Toscana sacrificata
Ripubblichiamo questo testo originariamente apparso su Scrivania Autogestita di Informazione che ha il pregio di tessere i fili di ciò che si sta verificando sulla regione Toscana, individuando le tendenze e gli interessi in campo. La Toscana si sta consolidando come hub militare ed energetico sacrificando persone e territori a discapito di un modello che vede militarizzazione ed estrattivismo al primo posto. Riprendendo l’ultimo capitolo dell’articolo che abbiamo pubblicato pochi giorni fa sul nuovo progetto eolico flottante offshore che vorrebbero costruire tra l’isola di Capraia e l’isola di Gorgona proviamo a mettere insieme un pò di elementi per descrivere come le opere e le attività legate alla guerra e all’energia stiano modificando irreversibilmente il territorio toscano.  Hub militare Tramite il bollettino HUB – Bollettino della militarizzazione e delle resistenze dei territori, nato a partire dal campeggio organizzato dal Movimento No Base nel 2025, abbiamo e stiamo descrivendo, insieme a tutte le realtà che partecipano alla stesura, la militarizzazione nel territorio toscano.  Nel primo numero, dedicato all’hub toscano – ligure, sono state descritte le principali infrastrutture presenti tra Pisa e Livorno. Dalla base statunitense di Camp Darby fino alla nuova base del CISAM si è visto come il territorio si sta rafforzando come piattaforma di guerra del Mediterrano. La presenza del porto di Livorno, che vedrà un importante ampliamento tramite la costruzione della nuova Darsena Europa, il canale dei Navicelli, l’aeroporto militare e i collegamenti ferroviari, costituiscono insieme alle basi militari una rete logistica fondamentale per la guerra.  Nel secondo numero, pubblicato a fine luglio scorso, si è fatto un approfondimento proprio sull’utilizzo di infrastrutture dual use. Che dovrebbero cioè essere di utilizzo esclusivamente civile ma che invece si stanno sviluppando anche come snodi militari. Porto di Livorno, canale dei Navicelli e collegamenti ferroviari si stanno potenziando pure in questa ottica. Si è poi analizzata la situazione delle fabbriche di armi, con un focus sulla Leonardo S.p.A. L’azienda non è solo fabbrica di morte complice con Israele del genocidico palestinese, ma un vero e proprio sistema che si è insediato nei luoghi dove si sviluppano conoscenze e tecnologie, come le Università. Non solo Leonardo. Ci sono altre fabbriche di armamenti presenti sul territorio livornese come DRASS – produttore di sottomarini -, Wass – produttore di siluri e droni subacquei-  e la Cheddite – produttore di munizioni. Insomma un quadro a dir poco preoccupante, in un contesto mondiale di guerre che non accenna a placarsi e che proietta il territorio toscano come punto di riferimento fondamentale, andando così a mettere in pericolo la popolazione e sfruttando i territori per favorire l’economia bellica.  Hub energetico L’ultimo progetto energetico in fase di valutazione di impatto ambientale è quello dell’enorme parco eolico flottante offshore Atis che vorrebbero costruire tra l’Isola di Capraia e l’isola di Gorgona. In questo articolo ne abbiamo descritto le caratteristiche. La panoramica è preoccupante visto che l’impatto sull’ambiente sarà enorme. Questa operazione incarna perfettamente il modello energetico che anche questo governo sta portando avanti. Territori sacrificati per far spazio ad enormi impianti a beneficio di grandi gruppi industriali e multinazionali senza considerare le conseguenze. Il carico territoriale energetico sulla Toscana, in particolare sulla Val di Cornia e sull’area costiera livornese, sarà ulteriormente gravoso, data già l’elevata presenza di grandi impianti siderurgici, discariche e gestione rifiuti, infrastrutture energetiche di rilevanza nazionale, incluso il rigassificatore. A Livorno è presente la raffineria Eni, che sta vivendo in questo periodo la conversione parziale a bioraffineria, (ennesima operazione di greenwashing) situata in un’area SIN – Sito di Interesse Nazionale – e che dovrebbe quindi essere bonificata a causa del suo impatto altamente inquinante.  C’è anche il rigassificatore situato a circa 22 km dalla costa e attivo dal 2013. A Piombino troviamo lo storico stabilimento siderurgico per la lavorazione dell’acciaio. Inoltre, anche qui, dal 2023 è stato posizionato un rigassificatore all’interno del porto. Un’operazione che negli anni scorsi ha visto l’opposizione trasversale della popolazione locale ma che purtroppo vede la sua permanenza prolungata. Non solo, in Toscana si stanno già portando avanti installazioni di aerogeneratori anche sull’appennino. Come quello che sta accadendo sull’appennino Mugellano, che vuole essere trasformato in sito industriale eolico. Proprio in quelle zone, il 9 maggio scorso si è tenuta una marcia popolare contro la speculazione energetica e in difesa dei crinali.  Non da meno sono i progetti di installazioni del fotovoltaico sui campi agricoli con espropri e speculazioni soprattutto nella Val di Cornia dove il comitato Terre Val di Cornia si sta battendo contro questo ennesimo scempio. Un dinamica simile si sta sviluppando a Massarosa in provincia di Lucca, che può essere approfondita qui.  Infine citiamo il più recente caso Ribolla, in provincia di Grosseto. Pure qui è prevista la realizzazione di un grande impianto fotovoltaico con l’installazione di oltre 34.000–36.000 pannelli su circa 25–35 ettari. Dietro a questa operazione c’è una società israeliana. Un investimento che intreccia interessi economici e finanziari completamente sporchi di sangue. L’azienda israeliana infatti opera nei territori occupati della Cisgiordania e Gerusalemme Est, attraverso la costruzione, espansione e gestione di insediamenti illegali.   