È disponibile la riedizione del libro “Memorie di libertà. Della Western Wildlife Unit, dell’Animal Liberation Front”
Riceviamo e diffondiamo: È disponibile la riedizione del libro “Memorie di libertà. Della Western Wildlife Unit, dell’Animal Liberation Front”. Per ricevere copie scrivere a memoriediliberta@canaglie.net. 5 euro copia singola 4 per distributori A seguire la prefazione della nuova edizione: Presentiamo con gioia la riedizione del libro “Memorie di Libertà” uscito nel 2005 per la prima volta tradotto in italiano. Questa è la storia di un piccolo gruppo di persone impegnate nella lotta di liberazione animale, che decisero di agire direttamente contro l’industria delle pellicce in alcuni stati dell’ovest americano. Petizioni, cortei, volantinaggi e tutto il resto delle forme di mobilitazione consuete e permesse non bastarono a placare il senso di impazienza di questi ribelli.  Mentre la società veniva lentamente sensibilizzata sulle mostruosità dello sfruttamento animale, le vittime designate continuavano a soffrire e morire a milioni negli allevamenti, nei macelli e nei laboratori e dovunque ci fosse del profitto da ricavare. Questa realtà innegabile spinse negli anni passati molti animalisti a passare all’azione diretta, alle vie di fatto per liberare davvero gli animali dai luoghi di tortura e per infliggere danni economici agli sfruttatori. Non è poi così strano che qualcuno, se convinto dell’uguaglianza tra gli umani e tutte le altre creature della terra di fronte a ciò che subiscono quotidianamente, decida di non limitarsi a placare la sua coscienza con i riti della protesta, ma preferisca fare la differenza agendo nel senso che ritiene giusto a prescindere dalla legge. In fondo sono poi quelle stesse leggi a decretare lo status di oggetto e proprietà per un essere vivente. Riflettendo, liberandosi dalla concezione riformista e dalla logica dell’intervento settoriale, comprendendo i legami che legano lo sfruttamento animale alle più ampie dinamiche di dominio che impestano le stesse società umane, si capisce come non sia possibile alcuna autentica liberazione per nessuno se resta in piedi questo sistema basato sulla gerarchia, sull’autorità e sulla produzione forsennata di merci per un consumo insensato. Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che hanno gli allevamenti intensivi e all’interdipendenza di questi con le pratiche di agricoltura industriale, produzione di pesticidi, manipolazioni genetiche e foraggiamento di sterminate concentrazioni di umani inurbati attraverso la grande distribuzione.  Non si tratta solo della sofferenza del singolo individuo (maiale, gallina, manzo) nei capannoni ma anche della deforestazione, dell’inquinamento, della fame e della repressione che colpiscono le popolazioni rurali di gran parte del mondo, dove le terre vengono privatizzate e le comunità locali sbriciolate materialmente e culturalmente. Insomma, se vogliamo liberare gli animali, esattamente come noi stessi, dobbiamo cercare la rivoluzione, e non ha senso provare a convincere chi ci domina ad essere un po’ meno spietato. Questi ragionamenti, questa tensione non hanno certo interessato solo il gruppetto di cui sono narrate le gesta in questo piccolo libro. Dalla fine degli anni ’70 si diffuse la pratica della liberazione animale e nacque una sigla che ha sparso la paura tra gli aguzzini e gli sfruttatori di animali in molte parti del mondo [1]. Si tratta dell’ALF (Animal Liberation Front). L’ALF non è un’organizzazione clandestina, non ha strutture gerarchiche o di altro tipo: è piuttosto un’idea; liberare gli animali dai luoghi di tortura facendo tutto da sé, senza chiedere a nessuno. Chiunque lo faccia può usare a suo piacimento quell’acronimo. Moltissime persone per decenni hanno reso concreta questa idea liberando centinaia di migliaia di animali da ogni tipo di struttura assassina e spesso distruggendo le proprietà degli sfruttatori. In certi paesi le azioni erano quotidiane e andavano dalle più piccole come rompere i vetri ad una pellicceria, alle più grandi come ridurre in macerie un laboratorio o un fast-food [2]. Negli USA, ad esempio, nella seconda metà degli anni ’90 l’ALF era considerato dall’FBI come la principale minaccia terroristica interna avendo causato milioni di dollari di danni soprattutto ai settori della ricerca e dell’allevamento. È proprio in questo contesto che si muovono i protagonisti del libro. Le loro imprese sono solo un piccolo tassello di un movimento molto ampio che continuava ad agire anche alla luce del sole con tenacia, coraggio e aggressività. Un esempio sono le campagne contro dei luoghi specifici: più che altro laboratori di vivisezione o allevamenti di animali destinati a questo orrore. Quando partiva una di queste mobilitazioni gli attivisti facevano tutto il possibile per portare alla rovina queste imprese impedendo il normale svolgersi del “lavoro”: picchetti, blocchi, raduni rumorosi a qualsiasi ora, disturbo alle abitazioni