STANZE DEL CONSUMO
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(venerdì, 25 settembre 09:00)
Dopo quelle che sono state le grandi giornate di lotta che si sono tenute
quest’estate in Val di Susa ritorneremo in quei luoghi per ribadire il nostro
dissenso nei confronti di un opera ecocida e le cui contraddizioni strutturali
sono sempre più evidenti.
Oltre ai continui ritardi su quella che sarebbe dovuta essere l’inaugurazione
dell’opera continuano ad emergere numerose contraddizioni sia dal lato italiano
dove, di fatto, l’opera non è ancora iniziata, sia dal lato francese dove,
invece, la trivella di origine tedesca “Viviana” scava circa un metro e mezzo al
giorno rispetto ai 12 previsti.
Tutto ciò comporta l’annuncio di un ulteriore slittamento dell’inaugurazione
dell’opera la cui conclusione, questa volta, è prevista per il 2035. Nel
frattempo TELT continua la sua espansione su tutto il territorio della Val di
Susa, per cui sono previsti nuovi cantieri anche nella zona della bassa valle.
Anche per questo mantenere alta l’attenzione ci ritroveremo il 2 ottobre alle
h.18 al presidio di Traduerivi per fare un apericena tutti/e insieme che
precederà la grande marcia popolare del giorno seguente.
“Fogli di via” fino a quattro anni per gli antifascisti che il 20 luglio
contestarono il presidio per la “remigrazione” promosso da Prima i Trevigiani.
Dopo le misure della Questura, …
Almeno 100 soldati maliani e 5 paramilitari russi dell’Africa Corps sono rimasti
uccisi lo scorso 10 settembre in un attacco jihadista contro la base militare di
Dioura, nel Mali centrale.La conferma di uno dei più sanguinosi attacchi subiti
dall’esercito maliano dall’inizio del conflitto che flagella il Mali da oltre 15
anni, arriva dai video di propaganda diffusi dal Gruppo per il Sostegno
dell’Islam e dei Musulmani (Gsim), ramo saheliano di Al-Qaeda, che ha
rivendicato l’attacco.E’ difficile avere dei dati reali poichè nelle zone di
combattimento non ci sono osservatori neutrali ,quindi bisogna fare la tara alla
propaganda. Di certo la popolazione civile subisce attacchi indiscriminati dai
droni dell’esercito maliano e i suoi alleati russi ,nonchè le vessazioni da
parte degli insorti jihadisti che assediano le città del nord del paese. Una
guerra che continua dal 2012 e che ha aggravato le condizioni del paese
nonostante le promesse della giunta militare di Goita che garantiva sicurezza e
crescita.
Dopo gli attacchi coordinati del 25 aprile che hanno causato la morte di Sadio
Camara, ministro della Difesa ucciso in un attentato con un’autobomba contro la
sua residenza a Kati, vicino a Bamako. Da allora la situazione del paese è
precipitata in un quadro ancora più critico a causa di una nuova offensiva da
parte dei combattenti tuareg dell’Esercito di Liberazione del Mali e dei
miliziani jihadisti dello Gsim che hanno conquistato la città di Kidal e
controllano ormai il 70% del territorio maliano.
Ne parliamo con Andrea Spinelli Barrile .
Playlist:
LORD BREU-CANDY
M.ANIFEST-ON TEN
TELEFUNKEN SOUL-AYO’
AYRASTARR-DANZA
ONIPA-NIPA BI
FAITH MARTINS-DAJU
AYUNE SULELE-KELEKE
YEMI ALADE-COCO NA YAM
MONTPARNASSE MUSIC-MALELE feat.MENGA WAKU
EZRA COLLECTIVE-ONLY LOVE
PA SALIEU-FRONTLINE
GASPA-MOMAGBE
K.O. feat.Kidx-CARACARA
MC WARABA-JORO
JUDIT SEPHUMA-feat.STIXX-IYA IYO
KELEKETLA-INTERNATIONAL LOVE AFFAIR
NANA BENZ-AVANCER
ZAR ELECTRIK-BERMA SOUDAN
Ripubblichiamo il resoconto della due giorni del 19-20 settembre tenutasi a
Torino contro il riarmo uscito dalle varie realtà che portano avanti il
coordinamento cittadino.
Due giorni ricchi di contenuti, dibattito e socialità. Abbiamo condiviso
ragionamenti che vengono direttamente dalle lotte portate avanti in città con
l’obiettivo di elaborare una strategia collettiva capace di opporsi al riarmo a
partire dalla nostra città.
