Finalmente, dopo 6 mesi e 15 giorni di ingiusta detenzione domiciliare, la
nostra amica e compagna Ermelinda è libera! Una tendenziosa condanna per
oltraggio a pubblico ufficiale l’ha allontanata da noi, ma da questa mattina
Erme può nuovamente attraversare strade e sentieri della Valle.
Oggi festeggiamo, nella gioia e nella rabbia, ma da domani continueremo a
lottare anche per chi è ancora costrett* a limitazioni della propria libertà:
Alice, Sara, Giorgio, l* compagn* tedesch* in carcere per la manifestazione del
25 luglio al cantiere di Chiomonte e tutte le persone che sono state sottoposte
alle misure cautelari per il corteo del 31 gennaio. Quel giorno c’eravamo tutt!
Tutti liberi, tutte libere!
Avanti No Tav
CONCERTO ASSEMBLEA PN: "SENZA PERMESSO!": SIDERURGICI, READIA, ASIANOIA E OMINI!
IN CHIUSURA DJ IKIGAI.
Palazzo Nuovo - Via Sant'Ottavio 20 a Torino
(lunedì, 9 novembre 21:00)
LUNEDÌ 9 NOVEMBRE, ALLE ORE 21:00 A PALAZZO NUOVO.
Assemblea Palazzo Nuovo presenta... "SENZA PERMESSO!", una serata all'insegna
del dialogo e della buona musica.
La lineup comprende i SIDERURGICI, READIA, ASIANOIA e OMINI!
A seguire ci penserà DJ IKIGAI a farci ballare!
INIZIO LIVE: ORE 21!
No molesti, no machi, no pushers. Occupati dello spazio e prenditi cura di chi è
vicino a te <3
Per aggiornamenti è importante seguire @assemblea.pn su ig!
> Non fartelo raccontare! Vieni a viverlo!
Car* tutti e tutte,
ho pensato spesso a scrivere dalla mia detenzione domiciliare, ma solo oggi
trovo la giusta spinta per farlo. Un po’ perché, come molt* sanno, molte delle
mie energie fisiche e mentali negli ultimi otto mesi sono state impiegate nella
creazione di una nuova vita, un po’ perché non volevo essere di distrazione alle
moltissime cose che ci sono state da fare dal 26 marzo (data di inizio della mia
detenzione) ad oggi.
Da Notav Info
Ho sempre seguito con attenzione ed interesse ciò che accade al di fuori delle
mie mura domestiche e sembra sempre che tutto accada quando partecipare
attivamente diventa impossibile: dalla decima edizione del Festival Alta
Felicità alla mobilitazione contro la Avigliana-Orbassano, dalla nascita del
comitato contro la riapertura del forno della Beltrame alla lotta dei Genitori
Montani Disagiati per garantire il diritto alla salute dei propri figli. E
ovviamente guardo con profondo coinvolgimento alle proteste in Italia e nel
mondo contro il carovita e la guerra scoppiate nell’ultimo mese, partite da
lavorator* agricoli, autotrasportatori e giovani generazioni, dai blocchi alle
occupazioni delle scuole e delle università. Non posso che esprimere tutta la
mia gratitudine e solidarietà: se non fossi costretta tra le mie quattro mura il
nostro posto (mio e del gradito ospite che mi abita) sarebbe là, poiché mai come
oggi la posta in palio è garantire un futuro degno a chi c’è e a chi verrà; e
mai come in questo periodo della mia vita sento così forte la responsabilità
verso le generazioni future.
Ho peccato di hybris nel decidere di mettere al mondo una nuova vita proprio
mentre mi trovavo a saldare il mio “debito” con la giustizia, per aver osato
difendere la terra dove mi trovo (dove nascerà e crescerà mio figlio) quasi 10
anni fa dalla grande opera inutile che il Movimento No Tav combatte da
trent’anni. Ma a maggior ragione, proprio perché ci siamo presi la
responsabilità di mettere al mondo questa vita, è nostro dovere ancor di più
lottare per garantirgli un futuro degno.