dei proprietari e degli impiegati, e spesso si faceva vivo l’ALF rendendo dura economicamente e psicologicamente l’attività presa di mira. In questo modo sono stati chiusi numerosi allevamenti e cani, gatti, cavie, conigli, scimmie sono stati affidati a mani amorevoli invece di finire sotto il bisturi di sadici in camicie bianco [3]. Anche in Italia ci sono stati successi in questo campo come con gli allevamenti Morini e Greenhill. Quello che le associazioni burocratiche e legalitarie specializzate in attivismo e piagnistei non avevano neanche provato a fare è stato ottenuto in pochi anni da un movimento spontaneo, senza leader e organizzato in modo orizzontale. Poi è successo qualcosa. Chi scrive non ha ancora capito cosa, ma in poco tempo, negli ultimi quindici, dieci anni dall’offensiva si è passati alla stasi e poi a ripiegare per arrivare alla situazione attuale in cui il movimento antispecista non può certo essere considerato una minaccia per lo status quo. Certo, in alcuni paesi la repressione dello stato si è fatta sentire con leggi speciali create ad hoc e pesanti condanne in carcere per un ristretto numero di attivisti [4]. Ma non si può addebitare solo a questo la passività e l’inconcludenza che sono dilagate e hanno demolito un movimento che era tra i più vivaci e diffusi. Forse è stato lo spostarsi progressivo delle attività dal mondo reale a quello virtuale, l’accomodarsi esclusivo su pratiche più comode e accettabili come la dieta vegana, un ritorno a prassi degne delle burocrazie che un tempo venivano criticate (delega, raccolta firma…), l’influenza di tanti piccoli leader con le loro divisioni e l’incessante narcisistico filosofeggiare, e di sicuro anche altro. Di certo vi è l’incapacità dei più di pensare e intraprendere una prospettiva e progettualità a lungo termine, probabilmente anche dovuto ad un sistema sociale che annienta la capacità di pensiero profondo e di azione progettuale a discapito del sensazionalismo immediato e dell’indecisione atavica. La liberazione animale non consiste solo in uno sfogo di rabbia spontaneo ma, come descrive bene questo libretto, in un desiderio di libertà lungimirante e costante nella propria vita. Richiede passione, esperienza, relazioni di fiducia, conoscenze pratiche, contatti e sangue freddo, altrimenti il massimo che saremo in grado di fare è accodarci all’ennesima protesta senza sbocco. Il compito di analizzare ciò che è successo avrebbe dovuto essere preso in carico da un intero movimento ma questo non è accaduto. Ad oggi anche le tante esperienze del passato rischiano di perdersi nella società degli smartphone e della comunicazione istantanea che non sedimenta… Ma finché c’è oppressione c’è resistenza, e l’augurio è che questo libretto possa far riflettere qualche ribelle. 1 Tutta l’Europa compresa la Russia; USA e Canada, Messico e alcuni stati del sud America come Cile, Argentina, Brasile, Indonesia, Australia. 2 Consultare online le riveste “No compromise” e “Bite Back” e “Arkangel” 3 Alcuni di questi posti: Newchurch (cavie), Hillgrove (gatti), Consort Kennels (cani), Shamrock (scimmie) 4 Come in U.K. con l’A.E.T.A. (Animal Enterprise Terrorism Act) diretto contro le proteste di massa
Materiali
Crociere, Armi e Affari di Stato
  Le rotte complici di MSC da Gioia Tauro al nuovo terminal di Messina Un terminal croceristico a Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal Campanile con l’orologio astronomico più grande al mondo, per far sbarcare nel capoluogo dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno. Così, dopo le scorribande a Gaza, West Bank, Libano, Siria, Yemen ed Iran, la nuova meta turistica per israeliani e militari in pausa-premio sarà la Sicilia. Quasi tutto ruota attorno alla MSC, che opera in Israele dal 1990 con collegamenti marittimi settimanali e promuove Gerusalemme a “capitale di Israele”. Prima il Salento, poi la Sardegna, adesso la Sicilia. L’Isola è il nuovo paradiso dei turisti israeliani, militari in pausa-premio dopo le scorribande a Gaza, West Bank (Cisgiordania), Libano, Siria, Yemen ed Iran, di manager e dipendenti delle grandi aziende dello stato sionista che fanno profitti con le commesse di guerra e gli investimenti nei territori occupati, in palese violazione del diritto internazionale. L’ultimo caso ha visto il residence di lusso a Brucoli (Augusta) del gruppo Mangia’s invaso da funzionari e agenti di Ashtrom Goup, il principale gruppo di costruzione e immobiliare israeliano, con tanto di escursioni scortate dalla polizia di stato italiana, ai più importanti musei e scavi archeologici del siracusano. Come se non bastasse, si profila all’orizzonte la trasformazione della Sicilia nella principale meta nel Mediterraneo del crocerismo di massa, sotto la spinta e gli interessi plurimiliardari di uno degli attori più potenti del mercato, la MSC - Mediterranean Shipping Company, indissolubilmente legata all’establishment finanziario, economico e militare di Israele. Un paio di