Il ministro della Difesa del Paese africano è stato ospite della Divisione
elicotteri della società italiana a Vergiate e di quella aerea a Venegono
Inferiore
Supermarket Leonardo SpA per le forze armate della Nigeria. Il 17 ottobre 2025
il ministro della difesa nigeriano Mohammed Badaru Abubakar si è recato in
visita a due stabilimenti lombardi della holding produttrice di sistemi bellici.
Badaru Abubakar è giunto in Italia con la delegazione governativa guidata dal
presidente Bola Ahmed Tinubu, in visita ufficiale a Roma per partecipare
all’AQABA Process Meeting, l’iniziativa di cooperazione internazionale
anti-terrorismo in Africa occidentale promossa dalla Presidenza del consiglio
italiana e dal Regno di Giordania.
Nello specifico il ministro della difesa nigeriano è stato ospite della
Divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate e di quella aerea a Venegono
Inferiore (Varese).
Nei due stabilimenti sono in via di realizzazione gli elicotteri d’attacco AW109
“Trekker” e i caccia-intercettori M-346 destinati all’Aeronautica militare della
Nigeria.
A Vergiate il ministro Badaru Abubakar ha avuto modo di ispezionare le
operazioni di assemblaggio dei “Trekker”: tre di questi velivoli sono già pronti
per la consegna; altri tre saranno completati entro la fine dell’anno e gli
ultimi quattro nei primi mesi del 2026.
Grazie agli elicotteri AW-109 di Leonardo, l’Aeronautica militare nigeriana
punta a rafforzare le sue capacità di supporto al combattimento, trasporto aereo
tattico ed evacuazione medica.
A Venegono Inferiore è stato possibile assistere alle operazioni di assemblaggio
dei caccia M-346. Si tratta di una versione modificata dell’addestratore
avanzato del tipo “light combat”, con capacità multiruolo per missioni di
supporto aereo avanzato e ricognizione tattica. La Nigeria ne ha ordinati 24.
Il valore stimato della commessa è di 1,2 miliardi di euro; oltre alla fornitura
dei velivoli, Leonardo assicurerà la loro manutenzione in Nigeria per 25 anni.
Tre caccia sono in avanzata fase di produzione, mentre per altri tre prenderanno
il via a breve i test di volo. La consegna sarà completata in quattro tranche di
sei velivoli ciascuno, comprensivi di sistemi d’arma e componenti elettroniche.
Secondo le autorità nigeriane, grazie alle caratteristiche delle missioni
aria-aria e aria-terra, l’M-346 rafforzerà significativamente le capacità di
combattimento delle forze armate nigeriane.
“La visita ai due stabilimenti di Leonardo riflette l’attenzione
dell’amministrazione Tinubu per le acquisizioni strategiche militari,
l’addestramento congiunto e le partnership internazionali in modo da rendere più
sicuro lo spazio aereo della Nigeria”, riporta il comunicato emesso dal
ministero della Difesa.
Negli ultimi anni si sono particolarmente rafforzate le relazioni militari e la
cooperazione industriale tra Italia e Nigeria. Un accordo è stato sottoscritto
nel 2017 dai rispettivi governi per migliorare l’interscambio di intelligence e
operare congiuntamente nel settore navale e anti-terrorismo.
Lo scorso anno, ad aprile, le autorità nigeriane hanno annunciato l’intenzione
di acquistare da Leonardo i 24 caccia d’attacco M-346 e i 10 elicotteri AW109
“Trekker”. La firma del contratto è stata stipulata a metà ottobre 2024 in
occasione della visita in Italia di una delegazione dei ministeri della Difesa e
delle Finanze di Abuja, guidata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica
Hasan Abubakar.
L’accordo con Leonardo prevede che una parte della formazione dei piloti
nigeriani sia svolta presso l’International Flight Training School
dell’Aeronautica Militare italiana, nella base aerea di Galatina (Lecce) e nello
scalo di Decimomannu (Sardegna).
Secondo Africa Intelligence, per la selezione dei fornitori dei sistemi di
munizionamento degli M-346 di Leonardo, le forze armate nigeriane si sono
rivolte ad una società israeliana di gestione della logistica e delle
infrastrutture informatiche e di telecomunicazione, Ebony Enterprises Ltd., con
quartier generale a Herzliya Pituach, distretto di Tel Aviv.
“Tra le principali aziende di difesa contattate per l’armamento dell’aereo M-346
Master della Nigeria ci sono la francese Thales, l’israeliana Elbit Systems e
l’europea Nexter”, aggiunge Military Africa.
Ancora Elbit Systems e un’altra azienda leader del comparto industriale-militare
israeliano, Rafael Advanced Defense Systems Ltd, forniranno componenti cruciali
per i caccia, tra cui il sistema radar PESA e varie tipologie di munizioni
guidate di precisione.
Gli M-346 di Leonardo – secondo Analisi Difesa – saranno dotati inoltre di pod
Litening per il puntamento laser degli obiettivi e Reccelite per ricognizione e
sorveglianza. Anche i Litening e i Reccelite sono prodotti dalla società
israeliana Rafael Advanced Defense Systems.
Gli elicotteri AW-109 “Trekker” sono già in dotazione delle forze armate
nigeriane. Il 12 novembre 2024 tre di questi velivoli sono stati consegnati alla
Marina militare. La cerimonia si è svolta presso l’hangar della Caverton
Helicopters Limited (CHL) a Ikeja, Lagos.
I tre elicotteri sono stati dotati di un pattino di atterraggio che assicura una
migliore capacità di carico e la possibilità di atterrare sui ponti delle unità
da guerra. Essi sono utilizzati per effettuare voli di trasporto a lungo raggio
e - grazie a sofisticate videocamere FLIR - per svolgere missioni di
intelligence e riconoscimento in mare e in terra.
Anche l’Aeronautica militare nigeriana si è dotata lo scorso anno di due
elicotteri AW109 “Trekker”. I velivoli utilizzano per le attività di
manutenzione, riparazione e revisione gli impianti della divisione elicotteri
del gruppo Cavetron a Lagos.
Leonardo SpA spera di poter fornire alle forze armate nigeriane anche il sistema
radar avanzato RAT 31DL/M nell’ambito dell’ambizioso programma MITRACON
(Military Total Radar Coverage of Nigeria) promosso dal governo per modernizzare
i sistemi di sorveglianza e potenziare la copertura dello spazio aereo.
Progettato per rispondere alle esigenze belliche NATO, il radar RAT 31DL/M è un
sistema tattico a lungo raggio che opera in L-Band contro le “minacce”
rappresentate da aerei, missili e droni.
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 15 novembre 2025,
https://www.africa-express.info/2025/11/15/leonardo-affari-di-guerra-delegazione-nigeriana-supervisiona-la-maxi-commessa-di-12-miliardi/
Al di là di accordi e disaccordi su analisi e prospettive, la trascrizione di
questa intervista a un partecipante al collettivo “contre-attaque”, andata in
onda su “radio onda d’urto”, ricostruisce in modo ampio e puntuale sia la
dinamica dei fatti di Lione sia ciò che sta accadendo in Francia dopo la morte
dello squadrista Quentin Deranque.
Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque,
avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione
iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in
realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci
ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi
hanno permesso di ribaltare la narrazione?
Risposta: D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano
in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a
Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni
organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia. Si
tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato
Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il
femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione
di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta
davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi
diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha
aggrediti.
Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio
durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con
cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare
nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro
video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra.
C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone.
Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante
un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve
continue minacce di morte dall’estrema destra.
Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con
Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione
aspettava più lontano, a centinaia di metri.
Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13
febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia
che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si
trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né
elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i
media senza alcun distacco critico.
I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare
l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la
storia ci è sembrata subito sospetta.
Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin,
era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita
in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha
trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava
militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse
ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione.
Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video. La redazione aveva
ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di
antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo
scontro e avevano abbandonato i loro sodali.
La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione
pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto
gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando
innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da
quelle della sinistra francese.
Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e
denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere
prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1,
riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave,
ancora una volta, perché all’epoca non c’erano prove. La maggior parte delle
reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di
TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra.
Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra,
quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Némésis;
erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno
avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con
l’eurodeputata.
Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava
la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata
nella sala quando c’è stato lo scontro.
Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare
le loro reti.
Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un
“cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha
osato dire che era un militante neonazista.
Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte
fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si
respira… La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente
che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas
urticanti, fumogeni, con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero.
Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei
media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone.
Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che
hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha
registrato, è che Quentin è la vittima.
Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema
destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un
gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di
lì. I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il
gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una
vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della
sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra
contro gli attivisti di sinistra.
Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono
aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti.
Risposta: Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio,
bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto
di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di
terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi
parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva
partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono
davvero la crème de la crème dei fascisti più violenti e radicali.
Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato
“Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava
un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo
addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza.
Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente
coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica
del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è
completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque,
la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via.
Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11
persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a
Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza
di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France
Insoumise. Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di
autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30. In Francia, sappiamo
che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito
Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro
eventi dagli attacchi dell’estrema destra.
Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una
novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma no, i gruppi
di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti.
È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi
membri sono stati arrestati.
A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël
d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono
attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori.
Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che
implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà
di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì,
è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali
non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente
rispondendo a un attacco.
È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché
la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli
accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché, potenzialmente, non
solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe
incriminare la stessa France Insoumise.
Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto
tradotte in carcere e poi ci sarà un processo.
Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è
un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente
l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della
borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande
movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi.
Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema
destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione
antifascista, che però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti
antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti. Così abbiamo visto la polizia
che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione
antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di
manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento.
Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra
avvengono in un clima di impunità da anni. Puoi descriverci la situazione in
città e nel resto del Paese?
Risposta: Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le
autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di
boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una
storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus
Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la
collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza.
Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra
estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci
sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie di
anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono
stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti.
Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono
impuniti. Anche per questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore
specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di
attivisti.
L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa
violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano
bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi
e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo
contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la
Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per
questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto.
Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più
restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi
anche in Bretagna o a Nantes.
A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro
un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del
sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La
France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla
sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare
che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto.
I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati
trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro
dell’Interno non ne ha parlato.
Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra
si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto,
rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa
è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di
qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso.
Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo?
Risposta: Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré,
apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, dei
giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una
“guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in
effetti lo fa molto bene. Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato
giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta di un
iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema
è molto più profondo.
Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al
potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure
Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari
franco-israeliano che ha diffuso una propaganda genocidaria in continuazione a
partire dal 7 di ottobre 2023.
E poi ci sono i media pubblici che stanno subendo epurazioni ideologiche per
allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E
quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture
tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di
satira, o minimamente contro il potere e licenziano i loro autori. Al loro posto
arrivano in redazione giornalisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio
quelli di C News.
Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in
tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o
al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con
quello della destra estrema.
Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France
Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia,
sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in
questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della
sinistra francese.
La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per
esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla
rissa di Lione e poi “Le Canard Enchaîné”, testata satirica conosciuta, che ha
una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la
loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media. Ma nella maggior parte dei
casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i
fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di
disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto
dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video.
Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il
“martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribuendo a creare il
clima che ci hai descritto?
Risposta: In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di
influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono
un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma
anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano
anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando
un’intera controcultura neofascista.
Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio
essere molto chiaro. Non sono stati nemmeno loro; non ne avevano nemmeno
bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali
media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata
l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano
nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto
oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia.
Stanno convocando manifestazioni.
Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono
consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire
che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno
creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità,
montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio.
Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare.
Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito,
che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La
France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli
tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato
centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La
France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto.
Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di
continuo.
In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani
uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei
vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra… Hanno anche lanciato una
campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per
andare a pestare gli antifascisti.
Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente represso dallo Stato. Posso
dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i
fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema
destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo.
E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo
attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono
proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin
stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i
loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò
insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui.
E ancora una volta, nessun media nazionale lo sta dicendo, e nessun media
nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader
di Némésis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo
a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una
vittima degli Antifa. La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile
d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media
nazionali non lo stanno facendo.
In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito
come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti?
Risposta: Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non
solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti,
l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la
sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente consenso,
nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano
date per scontate, non lo sono più. La questione dell’antirazzismo e
dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata
per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo,
stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo,
perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita
e a livello internazionale.
Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della
logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via.
E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino
l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della
sinistra, stia diventando un disvalore.
E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto,
tutt’altro. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno
facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale
richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta
visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono
aperte ad argomenti e fatti.
E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che
si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La nostra
principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema
destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via,
quanto le autorità stesse. Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci
minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia
francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che
ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso
le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo
del movimento “Blocchiamo tutto”, dato che la polizia è stata, come dire, così
efficiente e violenta.
Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo
visto il magnifico movimento “Blocchiamo tutto” per la Palestina, abbiamo visto
cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo
cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia
ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento “blocchiamo tutto”.
In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere
caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera,
il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati
blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo
senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione.
Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio
Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione”.
Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando
di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono
gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è
creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che
significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare
uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché
possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise,
l’intero movimento sociale è preso di mira. Quindi dovremo rifiutarci di fare
qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un
compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria.
Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta
la rivoluzione o la barbarie.
