Tav: Bufera in campo largo
All’improvviso la Torino-Lione torna a occupare spazio nel dibattito politico piemontese. A riaccendere la discussione sono state le dichiarazioni di Chiara Appendino insieme ai parlamentari Antonino Iaria ed Elisa Pirro […] The post Tav: Bufera in campo largo first appeared on notav.info.
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Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea.
Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump, durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano. Una versione prontamente smentita da Meloni, che si è affrettata a rispondere per le rime suggerendo al tycoon di badare alla sua, di popolarità.  La prima tentazione è di considerare questo battibecco come un episodio tra i tanti all’interno del miserabile teatrino della politica occidentale a cui i vari vertici del G7 ci hanno ben abituati. La seconda è di sintonizzarsi con i giornalisti de LA7 e affrontare le ormai quotidiane sparate di Trump con un sorrisetto superiore, convinti che la credibilità del presidente statunitense sia giunta ai minimi storici e probabilmente definitivamente affossata dai tre mesi di messaggi contraddittori misti a patetiche minacce con cui ha cercato – invano – una via di fuga dal pantano iraniano. La querelle di Evian potrebbe invece assumere le dimensioni di un fatto che più di altri sta facendo emergere alcune contraddizioni interne al campo dell’imperialismo. Vogliamo fare il punto su alcuni dati che questo episodio sembra consegnarci, e che stanno progressivamente affiorando sia all’interno dell’informazione italiana mainstream ma, soprattutto, all’interno delle basi sociali del campo “sovranista” italiano ed americano. 1. Il primo elemento ha a che fare con la relazione tra la popolarità di Trump e la capacità di manovra del progetto imperialista. Vale la pena partire da una premessa abbastanza scontata ma che spesso si tende a dimenticare: Trump non è un cacicco capriccioso, bensì l’espressione di una coalizione di interessi economici che vanno dal grande capitale tecnologico americano a quella che Phil Neel ha definito come la “lumpen borghesia” dell’hinterland americano – concessionari d’auto, appaltatori edili e piccoli imprenditori. Una larga coalizione che ha scommesso su di lui perché il progetto MAGA si è fatto garante di due cose: riportare sotto controllo americano le catene del valore globali, garantendo l’interventismo necessario ad ammortizzare gli ingenti problemi che attanagliavano alcuni settori centrali del capitalismo statunitense attraverso una forma di disciplinamento, anche armato, degli attori periferici in grado di controllare le risorse centrali; e scaricare i costi degli stessi problemi economici verso il basso e verso l’esterno. Le principali forme di opposizione registrate negli USA sono provenute finora da settori urbani politicamente ostili al partito repubblicano, e si siano materializzate principalmente sotto forma di resistenza diffusa nei confronti dell’espulsione di massa di forza lavoro migrante. Tuttavia, questo non significa che il progetto americano debba temere esclusivamente la capacità di resistenza di chi decide di attaccare, anzi: il consenso all’interno della propria base non sembra più essere secondario. Da almeno un anno e mezzo ci sono significativi mal di pancia, soprattutto all’interno del cerchio magico di fedelissimi che hanno sostenuto Trump sin dall’ultima amministrazione – principalmente nei confronti dell’atteggiamento statunitense rispetto ad un Israele talmente assetato di sangue che inizia a suscitare l’odio ed il malumore di un grosso settore della base MAGA, come dimostrano le recenti uscite di Tucker Carlson, uno degli ideologi più influenti di quell’area. Adesso che gli USA scontano davanti agli occhi di tutto il Mondo la difficoltà di sviluppare una strategia comune con la loro truppa d’assalto in Medio Oriente, queste tensioni sono destinate ad approfondirsi. Neanche il consenso del proletariato bianco statunitense sembra più granitico, soprattutto perché la guerra contro l’Iran ha dimostrato che, per Trump, rispettare entrambi gli impegni programmatici comporta un’evidente contraddizione. L’operazione militare partita per riaffermare il dominio statunitense sul Medio-Oriente e convincere definitivamente gli