Punto nevralgico della rotta balcanica, la Bulgaria, grazie ai costanti
finanziamenti e alle collaborazioni con istituzioni ed enti UE è diventato negli
anni un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la detenzione
amministrativa.
Tra detenzioni che generano un vero e proprio sistema di porte scorrevoli da un
centro di detenzione all’altro, pushback sul confine turco e tentativi di
imposizione dei rimpatri “volontari” – promossi e sostenuti soprattutto
dall’agenzia Frontex – la realtà bulgara rappresenta per le persone migranti una
vera e propria trappola.
Insieme a due attiviste di No Name Kitchen, raccontiamo ai microfoni di Radio
Blackout come sta evolvendo il sistema di gestione dei flussi migratori e cosa
sta provando a mettere in campo il collettivo.
Cogliamo l’occasione per rilanciare la campagna di raccolta fondi di No Name
Kitchen fondamentale per la sopravvivenza dei progetti di advovacy, supporto
logistico e materiale delle persone intrappolate nella rotta balcanica.
Per approfondire ulteriormente la questione consigliamo il report The Bulgarian
Trap.
Overjoy 265 – Martedì 24 Febbraio 2026
Oggi abbiamo ascoltato:
Euplagia – FNine feat. Zuli
Suona Ancora – Casino Royale
Dubplate Isarò
Corno + Skit + Overjoy – Danny Red (extended)
Assemble Not Thyself – The Terrors
Gates Of Zion – Mighty Diamonds
Jah Calling All Over The World – Icho Candy
Bye Bye Bye – Colonel LLoydie + Version
Rootsman Deh Ya – Afrikan Simba
Black History – Don Carlos
Love Me Or Leave Me – Gregory Isaacs
That Thing – Mungo’s Hi Fi & Aziza Jaye + Dub
Red & Dread – Perfect Giddimani + Dub
No More Walls – Dennis Brown
Free South Afrika – Big Youth
New Page In History – Dean Freaser
Ghetto Children – Dessus
Street OF Gold – Cultural Warriors & Th Heptones + Dub
Live Up Right – Joe Ariwa & Ashanti Selah
Jah Love, Jah Light – Joe Ariwa & Abdel Miller + Dub
Revenge – Vibronics + Dub
The Vibes – Dub Machinist & Miniman feat. Murray Man
Presentato l’VIII Rapporto: dal Decreto Caivano in poi crescono le misure
custodiali e gli ingressi negli Ipm. Aumenta l’allarme, non i reati. Non
un’esplosione della criminalità minorile, ma un allargamento …
Per il primo titolo della nuova collana Agire, le edizioni Tabor hanno scelto
“fuori la grana o vi ammazziamo”, testo che racconta in prima persona le vicende
del gruppo di banditi sovversivi O’ Cangaceiros che, nel periodo tra il 1984 e
il 1992 in Francia, hanno dato alle stampa una rivista omonima. Il gruppo si è
sempre mosso al di fuori del racket politico, ma ha appoggiato le lotte dei
lavoratori disoccupati, ha fatto azioni contro le carceri e ha sostenuto diverse
lotte in giro per l’Europa, senza dimenticare le birre, le scazzottate, i
concerti rock e i film noir, ma anche studi approfonditi sui movimenti
messianici raccolti nel testo L’incendio Millenarista (ed tabor/malamente), il
tutto vivendo al di fuori della legge, ostinatamente contro il lavoro. A
raccontare queste vicende è l’autore Alessì Dell’Umbria, mentre noi ai microfoni
dialoghiamo con Daniele delle edizioni Tabor.
(https://edizionitabor.it/alessi-dellumbria-fuori-la-grana-o-vi-ammazziamo/)
Per chi volesse ascoltare una presentazione dell’autore Alessì dell’Umbria:
https://lundi.am/Banditisme-sabotages-et-theorie-revolutionnaire
Una veloce panoramica sulla storia dei Congaceiros, i banditi del nord-est
brasiliano, nella regione arida del Sertao. Un epopea lunga mezzo secolo in cui
ci concentreremo sui movimenti millenaristi che hanno fondato comunità di
fuggiaschi e ribelli, pronti a opporsi all’esercito della Repubblica. Movimenti
religioso-banditeschi che si nascono nella frattura tra il sistema colonialista
e il capitalismo statale.
Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”,
dell’inverno 2026.
Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires:
disfare@autistici.org
* 64 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su)
* 64 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
* 64 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de
3 exemplaires)
Scarica il pdf dell’editoriale: disfare_4_editoriale
Editoriale
I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere
Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una
rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità.
L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad
eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace
amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso.
Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio
quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che
prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la
creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli
Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza
come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che,
dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul
globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come
sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto,
Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio
dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste
due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra
guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela
mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte
in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò
che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra
blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno
dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei
padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non
si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le
rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo
riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono
manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale,
conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né
vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la
modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di
un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la
condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad
essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi
subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere
costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia
in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p.
40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per
questo numero (p. 38).
Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette
il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero,
per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni
rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto
il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla
Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le
minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad
acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come
un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma
come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso
terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani
dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani –
“riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in
Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come
testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con
accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La
tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere
d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa
oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione
delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato
statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p.
48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la
criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il
dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente
chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per
darne la caccia ovunque.
Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente
come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri”
–, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono
la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in
discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile.
I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica
insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale
si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei
bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una
miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune
esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che
colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si
abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa
continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di
Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo:
pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare
dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere
materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso
tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento
contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37),
lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli
scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di
antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in
profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che
essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della
diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da
cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la
leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p.
56, p. 59).
Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo
spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità
solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non
solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra
ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di
sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la
centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo
difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto
stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa
disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo
(p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito
del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi
passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di
risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le
azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le
pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e
contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania
occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28).
Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi
resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con
forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il
tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli
oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare
numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare
totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare
a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la
possibilità di una vita che meritiamo di vivere.
10 febbraio 2026
di Vincenzo Scalia* La piazza dello spaccio e i vizi del proibizionismo.
Razzismo istituzionale, produzione della verità e scudo penale: quando la
narrazione precede i fatti Man mano che l’inchiesta …
(disegno di federica pagano)
Il 31 gennaio del 1908 Secondo M., nove anni, nato a Perugia, viene internato in
riformatorio, all’epoca casa di correzione. A seguito della morte del padre sua
madre aveva rinunciato a occuparsi di lui, affidandolo agli zii. Questi ultimi
non erano riusciti a seguirlo e la madre aveva chiesto che fosse lo Stato a
prendersene carico perché “invece di ascoltare i saggi consigli e le amorevoli
correzioni della famiglia, fuggiva di casa rifugiandosi presso i socialisti.
Nella sua tasca fu infatti ritrovato l’Inno dei lavoratori”. Da allora, scrive
preoccupata la madre, la sua cattiveria è cresciuta in maniera allarmante,
covando idee sovversive contro i preti e i ricchi. Per il sindaco della città,
il ragazzo più che un incorreggibile è un deficiente, e segue le orme di un
padre morto in galera. A confermare la necessità di internarlo, una nota dei
carabinieri: “Si ritiene Secondo M. un discolo. Quindi, si propone che venga
rinchiuso in casa di correzione. Si allega l’Inno dei lavoratori, tolto indosso
al ragazzo”. L’ingresso di Secondo M. in riformatorio segue quello di tante e
tanti altri dalla fine dell’Ottocento in poi, che “con il loro comportamento,
rappresentavano una minaccia di sovvertimento sociale”.
Con queste parole si conclude Questo figlio a chi lo do?, libro inusuale e
prezioso scritto da Barbara Montesi, docente di storia contemporanea ed esperta
di storia dell’infanzia. Il volume parte da un quesito: il minore appartiene
alla famiglia o allo Stato? Se il genitore non può, non vuole o non ha gli
strumenti per occuparsi della crescita di un figlio, in che misura deve
intervenire il potere statale? Montesi raccoglie lettere di genitori, note dei
carabinieri, sentenze dei giudici e sfoghi dei bambini che offrono uno spaccato
di cos’era il Regno d’Italia e, soprattutto, delle condizioni di estrema povertà
in cui versavano molte delle famiglie dell’epoca. Una povertà che, complice
l’impronta lombrosiana, veniva fatta coincidere con la stupidità e l’ozio e,
infine, con la criminalità. Lo Stato invita le famiglie che non possono
occuparsi dell’educazione dei propri figli a mandarli in riformatorio, così da
poter essere corretti e reinseriti nella società.
Le lettere di quei genitori sono angoscianti, soprattutto quando arriva la
consapevolezza che i luoghi di correzione finiscono spesso per essere solo
luoghi di internamento, nella disperazione dell’attesa, fatta di comunicazioni
interrotte e lettere censurate. Se i riformatori venivano considerati luoghi di
punizione e non di educazione, è anche vero che proprio in quegli anni inizia a
farsi strada l’idea che il minore “deviante” debba accedere a un percorso
alternativo di giustizia, non assimilabile a quello degli adulti (fino alla metà
dell’Ottocento in Italia adulti e minori condividevano gli stessi spazi di
reclusione).
Le basi del diritto penale minorile in Italia furono poste proprio a inizio
Novecento, grazie anche alla spinta dei primi movimenti femministi che
guardavano con entusiasmo a esperimenti nati negli Stati Uniti, come
l’istituzione del primo tribunale per minorenni, in cui si volgeva lo sguardo
alla tutela e all’educazione del minore, in aperto contrasto con la tradizione
punitivista e carceraria. Rossella Raimondo spiega inoltre che “la grande
trasformazione che avvenne in Italia in materia di giurisprudenza penale
minorile continuò […] nella seconda metà del Novecento”, quando il sistema
detentivo minorile “mutò ulteriormente nelle sue strutture e funzioni, quale
risultato di una serie di concause, tra cui il movimento di critica contro le
istituzioni totali”.
Partire da quanto avvenne all’inizio del secolo scorso per commentare quanto sta
accadendo oggi in tema di giustizia minorile può apparire un audace salto
temporale. Eppure, è anche leggendo quanto fu scritto e costruito in quegli anni
che si può comprendere l’entità del danno che si va infliggendo al sistema di
tutele e garanzie che, con fatica, è stato costruito attorno al minore. La
superficialità del legislatore che si accosta a questi temi nella fase storica
attuale si accompagna a una forma di disumanità delle istituzioni che, scriveva
Luigi Ferrajoli, finisce per essere contagiosa se non arginata tempestivamente.
Già nel marzo del 2002 il ministro Castelli presentò due disegni di legge
riguardanti la giustizia minorile e le misure per una risposta normativa alla
devianza giovanile. L’inizio del nuovo secolo coincideva con la riproposizione
di un vecchio allarme sociale: la criminalità giovanile. Nel 2001 il delitto di
Novi Ligure aveva rappresentato la punta dell’iceberg di una crescente
ossessione, mediatica e politica, che finiva per interpretare la minore età come
un cavillo burocratico da eludere piuttosto che una garanzia di tutela. Castelli
propose una serie di norme che oggi appaiono familiari: l’innalzamento delle
pene per i minori di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, l’estensione
della misura cautelare, il ridimensionamento di alcuni meccanismi dell’istituto
della messa alla prova, un maggiore allineamento dei processi minorili a quelli
ordinari degli adulti e il ridimensionamento della componente socioeducativa
all’interno del tribunale minorile. Le critiche da parte di associazioni,
magistrati e operatori del settore – che sottolineavano la natura essenzialmente
propagandistica e securitaria di entrambi i disegni – e il netto rifiuto da
parte dell’opposizione in parlamento per evidenti pregiudiziali di
costituzionalità, fecero naufragare i progetti del governo Berlusconi in
materia.
Tra i critici di quella che Castelli definiva rivoluzione – e che più
propriamente fu ribattezzata restaurazione – c’era Maurizio Galvani, che sul
Manifesto scriveva: “Quando un ministro afferma con tanta convinzione (leghista)
che ci vogliono pene più severe per adolescenti che non sono da considerare
piccoli teppistelli ma criminali, l’obiettivo diventa chiaro. Si vuole eludere
la differenza tra adulti sottoposti a giudizio e minori; si vuole adultizzare il
processo penale minorile e cancellare la possibilità che un minore o un ragazzo
sia in grado di riparare, di cambiare, di essere rieducato o come si diceva una
volta ‘essere riacquistato alla società’. Sono criminali senza più attenuanti ed
hanno sbagliato tutti coloro – che nell’ altro secolo – hanno cercato di dare
una spiegazione e una giustificazione dell’antisocialità”.
Un quarto di secolo è passato e la riproposizione del topos del giovane teppista
criminale ritorna, rinnovato sotto alcuni aspetti (oggi prende le forme del
minore straniero non accompagnato o del cosiddetto “maranza”). La sostanza
rimane però la stessa: fare in modo che il minore sia raccontato e immaginato
come un adulto spregiudicato, il cui odio verso la società necessita di una
punizione adeguata, non più alla sua età anagrafica, ma alla percezione di
pericolo che trasmette.