Per approfondire rimandiamo a questa pagina https://dirittinpalestina.blog/agrivoltaico-ribolla/ Ci sono inoltre i siti logistici, come la nuova Darsena Europa di cui avevamo parlato con un’ottica critica in questo documento. Al di là di cosa si possa pensare sull’utilità di questa nuova Darsena, il dato di fatto è che impatterà in maniera importante su tutta la costa livornese e pisana. A dimostrazione anche di come hub militari e hub energetici siano in stretto legame tra loro. Il tutto nel nome dello sviluppo sostenibile e di una transizione energetica che di green ha davvero poco. Stupisce, ma forse neanche troppo, che alcune associazioni ambientaliste abbiano mostrato apertura verso il progetto del parco eolico. Legambiente la riconosce come un’opportunità per fornire energia alla nuova Darsena Europa in corso di realizzazione nel porto di Livorno. Propone quindi di mitigare l’impatto ambientale di una grande opera tramite un’altra grande opera che avrà a sua volta un impatto devastante. Rimarranno deluse tutte quelle persone e associazioni che si aspettano quindi una svolta green o che pensano che questi tipi di impianti eolici o fotovoltaici eviteranno ad esempio l’arrivo del nucleare. Il governo infatti ha avviato tutti gli iter preliminari anche per questa soluzione energetica, in barba ai due referendum nazionali che in passato hanno già bocciato questa opzione. Chiaramente non si tratta di essere contrari alle energie rinnovabili a prescindere. Si tratta di pensare ad un sistema, che comprende il settore energetico, che va totalmente ripensato e che tenga conto dell’ambiente e dei territori. Bisognerebbe chiedersi a monte per cosa produciamo energia elettrica, per cosa si consuma e a cosa dovrebbe servire realmente. Come evidenziano alcuni studi, basterebbe coprire con pannelli fotovoltaici il 30% degli edifici residenziali per coprire il 100% del fabbisogno energetico nazionale, senza ulteriore impatto ambientale come, ad esempio, il consumo di suolo. Una soluzione che sicuramente presenta ostacoli ma che dovrebbe necessariamente essere intrapresa. Ma ovviamente interessi economici e speculativi che guidano questo modello estrattivista portano alle soluzioni sopra citate che favoriscono il guadagno delle multinazionali come Eni. Causando così devastazione ambientale, non tenendo minimamente conto delle esigenze dei territori e delle persone che li abitano. Allora si proseguirà sull’attuale modello in cui si pensa di combattere il cambiamento climatico continuando a nutrire il sistema sviluppista che lo sta alimentando e che ci sta già presentando un conto salatissimo per i suoi costi sociali e ambientali. https://www.instagram.com/p/DcRBFGPiOBq/?igsh=amZycmZwMWI1em04&igsi=amZycmZwMWI1em04 da https://scrivaniautogestita.it/toscana-sacrificata-hub-militare-ed-energetico/
Cagliari, il Muro di Coscienza prende vita in aeroporto: “Le rotte con Israele passano anche da qui”
da Redazione Sardigna per Pressenza.com Si è formato questa mattina dalle 8.30 alle 12:00 il Muro di Coscienza all’aeroporto di Cagliari Elmas parte di una giornata coordinata attraverso Giovedì Bianco (giovedibianco.it) che ha coinvolto anche Verona e Milano questa mattina e che prosegue oggi pomeriggio e stasera a Roma Fiumicino e Venezia. “Siamo qua perché a Gaza si sta consumando un genocidio e perché il Governo italiano continua a garantire attraverso rotte aeree e accordi in essere la normalizzazione dei rapporti con lo Stato che lo sta compiendo”, dichiara Maria Elisabetta Pini, del Presidio Permanente per la Palestina. A Cagliari 30 persone in azione per un flash mob attivo: le improvvisazioni al pianoforte di Peter Waters, Rossella Faa, Silvia Zaru da Milano e Luigi Lai hanno sostenuto le tre ore di azione tra cori e dialoghi con le persone in viaggio, pochi i contestatori dell’azione, molti ringraziamenti e solidarietà. “Le nostre richieste sono chiare e non negoziabili, vogliamo: – La sospensione delle rotte aeree dirette e degli accordi commerciali che sostengono l’economia israeliana direttamente complice del genocidio e la sospensione dell’accoglienza di militari israeliani in “Decompressione” – La fine di ogni forma di collaborazione militare economica e diplomatica del governo italiano con lo Stato di Israele – Il riconoscimento pubblico e istituzionale di quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania – L’apertura delle indagini sulle denunce già depositate presso la Procura di Roma contro soldati israeliani identificati e l’esecuzione dei mandati d’arresto della CPI già emessi” queste le richieste degli attivisti che oggi si sono coordinati in tutto il Paese. La protesta ha un punto fermo: nessuna profilazione delle persone “L’azione non è rivolta contro i singoli viaggiatori in quanto tali – sottolineano gli organizzatori – Il bersaglio è politico: le scelte del governo italiano. Chiunque voglia fermarsi discutere informarsi o unirsi troverà accoglienza.” “È fondamentale nominare chi è responsabile. Parlare delle vittime di Gaza senza nominare da chi sia prodotta la loro condizione significa raccontare una tragedia senza responsabili. Noi scegliamo di nominarli: Israele ed i cittadini israeliani che sostengono l’occupazione la pulizia etnica e il genocidio con la complicità di governi come il nostro.” queste le parole degli attivisti in aeroporto oggi. Il gruppo ha sottolineato che il silenzio non è neutralità: “Vivere in uno Stato che compie un genocidio o che ne è complice e non opporsi non è una posizione neutra: è una forma di complicità.” Dichiarazione “La complicità del governo italiano nel genocidio in Palestina è evidente e chiara. Oltre alla fornitura di armi, il sostegno mediatico e quello politico, questa estate abbiamo assistito alla vergognosa accoglienza e al sostegno garantito al personale militare che arriva nelle nostre località turistiche per decomprimersi e riposare dai propri crimini. Dobbiamo interrompere la complicità del nostro governo con il genocidio!”   Fawzi Ismail – Associazione amicizia Sardegna Palestina da https://www.pressenza.com/it/2026/08/cagliari-il-muro-di-coscienza-prende-vita-in-aeroporto-le-rotte-con-israele-passano-anche-da-qui/
