BIBLIOTECA GOLIARDA SAPIENZA
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(lunedì, 26 ottobre 16:30)
Apertura settimanale della Biblioteca Goliarda Sapienza!
Vieni a leggere o a prendere un libro in prestito!
Dopo più di un mese torniamo con il vostro aperitivo tekno preferitoChiacchiere
su sostanz3 con una compagna che si occupa di RDR e comunicati dall’oltralpe
francese, il tutto condito da una raffica di nuovissime bombette appena uscite
Trascriviamo qui i luoghi dove poter fare drug-checking a Torino riportati dalla
compagna:
Isola di Arran (Lungo Dora Firenze 33b)
*ven 17:30 – 19:30
*sab 11:00 – 13:00
*primo sabato del mese 14:00 – 16:00
Corso Giulio Cesare 15, dietro il balùn
*primo sab del mese
DROP-IN Ospedale Amedeo di Savoia (Corso Svizzera 144)
*terzo lunedi del mese dalle 15 alle 18
Prima parte di musichette:
Angolo RDR – sfatiamo paranoie su presunte invasioni di Fentanyl:
Angolo RDR – Pasticchette, pillole e proporzioni:
Francia e chiusura musicale:
Scaletta tracce in ordine:
Otoboke Beavers – Don’t light my fire
Statek – Belgrad Noise
Statek – Barrio blaster
IND & Enko – Inverted Totalitarianism
verso – Green tribe
StlltAz – Cheap Jockey
Silent Servant – Invocation Of Lust
Silent Servant – Optimistic Decay
MarsAttack – Dinamiko (wip)
ANTIREP04 – 69db – Genorosity is the key
ANTIREP04 – Pneumatix & Dave – RaveOlution
ANTIREP04 – Lillie – What am I doing
SHC – Jam I
Perhan & Lilu – exctr 1
Raggio – DeltaRadio
La lotta per il diritto alla casa negli ultimi trent’anni è sempre stata
un’invarianza della rigidità che le classi subalterne hanno imposto al potere
nella più generale tendenza neo liberista di attacco alle condizioni materiali
di vita delle persone.
Da mesi però assistiamo ad un ritorno di questa lotta come centralità politica a
livello internazionale. Partendo dall’elezione a New York del nuovo Sindaco
Mamdani, passando per la vittoria a Berlino della candidata Linke Elif Eralp,
fino alle imponenti mobilitazioni spagnole partite dalla vicenda Maricarmen la
lotta per l’accesso alla casa ha saputo diventare nuovamente una spina nel
fianco delle élites capitaliste, anche aggredendo i nuovi meccanismi che la
speculazione immobiliare ha messo in campo.
Si possono infatti delineare delle nuove invarianze in questa ondata di
mobilitazione, ossia l’attacco frontale ai meccanismi di finanziarizzazione
della casa e dell’abitare.
La trasformazione della casa in “asset finanziario” ha infatti inasprito le
difficoltà di accedere ad affitti proporzionati ai salari reali e innalzato la
barriera economica che divide i proletari e il ceto medio dalla possibilità di
acquistare una casa.
In tutti i contesti europei e d’oltreoceano il rapporto fra salario e spesa per
garantirsi un tetto sopra la testa è letteralmente saltato, facendo esplodere
una vera e propria “bomba” sociale. Questo meccanismo di finanziarizzazione
della casa è recentemente approdato anche in Italia, dove le lotte per la casa
sono storicamente centrali, ma che negli ultimi anni hanno subito molti attacchi
mettendone a rischio le conquiste del passato. L’insorgere di questo nuovo
fenomeno però allarga di fatto la base sociale coinvolta dalla lotta anche nel
nostro paese. Siamo di fronte ad un nuovo ciclo di opposizione sociale e
antagonista su questo ambito della riproduzione popolare?
Anche se è difficile rispondere a questa domanda crediamo sia importante partire
primariamente dai meccanismi materiali alla base di questa scommessa, appunto la
finanziarizzazione.
Milano, Firenze, Roma, Torino, Bologna e molte altre città sono investite da
meccanismi di speculazione immobiliare portate avanti dai fondi che a loro volta
sono gestiti e comandati da colossi detti società di gestione del risparmio.
Questo meccanismo si somma a quelli storici della gentrificazione, della
turistificazione e della speculazione immobiliare intorno all’abitare
studentesco.