L’attuale ministro degli Interni Piantedosi ha scritto su X a fine gennaio:
“Immigrazione irregolare e baby gang sono strettamente collegati. Molti dei
giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di
coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi
incontrollati, nella totale mancanza di considerazione di chi allora era al
governo, che non solo sottovalutò gravemente le conseguenze di una politica dei
porti aperti, ma che oggi ci fa addirittura la morale sulla sicurezza nelle
città. Noi abbiamo invertito la rotta. L’immigrazione irregolare è drasticamente
calata e abbiamo creato i presupposti perché queste dinamiche tra dieci anni non
si presentino più. E abbiamo in cantiere un nuovo pacchetto sicurezza, una parte
significativa del quale riguarda proprio il contrasto alla violenza giovanile”.
Il post del ministro illustra due dei presunti fattori di turbativa dell’ordine
pubblico contro cui si indirizza l’ennesimo pacchetto di norme in materia di
sicurezza presentato al consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio: i minori e,
appunto, i cosiddetti “maranza”. A questi si aggiungono, come di consueto, le
persone migranti, i manifestanti e gli attivisti dei centri sociali, in una
deriva sempre più evidente verso un diritto penale d’autore, che tende a
sostituirsi al diritto penale del fatto, finendo per colpire la persona per ciò
che è o per ciò che rappresenta, ancor prima dell’eventuale commissione di un
reato.
Non paghi di quanto previsto dal Decreto Caivano (ampliamento della custodia
cautelare in carcere per i minori in presenza di determinati reati; maggiore
ricorso a misure cautelari e strumenti di controllo; rafforzamento della
risposta sanzionatoria per reati commessi in gruppo o con violenza;
potenziamento del daspo urbano e divieto di accesso in alcune aree), le nuove
proposte di norme perfezionano il disegno afflittivo e carcerocentrico del
governo Meloni, tramite alcuni elementi principali: l’estensione
dell’ammonimento da parte del questore anche a ragazzi tra i dodici e i
quattordici anni, prevedendo pesanti sanzioni economiche alle famiglie;
reclusione da uno a tre anni per chi è trovato in possesso di strumenti con lama
oltre i cinque centimetri; utilizzo dei metal detector nelle scuole su richiesta
dei dirigenti scolastici e stretto controllo dei prefetti sugli strumenti di
controllo utilizzati nelle scuole; soppressione dell’articolo 13 della legge
47/2017 che permette al tribunale per i minorenni, attraverso un decreto
motivato e dopo aver valutato caso per caso, di estendere l’affidamento ai
servizi sociali fino al compimento dei ventun’anni, se necessario per completare
il percorso verso l’autonomia.
E poi c’è la scuola. Pochi giorni fa al Ferraris di Scampia gli studenti hanno
trovato ad accoglierli unità cinofile antidroga e metal detector (episodi
analoghi sono già avvenuti in altre scuole campane). Da tempo la presenza della
polizia nelle scuole viene spiegata come un necessario passo in avanti verso la
costruzione di presidi di legalità, e il recente accordo tra il ministero
dell’Istruzione e il ministero dell’Interno non fa che consolidare l’idea che
perfino l’istituzione scolastica debba sottostare a dinamiche di sorveglianza e
repressione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università denuncia da anni il numero crescente di iniziative curate dalle forze
di polizia italiane rivolte a un pubblico di giovani e giovanissimi, rendendo
esplicita la collaborazione tra esercito e scuola pubblica. Tra i vari progetti
merita di essere menzionato un concorso rivolto agli studenti di scuola
secondaria sul ruolo del militare italiano come “baluardo dei valori di civiltà
a tutela della pace e della libertà”.
Nel frattempo, la condizione di salute di bambini, adolescenti e giovani adulti
in Italia evidenzia diverse fragilità, con un marcato deterioramento del
benessere psicologico dopo la pandemia, in particolare tra i ragazzi tra i
quattordici e i diciannove anni. Più di 700.000 giovani sotto i venticinque anni
convivono con ansia e depressione, e a questo quadro si aggiungono la povertà
minorile – che interessa il diciassette per cento dei minori – e significative
differenze territoriali nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. Al 30
settembre 2025 risultavano 16.534 minori e giovani adulti (fino ai venticinque
anni) complessivamente in carico agli uffici territoriali della giustizia
minorile. Di questi, 4.747 erano soggetti a misure restrittive della libertà,
con un aumento dell’8,1 per cento rispetto a fine 2024. Dal 2022 a oggi, e
soprattutto dopo l’approvazione del Decreto Caivano nel 2023, il numero di
detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) è aumentato del
cinquantacinque per cento, passando da 392 a 611 presenze. Attualmente, nove Ipm
su diciassette soffrono di sovraffollamento, con picchi del centocinquanta per
cento in alcuni istituti.
I secoli passano ma la risposta dello Stato nei confronti del minore continua a
rimanere inevasa. Il prossimo rapporto sulle condizioni della giustizia minorile
italiana, curato da Antigone e in presentazione oggi a Roma, è stato intitolato
Io non ti credo più. E non poteva essere altrimenti. (marica fantauzzi)
Riceviamo e diffondiamo:
Qui il manifesto in pdf: assente
ASSENTE!!!
Ci sono molti a cui danno fastidio le commemorazioni fasciste, quelle dei raduni
di bipedi che sfilano inquadrati e terminano le loro pagliacciate urlando e
tendendo in alto le braccia. Tanti sinceri democratici ed anime belle della
sinistra si scandalizzano, e chiedono agli organi competenti dello Stato di
intervenire, appellandosi alla Costituzione o a qualche legge che condanni
l’apologia del fascismo.
Noi paradossalmente crediamo, anzi, che di queste commemorazioni ce ne siano
troppo poche se è vero – come è vero – che celebrano la morte di alcuni
fascisti. Come non gioirne? Come non essere contenti che, sul già troppo
inquinato pianeta che abitiamo, manchi qualcuno che professava una ideologia
marcia fatta di violenza e sopraffazione del più debole, di discriminazione
verso il diverso, di razzismo e di xenofobia, di culto della forza, di
sottomissione della donna, e che da sempre è stato strumento e servo dei poteri
forti e degli apparati statali?
Anche per questo, chiedere allo Stato di intervenire è pura tautologia, quando
non dimostri una ingenua fede nel potere e le istituzioni… Lo stesso discorso
vale per i vari striscioni commemorativi che, di tanto in tanto, appaiono in
giro per le città. Per esempio quello che, appena un mese fa, rendeva omaggio a
tale Denis.
Denis Kapustin – così si chiamava il morto –, detto “whiterex”, il “re bianco”,
era un fascista russo arruolatosi con l’esercito ucraino in un battaglione
formato da soli volontari russi da lui stesso fondato, il RDK – Russian
Volunteer Korps. Vicino a Casa Pound, organizzatore di eventi di arti marziali,
“le sue idee trovavano radici nel Ventennio mussoliniano”. Machismo, culto della
forza e ideologia guerrafondaia: questo è l’armamentario con cui, in tuta
mimetica, ha trovato la morte alla fine dello scorso anno.
Non abbiamo pianto.
Abbiamo pensato invece alla distanza etica che separa questi spregevoli
individui – con la guerra in testa per sostenere uno Stato, qualunque esso sia –
dalle migliaia di disertori che, tra mille difficoltà, abbandonano il fronte o
si danno alla macchia prima di esserci inviati, per non combattere per i
superiori interessi che gli Stati da sempre pongono davanti alla vita degli
esseri umani. A tutti loro auguriamo buon vento.
Ai tanti Denis, l’augurio di incontrare “la bella morte”…
Biblioteca Anarchica Disordine
via delle Anime, 2/b – Lecce
disordine@riseup.net – disordine.noblogs.org
Riceviamo e diffondiamo:
PRESENTAZIONE_20260225_095821_0000
Riceviamo e diffondiamo:
Venerdì 6 marzo, allo Spazio Sole e Baleno di Cesena, presentazione del libro
“Next Stop Modena 2020, viaggio tra le carcerei”.
Ore 19 e 30 cena vegan
Ore 20 e 30 presentazione e discussione con una curatrice del libro
Il periodo “pandemico”, come viene oggi chiamato, in Italia inaugura la sua
funzione di esperimento sociale di reclusione, controllo, domesticazione con un
massacro all’interno nelle carceri italiane che non ha eguali nella storia
repubblicana: 13 detentui morti, tutti dimenticati e catalogati dal potere come
“tossici morti di overdose”
Claudio, uno dei detenuti che c’era, in quel momento imprigionato al Sant’Anna
di Modena, ricostruisce quei giorni di violenza sistemica (ma anche di sfogo
liberatorio da parte dei rivoltosi, di solidarietà) e riflette sulla natura del
carcere in quanto istituzione totale.
Un libro che l’autore non può presentare, perchè tutt’ora recluso nelle patrie
galere, ma che grazie alla generosità e all’impegno di alcunx compagnx può
portare in giro le idee e il vissuto di Claudio e di chi c’era, dal lato giusto
della barricata.
PER UN MONDO SENZA GALERE!
A rischio sgombero il presidio popolare di San Giuliano: nato lo scorso dicembre
a seguito di espropri, occupazioni abitative e sgomberi forzati degli abitanti,
il presidio è l’ennesima risposta concreta della comunità contro i cantieri
della grande opera inutile.
“Non accetteremo l’ennesima violenza su un territorio che da decenni porta sulle
spalle il peso di decisioni imposte. È il gesto concreto di una comunità che si
rialza e si difende insieme”, scriveva il movimento Notav alla nascita del
presidio permanente.
Oggi arriva la notizia dell’imminente sgombero: per questo motivo è stata
convocata un’assemblea alle 18, che precede l’apericena di questa sera e
la nottata al presidio in sua difesa.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Fabrizio, compagno del movimento No Tav
Per rimanere aggiornati basta seguire il canale telegram Presidio di San
Giuliano
Molteplici società israeliane con progetti nei territori occupati in Palestina e
Cisgiordania approdano su suolo italiano per finanziare progetti di energia
rinnovabile, in particolare agri e fotovoltaico su grande scala.
Abbiamo rintracciato questo flusso di capitali a partire dal caso della stazione
elettrica a Carisio, facente parte del più esteso progetto di campi agrivoltaici
tra Cavaglià e Santhià, nel territorio tra Biella e Vercelli; e abbiamo iniziato
a capire che la dinamica fosse molto frequente quando abbiamo incontrato la
signora Anna a Massarosa che si batte contro un progetto di fotovoltaico nei
campi accanto a casa sua. Abbiamo così dato il via all’inchiesta collettiva
durante la “Due giorni a difesa dell’Appennino” a Villore, di cui qui si possono
leggere le indicazioni per collaborare a questo lavoro.
Il dossier vede oggi la pubblicazione in una sua prima versione, datata febbraio
2026, ma il lavoro di inchiesta collettiva continua e invitiamo a partecipare
con l’obiettivo di individuare questi progetti e costruire una difesa del
territorio ancora più efficace.
INTRODUZIONE : Il suolo italiano nelle mani di Israele
Distese di pannelli fotovoltaici si moltiplicano sul territorio italiano
portando con sé accaparramento delle terre, espropri, devastazione del
paesaggio, della biodiversità: gli impatti sono molteplici e concreti. Come
progetto Confluenza crediamo che nessuna energia possa essere definita
sostenibile o rinnovabile quando annienta l’ecosistema, la storia e la cultura
di un luogo, quando ne esternalizza i profitti e specula. Di fronte al
proliferare di tecnologie definite “verdi”, e agli effetti non sostenibili che
queste hanno sui territori, abbiamo deciso di inchiestare quali siano i soggetti
che alimentano quest’industria energetica ormai ubiquitaria. A fronte delle
questioni sollevate dalla rete di comitati a difesa del territorio e contro la
speculazione energetica, la direttrice su cui focalizzare questa ricerca si è
delineata in maniera naturale. In particolare, a seguito di alcune segnalazioni,
abbiamo detectato la presenza di società israeliane con funzione di investitori
dei progetti agro e fotovoltaici e, dopo aver approfondito alcuni report che a
livello internazionale segnalano questa fonte di business con marchio
israeliano, abbiamo deciso di rintracciare i legami tra progetti predatori sul
suolo italiano e soggetti promotori con sede a Tel Aviv.
In una fase in cui il genocidio in Palestina continua a essere all’ordine del
giorno, l’occupazione delle terre palestinesi da parte di israele si
approfondisce, allargandosi e insediandosi in Cisgiordania, è dirimente indagare
il collegamento che persiste tra capitali e profitti israeliani e suolo
italiano. Riteniamo utile partire da alcune domande: perché Israele approda in
Italia attuando questo modello di business del rinnovabile? La modalità con cui
vengono imposti i progetti, a suon di propaganda del “capitalismo verde”, trova
una eco con la provenienza delle società che li promuovono, esportano,
impongono.
Sono riflessioni che potrebbero sembrare banali, tuttavia crediamo sia centrale
sottolineare la tendenza che si sviluppa all’interconnessione tra economia
bellica ed energetica, economia del genocidio, accaparramento delle terre e di
risorse. Andiamo a declinare quali piani si intrecciano: quello dello
sfruttamento territoriale in incremento in Italia, soprattutto quello collegato
al consumo di suolo e alla speculazione energetica; quello di espansione fondato
sull’accaparramento e la colonizzazione, tramite l’utilizzo di tecnologie
avanzate di cui Israele è pioniera.