Evidentemente questa è stata la valutazione del Magistrato di Sorveglianza che
ha avuto la sfortuna di prendere in carico il mio fascicolo di espiazione della
pena (ovviamente che io sia una peccatrice di superbia, non che il futuro vada
difeso con la lotta).
Ci sarebbero mille cose che potrei raccontare della mia detenzione e sassolini
dalle scarpe che mi vorrei togliere, ma mi concentrerò solo sulla risposta alla
mia ultima istanza, per me grave e paradigmatica del sistema detentivo-punitivo
e forse anche un po’ al limite della violazione del diritto alla salute mio e
del mio futuro bambino.
Ho notato un cambio di approccio da quando sono passata dall’essere una
detenuta-lavoratrice, quindi membro produttivo di questa società, ad una
detenuta-gestante (chissà cosa accadrà quando diventerò una
detenuta-genitrice!). Su questo incredibilmente, quasi come una profezia che si
autoavvera, avevo avuto grandi spunti di riflessione ad aprile (prima di
scoprire di essere incinta) quando, lo stesso Giudice di cui sopra, mi aveva
autorizzata a partecipare presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli alla
presentazione del libro “Donne oltre il carcere – Percorsi di self- empowerment
delle donne detenute” tenuta da Susanna Ronconi e Giulia Melani. Nel libro, in
cui è evidentemente presente una lente transfemminista ed abolizionista, la
maternità diventa per il sistema giudiziario-detentivo una doppia colpa e
stigma. Non mi metterò ad approfondire ulteriormente perché evidentemente c’è
chi è più preparata di me, ma il punto è che quello che voglio raccontare dei
miei domiciliari non fa parte solo del mio vissuto ma di quello di centinaia di
donne che nel nostro paese, e società, si trovano a vivere la doppia condizione
(o doppia oppressione?) di essere detenute e madri.
Piccola premessa per i profani della detenzione: chiunque sia in regime
detentivo (carcerario, domiciliare, ecc.), può fare delle richieste al proprio
magistrato di sorveglianza o all’istituzione carceraria per avere dei permessi
extra per delle attività specifiche e dimostrabili, così come è diritto avere
delle “ore d’aria” quotidiane in carcere, o per le proprie esigenze di vita in
detenzione domiciliare. Ovviamente la risposta è a discrezione del Magistrato di
Sorveglianza che ne valuterà la compatibilità con la detenzione; questo non
toglie che però chiedere è lecito, oltre ad essere proprio un diritto.
Il giorno 2 novembre, tramite la mia avvocata di fiducia, presento istanza per
avere il permesso di:
* – partecipare in quanto imputata il 12/11 ad un’udienza di Appello al
Tribunale di Torino perfatti avvenuti a luglio 2020 al Presidio dei Mulini;
* – partecipare in quanto imputata il 30/11 e il 25/01/’27 alle udienze
d’appello del processo“Sovrano”;
* – partecipare il 23 e il 24/11, presso il mio posto di lavoro (Associazione
Almaterra Aps aTorino), ad un corso di formazione rivolto ad operator* del
terzo settore dal titolo “Prospettive intersezionali sulla violenza di
genere, geografie delle diseguaglianze e spazi di cura”, dalle 9 alle 16 con
pernottamento presso casa di un’amica che parteciperà anche lei al corso,
disposta ad ospitarmi e ad eventuali controlli da parte delle forze
dell’ordine, per evitare di fare il tragitto da Bussoleno a Torino 4 volte
visto che sarò alla fine dell’ottavo mese di gravidanza;
* – Poter visitare il Punto Nascita dell’Ospedale di Rivoli, dove ho deciso di
partorire, durante l’open day che fanno solamente il primo mercoledì del mese
dalle ore 17 (io ho chiesto per il 2 dicembre perché non sapevo se mi sarebbe
arrivata in tempo la risposta per l’open day del 4 novembre).
