Forlì, lunedì 20 luglio e lunedì 3 agosto: Presìdi al carcere
Riceviamo e diffondiamo: Il 20 luglio e il 3 agosto, ore 18:00 torniamo sotto le infami mura del carcere “La rocca” di Forlì Per chi sta dentro e resiste al caldo e alla tortura della reclusione; per noi che stiamo fuori che ritroviamo ogni volta lo spirito dello stare assieme, per un’ideale pratico, in strada! Ricordando che la lotta per la liberazione dex compagnx arrestatx il 16 giugno non sarà terminata finché anche Pietro non sarà nuovamente con noi! Ricordando che la lotta per la liberazione di tuttx lx nostrx compagnx e di tutte le persone ingabbiate, non finirà fino a che non crollerà questa infame società! TUTTX LIBERX! FUOCO ALLE GALERE!
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Sgomberato SOCS
A ventiquattro ore dallo sgombero del Bencivenga a Roma -avvenuto dopo la ri occupazione dello stabile, già sgomberato lo scorso giugno nell’ambito dell’inchiesta sui sabotaggi alla linea ferroviaria ad alta velocità – le forze dell’ordine sono intervenute a Milano per mettere fine all’occupazione universitaria del Settore occupato Città Studi (SOCS). Stamattina all’alba, numerosi celerini, digossini e altro personale di polizia hanno fatto irruzione negli immobili di via Celoria 26, di proprietà dell’Università Statale, occupati dal 2024 in sostegno al popolo palestinese, rimanendo in forze a presidiare l’intera sede universitaria, durante gli ultimi giorni della sessione estiva. Durante l’assedio poliziesco, si è formato un presidio di solidarietà nel piazzale di chimica di città studi, settore didattico, raggiungibile da Via Golgi 19. L’invito è quello di andare lì e rimanere aggiornatx sul canale telegram @soscmultiverse, le iniziative sono in continuo aggiornamento!
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Israele spara a Marwan Barghouti in carcere: ferito il “Mandela palestinese”
Una guardia carceraria ha colpito il leader palestinese a una gamba con un proiettile di gomma. La famiglia denuncia l’assenza di cure mediche e una lunga serie di aggressioni. La Lega Araba chiede un’inchiesta internazionale. Da Pagine Esteri di Eliana Riva Marwan Barghouti è stato ferito a una gamba da un proiettile di gomma sparato da una guardia carceraria israeliana. Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.  La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto l’accusa. Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il leader palestinese appariva visibilmente debilitato. La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti. In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti.
Torino: presidio al Tribunale per due minori in carcere da 6 mesi
È iniziato la mattina di lunedì 13 luglio, al Tribunale di Torino, il processo ai danni di cinque attivisti minorenni, di età comprese tra i 16 e i 18 anni, sul banco degli imputati per aver partecipato alle mobilitazioni di massa dello scorso autunno per la Palestina e contro il genocidio per mano israeliana. Da Radio Onda d’Urto Due di loro si trovano in carcere minorile da sei mesi. All’esterno del Tribunale si è tenuto un presidio di solidarietà. Il collegamento di Radio Onda d’Urto con Omar, attivista di Torino per Gaza e del Ksa.
La “giusta misura” della propaganda di la Repubblica per Telt
Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo promozionale. Da notav info Nell’articolo che Repubblica dedica al cantiere della Torino-Lione a firma Beniamino Pagliaro non manca nulla: gli eroi, la montagna da conquistare, il futuro radioso, i cattivi e perfino la morale finale. Se non fosse per la testata in cima alla pagina, potrebbe tranquillamente essere una pubblicazione di TELT. Il problema non è raccontare un cantiere, è più che legittimo farlo ci mancherebbe. Il problema è farlo cancellando il conflitto che quel cantiere rappresenta da oltre trent’anni e tutte le sue contraddizioni, chiare e alla luce del sole. Entrare nel cantiere «restituisce la giusta misura», scrive il giornalista. Curioso. Fino a quel momento pensavamo che la misura di un’infrastruttura la dessero i dati, i costi, i benefici, gli impatti ambientali e il confronto democratico. Scopriamo invece che basta una visita guidata organizzata da TELT per trovare quella “giusta”. È questo, in fondo, il cuore dell’articolo. Ancora più sorprendente è il passaggio in cui leggiamo che «è l’uomo che chiede spazio alla natura, si fa strada con la forza dell’ingegno». Sembra di leggere un cinegiornale dell’Istituto Luce. L’uomo che piega la montagna. La natura che deve farsi da parte. L’esplosivo come simbolo del progresso. Solo che siamo nel 2026. Mentre le Alpi perdono ghiacciai, le estati diventano ogni anno più torride e gli eventi estremi si susseguono con una frequenza che ormai nessuno può più fingere di non vedere, c’è ancora chi riesce a raccontare cariche di esplosivo che frantumano una montagna come se fossero il trionfo dell’ingegno umano. Peccato che il reportage dimentichi di raccontare anche l’altra faccia della medaglia. Sul versante francese, ad