settimane fa, l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto ha affidato, per 21 anni, ad una società interamente controllata dal colosso dei trasporti navali e della logistica marittima MSC, la gestione del costruendo terminal croceristico della città di Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal campanile con l’orologio astronomico più grande al mondo. Con il fine dichiarato di far sbarcare presto nel capoluogo dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno. Una scelta devastante dal punto di vista socio-ambientale senza alcun effetto concreto sul piano occupazionale, che si sommerà alla trasformazione dell’antistante zona falcata, sede della base della Marina Militare, in un centro operativo per la guerra navale in ambito nazionale e NATO, previo ampliamento delle infrastrutture per consentire l’approdo fino a quattro grandi pattugliatori navali di ultima generazione - i PPX polivalenti lunghi ognuno 95 metri - di produzione Leonardo-Fincantieri SpA. L’hub crocieristico e il Polo militare navale di Messina sanciscono l’ennesimo saccheggio del territorio siciliano, con l’espoliazione di ogni forma di partecipazione decisionale da parte dei cittadini. Con l’aggravante, stavolta, che l’intervento estrattivista sul “locale” si interfaccerà con i crimini globali, a partire dal genocidio del popolo palestinese per mano delle classi dirigenti economico-finanziarie e militari israeliane, ben protette e alimentate a tutti i livelli internazionalmente. Sì, perché proprio la MSC - Mediterranean Shipping Company è indicata come una delle società marittime più coinvolte nella logistica di guerra a sostegno delle forze armate di Israele, nella loro azione sanguinaria contro i palestinesi e tanti altri popoli mediorientali. Sarà la società Messina Cruise Terminal S.r.l. che curerà la realizzazione del terminal dello Stretto e ne gestirà il funzionamento per quasi un quarto di secolo. In verità di Messina ha solo il nome, perché la sede sociale in via Agostino Depretis 31, Napoli ed è presso la Camera di commercio partenopea che è stata iscritta il 27 maggio 2013. Oggetto sociale la gestione servizi della stazione marittima e l’accoglienza dei passeggeri delle navi da crociera. La società può svolgere inoltre il controllo degli accessi e la vigilanza; l’applicazione delle misure di security della struttura; la gestione degli spazi pubblicitari; la pulizia e raccolta rifiuti nell’area di gestione; lo sfruttamento di aree commerciali interne. La Messina Cruise Terminal S.r.l. ha iniziato le proprie attività il 30 luglio 2013; il capitale sociale è di 20.000 euro: il 97% (19.400 euro) in mano a Marinvest S.r.l., mentre il restante 3% (600 euro) è di MSC Sicilia S.r.l.. Nonostante la società abbia registrato nel 2014 un fatturato annuo di 1.381.846 euro (con un utile negativo di 174.321 euro), alla data del 31 marzo 2026 registra in organico solo due dipendenti. Marinvest è una società di diritto italiano soggetta al controllo (indiretto) della MSC Mediterranean Shipping Company Holding S.A., quartier generale a Ginevra (Svizzera), leader a livello internazionale nei settori del trasporto marittimo di merci e passeggeri e delle crociere, nonché dei servizi portuali di movimentazione e della logistica. Anche l’altra società che detiene un piccolo capitale sociale di Messina Cruise Terminal, MSC Sicilia S.r.l., è interamente controllata da MSC Mediterranean Shipping Company. Con sede sociale a Tremestieri Etneo (Catania) e sede operativa a Palermo, MSC Sicilia svolge servizi connessi al trasporto marittimo e per vie d’acqua; in ambito croceristico MSC Sicilia gestisce oltre 150 scali l’anno nei porti di Palermo, Messina e Siracusa. La MSC - Mediterranean Shipping Company S.A. è la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale; dispone di 900 navi portacontainer e movimenta annualmente 27 milioni di TEU (unità-container equivalente a venti piedi). La compagnia è presente in 155 paesi con 493 uffici, 70.000 dipendenti, 500 porti scalati, 200 rotte commerciali. Secondo i dati più recenti, MSC gestisce il 20,6% del traffico marittimo mondiale, seguito dalla Maersk con il 14,1%. Attraverso la Terminal Investment Limited (TIL), MSC controlla o partecipa alla gestione di decine di terminal strategici nei principali “gateway” marittimi mondiali. Parallelamente, ha rafforzato la propria presenza nella logistica terrestre, nei servizi ferroviari, nel trasporto intermodale e nelle attività portuali. In Italia il gruppo MSC gestisce il transhipment nel porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria) e attraverso la Marinvest S.r.l. controlla diversi terminal portuali, tra cui Napoli, La Spezia, Civitavecchia, Genova, Catania, Venezia e Brindisi. A capo dell’holding MSC ci sono i coniugi Gianluigi Aponte (originario di Sant’Agnello, Napoli e naturalizzato svizzero) e Rafaela Diamant Pinas (doppia cittadinanza, svizzera e israeliana). Secondo la rivista Forbes, nel 