> Questa settimana I Bastioni di Orione completano l’ascolto dell’incontro con
> Emanuele Giordana: questa volta passiamo le sue considerazioni sui motivi e le
> conseguenze della tornata fintamente elettorale tenutasi a Naypyidaw e in
> poche altre città birmane, mentre nei due terzi della nazione multietnica la
> guerra imperversa su livelli diversi, a seconda degli interessi delle singole
> comunità, con l’imperversare dell’aviazione di Tatmadaw a impedire il tracollo
> della giunta di Tsai Ming Hlaing, sostenuta – o comunque non lasciata crollare
> – dagli interessi cinesi, er il momento decisi a congelare la situazione
> birmana.
> L’altro argomento di cui ci aveva parlato Emanuele il 12 febbraio era
> l’imminente elezione in Bangladesh che ha visto il definitivo tradimento della
> rivolta che ha defenestrato Sheikh Hasina, mettendo nei guai Modi, che ha
> cercato di intromettersi uccidendo l’icona della rivolta , ottenendo la
> vittoria del partito nazionalista Bnp che puzza di restauro dello status quo,
> in qualche modo…
>
> Buona parte della puntata è trascorsa in Africa, tra la ricorrenza del
> massacro perpetrato dal viceré Graziani – mai come quest’anno da rimeditare –
> in un’Etiopia indomita sotto l’occupazione assassina dell’impero fascista;
> ovviamente il governo nostalgico attuale ricorda solo i suoi criminali
> camerati morti e non ha banfato sulla strage del 19 febbraio 1937. Lo abbiamo
> fatto noi con Matteo Dominioni, storico e docente del periodo coloniale.
> Abbiamo a lungo raccolto la lucida e precisa analisi del conflitto sudanese,
> che si sta espandendo in ogni direzione del Continente , che ci ha offerto
> Marco Trovato, direttore di “Africa Rivista”, di ritorno da un intrepido
> viaggio in Kordofan. Risultano chiari dal suo racconto i vari livelli su cui
> si combatte questo conflitto che vede schierati ai due lati della disputa
> tutte le grandi potenze, che appoggiano e riforniscono i contendenti, vi è poi
> un livello locale che coinvolge le potenze locali e le guerre dell’Africa
> orientale, oltre alle alternanti adesioni delle milizie locali che appoggiano
> ora Hemedti, ora al Burahn.
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Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura
italiana in Etiopia
Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi
sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è
applicata ancora di più alla ricerca scientifica – le viene preferita la sottile
arte della vacuità da influencer di politici superficiali e populisti. Così a
fronte di una strage fascista, rivendicata, istigata, organizzata dal regime
mussoliniano, tutte le attenzioni vengono spostate su episodi ininfluenti, già
registrati e collocati negli ultimi 80 anni nella loro collocazione storica
finché la voglia di vendetta di una Destra portata al potere dal venir meno
della vigilanza antifascista da parte delle forze progressiste, complici e
corree nella scelta omertosa di non consegnare i criminali italiani, la
cancellazione di tracce (la filiera dei gas usati e su cui tutti tacquero).
Perciò ci siamo rivolti a uno storico che da vari decenni si occupa dei misfatti
del ventennio fascista in particolare nel Corno d’Africa: Matteo Dominioni cerca
di ricondurci a termini, parole, testimonianze, analisi, dati e documenti
scientifici, attraverso i quali poter ricondurre a una ricostruzione il più
possibile veritiera e al conseguente giudizio sulla invasione, occupazione e poi
la postura coloniale, che coinvolse un milione di italiani. Su tutti spicca il
criminale di guerra Graziani.
Lo abbiamo interpellato il 19 febbraio, cioè “Yekatit 12”, come gli etiopi
chiamano il loro giorno della memoria, di quel 1937 in cui sono stati uccisi tra
4 e 20 mila abitanti del Corno d’Africa per mano degli occupanti italiani
aizzati dagli alti ranghi militari, da Graziani e da Mussolini stesso che
ordinavano: «Si uccide troppo poco!». Una enorme caccia all’uomo nero scatenata
a casa sua da invasori e occupanti feroci; qualcosa di peggio di colonizzatori,
piuttosto brutali assassini razzisti che hanno ordito una strage, giorni di
orrore e terrore per tutti quelli con la pelle sbagliata. E gli eredi di quella
parte già giudicata dalla Storia fanno carte false, fabbricando una storia
revisionata e miope.
Complessa anche la memoria etiope, parcellizzata e utilizzata da identità
diverse: divisioni tra appartenenze diverse e opportunismi collegati dalla
ricostruzione storica tra collaborazionisti e partigiani, tra oromo e amhara,
tra eritrei ed etiopi, ascari e resistenti. Il risultato è un modo diverso di
partecipare al ricordo dello Yekatit 12.
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Due elezioni in Sudest asiatico hanno visto sancire l’impossibilità di ottenere
alcun cambiamento. Rispetto al feroce regime militar-affaristico in Myanmar,
dove si è visto festeggiare un lustro dal golpe contro il governo di Aung san
suu chi e la restaurazione del sistema in cui una generazione di giovani aveva
sperato; e rispetto a un sistema che mantiene le solite oligarchie dinastiche al
potere in Bangladesh, nonostante sia trascorso poco più di un anno dalla
imponente rivolta che ha portato alla cacciata di Sheikh Hasina.
Di entrambi ce ne parla Emanuele Giordana, impegnato nel suo consueto annuale
studio delle società asiatiche e dei loro cambiamenti, che si è spinto fino ai
confini birmani, raccogliendo informazioni e mettendo insieme conoscenze,
differenze tra comunità e milizie, municipi più o meno indipendenti rispetto
alla giunta golpista che ha ovviamente dichiarato la vittoria nei seggi
disertati da tutti (compresi gli osservatori internazionali) ma che controlla
solo un terzo del territorio e delle risorse. Il resto è guerra aperta con le
forze di difesa popolare che continuano a conquistare posizioni strategiche.
Risulta un territorio bantustizzato tra karen, shan, wa (i filocinesi che
gestiscono il traffico di armi), arakan… La Cina sembra aver optato per un
attendismo che congela la situazione birmana. E l’India tenta di migliorare le
sue relazioni sia con la giunta birmana, sia in quel Bangladesh dove con la fuga
di Hasina ha perso il controllo del paese.
Infatti ritroviamo esattamente 18 mesi dopo il racconto esaltante della rivolta
di Dacca un paese normalizzato, dove il movimento giovanile – dopo che è stata
ammazzata la giovane icona Sharif Osman Hadi (poeta 31enne) da sicari di Modi,
preoccupato di non poter più contare sulla fedeltà della giovane nazione
bangladese – si è avvicinato a Jamaat-e-Islami e questo gli ha alienato le
simpatie delle donne e anche dei non musulmani, non ancora pronti ad accogliere
la minoranza dopo l’indipendenza di mezzo secolo fa dal Pakistan. Quindi si
registra la vittoria dei nazionalisti di Tarique Rahman, rifugiatosi in esilio
vent’anni fa, dopo che la madre lasciò il potere a lungo detenuto e ora
populista che potrebbe rieditare i metodi estorsivi e corruttivi della madre.
Questo è il risultato dell’incapacità del governo di transizione di Yunus, il
premio Nobel che ha deluso per l’incapacità di riformare i settori della
sicurezza e quello istituzionale, sottoposto a giudizio referendario insieme
alle elezioni, come avvenuto per quello costituente thailandese.
La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro
civili con l’utilizzo di micidiali droni che vengono adattati con ordigni
letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19
febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del
Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle
Forze di supporto rapido (Rsf). Aumenta il coinvolgimento di attori esterni nel
sostegno ai due contendenti da una parte l’esercito sudanese e dall’altro le
forze di supporto rapido RSF, l’ agenzia Reuters ha riferito che l’Etiopia
ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che
combattono l’esercito sudanese da quasi tre anni. Secondo l’agenzia, una decina
di fonti, tra cui una all’interno del governo etiope, hanno confermato
l’esistenza del campo di addestramento e hanno affermato che gli Emirati Arabi
Uniti ne hanno finanziato la costruzione, fornito istruttori militari e offerto
supporto logistico. il Sudanese Emergency Lawyers ha esortato sia le Forze
armate sudanesi sia le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) a
cessare gli attacchi con droni, a evitare obiettivi civili e a rispettare il
diritto internazionale umanitario. L’appello si inserisce in un contesto di
intensificazione degli attacchi con droni nelle regioni del Kordofan e del
Darfur, dove proseguono i combattimenti tra l’esercito regolare e le Rsf.
Organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato il deterioramento della
situazione sul terreno e un crescente numero di raid contro aree densamente
popolate.
La situazione umanitaria è devastante mancando l’accesso al cibo e alle cure in
quanto il sistema sanitario è collassato ,la crisi del Sudan è diventata la più
grande emergenza al mondo in termini di sfollamento e protezione: 12 milioni di
persone sono state costrette a lasciare le proprie case, molte delle quali
vivono in rifugi di fortuna, senza sicurezza e senza speranza.
Durante la guerra civile del Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, entrambe le
parti si sono sempre più affidate ai droni, e i civili hanno sopportato il peso
della carneficina.Il terreno pianeggiante del Sudan e la copertura limitata lo
rendono adatto agli attacchi e alla sorveglianza dei droni. La maggior parte dei
droni in Sudan sono contrabbandati da una rete di sostenitori stranieri via
terra, mare e aria, aggirando gli embarghi ufficiali, mentre gli stati stranieri
sfruttano la situazione a loro vantaggio.
Della situazione in Sudan ne parliamo con Marco Trovato direttore di Africa
rivista.
La Sicilia in guerra raddoppia: dopo Sigonella anche lo scalo aereo di Trapani
Birgi assume il ruolo di avamposto strategico per le operazioni militari delle
forze armate NATO nello scacchiere russo-ucraino.
Martedì 3 febbraio 2026, dopo il fallimento dell’accordo per una “tregua” e la
ripresa degli attacchi aerei russi contro le città ucraine, il sito
specializzato ItalMilRadar ha tracciato la simultanea ed inedita missione
d’intelligence, riconoscimento e sorveglianza (ISR) dello spazio aereo
dell’Europa orientale e del Mar Nero da parte di due velivoli decollati dalla
Sicilia.
Nello specifico, un aereo radar E-3A “Sentry” AWACS della NATO (denominato in
codice MAGICS), dopo aver lasciato la base di Trapani ha raggiunto la Polonia
orientale per svolgere una lunga attività di monitoraggio dei cieli
dell’Ucraina. Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B “Global
Hawk” in dotazione all’US Air Force (denominazione FORTE) che si è poi
posizionato in volo sul Mar Nero.
“Insieme, i due velivoli segnano un netto passaggio dalla modalità standby al
monitoraggio per una rinnovata consapevolezza della situazione in tutto il
teatro delle operazioni militari”, spiegano gli analisti di
ItaMilRadar. “L’aereo E-3A “Sentry” della NATO era nella posizione ideale per
monitorare l’attività aerea e le dinamiche di comando e controllo legate alle
operazioni all’interno dell’Ucraina, mentre sorvolava all’interno dello spazio
aereo NATO. Queste missioni non sono limitate all’osservazione passiva: l’E-3
fornisce un quadro aereo in tempo reale, traccia le attività dei velivoli e dei
missili in volo e opera come nodo chiave per comprendere quanto accade nei
periodi di elevata tensione”.
Sempre ItaMilRadar ha rilevato che il drone RQ-4B “Global Hawk” dell’Aeronautica
Militare USA è decollato da Sigonella per operare nell’area del Mar Nero dopo
un’assenza di alcune settimane. “Le missioni di FORTE sul Mar Nero sono divenute
di recente meno frequenti, mostrando una temporanea riduzione dell’escalation”,
scrivono gli analisti. “Il suo ritorno, giorno 3 febbraio, suggerisce che i
rinnovati attacchi russi sono stati immediatamente valutati assai più di un
evento isolato”.
“La combinazione di questi due assetti aerei è particolarmente significativo”,
annota ItaMilRadar. “Mentre FORTE si focalizza su una persistente sorveglianza
aerea in profondità dell’asse meridionale — monitorando le regioni costiere, i
sistemi di difesa aerea e i modelli operativi — il velivolo radar E-3 lo
completa fornendo un quadro aereo dinamico più vicino al confine orientale della
NATO. Insieme, i due velivoli coprono sia la profondità strategica che
l’immediato contesto dello spazio aereo del conflitto russo-ucraino”.
In conclusione ItaMilRadar sottolinea quanto sia “cruciale” il tempismo della
doppia missione di US Air Force e NATO. “L’attivazione quasi simultanea dell’E-3
AWACS dall’Italia e del drone FORTE sul Mar Nero indica fortemente che la tregua
del fine settimana precedente era stata considerata da tutti come temporanea”,
commentano gli analisti. “La postura operativa ISR della NATO sembra essere
pronta a crescere rapidamente, anticipando la ripresa delle ostilità più che a
reagire ad un’escalation a sorpresa”. (1)
Gli AWACS a Birgi per rafforzare la postura NATO in Est Europa
I grandi aerei Boeing E-3A “Sentry” AWACS (Airborne Warning & Control System)
della NATO sono stati rischierati a Trapani Birgi a partire della mattina del 18
dicembre 2025 per concorrere alle operazioni di comando, controllo, intelligence
e sorveglianza delle forze armate NATO nel sanguinoso scacchiere di guerra
russo-ucraino.