Incredibilmente, questa volta la risposta è stata celerissima: il giorno dopo i
carabinieri di Susa mi notificano il rigetto dell’istanza, a esclusione della
partecipazione alle udienze (e ci mancherebbe). Le motivazioni? La prima è che
secondo il Magistrato ho perso di vista il fatto che mi è stata gentilmente
concessa una misura alternativa al carcere, e la detenzione domiciliare presenta
“precisi limiti”; la seconda è che ho presentato dall’inizio della detenzione (7
mesi e mezzo fa) un quantità “abnorme” di istanze di autorizzazione.Ora, io non
ho mai avuto problemi a prendermi delle responsabilità, sto pagando perché l’8
dicembre del 2017 sono stata arrestata a volto coperto durante una
manifestazione notturna al cantiere di Chiomonte, sono stata portata in carcere
e rilasciata dopo pochi giorni e successivamente condannata a un anno e cinque
giorni di reclusione. Non ho problemi a dirlo e non mi sono mai sottratta al
costo (abnorme e sproporzionato) della lotta per le cause in cui credo. Vedo
quindi nella risposta del signor Magistrato, un’ottima occasione per una
riflessione sulla espiazione di pena in un sistema che nei fatti è punitivo ma
che vuole auto-narrarsi come rieducativo (o forse voleva e non lo vuole più in
effetti).
Posso anche accettare (ma forse anche no) che la formazione professionale possa
essere considerata un inutile orpello nella vita di una persona detenuta (anche
se mi pareva di ricordare che istruzione e formazione dei detenuti fosse un
pilastro della detenzione come rieducazione e addirittura fosse sancito dalla
Costituzione), soprattutto se si tratta di una lavoratrice in maternità che
ormai dovrebbe solo pensare a starsene tranquilla e buona a fare la cova. Quello
che non riesco a scorgere è la differenza tra questa formazione – se non
l’approccio transfemminista del corso – e quella per cui invece sono stata
autorizzata a maggio dallo stesso giudice, per ottenere l’attestato da
Operatrice BLSD (Basic Life Support and Defibrillation) per l’Associazione
Sportiva Dilettantistica (la Palestra Popolare Rabel ASD) di cui sono socia
fondatrice e per cui svolgo (tutt’ora) il ruolo di insegnante volontaria di
Pugilato Amatoriale. Attività che svolgo 3 volte alla settimana e per cui ho
dovuto rinunciare alle mie ore d’aria, che mi sono state ridotte a sole due
volte alla settimana. Il problema era il pernottamento fuori? Bastava negarmi
quello, no?
Posso anche accettare (ma forse anche no) di aver arrecato un certo fastidio al
signor giudice per aver fatto richieste di carattere culturale, sportivo,
ricreativo, affettivo (ho addirittura chiesto di partecipare a un matrimonio e
un funerale!), professionale e sanitario. Ho addirittura osato chiedere di avere
ore d’aria tutti i giorni (in carcere ne hanno due al giorno) dopo che per tutto
il mese di luglio sono potuta uscire solo due volte alla settimana, perché ho
avuto un rischio di aborto e ricevuto l’interdizione dal lavoro (maternità
anticipata). Non vi sto neanche a dire il fastidio che ho provocato quando ho
osato chiedere il mese scorso (al settimo mese di gravidanza) che gli arresti
domiciliari mi venissero alleggeriti in affidamento in prova in previsione
dell’avvicinamento alla data del parto (27 dicembre, con fine pena al 27 marzo)
e per meglio provvedere poi alle esigenze, le necessità e i bisogni di un
neonato nei suoi primi mesi di vita. Anche quello mi è stato negato perché pare
che la misura della detenzione domiciliare non ostacoli in nessun modo
l’espletazione dei miei doveri genitoriali! Poi vista la gravità dei miei reati
e la mia militanza politica mai interrotta né rinnegata già di grazia, appunto,
che le misure alternative mi siano state concesse.