2025 Gianluigi e Rafaela erano in possesso di un patrimonio di circa 75 miliardi di dollari, classificando il primo al 44º posto tra gli uomini più ricchi del pianeta e la moglie al primo tra le donne. Gianluigi Aponte ha iniziato la sua carriera come capitano di traghetti passeggeri nel golfo di Napoli. Successivamente si è trasferito a Ginevra per operare nel settore bancario all’interno della società IOS (Investors Overseas Services), di proprietà del finanziere plurimiliardario Bernard “Bernie” Cornfeld, nato ad Istanbul, Turchia, da padre ebreo rumeno e madre ebrea russa. Nel 1969, dopo aver ottenuto un finanziamento dai genitori della moglie Rafaela, Gianluigi Aponte acquistò la sua prima nave da carico, “Patricia” con cui avviò attività di import-export in Corno d’Africa. Da quel momento l’ascesa dell’armatore è stata inarrestabile: nel 1988 ha acquisito la storica società di navigazione Flotta Lauro-Starlauro per fondare una linea di crociere sussidiaria, MSC Crociere. Sempre nel 1988, Aponte diede vita alla divisione logistica di MSC per il servizio di trasporto terrestre globale. Dodici anni dopo fu fondata la Terminal Investment Limited (TiL) per operare in tutto il mondo nel settore della gestione di terminal container. Nonostante si parli e si scrivi un po’ ovunque di “gruppo Aponte”, alla realizzazione e al consolidamento dell’impero economico-finanziario ha dato un contributo fondamentale Rafaela Diamant Pinas, la “self-made woman più ricca del mondo”, così come viene descritta da alcune testate giornalistiche. “Figlia di un banchiere israeliano con sede in Svizzera, Rafaela è donna forte e determinata; ed è la donna senza la quale la compagnia di navigazione MSC non avrebbe avuto il successo che ha avuto”, scrive Io donna. Gianpiero Aponte e Rafaela Diamant Pinas hanno avuto due figli, Diego e Alexa, rispettivamente presidente del gruppo e direttrice finanziaria di MSC. A fine 2025 i coniugi hanno deciso di trasferire a Diego e Alexa Aponte la proprietà di tutte le società. Gianluigi Aponte ha mantenuto comunque il ruolo di executive chairman. MSC e il genocidio del popolo palestinese Come documentato e denunciato da BDS Italia (la sezione italiana del movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele), MSC è direttamente coinvolta nella logistica di guerra e nel genocidio dei palestinesi della Striscia di Gaza. L’MSC opera nello stato sionista dal 1990 e attualmente muove da qui 600.000 TEU di merci all’anno. “Esistono collegamenti rapidi e diretti da Israele a qualsiasi altra destinazione europea”, sottolinea MSC. “I servizi europei regolari e di trasporto marittimo a corto raggio di MSC fanno scalo settimanalmente ad Haifa e ad Ashdod”. Altrettando inscindibili i legami di MSC con Israele nel settore crocieristico. La Mediterranean Shippin Company offre due distinti itinerari per visitare lo Stato sionista e alcune località palestinesi della West Bank, ovviamente senza mai ricordarne l’occupazione illegale; negli spot pubblicitari Gerusalemme viene descritta inoltra come “capitale di Israele”. Il conflitto scatenato da Israele nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 non ha limitato o ridotto le operazioni del gruppo MSC da e verso Israele. “La società ha fornito servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e continua a effettuare scali regolari nei porti israeliani senza interruzioni”, scrive BDS Italia. “Con lo scoppio della guerra, la direzione dell’azienda in Israele si è dedicata al trasporto di attrezzature militari e mediche essenziali, nonché al trasporto di progetti speciali da destinazioni in tutto il mondo, essenziali per rafforzare le capacità di combattimento e di sicurezza”. Inoltre MSC ha deciso di non imporre sovrapprezzi di guerra ai propri clienti, nonostante le compagnie assicurative abbiano aumentato i premi per le navi che fanno scalo in Israele, né ha riscosso le spese di sosta prolungata dei container nei porti israeliani a seguito della riduzione del personale richiamato al fronte. Tra i principali porti del Mediterraneo utilizzati da MSC per il trasporto di sistemi d’arma e attrezzature strategiche c’è quello di Gioia Tauro. Il 18 giugno 2024 ha fatto scalo nell’hub calabrese la nave cargo MSC “Arina”, posta subito sotto sequestro dalle forze dell’ordine poiché trasportava un ingente materiale bellico all’interno di alcuni container provenienti dalla Cina. Nello specifico venivano individuati droni del tipo “Chengdu Wing Loong II”, modificati con un sistema di collegamento dati Thales e ottiche israeliane. I sistemi di guerra erano destinati alle forze militari libiche di Bengasi, guidate da Khalifa Haftar. Il 28 giugno 2024, sempre nel porto di Gioia Tauro, la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno posto sotto sequestro un carico di armi a bordo della portacontainer MSC “Apolline”, anch’esso destinato alle milizie libiche del generale Haftar. Relativamente alla Israele connection di MSC - Mediterranean