figura 1). Figura 1 –  Il 30 ottobre 2024 la Commissione Europea e TELT firmano il Grant Agreement di finanziamento: il termine delle attività di preparazione dell’arrivo della talpa a Chiomonte è fissato al 30 giugno 2026. Giugno arriva ma, come abbiamo già visto, a Chiomonte TELT non ha fatto nulla di quanto previsto e quindi non può rendicontare il contributo. Non c’è problema, nel Paese del TAV ogni scadenza è fatta per essere posticipata. Domenica 21 giugno 2026, nel solstizio d’estate, la Commissione Europea e TELT stipulano una modifica del Grant Agreement in cui il completamento dei lavori di preparazione a Chiomonte (pag. 7 di 57, list of work packages) è magicamente spostato di anno: da 30 a 42 mesi dall’inizio del programma, ovvero al 30 giugno 2027 (figura 2). Poi verranno il torrido mese di luglio, il Festival Alta Felicità e la grandiosa giornata di lotta del 25 luglio. Ma da un mese gli ineffabili dirigenti di TELT dormono tra due guanciali: ormai hanno già incassato il via libera per l’ennesimo ritardo. Figura 2 – Il 21 giugno 2026 (un mese prima del Festival Alta Felicità) la Commissione Europea e TELT firmano un aggiornamento del Grant Agreement: il termine delle attività di preparazione dell’arrivo della talpa a Chiomonte viene spostato avanti di un anno, al 30 giugno 2027. Ricapitoliamo: * già a fine 2023, alla presentazione della domanda di finanziamento europeo, TELT sapeva già di dover effettuare a Chiomonte 20 mesi di lavori di preparazione del cantiere per l’arrivo della talpa; * secondo il programma inizialmente concordato con la Commissione Europea, tali lavori di preparazione avrebbero dovuto essere completati entro il 30 giugno 2026, in modo da iniziare il trasferimento in sito della talpa entro l’anno; * malgrado questo, il progetto esecutivo dei 20 mesi di lavori di preparazione del cantiere di Chiomonte è stato presentato da TELT solo nel giugno 2025, rendendo quindi impossibile il loro completamento entro il 2026; * a inizio aprile 2026 il Ministero dell’Ambiente ha autorizzato TELT a iniziare i lavori di preparazione del cantiere di Chiomonte; * anziché partire subito con questi lavori, TELT ha chiesto un anno di proroga alla Commissione Europea che glielo ha concesso il 21 giugno 2026; * ancora il 15 settembre 2026 i dirigenti di TELT confermano l’avvio dello scavo con TBM nel 2027 davanti ai cittadini di Susa, malgrado lo avessero già posticipato due mesi prima; * secondo TELT la colpa del ritardo nell’arrivo della talpa sarebbe dei No Tav e dei fatti del 25 luglio 2026, accaduti più un mese dopo la formalizzazione del rinvio dei lavori. Nel Paese del TAV la verità è una malattia. Forse La Stampa e La Repubblica ne sono immuni. Ma le bugie hanno le gambe corte. E sbugiardarvi è sempre più facile. Avanti No Tav!
