SOSTENIAMO NELLE PIAZZE IL CONVOY PER NUESTRA AMERICA
RAI Torino - Via Verdi 14, Torino
(venerdì, 20 marzo 17:30)
Sosteniamo nelle piazze il Convoy per Nuestra America
🚩 Presidio a Torino
🗓 Venerdì 20/03 h.17:30
📍 Davanti alla sede Rai, Via Verdi 16
Il 21 marzo arriverà a Cuba una flottiglia della solidarietà per rompere il
blocco Usa che sta strangolando l’isola. A bordo e a terra ci saranno anche
delegazioni dall'Italia.
E’ fin troppo evidente il tentativo dell’amministrazione Trump di piegare una
esperienza politica e sociale rivoluzionaria che da quasi ottanta anni tiene
testa all’arroganza dell’imperialismo USA in America Latina.
Per questo il 20 marzo alle 17:30 saremo in presidio davanti alla Rai (Via Verdi
16), a sostegno del Convoy solidale che arriverà il 21 marzo a L'Avana e contro
la complicità del governo Meloni con il bloqueo criminale imposto dagli Stati
Uniti.
https://www.instagram.com/p/DWBb_WtDV05/
Riceviamo e diffondiamo:
Qui il blog del progetto: https://graficattac.noblogs.org/
“Se l’Europa vuole evitare la guerra l’Europa deve prepararsi alla guerra”
-Ursula Von Der Leyen, discorso alla Royal Danish Military Academy, marzo 2025
“Si vis pacem, para bellum”
– Publius Flavius Vegetius Renatus, Dē Rē Mīlitārī, s. IV AD
Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto
vecchio quanto ridicolo. Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni
epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a
raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare
sufficiente per guerreggiare davvero.
L’Europa si sta armando e le armi, una volta prodotte, devono essere usate. La
guerra è infatti, da sempre, un rilancio dell’economia. Chi ha interesse alla
guerra ha bisogno dunque, anche oggi, di instillare tra le menti l’idea della
stessa come inevitabile strumento di pace e di creare il desiderio di
arruolarsi. Ci stanno lavorando da decenni in modo ricercato, ultra finanziato e
incrementale: la presenza nelle strade dei militari, l’ampliamento delle loro
competenze, le attività belliche per le scuole, l’esaltazione del militare nel
discorso pubblico, nei film, nei giochi sono aumentati poco a poco, permettendo
un’assuefazione lenta. Oggi la propaganda lavora anche nel mondo online,
ottimizzando, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale i contenuti di
messaggi, immagini e video in modo che questi siano quanto più manipolativi
possibile; attraverso altri algoritmi scelgono il modo migliore per diffonderli
tra i vari social media e, a volte, li generano anche artificialemente.
L’Esercito Italiano, per esempio, produce almeno un video online al giorno, in
cui non ci sono né morti né nemici, ma opportunità esperienziali e di lavoro,
per convincere ad iscriversi ai concorsi per essere reclutati tra i 6000 VFI
(Volontari in Ferma Ininizale) messi al bando per quest’anno.
Scommettiamo, invece, sull’intelligenza collettiva per creare una contro
narrazione capace di smantellare la macchina della propaganda bellica e di avere
effetto nel mondo reale. Infatti, di fronte all’esproprio delle capacità
pratiche e intellettuali che caratterizza le società nel “nord” globale,
riappropriarsi della creatività è uno dei passi necessari verso la possibilità
concreta di lottare per un mondo diverso. Inoltre, davanti alla virtualizzazione
quasi totale della comunicazione, sembra che i muri siano uno dei pochi luoghi
rimasti dove si può ancora combattere ad armi pari.
GraficAttac è uno spazio per:
– condividere grafiche di manifesti, adesivi, volantini, scritte in contrasto
con la propaganda bellica, in ogni suo processo persuasivo, per decifrarne e
smantellarne i subdoli meccanismi di fabbricazione di consenso/asservimento
sociale e di colonizzazione dell’immaginario
– Interrompere il flusso mediatico e di discorso a sostegno degli eserciti e
della militarizzazione della società, contro la ricerca di consenso alla
repressione, al riarmo, all’arruolamento, all’industria bellica e alla guerra
– agire nelle strade con attacchinaggi, strappando i muri alla propaganda
bellica
– liberare, affilare e conservare affilate, le lame del pensiero critico con
cui, definitivamente, rompere le righe!
Invia il materiale a graficattac@autoproduzioni.net entro il 25 aprile 2026
I contenuti saranno aggiornati sul blog graficattac.noblogs.org e
(a)periodicamente usciranno altre chiamate.
L’invito è quello di scaricare i contenuti ed attacchinarli massicciamente
ovunque.
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un
predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali
e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle
donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste)
accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i
dominatori?
Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal
castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non
appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei
“files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della
cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le
perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre
attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida
materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua
interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una
battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia.
Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da
quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è
quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che
uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai
“files”.
Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come
vedremo).
Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto
sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il
nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto
israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la
cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un
evento, bensì una struttura.
Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione
originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies,
Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un
lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che
riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda
ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la
concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non
supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la
equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare
armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del
capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni
comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento
delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo
alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in
Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla
produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della
specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità
prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai
rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla
messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di
geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle
proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non
ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto
sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale
generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non
soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del
diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia
di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici –
vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono,
molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la
privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale,
superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo
Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il
dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione
storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano
state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto
«streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito
«strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si
sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’,
al «luddista»).
Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a
«residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la
sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos»,
denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e
degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro
argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi
di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta
a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon
Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non
avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo,
sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di
dominatori.
Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza
sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane
latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi
progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di
Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma
trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta».
Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di
editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e
nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni
“filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di
specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai
genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti
della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori
sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una
visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si
distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della
Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le
donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestre e
mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi
attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le
radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la
propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e
nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre
“carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali
in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine
non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto.
Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si
può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein
sono ben poca cosa…
La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i
fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha
tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione
più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato –
con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto
una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa
ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino.
Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro
secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli,
cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente
paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle
segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può
che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a
una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi
commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una
nuova ristrutturazione dei propri domìni.
Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito
«nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria
segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della
bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il
ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –,
distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che
l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime
di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più
una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella
«scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono
inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe
tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari»
(un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi…
Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e
dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello
dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si
tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è
molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile.
Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma
anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della
«comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente
più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul
macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso
motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero».
Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la
giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La
vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa
allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi
abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno
di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il
triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato
israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei
servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence
israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo
politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo
suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali
umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex
ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante
dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza
basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso
israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è
programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare
la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista
del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia
sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini.
Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da
stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come
nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere
affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto
«repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si
pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda
caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e
di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a
DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità.
Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del
capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono
fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano
sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto
maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i
sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole
da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva
sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono
le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo:
sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì
il destino manifesto di una nuova élite.
Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla
possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme
rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro
tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein.
Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui
non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal
perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è
dovuta sollevare.
La Posta Anonima
È stato pubblicato da qualche giorno il nuovo decreto del Ministero
dell’Istruzione e del Merito sull’ordinamento degli istituti tecnici. Si tratta
della risoluzione finale di una riforma già definita con il PNRR nel 2022 e
voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, membro del governo
Draghi.
Nonostante sia passato in totale sordina nel dibattito pubblico e lo stesso
Valditara non abbia formalmente preso parola in merito, il decreto – già
approvato dalla Corte dei Conti – modifica quadri orari, indirizzi e obiettivi
formativi degli istituti tecnici superiori.
La riforma si inscrive nell’ormai noto processo di adeguamento dei curricoli
scolastici alle necessità del “tessuto produttivo del Paese”, in linea con i
propositi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in materia d’istruzione e
secondo i vettori d’innovazione digitale e tecnologica da questi indicati.
Se ad un primo sguardo i cambiamenti non sono né tanti né sostanziali,
analizzarne le modalità e le finalità restituisce un quadro di rilevanza
politica per il settore della formazione e per chiunque studi o lavori nelle
scuole.
Il decreto ridefinisce innanzitutto gli indirizzi degli istituti tecnici
italiani. Non ci sono in questo senso modifiche considerevoli: “l’offerta
formativa” si divide in settore economico e tecnologico-ambientale, con le già
note diramazioni specifiche delle discipline tecniche (finanza e marketing,
meccanica, elettronica, biotecnologie etc.). L’unica differenza degna di nota è
l’ingresso definitivo della scuola del Made in Italy nel settore agroalimentare,
formalizzando uno dei cavalli di battaglia dell’esecutivo a guida Meloni e del
ministro Valditara nello specifico. Un cambiamento che, pur volendo riconoscere
a Valditara voglia e tenacia nel tentativo di coniugare spirito nazionalistico e
adeguamento del sistema scolastico agli standard UE, sembra più una mossa di
propaganda che di effettiva utilità al sistema produttivo italiano.
Il conseguente ambito su cui il decreto interviene è la formulazione dei quadri
orari degli istituti. Se il monte ore rimane sostanzialmente identico, varia
significativamente il rapporto tra l’area di “istruzione generale” e le aree “di
indirizzo”, vale a dire l’insieme delle discipline specifiche del corso di
studio scelto. Il risultato della riforma, dato dalla riduzione oraria di
materie come matematica, storia, geografia (praticamente eliminata) e diritto, è
uno sbilanciamento ancora più importante verso le materie d’indirizzo. Uno
sbilanciamento accentuato dalla diminuzione ulteriore dell’insegnamento delle
“scienze sperimentali”: scienze della terra, fisica, chimica, biologia. Una
misura forse poco comprensibile vista la consuetudinaria – e per altro inesatta
– dicotomia tra materie “umanistiche” e “scientifiche”, che però non tiene in
considerazione l’evoluzione della scuola in relazione all’industria 4.0 e al
contestuale appiattimento della formazione sulle materie STEM. Queste
rappresentano il nucleo disciplinare privilegiato di questa riforma e vanno a
sostituire tanto gli insegnamenti “umanistici” quanto l’ambito delle scienze
naturali, su cui tra l’altro proprio le discipline tecnologico-ingegneristiche
si basano.
Se poi si considerano le linee guida introdotte da Valditara nell’insegnamento
della storia – eurocentrismo, focus sul Risorgimento e classici latini e greci
in seconda elementare – e l’insegnamento del latino alle scuole medie, si coglie
ancora di più il senso a tratti contradditorio delle sue politiche. Diminuire
progressivamente, quanto meno negli istituti tecnici, le materie considerate
superflue e, contemporaneamente, rendere il “superfluo” che rimane, un
grossolano tentativo di condizionamento ideologico.
Vale poi la pena evidenziare nello specifico il caso dell’italiano. La nuova
riforma diminuisce le ore di italiano insegnate al quinto anno da 4 a 3,
cambiando l’unico storico invariante comune a tutte le scuole superiori.
Lungi dal voler difendere a spada tratta una certa maniera di intendere
l’insegnamento dell’italiano e della letteratura, che spesso si limita alla
spiegazione nozionistica e cronologica di autori uno dietro l’altro,
accompagnata dalla vecchia e triste mitizzazione della “cultura umanistica”,
classica e moderna, non si può far finta che questa misura non abbia alcun
valore, sia pure soltanto simbolico.
È innanzitutto la prova provata dell’evidente direzione della formazione
italiana, alla continua rincorsa – sempre più veloce – della coincidenza tra
insegnamento scolastico e impresa. Cade persino il tentativo di rappresentare la
preparazione tecnica come, al pari di quella liceale, improntata alla formazione
di “cittadini consapevoli”. Non è retorico dire che sempre di più
l’avvicinamento delle scuole alle filiere produttive territoriali stia
trasformando gli istituti già parzialmente professionalizzanti in fabbriche di
forza-lavoro iper specializzata. In quest’ottica, quale utilità può avere
insegnare l’italiano?
D’altra parte, potremmo pure provocatoriamente reputare questa evidente
squalifica della Cultura italiana come un’opportunità per strappare quel velo di
Maya dietro cui molti – anche docenti e professori – siedono comodamente. Chissà
se si accorgeranno che già da molto tempo la scuola non è quel mezzo di
elevazione sociale, culturale e spirituale che credono.
Peraltro, neanche la riforma usa mezzi termini. Gran parte del decreto tratta
del rafforzamento dei rapporti tra istituti tecnici, università e aziende, con
l’obiettivo dichiarato di creare ponti diretti, attraverso accordi stipulati a
priori, tra scuole e imprese. “Formazione scuola-lavoro” (come Valditara ha
deciso di ribattezzare i PCTO) e percorsi di orientamento che vengono quindi
ampliati, sulla base dei “Patti educativi 4.0”. Tali “Patti educativi 4.0”, al
di là della retorica della scuola-azienda cara al Ministro, altro non sono che
nuovi percorsi di alternanza, con un focus sull’Industria 4.0 – altro pilastro
del PNRR. L’asse attorno a cui ruotano sono quindi la tecnologia, la
digitalizzazione della produzione e ovviamente l’intelligenza artificiale.