Shipping Company è opportuno menzionare quanto documentato dalla giornalista Linda Maggiori, autrice del volume “La flotta del genocidio”, pubblicato da Altreconomia nel dicembre 2025. “Durante il genocidio, MSC ha continuato a fornire servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e ad effettuare scali regolari nei porti israeliani, senza interruzioni”, scrive Maggiori. L’autrice si è soffermata in particolare sulle rotte che collegano alcuni porti italiani a Israele, attraverso il mare Adriatico e il Tirreno: la Linea A della MSC che collega Koper, Trieste, Venezia, Haifa ed Ashdod; la Israel Feeder da Gioia Tauro ad Ashdod e Haifa e ritorno al porto calabrese via Beirut (Libano), Izmit e Tekirdağ (Turchia), Port Said (Egitto). A seguito di una segnalazione della stessa giornalista e di BDS Italia e USB Calabria, il 18 marzo 2026 la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane del terminal di Gioia Tauro hanno bloccato e messo sotto ispezione otto container con una partita di acciaio balistico proveniente dall’India. Gli otto container avrebbero fatto parte di un carico molto più grande di acciaio partito dall’India tra il dicembre 2025 e il gennaio 2026 su quattro diverse navi cargo della compagnia MSC. Le ispezioni hanno accertato che l’acciaio era stato prodotto dall’acciaieria indiana RL Steels & Energy Ltd., che nel suo sito rivendica una “partnership duratura con le aziende della difesa israeliane”. La stessa azienda a novembre 2025 aveva spedito 125 tonnellate di acciaio per uso militare alla fabbrica di armi IMI Systems, di proprietà di Elbit System, che si trova a Ramat HaSharon in Israele. Sui traffici di materiale militare verso Israele si è soffermato il rapporto sui traffici di armi e carburante dall’Italia verso Israele, pubblicato nel marzo 2026 dal Palestinian Youth Movement e dai Giovani Palestinesi in Italia (GPI). Secondo le due organizzazioni, a partire dall’ottobre 2023 almeno 22 spedizioni militari sono partite dai porti italiani dirette in Israele, di cui 18 destinate al gruppo militare-industriale Elbit Systems e alle sue filiali. “La maggior parte dei carichi è stata imbarcata nei porti di Ravenna e Genova, con una spedizione aggiuntiva partita da Venezia e un’altra da Salerno”, scrivono i giovani palestinesi. La maggior parte delle navi mercantili associate a spedizioni dai porti italiani verso Israele sono di proprietà della MSC - Mediterranean Shipping Company e della controllata MSC Shipmanagement Ltd.: si tratta delle MSC “Adriana II”, “Asli II”, “Caitlin II”, “Edith II”, “Lea II”, “Melani III”, “Mia Summer II”, “Nita” e “Rhiannon”. Il 20 aprile 2026, tredici imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in rotta verso la Striscia di Gaza, dopo la partenza dal porto di Barcelona, si sono sganciate dal resto della flotta nonviolenta per intercettare e deviare la MSC “Maya” in navigazione a largo delle coste della Tunisia per dirigersi verso i porti di Ashdod e Haifa. Secondo gli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’unità del gruppo Aponte stava trasportando “materie prime fondamentali per alimentare la macchina bellica israeliana”. Gli scioperi e le azioni dirette dei portuali in tutto il Mediterraneo e le operazioni di “blocco navale” promosse dalla Flotilla hanno posto all’attenzione internazionale le gravissime responsabilità di MSC nell’alimentare le operazioni belliche israeliane in tutto lo scacchiere mediorientale e la campagna genocidiaria contro il popolo palestinese. Ma, soprattutto, hanno segnato una direzione chiara e netta verso cui indirizzare gli sforzi della comunità mondiale che solidarizza con le sorelle e i fratelli gazawi e chiede la fine immediata dei massacri e il ritiro di Israele dai territori illegalmente occupati. Fermare tutto a partire dai centri della logistica di guerra e di morte, boicottare, disinvestire e sanzionare le holding e i gruppi finanziari, economici e industriali che moltiplicano profitti e dividendi sul sangue dei palestinesi. MSC in testa con il suo terminal hub a Messina del crocierismo mangia, distruggi e fuggi…     Articolo pubblicato in Le Siciliane. Casablanca, n. 92, luglio 2026
aggiornamento Presidio della Piana
Stamattina la posa delle tende per il Presidio Itinerante nella piana di Susa è stata negata da un ingente dispiegamento di celere e digos su tutti i tre punti previsi dal campeggio: Traduerivi, il presidio di San Giuliano e Farmacia Viva. Ad attivare le forze dell’ordine l’indizione nella notte di zone rosse su gran parte del territorio valsusino, un emendamento reso possibile dall’ultimo decreto sicurezza. Il presidio si è spostato alla piazza del mercato di Susa, per maggiori info seguire il canale telegram: Presidio di San Giuliano
Blackout Inside
notav
È uscito il primo numero di “La Ginestra”, rivista di critica ecofemminista
