Sull’urgenza di sabotare, ostacolare, attaccare le linee via terra della
mobilità di guerra.
La guerra parte da qui. La colonia è anche a queste latitudini.
All’alba del 16 giugno sotto l’egidia delle Procura di Roma compagnx di tutta
Italia vengono arrestatx e perquisitx a seguito dello scoccare di una ennesima
operazione di 270bis di matrice anti-anarchica. Al conteggio finale oltre ax 5
arresti in carcere e 2 ai domiciliari (fortunatamente tuttx liberx da ieri) se
ne sommano altrx due per il – ormai famoso – 270 quinques comma 3.
Oltre al noto capo d’imputazione di “associazione con finalità di terrorismo ed
eversione dell’ordine democratico” le carte di questa indagine si riferivano ad
un sabotaggio della linea dell’alta velocità avvenuto il 13 Febbraio 2026.
Nel rimandare al bel testo di rivendicazione del sabotaggio con questa puntata
di Harraga (in onda ogni venerdì dalle 15 alle 16 su Radio BlackOut) ci teniamo
a dare un nostro contributo alla mobilitazione al fianco di compagnx indagatx e
arrestatx: ricordando che guerra esterna e guerra interna sono le due facce
della stessa medaglia. Non si può lottare contro il razzismo qui senza guardare
ai sistemi di dominio coloniale, senza porsi accanto alla Palestina e a tuttx
le/gli oppressx: in un mondo la cui estrazione di valore divora lungo la linea
di classe e del colore.
“La guerra parte anche da qui” non è uno slogan e non è riducibile alla
produzione di armamenti o alla viabilità portuale. Oggi – grazie a due compagnx
collegatx da Genova – cerchiamo di analizzare come la viabilità via terra, in
particolare lungo i binari ferroviari, sia centrale per la corsa al
potenziamento delle infrastrutture e ai corridoi della logistica militare.
Nell’approfondire l’accordo Leonardo/RFI e il progetto della mobilità militare
entriamo nello specifico della costruzione dell’infrastruttura dual use fuori
muro nel bacino portuale di Sampierdarena.
Parlare di questo oggi ci permette di portare la nostra solidarietà alle e agli
indagatx di questa ennesima operazione anti-anarchica nonché riaccendere la luce
sul gesto e il testo del sabotaggio del 13 Febbraio.
Gesto sempre più che necessario, parole sempre più importanti.
A CHI QUELLA NOTTE HA AGITO PROTETTO DALLA LUCE DELLA LUNA VA TUTTA LA NOSTRA
STIMA E SOLIDARIETÀ.
CHE CI SIANO SEMPRE PIÙ CUORI CORAGGIOSI E AFFINI!
AL FIANCO DI TONI, PIETRO, ALFREDO, ANNA, JUAN, ANAN, AHMAD, DAVID, GHESPE,
LUIGI, BAK, STECCO, TONIO E DI TUTTX X RIBELLX RINCHIUSI, CON IL POPOLO
PALESTINESE!!
Buon ascolto:
Sull’urgenza di sabotare, ostacolare, attaccare le linee via terra della
mobilità di guerra. La guerra parte da qui. La colonia è anche a queste
latitudini. All’alba del 16 giugno sotto…
La Federazione nazionale degli Ordini dei Medici lancia un monito netto sul
Nuovo Patto europeo su migrazione e asilo: la tutela della salute non può essere
subordinata al controllo delle …
Da produzioni dal basso IL PROGETTO Quello che da dieci anni ha luogo in
Valsusa, non è “solo” un festival. È uno spazio libero. È una comunità […]
The post 24- 25 E 26 LUGLIO: FESTIVAL ALTA FELICITÀ 2026 – 10 ANNI DI MUSICA,
SOCIALITA’, CULTURA E RESISTENZA first appeared on notav.info.
24- 25 E 26 LUGLIO: FESTIVAL ALTA FELICITA’ 2026 – 10 ANNI DI MUSICA,
SOCIALITA’, CULTURA E RESISTENZA
Costruiamo insieme la decima edizione del Festival Alta Felicità!
Da Produzioni dal basso e Festival Alta Felicità
Quello che da dieci anni ha luogo in Valsusa, non è “solo” un festival.
È uno spazio libero.
È una comunità che esiste e resiste. Nella splendida cornice di Venaus, da anni,
migliaia di persone si incontrano per costruire qualcosa che altrove sembra
impossibile: un festival gratuito, accessibile, senza logiche di profitto o
sponsor invasivi.
Il Festival Alta Felicità è questo.
E può esistere solo se lo sosteniamo insieme!
--------------------------------------------------------------------------------
In un tempo in cui tutto viene trasformato in consumo, esistono ancora luoghi in
cui si prova a fare il contrario. Il Festival Alta Felicità nasce dentro una
valle che resiste, ma non parla solo alla Val di Susa: parla a chiunque senta il
bisogno di spazi liberi, di socialità reale, di cultura non addomesticata.
Non è solo musica.
È un modo diverso di stare insieme.
È la dimostrazione che un’altra organizzazione delle cose è possibile.
A COSA SERVE QUESTA CAMPAGNA?
Questa campagna serve a una cosa molto semplice e molto concreta: far esistere
il festival, rimanendo nella gratuità dell’evento. Per noi è fondamentale che
tutti e tutte possano attraversare il festival, indipendentemente dal proprio
reddito e condizione sociale.
Purtroppo però, organizzare il Festival Alta Felicità significa sostenere costi
reali: palchi, impianti, logistica, accoglienza e stand, gestione degli spazi e
supporto tecnico per artisti e attività.
E tutto questo senza biglietti, senza costi per il pernottamento, senza sponsor
che decidono contenuti, senza compromessi.
Chi ci governa sceglie coscientemente di finanziare la guerra e il genocidio in
Palestina, scaricando il costo delle sue scelte scellerate su tutti noi che ci
ritroviamo a dover pagare rialzi esorbitanti su ogni bene di consumo. E
purtroppo questo vale anche per tutto ciò che è necessario per il nostro
festival, in primis il carburante per le navette!
Per questo il crowdfunding non è un “di più”, ma il necessario per poter
continuare.
PERCHÉ SOSTENERECI?
Sostenere Alta Felicità non significa comprare un evento. Significa prenderne
parte attivamente.
Significa scegliere che la cultura può essere accessibile, che la musica può
essere libera e che migliaia di persone possono incontrarsi senza essere
clienti. Ogni contributo, anche piccolo, ci aiuterà tiene in piedi tutto questo.