Stati del Golfo ad affidare petrolio, data-center e commissioni per la difesa al carro USA-Israele si è tradotta in un Memorandum d’intesa piuttosto vago, che rispecchia una sconfitta sul campo e, soprattutto, in termini economici. In altre parole, non solo non è risultato possibile cementare l’influenza americana nel Golfo e stabilirsi definitivamente come principale potenza egemonica nell’area, ma il tentativo ha prodotto un innalzamento drammatico dei costi produttivi e riproduttivi all’interno dell’economia domestica, con conseguenze abbastanza significative sui portafogli della base sociale MAGA. L’agenzia Moody’s stima il costo della guerra per “consumatori e contribuenti americani” intorno ai 135 miliardi – e questo senza calcolare che l’economia americana dovrà prepararsi ad una significativa austerity per sostenere gli aumenti di budget “emergenziali” del Dipartimento della Guerra, che ha dovuto raschiare il fondo alle scorte di materiale, munizioni e sistemi d’arma già fortemente intaccate da cinque anni di sostegno militare all’Ucraina e da tre anni di rifornimenti a Israele.  In questo senso, la guerra contro l’Iran non ha sicuramente fatto bene alla popolarità di Donald Trump. È troppo presto per ipotizzare se la società statunitense e la base “lumpen borghese” del Trumpismo dimostreranno qualcosa di più di una semplice insofferenza ed arriveranno a ritirare esplicitamente il consenso alle politiche del presidente. Di certo qualcuno – tra i quali lo stesso Carlson – già lo accusa di fare solo gli interessi del grande capitale americano. 2. Il secondo elemento ha a che fare con le conseguenze dirette del primo, nei termini in cui le difficoltà del progetto imperialista americano tendono a tradursi in una pressione accelerata sui livelli subordinati della gerarchia imperiale. Gli stati europei – Italia inclusa – si trovano nella difficile posizione di non essere abbastanza autonomi per negoziare i termini della propria subordinazione, né abbastanza periferici per non riportare conseguenze immediate dal conflitto: se l’incudine è la crisi economica conseguenza della guerra, che colpisce esattamente i paesi più integrati nel modello di capitalismo logistico globalizzato (quelli per cui chiudere Hormuz equivale al disastro immediato), il martello è una politica estera americana che genera queste crisi e ne scarica i costi verso coloro che un tempo considerava alleati da tutelare. Ed infatti, se la guerra contro l’Iran e l’Asse della Resistenza non ha fatto bene a Trump, neanche a Giorgia Meloni è andata tanto meglio. Per quanto riguarda l’Italia, la conseguenza più evidente del conflitto si è tradotta nell’aumento drammatico del prezzo di gasolio e benzina: +75% e +38%, a malapena ammortizzato da una serie di misure tampone del governo. La pessima figura è arrivata già nei primissimi giorni: Tajani ha dichiarato di aver scoperto i bombardamenti americani solo nel corso di quella mattinata, e ha dovuto ammettere, in parallelo, la presenza del ministro della Difesa Crosetto in viaggio di piacere proprio in mezzo al fuoco incrociato. Tutto questo avviene nel quadro di un’evidente autonomia dell’alleato americano dalle tradizionali regole d’ingaggio condivise che avevano storicamente legato a doppio filo la progettualità politico-militare degli Stati Uniti alla NATO, con cui l’Italia ha condiviso almeno dieci missioni all’estero negli ultimi anni e di cui Meloni si è sempre fregiata essere fiera sostenitrice. A tutti è stato chiaro che il Comando Americano non ha avvertito gli alleati europei prima di scatenare un’operazione militare senza precedenti che avrebbe costretto quegli stessi alleati a correre urgentemente ai ripari. La vicenda dello stretto di Hormuz è il punto più nitido. Mentre Washington trattava e bombardava a fasi alterne, tenendo aperta la partita secondo i propri tempi e i propri interessi, l’Europa – e l’Italia in particolare – si è trovata a pagare il prezzo delle avventure militari americane senza aver avuto voce in capitolo sulla loro conduzione. D’altronde, lo scarico dei costi politici ed economici delle operazioni americane sugli “ex-alleati”  è un meccanismo che negli ultimi anni ha informato e diretto in misura sempre maggiore la politica estera statunitense. Basti pensare all’insistenza americana perché l’Europa si faccia finalmente carico della guerra che Trump odia di più: quella contro la Russia. Un conflitto tutto politico, visto che di ritorni economici ce ne sono pochi (a parte un po’ di terre rare, che comunque Trump si è già accaparrato costringendo Zelensky a firmarne la consegna in cambio della riapertura del rubinetto delle armi). Di nuovo, stavolta, c’è solo che l’Europa e l’Italia vengono pubblicamente additati come parassiti ingrati, che si rifiutano di togliere le castagne dal fuoco agli USA sminando Hormuz e si rifiutano di concedere le basi militari.  