Valditara infila nei nuovi patti educativi anche gli ITS Academy, i nuovi
istituti che compongono il secondo ciclo della formula 4+2 e che, negli ultimi
due anni, si sono dimostrati un fallimento quasi totale in termini di adesione
degli istituti e di iscrizioni. Evidentemente hanno bisogno di nuovi incentivi
esterni.
L’intervento sulla formazione, comunque, non riguarda soltanto studenti e
studentesse. Anche per i docenti sono previsti corsi formativi e periodi di
osservazione nelle aziende del territorio, in base alle relazioni tra percorso
di studio e filiera produttiva di riferimento. I docenti potranno così rimanere
costantemente aggiornati tanto sugli sviluppi tecnologico-organizzativi della
produzione, quanto sui possibili sbocchi post-diploma. Si parla pure, a partire
dalle esperienze sul campo dei professori, di modalità “laboratoriali
innovative” da introdurre nell’insegnamento: considerate le premesse e gli
obiettivi dei “patti formativi”, viene ancora di più spianata la strada per la
progressiva penetrazione degli attori privati in quello che rimane della scuola
pubblica.
L’ultimo tassello del decreto è infine legato ai processi di integrazione
dell’UE della formazione, attraverso l’organizzazione di scambi culturali, anni
all’estero e l’implementazione della “metodologia CLIL”, vale a dire
l’insegnamento di determinate materie in un’altra lingua (generalmente
l’inglese).
Un aspetto interessante di quest’ultimo passaggio, che ha più le sembianze di un
invito che di una legge vincolante, è l’accento posto sull’autonomia scolastica.
Ogni istituto dovrà provvedere da sé alla formulazione di questi percorsi e, in
generale, all’organizzazione del nuovo ordinamento. Nella definizione dei quadri
orari, un numero non indifferente di ore dell’area di indirizzo (dalle 132 dei
primi due anni alle 231 dell’ultimo) sarà ripartito secondo le decisioni delle
singole scuole, attribuendo un’importante responsabilità ai singoli collegi
docenti, tra l’altro sempre più esautorati del loro potere dalle attività
manageriali dei dirigenti. Considerando poi che le nuove disposizioni dovranno
necessariamente essere in vigore per l’anno scolastico 2026-2027, viene anche
naturale immaginare le difficoltà organizzative a cui si assisterà all’inizio
del prossimo anno.
Bisogna poi leggere l’ampliamento dell’autonomia scolastica, introdotta ormai
quasi 30 anni fa, attraverso due lenti interpretative. Da un lato si assiste
all’aziendalizzazione della scuola anche sul piano formale. Non si tratta quindi
solo della parcellizzazione del sapere o della mercificazione della conoscenza,
ma di un’esplicita traduzione dell’organizzazione, della burocrazia e del
lessico aziendale nel contesto scolastico. A questo si accompagna, come misura
complementare – tanto causa quanto effetto – il definanziamento tendenziale
dell’Istruzione. Nell’ultima manovra di bilancio, attestata da molti tra le più
insignificanti in termini di crescita, l’Istruzione pubblica ha subito tagli
piuttosto pesanti, stimati tra i 600 e gli 800 milioni di euro.
Insomma, tra le farneticazioni sulla scuola costituzionale e la realizzazione
dei percorsi di “educazione al rispetto”, il ministro Valditara – in evidente
linearità con i suoi predecessori – continua, anche quando nessuno lo nota, a
svendere la scuola ai privati e a impoverire le possibilità formative di
studenti e studentesse.
Digos e Procura colpiscono realtà sociali e manifestanti dello sciopero del 22
settembre. Nel mirino l’azione “Blocchiamo tutto” e le mobilitazioni per Gaza e
la Global Sumud Flotilla
Da Osservatorio Repressione
Una nuova operazione repressiva della polizia ha colpito a Milano decine di
attivisti e attiviste legati alle mobilitazioni per la Palestina e contro la
guerra. L’intervento della Digos riguarda in particolare militanti vicini al CSA
Lambretta e alla rete Gaza FREEstyle ed è legato alle manifestazioni dello
sciopero generale del 22 settembre scorso, giornata di mobilitazione nazionale
contro il genocidio del popolo palestinese e in solidarietà con la missione
della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.
L’inchiesta della Procura di Milano, guidata da Marcello Viola e coordinata
dalla pm Francesca Crupi, ha portato finora all’apertura di circa venti
procedimenti giudiziari. Sei giovani sono stati raggiunti da misure cautelari
disposte dalla gip Giulia D’Antoni: obbligo di firma, divieto di dimora e
divieto di uscire nelle ore notturne. Per altre otto persone, invece, sono stati
fissati gli interrogatori preventivi.
I fatti contestati risalgono agli scontri avvenuti al termine del corteo del 22
settembre davanti alla Stazione Centrale di Milano, quando una parte dei
manifestanti tentò di occupare lo scalo ferroviario. Secondo gli inquirenti si
sarebbe trattato di episodi di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto
abusivo di oggetti ritenuti offensivi – come spranghe – e interruzione di
pubblico servizio.
Quella giornata di mobilitazione, tuttavia, non fu l’azione di un singolo gruppo
politico. Fu una mobilitazione ampia e composita, parte di un contesto nazionale
di protesta segnato dallo slogan “Blocchiamo tutto”, che aveva visto scendere in
piazza migliaia di persone per denunciare il genocidio in corso a Gaza e per
sostenere le iniziative internazionali di solidarietà con la popolazione
palestinese.
In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in
decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida
condotta da Israele nella Striscia di Gaza e per denunciare le responsabilità
politiche che l’hanno resa possibile – e continuano a sostenerla. Le complicità
del governo italiano, dell’Unione Europea e più in generale del Nord globale
sono state al centro delle proteste: mentre si proclamano appelli alla pace,
continuano i rapporti diplomatici ed economici con Israele e soprattutto
proseguono le forniture militari.
Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie
internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone
palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80%
delle città della Striscia è stato completamente raso al suolo. Interi quartieri
sono stati cancellati, insieme a un ecosistema devastato dalle operazioni
militari. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche dopo la
cosiddetta “tregua”, mentre le infrastrutture civili sono distrutte e gli
ospedali ridotti al collasso: una crisi umanitaria senza precedenti.
