La scintilla di Tell e la polveriera cisgiordana
Riprendiamo da http://invictapalestina.org questo articolo che aiuta a leggere, inquadrandoli nel loro contesto, i fatti dello scorso 24 luglio nel villaggio cisgiordano di Tell (quegli stessi fatti che TG1 e TG2 sono riusciti a presentare come aggressione a un gruppo di escursionisti!) La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania di Ramzy Baroud Durante un’incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale sottomissione palestinese. Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori locali si sono rifiutati di arrendersi. Nello scontro che ne è seguito, un singolo palestinese ha disarmato un soldato israeliano e aperto il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone altri tre. Ciò che è accaduto dopo è stata la prevedibile e implacabile furia dell’Occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato hanno lanciato immediatamente una serie di incursioni a Tell e nelle comunità limitrofe, uccidendo quattro palestinesi, incendiando case e trasformando edifici residenziali in centri di interrogatorio da campo. In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione Israeliane hanno arrestato oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell, estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah, Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele. Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata. Il calcolo primitivo di Netanyahu  La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi sponsorizzato dallo Stato. Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti. L’entità della distruzione  Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata: Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato. Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior parte dei recenti feriti civili. Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e ripulite. Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né processo. Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese “terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia di nuove unità abitative negli insediamenti. Scopo strategico dietro la recrudescenza  La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo. Primo, prevenire un secondo fronte:  Israele si è reso conto che se la Cisgiordania si sollevasse in una ribellione organizzata su vasta scala mentre il suo esercito è impegnato in una snervante e interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le entità si rivelerebbe praticamente impossibile. Non essendo riuscito a schiacciare la Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante forza militare, Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in Cisgiordania per terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione totale. Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra: Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati, Netanyahu ha avuto bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso ai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta libertà di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere ripetutamente e alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme Est Occupata. Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi: Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarem a Nablus) per proiettare un’immagine di forza e controllo davanti al suo elettorato interno di destra. Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese  Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due fattori principali sul campo. Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni: Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la partecipazione attiva dell’esercito israeliano. Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:  L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione. L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto di Israele. Perché l’analisi corrente fallisce  La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra, accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici. Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli inefficaci a “tutte le parti per una distensione”. Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità storica. Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà dell’azione palestinese. Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale, umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente insostenibile. La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a un lenta e graduale annientamento. La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali. [Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di “The Palestine Chronicle”. È autore di sei libri, tra cui La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).]