Alice ci scrive dai domiciliari
Car* tutti e tutte, ho pensato spesso a scrivere dalla mia detenzione domiciliare, ma solo oggi trovo la giusta spinta per farlo. Un po’ perché, come molt* sanno, molte delle mie energie fisiche e mentali negli ultimi otto mesi sono state impiegate nella creazione di una nuova vita, un po’ perché non volevo essere di distrazione alle moltissime cose che ci sono state da fare dal 26 marzo (data di inizio della mia detenzione) ad oggi. Ho sempre seguito con attenzione ed interesse ciò che accade al di fuori delle mie mura domestiche e sembra sempre che tutto accada quando partecipare attivamente diventa impossibile: dalla decima edizione del Festival Alta Felicità alla mobilitazione contro la Avigliana-Orbassano, dalla nascita del comitato contro la riapertura del forno della Beltrame alla lotta dei Genitori Montani Disagiati per garantire il diritto alla salute dei propri figli. E ovviamente guardo con profondo coinvolgimento alle proteste in Italia e nel mondo contro il carovita e la guerra scoppiate nell’ultimo mese, partite da lavorator* agricoli, autotrasportatori e giovani generazioni, dai blocchi alle occupazioni delle scuole e delle università. Non posso che esprimere tutta la mia gratitudine e solidarietà: se non fossi costretta tra le mie quattro mura il nostro posto (mio e del gradito ospite che mi abita) sarebbe là, poiché mai come oggi la posta in palio è garantire un futuro degno a chi c’è e a chi verrà; e mai come in questo periodo della mia vita sento così forte la responsabilità verso le generazioni future. Ho peccato di hybris nel decidere di mettere al mondo una nuova vita proprio mentre mi trovavo a saldare il mio “debito” con la giustizia, per aver osato difendere la terra dove mi trovo (dove nascerà e crescerà mio figlio) quasi 10 anni fa dalla grande opera inutile che il Movimento No Tav combatte da trent’anni. Ma a maggior ragione, proprio perché ci siamo presi la responsabilità di mettere al mondo questa vita, è nostro dovere ancor di più lottare per garantirgli un futuro degno. Evidentemente questa è stata la valutazione del Magistrato di Sorveglianza che ha avuto la sfortuna di prendere in carico il mio fascicolo di espiazione della pena (ovviamente che io sia una peccatrice di superbia, non che il futuro vada difeso con la lotta). Ci sarebbero mille cose che potrei raccontare della mia detenzione e sassolini dalle scarpe che mi vorrei togliere, ma mi concentrerò solo sulla risposta alla mia ultima istanza, per me grave e paradigmatica del sistema detentivo-punitivo e forse anche un po’ al limite della violazione del diritto alla salute mio e del mio futuro bambino. Ho notato un cambio di approccio da quando sono passata dall’essere una detenuta-lavoratrice, quindi membro produttivo di questa società, ad una detenuta-gestante (chissà cosa accadrà quando diventerò una detenuta-genitrice!). Su questo incredibilmente, quasi come una profezia che si autoavvera, avevo avuto grandi spunti di riflessione ad aprile (prima di scoprire di essere incinta) quando, lo stesso Giudice di cui sopra, mi aveva autorizzata a partecipare presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli alla presentazione del libro “Donne oltre il carcere – Percorsi di self- empowerment delle donne detenute” tenuta da Susanna Ronconi e Giulia Melani. Nel libro, in cui è evidentemente presente una lente transfemminista ed abolizionista, la maternità diventa per il sistema giudiziario-detentivo una doppia colpa e stigma. Non mi metterò ad approfondire ulteriormente perché evidentemente c’è chi è più preparata di me, ma il punto è che quello che voglio raccontare dei miei domiciliari non fa parte solo del mio vissuto ma di quello di centinaia di donne che nel nostro paese, e società, si trovano a vivere la doppia condizione (o doppia oppressione?) di essere detenute e madri. Piccola premessa per i profani della detenzione: chiunque sia in regime detentivo (carcerario, domiciliare, ecc.), può fare delle richieste al proprio magistrato di sorveglianza o all’istituzione carceraria per avere dei permessi extra per delle attività specifiche e dimostrabili, così