[2026-07-30] Rassegna Cinema Sacco e Vanzetti @ Barocchio Squat
RASSEGNA CINEMA SACCO E VANZETTI Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO) (giovedì, 30 luglio 22:00) 🎞️Barocchio Squat presenta anche quest’anno una mini rassegna estiva!! Cominciamo la proiezione con il grande “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo. Capolavoro atto a denunciare l’intolleranza politica e razziale, tramite la reale storia di due anarchici italiani, avvenuta nel 1927 negli stati uniti. In questi giorni, a Torino come nel mondo, la repressione sbirresca intensifica il senso di asfissia sulle masse ribelli. Le forze sistemiche ci pressano dentro gli stabili abbandonati, e dentro le piazze morte, nel tentativo di far sobbollire e poi sfiatare una rabbia che altrimenti, inevitabilmente, esploderebbe. Chiamatə a dirci colpevoli a prescindere, durante un’identificazione fotografica che passa oggi per il pregiudizio dell’algoritmo, durante un concerto noise a decibel non precostituiti, durante una rassegna di proiezioni in un passato che sa di presente, rivendichiamo: la nostra condotta scorretta costituisce reato. Questa rassegna denuncia, intimorisce e demolisce le mura della democrazia, non resteremo muti.
Per chi interrompe il sonno dei potenti. Un contributo sull’operazione del 16 giugno
Riceviamo e diffondiamo: Il 16 giugno 2026 la polizia irrompe in casa di molti compagni e compagne in tutta la penisola per effettuare perquisizioni ed arresti. In nove sono accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e, fra questi, alcuni sono anche indagati, insieme ad altri compagni e compagne, per alcuni sabotaggi alla linea ferroviaria dell’alta velocità in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Inoltre due compagni, in seguito al ritrovamento di alcuni opuscoli nelle loro abitazioni, vengono anche accusati di 270 quinquies ter, il cosiddetto “terrorismo della parola” e condotti anche loro in carcere. I giornali, con la retorica giustizialista delle aule di tribunale, riportano fedelmente le veline della Questura: “terrorismo”, “violenti”, “cellula terroristica”, “pianificavano azioni violente”. ll potere ha sempre trovato un nome per chi interrompeva il suo sonno, rendendolo il nemico interno di cui avere paura. Crea il mostro e lo sbatte in prima pagina. Dal canto nostro invece sappiamo bene che esiste una differenza profonda tra la violenza che serve a conservare un dominio e quella che nasce dal desiderio di spezzarlo. La prima appartiene ai potenti: ha eserciti, bilanci, tribunali e uffici stampa. La seconda nasce dalle mani comuni, dalle vite ordinarie, da chi non dispone di altro se non della propria immaginazione e della complicità di spiriti affini. Vediamo sempre più chiaramente che il progresso coincide – per questo sistema – con opere che cancellano foreste, quartieri e costringono alla fuga popolazioni. Negli anni abbiamo infatti visto ferrovie divorare montagne, fiumi spostati e il cielo riempito di cavi, antenne, droni, satelliti. Questa distruzione viene amministrata, finanziata, inaugurata con i nastri e gli applausi. Eppure nessuno osa chiamarla violenza. Ne abbiamo avuto esempi anche con questi ultimi giochi olimpici invernali: i residenti della Val di Flemme chiusi fra recinti e check-point; interi boschi abbattuti per costruire le strutture necessarie alle competizioni; l’addetto alla sorveglianza degli impianti lasciato a morire di freddo, le persone sgomberate dai quartieri di Milano in cui vivevano, le strade militarizzate, i rastrellamenti e gli omicidi della polizia. Abbiamo visto l’arrivo di mezzi militari da diverse parti del mondo (ricordiamo la sfilata dei blindati del Qatar) e corpi di polizia, compresi membri dell’ICE, responsabili di rapimenti, torture e omicidi negli Stati Uniti. Non ci stupisce dunque se qualcuno abbia voluto in quelle giornate ricordare che non c’è nulla da festeggiare sabotando la linea ferroviaria dell’alta velocità, soprattutto se guardiamo all’accordo siglato fra RFI e Leonardo due anni fa riguardante la collaborazione per la mobilità militare. Accordo in linea con il piano di riarmo dei Paesi Europei che si preparano alla guerra per cui, anche nel nostro contesto, le infrastrutture civili vengono messe a disposizione per soddisfare le necessità militari di trasporto e di controllo (il cosiddetto dual use) creando così un filo diretto tra i nostri governi e aziende e le guerre odierne vicine e lontane. Quindi nel sabotaggio vediamo la liberazione oltre la distruzione. Il sabotaggio è il gesto con cui chi