È dentro questo scenario che la mobilitazione sociale è diventata uno degli
strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile
prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una
punizione collettiva su larga scala.
I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti
a Milano non sono infatti un episodio isolato. Negli ultimi mesi centinaia di
persone in tutta Italia sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e
altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei,
blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con
la popolazione palestinese.
Si tratta di una vera e propria escalation repressiva che riflette una tendenza
più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari
contro le mobilitazioni sociali è cresciuto in modo significativo, trasformando
spesso il dissenso politico in una questione di sicurezza nazionale, cioè nella
difesa dello status quo.
Il caso milanese si inserisce esattamente in questo quadro. Le nuove misure
giudiziarie arrivano mentre i movimenti stanno costruendo nuove mobilitazioni
nazionali, tra cui l’iniziativa “No Kings” prevista a Roma il 27 e 28 marzo e la
nuova missione internazionale della Global Sumud Flotilla.
Secondo Gaza FREEstyle il tempismo dell’operazione non è casuale. «Non è un caso
che questa operazione arrivi proprio ora – spiegano – pochi giorni prima della
grande mobilitazione nazionale che stiamo costruendo e a poche settimane dalla
nuova missione della Flotilla».
Il governo Meloni, forte dei decreti sicurezza approvati negli ultimi mesi, sta
attaccando sistematicamente le realtà sociali organizzate nel tentativo di
limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto
e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di
intervenire contro quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi
liberati, mutualismo sociale e pratiche vive di cittadinanza.
Nonostante questo, dai movimenti arriva un messaggio chiaro: la solidarietà non
si arresta. Le reti sociali che negli ultimi mesi hanno animato le piazze contro
la guerra e il genocidio a Gaza non sembrano intenzionate a fermarsi, ma al
contrario a rafforzare le mobilitazioni e la costruzione di un’opposizione
sociale sempre più ampia contro l’economia di guerra e le politiche securitarie.
La vicenda milanese, dunque, non riguarda soltanto un’indagine giudiziaria. È
uno dei tanti fronti su cui si misura oggi il conflitto tra movimenti sociali e
apparati statali in un Paese dove la gestione dell’ordine pubblico tende sempre
più a sovrapporsi alla gestione del dissenso politico.
MILANO: MISURE CAUTELARI PER DECINE DI COMPAGNI-E NELL’OPERAZIONE REPRESSIVA
CONTRO IL MOVIMENTO “BLOCCHIATO TUTTO”
da Radio Onda d’Urto
Ennesima operazione repressiva contro il movimento Blocchiamo Tutto, che in
autunno mobilitò milioni di persone nel nostro Paese contro genocidio,
occupazione e complicità anche del nostro Paese.
A Milano misure cautelari con obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di
uscire la sera, per gli scontri con la polizia, schierata il 22 settembre a
blindare la stazione Centrale di Milano. Per altri 8 indagati fissati invece gli
interrogatori preventivi. I reati a vario titolo sono resistenza a pubblico
ufficiale, lesioni, porto abusivo di armi e interruzione di pubblico servizio.
Nel mirino in particolare compagne-i del Centro Sociale Lambretta e di Gaza
FREEstyle: “Questi provvedimenti e queste misure cautelari, che si sommano a
quelli già attuati negli scorsi mesi in diverse province, sono epsressione
dell’attacco sistemico del governo Meloni alle realtà sociali organizzate, nel
tentativo di silenziarne la progettualità, l’azione sul territorio. – scrivono
in un comunicato le due realtà – Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che
verranno causate da queste misure, il nostro impegno prosegue e si rafforza. La
solidarietà non si arresta”.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Raja, compgna dal Centro Sociale Lambretta e
di Gaza
Playlist :
TONY ALLEN-BOAT JOURNEY
ADRIAN YOUNGE & ALI SHAHEED MUHAMMAD EBO TAYLOR-GET UP
SEUN KUTI-THINK AFRICA
EZRA COLLECTIVE-THE HERALD
BOKANI DYER-KE NAKO
AYETORO-REVENGE OF THE FLYING MONKEYS
SIR JEAN & NMB AFROBEAT EXPERIENCE-NO GOD NO MASTA
KAYODE OLAJIDE-OLUFELA
ALUNE WADE-AFRICAN FAST FOOD
NUBIYAN TWIST FEAT MAMANI KEITA-SLOW BREATH
OUMOU SANGARE’-WASULU DON
LES AMAZONES D’AFRIQUE-AMAHORO
TSHALA MUANA-DJEPUE’
ANGELIQUE KIDJO & YEMI ALADE-DIGNITY
APERTURA BAR MANITUANA - FOOD NOT BOMBS
Manituana - Spazio Occupato Collettivo - Largo Maurizio Vitale 113
(giovedì, 19 marzo 19:30)
Giovedì 19, @foodnotbombs_torino h. 19, bar e apericena bellavita e proiezione
“Cuori Liberi” (h. 20:30) in collaborazione con Rifugio Futura
@rifugiofutura @progettocuoriliberi_odv @mescalitofilm 🥕
No machi, porta lə tuə amə e il tuo bicchiere 💜
La campagna referendaria sta giungendo al termine e lo scenario che si profila
per il governo è più che incerto.
L’ennesima grossa magagna si interpone al cammino governativo che, fino alle
mobilitazioni di settembre ottobre 2025, appariva privo di inciampi. Aver voluto
ricondurre ogni discorso critico ad un fantomatico “fronte del no” si sta
dimostrando un boomerang che rischia seriamente di portare alla prima bocciatura
“elettorale” della Meloni. Difficile recuperare andando da Fedez1 qualche giorno
prima del voto, se tra l’altro la Premier continua a sbagliare clamorosamente i
toni, dicendo che di dimissioni non se ne parla e mostrando la stessa arroganza
espressa a fronte delle mobilitazioni per la Palestina.
La guerra imperialista all’Iran e la crisi economica che sta travolgendo il
paese sommate ad una sconfitta sonora in termini di consenso, potranno scatenare
la “tempesta perfetta”? Non lo sappiamo, ma scommetterci e aiutare Eolo ci
sembra doveroso. Non possiamo non pensare alla faccia che farebbe la nostra Lady
di argilla… ops di ferro, se dovesse andare male pure questa… Quale iniezione di
buon umore quell’espressione per quanti si sono opposti e vogliono continuare a
farlo!