come è diritto avere delle “ore d’aria” quotidiane in carcere, o per le proprie esigenze di vita in detenzione domiciliare. Ovviamente la risposta è a discrezione del Magistrato di Sorveglianza che ne valuterà la compatibilità con la detenzione; questo non toglie che però chiedere è lecito, oltre ad essere proprio un diritto. Il giorno 2 novembre, tramite la mia avvocata di fiducia, presento istanza per avere il permesso di: * –  partecipare in quanto imputata il 12/11 ad un’udienza di Appello al Tribunale di Torino perfatti avvenuti a luglio 2020 al Presidio dei Mulini; * –  partecipare in quanto imputata il 30/11 e il 25/01/’27 alle udienze d’appello del processo“Sovrano”; * –  partecipare il 23 e il 24/11, presso il mio posto di lavoro (Associazione Almaterra Aps aTorino), ad un corso di formazione rivolto ad operator* del terzo settore dal titolo “Prospettive intersezionali sulla violenza di genere, geografie delle diseguaglianze e spazi di cura”, dalle 9 alle 16 con pernottamento presso casa di un’amica che parteciperà anche lei al corso, disposta ad ospitarmi e ad eventuali controlli da parte delle forze dell’ordine, per evitare di fare il tragitto da Bussoleno a Torino 4 volte visto che sarò alla fine dell’ottavo mese di gravidanza; * –  Poter visitare il Punto Nascita dell’Ospedale di Rivoli, dove ho deciso di partorire, durante l’open day che fanno solamente il primo mercoledì del mese dalle ore 17 (io ho chiesto per il 2 dicembre perché non sapevo se mi sarebbe arrivata in tempo la risposta per l’open day del 4 novembre). Incredibilmente, questa volta la risposta è stata celerissima: il giorno dopo i carabinieri di Susa mi notificano il rigetto dell’istanza, a esclusione della partecipazione alle udienze (e ci mancherebbe). Le motivazioni? La prima è che secondo il Magistrato ho perso di vista il fatto che mi è stata gentilmente concessa una misura alternativa al carcere, e la detenzione domiciliare presenta “precisi limiti”; la seconda è che ho presentato dall’inizio della detenzione (7 mesi e mezzo fa) un quantità “abnorme” di istanze di autorizzazione.Ora, io non ho mai avuto problemi a prendermi delle responsabilità, sto pagando perché l’8 dicembre del 2017 sono stata arrestata a volto coperto durante una manifestazione notturna al cantiere di Chiomonte, sono stata portata in carcere e rilasciata dopo pochi giorni e successivamente condannata a un anno e cinque giorni di reclusione. Non ho problemi a dirlo e non mi sono mai sottratta al costo (abnorme e sproporzionato) della lotta per le cause in cui credo. Vedo quindi nella risposta del signor Magistrato, un’ottima occasione per una riflessione sulla espiazione di pena in un sistema che nei fatti è punitivo ma che vuole auto-narrarsi come rieducativo (o forse voleva e non lo vuole più in effetti). Posso anche accettare (ma forse anche no) che la formazione professionale possa essere considerata un inutile orpello nella vita di una persona detenuta (anche se mi pareva di ricordare che istruzione e formazione dei detenuti fosse un pilastro della detenzione come rieducazione e addirittura fosse sancito dalla Costituzione), soprattutto se si tratta di una lavoratrice in maternità che ormai dovrebbe solo pensare a starsene tranquilla e buona a fare la cova. Quello che non riesco a scorgere è la differenza tra questa formazione – se non l’approccio transfemminista del corso – e quella per cui invece sono stata autorizzata a maggio dallo stesso giudice, per ottenere l’attestato da Operatrice BLSD (Basic Life Support and Defibrillation) per l’Associazione Sportiva Dilettantistica (la Palestra Popolare Rabel ASD) di cui sono socia fondatrice e per cui svolgo (tutt’ora) il ruolo di insegnante volontaria di Pugilato Amatoriale. Attività che svolgo 3 volte alla settimana e per cui ho dovuto rinunciare alle mie ore d’aria, che mi sono state ridotte a sole due volte alla settimana. Il problema era il pernottamento fuori? Bastava negarmi quello, no? Posso anche accettare (ma forse anche no) di aver arrecato un certo fastidio al signor giudice per aver fatto richieste di carattere culturale, sportivo, ricreativo, affettivo (ho addirittura