Padova: Due Palazzi, Arcella. Dal carcere alle strade
Riceviamo e diffondiamo: Veneto, luglio 2026 Note a partire dai recenti atti di insubordinazione nel carcere di Padova e dalle opposizioni spontanee ai rastrellamenti razziali nei quartieri Carcere Due Palazzi di Padova Di uno sbirro all’ospedale non possiamo che rallegrarci, specie se a mandarcelo è un carcerato. Sappiamo quanto possa costare ogni atto di vita, ogni più piccola presa di libertà dentro le galere dello stato. La nostra, però, è un’allegria spuntata, un odio per un mondo che non riconosciamo che si mischia all’amore per la vita che resiste, tradendo mondi vivi possibili e presenti, mondi testimoni della sconfitta di questo presente che con tutti i suoi sforzi ancora non riesce nel suo intento totale di morte. Domenica 21 giugno un detenuto in isolamento al carcere Due Palazzi di Padova si rivolta contro i suoi carcerieri. All’ennesimo rifiuto di poter usare la palestra della sezione ha fatto a pezzi la sua cella per poi scagliarsi contro gli aguzzini in divisa intervenuti per fermarlo, mandandone uno all’ospedale. La settimana prima, ancora un carcerato in isolamento si era opposto al divieto dei secondini di prendere un caffè con un altro detenuto, decidendo di vendicarsi dei soprusi subiti fino ad allora e destinando al pronto soccorso tre guardie. Il 21 maggio un’altra aggressione contro la penitenziaria, per l’ennesimo divieto discrezionale immotivato posto ad un detenuto. Detenuto che ha prontamente proceduto a ricordare che le violenze agite dallo stato e dai suoi servi, anche le più quotidiane, hanno un prezzo: in quel caso un setto nasale rotto e qualche lesione su braccia e mani di tre sbirri. Non ci interessa stare a fare stime su quanta disperazione, quanta rabbia o quanta coscienza abbiano motivato questi gesti, quanto il caldo che rende quei posti roventi e ancora più ostili alla vita sia stato determinante, o quanto i colpi quotidianamente inferti alla dignità umana siano diventati intollerabili. Ciò che ci preme in questo testo è illuminare una radice comune sottesa a quello che sta accadendo al Due Palazzi, ma anche in ogni carcere e cpr che sia, nelle strade e negli istituti di pena minorile. Spontanea e informale si generalizza con nuovo vigore una richiesta di vita tra persone che abitano luoghi distanti in questo mondo, temporalità ed esperienze diversissime: senza che una coscienza politica ben formata sia essenziale, senza che assemblee e riunioni varino la rivolta, questa si accende e si interra carsicamente, abitando le vite dellx ultimx di questa società. Una rivolta che è vita, che è umanità che si riprende il mondo a partire dai più piccoli atti di insubordinazione al destino carcerario (materiale o sociale che sia) e che dà corpo ad una tensione di libertà che è personalissima ma già sempre collettiva. Assistiamo ad un’unica, profonda ed umana richiesta di vita che recita: “Aria!”. Quartiere Arcella, Padova Procede a tappe serrate il programma mortifero di occupazione militare dei territori e di sottomissione delle popolazioni portato avanti dal cosiddetto stato italiano: le istituzioni, con i rami sociali e civili conniventi, approntano gli attacchi decisivi alle ultime province della vita negli spazi-tempi che amministrano, tracciando le vie che conducono all’annichilimento generalizzato. Ma qualcosa di imprevisto sta rovinando questi propositi. Nel mondo della guerra totale si moltiplicano i fronti esterni e si irrobustiscono quelli interni: leggi e nuove narrazioni inaspriscono la repressione accettabile per chi si oppone allo stato delle cose, per tutte quelle resistenze sociali (dalla delinquenza all’illegalità) e/o politiche (basti soffermarsi sulle campagne anti-anarchiche che stanno avendo i loro dolorosi sviluppi) non recuperabili nei fittizi meccanismi del dialogo democratico. In questo scenario le città si svuotano dellx indesideratx, e