Sabato 19 settembre con Elena Basile e Giorgio Monestarolo abbiamo condiviso
un’analisi sulle responsabilità delle élite europee e del nostro governo nella
guerra in Europa, della crisi profonda che viviamo e della assurda posizione
suicida di questi governi nel voler protrarre la guerra in Ucraina e prepararsi
alla guerra alla Russia, giustificandolo con il mantra della “difesa”. In tutto
questo il genocidio a Gaza va avanti, ma la Palestina ci ha insegnato a lottare
anche qui da noi. Non sarà trasformando Torino, né qualsiasi altro territorio,
in hub del riarmo che si uscirà da questa crisi.
Abbiamo bisogno di maggiore coordinamento, abbiamo bisogno di mezzi informativi
capaci di portare il nostro discorso chiaro in tutti gli ambiti in cui viviamo e
lottiamo. La giornata di domenica 20 settembre è stata un primo tentativo di
risposta a questo interrogativo: come contrapporci a tutto questo? A partire dal
territorio, passando per la formazione e la sanità, sino al lavoro è
fondamentale individuare le contraddizioni che nella nostra città e nella nostra
regione vediamo in modo da aprire spazi di contrapposizione alla deriva bellica.
Solo unendo le nostre intelligenze, capacità e punti di vista possiamo farlo.
Per continuare questo lavoro ci incontreremo ancora in un tour di assemblee in
vari luoghi della città: lo faremo per approfondire il discorso che vogliamo
costruire e per coinvolgere sempre più persone in questa mobilitazione. Il 24
ottobre il corteo contro il riarmo sarà un’ulteriore tappa, già raccolta dalle
scuole, dai comitati e dalle università.
Due giorni passati insieme sotto gli alberi dei giardini Pozzo, accompagnati da
ottima musica grazie a @omini, @giorgio nieloud e @murubutu special Guest.
Grazie a chi ha cucinato la polentata popolare, a chi ha spostato panche, a chi
ha ascoltato, a chi ha dato fiducia a una nuova possibilità.
A presto per il calendario con il tour di assemblee e le prossime tappe di
avvicinamento!
Torino è partigiana!
incredibile imperdibile special di malormone sul queerpunk, volume uno
Fonti:
John Waters – Pink Flamingos
Queer Zine Archive Project qzap.org
Homocore
J.D.’s
Outpunk
vaginaldavis.com
compilation Stand up and fucking for it
Queercore: how to Punk a revolution
Scott Trealeven The salivation army
Bruce La Bruce – Rapesberry Reich
Queercore explosion (canale yt)
Act Up – Queer Nation Manifesto “Why queer”
universotv Atlantide Occupata
playlist:
Edith Massey – Big girls don’t cry
Slits – Typical girls
Warpath – Silence equals death
Anti-scrinti – Slave to my estrogen
Decembrist – Heterosexual Panic
Tribe 8 – Femme bitch on top
Tribe 8 – Queen of the scene
Victim’s Family – Homophobia
Jayne County – Are you a boy or are you a girl?
Pansy Division – Bunnies
The bomb – B/E/A/F/A/G
Sister double happiness – Sweet talker
FIfth Column – Donna
Liz Phair – Flower
Flaming Lips – She don’t use jelly
The Need – Vaselina
Fagatron – Assikatron
Scott Free – The living dead
Sleater Kinney – Dig me out
Vaginal Davis – Queens make the world go round
Team Dresch – Fagetarian and Dyke
Sister George – Handle Bar
Go! – Fear of a gay planet
Nihil Baxter – Male-Female-Fuck You!
Ivan Cattaneo – Una zebra a pois
Alga Kombu – Grida
C’è davvero una probabilità del 10% che l’AI ci uccida tutti entro i prossimi 10
anni? Boh, d’altronde si sa: questa percentuale Jacob Coxon se l’è inventata
mentre si licenziava da Anthropic dando il là a Dario Amodei e ai principali
volti delle Big Tech della Silicon Valley per altisonanti prese di parola sulla
necessità di rallentare una tecnologia così potente che nemmeno loro sono in
grado di controllare. Per chi volesse approfondire, rimandiamo alla puntata
“Buttiamola in caciara con l’apocalisse!” del programma Stakka Stakka.