Per dovere di cronaca: non esiste un limite massimo o temporale di richieste e
istanze che si possono fare, anzi, è un diritto tutelato del detenuto poter fare
delle richieste, ma che invece in questo caso diventa addirittura motivazione
per il rigetto delle mie domande.
Quello proprio che però non riesco ad accettare è l’assoluta arbitrarietà di
negarmi la possibilità di conoscere le professioniste che mi aiuteranno a far
nascere mio figlio, vedere il reparto, la sala parto, del potermi informare
sulle procedure, esprimere le mie preferenze. Non c’è motivo alcuno che possa
giustificare questo rifiuto: in otto mesi di gravidanza, seguita dal Consultorio
di Avigliana, ho fatto decide di controlli, analisi, ecografie, addirittura sono
dovuta andare fino a Saluzzo per trovare un posto per effettuare l’ecografia
morfologica, visita per cui ho dovuto chiedere un permesso speciale perché fuori
dalla Provincia di Torino.
Però no, la visita al Punto Nascita di Rivoli prima del parto assolutamente no,
non è conforme ai limiti della misura alternativa della detenzione domiciliare.
L’unica risposta che riesco a darmi è la postura di un sistema detentivo
punitivo e superficiale, soprattutto verso chi – come si diceva in occasione
della detenzione domiciliare di Ermelinda (ma potremmo dire lo stesso di Sara) –
non vuole stare “al proprio posto”. Dà fastidio che io cerchi semplicemente di
usufruire dei miei diritti come persona detenuta e di detenuta-gestante (sì, ci
sono diritti specifici, tra cui il divieto di scontare in carcere, quindi non
una “gentile concessione”). Nella Carta dei diritti e dei doveri dei Detenuti e
degli Internati si dice: “è assicurata alle gestanti e alle madri con bambini
assistenza adeguata di medici specialisti, ostetriche e operatori in
puericultura”. Mi sembra che la mia richiesta di non si discosti minimamente da
questa dicitura e la richiesta di una visita al punto nascita che ho scelto per
partorire non sia da derubricare come una istanza “per vario titolo”.
Probabilmente darà fastidio anche questa mia lamentela pubblica (darmagi!), ma
la gravidanza mi sta restituendo maggiore determinazione nel cercare di fare del
mio meglio per garantire una vita degna a chi abiterà questa terra dopo di me.
Purtroppo mio figlio nascerà come detenuto domiciliare, per i suoi primi mesi di
vita non avrà il diritto a fare un giro nel passeggino o in macchina se non
riuscirà a dormire quando il suo papà sarà a lavoro (perché ricordiamoci che gli
uomini hanno solo 10 giorni di paternità per evitare di moltiplicare lo
“svantaggio della genitorialità” – cit. Roccella). Ma quello che voglio
assicurargli è che nascerà in un luogo che conosco e in cui mi sentirò al
sicuro, con delle ostetriche (mie nuove idole della vita, grazie anche alla
professionalità e comprensione che ho trovato in Lia e Lara del Consultorio!) e
medic* con cui avrò parlato almeno una volta prima di mettergli in mano le
nostre esistenze.
In conclusione vorrei rassicurarvi che io e la creaturina, comunque stiamo bene
e ci stiamo preparando al meglio per il nostro incontro. Nonostante l’attacco
sistematico al nostro Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto qua in Valle,
zona “disagiata” dove ci vediamo togliere ogni anno nuovi servizi dal Punto
Nascita di Susa nel 2015 ai pediatri oggi, e in cui i servizi fondamentali per
la popolazione diventano merce di scambio attraverso il ricatto delle
compensazioni per la Torino- Lione, ci sono professioniste che cercano di tenere
alta la bandiera di una sanità improntata sulla cura, il consenso e il rispetto.
Non smetterò mai di ringraziarle.