Quanto poi queste accuse corrispondano a realtà è ancora da vedere, visto che la famosa accusa di Trump secondo cui l’Italia ha “negato le basi ai caccia statunitensi” è stata prontamente smentita dalla NATO. Non solo, infatti, nei giorni della guerra iraniana armi e munizioni USA sono passate a tonnellate nelle sette basi che l’esercito statunitense possiede in Italia, scaricate e maneggiate dai 13mila soldati americani che le occupano, ma il 24 giugno lo stesso segretario NATO Mark Rutte nel patetico tentativo di ingraziarsi gli Stati Uniti ha – per l’ennesima volta – sbugiardato pubblicamente il governo Meloni spergiurando che i jet d’attacco USA le basi italiane le avevano utilizzate eccome, e che dal “paese sovrano” erano partiti oltre 500 voli militari statunitensi. La gelida replica del Ministero della Difesa italiano, che si limita a ribadire il “rispetto dei trattati NATO” (i cui contenuti, in ogni caso, sono almeno in parte coperti dal segreto di Stato) la dice lunga su l’imbarazzo di essere stati pubblicamente messi alle strette dalle accuse di tradimento targate USA e dagli spergiuri servili di iper-collaborazionismo della NATO. 3. Il terzo elemento ha a che fare con la dialettica tra i primi due, cioè tra la progettualità dell’imperialismo americano ed i suoi limiti, e la posizione di subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti in cui si trovano l’Europa e l’Italia. La tensione generata dalla crisi di questa dialettica ci appare irrisolvibile attraverso il tradizionale prisma politico della destra sovranista. La crisi del dominio egemonico americano spinge gli Stati Uniti ad accelerare lo scarico dei costi verso gli stati subordinati della propria catena imperiale; questi stati, però, non hanno margini reali per sottrarsi al meccanismo, perché la loro posizione nella divisione internazionale del lavoro e nella struttura militare occidentale è quella che è. L’Italia è un caso paradigmatico, nei termini della sua strutturale dipendenza dagli USA tanto sul piano della sicurezza quanto su quello dell’integrazione nelle catene del valore. Proprio il battibecco “basi sì, basi no, basi forse” di questi giorni non ci sembra altro che l’ennesima dimostrazione che l’Italia è, allo stato attuale, completamente incapace di influire o negoziare riguardo alle condizioni della propria subordinazione.  Meloni sa che deve farsi andare bene quel che impone Trump, perché ha tra le mani un’Italia troppo inserita dentro le catene del valore dominate dagli Stati Uniti per strappare in maniera netta – e d’altronde, il decoupling che qualcuno in nord Europa prova timidamente ad abbozzare è già un casino per loro, per noi è proprio fantascienza; troppo atlantista, a livello di identità politica e di strutturazione difensiva e militare, per trattare da pari con una potenza i cui interessi stanno rapidamente divergendo da quelli europei; e troppo dipendente dall’export verso Germania, Francia e Stati Uniti – rispettivamente 74, 67 e 63 miliardi nel 2023 – per scegliere di precludersi un campo – o farsi ricoprire di dazi – senza conseguenze immediate sulla propria base industriale. L’unico comparto che sta cercando di articolarsi sotto forma “sovranista” è l’industria militare, settore su cui tutta la locomotiva europea, dalla Germania alla Francia, sta puntando per cercare di smarcarsi un po’ economicamente dagli USA e mettere da parte qualche riserva economica e militare per l’inverno della guerra a bassa intensità e ad alta frammentazione che nei prossimi anni caratterizzerà il mondo. Non a caso, gli Stati Uniti stanno cercando di obbligare gli “ex-alleati” che intendono mettersi in proprio sulla Difesa a pagare un prezzo sproporzionatamente alto, come dimostra il programma PURL (Prioritized Ukraine Requirements List) che obbliga i membri della NATO a stanziare quasi 6 miliardi di dollari per acquistare direttamente dagli USA sistemi d’arma da donare all’Ucraina, l’ennesimo tentativo statunitense riuscito di scaricare il costo della crisi militare ucraina sui Paesi europei.  