Il problema non è tanto se l’auto-training dell’AI ci sfuggirà o meno di mano,
quanto piuttosto gli effettivi impatti economici, ambientali e sociali a cui
questa tecnologia ci espone.
In questa intervista siamo partiti dall’enorme rischio di bolla finanziaria che
pende sulla testa degli investitori e dei fornitori di tecnologie AI per
delineare l’impatto economico che questa scommessa potrebbe avere sull’intero
mercato globale. A partire dalla stabilità dei mercati, dalla molteplicità di
aziende il cui destino è legato al settore dell’Intelligenza Artificiale, dalla
dipendenza che i paesi europei hanno sviluppato dai fornitori del digitale
statunitensi, fino alla ricaduta dei costi di un’eventuale crisi sui consumatori
comuni, i rischi sono molteplici e sono reali.
Rimangono rilevanti le modifiche radicali che l’AI proietta nel futuro del
mercato del lavoro. Secondo un’analisi del Fondo monetario
internazionale presentata ai ministri delle Finanze dell’Unione durante l’Ecofin
di Dublino, circa il 60% dei lavoratori nelle economie europee avanzate è
occupato in professioni fortemente esposte all’AI.
Ne parliamo con Lorenzo Tecleme autore del libro “Storie di (ordinario)
capitalismo selvaggio”, nato dal podcast “Unchained” per Valori.it:
Domenica scorsa, dal palco di Fenix — la festa di Gioventù Nazionale, il
movimento giovanile di Fratelli d’Italia — la premier Giorgia Meloni ha
annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un disegno di legge che
introduce un tetto massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo di corsi
d’italiano per i genitori di alunni con “gravi difficoltà di inserimento” e il
divieto di burqa e niqab a scuola. Non è una misura del tutto nuova: un limite
del 30% esiste già dal 2010, fissato da una circolare del ministro Gelmini, ma è
rimasto in gran parte inapplicato per via delle numerose deroghe previste. Il
governo vuole ora trasformarlo in legge.
I numeri, però, raccontano un fenomeno più circoscritto di quanto la retorica
nazionale suggerisca. Nell’anno scolastico 2024/25 gli studenti senza
cittadinanza italiana sono 931.323, l’11,6% del totale — ma la distribuzione è
tutt’altro che omogenea: oltre il 65% frequenta scuole del Nord, e più di un
quarto si concentra nella sola Lombardia. In larghe fasce del Paese, il
“problema” a cui la norma dice di rispondere semplicemente non esiste nei
termini in cui viene descritto.
Dove il divario è reale, però, è nella dispersione scolastica. Secondo l’ultimo
rapporto Istat, nel 2025 il tasso di abbandono scolastico precoce tra i giovani
con cittadinanza italiana è del 6,7%; tra i coetanei stranieri sale al 26,2% —
quasi quattro volte tanto. Il dato peggiora ulteriormente per chi è arrivato in
Italia tra i 16 e i 24 anni, con un abbandono che tocca il 44,1%, mentre scende
al 15,3% per chi è arrivato prima dei dieci anni: un’indicazione chiara di
quanto pesino i tempi e i modi dell’inserimento scolastico, più che l’origine in
sé.
È in questo scarto — tra un provvedimento presentato come risposta nazionale e
un fenomeno fortemente localizzato, tra l’enfasi sul numero di stranieri in
classe e il silenzio sulle cause reali della dispersione — che si colloca la
domanda che ci poniamo: quanto della scuola italiana di oggi è ancora
organizzato, nei fatti prima ancora che nelle norme, attorno all’idea
d’italianità, secondo il presupposto: assimilazione o esclusione.
Ne parliamo con un’attivista del collettivo antirazzista Ujamaa:
(disegno di mala)
In un recente lavoro (2024) Tim White definisce assetization quel processo
attraverso il quale delle cose vengono trasformate in asset, cioè risorse e
servizi di cui il privato orientato al profitto si appropria per generare
ricchezza finanziaria. Questo fenomeno non presuppone la trasformazione di
determinati comparti della società (per esempio gli edifici o gli alloggi) in
beni direttamente commerciabili sui mercati finanziari, ma prepara il terreno
affinché gli investitori possano avviare il processo di “assetizzazione”.