Lo sviluppo tecnologico assume un rilievo di primo piano: da sempre Israele è
connotato nel mondo per gli avanzamenti tecnologici come fiore all’occhiello,
specialmente nel campo dell’high tech, delle tecnologie per la sorveglianza e
nel settore energetico, in primis per le rinnovabili. Sul sito del Ministero
dell’Economia e dell’Industria di Tel Aviv, alla sezione “Israel Trade missions
in Italy” viene esplicitamente riportato: “Israele è diventato leader mondiale
nell’uso dell’energia solare. Il Paese ha ampie zone desertiche che offrono
un’elevata radiazione solare, rendendo l’energia solare una scelta naturale. […]
Inoltre, Israele ha iniziato ad esportare la sua esperienza e le sue tecnologie
nel campo delle energie rinnovabili in tutto il mondo1”. L’innovazione
tecnologica, sia in ambito digitale che in ambito ecologico, è strutturalmente
funzionale a tenere in piedi uno stato genocida, il che dimostra e conferma
quanto la tecnologia non sia mai neutra, ma anzi, come questa giochi un ruolo
centrale nel progettare e poi con-causare conflitti, guerre, stermini. L’abbiamo
visto con l’elevato potenziale digitale tradotto in sistemi di cybersicurezza o
con dispositivi più mirati all’annientamento di vite umane (pensiamo a programmi
come lavander).
Anche le tecnologie rinnovabili non sono neutre e ricoprono un ruolo: il
greenwashing è una pratica estesa nel caso israeliano, uno strumento utile a
restituire l’immagine di uno stato all’avanguardia, in linea con l’intento di
ripulire l’occupazione e l’apartheid in Palestina. È proprio nei territori
palestinesi, infatti, che le aziende israeliane hanno avuto modo di sperimentare
e affinare le tecnologie fotovoltaiche. I terreni, appartenenti ai palestinesi,
vengono accaparrati e gli abitanti vengono espulsi: è il colonialismo di
occupazione. In questo sistema progettato per espandere un modello di
occupazione ed espropriazione, i pannelli assumono un ruolo non marginale, ossia
occupare terreno ed evitare un possibile ritorno dei palestinesi nelle loro
terre, affermando la presenza dei coloni. Una tecnologia, quindi, che deve i
suoi avanzamenti e perfezionamenti alla stretta connessione con l’occupazione e
la sottrazione di terre da parte dell’entità sionista.
Non si tratta di stimolare parallelismi che non avrebbero senso di esistere ma
di vedere come l’orizzonte al quale i governi nostrani vogliono puntare viene
incarnato in ciò che il progetto sionista pratica quotidianamente e
concretamente su suolo palestinese. Il meccanismo, su scale di grado
diametralmente diverse, si riproduce ad altre latitudini tramite espropri,
snaturazione dell’area e una lenta (ma talvolta anche con accelerazioni)
espulsione di chi ha abitato e si è preso cura da sempre di quelle zone.
Nel campo della formazione attraverso le mobilitazioni in ambito universitario
si è parlato della israelizzazione delle università e della società in
generale. In un contributo realizzato dall’assemblea torinese dal nome Stop
Riarmo vengono tracciate queste linee di tendenza2. In questo dossier intendiamo
mettere in luce come l’israelizzazione sia già in atto anche sui territori
italiani, sul suolo agricolo e sulle montagne, attraverso l’instaurazione di
progetti di speculazione energetica, le cui aziende promotrici sono a loro volta
finanziate da grandi gruppi israeliani i quali, nella maggior parte dei casi,
affinano le loro conoscenze scientifiche e sviluppano le loro tecnologie
sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina.
Si tratta quindi di un triplo livello di sfruttamento e di espropriazione: il
ciclo di accumulazione che viene riprodotto porta così a risultati su più
livelli per l’economia del genocidio. Innanzitutto, all’occupazione di suolo
altrui (senza dover destinare il proprio a tali progetti) attraverso
l’imposizione di infrastrutture energetiche; in secondo luogo,
all’espropriazione e sfruttamento delle risorse naturali altrui come il vento,
il sole e l’acqua, oltre alla negazione della possibilità di coltivare; infine,
alla capitalizzazione sia in termini di know how sia in termini di produzione
energetica, il che permette di aumentare il raggio di azione, gli investimenti e
i profitti estendendo le proprie mire ovunque nel mondo; ciò avviene nella
finanziarizzazione del territorio, in modo da incorporare porzioni di territorio
in un portafoglio finanziario che deve garantire rendimenti stabili, elevati e
di lungo periodo.
Metodo
Proveremo ad appurare questa tesi portando alcuni esempi concreti che abbiamo
indagato con l’obiettivo di individuare i primi e più evidenti legami tra
economia del genocidio e profitti israeliani su suolo italiano. Questo dossier
prende origine da ciò che abbiamo ricostruito in questi mesi, tramite gli
incontri con abitanti, comitati e cittadini che si sono attivati per difendere i
propri territori da progetti di speculazione energetica. I dati che restituiamo
in questa prima forma di dossier scaturiscono dallaricerca collettiva di chi si
trova a dover fronteggiare in prima persona il sistema della speculazione
energetica e dell’esproprio sui propri territori e dal supporto prezioso del
lavoro svolto dal centro di ricerca indipendente WhoProfits dal quale abbiamo
reperito la maggior parte delle informazioni sulle aziende grazie al database
nel quale è possibile individuare il coinvolgimento commerciale delle società
israeliane e internazionali nell’occupazione della terra della popolazione
palestinese e siriana, facilmente consultabile sul loro sito. Questa prima
pubblicazione è provvisoria, in quanto pensiamo si tratti di un lavoro in
continuo aggiornamento al quale invitiamo a contribuire risalendo all’origine di
chi investe sui nostri territori con la prospettiva di mettere in circolazione
queste informazioni e sulla base di queste attivarsi in maniera ancora più
decisa.
Per chi vuole fare segnalazioni può scrivere alla mail confluenza.info@gmail.com
in modo da contribuire all’inchiesta collettiva e mettersi in rete.
I CASI STUDIO
Come viene riportato in un report dal titolo “The complicity of the Spanish
financial sector in the occupation of Palestine. The case of solar energy and
Greenwashing3” :
Il settore energetico israeliano ha subito un grande sviluppo negli ultimi anni.
La scoperta di grandi giacimenti di gas naturale a 40 km dalle coste del paese
ha trasformato il mix energetico israeliano e ridotto la sua dipendenza
dall’estero. Israele è così passato dall’essere un paese quasi completamente
dipendente dalle importazioni di energia a uno in grado di soddisfare tutto il
suo fabbisogno energetico, esportando energia anche nei paesi vicini. Le
tendenze globali, insieme alle trasformazioni nel settore energetico israeliano,
hanno portato a delibere governative volte a promuovere l’energia rinnovabile
nel settore elettrico e ad aumentare la crescita dell’elettricità prodotta.
Nell’ottobre 2020 il governo israeliano si è posto l’obiettivo di ottenere il
30% dell’energia consumata nel Paese da fonti rinnovabili entro il 2030. Secondo
questo piano, l’energia solare coprirà circa il 90% dell’elettricità, mentre
l’energia eolica, idrica e da biomasse produrrà il restante 10%. L’attuazione di
progetti di energia solare è un altro fattore che contribuisce all’espansione
territoriale del Paese verso regioni in cui la maggioranza della popolazione e
la proprietà terriera sono palestinesi, e si traduce nella confisca e
nell’annessione di questi territori.
1. ENLIGHT Direttamente coinvolta in progetti nei territori occupati
2. ECOENERGY Condivide il proprio fondo assicurativo con MIGDAL e INSURANCE che
possiedono infrastrutture in Cisgiordania e nei territori palestinesi
occupati
3. SUNPRIME Finanziata da NoFarEnergy e NoyFund che a sua volta incorpora CLAL
e MIGDAL
4. ELLOMAY Finanziata da CLAL a partire dall’accordo del 20 giugno 2025,
possiede progetti in Cisgiordania
1. ENLIGHT RENEWABLE ENERGY
Come riportato da Luigi Mastrodonato nel suo articolo Le aziende israeliane che
fanno affari con le rinnovabili in Italia, la Enlight Renewable Energy è nata
nel 2008 in Israele. Come sottolinea Who Profits, negli ultimi anni ha
partecipato a diversi progetti sulle alture del Golan in particolare
sull’installazione di turbine, sulla costruzione di strade e sull’ampliamento
delle linee ad alta tensione. Ha installato pannelli solari nelle basi militari
e nel suo budget filantropico del 2024, che rendiconta le varie donazioni fatte
a persone ed enti privati e pubblici, risultano fondi destinati all’esercito
israeliano. Da qualche anno l’azienda ha messo gli occhi sull’Italia per
installare, attraverso sue sussidiarie, impianti solari, eolici e di storage.
Alcuni, come quello di Nardò, in Puglia, sono già stati approvati. Altri, tra
Puglia, Basilicata e Molise, sono in attesa del via libera”.
Enlight, per portare a compimento lo sfruttamento delle risorse naturali nelle
terre occupate, viene finanziata da Clal. Come segnala Who Profits, quest’ultima
detiene il 6,7% di Enlight Renewable Energy e nel 2019 ha firmato accordi con
Enlight per un totale di 70 milioni di NIS per il finanziamento di quattro
progetti di parchi solari. Già nel 2018 le due avevano firmato un altro accordo
di finanziamento per un totale di 160 milioni di NIS destinati a impianti di
produzione fotovoltaica.
Sul loro sito si raccontano come un’azienda nata per progetti di energia solare
di piccola scala su tetti, per poi diventare una “leading global renewables
platform” con progetti su scala industriale in 10 Paesi. Traducendo, “I nostri
sforzi per accelerare la transizione energetica sono fondamentali nel percorso
verso il Net Zero. Per Enlight: “fare impresa facendo del bene è una cosa reale
e radicata nel nostro lavoro quotidiano”.
Chi ricopre ruoli di comando all’interno di Enlight?
Nella Board of Directors troviamo:
Gilad Yavetz
“Co-fondatore e amministratore delegato della società dalla sua nascita nel 2008
fino all’ottobre 2025, quando ha assunto l’attuale ruolo di presidente
esecutivo. Prima di fondare Enlight, Gilad ha ricoperto il ruolo di
vicepresidente marketing e vendite presso BVR, un’azienda high-tech che
collabora con le principali forze militari di tutto il mondo.”
Come riportato nell’articolo dello scorso dicembre Dopo aver guidato gli sforzi
di recupero degli ostaggi di Israele, il maggiore generale Nitzan Alon si unisce
all’ex CEO di Enlight per sostenere l’innovazione energetica “Gilad Yavetz e il
maggiore generale Nitzan Alon hanno deciso per la prima volta di istituire un
fondo di capitale di rischio focalizzato sul settore energetico nell’estate del
2023. Tuttavia, lo scoppio della guerra il 7 ottobre di quell’anno, che colpì
profondamente la vita di entrambi, mise in pausa i loro piani. Yavetz, allora
amministratore delegato della società di energia rinnovabile Enlight, perse suo
figlio, il capitano Yiftah Yavetz, nei combattimenti, mentre Alon, un membro
senior della società informatica Matrix, fu chiamato nelle riserve per dirigere
il Quartier Generale degli ostaggi e delle persone scomparse dell’IDF. Ora, dopo
che Alon ha completato il suo incarico circa un mese fa e Yavetz è passato a
ricoprire la carica di presidente di Enlight, i due stanno tornando alla loro
visione originaria: lanciare il fondo concepito per la prima volta due anni e
mezzo fa.”
Yair Seroussi
“Vicepresidente del consiglio di amministrazione, dopo un mandato di sette anni
come presidente. È presidente di ZIM Integrated Shipping Services Ltd. (NYSE:
ZIM), un operatore di spedizioni globali. Seroussi porta con sé un’immensa
esperienza nel consiglio di amministrazione, avendo ricoperto la carica di
presidente della Bank Hapoalim, una delle più grandi banche israeliane, e
dell’Associazione delle banche in Israele, e avendo guidato le operazioni
israeliane di Morgan Stanley per oltre 15 anni”.
Come testimonia l’articolo Israeli banks under fire for soaring profits amid
Gaza genocide, le più grandi banche israeliane hanno visto i loro profitti
salire alle stelle con il genocidio in Palestina. In particolare, le banche
maggiormente coinvolte sono cinque: Bank Leumi, Bank Hapoalim, Mizrahi Tefahot,
Israel Discount Bank e First International. Queste cinque grandi banche hanno
accumulato, secondo il Financial Times, un utile netto di 29,5 miliardi di NIS
(circa 7,8 miliardi di dollari) nel 2024. Sia Leumi che Hapoalim, inserite nella
UN Blacklist, hanno riportato guadagni record.
Inoltre, Bank Hapoalim è una delle numerose banche israeliane inserite nella
lista di boicottaggio e disinvestimento del più grande fondo sovrano del mondo,
Norges Bank Investment Management.
Who Profits sottolinea che “La Hapoalim Bank fornisce basi finanziarie e servizi
per le attività di insediamento e l’espansione degli insediamenti e trae
vantaggio dall’attività finanziaria negli insediamenti israeliani illegali nei
territori palestinesi occupati. Finanzia varie società di costruzione per
realizzare progetti immobiliari negli insediamenti della Cisgiordania occupata e
detiene come garanzia i diritti della società sul terreno e sul progetto.
La Hapoalim Bank ha guidato il finanziamento della costruzione dei parchi eolici
Ruach Beresheet ed Emek Habacha nel Golan siriano occupato con oltre 1 miliardo
di NIS per Enlight Renewable Energy. Tutti progetti su larga scala che sfruttano
i terreni occupati e le loro risorse naturali, insieme agli insediamenti della
zona e a beneficio delle famiglie e dell’industria israeliane su entrambi i lati
della Linea Verde.