È noto che a gran parte degli italiani poco importa del tentativo di intervenire
sulla magistratura e che, probabilmente in molti, non provino nemmeno
particolare simpatia nei confronti di quel pezzo di apparato statale, anch’esso
in gran parte marcio come gli altri: quello che conta oggi è però il percorso
reale che può riaprire spazi di mobilitazione e insubordinazione di fronte allo
scenario sempre più incerto che il potere deve affrontare. Dopo lo sgombero di
Askatasuna e dopo le manifestazioni di massa e conflittuali che ci sono state in
risposta, abbiamo assistito al tentativo di Meloni e del suo esercito di Troll,
di schierarsi in maniera netta contro chiunque fosse sceso in strada. Ora,
questo le si ritorcerà contro? Lo speriamo. Sommessamente, ci viene da dire che
forse il conflitto non sia poi così negativo!
I partiti di “opposizione” sembrano in ogni caso incapaci di rappresentarsi come
una reale alternativa e anche in questa campagna referendaria hanno più che
altro testimoniato la loro inconsistenza.
Il referendum costituzionale, dunque, si è trasformato in un voto di consenso
per il governo. Il tentativo di modificare le regole che governano la
magistratura sono in gran parte lette dalle persone come il tentativo di una
classe di politicanti, post fascisti, ladroni e papponi, di guadagnarsi maggiore
impunità di quanta non ne posseggano già. Inoltre, entra in gioco la questione
dei decreti sicurezza e della stretta sull’agibilità delle manifestazioni: con
una magistratura meno “forte” e “indipendente” si pensa che avrebbero strada
spianata.
In generale, la riforma costituzionale, come fu quella tentata da Renzi, rivela
il tentativo di rafforzare l’esecutivo e in questo caso limitando il potere
della magistratura in modo da impedire interferenze date da potenziali inchieste
giudiziarie che ne influenzerebbero il consenso. La parte di casta che afferisce
alla destra meloniana, così come quella erede di Berlusconi e, d’altronde, buona
parte del Pd, ha da sempre le mani in pasta in affari sporchi e ruberie: questo
significa avere il fianco scoperto e, quindi, cercare di coprirlo.
Non entriamo qui nel merito della riforma, ma ci pare effettivamente netto
l’intervento sul CSM presente nel testo: questa la vera partita politica da
portare a casa per il governo, in quanto sarebbe un effettivo colpo alla
capacità delle correnti di organizzarsi e pesare nella scelta dell’indirizzo
complessivo e politico della magistratura. Rimandiamo a un interessante
contributo per un approfondimento nel merito qui.
Ciò non toglie che la magistratura nel nostro paese non abbia caratteristiche
altrettanto da “casta” in quanto i poteri e le loro prerogative risultano quasi
illimitati e non soggetti al “controllo popolare”. Di fatto si tratta
dell’espressione dello “Stato” nella sua struttura profonda, degli ultimi
decisori e garanti dell’ordine costituito e dell’inquadramento del nostro paese
nel sistema capitalista. La cosiddetta “indipendenza” dei giudici è in realtà un
aspetto strutturale, trasversale e sostanzialmente “politico”, che permette a
quel pezzo di Stato di esercitare pressioni in tutte le direzioni, e ciò che ha
influenzato enormemente la storia del nostro paese.
Questa supposta “indipendenza” non ha forse avallato e facilitato la repressione
dei movimenti e ogni spinta di insubordinazione? Crediamo che i movimenti e le
lotte non abbiano amici ai “piani alti” e che certa retorica di sinistra o
giustizialista, che purtroppo trova sponde anche nei movimenti, sia deleteria.
Detto ciò, l’operazione messa in atto dal governo è quella di rafforzarsi e
questo fatto è nemico della possibilità che crescano nuove mobilitazioni di
massa nel paese. Qui nessuno pensa che la magistratura salverà il paese dal
“fascismo”, una vittoria del “no” è però più che auspicabile.
1. non ci soffermiamo a descrivere la bassezza di chi pur di aver la ciotola
piena è disposto a prendere da mangiare da ogni padrone. ↩︎
Alla vigilia della fine dei domiciliari la Procura prolunga la pena
dell’attivista No Tav: il movimento denuncia persecuzione giudiziaria e “diritto
penale del nemico” Doveva concludersi il 14 marzo il …
L’11 marzo 2026, nello stabilimento Herrenknecht in Germania, è stata
“consegnata” la prima delle due gigantesche talpe destinate al lato italiano del
tunnel di base del Moncenisio. Una macchina lunga […]
The post Herrenknecht: dalla Germania alla Val di Susa, passando per
l’occupazione israeliana first appeared on notav.info.
(archivio disegni napolimonitor)
Claudia Castellucci vive a Cesena, e nel teatro Comandini, storica sede della
Societas Raffaello Sanzio, sta costruendo il suo ultimo happening del 2025.
Drammaturga e coreografa, dagli anni Novanta ha sperimentato la scuola come
luogo di ricerca intorno alla rappresentazione, pubblicando nel 2015 per
l’editore Quodlibet, Setta. Scuola di tecnica drammatica. Nel 2014 ha fondato la
Scuola Cònia, un corso estivo di Tecnica della Rappresentazione che ha diretto
fino al 2025, rivolto “a studenti che vogliono realizzare le loro idee in un
contesto critico, alimentato da diversi docenti esterni, specialisti di
discipline estetiche”. Nel 2020 Claudia Castellucci con lo spettacolo Fisica
dell’aspra comunione ha ricevuto il Leone d’Argento per la sezione danza della
Biennale di Venezia curata da Marie Chouinard. La sua storia artistica prende
avvio nel 1981 quando col fratello Romeo e i fratelli Chiara e Paolo Guidi,
fonda la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio per “un teatro dalla scena
prevalentemente visiva, plastica e sonora”. Il loro modo innovativo di concepire
l’arte scenica si afferma nel panorama internazionale già dagli anni Novanta e
dal 2006 la compagnia “si trasforma in Societas, dando luogo a sviluppi
artistici distinti per ognuno degli artisti fondatori”.
Siamo nella cucina del teatro Comandini, perché le sale sono in allestimento per
la serata, quando Claudia Castellucci inizia a parlarci del suo lavoro. «Fin da
giovanissima c’è stato da parte mia un interesse a sviluppare delle idee e a
realizzarle principalmente insieme ad altri, attraverso lo strumento del teatro
e quindi della rappresentazione. Tutto questo a livello intuitivo, perché quando
ero molto giovane esempi non ce n’erano, anche perché ho sempre vissuto in
provincia, anzi, nei primi anni della vita in un piccolo paese e quindi i
paragoni erano veramente pochissimi. Ciò che mi ha ispirato è stato il gioco
infantile, che poi è diventato una cosa più seria perché regolare e regolata. Il
gioco è di per sé una trasformazione della realtà da parte dei bambini, che col
crescere e acquisire coscienza, diventa più serio. Ciò che loro immaginano
esiste e in questo senso è serio, ma quando c’è il passaggio nell’età della
consapevolezza, questa serietà assume anche il carattere del grave».