Abbiamo preso spunto per spiegare questo complesso fenomeno da un’ intervista al
Professor Alessandro Volpi apparsa recentemente qui.
> Il mercato è mosso dalle società di gestione del risparmio che si occupano di
> immobiliare. Oggi queste hanno un peso importante e sono in sintesi una
> settantina ed hanno un patrimonio immobiliare che si aggira intorno 145
> miliardi di euro.
>
> Esiste di fatto una grossa concentrazione nella capacità di gestire il
> patrimonio, infatti tendenzialmente 10 società detengono quasi metà
> dell’importo complessivo.
>
> Le società di gestione del risparmio non gestiscono direttamente il
> patrimonio immobiliare (es Fabrica sgr, Investire sgr), ma generano fondi
> immobiliari, i quali sono legati a specifici progetti immobiliari, sia di
> recupero che di acquisto di aree già edificate o di costruzione di nuovi
> complessi di edifici.
>
> Esistono più o meno 750 fondi immobiliari legati a queste 70 sgr, le 10 più
> importanti ne hanno di conseguenza una quota maggiore. Quindi diversi fondi
> immobiliari, nella stessa città o in diverse metropoli italiane, possono
> usufruire della stessa strategia dovuta al fatto che una singola società di
> gestione del risparmio ha molti fondi a disposizione.
>
> Il fondo, in particolare, si occupa di decidere i progetti sull’area urbana di
> riferimento e della gestione del patrimonio immobiliare che possiede.
>
> Essendo che una sgr guadagna dalle commissioni che gli pagano i fondi, essi
> vendono le loro quote per finanziarsi. Fino a poco tempo fa la tendenza era
> quella di vendere anche a risparmiatori benestanti di fascia medio alta, ma
> comunque a patrimonio limitato, se paragonato a grandi agglomerati finanziari,
> ora i fondi vengono frammentati e divisi in quote vendute principalmente a
> investitori istituzionali. Questi possono essere ad esempio fondi pensione e
> casse di previdenza degli ordini professionali o altri con grandi capacità.
> Così facendo vi è quindi un allargamento della base di reperibilità delle
> risorse per il fondo, accentrando grosse porzioni di capitale.
>
> Per fare un’operazione ad esempio, un fondo compra un blocco di migliaia di
> appartamenti, diventando decisore in ultima istanza dell’andamento del mercato
> immobiliare nella zona in cui acquista, poi si predispone per avere un
> rendimento alto delle quote vendute con cui ha investito negli appartamenti.
> Le quote hanno la necessità di essere competitive economicamente, ossia la
> quota parte deve competere contro tutti i prodotti finanziari come azioni di
> altri fondi come ad esempio Black Rock o altri colossi che hanno fatto
> manbassa del capitale nostrano. Per poter competere ed attirare compratori
> devono essere remunerativi. Per farlo, come dicevamo, comprano ad esempio un
> blocco di tanti appartamenti nella stessa zona, li liberano degli inquilini in
> vari modi, alzando gli affitti come nel caso di MariCarmen a Madrid. Una volta
> disponibili, una parte di questi appartamenti vengono tolti dal mercato, per
> risparmiare sulle ristrutturazioni da una parte e dall’altra per far alzare il
> prezzo complessivo con la scarsità del bene che controllano. Così facendo
> vengono messi sul mercato solo una parte degli appartamenti realmente
> disponibili che possono diventare particolarmente redditizi, se vi si
> applicano affitti molto alti o venduti a prezzi alti. In questo modo si alza
> il prezzo medio complessivo della zona in cui il fondo ha investito.
>
> Si tende ad un rendimento massimo in breve periodo in modo da poter ripartire
> i profitti a tutti gli attori di questo processo economico giocato sulla pelle
> degli inquilini.
>
> Così facendo si innesca il meccanismo che porta all’innalzamento complessivo
> degli affitti in in un’intera porzione metropolitana o addirittura nella sua
> totalità. A cascata vi è un espulsione primariamente delle persone a basso
> reddito, ma anche di quelle a medio che riparano in zone sempre più
> periferiche o addirittura in altre città limitrofe e di provincia.