Mattarello-Acquaviva (Trento), sabato 17 e domenica 18 ottobre: Due giorni contro carcere e guerra
Riceviamo e diffondiamo: Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA A breve il programma completo dell’iniziativa DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA La guerra è sempre un fatto di politica interna. Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica, ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare alla classe proletaria). Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra epoca. Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”. Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran e Libano. L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei, scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE). La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica, mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano le temperature record dell’estate trascorsa). Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame da macello. Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società occidentale. L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone… Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di classe. Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla Bolivia). Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti (testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio). In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un movimento di massa contro il governo. In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come la piazza bolognese per Fakir. Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di riflessione quanto di iniziativa. Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui partecipiamo e parteciperemo. Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra, genocidio e incarcerazione tecnologica? Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di Israele? Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e genocidio? Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama dell’interesse economico? A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle nostre latitudini? Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni più tangibili, come i data center? Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo) oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori” di dati necessari al suo stesso mantenimento? Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un diritto penale da stato di guerra. La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure. Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi nell’eventualità di essere arrestati/e? Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla mobilitazione internazionale in loro sostegno? Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno del carcere? In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in Italia? Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe per manifestazioni e “grida sediziose”)? Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e alla mobilitazioni per la Palestina? Con Sara e Sandrone nel cuore. Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva (Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile campeggiare e sono gradite le distro. Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
Iniziative
Carcere
Rompere le righe
Stato di emergenza
Luci da dietro la scena (XXXVI) – Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXVI) Luci da dietro la scena (XXXVI) – Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto 11 gennaio 2025 Oggi, uscendo dall’ospedale – le cui pareti ormai conoscono più le urla che il silenzio –, una donna mi ha fermato. Il suo volto mostrava il peso di notti insonni e di un dolore troppo grande per essere espresso a parole. Era la madre di una bambina di nove anni, una bambina che ora giaceva in una di quelle stanze affollate e scarsamente illuminate, con le piccole braccia mozzate da una violenza che non conosce pietà. Qualche giorno prima aveva mani capaci di intrecciare capelli, impugnare una matita o aggrapparsi al vestito della madre. Oggi non c’è nulla. La madre ha aperto una radiografia con mani tremanti. La pellicola fredda brillava nella luce morente, rivelando la dura verità che il corpo non riusciva più a nascondere. E poi la sua voce, appena più forte di un sussurro, ha rotto il silenzio tra noi. “Le protesi possono sostituire le sue braccia? Riuscirà a tenere di nuovo in mano le cose? Crescerà davvero senza mani?” Ho sentito queste domande innumerevoli volte. Dall’inizio della guerra, più di cento volte mi hanno chiesto la stessa cosa. Volti diversi, bambini diversi, ma la stessa supplica disperata. Eppure, ogni volta vacillo. Come posso spiegare a una madre che le protesi, non importa quanto siano avanzate, non possono sostituire completamente il contatto della pelle, la presa delicata di un bambino che tiene un pastello, il