Possiamo interpretare l’assetizzazione come uno specifico risvolto tecnologico
del processo di finanziarizzazione che a partire dalla crisi globale del 2008 ha
investito il mercato privato dell’alloggio attraverso una molteplicità di nuovi
modi di espropriazione. In particolar modo, nei due decenni successivi al 2008,
si è configurato un sistema di accumulazione di profitto che è passato dalla
centralità della proprietà immobiliare in sé alla proprietà immobiliare per la
rendita. La casa come bene di valore sociale (un tetto sulla testa) è diventato
un asset nei portafogli degli investitori. Compagnie di investimento globale
hanno indossato i panni di proprietari immobiliari con l’obiettivo di acquistare
unità abitative ed edifici su grande scala da riconvertire e/o riqualificare per
poi metterli in affitto e accumulare ricchezza. Oltre alle molteplici forme che
tale processo ha assunto con riferimento al mercato privato (co-living,
buy-to-let, affitto ordinario, affitti brevi), si inizia a discutere anche del
modo in cui investitori e imprese private aggrediscono anche il comparto
pubblico della casa (si vedano, per esempio, i due articoli
di Davoli e Bianchi). Qui vorrei condividere delle riflessioni a partire dalla
giornata di apertura del percorso di riforma della disciplina regionale per le
politiche abitative della Regione Emilia-Romagna, avviato il 15 settembre scorso
sotto il titolo “L’abitare che verrà”, con l’obiettivo di approvare il nuovo
testo entro il 2027.
Ci sono alcuni temi ricorrenti negli interventi della giornata, alla quale hanno
preso parte, invitati dalla Regione, sia soggetti del mondo sociale che di
quello dell’impresa. Prima di tutto, a distanza di venticinque anni
dall’approvazione della normativa regionale vigente (24/2001), è chiaro a tutti
che il contesto è cambiato talmente tanto da rendere urgente un nuovo testo.
Impoverimento generale, turismo, studenti e lavoratori ad alta mobilità hanno
reindirizzato il bisogno di casa verso un patrimonio abitativo a fine sociale
preferibilmente in affitto. La proprietà risulta oggi un elemento troppo rigido
per i nuovi portatori di bisogno abitativo che non hanno però l’esigenza di
radicarsi sul territorio regionale. Un altro tema ricorrente è l’importanza di
ampliare la risposta pubblica al bisogno di case a un maggior numero di
soggetti. L’obiettivo è abbandonare la logica dell’emergenza a cui è stata
ancorata finora l’azione pubblica (in particolar modo con l’edilizia
residenziale pubblica, cioè le case popolari) e abbracciare l’idea di aprirsi a
quella parte di popolazione urbana definita in maniera vaga come “fascia
grigia”, ovvero quelle persone che non hanno i requisiti per vedersi assegnata
una casa popolare e che allo stesso tempo non riescono ad accedere a soluzioni
stabili e abbordabili nel mercato privato della casa.
Fin qui tutto bene, penso. Promuovere un approccio (più) universalistico alla
questione abitativa e ampliare la risposta pubblica alle esigenze abitative può
spingere l’attore pubblico ad agire da competitore con l’attore privato e,
dunque, contribuire a un calmieramento dei prezzi. Ciò che emerge quindi è la
centralità dell’edilizia residenziale sociale (Ers) per rispondere a un’ampia
gamma di nuovi bisogni (ceto medio, studenti, lavoratori) che non convergono
nell’edilizia residenziale pubblica (Erp). Un strumento di cui la Regione si
dovrebbe dotare impegnandosi a definire con chiarezza le sue tipologie, gli
attori coinvolti nella sua gestione e l’utenza che ne beneficerà. In questo
l’organizzazione della giornata è molto significativa. Traccia la direzione
lungo la quale la Regione intende muoversi dichiarando, inoltre, l’ambizione di
essere l’apripista regionale nel panorama nazionale.
La giornata di apertura è articolata in due momenti. Al mattino intervengono la
politica e le parti sociali. Le agenzie regionali per l’edilizia residenziale, i
tavoli provinciali di coordinamento tra comuni, i sindacati e il terzo settore
delineano le sfumature del bisogno di casa così come si è configurato negli
ultimi decenni e che si presuppone ci accompagnerà per i prossimi due anni.