La Hapoalim Bank promuove e sponsorizza tour in collaborazione con
organizzazioni di coloni nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e nel
Golan siriano. La Bank Hapoalim gestisce filiali e sportelli automatici di
servizi bancari negli insediamenti nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme
Est e nel Golan siriano. Nel 2022 ha finanziato la creazione del campo militare
“Ofek Rahav” del Ministero della Difesa israeliano e già nel 2012 ha prestato a
questo 200 milioni di euro per finanziare l’acquisto di 30 aerei da
addestramento e istruzione per un importo di 1 miliardo di euro.
La Hapoalim Bank beneficia dell’accesso al mercato bancario palestinese come
mercato vincolato. Secondo il Protocollo di Parigi, l’economia palestinese è
soggetta alla valuta israeliana e i rapporti finanziari del mercato bancario
palestinese con il resto del mondo devono passare attraverso il sistema bancario
israeliano. Le banche palestinesi devono fare affidamento sulle banche
israeliane, che fungono da banche corrispondenti, per i trasferimenti di fondi e
i servizi di compensazione, per i quali la banca richiede depositi di garanzie
di cassa esorbitanti e addebita commissioni elevate, e impone restrizioni al
trasferimento di denaro.”
Amit Paz
“Co-fondatore di CINO (Chief Innovation Officer) e Co-fondatore di Enlight,
attualmente alla guida delle iniziative di innovazione dell’azienda. Porta
decenni di esperienza nella gestione di progetti su larga scala in Israele e
all’estero. Prima della fondazione di Enlight, è stato vicepresidente delle
alleanze strategiche di Baran Group, una delle più grandi società di ingegneria
israeliane.”
Sempre segnalato da Who Profits, Baran Group è un fornitore israeliano di
ingegneria civile, tecnologia, telecomunicazioni e soluzioni di costruzione,
operatore globale quotato in borsa. Tra gli ultimi coinvolgimenti negli
insediamenti nei territori palestinesi occupati, nel febbraio 2024, Baran
Israel, una sussidiaria interamente controllata da Baran Group, ha pubblicato
una gara aperta per lavori di sviluppo per completare un progetto residenziale
nell’insediamento di Ma’ale Adumim nella Cisgiordania occupata. Lavori che la
società aveva in parte già realizzato nel 2022 e nel 2023 e che includevano la
demolizione di strade, infrastrutture agricole sotterranee, la costruzione di un
passaggio sotterraneo, muri di contenimento.
Nel maggio 2020 la società ha firmato un contratto con Elbit Systems per la
pianificazione e la gestione del trasferimento delle fabbriche dell’industria
militare israeliana (IMI) nella zona industriale di Ramat Beka nel Naqab, per un
valore di circa 18 milioni di dollari (60 milioni di NIS). Nel 2019, al Gruppo
Baran è stato concesso un contratto con la polizia israeliana per la costruzione
e la manutenzione di edifici per un valore di circa 7 milioni di NIS.”
Nel settore energetico, invece, nel 2022 Baran Israel ha gestito l’installazione
della prima turbina presso la centrale elettrica del parco eolico di Beresheet,
nel Golan siriano occupato, un grande progetto di Enlight Renewable Energy.
Notando, dunque, i numerosi progetti che Enlight Renewable Energy possiede nei
territori palestinesi occupati e nel Golan siriano, di seguito segnaliamo quelli
indicati dal gruppo di ricerca WhoProfits:
Progetto di energia eolica Ruach Beresheet
“Attraverso la sua filiale Ruach Beresheet L.P., Enlight è la proprietaria di
maggioranza del parco eolico Ruach Beresheet (Wind of Genesis) nel Golan siriano
occupato, a oggi il più grande progetto di energia rinnovabile israeliano
esistente su entrambi i lati della Green Line finora.
L’impianto si trova nella zona di Tel el Farass, nel sud-est del Golan siriano,
ed è stato istituito dalla società in collaborazione con gli insediamenti di
Yonatan, Alonei HaBashan, Ramat Magshimim, Mevo Hama, Natur, Kanaf, Avnei Eitan
e Ma’ale Gamla, che insieme possiedono il 10% del progetto.
Dispone di 39 turbine eoliche con una capacità installata di 207 MW, grazie alle
quali si prevede di fornire elettricità a 70.000 famiglie e generare un
fatturato annuo di 192 milioni di NIS nell’ambito di un accordo di 20 anni con
la Israel Electric Corporation. Il progetto include anche la costruzione e
l’espansione di 35 km di strade e una linea ad alta tensione comprendente fibre
ottiche che saranno distribuite sul Golan e consentiranno l’utilizzo di Internet
ad alta velocità agli insediamenti della zona. Le 39 turbine sono state fornite
da General Electric4, che è anche responsabile della produzione, della
fornitura, del trasporto, del sollevamento e del funzionamento delle stesse in
loco.
Il progetto è stato costruito da Minrav5 e Nextcom6 che ha effettuato la
pianificazione e l’esecuzione delle infrastrutture elettriche, di comunicazione
e di ingegneria civile, comprese le fondamenta delle turbine, le strade
pavimentate e le superfici delle gru per il progetto. L’istituzione del progetto
Ruach Beresheet è stata finanziata da un consorzio guidato da Hapoalim Bank in
collaborazione con Migdal Insurance7 e Financial Holdings Ltd. per un importo di
1,05 miliardi di NIS su un costo stimato di 1,25 miliardi di NIS. Nel giugno
2023 Enlight ha attivato le prime turbine del parco eolico.”
Progetto eolico Emek Habacha
“Attraverso la sua filiale Emek HaBacha Wind Energy Ltd., Enlight detiene il
40,85% del progetto eolico Emek Habacha nel Golan siriano settentrionale. Un
progetto che presenta 34 turbine eoliche con una capacità installata di 109 MW e
che dovrebbe generare energia per 40.000 famiglie israeliane, prospettando un
fatturato annuo di 105-145 milioni di NIS in bollette dell’elettricità.
Le turbine sono realizzate dalla società statunitense General Electric (NYSE:
GE), che impiega anche ingegneri elettrici e tecnici sul campo, i quali
forniscono servizi di manutenzione, gestione e formazione di subappaltatori,
ordini di acquisto e lavoro con fornitori, ordinazione di attrezzature e
gestione dell’inventario. Il progetto è stato finanziato da un consorzio guidato
da Hapoalim Bank ed è diventato operativo nel marzo 2022.”
Progetti aggiuntivi
“La filiale di Enlight, Enlight-Kidmat Zvi LP, gestisce un progetto solare
nell’insediamento di Kidmat Tzvi nel Golan siriano. L’altra filiale di Enlight,
Peirot HaGolan – Enlight L.P., gestisce un campo fotovoltaico da 1,5 MW
nell’insediamento di Merom Golan nel Golan siriano. Ha inoltre sei impianti
fotovoltaici installati costruiti su infrastrutture idriche nel Golan siriano in
collaborazione con Mei Golan Water Corporation, di proprietà di 27 insediamenti
nel Golan.
Nel gennaio 2022, la società è stata selezionata per partecipare a un programma
pilota lanciato dal Ministero dell’Energia e dal Ministero dell’Agricoltura e
dello Sviluppo Rurale per esaminare la fattibilità del doppio uso dei terreni
agricoli per la generazione di elettricità dall’energia solare. Come parte del
progetto, Enlight è stata selezionata per sviluppare impianti agro-voltaici
nell’insediamento di Carmel nella Cisgiordania occupata e negli insediamenti di
Ramat Magshimim e Merom Golan nel Golan siriano. Nel 2023, la società è stata
selezionata nuovamente per sviluppare quattro strutture aggiuntive negli
insediamenti di Ramat Magshimim e Merom Golan nel Golan siriano occupato.”
Progetti di energia rinnovabile nel Naqab
“L’azienda possiede il 90% del campo solare Eshkol Havetzelet-Halutziot, nella
regione di Naqab, con una potenza di 55 MW, che si estende su 1000 dunam di
terra (100 ettari). Nell’ambito del sopracitato programma pilota è stata
approvata la costruzione di 42 impianti su terreni agricoli nel Naqab. Queste
strutture contano un totale di 431,5 dunam e hanno una capacità totale di 35,641
MW. A Enlight sono stati concessi sei progetti pilota.”
PROGETTI su suolo italiano
PUGLIA: un campo fotovoltaico, un progetto di accumulo, un campo agrovoltaico
(riprendiamo dal sito di Enlight)
Nardò: “Il progetto fotovoltaico Nardò, situato nei pressi della città di Nardò
in Puglia, nel sud Italia, avrà una capacità installata di 97 MW. Il sistema
comprende pannelli solari a struttura fissa. Una parte essenziale dell’impianto
è il progetto del ‘Parco Verde’, che si estende su una superficie di 40 ettari e
offre ai residenti di Nardò un’area verde ricreativa.” Localizzato nelle
vicinanze, “il progetto di accumulo (storage) Nardò si prevede diventerà uno dei
più grandi sistemi di accumulo di energia a batteria del Paese, con una capacità
di 1.254 MWh.”
Quello di Nardò è l’unico impianto di accumulo di Enlight in Europa, altri 8
sono nei territori palestinesi occupati, un altro negli USA, nello Stato di New
Mexico.
Gravina PV “è un progetto agrovoltaico a Gravina di San Felice, vicino a Gravina
di Puglia: avrà una capacità installata di 60 MW e consentirà al contempo di
utilizzare il terreno per la coltivazione di erbe medicinali.”
BASILICATA: 2 progetti di fotovoltaico
Montemilone PV: “Il progetto fotovoltaico Montemilone avrà una capacità
installata di 20 MW, è ubicato nei pressi di Montemilone e comprende moduli
fotovoltaici a struttura fissa.”
Genzano PV: “Il progetto Genzano PV avrà una capacità installata di 20 MW,
comprende moduli fotovoltaici di base a struttura fissa e si trova vicino a
Genzano di Luca.”
MEPROLIGHT
“È un produttore e fornitore di mirini elettro-ottici e ottici, mirini
autoilluminanti per pistole e fucili a visione notturna e mirini e dispositivi
termici. L’azienda fornisce attrezzature all’esercito e alla polizia israeliani.
Nel 2015 è stata incaricata di fornire all’esercito decine di migliaia di
apparecchiature ottiche, mentre nel 2016 ha vinto una gara d’appalto per
fornirgli migliaia di mirini reflex MEPRO MOR, un mirino riflesso a punto rosso
compatto, robusto, multiuso, multi-attivato con puntatori laser integrati
progettati per una ripresa rapida e accurata. La società ha inoltre fornito
attrezzature all’esercito durante l’assalto israeliano a Gaza nel 2014.”
Mobilitazioni in Spagna
In Spagna, già tra luglio e agosto scorsi sono state chiamate all’attenzione e
denunciate le implicazioni e la complicità di Enlight Renewable Energy nei
territori illegalmente occupati in Palestina e Siria. Come viene riportato
dall’articolo Más de 130 oenegés y colectivos denuncian a la empresa israelí
Enlight por “promotora de la ocupación de Palestina”, oltre centinaia di
organizzazioni a difesa dell’ambiente e dei diritti umani hanno inviato una
lettera a Pedro Sanchez in cui chiedono di intterrompere le operazioni
commerciali della società israeliana su suolo spagnolo.
Nell’articolo La ocupación a través de las renovables: grupos de Amigas de la
Tierra exigimos a los gobiernos cortar relaciones con una empresa energética
israelí si riporta la mobilitazione dell’associazione Amici della Terra in
Spagna che sottolinea la responsabilità di Enlight Renewable Energy
inquadrandola in una storia di collaborazione con le forze di occupazione
israeliane. Oltre che in Italia e in Spagna, l’azienda promuove progetti in
Croazia, Irlanda, Ungheria, Serbia, Kosovo, Svezia e Stati Uniti. Sostenendo che
“i governi che collaborano con Enlight violano il diritto internazionale”,
l’associazione ha dunque lanciato l’appello al boicottaggio.
Segnalando il coinvolgimento del co-fondatore Yavetz con l’industria bellica
israeliana (di cui sopra), rimarca la lunga esperienza di collaborazione tra
Enlight Renewable Energy e l’IDF in progetti di energia rinnovabile. “Nel 2011
Enlight ha vinto una gara d’appalto per installare 45 pannelli solari sui tetti
delle basi dell’IDF, generando 2,25 megawatt di elettricità, il che
rappresentava il più grande progetto dell’azienda in quel momento. L’IDF lavora
attivamente per aumentare l’uso di fonti di energia rinnovabile e all’interno
delle proprie basi, come nel caso del megaprogetto solare della base aerea Ramón
(2017). Secondo una nuova proposta quadro, Enlight manterrà un’infrastruttura
che costruirà per circa 15 anni, prima di trasferirne la proprietà all’IDF, e
condividerne i profitti.”
Altre azioni di denuncia portate avanti in Spagna in solidarietà con la
Palestina sono avvenute contro un parco eolico di proprietà di Enlight a Gecama.
Nell’articolo Protest against Israeli-owned wind farm over developer’s ‘support
for genocide’ in Gaza vengono riportati i motivi del dissenso: “La protesta ha
avuto luogo presso il parco eolico Gecama da 331 MW, che è stato avviato nel
2022 e dispone di 69 turbine fornite dal produttore tedesco Nordex. Enlight
detiene una partecipazione del 72% nel progetto e a inizio 2025 ha annunciato di
essersi assicurata un finanziamento per trasformare il parco eolico nel più
grande complesso di energia ibrida in Spagna attraverso l’aggiunta di un parco
solare da 250 MW e di un sistema di accumulo di energia a batteria da 100 MW.”