Riceviamo e diffondiamo: È uscito il primo numero di La Ginestra, rivista di critica ecofemminista, stampata in proprio nell’estate 2026. Per inviare contributi o ricevere copie scrivere a: laginestra@canaglie.org – 47 pagine, offerta libera Qui la copertina: Copertina Qui indice e prefazione: Indice+prefazione “I motivi per cui abbiamo deciso di iniziare questo progetto sono diversi. Alcuni forse si comprenderanno leggendo i vari testi che abbiamo scritto e raccolto. In primo luogo c’era l’esigenza di studiare, in un mondo in cui le notizie arrivano continuamente ci carichiamo di una serie di informazioni che non sempre riusciamo a cogliere con senso critico. La continua lotta di “intellettuali” e “politicanti” contro il significato, e il lavoro di annientamento che svolgono contro il pensiero critico, ci fa sentire moralmente obbligate a lavorare contro la rinuncia al sensibile. Non avevamo idea di cosa sarebbe diventata la Ginestra, l’abbiamo capito solo durante, e grazie, la lettura e il confronto che hanno caratterizzato questi mesi. La Ginestra non vuole essere una raccolta di approfondita analisi teorica, non perché questo non sia importante, ma perché semplicemente non è il nostro obiettivo, e probabilmente richiederebbe uno studio ancora più approfondito. Piuttosto la consideriamo un viaggio tra i nostri pensieri e le nostre tensioni, tensioni e pensieri che di certo vanno anche al di là di questo piccolo progetto. Ci sono stati libri e pensatrici che ci hanno accompagnate. Da Leopardi, ai surrealisti francesi; dalla letteratura greca alle letture ecofemministe; dalla poesia ai racconti palestinesi. Dobbiamo molto a ciascuna di queste pagine, quelle in cui ci siamo ritrovate, ma soprattutto quelle in cui non ci ritroviamo. Importante per noi è raggiungere orizzonti nei quali troppe poche volte ci siamo immaginate, aggiungere una nota poetica non è stato casuale. L’eccesso di realtà ha bisogno della poesia. Come non è stato casuale interrogarci sulle questioni relazionali. Partendo da esperienze molto diverse ci siamo ritrovate incastrate nello stesso nodo, e senza tentare di scioglierlo ci sembrava impossibile immaginarci in una prospettiva rivoluzionaria e di sussistenza. Il nodo della questione relazionale ci ha accompagnato in tutto il nostro piccolo viaggio. La conclusione, o meglio il punto di partenza, a cui siamo giunte è che ci mancano delle esperienze di sorellanza. Che non è, almeno per 5 noi, l’esperienza di unione interclassista di donne unite contro il patriarcato. Il nostro sentimento di sorellanza non può andare oltre la classe, così come non può andare oltre i sentimenti di affinità e reciprocità. E la ricerca di questo sentimento non può prescindere dalla lotta contro la macchina tecno-bellica e gli Stati che la proteggono e allevano, sperimentando sui nostri stessi corpi.”  
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Prendiamo fiato e guardiamo lontano: alcuni dati politici sull’estate di lotta 2026
Il Tav, o meglio, il no al Tav torna al centro Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav, che negli ultimi anni si era cercato di mettere sotto al tappeto con una buona collaborazione dei media mainstream, è tornata ad occupare il centro delle preoccupazioni di tutti. C’è chi invoca il pugno duro, Salvini in testa — anche se non abbiamo potuto fare a meno di notare che il Ministro delle Infrastrutture non sia stato nemmeno invitato a visitare il cantiere di Chiomonte. Forse, rimasto escluso dalla gita in elicottero, ha dovuto sfogare altrove la propria frustrazione. C’è chi, come Tajani, torna a parlare dei soliti “teppisti No Tav”, e chi, da Renzi a Calenda, coglie l’occasione per ribadire il sostegno all’opera e attaccare la presunta “sinistra connivente”. Proprio quella “sinistra” targata Pd che, lo ricordiamo, da sempre si è tirata su le maniche per promuovere la grande mala opera e che non ha perso occasione per continuare a sponsorizzarla. Anche il verde Bonelli si fa coinvolgere dal teatrino delle dissociazioni dimostrando di non comprendere qual è la vera posta in palio. Dunque, tra l’affanno da un lato nell’attaccare Meloni sul suo stesso terreno della sicurezza (non gestite abbastanza bene l’ordine pubblico) e l’accusa di “strumentalizzare” gli scontri, diciamo che la sinistra storica trova poco tempo ed energie per ragionare seriamente sull’evidente inutilità dell’opera e sul suo ruolo nefasto nel sostegno ad un progetto che ha condannato la Val di Susa ad essere una zona di sacrificio sul territorio italiano. I pochi che pubblicamente provano invece a sostenere le ragioni della protesta, vengono accusati di essere amici dei “terroristi”.  Anche in aula a Torino è andato in scena un bel teatrino: Lo Russo in silenzio, l’opposizione in visibilio (entrambi pronti a convocare un nuovo corteo di madamine per settembre probabilmente dimentichi dell’epic fail di otto anni fa), tutti alla ricerca di una fotografia e di una ripresa da parte della stampa, come se tutto questo fosse un gioco e non ci fosse invece un grande problema che coinvolge decine di migliaia di valsusini, miliardi che sono stati e continueranno ad essere buttati via, un territorio montano deturpato, non per il tanto decantato progresso, ma per fare contenti le solite lobby del tondino e del cemento. Uno spettacolo decadente, ma per davvero, degno di una classe politica incapace e autoreferenziale.  