Il 22 giugno Crosetto ha dichiarato a gran voce che l’Italia non parteciperà al PURL e non acquisterà dagli USA la partita di missili Patriot da consegnare all’Ucraina. Ma il 7 ed 8 luglio è in programma ad Ankara il secondo vertice NATO sull’argomento, e il Segretario della Guerra USA Pete Hegseth ha dichiarato compiaciuto che sarà l’occasione per riportare all’obbedienza “parecchi alleati che sembrano ancora pensare che sia arrivata l’era del free-riding” – cioè, della capacità di sottrarsi all’ennesimo meccanismo-capestro. Un battibecco come quello del G7 ha le sue radici proprio nel fatto che qualcuno, adesso, si sta trovando a pagare un conto che quando è salita al governo non aveva preventivato. Che si sia trattato di un timido strappo reale – come tende a suggerire anche la stessa premier per cercare di mostrarsi forte di fronte alla prepotenza trumpiana – o più semplicemente di un teatrino a favor di telecamera, il risultato non cambierà. Lo scisma politico tra Italia e Stati Uniti, allo stato attuale è semplicemente impraticabile. Contrariamente a chi preventivava ancora qualche giorno di polemiche, la scena è tornata rapidamente quella di un governo che riassesta silenziosamente gli equilibri: e se pubblicamente ha annunciato qualche diserzione di facciata ai prossimi summit diplomatici (tra l’altro revocata, visto che al 4 luglio a quanto pare si presenterà una folta delegazione italiana) – tra pochi giorni verrà di nuovo ufficializzato il patetico tentativo meloniano di accordarsi ad un imperialismo in crisi che si è fatto prendere a schiaffi sullo stretto di Hormuz. Dal punto di vista politico, questi elementi rappresentano la dimostrazione evidente del punto principale su cui si inceppa il progetto sovranista che questa compagine di governo ha venduto ai suoi elettori. E al di là della destra impantanata che si arrampicherà sugli specchi, a farsi questi calcoli c’è soprattutto una borghesia italiana stretta tra Washington e Berlino che non sa ancora dove trovare l’uscita dal pantano. Qualche assist pubblico per continuare a fare riferimento agli USA arriverà infatti immancabilmente anche dal “campo liberal-progressista”: come interpretare altrimenti il fatto che La Repubblica da dieci giorni metta ogni giorno in prima pagina Obama – che abbraccia Michelle, che visita una scuola… – se non per suggerire che l’America può tornare ad avere un volto umano e liberal, che tutto sommato l’era Trumpiana è solo una fase al ribasso della democrazia e che con la prosperità yankee potremo ancora salvarci da un futuro siberiano o mandarino. I costi di questo allineamento – energetici, salariali, militari – aumentano di mese in mese e, guarda caso, si scaricano verso il basso nella gerarchia sociale. Nel frattempo gli amici di Trump sfondano record di arricchimento, l’entourage del presidente fa insider trading sulla guerra in Iran per costruirsi resort vacanze privati sulla costa dell’Albania e comprare presidenti e primi ministri dei paradisi fiscali in giro per i Balcani e il Centro America. Lo scollamento tra la sovranità nazionale con cui la destra ha stravinto gli ultimi cicli elettorali e una realtà di subordinazione economica e militare cieca alla volontà degli Stati Uniti è visibile a chiunque voglia vederlo. Osservare interessati gli effetti delle ennesime piccole crepe all’interno delle relazioni strutturali tra Stati Uniti ed Europa, quindi, significa cominciare a tematizzare l’irresolubilità di questa contraddizione all’interno del blocco sovranista per spaccarlo e costringerlo ad esaurirsi nel vano tentativo di dare delle risposte. Occorre pensare a come fare leva su questo scarto per articolare un programma che si prepari alla lunga notte della guerra che arriva mettendo al centro la difesa degli interessi di classe. Il movimento di massa contro il genocidio a Gaza ha già dimostrato che lo spazio per l’organizzazione contro questo regime di oligarchi e di assassini esiste: riaprirlo e sostanziarlo rappresenterà la sfida collettiva dei prossimi mesi.