Si aggiunge, inoltre, che nel rapporto sulla sostenibilità di Enlight del 2024,
tra le donazioni della società in ambito filantropico, scelte dai dipendenti, si
leggono fondi per il “sostegno all’IDF”.
Manifestanti al parco eolico Gecama da 331 MW in Spagna, che lo sviluppatore
israeliano Enlight vuole trasformare in un importante complesso di energia
ibrida. Oriol del Río López – Amigas de la Tierra
2. ECOENERGY
Ecoenergy, come viene riportato dall’articolo di Luigi Mastrodonato8 è
un’azienda “che sviluppa e gestisce progetti di energia rinnovabile. L’azienda è
stata fondata a Kfar Saba nel 2009, periodo in cui è cominciato il boom delle
energie rinnovabili in Israele. Tra il 2018 e il 2022 la capacità degli impianti
israeliani di energia rinnovabile è aumentata in media del 37 per cento
all’anno, più del doppio rispetto ai quattro anni precedenti. Nello stesso
periodo il numero di aziende del settore quotate alla borsa di Tel Aviv è
raddoppiato”.
Dal loro sito abbiamo preso in esame i partner
PHOENIX collabora con almeno 36 compagnie che fanno affari sui territori
palestinesi occupati, secondo il database consultabile sul sito Who Profits
Research Center, ne citeremo solo alcune con parte della relativa descrizione
che appare sul sito, ma invitiamo ad approfondire.
AFCON HOLDINGS
“Il gruppo si impegna nella progettazione, produzione, integrazione e
commercializzazione di sistemi elettromeccanici e di controllo. L’azienda
fornisce servizi all’esercito israeliano, al servizio carcerario israeliano e
alla polizia israeliana. La consociata interamente controllata dalla società,
Afcon Control and Automation, è il rivenditore autorizzato in Israele di metal
detector CEIA che sono stati documentati nei checkpoint israeliani nel 2008,
come il checkpoint Cave of the Patriarchs a Hebron, il checkpoint Beit Iba e il
checkpoint Erez a Gaza, nonché i checkpoint nella Valle del Giordano occupata.”
ASHTROM GROUP
“Una società israeliana quotata in borsa attiva nei settori della
contrattazione, dello sviluppo residenziale, delle proprietà che producono
reddito, degli alloggi in affitto, delle industrie delle costruzioni e delle
energie rinnovabili. Attraverso le sue filiali, la società gestisce una cava
nella Cisgiordania occupata e un impianto di cemento nella Gerusalemme Est
occupata, ed è coinvolta in un progetto di energia rinnovabile nel Golan siriano
occupato.Inoltre si occupa di fornire servizi agli insediamenti: l’azienda
gestisce una fabbrica di cemento nella zona industriale di Atarot nella
Gerusalemme Est occupata”.
BANK LEUMI
“Bank Leumi Le-Israel B.M. è una banca commerciale israeliana che fornisce una
varietà di servizi bancari e finanziari. Bank Leumi fornisce basi finanziarie e
servizi per le attività di insediamento e l’espansione degli insediamenti, e
beneficia dell’attività finanziaria negli insediamenti israeliani illegali nel
territorio palestinese occupato.”
CELLCOM ISRAEL
“Un gruppo di telecomunicazioni israeliano quotato in borsa che fornisce una
vasta gamma di servizi di comunicazione. Cellcom è il più grande fornitore di
telefonia mobile israeliano, che fornisce una vasta gamma di servizi tra cui
telefonia cellulare, servizi cellulari, servizi a banda larga ad alta velocità,
servizi multimediali, servizi televisivi over-the-top (OTT), infrastrutture
Internet e servizi di connettività, servizi di chiamata internazionali e servizi
telefonici fissi. Cellcom fornisce servizi di telecomunicazione e infrastrutture
cellulari agli insediamenti della Cisgiordania occupata, Gerusalemme Est e del
Golan siriano, e fornisce servizi cellulari e Internet al Ministero della Difesa
israeliano, all’esercito israeliano e all’Amministrazione civile israeliana
nella Cisgiordania occupata. La società ha fornito infrastrutture cellulari
all’esercito israeliano all’interno della Gaza occupata.”
RGREEN collabora con:
TAHAL GROUP INTERNATIONAL
“Una società di ingegneria multinazionale specializzata in sistemi idrici e
acque reflue. Tahal Group International è stato incaricato di sviluppare il
piano generale per il riutilizzo delle fognature e delle acque reflue per
Gerusalemme. Il piano generale copre l’impianto occidentale (Sorek-Refa’im), che
serve gli insediamenti di Givat Zeev e Beitar Illit nella Cisgiordania occupata,
così come due impianti, Homat Shmuel e Nabi Musa, che trattano le acque reflue
del bacino orientale di Gerusalemme.
L’impianto di trattamento delle acque reflue orientali (Nabi Musa) tratta le
acque reflue dei quartieri nord-orientali di Gerusalemme (compresi i quartieri
degli insediamenti di Neve Ya’akov e Pisgat Ze’ev) così come gli insediamenti di
Ma’aleh Adumim, Ma’aleh Adumin Industrial Zone, Adam, Anatot e Mitzpeh Yericho.
L’impianto di trattamento è stato costruito nell’area di Nabi Mussa nella Valle
del Giordano nella Cisgiordania occupata, su un appezzamento di 200 dunam da
utilizzare per lagune aerate. Secondo il progetto di Tahal, l’impianto avrà il
potenziale per trattare le acque reflue dal bacino dell’Og e dalla valle di
Kidron. L’impianto orientale sostituirà il bacino idrico di Og, situato vicino
al Mar Morto, che viene temporaneamente utilizzato come impianto di trattamento
delle acque reflue. Il serbatoio continuerà ad essere utilizzato come serbatoio
per gli effluenti trattati utilizzati nell’irrigazione all’interno degli
insediamenti agricoli nella Valle del Giordano occupata.”
ZIM INTEGRATED SHIPPING SERVICES
“Zim Integrated Shipping Services Ltd., comunemente nota come ZIM, è una società
di trasporto merci internazionale israeliana quotata in borsa. L’azienda è una
delle prime 10 compagnie di navigazione al mondo, che opera in più di 100 Paesi
in oltre 330 porti in tutto il mondo, offrendo servizi di carico secco, merci
refrigerate, merci speciali, merci pericolose e trasporto interno. La società
era precedentemente di proprietà statale israeliana ed è stata privatizzata alla
fine del 2003.”
Ricordiamo in merito che la compagnia ZIM è stata più volte bloccata nei suoi
tentativi di attraccare nei porti italiani durante gli scioperi generali a cui
hanno contribuito in maniera significativa e determinante i gruppi di lavoratori
portuali autonomi. Da Genova a Livorno sino a Taranto numerose giornate di lotta
hanno avuto la capacità di impedire alla ZIM di approdare sul territorio
italiano.
Cronologia della mobilitazione “Blocchiamo tutto”
Riprendiamo il comunicato di USB in merito al blocco a Genova della nave merci
della compagnia israeliana Zim: boicottiamo le navi del genocidio in tutta
Italia.
“Nella sera del 27/09/2025, durante la partenza del corteo in solidarietà alla
Palestina previsto a Genova, i portuali del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori
Portuali) sono venuti a conoscenza dai lavoratori in turno che, proprio in quel
momento, presso il terminal Spinelli si trovava ormeggiata la nave Zim New
Zealand della compagnia Israeliana ZIM con 10 container sospetti. Immediatamente
i portuali insieme a una parte della città hanno scelto di entrare in porto per
impedire che la nave venisse caricata mentre il resto della città giungeva in
solidarietà presso Varco Etiopia. L’USB ha immediatamente proclamato sciopero di
24h a partire dalle 21.30 presso il terminal per garantire la possibilità di
astensione dal carico e scarico di armamenti. Entro poche ore, dato
l’incredibile numero di lavoratori e studenti accorsi in solidarietà, è stato
ordinato alla nave di lasciare immediatamente la banchina. Una grande vittoria
della città di Genova e dei portuali del CALP, che ancora una volta dimostra il
ruolo che la classe operaia può e deve svolgere contro la guerra al fianco del
popolo Palestinese, contro il genocidio e contro il riarmo Europeo.
Successivamente un corteo partito da Varco Etiopia ha raggiunto la prima
mobilitazione prevista per ritrovarsi in piazza Matteotti e raccontare a tutta
la cittadinanza quanto accaduto nel corso della notte, rilanciando l’eventuale
sciopero generale immediato in caso di attacco alla Global Sumud Flotilla,
ripartita proprio ieri notte.
Le iniziative nei rispettivi porti contro le merci israeliane si stanno
moltiplicando, poniamo con urgenza il tema della necessità di un embargo
immediato a tutte le merci dirette o provenienti da Israele.”
Nei giorni successivi la nave Zim Virginia avrebbe dovuto attraccare presso il
terminal Darsena Toscana a Livorno, nello specifico durante la notte di lunedì
29 settembre. Per contro è rimasta per tutto il giorno in rada, così come era
successo a Genova due giorni prima. I portuali, appoggiati sia dal sindacato di
base Usb che dalla Filt Cgil. avevano infatti confermato: «Nessuna operazione di
sbarco, imbarco e stoccaggio verrà effettuata».
Chi investe in ECOENERGY ?
Come detto il settore delle rinnovabili per Israele è un grande campo di
profitto in crescita. In merito a questo riportiamo una dichiarazione di
Ecoenergy a seguito di un investimento ricevuto. E’ interessante indagare su chi
siano i partner finanziatori.
“Econergy Renewable Energy è lieta di annunciare il completamento di un
collocamento privato di circa 250 milioni di NIS (62,5 milioni di euro).
L’aumento di capitale è stato realizzato mediante l’emissione di circa 9,06
milioni di azioni ordinarie al prezzo di 27,6 NIS per azione, con uno sconto del
4,5% rispetto al prezzo di chiusura al 12 giugno 2025. Questo investimento
rappresenta un forte voto di fiducia nella strategia dell’azienda e nel suo
percorso di crescita a lungo termine in tutte le sue attività europee.”
Tra i principali partecipanti all’operazione figurano:
• Migdal Insurance ha aumentato la sua partecipazione a circa il 9% con un
investimento di 54 milioni di NIS (13 milioni di euro).
• Il Gruppo Phoenix ha investito 80 milioni di NIS ed è diventato un azionista
significativo con una partecipazione del 5,17% (19 milioni di euro).
• Anche Mor Capital ha raggiunto una partecipazione del ~5,17% a seguito di un
investimento di -45 milioni di NIS (11 milioni di euro).
• Menora Insurance invece ha acquisito -2,54 milioni di azioni per circa 70
milioni di NIS (-17 milioni di euro).
Sempre grazie al database presente sul sito del centro di ricerca indipendente
Who Profits riportiamo le descrizioni delle società finanziatrici qui di
seguito:
MIGDAL INSURANCE
“Una società israeliana quotata in borsa che opera nei settori delle
assicurazioni, delle pensioni e dei servizi finanziari. Come ha dimostrato una
precedente ricerca di Who Profits, Migdal e altre importanti compagnie
assicurative israeliane sono complici nel finanziamento della costruzione e dei
progetti di insediamento e di trasporto, nello sfruttamento delle risorse
naturali occupate e nel complesso militare-industriale di Israele, sia
direttamente che attraverso le loro partecipazioni in altre società.”
Per ulteriori informazioni sulla complicità delle compagnie assicurative e dei
fondi pensione israeliani, leggasi il rapporto di Who Profits: Assicurare
l’espropriazione: la complicità di cinque compagnie assicurative e
pensionistiche israeliane nella violazione dei diritti palestinesi.
Riprendendo l’articolo di Internazionale e come riportato in precedenza “Tra le
aziende coinvolte in alcuni di questi progetti c’è l’israeliana Phoenix
Financial, attiva nel settore assicurativo e degli investimenti patrimoniali, e
che tra le altre cose fornisce servizi al ministero della difesa e alla polizia
israeliana. Dal 2023 ha concesso alla Econergy prestiti di centinaia di milioni
di euro per realizzare impianti fotovoltaici in Polonia e Romania. In alcuni
casi è diventata comproprietaria degli impianti.
La Econergy non ha risposto alle domande sull’eventuale coinvolgimento della
Phoenix Financial nei progetti italiani e sui suoi legami con l’esercito
israeliano, “visto che tra i vertici c’è una figura con una lunga esperienza in
quel settore. Inoltre, l’azienda oggi è impegnata in altri progetti in Sicilia e
a settembre Unicredit le ha concesso un finanziamento da 58 milioni”.
E’ utile verificare anche chi ricopre i ruoli dirigenziali dell’azienda
ECOENERGY:
Il Dott. Elad Kerner, vicepresidente esecutivo e consigliere generale, secondo
la biografia presente sul sito di Ecoenergy è “un esperto in transazioni
commerciali, trattative complesse, investimenti internazionali, energia
rinnovabile e progetti immobiliari, sviluppo di progetti commerciali, fusioni e
acquisizioni, finanza e titoli, transazioni di difesa, consulenza, opinioni e
rapporti agli amministratori delegati, dirigenti, consiglio di amministrazione e
azionisti, governo societario, conformità ed etica, proprietà intellettuale e
contenzioso. Prima di Econergy Kerner è stato vicepresidente esecutivo e
consigliere generale per Israel Aerospace Industries, vicepresidente per una
società internazionale di rinnovabili, partner di rinomati studi legali in
Israele, presidente del comitato fiscale municipale d’appello per il comune di
Givat Shmuel e giudice militare con il grado di tenente colonnello nelle forze
di difesa israeliane. Ha conseguito un dottorato di ricerca in giurisprudenza, e
frequentato corsi di gestione aziendale (senza laurea) presso l’Università di
Bar Ilan.”