Ma il punto della questione è ben espresso dall’editoriale di Sorgi che ha allietato la scorsa domenica: il Tav è cosa vecchia ma ormai va fatto solo per non dare ragione a chi si oppone all’opera? Quali conclusioni possiamo trarre, se non che il tema è più che mai centrale e che, con ogni probabilità, rischia di mettere in difficoltà molti se la politica continuerà a ignorare i solidi argomenti contro questa infrastruttura portati avanti da decenni dal Movimento No Tav e dai suoi tecnici? A maggior ragione in vista della campagna elettorale, tanto sul piano locale quanto su quello nazionale. Un progetto sul quale sarà impossibile non prendere posizione e che, a rigor di logica, chi ambisce a qualche comoda poltrona, dovrà iniziare a considerare per quello che è: un’opera senza futuro. La lotta è giovane, checché se ne dica La partecipazione di massa alle giornate del Festival Alta Felicità è un qualcosa che riempie il cuore. E soprattutto la grande presenza di giovani e giovanissimi, non solo venuti per divertirsi (cosa assolutamente buona e giusta e per niente scontata di questi tempi), ma anche per prendere spazio e essere protagonisti. Dalle giornate che hanno preceduto il Festival con il weekend di lotta, ai montaggi sino alle diverse mansioni che occorre condividere per la buona riuscita di un evento di tale portata, la presenza giovanile ha fatto la differenza. Giovani capaci di non delegare, capaci di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, capaci di crescere e di confrontarsi con una realtà complessa e eterogenea. A fronte della retorica con cui, dal governo ai media, questi giovani vengono descritti a targhe alterne come bamboccioni o criminali, a seconda della convenienza del momento, la Val di Susa continua a essere orgogliosa di accogliere ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi. Un’occasione per imparare gli uni dagli altri, passarsi il testimone di un modo diverso di vivere e attraversare il territorio e dimostrare che un altro futuro non solo è possibile, ma può essere costruito collettivamente. Lo ha detto Nicoletta durante la conferenza stampa al presidio di Venaus “la lotta rende giovani” ed è qualcosa che ci teniamo stretti.  L’opera è vecchia e dopo l’estate di lotta rallenterà ancor di più  Si parla di 1 milione di euro di danni al cantiere di Chiomonte ma ancora non sono state effettuate le valutazioni definitive, il che ci dice che saranno destinati ad aumentare. Da quando l’opera venne proposta, i tempi e i soldi ad essa destinati non hanno fatto altro che allungarsi. In queste ore Paolo Foietta non riesce a trattenere le (e qui lo citiamo) “minchiate” nel riferirsi alle dichiarazioni di chi ha osato parlare di obsolescenza dell’opera. Il presidente della Commissione Intergovernativa lascia trapelare un po’ di nervosismo nell’intervista rilasciata a Lo Spiffero, in cui si mette in dubbio il cronoprogramma del Tav. Nelle stesse righe viene sottolineato che, se la prima previsione di fine lavori era datata 2015, spostata al 2030 e successivamente rinviata al 2033, il ritardo complessivo ammonta a 18 anni. A contribuire al ritardo, possiamo dirlo, dal 2005 a oggi chi si è opposto all’opera per tutte le sacrosante ragioni che ben conosciamo. Anche la marcia ai cantieri di Chiomonte, San Didero e Salbertrand di sabato scorso ha dato il suo piccolo apporto in questo senso. Eppure Foietta nega l’evidenza sottolineando che i problemi sono di natura economica e tecnica, in quanto la montagna è complicata da perforare. Sembrerebbe, così, dare ragione proprio a chi da sempre ne contesta l’utilità. Del resto, bucare una montagna ricca di amianto e uranio per realizzare una nuova linea ferroviaria quando ne esiste già una storica, così come prevedere compensazioni economiche per un territorio nel tentativo di mettere una toppa a un problema già profondo, è complicato e non fa che alimentare una serie di paradossi. Nel frattempo, le indiscrezioni parlano di un nuovo commissario. Forse Meloni inizia a pensare che Mauceri non sia stato all’altezza del compito? Mentre il centro dell’opera dovrà fare i conti con le conseguenze materiali in seguito all’iniziativa di centinaia di persone che hanno deciso di compiere gesti concreti per difendere una Valle martoriata, i suoi tentacoli si allargano. Così da Salbertrand a Susa fino ad Avigliana passando per Rivoli e Rivalta nuovi progetti fanno capolino: un chiaro esempio di rubinetti che si aprono per irrigare con una pioggerella di soldi chi ci deve guadagnare ancora un po’. Diventa così ancor più chiaro che le opere complementari sono un vero e proprio accessorio da borsetta per chi ha la possibilità di approfittarne. Non c’è da temere però perché, come si è visto in questo ultimo anno, in tutti questi territori laddove vi è un’ipotesi di nuovo cantiere nasce una nuova resistenza, fioriscono nuovi volti, si accendono nuove possibilità.  