Riconosciuta la centralità che occorre ancora dare all’Erp, quasi a sottolineare
l’impostazione politica di un attore che continua a puntare sul grande strumento
di matrice socialista nell’ambito delle politiche abitative, evidenziano
l’importanza dell’Ers come strumento innovativo in grado di incontrare una più
ampia gamma di esigenze. Ad accompagnare tutti gli interventi è la
consapevolezza dell’attuale carenza di alloggi a prezzi accessibili e la
necessità di incrementare tale patrimonio. Pochi spunti pratici su come
raggiungere questo obiettivo dai politici, ma con una certezza: non ci sono
risorse finanziarie, a loro dire, per dare concretezza alla nuova legge
regionale. Ed è così che tutti gli spunti si concentrano al pomeriggio, quando a
intervenire è il mondo dell’impresa e, nello specifico, il mondo dell’impresa
edilizia. Cioè, la compagine di chi può apportare capitale. Sono presenti
Confindustria, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Cna Costruzioni,
Confartigianato e Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Italiani.
Sin da subito si delinea il ruolo al quale il privato tende e al quale è
invitato da parte della Regione. Colmare il vuoto di alloggi sostenibili
attraverso l’implementazione dello stock di Ers. Le imprese di costruzione e
ristrutturazione dell’edilizia sono state invitate, quindi, come controparte
operativa e tecnica che troverà spazio nella nuova legge regionale sotto
l’agognato acronimo PPP (partenariato pubblico-privato). Qualche mugugno viene
emesso dalla platea all’inizio dell’intervento del direttore generale di
Confindustria Emilia Romagna, ma il più sorpreso sembra proprio lui stesso. “Vi
starete chiedendo che c’entra Confidustria in una giornata come quella di oggi e
me lo sono chiesto anche io, a dire il vero”. Sghignazza e aggiunge che
venticinque anni prima Confindustria non aveva preso parte al percorso del
regolamento regionale per le politiche abitative perché in quell’epoca non vi
era tale esigenza. Il processo di assetizzazione si riferisce proprio a questo.
In questo caso, la Regione Emilia-Romagna prepara il terreno affinché il mondo
dell’impresa privata trovi il proprio posto nel comparto pubblico del settore
immobiliare. Bisogno sociale e profitto devono allinearsi e gli interventi del
pomeriggio sono tutti concordi nel riconoscere come principale criticità la
carenza di alloggi. Non si tratta più di case popolari però, in risposta alle
esigenze delle frange più povere della popolazione, ma di un’utenza molto più
ampia e, dunque, potenzialmente più vantaggiosa per chi fa impresa. A partire da
queste presa di coscienza, si articolano le richieste e le condizioni che pone
il mondo dell’impresa all’istituzione regionale per garantire la propria
partecipazione al percorso di riforma della legge.
Prima di tutto, l’istituzione pubblica deve definire in maniera chiara cosa sia
Ers dando una bussola per gli interventi di costruzione o ristrutturazione da
parte del privato, in modo da evitare competitori sleali. Nel caso degli
interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente ma inutilizzato perché
fatiscente, occorre fare ricorso allo stock pubblico perché è “eticamente
scorretto che anche un solo immobile o alloggio pubblico risulti inutilizzato
quando c’è bisogno di casa”, afferma il presidente della Regione De Pascale.
Dunque, gli immobili da ristrutturare li mette il pubblico e il privato si
propone di ristrutturarli e, soprattutto, di gestirli seppure nel solco che
definirà la Regione. La seconda richiesta riguarda i costi, ritenuti troppo
elevati per garantire la messa a disposizione di alloggi economicamente
accessibili e contemporaneamente margini di profitto tali da invogliare
l’intervento del privato. Dunque, le alternative sono due. Costruire ex-novo
perché costa meno che riqualificare un patrimonio inutilizzato, oppure si
ristruttura a patto che l’istituzione contribuisca al contenimento dei costi
sobbarcandosi, per esempio, gli oneri delle opere di urbanizzazione e delle
bonifiche di aree dismesse. La terza richiesta riguarda la semplificazione delle
procedure burocratiche per l’intervento privato in relazione, per esempio, al
rilascio di permessi di costruzione, certificazioni ambientali e cambi di
destinazione d’uso per la riconversione di immobili non residenziali in immobili
residenziali.
Tutte queste richieste si muovono nel solco di quanto tracciato dal Piano Casa
del governo Meloni (si veda Davoli), ma soprattutto nel quadro di un’edilizia
abitativa che nel futuro dovrà guardare all’affitto e non più alla proprietà
dell’alloggio. Da un lato, sono conclamate le difficoltà economiche di larga
parte della popolazione emiliano-romagnola di accedere alla proprietà abitativa
in un contesto di dilagante impoverimento, ma dall’altro, l’estrazione di
profitto dalla casa tramite l’affitto è più vantaggioso in un sistema globale
che Arundel e Roland definiscono post-homeownership, fondato sulla rendita.