Questo festival esiste perché in tanti e tante, ogni anno, decidono di
sostenerlo.
Ora tocca a noi.
Se ci sei stato, lo sai.
Se non ci sei mai stato, è il momento di farlo esistere.
Partecipa alla campagna. Condividila, dona. Diventa parte concreta del Festival
Alta Felicità!
LE SFIDE DA AFFRONTARE
Organizzare il Festival Alta Felicità è un processo complesso che si regge su un
equilibrio delicato.
Ogni anno scegliamo di mantenerlo gratuito, accessibile e indipendente. Questo
significa affrontare sfide reali, sia economiche che organizzative.
Ecco le principali:
1. Uno dei rischi principali è non riuscire a raccogliere le risorse necessarie
per sostenere il festival. Se la campagna non dovesse raggiungere il suo
obiettivo, diventerebbe difficile coprire alcune spese fondamentali legate
alla realizzazione dell’evento, mettendo in discussione la sua
sostenibilità.
2. Il Festival Alta Felicità è un festival complesso: palchi, impianti audio,
gestione degli spazi, logistica, strutture e accoglienza. Dietro a pochi
giorni di evento c’è un lavoro lungo mesi!
3. Il Festival Alta Felicità si svolge all’aperto, in montagna. Questo
significa confrontarsi con variabili imprevedibili, a partire dal meteo che
possono influire sulla partecipazione.
4. Il festival esiste perché viene attraversato e sostenuto da migliaia di
persone volontarie e donatrici.
Lo stesso vale per questa campagna. Se l’attenzione cala, diventa più
difficile raggiungere l’obiettivo.
5. Oltre alle donazioni, merchandising, drink e stand gastronomici sono l’unica
fonte di sostentamento del festival. Ci sforziamo di mantenere i prezzi
quanto più popolari possibile, soprattutto per le persone giovani e per chi
si vuole fermare per tutta la durata del festival, ma purtroppo ogni anno
diventa sempre più difficile.
6. Vogliamo essere chiari su come vengono utilizzate le vostre risorse.
Con il vostro supporto, possiamo farlo esistere!
Questa campagna vuole tenere insieme chi già vive, o ha vissuto, il Festival
Alta Felicità e chi ancora non lo conosce, raccontando cosa significa davvero e
puntando su una partecipazione diffusa in cui anche i contributi più piccoli
fanno la differenza. Il festival esiste grazie a una rete di volontarie e
volontari e a collaborazioni che ne condividono lo spirito, permettendo di
sostenere i costi senza rinunciare all’indipendenza. Allo stesso tempo,
affrontiamo le complessità organizzative e gli imprevisti forti dell’esperienza
costruita negli anni, mentre la campagna cresce attraverso relazioni,
passaparola e coinvolgimento diretto.
Tutto questo si basa su trasparenza e responsabilità condivisa, con l’impegno a
raccontare come vengono utilizzate le risorse e a tenere aperto un processo che
è davvero collettivo. Organizzare il Festival Alta Felicità è una sfida, ma è
una sfida che vale la pena affrontare. Ogni contributo è un pezzo concreto di
questo festival. Ogni condivisione aiuta a tenerlo vivo.
È così che esiste: insieme.
Sostieni la campagna e aiutaci a costruire questa decima edizione!
GRAZIE!
Per chi vuole sostenere il festival abbiamo pensato anche a delle piccole
ricompense, un gesto semplice e simbolico per partecipare alla campagna. Con una
donazione si contribuisce direttamente alla realizzazione del festival e si
porta con sé un segno di questa esperienza collettiva, che ogni anno prende
forma grazie a chi la rende possibile.
Le ricompense potranno essere ritirate durante i giorni del festival presso il
banchetto del merchandising ufficiale, diventando così anche un modo concreto
per incontrarsi e riconoscersi dentro questi spazi.
Qui il link per contribuire
PROIEZIONE " CITY OF GOD "
Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno - Mezcal Squat, Parco della Certosa,
Collegno
(venerdì, 10 luglio 18:30)
Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si
basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti
trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.
SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!
--------------------------------------
COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT
BUS : 33 - CP1 - 76
TRENO : FERMATA COLLEGNO
METRO : FERMI
--------------------------------------
NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
Giardini Alimonda - Via Alimonda, Torino
(martedì, 14 luglio 20:30)
Il tema della repressione e, più in particolare, il rapporto con la controparte,
hanno spesso generato difficoltà e incomprensioni all’interno del movimento
italiano. Nel tempo, le strategie e le pratiche adottate dalle forze
dell’ordine, così come gli strumenti legislativi introdotti dai governi, si sono
progressivamente trasformati. Anche il movimento è cambiato, arricchendosi di
nuove esperienze e soggettività; tuttavia, le sue componenti organizzate hanno
solo raramente affrontato in modo sistematico il compito di elaborare una
sintesi condivisa su questo nodo, a partire dalla maturazione e dall’evoluzione
della situazione concreta. Di fronte a una significativa evoluzione delle
strategie repressive a livello europeo, che investe anche la gestione delle
piazze e l’agibilità politica conquistata con fatica attraverso decenni di
lotte, diventa sempre più complesso affrontare un altro nodo fondamentale:
analizzare in modo equilibrato il fenomeno della repressione e delle pratiche di
controllo, così da individuare risposte efficaci capaci di superare gli ostacoli
che esso pone.
Le mobilitazioni, i collettivi, gli spazi sociali e ogni altra esperienza e
forma di lotta, più o meno organizzata, non nascono soltanto per produrre
cultura, “fare del bene” o sollecitare risposte efficaci da parte delle
istituzioni. Trovano il loro significato nella prospettiva della liberazione e
della trasformazione sociale, così come nel rafforzamento della capacità
conflittuale necessaria a renderle possibili. Appunto per questo motivo la
repressione rappresenta una conseguenza inevitabile della natura stessa dei
movimenti che si propongono in rottura con lo stato di cose presenti: i livelli
di conflitto necessari ad aprire prospettive reali di liberazione rendono
prevedibile il tentativo delle istituzioni di reagire attraverso strumenti
repressivi.