Padova non fa eccezione. I quartieri cambiano volto mentre viene inesorabilmente portato avanti il programma statale di morte che sta avvelenando gli ultimi pozzi di umanità scavati dalle comunità resistenti in ogni dove. Le grandi opere infrastrutturali segnano il tessuto materiale e umano delle città: in nome del profitto e dell’interesse generale, ovverosia dello stato e dei suoi progetti, il territorio viene deturpato, espropriato alle comunità che vi si erano radicate e consegnato a chi può farne qualcosa di più economicamente remunerativo o strategicamente efficace. Sfratti e daspi informali dalle zone in via di riqualificazione sono consegnati allx indesideratx attraverso fluttuazioni di mercato, emergenze giornalistiche e soprusi ad opera di sbirri particolarmente zelanti. L’accesso a interi quartieri viene sottoposto, anche attraverso le “zone rosse”, a checkpoint polizieschi ben coperti mediaticamente da un’opinione pubblica addomesticata e prezzolata, pronta a soffiare benzina sui venti caldi del razzismo e del classismo fortemente radicati tra alcuni strati della cittadinanza. In questo contesto, gli ultimi anni hanno permesso un buon rodaggio di nuovi meccanismi che concretizzano l’ispirazione razzista dello stato: al fianco del perfezionamento in atto del sistema dei Cpr ne vediamo il suo ampliamento ed il cementarsi di retoriche razziste ad ogni altezza sociale, assieme ad un robusto impianto normativo e di prassi che ne permetta un’agibilità ampia e incontestata. L’istituzione delle zone rosse e la presenza ormai diventata consuetudine di presidi polizieschi permanenti nelle zone a più alta presenza di persone con background migratorio sono solo alcuni esempi di come il razzismo di stato privilegi alla base dei suoi meccanismi un programma massivo di profilazione e persecuzione razziale, che getta le basi per retate, rastrellamenti e deportazioni. Così, interi pezzi di comunità razzializzate, povere o marginalizzate per etnia, provenienza geografica o religione sono lentamente costrette a spostarsi altrove, in zone più lontane dagli occhi dell’opinione pubblica e degli investitori. Nel solo 2025 a Padova, una città da poco più di 200.000 abitanti, sono state identificate quasi 80.000 persone razzializzate, con grande giubilo del questore e delle istituzioni. E quando parliamo della città che si svuota non lo facciamo solamente per l’allontanamento dal perimetro cittadino a cui stanno venendo costrette larghe fette di popolazione, ma ci riferiamo alle oltre 200 persone fermate in strada per un controllo e trattenute per essere immediatamente spedite in un Cpr dall’altro capo dell’Italia senza che nessunx sia avvertitx di ciò (parenti, amicx o avvocatx), o alle 100 persone fermate e condotte nella camera di sicurezza della questura che poi sono state direttamente accompagnate in frontiera. A queste possiamo affiancare gli oltre 150 provvedimenti di espulsione consegnati nelle mani di chi, da lì a pochi giorni, sarebbe stato costretto ad uscire dal territorio nazionale. Più di una persona al giorno, nella sola città di Padova, è stata presa per essere portata in un Cpr, alla frontiera o per essere rilasciata con un ordine di rimpatrio. Questi numeri dimostrano come la macchina del razzismo di stato stia funzionando a pieno ritmo, ma testimoniano anche la piena omertà della società civile e delle istituzioni politiche sull’operato e le direttive inoltrate dal ministero degli interni e felicemente applicate dall’apparato di sicurezza pubblica locale. Negli scorsi mesi si sono verificati vari episodi di resistenza ai rastrellamenti portati avanti quotidianamente in città dalla polizia. In Arcella, una delle zone cittadine più colpite da operazioni sbirresche di profilazione e persecuzione razzista, alcune persone razzializzate sono intervenute spontaneamente durante due fermi particolarmente violenti: assistendo all’ennesimo