La decisione di trasferire in Sicilia alcuni dei velivoli dotati di radar a
lungo raggio e sensori passivi capaci di rilevare contatti aerei o di superficie
su grandi distanze è stata assunta dall’Alleanza Atlantica per rafforzare le
attività di vigilanza nei rigidi mesi invernali nel Mediterraneo e in Europa
orientale.
“Da Trapani Birgi l’E-3A può supportare con maggiore efficienza i compiti di
sorveglianza e comando e controllo in tutto il bacino mediterraneo, nei Balcani
e nelle più lontane aree orientali di interesse, così come mantenere rapido
accesso ai teatri operativi meridionali ed orientali della NATO”, spiegano
ancora gli analisti di ItaMilRadar. “La location siciliana offre anche vantaggi
logistici e minori tempi di transito in comparazione con le basi del Nord,
consentendo ai velivoli di trascorrere meno tempo in volo”.
“Il dislocamento si inserisce in uno schema ben consolidato”, annota
ItaMilRadar. “L’Italia ha ripetutamente ospitato gli aerei AWACS della NATO
durante i periodi di maggiore attività o con limiti stagionali, sottolineando il
ruolo centrale di Roma all’interno dell’architettura di difesa aerea e
missilistica e di intelligence dell’Alleanza. Poiché si intensificano le
operazioni invernali, Trapani diviene ancora una volta un centro nevralgico
delle capacità di preavviso e pronto intervento aereo della NATO, assicurando
prontezza operativa in tempi critici per la sicurezza regionale”. (2)
La prima operazione dallo scalo siciliano è stata lanciata la sera di sabato 20
dicembre, alle ore 20.30: un E-3A “Sentry” identificato con il codice NATO05
(registrazione LX-90448), dopo la partenza da Trapani ha puntato in direzione
nord-est attraversando l’Italia e l’Europa centrale per poi raggiungere lo
spazio aereo della Polonia. Sui cieli polacchi l’aereo ha svolto una lunga
missione di nove ore, svolgendo una rotta di volo tipica di un mezzo militare
predisposto allo svolgimento di missioni di preallarme e comando e controllo.
“Il tempo di sorvolo sulla Polona indica che si è trattato di una missione
focalizzata sul mantenimento della consapevolezza situazionale in una delle aree
più sensibili della NATO”, ha spiegato ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della
guerra in Ucraina, la Polonia è divenuta una pietra angolare del Fianco
orientale dell’Alleanza, quale hub logistico e come paese in prima linea
confinante con l’area più estesa di confronto con la Russia”.
“Ciò che distingue la missione del 20 dicembre è la scelta della base
operativa”, aggiungono gli analisti. “Lanciare una sortita così lunga da Trapani
sottolinea come il sud Italia sia sempre più impiegato come hub strategico che
come semplice avamposto mediterraneo. Dalla Sicilia, gli AWACS NATO possono
raggiungere l’Europa orientale mentre beneficiano di più stabili condizioni
climatiche e di una minore congestione del traffico aereo in comparazione con le
basi settentrionali, specialmente durante i mesi invernali. Ciò accresce sia la
flessibilità operativa che l’efficienza delle missioni”.
Nei giorni precedenti alla missione dell’aereo radar decollato da Trapani verso
la Polonia, nei cieli dell’Europa orientale si era registrato un intenso
traffico di velivoli con e senza pilota delle forze aeree dei paesi membri
dell’Alleanza, specie in quelli confinanti con l’Ucraina. In particolare erano
stati monitorati i voli verso il Mar Nero dei grandi aerei ISR “Poseidon 8A” di
US Navy e dei droni “Global Hawk” di US Air Force, tutti operativi dalla
Stazione aeronavale siciliana di Sigonella.
“La NATO sta continuando a generare un flusso costante di missioni lungo le
proprie frontiere orientali”, spiega ItaMilRadar. “Il volo di nove ore da
Trapani si adatta perfettamente a questo schema, evidenziando come l’Alleanza
sia in grado di proiettare la copertura aerea persistente delle operazioni di
comando e controllo sul Fianco Est anche quando opera a centinaia di chilometri
di distanza. Più di una sortita di routine, la missione del velivolo AWACS è un
modo di far presente, e Trapani in particolare, che esse restano un fattore
chiave dell’architettura di sorveglianza aerea della NATO in un momento in cui
il monitoraggio dell’Europa orientale resta una priorità strategica”. (3)
Gli AWACS della NATO vengono impiegati in operazioni di sorveglianza e
riconoscimento sul fronte orientale a partire del marzo 2014, dopo l’annessione
della Crimea da parte della Russia e l’escalation bellica in Donbass,
nell’ambito delle misure adottate dall’Alleanza a supporto delle forze armate
ucraine.
Il ruolo dei velivoli radar NATO è ovviamente cresciuto dopo l’invasione russa
dell’Ucraina del febbraio 2022. “Gli AWACS hanno condotto centinaia di voli per
pattugliare i cieli lungo tutto il fianco orientale dell’Alleanza, incluso sul
Mar Baltico e sul Mar Nero e hanno anche monitorato i cieli sull’Ucraina”,
riporta l’ufficio stampa della NATO. “Durante questi voli gli AWACS sono stati
in grado di monitorare gli aerei da guerra russi, individuare missili e
osservare qualsiasi movimento delle unità navali, dei droni e dei carri armati.
Queste attività consentono ai leader militari e politici dell’Alleanza di avere
un quadro chiaro di ciò che sta accadendo in Ucraina e di poter osservare le
minacce che interessano il territorio NATO”. (4)
A Birgi pure i grandi droni AGS della NATO
A sancire le sempre più strette relazioni logistico-operative tra le due
maggiori installazioni militari siciliane, c’è la decisione della NATO
Intelligence, Surveillance and Reconnaissance Force (NISRF) di utilizzare lo
scalo di Trapani Birgi come base di supporto dei nuovi droni RQ-4D “Phoenix” del
sistema AGS (Alliance Ground Surveillance), il cui hub di comando e controllo è
stato insediato proprio a Sigonella. L’AGS con i suoi cinque velivoli a
pilotaggio remoto RQ-4D “Phoenix” consente alla NATO di condurre ricognizioni
aeree autonome in qualsiasi condizione atmosferica, giorno e notte, in una
vastissima aera geografica che comprende l’Europa, il nord Africa e il
Mediterraneo orientale.
Il primo rischieramento di un drone “Phoenix” AGS nella base trapanese risale al
10 dicembre 2024. “Ciò ha rappresentato un passo significativo nell’ampliamento
della portata operativa e dell’adattabilità della NISR Force all’interno della
cornice d’intelligence della NATO”, ha dichiarato il generale Andrew Clark,
comandante della forza di sorveglianza interalleata. “Questo riuscito impiego a
Trapani è una prova evidente dell’impegno e della professionalità del nostro
personale e di quello del 37° Stormo dell’Aeronautica Militare italiana di
stanza in questa installazione, nonché dei militari della forza AWACS NATO di
Trapani. Espandendo la nostra presenza operativa, rafforziamo la nostra
flessibilità nel fornire intelligence critica e supporto alle attività di
sorveglianza della NATO e dei suoi stati membri, in qualsiasi momento e ovunque
sia necessario”.
Sempre secondo i massimi vertici della NISR Force, l’inclusione dello scalo di
Trapani all’interno del proprio dispositivo di intelligence militare ha
consentito il potenziamento delle funzioni e delle capacità operative. “La
diversificazione delle basi consente a NISRF di svolgere ininterrottamente le
attività di sorveglianza in tutte le regioni più critiche, via via che si
evolvono le situazioni sul campo (…) L’uso di Trapani rende ancora più solide le
missioni vitali ISR a supporto degli obiettivi collettivi alla sicurezza della
NATO”. (5)
Una piattaforma avanzata per gli aerei radar AWACS
Trapani Birgi è una delle basi operative avanzate (Forward Operations Bases)
della NAEW&C (NATO Airborne Early Warning & Control) fin dalla sua costituzione
nei primi anni Ottanta del secolo scorso. La NAEW&C è una delle forze di pronto
intervento dell’Alleanza, insieme alla Very High Readiness Joint Task Force
(VJTF) e alla NATO Response Force (NRF). Il quartier generale della struttura di
pronto allarme NATO è a Geilenkirchen, Germania. Le altre FOB sorgono ad Oerland
(Norvegia), Aktion (Grecia) e Konya (Turchia).
Complessivamente sono 17 i paesi membri NATO che contribuiscono al programma
NAEW&C: Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi,
Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Spagna,
Turchia, Ungheria e Stati Uniti d’America. Canada, Finlandia, Francia e Lituania
assegnano proprio personale militare a supporto dei velivoli radar E-3A “Sentry”
AWACS.
Attualmente la flotta AWACS è composta da 14 aerei. Si tratta di velivoli
modello Boeing 707 appositamente modificati con l’installazione di un’ampia
antenna radar sulla fusoliera. Radar e relativi sensori sono in grado di
tracciare ogni contatto terrestre e/o areo su larghe distanze. I sistemi di
bordo possono intercettare, identificare e seguire gli aerei potenzialmente
ostili che operano a basse altitudini ed assicurare le operazioni di comando e
controllo degli aerei alleati. Gli apparati radar possono tracciare ed
identificare simultaneamente i contatti navali, fornendo il coordinamento a
supporto delle forze di superficie. Le informazioni raccolte dagli AWACS possono
essere trasmesse direttamente – via link digitali –agli utenti che operano in
ambienti terrestri, aerei e navali.
Gli E-3A operano normalmente ad un’altitudine di circa 10 km.; ciò consente loro
di monitorare costantemente uno spazio aereo con una copertura di oltre 312.000
km², individuando target fino a 520 km. o a 280 miglia nautiche di distanza. (6)
Enfaticamente denominati gli occhi del cielo della NATO, gli E-3A AWACS
conducono un ampio raggio di missioni: dalla sorveglianza aerea in tempo di
pace, il supporto anti-terrorismo, gli interventi di evacuazione di personale
militare e di vigilanza di embarghi, ecc., fino a tutte le missioni di guerra.
Essi assicurano il comando e il controllo dei velivoli aerei e dei
cacciabombardieri durante le loro operazioni ed esercitazioni; il coordinamento
delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR); il controllo delle unità di difesa
missilistica con base terrestre; il supporto alle operazioni navali dentro
definite aree marittime. (7)
In passato gli AWACS hanno avuto un ruolo chiave in alcuni dei più sanguinosi
conflitti che le forze armate USA e NATO hanno lanciato in diverse aree del
pianeta. Dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nell’agosto del 1990,
alcuni di questi velivoli sono stati trasferiti in basi aeree della Turchia
orientale per controllare il confine turco-iracheno e il traffico navale nel
Mediterraneo orientale (Operation Anchor Guard). Le attività sono proseguite
fino al marzo 1991.
Nel corso degli anni Novanta, gli AWACS NATO e i velivoli radar di Francia, USA
e Regno Unito hanno operato congiuntamente sullo spazio aereo dei Balcani a
supporto delle missioni dell’Alleanza in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo
(Operazioni Deliberate Force e Allied Force).
Determinante l’impiego della NAEW&C Force dopo l’11 settembre 2001 a sostegno
delle operazioni lanciate dagli Stati Uniti d’America e dalla NATO in Medio
oriente. Dal 2007 al 2016 gli aerei radar sono stati impiegati per le attività
“anti-terrorismo” che l’Alleanza ha svolto in tutto il bacino mediterraneo
(Operation Active Endeavour). Ancora più rilevante il ruolo degli AWACS nella
campagna bellica scatenata da USA e alleati contro la Libia nel 2011 (Operation
Unified Protector). “La NAEW&C Force ha assunto la funzione cruciale di comando
e controllo di tutti gli assetti aerei alleati che hanno operato sulla Libia”,
ricordano i vertici NATO. “Ciò ha incluso l’emanazione degli ordini tattici e
dei compiti in tempo reale per i caccia da combattimento alleati, per i velivoli
di sorveglianza e riconoscimento e quelli di rifornimento in volo, nonché per
gli aerei senza pilota UAV. Gli AWACS hanno inoltre fornito supporto alle unità
navali e ai sottomarini alleati rafforzando il sistema di embargo militare
contro la Libia e le capacità di sorveglianza navale. Per la cronaca, la maggior
parte degli attacchi aerei in territorio libico partirono al tempo proprio dallo
scalo aereo di Trapani Birgi.
Dal 2011 fino al 2014, alcuni aerei radar NATO sono stati trasferiti nella base
di Mazar-e Sharif in Afghanistan, a supporto dell’International Security
Assistance Force (ISAF), assicurando la copertura dello spazio aereo del paese e
il sostegno alle attività da combattimento, interdizione del campo di battaglia,
ricerca e soccorso del personale militare, trasporto aereo tattico. (8) Come
abbiamo già visto, dal 2014 ad oggi i velivoli radar della forza di “pronto
allarme” NATO vengono impiegati sul fronte di guerra russo-ucraino.
Una scuola di guerra mondiale per i piloti degli F-35
A Trapani Birgi, agli E-3A “Sentry” AWACS e ai droni RQ-4B “Global Hawk” AGS
della NATO si aggiungeranno presto anche i cacciabombardieri di quinta
generazioneF-35 “Lightining II”. Il Ministero della Difesa italiano ha
annunciato infatti l’avvio dei lavori di ampliamento della grande base siciliana
in vista della realizzazione di un Centro di formazione dei piloti dei paesi che
si sono dotati o intendono dotarsi di questi velivoli a capacità nucleare.