Riassumendo quindi il funzionamento della catena della produzione di valore è:
la società di gestione del risparmio guadagna e vive di commissioni e servizi
che le sono pagate e fornite dai fondi: così più fondi crea più commissioni o
azioni riesce a incamerare e, quindi, più ci guadagna. I fondi immobiliari
remunerano i sottoscrittori delle loro quote in proporzione ai ricavi che
ottengono, i quali sono legati tendenzialmente alla possibilità di praticare
affitti più alti. L’ultimo anello di questa catena è chi paga la rendita,
l’affitto, o meglio chi non riesce a permetterselo e viene impoverito se deve o
vuole rimanere nella zona interessata, oppure viene espulso.
Questo processo genera come effetto collaterale una scarsità di immobili
disponibili oltre al fatto che quelli disponibili hanno prezzi molto alti.
Aggiungiamo un ulteriore aspetto da indagare che riguarda una tendenza in atto,
ossia la forte presenza di colossi immobiliari tra le fila delle società
promotrici di progetti di nuovi data center, soprattutto al Nord-Ovest, ma non
solo. Anche da fonti del settore viene sottolineato come “una serie di fattori
convergenti rende interessante la riconversione degli asset immobiliari come
data center”. A Milano ad esempio il primo investimento del colosso americano
Hines nei data center ha inaugurato questo processo con un progetto di 95mila mq
nell’area del Noviglio; la stessa società ha promosso il data center di Caselle
Torinese in Piemonte. Il fatto che i data center necessitino di vaste aree da
bonificare o direttamente suoli agricoli significa per le società immobiliari
ampliare i propri asset di investimento anche in zone che precedentemente non
erano interessanti per alimentare valore. Quindi superfici che non erano utili a
produrre profitto, perché ex aree industriali dismesse o non collocate nei
centri città, ora lo diventano. Territori “marginali” possono dunque diventare
strategici e alimentare il processo di finanziarizzazione, gli investimenti
presumibilmente avranno effetti sul valore che questi terreni potranno acquisire
in un futuro e, dunque, aumentano il prezzo al metroquadro sul mercato in
generale. Questo avviene perché a dare il valore di questo genere di
collocazioni per questi specifici immobili è la capacità in termini di megawatt,
ossia la possibilità di allaccio alla rete, i tempi di connessione, la
disponibilità di energia. Un esempio in questo senso viene fornito da questo
articolo, dove viene sostenuto che :
> “La scala dell’AI spinge il mercato verso territori nei quali terreno ed
> energia sono più disponibili, [quindi l’hinterland] senza perdere il
> collegamento economico e digitale con Milano.” Questo chiaramente non
> significa perdita di centralità dal punto di vista di rendita, investimenti,
> profitti relativamente alla città, in questo caso Milano. Significa però che
> se colossi immobiliari si muovono per acquistare terreni brownfield aprono un
> terreno di speculazione e finanziarizzazione sulla base della ricchezza che
> l’intelligenza artificiale porterà. Si tratta di una sorta di scommessa sul
> futuro perché, nel frattempo, viene consumato suolo, risorse naturali, energia
> e infrastrutture. Questo campo però permette di avviare margini di guadagno
> per fondi privati, investitori, banche. Seguendo questo ragionamento parrebbe
> dunque che siamo di fronte a un processo che individua i data center come
> nuovo asset strategico immobiliare e ne riscrive le regole in quanto la
> “collocazione” non è più condizionata alla vicinanza con i centri del
> capitale.
Inoltre questo fenomeno di speculazione ne genera uno proporzionalmente inverso
sul mercato prettamente immobiliare, quindi di case da abitare. Intorno ai data
center, dunque ai terreni su cui il valore di rendita è aumentato, si genera un
deprezzamento degli immobili esistenti adibiti ad abitazioni civili, spesso in
aree periferiche perciò destinazione e proprietà di quel vasto proletariato e
ceto medio italiano che ha un tasso di proprietà di casa intorno al 70%. Questo
significa che in diverse aree periurbane e periferiche già in crisi, ad essere
attaccato di riflesso, è la maggior riserva di valore accumulata nella parte
bassa della società, ossia la casa di proprietà.