Interventi chiari e diretti del mondo dell’impresa ai quali non ha fatto da
contraltare la Regione, che si è limitata al ruolo di anfitrione che apre le
porte e il campo dell’abitare pubblico agli interessi del privato. In
quest’ottica, è altrettanto indicativa l’assenza di compagini di contestazione
nell’aula magna della Regione in via Aldo Moro a sottolineare che i problemi
della casa sono altrove e lì dentro il 15 settembre effettivamente non c’era
spazio per i bisogni di chi effettivamente li vive sulla propria pelle, ma per
lo scenario di profitto che si prospetta negli anni a venire. Al momento del
buffet, tra la sessione del mattino e quella del pomeriggio, noto un solo
ragazzo con indosso la maglia di Labás. Sul retro è stampata in giallo una
citazione dalle Città Invisibili di Calvino. “Ogni città riceve la sua forma dal
deserto a cui si oppone”. (guido tortano)
Sabato 19 settembre, il presidente Trump ha lanciato un sondaggio su X e sulla
sua piattaforma, Truth Social, chiedendo un cambio di nome in ” Intelligenza
Artificiale “.
“Molte persone pensano che le parole ‘Intelligenza Artificiale’ siano imprecise
e poco eloquenti, rispetto a IA, o Intelligenza Artificiale”, ha scritto Trump
sui social media. “Una descrizione molto più elegante e accurata di questo nuovo
fenomeno sarebbe Intelligenza Superiore (IS) o Intelligenza Estrema (IE) o
Intelligenza Suprema (IS).”
L’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, un ente
governativo, ha annunciato lunedì la rimozione dei limiti sulle emissioni di
anidride carbonica, mercurio e altri inquinanti dalle centrali elettriche
alimentate a carbone e a gas naturale.
L’amministratore dell’Agenzia, Lee Zeldin, un fedelissimo del presidente Donald
Trump, ha spiegato che la deregolamentazione emissiva del settore elettrico
permetterà agli Stati Uniti di costruire con più facilità i nuovi impianti
necessari al soddisfacimento della domanda di elettricità, oggi in crescita dopo
decenni di stagnazione: c’entrano i grandi consumi dei data center per
l’intelligenza artificiale, ma anche la più generale tendenza
all’elettrificazione dei processi industriali.
«Su mia indicazione, abbiamo collaborato con i rappresentanti della Danimarca e
della Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti abbiano PER SEMPRE la piena
facoltà di fare tutto ciò che è necessario in Groenlandia al fine di garantire e
difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti d’America». È lo
stesso Trump a dare l’annuncio attraverso il suo social media Truth, l’omai
consolidato mezzo di comunicazione istituzionale del presidente USA.
Per la prima volta il segretario all’Aeronautica USA Troy Meink annuncia armi
orbitanti “a fini offensivi e difensivi”, da un’idea di Ronald Reagan del 1983.
Protestano Russia e Cina. Nel 1983 i satelliti in orbita erano appena 360. Oggi
sono oltre 15mila, si calcola: 10mila solo quelli di Starlink attivi in orbita
bassa, quasi 45mila se si considerano anche i satelliti dismessi, i frammenti e
gli stadi di razzi esauriti. Una guerra spaziale che distrugga fisicamente i
satelliti creerebbe sciami di detriti, con il rischio di paralizzare non solo le
operazioni militari, ma l’intera rete globale dei servizi civili, commerciali e
di navigazione.
La Casa Bianca ha avviato le trasmissioni della sua nuova piattaforma Trump TV.
Il lancio avviene in piena controversia per il veto imposto a vari mezzi di
comunicazione che il repubblicano accusa di diffondere “notizie false” su di lui
e sulla sua Amministrazione.
Il primo giorno di trasmissioni della Trump TV coincide con il giorno in cui le
reti incaricate della copertura congiunta della Casa Bianca hanno sospeso le
loro attività dopo che la Presidenza ha negato a CNN, MS NOW e Politico
l’ingresso alla Casa Bianca.
da Quarticciolo Ribelle
Con le nostre auto, ormai esenti da bollo, siamo obbligati a guardare un enorme
schermo pubblicitario installato su viale Togliatti che mostra Meloni invitata
al convegno di Gioventù Nazionale con lo slogan “il 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘥𝘦𝘭
𝘤𝘰𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰”.