La Direzione degli Armamenti Aeronautici e per l’Aeronavigabilità (DAAA) ha
impegnato 112,6 milioni di euro su un arco temporale quinquennale, per la
creazione del centro di addestramento avanzato, destinato a diventare un punto
di riferimento non solo per l’Aeronautica Militare, ma per tutti i partner
mondiali del programma JSF (Joint Strike Fighter, così come viene indicato il
velivolo da guerra F-35).
Secondo il periodico specializzato Ares, il Ministero della Difesa realizzerà a
Trapani Birgi la terza Main Operating Base (MOB) per la flotta F-35 in dotazione
all’Aeronautica Militare, affiancandola alle basi di Amendola (Foggia) e Ghedi
(Brescia). “Il progetto su Trapani è però più ambizioso e mira a istituire un
vero e proprio ecosistema operativo e formativo”, aggiunge Ares. “Il piano
prevede infatti la coesistenza di tre realtà distinte ma integrate: un Gruppo
Volo Operativo nazionale (ITAF OPS Squadron), un Gruppo Volo Internazionale
Addestrativo (PTC Squadron) e il Centro di Addestramento Comune (LTC) oggetto
dell’attuale contratto (…) L’obiettivo è intercettare la crescente domanda di
addestramento dei paesi NATO ed europei, istituendo in Italia il primo Pilot
Training Center per F-35 al di fuori dei confini statunitensi”.
Ad oggi i Paesi che hanno acquistato o hanno espresso l’intenzione di dotarsi
del caccia F-35, oltre a Stati Uniti d’America e Italia sono: Arabia Saudita,
Australia, Belgio, Canada, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi
Uniti, Finlandia, Germania, Giappone, Grecia, Israele, Marocco, Norvegia, Paesi
Bassi, Polonia, Portogallo, Qatar, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania,
Singapore, Spagna, Svizzera, Thailandia e Turchia.
Sotto il profilo amministrativo, il Ministero della Difesa ha affidato i lavori
di realizzazione del Pilot Training Center al Raggruppamento Temporaneo di
Imprese formato dall’italiana Leonardo S.p.A. e dal colosso statunitense
Lockheed Martin. “La scelta – spiega ancora Ares - è dettata da vincoli
tecnologici e normativi stringenti. Lockheed Martin è infatti l’unico soggetto
titolato a distribuire i simulatori del programma JSF, mentre Leonardo è stata
individuata dal costruttore americano come l’unica realtà industriale
nazionale in possesso delle competenze e delle autorizzazioni (tramite accordi
approvati dal governo USA) per gestire i dati ingegneristici classificati
necessari all’opera”.
La Difesa ha già predisposto il cronogramma per il completamento del progetto
nell’installazione siciliana: la prima capacità di training a bordo degli F-35
prenderà il via entro dicembre 2028, mentre il completamento dell’edificio che
ospiterà il centro scuola è previsto entro il 1° luglio 2029. (9)
Note
1)
https://www.itamilradar.com/2026/02/03/nato-e-3-and-usaf-rq-4b-forte-reappear-as-russian-strikes-resume-signalling-renewed-allied-focus-on-ukraine/
2)
https://www.itamilradar.com/2025/12/21/nato-e-3a-flies-a-nine-hour-mission-over-poland-from-trapani/
3)
https://www.stampalibera.it/2025/12/22/trapani-birgi-avamposto-per-le-operazioni-di-intelligence-nato-proucraina/?fbclid=IwY2xjawO3CCtleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeZMFG0gvzP4cvBm720ijVRwqXK9DPqSN7ZX-Thk0uhiDfQL3gzhpbdt6Vwcw_aem_pyNgubxa5xezU4i9qV-OFg
4)
https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky
5)
https://defence-industry.eu/nato-isr-force-expands-capabilities-with-first-live-diversion-to-trapani-air-base/
6) https://awacs.nato.int/organisation/awacs-fleet-2
7) https://awacs.nato.int/organisation/roles-and-operations
8)
https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky
9)
https://www.stampalibera.it/2026/01/07/cacciabombardieri-nucleari-f-35-a-trapani-birgi-la-difesa-stanzia-oltre-100-milioni-di-euro/
La figura di Lenin torna al centro del dibattito storico e culturale con un
nuovo volume firmato da Guido Carpi e pubblicato da Salerno Editrice nel gennaio
2026. Il libro propone un profilo rigoroso che intreccia la biografia del leader
bolscevico con i destini della Russia, restituendo una lettura ampia e
articolata della sua azione politica e della sua visione storica.
Nel volume Lenin, la vita del rivoluzionario viene analizzata come parte
integrante di un processo storico più vasto.Il libro mostra come le scelte del
leader bolscevico siano state costantemente legate ai mutamenti profondi del
sistema sociale russo.
Accanto all’immagine del politico esperto e del tattico navigato, emerge con
forza la capacità strategica di Lenin. Questa visione di lungo periodo nasce da
una carica utopistica senza confini, che ha inciso in modo decisivo sulla storia
di un popolo e del mondo intero
Pubblichiamo una interessante intervista a Guido Carpi del 2017:
In occasione del centenario dalla morte di Lenin abbiamo intervistato Guido
Carpi, professore ordinario di letteratura russa presso l’Università L’Orientale
di Napoli e studioso di Vladimir Ul’janov. Guido Carpi è autore di diversi
contributi dedicati al rivoluzionario russo, tra cui i due volumi editi da Stilo
Editrice Lenin. La formazione di un rivoluzionario – Lenin. Verso la rivoluzione
d’Ottobre (recensiti da Andergraund Rivista qui) e la sua ultima fatica per
Carocci Editore, Lenin. Il rivoluzionario assoluto. Insieme al Prof. Carpi
abbiamo cercato di ricostruire alcuni aspetti della figura di Lenin e di
indagare il lavoro di ricerca svolto dallo studioso.
Ringraziamo naturalmente il Professore per averci concesso questa intervista.
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AR: Buongiorno e grazie di aver accettato la nostra proposta per un’intervista!
La prima domanda tocca corde forse più personali. Quando ha iniziato a occuparsi
di Lenin e cosa l’ha spinta a iniziare questo percorso di ricerca?
GC: Buongiorno! Cosa mi abbia spinto, è presto detto: vengo da quella storia lì,
anche se non sono mai stato granché come militante. Quella del comunismo – da
Marx a Lenin e da Lenin in poi – è una storia molto ricca e variegata, fatta, a
mio parere, di momenti luminosi e di grandi tragedie: una sorta di labirinto in
cui, quale che sia la direzione presa, si finisce sempre nella stanza centrale,
non si può sfuggire all’incontro col “Minotauro” Lenin.
Di Lenin mi sono sempre interessato in un modo o nell’altro, e non solo a causa
della mia provenienza politica, ma anche perché non penso che si possa studiare
la cultura del Novecento russo/sovietico senza conoscere il retaggio
dell’artefice dell’Ottobre: qualsiasi cosa se ne possa pensare nel merito,
sarebbe come studiare Dante senza avere letto San Tommaso.
Quando ho deciso di scriverne una biografia? Quando mi sono trasferito a Napoli:
una città dura, classista, ma che come tutti i luoghi del genere produce degli
anticorpi molto forti. A Napoli, in particolare al centro sociale Ex OPG “Je so’
pazzo”, ho conosciuto un mondo di militanza giovanile radicale che prima mi era
ignoto: mi sono chiesto cosa potevo fare per loro, come dare un mio contributo,
ed ecco che mi è venuta l’idea. Infatti, nei primi due volumi che ho scritto per
la casa editrice Stilo (ospite della collana “Pagine di Russia”, diretta
dall’amico Marco Caratozzolo) ho allargano il punto di vista a tutto il mondo
della militanza giovanile in cui Volodja Ul’janov si è venuto formando, alla
psicologia, all’identità, alle motivazioni di queste nuove figure di attivisti,
alle metamorfosi da loro subite da una stagione politica all’altra: senza
conoscere quel mondo non si possono capire il pensiero e l’azione di Lenin,
perché è a loro che si rivolgeva, ed è da loro che traeva forza come un novello
Anteo. Penso che la mia ricerca possa essere uno strumento utile per chi oggi si
affaccia al mondo dell’impegno politico radicale: le circostanze sono molto
diverse, ma chiunque voglia tentare di cambiare il mondo deve innanzitutto porsi
il problema di come organizzarsi, e per fare che cosa. Voglio anche esprimere il
mio apprezzamento per le case editrici che mi hanno ospitato: la già citata
Stilo e Carocci. Non hanno avuto paura di “sporcarsi le mani” con libri dove
certo l’impostazione ideale di base è tutt’altro che dissimulata.
AR: Aveva già in mente che tipo di immagine del personaggio intendeva
trasmettere al suo futuro lettore? Quest’immagine è cambiata nel corso della
ricerca e/o con il procedere della scrittura? E, a tal proposito, quanto è
complesso cercare di “umanizzare” o, in altre parole, “demitizzare” Lenin?
GC: A dire il vero, sulle prime avevo un’idea piuttosto vaga di chi fosse Lenin
come “tipo umano”: la sua immagine risentiva troppo di una monumentalizzazione e
mitizzazione ossessiva che io, ahimé, a differenza di voi, ho ancora fatto in
tempo a vedere in atto. In questo senso mi ha certamente aiutato la
memorialistica dei suoi primi compagni, in particolare nelle prime edizioni su
rivista, dato che a partire dalla fine degli anni Venti tutto questo materiale è
stato a sua volta omologato e censurato. Non che di per sé mi importasse
“demitizzare” Lenin: esiste infatti una sterminata produzione da me definita
“leninofagia” (leninoedstvo) il cui unico scopo è dare della sua figura una
versione macchiettistica e/o criminale: cito a tale proposito i libri
particolarmente infelici di Hélène Carrère d’Encausse e di Yuri Felshtinsky. Ma
certo, cogliere i tratti peculiari del carattere di Il’ič mi ha aiutato anche a
comprendere alcune molle profonde del suo agire: mi hanno da subito colpito il
modo di costruire il proprio rapporto con la cerchia assai ristretta degli
intimi, l’estrema caparbietà politica unita a una fortissima timidezza nelle
questioni personali, la scaltrezza mefistofelica in certe cose e un certo qual
candore infantile in altre, la carica utopistica smisurata e allo stesso tempo
una “normalità” priva di qualsiasi allure romantica o di atteggiamento bohémien.
Faccio un esempio. Quando nel giugno 1917, al primo congresso di un Soviet
ancora dominato dai socialisti moderati, Lenin esclama dall’ultima fila la
famosa frase: C’è! Quel partito c’è!, tutti si voltano a guardare. I delegati
operai e contadini se lo immaginano come una specie di Jack Sparrow: alto,
olivastro, con i lunghi capelli crespi, e quando subito dopo sul palco sale la
semplice e sorridente figuretta del capo bolscevico, con la pelata bella lucida,
molti si chiedono “E Lenin dov’è?”
AR: Per portare avanti questa ricerca si sarà dovuto confrontare con una
consistente mole di materiale. È stato un vantaggio o una difficoltà? Come si è
orientato per mettere ordine a tutte le fonti che ha consultato? Esiste una
differenza quantitativa e/o qualitativa tra i documenti dedicati alla persona di
Vladimir Ul’janov e quelli dedicati al rivoluzionario Lenin?
GC: È stato un massacro! Intanto, io non sono uno storico di formazione, ma uno
storico della letteratura: per quanto avessi già una certa cultura di base in
merito, l’intera struttura me la sono dovuta costruire dalle fondamenta. In
secondo luogo, la mole di fonti è allo stesso tempo insormontabile e molto
infida: va operata un’accurata selezione per scendere sotto la spessa cortina
omologante e propagandistica costruita nei decenni. Faccio un esempio:
l’edizione italiana delle Opere in 45 volumi (1955-1970) venne condotta per lo
più sull’edizione dell’epoca di Stalin: ogni documento ivi presente va dunque
confrontato con la 5° edizione sovietica in 55 volumi (1967-1981), molto più
completa, col volume supplettivo uscito già nel 2000, in epoca postsovietica e
con le 40 Miscellanee leniniane (Leninskie sborniki), specie quelle degli anni
Venti, dove si trovano ulteriori abbondantissimi materiali “silenziati” nel
periodo staliniano. Vi sono poi edizioni speciali, come quella dedicata alle due
conferenze del 1912 (menscevica a Vienna, bolscevica a Praga): un passaggio
politico fondamentale passato sotto silenzio in epoca sovietica perché legato al
reprobo Trockij. E ancora: i verbali dei congressi e delle conferenze di
partito, i verbali delle organizzazioni locali, una memorialistica sterminata…
Ma la vera croce e delizia del mio lavoro è stato il Carteggio (Perepiska) fra i
‘centri’ direttivi via via guidati da Lenin (a partire dalla redazione
dell’”Iskra” nel settembre 1900) e i membri dell’intera rete di attivisti. Le
pubblicazioni della serie sono iniziate nel 1969 e si sono poi dipanate di
volume in volume per migliaia di pagine di corrispondenza fra centinaia di
militanti, fino all‘ultimo volume che sarebbe dovuto uscire nel 1991 ma rimase
inedito a causa del crollo dell‘URSS e della chiusura dell‘Istituto del
Marxismo-Leninismo presso il Comitato centrale del PCUS, responsabile per
l’edizione della serie. Il Carteggio è fondamentale proprio per vedere cosa
pensavano e come lavoravano allora i bolscevichi “di base”: la memorialistica
successiva, scritta già dopo l’Ottobre, offre infatti un quadro deformato degli
eventi precedenti anche quando l’autore ha le migliori intenzioni; ma se vai a
leggere le lettere scritte sul momento, emerge un quadro psicologico e fattuale
molto più vivido e aderente alla realtà. Posso dire con un certo orgoglio di
essermela smazzata tutta, quella maledetta Perepiska, cogliendo fior da fiore:
sono riuscito addirittura a scovare in archivio le bozze dell’ultimo volume
inedito, che infatti ho abbondantemente citato!