Un altro fenomeno che è utile segnalare, fra le dinamiche che vediamo evolversi
attorno alla questione casa, c’è quella delle successioni del patrimonio
immobiliare familiare e l’insorgere di speculatori detti “instant buyers”. In
sostanza il nostro paese si trova, per via dell’andamento demografico, davanti
ad un aumento di giovani e meno giovani che ereditano case dalla generazione
“boomer”. Questi immobili, molto spesso nelle province e nelle periferie
metropolitane, sono vecchie, inefficienti a livello energetico a volte
fatiscenti. Necessitano quindi di un investimento per poter essere usate o
fruttare attraverso una vendita o una rendita. Molte rimangono vuote per
problemi di successione e burocrazia, altre perché situate in territori
spopolati o in via di spopolamento, altre ancora per mancanza di risorse da
parte di chi le eredita. Qui si inserisce il ruolo dell’Istant Buyer: un
impresario o un fondo che compra deprezzato l’immobile per rivenderlo o
affittarlo in breve tempo. Così si assiste ad un fenomeno speculativo, ma anche
ad una perdita di riserva di capitale nei ceti bassi della società a favore di
una concentrazione di valore, capitale e rendita per la borghesia rentier.
Inoltre alcuni studiosi iniziano ad ipotizzare la nascita di due mercati
immobiliari separati: da una parte uno redditizio fatto immobili ristrutturati e
ad alto valore, un altro fatto di immobili al limite della fatiscenza con prezzi
ribassati destinato a proletari, migranti e non, con basso o bassissimo
reddito.
Parliamo quindi di una situazione a “collo di bottiglia” in cui il maggiore
pilastro del welfare familistico del nostro paese viene rapidamente eroso e
riportato nelle mani di una piccola borghesia nazionale e internazionale. Va
messo in risalto questo passaggio storico poiché è proprio questa forma tutta
italiana di welfare, ad aver molte volte fatto da “tappo” e cuscinetto
all’esplosione di conflitti sociali dispiegati a livello di massa sull’abitare e
sulla precarietà del lavoro.
Vediamo quindi come la finanziarizzazione della casa legata ad altre dinamiche
storiche abbia delle ricadute concrete per le persone sia di ceto medio che
proletarie.
Questo processo di finanziarizzazione dell’abitare accomuna e colpisce
indistintamente un gran numero di persone, portando indirettamente un attacco
che conduce all’erosione dei salari nel nostro paese, fermi da decenni. Gli
stipendi bassi e l’iper sfruttamento sono la principale base di guadagno per i
padroni nel nostro paese. L’imporsi di grossi colossi, principalmente americani,
sia nel comparto pubblico che nel capitale privato, ha come effetto diretto per
le persone un ulteriore impoverimento. Se si aggiunge a questo l’inflazione, il
caro carburante e il carovita di guerra, l’attacco economico assume proporzioni
devastanti per le condizioni di vita delle persone, soprattutto perchè a ciò si
somma un generale disinvestimento o privatizzazione del welfare nella sua
totalità a favore del riarmo.
Le lotte per la casa in questi anni hanno resistito attraverso pratiche di
occupazione, sciopero delle bollette, vertenze sulle case poplari e campagne di
pressione sulle amministrazioni locali e i governi nazionali di destra e
sinistra per calmierare gli affitti. Oggi ci sembra però che le condizioni
dettate dalla crisi pongano il movimento per l’abitare di fronte ad una nuova
sfida che potenzialmente può poggiare su nuovi rapporti di forza a suo favore.
L’accentramento di capitale immobiliare, come abbiamo cercato di spiegare,
coinvolge molte più persone direttamente e indirettamente in questa lotta per la
sopravvivenza minima. In più i profitti che questo attacco genera sono portati
dai mercati finanziari al di fuori del nostro territorio, accentrando in questo
modo il numero di approfittatori della rendita che sulla finanziarizzazione
della casa si arricchiscono. Mai come oggi è vero che l’1% si arricchisce alle
spalle del resto delle persone.
Nel Sud Italia il traffico sulle principali arterie stradali è bloccato da
giorni dalla protesta di agricoltori e trasportatori, colpiti da carovita e
costo dei carburanti. Alla loro protesta si sono rapidamente aggiunte le
componenti studentesche e di lavoratori e lavoratrici di altri settori, e anche
le rivendicazioni hanno via via incluso temi come lo stop al trasporto e
commercio di armi e all’economia di guerra.
Ne abbiamo parlato in diretta da un presidio a Cosenza con Federico del
movimento La Base.