Spero abbiate potuto intendere che il morale è alto e in me è immutato il
desiderio e la necessità di sognare e costruire un mondo e un’esistente migliore
per tutt*, a maggior ragione da quando sento in me la responsabilità della vita
di questa piccola creatura umana. A chi scende in piazza in queste settimane
vorrei dire di non mollare, di non farsi intimidire. Così come vorrei portare
tutta la mia solidarietà e forza a chi è stato colpito dalle misure cautelari
per il corteo del 31 gennaio. Quel giorno, c’eravamo tutt*!
Infine, il mio pensiero va ovviamente al Movimento No Tav, che si appresta a
scendere in piazza per l’8 dicembre, e che mi ha insegnato a peccare di hybris a
testa alta, perché quando si è dalla parte della ragione non bisogna fare un
passo indietro! E che spero possa essere presto parte della famiglia del piccolo
Nicolò Ernesto, così come è parte della mia.
Sempre su lo sguardo! Avanti No Tav
Sempre vostra Alice sul ring Thelma Tank
Un altro sabato di lotta a Torino. Anche oggi, sabato 7 novembre, migliaia di
studenti e lavoratori sono scesi in piazza nel capoluogo piemontese “uniti
contro il carovita, il riarmo, i tagli alla scuola e alla sanità, la crisi
climatica e l’inflazione”. Il corteo è partito intorno alle 16.30 da Piazza
Castello.
Da Radio Onda d’Urto
Oggi, alla manifestazione chiamata dal gruppo torinese di “Italia in piazza” si
sono uniti anche gli agricoltori in lotta contro il caro carburanti, che
precedono lo striscione di testa con un trattore. La piazza di oggi è anche la
prima risposta alle manganellate con cui la polizia, ieri, ha risposto alla
contestazione di studenti e studentesse universitarie alla ministra Bernini in
visita al Museo Egizio. Universitarie e universitari sono presenti in piazza,
oggi, con uno spezzone arrivato in piazza dal Campus Luigi Einaudi
dell’Università di Torino, occupato dallo scorso 26 ottobre.
Durante il concentramento si sono alternati diversi interventi. Uno di questi ha
proposto l’istituzione di un presidio permanente in Piazza Castello. “L’idea è
che possa essere una sorta di ‘casa del popolo che lotta contro guerra e
carovita’, un luogo di riferimento per la città per continuare a coordinarsi e
magari stilare un manifesto con dei punti precisi rispetto a quello che il
popolo, i cittadini, chiedono alle istituzioni”, spiega Martina di Infoaut nella
corrispondenza a Radio Onda d’Urto.
Dalla partenza del corteo, la corrispondenza per Radio Onda d’Urto di Martina
della reazione di Infoaut.
La zelante procura di Torino ha emesso in questi giorni una serie di misure
cautelari, tra cui arresti domiciliari e carcere, per colpire e criminalizzare
le migliaia di persone che lo scorso gennaio si sono mobilitate dopo lo sgombero
del centro sociale Askatasuna.
È evidente che si tratta di una vera e propria vendetta da parte di un governo
che, incapace di dare risposte al Paese reale sul carovita e sulle conseguenze
di un’economia di guerra, decide di arginare il dissenso con la repressione.
Ma il tentativo è fallito ancora prima di cominciare, come dimostrano le piazze
piene delle ultime settimane e come dimostreranno quelle che verranno.
A gennaio, nelle strade di Torino, eravamo oltre 50.000, arrivati da tutta
Italia. E c’eravamo anche noi.
Perché quella mobilitazione era un ulteriore, importante momento di risposta
all’attacco contro le lotte sociali, dopo la sollevazione di massa dello scorso
autunno per la Palestina e contro il genocidio.
Quella giornata ha avuto il merito di essere una tappa necessaria tra il
“Blocchiamo tutto” e le proteste che nell’ultimo mese, da Nord a Sud, hanno
immobilizzato il Paese, in un’onda lunga di contestazione e opposizione a scelte
politiche scellerate.