AR: Lenin è un personaggio rilevante anche sotto un aspetto puramente
linguistico e fu un riferimento importante anche nei dibattiti che animavano le
cerchie di filologi e linguisti russi dell’epoca. Quando lei terminò il suo
secondo volume uscito per Stilo disse che quella interruzione (il 1917) segnava
l’inizio di un “nuovo Lenin”. Se cambia, come cambia il linguaggio di Lenin dopo
lo spartiacque linguistico che fu la Rivoluzione d’Ottobre? Che differenza
esiste da un punto di vista linguistico fra il Lenin di “Iskra” e quello post
rivoluzionario?
GC: Si tratta di una questione molto complessa, perché nel proteismo linguistico
di Lenin sta, credo, una delle chiavi del suo grande carisma politico. Mi viene
in mente il racconto di Isaak Babel’ La mia prima oca, pubblicata proprio sul
numero del “Levyj Front Iskusstv” uscito in morte di Lenin (dove si tiene il
dibattito fra linguisti a cui facevate riferimento) e poi confluita nel ciclo
de L’armata a cavallo. Il protagonista-narratore del racconto legge al plotone
di cosacchi rossi un articolo di Lenin sulla “Pravda”, cercando “l’arcana curva
della retta leniniana”, e i cosacchi paragonano Lenin a una gallina, che trova
la verità come un chicco nel mucchio al primo colpo, guidato da un istinto
infallibile. Quello di Lenin è un linguaggio ora elastico e inclusivo ora
apodittico ed esortativo, che in una certa misura affianca la grande
decostruzione della lingua letteraria russa classica, da Tolstoj a Majakovskij…
Ma è davvero una questione rognosissima, e preferisco rimandare il lettore a un
mio articolo in merito uscito sia in italiano che in una versione russa più
completa: Karpi G., Političeskij jazyk Lenina: idioma “Partijnost’” (“Novoe
literaturnoe obozrenie”, 2021, vol. 171, pp. 38-60) e Carpi G. Il linguaggio
politico di Lenin. L’idioma «partiticità» (“Il pensiero politico”, 2019, vol. 3,
pp. 423-448).
AR: Nell’immaginario collettivo Lenin è un uomo d’azione, ma dietro questo
atteggiamento si cela un componente riflessiva. Oltre alla dimensione politica
di questa fase riflessiva, ci possiamo immaginare Lenin come un avido lettore?
Al di là dell’eco černyševskiana del Che fare?, come ce lo dobbiamo immaginare?
Dopotutto Lenin nel 1905 pubblica su “Novaja žizn’” il suo articolo Partijnaja
organizacija i partijnaja literatura.
GC: Quell’articolo – dettato dall’urgenza propagandistica del periodo – è stato
in seguito fonte di innumerevoli angherie nei confronti dell’autonomia della
letteratura. Ma in esso, Lenin si riferiva alla letteratura politica, non
alla fiction! Quanto a lui, nei formulari burocratici alla voce “professione”
scriveva proprio: “letterato” (literator). Naturalmente, voi sapete meglio di me
che nella Russia ottocentesca “letterato” è qualcosa che ingloba i concetti di
“uomo di lettere”, “studioso” e di “pubblicista”, ma va anche oltre: è un
termine contiguo a intelligent, ossia colui che nutre un senso di responsabilità
altissimo nei confronti di quelle masse popolari grazie ai cui sacrifici egli e
quelli come lui hanno potuto studiare. Ecco perché in Russia il letterato
travalica di continuo il confine fra la produzione di “storie” (quale che sia in
esse il tasso di fiction esplicita), la predicazione ideologica e un’espressione
molto diretta del vissuto che spesso assume la forma di un qualche tipo di
militanza: Černyševskij, certo, ma anche Herzen, Saltykov-Ščedrin o Nekrasov,
che si torturò tutta la vita per il fatto di essere anche un abile uomo
d’affari. Ma anche letterati certo non “di sinistra” come Dostoevskij, Mel’nikov
e Leskov ritengono, a loro modo, di “servire il popolo”. E si pensi alla
predicazione dell’ultimo Tolstoj!
Quanto al Lenin lettore, i suoi gusti erano molto classici, ottocenteschi: non
sopportava i futuristi, ad esempio, anche se di Majakovskij citava ridendo
davanti ai compagni la poesia Mania delle riunioni, dove si mette in burletta
l’ossessione assembleare che regna nel partito. Peccato invece che Lenin non
abbia mai letto Machiavelli, che tanto aiuterà il nostro Gramsci a definire il
concetto di “egemonia” e una nuova teoria marxista dello Stato. A proposito: Lev
Trockij invece Il principe se lo era letto, e durante la rivoluzione fa proprio
il motto: “Colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non
la può fare se prima non gli spegne tutti…”
AR: Questa intervista esce proprio all’indomani del nostro settimo numero Utopie
Distopie. Spesso si fa riferimento a una dimensione utopica della società russa
postrivoluzionaria, smentita dalle opere letterarie di quegli anni (penso solo
ai diari di Ivan Bunin, alle terribili descrizioni bulgakoviane della Belaja
gvardija) – quanto c’era e c’è di utopico nella figura leniniana?
GC: Come ho già detto, in lui di utopico c’è sicuramente tantissimo, come ci
sono anche zone d’ombra: ad esempio il più che disinvolto utilizzo della
violenza, anche se va detto che nel contesto della violenza di massa organizzata
dallo Stato – da tutti gli Stati! – nel 1914-18 e in un Paese in sfacelo, invaso
e in preda a conflitti incontrollabili, senza quei metodi i bolscevichi non
sarebbero durati un giorno. Lenin fece anche errori di valutazione che ebbero
conseguenze molto gravi: primo fra tutti l’incapacità di comprendere il ruolo
della nuova burocrazia sovietica in ascesa, che lui considerava un mero cascame
del vecchio regime e che invece stava diventando l’embrione di uno Stato nuovo,
con tutte le conseguenze che ne derivarono.
Eppure, in Lenin c’è un elemento di impareggiabile lungimiranza: l’idea da lui
stesso definita dello sviluppo capitalistico ineguale, dove metropoli sviluppata
e periferia coloniale e semicoloniale concorrono in
modo diverso e complementare alla lotta per un generale affrancamento dell’uomo
da ogni forma di sfruttamento e alienazione. Esso segna il passaggio dal modello
di sviluppo storico lineare e concentrico (proprio anche di molto socialismo
ottocentesco, influenzato dal positivismo) a una concezione globale del
progresso umano come molteplicità di varianti allo stesso tempo differenti e fra
loro interdipendenti. È un’intuizione che recupera anche Gramsci nei già
citati Quaderni e che Ernst Bloch, negli anni più bui del trionfo dei fascismi
in Europa, riformulò così: “la storia non è un’entità che avanza rettilinea in
cui il capitalismo sarebbe l’ultimo stadio, quello che avrebbe superato tutti
gli stadi anteriori. Essa è piuttosto un’entità pluriritmica e plurispaziale,
con zone non ancora sufficientemente padroneggiate e ben lontane dall’essere
portate alla luce, superate“.
Fino al 1917, il movimento socialista era roba di soli “bianchi”: europei o al
limite nordamericani; dopo l’Ottobre, Lenin formula con maggior chiarezza i
termini della correlazione in cui dovrebbero avvenire i processi di liberazione
nei vari contesti, e dichiara dal palco del II congresso della Terza
Internazionale comunista (o Komintern) che la fase capitalistica di sviluppo
dell’economia nazionale non “è inevitabile per i popoli arretrati che oggi si
emancipano”, e “anche là dove è quasi assente il proletariato”, individua il
soggetto rivoluzionario nei soviet dei contadini, di concerto con quei segmenti
della borghesia che sapranno assumersi un ruolo “rivoluzionario nazionale”.
Insomma: in Asia la rivoluzione – non potendo certo scaturire da un capitalismo
ancora assente – avrà una funzione “preventiva” rispetto all’instaurarsi del
capitalismo stesso.
È difficile oggi percepire la portata dirompente di tale programma, che – così
come la stessa fondazione del Komintern, suscitò un’enorme impressione nei paesi
coloniali: una forma dialettica di concepire l’internazionalismo e
l’antimperialismo (termini svalutati e resi anche un po’ buffi da decenni di
dogmatismo politico) che sarebbe necessario riscoprire oggi, naturalmente in
forma diversa e attualizzata.
AR: Nel suo libro lei sottolinea le fratture tra il populismo ottocentesco e il
leninismo, sostenendo al contempo che Lenin sfrutta la tensione utopica generata
dai populisti per innestarvi la propria idea di società perfetta. Cosa ne pensa
della tendenza, che ha caratterizzato parte delle riflessioni post-sovietiche,
ad interpretare la rivoluzione d’Ottobre come evento non di rottura ma di
continuità con il resto della storia russa? Penso ad esempio allo
storico-letterato Vladimir Šarov che legge la rivoluzione come ennesima
espressione del millenarismo russo, o al critico Dmitrij Bykov per il quale essa
non è altro che un’ulteriore conferma dell’eterna oscillazione tra anarchia e
totalitarismo tipica del passato nazionale. Si tratta chiaramente di forzature e
generalizzazioni di carattere storiosofico, ma quanto c’è di vero in queste
interpretazioni?
GC: Mi paiono forme di misticismo antistorico, peraltro non molto originali,
dato che cose simili le scrivevano già Nikolaj Berdjaev e compagnia bella negli
anni Venti. La storia si analizza considerando gli eventi nella complessa
concatenazione che li ha generati, e non andando a cercare improbabili
parallelismi e antitesi di tipo paradigmatico. Nel 1917 lo Stato russo si è
sfasciato: 1) nel lungo periodo, perché scontava secoli di rachitismo civile ed
era governato da una classe politica e da strutture istituzionali anacronistiche
e senescenti; 2) nel medio periodo, perché le modalità dell’abolizione della
servitù della gleba aveva lasciato ai contadini una drammatica fame di terre e
aveva innescato uno sviluppo economico tanto veloce quanto sbilanciato; 3) nel
breve periodo, perché l’urto della Grande guerra stava facendo implodere il
sistema Paese da dentro prima ancora che al fronte: su questo, consiglio la
breve ma lucida esposizione di Giovanna Cigliano nel suo La Russia
contemporanea: Un profilo storico (3° ed. 2023).
È l’intero organismo economico e sociopolitico che inizia a sfaldarsi. È un
processo complesso che si innesca fin dal 1915, ma per limitarci alla fase
terminale, possiamo enumerare almeno alcuni fattori determinanti che non sono
certo generati dai bolscevichi, ma che, al contrario, rendono inevitabile il
corso successivo degli eventi: il primo fattore è quello socio-economico:
l’economia di mercato comincia a dissolversi, i rapporti di scambio commerciale
fra città e campagna si spezzano, le regioni economiche si chiudono su se
stesse, i contadini scatenano rivolte diffuse ed espropriano le terre dei
latifondisti, l’autogestione operaia delle fabbriche è spesso resa obbligata
dalla totale disorganizzazione del sistema.
Il secondo fattore è politico: gli interessi di classe si esprimono in forma
sempre più nuda e immediata, senza alcuna possibilità di ricomposizione
politico-irstituzionale. Proseguire o meno la guerra? Consentire o meno ai
contadini l’esproprio dei latifondi? A chi far pagare il prezzo della
ricostruzione? Come definire il rapporto fra Heartland russo e periferie
allogene dell’Impero? Su questi temi, non vi era mediazione possibile.
Il terzo fattore è militare. Lo Stato perde il monopolio della violenza: mentre
l’esercito si disgrega, già nell’estate 1917 si formano i nuclei armati di
quelli che sarebbero poi stati gli attori della guerra civile: battaglioni
d’assalto come nucleo dell’Armata bianca, la guardia rossa come nucleo della
futura Armata rossa e infine le truppe nazionali, soprattutto ucraine.
L’insurrezione di Ottobre rappresenta lo sbocco, o meglio uno dei possibili
sbocchi di tali processi: in alternativa, erano del tutto plausibili sia un
esito di tipo “asburgico”, con la disintegrazione dell’Impero in una pletora di
staterelli, sia un esito di tipo “messicano”, con un caos endemico e una guerra
civile strisciante fra militari e movimenti contadini privi di autentico respiro
politico. Ma il processo di dissoluzione della precedente forma-Stato, di per sé
era comunque inevitabile. Il ruolo di Lenin è unico e insostituibile proprio
nella capacità di imprimere una direzione a questi processi di dissoluzione
caotica, trasformandoli in spinta creativa, in costruzione di un nuovo impianto
civile: non esistevano “alternative soft” di sbocco della rivoluzione; tali
alternative, nel contesto di frantumazione dell’intero sistema-paese,
semplicemente non avevano alcune possibilità di riuscita. Non c’è niente di
peggio di un’autorità in via di dissoluzione che si mette a martellare progetti
irrealizzabili ed editti inapplicabili, e la stessa Assemblea costituente –
riunitasi un solo giorno per poi essere sciolta dai bolscevichi – era composta
in maggioranza dai partiti dell’ex governo provvisorio, che non avevano trovato
alcun accordo nel corso del 1917 e non lo avrebbero trovato certo a inizio 1918,
nel quadro complessivo di uno sfascio ormai quasi totale. In determinati momenti
storici, gli sviluppi non vengono dettati solo da chi vuole insorgere, ma anche
dall’ottuso gruppo di potere che vuole perpetuare una situazione senza speranza.
