L’Africa delle stragi: dall’infamia italiana del 1937 alla fucina bellica sudanese. Rivolte tradite tra Dacca e Yangon
> Questa settimana I Bastioni di Orione completano l’ascolto dell’incontro con > Emanuele Giordana: questa volta passiamo le sue considerazioni sui motivi e le > conseguenze della tornata fintamente elettorale tenutasi a Naypyidaw e in > poche altre città birmane, mentre nei due terzi della nazione multietnica la > guerra imperversa su livelli diversi, a seconda degli interessi delle singole > comunità, con l’imperversare dell’aviazione di Tatmadaw a impedire il tracollo > della giunta di Tsai Ming Hlaing, sostenuta – o comunque non lasciata crollare > – dagli interessi cinesi, er il momento decisi a congelare la situazione > birmana. > L’altro argomento di cui ci aveva parlato Emanuele il 12 febbraio era > l’imminente elezione in Bangladesh che ha visto il definitivo tradimento della > rivolta che ha defenestrato Sheikh Hasina, mettendo nei guai Modi, che ha > cercato di intromettersi uccidendo l’icona della rivolta , ottenendo la > vittoria del partito nazionalista Bnp che puzza di restauro dello status quo, > in qualche modo… > > Buona parte della puntata è trascorsa in Africa, tra la ricorrenza del > massacro perpetrato dal viceré Graziani – mai come quest’anno da rimeditare – > in un’Etiopia indomita sotto l’occupazione assassina dell’impero fascista; > ovviamente il governo nostalgico attuale ricorda solo i suoi criminali > camerati morti e non ha banfato sulla strage del 19 febbraio 1937. Lo abbiamo > fatto noi con Matteo Dominioni, storico e docente del periodo coloniale. > Abbiamo a lungo raccolto la lucida e precisa analisi del conflitto sudanese, > che si sta espandendo in ogni direzione del Continente , che ci ha offerto > Marco Trovato, direttore di “Africa Rivista”, di ritorno da un intrepido > viaggio in Kordofan. Risultano chiari dal suo racconto i vari livelli su cui > si combatte questo conflitto che vede schierati ai due lati della disputa > tutte le grandi potenze, che appoggiano e riforniscono i contendenti, vi è poi > un livello locale che coinvolge le potenze locali e le guerre dell’Africa > orientale, oltre alle alternanti adesioni delle milizie locali che appoggiano > ora Hemedti, ora al Burahn. -------------------------------------------------------------------------------- Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura italiana in Etiopia Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è applicata ancora di più alla ricerca scientifica – le viene preferita la sottile arte della vacuità da influencer di politici superficiali e populisti. Così a fronte di una strage fascista, rivendicata, istigata, organizzata dal regime mussoliniano, tutte le attenzioni vengono spostate su episodi ininfluenti, già registrati e collocati negli ultimi 80 anni nella loro collocazione storica finché la voglia di vendetta di una Destra portata al potere dal venir meno della vigilanza antifascista da parte delle forze progressiste, complici e corree nella scelta omertosa di non consegnare i criminali italiani, la cancellazione di tracce (la filiera dei gas usati e su cui tutti tacquero). Perciò ci siamo rivolti a uno storico che da vari decenni si occupa dei misfatti del ventennio fascista in particolare nel Corno d’Africa: Matteo Dominioni cerca di ricondurci a termini, parole, testimonianze, analisi, dati e documenti scientifici, attraverso i quali poter ricondurre a una ricostruzione il più possibile veritiera e al conseguente giudizio sulla invasione, occupazione e poi la postura coloniale, che coinvolse un milione di italiani. Su tutti spicca il criminale di guerra Graziani. Lo abbiamo interpellato il 19 febbraio, cioè “Yekatit 12”, come gli etiopi chiamano il loro giorno della memoria, di quel 1937 in cui sono stati uccisi tra 4 e 20 mila abitanti del Corno d’Africa per mano degli occupanti italiani aizzati dagli alti ranghi militari, da Graziani e da Mussolini stesso che ordinavano: «Si uccide troppo poco!». Una enorme caccia all’uomo nero scatenata a casa sua da invasori e occupanti feroci; qualcosa di peggio di colonizzatori, piuttosto brutali assassini razzisti che hanno ordito una strage, giorni di orrore e terrore per tutti quelli con la pelle sbagliata. E gli eredi di quella parte già giudicata dalla Storia fanno carte false, fabbricando una storia revisionata e miope. Complessa anche la memoria etiope, parcellizzata e utilizzata da identità diverse: divisioni tra appartenenze diverse e opportunismi collegati dalla ricostruzione storica tra collaborazionisti e partigiani, tra oromo e amhara, tra eritrei ed etiopi, ascari e resistenti. Il risultato è un modo diverso di partecipare al ricordo dello Yekatit 12. -------------------------------------------------------------------------------- Due elezioni in Sudest asiatico hanno visto sancire l’impossibilità di ottenere alcun cambiamento. Rispetto al feroce regime militar-affaristico in Myanmar, dove si è visto festeggiare un lustro dal golpe contro il governo di Aung san suu chi  e la restaurazione del sistema in cui una generazione di giovani aveva sperato; e rispetto a un sistema che mantiene le solite oligarchie dinastiche al potere in Bangladesh, nonostante sia trascorso poco più di un anno dalla imponente rivolta che ha portato alla cacciata di Sheikh Hasina. Di entrambi ce ne parla Emanuele Giordana, impegnato nel suo consueto annuale studio delle società asiatiche e dei loro cambiamenti, che si è spinto fino ai confini birmani, raccogliendo informazioni e mettendo insieme conoscenze, differenze tra comunità e milizie, municipi più o meno indipendenti rispetto alla giunta golpista che ha ovviamente dichiarato la vittoria nei seggi disertati da tutti (compresi gli osservatori internazionali) ma che controlla solo un terzo del territorio e delle risorse. Il resto è guerra aperta con le forze di difesa popolare che continuano a conquistare posizioni strategiche. Risulta un territorio bantustizzato tra karen, shan, wa (i filocinesi che gestiscono il traffico di armi), arakan… La Cina sembra aver optato per un attendismo che congela la situazione birmana. E l’India tenta di migliorare le sue relazioni sia con la giunta birmana, sia in quel Bangladesh dove con la fuga di Hasina ha perso il controllo del paese.   Infatti ritroviamo esattamente 18 mesi dopo il racconto esaltante della rivolta di Dacca un paese normalizzato, dove il movimento giovanile – dopo che è stata ammazzata la giovane icona Sharif Osman Hadi (poeta 31enne) da sicari di Modi, preoccupato di non poter più contare sulla fedeltà della giovane nazione bangladese – si è avvicinato a Jamaat-e-Islami e questo gli ha alienato le simpatie delle donne e anche dei non musulmani, non ancora pronti ad accogliere la minoranza dopo l’indipendenza di mezzo secolo fa dal Pakistan. Quindi si registra la vittoria dei nazionalisti di Tarique Rahman, rifugiatosi in esilio vent’anni fa, dopo che la madre lasciò il potere a lungo detenuto e ora populista che potrebbe rieditare i metodi estorsivi e corruttivi della madre. Questo è il risultato dell’incapacità del governo di transizione di Yunus, il premio Nobel che ha deluso per l’incapacità di riformare i settori della sicurezza e quello istituzionale, sottoposto a giudizio referendario insieme alle elezioni, come avvenuto per quello costituente thailandese. La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro civili con l’utilizzo  di micidiali droni che vengono adattati con ordigni letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19 febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Aumenta il coinvolgimento di  attori esterni nel sostegno ai due contendenti da una parte l’esercito sudanese e dall’altro le forze di supporto rapido RSF, l’ agenzia Reuters ha riferito che l’Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l’esercito sudanese da quasi tre anni. Secondo l’agenzia, una decina di fonti, tra cui una all’interno del governo etiope, hanno confermato l’esistenza del campo di addestramento e hanno affermato che gli Emirati Arabi Uniti ne hanno finanziato la costruzione, fornito istruttori militari e offerto supporto logistico. il Sudanese Emergency Lawyers ha esortato sia le Forze armate sudanesi sia le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) a cessare gli attacchi con droni, a evitare obiettivi civili e a rispettare il diritto internazionale umanitario. L’appello si inserisce in un contesto di intensificazione degli attacchi con droni nelle regioni del Kordofan e del Darfur, dove proseguono i combattimenti tra l’esercito regolare e le Rsf. Organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato il deterioramento della situazione sul terreno e un crescente numero di raid contro aree densamente popolate. La situazione umanitaria è devastante mancando l’accesso al cibo e alle cure in quanto il sistema sanitario è collassato ,la crisi del Sudan è diventata la più grande emergenza al mondo in termini di sfollamento e protezione: 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, molte delle quali vivono in rifugi di fortuna, senza sicurezza e senza speranza. Durante la guerra civile del Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, entrambe le parti si sono sempre più affidate ai droni, e i civili hanno sopportato il peso della carneficina.Il terreno pianeggiante del Sudan e la copertura limitata lo rendono adatto agli attacchi e alla sorveglianza dei droni. La maggior parte dei droni in Sudan sono contrabbandati da una rete di sostenitori stranieri via terra, mare e aria, aggirando gli embarghi ufficiali, mentre gli stati stranieri sfruttano la situazione a loro vantaggio. Della situazione in Sudan ne parliamo con Marco Trovato direttore di Africa rivista.
Sudan
Yekatit 12
Restaurazione in Asia
Trapani Birgi base strategica degli aerei radar AWACS e dei droni AGS della NATO
La Sicilia in guerra raddoppia: dopo Sigonella anche lo scalo aereo di Trapani Birgi assume il ruolo di avamposto strategico per le operazioni militari delle forze armate NATO nello scacchiere russo-ucraino. Martedì 3 febbraio 2026, dopo il fallimento dell’accordo per una “tregua” e la ripresa degli attacchi aerei russi contro le città ucraine, il sito specializzato ItalMilRadar ha tracciato la simultanea ed inedita missione d’intelligence, riconoscimento e sorveglianza (ISR) dello spazio aereo dell’Europa orientale e del Mar Nero da parte di due velivoli decollati dalla Sicilia. Nello specifico, un aereo radar E-3A “Sentry” AWACS della NATO (denominato in codice MAGICS), dopo aver lasciato la base di Trapani ha raggiunto la Polonia orientale per svolgere una lunga attività di monitoraggio dei cieli dell’Ucraina. Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B “Global Hawk” in dotazione all’US Air Force (denominazione FORTE) che si è poi posizionato in volo sul Mar Nero. “Insieme, i due velivoli segnano un netto passaggio dalla modalità standby al monitoraggio per una rinnovata consapevolezza della situazione in tutto il teatro delle operazioni militari”, spiegano gli analisti di ItaMilRadar. “L’aereo E-3A “Sentry” della NATO era nella posizione ideale per monitorare l’attività aerea e le dinamiche di comando e controllo legate alle operazioni all’interno dell’Ucraina, mentre sorvolava all’interno dello spazio aereo NATO. Queste missioni non sono limitate all’osservazione passiva: l’E-3 fornisce un quadro aereo in tempo reale, traccia le attività dei velivoli e dei missili in volo e opera come nodo chiave per comprendere quanto accade nei periodi di elevata tensione”. Sempre ItaMilRadar ha rilevato che il drone RQ-4B “Global Hawk” dell’Aeronautica Militare USA è decollato da Sigonella per operare nell’area del Mar Nero dopo un’assenza di alcune settimane. “Le missioni di FORTE sul Mar Nero sono divenute di recente meno frequenti, mostrando una temporanea riduzione dell’escalation”, scrivono gli analisti. “Il suo ritorno, giorno 3 febbraio, suggerisce che i rinnovati attacchi russi sono stati immediatamente valutati assai più di un evento isolato”. “La combinazione di questi due assetti aerei è particolarmente significativo”, annota ItaMilRadar. “Mentre FORTE si focalizza su una persistente sorveglianza aerea in profondità dell’asse meridionale — monitorando le regioni costiere, i sistemi di difesa aerea e i modelli operativi — il velivolo radar E-3 lo completa fornendo un quadro aereo dinamico più vicino al confine orientale della NATO. Insieme, i due velivoli coprono sia la profondità strategica che l’immediato contesto dello spazio aereo del conflitto russo-ucraino”. In conclusione ItaMilRadar sottolinea quanto sia “cruciale” il tempismo della doppia missione di US Air Force e NATO. “L’attivazione quasi simultanea dell’E-3 AWACS dall’Italia e del drone FORTE sul Mar Nero indica fortemente che la tregua del fine settimana precedente era stata considerata da tutti come temporanea”, commentano gli analisti. “La postura operativa ISR della NATO sembra essere pronta a crescere rapidamente, anticipando la ripresa delle ostilità più che a reagire ad un’escalation a sorpresa”. (1) Gli AWACS a Birgi per rafforzare la postura NATO in Est Europa   I grandi aerei Boeing E-3A “Sentry” AWACS (Airborne Warning & Control System) della NATO sono stati rischierati a Trapani Birgi a partire della mattina del 18 dicembre 2025 per concorrere alle operazioni di comando, controllo, intelligence e sorveglianza delle forze armate NATO nel sanguinoso scacchiere di guerra russo-ucraino. La decisione di trasferire in Sicilia alcuni dei velivoli dotati di radar a lungo raggio e sensori passivi capaci di rilevare contatti aerei o di superficie su grandi distanze è stata assunta dall’Alleanza Atlantica per rafforzare le attività di vigilanza nei rigidi mesi invernali nel Mediterraneo e in Europa orientale. “Da Trapani Birgi l’E-3A può supportare con maggiore efficienza i compiti di sorveglianza e comando e controllo in tutto il bacino mediterraneo, nei Balcani e nelle più lontane aree orientali di interesse, così come mantenere rapido accesso ai teatri operativi meridionali ed orientali della NATO”, spiegano ancora gli analisti di ItaMilRadar. “La location siciliana offre anche vantaggi logistici e minori tempi di transito in comparazione con le basi del Nord, consentendo ai velivoli di trascorrere meno tempo in volo”. “Il dislocamento si inserisce in uno schema ben consolidato”, annota ItaMilRadar. “L’Italia ha ripetutamente ospitato gli aerei AWACS della NATO durante i periodi di maggiore attività o con limiti stagionali, sottolineando il ruolo centrale di Roma all’interno dell’architettura di difesa aerea e missilistica e di intelligence dell’Alleanza. Poiché si intensificano le operazioni invernali, Trapani diviene ancora una volta un centro nevralgico delle capacità di preavviso e pronto intervento aereo della NATO, assicurando prontezza operativa in tempi critici per la sicurezza regionale”. (2) La prima operazione dallo scalo siciliano è stata lanciata la sera di sabato 20 dicembre, alle ore 20.30: un E-3A “Sentry” identificato con il codice NATO05 (registrazione LX-90448), dopo la partenza da Trapani ha puntato in direzione nord-est attraversando l’Italia e l’Europa centrale per poi raggiungere lo spazio aereo della Polonia. Sui cieli polacchi l’aereo ha svolto una lunga missione di nove ore, svolgendo una rotta di volo tipica di un mezzo militare predisposto allo svolgimento di missioni di preallarme e comando e controllo. “Il tempo di sorvolo sulla Polona indica che si è trattato di una missione focalizzata sul mantenimento della consapevolezza situazionale in una delle aree più sensibili della NATO”, ha spiegato ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della guerra in Ucraina, la Polonia è divenuta una pietra angolare del Fianco orientale dell’Alleanza, quale hub logistico e come paese in prima linea confinante con l’area più estesa di confronto con la Russia”. “Ciò che distingue la missione del 20 dicembre è la scelta della base operativa”, aggiungono gli analisti. “Lanciare una sortita così lunga da Trapani sottolinea come il sud Italia sia sempre più impiegato come hub strategico che come semplice avamposto mediterraneo. Dalla Sicilia, gli AWACS NATO possono raggiungere l’Europa orientale mentre beneficiano di più stabili condizioni climatiche e di una minore congestione del traffico aereo in comparazione con le basi settentrionali, specialmente durante i mesi invernali. Ciò accresce sia la flessibilità operativa che l’efficienza delle missioni”.    Nei giorni precedenti alla missione dell’aereo radar decollato da Trapani verso la Polonia, nei cieli dell’Europa orientale si era registrato un intenso traffico di velivoli con e senza pilota delle forze aeree dei paesi membri dell’Alleanza, specie in quelli confinanti con l’Ucraina. In particolare erano stati monitorati i voli verso il Mar Nero dei grandi aerei ISR “Poseidon 8A” di US Navy e dei droni “Global Hawk” di US Air Force, tutti operativi dalla Stazione aeronavale siciliana di Sigonella. “La NATO sta continuando a generare un flusso costante di missioni lungo le proprie frontiere orientali”, spiega ItaMilRadar. “Il volo di nove ore da Trapani si adatta perfettamente a questo schema, evidenziando come l’Alleanza sia in grado di proiettare la copertura aerea persistente delle operazioni di comando e controllo sul Fianco Est anche quando opera a centinaia di chilometri di distanza. Più di una sortita di routine, la missione del velivolo AWACS è un modo di far presente, e Trapani in particolare, che esse restano un fattore chiave dell’architettura di sorveglianza aerea della NATO in un momento in cui il monitoraggio dell’Europa orientale resta una priorità strategica”. (3) Gli AWACS della NATO vengono impiegati in operazioni di sorveglianza e riconoscimento sul fronte orientale a partire del marzo 2014, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia e l’escalation bellica in Donbass, nell’ambito delle misure adottate dall’Alleanza a supporto delle forze armate ucraine. Il ruolo dei velivoli radar NATO è ovviamente cresciuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022. “Gli AWACS hanno condotto centinaia di voli per pattugliare i cieli lungo tutto il fianco orientale dell’Alleanza, incluso sul Mar Baltico e sul Mar Nero e hanno anche monitorato i cieli sull’Ucraina”, riporta l’ufficio stampa della NATO. “Durante questi voli gli AWACS sono stati in grado di monitorare gli aerei da guerra russi, individuare missili e osservare qualsiasi movimento delle unità navali, dei droni e dei carri armati. Queste attività consentono ai leader militari e politici dell’Alleanza di avere un quadro chiaro di ciò che sta accadendo in Ucraina e di poter osservare le minacce che interessano il territorio NATO”. (4)   A Birgi pure i grandi droni AGS della NATO A sancire le sempre più strette relazioni logistico-operative tra le due maggiori installazioni militari siciliane, c’è la decisione della NATO Intelligence, Surveillance and Reconnaissance Force (NISRF) di utilizzare lo scalo di Trapani Birgi come base di supporto dei nuovi droni RQ-4D “Phoenix” del sistema AGS (Alliance Ground Surveillance), il cui hub di comando e controllo è stato insediato proprio a Sigonella. L’AGS con i suoi cinque velivoli a pilotaggio remoto RQ-4D “Phoenix” consente alla NATO di condurre ricognizioni aeree autonome in qualsiasi condizione atmosferica, giorno e notte, in una vastissima aera geografica che comprende l’Europa, il nord Africa e il Mediterraneo orientale. Il primo rischieramento di un drone “Phoenix” AGS nella base trapanese risale al 10 dicembre 2024. “Ciò ha rappresentato un passo significativo nell’ampliamento della portata operativa e dell’adattabilità della NISR Force all’interno della cornice d’intelligence della NATO”, ha dichiarato il generale Andrew Clark, comandante della forza di sorveglianza interalleata. “Questo riuscito impiego a Trapani è una prova evidente dell’impegno e della professionalità del nostro personale e di quello del 37° Stormo dell’Aeronautica Militare italiana di stanza in questa installazione, nonché dei militari della forza AWACS NATO di Trapani. Espandendo la nostra presenza operativa, rafforziamo la nostra flessibilità nel fornire intelligence critica e supporto alle attività di sorveglianza della NATO e dei suoi stati membri, in qualsiasi momento e ovunque sia necessario”. Sempre secondo i massimi vertici della NISR Force, l’inclusione dello scalo di Trapani all’interno del proprio dispositivo di intelligence militare ha consentito il potenziamento delle funzioni e delle capacità operative. “La diversificazione delle basi consente a NISRF di svolgere ininterrottamente le attività di sorveglianza in tutte le regioni più critiche, via via che si evolvono le situazioni sul campo (…) L’uso di Trapani rende ancora più solide le missioni vitali ISR a supporto degli obiettivi collettivi alla sicurezza della NATO”. (5)   Una piattaforma avanzata per gli aerei radar AWACS Trapani Birgi è una delle basi operative avanzate (Forward Operations Bases) della NAEW&C (NATO Airborne Early Warning & Control) fin dalla sua costituzione nei primi anni Ottanta del secolo scorso. La NAEW&C è una delle forze di pronto intervento dell’Alleanza, insieme alla Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) e alla NATO Response Force (NRF). Il quartier generale della struttura di pronto allarme NATO è a Geilenkirchen, Germania. Le altre FOB sorgono ad Oerland (Norvegia), Aktion (Grecia) e Konya (Turchia). Complessivamente sono 17 i paesi membri NATO che contribuiscono al programma NAEW&C: Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Turchia, Ungheria e Stati Uniti d’America. Canada, Finlandia, Francia e Lituania assegnano proprio personale militare a supporto dei velivoli radar E-3A “Sentry” AWACS. Attualmente la flotta AWACS è composta da 14 aerei. Si tratta di velivoli modello Boeing 707 appositamente modificati con l’installazione di un’ampia antenna radar sulla fusoliera. Radar e relativi sensori sono in grado di tracciare ogni contatto terrestre e/o areo su larghe distanze. I sistemi di bordo possono intercettare, identificare e seguire gli aerei potenzialmente ostili che operano a basse altitudini ed assicurare le operazioni di comando e controllo degli aerei alleati. Gli apparati radar possono tracciare ed identificare simultaneamente i contatti navali, fornendo il coordinamento a supporto delle forze di superficie. Le informazioni raccolte dagli AWACS possono essere trasmesse direttamente – via link digitali –agli utenti che operano in ambienti terrestri, aerei e navali. Gli E-3A operano normalmente ad un’altitudine di circa 10 km.; ciò consente loro di monitorare costantemente uno spazio aereo con una copertura di oltre 312.000 km², individuando target fino a 520 km. o a 280 miglia nautiche di distanza. (6) Enfaticamente denominati gli occhi del cielo della NATO, gli E-3A AWACS conducono un ampio raggio di missioni: dalla sorveglianza aerea in tempo di pace, il supporto anti-terrorismo, gli interventi di evacuazione di personale militare e di vigilanza di embarghi, ecc., fino a tutte le missioni di guerra. Essi assicurano il comando e il controllo dei velivoli aerei e dei cacciabombardieri durante le loro operazioni ed esercitazioni; il coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR); il controllo delle unità di difesa missilistica con base terrestre; il supporto alle operazioni navali dentro definite aree marittime. (7) In passato gli AWACS hanno avuto un ruolo chiave in alcuni dei più sanguinosi conflitti che le forze armate USA e NATO hanno lanciato in diverse aree del pianeta. Dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nell’agosto del 1990, alcuni di questi velivoli sono stati trasferiti in basi aeree della Turchia orientale per controllare il confine turco-iracheno e il traffico navale nel Mediterraneo orientale (Operation Anchor Guard). Le attività sono proseguite fino al marzo 1991. Nel corso degli anni Novanta, gli AWACS NATO e i velivoli radar di Francia, USA e Regno Unito hanno operato congiuntamente sullo spazio aereo dei Balcani a supporto delle missioni dell’Alleanza in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo (Operazioni Deliberate Force e Allied Force). Determinante l’impiego della NAEW&C Force dopo l’11 settembre 2001 a sostegno delle operazioni lanciate dagli Stati Uniti d’America e dalla NATO in Medio oriente. Dal 2007 al 2016 gli aerei radar sono stati impiegati per le attività “anti-terrorismo” che l’Alleanza ha svolto in tutto il bacino mediterraneo (Operation Active Endeavour). Ancora più rilevante il ruolo degli AWACS nella campagna bellica scatenata da USA e alleati contro la Libia nel 2011 (Operation Unified Protector). “La NAEW&C Force ha assunto la funzione cruciale di comando e controllo di tutti gli assetti aerei alleati che hanno operato sulla Libia”, ricordano i vertici NATO. “Ciò ha incluso l’emanazione degli ordini tattici e dei compiti in tempo reale per i caccia da combattimento alleati, per i velivoli di sorveglianza e riconoscimento e quelli di rifornimento in volo, nonché per gli aerei senza pilota UAV. Gli AWACS hanno inoltre fornito supporto alle unità navali e ai sottomarini alleati rafforzando il sistema di embargo militare contro la Libia e le capacità di sorveglianza navale. Per la cronaca, la maggior parte degli attacchi aerei in territorio libico partirono al tempo proprio dallo scalo aereo di Trapani Birgi. Dal 2011 fino al 2014, alcuni aerei radar NATO sono stati trasferiti nella base di Mazar-e Sharif in Afghanistan, a supporto dell’International Security Assistance Force (ISAF), assicurando la copertura dello spazio aereo del paese e il sostegno alle attività da combattimento, interdizione del campo di battaglia, ricerca e soccorso del personale militare, trasporto aereo tattico. (8) Come abbiamo già visto, dal 2014 ad oggi i velivoli radar della forza di “pronto allarme” NATO vengono impiegati sul fronte di guerra russo-ucraino. Una scuola di guerra mondiale per i piloti degli F-35 A Trapani Birgi, agli E-3A “Sentry” AWACS e ai droni RQ-4B “Global Hawk” AGS della NATO si aggiungeranno presto anche i cacciabombardieri di quinta generazioneF-35 “Lightining II”. Il Ministero della Difesa italiano ha annunciato infatti l’avvio dei lavori di ampliamento della grande base siciliana in vista della realizzazione di un Centro di formazione dei piloti dei paesi che si sono dotati o intendono dotarsi di questi velivoli a capacità nucleare. La Direzione degli Armamenti Aeronautici e per l’Aeronavigabilità (DAAA) ha impegnato 112,6 milioni di euro su un arco temporale quinquennale, per la creazione del centro di addestramento avanzato, destinato a diventare un punto di riferimento non solo per l’Aeronautica Militare, ma per tutti i partner mondiali del programma JSF (Joint Strike Fighter, così come viene indicato il velivolo da guerra F-35). Secondo il periodico specializzato Ares, il Ministero della Difesa realizzerà a Trapani Birgi la terza Main Operating Base (MOB) per la flotta F-35 in dotazione all’Aeronautica Militare, affiancandola alle basi di Amendola (Foggia) e Ghedi (Brescia). “Il progetto su Trapani è però più ambizioso e mira a istituire un vero e proprio ecosistema operativo e formativo”, aggiunge Ares. “Il piano prevede infatti la coesistenza di tre realtà distinte ma integrate: un Gruppo Volo Operativo nazionale (ITAF OPS Squadron), un Gruppo Volo Internazionale Addestrativo (PTC Squadron) e il Centro di Addestramento Comune (LTC) oggetto dell’attuale contratto (…) L’obiettivo è intercettare la crescente domanda di addestramento dei paesi NATO ed europei, istituendo in Italia il primo Pilot Training Center per F-35 al di fuori dei confini statunitensi”. Ad oggi i Paesi che hanno acquistato o hanno espresso l’intenzione di dotarsi del caccia F-35, oltre a Stati Uniti d’America e Italia sono: Arabia Saudita, Australia, Belgio, Canada, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Finlandia, Germania, Giappone, Grecia, Israele, Marocco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Qatar, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Singapore, Spagna, Svizzera, Thailandia e Turchia. Sotto il profilo amministrativo, il Ministero della Difesa ha affidato i lavori di realizzazione del Pilot Training Center al Raggruppamento Temporaneo di Imprese formato dall’italiana Leonardo S.p.A. e dal colosso statunitense Lockheed Martin. “La scelta – spiega ancora Ares - è dettata da vincoli tecnologici e normativi stringenti. Lockheed Martin è infatti l’unico soggetto titolato a distribuire i simulatori del programma JSF, mentre Leonardo è stata individuata dal costruttore americano come l’unica realtà industriale nazionale in possesso delle competenze e delle autorizzazioni (tramite accordi approvati dal governo USA) per gestire i dati ingegneristici classificati necessari all’opera”. La Difesa ha già predisposto il cronogramma per il completamento del progetto nell’installazione siciliana: la prima capacità di training a bordo degli F-35 prenderà il via entro dicembre 2028, mentre il completamento dell’edificio che ospiterà il centro scuola è previsto entro il 1° luglio 2029. (9)   Note 1)      https://www.itamilradar.com/2026/02/03/nato-e-3-and-usaf-rq-4b-forte-reappear-as-russian-strikes-resume-signalling-renewed-allied-focus-on-ukraine/ 2)      https://www.itamilradar.com/2025/12/21/nato-e-3a-flies-a-nine-hour-mission-over-poland-from-trapani/ 3)      https://www.stampalibera.it/2025/12/22/trapani-birgi-avamposto-per-le-operazioni-di-intelligence-nato-proucraina/?fbclid=IwY2xjawO3CCtleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeZMFG0gvzP4cvBm720ijVRwqXK9DPqSN7ZX-Thk0uhiDfQL3gzhpbdt6Vwcw_aem_pyNgubxa5xezU4i9qV-OFg 4)      https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky 5)      https://defence-industry.eu/nato-isr-force-expands-capabilities-with-first-live-diversion-to-trapani-air-base/ 6)      https://awacs.nato.int/organisation/awacs-fleet-2 7)      https://awacs.nato.int/organisation/roles-and-operations 8)      https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky 9)      https://www.stampalibera.it/2026/01/07/cacciabombardieri-nucleari-f-35-a-trapani-birgi-la-difesa-stanzia-oltre-100-milioni-di-euro/
La figura di Lenin torna al centro del dibattito
La figura di Lenin torna al centro del dibattito storico e culturale con un nuovo volume firmato da Guido Carpi e pubblicato da Salerno Editrice nel gennaio 2026. Il libro propone un profilo rigoroso che intreccia la biografia del leader bolscevico con i destini della Russia, restituendo una lettura ampia e articolata della sua azione politica e della sua visione storica. Nel volume Lenin, la vita del rivoluzionario viene analizzata come parte integrante di un processo storico più vasto.Il libro mostra come le scelte del leader bolscevico siano state costantemente legate ai mutamenti profondi del sistema sociale russo. Accanto all’immagine del politico esperto e del tattico navigato, emerge con forza la capacità strategica di Lenin. Questa visione di lungo periodo nasce da una carica utopistica senza confini, che ha inciso in modo decisivo sulla storia di un popolo e del mondo intero Pubblichiamo una interessante intervista a Guido Carpi del 2017: In occasione del centenario dalla morte di Lenin abbiamo intervistato Guido Carpi, professore ordinario di letteratura russa presso l’Università L’Orientale di Napoli e studioso di Vladimir Ul’janov. Guido Carpi è autore di diversi contributi dedicati al rivoluzionario russo, tra cui i due volumi editi da Stilo Editrice Lenin. La formazione di un rivoluzionario – Lenin. Verso la rivoluzione d’Ottobre (recensiti da Andergraund Rivista qui) e la sua ultima fatica per Carocci Editore, Lenin. Il rivoluzionario assoluto. Insieme al Prof. Carpi abbiamo cercato di ricostruire alcuni aspetti della figura di Lenin e di indagare il lavoro di ricerca svolto dallo studioso. Ringraziamo naturalmente il Professore per averci concesso questa intervista. -------------------------------------------------------------------------------- AR: Buongiorno e grazie di aver accettato la nostra proposta per un’intervista! La prima domanda tocca corde forse più personali. Quando ha iniziato a occuparsi di Lenin e cosa l’ha spinta a iniziare questo percorso di ricerca? GC: Buongiorno! Cosa mi abbia spinto, è presto detto: vengo da quella storia lì, anche se non sono mai stato granché come militante. Quella del comunismo – da Marx a Lenin e da Lenin in poi – è una storia molto ricca e variegata, fatta, a mio parere, di momenti luminosi e di grandi tragedie: una sorta di labirinto in cui, quale che sia la direzione presa, si finisce sempre nella stanza centrale, non si può sfuggire all’incontro col “Minotauro” Lenin. Di Lenin mi sono sempre interessato in un modo o nell’altro, e non solo a causa della mia provenienza politica, ma anche perché non penso che si possa studiare la cultura del Novecento russo/sovietico senza conoscere il retaggio dell’artefice dell’Ottobre: qualsiasi cosa se ne possa pensare nel merito, sarebbe come studiare Dante senza avere letto San Tommaso. Quando ho deciso di scriverne una biografia? Quando mi sono trasferito a Napoli: una città dura, classista, ma che come tutti i luoghi del genere produce degli anticorpi molto forti. A Napoli, in particolare al centro sociale Ex OPG “Je so’ pazzo”, ho conosciuto un mondo di militanza giovanile radicale che prima mi era ignoto: mi sono chiesto cosa potevo fare per loro, come dare un mio contributo, ed ecco che mi è venuta l’idea. Infatti, nei primi due volumi che ho scritto per la casa editrice Stilo (ospite della collana “Pagine di Russia”, diretta dall’amico Marco Caratozzolo) ho allargano il punto di vista a tutto il mondo della militanza giovanile in cui Volodja Ul’janov si è venuto formando, alla psicologia, all’identità, alle motivazioni di queste nuove figure di attivisti, alle metamorfosi da loro subite da una stagione politica all’altra: senza conoscere quel mondo non si possono capire il pensiero e l’azione di Lenin, perché è a loro che si rivolgeva, ed è da loro che traeva forza come un novello Anteo. Penso che la mia ricerca possa essere uno strumento utile per chi oggi si affaccia al mondo dell’impegno politico radicale: le circostanze sono molto diverse, ma chiunque voglia tentare di cambiare il mondo deve innanzitutto porsi il problema di come organizzarsi, e per fare che cosa. Voglio anche esprimere il mio apprezzamento per le case editrici che mi hanno ospitato: la già citata Stilo e Carocci. Non hanno avuto paura di “sporcarsi le mani” con libri dove certo l’impostazione ideale di base è tutt’altro che dissimulata. AR: Aveva già in mente che tipo di immagine del personaggio intendeva trasmettere al suo futuro lettore? Quest’immagine è cambiata nel corso della ricerca e/o con il procedere della scrittura? E, a tal proposito, quanto è complesso cercare di “umanizzare” o, in altre parole, “demitizzare” Lenin? GC: A dire il vero, sulle prime avevo un’idea piuttosto vaga di chi fosse Lenin come “tipo umano”: la sua immagine risentiva troppo di una monumentalizzazione e mitizzazione ossessiva che io, ahimé, a differenza di voi, ho ancora fatto in tempo a vedere in atto. In questo senso mi ha certamente aiutato la memorialistica dei suoi primi compagni, in particolare nelle prime edizioni su rivista, dato che a partire dalla fine degli anni Venti tutto questo materiale è stato a sua volta omologato e censurato. Non che di per sé mi importasse “demitizzare” Lenin: esiste infatti una sterminata produzione da me definita “leninofagia” (leninoedstvo) il cui unico scopo è dare della sua figura una versione macchiettistica e/o criminale: cito a tale proposito i libri particolarmente infelici di Hélène Carrère d’Encausse e di Yuri Felshtinsky. Ma certo, cogliere i tratti peculiari del carattere di Il’ič mi ha aiutato anche a comprendere alcune molle profonde del suo agire: mi hanno da subito colpito il modo di costruire il proprio rapporto con la cerchia assai ristretta degli intimi, l’estrema caparbietà politica unita a una fortissima timidezza nelle questioni personali, la scaltrezza mefistofelica in certe cose e un certo qual candore infantile in altre, la carica utopistica smisurata e allo stesso tempo una “normalità” priva di qualsiasi allure romantica o di atteggiamento bohémien. Faccio un esempio. Quando nel giugno 1917, al primo congresso di un Soviet ancora dominato dai socialisti moderati, Lenin esclama dall’ultima fila la famosa frase: C’è! Quel partito c’è!, tutti si voltano a guardare. I delegati operai e contadini se lo immaginano come una specie di Jack Sparrow: alto, olivastro, con i lunghi capelli crespi, e quando subito dopo sul palco sale la semplice e sorridente figuretta del capo bolscevico, con la pelata bella lucida, molti si chiedono “E Lenin dov’è?” AR: Per portare avanti questa ricerca si sarà dovuto confrontare con una consistente mole di materiale. È stato un vantaggio o una difficoltà? Come si è orientato per mettere ordine a tutte le fonti che ha consultato? Esiste una differenza quantitativa e/o qualitativa tra i documenti dedicati alla persona di Vladimir Ul’janov e quelli dedicati al rivoluzionario Lenin? GC: È stato un massacro! Intanto, io non sono uno storico di formazione, ma uno storico della letteratura: per quanto avessi già una certa cultura di base in merito, l’intera struttura me la sono dovuta costruire dalle fondamenta. In secondo luogo, la mole di fonti è allo stesso tempo insormontabile e molto infida: va operata un’accurata selezione per scendere sotto la spessa cortina omologante e propagandistica costruita nei decenni. Faccio un esempio: l’edizione italiana delle Opere in 45 volumi (1955-1970) venne condotta per lo più sull’edizione dell’epoca di Stalin: ogni documento ivi presente va dunque confrontato con la 5° edizione sovietica in 55 volumi (1967-1981), molto più completa, col volume supplettivo uscito già nel 2000, in epoca postsovietica e con le 40 Miscellanee leniniane (Leninskie sborniki), specie quelle degli anni Venti, dove si trovano ulteriori abbondantissimi materiali “silenziati” nel periodo staliniano. Vi sono poi edizioni speciali, come quella dedicata alle due conferenze del 1912 (menscevica a Vienna, bolscevica a Praga): un passaggio politico fondamentale passato sotto silenzio in epoca sovietica perché legato al reprobo Trockij. E ancora: i verbali dei congressi e delle conferenze di partito, i verbali delle organizzazioni locali, una memorialistica sterminata… Ma la vera croce e delizia del mio lavoro è stato il Carteggio (Perepiska) fra i ‘centri’ direttivi via via guidati da Lenin (a partire dalla redazione dell’”Iskra” nel settembre 1900) e i membri dell’intera rete di attivisti. Le pubblicazioni della serie sono iniziate nel 1969 e si sono poi dipanate di volume in volume per migliaia di pagine di corrispondenza fra centinaia di militanti, fino all‘ultimo volume che sarebbe dovuto uscire nel 1991 ma rimase inedito a causa del crollo dell‘URSS e della chiusura dell‘Istituto del Marxismo-Leninismo presso il Comitato centrale del PCUS, responsabile per l’edizione della serie. Il Carteggio è fondamentale proprio per vedere cosa pensavano e come lavoravano allora i bolscevichi “di base”: la memorialistica successiva, scritta già dopo l’Ottobre, offre infatti un quadro deformato degli eventi precedenti anche quando l’autore ha le migliori intenzioni; ma se vai a leggere le lettere scritte sul momento, emerge un quadro psicologico e fattuale molto più vivido e aderente alla realtà. Posso dire con un certo orgoglio di essermela smazzata tutta, quella maledetta Perepiska, cogliendo fior da fiore: sono riuscito addirittura a scovare in archivio le bozze dell’ultimo volume inedito, che infatti ho abbondantemente citato! AR: Lenin è un personaggio rilevante anche sotto un aspetto puramente linguistico e fu un riferimento importante anche nei dibattiti che animavano le cerchie di filologi e linguisti russi dell’epoca. Quando lei terminò il suo secondo volume uscito per Stilo disse che quella interruzione (il 1917) segnava l’inizio di un “nuovo Lenin”. Se cambia, come cambia il linguaggio di Lenin dopo lo spartiacque linguistico che fu la Rivoluzione d’Ottobre? Che differenza esiste da un punto di vista linguistico fra il Lenin di “Iskra” e quello post rivoluzionario? GC: Si tratta di una questione molto complessa, perché nel proteismo linguistico di Lenin sta, credo, una delle chiavi del suo grande carisma politico. Mi viene in mente il racconto di Isaak Babel’ La mia prima oca, pubblicata proprio sul numero del “Levyj Front Iskusstv” uscito in morte di Lenin (dove si tiene il dibattito fra linguisti a cui facevate riferimento) e poi confluita nel ciclo de L’armata a cavallo. Il protagonista-narratore del racconto legge al plotone di cosacchi rossi un articolo di Lenin sulla “Pravda”, cercando “l’arcana curva della retta leniniana”, e i cosacchi paragonano Lenin a una gallina, che trova la verità come un chicco nel mucchio al primo colpo, guidato da un istinto infallibile. Quello di Lenin è un linguaggio ora elastico e inclusivo ora apodittico ed esortativo, che in una certa misura affianca la grande decostruzione della lingua letteraria russa classica, da Tolstoj a Majakovskij… Ma è davvero una questione rognosissima, e preferisco rimandare il lettore a un mio articolo in merito uscito sia in italiano che in una versione russa più completa:  Karpi G., Političeskij jazyk Lenina: idioma “Partijnost’” (“Novoe literaturnoe obozrenie”, 2021, vol. 171, pp. 38-60) e Carpi G. Il linguaggio politico di Lenin. L’idioma «partiticità» (“Il pensiero politico”, 2019, vol. 3, pp. 423-448). AR: Nell’immaginario collettivo Lenin è un uomo d’azione, ma dietro questo atteggiamento si cela un componente riflessiva. Oltre alla dimensione politica di questa fase riflessiva, ci possiamo immaginare Lenin come un avido lettore? Al di là dell’eco černyševskiana del Che fare?, come ce lo dobbiamo immaginare? Dopotutto Lenin nel 1905 pubblica su “Novaja žizn’” il suo articolo Partijnaja organizacija i partijnaja literatura. GC: Quell’articolo – dettato dall’urgenza propagandistica del periodo – è stato in seguito fonte di innumerevoli angherie nei confronti dell’autonomia della letteratura. Ma in esso, Lenin si riferiva alla letteratura politica, non alla fiction! Quanto a lui, nei formulari burocratici alla voce “professione” scriveva proprio: “letterato” (literator). Naturalmente, voi sapete meglio di me che nella Russia ottocentesca “letterato”  è qualcosa che ingloba i concetti di “uomo di lettere”, “studioso” e di “pubblicista”, ma va anche oltre: è un termine contiguo a intelligent, ossia colui che nutre un senso di responsabilità altissimo nei confronti di quelle masse popolari grazie ai cui sacrifici egli e quelli come lui hanno potuto studiare. Ecco perché in Russia il letterato travalica di continuo il confine fra la produzione di “storie” (quale che sia in esse il tasso di fiction esplicita), la predicazione ideologica e un’espressione molto diretta del vissuto che spesso assume la forma di un qualche tipo di militanza: Černyševskij, certo, ma anche Herzen, Saltykov-Ščedrin o Nekrasov, che si torturò tutta la vita per il fatto di essere anche un abile uomo d’affari. Ma anche letterati certo non “di sinistra” come Dostoevskij, Mel’nikov e Leskov ritengono, a loro modo, di “servire il popolo”. E si pensi alla predicazione dell’ultimo Tolstoj! Quanto al Lenin lettore, i suoi gusti erano molto classici, ottocenteschi: non sopportava i futuristi, ad esempio, anche se di Majakovskij citava ridendo davanti ai compagni la poesia Mania delle riunioni, dove si mette in burletta l’ossessione assembleare che regna nel partito. Peccato invece che Lenin non abbia mai letto Machiavelli, che tanto aiuterà il nostro Gramsci a definire il concetto di “egemonia” e una nuova teoria marxista dello Stato. A proposito: Lev Trockij invece Il principe se lo era letto, e durante la rivoluzione fa proprio il motto: “Colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti…” AR: Questa intervista esce proprio all’indomani del nostro settimo numero Utopie Distopie. Spesso si fa riferimento a una dimensione utopica della società russa postrivoluzionaria, smentita dalle opere letterarie di quegli anni (penso solo ai diari di Ivan Bunin, alle terribili descrizioni bulgakoviane della Belaja gvardija) – quanto c’era e c’è di utopico nella figura leniniana? GC: Come ho già detto, in lui di utopico c’è sicuramente tantissimo, come ci sono anche zone d’ombra: ad esempio il più che disinvolto utilizzo della violenza, anche se va detto che nel contesto della violenza di massa organizzata dallo Stato – da tutti gli Stati! – nel 1914-18 e in un Paese in sfacelo, invaso e in preda a conflitti incontrollabili, senza quei metodi i bolscevichi non sarebbero durati un giorno. Lenin fece anche errori di valutazione che ebbero conseguenze molto gravi: primo fra tutti l’incapacità di comprendere il ruolo della nuova burocrazia sovietica in ascesa, che lui considerava un mero cascame del vecchio regime e che invece stava diventando l’embrione di uno Stato nuovo, con tutte le conseguenze che ne derivarono. Eppure, in Lenin c’è un elemento di impareggiabile lungimiranza: l’idea da lui stesso definita dello sviluppo capitalistico ineguale, dove metropoli sviluppata e periferia coloniale e semicoloniale concorrono in modo diverso e complementare alla lotta per un generale affrancamento dell’uomo da ogni forma di sfruttamento e alienazione. Esso segna il passaggio dal modello di sviluppo storico lineare e concentrico (proprio anche di molto socialismo ottocentesco, influenzato dal positivismo) a una concezione globale del progresso umano come molteplicità di varianti allo stesso tempo differenti e fra loro interdipendenti. È un’intuizione che recupera anche Gramsci nei già citati Quaderni e che Ernst Bloch, negli anni più bui del trionfo dei fascismi in Europa, riformulò così: “la storia non è un’entità che avanza rettilinea in cui il capitalismo sarebbe l’ultimo stadio, quello che avrebbe superato tutti gli stadi anteriori. Essa è piuttosto un’entità pluriritmica e plurispaziale, con zone non ancora sufficientemente padroneggiate e ben lontane dall’essere portate alla luce, superate“. Fino al 1917, il movimento socialista era roba di soli “bianchi”: europei o al limite nordamericani; dopo l’Ottobre, Lenin formula con maggior chiarezza i termini della correlazione in cui dovrebbero avvenire i processi di liberazione nei vari contesti, e dichiara dal palco del II congresso della Terza Internazionale comunista (o Komintern) che la fase capitalistica di sviluppo dell’economia nazionale non “è inevitabile per i popoli arretrati che oggi si emancipano”, e “anche là dove è quasi assente il proletariato”, individua il soggetto rivoluzionario nei soviet dei contadini, di concerto con quei segmenti della borghesia che sapranno assumersi un ruolo “rivoluzionario nazionale”. Insomma: in Asia la rivoluzione – non potendo certo scaturire da un capitalismo ancora assente – avrà una funzione “preventiva” rispetto all’instaurarsi del capitalismo stesso. È difficile oggi percepire la portata dirompente di tale programma, che – così come la stessa fondazione del Komintern, suscitò un’enorme impressione nei paesi coloniali: una forma dialettica di concepire l’internazionalismo e l’antimperialismo (termini svalutati e resi anche un po’ buffi da decenni di dogmatismo politico) che sarebbe necessario riscoprire oggi, naturalmente in forma diversa e attualizzata. AR: Nel suo libro lei sottolinea le fratture tra il populismo ottocentesco e il leninismo, sostenendo al contempo che Lenin sfrutta la tensione utopica generata dai populisti per innestarvi la propria idea di società perfetta. Cosa ne pensa della tendenza, che ha caratterizzato parte delle riflessioni post-sovietiche, ad interpretare la rivoluzione d’Ottobre come evento non di rottura ma di continuità con il resto della storia russa? Penso ad esempio allo storico-letterato Vladimir Šarov che legge la rivoluzione come ennesima espressione del millenarismo russo, o al critico Dmitrij Bykov per il quale essa non è altro che un’ulteriore conferma dell’eterna oscillazione tra anarchia e totalitarismo tipica del passato nazionale. Si tratta chiaramente di forzature e generalizzazioni di carattere storiosofico, ma quanto c’è di vero in queste interpretazioni? GC: Mi paiono forme di misticismo antistorico, peraltro non molto originali, dato che cose simili le scrivevano già Nikolaj Berdjaev e compagnia bella negli anni Venti. La storia si analizza considerando gli eventi nella complessa concatenazione che li ha generati, e non andando a cercare improbabili parallelismi e antitesi di tipo paradigmatico. Nel 1917 lo Stato russo si è sfasciato: 1) nel lungo periodo, perché scontava secoli di rachitismo civile ed era governato da una classe politica e da strutture istituzionali anacronistiche e senescenti; 2) nel medio periodo, perché le modalità dell’abolizione della servitù della gleba aveva lasciato ai contadini una drammatica fame di terre e aveva innescato uno sviluppo economico tanto veloce quanto sbilanciato; 3) nel breve periodo, perché l’urto della Grande guerra stava facendo implodere il sistema Paese da dentro prima ancora che al fronte: su questo, consiglio la breve ma lucida esposizione di Giovanna Cigliano nel suo La Russia contemporanea: Un profilo storico (3° ed. 2023). È l’intero organismo economico e sociopolitico che inizia a sfaldarsi. È un processo complesso che si innesca fin dal 1915, ma per limitarci alla fase terminale, possiamo enumerare almeno alcuni fattori determinanti che non sono certo generati dai bolscevichi, ma che, al contrario, rendono inevitabile il corso successivo degli eventi: il primo fattore è quello socio-economico: l’economia di mercato comincia a dissolversi, i rapporti di scambio commerciale fra città e campagna si spezzano, le regioni economiche si chiudono su se stesse, i contadini scatenano rivolte diffuse ed espropriano le terre dei latifondisti, l’autogestione operaia delle fabbriche è spesso resa obbligata dalla totale disorganizzazione del sistema. Il secondo fattore è politico: gli interessi di classe si esprimono in forma sempre più nuda e immediata, senza alcuna possibilità di ricomposizione politico-irstituzionale. Proseguire o meno la guerra? Consentire o meno ai contadini l’esproprio dei latifondi? A chi far pagare il prezzo della ricostruzione? Come definire il rapporto fra Heartland russo e periferie allogene dell’Impero? Su questi temi, non vi era mediazione possibile. Il terzo fattore è militare. Lo Stato perde il monopolio della violenza: mentre l’esercito si disgrega, già nell’estate 1917 si formano i nuclei armati di quelli che sarebbero poi stati gli attori della guerra civile: battaglioni d’assalto come nucleo dell’Armata bianca, la guardia rossa come nucleo della futura Armata rossa e infine le truppe nazionali, soprattutto ucraine. L’insurrezione di Ottobre rappresenta lo sbocco, o meglio uno dei possibili sbocchi di tali processi: in alternativa, erano del tutto plausibili sia un esito di tipo “asburgico”, con la disintegrazione dell’Impero in una pletora di staterelli, sia un esito di tipo “messicano”, con un caos endemico e una guerra civile strisciante fra militari e movimenti contadini privi di autentico respiro politico. Ma il processo di dissoluzione della precedente forma-Stato, di per sé era comunque inevitabile. Il ruolo di Lenin è unico e insostituibile proprio nella capacità di imprimere una direzione a questi processi di dissoluzione caotica, trasformandoli in spinta creativa, in costruzione di un nuovo impianto civile: non esistevano “alternative soft” di sbocco della rivoluzione; tali alternative, nel contesto di frantumazione dell’intero sistema-paese, semplicemente non avevano alcune possibilità di riuscita. Non c’è niente di peggio di un’autorità in via di dissoluzione che si mette a martellare progetti irrealizzabili ed editti inapplicabili, e la stessa Assemblea costituente – riunitasi un solo giorno per poi essere sciolta dai bolscevichi – era composta in maggioranza dai partiti dell’ex governo provvisorio, che non avevano trovato alcun accordo nel corso del 1917 e non lo avrebbero trovato certo a inizio 1918, nel quadro complessivo di uno sfascio ormai quasi totale. In determinati momenti storici, gli sviluppi non vengono dettati solo da chi vuole insorgere, ma anche dall’ottuso gruppo di potere che vuole perpetuare una situazione senza speranza. E dunque, con l’Ottobre Lenin non strappa il comando a un potere precedente, che ormai esiste solo in forma virtuale, ma riesce nel miracolo di imporre un carattere di “caduta controllata” a un’intero organismo economico, sociale, statale in via di dissoluzione, e al tempo stesso sa plasmare – per quanto a tentoni – un nuovo quadro istituzionale, un nuovo gruppo dirigente, un nuovo linguaggio amministrativo, giuridico, pubblico, trovando il modo di realizzarli in piena corsa, di individuare i soggetti sociali che possano farsi carico di tale slancio costruttivo. Questo “doppio binario” distruttivo/creativo mostra secondo me quanto sia fallace il manicheismo in cui molti storici della rivoluzione si esercitano. Non credo nei tentativi di separare nel processo rivoluzionario un iniziale “lato luminoso” libertario e democratico da un “lato oscuro” di violenza e coercizione, destinato infine a trionfare, con Lenin che fa la parte del cattivo Darth Vader. La rivoluzione non è una marcia trionfale di grandi valori di libertà e giustizia, artificiosamente interrotta dai cattivi bolscevichi, ma è un processo multivettoriale integrato, dove ogni tendenza interagisce con ogni altra in modo inestricabile, e dove i bolscevichi sono gli unici a garantire all’intero processo uno sbocco costruttivo. Si noti che quando parlo di “sbocco costruttivo” io non do un giudizio di merito: “costruttivo” come sinonimo di bello o di giusto. Intendo costruttivo semplicemente come funzionale alla costruzione di qualcosa. Una precisazione sul rapporto di Lenin con la tradizione populista. Noi che abbiamo letto Il populismo russo di Franco Venturi abbiamo dello sviluppo del pensiero rivoluzionario in ottocentesco una visione panoramica, d’insieme che i concreti attori primo-novecenteschi non avevano né ritenevano necessario avere. Da quella tradizione, Lenin prendeva ciò che gli faceva comodo e quando gli faceva comodo: ora le tattiche di cospirazione giacobina, ora un’enfasi degna di Bakunin sullo spontaneismo delle ribellioni contadine… Ma l’elemento della tradizione populista che fin da giovane lo condizionerà per sempre è l’idea di Pëtr Tkačëv che siano la presa del potere e la dittatura rivoluzionaria lo strumento indispensabile per regolare, centralizzare e dinamizzare i tempi di sviluppo in un paese arretrato: è questo il nucleo centrale del leninismo, che lo distinguerà sempre sia dal menscevismo anche più radicale, sia addirittura da altre correnti del bolscevismo stesso, quale ad esempio il gruppo di Bogdanov. AR: Lei parla spesso di Lenin come di una figura in contrasto con l’attuale retorica putiniana, eppure il suo legame con l’esperienza sovietica potrebbe renderlo inviso a chi oggi combatte l’espansionismo russo. Come si colloca un personaggio del genere in un contesto che assiste alla formazione di nuove identità nazionali nello spazio post-sovietico? È d’ispirazione perché sostenitore del diritto all’autodeterminazione dei popoli o d’intralcio perché legato a un periodo storico soggetto a rivisitazioni critiche e post-coloniali da parte dei Paesi dell’ex Unione che vogliono prendere le distanze dalla Russia? GC: Non sono io che ne parlo spesso: è Putin che è fissato! E non solo quando si tratta di Ucraina: in relazione alla Prima Guerra mondiale, ad esempio, il presidente russo ha affermato che la stavano vincendo loro, ma che è arrivata la “pugnalata alle spalle” da parte dei bolscevichi, notoriamente agenti tedeschi; quando nel giugno 2023 Evgenij Prigožin ha tentato di marciare su Mosca con la sua Compagnia Wagner, Putin lo ha paragonato a Lenin che torna a Pietrogrado nel suo treno piombato (anche se il paragone più calzante sarebbe l’avanzata su Mosca dell’Armata bianca di Denikin nel 1919). Putin, del resto, ha tutte le ragioni di prendersela con uno che poco prima di uscire di scena proponeva di costruire la futura Unione Sovietica sulla base di una sorta di affirmative action a discapito dei russi etnici, perché “occorre non solo l’uguaglianza formale. Occorre compensare, in un modo o nell’altro, con il proprio comportamento e con le proprie  concessioni verso gli allogeni, quella sfiducia, quella diffidenza, quelle offese che nella storia passata gli sono state provocate dal governo della nazione ‘grande potenza’”; e ciò perché “l’internazionalismo da parte della nazione dominante, o cosiddetta “grande nazione”(sebbene sia grande solo per le sue violenze, grande soltanto come è grande Deržimorda), deve consistere non solo nell’affermare la formale uguaglianza tra le nazioni, ma anche una certa ineguaglianza che compensi da parte della nazione dominante, della grande nazione, l’ineguaglianza che si crea di fatto nella realtà”. Noto soltanto come ancora nel periodo della Perestrojka, quando sorsero i primi contenziosi etno-nazionali, chi protestava si appellava sovente ai “principi leninisti” dell’autodeterminazione nazionale: lo fecero i kazaki nel rifiutare un segretario generale etnicamente russo, lo fecero gli armeni del Nagorno-Karabakh che volevano riunirsi alla madrepatria, lo fecero gli osseti in funzione antigeorgiana. È nel periodo postsovietico che l’atteggiamento verso Lenin è diventato nevrotico: si eliminano i monumenti alla chetichella, si camuffa il Mausoleo durante le grandi parate, nei manuali scolastici se ne parla in termini vaghi e criminalizzanti, ma l’ombra di Lenin sguscia fuori a ogni snodo storico: è un continuo “ritorno del rimosso”, tipico sintomo di nevrosi. Vorrei dire due parole a proposito del dibattito de- e/o post-coloniale da voi evocato. In ambito anglofono e francofono sono temi trattati da molti decenni, a cui hanno partecipato grandi intellettuali, da Frantz Fanon a Edward Sa’id; per quanto riguarda invece lo spazio est-europeo c’è ancora tutto un apparato concettuale da definire: per noi slavisti non è nemmeno tanto chiaro, a tutt’oggi, in che termini si debba porre il concetto di “affinità/alterità” fra le nazioni e le culture slave (a proposito, ne scrivo in un intervento che uscirà sul prossimo numero di “Studi slavistici”).  Quanto al concetto di “colonialismo” applicato a quelle realtà – e in particolare allo spazio imperiale russo – la confusione è ancora maggiore: infatti, se in relazione all’Asia Centrale e a parte della Transcaucasia la categoria sembra attinente, già in merito alle province baltiche e alla Georgia il rapporto col centro era di tipo diverso, mentre la questione ucraina mi pare totalmente irriducibile alla categoria di “colonia”. Dati i tempi, bisogna stare molto attenti a intraprendere simili studi sulla base di categorie ermeneutiche sufficientemente meditate e non sull’abbrivio di un eroico furore pur sorretto da nobili intenti, anche perché rischiamo di subire il condizionamento delle due narrazioni in conflitto, a mio parere ugualmente tossiche. Da una parte, l’ideologia putiniana presenta “i russi” come una categoria ontologica e sovratemporale alla cui comunità di destino “gli ucraini” imprescindibilmente partecipano anche se non lo sanno, per amore o per forza: basterà dare loro una serie di energici sgrolloni perché siano costretti a ricordarsene. D’altra parte, in campo ucraino si va elaborando – e non dal febbraio 2022! – una narrazione secondo cui “ucraini” e “russi” sono ontologicamente opposti e inconciliabili: europei, illuminati e civilizzati gli uni, asiatici, ottenebrati e barbarici gli altri. In questa ottica, tutte le fasi storiche vissute dai due popoli in una qualche forma condivisa vengono visti come pura e semplice oppressione coloniale, e tutti coloro che a qualsiasi titolo hanno combattuto contro “i russi” fanno bene o male parte dell’album di famiglia, per quanto aberrante possa essere stato il loro operato: ricordo le recenti, incresciose ovazioni tributate dal parlamento canadese al reduce delle Waffen-SS Jaroslav Hunka, alla presenza di Volodymyr Zelens’kyj. In un simile contesto ideologico, il dibattito sulla “decolonizzazione” minaccia di essere condotto non secondo discernimento, dialettica e indagine storica, ma a colpi di kuval’da, se non peggio. AR: Come immagina un’ipotetica ricezione del suo libro in Russia? GC: Un lettore russo interessato al tema ha, ovviamente, la possibilità di accedere a risorse bibliografiche sterminate. Ma, come ho appena detto, la “sindrome Lenin” ha in Russia un carattere nevrotico o addirittura schizofrenico: la mummia riposa nella sua teca di cristallo come un novello mago Merlino, il Paese è ancora disseminato di suoi monumenti, la regione di Pietroburgo si chiama Leningradskaja, a capodanno tutti guardano il film Ironija sud’by, dove “Leningrad… Leningrad…” è un mantra continuamente ripetuto, ma i bambini imparano a scuola che quest’uomo era nient’altro che una spia tedesca, una specie di Terminator mandato dal feldmaresciallo von Hindenburg a massacrare la Patria. In un simile contesto, forse il punto di vista più distaccato di uno straniero potrebbe forse essere di una qualche utilità. Inoltre, recuperare e ripensare i concetti di militanza, organizzazione politica, radicalismo sociale, internazionalismo e antimperialismo sarebbe di vitale importanza in un Paese che, prima ancora di un deficit di democrazia, soffre di una società civile atomizzata e di un sistema economico ingiusto, sbilanciato e senza alcuna tutela sociale o garanzia sindacale. Rimettere al centro della lotta politica le rivendicazioni sociali sarebbe utile anche per un’opposizione a Putin che per il momento non offre alcuna alternativa al liberismo sfrenato che funesta il Paese dal 1992 e che a mio parere blocca ogni progresso civile: lo stesso Aleksej Naval’nyj, nell’ultimo intervento prima della morte, ha criticato in modo duro e circostanziato le privatizzazioni selvagge degli anni Novanta, mostrando così di abbracciare una tendenza almeno potenzialmente socialdemocratica (vedine l’analisi da parte del mio amico Giovanni Savino). AR: Concluderemo con una riflessione che ci riporta ad oggi, ai lettori che si affacciano alla figura di Lenin in occasione del centenario. Ripellino rendeva i versi di Majakovskij con un “Lenin è vivo / non un urna”! (Ленин / итеперь /живее всех живых), la Russia e gli altri Paesi nati dalla dissoluzione dell’URSS sono cosparsi di pamjatniki come la monumentale diga kyrgyza di Kirkov. Che ruolo ha oggi Lenin e, nello specifico, che funzione assume nei confronti del lettore italiano? GC: Questo non devo dirlo io oggi a parole, ma dovrà mostrarlo il “lettore italiano” (e non solo italiano) con le sue lotte future.
CASSA DI RESISTENZA – BLOCCHIAMO TUTTO TORINO
IL COORDINAMENTO TORINO PER GAZA LANCIA LA CASSA DI RESISTENZA  Chi lotta non è mai sol3! IL MOVIMENTO “BLOCCHIAMO TUTTO” Quest’autunno un enorme movimento popolare ha bloccato l’Italia al fianco della resistenza del popolo palestinese, contro il progetto genocida e coloniale del regime israeliano. Questo movimento ha denunciato con forza la responsabilità del governo Meloni e di tutti i governi occidentali nel sostenere politicamente, militarmente ed economicamente il progetto sionista e ha lottato contro ciò che la guerra globale significa anche nei nostri territori: spese per il riarmo, tagli al welfare e ai servizi, inflazione e impoverimento, repressione e militarizzazione in tutta la società. IL PROGETTO REPRESSIVO DEL GOVERNO Consapevoli che il genocidio in Palestina è possibile perché c’è in Occidente un sistema politico ed economico che lo sostiene, in milioni di persone abbiamo scioperato e siamo scesɜ in piazza bloccando porti, autostrade, stazioni ferroviarie, snodi della logistica, andando a colpire proprio i centri nevralgici di quell’economia del genocidio e mettendo per la prima volta in crisi il governo. Ora, in un contesto di escalation globale, mentre gli occhi del mondo sono spostati altrove e il regime israeliano prosegue il genocidio, nonostante la tanto sbandierata tregua di Trump, polizia e governo vogliono mettere a tacere l’enorme movimento “Blocchiamo Tutto”, reprimendo con modalità differenti le tante anime che hanno partecipato alle mobilitazioni popolari in solidarietà alla Palestina. LE DIVERSE FORME DELLA REPRESSIONE Le persone più esposte e ricattabili, perché prive della cittadinanza italiana, arrivano a rischiare l’espulsione dall’Italia e la deportazione. Il diritto allo sciopero, già fortemente sotto attacco, viene messo in pericolo da sanzioni antisindacali. La repressione e militarizzazione nelle scuole si fa ancora più pesante, arrivando all’arresto di studenti minorenni. I blocchi stradali e ferroviari, che hanno rappresentato la pratica fondativa di questo movimento, vengono repressi con denunce per blocco stradale, reato inasprito dal decreto sicurezza fortemente voluto da Salvini, e decine di sanzioni amministrative da migliaia di euro. LA LOTTA CONTINUA Questo accanimento, che vorrebbe spaventarci e scoraggiare ulteriori riprese della mobilitazione, non fa altro che confermarci la validità e l’efficacia della pratica dei blocchi, che sono stati la forza di questo movimento. Una forza capace di colpire direttamente le catene del valore che stanno alla base del genocidio in Palestina e della guerra globale e di far vacillare il governo. Ora servono risorse per fronteggiare le spese legali, sostenere le persone colpite da questi attacchi ma anche e soprattutto per continuare a lottare a fianco del popolo palestinese e resistere contro la guerra, l’imperialismo e il fascismo. LA CASSA DI RESISTENZA È proprio durante questa fase di continui attacchi che emerge più che mai la necessità di concretizzare la nostra solidarietà con chi lotta al nostro fianco, facendo fronte comune. Ogni contributo può fare la differenza per non lasciare indietro nessunɜ. A bloccare le stazioni, le autostrade, i luoghi di lavoro c’eravamo tuttɜ, ora abbiamo ancora bisogno di tutta la forza che un movimento popolare può dimostrare. Sostieni la cassa di resistenza, insieme siamo più forti! Il denaro raccolto verrà utilizzato per fare fronte alle spese legali e sostenere l3 partecipanti alle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina a Torino. Il Coordinamento Torino per Gaza, che ha promosso le mobilitazioni del movimento Blocchiamo tutto a Torino e che organizza questa raccolta fondi, è un’organizzazione informale e quindi non dispone di un proprio conto corrente; l’associazione di promozione sociale La Poderosa, che partecipa al coordinamento, ha messo a disposizione il suo conto bancario per la raccolta. https://www.produzionidalbasso.com/project/cassa-di-resistenza-blocchiamo-tutto-torino-2
Ligéra, batterie, rapine, rapimenti e sparatorie all’ombra del Duomo: 1963-1993
Da Carmilla on line: Laura Antonella Carli, Nicola Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, pp. 512, 36 euro > Ma mi, ma mi, ma mi, > quaranta dì, quaranta nott, > A San Vittur a ciapaa i bott, > dormì de can, pien de malann!… > Ma mi, ma mi, ma mi, > quaranta dì, quaranta nott, > sbattuu de su, sbattuu de giò: > mi sont de quei che parlen no! > Mi parli no! (Ma mi – Giorgio Strehler, Fiorenzo Carpi, Ornella Vanoni 1959) Ruggero Bonghi, meridionale di origine e direttore del giornale «La Perseveranza», nel 1881 durante la Fiera industriale, definì Milano “capitale morale” d’Italia dando così vita al mito di una città modello di operosità, solidarietà, civismo e pragmatismo, Una città vista come il cuore produttivo, laborioso e civile del Paese, portatrice di un “buon senso” alto, in contrapposizione alla, già allora intesa come corrotta, “capitale politica”: Roma. In realtà a Milano di soldi ne son girati davvero tanti e continuano a girare nelle le sue vie, nei suoi istituti finanziari, nelle grandi opere come l’Expo, nei giochi olimpici invernali del 2026, tra i suoi plurimiliardari che, secondo stime recenti, sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra. Forse meno industriale e operaia di un tempo, con le grandi fabbriche e le botteghe artigiane sostituite da studi televisivi, laboratori della moda internazionale e catene di negozi di lusso, dopo esser stata “da bere”, ricollegandosi a quella Roma da cui aveva sempre soltanto preso le distanze, non ha comunque mai cessato di produrre enormi contraddizioni sociali di cui le lotte operaie e studentesche del passato sono state solo una delle manifestazioni possibili. Un’altra, che prende invece oggi forma nelle periferie e in quella parte di popolazione che non appartiene certamente all’8% più ricco, è quella dei giovani immigrati, ma non soltanto, di seconda generazione, mediaticamente e superficialmente riassunta nel termine “maranza”, assolutamente insufficiente per spiegarne comportamenti, azioni e scopi. Una sorta di microcriminalità soltanto apparentemente deviante rispetto alle condizioni venutesi a creare a causa delle forme del lavoro salariato, allo stesso tempo moderne e arcaiche, di un mondo in cui il tradizionale proletariato urbano è spesso, troppo spesso, simile a quel lumpenproletariat o proletariato marginale di marxiana memoria che naviga a vista tra gli scogli della disoccupazione, di redditi e lavori precari e di un’immensa offerta di merci le cui vetrine non sono più soltanto quelle lussuose di via Montenapoleone, ma anche quelle, ben più invasive e pervasive di Amazon e di tutte le altre catene di distribuzione on line. Una promessa di lusso, consumo, benessere e spesa rateizzata che, già come nel passato di cui parla l’Atlante edito da Milieu nella collana «Banditi senza tempo», obbliga settori non del tutto minoritari di giovani uomini e donne a misurarsi col problema degli scarsi introiti riconducibili al lavoro legale rispetto a quelli possibili con lavori di tipo illegale. Il tutto in un contesto in cui, adesso come allora, la concentrazione finanziaria e di ricchezze spesso smodatamente esibite attirano, oltre che l’occhio di chi sta ai margini, anche l’attenzione delle grandi organizzazioni criminali, mafie di ogni genere in primis. «Follow the Money!» avrebbe ancora suggerito Marx per comprendere come la presunta capitale morale sia diventata in realtà il ricettacolo di ogni abuso edilizio, di ogni truffa finanziario, di ogni spreco di denaro pubblico, suscitando al contempo le mire di chi cercava individualmente o in gruppo di riappropriarsi di una parte della ricchezza socialmente prodotta e individualmente esibita e maneggiata. Investimenti enormi e sfruttamento del lavoro su vasta scala da un parte e spaccate, scippi, furti, rapine e rapimenti dall’altra sembrano essere i due poli attorno a cui girano da un lato l’accumulazione del capitale e la ricerca di una fortuna personale,individuale o di banda, dall’altro. Due forme di sfruttamento dell’occasione che dipendono, inizialmente soltanto dalla collocazione nella parte alta o basa della scala sociale prodotta dal modo di produzione capitalistico. Inutile cercare quindi di gestire o interpretare la cosa da un punto di vista etico o morale. Per questo motivo, tornando al tema del libro curato da Laura Antonella Carli e Nicola Erba e arricchito dai contributi di molti protagonisti e testimoni dell’epoca, rapine clamorose, guerre tra bande, sequestri di persona, durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, rappresentano uno dei periodi più turbolenti della storia criminale italiana, e lo sono ancora di più a Milano, città-simbolo del boom economico e humus sociale di una criminalità sempre più organizzata, che per tre decenni ha visto susseguirsi episodi violenti e figure leggendarie come Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Angelo Epaminonda. L’Atlante storico della mala milanese ricostruisce, attraverso cronache d’epoca, mappe tematiche, fotografie rare e testimonianze esclusive, una visione d’insieme approfondita del mondo che ha ispirato le cosiddette “canzoni della mala” e fatto da sfondo a tanti romanzi di Giorgio Scerbanenco e a tanti, ma forse meno belli e interessanti, film del genere poliziottesco che imperversò nella sale cinematografiche italiane tra gli anni Settanta e Ottanta, giungendo a ispirare poi Quentin Tarantino. Un viaggio nella Milano notturna delle case da gioco, degli incontri clandestini e dei regolamenti di conti, che riporta alla luce vicende e protagonisti spesso dimenticati, restituendoli al loro autentico contesto urbano e sociale. Magari insieme a quelle case di ringhiera da cui alcuni dei protagonisti provenivano, così come all’ambiente sociale e culturale di quartieri come la Comasina e Lorenteggio. Uno sguardo inedito su trent’anni di storia criminale, dalla vecchia ligéra ai gangster metropolitani, fino alla trasformazione della malavita tradizionale in criminalità organizzata moderna. Un’opera corale che si propone di superare letture stereotipate e nostalgiche, privilegiando un’analisi che racconta Milano, la sua evoluzione e le sue contraddizioni attraverso il prisma del crimine. Non dimenticando nessuno, sia uomini che donne.E lasciando comunque al centro figure dall’innegabile carisma mitopoietico come Francis Turatello e Renato Vallanzasca, prima in competizione poi alleati nella spartizione dei territori e delle attività. > Lo scontro diretto avviene in via MacMahon: Vallanzasca e Cochis vanno a > cercare Turatello. Renato a piedi con un fucile a pompa e Cochis che lo copre > in macchina. Davanti al locale della sorella dell’attrice Agostina Belli > riconoscono le Bmw di Turatello e compari. Ma proprio mentre Renato si > avvicinava, le auto ripartono, Inseguiti, raggiunti a un incrocio, i due > gruppi si scambiano raffiche a distanza ravvicinata. Nessuno cade, ma una > delle Bmw resta ferma in mezzo alla strada, col parabrezza sfondato e il > sangue sui sedili. > La fuga di è un numero da equilibrista: sparisce sotto un cavalcavia, poi si > sdraia in mezzo all’asfalto, fucile puntato. Quando Turatello capisce di > essere finito nel mirino, ordina l’inversione di marcia. Una ritirata, seppur > momentanea. Quella sera, Francis sa di aver rischiato davvero la pelle. > […] Qualche settimana dopo, un mediatore noto come Carletto “tre pistole” > propone un incontro: un faccia a faccia in una pizzeria. Turatello però non si > presenta. Al suo posto arriva Franchino Restelli, uomo di fiducia. Vallanzasca > rimane fuori dalla porta a fumare. Restelli spiega che è venuto per verificare > che tutto sia a posto e per fissare un appuntamento definitivo. Aggiunge che > Turatello propone il mercoledì successivo, a mezzanotte, presso la Tour > d’Orient, un locale situato nei pressi della Stazione Centrale. Vallanzasca > accetta, però avverte che se Turatello la prossima volta non dovesse > presentarsi, brucerà Milano. Tuttavia, l’incontro decisivo tra i due non avrà > mai luogo e la rottura si ricomporrà solo in seguito, non in un locale alla > moda ma dietro le sbarre1. La storia ha inizio nel 1963, quando da qualche anno a Torino ha iniziato la propria attività una delle batterie più famose e politicizzate che proprio a Milano compirà il suo ultimo e forse più celebre e sanguinoso colpo: la banda Cavallero, ma sembrano essere gli anni compresi tra i Settanta e l’inizio degli Ottanta quelli posti maggiormente sotto il segno dell’illegalità di cui si occupa il libro. Basti vedere l’elenco dei sequestri di persona elencati nell’Atlante che ne enumera complessivamente 118 tra il 9 dicembre 1963 e il 29 febbraio 2000, di cui soltanto quattro di carattere politico. Di questi però, compresi quelli “politici”, 113 hanno avuto luogo tra il 3 marzo 1972 e 25 novembre 1983. Si è parlato prima anche delle donne che fecero parte del “milieu” criminale non soltanto in qualità di mogli, amanti e compagne oppure prostitute nel vasto mercato del sesso milanese, ma anche di protagoniste, come nel caso di Angela Corradi, che nel quartiere Comasina chiamavano l’Angelina, che ha attraversato mezzo secolo di storia criminale: prima come rapinatrice e donna di Vito Pesce, poi come suora laica che assisteva i tossicodipendenti e trattava con i sequestratori. La stampa l’aveva dipinta come la “pupa della mala”, ma l’Angelina non è mai stata solo una “compagna”. > Nata ad Affori da una famiglia di artisti circensi- la madre Bruna era > trapezista del circo Corradi, il padre acrobata della moto – Angela cresce tra > pedane, gabbie dei leoni e trampolini. «La vita del circo è crudele e > pericolosa», ripeteva il padre, che sognava per la figlia un futuro diverso da > quelo degli artisti girovaghi. Ma a sedici anni Angela molla tutto: scuola, > famiglia, il futuro che i genitori avevano immaginato per lei. Le due > stanzette di via Osculati 6 ad Affori le stanno strette. Sogna «i macchinoni e > la bella vita». > Lascia il lavoro di commessa e la sera se ne va sempre nella latteria vicino a > casa in via Cialdini […] «dove stanno gli “sbandati del quartiere”, vestiti > alla moda della beat generation». Con gli amici fonda la banda della > mezzanotte. Furtarelli, rapinette, poca roba per una ragazza che punta in > alto. Il salto di qualità arriva nel 1971, quando conosce gli uomini della > batteria Vallanzasca. Diventa prima la donna del capo, poi quella del > luogotenente Vito Pesce. Renato la ricorda così: «L’Angeliona, com’era > conosciuta da tutti, la mia amata sorellina, è stata la donna che in quanto a > coglioni, dava dei punti a tanti cazzuti maschietti. Una forza della natura. > Bella, intelligente, simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando si > trattava di dimostrare carattere e coraggio, pure l’uomo con cui stava faceva > bene a non contraddirla». > Si fa tatuare una svastica, per alcuni su una spalla, secondo altre fonti > sulla schiena – «se l’è fatta fare in Turchia assieme a un altro tatuaggio sul > dito medio della mano sinistra: una croce sovrapposta a una N, iniziale di > nazista». A quanto si dice nell’ambiente quei simboli avevano poco di > politico: erano soprattutto una provocazione. Per la stampa dell’epoca diventa > “Angela della svastica” e “la pasionaria della Comasina”2. La sua storia da fuorilegge era iniziata con una rapina nel 1969, cui sarebbero seguiti arresti, processi e galera. Nel 1976 venne arrestata dopo la sparatoria di piazza Vetra e fu la seconda donna ad essere individuata dalla polizia «come componente effettiva della gang». Dopo il suo incontro con la fede nel 1978, fu ancora sospettata negli anni Ottanta di aver aiutato due evasi, di rapina, associazione a delinquere e sequestro di persona. Così nel febbraio del 1984 fu raggiunta alla testa da tre colpi di pistola mentre era alla guida di un’auto. Pur avendo visto che l’aveva aggredita, una volta sopravvissuta, non volle mai rivelarne l’identità e sarebbe morta a settantatré anni nel 2024 ad Affori, da cui non era riuscita a fuggire mai del tutto. Questa, però, è soltanto una delle decine di vicende e vite narrate nel bel libro edito da Milieu, che già in passato nella stessa collana aveva pubblicato le storie di numerosi banditi, non soltanto italiani, facendo così emergere un’altra Storia della società occidentale della seconda metà del ‘900 e oltre. > La Milano del dopoguerra era una città piena di armi e vuota di certezze. Le > macerie delle case bombardate, i solai e le cantine dai muri scrostati > nascondevano Sten britannici smontati pezzo per pezzo, Beretta 34 sottratte > alle caserme e bombe a mano SRCM Mod.35 che nessuno aveva il coraggio di > spostare. Molte erano state conservate dai partigiani, altre abbandonate dagli > eserciti in ritirata, altre ancora erano l’ultimo segreto di ex repubblichini. > Tra rovine e cantieri, le bande armate nascevano come funghi: si fondevano e > si sfaldavano sotto gli occhi delle forze dell’ordine, che -almeno in parte- > tolleravano questa economia sommersa detta più dalla fame che dall’avidità. > Mentre le sirene delle fabbriche scandivano il ritmo della ricostruzione, le > “cento gru” del Piano Marshall ridisegnavano lo skyline della città […] Ma > questa era sola facciata trionfalistica di una città dalle molte anime. > Un’altra Milano pulsava nelle pieghe dei quartieri popolari, dove i regolari > convivevano con i balordi nelle case di ringhiera, tra cortili comuni e > ballatoi […] A guerra finita, i pochi soldi se ne andavano quasi interamente > per mangiare: dal 1945 al 1948, il novanta per cento del salario operaio e > l’ottanta per cento delle retribuzioni statali finivano dal panettiere, dal > droghiere, dal pizzicagnolo, «molto raramente dai macellai», più spesso alla > borsa nera perché il cibo era razionato per tutto il 1946 […] Giambellino, > Isola, Lambrate, Ticinese sono descritti come «coacervi di rovine bombardate, > bottiglierie frequentate da malfattori e case d’appuntamento di infimo livello > ove è bene non recarsi dopo il tramonto». > […] La continuità dello Stato con il fascismo era evidente nella sopravvivenza > di gran parte dell’apparato burocratico e giudiziario, mentre l’amnistia > Togliatti del 1946 aveva permesso il reinserimento di molti ex fascisti nella > vita pubblica. Per chi aveva combattuto sognando una rivoluzione sociale, > vedere gli stessi industriali che avevano sostenuto il regime tornare alla > guida delle fabbriche era un a beffa difficile da digerire. Le classi sociali > restavano rigidamente separate e le speranze in una società più equa erano > state inequivocabilmente tradite. In un’Italia stretta nei sacrifici della > ricostruzione, la malavita diventava un modo per sfuggire alla disciplina di > fabbrica e a un ordine sociale che si stava ricostituendo identico a prima3. -------------------------------------------------------------------------------- 1. L. A. Carli, N. Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, p. 92.   2. L. A. Carli, N. Erba, op. cit., p.404.   3. Ibidem, pp. 13-15.  