calore del contatto umano? Come posso spiegare che, sebbene la scienza abbia dato arti di acciaio e silicio, non ha ancora padroneggiato la magia silenziosa della sensazione? Che anche le migliori protesi non possono sostituire la spontanea grazia del raggiungere, del tenere e dell’abbracciare? Ma non dico niente di tutto questo. Le dico quello che ho detto a tanti altri. Le dico: “La scienza sta facendo rapidi progressi in questo campo. Quando la guerra finirà, probabilmente ci saranno soluzioni che la faranno sentire come prima”. E in quel momento divento un bugiardo. Non perché lo voglia, ma perché in questo luogo, dove la speranza è più rare dell’acqua pulita, non posso essere io a spegnerla. Così offro la bugia più delicata che riesco a inventare. Non per crudeltà, ma per misericordia. Perché in un mondo in cui i bambini perdono gli arti ogni giorno, dove le risate sono soffocate da sirene e polvere, non c’è nulla di giusto da dire. Solo silenzio. E il peso insopportabile della speranza. 17 gennaio 2025 Oggi, con l’inizio del cessate il fuoco a Gaza, possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo. Dopo aver sopportato sofferenze inimmaginabili, questo giorno ha un significato profondo. È un giorno per riconoscere e onorare tutti coloro che hanno sostenuto Gaza nel mondo nei momenti più bui. A tutti coloro che hanno alzato la voce per la Palestina, che hanno partecipato alle proteste o hanno condiviso la verità su Gaza: il vostro coraggio è stato un’ancora di salvezza. Agli studenti delle università di tutto il mondo, che si sono riuniti a sostegno della Palestina, e ai lavoratori che hanno lasciato il proprio posto di lavoro per chiedere giustizia, grazie per aver mostrato al mondo cosa significa solidarietà. A Matthew Nelson e Aaron Bushnell, che hanno sacrificato la propria vita in un inimmaginabile atto di solidarietà con Gaza, il vostro eroismo sarà ricordato per sempre. […] 28 gennaio 2025 Uno di coloro che sono ritornati al nord dal sud di Gaza ha parlato, con la voce vuota, lo sguardo fisso su un orizzonte lontano e irraggiungibile: “Ho attraversato Wadi Gaza, ed è stato come entrare in una fossa comune che si estendeva all’infinito. Il terreno era disseminato di resti: frammenti di vita, ridotti in ossa e cenere. E quando ho raggiunto il Crazy Water Resort a Sheikh Ajlleen, mi sono bloccato. I cadaveri… erano bambini. Piccole forme, prive di respiro e calore, sparse come foglie cadute al vento. La loro piccolezza, la loro immobilità, mi hanno distrutto. Erano fuggiti, sfollati come molti di noi, solo per incontrare la morte sulla strada che pensavano potessi salvarli”. Si dice che i sopravvissuti portino il fardello più pesante, il peso della consapevolezza. Le battaglie più dure non si combattono con pistole o esplosivi, ma con la memoria. Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto, né unguento per le ferite scolpite nella nostra mente. Pensavamo di aver superato il peggio, ma il peggio persiste, crescendo come un’ombra a cui non possiamo sfuggire. Un giorno, a poco a poco, inizieremo a comprendere l’abisso in cui siamo stati gettati. Ci renderemo conto della piena portata dell’inferno a cui siamo sopravvissuti, se questa si può chiamare sopravvivenza. O forse, più atrocemente, affronteremo l’inesorabile verità: questa nuova esistenza è un inferno a sé stante, una terra desolata lasciata in eredità da ciò che credevamo fosse una fine, ma che in realtà era solo un inizio. 14 marzo 2025 Da quando avevo sei anni, il mare era nostro. Ci svegliavamo prima della città, prima che la distruzione del giorno precedente si posasse, prima che i carri iniziassero a sferragliare per le strade. Mio padre ci portava sulla riva e, per un’ora, facevamo finta che il mondo fosse solo acqua e cielo. Poi tornavamo a casa, asciugavamo il sale dalla pelle e iniziavamo un’altra giornata a Gaza. Mio padre non ha mai abbandonato questa abitudine. Anche quando gli anni lo hanno logorato, anche quando la guerra è arrivata, se n’è andata e poi è tornata, lui ha continuato a svegliarsi prima del sorgere del sole, a percorrere lo stesso sentiero, a nuotare nella stessa acqua. Gaza è piccola. Una città schiacciata tra terra e mare, senza vie di fuga. Non ci sono montagne dove fuggire, né fiumi da seguire, né foreste in cui nascondersi. L’unica cosa che avevamo era il mare, e nemmeno quello era davvero nostro. Ma ci siamo comunque aggrappati a questo. Era il luogo dove le famiglie si riunivano, dove i pescatori si guadagnavano il pane, dove i bambini imparavano a sfidare le onde, dove gli amanti si incontravano in segreto, come se il mare potesse inghiottire le loro speranze sussurrate e tenerle a sicuro. E poi, un giorno, è scomparso. Ora la costa è desertica. La spiaggia appartiene alle armi. Le onde continuano a infrangersi, indifferenti ai corpi che sono stati trascinati via, indifferenti all’assenza delle persone che un tempo vivevano lì. Il mare è ancora lì, ma non ci è permesso toccarlo. Anche durante il cessate il fuoco, l’ordine è rimasto: state lontani. Le barche dei pescatori sono lasciate a marcire. La sabbia, un tempo piena di impronte, è stata spianata dal vento, come se non fossimo mai stati lì. È così che ci cancellano. Non tutto in una volta, ma pezzo per pezzo. Prima prendono la terra. Poi il cielo. Poi il mare. Non si limitano a ucciderci. Uccidono l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i luoghi in cui un tempo esistevamo. E non ci resta nulla. Nient’altro che polvere. Nient’altro che il ricordo di onde ormai irraggiungibili. Nient’altro che il suono del mare, appena oltre i proiettali, a ricordare ciò che è stato rubato. 