Il fatto che il vicepresidente dell’azienda sia un ex giudice militare con grado
di tenente colonnello nelle forze di difesa israeliane, si commenta da sé. Ci
chiediamo quali siano le competenze specifiche che abbiano permesso a Kerner di
diventare un leader nel settore delle energie rinnovabili a partire dal suo
ruolo nell’IDF: probabilmente ciò che torna utile è la dimestichezza con
l’occupazione dei territori e l’espropriazione delle risorse altrui.
Un occhio di riguardo va dato anche nei confronti del manager italiano di
Ecoenergy, il signor Luca Talia che, sempre dalla biografia sul sito ufficiale
dell’azienda, viene descritto come segue:
“E’ attivo nel settore delle energie rinnovabili dal 2009 con un forte
background nelle competenze tecniche, commerciali e operative degli impianti. Ha
un’esperienza internazionale nella vendita, costruzione e gestione di impianti
di biogas soprattutto in Italia, Europa, Sud-Est asiatico e Sud America. Come
plant manager Talia si occupa dell’O&M, della gestione finanziaria,
dell’ottimizzazione dei costi, dell’approvvigionamento di biomassa e della
gestione del team operativo. Prima di Econergy, ha trascorso diversi anni nel
settore del biogas iniziando come engineering manager in Sebigas con più di 80
progetti commissionati con successo, sia di produzione di energia elettrica che
di iniezione di reti di biometano. È stato anche sviluppatore e poi
amministratore delegato della Thailand Joint Venture. Prima di allora ha operato
nell’industria siderurgica per 6 anni come ingegnere di progetto che sviluppava
impianti di laminazione a caldo in tutto il mondo per Siemens VAI Metals
Technologies. Ha conseguito un Master in Ingegneria Meccanica presso il
Politecnico di Milano”.
Luca Talia, contattato dal giornalista di Internazionale in merito alle
complicità con le aziende israeliane che sfruttano i territori occupati in
Palestina, ha preferito non rispondere.
Il ribaltamento della realtà
E’ inquietante il lavoro svolto per ribaltare la realtà dei fatti. Alla luce di
tutte queste informazioni è importante dare spazio alla presentazione che
Ecoenergy fa di sé, dal suo sito:
La nostra Vision
L’energia rinnovabile sarà la fonte di alimentazione delle generazioni future.
La nostra Mission
Sviluppare, costruire e gestire impianti di energia rinnovabile di proprietà su
scala industriale, guidati dalla massima competenza di settore sul piano
regolatorio e normativo, sulla tecnologia in ogni fase cruciale, dalla creazione
del progetto alla fornitura di energia.
La nostra Storia
Abbiamo costruito Econergy dalle fondamenta, con la convinzione profonda che
l’energia sostenibile sia il migliore investimento della nostra generazione –
per il nostro pianeta e i nostri azionisti.
MAPPA PROGETTI ECOENERGY su suolo italiano
I principali progetti in Italia, dal Piemonte alla Sicilia, riguardano – secondo
il sito dell’azienda – i seguenti Comuni.
* Rivarolo – 11.5 MWp (Piedmont).
* Cumiana – 4.2 MWp (Piedmont).
* Palmeri – 1 MWp (Sicily).
* Gallo Assunta – 1 MWp (Sicily).
* Favari – 1 MWp (Sicily).
* Indovina – 1 MWp (Sicily).
Ne mancano alcuni, in particolare il caso di Carisio seguito da vicino dal
Circolo Tavo Burat di Biella con cui abbiamo avuto occasione di sviluppare
alcune approfondite interviste all’agricoltore che rischia l’esproprio dei suoi
terreni a causa della costruzione della cabina elettrica che dovrebbe fare da
raccordo per diversi impianti di agrivoltaico di proprietà di Ecoenergy. Qui
anche Confagricoltura Vercelli e Biella manifesta la propria contrarietà alla
realizzazione dell’impianto agrivoltaico E-VERGREEN e alle opere connesse nel
territorio dei Comuni di Santhià, Carisio e Buronzo: in primis per l’enorme
sottrazione di terreno oggi vocato e necessario alla produzione risicola,
situato in zona di Baraggia – riconosciuta DOP – e in secundis per il
conseguente impatto economico-ambientale e per l’occupazione di terreni agricoli
sicuramente non adatti ad un impianto di tale dimensione.
La creazione di impianti agrivoltaici, infatti, andrebbe a snaturare la vera
identità produttiva del territorio, inoltre la sottrazione di risaie
interferirebbe negativamente sulla biodiversità unica e tipica di tale coltura e
andrebbe a inficiare il riconosciuto ruolo ambientale di ricarica delle falde.
Anche sul sito del Ministero non compare il suddetto impianto di
Santhià-Cavaglià perché è un’istanza recente, nonostante l’impianto sia molto
grande è finito proceduralmente in Provincia di Biella. Facendo la ricerca a
questo link, appaiono però due progetti che riguardano la provincia di Oristano,
in Sardegna, non presenti sul sito dell’azienda:
Progetto di un impianto agrivoltaico, della potenza complessiva pari a 51,86
MWp, da realizzarsi nel Comune di Zerfaliu (OR) e Solarussa (OR), con opere di
connessione alla RTN.ECOENERGY SOLAR PARK 1 S.r.l.
Progetto per la realizzazione di un impianto eolico, ai sensi dell’art.23 del
D.Lgs. 152/2006, costituito da 14 aerogeneratori, ciascuno di potenza nominale
pari a 6,6 MW, e dalle opere necessarie di connessione alla RTN, per una potenza
complessiva di 92,4 MW, da realizzarsi nei Comuni di Ballao (SU) e Armungia
(SU).Econergy Project 2 S.r.l.Valutazione Impatto AmbientaleinfoProgetto per la
realizzazione di un impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta”
collegato alla RTN di potenza nominale 126,35 MWp collocato nei comuni di Bosco
Marengo e Alessandria (AL).ECONERGY SOLAR PARK 2 S.R.L.Valutazione Impatto
Ambientale (PNIEC-PNRR)info
impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta” collegato alla RTN di
potenza nominale 126,35 MWp collocato nei comuni di Bosco Marengo e Alessandria
(AL) e relative opere di reteECONERGY SOLAR PARK 2 S.R.L.
Per l’impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta” collegato alla RTN di
potenza nominale 126,35 MWp, collocato nei comuni di Bosco Marengo e Alessandria
(AL) e relative opere di rete, la VIA risulta conclusa.
Per quanto riguarda il progetto nei comuni di Ballao e Armungia nel sud della
Sardegna, in questo dossier è possibile leggere la presentazione dell’azienda
Ecoenergy:
“Il proponente del progetto è Ecoenergy Project 2 S.r.l., società del gruppo
Ecoenergy (in seguito
Ecoenergy o Ecoenergy Group) con sede a Milano. Ecoenergy Group è un gruppo
internazionale di investimenti e gestione, investitore attivo e gestore di
risorse di energia rinnovabile nel mercato italiano da quasi un decennio. Tra i
20 principali gestori di risorse rinnovabili in Italia, il Gruppo Ecoenergy si
sta attualmente concentrando sulla creazione di valore per gli investitori
aumentando la propria presenza sul mercato europeo delle energie alternative e
continuando la sua acquisizione e la strategia di gestione attiva di risorse
rinnovabili di alta qualità. Il gruppo è stato recentemente classificato tra i
primi 50 principali team di investimento in energie rinnovabili in Europa. Con
investimenti e gestione di asset per un valore di oltre 350 milioni di euro e un
totale di 90 MW acquisiti, con oltre 600 MW di progetti in grid parity in fase
di sviluppo, la societá ha negoziato con successo piú di 20 accordi di
finanziamento con le migliori banche italiane. Il gruppo gestisce un portafoglio
che comprende 30 impianti situati in Puglia, Piemonte, Lazio, Sardegna e
Toscana, operativi e collegati alla rete per una media di 6 anni, con una
produzione cumulativa di oltre di 50 GWh all’anno.”
3. SUNPRIME
Sunprime è un produttore di energia rinnovabile che sta sviluppando impianti
fotovoltaici in tutta Italia, concentrandosi sul segmento commerciale e
industriale (C&I), su impianti a terra su terreni industriali e sistemi di
accumulo industriali di energia elettrica (Battery Energy Storage Systems).
In seguito all’investimento iniziale del management, dal 2021 la società ha
raccolto oltre 90 milioni di euro di equity da Nofar Energy, una società
internazionale di energie rinnovabili quotata alla Borsa di Tel Aviv (NOFR) con
una capitalizzazione di mercato di circa 1 miliardo di euro e circa 1,5 GW di
attività nel settore delle energie rinnovabili in Europa e negli Stati Uniti, e
Noy Fund, il più grande e importante fondo infrastrutturale israeliano con quasi
3 miliardi di euro di asset in gestione.
A oggi Sunprime è uno degli operatori del settore che ha avuto maggior successo
nei bandi DMFER del GSE, con oltre 240 MW di progetti che si sono aggiudicati la
tariffa CfD del GSE, e oltre 150 MW in esercizio.
Noy Fund, Nofar e Sunprime di recente hanno siglato una joint venture per
sviluppare progetti fotovoltaici in Italia e, come viene riportato in un
articolo del febbraio 2021, l’accordo tra i tre grandi gruppi alimenta in
maniera sostanziale lo sviluppo di progetti rinnovabili di aziende israeliane in
Italia. La joint venture è volta alla gestione della fase di sviluppo fino alla
costruzione della pipeline, prevista entro il 2025. NoyFund e Nofar sono i due
principali fondi di investimento israeliani. Noy Fund incorpora la maggior parte
dei principali investitori istituzionali di Israele, tra cui Altshuler Shaham,
la Fenice, Menora, Clal, Migdal, Amitim, Meitav Dash, Psagot, Halman Aldubi,
Poalim Capital Markets e altri.
E’ interessante indagare i progetti, le costruzioni, gli investimenti che queste
aziende accorpate in Noyfund portano avanti nei territori occupati in
Cisgiordania. Di seguito un piccolo quadro per il quale riprendiamo la
descrizione da WhoProfits.
Clal finanzia Bar Amana Buildings Construction & Development Co,: è una società
di costruzione e sviluppo di proprietà del movimento di insediamento Amana (dal
movimento di insediamento della Central Cooperative Association Gush Emunim).
Amana è considerata il principale braccio di insediamento dei coloni, che lavora
per stabilire insediamenti illegali e avamposti nel territorio palestinese
occupato. L’azienda ha sede nel quartiere di Ma’alot Dafna nella Gerusalemme Est
occupata.
La società sviluppa e commercializza progetti residenziali in insediamenti in
tutta la Cisgiordania occupata, compresi quelli di Karnei Shomron, Adam-Geva
Binyamin, Efrat, Elazar, Alon Shvut, Ibei HaNahal, Adora, Beit Hagai, Beit
Yatir, Bruchin, Barkan, Dolev, Hemdat, Tal Menashe, Talmon, Tene Omarim,
Yitzhar, Kfar Tapuach,, Carmel, Ma’ale Levona, Neveh Tzuf (Halamish), Kiryat
Arba, Shim’a, Nofim, Susya, Ma’on, Ma’ale Hever, Ateret, Einav, Eli, Alei Zahav,
Ofra, Otniel, Pedu’el, Almog, Kiryat Netafim, Karnei Shonron,
Ha realizzato progetti per la costruzione di nuovi quartieri sempre negli stessi
insediamenti della Cisgiordania occupata, tra cui il quartiere Karmei Shilo
nell’insediamento di Shilo, il quartiere Nofei Mamre nell’insediamento di Kiryat
Arba e il quartiere Nofei Shim’a in quello di Shim’a.”
Questa società è il chiaro esempio del progetto concreto di occupazione dei
territori da parte di Israele, con costruzioni atte a imporre insediamenti
illegali.
MIGADAL finanzia Molitan Industries:
“Un produttore privato israeliano di filo per cucire. La società gestisce una
fabbrica a Barkan I.Z, una zona industriale di insediamento nella Cisgiordania
occupata”.
PSAGOT WINERY:
“Psagot Winery è la più grande cantina di insediamento della Cisgiordania
occupata, che produce circa 750.000 bottiglie all’anno e ha sede nella zona
industriale di Sha’ar Binyamin nel Consiglio regionale di Mateh Binyamin. Il
sito della cantina comprende un impianto di produzione di vino, una cantina e un
centro visitatori. Offre tour, ospita eventi, conferenze e seminari, e gestisce
un’enoteca, una caffetteria e un vivaio.I vini Psagot sono prodotti da uve
provenienti da diversi vigneti negli insediamenti di Psagot, Har Bracha, Elon
Moreh e dall’avamposto di Kida, la maggior parte dei quali sono stati piantati
su terreni palestinesi di proprietà privata. La cantina commercializza i suoi
vini etichettati come “Made in Israel“.”