Stato di emergenza
UN PIZZICO IN PIÙ – Un racconto dal BIVACCO di Venaus
DAL CANALE TELEGRAM DEL PRESIDIO DI SAN GIULIANO APPUNTAMENTO ORE 10 DOMANI MATTINA AL PRESIDIO DI VENAUS Le hanno provate tutte per impedire questo campeggio. Ordinanze all’ultimo secondo, controlli, identificazioni, tanta polizia… di tutti i tipi. Ci sono quelli vestiti di blu, di nero, quelli vestiti male con degli abbinamenti indecenti, insomma, non un bello spettacolo davanti al presidio di Venaus. Se non vivessimo in un mondo distopico, sarebbe tutto surreale. Poichè distopico è che venga invocata dalla polizia la “troppa evocatività” di un posto per impedirne la sua funzione reale, ovvero quella di viverlo e di prendersene cura. Distopico è che la questione politica venga ridotta a un incastro di pali e teli: “se metti le tende ti caccio via”. Distopico è stare in una valle devastata dalla corruzione e dai ricchi e vedere i giornalisti della Rai accorrere al presidio per chiedere che ne pensiamo dei black bloc e delle “violenze” del 25 Luglio. Quanto meno, consigliamo ai suddetti poliziotti armati di discutibili polo e pantaloni skinny, di provare l’abbinamento nero… il nero non sbaglia mai. Ma, prima di andare ai fatti, prendiamoci un momento per raccontare quanto accaduto nelle ultime ore. Come programmato, la quattro giorni è iniziata con un’assemblea di autogestione dello spazio, una proiezione del documentario su Palestine Action e tanti tanti cartelloni. C’è chi si segna in cucina, chi nei turni della pulizia bagni, chi si appresta ad affronatre il turno notturno di vedetta… non sia mai che le sei camionette della celere, pagate con i soldi dei contribuenti, smettano improvvisamente di mangiare noccioline, ridere e scherzare fra loro, e passino all’attacco. La notte la si passa in bivacco. Non vogliono che mettiamo le tende, dunque mettiamo un telo, qualche coperta e guardiamo le stelle all’ombra di un enorme bandiera della Palestina. La mattina dopo si inizia presto con delle discussioni: una sulla medicina alternativa e un’altra sulla campagna Faz’a in Cisgiordania. Poi, da Chicago, ci raccontano le lotte di quest’anno contro l’ICE e l’amministrazione Trump. Piove tanto ma l’autogestione funziona e con un po’ di determinazione riusciamo a cavarcela. Il pomeriggio, la prima assemblea plenaria sulla guerra. Tante le restituzioni, le domande e gli spunti di riflessione…cercando di affrontare il senso di impotenza che è la cifra dei tempi che viviamo. La giornata si chiude con l’assemblea del Bivacco e la proiezione di un documentario sul 41 bis e lo sciopero della fame di Alfredo Cospito. Mentre noi scriviamo, il programma continua. Tenere il punto vuol dire portare a termine quello che avevamo pensato, quello che volevano fosse impedito. Un pizzico di più, questa è la percezione dal presidio di Venaus. Non è tutto come ce lo eravamo immaginato, ma forse un pizzico più divertente. Quello che sta accadendo in valle questi giorni è un attacco a chiunque pensi che una società diversa è possibile e necessaria. Se ti ribelli, se prendi parte, se ti metti in mezzo… avrai i riflettori puntati e dovrai giostrarti nell’occhio del ciclone. Vogliamo prenderci questo sabato per chiudere il programma del campeggio e facciamo appello a raggiungerci stasera al presidio di Venaus. Vogliamo rompere l’assedio, vogliamo cogliere quest’occasione di attacco mediatico, politico e militare come uno dei tanti momenti per ribaltare la paura, per farla cambiare di campo. Dicono che Venaus è per loro “troppo evocativo” e dunque non possiamo starci. Beh, se lo è per loro, lo è senz’altro se non di più per noi. Ci evoca ricordi di resistenze passate e sogni sempre attuali di libertà. Quindi, rilanciamo. Noi domani saremo in giro e chiamiamo un appuntamento la mattina alle 10 per uscire insieme dal presidio di Venaus. Invitiamo chi può a raggiungerci, invitiamo chi non può venire a mostrare la sua solidarietà NOTAV, a stendere un telo o mettere una bandiera NOTAV fuori dalla propria casa o luogo di lavoro. Stanno attaccando la valle, lo fanno con i mezzi della polizia e con i mezzi della politica, con l’informazione e con la repressione. In un mondo distopico, ci siamo presx tre giorni per ragionare sull’utopia, per consocere nuove compagne e compagni e guardare avanti, con la testa in aria ma i piedi a terra. Ci vediamo stasera per cenare insieme al presidio di Venaus e per qualche concertino. Poi, a nanna presto perchè domani mattina dobbiamo far girare loro la testa. PORTARE BANDIERE, STRISCIONI, TROMBE, CASSE E BUON UMORE.