Sfidare Meloni e i suoi tentativi di silenziare il conflitto sociale era e resta
urgente e necessario.
È l’impegno comune che abbiamo assunto anche in Calabria, contro chi vorrebbe la
nostra terra relegata al silenzio, alla povertà e all’emigrazione forzata.
Il tentativo di fermare compagni e compagne, colpevoli di essersi opposti e
opposte con generosità alla volontà di silenziare la voce di Askatasuna, è
fallito, e non saranno le misere vendette di questi giorni a cambiare la storia.
Tra le persone private della libertà c’è anche Ferdinando, da sempre in prima
linea nelle lotte sociali, attualmente agli arresti domiciliari.
La solidarietà è lo strumento che abbiamo a disposizione, quello che impedisce a
qualunque governo di pensare di poter fermare o silenziare l’opposizione
sociale, a qualsiasi latitudine.
Oggi solidarietà significa continuare la lotta, rafforzare le mobilitazioni
contro il governo della guerra e del carovita, continuare a spenderci per una
trasformazione radicale del presente.
Noi non lasciamo indietro nessuno, e già dai prossimi giorni organizzeremo la
solidarietà ai nostri compagni e alle nostre compagne.
Ci vediamo dove bisogna stare, in piazza, di nuovo il 20 novembre!
La Base Cosenza
Forze armate e industrie belliche italiane rafforzano i loro legami con gli
apparati militari della Nigeria.
Il Ministero della Difesa e le maggiori aziende produttrici di sistemi di morte
hanno inviato nello Stato africano i loro rappresentanti più illustri per
partecipare all’Africa International Defence Exhibition - AFRIDEX 2026, prima
edizione della kermesse internazionale delle armi, tenutasi a Lagos dal 26 al 29
ottobre scorso.
Promossa dalle autorità governative nigeriane, AFRIDEX ha visto la presenza di
enti governativi ed industrie militari di oltre 40 Paesi. Si è trattato di un
evento di estrema rilevanza che ha consentito lo sviluppo di nuovi programmi di
cooperazione tra le forze armate nazionali e i maggiori partner africani ed
extra-continentali.
Nel corso della kermesse, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale
Luciano Portolano, ha incontrato il ministro della Difesa nigeriano, generale
Christopher Gwabin Musa, e il Capo di Stato Maggiore Olufemi Olatubosun Oluyede.
“Tra gli argomenti trattati, la finalizzazione dell’accordo di cooperazione
Italia-Nigeria nel campo della Difesa, già in avanzato stato di negoziazione, e
la possibilità di avviare cicli di addestramento delle forze di polizia
nigeriane ad opera dell’Arma dei Carabinieri”, riporta la nota stampa della
Difesa italiana. “Discusse anche le principali sfide per le forze armate
nigeriane e la loro richiesta di programmi di addestramento nella lotta contro
droni (Counter-UAS) e agli ordigni inesplosi (Counter-IED) nonché di formazione
dei piloti di aereo e di elicottero, a seguito dell’avvio dei programmi di
acquisizione di velivoli italiani M-346 e AW109”.
Sia i caccia M-346 che gli elicotteri AW109 “Trekker B” sono prodotti dal gruppo
Leonardo SpA, presente come espositore e sponsor ad AFRIDEX 2026.
Complessivamente, i due programmi prevedono la fornitura di 34 velivoli
all’Aeronautica militare nigeriana.
Il 15 settembre scorso, i militari dello stato africano hanno ricevuto da
Leonardo i primi tre elicotteri AW109. Gli altri sette esemplari ordinati
saranno consegnati entro la fine del 2026.
Sono invece 24 i caccia da combattimento e attacco M-346 in fase di produzione
per l’Aeronautica nigeriana. I primi tre velivoli hanno completato i collaudi di
accettazione presso lo stabilimento Leonardo di Venegono Inferiore (Varese) tra
il 29 giugno e il 9 luglio 2026. Gli aerei possono trasportare oltre 2.000 kg di
munizioni “tradizionali” ed “intelligenti”, come bombe guidate e non guidate,
missili aria-superficie, missili aria-aria, nonché contromisure elettroniche,
sistemi di puntamento e altri pod.