Ascolta la diretta:
Sulla scia delle proteste studentesche e delle piazze francesi sono stati
indetti cortei contro il carovita in tutta Italia, senza sigle sindacali o
appartenenze politiche. A Milano, Torino, Bologna e Roma si sono tradotte in
scontri con la polizia e danneggiamenti, a volte anche saccheggi di quelle parti
di città che buona parte dei loro abitanti, in particolare giovanissimi e
giovanissime, non si possono permettere.
Abbiamo sentito una compagna di Milano in Movimento che ci ha raccontato delle
giornate del 16, 17 e 18 nella capitale lombarda. Abbiamo parlato della
composizione delle piazze, del comportamento poliziesco, i fermi, il tentativo
di alcune pagine social di riportare l’esplosione verticale del conflitto a una
guerra tra poveri.
Ricordiamo che è stato attivato un hub legale per i fermi di Milano, l’indirizzo
a cui scrivere è: hub4defenders@proton.me
Da Torino abbiamo raccolto la testimonianza di uno studente sulle giornate del
16 e 17 e il presidio al carcere minorile Ferrante Aporti di domenica.
Sabato 17 ottobre 2026, centinaia di manifestazioni si sono svolte in tutta la
Francia. Gilet Gialli, studentx delle scuole superiori, studentx universitarix,
sindacati, lavoratorx di vari settori e collettivi si erano datx appuntamento,
sull’onda di un movimento studentesco che da settimane mette in crisi il
governo, il quale si appresta ad approvare una finanziaria che prevede più di 40
miliardi di tagli alla spesa pubblica. Secondo i sindacati, più di 800.000
persone hanno manifestato in tutta la Francia, quasi il doppio di quanto
rivendicato durante l’ultima manifestazione studentesca di martedì.
Scene simili a quelle di Parigi si sono viste ovunque nel paese, tra scontri,
saccheggi, barricate e incendi. A Bordeaux, dei manifestanti hanno saccheggiato
la residenza privata della prefetta. A Marsiglia, dopo degli scontri molto duri
tra il corteo e la polizia, alcuni manifestanti si sono introdotti nell’edificio
del comune. A Lione, è stato dato alle fiamme un ufficio del turismo, in quello
che Le Monde ha definito un «clima insurrezionale». Nunez ha accusato «i
movimenti di ultrasinistra» di aver voluto «attaccare gli edifici pubblici» e ha
detto che, ieri sera, gli arresti erano più di 400.
Ci siamo fatte raccontare da Filippo Ortona, giornalista che vive a Parigi, la
giornata nella capitale e abbiamo ricevuto un contributo audio da Lione.
Contro il caro-carburanti protestano da giorni, al Sud, agricoltori e
autotrasportatori, che minacciano un blocco nazionale dopo quelli in Calabria,
Puglia, Basilicata e Sicilia, in corso fino a martedì. Da venerdì intanto la
mobilitazione è arrivata anche in Molise e Campania; chiusa prima l’uscita
dell’A30 a Nola, poi quella di Nocera-Pagani.
da Radio Onda d’Urto
In Calabria mezzi pesanti e trattori stazionano a bordo strada senza attuare
blocchi totali ma provocando forti rallentamenti in punti nevralgici. La
protesta degli autotrasportatori ha interessato ieri, per la prima volta, anche
il territorio della Locride, oltre a essersi registrati blocchi e presidi
ovunque a Sud, in provincia di Campobasso, poi da Eboli a Gela, da Brindisi a
Catania. Bloccata anche l’entrata del Porto di Palermo.
Una convergenza di lotte tra studenti e lavoratori si è registrata a Corigliano
Rossano dove gli studenti delle scuole superiori sono scesi in corteo al fianco
degli agricoltori sulla SS 106. Stessa cosa per Trebisacce, Cosenza, uno dei
luoghi scelti per l’attuazione dei presidi dei Tir che stanno provocando disagi
alla circolazione, dove gli studenti sono scesi in strada al fianco di
autotrasportatori e agricoltori nelle loro proteste contro il caro carburante.
Il governo prova a correre ai ripari convocando un tavolo per il 27 ottobre.
Intanto in Calabria, Puglia e Basilicata manca già il carburante in diverse
stazioni di servizio, dopo il blocco alla raffineria Eni di Taranto.