E dunque, con l’Ottobre Lenin non strappa il comando a un potere precedente, che
ormai esiste solo in forma virtuale, ma riesce nel miracolo di imporre un
carattere di “caduta controllata” a un’intero organismo economico, sociale,
statale in via di dissoluzione, e al tempo stesso sa plasmare – per quanto a
tentoni – un nuovo quadro istituzionale, un nuovo gruppo dirigente, un nuovo
linguaggio amministrativo, giuridico, pubblico, trovando il modo di realizzarli
in piena corsa, di individuare i soggetti sociali che possano farsi carico di
tale slancio costruttivo.
Questo “doppio binario” distruttivo/creativo mostra secondo me quanto sia
fallace il manicheismo in cui molti storici della rivoluzione si esercitano. Non
credo nei tentativi di separare nel processo rivoluzionario un iniziale “lato
luminoso” libertario e democratico da un “lato oscuro” di violenza e
coercizione, destinato infine a trionfare, con Lenin che fa la parte del cattivo
Darth Vader. La rivoluzione non è una marcia trionfale di grandi valori di
libertà e giustizia, artificiosamente interrotta dai cattivi bolscevichi, ma è
un processo multivettoriale integrato, dove ogni tendenza interagisce con ogni
altra in modo inestricabile, e dove i bolscevichi sono gli unici a garantire
all’intero processo uno sbocco costruttivo. Si noti che quando parlo di “sbocco
costruttivo” io non do un giudizio di merito: “costruttivo” come sinonimo
di bello o di giusto. Intendo costruttivo semplicemente come funzionale alla
costruzione di qualcosa.
Una precisazione sul rapporto di Lenin con la tradizione populista. Noi che
abbiamo letto Il populismo russo di Franco Venturi abbiamo dello sviluppo del
pensiero rivoluzionario in ottocentesco una visione panoramica, d’insieme che i
concreti attori primo-novecenteschi non avevano né ritenevano necessario avere.
Da quella tradizione, Lenin prendeva ciò che gli faceva comodo e quando gli
faceva comodo: ora le tattiche di cospirazione giacobina, ora un’enfasi degna di
Bakunin sullo spontaneismo delle ribellioni contadine… Ma l’elemento della
tradizione populista che fin da giovane lo condizionerà per sempre è l’idea di
Pëtr Tkačëv che siano la presa del potere e la dittatura rivoluzionaria lo
strumento indispensabile per regolare, centralizzare e dinamizzare i tempi di
sviluppo in un paese arretrato: è questo il nucleo centrale del leninismo, che
lo distinguerà sempre sia dal menscevismo anche più radicale, sia addirittura da
altre correnti del bolscevismo stesso, quale ad esempio il gruppo di Bogdanov.
AR: Lei parla spesso di Lenin come di una figura in contrasto con l’attuale
retorica putiniana, eppure il suo legame con l’esperienza sovietica potrebbe
renderlo inviso a chi oggi combatte l’espansionismo russo. Come si colloca un
personaggio del genere in un contesto che assiste alla formazione di nuove
identità nazionali nello spazio post-sovietico? È d’ispirazione perché
sostenitore del diritto all’autodeterminazione dei popoli o d’intralcio perché
legato a un periodo storico soggetto a rivisitazioni critiche e post-coloniali
da parte dei Paesi dell’ex Unione che vogliono prendere le distanze dalla
Russia?
GC: Non sono io che ne parlo spesso: è Putin che è fissato! E non solo quando si
tratta di Ucraina: in relazione alla Prima Guerra mondiale, ad esempio, il
presidente russo ha affermato che la stavano vincendo loro, ma che è arrivata la
“pugnalata alle spalle” da parte dei bolscevichi, notoriamente agenti tedeschi;
quando nel giugno 2023 Evgenij Prigožin ha tentato di marciare su Mosca con la
sua Compagnia Wagner, Putin lo ha paragonato a Lenin che torna a Pietrogrado nel
suo treno piombato (anche se il paragone più calzante sarebbe l’avanzata su
Mosca dell’Armata bianca di Denikin nel 1919).
Putin, del resto, ha tutte le ragioni di prendersela con uno che poco prima di
uscire di scena proponeva di costruire la futura Unione Sovietica sulla base di
una sorta di affirmative action a discapito dei russi etnici, perché “occorre
non solo l’uguaglianza formale. Occorre compensare, in un modo o nell’altro, con
il proprio comportamento e con le proprie concessioni verso gli allogeni,
quella sfiducia, quella diffidenza, quelle offese che nella storia passata gli
sono state provocate dal governo della nazione ‘grande potenza’”; e ciò perché
“l’internazionalismo da parte della nazione dominante, o cosiddetta “grande
nazione”(sebbene sia grande solo per le sue violenze, grande soltanto come è
grande Deržimorda), deve consistere non solo nell’affermare la formale
uguaglianza tra le nazioni, ma anche una certa ineguaglianza che compensi da
parte della nazione dominante, della grande nazione, l’ineguaglianza che si crea
di fatto nella realtà”.
Noto soltanto come ancora nel periodo della Perestrojka, quando sorsero i primi
contenziosi etno-nazionali, chi protestava si appellava sovente ai “principi
leninisti” dell’autodeterminazione nazionale: lo fecero i kazaki nel rifiutare
un segretario generale etnicamente russo, lo fecero gli armeni del
Nagorno-Karabakh che volevano riunirsi alla madrepatria, lo fecero gli osseti in
funzione antigeorgiana. È nel periodo postsovietico che l’atteggiamento verso
Lenin è diventato nevrotico: si eliminano i monumenti alla chetichella, si
camuffa il Mausoleo durante le grandi parate, nei manuali scolastici se ne parla
in termini vaghi e criminalizzanti, ma l’ombra di Lenin sguscia fuori a ogni
snodo storico: è un continuo “ritorno del rimosso”, tipico sintomo di nevrosi.
Vorrei dire due parole a proposito del dibattito de- e/o post-coloniale da voi
evocato. In ambito anglofono e francofono sono temi trattati da molti decenni, a
cui hanno partecipato grandi intellettuali, da Frantz Fanon a Edward Sa’id; per
quanto riguarda invece lo spazio est-europeo c’è ancora tutto un apparato
concettuale da definire: per noi slavisti non è nemmeno tanto chiaro, a
tutt’oggi, in che termini si debba porre il concetto di “affinità/alterità” fra
le nazioni e le culture slave (a proposito, ne scrivo in un intervento che
uscirà sul prossimo numero di “Studi slavistici”). Quanto al concetto di
“colonialismo” applicato a quelle realtà – e in particolare allo spazio
imperiale russo – la confusione è ancora maggiore: infatti, se in relazione
all’Asia Centrale e a parte della Transcaucasia la categoria sembra attinente,
già in merito alle province baltiche e alla Georgia il rapporto col centro era
di tipo diverso, mentre la questione ucraina mi pare totalmente irriducibile
alla categoria di “colonia”.
Dati i tempi, bisogna stare molto attenti a intraprendere simili studi sulla
base di categorie ermeneutiche sufficientemente meditate e non sull’abbrivio di
un eroico furore pur sorretto da nobili intenti, anche perché rischiamo di
subire il condizionamento delle due narrazioni in conflitto, a mio parere
ugualmente tossiche. Da una parte, l’ideologia putiniana presenta “i russi” come
una categoria ontologica e sovratemporale alla cui comunità di destino “gli
ucraini” imprescindibilmente partecipano anche se non lo sanno, per amore o per
forza: basterà dare loro una serie di energici sgrolloni perché siano costretti
a ricordarsene. D’altra parte, in campo ucraino si va elaborando – e non dal
febbraio 2022! – una narrazione secondo cui “ucraini” e “russi” sono
ontologicamente opposti e inconciliabili: europei, illuminati e civilizzati gli
uni, asiatici, ottenebrati e barbarici gli altri. In questa ottica, tutte le
fasi storiche vissute dai due popoli in una qualche forma condivisa vengono
visti come pura e semplice oppressione coloniale, e tutti coloro che a qualsiasi
titolo hanno combattuto contro “i russi” fanno bene o male parte dell’album di
famiglia, per quanto aberrante possa essere stato il loro operato: ricordo le
recenti, incresciose ovazioni tributate dal parlamento canadese al reduce delle
Waffen-SS Jaroslav Hunka, alla presenza di Volodymyr Zelens’kyj.
In un simile contesto ideologico, il dibattito sulla “decolonizzazione” minaccia
di essere condotto non secondo discernimento, dialettica e indagine storica, ma
a colpi di kuval’da, se non peggio.
AR: Come immagina un’ipotetica ricezione del suo libro in Russia?
GC: Un lettore russo interessato al tema ha, ovviamente, la possibilità di
accedere a risorse bibliografiche sterminate. Ma, come ho appena detto, la
“sindrome Lenin” ha in Russia un carattere nevrotico o addirittura
schizofrenico: la mummia riposa nella sua teca di cristallo come un novello mago
Merlino, il Paese è ancora disseminato di suoi monumenti, la regione di
Pietroburgo si chiama Leningradskaja, a capodanno tutti guardano il film Ironija
sud’by, dove “Leningrad… Leningrad…” è un mantra continuamente ripetuto, ma i
bambini imparano a scuola che quest’uomo era nient’altro che una spia tedesca,
una specie di Terminator mandato dal feldmaresciallo von Hindenburg a massacrare
la Patria. In un simile contesto, forse il punto di vista più distaccato di uno
straniero potrebbe forse essere di una qualche utilità.
Inoltre, recuperare e ripensare i concetti di militanza, organizzazione
politica, radicalismo sociale, internazionalismo e antimperialismo sarebbe di
vitale importanza in un Paese che, prima ancora di un deficit di democrazia,
soffre di una società civile atomizzata e di un sistema economico ingiusto,
sbilanciato e senza alcuna tutela sociale o garanzia sindacale. Rimettere al
centro della lotta politica le rivendicazioni sociali sarebbe utile anche per
un’opposizione a Putin che per il momento non offre alcuna alternativa al
liberismo sfrenato che funesta il Paese dal 1992 e che a mio parere blocca ogni
progresso civile: lo stesso Aleksej Naval’nyj, nell’ultimo intervento prima
della morte, ha criticato in modo duro e circostanziato le privatizzazioni
selvagge degli anni Novanta, mostrando così di abbracciare una tendenza almeno
potenzialmente socialdemocratica (vedine l’analisi da parte del mio amico
Giovanni Savino).
AR: Concluderemo con una riflessione che ci riporta ad oggi, ai lettori che si
affacciano alla figura di Lenin in occasione del centenario. Ripellino rendeva i
versi di Majakovskij con un “Lenin è vivo / non un urna”!
(Ленин / итеперь /живее всех живых), la Russia e gli altri Paesi nati dalla
dissoluzione dell’URSS sono cosparsi di pamjatniki come la monumentale diga
kyrgyza di Kirkov. Che ruolo ha oggi Lenin e, nello specifico, che funzione
assume nei confronti del lettore italiano?
GC: Questo non devo dirlo io oggi a parole, ma dovrà mostrarlo il “lettore
italiano” (e non solo italiano) con le sue lotte future.
IL COORDINAMENTO TORINO PER GAZA LANCIA LA CASSA DI RESISTENZA
Chi lotta non è mai sol3!
IL MOVIMENTO “BLOCCHIAMO TUTTO”
Quest’autunno un enorme movimento popolare ha bloccato l’Italia al fianco della
resistenza del popolo palestinese, contro il progetto genocida e coloniale del
regime israeliano.
Questo movimento ha denunciato con forza la responsabilità del governo Meloni e
di tutti i governi occidentali nel sostenere politicamente, militarmente ed
economicamente il progetto sionista e ha lottato contro ciò che la guerra
globale significa anche nei nostri territori: spese per il riarmo, tagli al
welfare e ai servizi, inflazione e impoverimento, repressione e militarizzazione
in tutta la società.
IL PROGETTO REPRESSIVO DEL GOVERNO
Consapevoli che il genocidio in Palestina è possibile perché c’è in Occidente un
sistema politico ed economico che lo sostiene, in milioni di persone abbiamo
scioperato e siamo scesɜ in piazza bloccando porti, autostrade, stazioni
ferroviarie, snodi della logistica, andando a colpire proprio i centri
nevralgici di quell’economia del genocidio e mettendo per la prima volta in
crisi il governo.
Ora, in un contesto di escalation globale, mentre gli occhi del mondo sono
spostati altrove e il regime israeliano prosegue il genocidio, nonostante la
tanto sbandierata tregua di Trump, polizia e governo vogliono mettere a tacere
l’enorme movimento “Blocchiamo Tutto”, reprimendo con modalità differenti le
tante anime che hanno partecipato alle mobilitazioni popolari in solidarietà
alla Palestina.