Secondo quanto riportato da Analisi Difesa, Leonardo si incaricherà pure
dell’addestramento dei piloti e del personale di manutenzione, del supporto
logistico e del mantenimento della flotta a lungo termine (fino a 25 anni). Sono
previsti inoltre l’impiego di simulatori e attività di addestramento a terra,
finalizzati a potenziare le capacità tecniche e operative nigeriane. I vertici
delle forze aeree hanno inoltre proposto la creazione di un polo di manutenzione
Leonardo in Nigeria.
I primi tre M-346 dovrebbero essere consegnati entro il prossimo mese di
dicembre. Il valore della commessa è superiore ad 1,2 miliardi di euro.
Il generale Portolano è pure intervenuto - unico speaker europeo – al convegno
centrale di AFRIDEX. “Il continente africano rappresenta oggi una priorità
strategica della nostra politica estera e la Nigeria non è un interlocutore tra
tanti, ma per il suo peso demografico, economico e politico, è un partner
imprescindibile”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore. “Rilevante inoltre il
tema della sicurezza marittima. Il Golfo di Guinea è un corridoio fondamentale
per i traffici commerciali ed energetici internazionali, minacciato da
pirateria, furto di greggio, traffici illeciti e pesca illegale. La periodica
presenza della Marina Militare italiana nella regione, avviata nel 2020 con
unità navali a tutela della libertà di navigazione, offre una base per
intensificare la cooperazione con la Marina militare nigeriana. Il nostro
auspicio è che questa presenza si traduca sempre più in cooperazione diretta:
addestrarsi insieme e scambiarsi informazioni per il perseguimento di obiettivi
comuni”.
Luciano Portolano ha infine ribadito l’impegno a favore della formazione degli
ufficiali nigeriani presso le accademie e le scuole militari italiane.
“Nel quadro delle sfide alla sicurezza dell’Africa e, in particolare, nel Sahel
nonché dell’espansione della minaccia jihadista verso l’Africa occidentale, a
Lagos il generale Portolano ha incontrato il generale Anderson, Comandante
dell’Africa Command statunitense (USAfricom), con il quale ha condiviso che la
stabilità dell’intera area è una priorità e un obiettivo comune”, riporta ancora
la Difesa italiana. “In tale contesto, sono state affrontate diverse opportunità
per attività congiunte, principalmente di addestramento, consulenza e assistenza
a favore delle forze armate locali, in Nigeria e Niger, Paesi critici per
l’equilibrio regionale, ma anche in Somalia, Etiopia, Eritrea e Gibuti, così
come nei Paesi che affacciano sul Mediterraneo come Libia e Tunisia”.
Tra gli stand dell’Africa International Defence Exhibition – AFRIDEX, il Capo di
Stato Maggiore ha avuto modo di dialogare pure con il viceministro della Difesa
turco, Musa Heybet, su possibili iniziative congiunte per la “sicurezza” nel
continente africano. Tra i temi affrontati, il contrasto al terrorismo, con
particolare attenzione alle attività di sicurezza marittima e antipirateria nel
Mediterraneo allargato e nel Corno d’Africa, nonché l’importanza di mantenere
una presenza internazionale in Niger e nel Sahel.
“Il colloquio ha, inoltre, consentito un confronto sulla sicurezza nei Balcani e
nell’area del Mar Nero, sulle prospettive di una possibile nuova missione in
Libano nel post-UNIFIL, oltre che su varie opportunità di rafforzamento della
cooperazione industriale, tra i due Paesi, nel settore della difesa”,
riferiscono ancora i vertici militari italiani.
Articolo pubblicato in Africa ExPress, il 6 novembre 2026,
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