non possiede eserciti ricorda ai potenti che nessun ingranaggio è invincibile. È il momento in cui una macchina scopre di dipendere da una mano umana. È il momento in cui un sistema, che si racconta perfetto, lascia intravedere una crepa. Il nostro passato vicino e lontano è pieno di sabotaggi che hanno avuto un impatto sulla direzione in cui andavano le cose. Molti sabotaggi sono stati applauditi come quelli avvenuti durante la resistenza o in epoca più recente in territori toccati da grandi opere o grandi eventi: il Castor in Germania e Francia; il TAV in Italia. Il sabotaggio non è lo strumento di chi ha ricchezze, palazzi, ministeri. È accessibile a tutti ed è riproducibile. È il sapere di chi osserva con attenzione, di chi vuole conoscere il funzionamento delle cose e capisce che ogni meccanismo ha un punto vulnerabile. Per questo spaventa. Perché dimostra che gli esseri umani non sono fatti soltanto per eseguire ordini, ma sono fatti anche per trovare le falle, per immaginare deviazioni. Parlando di idee e immaginari ricordiamo che ad aprile 2025 è stato varato un decreto sicurezza – entrato in vigore il 9 giugno 2025 – in cui viene introdotto il reato di terrorismo della parola. Quindi non basta più punire quello che si fa, ma bisogna anche sorvegliare quello che s’immagina. Se pronunci una frase sbagliata, sei terrorista. Se sogni un mondo diverso, sei terrorista. Se possiedi determinati opuscoli, sei terrorista. Le idee fanno così paura che bisogna processarle prima ancora che diventino gesti. Lo abbiamo visto con l’applicazione del regime carcerario del 41bis ad Alfredo Cospito, giustificato anche con il fatto che continuasse a scrivere e ad avere scambi epistolari con altri compagni e compagne nonostante la reclusione. Ogni pensiero deve essere esaminato e sottoposto a censura. Ogni gesto che compiamo deve poter essere osservato. Così ci siamo abituati a convivere con occhi ovunque. Se poco tempo fa gli scenari di controllo totale e capillare facevano solo parte della fantascienza o dei libri di storia per raccontare il nazismo e altri regimi dittatoriali come fossero situazioni lontane, ora la sorveglianza è ormai trasformata in paesaggio, è la norma. A noi non stupisce se qualcuno cerca ancora un angolo d’ombra dove sia ancora possibile esprimersi liberamente ed esistere; colorare di nuovo il proprio immaginario. Una società smette di essere libera molto prima di perdere i suoi diritti. Comincia a perdere la libertà quando non riesce più nemmeno a immaginarla. Quando ogni orizzonte è già stato disegnato da qualcun altro. «Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi e quel paesaggio si è associato per sempre con la nostra idea di libertà.» (I piccoli maestri, Luigi Meneghello) La libertà è questo. Un paesaggio che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo. E dopo averlo visto, non puoi più convincerti che la gabbia sia la natura delle cose. Ma nessuno raggiunge quel paesaggio da solo. Il potere ci vuole individui isolati, concorrenti, sospettosi gli uni degli altri. Vuole che ciascuno difenda soltanto il proprio piccolo recinto. Perché un individuo solo è prevedibile. Una comunità che immagina insieme, invece, è imprevedibile. Quando si vive la stessa oppressione non c’è bisogno di andare a cercare proseliti: si condivide la medesima rabbia ed è quella che fa incontrare e diventare complici. Non per nascondersi gli uni dietro gli altri, ma per vedere più lontano. Perché ogni immaginazione, quando incontra un’altra immaginazione, smette di essere un sogno privato e diventa un progetto comune. È così che nasce un sentiero: una persona da sola lascia un’orma; molte persone lasciano una strada. Ed è questo, forse, che li spaventa più di ogni altra cosa. Non il sabotaggio di una linea ferroviaria, ma il sabotaggio dell’idea che il loro mondo sia l’unico possibile. Perché ogni volta che qualcuno dimostra che un ingranaggio può fermarsi, dimostra anche che la storia può ripartire in un’altra direzione. E finché esisterà qualcuno disposto a immaginarla, nessun sistema potrà dirsi davvero al sicuro. Per quanto ci riguarda saremo sempre al fianco di chi trova i propri complici, di chi non si rassegna ai binari di quest’esistenza, di chi sogna dall’alto delle montagne la libertà. Nel momento in cui pubblichiamo questo testo solo un compagno fra gli/le arrestate del 16 giugno è ancora rinchiuso nella sezione AS2 del carcere di Terni, mentre gli altri e le altre sono state scarcerate dopo l’udienza di Riesame. Libertà per Pietro! Libertà per tutti e tutte!