DUE PASSI INDIETRO: Brevi note di riflessione dal ‘68 al 2001
La repressione delle proteste ha spesso prodotto nella storia, processi di
radicalizzazione, in particolare nelle pratiche di piazza. A partire dal 1968,
in molte città italiane, studenti e operai iniziarono a organizzarsi
autonomamente per difendere i cortei dalle cariche, strutturando cordoni
interni, staffette e forme di protezione collettiva: un salto di qualità nel
modo di vivere e praticare la presenza in strada. La strutturazione dei servizi
d’ordine non fu il risultato di una scelta ideologica astratta, ma una risposta
concreta alla violenza poliziesca e alla gestione autoritaria dell’ordine
pubblico. Negli anni Settanta questo processo si approfondì ulteriormente. Non
furono soltanto i gruppi armati a esprimere un livello più elevato di
conflittualità; prese forma anche una diversa concezione della manifestazione
stessa. Le esperienze dell’area dell’Autonomia operaia e di numerosi collettivi
territoriali elaborarono pratiche di autodifesa, spezzoni organizzati, materiali
di protezione e servizi sanitari autogestiti: strumenti che ridefinivano il
rapporto tra manifestanti e forze dell’ordine. Si trattava di un confronto
aperto, che metteva in discussione l’idea del corteo come rito simbolico e
controllato. La critica rivolta ai movimenti antagonisti, accusati di essere dei
“guastafeste” durante le manifestazioni, affonda le proprie radici proprio in
questo passaggio storico.
Nelle democrazie borghesi, e spesso anche nella cultura politica dei partiti e
dei sindacati della sinistra storica, la manifestazione è concepita come una
parentesi regolata e straordinaria, quasi una festa in senso carnevalesco, nella
quale il conflitto viene rappresentato ma non deve oltrepassare determinati
limiti. L’idea di una sovversione permanente dei rapporti sociali, capace di
travalicare il momento rituale della protesta e di investire la quotidianità, è
invece considerata inaccettabile.
In questo quadro, le pratiche di autorganizzazione per la difesa dei cortei
hanno rappresentato non soltanto una risposta alla repressione, ma anche
l’affermazione di una diversa cultura politica: non più una presenza passiva e
simbolica nello spazio pubblico, bensì un protagonismo collettivo capace di
contendere concretamente l’agibilità della piazza
Mentre, nel clima che seguì il G8 di Genova del 2001, alcuni volti del movimento
concentravano l’attenzione di tutti sulle possibili visioni del mondo che si
confrontavano in quelle piazze, sulla presunta cattiveria dei Black Bloc,
sull’onnipotenza dello Stato e sui pericoli della mobilitazione, le forze
dell’ordine compivano i primi passi di una trasformazione storica per il nostro
Paese: un processo destinato a ridefinire profondamente le forme del controllo e
della gestione dell’ordine pubblico negli anni successivi. Uno dei risultati più
significativi di Genova è stato quello di aver svelato la reale natura dei
dispositivi repressivi e delle forze incaricate di esercitarli. È anche per
questo che, negli anni successivi, tali apparati hanno progressivamente
elaborato nuove strategie e strumenti di intervento, correndo ai ripari rispetto
alla crisi di legittimità prodotta da quei fatti. Dopo quanto avvenuto a Genova,
il sentimento di indignazione si diffuse in diversi settori della società,
arrivando in alcuni casi a incidere sul senso comune. Questa situazione impose
ai vertici delle forze dell’ordine un profondo ripensamento dell’approccio alla
gestione delle piazze.
RIORGANIZZAZIONE DALL’ALTO: La gestione delle piazze e del conflitto
A grandi linee, questa trasformazione può essere letta attraverso tre direttrici
principali: l’utilizzo minimo della forza fisica durante le manifestazioni di
piazza, spostamento della repressione dalla piazza ai tribunali grazie alle
nuove tecnologie, addomesticamento preventivo delle nuove soggettività in
movimento. Da anni le manifestazioni dei movimenti sociali e antifascisti sono
accompagnate da un dispositivo di controllo capillare. Agenti di polizia in
borghese o con equipaggiamenti leggeri, spesso muniti più di auricolari che di
manganelli, tentano di affiancare costantemente i dimostranti lungo il percorso.
I cortei vengono ripresi integralmente, centimetro per centimetro, per tutta la
loro durata, attraverso un monitoraggio continuo che consente di raccogliere
informazioni e identificare i partecipanti. Parallelamente, una parte
dell’azione repressiva tende a esercitarsi direttamente durante lo svolgimento
della manifestazione stessa: contestazioni immediate spesso individuali vengono
utilizzate per colpire comportamenti ritenuti in violazione delle disposizioni
vigenti, riducendo la necessità di un intervento fisico diretto e spostando il
terreno del conflitto sul piano amministrativo e giudiziario: non attraverso una
carica, che potrebbe rischiare di far apparire i manifestanti come vittime
innocenti agli occhi dell’opinione pubblica, ma tramite forme di controllo più
discrete e pervasive.
L’evoluzione delle forze repressive negli anni 2000 dimostra come l’obiettivo
primario sia diventato quello di disinnescare la possibilità stessa della
conflittualità nelle piazze, prevenendo i comportamenti ritenuti “devianti” più
che intervenendo per contenerli una volta manifestatisi. Si è andata delineando
una nuova modalità di gestione del dissenso e delle sue forme di espressione,
costruita con l’obiettivo di prevenire e scongiurare ogni possibilità di
conflitto aperto.
Non di rado, gli agenti interagiscono direttamente con i partecipanti,
dispensando consigli, tentando conversazioni amichevoli o intavolando
discussioni di carattere politico e organizzativo con i promotori delle
iniziative. Si tratta di modalità che, più che puntare allo scontro aperto,
mirano a gestire, contenere e normalizzare il conflitto.
Come veniva accennato precedentemente, l’organismo poliziesco assume un ruolo
sempre più orientato all’investigazione e al monitoraggio, e in questo processo
i protagonisti non sono tanto i reparti della celere, quanto gli apparati della
Digos. In altri termini, la controparte privilegia una gestione della piazza
attraverso l’intelligence piuttosto che utilizzando la forza fisica.
Fotografare, osservare e analizzare i comportamenti, ricostruire relazioni,
seguire preventivamente i soggetti ritenuti più esposti e disincentivare
determinati comportamenti attraverso minacce, sanzioni pecuniarie e
provvedimenti amministrativi individuali, oltre alla possibilità di attribuire
responsabilità per eventuali atti di piazza, diventano strumenti centrali di
questa nuova modalità operativa.
L’interesse principale non è quindi soltanto la gestione immediata dell’ordine
pubblico, ma la raccolta di informazioni orientando l’intervento verso la
costruzione di procedimenti penali più che verso lo scontro fisico e il
conflitto.