17 marzo 2025 […] La sega ha toccato l’osso 4500 volte. 800 volte, un bambino si è svegliato in un mondo che non si adatta più al suo corpo. 540 volte, una donna si è destata per ritrovarsi alterata, diminuita, tradita dal destino e dalla storia. Questi numeri non significano nulla per chi li elabora. Ma per il chirurgo, per il paziente, per la madre che porterà a casa un figlio con un arto in meno, ognuno di questi numeri rappresenta un’eternità di sofferenza. La guerra non si ferma sul campo di battaglia. Permane nei corridoi dove i feriti gemono, negli incubi di chi sopravvive. E quando le bende vengono rimosse, quando i monconi vengono fasciati e le ferite iniziano a rimarginarsi, il dolore non si placa, cambia semplicemente forma. Quanti altri arti dovranno essere sacrificati all’insaziabile fame della guerra prima che il mondo riconosca questa carneficina e la chiami con il suo nome? 2 aprile 2025 Siamo precipitati in una sorta di esistenza in cui il sole non sorge per risvegliare i vivi, ma per esporre i dannati. Le nostre giornate sono un susseguirsi di umiliazioni: lunghe fila per l’acqua, un unico contenitore che viene passato come una reliquia sacra tra gli assetati, come se la sete fosse ormai un sacramento. I camion dell’acqua non si sono visti per tre giorni e, quando finalmente sono arrivati, la fila si è allungata all’infinito. Mio fratello e io abbiamo aspettato in quel silenzio denso di polvere e tutto ciò che siamo riusciti a riempire è stato un gallone – uno – sufficiente, forse, per un solo giorno, se fossimo stati attenti, se fossimo stati fortunati. E il pane, che parola tragica. Un tempo simbolo di vita, ora ridotto a un ricordo che mia madre fa rivivere tra fumo e stanchezza, inginocchiata davanti al forno di argilla, come se implorasse pietà al fuoco. Siamo andati a cercare la farina, forse ingenuamente, ancora animati dalla speranza che potesse esserne rimasta un po’. Un sacco da venticinque chili, che una volta costava 25 sicli, ora ne costa 400. Il prezzo del pane è ormai il prezzo della disperazione; il costo del sostentamento di una famiglia è ora misurato nella valuta della crudeltà. Siamo rimasti lì, senza neanche provare rabbia, solo un vuoto interiore. Non per nobiltà d’animo, ma perché anche la rabbia ci aveva abbandonato. Le notizie, quando ho osato leggerle, sono state un ulteriore strato di disperazione: un coro di urla lontane tradotte in titoli. E quando ho provato a ritirare i miei soldi, il sistema, o quel che ne resta, mi ha chiesto il quaranta per cento per convertirli in contanti. Come se la disperazione fosse qualcosa da tassare. Ora gli aerei ritornano. Il loro grido non è più terrificante, è familiare. È la ninna nanna della rovina. Sfrecciano nel cielo non con intento, ma con fame. Lo sento nelle ossa: stanotte colpiranno di nuovo. Eppure, incredibilmente, respiriamo ancora. Questo è il miracolo. Questa è la punizione. Questa non è vita. Questo è il teatro dell’abbandono divino, una prova senza risposte, un fuoco senza luce. E noi, bruciati, continuiamo a fingere di non essere cenere. 5 maggio 2025 Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di Gaza, è venuta al mondo una bambina, e il mondo l’ha rifiutata. Non aveva il cervello. Non nel senso poetico di innocenza o purezza, ma in senso anatomico, letterale: anencefalia. Nessun cervello. Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun ricordo da creare. Un cranio senza scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha portata in grembo per nove lunghi mesi, tra notti ardenti e mattine struggenti, tra polvere, dolore e sirene. E poi la nascita. Ma nessuna vita da salvare. Solo silenzio. I medici erano impotenti, derisi dai limiti delle loro mani. Le ho viste, persone di medicina, le cui dite esperte e sterili tremavano. Non per la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo. Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi – d’acciaio, lucenti, americane – sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani. Come definiamo questo orrore? Radiazioni? Diossina? Uranio impoverito? Tossine invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si annidano, attraversano le pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono la vita ancora prima che abbia inizio. Ci sono altri casi. Aborti spontanei. Nascite premature. Arti malformati. Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali simili a pergamene rotte. I medici ora sussurrano che non si tratta di un caso isolato. È uno schema. Uno studio del “Lancet” mette in guardia da un numero di vittime che potrebbe raggiungere le 200.000, non a causa di ferite da esplosione, ma per danni genetici trasmessi alle generazioni future. Ma il mondo è sordo. Conta i morti per le esplosioni, non per le deformità. Conta le vittime in base agli arti persi, non ai geni danneggiati. E qui, sotto le macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri. La madre. Non piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote. Aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche durante l’apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché. Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio della guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra contro la vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita. Ho visto la morte, corpi lacerati, polmoni che ansimano sotto le costole rotte. Ma mai ho sentito un silenzio così forte come quello di una madre che partorisce un bambino già condannato dal cielo che lo sovrasta. E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma per ricordare. Perché alcune armi non esplodono. Si sviluppano. 17 giugno 2025 […] Non contiamo più le bocche. Solo i cucchiai. C’era una mensa una volta, un’organizzazione benefica. Ogni giorno cucinavano per più di mille famiglie. Non lo facevano per profitto né per riconoscimento, ma perché le loro anime non potevano fare altrimenti. Quella mensa ha chiuso tre giorni fa. Non perché la gente abbia smesso di avere fame, ma perché gli scaffali si sono svuotati: il riso, l’olio, la farina, tutto è finito. E ora la gente si reca ai centri di aiuto americani. Sì, certo. “Corridoi umanitari”. Che bella frase. Quanto è pulita, sterile, burocraticamente elegante. Suona come “danno collaterale” o “operazione”. Gli americani li hanno costruiti. Gli israeliani li hanno messi al sicuro. E ogni giorno quaranta persone muoiono alle loro porte. Schiacciate. Uccise da un proiettile. Affamate. Arrivano in cerca di pane e se ne vanno come cadaveri. Lo sanno tutti. Proprio tutti. Eppure continuano ad andare. La fame spinge un uomo a camminare verso la propria esecuzione se dietro la pistola c’è anche solo l’ombra del riso. Ieri il mio amico Al-Aloul ci è andato. Non è un combattente. È un ingegnere informatico, un uomo tranquillo. È tornato con una coltellata al collo. Sei punti. La sua camicia era intrisa di sangue. Ma lui sorrideva. “Ho il pacco”, ha detto. “Non l’hanno preso”. Che razza di mondo è questo? Che razza di uomo sorride in mezzo al sangue perché ha un pacco di farina? Questa non è una guerra di carri armati e aerei. Questi sono diventati irrilevanti. Questa è la guerra della fame, la guerra della morte lenta. Le donne digiunano per giorni, non per devozione spirituale, ma perché i loro figli devono mangiare per primi. I bambini fanno la fila per ricevere aiuti, senza sapere se torneranno a casa vivi. Le ragazze mangiano di nascosto, e i padri portano una vergogna più pesante del pane. Questo è un genocidio che avviene per sfinimento, per silenzio, per burocrazia e per sguardo distolto. Volete sapere cosa ha fatto l’età moderna del male? Lo ha reso burocratico. Digitalizzato. Professionalizzato. Un genocidio in cui il mondo discute di definizioni mentre i bambini muoiono di fame. […] Gaza non sta morendo. Viene crocifissa. E non siamo la folla del Golgota. Che guarda. 29 giugno 2025 Qui non ci sono più medicine. Non per il corpo. Non per l’anima. Ho parlato a lungo del degrado degli ospedali di Gaza: di come lavoriamo sotto tetti da cui cadono schegge, accanto a letti dove i bambini giacciono mezzi vivi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce un collasso. Ma collasso è una parola troppo delicata. Questo è annientamento. Oggi, all’ospedale Ahli Al-Arabi, abbiamo esaurito le ultime scorte di soluzione fisiologica. Sì, soluzione salina. Sale e acqua. Lo strumento più basilare della medicina. Senza di essa, non possiamo idratare i malati, pulire una ferita o tenere in vita un bambino durante la notte. Senza di essa, le nostre mani non sono mani che guariscono. Sono mani che seppelliscono i vivi. Questa mattina è stato portato un ragazzo, debole e con la febbre alta. Suo padre gli aveva fasciato la gamba con una maglietta strappata e intrisa di sangue. Non avevamo soluzione per la flebo. Nessun lavaggio sterile. Abbiamo usato acqua bollita e una preghiera. Ho guardato il ragazzo negli occhi. Non piangeva. Era andato oltre il pianto. In un’altra stanza una madre sussurrava che dava da mangiare al suo bambino acqua di lenticchie bollita. Non per negligenza. Per povertà. Per fame. Il latte artificiale ora costa più del sussidio mensile, che comunque non ricevono più. Cullava il suo bambino con la tenera quiete di chi ha già immaginato il funerale. Oggi abbiamo visitato quarantasei bambini affetti da impetigine. Abbiamo dato loro ciò che potevamo: impacchi, compassione e bugie che speravamo non avrebbero riconosciuto. Ad Al-Shifa siamo giunti alle ultime dosi di Decortin. I medici le razionano con la stessa aritmetica usata in guerra. Chi ha maggiori probabilità di sopravvivere? Chi può essere scarificato in silenzio? Ma c’è una cosa che proprio non riesco ad accettare: abbiamo finito la soluzione salina. Non morfina. Non sangue. Soluzione salina. Abbiamo sale nelle lacrime, ma non nelle nostre cliniche. E con questo abbiamo esaurito le scuse. E anche le illusioni. Non c’è più nulla che possa nascondere la verità. Non è più una crisi. È un crimine. Un crimine commesso non solo con l’assedio o con le bombe, ma anche con il silenzio. Dov’è il mondo? Dove sono le voci che parlano di umanità, di legge, di Dio? Volete dei numeri. Non li darò. I numeri disumanizzano. Rendono i morti più facili da accettare. Invece vi offro questo: un bambino che ansima nella polvere. Lo sguardo negli occhi di un’infermiera quando si rende conto di non avere più nulla da offrire. La dignità silenziosa e insopportabile di un popolo condannato a morire ordinatamente, senza spettacolo. Questa non è una supplica. È un’accusa. 