chiesto di partecipare a un matrimonio e un funerale!), professionale e sanitario. Ho addirittura osato chiedere di avere ore d’aria tutti i giorni (in carcere ne hanno due al giorno) dopo che per tutto il mese di luglio sono potuta uscire solo due volte alla settimana, perché ho avuto un rischio di aborto e ricevuto l’interdizione dal lavoro (maternità anticipata). Non vi sto neanche a dire il fastidio che ho provocato quando ho osato chiedere il mese scorso (al settimo mese di gravidanza) che gli arresti domiciliari mi venissero alleggeriti in affidamento in prova in previsione dell’avvicinamento alla data del parto (27 dicembre, con fine pena al 27 marzo) e per meglio provvedere poi alle esigenze, le necessità e i bisogni di un neonato nei suoi primi mesi di vita. Anche quello mi è stato negato perché pare che la misura della detenzione domiciliare non ostacoli in nessun modo l’espletazione dei miei doveri genitoriali! Poi vista la gravità dei miei reati e la mia militanza politica mai interrotta né rinnegata già di grazia, appunto, che le misure alternative mi siano state concesse. Per dovere di cronaca: non esiste un limite massimo o temporale di richieste e istanze che si possono fare, anzi, è un diritto tutelato del detenuto poter fare delle richieste, ma che invece in questo caso diventa addirittura motivazione per il rigetto delle mie domande. Quello proprio che però non riesco ad accettare è l’assoluta arbitrarietà di negarmi la possibilità di conoscere le professioniste che mi aiuteranno a far nascere mio figlio, vedere il reparto, la sala parto, del potermi informare sulle procedure, esprimere le mie preferenze. Non c’è motivo alcuno che possa giustificare questo rifiuto: in otto mesi di gravidanza, seguita dal Consultorio di Avigliana, ho fatto decide di controlli, analisi, ecografie, addirittura sono dovuta andare fino a Saluzzo per trovare un posto per effettuare l’ecografia morfologica, visita per cui ho dovuto chiedere un permesso speciale perché fuori dalla Provincia di Torino. Però no, la visita al Punto Nascita di Rivoli prima del parto assolutamente no, non è conforme ai limiti della misura alternativa della detenzione domiciliare. L’unica risposta che riesco a darmi è la postura di un sistema detentivo punitivo e superficiale, soprattutto verso chi – come si diceva in occasione della detenzione domiciliare di Ermelinda (ma potremmo dire lo stesso di Sara) – non vuole stare “al proprio posto”. Dà fastidio che io cerchi semplicemente di usufruire dei miei diritti come persona detenuta e di detenuta-gestante (sì, ci sono diritti specifici, tra cui il divieto di scontare in carcere, quindi non una “gentile concessione”). Nella Carta dei diritti e dei doveri dei Detenuti e degli Internati si dice: “è assicurata alle gestanti e alle madri con bambini assistenza adeguata di medici specialisti, ostetriche e operatori in puericultura”. Mi sembra che la mia richiesta di non si discosti minimamente da questa dicitura e la richiesta di una visita al punto nascita che ho scelto per partorire non sia da derubricare come una istanza “per vario titolo”. Probabilmente darà fastidio anche questa mia lamentela pubblica (darmagi!), ma la gravidanza mi sta restituendo maggiore determinazione nel cercare di fare del mio meglio per garantire una vita degna a chi abiterà questa terra dopo di me. Purtroppo mio figlio nascerà come detenuto domiciliare, per i suoi primi mesi di vita non avrà il diritto a fare un giro nel passeggino o in macchina se non riuscirà a dormire quando il suo papà sarà a lavoro (perché ricordiamoci che gli uomini hanno solo 10 giorni di paternità per evitare di moltiplicare lo “svantaggio della genitorialità” – cit. Roccella). Ma quello che voglio assicurargli è che nascerà in un luogo che conosco e in cui mi sentirò al sicuro, con delle ostetriche (mie nuove idole della vita, grazie anche alla professionalità e comprensione che ho trovato in Lia e Lara del Consultorio!) e medic* con cui avrò parlato almeno una volta prima di mettergli in mano le nostre esistenze. In conclusione vorrei rassicurarvi che io e la creaturina, comunque stiamo bene e ci stiamo