L’idea di disinnescare in maniera preventiva il conflitto sociale in tutte le
sue forme si è acuita con l’emissione negli ultimi anni di una serie di
“pacchetti sicurezza” che introducono sanzioni e pene spropositate per chi
lotta: che si tratti della delibera della commissione di garanzia contro il
diritto di sciopero, che si tratti dell’attacco ai movimenti di lotta per la
casa nell’ambito dei decreti sicurezza già approvati o di DDL antisemitismo, la
criminalizzazione delle lotte è volta a prevenire e sanzionare le lotte sociali
contro l’economia di guerra.
LA BUROCRATIZZAZIONE DEL CONFLITTO: Sotto la pressione della repressione
La pressione preventiva esercitata, soprattutto nei confronti delle nuove
generazioni, è elevata e si manifesta attraverso strumenti capaci di incidere
anche sulle modalità politicamente più adeguate di risposta alla repressione,
influenzando la capacità dei movimenti di elaborare strategie collettive ed
efficaci di fronte ai nuovi strumenti di controllo.
Ciò si palesa anche nella prevalenza di risposte di natura tecnico-legale e
burocratica, più che in scelte direttamente politiche e orientate alla lotta
collettiva.
La repressione trova la propria forza nel colpire condotte individuali, isolando
singoli gruppi o individui, anche quando esistono momenti e percorsi di natura
collettiva. Essa opera differenziando le condotte e attuando la ormai classica
divisione tra le componenti presuntamente “pacifiche” e quelle “violente” delle
mobilitazioni di piazza.
Riteniamo che la risposta a questa strategia non possa limitarsi a un piano
esclusivamente legale-tecnico-burocratico, ma debba necessariamente interrogarsi
sulla dimensione collettiva della lotta. Questo tipo di risposta alla
repressione è anche lo specchio dei tempi e delle modalità attraverso cui oggi
si esprimono i conflitti sociali: sempre più spesso prevalgono strumenti legati
alla gestione burocratica delle vertenze, mentre risultano più deboli il lavoro
territoriale, la costruzione di relazioni collettive e le mobilitazioni capaci
di produrre conflitto e partecipazione.
Laddove esistano volontà e condizioni positive, capaci di tenere insieme le
condizioni personali e la dimensione della lotta collettiva, di fronte alla
repressione crediamo vi sia una sola risposta: la lotta.
Questo significa non cadere automaticamente in risposte esclusivamente di
carattere tecnico-amministrativo assumendo a priori che siano la “soluzione più
auspicabile”. Quando si parla di repressione, infatti, non si tratta di assumere
una posizione vittimistica, ma di rivendicare le ragioni e i motivi per cui si è
scelto di essere presenti nelle piazze e nelle lotte.
RIORGANIZZARSI DAL BASSO OLTRE IL BLOCCHIAMO TUTTO
Conflitto-repressione-lotta alla repressione: Il grado di conflitto necessario
ad avviare effettive prospettive di liberazione lascia prevedere che le
istituzioni risponderanno ricorrendo a misure repressive. Sapere come
comportarsi di fronte agli strumenti repressivi dello Stato, non rappresenta
più, come in passato, un patrimonio condiviso, collettivo e dato per acquisito.
Negli ultimi vent’anni si è progressivamente affermato, in diverse città, un
dibattito sul rapporto tra esigenze organizzative, sicurezza pubblica e
“libertà” di manifestazione, nonché sul modo in cui questo equilibrio possa
evolvere nel tempo. Ma l’idea che un maggiore dialogo con le istituzioni e la
controparte possa tradursi automaticamente in una riduzione della repressione va
infatti considerata, tutt’altro che scontata.
I “confronti” che precedono le iniziative pubbliche non riguardano soltanto i
percorsi, ma talvolta anche le modalità di svolgimento, le pratiche previste e
gli obiettivi politici delle mobilitazioni. Questa tendenza ha favorito una
progressiva normalizzazione del conflitto sociale e politico, con la conseguente
rinuncia a forme di agibilità politica conquistate nel corso di decenni di
lotte.
Può così crearsi una situazione in cui alcune forme di espressione simbolica
vengono considerate compatibili con le modalità concordate per l’iniziativa,
mentre altre vengono accantonate perché ritenute più problematiche. Noi temiamo
che questo processo possa portare, nel lungo periodo, a una progressiva
restrizione delle forme di protesta praticabili: ciò che oggi viene limitato o
scoraggiato potrebbe essere seguito, domani, da ulteriori restrizioni, con il
rischio di ridurre gradualmente gli spazi di manifestazione e di espressione del
dissenso.
C’è stato un momento preciso in cui qualcosa si è incrinato nel conflitto
sociale. Nel tentativo di prevenire la pressione della repressione ed evitare di
cadere nella spirale “conflitto–repressione–lotta alla repressione”, non si è
verificato un tracollo improvviso, bensì una progressiva sostituzione: il
contenuto ha spesso lasciato il posto all’estetica del conflitto e alla sua
rappresentazione, generando una profonda ambiguità di fondo. In questo modo si è
aperto uno spazio in cui l’indignazione ha finito per prevalere
sull’organizzazione. Uscire da questa impasse significa dotarsi di strumenti
capaci di produrre conseguenze materialmente tangibili, anche nelle piazze.
Ricostruire servizi d’ordine interni e forme autonome di gestione del corteo non
dovrebbe essere considerato un atteggiamento estremistico né una mera questione
di principio. Si tratta piuttosto di affermare un’idea precisa dello spazio
della manifestazione: un luogo collettivo e dinamico, costruito e attraversato
dai partecipanti, la cui gestione dovrebbe rimanere nelle loro mani. Per questo
motivo, riteniamo opportuno che le forze dell’ordine si mantengano all’esterno
del corteo, davanti o dietro ad esso, senza intervenire direttamente nel suo
svolgimento ordinario.
Oltre il blocchiamo tutto: Quanto avvenuto, ad esempio, nella giornata di
mobilitazione nazionale del 22 settembre, che a Milano ha rappresentato una
grandissima giornata di lotta. Esprimendo una rabbia collettiva e individuando
concretamente il significato dello slogan «blocchiamo tutto», che si inserisce
in un ciclo di lotte di portata nazionale che è riuscita ad impattare
concretamente sulla macchina bellica.
L’autodeterminazione della piazza, alimentata dal rifiuto della situazione di
guerra e riarmo globale, ha raggiunto un livello di partecipazione e di
conflittualità particolarmente elevato.