esempio, il cantiere continua a fare i conti con difficoltà ben diverse dalla retorica del progresso: la talpa Viviana ha incontrato problemi geologici che ne hanno rallentato sensibilmente l’avanzamento e in Val Maurienne continuano a emergere preoccupazioni per gli effetti dei lavori sulle risorse idriche. Non sono dettagli: sono parte della storia. Eppure, nell’epopea raccontata da Repubblica, non trovano spazio. L’ingegno sarebbe un’altra cosa. Sarebbe raccontare anche ciò che non funziona. Sarebbe chiedersi se quest’opera serva davvero. Sarebbe avere il coraggio di dire che forse la migliore infrastruttura è quella che non devasta altro territorio quando esiste già una linea ferroviaria internazionale largamente sottoutilizzata. Sarebbe misurare il progresso non in metri di galleria scavati, ma nella capacità di evitare opere inutili. Poi arriva uno dei passaggi più surreali dell’articolo. Ci viene spiegato che il progetto è stato modificato perché «il territorio non era d’accordo (ed è stato ascoltato)». Ascoltato? Il territorio non ha mai chiesto qualche ritocco progettuale. Il territorio ha chiesto l’opzione zero. Ha chiesto di non costruire una nuova linea perché quella esistente ha ancora enormi margini di utilizzo. Dire che il territorio è stato ascoltato perché sono state cambiate alcune parti del progetto è come sostenere che una persona sia stata ascoltata dopo averle risposto: “Ti ho sentito, ma faccio comunque quello che avevo deciso.” C’è poi un altro particolare che colpisce. L’articolo parla di un’opera «realizzata al 30%» e di «50 chilometri già scavati», senza spiegare al lettore che cosa significhino davvero questi numeri. In quella percentuale rientrano anche opere preparatorie e gallerie di servizio, mentre il tunnel di base è ben lontano dall’immagine di un’opera ormai avviata verso il traguardo che il reportage suggerisce. Anche i numeri, quando vengono privati del loro contesto, possono diventare uno strumento di narrazione. Ma il passaggio che più colpisce è forse un altro. Da una parte, quella francese, ci sarebbe stata una protesta “dignitosa”. Dall’altra, quella valsusina, ridotta a “totem politico”, “violenti”, “residui”. Da quando Repubblica distribuisce patenti di dignità ai movimenti sociali? Chi stabilisce quale protesta è degna e quale no? Un quotidiano dovrebbe raccontare un conflitto, non assegnare pagelle morali a chi dissente. Soprattutto quando quel dissenso dura da oltre trent’anni, ha coinvolto migliaia di persone, amministratori locali, tecnici, ricercatori, comitati e intere comunità. Infine arriva l’argomento che non manca mai: i No Tav usano l’Alta Velocità e poi si lamentano se il treno non raggiunge i 300 chilometri orari. Davvero questo sarebbe il livello del dibattito? Nessuno ha mai contestato l’esistenza dei treni. Nessuno è contrario al progresso. Il movimento No Tav contesta un’opera precisa, per ragioni precise: la sua utilità, il suo impatto ambientale, il suo costo economico e il fatto che esista già una linea ferroviaria internazionale ampiamente sottoutilizzata. Ridurre tutto a una caricatura serve soltanto a evitare il confronto nel merito. È una vecchia tecnica di delegittimazione: invece di discutere gli argomenti, si costruisce uno stereotipo dell’avversario e lo si prende in giro. Per oltre trent’anni il movimento No Tav è stato accusato di fare propaganda, poi si legge un articolo come questo e diventa difficile capire dove finisca il giornalismo e dove cominci la comunicazione di una grande opera. Un quotidiano nazionale dovrebbe raccontare anche ciò che disturba il racconto ufficiale: i dati che non tornano, le criticità ambientali, le ragioni del dissenso, i dubbi sull’utilità dell’opera. I soldi che non ci sono e che l’Europa non darà mai. Quando tutto questo scompare e rimane soltanto un’epica del cemento, della montagna da conquistare e del futuro già scritto, non siamo più davanti a un reportage. Siamo davanti a un’operazione di costruzione del consenso. Ed è questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Contenti voi!
[2026-07-15] CENA BELLAVITA E RADIO MOBILE AL MEZCAL SUAT @ Mezcal Squat
CENA BELLAVITA E RADIO MOBILE AL MEZCAL SUAT Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO) (mercoledì, 15 luglio 17:30) LA CLASSIC, EASY E MIRABOLANTE CENA BELLAVITA DEL MERCOLEDÌ DEL MEZCAL! Assieme a noi ci saranno i nostri amici e le nostre amiche di RBO che per questo mercoledì, dalle 17:30 in poi, hanno deciso di spostare fisicamente le loro trasmissioni e la radio al Mezcal Squat. Non perdetevi l'occasione di poter assistere a una trasmissione in diretta in mezzo al parco, non ve ne pentirete. -------------------------------------- Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare. SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE! -------------------------------------- COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT BUS : 33 - CP1 - 76 TRENO : FERMATA COLLEGNO METRO : FERMI -------------------------------------- NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI