IL PM PADALINO, IL FINANZIERE MAGNACCIA E LE FATTURE
Ieri abbiamo visto una vecchia conoscenza del movimento No Tav, il Pm Padalino, andare in televisione a piangere miseria per fine della sua infausta carriera, da PM anti-notav al trasferimento […] The post IL PM PADALINO, IL FINANZIERE MAGNACCIA E LE FATTURE first appeared on notav.info.
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Macerie su Macerie – PODCAST 9/02/26 – Vacanze “post-army”: l’IDF in Val di Susa
Viaggi “post-army”, li chiamano. Vere e proprie fughe per dimenticare le atrocità commesse dai soldati israeliani nella perenne guerra contro la popolazione palestinese, tradizionalmente verso l’India e l’Himalaya. Oggi però queste mete si avvicinano e l’Italia è diventata una nuova tappa di questo assurdo turismo. Vacanze “defaticanti”, così vengono definite in questo caso, con una magia del linguaggio atta a nascondere il fattore atroce e derubricare il ruolo dentro a un sistema di sterminio a una questione lavorativa come le altre. Di questo, e delle recenti mobilitazioni, parleremo con un compagno dalla Val di Susa, dove un gruppo di soldati dell’IDF si trovava a sciare la scorso fine settimana.
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Contro ogni fascismo: quali prospettive oggi? iniziativa a 100celle aperte, roma
CONTRO OGNI FASCISMO: quali prospettive oggi? Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte Come individualità anarchiche proponiamo un momento di discussione con dibattito aperto sulla dilagante fascistizzazione della società e la necessità di opporvisi. A partire dalla situazione dell’anarchico prigioniero e nostro compagno Ghespe e dall’esperienza fiorentina di lotta contro Casapound, vorremmo confrontarci tra differenti soggettività su che tipo di pratiche radicali possiamo mettere in campo oggi per arginare questa nuova deriva autoritaria. Sabato 28 febbraio h 17.30 iniziativa di discussione e a seguire cena e dj set Electro Tek con Hermeside e Freshnesss A 100celle aperte, via delle Resede 5 – Roma Per consigli di lettura in vista dell’iniziativa, consultare https://bencivenga15occupato.noblogs.org/post/2026/02/09/contro-ogni-fascismo-quali-prospettive-oggi-sabato-28-febbraio-a-100celle-aperte/
Iniziative
Carcere
Le insostenibili olimpiadi
Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane, speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione della precarietà e militarizzazione del territorio. Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare, associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse, giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio. Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500 alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di espulsione dei ceti popolari dal quartiere. In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti di cui 4 ospedalizzati. Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.
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“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno” Iniziative in molte città d’Italia
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno che istituzionalizza la violenza sessuale”. Su queste parole d’ordine la rete Non Una di Meno ha chiamato diverse iniziative in molte città d’Italia per organizzarsi e lottare contro il DDL Bongiorno. Di seguito riportiamo alcuni degli appuntamenti Torino Martedì 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno. Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza patriarcale. Questo DDL fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un aula di tribunale che quella che ha subito era violenza. Con le parole del decreto, pretende che ogni persona denunciante sia capace di dimostrare il dissenso manifestato al momento dell’atto. Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza, urlare in maniera sufficientemente udibile, mostrare lesioni sufficientemente profonde. Non è un semplice tecnicismo giuridico, ma una scelta politica precisa, pesantemente peggiorativa dell’attuale legge contro la violenza di genere e sessuale e che calpesta la Convenzione di Istanbul, ovvero i fondamenti di ogni impianto normativo sulla violenza. Se questo DDL diventerà legge, avrà profonde ricadute sulla materialità delle nostre vite: decidere come deve essere dimostrata una violenza sessuale significa decidere anche che cos’è violenza, chi detiene il diritto sui corpi, chi può essere credutə, chi invece viene sistematicamente protetto. Significa aprire le porte ad una normalizzazione sempre più ampia della violenza sessuale in un contesto culturale e politico che colpevolizza le donne e le soggettività dissidenti per quello che subiscono, esercita una violenza istituzionale sempre maggiore nei confronti delle persone trans e non binarie, sdogana gli abusi maschili e di potere ad ogni livello della società. Significa moltiplicare la violenza secondaria che chi denuncia già oggi vive nelle aule di tribunale. Significa spingere sempre più donne e soggettività nel climax di violenza che ci consegna centinaia di femminicidi, lesbicidi e transcidi ogni anno. Come transfemministə non possiamo permettere che questa legge venga approvata. Non accettiamo che lo Stato istituzionalizzi la violenza sessuale. Insieme, nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, insieme allə nostrə amichə, abbiamo deciso di essere il grido collettivo di tutti quei “no” detti e non rispettati, ma anche di quelli che da solə non siamo riuscitə a dire. Senza consenso è stupro. Organizziamoci insieme. Verona GIÙ LE MANI DALLA LEGGE SULLA VIOLENZA SESSUALE✊🏻🔥 A 25 anni dalla Convenzione di Istanbul, in Italia si sta cambiando la normativa sulla violenza sessuale per decidere ancora sui nostri corpi. Quella che doveva essere una normativa che metteva al centro il *consenso libero, esplicito e revocabile*, si è trasformato nel suo contrario, peggiorando la situazione attuale, perché si concentra sul dimostrare la «volontà contraria», quindi il dissenso. Ancora una volta la responsabilità rischia di ricadere su chi la violenza la vive. Il 10 febbraio ci troviamo con rabbia e amore per condividere lotta e cura. Vogliamo fare rete per rovesciare un diritto penale e un immaginario che “misura la violenza non sull’atto compiuto, ma sulla reazione subita e che continua a interrogare i corpi violati” (cit. GiULiA Giornaliste Unite Libere Autonome). Confronteremo saperi, pensieri, esperienze; creeremo striscioni e cartelli per portare in piazza il grido di tuttə le soggettività oppresse, per stare insieme e dare spazio a nuovi immaginari. Ci troviamo alle 20.30 nella sala di ENERGIE SOCIALI – Via Bruto Poggiani, 4 – 37135 Verona Scegliamo luoghi e modalità di partecipazione il più accessibili possibile. Scrivici se vuoi partecipare! In AUTOBUS da Verona Porta Nuova B : -41, fermata Via Trieste II, 8 min a piedi -51, fermata Via Malfer I B, 3 min a piedi -21, fermata Fiera B, 11 min a piedi -53, fermata Via Scuderlando IV, 4 min a piedi -61, fermata Viale del lavoro/viale dell’industria B, 6 min a piedi Se hai bisogno di accompagnamento o di altre info scrivici. Cuneo Roma: Il femminicidio di Zoe Trinchero, 17 anni, per mano di un ragazzo di 19 anni che era stato rifiutato, rimette al centro il tema del consenso e del suo rovescio: la cultura dello stupro. In Parlamento è in discussione un disegno che peggiora le norme sulla violenza sessuale perché cancella il consenso per tutelare gli abuser. Incontriamoci in assemblea pubblica per continuare a organizzare insieme la campagna contro il DdL sul Dissenso e la giornata di mobilitazione del 15 febbraio, in connessione con l’assemblea di lunedì 9 in Sapienza. Blocchiamo il DdL Dissenso perché la violenza non diventi norma. Senza consenso è stupro! Verso lo sciopero transfemminista dell’8/9 marzo prepariamo lo sciopero della produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli di genere, nelle scuole, nei posti di lavoro, nella città. Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo! Bologna: Ci vediamo domani per l’assemblea settimanale di Nonunadimeno. Continuiamo con la costruzione dello sciopero dell’8/9M! Ordine del giorno: – Continueremo a discutere della costruzione dello sciopero e degli eventi in programma nel prossimo mese di lotta! – 11 febbraio: completeremo la costruzione dell’evento con lə compagnə iranianə di @hamsaye_bologna – 15 febbraio: organizzazione della piazza insieme a Di.Re e ai centri antiviolenza contro il DDL Bongiorno – Prossimi eventi di autofinanziamento verso lo sciopero Lo spazio è accessibile, scrivici per bisogni specifici. con amore e rabbia 💜🔥 Asti: Assemblea di auto formazione aperta a tuttə Mercoledì 11 Febbraio H 20.30 Foyer delle famiglie – Asti Parliamo della nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno. L’ennesimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie. Una norma che fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale. Una norma che pretende che la persona offesa dimostri in un’aula di tribunale che quella che ha subito era effettivamente violenza, dimostrando il dissenso manifestato al momento dell’atto. Chi decide per noi, per i nostri corpi? Chi viene protetto e perché? Le nostre vite contano. Le nostre parole contano. Tivoli: La rete chiama, noi rispondiamo. Anche noi aderiamo alla mobilitazione permanente lanciata da D.i.Re e da tutta la rete transfemminista contro il DDL Bongiorno e ogni tentativo di svuotare il significato del consenso. Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere: è diritto, autodeterminazione, libertà. Indebolirlo significa aumentare la violenza e ridurre la tutela delle donne e delle soggettività più esposte. 📍 Il 15 febbraio saremo in piazza Garibaldi, insieme a oltre 100 piazze in tutta Italia. Perché sui nostri corpi e sulle nostre vite non si arretra. Trento: Si avvicina la data dell’8 marzo e anche quest’anno vogliamo costruire con voi insieme lo sciopero e la piazza che verrà chiamata a Trento! Messina: Di recente è stata presentata in Senato da parte di un’esponente della Lega una riformulazione dell’articolo relativo alla violenza sessuale. Per la prima volta in un testo di legge appariva la parola “consenso”; e non solo, specificava anche “libero e attuale”, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚’ 𝙪𝙣 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙣𝙨𝙤 𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙪𝙤’ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙚𝙩𝙚𝙨𝙤, 𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙤 𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚’ 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙧𝙚𝙫𝙤𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙚. Questa dicitura ci avrebbe allineato ai Paesi europei più virtuosi sul tema di genere e avrebbe rispettato il principio di autodeterminazione sessuale sancito dalla Convenzione Internazionale di Istanbul (cui tutti gli Stati UE sono firmatari e vincolati) e dalla Cassazione. Quella che sembrava una svolta storica in Italia è stata cancellata con un colpo di spugna. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗶 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮’ 𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝘁𝗮’ 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗹 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼”. Una modifica che sposta nuovamente la responsabilità degli abusi sulle vittime e inasprisce i già difficili processi verso chi decide di denunciare e si ritrova a dover provare di non essersela cercata. 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗼’ 𝗲’ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲! È la volontà di ignorare decenni di studi sulla strutturalità della violenza di genere. Un’ulteriore istituzionalizzazione della cultura dello stupro che prima ci abusa e poi ci colpevolizza, facendo vittimizzazione secondaria. Una tutela dello status quo che continua a giustificare e proteggere gli uomini abusanti sulla nostra pelle. E un insulto a tutto il lavoro di Associazioni, Collettivi e Centri Antiviolenza che ogni giorno gratuitamente colmano i vuoti istituzionali e si occupano del sostegno diretto alle vittime.
Ossessione decoro. La lotta alle scritte sui muri di Torino
(disegno di mario damiamo) Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri: il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino, ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+ Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua bellezza”. L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le “vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di “riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025). La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro “gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”. Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”, “educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta “ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse: aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi – falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze. IL CONFLITTO COMUNISTA “Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”, vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di “grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata da tolleranza, connoterà altre proposte future. Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni: “Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22 febbraio 1978). Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata, che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni: “Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”; secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985). LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO” Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato: la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare, copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”: “Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada: “Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”. Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una fortezza militare che a un teatro. Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come “sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e la città punterà sempre di più sulle loro risorse. NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale, che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità, scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono sempre più disprezzate. Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per “rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano. L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016, a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro incubo principale. A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione. Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr. (alessandra ferlito)
torino
42. Didn’t Cha Know: soul cosmico, tra passato e futuro pt.1
Continua il viaggio di Rolling nel magico mondo del neo-soul. Nelle ultime due puntate abbiamo ascoltato l’album d’esordio di Erykah Badu, Baduizm; abbiamo ascoltato e parlato delle sperimentazioni musicali e del contenuto dei testi, aprendo un’ampia parentesi sull’influenza della Five Percent Nation e più in generale dell’islam politico nella comunità Afroamericana. Continuiamo l’ascolto di questi album fantastici e continuiamo con la Badu, cogliendo l’occasione per aprire nuove parentesi e collegamenti sulla cultura da cui ha preso ispirazione e che ha contribuito a creare. In questa e nelle prossime puntate ascoltiamo Mama’s Gun e parliamo di Afrofuturismo.
soul
jazz
hip hop
neo soul
RnB
“La resistenza ha fermato, per ora, i piani delle potenze capitaliste contro l’autogoverno in Rojava” Intervista ad Havin Guneser
Riprendiamo questa intervista a Havin Guneser, un punto di vista situato che offre uno sguardo sui molteplici aspetti che vanno analizzati in questa fase per comprendere la situazione in Rojava, svolta da Radio Onda d’Urto. Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici dell’assemblea dell’Academy of Social Science, già portavoce della campagna “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan” e autrice del libro “L’arte della libertà. Breve storia del movimento di liberazione curdo” (Meltemi, 2025). Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan. Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-estall’interno di quella che il movimento di liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale. Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli. Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine, abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca di Imrali. Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin Guneser Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser: Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e all’accordo di cessate il fuoco? Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i curdi, il popolo curdo. Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come saranno le cose in Medio Oriente. E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o luoghi simili. Questo è un livello. Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100 anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su come risolvere i conflitti in Medio Oriente. Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni. Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh. Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran, sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente. Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale, sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse. Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento. È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un soffio. Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più. Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona, dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli propone. Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto, l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono “avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo. Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere qualche guerra per conto loro. Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro i turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del Medio Oriente. Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno. Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché una volta iniziato è impossibile fermarlo. Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo, l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente. Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno, mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle donne e la nazione democratica nella regione. Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero fretta di concludere tutto molto rapidamente. Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con grande sicurezza. Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche diversi media occidentali. Perché? Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti milioni di dollari sulla sua testa. Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha permeato ogni angolo delle procedure statali. Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria. Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi, con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto rapidamente. E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel – ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti, ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si sono trasformati. Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire, abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la combattente fosse giovane. Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è tutta una questione di “campismo”. Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo. Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo. Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste settimane? Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente, mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione. Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio, il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme genocidio, di una resistenza e lotta in Siria. Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15 febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi. Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede. Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire, quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi. Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era così. Questa informazione non era stata divulgata. Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile, realistico, diciamo… Quello realistico sul campo. Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50 anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’. E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di cui stiamo parlando. La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.