CONTADO
Claudia Castellucci nell’ultimo anno, insieme a Sissj Bassani e Pier Paolo
Zimmermann, parte della sua compagnia di danza Mòra, ha lavorato a Contado, in
cui musica dal vivo, bar, consultazione di articoli su arte e letteratura, sala
da ballo e happening, si susseguono durante la serata. «Contado – dice – è un
progetto che cerchiamo di far accadere periodicamente, in modo da creare
un’abitudine. Tra la città e la provincia, i tempi della vita fisica e del tempo
fisico sono percepiti e vissuti in maniera diversa, non dico né migliore né
peggiore. Questa diversità per noi è il terreno di ricerca, facendo leva su
alcune caratteristiche tipiche della città di provincia – il torpore, la
vicinanza delle cose, la fissità dei panorami, la lontananza dal “centro” – per
elettrizzare, per ionizzare le idee rispetto alla metropoli. Contado dunque è un
luogo di incontro, discussione e sperimentazione. Un luogo che per alcuni versi
si ispira al Cabaret Voltaire, quando Hugo Ball, uno studioso del cristianesimo
bizantino, sentì il bisogno di azzerare il linguaggio – che sentiva identico a
quello utilizzato dai promotori della Grande Guerra – e di fondare un luogo
aperto a tutti come un bar, aperto anche a nuovi alfabeti così come a tutti gli
analfabeti».
Il lavoro sulla provincia e la relazione con il centro, la città, è per Claudia
Castellucci parte della sua biografia, da dove costruire un dialogo che
probabilmente non è con la città, ma con l’opera stessa. «La parola Contado,
più che un’elegia nei confronti della provincia, indica una funzione che le
città di provincia devono perseguire rispetto alle metropoli, sulle quali
convergono tutte le arti. Le cose sono molto cambiate rispetto a pochi decenni
fa, il più piccolo paese è collegato alla metropoli ed è del tutto omologo alla
mentalità corrente. Dal punto di vista fisico la distinzione ancora c’è, solo
che bisogna trovarla, non è automatico vivere in una città di provincia ed
essere arricchiti da fantomatiche caratteristiche che la provincia avrebbe in
sé. Occorre capire la condizione provinciale come favorevole a una via
decentrata. Contado è una parola medievale che si riferisce a tutto ciò che era
fuori le mura della città, all’attività rurale di persone, spesso servi della
gleba, e in senso metaforico allude al fatto che Cesena, la città in cui si
svolge, è lontana dai punti nevralgici dell’arte contemporanea che generalmente
insistono nelle metropoli. C’è una credenza, un atteggiamento e una disposizione
che mirano a raggiungere la città per essere dentro a questo estuario dell’arte.
Ma Contado ne resta fuori».
LAUDES PLEBIS
Alla terza serata di Contado, il 12 dicembre 2025, Claudia Castellucci è
arrivata attraverso un seminario denominato Laudes Plebis, un seminario sulle
acclamazioni corali in cui ha preso forma un happening con quindici persone. Le
Laudes Plebis interrompono la proiezione di un film con una serie di cori,
maschili e femminili. Il film è Solo sotto le stelle, una traduzione infelice
di Lonely Are the Brave del 1962, diretto da David Miller e sceneggiato da
Dalton Trumbo, membro della Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del
cinema che nel 1947 si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per
le attività antiamericane sulla loro adesione al comunismo. Inserito nella Lista
nera di Hollywood, Trumbo nel 1950 fu condannato a undici mesi di prigione.
«Prima di parlare delle Laudes Plebis – dice Castellucci –, bisogna parlare del
concetto di happening che caratterizza Contado. Io, di età avanzata, e due
ragazzi sotto i trent’anni portiamo avanti questa invenzione che è stata molto
lunga, con processi di crisi, necessità di sospendere, e un tempo proprio di
decantazione e di critica. Eravamo partiti in un certo modo, poi qualcuno ha
abbandonato, di conseguenza abbiamo sospeso il lavoro di creazione incontrandoci
regolarmente per cinque mesi soltanto per leggere un libro, il cui primo
paragrafo faceva capo alla pioggia di atomi di Epicuro e alla minima deviazione
di uno di essi come origine di qualcosa d’altro rispetto alla fissità cosmica
delle apparenze pre-mondiali. Non a caso il titolo del primo happening nella
prima serata di Contado era Piove. Che questo sia dunque un inizio
sulla semplice pioggia. In quel testo si parla della necessità di creare un
vuoto, non in senso pneumatico, spirituale, ma per sgomberare il campo dalle
nozioni, da tutto quello che si sa, far sì che nell’estrema povertà qualcosa
emerga, qualcosa accada, qualche coincidenza si accenda, ma bisogna essere
specificamente attenti a questo. Il concetto di happening l’abbiamo spiegato
attraverso qualcosa che era già accaduto nella storia, negli anni Cinquanta per
la precisione, quindi non un’invenzione assoluta».
Nell’happening c’è la brusca interruzione del film, con quindici persone
mischiate tra il pubblico che all’improvviso si alzano e gridano le acclamazioni
corali. Tre per la precisione sono le rotture, le interruzioni; e a ogni
interruzione il film proiettato assume una distorsione, vocale e visiva. Questa
è una delle battute detta da Kirk Douglas, che mostra il tono del film: “Un uomo
dell’Ovest ama gli spazi aperti. Ciò significa che deve odiare i recinti. E più
recinti ci sono, più li odia… Hai mai notato quanti recinti stanno spuntando? E
i cartelli che ci mettono sopra: divieto di caccia, divieto di escursione,
vietato l’ingresso, proprietà privata, zona chiusa, circolare, andatevene,
sparite, crepate!”.