Ci vuole molto coraggio, in effetti, a parlare alla Nazione raccontando di
quanto è difficile fare il Presidente del Consiglio. Perché, dal canto nostro,
ogni mattina cerchiamo il coraggio di abitare a Quarticciolo, a Rozzano, a Tor
Sapienza e, come noi, in tutte quelle periferie del paese abbandonate da
decenni.
Perché ci vuole coraggio a camminare per le strade avendo paura di essere
aggrediti. Ci vuole coraggio a svegliarsi con le grida di chi è stato
accoltellato o peggio gambizzato. Ci vuole coraggio ad andare a scuola tutte le
mattine alla Verga o alla Pirotta. Ci vuole coraggio a vivere in case dove ti
crolla il soffitto alla prima pioggia. Ci vuole coraggio a non abbandonarle e
trasferirsi lontano. Ci vuole coraggio a decidere, nonostante tutto, di restare.
Ci vuole coraggio a crederci ogni giorno, che il cambiamento può avvenire. A non
scoraggiarsi quando Del Mastro, un ministro della 𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, siede allo
stesso tavolo con chi permette che i nostri quartieri siano il centro
commerciale del disagio. Ci vuole coraggio a non credere che chiunque occupi le
poltrone del Parlamento si dimentichi delle condizioni in cui siamo costretti a
vivere.
Ci vuole coraggio a credere e ad affermare che in questo paese possa
crescere 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘨𝘨𝘦 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘢
𝘥𝘦𝘭 𝘧𝘶𝘵𝘶𝘳𝘰. Il popolo, come ci chiama Meloni, non ha opportunità perché
in questi luoghi non c’è niente se non quello che a fatica tentiamo di
costruire.
Molti di questi quartieri sono stati commissariati dal dl Caivano bis e
oggi, sono passati due interi anni, di quei 180 milioni di euro stanziati
complessivamente in tutta Italia, non c’è niente di concreto.
Gli abitanti di Quarticciolo nel 2025 erano riusciti a fare approvare un piano
periferie adatto ai bisogni di chi ci vive proprio perché
siamo 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘪𝘯𝘪 𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘪 𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘵𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰
𝘤𝘩𝘦 è 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘰.
Le risorse stanziate serviranno, prima o poi, per rendere gli spazi abbandonati
fruibili con servizi e attività economiche? Serviranno per rendere le nostre
case più sicure? Serviranno per assegnare le centinaia di case vuote del nostro
quartiere?
Ma mentre Meloni racconta del suo di coraggio, la sicurezza è un tema sempre più
importante: aggressioni, rapine, pestaggi, incendi. Basta chiedere a chi abita a
Rozzano se il DL emergenze ha migliorato la sicurezza. Perché nessuno sta
facendo niente con le risorse stanziate? E che nessuno dica che sono stati
impediti interventi con la forza pubblica. Sono arrivati con i passamontagna,
gli elicotteri, i blindati, hanno chiuso strade, perquisito scantinati,
arrestato gente in mezzo alla strada. Nulla è cambiato.
Meloni, Presidente del Consiglio, è questo il coraggio di cui si sente
orgogliosa?
Ci dispiace che ha bisogno di coraggio per fare il presidente, ma non è il
nostro mestiere. Basterebbe dare seguito agli annunci che lei ha fatto, alle
promesse della Regione Lazio, dell’Ater e del Comune di Roma.
Noi facciamo quello che possiamo ed è l’unica cosa che esiste: a 10 anni
dall’occupazione della Palestra Popolare nasce un Campo da Calcio gestito dalla
squadra popolare Borgata Gordiani. Tutto riqualificato con le risorse derivate
dall’alleanza tra due quartieri.
Non è tanto, ma è un altro spazio di questo quartiere, tra Quarticciolo e Tor
Sapienza, sottratto al degrado, presidiato da chi si allena, reso sicuro da chi
lo attraversa.
Noi non abbiamo scelto di 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘪𝘳𝘦 𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘦 ad
un quartiere, di attraversare queste strade, di rischiare di sbagliare, di
ricevere critiche e a volte sostegno. E questo richiede tanto coraggio. Il
coraggio di tentare di sottrarre al tempo della politica il tempo del riscatto.