preparando al meglio per il nostro incontro. Nonostante l’attacco sistematico al nostro Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto qua in Valle, zona “disagiata” dove ci vediamo togliere ogni anno nuovi servizi dal Punto Nascita di Susa nel 2015 ai pediatri oggi, e in cui i servizi fondamentali per la popolazione diventano merce di scambio attraverso il ricatto delle compensazioni per la Torino- Lione, ci sono professioniste che cercano di tenere alta la bandiera di una sanità improntata sulla cura, il consenso e il rispetto. Non smetterò mai di ringraziarle. Spero abbiate potuto intendere che il morale è alto e in me è immutato il desiderio e la necessità di sognare e costruire un mondo e un’esistente migliore per tutt*, a maggior ragione da quando sento in me la responsabilità della vita di questa piccola creatura umana. A chi scende in piazza in queste settimane vorrei dire di non mollare, di non farsi intimidire. Così come vorrei portare tutta la mia solidarietà e forza a chi è stato colpito dalle misure cautelari per il corteo del 31 gennaio. Quel giorno, c’eravamo tutt*! Infine, il mio pensiero va ovviamente al Movimento No Tav, che si appresta a scendere in piazza per l’8 dicembre, e che mi ha insegnato a peccare di hybris a testa alta, perché quando si è dalla parte della ragione non bisogna fare un passo indietro! E che spero possa essere presto parte della famiglia del piccolo Nicolò Ernesto, così come è parte della mia. Sempre su lo sguardo! Avanti No Tav Sempre vostra Alice sul ring Thelma Tank 0. 0.
MID-TERM: SIA I ROSSI CHE I BLU BOCCIANO TRUMP@1
La mattina del 4 novembre si è aperta con gli exit poll che davano per vinti sia la Camera sia il Senato dai Democratici. Ad oggi, 6 novembre, i democratici hanno 54 seggi in Senato, contro i 44 repubblicani; 242 seggi alla Camera, contro i 151 repubblicani; 22 governatori, contro i 12 repubblicani. Alta la partecipazione al voto: solo a martedì 3 si contava 60 milioni di votanti. Vittoria democratica negli swing states dove saltano all’occhio il Texas, il cui voto è stato ribaltato dal voto massiccio degli ispano -americani, spostato verso i democratici dalle violenze dell’ICE, il Kansas, stato rosso dal 1964, la Georgia, dove Keisha Lance Bottoms è diventata la prima governatrice nera di uno stato statunitense. Tra le questioni che hanno tinto il voto di blu centrale è il carovita imputato, anche dagli elettori repubblicani, a Donald Trump e alle sue politiche imperialiste estere tra guerra in Iran e dazi doganali. Il carovita pesa molto a fronte di un mercato danneggiato dai dazi sia nell’export che nell’import di cose fondamentali, in un paese dove i prezzi al consumo sono saliti del 3,7% su base annua, la benzina è aumentata del 34,2%, e i prezzi del gasolio da riscaldamento sono aumentati del 74,2%. La conquista del Senato pone seri rischi per il presidente, aggiudicando in mano democratica l’approvazione di giudici federali nominati dal presidente e dei giudici della Corte Suprema, che possono avallare o meno le decisioni presidenziali. Si tratta di una garanzia importante della tenuta delle elezioni, in particolare, visti i rischi per “Capitol Hill” minacciati dalla campagna di screditazione del voto messa in campo prima del 3 novembre. Importante anche l’ottenimento del senato in vista di tentativi di impeachment: per ottenerlo servono i 2/3 dei seggi favorevoli. Ne parliamo con Luca Celada, corrispondente del manifesto da Los Angeles: Con Giovanna Branca, inviata del Manifesto ad Atalnta, Georgia, uno sguardo sulla sopressione elettorale da uno swing state tendente al repubblicano, teatro nel 2020 del tentatio di golpe culminato con la chiamata di Trump “trovami 11 mila voti” e il tentativo di sequestro delle schede elettorali: In ultimo la diretta con Marina Catucci, inviata del manifesto in Pennsylvania, che ci ha raccontato delle 3000 manifestazioni No Kings di sabato 21 ottobre, avvenute in concomitanza dell’avvio del voto di corrispondenza: Giovanna Branca, Marina Catucci e Luca Celada sono le tre voci del podcast di approfondimento dedicato alla politica e alla società statunitense “Sindrome Americana“.