In una fase storica segnata dalla guerra, dal riarmo e dall’escalation dei
conflitti internazionali, i compagni organizzati devono saper stare dentro le
contraddizioni e nella rabbia sociale che attraversano ampi settori della
società, contribuendo a orientarla contro la guerra, contro il riarmo, contro il
governo e contro il genocidio. Si tratta di una necessità che continua a porsi
sia nelle piazze sia all’interno delle nostre strutture, attraverso una
discussione politica condivisa e una pratica conseguente.
Nell’attuale fase di riflusso del conflitto sociale e di progressivo
livellamento politico, successiva alle grandi mobilitazioni dell’autunno scorso
del “Blocchiamo tutto”, rivendicare politicamente quella giornata significa
riconoscere il valore di una mobilitazione che, a livello nazionale, ha
rappresentato uno dei momenti di lotta più significativi degli ultimi anni.
Il 22 settembre, nel tentativo di bloccare e occupare la Stazione Centrale,
c’erano migliaia di persone perché in quel momento quell’obiettivo veniva
percepito come giusto e necessario.
Quella giornata non può essere ridotta all’iniziativa di pochi individui. La
scelta di come gestire l’ordine pubblico, tanto il 22 settembre quanto il 25
aprile, ultimo momento di autodeterminazione di massa nella città di Milano,
appare quantomeno discutibile. Ma in entrambe le occasioni, la piazza non è
arretrata. Per questo risulta difficile ricondurre quelle giornate ai
comportamenti di pochi individui o alle decisioni di singoli gruppi. Si è
trattato piuttosto dell’espressione di una dinamica collettiva, in cui migliaia
di persone hanno agito sulla base di una volontà condivisa e di una percezione
comune della situazione. La piazza, in questo senso, si è mostrata come un
soggetto collettivo, autonomo e capace di autodeterminarsi.
Se oggi vengono colpiti dei compagni, è anche perché scelgono di stare dentro
queste dinamiche sociali e politiche, cercando di dare continuità a una rabbia
sociale diffusa che non nasce da loro, ma che attraversa già ampi settori della
società.
Con ogni mezzo necessario: Vale la pena ricordare come il movimento del
Blocchiamo Tutto sia cresciuto anche grazie al contributo che, in quel momento,
rappresentava la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla. Essa provava a
dare una risposta concreta a una domanda che attraversava le piazze e le
coscienze di moltissime persone: «Cosa possiamo fare noi?». La possibilità di
sentirsi parte di uno sforzo comune, capace di sostenere e rafforzare il
tentativo di rottura dell’assedio di Gaza, è stata una componente importante
della straordinaria partecipazione che ha caratterizzato quelle mobilitazioni,
portando centinaia di migliaia di persone nelle piazze di tutto il Paese, fino
alla manifestazione di Roma che ha raccolto numeri eccezionali. in quelle
giornate di lotta erano presenti ampi settori della società: credenti, laici,
lavoratori e studenti, occupanti di case, disoccupati, impiegati, operatori
sanitari, medici, infermieri, maestre e insegnanti. Una composizione sociale
vasta e trasversale che testimonia quanto il tema fosse sentito ben oltre gli
ambienti militanti.
Siamo convinti che, di fronte alla necessità di dare un segnale forte contro il
genocidio, la guerra e il riarmo, siano state poche le persone disposte a
rimanere passive. Si è sviluppata una dinamica collettiva e autonoma che nessuno
era realmente in grado di controllare o dirigere dall’alto.
Non sono mancati i tentativi, da parte di forze politiche istituzionali, di
ricondurre quelle mobilitazioni entro una narrazione prevalentemente umanitaria
e compassionevole, centrata esclusivamente sulla sofferenza del popolo
palestinese. Tuttavia, nelle piazze emergeva con forza anche un altro elemento:
il riconoscimento della resistenza palestinese come soggetto attivo della lotta
di liberazione. Una resistenza che, nelle sue diverse espressioni, incarna il
principio del «con ogni mezzo necessario”.
Molti sono scesi in piazza con l’idea di contribuire alla liberazione della
Palestina. Ma, camminando fianco a fianco, giovani e anziani, lavoratori e
studenti, si è fatta strada anche un’altra consapevolezza: che la solidarietà
con la Palestina stava trasformando anche noi, mettendo in discussione
l’isolamento, l’impotenza e la rassegnazione che spesso caratterizzano il nostro
tempo. Quelle giornate, nella loro forza, nella loro partecipazione e nella loro
capacità di costruire legami collettivi, lo hanno dimostrato.
Il “Blocchiamo tutto” è stato un’enorme massa che si è mobilitata da nord a sud
del Paese e che ha realmente paralizzato il normale funzionamento della macchina
della guerra, suscitando preoccupazione nel governo e attirando l’attenzione
anche a livello internazionale.
Ha dimostrato che anche in Italia esiste una concreta possibilità di organizzare
e di costruire mobilitazioni di massa.
Il potere si dota preventivamente di strumenti repressivi, come i numerosi DDL
Sicurezza: perché è pienamente consapevole dell’esistenza di un malcontento
diffuso e di un disagio sociale generalizzato, destinati a crescere
ulteriormente tra tagli al welfare, salari stagnanti, aumento del costo della
vita e caro-affitti.
Alla repressione c’è una sola risposta: LA LOTTA!
Il Blocchiamo Tutto ha dimostrato come questi dispositivi possano essere
violabili quando masse di persone si mobilitano attorno a un obiettivo comune.
Proprio perché si è trattato di un movimento collettivo, fatto di blocchi,
cortei e iniziative che hanno attraversato Pisa, Livorno, Torino, Milano,
Bologna, Genova, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Catania e decine di altre città,
anche la risposta alla repressione deve essere necessariamente collettiva.
Appare quindi indispensabile dotarsi anche di strumenti in grado di rispondere
alla pressione della repressione, riteniamo utile e auspicabile costruire un
apparato nazionale di avvocati capace di contribuire alla costruzione di
risposte adeguate e all’altezza della situazione, che siano in grado di
rivendicare quelle grandi giornate di lotta, difendendone collettivamente il
significato politico. Uno strumento che sia in grando di dare risposte anche in
termini legali e al servizio di un ragionamento collettivo contro la
criminalizzazione delle lotte, il cui obbiettivo è azzerare preventivamente il
conflitto sociale, con pene spropositate. Allo stesso tempo occorre continuare a
lavorare per costruire una struttura in grado di dare risposte politiche
collettive alla repressione e per rilanciare in avanti le lotte sociali.