LE DIVERSE FORME DELLA REPRESSIONE
Le persone più esposte e ricattabili, perché prive della cittadinanza italiana,
arrivano a rischiare l’espulsione dall’Italia e la deportazione.
Il diritto allo sciopero, già fortemente sotto attacco, viene messo in pericolo
da sanzioni antisindacali.
La repressione e militarizzazione nelle scuole si fa ancora più pesante,
arrivando all’arresto di studenti minorenni.
I blocchi stradali e ferroviari, che hanno rappresentato la pratica fondativa di
questo movimento, vengono repressi con denunce per blocco stradale, reato
inasprito dal decreto sicurezza fortemente voluto da Salvini, e decine di
sanzioni amministrative da migliaia di euro.
LA LOTTA CONTINUA
Questo accanimento, che vorrebbe spaventarci e scoraggiare ulteriori riprese
della mobilitazione, non fa altro che confermarci la validità e l’efficacia
della pratica dei blocchi, che sono stati la forza di questo movimento.
Una forza capace di colpire direttamente le catene del valore che stanno alla
base del genocidio in Palestina e della guerra globale e di far vacillare il
governo.
Ora servono risorse per fronteggiare le spese legali, sostenere le persone
colpite da questi attacchi ma anche e soprattutto per continuare a lottare a
fianco del popolo palestinese e resistere contro la guerra, l’imperialismo e il
fascismo.
LA CASSA DI RESISTENZA
È proprio durante questa fase di continui attacchi che emerge più che mai la
necessità di concretizzare la nostra solidarietà con chi lotta al nostro fianco,
facendo fronte comune.
Ogni contributo può fare la differenza per non lasciare indietro nessunɜ.
A bloccare le stazioni, le autostrade, i luoghi di lavoro c’eravamo tuttɜ, ora
abbiamo ancora bisogno di tutta la forza che un movimento popolare può
dimostrare.
Sostieni la cassa di resistenza, insieme siamo più forti!
Il denaro raccolto verrà utilizzato per fare fronte alle spese legali e
sostenere l3 partecipanti alle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina a
Torino. Il Coordinamento Torino per Gaza, che ha promosso le mobilitazioni del
movimento Blocchiamo tutto a Torino e che organizza questa raccolta fondi, è
un’organizzazione informale e quindi non dispone di un proprio conto corrente;
l’associazione di promozione sociale La Poderosa, che partecipa al
coordinamento, ha messo a disposizione il suo conto bancario per la raccolta.
https://www.produzionidalbasso.com/project/cassa-di-resistenza-blocchiamo-tutto-torino-2
Da Carmilla on line:
Laura Antonella Carli, Nicola Erba ( a cura di), Atlante storico della mala
milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, pp. 512, 36 euro
> Ma mi, ma mi, ma mi,
> quaranta dì, quaranta nott,
> A San Vittur a ciapaa i bott,
> dormì de can, pien de malann!…
> Ma mi, ma mi, ma mi,
> quaranta dì, quaranta nott,
> sbattuu de su, sbattuu de giò:
> mi sont de quei che parlen no!
> Mi parli no! (Ma mi – Giorgio Strehler, Fiorenzo Carpi, Ornella Vanoni 1959)
Ruggero Bonghi, meridionale di origine e direttore del giornale «La
Perseveranza», nel 1881 durante la Fiera industriale, definì Milano “capitale
morale” d’Italia dando così vita al mito di una città modello di operosità,
solidarietà, civismo e pragmatismo, Una città vista come il cuore produttivo,
laborioso e civile del Paese, portatrice di un “buon senso” alto, in
contrapposizione alla, già allora intesa come corrotta, “capitale politica”:
Roma.
In realtà a Milano di soldi ne son girati davvero tanti e continuano a girare
nelle le sue vie, nei suoi istituti finanziari, nelle grandi opere come l’Expo,
nei giochi olimpici invernali del 2026, tra i suoi plurimiliardari che, secondo
stime recenti, sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra.
Forse meno industriale e operaia di un tempo, con le grandi fabbriche e le
botteghe artigiane sostituite da studi televisivi, laboratori della moda
internazionale e catene di negozi di lusso, dopo esser stata “da bere”,
ricollegandosi a quella Roma da cui aveva sempre soltanto preso le distanze, non
ha comunque mai cessato di produrre enormi contraddizioni sociali di cui le
lotte operaie e studentesche del passato sono state solo una delle
manifestazioni possibili.
Un’altra, che prende invece oggi forma nelle periferie e in quella parte di
popolazione che non appartiene certamente all’8% più ricco, è quella dei giovani
immigrati, ma non soltanto, di seconda generazione, mediaticamente e
superficialmente riassunta nel termine “maranza”, assolutamente insufficiente
per spiegarne comportamenti, azioni e scopi. Una sorta di microcriminalità
soltanto apparentemente deviante rispetto alle condizioni venutesi a creare a
causa delle forme del lavoro salariato, allo stesso tempo moderne e arcaiche, di
un mondo in cui il tradizionale proletariato urbano è spesso, troppo spesso,
simile a quel lumpenproletariat o proletariato marginale di marxiana memoria che
naviga a vista tra gli scogli della disoccupazione, di redditi e lavori precari
e di un’immensa offerta di merci le cui vetrine non sono più soltanto quelle
lussuose di via Montenapoleone, ma anche quelle, ben più invasive e pervasive di
Amazon e di tutte le altre catene di distribuzione on line.
Una promessa di lusso, consumo, benessere e spesa rateizzata che, già come nel
passato di cui parla l’Atlante edito da Milieu nella collana «Banditi senza
tempo», obbliga settori non del tutto minoritari di giovani uomini e donne a
misurarsi col problema degli scarsi introiti riconducibili al
lavoro legale rispetto a quelli possibili con lavori di tipo illegale. Il tutto
in un contesto in cui, adesso come allora, la concentrazione finanziaria e di
ricchezze spesso smodatamente esibite attirano, oltre che l’occhio di chi sta ai
margini, anche l’attenzione delle grandi organizzazioni criminali, mafie di ogni
genere in primis.
«Follow the Money!» avrebbe ancora suggerito Marx per comprendere come la
presunta capitale morale sia diventata in realtà il ricettacolo di ogni abuso
edilizio, di ogni truffa finanziario, di ogni spreco di denaro pubblico,
suscitando al contempo le mire di chi cercava individualmente o in gruppo di
riappropriarsi di una parte della ricchezza socialmente prodotta e
individualmente esibita e maneggiata.
Investimenti enormi e sfruttamento del lavoro su vasta scala da un parte e
spaccate, scippi, furti, rapine e rapimenti dall’altra sembrano essere i due
poli attorno a cui girano da un lato l’accumulazione del capitale e la ricerca
di una fortuna personale,individuale o di banda, dall’altro. Due forme di
sfruttamento dell’occasione che dipendono, inizialmente soltanto dalla
collocazione nella parte alta o basa della scala sociale prodotta dal modo di
produzione capitalistico. Inutile cercare quindi di gestire o interpretare la
cosa da un punto di vista etico o morale.
Per questo motivo, tornando al tema del libro curato da Laura Antonella Carli e
Nicola Erba e arricchito dai contributi di molti protagonisti e testimoni
dell’epoca, rapine clamorose, guerre tra bande, sequestri di persona, durante
gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, rappresentano uno dei periodi più
turbolenti della storia criminale italiana, e lo sono ancora di più a Milano,
città-simbolo del boom economico e humus sociale di una criminalità sempre più
organizzata, che per tre decenni ha visto susseguirsi episodi violenti e figure
leggendarie come Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Angelo Epaminonda.
L’Atlante storico della mala milanese ricostruisce, attraverso cronache d’epoca,
mappe tematiche, fotografie rare e testimonianze esclusive, una visione
d’insieme approfondita del mondo che ha ispirato le cosiddette “canzoni della
mala” e fatto da sfondo a tanti romanzi di Giorgio Scerbanenco e a tanti, ma
forse meno belli e interessanti, film del genere poliziottesco che imperversò
nella sale cinematografiche italiane tra gli anni Settanta e Ottanta, giungendo
a ispirare poi Quentin Tarantino.
Un viaggio nella Milano notturna delle case da gioco, degli incontri clandestini
e dei regolamenti di conti, che riporta alla luce vicende e protagonisti spesso
dimenticati, restituendoli al loro autentico contesto urbano e sociale. Magari
insieme a quelle case di ringhiera da cui alcuni dei protagonisti provenivano,
così come all’ambiente sociale e culturale di quartieri come la Comasina e
Lorenteggio.
Uno sguardo inedito su trent’anni di storia criminale, dalla vecchia ligéra ai
gangster metropolitani, fino alla trasformazione della malavita tradizionale in
criminalità organizzata moderna. Un’opera corale che si propone di superare
letture stereotipate e nostalgiche, privilegiando un’analisi che racconta
Milano, la sua evoluzione e le sue contraddizioni attraverso il prisma del
crimine. Non dimenticando nessuno, sia uomini che donne.E lasciando comunque al
centro figure dall’innegabile carisma mitopoietico come Francis Turatello e
Renato Vallanzasca, prima in competizione poi alleati nella spartizione dei
territori e delle attività.
> Lo scontro diretto avviene in via MacMahon: Vallanzasca e Cochis vanno a
> cercare Turatello. Renato a piedi con un fucile a pompa e Cochis che lo copre
> in macchina. Davanti al locale della sorella dell’attrice Agostina Belli
> riconoscono le Bmw di Turatello e compari. Ma proprio mentre Renato si
> avvicinava, le auto ripartono, Inseguiti, raggiunti a un incrocio, i due
> gruppi si scambiano raffiche a distanza ravvicinata. Nessuno cade, ma una
> delle Bmw resta ferma in mezzo alla strada, col parabrezza sfondato e il
> sangue sui sedili.
> La fuga di è un numero da equilibrista: sparisce sotto un cavalcavia, poi si
> sdraia in mezzo all’asfalto, fucile puntato. Quando Turatello capisce di
> essere finito nel mirino, ordina l’inversione di marcia. Una ritirata, seppur
> momentanea. Quella sera, Francis sa di aver rischiato davvero la pelle.
> […] Qualche settimana dopo, un mediatore noto come Carletto “tre pistole”
> propone un incontro: un faccia a faccia in una pizzeria. Turatello però non si
> presenta. Al suo posto arriva Franchino Restelli, uomo di fiducia. Vallanzasca
> rimane fuori dalla porta a fumare. Restelli spiega che è venuto per verificare
> che tutto sia a posto e per fissare un appuntamento definitivo. Aggiunge che
> Turatello propone il mercoledì successivo, a mezzanotte, presso la Tour
> d’Orient, un locale situato nei pressi della Stazione Centrale. Vallanzasca
> accetta, però avverte che se Turatello la prossima volta non dovesse
> presentarsi, brucerà Milano. Tuttavia, l’incontro decisivo tra i due non avrà
> mai luogo e la rottura si ricomporrà solo in seguito, non in un locale alla
> moda ma dietro le sbarre1.
La storia ha inizio nel 1963, quando da qualche anno a Torino ha iniziato la
propria attività una delle batterie più famose e politicizzate che proprio a
Milano compirà il suo ultimo e forse più celebre e sanguinoso colpo: la banda
Cavallero, ma sembrano essere gli anni compresi tra i Settanta e l’inizio degli
Ottanta quelli posti maggiormente sotto il segno dell’illegalità di cui si
occupa il libro. Basti vedere l’elenco dei sequestri di persona elencati
nell’Atlante che ne enumera complessivamente 118 tra il 9 dicembre 1963 e il 29
febbraio 2000, di cui soltanto quattro di carattere politico. Di questi però,
compresi quelli “politici”, 113 hanno avuto luogo tra il 3 marzo 1972 e 25
novembre 1983.
Si è parlato prima anche delle donne che fecero parte del “milieu” criminale non
soltanto in qualità di mogli, amanti e compagne oppure prostitute nel vasto
mercato del sesso milanese, ma anche di protagoniste, come nel caso di Angela
Corradi, che nel quartiere Comasina chiamavano l’Angelina, che ha attraversato
mezzo secolo di storia criminale: prima come rapinatrice e donna di Vito Pesce,
poi come suora laica che assisteva i tossicodipendenti e trattava con i
sequestratori. La stampa l’aveva dipinta come la “pupa della mala”, ma
l’Angelina non è mai stata solo una “compagna”.
> Nata ad Affori da una famiglia di artisti circensi- la madre Bruna era
> trapezista del circo Corradi, il padre acrobata della moto – Angela cresce tra
> pedane, gabbie dei leoni e trampolini. «La vita del circo è crudele e
> pericolosa», ripeteva il padre, che sognava per la figlia un futuro diverso da
> quelo degli artisti girovaghi. Ma a sedici anni Angela molla tutto: scuola,
> famiglia, il futuro che i genitori avevano immaginato per lei. Le due
> stanzette di via Osculati 6 ad Affori le stanno strette. Sogna «i macchinoni e
> la bella vita».