Comunicato di Stecco sulle condanne contro Palestine Action
Riceviamo da Stecco e diffondiamo: Sulle condanne contro Palestine Action In questi giorni ho avuto notizia delle condanne di quattro compagni/e di Palestine Action in Inghilterra per le loro azioni contro l’azienda d’armi israeliana Elbit Systems UK. La solidarietà e la lotta dello scorso inverno con lo sciopero della fame dentro le prigioni che unì prigionieri/e a livello internazionale, hanno portato a momenti di coesione e conoscenza nella lotta internazionalista contro la guerra genocida a Gaza, contro il colonialismo. Uno slancio che ha accomunato molte anime. Sono passati mesi ed il massacro continua. A Kramatorsk, in Ucraina, in questi giorni i marchingegni tecnologici chiamati droni continuano a terrorizzare le popolazioni, lo stesso accade in Russia. L’Iran e la Turchia continuano con questo nuovo paradigma della guerra moderna ad attaccare la resistenza curda sulle montagne, mentre per la Palestina non ci sono più parole da spendere per descrivere l’evidenza che conosciamo e ripetiamo. Nonostante la vita brutale in cui è costretta a vivere la popolazione essa cerca ancora la vita tra le macerie. Gli obiettivi di Israele ed Occidente li conosciamo. Ad Ankara, con il summit della Nato, in queste ore i bastardi aguzzini fanno affari, e tra un trattato, un contratto ed una stretta di mano, solo una cosa li inquieta, e non è la guerra perché di questa si nutrono. È la variabile della resistenza umana e politica che nonostante i massacri si annida nelle menti, le quali non sono state disarmate del pensiero critico, dove le dosi di pace sociale non hanno potuto mettere radici con i loro spettacoli farlocchi. Compagni/e continuano a cadere nella lotta, gli studi sul nemico della vita libera si susseguono, piccoli e grandi tentativi di attaccare il sistema capitalista anche. Nuovi cuori pulsanti rompono l’inganno imposto da una vita mortifera. La lotta continua, il carcere fa parte di essa e questi cuori pulsanti, come hanno fatto in tribunale i compagni/e di Palestine Action, reagiscono a testa alta. Se la repressione dell’autorità dello stato si fa più asfissiante, se ogni gesto o pensiero rivoluzionario che tende alla liberazione totale viene soffocato, se i padroni ed i politici credono di comandare queste nostre vite, rispondiamo con le parole della resistenza dentro i lager dette da una donna nel campo di sterminio di Bolzenburg e quelle dette in un altro campo a Dachau: “Sabotavamo il lavoro in tutti i modi possibili”, “lavorare lentamente? No, sabotate tutto quello che potete”. Questo dovrebbe essere lo stimolo di sottofondo di ogni lotta contro la guerra, contro lo Stato. Un ultimo pensiero va ai due ragazzi che dopo aver subito il peso della repressione della procura di Torino per la loro partecipazione alla lotta in solidarietà alla Palestina lo scorso autunno, hanno deciso di lasciare questo mondo. Avvenimenti che non possono non lasciare il segno e che ci spingono tutti e tutte a riflettere con ancor più attenzione su quanto sia importante darci forza e affinare strumenti per costruire una tenuta politica e direi anche, in qualche modo, spirituale contro gli attacchi della repressione, con tutto che ritengo queste scelte parte della libertà di ognuno, senza moralismi o giudizi. La mia vicinanza e solidarietà a chi a loro era vicino. Alla guerra dei padroni rispondiamo con la guerra sociale. Un saluto a pugno chiuso a Leona, Samuel, Fatema e Charlotte! Solidarietà a chi è sotto processo in Germania per il caso Ulm5! Lunga resistenza al Prosfygika! Carcere di Sanremo 11/07/2026 Luca Dolce detto Stecco
Carcere
Poesia per tutte le stagioni – di Juan Sorroche
È uscito l'”opuscolo di versi” Poesia per tutte le stagioni, risonanze dal carcere, di Juan Sorroche. Nonostante sia stato stampato, lo pubblichiamo sul sito in versione completa. Dall’introduzione: L’idea di questo opuscolo di versi nasce tra la primavera e l’estate del 2023 a partire dall’ispirazione di vari progetti in particolare il calendario del 2023 benefit per i prigionieri della cassa delle Alpi Occidentali con le bellissime illustrazioni di Gabra Pan e che adoro e ho utilizzato. Nasce anche da stimoli nel collaborare ai progetti solidali come “Haiku senza Haiku e versi scatenati” o come “Respiro” con relazioni tra fuori-dentro e dentro-fuori e di tanti e diversi impulsi che sono alla radice di questi progetti, e non solo, hanno saputo creare delle risonanze e così amplificando articolazioni di relazioni sia collettive che individuali di creatività espressive, e che arrivano tramite energie ed entrano ed escono dal carcere sotto forma di impulsi costanti e periodici anche con diverse intensità, e che con frequenza arrivano da diversi luoghi.   Qui l’opuscolo: Calendario Juan2
Carcere
Materiali
Forlì, lunedì 3 agosto: Presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: LUNEDÌ 3 AGOSTO DALLE 18:00 ALLE 20:30 PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI FORLÌ (lato via della Rocca) Torniamo sotto le mura del carcere “La rocca” di Forlì: per chi sta dentro e resiste al caldo e alla tortura della reclusione; per noi che stiamo fuori e che ritroviamo ogni volta lo spirito dello stare assieme, in strada, per un’ideale pratico. Ricordando che la lotta per la liberazione dex compagnx arrestatx il 16 giugno non sarà terminata finché anche Pietro, prigioniero a Terni, non sarà nuovamente con noi! CONTRO OGNI MURO, CONTRO OGNI GABBIA! PIETRO LIBERO! TUTTX LIBERX!