Ma la risposta non potrà esaurirsi nelle aule dei tribunali. La difesa legale
deve accompagnarsi al rilancio dell’iniziativa politica e del conflitto sociale.
Per questo è necessario tornare nelle piazze, costruendo mobilitazioni capaci di
unificare le lotte contro la repressione, la guerra, il riarmo e il genocidio.
Per respingere l’offensiva repressiva e riaffermare che ogni attacco a chi lotta
è un attacco all’intero movimento. Alla repressione si risponde con
l’organizzazione, alla guerra e al riarmo con una mobilitazione ancora più ampia
e determinata.
Su tutto il territorio nazionale è necessario costruire una risposta unitaria,
evitando interventi frammentati e disomogenei.
Soprattutto perché a pesare sono le condizioni materiali di vita e un sistema
che lascia molte persone sole di fronte alle proprie difficoltà, portando a
indicare se stessi come responsabili della propria condizione. Quando si viene
colpiti perché si decide che è arrivato il momento di dire basta: basta al
lavoro precario e umiliante, basta alle case vuote mentre c’è chi non ha un
tetto, basta a una vita fatta di sacrifici senza futuro, basta a un genocidio in
diretta. Sapere che, di fronte a tutto questo, il compito che ci spetta è
continuare a lottare, trovando nella forza collettiva la capacità di farlo anche
per chi non c’è più. Essere uniti di fronte alla repressione, costruire risposte
all’altezza della situazione, aprire prospettive di rottura e di liberazione
collettiva è un compito difficile. Ma è un compito che dobbiamo assumerci,
insieme.
Di seguito diffondiamo un video sulla portata nazionale del 22 Settembre:
di Samuele Lucia Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto
internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere
tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza. …
La stazione internazionale di Susa doveva essere uno dei punti fermi della
Torino-Lione: il luogo simbolico in cui la grande opera avrebbe dovuto
incontrare il territorio della Valle. Una scelta […]
The post PD crocerossino: "Salviamo la Metro di Torino!" first appeared on
notav.info.
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA
Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla
presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei
lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il
tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in
particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia.
L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le
inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi
ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che
espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre
accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore
serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS
ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di
Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche
il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato
che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave
destinate ai cantieri in Sardegna.
La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso
civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente
Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di
cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata,
quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle
cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della
Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza
nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di
Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla
tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale.
Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries,
è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che
si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra
Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di
Marina di Carrara..
Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti
della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di
traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si
aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova,
Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi
di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo
Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare
gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di
favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola
democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e
culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che
limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare.
Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre
l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia,
negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate
in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a
8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del
totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi
non sono dati che possono lasciare tranquilli.
Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza
per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera
della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del
commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di
un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche –
come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul
bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di
sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i
paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano.
Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora
c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità
devono tener conto.
In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che
hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo
con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la
produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro
interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE
Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto
di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale
diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali
marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente
attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale
e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui
quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense.
È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato
globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei
lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da
leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR
dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il
diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso –
attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente
finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa,
nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è
protetto in sé».
Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che
Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche
in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in
quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra
collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta
di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono
enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto,
Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali,
coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri
comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che
aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali
siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative
vigenti anche in tema di sicurezza.
Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel
dicembre 2025.
Proposta_osservatorio
(archivio disegni monitor)
L’articolo è uscito su Safircom, 24 aprile 2026. La traduzione in italiano è a
cura di Ghassan Waïl e Stefano Portelli.
* * *
Le lacrime, la tristezza, il dolore della separazione; la rabbia, l’impotenza e
il senso di umiliazione (in arabo: hogra); il rumore dei bulldozer, la polvere
nell’aria, le guardie di sicurezza; così i figli e le figlie dell’antica medina
di Casablanca – la città vecchia – dicono addio ai loro quartieri, alle loro
strade, ai loro mercati, ai negozi, e soprattutto alle loro memorie, ai loro
amici e ai loro vicini. Stanno dicendo addio a una parte di loro stessi. I
quartieri di Derb Lngliz, Derb Rmad, Derb Fssa, Derb El Kelb, Derb Gnawa,
Boutwil, Moha and Saïd, Nzala, Lbheira, tutti questi quartieri sono stati
distrutti e ora sono in rovina, sepolti tra le macerie e spianati dalle ruspe.
Un abitante della zona racconta: «Abbiamo lasciato indietro un’intera vita.
Siamo nati qui, i nostri figli sono cresciuti in questo quartiere, l’antica
medina ci ha dato anche il pane». Le memorie, le vite, le storie, i percorsi che
l’hanno attraversata, intrecciati in decenni, hanno modellato la storia
dell’antica medina di Casablanca, e ora sono scomparsi per sempre. Casablanca si
è disfatta di una parte della sua storia, l’ha lasciata ai bulldozer, che
l’hanno gettata via e sepolta tra le macerie.
Per Mourad Messaad, uno dei residenti del quartiere Derb El Ramad, il cui nome
significa “quartiere delle ceneri”, e che è davvero diventato cenere, la città
vecchia è una patria e un essere vivo, in ogni senso. Con tristezza, dice: «È
difficile essere obbligati a lasciare il posto in cui sei cresciuto, lasciare i
tuoi vicini e i tuoi amici ed essere gettato nell’ignoto». La città vecchia è un
capolavoro e una scuola di arte e di vita. Dalle sue strade e dai suoi spazi
aperti sono venuti su l’amatissimo comico Lamfadal Lah’rizi, nonché Bouchaïb El
Baydawi, il Re dell’Aita, uno stile musicale tradizionale. Da questo mondo così
ricco sono emersi il campione di pugilato Marcel Cerdan, il lottatore di
wrestling Saïd El Sawakan e l’artista Souad Sabir. Qui sono passati i calciatori
Larbi Ahardane e Aziz Bouderbala, entrambi del Wydad e della nazionale
marocchina che vinse la Coppa d’Africa; Idriss Chacha, del Raja; qui sono
cresciuti e hanno costruito il loro talento.