> Lascia il lavoro di commessa e la sera se ne va sempre nella latteria vicino a
> casa in via Cialdini […] «dove stanno gli “sbandati del quartiere”, vestiti
> alla moda della beat generation». Con gli amici fonda la banda della
> mezzanotte. Furtarelli, rapinette, poca roba per una ragazza che punta in
> alto. Il salto di qualità arriva nel 1971, quando conosce gli uomini della
> batteria Vallanzasca. Diventa prima la donna del capo, poi quella del
> luogotenente Vito Pesce. Renato la ricorda così: «L’Angeliona, com’era
> conosciuta da tutti, la mia amata sorellina, è stata la donna che in quanto a
> coglioni, dava dei punti a tanti cazzuti maschietti. Una forza della natura.
> Bella, intelligente, simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando si
> trattava di dimostrare carattere e coraggio, pure l’uomo con cui stava faceva
> bene a non contraddirla».
> Si fa tatuare una svastica, per alcuni su una spalla, secondo altre fonti
> sulla schiena – «se l’è fatta fare in Turchia assieme a un altro tatuaggio sul
> dito medio della mano sinistra: una croce sovrapposta a una N, iniziale di
> nazista». A quanto si dice nell’ambiente quei simboli avevano poco di
> politico: erano soprattutto una provocazione. Per la stampa dell’epoca diventa
> “Angela della svastica” e “la pasionaria della Comasina”2.
La sua storia da fuorilegge era iniziata con una rapina nel 1969, cui sarebbero
seguiti arresti, processi e galera. Nel 1976 venne arrestata dopo la sparatoria
di piazza Vetra e fu la seconda donna ad essere individuata dalla polizia «come
componente effettiva della gang». Dopo il suo incontro con la fede nel 1978, fu
ancora sospettata negli anni Ottanta di aver aiutato due evasi, di rapina,
associazione a delinquere e sequestro di persona. Così nel febbraio del 1984 fu
raggiunta alla testa da tre colpi di pistola mentre era alla guida di un’auto.
Pur avendo visto che l’aveva aggredita, una volta sopravvissuta, non volle mai
rivelarne l’identità e sarebbe morta a settantatré anni nel 2024 ad Affori, da
cui non era riuscita a fuggire mai del tutto.
Questa, però, è soltanto una delle decine di vicende e vite narrate nel bel
libro edito da Milieu, che già in passato nella stessa collana aveva pubblicato
le storie di numerosi banditi, non soltanto italiani, facendo così emergere
un’altra Storia della società occidentale della seconda metà del ‘900 e oltre.
> La Milano del dopoguerra era una città piena di armi e vuota di certezze. Le
> macerie delle case bombardate, i solai e le cantine dai muri scrostati
> nascondevano Sten britannici smontati pezzo per pezzo, Beretta 34 sottratte
> alle caserme e bombe a mano SRCM Mod.35 che nessuno aveva il coraggio di
> spostare. Molte erano state conservate dai partigiani, altre abbandonate dagli
> eserciti in ritirata, altre ancora erano l’ultimo segreto di ex repubblichini.
> Tra rovine e cantieri, le bande armate nascevano come funghi: si fondevano e
> si sfaldavano sotto gli occhi delle forze dell’ordine, che -almeno in parte-
> tolleravano questa economia sommersa detta più dalla fame che dall’avidità.
> Mentre le sirene delle fabbriche scandivano il ritmo della ricostruzione, le
> “cento gru” del Piano Marshall ridisegnavano lo skyline della città […] Ma
> questa era sola facciata trionfalistica di una città dalle molte anime.
> Un’altra Milano pulsava nelle pieghe dei quartieri popolari, dove i regolari
> convivevano con i balordi nelle case di ringhiera, tra cortili comuni e
> ballatoi […] A guerra finita, i pochi soldi se ne andavano quasi interamente
> per mangiare: dal 1945 al 1948, il novanta per cento del salario operaio e
> l’ottanta per cento delle retribuzioni statali finivano dal panettiere, dal
> droghiere, dal pizzicagnolo, «molto raramente dai macellai», più spesso alla
> borsa nera perché il cibo era razionato per tutto il 1946 […] Giambellino,
> Isola, Lambrate, Ticinese sono descritti come «coacervi di rovine bombardate,
> bottiglierie frequentate da malfattori e case d’appuntamento di infimo livello
> ove è bene non recarsi dopo il tramonto».
> […] La continuità dello Stato con il fascismo era evidente nella sopravvivenza
> di gran parte dell’apparato burocratico e giudiziario, mentre l’amnistia
> Togliatti del 1946 aveva permesso il reinserimento di molti ex fascisti nella
> vita pubblica. Per chi aveva combattuto sognando una rivoluzione sociale,
> vedere gli stessi industriali che avevano sostenuto il regime tornare alla
> guida delle fabbriche era un a beffa difficile da digerire. Le classi sociali
> restavano rigidamente separate e le speranze in una società più equa erano
> state inequivocabilmente tradite. In un’Italia stretta nei sacrifici della
> ricostruzione, la malavita diventava un modo per sfuggire alla disciplina di
> fabbrica e a un ordine sociale che si stava ricostituendo identico a prima3.
--------------------------------------------------------------------------------
1. L. A. Carli, N. Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese
1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, p. 92.
2. L. A. Carli, N. Erba, op. cit., p.404.
3. Ibidem, pp. 13-15.
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Uso della forza, repressione del dissenso e scudo penale: quando la sicurezza
diventa ideologia di potere Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto
anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a …
(archivio disegni napolimonitor)
Esattamente due mesi fa la città di Torino si è svegliata con un quartiere
completamente blindato, tre scuole chiuse e un luogo di aggregazione sociale e
politica in meno. La mattina del 18 dicembre la palazzina di corso Regina
Margherita 47, che ospitava da quasi trent’anni il centro sociale Askatasuna, è
stata sgomberata su indicazioni arrivate direttamente dal ministro dell’interno
Piantedosi con un’operazione muscolare e violenta, buttando per strada le sei
persone che vi vivevano e distruggendo, nelle ore successive, l’interno della
struttura.
Mercoledì 18 febbraio – due mesi dopo questo sgombero – i torinesi scoprono
dalle pagine de La Stampa che un altro luogo di socialità e di promozione della
cultura smetterà presto di esistere nella loro città. L’associazione culturale
Comala, che attualmente gestisce gli spazi della caserma La Marmora in corso
Ferrucci 65, verrà sostituita da una cordata di associazioni con a capo Social
Innovation Teams (SIT d’ora in poi); la cordata ha vinto il bando per ottenere
la concessione dalla circoscrizione di zona per i prossimi dieci anni.
Dal 2020, infatti, la concessione era scaduta e da allora l’associazione Comala
ha gestito gli spazi in proroga, in attesa che fosse emesso un altro bando. Nel
frattempo, l’associazione ha più volte risistemato i locali della caserma,
ampliando lo spazio adibito ad aula studio e mettendolo a disposizione
gratuitamente ad associazioni e gruppi informali; ha, inoltre, ripiantato l’erba
sul prato davanti alla caserma, ha ristrutturato le sale prova e insonorizzato
un’altra sala, dove le sere d’inverno si tengono concertini e spettacoli di
stand-up comedy. Si è dunque presa cura di uno spazio pubblico, rispondendo ai
bisogni di un quartiere popolato e frequentato da moltissimi studenti (data la
vicinanza al Politecnico di Torino), ma privo di biblioteche e spazi culturali e
di socialità gratuiti. Negli ultimi cinque anni l’associazione ha anche
organizzato momenti di socialità come le pastasciutte antifasciste e ha accolto
il progetto di sport popolare “Comala FC – footbal and cricket”, rafforzando il
radicamento di questa realtà sul territorio.
Soprattutto Comala si è schierata contro il progetto di costruzione di
un ipermercato Esselunga nel parco confinante Artiglieri da Montagna, un
progetto che inizialmente prevedeva, tra l’altro, il passaggio di una strada
proprio sul giardino interno della caserma. L’associazione ha contribuito alla
nascita di Essenon, comitato che dal novembre del 2021 monitora l’evoluzione del
piano di Esselunga e organizza iniziative per sensibilizzare il quartiere sugli
effetti della costruzione di un supermercato sull’unica area verde della zona.
Nel corso degli anni il comitato ha organizzato assemblee pubbliche molto
partecipate, volantinaggi nei mercati di zona, biciclettate tra le vie del
quartiere, feste sul parco, sfilate di carnevale, manifestazioni e momenti di
confronto con la circoscrizione. Tali momenti hanno svelato il totale
asservimento dell’attore pubblico agli interessi di quello privato e la sua
incapacità di schierarsi contro un progetto datato e dannoso. Per esempio, nel
consiglio circoscrizionale aperto richiesto da Essenon nel gennaio 2024, i
consiglieri si erano limitati a dire che non si poteva più tornare indietro e
che l’unica via percorribile era monitorare le compensazioni.
Comala, infine, è stata l’unica associazione nel panorama del terzo settore
torinese a esprimere pubblicamente il sostegno alle (ex) lavoratrici
dell’associazione Eufemia, licenziate in tronco nel 2024 dopo avere scioperato a
oltranza per quarantadue giorni per ottenere migliori condizioni di lavoro e
aver denunciato molte storture del lavoro sociale e di cura in città. Proprio
Eufemia, che condivideva gli spazi dell’ex caserma La Marmora con Comala, è
parte della cordata di associazioni vincitrici del nuovo bando. SIT, capofila
della cordata, si presenta sul suo sito come “la community non profit per
progetti e startup a impatto sociale e ambientale” che organizza eventi “dove la
Community di SIT viene riunita: startup, student-, imprenditor- sociali e
chiunque sia appassionato di innovazione sociale e sostenibilità”. Tra le varie
startup del gruppo SIT emerge Escape 4 Change. Secondo la descrizione fornita
dal sito, Escape 4 Change “cerca di migliorare concretamente il mondo attraverso
le esperienze di intrattenimento immersive e cooperative”. Il project leader di
questa startup è lo stesso direttore di SIT ed è anche l’ex presidente di
Eufemia: l’associazione che ha licenziato le sue lavoratrici in tronco dopo
averle sottopagate e demansionate.
In un’intervista rilasciata a La Stampa del 18 febbraio Paolo Landoni,
presidente di SIT e professore ordinario di Ingegneria gestionale e della
produzione al Politecnico di Torino, afferma che rispetto alle attività svolte
finora da Comala “si può fare di più […]. Abbiamo delle idee per portare un
arricchimento ai giovani che lo frequentano che non cercano soltanto svago e
intrattenimento, ma anche prospettive”. Interpellato sulle prospettive future,
il presidente chiarisce che la promozione degli spazi passa da imprenditorialità
e innovazione sociale – termine dal significato nebuloso ma molto alla moda nel
terzo settore, e non solo. Si intuisce quindi che l’organizzazione di eventi
sociali, culturali e politici che hanno caratterizzato la programmazione di
Comala nel corso degli anni e che sono sempre stati gratuiti, passerà in secondo
piano. Sarà, invece, privilegiato lo sviluppo di startup e varie forme di
imprenditoria sociale, con il rischio di distruggere la comunità – e non la
“community” – che Comala ha costruito nel corso degli anni. L’accessibilità ai
futuri eventi che si terranno nella caserma non sarà sempre garantita e questo
risulta evidente da un verbale – datato 10 febbraio – del “Gruppo di lavoro
interdivisionale per la concessione di immobili a enti e associazioni senza
scopo di lucro”, un ente dove siedono i rappresentanti delle circoscrizioni e di
alcuni dipartimenti per la gestione dei servizi della Città. Come si riporta nel
verbale, “gli spazi di aula studio e area esterna continueranno a essere
fruibili da tutti mentre alcune attività non saranno del tutto gratuite”.
La scelta di assegnare gli spazi a una nascente cordata di associazioni a
discapito di chi li gestisce ormai da quindici anni risulta decisamente
politica: la vittoria del bando non c’entra nulla col fantomatico “merito”. La
nuova assegnazione, per quanto non abbia le modalità che hanno portato allo
sgombero di Askatasuna, rientra nella stessa logica di sottrazione degli spazi
di aggregazione sociale dal basso. La decisione è in linea con le politiche che
stanno cambiando i quartieri di Cenisia e San Paolo, in cui è molto forte la
spinta del Politecnico verso l’imprenditoria e la trasformazione di vari spazi
in “incubatori” di startup, come quello già presente nelle vicine OGR. In
parallelo rimane, invece, inascoltata da parte della Città e della
circoscrizione la domanda di luoghi di socialità e abitazioni a basso costo. La
fine della gestione degli spazi dell’ex caserma La Marmora da parte di Comala si
configura, di fatto, come uno sgombero per via amministrativa. Celandosi sotto
la maschera dell’innovazione sociale e dell’imprenditoria, questa operazione
apre la strada a una gentrificazione aggressiva che spazza via relazioni
consolidate e progetti nati dal basso. (francesca ru)
ASSEMBLEA CITTADINA DI MOBILITAZIONE CONTRO DDL BONGIORNO
làadan - Via Vanchiglia 3, Torino
(martedì, 24 febbraio 19:00)
Continua la mobilitazione permanente contro il DDL Bongiorno.
Dopo la manifestazione del 15 febbraio che ci ha vistə scendere in piazza in
migliaia in tutta Italia, ci ritroviamo in un'assemblea cittadina, aperta a
tutte le persone, i collettivi, le associazioni, i sindacati, i gruppi che
vogliono costruire insieme un'opposizione dal basso al DDL Bongiorno.
Senza consenso è stupro!
Vi aspettiamo mercoledì 24 febbraio alle h19 a Laadan in Via Vanchiglia 3