Iniziative
Carcere
Solidarietà a Spin Time e a tutte le realtà sotto attacco
Ancora un attacco, questa volta più subdolo che mai. Se siamo sempre stat3 abituat3 agli sgomberi estivi (confermando la pochezza e l’infamia di FFOO e politicanti vari), quello che sta succedendo a Roma a Spin Time lab dimostra che questo governo (ma gli altri non sono stati da meno) non ha nemmeno il coraggio di affrontare lo sgombero di un’occupazione abitativa da 450 persone e di assumersene la responsabilità. Negli ultimi mesi gli attacchi agli spazi occupati sono aumentati, dal Mezcal Squat di Collegno al Cantiere Sociale di Milano, passando per L38 e Bencivegna a Roma. Attacchi da chi ha paura di ciò che questi spazi creano, paura della libertà e dell’immaginazione che aiutano a diffondere in una società sempre più individualista e accecata dal dio denaro. Se non avessero paura non saremmo in cima alle loro priorità, come Spin Time lab pareva essere da mesi. Ribadiamo l’ovvia,ma mai scontata, solidarietà a chi sta subendo attacchi e a chi sta perdendo la propria casa. Sempre al vostro fianco, Giù le mani dagli spazi occupati! Compagnə è il momento di rispondere, siamo con voi!
occupazione
Antifascismo
Comunicati
comunicato
solidarietà
Detenzione amministrativa negli Stati Uniti? Tra chi ci lucra e come si resiste
Nella puntata di oggi di Harraga (in onda ogni venerdì dalle 15 alle 16 su Radio Blackout) parliamo della detenzione amministrativa negli Stati Uniti, un tema centrale per capire come la macchina del razzismo istituzionalizzato dell’amministrazione Trump – dalle retate ICE nelle strade alla detenzione – si muova nel cuore del capitalismo. Dopo aver raccontato retate e mobilitazioni di piazza, oggi facciamo un passo avanti nella catena: la detenzione amministrativa delle persone migranti, gli Administrative Detention Centers, il corrispettivo statunitense dei nostri CPR, viene gestita in gran parte da colossi privati che lucrano miliardi sulla pelle delle persone recluse, con investimenti pubblici esplosi dalla seconda amministrazione Trump. Ripercorriamo due momenti di lotta che hanno scosso quei centri dalle fondamenta negli ultimi anni: lo sciopero della fame collettivo dell’aprile 2020 all’Otay Mesa Detention Center di San Diego, e di come una forma di protesta di solito individuale sia diventata lotta collettiva, “contagiandosi” tra vari centri di reclusione negli USA – un parallelo che ci risuona con le rivolte nelle carceri italiane della stessa primavera 2020 e con la repressione durissima che le ha seguite. Poi le proteste e lo sciopero della fame e del lavoro del maggio 2026 a Delaney Hall, New Jersey, dove la lotta interna si è saldata con la solidarietà e i blocchi fuori dal centro, incontrando anch’essa una risposta repressiva molto violenta. Ne abbiamo parlato con Ettore, che si è occupato e ha fatto ricerca sul campo proprio sulla detenzione amministrativa negli USA.
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