Stato di emergenza
[2026-07-31] CENA BELLAVITA @ Barocchio Squat
CENA BELLAVITA Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO) (venerdì, 31 luglio 19:00) Barocchio squat presenta una semplice proposta per ribadire l'importanza della responsabilità individuale e collettiva sul tema dell'alimentazione, in specifico quella a base vegetale, come mezzo per portare avanti la liberazione animale in un contesto atroce che vede la mercificazione degli esseri animali per vari scopi beceri, come il divertimento, l'intrattenimento, secondo la logica di sfruttamento generale di questi ultimi. Ribadiamo l'importanza dei luoghi che portano avanti la pratica dell'autogestione e della bella vita, inoltre ben al di fuori delle logiche del metodo capitalista. Porta ciò che vuoi trovare Cucina aperta dalle 19 Il posto è in strada del Barocchio 27 Il poscritto è fuoco ad ogni gabbia.
BELLAVITA
bellavita
cena
Cena
CENA
Primo giorno ad Alta Felicità!
Dopo la Not(t)e ad Alta Felicità di ieri, una serata di primi concerti in attesa dell’inaugurazione del decennale del Festival, questa mattina è stato dato il via ufficiale al Festival Alta Felicità. Quest’anno festeggiamo dieci anni: dieci anni in cui l’estate della Val di Susa è stata animata da lotta, socialità e cultura, vissute in modo diverso e sostenibile. Questa prima giornata è stata caratterizzata da numerosi dibattiti dedicati ad alcuni dei temi più rilevanti e attuali: dall’antifascismo all’antispecismo, fino a un’approfondita riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale e guerra. E proprio su questo tema si è aperto lo spazio dibattiti. Il dibattito con Silvano Cacciari, antropologo e autore di diversi titoli sul tema della guerra, della finanza e dell’intelligenza artificiale. Oggi la guerra a livello globale diventa un campo di battaglia in cui non solo le armi classiche vengono utilizzate: le reti e le infrastrutture che riguardano gli ambiti dell’energia, della finanza, della logistica e della comunicazione possono essere delle armi non convenzionali o, come sottolinea Cacciari, armi della guerra ibrida. Ci sono degli spazi in questo mondo fatto di intelligenza artificiale, dispositivi che creano dall’alto finto consenso popolare per stimolare guerra interna, per chi si pone l’ambizione di cambiare le cose? Con questa domanda aperta il dibattito si è chiuso lanciando alcuni spunti di riflessione su cui sarà importante ragionare anche per noi. Successivamente ha avuto luogo il dibattito “Chi ha paura dell’antifascismo?”, con la partecipazione di Leonardo Bianchi, Mattia Tombolini, Rita Rapisardi e Abo di Free All Antifa. L’incontro ha analizzato l’evoluzione delle destre radicali negli ultimi anni, in Europa e nel resto del mondo, e la crescente criminalizzazione del cosiddetto “movimento antifa” a livello internazionale. A partire dall’analisi di episodi di estremismo di destra e dalla progressiva legittimazione di discorsi radicali all’interno di numerosi governi e istituzioni, il confronto si è soffermato sui processi di normalizzazione del linguaggio con cui questi fenomeni vengono raccontati, sugli obiettivi politici che tale narrazione persegue e sul ruolo del giornalismo e delle piattaforme digitali nella diffusione globale di teorie complottiste, propaganda reazionaria e contenuti di matrice neofascista. Il dibattito ha inoltre approfondito il significato dell’essere antifascisti oggi, affrontando il tema delle campagne internazionali di solidarietà con gli imputat* del processo di Budapest e interrogandosi sulle forme contemporanee dell’impegno antifascista. È emersa l’idea che l’antifascismo non rappresenti soltanto una memoria storica o una risposta alla violenza dell’estrema destra, ma una pratica politica capace di intrecciarsi con le lotte del presente, costruendo spazi di emancipazione e contrastando le derive autoritarie, nazionaliste e conservatrici che attraversano le società contemporanee. A conclusione della giornata ha avuto luogo il talk “La carne del capitale”, che è nato con l’obiettivo di riflettere su come il sistema capitalista riduca ogni forma di vita — sia umana che non umana — a risorsa, merce e profitto. L’incontro propone di allargare lo sguardo oltre la difesa del