Scosse devastanti in Venezuela. Migliaia di dispersi, si scava tra edifici crollati. Il sisma più violento da 126 anni.
Sono oltre 25.000 le persone che risultano al momento disperse a seguito dei devastanti terremoti che ieri sera, mercoledì 24 giugno, hanno colpito il Venezuela. Due scosse violentissime, a breve distanza, tra mezzanotte e le due di notte, orario italiano, hanno causato il crollo di centinaia di edifici. La prima scossa è stata di magnitudo 7.1, la seconda di 7.5. Si è trattato del sisma più violento da 126 anni a questa parte in Venezuela, con epicentro a Yumare, 300 km a ovest di Caracas. Sale a 164 morti e 1000 feriti il bilancio, ma i numeri sono destinati a salire. Lo stato più colpito è La Guaira. Danneggiato l’aeroporto internazionale che ha sospeso i voli. La presidente a interim Rodriguez ha annunciato lo stato di emergenza: ‘Situazione grave’. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Geraldina Colotti, giornalista ed esperta in questioni latinoamericane, con cui abbiamo fatto anche un quadro generale della situazione del Paese, già in grave crisi politico-economica.
Overjoy 281
Martedì 23 Giugno 2026, Overjoy 281 La prima puntata dell’estate 2026 viene introdotta da Busy Signal, un rifacimento del classico Stalag e una hit di Brusco. Dopo la sigla e il sommario ascoltiamo Merga Gryer, Neville Brown, e un po’ di Serengeti Music con Jah Revolution, Roots, By Nature, e Gianni Denitto. Femine power session con Lutan Fyah e Kingston Express, il nuovo attesissimo album di Aza Lineage e Dezarie. C’è anche il nuovo singolo di Galas & Destrangers, Irie Ites con Prince Alla, due classici da Michael Prohpet e Junior Byles. Nuova musica anche da Dubmill con Linval Thompson e un nuovo EP di Devon Clarke. Ascoltiamo ancora Stikkitan Tafari, Iqulah, Horace Martin e Don Carlos, prima di concludere con un altro dubplate esclusivo. Dreams come true!
dub
OverJoy
reggae
roots
Dissidenza, repressione politica ed una esagerata idea di libertà. In ricordo ad Ambro, un contributo di amic3 e compagn3
Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento all3 ultim3, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un testone, un polemico. Ambro aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una generosità e capacità di offrire all3 altr3 che spesso sconfinava nel sacrificio. Era anche un ragazzo arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie e le sue storture. Ambro aveva ben chiaro il concetto e il senso di collettività, mettendolo in atto ogni giorno in ogni gesto e parola. Ha sempre creduto nella politica dal basso, cioè quella tangibile fatta da chi vive in questo sistema precario per sostenere le persone colpite dallo stesso, criticando con lungimiranza e lucidità lo Stato e le varie politiche susseguitesi negli anni, sia nel nostro paese che a livello globale. Ambro il 15 Marzo si è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue care falesie.  Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a misure cautelari.  Noi tutt3, amic3, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovat3 a dover far senso di un dolore enorme, nessun3 riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale. In questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una parte scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare. Ambro credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che la libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui.  Aveva ricevuto in Febbraio l’avviso di garanzia che lo informava del procedimento pendente e dei capi di indagine relativi proprio a quelle manifestazioni. Una lista gonfiata da un caso diventato politicamente sensibile. Si dovevano trovare colpevoli, e l3 si doveva punire duramente. Si sentiva dalle istituzioni la pretesa di muoversi subito e colpire duro. Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di firma giornaliera e il divieto di dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la custodia cautelare. L’aveva chiesta per tutt3 le 11 indagat3. La maggior parte, poco più che maggiorenn3 incensura3. Studenti per lo più.  A seguito di richiesta di riesame, non solo erano state confermate le misure in essere, ma era anche stato condannato al pagamento delle spese. Poco dopo tenne alcuni colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva. Si era detto talvolta preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare ricevute. Parlava di alcune sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio. In un primo momento era sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per cercare un lavoro a Torino, sperando in occasione del prossimo riesame di farsi rimuovere la misura dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 Marzo racconta un’altra storia. Dopo la morte di Ambro ci siamo pres3 tempo di elaborare e abbiamo collettivizzato il dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno politico il 25 Aprile. Quel giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui e affisso una targa in ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani. Ambro infatti, per noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo considerato importante raccontarlo tra le vie di Torino, durante una manifestazione alla quale lui sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime settimane il caso è stato reso pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel procedimento. Grazie alla volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie di considerazioni in merito al problematico utilizzo spropositato delle misure cautelari, il caso di Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale “la Repubblica” ha quindi deciso di scrivere in merito e var3 esponenti politic3 e attivist3 hanno ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si leggeva nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di raccontare chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di sentire. Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia stata gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona. La strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta come Pro Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per comprendere la difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può essere stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La criminalizzazione delle persone che sono scese in piazza dopo il DL sicurezza è un tema che finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non siamo d’accordo con il modo con cui la vicenda è stata trattata.  Si parla poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno sguardo ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta sempre più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il DL sicurezza, ci sono già molte persone che stanno subendo le conseguenze massacranti di scelte politiche volte ad annichilire le persone e ogni movimento di dissenso verso il potere. A tal proposito speriamo che questa nostra riflessione possa aiutare e far risuonare le voci di chi oggi si trova in questa situazione e che ha bisogno di aiuto. Speriamo che questo possa essere l’inizio di una riflessione più ampia riguardo alla gestione delle misure cautelari e alle considerazioni relative alla delicatezza con cui il sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi. L’empatia e il tener conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli affetti intorno a queste persone, deve essere un tema centrale nella riconsiderazione dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della gestione da parte dell3 operatric3 della giustizia di ogni aspetto che riguarda le vicende giudiziarie.  Crediamo che quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema urgenza e che sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo stesso tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive in prima persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che, nel suo insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che dovrebbe essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di cronaca, riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un vuoto perché non se ne parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non c’è più senza avere la cura di contattare con il giusto livello di umanità gli affetti, senza tenere in considerazione la delicatezza della situazione, è già di per sé molto violento. Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la vicenda di Ambro è stata raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo pochissima cura delle persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ma chiediamo di essere rispettat3 nel nostro dolore e speriamo che tutto questo possa davvero far riflettere su temi che non spetta a noi sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si assuma la responsabilità e la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati che hanno necessità di essere approfonditi da chi effettivamente ha gli strumenti per farlo. Abbiamo bisogno della collaborazione di tutt3.  Amore che resiste Oltre tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni parte di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua assenza, che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in giro, mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da raccontare. Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro, narriamo con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto sguincio penserai: ‘’Mamma mia quest3 qui, proprio non hanno capito niente di me’’. Forse è così, forse per descriverti non bastano tutt3 quest3 amic3 riunit3 per ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così che abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi sempre dell3 altr3, una persona irriverente, che non scende a compromessi se questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti che siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato. Per sempre, L3 tu amic3.
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NOVITà: Il segreto è dirlo-Vita e avventure di Salvatore Messana
Con il racconto di come sia stato ladro, pescatore, adultero, marinaio, rapinatore, militante dell’estrena sinistra, truffatore e infine licenziato di mestiere accumulando grande fortuna. Nuova edizione in coproduzione Porfido-Tabor-El paso Estate 2026, pag144, 10€ Contro chi ci ruba il tempo della nostra unica vita, ci ricorda Salvatore Messana, ogni resistenza, ogni slealtà, ogni vendetta, è non solo lecita, ma doverosa. E, quando riesce, sublime. Tra assegni a vuoto e pianificate vendette, occupazioni di condomini, furti e truffe memorabili, Salvatore Messana, con una ironia fulminante, fa scempio di ogni residua serietà di questa società decrepita. È la voce degli scansafatiche fieri di esserlo, perché è proprio “la certezza del posto fisso” quella maledizione che Salvatore Messana ha fuggito come la peste. Riuscendo anche, in questa fuga divenuta una vita, a spassarsela con allegri complici e a infliggere ai suoi inseguitori pesanti dispiaceri. È contro i padroni e gli aguzzini di ogni tempo che Salvatore Messana ha deciso di rivelare, a noi e a chi verrà, il suo semplice “segreto”: non esitare mai a scagliare la prima pietra. Mirando, se possibile, alla testa.
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