sopruso in divisa, si sono opposti verbalmente e fisicamente al fermo, rallentando le operazioni e attirando l’attenzione del circondario su ciò che stava succedendo e riuscendo a liberare i malcapitati dalle grinfie degli sbirri, facendo allontanare le pattuglie dalla zona. Episodi come questi, seppur si possonocontare sulle dita di una mano, ci sembra testimonino qualcosa di prezioso. Non sono così rare le storie di chi sceglie di agire spontaneamente nonostante la disparità con il nemico che lx si para dinnanzi e con i suoi mezzi: il racconto di queste storie solitamente ci giunge quando a viverle è qualche “gruppo politico” animato da buone idee e dall’intenzione di applicarle. Ma quando ad esserne protagonisti sono persone senza appartenenza politica e razzializzate, queste storie ci sfuggono; altre memorie vivono, memorie che non ci appartengono e che non ci parlano, racconti segreti e sediziosi che stanno al cuore di comunità a noi sconosciute. Non è quindi nostra intenzione spendere altre parole sulla dinamica dei fatti, non ci interessa trarne benefici tattici o narrare qualcosa che, a nostro parere, debba rimanere sotterraneo, nascosto nei cuori di chi la agisce e delle tradizioni che intesse. Ci piacerebbe sottolineare, però, come i fuochi della vita continuino a incendiare gli animi dell’umanità, come siano indomabili le fiamme di libertà che continuano ad accendersi in ogni dove. Nonostante la miseria e il dolore a cui questo mondo ci destina, nonostante le risorse e i soldi spesi a sostentare l’ imponente e mostruosa macchina statale di morte, nonostante le vite immolate per combattere la battaglia di un mondo più sicuro, perché ormai inerte e inabitabile, combattivamente la vita continua a fiorire e a diffondersi. Saremo ciò che il delitto ha fatto di noi Trafittx da uno sguardo, farfalla fissata su di un tappo di bottiglia, tutti possono vedermi, tutti possono sputarmi addosso. Lo sguardo di questa società fa di me materia costituita. Eppure bisogna vivere, voglio farlo. Anche se alla gogna, la gola stretta in un collare di ferro. Bisogna vivere, ancora non sono argilla, non m’importa che si fa di me, ma ciò che faccio io stessx di ciò che hanno fatto di me. Spacciatorx, delinquenti, teppistx, rapinatorx, ladrx, terroristx: ognunx di noi condivide un tacito impegno alla guerra. Non mera negligenza, o una distruzione noncurante, ma una dedita avversione all’idea stessa di questa società, alla silenziosa guerra che l’ha fondata e che, con la cieca forza della legge e della giustizia, continua incessante a rifondarla. Dal momento che ci rendono la vita invivibile, vivremo quest’impossibilità di vivere come l’avessimo creata apposta per noi. Vogliamo il nostro destino, anche questo destino terribile. Vogliamo la nostra vita, per amarla e odiarla. Certamente la sventura è una cifra delle nostre vite, certamente indica qualcosa. Ma ormai non si tratta più di comprendere, ma di agire. Agire la nostra vita invivibile, agire quella maledizione che ci marchia e che dal fondo del nostro passato risale fino a questo presente. La faremo nostra, e la lanceremo davanti a noi: traccerà la rotta del nostro avvenire. Era il nostro cruccio, ne faremo la nostra missione, la nostra buona, maledetta, balorda stella. Se noi siamo criminali, il nostro crimine è la libertà: la libertà di sottrarci alla miseria di questo mondo, di derubarlo, di imbrattarlo, di rovinarlo, di sabotarlo. Dalle galere alle strade fioriscono umanità illegali, umanità minori e spurie che vivono sotto la pelle di questo mondo morente. In un mondo senza cielo, senza luce, senza aria, noi abbiamo la nostra stella. E tanto ci basta. A questa dolce e speranzosa guerra, all’odio che ci fonda le ossa e irrobustisce la memoria, all’amore che ci lega e ci anima. Per lx compagnx mortx e quelle portateci via. Per le persone messe dentro a una gabbia o tenute in cattività. Che guerra sia.