7 luglio 2025 In questa terra devastata, dove la terra geme e il cielo sanguina fuoco, siedo in una stanza non più grande di una cella di prigione. Intorno a me il vento porta i deboli echi di promesse fatte in capitali lontane, di zone, di mappe, di sicurezza. Quella parola maledetta: sicurezza, pronunciata da uomini le cui mani non hanno mai toccato la polvere, non hanno mai sentito il sangue, non hanno mai udito una madre piangere per la morte del figlio, per la morte che deve ancora venire. E oggi, ancora una volta, loro hanno discusso. Chi avrà Gaza? Chi la dividerà, la sezionerà, la domerà come una bestia? A Doha sorseggiano caffè mentre esaminano i progetti di rovina. Parlano di equilibrio come se stessero pesando cadaveri su una bilancia. […] Rifiuto le vostre conferenze, le vostre dichiarazioni, i vostri architetti di cenere. Questo non è un conflitto. Questa non è una trattativa. Questa è una crocifissione. Dove i non nati sono inchiodati al silenzio del mondo. Dove le madri sanguinano silenziosamente sotto il rombo dei motori aerei. Dove anche la speranza è razionata. Che la storia non ricordi tutto ciò come una strategia. Non come politica. Ma come un genocidio, perpetrato non solo contro i vivi, ma contro la possibilità stessa della vita. 12 luglio 2025 […] Sono qui per confessare ciò che ho visto. È passato un camion. Era vuoto. Il pianale era coperto da un sottile strato di polvere di farina. Solo polvere. Non sacchi. Non pane. Solo la traccia di qualcosa che un tempo avrebbe potuto salvare un bambino. E poi li ho visti. Non ribelli. Non criminali. Bambini. Hanno corso, come animali braccati, verso quel camion. L’hanno scalato con mani che non hanno mai tenuto giocattoli. Si sono inginocchiati come davanti a un altare. E hanno iniziato a raschiare. Uno aveva un coperchio rotto. Un altro un pezzo di cartone. Ma gli altri, gli altri hanno usato le mani. Le loro lingue. L’hanno leccata. Mi avete capito? Hanno leccato la polvere di farina dall’acciaio arrugginito. Dalla sporcizia. Dal retro di un camion che era già partito. Un ragazzo rideva. Non perché fosse felice, ma perché il corpo impazzisce quando è affamato. Un altro piangeva, in silenzio, come chi non crede più che qualcuno lo ascolti. E io sono rimasto lì. Con tutta la mia vergogna. Con le mani in tasca, come un uomo in attesa dell’autobus. Come se non stessi guardando la fine del mondo. […] 18 luglio 2025 […] Stava piangendo per tutti noi. Per tutte le notti in cui abbiamo preferito il silenzio al coraggio. (brani tratti da Ezzideen Shehab, Diario di un giovane medico. Appunti dal genocidio a Gaza, Mimesis, Udine-Milano, 2026)
Materiali
Livorno, sabato 5 settembre: Gli orti urbani non si toccano! Corteo nazionale
Riceviamo e diffondiamo: 🐦CONTINUA LA LOTTA IN DIFESA DEGLI ORTI URBANI🌳 Chiediamo a tutte e tutti di dare il massimo risalto alla manifestazione nazionale che si terrà il 5 settembre per controbattere alla gentrificazione della nostra città e alla speculazione edilizia del costruttore Frangerini e del comune suo complice. 🦎Dal 3 settembre sarà attivato anche un campeggio per chi desiderasse vivere a pieno lo spazio🏕 Nel frattempo gli orti ospiteranno iniziative di ogni tipo, invitiamo tutta la cittadinanza a partecipare ad una lotta che la coinvolge direttamente! Per informazioni o adesioni scrivere a resisterealcemento@gmail.com Continueremo a gridarlo: CHI SEMINA CEMENTO, RACCOGLIE RESISTENZA!
Iniziative
Miliardi di euro, milioni di proiettili e una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura bellica: se lo dice “Il Sole 24 ore”…
L’Ue ha ridisegnato la deterrenza con la fabbrica ucraina. Schema valido anche per il fianco Sud Mentre si consuma la frattura Nato con gli Usa, nasce una realtà industriale europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Le grandi aziende della Difesa hanno creato joint venture in Ucraina e stanno ricostruendo la filiera produttiva. Una rivoluzione che va oltre i singoli governi di Charly Ghezzi “Il Sole 24 ore” del 14 agosto 2026 I baricentri della sicurezza europea e dell’economia di guerra hanno subito una mutazione strutturale che non consente più scorciatoie retoriche: l’Europa sta smettendo di essere l’ausiliario logistico di Washington per diventare, per necessità prima ancora che per disegno dottrinale, il garante finanziario, industriale e strategico della difesa ucraina e della propria deterrenza convenzionale. La transizione non è figlia di una pianificazione accademica, ma della cruda presa d’atto che l’equilibrio transatlantico è mutato in modo irreversibile. Con gli Stati Uniti assorbiti dal confronto strategico nell’Indo-Pacifico e da dinamiche legislative interne che rendono i flussi di bilancio intermittenti, le cancellerie del vecchio Continente sono state chiamate a colmare un vuoto che misura miliardi di euro, milioni di proiettili e una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura manifatturiere. Il passaggio dalle donazioni emergenziali di materiale di magazzino a una programmazione pluriennale integrata rappresenta la vera discontinuità di questa fase storica. Tra il 2024 e il 2026, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev. Ma è sul terreno della finanza straordinaria che si è consumato lo strappo più significativo: al vertice G7 di Borgo Egnazia del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo Extraordinary Revenue Acceleration (ERA) da 50 miliardi di dollari, cui l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024. Il servizio del debito non grava sui contribuenti europei, ma capitalizza le rendite nette straordinarie generate dai circa 210 miliardi di euro di asset sovrani della Banca Centrale della Federazione Russa immobilizzati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, traducendo una leva di diritto finanziario internazionale in un flusso costante da 2,5 a 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione. Il tema fiscale del riarmo Ue Questo impianto multilaterale trova il suo asse portante nelle quattro grandi economie europee – Germania, Francia, Regno Unito e Italia – che hanno progressivamente ancorato il proprio sostegno a