[2026-02-25] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (mercoledì, 25 febbraio 16:00) Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30. Porfido – per la critica della società capitalista – ha una biblioteca con oltre 6000 titoli, catalogati e suddivisi per argomenti, riviste, poster, dvd in prestito. Abbiamo anche una distro di libri in vendita, passate ! Occhio alle nuove uscite Edizioni Porfido, visita il sito https://porfidotorino.it/
[2026-02-24] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (martedì, 24 febbraio 16:00) Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30. Porfido – per la critica della società capitalista – ha una biblioteca con oltre 6000 titoli, catalogati e suddivisi per argomenti, riviste, poster, dvd in prestito. Abbiamo anche una distro di libri in vendita, passate ! Occhio alle nuove uscite Edizioni Porfido, visita il sito https://porfidotorino.it/
Uno sgombero per via amministrativa. La vicenda di Comala a Torino
(archivio disegni napolimonitor) Esattamente due mesi fa la città di Torino si è svegliata con un quartiere completamente blindato, tre scuole chiuse e un luogo di aggregazione sociale e politica in meno. La mattina del 18 dicembre la palazzina di corso Regina Margherita 47, che ospitava da quasi trent’anni il centro sociale Askatasuna, è stata sgomberata su indicazioni arrivate direttamente dal ministro dell’interno Piantedosi con un’operazione muscolare e violenta, buttando per strada le sei persone che vi vivevano e distruggendo, nelle ore successive, l’interno della struttura. Mercoledì 18 febbraio – due mesi dopo questo sgombero – i torinesi scoprono dalle pagine de La Stampa che un altro luogo di socialità e di promozione della cultura smetterà presto di esistere nella loro città. L’associazione culturale Comala, che attualmente gestisce gli spazi della caserma La Marmora in corso Ferrucci 65, verrà sostituita da una cordata di associazioni con a capo Social Innovation Teams (SIT d’ora in poi); la cordata ha vinto il bando per ottenere la concessione dalla circoscrizione di zona per i prossimi dieci anni. Dal 2020, infatti, la concessione era scaduta e da allora l’associazione Comala ha gestito gli spazi in proroga, in attesa che fosse emesso un altro bando. Nel frattempo, l’associazione ha più volte risistemato i locali della caserma, ampliando lo spazio adibito ad aula studio e mettendolo a disposizione gratuitamente ad associazioni e gruppi informali; ha, inoltre, ripiantato l’erba sul prato davanti alla caserma, ha ristrutturato le sale prova e insonorizzato un’altra sala, dove le sere d’inverno si tengono concertini e spettacoli di stand-up comedy. Si è dunque presa cura di uno spazio pubblico, rispondendo ai bisogni di un quartiere popolato e frequentato da moltissimi studenti (data la vicinanza al Politecnico di Torino), ma privo di biblioteche e spazi culturali e di socialità gratuiti. Negli ultimi cinque anni l’associazione ha anche organizzato momenti di socialità come le pastasciutte antifasciste e ha accolto il progetto di sport popolare “Comala FC – footbal and cricket”, rafforzando il radicamento di questa realtà sul territorio. Soprattutto Comala si è schierata contro il progetto di costruzione di un ipermercato Esselunga nel parco confinante Artiglieri da Montagna, un progetto che inizialmente prevedeva, tra l’altro, il passaggio di una strada proprio sul giardino interno della caserma. L’associazione ha contribuito alla nascita di Essenon, comitato che dal novembre del 2021 monitora l’evoluzione del piano di Esselunga e organizza iniziative per sensibilizzare il quartiere sugli effetti della costruzione di un supermercato sull’unica area verde della zona. Nel corso degli anni il comitato ha organizzato assemblee pubbliche molto partecipate, volantinaggi nei mercati di zona, biciclettate tra le vie del quartiere, feste sul parco, sfilate di carnevale, manifestazioni e momenti di confronto con la circoscrizione. Tali momenti hanno svelato il totale asservimento dell’attore pubblico agli interessi di quello privato e la sua incapacità di schierarsi contro un progetto datato e dannoso. Per esempio, nel consiglio circoscrizionale aperto richiesto da Essenon nel gennaio 2024, i consiglieri  si erano limitati a dire che non si poteva più tornare indietro e che l’unica via percorribile era monitorare le compensazioni. Comala, infine, è stata l’unica associazione nel panorama del terzo settore torinese a esprimere pubblicamente il sostegno alle (ex) lavoratrici dell’associazione Eufemia, licenziate in tronco nel 2024 dopo avere scioperato a oltranza per quarantadue giorni per ottenere migliori condizioni di lavoro e aver denunciato molte storture del lavoro sociale e di cura in città. Proprio Eufemia, che condivideva gli spazi dell’ex caserma La Marmora con Comala, è parte della cordata di associazioni vincitrici del nuovo bando. SIT, capofila della cordata, si presenta sul suo sito come “la community non profit per progetti e startup a impatto sociale e ambientale” che organizza eventi “dove la Community di SIT viene riunita: startup, student-, imprenditor- sociali e chiunque sia appassionato di innovazione sociale e sostenibilità”. Tra le varie startup del gruppo SIT emerge Escape 4 Change. Secondo la descrizione fornita dal sito, Escape 4 Change “cerca di migliorare concretamente il mondo attraverso le esperienze di intrattenimento immersive e cooperative”. Il project leader di questa startup è lo stesso direttore di SIT ed è anche l’ex presidente di Eufemia: l’associazione che ha licenziato le sue lavoratrici in tronco dopo averle sottopagate e demansionate. In un’intervista rilasciata a La Stampa del 18 febbraio Paolo Landoni, presidente di SIT e professore ordinario di Ingegneria gestionale e della produzione al Politecnico di Torino, afferma che rispetto alle attività svolte finora da Comala “si può fare di più […]. Abbiamo delle idee per portare un arricchimento ai giovani che lo frequentano che non cercano soltanto svago e intrattenimento, ma anche prospettive”. Interpellato sulle prospettive future, il presidente chiarisce che la promozione degli spazi passa da imprenditorialità e innovazione sociale – termine dal significato nebuloso ma molto alla moda nel terzo settore, e non solo. Si intuisce quindi che l’organizzazione di eventi sociali, culturali e politici che hanno caratterizzato la programmazione di Comala nel corso degli anni e che sono sempre stati gratuiti, passerà in secondo piano. Sarà, invece, privilegiato lo sviluppo di startup e varie forme di imprenditoria sociale, con il rischio di distruggere la comunità – e non la “community” – che Comala ha costruito nel corso degli anni. L’accessibilità ai futuri eventi che si terranno nella caserma non sarà sempre garantita e questo risulta evidente da un verbale – datato 10 febbraio – del “Gruppo di lavoro interdivisionale per la concessione di immobili a enti e associazioni senza scopo di lucro”, un ente dove siedono i rappresentanti delle circoscrizioni e di alcuni dipartimenti per la gestione dei servizi della Città. Come si riporta nel verbale, “gli spazi di aula studio e area esterna continueranno a essere fruibili da tutti mentre alcune attività non saranno del tutto gratuite”. La scelta di assegnare gli spazi a una nascente cordata di associazioni a discapito di chi li gestisce ormai da quindici anni risulta decisamente politica: la vittoria del bando non c’entra  nulla col fantomatico “merito”. La nuova assegnazione, per quanto non abbia le modalità che hanno portato allo sgombero di Askatasuna, rientra nella stessa logica di sottrazione degli spazi di aggregazione sociale dal basso. La decisione è in linea con le politiche che stanno cambiando i quartieri di Cenisia e San Paolo, in cui è molto forte la spinta del Politecnico verso l’imprenditoria e la trasformazione di vari spazi in “incubatori” di startup, come quello già presente nelle vicine OGR. In parallelo rimane, invece, inascoltata da parte della Città e della circoscrizione la domanda di luoghi di socialità e abitazioni a basso costo. La fine della gestione degli spazi dell’ex caserma La Marmora da parte di Comala si configura, di fatto, come uno sgombero per via amministrativa. Celandosi sotto la maschera dell’innovazione sociale e dell’imprenditoria, questa operazione apre la strada a una gentrificazione aggressiva che spazza via relazioni consolidate e progetti nati dal basso. (francesca ru)
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[2026-02-24] Assemblea cittadina di mobilitazione contro ddl Bongiorno @ làadan
ASSEMBLEA CITTADINA DI MOBILITAZIONE CONTRO DDL BONGIORNO làadan - Via Vanchiglia 3, Torino (martedì, 24 febbraio 19:00) Continua la mobilitazione permanente contro il DDL Bongiorno. Dopo la manifestazione del 15 febbraio che ci ha vistə scendere in piazza in migliaia in tutta Italia, ci ritroviamo in un'assemblea cittadina, aperta a tutte le persone, i collettivi, le associazioni, i sindacati, i gruppi che vogliono costruire insieme un'opposizione dal basso al DDL Bongiorno. Senza consenso è stupro! Vi aspettiamo mercoledì 24 febbraio alle h19 a Laadan in Via Vanchiglia 3
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[2026-02-23] Contro lo smantellamento della sanità pubblica - Costruiamo un 8 e 9 Marzo sulla salute @ CUB Piemonte - Confederazione Unitaria di Base
CONTRO LO SMANTELLAMENTO DELLA SANITÀ PUBBLICA - COSTRUIAMO UN 8 E 9 MARZO SULLA SALUTE CUB Piemonte - Confederazione Unitaria di Base - Corso Marconi, 34 Torino (lunedì, 23 febbraio 19:00) RIPRENDIAMOCI LA SANITÀ PUBBLICA Per il decimo anno consecutivo Non una di meno indice lo sciopero transfemminista dal lavoro produttivo e riproduttivo nella giornata del 9 marzo Insieme al coordinamento cittadino sulla salute, chiamiamo tutte le realtà, collettivi, persone singole che vogliano attivarsi e organizzarsi con noi: costruiamo insieme l’8 e 9M. Contro lo smantellamento della sanità pubblica e la sua privatizzazione, per un accesso alla salute libero e sicuro. Continueremo anche a parlare dell’inchiesta sul consultorio di via Farinelli, e molto altro. Ti aspettiamo! lunedì 23 febbraio, h19.00 presso la sede CUB (citofonare CUB)
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