Nofar è una delle più grandi aziende solari C&I (che si occupa di sistemi di
accumulo di energia Commerciali e Industriali) esistenti con oltre 2.000
progetti in tutto il mondo, che genera 350 MW di energia rinnovabile e oltre 90
MW in costruzione. Qui è possibile consultare i suoi risultati finanziari
https://ir.nofar-energy.com/investor-relations/financial-results, per quanto
riguarda SUNPRIME, ha provveduto a finanziarla con circa 185 milioni di euro
(prestito datato luglio 2024).
A novembre 2025 aprendo il sito di NOFAR energy compariva questo contatore:
Questo invece è quanto viene riportato sul loro sito in merito alla propria
“mission” :
“Stiamo ridefinendo il futuro dell’energia globale, ma c’è molto di più. Siamo
sempre alla ricerca di pionieri visionari, cercatori di sfide e persone devote
che si uniscano alla nostra crescita globale.
Siamo orgogliosi di essere un luogo di lavoro che offre pari opportunità
indipendentemente da razza, colore, ascendenza, religione, sesso, origine
nazionale, orientamento sessuale, età, stato civile, disabilità, identità di
genere o stato di veterano. Se hai una disabilità o un bisogno speciale che
richiede la nostra attenzione e assistenza nel processo di reclutamento, ti
preghiamo di farcelo sapere.”
NOFAR è legata all’azienda Cherriessa, che seleziona ed esporta verdure in
Russia e in Europa. Coltiva principalmente carciofi, peperoncini e pomodorini e
si trova nell’insediamento di Tomer nella valle del Giordano occupata. La
fattoria “Saada” è il più grande coltivatore di pomodorini, con 20 ettari in
coltivazione. Altri 10 ettari sono utilizzati per coltivare peperoni e
peperoncini.
PROGETTI Sunprime in Italia
Il fondo di investimento israeliano Noy Infrastructure & Energy Investment Fund,
con il partner Nofar Energy, ha effettuato un aumento di capitale di 15 milioni
di euro relativo all’accordo di investimento di 200 MW con Sunprime Generation,
produttore elettrico italiano specializzato nello sviluppo, costruzione e
gestione di impianti solari su tetti.
Su un articolo di startupitalia si legge che “Il gruppo Sunprime, attraverso le
controllate Sunprime Generation Srl e Sunprime Energia Distribuita Srl, con il
supporto degli investitori Noy Fund e Nofar Energy, ha chiuso un contratto di
project financing per 150 milioni di euro con un pool di banche austriache e
tedesche composto da Kommunalkredit Austria AG, che agisce come mandated lead
arranger e structuring bank, insieme a KfW IPEX-Bank e Norddeutsche Landesbank
Girozentrale (Nord LB), entrambe in qualità di co-arrangers. Il finanziamento
andrà a sostenere la realizzazione di un portafoglio di progetti fotovoltaici
greenfield in Italia per un totale di 216 MW, che comprende sia impianti su
tetto sia a terra su aree industriali, che beneficeranno di una tariffa fissa
per 20 anni concessa dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE) nell’ambito dello
schema incentivante del DMFER. Si tratta del più grande finanziamento mai
ottenuto in Italia per progetti fotovoltaici su tetti, e comunque tra i più
grandi nel settore delle rinnovabili in Italia negli ultimi anni.
Sunprime utilizza una narrazione molto efficace, un greenwashing che punta alla
cancellazione totale dell’origine dei propri profitti. Val la pena scorrere la
loro pagina facebook.
Moncrivello (VC), un impianto da 999 kWp attivo dal 2022, Maleo (LO), dove
sorge un impianto da 3.032 kWp attivo dal settembre 2023, di fotovoltaico a
terra in area a destinazione urbanistica produttiva con trackers monoassiali, a
Salussola in provincia di Biella, dove già sono presenti altri progetti
finanziati da aziende israeliane, e moltissimi altri da nord a sud Italia che
compaiono sul suo sito a questo link https://sunprime.it/progetti/
Sullo stesso sito appaiono inoltre vaghe informazioni a riguardo di nuovi
impianti BESS previsti per il 2026 : BESS in Sviluppo in “Varie Località” con
previsione di entrata in esercizio dicembre 2026. “Sunprime ha in sviluppo
numerosi progetti per la realizzazione di impianti di accumulo di energia
elettrica (BESS) su scala industriale, che insistono sia sulla rete di
distribuzione che sulla rete di trasmissione. I progetti sono dislocati su tutto
il territorio nazionale e ognuno di questi avrà una capacità di accumulo di 2-4
h. L’obiettivo è la stabilizzazione della rete elettrica fornendo servizi ai
gestori della rete, per consentire una gestione migliore della crescente
penetrazione della produzione rinnovabile.”
MASSAROSA (Lucca)
Così come risulta dal cartello all’entrata nel cantiere le società interessate
all’installazione dei pannelli fotovoltaici a terra risultano essere diverse,
prima delle quali la società committente Sunprime Solar Belt srl con sede a
Milano, capitale sociale 10.000 euro, socio unico Sunprime MT srl (dal
16/05/2024). L’impresa esecutrice è Sunprime Development srl con sede a Milano,
stesso indirizzo di cui sopra, con capitale sociale 10.000 euro, socio unico
Sunprime Holdings srl (dal 1/08/2025). L’impresa subappaltatrice è la SE.CO.
srl.
Sunprime Holdings srl con capitale sociale 17.123.300,00 euro: tra i soci
risultano la società Surge srl e vari soci italiani oltre a Andromeda Solutions
Korlatolt Felelossegu (Ungheria). Il presidente del CDA Shelach Ran Shaul è nato
in Israele e qui residente, così come uno dei consiglieri Yannay Ofer Yosef. Sul
sito della Sunprime srl è scritto che la società ha raccolto oltre 90 milioni di
euro di equity da Nofar Energy.
Questo progetto è stato ampiamente raccontato nel numero Confluenza 0.2 – La
difesa dell’Appennino, nel quale Anna racconta la storia di difesa del
territorio, dove sta venendo costruito un campo fotovoltaico promosso da
Sunprime, a sua volta finanziata da Nofar e NoyFund.
4. ELLOMAY
Ellomay Capital Ltd. è una società israeliana attiva nello sviluppo e nella
gestione di progetti di energie rinnovabili, quotata in borsa sia a New York che
a Tel Aviv con il ticker “ELLO”, e presente nei settori dell’energia solare, del
gas naturale, dell’idroelettrico a pompaggio e delle soluzioni per la
termovalorizzazione dei rifiuti. Fondata nel 2009, l’azienda ha costruito e
acquisito nel tempo un portafoglio diversificato di asset nei mercati
energetici, con impianti in esercizio e progetti in sviluppo in varie nazioni,
inclusi progetti di foto e agrivoltaico in Italia, Spagna e Stati Uniti, e
partecipazioni in impianti in Israele.
Negli ultimi anni l’Italia sembra essere una delle frontiere di espansione
europea puntate da Ellomay. Il suo portafoglio italiano comprende impianti
fotovoltaici già collegati alla rete e altri progetti “ready to build” (pronti
per la costruzione), e si prevede che la capacità totale dei progetti italiani
raggiungerà centinaia di megawatt con una pipeline in costruzione e sviluppo che
si collega anche a gare nazionali per tariffe incentivanti.
In sintesi, la strategia del modello di business di Ellomay vede nell’Italia
un’occasione per portare proprie competenze in un mercato favorevole, sia dal
punto di vista della competitività attuale sia degli incentivi, come
sottolineato dall’articolo dal titolo Società israeliana firma accordo per
aumentare di 5 volte asset fotovoltaici in Italia.
Investitori
Per supportare finanziariamente la crescita di questo portafoglio italiano, nel
2025 Ellomay ha concluso una significativa operazione di investimento con Clal
Insurance Company Ltd., un importante investitore istituzionale israeliano.
Come riportato sul loro sito ufficiale : “Tel-Aviv, Israele, 20 giugno 2025
(GLOBE NEWSWIRE). Ellomay Capital Ltd., produttore e sviluppatore di energia
rinnovabile e progetti energetici in Europa, Israele e Stati Uniti, ha
annunciato oggi la chiusura dell’operazione di investimento con Clal Insurance
Company Ltd. (Clal), un importante investitore istituzionale israeliano, nel
portafoglio solare da 198 MW della società, composto da progetti operativi e
progetti in costruzione e sviluppo in Italia. A fronte del suo investimento nel
portafoglio solare italiano, Clal ne ha ricevuto una partecipazione del 49%.”
La struttura dell’operazione prevede la costituzione di una nuova società in
partnership (Israeli LP), in cui Ellomay agisce come general partner e insieme a
Clal detiene partecipazioni nel veicolo che controlla sette società italiane
titolari dei progetti fotovoltaici, comprendenti sia impianti già in esercizio
sia quelli pronti per essere costruiti. Nell’ambito dell’accordo è previsto
anche un diritto di “first look” per Clal su futuri progetti italiani di
Ellomay, consentendo al partner di valutare investimenti analoghi in altri asset
che raggiungano lo stato di “ready to build”. La transazione include inoltre
strumenti come warrant per l’acquisto di azioni ordinarie di Ellomay, che
possono essere esercitati secondo determinate condizioni di mercato come parte
del pacchetto complessivo di investimento.
Lo schema finanziario tra Ellomay e Clal riflette un modello di co-investimento
istituzionale in infrastrutture energetiche rinnovabili, in cui un developer
quotato porta asset e pipeline di progetti, mentre un investitore istituzionale
apporta capitale di lungo termine, con un equilibrio di quote di partecipazione
(51 % per Ellomay e 49 % per Clal) e diritti di governance che consentono a
Ellomay di continuare a dirigere e sviluppare le attività, beneficiando al
contempo del sostegno finanziario di un partner stabile nei propri mercati
chiave.
Clal Insurance Enterprises Holdings, la controllata di Clal coinvolta nella
partnership, è un gruppo finanziario e assicurativo israeliano con attività in
assicurazioni, pensioni e servizi finanziari per clienti privati e aziende.
Sebbene non sia indicato nel comunicato ufficiale sulla partnership con Ellomay,
ricerche più ampie indicano il ruolo di Clal, insieme ad altre grandi
assicurazioni israeliane, nel facilitare economicamente le dinamiche di
occupazione e colonizzazione che violano i diritti dei palestinesi, come
approfondito dal gruppo di ricerca WhoProfits. Oltre alla sua attività
principale come grande gruppo assicurativo e finanziario israeliano, la società
è stata attenzionata per essere complice nell’espansione e nel sostegno
economico dell’occupazione israeliana nei territori occupati. Clal ha fornito
infrastrutture finanziarie e prestiti a imprese edili coinvolte nella
costruzione di insediamenti in Cisgiordania occupata, trattenendo diritti e
garanzie su progetti immobiliari in colonie come Karnei Shomron, Beit Arye,
Beitar Ilit, Efrat, Ariel e Kiryat Arba. La società ha inoltre partecipato al
finanziamento di progetti militari e di infrastrutture statali israeliane (per
esempio il campus ICT per il Ministero della Difesa e la sede della polizia di
Yarkon) e, attraverso partecipazioni azionarie in imprese come Elbit Systems,
Shikun & Binui, Electra, in banche come Hapoalim, Discount e Leumi, è esposta ad
attività collegate alla costruzione di insediamenti, alle infrastrutture di
controllo e sfruttamento di risorse nei territori occupati (incluso il Golan
siriano), trasporti ai coloni e forniture all’apparato di sicurezza israeliano.
PROGETTI su suolo italiano
CASCINA VALMAGRA (Alessandria)
Il progetto Spinetta Marengo Solar 1, il cui iter amministrativo è quasi
concluso dopo la chiusura della conferenza dei servizi, riguarda la
realizzazione di un grande impianto agrivoltaico su circa 24 ettari di terreno
agricolo nella zona di Cascina Valmagra, a Spinetta Marengo (Alessandria), e
prevede l’installazione di oltre 33.000 moduli fotovoltaici sollevati a circa
4,7 metri dal suolo, con potenza complessiva di quasi 20 MWp. Riportiamo qui un
articolo de La Stampa dal titolo L’agrivoltaico mette a rischio la cascina in
terra cruda del 1600: “Fermate il progetto”, del 9 dicembre 2025.
Nel caso di Spinetta Marengo Solar 1 il contratto di acquisto delle particelle
catastali che compongono l’area è stato firmato da Carlo Maria Magni in qualità
di procuratore per conto di Ellomay. Magni risulta essere CEO di ReFeel, una
società italiana attiva nel settore delle energie rinnovabili che opera come
contractor EPC (Engineering, Procurement and Construction:
https://refeel.eu/it/distributed-generation/), ovvero occupandosi di
progettazione, acquisto dei componenti e costruzione di impianti fotovoltaici e
servizi correlati in diversi Paesi. ReFeel ha uffici in Italia e all’estero, è
impegnata da anni nello sviluppo di soluzioni PV “chiavi in mano” (oltre che in
Italia si dichiara all’opera a Panama e in Colombia) e si pone come partner
tecnico nell’intera filiera di realizzazione degli impianti. In questo caso la
procura di ReFeel riguarda i terreni, interpretati quindi come “componenti”
necessari per realizzare l’impianto agrivoltaico, oggetto dell’accordo di
compravendita.