Carcere
Stato di emergenza
Stakka Stakka Speciale A/I 01/09/26
AUTISTICI/INVENTATI SOTTO ATTACCO! In questa puntata parliamo dell’attacco del governo Trump ad Autistici/Inventati e delle implicazioni pratiche delle sanzioni. In un’intervista con un compagno dell’hacklab underscore ripercorriamo la storia del collettivo e dei precedenti tentativi della repressione italiana di colpirne l’infrastruttura, e di come essa si sia evoluta in risposta. Per approfondimenti vi consigliamo: * Il comunicato in risposta al congelamento del conto bancario. * La FAQ del collettivo A/I * The server called Paranoia di Sabot Media * +KAOS: il libro dei 10 anni della storia del collettivo. * L’intervista con Sabot Media
repressione
autistici
L’avanzata atlantica del neofascismo@1
In vista delle elezioni midterm, facciamo una cronologia ragionata e non esaustiva del trumpismo e dei legami che si saldano tra Stati, capitale e movimenti neonazisti. Maccartismo 2.0, criminalizzazione delle lotte sociali, dell’antifascismo, della solidarietà alla Palestina, attacchi alle infrastrutture di comunicazione libere e fuori dalle logiche di mercato, pesanti ingerenze nella politica estera, sanzioni, dazi e altre forme di violenza economica… tutto questo e molto altro nel primo anno e mezzo del secondo mandato di Trump! (e in Europa non va meglio) Con un compagno del comitato antirep di Milano facciamo il punto dei vari filoni del processo per i “fatti di Budapest”, lanciamo gli appuntamenti delle prossime settimane in solidarietà a tuttx lx antifa e per la difesa delle lotte sociali. Per Maja, contro l’estradizione di Gino e Zaid, free all antifas! Assemblea nazionale 5 settembre h. 11 @ Acrobax Chiudiamo con alcune notizie sulla repressione del fronte interno statunitense.
antifascismo
repressione
USA
guerra
Trump
Overjoy 291
Martedì’ 1 Settembre 2026 – Overjoy 291 Quest’oggi, in ordine di apparizione, musiche da Busta Rhymes, J Dilla, Cie, TRILLIAN, C.S. Armstrong, Talib Kweli, Dalida, Tena Stelin, Danny Red, Soul Revivers, Johnny Clarke, Earl Sixteen, Spring Wata, ROCKERS DISCIPLES, CALIBUD MUSIC, Bushman, Zamunda, Fantan Mojah, Solo Banton, Gentleman’s Dub Club, Mungo’s Hi Fi, Kabaka Pyramid, Pressure Busspipe, Chuck Fenda, Chezidek, Shakaroot, Chaka Demus, Isha Bel, Ras Teo, The 18th Parallel, Nightshade, Young Kulcha, Roberto Sánchez, JonnyGO Figure, Afrikan Simba, Blackboard Jungle, Vivian Jones, Sandi ed Anthony John
dub
OverJoy
reggae
roots
Trump sanziona Autistici/Inventati senza passare da un tribunale!