La maledizione dei mondiali di calcio ha colpito gli abitanti della città
vecchia come una tragedia greca. I discendenti dell’antica Anfa – la città
antica che sorgeva sul sito di Casablanca – oggi si trovano circondati da nuove
macerie. Con l’unica eccezione del consigliere municipale Abdellah Abaakil del
Partito Socialista Unificato (PSU), tutti i partiti politici, le associazioni, i
funzionari pubblici della città, sono rimasti in silenzio; e i residenti non
hanno altro che le loro lacrime e i loro telefoni per registrare le demolizioni
e per dire addio alle loro case e ai loro negozi. Non hanno altro che i social
media per condividere le loro sofferenze e raccontare al mondo la loro
situazione. Qui, dove i commercianti, i residenti, i fan del Wydad, hanno
raccolto le storie e le vittorie che hanno modellato la vecchia città; qui, dove
sono state messe a tacere per sempre le voci e le energie dei bambini che
riempivano ben tredici scuole; tutta questa eredità culturale, tradizionale,
storica, è stata distrutta dalla maledizione della Coppa del Mondo, e da
quaranta anni di pianificazione caotica per il progetto di un grande boulevard
chiamato Avenue Royale.
UNA MOSCHEA E UN BOULEVARD
A metà degli anni Ottanta, il re Hassan II decise di costruire una delle più
grandi moschee del mondo, seconda solo ai due enormi templi di Mecca e Medina,
proprio sul litorale di Casablanca, in un’area chiamata Bahr Merizika. Era un
luogo importante per la memoria dei residenti della città vecchia; molti
abitanti vi avevano imparato a nuotare e a pescare, e vi si conservavano anche i
resti delle antiche piscine municipali, uno stagno per la pesca, e una grande
area aperta chiamata Chouinty, dove si tenevano gare sportive o semplicemente si
imparava ad andare in bicicletta.
La costruzione della Grande Moschea iniziò il 12 luglio 1986. L’inaugurazione
avvenne il 30 agosto 1993. L’idea di un boulevard reale fu discussa durante la
costruzione e annunciata ufficialmente nel 1989. Quando il progetto fu lanciato,
si sparse la voce che anche i quartieri intorno sarebbero cambiati. Alcuni
dicevano che sarebbero stati demoliti per aprire la strada a questa Avenue
Royale che avrebbe collegato la moschea con il palazzo reale di Derb Sultan.
L’idea lentamente divenne realtà. Alla fine degli anni Ottanta iniziarono i
primi censimenti, e il progetto di spostare circa diecimila famiglie. Si
sviluppò un nuovo progetto, una città nuova di 350 ettari chiamata Medinat
Nassim, nella periferia sudoccidentale della città, che avrebbe ospitato i
residenti trasferiti. I primi trasferimenti iniziarono a metà anni Novanta: si
demolirono le case del quartiere Derb Sufi, i cui residenti furono trasferiti in
un quartiere chiamato Tacharouk. Ci furono problemi, ma il processo procedeva
senza grandi tensioni. Le famiglie sradicate ottennero case alternative, il che
inizialmente conferì una certa rispettabilità al progetto. Quando le demolizioni
arrivarono alla zona di Arsat Ben Slama, iniziarono i problemi. Ci furono
dispute sulle compensazioni economiche, conflitti tra inquilini e proprietari, e
questioni sugli indennizzi dei proprietari dei locali commerciali.
La Sonadac, compagnia pubblica che gestiva lo sviluppo urbano, aveva problemi
organizzativi e finanziari che fecero ritardare tutto il progetto; ci furono
persone che ricevettero case senza una giustificazione, e altre che videro
peggiorare gravemente la loro situazione, persero le loro fonti di reddito e non
riuscirono più a pagare i prestiti, spingendo le banche a ritirare il credito.
Così il progetto arrivò a uno stallo. I problemi burocratici e le dispute
giurisdizionali peggiorarono ancora, finché l’intero processo si bloccò di
colpo. Nel frattempo, la popolazione raddoppiò, le famiglie crebbero ed emersero
alcuni gruppi che volevano trarre beneficio dalla trasformazione del quartiere:
inquilini che ottennero certificati di residenza, altri che avevano abitato
delle case abbandonate. Alcune parti del quartiere rimasero vuote, e divennero
luoghi di delinquenza e criminalità, il che rese la situazione ancora più
complicata.
Dopo anni in cui si pensava che il progetto fosse archiviato, nel 2025 il
Marocco venne designato come una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2030,
insieme alla Spagna e al Portogallo. Il governatore di Casablanca convocò una
riunione inaspettata del consiglio comunale, per approvare una nuova partnership
e accelerare il progetto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della Sonadac e
il trasferimento delle sue competenze a una compagnia di sviluppo locale,
Casablanca Housing, il cui direttore era il governatore stesso. Questa compagnia
ricevette un miliardo di dirham per completare lo svuotamento della città
vecchia e costruire la Avenue Royale. La confusione si diffuse quando arrivarono
i primi ordini di sfratto. Naima, madre di tre figli, spiega: «Il mondo è
diventato stretto per noi. Siamo inquilini, e non ce ne facciamo niente delle
promesse. Ci hanno detto di trovare un alloggio temporaneo; così ho dovuto
mettere tutti i mobili a casa di amici, e mia sorella si è presa carico dei miei
figli».
Le demolizioni sono iniziate una notte d’inverno, durante l’anno scolastico, con
un grande spiegamento di forze di sicurezza. Secondo un residente, «è stato uno
shock, ci hanno detto di lasciare la casa rapidamente, non sapevamo dove
andare». La velocità dell’operazione ha fatto affiorare dubbi sulla giustizia e
sul destino delle famiglie sradicate. Un altro residente: «Non abbiamo avuto
neanche tempo di trovare un’altra casa. Dopo la demolizione, siamo dovuti
tornare a cercare i libri dei nostri figli in mezzo alle macerie».
Ma com’è possibile che un progetto che le autorità non erano riusciti a finire
per quarant’anni, nonostante i miliardi di dirham spesi, si completi in appena
quattro anni? Tra la partenza promettente di inizio anni Ottanta, il lungo
periodo di stallo e il revival improvviso, questo progetto mostra una crisi più
ampia nella gestione della trasformazione urbana e nel bilanciamento con i
diritti dei residenti. Oggi, dopo quattro decenni di improvvisazione e di
sprechi, ai residenti si chiede di pagare il prezzo. I residenti non sono
contrari al progetto ma si rifiutano di esserne le vittime. Non si può essere
costretti a scegliere tra burocrazia e bulldozer, come una donna della città
vecchia ha riassunto la proposta ricevuta. La demolizione oggi rappresenta una
storia culturale e sociale che viene sradicata senza aver avuto il tempo per una
transizione equa. Nell’affrettarsi delle ruspe e delle decisioni, resta aperta
una questione: un progetto urbanistico per quanto importante, può ignorare gli
abitanti? Oggi a Casablanca non si demoliscono solo i quartieri, si mette anche
alla prova il senso della giustizia nella pianificazione e la fedeltà alla sua
memoria. Tra queste due rimane ancora la speranza che la Avenue Royale non sarà
solo il testimone di un vecchio fallimento che ritorna.