«L’happening – continua Castellucci – è appunto un accadere delle cose, anche
fuori dalla galleria, fuori dai teatri, ma l’importante è che siano accadimenti
preparati non troppo a lungo, senza tutte le necessità legate alla tecnica, alla
tecnologia, al disporre di molti mezzi finanziari. Abbiamo scelto l’happening
per la sua immediatezza, come interruzione di qualcosa, senza stare troppo a
pensarci, quindi fare e poi capire, arare e poi pensare. Un capovolgimento della
cronologia solita per cui prima penso e poi faccio. No, in questo caso prima
faccio e poi penso; conservando un’espressione immediata, impetuosa, di qualcosa
che bisogna fare anche rischiando e buttandosi. Non è un divertimento esteriore
per riderci su, uno scherzo che non fa male a una mosca, no, c’è proprio il
rischio dell’interrompere, e perché appunto questa immediatezza sia luminosa,
sia chiara, è importante essere precisi in poco tempo; è una particolare azione
che si può individuare anche in altre aree dell’attività umana, che ha come
caratteristica quella di una risposta non predisposta da un piano, ma immediata
e precisa… Tutto nasce dalla frequentazione delle manifestazioni per la
Palestina. Lì mi è sorta l’idea di immaginare dei cori, mi sono ricordata di un
libro di Kantorowicz sulle Laudes Regiæ sull’attitudine umana all’acclamazione
corale e popolare riferite agli imperatori romani, e quando l’impero romano ha
permesso il cristianesimo ed è diventato cristiano esso stesso, allora la Chiesa
ha mutuato queste Laudes sostituendo a Cesare Gesù Cristo. Sono documentate con
un passaggio assolutamente identico. Poi lungo la storia è successa un’altra
rivolta, quando l’imperatore cristiano è divenuto più importante rispetto al
papa. Le Laudes in origine erano rivolte all’imperatore romano, poi a Cristo,
infine rivolte all’imperatore cristiano, dove il papa figurava per ultimo nella
gerarchia delle acclamazioni. Quando anche gli imperatori romani scomparvero, le
Laudes Regiæ sopravvissero per secoli nei riti più solenni della Chiesa
Cattolica. In ultimo, e sul versante politico, le riesumò –identiche– Benito
Mussolini, dove l’esaltazione era verso il duce, e questo mi ha abbastanza
colpito. Ho voluto da un lato tenere presente questo aspetto storico, che ha
sempre visto l’uso dell’acclamazione corale nell’espressione politica popolare,
soprattutto nei regimi totalitari, e fare una sorta di controcanto dalla parte
plebea, rivisitata ai giorni nostri».
LA FORMAZIONE DEL LUOGO
Con Claudia Castellucci quest’estate ho frequentato il primo anno della Scuola
Cònia, che è combaciato col suo ultimo anno di direzione (la scuola però non si
fermerà, ma si sposterà a Genova dall’estate 2026, diretta da un gruppo di
scolari della scuola cesenate del passato), e ho partecipato in questo scorcio
d’autunno, a cavallo tra novembre e dicembre 2025, al seminario sulle
acclamazioni corali. Nell’uno come nell’altro caso, lo spazio della ricerca e lo
spazio collettivo sono tutt’uno. La creazione diventa corale e così la
costruzione del luogo. Così lo spiega Claudia Castellucci: «Attualmente sono
interessata ai luoghi, a far sì che i luoghi sorgano, più che altro dati dal
convegno di persone che liberamente si mettono insieme per studiare. Lo studio
vuol dire discutere in modo impegnato. C’è l’aspetto della spontaneità, ma c’è
anche una serietà. Perciò mi interessa pensare ai luoghi, non da sola, mai da
sola. Con gli altri la solitudine non è fugata ma messa al lavoro, espressa,
perché la solitudine coincide con il desiderio di tutti di creare un luogo. Non
c’è un credo che ci raduna, non c’è una direzione preconcetta che fa sì che
tutte le persone possano identificarsi. Semplicemente c’è un’intuizione,
lanciata da qualcuno, e così comincia questo incontrarsi, questa discussione; a
quel punto la persona che ha avuto la prima intuizione cessa di essere la
protagonista, ma ora che la discussione è avviata cominciano ad alternarsi altre
proposizioni. Di solito ciò che creo lo creo insieme ad altri, quindi c’è questa
necessità di procurarsi dei compagni, che si esprime attraverso il convenire
insieme, in una maniera possibilmente regolare, perché la costituzione del luogo
è quasi più temporale che spaziale, la periodicità con la quale ci si incontra
corrisponde a un sentire profondo, che è quello di appuntamenti lungo l’anno,
con tutti i cambiamenti che l’anno procura; e il sapere che ci incontriamo in
quel giorno, ci prepariamo per quel giorno, crea una cadenza temporale che
corrisponde a una cadenza cardiaca, personale». E continua ancora sulla
relazione tra creazione e denaro, proprio per significare e sottolineare la
relazione tra periferia e centro: «C’è una polemica sotterranea nei confronti
della metropoli, il cui monopolio (centralità) delle idee (riconosciute) è quasi
schiacciato, coincidente con la realtà del denaro. Le invenzioni che vogliamo
fare per il luogo Contado, si riferiscono direttamente al concetto del denaro in
rapporto all’arte. Ancora non è palese, ancora dobbiamo arrivarci, perché
Contado, come tutte le invenzioni dei luoghi, non è fatta una volta per tutte,
ma occorre lavorarvi tutte le volte. Qui si apre un altro discorso che forse è
bene non affrontare, neanche Contado finora l’ha affrontato, un discorso che
riguarda proprio il denaro. Nella metropoli il denaro si fa sentire, si fa
sentire con l’arte schiacciandola; anche i comportamenti si informano molto
spesso in funzione del denaro. Il denaro pare essere una leva necessaria per
poter creare, e nelle sfere più alte il denaro è completamente identificato con
l’arte; qui invece è bene cercare di separare il discorso del denaro dall’arte,
nel senso che il rapporto con il denaro c’è e deve esserci, ma in un modo
problematico».
ARTE E DENARO
«Il denaro è una grandissima potenza, trans-storica, trans-nazionale,
trans-religiosa, il denaro comanda su tutto, tutti sono d’accordo rispetto a
questo tipo di transazione, però sta prendendo un accento crematistico che
ingloba l’arte in una maniera davvero importante, per cui la frizione che c’è
sempre stata non c’è più, adesso questo rapporto è diventato monodimensionale».