Commentiamo a caldo i fatti della settimana con una edizione extra e danticipata di Hack or Die, vista la gravità di ciò che è successo. Insieme a Francesca Albanese, osservatrice ONU, il ministero del Tesoro americano ha messo ingiustamente nelle liste di sanzioni “causa Terrorismo” anche Autistici/Inventati! Si direbbe un’allucinazione ed invece è un piano politico della destra America: Attaccare il dissenso e colpire le opinioni, con sanzioni economiche e senza passare dai tribunali.  Questa la puntata in cui commentiamo il piano tecnico della faccenda, chiaramente c’è di più, ma dovete accontentarvi per il momento. PUNTATA: https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/09/20260901-AUTISTICI.ogg Scarica la puntata: 202609 AUTISTICI.ogg Link https://inventati.org https://mastodon.bida.im/@cavallette https://keepITfree.ai
puntata
approfondimento
sorveglianza di massa
LISTE NERE U.S.A, AUTISTICI/INVENTATI, CENSURA GLOBALE [con Avv. G. Vitale] – Minaccia di A/I o di AI? – Ucraina e diplomazia tecnomilitare… come Israele?@2
Estratti dalla puntata del 31 agosto 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia LISTE NERE, TERRORISMO ANTIFA E CENSURA GLOBALE Il 26 agosto 2026 il collettivo Autistici/Inventati (A/I) è stato inserito in una lista nera del Dipartimento del Tesoro statunitense che include anche l’organizzazione della diaspora palestinese Masar Badil (Palestinian Alternative Revolutionary Path Movement), e il movimento britannico Palestine Action. Il collettivo non è accusato di aver compiuto azioni criminali, ma di aver consentito l’anonimato online e strumenti di comunicazione protetta grazie alle sue strutture autogestite. In compagnia dell’avvocato Gianluca Vitale, che si sta occupando della tutela legale di Autistici/Inventati, affrontiamo diversi aspetti politici, geopolitici e geotecnologici della vicenda: dall’attacco alla libera comunicazione del pensiero, alla censura facilitata anche da normative come il Digital Service Act europeo, all’utilizzo delle liste nere come esercizio di egemonia repressiva su scala globale, alla possibile influenza sulle autorità italiane e a ripercussioni legali, fino al conflitto intrinseco tra il modello di interazioni digitali difeso da A/I e quello dei colossi del web statunitensi. / / / intervista a un compagno di Hacklab Torino A margine riprendiamo alcune cornici all’interno delle quali leggere l’attacco del Dipartimento del Tesoro statunitense contro A/I: – il fronte interno degli USA trumpiani e la necessità di rappresentare Antifa come network terroristico internazionale – il tentativo di testare la possibilità di consolidare un’internazionale reazionaria della repressione – la multipolare guerra all’anonimato online e alla crittografia delle comunicazioni digitali CHATBOT E CYBERMAFIE L’indicazione da parte del Dipartimento del Tesoro statunitense delle strutture di Autistici/Inventati come facilitanti attività illegali e terroristiche diventa quasi ridicola se si osserva il ruolo dei chatbot statunitensi nella costruzione di industrie della truffa e nel supporto a eserciti non-statali come Boko Haram: DIPLOMAZIA TECNO-MILITARE UCRAINA L’Ucraina sta seguendo le orme di Israele nella strutturazione di una rete di diplomazia tecno-militare? Gli accordi Ucraina-Honduras per l’uso di droni sul fronte interno, l’accesso dell’apparato militare industriale britannico ai dati degli Avengers AI Labs ucraini, l’ex ministro della difesa Fedorov (architetto delle guerra automatizzata) arruolato da Crosetto, Leonardo che apre la sua filiale a Kiev, ma soprattutto la dimensione laboratoriale del confitto… ci suggerirebbero di sì. Sulle reti di diplomazia industriale sionista vedi anche: RETI DI CONDIZIONAMENTO SIONISTE DIPLOMAZIA TECNO-MILITARE ISRAELIANA: IL CASO ELBIT
Ucraina
repressione
USA
antifa
intelligenza artificiale
La repressione dei venditori informali a Torino, sfumature di un’arte secolare
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri) Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui, tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici. Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli, bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico. È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati – incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno scopo più alto, legato alla morale del tempo. In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe, accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani e in quelle dello stato sabaudo. Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato. In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e “i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le guardie, in divisa e munite di armi di repressione. Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere, le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto. Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante vengono confiscate delle ceste d’uva. Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici, accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda: un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso. Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti, espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini “di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il secolo. L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi; visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione, organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace. Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi. All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi illustri della cultura torinese. È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo, Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che, spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano. Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna. In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e, finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco, ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”. In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