La giustizia di magistrati e corrotti  I pm indagano per devastazione e saccheggio e sperano nell’aggravante di terrorismo. Se c’è una cosa che insegna la lunga storia No Tav è che dalle pesanti e roboanti accuse ciò che ne esce è molto spesso (per fortuna!) una prova di ridimensionamento. Alimentare il dibattito giornalistico con titoli sensazionalistici è una strategia comprovata, oliata e a tratti efficace per i detrattori del Movimento No Tav e in generale di chi si oppone all’opera. Molto spesso infatti, seppur con pene molto pesanti frutto della giustizia a due velocità che è prassi nel nostro Paese, i numerosi processi svoltisi in questi decenni hanno dimostrato che non è così scontato poter comprovare certe accuse. Da ultimo il processo che è iniziato con l’accusa di associazione sovversiva, poi immediatamente derubricato in associazione per delinquere, che ha visto il crollo in primo grado dell’accusa di reato associativo. Ovviamente ricordiamo che non contenta la Procura ha intrapreso il processo in appello il quale è ancora in corso e bisognerà vederne l’esito, detto questo le boutade che agitano il fantasma del terrorismo denotano la solita ignoranza e cultura di scarsissimo valore di Procura, Questura e politicanti di una certa risma in questo Paese. Negli anni anche i più ferventi e accaniti haters dei No Tav, dai pm Padalino e Rinaudo a magistrati come Caselli a politicanti di bassa lega come Stefano Esposito, hanno molto spesso assistito a una vera e propria debacle delle loro personalissime battaglie. Quel che resta sempre vero è che, se da un lato c’è chi continua a cavalcare lo spauracchio della trita e ritrita formula del “blocco nero”, dall’altro è sempre più evidente la volontà, spontanea e trasversale, di tante persone di rendersi protagoniste delle mobilitazioni. Un entusiasmo crescente che continua ad attraversare generazioni, percorsi ed esperienze diverse. Anche sabato 26 luglio 2026, così come il 3 luglio 2011, c’erano ragazze e ragazzi, valligiani e non, che hanno scelto di autodifendersi: coprendosi le vie respiratorie per proteggersi dai lacrimogeni e riparandosi la testa dai lanci ad altezza uomo, una pratica che sappiamo essere tutt’altro che eccezionale e che, quando sfugge al controllo, può avere conseguenze anche gravi. I lacrimogeni lanciati dagli agenti a Chiomonte sono stati nell’ordine delle centinaia e, anche questa volta, hanno comportato un forte rischio di provocare incendi. Nonostante ciò, anche in questa occasione, le forze dell’ordine hanno continuato a lanciarne invece di intervenire per spegnere i focolai utilizzando gli idranti. C’è stato chi, in maniera spontanea e auto-organizzata, ha avuto la lucidità di prendere in mano una manichetta del cantiere e darsi da fare per spegnere i principi di fuochi causati dall’esplosione dei candelotti.   Il mondo è in fiamme  In queste settimane di caldo senza precedenti scorrono sui nostri schermi le immagini dei cavalli in fuga dall’incendio nel Sud della Francia o della città di Bordeaux a rischio evacuazione o le foreste del Canada o le nostre coste meridionali sfiancate dagli incendi. A fronte di una emergenza climatica come quella che stiamo vivendo, a fronte di forze politiche e istituzioni che guardano e passano senza minimamente preoccuparsi di organizzare dei tentativi per affrontarle, chi si pone il problema di difendere un territorio dovrebbe essere l’esempio a cui guardare. La cura dell’ambiente, il rispetto per chi ci vive che sia esso umano o non umano, è un aspetto prezioso di questo nostro presente. Che ancora si parli di Tav come un mito di progresso è chiaro a tutti che sia soltanto per mancanza di fantasia nell’inventare un altro slogan più credibile. Cementificare, consumare suolo, erodere montagne, prosciugare sorgenti, contribuire all’aumento dei gradi con il surriscaldamento generato dai lavori e dai cantieri è criminale. Lo è a fronte di anziani a rischio per la loro vita rinchiusi negli appartamenti delle nostre città, lo è a fronte di bambini che non vedranno più il susseguirsi delle stagioni, lo è davanti a giovani che devono scegliere se restare o emigrare perché i profughi climatici saranno destinati ad aumentare. L’invivibilità del pianeta è profondamente all’ordine del giorno e non è più accettabile che politici e istituzioni pensino di poter vivere come Re Mida sentendosi graziati dal cambiamento climatico in atto perché potranno beneficiare di bunker climatizzati o isole tutte loro. Non è accettabile e, a quanto pare, in tanti e tante non stanno con le mani in mano e non se ne fanno una ragione ma anzi, guardano al futuro con l’urgenza di lottare per un modello di vita diverso, alternativo e degno dei nostri desideri e ambizioni.