trattati bilaterali decennali sottoscritti nel quadro della Dichiarazione congiunta del G7 di Vilnius. Londra, anticipando le capitali continentali nel gennaio 2024, ha formalizzato il proprio accordo bilaterale stanziando pacchetti da oltre 3 miliardi di sterline annue focalizzati su missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow, droni marittimi e munizionamento guidato. A febbraio 2024, Berlino e Parigi hanno impresso una svolta decisiva: la Germania ha stanziato oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi ruotati CAESAR. Nello stesso frangente, il 24 febbraio 2024, l’Italia ha siglato a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali guidate da campioni nazionali come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta. L’apparato manifatturiero della Difesa Tuttavia, l’efficacia della leva finanziaria si scontra con la rigidità dell’apparato manifatturiero. Per tre decenni, la Base Tecnologica e Industriale della Difesa Europea (EDTIB) è stata dimensionata per operazioni di proiezione expeditionary a bassa intensità, determinando una cronica scarsità di presse per lo stampaggio a caldo, catene di montaggio automatizzate e, soprattutto, precursori chimici essenziali come nitrocellulosa, esogeno (RDX) e ottogeno (HMX). Prima del 2022, l’intera capacità europea per i proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno. Attraverso lo strumento ASAP (Act in Support of Ammunition Production), finanziato con 513 milioni di euro dal bilancio UE e capace di mobilitare oltre 1,4 miliardi di investimenti complessivi lungo la catena di valore, e la strategia EDIS/EDIP approvata a livello comunitario, i colossi industriali del continente – Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo – hanno avviato un piano di espansione che ha portato la capacità nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027. La mutazione più rilevante sul piano tattico e logistico non avviene però nei poligoni della Germania settentrionale o nelle valli francesi, ma direttamente dentro i confini sovrani ucraini. La vulnerabilità intrinseca delle linee di comunicazione transfrontaliere che attraversano i nodi di smistamento in Polonia, Slovacchia e Romania ha imposto una delocalizzazione avanzata: i costruttori europei non si limitano più a spedire hardware finito, ma creano joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino. Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea. Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz). La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera. Un modello ormai avviato Questo compendio di trasformazioni industriali, finanziarie e tecnologiche produce un impatto geopolitico diretto sulla postura del Cremlino. Al di là dei continui attacchi, la dottrina di Mosca, storicamente fondata sull’ipotesi che la frammentazione politica delle democrazie occidentali e l’esaurimento delle scorte Nato avrebbero inevitabilmente aperto la strada a una resa per logoramento, si trova oggi di fronte a una realtà industriale europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitale sovrano e da una capacità produttiva autonoma che non può essere smantellata da un singolo ciclo elettorale. Per l’Europa, la sfida dei prossimi cinque anni non consiste nel decidere se assumere la leadership della propria sicurezza, ma nel dimostrare la disciplina fiscale e la coesione politica necessarie per consolidare un primato. Che – va detto – non servirà soltanto per il fianco Est, ma anche per quello Sud. Non è dato sapere come si svilupperanno le tensioni in Medioriente e se tali tensioni porteranno altra instabilità in Africa. Se dovesse succedere, bisognerà replicare lo schema intrapreso a Est.
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Vogliono estradare Gino: resoconto dell’udienza del 19/08
Ripubblichiamo il comunicato di Free All Antifas in modo da diffondere il più possibile la campagna di solidarietà nei confronti di Gino da ieri a rischio estradizione. VOGLIONO ESTRADARE GINO URGENTE – RESOCONTO DELL’UDIENZA DEL 19/08: LA CORTE SI PRONUNCIA A FAVORE DELL’ESTRADIZIONE DI GINO Oggi si è tenuta l’udienza del nostro compagno e amico Gino davanti alla Corte d’appello di Parigi, che si è pronunciata a favore della sua estradizione in Germania entro 10 giorni. I giudici hanno ceduto alle pressioni dell’Unione Europea e di Europol, calpestando tutti i principi dell’indipendenza della magistratura e delle libertà fondamentali. Fin dall’inizio del caso Budapest, la Germania si è dimostrata particolarmente severa, condannando diversi compagni a pene detentive effettive. Se Gino venisse estradato, rischierebbe almeno 10 anni di reclusione in Germania, ma possiamo davvero fidarci di un paese che non ha esitato a violare le regole più elementari del diritto estradando in Ungheria Maja, detenuta da due anni in condizioni indegne? Ricordiamo che l’Ungheria aveva richiesto l’estradizione di Gino, che rischiava 24 anni di reclusione nelle carceri ungheresi. La Francia aveva deciso di rifiutare la sua estradizione e deve farlo anche nei confronti della Germania, che vuole fare di questo caso un esempio contro gli antifascisti. Abbiamo poco tempo: è più che mai necessario mobilitarsi in massa e dimostrare il proprio sostegno in ogni modo possibile (comunicati di sostegno, striscioni, manifesti, raduni davanti alle ambasciate, ecc.) per evitare a Gino un’imminente estradizione. Non allentiamo la pressione e continuiamo il nostro lavoro di solidarietà: Gino non deve essere estradato. #FreeGino #FreeAllAntifas https://www.instagram.com/p/DcOslDUjGlK