torino
Banca Etica limita l’operatività del conto dell’Associazione AI ODV / Banca Etica temporarily suspends A/I bank account
[IT] Cominciamo dai fatti. A seguito dell’iscrizione del Collettivo A/I e dell’Associazione AI ODV nella lista delle organizzazioni terroristiche globali, dopo alcune telefonate informali Banca Etica ha limitato l’operatività del conto bancario dell’Associazione nella giornata di martedì 1 settembre 2026 alle 9 di mattina. La comunicazione rispetto a tale limitazione cautelativa in attesa di verifiche è avvenuta in forma scritta solo alle 13. Alle 16 dello stesso giorno si è svolta una riunione tra rappresentanti della Banca e team legale dell’Associazione AI ODV. Durante questo incontro Banca Etica ha confermato che la limitazione del conto rimarrà operativa quantomeno fino all’esito delle richieste interpretative formulate dalla Banca al MEF, a ABI e ad Assopopolari, nonché a consulenti legali esterni. A oggi, pertanto, Banca Etica non ha comunicato nessuna disponibilità a riattivare il conto. La nostra posizione in merito non cambia: riteniamo che la scelta di Banca Etica (che ha scelto e non è stata obbligata a limitare il conto) sia eccessiva in termini di zelo e nemmeno rientri in quanto previsto dal provvedimento statunitense. Chiediamo quindi che venga ripristinata immediatamente l’operatività del conto. Banca Etica e le istituzioni economico-finanziario-politiche di suo riferimento intendono adeguarsi alla prepotenza delle decisioni extragiudiziarie e al bullismo politico di un paese terzo che non ha su di esse alcuna giurisdizione? Noi pensiamo sia ora che alle parole di solidarietà seguano fatti concreti e azioni che vi corrispondano. Oppure si può scegliere di essere subordinati agli Stati Uniti come dimostrato in questi giorni. Collettivo Autistici/Inventati -------------------------------------------------------------------------------- [EN] Let’s start from the beginning. Following the designation of A/I Collective and Associazione AI ODV [ODV: nonprofit organization legally recognized in Italy] as Specially Designated Global Terrorist, Banca Etica, through a series of phone calls, communicated the temporarily suspension of the Association’s bank account, effective from Tuesday, September 9, 2026, at 9:00 AM (Italian time). The follow-up formal communication regarding the precautionary suspension of the account pending verification was delivered in written form only at 1:00 PM. Later on the same day, at 4:00 PM, the bank representatives met with Associazione AI ODV legal team. During this meeting, Banca Etica confirmed that the temporary suspension of the account will stay in place at least until they receive a response to the inquiries they forwarded to the Italian Ministry of Economy and Finance (MEF), the Italian Banking Association (ABI), and the Italian National Association of Cooperative Banks (Assopopolari), as well as to external legal consultants. Thus far, Banca Etica did not communicate any intention to reinstate the account. Our position on this matter does not change: Banca Etica’s decision to restrict the account in the absence of a legally binding request is excessive both in terms of over-compliance and with respect to the US designation itself. We thus demand our account to be immediately reinstated in full. Are Banca Etica and associated financial, economic, and political institutions willing to submit to the arrogance of extra-judiciary decisions and political bullying of a third country that bears no jurisdiction over them? This is the time for words of solidarity to be matched by concrete actions. The alternative is to choose to be subordinated to the United States. Autistici/Inventati Collective
Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio
Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout. Nella fase di crisi egemonica e dello scontro sullo sfondo tra Stati Uniti e Cina anche la tecnologia assume un ruolo centrale e soprattutto il rapporto stato-capitale si trasforma.  Nella discussione è stato affrontato il circolo vizioso che si crea tra la guerra e la necessità di farla e viceversa quando ad entrare in campo sono le Big Tech e i soggetti privati che ne detengono il dominio.  L’incontro si è chiuso con domande che rimangono aperte e che interrogano l’agire a fronte dell’evoluzione tecnologica del presente: dagli impatti ambientali a quelli sulla formazione della soggettività, dalla sempre più incessante richiesta di energia allo sviluppo anche alle nostre latitudini dei data center come nuovo orizzonte di profitto, dal ruolo della tecnologia nella società in guerra alle forme di luddismo tecnologico ipotizzabili in un futuro non per forza troppo lontano..  Buon ascolto