Qui Claudia Castellucci risponde alla mia domanda sulla relazione medievale e
poi rinascimentale che si crea tra il committente e l’artista, che molte volte
lavorava e viveva nella corte di una famiglia nobile, benestante, o sotto la
protezione della Chiesa, in cui l’artista doveva cercare la sua libertà
espressiva, pur in questa relazione dispari. «Questa è la frizione: pur avendo
commissioni ben precise quanto a soggetto, dimensione, posizione, quantità di
colore prescritta in grammi… documenti in cui si precisa che i colori delle
terre avevano prezzi tutti diversi, e così l’uso del lapislazzuli da parte di un
committente voleva dire: guardate io sono così munifico che spendo molto denaro
pur di usare il lapislazzuli… L’arte è costellata di strettoie ma ciò non di
meno e ciò nonostante, era un esercizio di libertà. È lì che è espressa la
libertà, nella costrizione. Nell’arte contemporanea c’è una tendenza ancora
concettuale, mentale, encefalica che supera la necessità della bottega
(apprendistato) e dell’artigianalità, ma ciò determina un finto strapotere della
capacità mentale e del concetto. L’imposizione della propria idea è ancora
percepita come molto più importante della capacità tecnica e dell’abilità
mimetica, e sempre più l’arte si sta identificando con la sua giustificazione
storiografica e concettuale. Se la Chiesa e il signore del Rinascimento pagavano
molti soldi e assoggettavano l’artista con una serie di richieste precise, lo
facevano per esporre l’arte, quindi per conferire all’arte un uso
rappresentativo, non importa di cosa, ma era un’arte dell’uso, era utile perché
fungeva, aveva una funzione. Con il dominio sempre più piatto del denaro c’è
stata la totale identificazione dell’arte con il denaro: essa è soltanto una
funzione del denaro. Quindi abbiamo l’artista completamente libero di fare tutto
ciò che vuole, ma perde di vista il senso dell’uso, quindi la funzione della
rappresentazione. L’arte è soltanto una funzione del denaro. Se i primi
collezionisti esponevano le loro opere, ora le mettono direttamente in
cassaforte, non le guardano più perché sono soltanto investimenti di denaro…
Parlavo della crematistica perché è attualmente la nostra legge, la legge che
domina tutto, schiaccia tutto. Se vogliamo rivoltarci a questa situazione non
bisogna illudersi di fare rivoluzioni palingenetiche, ma occorre cercare altre
persone che corroborino un’arte utile a decorare e/o a rappresentare. Bisogna
essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera. Questo non vuol
dire che l’arte deve essere necessariamente collettiva, ma in questo momento
storico è importante ricostruire il tessuto dello stare insieme per un edificio
temporale prima ancora che spaziale. È il convegno cadenzato la prima
architettura».
LA COSTRUZIONE DELL’EDIFICIO E LA POLITICA
Dal «bisogna essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera»,
Claudia Castellucci introduce il tema della politica e come l’arte, il teatro si
debbano relazionare a essa. E così riprende il ragionamento: «In questo momento
bisogna trascurare un po’ questa parola; è chiaro che è una parola centrale, ma
è talmente confusa, vessata, che è meglio tenerla nascosta per un po’, perché la
politica manifesta è ora veramente impraticabile. Intendo quella dei partiti.
Ciò non significa che bisogna fare finta che non esista la dimensione politica.
In questo momento bisogna cercare proprio di ricostruire il politico, cioè lo
stare insieme, perché è questa la cosa distrutta, distrutta completamente». E
poi ai luoghi collettivi: «Si collega al discorso iniziale del costituire i
luoghi, anche senza spazio; con lo spazio è meglio, cioè poter avere una casa è
meglio, un luogo dove ritrovarsi insieme, ma se non c’è, l’importante è proprio
lo stare insieme, con le idee e la realizzazione delle idee. Non ho in mente un
aspetto espansivo, che sarebbe più politico, non ho in mente il fatto che il
nostro modo possa essere esemplare. Se una cosa è efficace, lo è nel senso della
moltiplicazione, di una certa immediatezza, così pure come di un’estensione di
quello che costituisce, ma se ciò avverrà lo sarà a prescindere da specifiche
intenzioni in questo senso. In una condizione di disastro di un linguaggio
comune, è inefficace partire con il presupposto di dover impiantare qualcosa di
comprensibile per il maggior numero di persone possibili. Bisogna evocare il
segreto. Ciò che dico non è fare delle società segrete, non è fare dei piccoli
club, delle élite (anche se di fatto si è in pochi), ma è un impegno già
orientato alla presa di (al fare presa su) altri e forse molti altri; senza
avere idee di palingenesi politica, e senza neanche voler dire limitiamoci al
piccolo: no, semplicemente si fa, c’è bisogno che si faccia, e si fa. Delle
conseguenze ne parleranno altri, se vogliono, ma per ora è qualcosa di concreto
che non facciamo a porte chiuse».
«A Contado abbiamo discusso se fare l’ingresso gratuito o a pagamento. Ci siamo
detti, se facciamo pagare l’ingresso nessuno entra. Nessuno che non sia di
questa parrocchia. Per parrocchia intendo il teatro contemporaneo, ma proprio
per il fatto che non siamo un club privato, cerchiamo di estenderlo a tutti,
inizialmente. Poi è chiaro che le persone potranno dire: cos’è ‘sta roba, me ne
vado; va bene, d’accordo. Ma questa apertura gratuita è una ricchezza per noi,
non per gli altri, perché ci dà modo di creare e di pensare. Abbiamo deciso di
continuare Contado fino a maggio, per poi connetterci idealmente al festival
chiamato Catalysi, un esperimento che tentammo due anni fa e che abbiamo dovuto
chiudere per mancanza di denaro. Quest’anno sperimentiamo questi appuntamenti
senza grandi mezzi per punteggiare questo periodo di tempo con una regolarità di
incontri. E poi speriamo di continuare, perché non è esaurito ancora
l’esperimento, siamo agli inizi, ci sono tante cose ancora da risolvere. Il
dialogo è formato da qualcuno che parla e parlando non detta. Parla, immagina,
esprime, interroga e dall’altra parte c’è chi coglie questa espressione come
qualcosa che è rivolta a lui o a lei, ed è chiamato a sua volta a esprimersi, a
parlare, discutere, quindi è un edificio che si compie, nel senso che si
costruisce innanzitutto la relazione e poi un oggetto, per esempio uno
spettacolo, un libro, un’azione di qualsiasi natura, politica, artistica,
sociale. È un edificio che non è più individuale come un’opera d’arte. L’opera
d’arte di solito la si immagina individuale, ma in questo caso è un’opera (non
necessariamente d’arte), che si basa su un “automatismo” inizialmente innescato
da una persona per avviare il movimento di altri e questo in un ordine di reale
convivialità, non di guida carismatica. Poi se questo innesco provoca un reale
incontro e questa relazione dura, allora comincia l’edificio, ed è grazie a
questa reciprocità che avviene una trasformazione». (daniele balzano)