Il progetto ha però suscitato ferma opposizione da parte del territorio. Già in
fase preliminare il Comune di Alessandria aveva espresso parere negativo,
evidenziando tra l’altro come l’attraversamento da parte del cavidotto
dell’impianto di aree in fascia fluviale del Bormida comporti rischi
idrogeologici e sottolineando la mancata definizione di adeguate compensazioni
economiche a favore dell’ente locale, quantificate in 1,8 milioni di euro e non
ancora fissate nella conferenza dei servizi. Il Comune ha inoltre richiamato la
proliferazione di impianti fotovoltaici nel territorio provinciale e la
necessità di frenare il consumo indiscriminato di suolo agricolo.
Il comitato “Salviamo le cascine” è diventato uno dei principali soggetti di
opposizione, sollecitando la Provincia di Alessandria a dire “no” alla
realizzazione dell’impianto e depositando osservazioni formali. Il comitato ha
evidenziato i rischi per la Cascina Valmagra, un edificio storico del 1600
realizzato in terra cruda e tutelato dal piano regolatore e dalla normativa
regionale, sottolineando che le vibrazioni delle macchine in cantiere potrebbero
causare fessurazioni e danni strutturali. Ha inoltre argomentato sull’impatto
negativo sull’uso agricolo dei suoli, sulla perdita di superfici agricole,
sull’alterazione del paesaggio rurale e su apparenti violazioni delle norme
paesaggistiche, chiedendo un atto di responsabilità da parte della Provincia.
Oltre al comitato, si sono dichiarate contrarie all’impianto numerose
associazioni come Vivere in Fraschetta, Campagne Turchesi, Fotovoltaico Terre,
la Consulta per il paesaggio, l’agricoltura e le rinnovabili e il comitato
Tuteliamo l’agricoltura.
La decisione finale della Provincia di Alessandria su Spinetta Marengo Solar 1,
attesa dopo le osservazioni, con il territorio in attesa di una pronuncia che
possa bilanciare gli obiettivi di sviluppo delle energie rinnovabili con la
tutela del paesaggio, dell’agricoltura e dei beni storici locali.
CASCINA MADDALENA (Alessandria)
Il progetto per la costruzione e l’esercizio di un impianto fotovoltaico
denominato “ELLO3”, con una potenza nominale di circa 15,24 MW e comprensivo
delle opere di connessione alla rete di trasmissione nazionale (RTN), è stato
formalmente presentato tramite Procedura di Valutazione di Impatto Ambientale
(VIA) statale presso il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE), ai sensi
dell’articolo 23 del Decreto legislativo 152/2006. Ellomay Solar Italy Three
S.r.l. è incaricata dello sviluppo del progetto nella zona di Cascina Maddalena,
un’area a sud del centro urbano di Alessandria caratterizzata da terreni
agricoli e corridoi naturalistici.
La storia del progetto inizia alcuni anni prima dell’attuale fase procedurale.
Già nel 2019 era stata presentata una prima richiesta di modifica urbanistica al
Piano regolatore comunale per consentire l’installazione di un impianto
fotovoltaico in quell’area, ma nel 2021 l’iter era stato sospeso e il relativo
via libera ritirato in autotutela dal Comune di Alessandria per ragioni tecniche
e di piano urbanistico. Nel 2020 Ellomay ha rilanciato l’idea parlando di un
impianto di tipo agrivoltaico e avviando la procedura di Valutazione d’Impatto
Ambientale presso il MiTE. Nell’ambito dell’iter istruttorio statale, anche la
Soprintendenza Speciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha
espresso un parere tecnico istruttorio relativo al progetto “ELLO3”, confermando
la presentazione del documento VIA e la validità della procedura di valutazione.
Tale progetto, come gran parte dei piani fotovoltaici di Ellomay in Italia, è
inserito nel più ampio portafoglio solare italiano del gruppo: Ellomay Capital
Ltd.
La presentazione di “ELLO3” ha incontrato forti resistenze e critiche da parte
delle istituzioni locali e di alcuni gruppi civici, come diffuso anche sui
quotidiani in un articolo dal titolo Alessandria dice no a 16 ettari di pannelli
di nuovo agrivoltaico del novembre 2024. Già nel 2024 infatti il Consiglio
Comunale di Alessandria ha bocciato una proposta di variante urbanistica che
avrebbe consentito l’installazione dei pannelli nell’area di Cascina Maddalena,
evidenziando un contrasto tra la pianificazione urbanistica vigente e la
trasformazione di vaste superfici agricole in impianti fotovoltaici. I
rappresentanti pubblici e politici locali hanno definito l’opera come
potenzialmente impattante sotto il profilo paesaggistico e urbanistico,
sottolineando come il progetto “deturpi il paesaggio, comprometta corridoi
naturalistici e contraddica il Piano regolatore”, e sia espressione di una
“speculazione urbanistica mascherata da transizione ecologica”. In questa fase
amministrativa, oltre al Consiglio Comunale, anche la Provincia di Alessandria
(che svolge funzioni di ente competente per l’autorizzazione unica) ha
manifestato posizioni critiche o di cautela, dando seguito alle osservazioni di
amministratori e associazioni contrarie alla proliferazione di grandi impianti
su suolo agricolo di pregio e in aree con valore paesaggistico e naturalistico.
Il destino autorizzativo finale del progetto rimane ancora da definire con il
prosieguo dell’iter amministrativo.
NOVI LIGURE
Il progetto, recentemente autorizzato, come sottolinea l’articolo di RadioGold
“Mentre si dibatte sul parco eolico dell’alta Val Borbera, è stata autorizzata
la costruzione della grande centrale agrivoltaica di Novi Ligure, che sorgerà
lungo via Mazzini nei pressi dell’aeroporto”, prevede la realizzazione di una
centrale agrivoltaica a Novi Ligure, su un terreno agricolo di circa 16 ettari
dove far sorgere un impianto con una potenza installata di 14,5 MW, capace di
generare oltre 23.000 MWh di energia all’anno. L’impianto sarà composto da circa
23.000 pannelli montati su torrette con inseguitori solari e promette di
integrare attività agricole come la coltivazione di erbe e la produzione di
miele tramite arnie dedicate. La connessione alla rete avverrà attraverso due
nuove cabine di consegna e un cavidotto interrato di media tensione di oltre 3
km.
(https://www.ilmoscone.it/2023/02/nuova-centrale-fotovoltaica-a-novi-dove-sara-realizzata/)
MASSERANO (Biella)
Impianto nel biellese (Masserano) già approvato, anche con le verifiche di
ottemperanza superate. A promuoverlo uno studio tecnico biellese, Land Live,
dell’ing. Riccardo Valz Gris.
Conclusioni e interpretazione nel quadro di riferimento più ampio
I progetti di energie rinnovabili in Italia, come quelli sviluppati da Ellomay e
dalle altre aziende prese in esame, non possono essere compresi pienamente se
vengono letti solo come tasselli della transizione energetica. Questi si
collocano piuttosto dentro il quadro del capitalismo finanziarizzato, in cui lo
spazio (che sia urbano o rurale) viene trattato come una merce finanziaria e
messo a valore attraverso dispositivi giuridici, tecnici e politici che ne
garantiscono la trasformazione rapida, prevedibile e quindi redditizia. In
questo senso il fotovoltaico e l’agrovoltaico non rappresentano un’alternativa
al modello estrattivo, ma ne costituiscono una riconfigurazione.
Nel capitalismo neoliberista finanziarizzato, attori come compagnie
assicurative, fondi pensione e investitori istituzionali hanno smesso da tempo
di limitarsi alla gestione del rischio o alla raccolta del risparmio. Essi
operano come soggetti centrali nell’organizzazione materiale dei territori,
investendo in infrastrutture, immobili, reti energetiche e grandi opere. Il caso
della partnership tra Ellomay e Clal Insurance rende esplicita questa dinamica:
un grande gruppo assicurativo non entra nei progetti per produrre energia, ma
per incorporare porzioni di territorio in un portafoglio finanziario che deve
garantire rendimenti stabili, elevati e di lungo periodo. L’impianto
fotovoltaico, in questa logica, non è che un dispositivo strumentale perché il
suolo agricolo diventa un asset finanziario.
Affinché questo processo funzioni, lo spazio deve essere reso disponibile come
“merce”, astratto dal suolo, scomponibile e trasferibile. È qui che entrano in
gioco le filiere di procurement e i soggetti tecnici come ReFeel, che operano
come mediatori fondamentali tra finanza e territorio. Il terreno agricolo, la
cascina storica, il paesaggio rurale o il corridoio naturalistico non sono più
luoghi abitati o ecosistemi complessi, ma “componenti” del progetto, al pari dei
moduli fotovoltaici o dei cavidotti. La procura per l’acquisto dei terreni,
esercitata da un contractor EPC, segnala proprio questo slittamento: la terra
viene trattata come input produttivo necessario alla realizzazione
dell’infrastruttura, e dunque come costo da ottimizzare e neutralizzare sul
piano politico e amministrativo.
Come avviene per la finanziarizzazione dell’urbanistica (di cui parla Alessandro
Volpi nel suo articolo dal titolo La vicenda urbanistica milanese ha molto a che
fare con la finanza, pubblicato su Altreconomia nel luglio 2025), anche nei
progetti energetici la redditività dipende da alcune condizioni chiave: la
riduzione al minimo degli oneri e delle compensazioni richieste dagli enti
locali, la certezza delle autorizzazioni, l’accorciamento dei tempi procedurali
e quindi una costante pressione verso la semplificazione normativa. Le
resistenze dei Comuni, delle Province, dei comitati e delle associazioni non
sono in quest’ottica incidenti marginali, ma attriti che introducono incertezza,
ritardi e costi che minano la logica finanziaria del progetto. E così la
delegittimazione delle opposizioni come NIMBY e la presentazione di ogni critica
come un ostacolo ideologico alla transizione ecologica.
In questo quadro, l’occupazione della Palestina non è un crimine lontano o una
preoccupazione morale, ma rappresenta il modello estremo e paradigmatico di
questa messa a disposizione dello spazio. Nei territori occupati la
trasformazione della terra in infrastruttura avviene attraverso un livello di
semplificazione radicale: l’azzeramento dei diritti politici della popolazione
colonizzata, l’espropriazione sistematica, la militarizzazione e il controllo
totale del territorio. Le compagnie assicurative israeliane come Clal hanno
operato e operano in questo contesto finanziando insediamenti, infrastrutture e
apparati di sicurezza, dimostrando come la violenza coloniale possa funzionare
da acceleratore perfetto della valorizzazione dello spazio.
Quando questi stessi soggetti entrano nei mercati europei delle rinnovabili, non
esportano direttamente l’occupazione militare ma ne trasferiscono la razionalità
economica: la terra deve essere disponibile, sgombra da conflitti, rapidamente
convertibile in asset e protetta da un quadro normativo favorevole agli
investitori. La differenza tra la Cisgiordania occupata e le campagne di
Alessandria non è dunque di natura strutturale, ma di grado. Dove non è
possibile imporre la disponibilità dello spazio con la forza, si ricorre a
dispositivi amministrativi, retoriche emergenziali (la crisi climatica trattata
come emergenza), incentivi economici e procedure straordinarie che comprimono il
dibattito democratico, la salvaguardia storico-paesaggistica e la pianificazione
territoriale.
I conflitti su Cascina Valmagra e Cascina Maddalena ci mostrano questo
meccanismo. La difesa del suolo agricolo, del paesaggio e dei beni storici entra
in collisione con una filiera finanziaria che non può permettersi rallentamenti
o incertezze. In nome della transizione energetica si chiede ai territori di
accettare una trasformazione irreversibile, mentre i benefici economici
principali vengono catturati da soggetti finanziari transnazionali. La questione
non è se vogliamo più energie rinnovabili, ma a quali condizioni e per conto di
chi. Se la transizione richiede che lo spazio venga trattato come una merce e
reso disponibile secondo una logica che trova il suo modello più coerente
nell’occupazione coloniale, allora è più che legittimo, anzi doveroso, chiedersi
se questa sia davvero una transizione sostenibile, o piuttosto l’ennesima
riconfigurazione, anche se “verde”, di un sistema di accumulazione che continua
a produrre disuguaglianze, espropriazioni e devastazioni ambientali.
1. https://itrade.gov.il/italy/2024/01/12/israele-si-afferma-come-un-pioniere-nel-settore-delle-energie-rinnovabili/
↩︎
2. Assemblea STOP RIARMO, Torino, Un opuscolo su riarmo, genocidio e logistica
della guerra, Infoaut, 24 ottobre 2025.
https://www.infoaut.org/approfondimenti/un-opuscolo-su-riarmo-genocidio-e-logistica-della-guerra
↩︎
3. NORA MIRALLES, CARLOS DÍAZ, FELIP DAZA, The complicity of the Spanish
financial sector in the occupation of Palestine. The case of solar energy
and Greenwashing, scaricabile in pdf su internet. ↩︎
4. General Electric su Who Profits:
https://www.whoprofits.org/companies/company/6337?general-electric
↩︎
5. Minrav su Who Profits: htt
ps://www.whoprofits.org/companies/company/3801?minrav-group ↩︎
6. Nextcom su Who Profits:
https://www.whoprofits.org/companies/company/6347?nextcom-group
↩︎
7. MIgdal Insurance su Who Profits:
https://www.whoprofits.org/companies/company/7346?migdal-insurance-and-financial-holdings
↩︎
8. Mastrodonato, L., Le aziende israeliane che fanno affari con le rinnovabili
in Italia, Internazionale, 13 gennaio 2026
https://www.internazionale.it/reportage/luigi-mastrodonato/2026/01/13/aziende-israeliane-rinnovabili-italia
↩︎