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Guerra all’Iran
Il prezzo delle compensazioni: la vera narrazione dei fondi TELT-SITAF
Ci sono notizie che, al di là degli annunci in pompa magna e delle cifre presentate con grande soddisfazione dalle amministrazioni, meritano una riflessione che vada oltre la semplice elencazione degli investimenti previsti. A Susa, oltre 1,53 milioni di euro derivanti dalle indennità di esproprio legate all’Autoporto, riconosciute da TELT e SITAF, vengono destinati a una serie di interventi sul territorio. Una cifra importante, che permetterà al Comune di finanziare servizi, manutenzioni e progetti che rispondono anche a necessità concrete della popolazione. Ma dietro questi annunci c’è una questione che non può essere ignorata e che, come sempre, sfugge all’intelletto del Sindaco Genovese: queste risorse non sono il frutto di un investimento spontaneo del Comune di Susa a favore della comunità, ma derivano da un processo di trasformazione del territorio legato alla realizzazione delle infrastrutture connesse alla Torino-Lione. Un processo che comporta espropri, consumo di suolo e una progressiva ridefinizione degli spazi e delle funzioni della valle. È il meccanismo attraverso cui i costi e gli impatti delle grandi opere vengono tradotti in cifre, indennizzi e compensazioni, per poi essere presentati come nuove opportunità per il territorio. Una narrazione che finisce per ribaltare il senso stesso di queste operazioni: le trasformazioni imposte diventano occasioni di sviluppo, mentre le risorse economiche che ne derivano vengono celebrate come un beneficio per la collettività. Così, mentre si continua a sottrarre spazio, modificare equilibri e trasformare porzioni di valle in funzione delle esigenze delle grandi infrastrutture, si costruisce una rappresentazione in cui tutto sembra trovare una compensazione economica e, di conseguenza, una giustificazione. Non è in discussione l’utilità degli interventi elencati dall’Amministrazione. Quest’ultima dovrebbe però avere ben chiaro che si tratta di necessità reali, alle quali andrebbero date risposte adeguate indipendentemente dalla presenza di una grande opera e dalle risorse economiche che essa genera. Il problema è proprio la progressiva normalizzazione di questo meccanismo: i bisogni della popolazione vengono soddisfatti attraverso risorse generate da processi che contribuiscono a compromettere il territorio in cui quella stessa popolazione vive. Servizi essenziali e interventi sociali finiscono così per essere inseriti nella contabilità delle grandi opere, come se potessero rappresentare una restituzione sufficiente rispetto a ciò che viene sottratto. Le grandi opere non diventano meno impattanti perché una parte delle risorse economiche che le accompagnano viene successivamente redistribuita. E un territorio non può essere considerato adeguatamente ripagato per le trasformazioni che subisce soltanto perché, a valle degli espropri, vengono messi a disposizione fondi da spendere. La questione non riguarda quindi soltanto la destinazione di questi 1,53 milioni, ma il modello politico ed economico che li ha prodotti. Un modello nel quale il territorio viene prima trasformato in funzione delle esigenze infrastrutturali e poi, attraverso indennizzi e compensazioni, si cerca di restituire una parte di ciò che viene sottratto. La Valsusa non ha bisogno di essere risarcita per poter continuare a vivere. Ha bisogno di risorse, servizi e investimenti che non siano subordinati alla realizzazione delle grandi opere, e soprattutto del diritto di decidere del proprio futuro senza che ogni prospettiva di sviluppo debba passare attraverso la trasformazione e il consumo del suo territorio.
intervista a un Taborita
Intervista a un Taborita del XVsecolo, ribelli millenaristi dell’attuale Repubblica Ceca che, ritirandosi sul monte Tabor dopo la prima defenestrazione di Praga, riuscirono per anni a tenere sotto scacco le forze papali e imperiali, alla ricerca di un mondo migliore…in terra. Tratta dal numero 41 della Rivista Malamente (https://edizionimalamente.it/)
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