ALCUNE CRITICHE AL PROGETTO
Fatima Tamni, deputata del Partito Socialista Unificato (PSU): «Ho seguito
questo caso sin dall’inizio, visitando l’area e parlando con le famiglie. Ho
anche interrogato il governo, per scritto e oralmente, per avere informazioni
chiare. I problemi principali sono nella gestione: i residenti lamentano la
mancanza di comunicazione chiara e di informazioni ufficiali, nonché la
confusione nelle procedure di demolizione e sgombero; in alcuni casi c’è
mancanza di rispetto per la dignità umana, specialmente per famiglie povere,
anziani, donne vulnerabili. Dicono che ci sono degli studi che mostrano che
molte case non erano a rischio di crollo, ma che sono stati ignorati. La
risposta ufficiale è limitata, le informazioni fornite sono troppo generiche, e
in generale i residenti non riescono a farsi un’idea chiara del loro futuro.
Riceveranno delle compensazioni? Dove saranno trasferiti? Quali saranno le
garanzie legali e sociali che impediranno di rimanere senza casa, o di
peggiorare le loro condizioni? Sono domande legittime, che dovrebbero essere al
cuore di ogni progetto che miri al miglioramento della vita delle persone, non
al loro trasferimento forzato. La stessa cosa si può dire per i negozi che sono
stati svuotati contro la volontà dei proprietari, anche quando erano la loro
fonte di reddito. Non si sa quante sono le famiglie colpite, com’è stato fatto
il censimento, come sono stati stabiliti i compensi economici, le procedure di
sfratto, i luoghi dove le persone saranno trasferite, i tempi delle operazioni.
Non si può gestire una cosa del genere con la logica del fatto compiuto. Bisogna
gestirlo in modo trasparente e partecipativo, mettendo i residenti al centro
delle decisioni, rispettando il loro diritto alla casa e a una vita dignitosa,
assicurandosi che i progetti di rinnovamento urbano non diventino progetti per
l’esclusione sociale o per il trasferimento forzato. Il Parlamento dovrebbe
monitorare la situazione da vicino. Dobbiamo usare tutti i meccanismi di
controllo che abbiamo, perché la dignità e i diritti non possono essere il
prezzo di nessun progetto, qualunque cosa esso rappresenti».
Abdellah Abaakil, consigliere comunale del PSU: «Tutto quello che vediamo nei
vecchi quartieri di Casablanca – la demolizione delle case e dei negozi, lo
sradicamento delle famiglie e la distruzione del cuore pulsante della città – è
il risultato del fatto che i consiglieri comunali hanno votato senza avere
informazioni fondamentali. I documenti che ci sono stati dati per quell’incontro
erano privi delle informazioni necessarie per decidere. Non ci sono stati dati
progetti né piani, né il cronoprogramma dei lavori, neanche la lista delle
proprietà da espropriare. Non abbiamo avuto neanche spiegazioni chiare
dell’interesse pubblico legato al progetto. L’unica spiegazione che abbiamo
avuto dalla presidentessa del consiglio comunale era che la decisione veniva dal
ministero degli interni a Rabat, e che era tempo di riprendere il progetto del
defunto re Hassan II, dopo oltre quarant’anni di stallo. Questi progetti urbani
ormai sono datati, dopo due generazioni! Ci sarebbero voluti nuovi studi e
aggiornamenti che non sono stati fatti. Per queste ragioni, come rappresentante
dei residenti al consiglio comunale per il PSU, ho votato contro. Ma molti
consiglieri non hanno avuto lo stesso coraggio o senso di responsabilità verso
gli abitanti per rifiutare questa presentazione del progetto».
Youssef Mezzi, membro di Attac. «Noi di Attac Marocco, come parte di una
coalizione che difende le vittime delle demolizioni, siamo stati tra i primi a
creare questo quadro di lavoro collettivo per il diritto alla casa. Abbiamo
raccolto firme da diciassette organizzazioni della società civile e dei
residenti. Il lavoro è continuato su due livelli: da una parte visite sul campo
e incontri con i residenti; dall’altra gli interventi mediatici per fare luce su
quanto stava avvenendo. Consideriamo che l’Avenue Royal è un esempio di
corruzione amministrativa e finanziaria di lunga durata, le cui radici affondano
a molti decenni fa e continuano fino a ora, come conferma la Corte dei Conti e i
vari procedimenti giudiziari contro gli ex funzionari. Il paradosso è che oggi i
residenti, che non sono responsabili di questi problemi, stanno pagando il
prezzo di questo fallimento. Le autorità stanno cercando di completare il
progetto in pochi mesi anche se è stato fermo per più di trent’anni. Il lato
sociale del progetto è stato quasi ignorato. Molti residenti sono poveri o
vulnerabili e non possono pagare i centomila dirham extra richiesti. Non c’è
stato neanche il supporto sociale e l’approccio caso per caso che sarebbe stato
necessario. Almeno diecimila famiglie sono state trasferite senza vere
alternative; è stato chiesto loro di trovare case provvisorie in affitto, mentre
la costruzione degli appartamenti promessi continuava a slittare nel tempo.
Questo ha creato una crisi degli affitti, specialmente in zone periferiche come
Rahma o Lissasfa, dove i prezzi sono saliti molto e sono rimaste poche case
disponibili. Tra l’altro c’è stata mancanza di trasparenza sulla scelta dei
beneficiari; gli ordini di sfratto sono spesso orali e senza abbastanza
preavviso. Le demolizioni rapide sono state usate senza garanzie, lasciando i
residenti davanti a un futuro incerto. Non si è considerato l’anno scolastico
per i bambini, né la distanza che le persone avrebbero dovuto percorrere per
andare al lavoro, né i proprietari dei negozi, e neanche le condizioni
atmosferiche, visto che gli sfratti sono avvenuti in inverno. Siamo di fronte a
un grande fallimento del diritto alla casa, nonché della pianificazione urbana
di Casablanca. I più vulnerabili hanno dovuto pagare il prezzo di problemi
strutturali di lungo periodo». (omar lebchirit, otman ashki)