territorio per comprendere come lo sfruttamento animale si intrecci con quello dei lavoratori, delle lavoratrici e delle persone più vulnerabili, cercando di costruire un’alleanza tra specie diverse. La discussione ha fatto dialogare tre prospettive complementari: Martina Miccichè ha affrontato il tema sul piano teorico e politico, spiegando come la prospettiva antispecista si inserisca a pieno titolo nell’intersezionalità delle lotte e come la gerarchia tra le vite sia uno dei meccanismi fondamentali del capitalismo. Essere Animali ha portato l’esperienza delle inchieste e della denuncia negli allevamenti intensivi, luoghi normalmente invisibili che rivelano uno sfruttamento incrociato, subito sia dagli animali sia da chi ci lavora. Vivi gli Animali ha raccontato la dimensione della pratica quotidiana attraverso la vita dei rifugi, dove gli animali — non più considerati numeri o merci — tornano a essere riconosciuti come individui. Il punto d’incontro emerso dal dibattito è che teoria, denuncia e pratica sul campo devono agire insieme: la lotta per la liberazione animale, la difesa della terra e la giustizia sociale non sono battaglie distinte, ma rami dello stesso albero. Il talk si chiude con un invito concreto ad attivare un’alleanza interspecie quotidiana, sostenendo chi fa inchiesta, supportando i rifugi e riducendo la logica dell’uso e del profitto nelle nostre scelte di tutti i giorni. La prima giornata di Festival prosegue con l’apertura dell’arena principale che vedrà protagonisti artisti di tutta Italia darsi il cambio per inaugurare il palco del decennale. Ci vediamo domani per la marcia No Tav contro i cantieri della devastazione! Avanti No Tav!
La Questura ci prova ancora
Nelle settimane che precedono il Festival Alta Felicità siamo abituati da anni al manifestarsi di provvedimenti giudiziari “ad orologeria”. Anche quest’anno la Questura di Torino non si è smentita ed ha provato a orchestrare una piccola operazione repressiva contro i No Tav. I giornali parlano di Daspo Urbano (Dacur) e fogli di via per almeno 14 attivisti e attiviste del Movimento. Le misure, che per adesso sono state notificate a sole due persone, sono ”divieti di accesso ad aree urbane”, ossia uno dei nuovi dispositivi dei vari pacchetti sicurezza del Governo Meloni. Pur riferendosi ad altre manifestazioni svoltesi in città, la loro emanazione oggi viene motivata dall’avvio in questi giorni del Festival a Venaus. Le aree di allontanamento riguardano alcune zone di Torino, rendendo abbastanza assurde le misure, mentre il foglio di via per ora notificato è relativo all’area di Traduerivi a Susa. In queste prime giornate di Festival abbiamo assistito ad un aumento spropositato di controlli e posti di blocco che però non hanno impedito ad una grande massa di No Tav di raggiungere Venaus. Non sarà sicuramente questa modesta “operazione di polizia” a fermare l’estate di lotta cominciata da diverse settimane e che continuerà anche ad agosto, con campeggi ed appuntamenti. Però una piccola riflessione vogliamo comunque farla. I vari decreti sicurezza hanno riempito le mani dei Questori di nuovi strumenti che ora vogliono sperimentare sulle lotte che infastidiscono il potere. Dal movimento per la Palestina alle lotte sui posti di lavoro si moltiplicano queste nuove applicazioni. È importante rispondere insieme a questi tentativi repressivi con le uniche modalità che in questi anni si sono rivelate efficaci: la solidarietà e la lotta. A partire da domani, marciando insieme verso i cantieri della devastazione! Si parte e si torna insieme, a sarà dura ma per loro!
Operazione del 16 giugno: il Riesame si è espresso, Pietro rimane in carcere
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale: ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/ Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire la reclusione del nostro compagno! Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione. Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza. A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra vicinanza e solidarietà! Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni. Pietro Rosetti C.C. Terni Strada delle Campore 32 05100 Terni Solidali dalla Romagna 
Carcere
Stato di emergenza