Radio Onda d’Urto ha intervistato il giornalista e scrittore Pietro Comito, che
segue da giorni le proteste in Calabria
Di seguito apriamo una raccolta di punti di vista a nostro parere interessanti
su quanto sta succedendo da una parte all’altra delle Alpi sul tema del
carovita, della crisi sociale e della guerra. Le mobilitazioni del 17 ottobre
hanno dato il la: circolano in queste ore analisi e punti di vista che è utile
raccogliere per tracciare invarianze e tendenze oltre a specificità, con
l’obiettivo di non correre il rischio di adottare semplificazioni o scorciatoie.
Costruire una lente comune per guardare quanto sta accadendo è utile in una
dimensione di intenti comuni di avanzamento delle lotte.
Per l’autonomia di tutti/e
di Immigrital
Vi abbiamo visti, per trent’anni, esaltarvi sulle rivolte delle banlieue.
Organizzare cineforum su La Haine. Discutere se fosse politica, pre-politica o
anti-politica. E poi i saggi, gli studi, le analisi. E ora iniziate a farlo
sulle 2Gen d’Italia. Ma quando esplode il protagonismo, vi vediamo fare la
giravolta, dopo aver espropriato la nostra forza lavoro e quella delle nostre
famiglie, oltre ai «contenuti» da utilizzare nei vostri lavori. Che indigna più
la vetrina di una multinazionale che fa miliardi e sfrutta i lavoratori
piuttosto che l’esclusione sistematica di chi fa ogni tipo di lavoro e non può
permettersi nulla.
Vogliamo allora riproporre noi un insegnamento: l’esercizio del potere dei
dominanti sugli oppressi è violenza. Sfruttare è violenza. Negare le cure è
violenza. Impedire alle persone di poter scegliere se diventare medici o
artisti, costringerle allo sfruttamento o alla strada, è violenza. Sfrattare è
violenza. Case vuote e multiproprietari sono violenza. Privare di risorse case e
quartieri popolari è violenza. Ma anche l’ILVA a Taranto è violenza. Un
pescatore affamato è violenza. Un agricoltore in Calabria. È la violenza che
viene dall’alto, sistemica e istituzionale.
La risposta degli oppressi, con i mezzi che hanno a disposizione, attraverso la
solidarietà e la convergenza con militanti, a prescindere che il collante sia
ideologico o materiale, fondato su un’appartenenza simbolica o di classe, è
conflitto. Conflitto sociale, che tanti, in questo paese, si erano scordati. Se
indigna più una vetrina di una multinazionale piuttosto che la violenza
sistemica. Indignasse tanto quanto lo smantellamento dello stato sociale e
l’esclusione da diritti civili… Ieri il popolo era teppista, non può votare. Le
donne nella società… No, urtano la morale. I moti di rivoltosi LGBTQ poi… Oggi
stessi tentativi di riprodurre dominio ed elitismo.
Casa, reddito, sanità, istruzione.
Democrazia. Per l’autonomia di tutte/i
Il suicidio dell’Europa è in “vetrina”
Il risveglio dal coma social-consumistico dei figli che l’Europa voleva usare
come carne da macello. Di Lavinia Marchetti
Laika, not in my name
Il mysterium tremendum Occidentale davanti a una vetrina infranta
Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana,
venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia
dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono
in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale,
l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso,
e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle
magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di
umiliazione sociale, finisce per incazzarsi. Foot Locker, saccheggiata a Milano,
offre un’altra esemplificazione di questa oscenità. Un’impresa coinvolta in
Germania in controversie sulla rappresentanza sindacale, alla quale KnowTheChain
assegnava nel 2023 appena 2 punti su 100 per le misure documentate contro il
rischio di lavoro forzato nella filiera. Intanto la scarpa, feticcio
dell’identificazione giovanile, occulta nella propria desiderabilità
pubblicitaria i rapporti sociali della produzione. Marx avrebbe parecchio da
scrivere su questa forma contemporanea di alienazione. E poi Rolex, il lusso
parigino, l’ostentazione di una ricchezza la cui inaccessibilità costituisce
precisamente il fondamento del prestigio. L’universalismo borghese è approdato
al diritto universale di contemplare ciò che soltanto pochi possono
possedere. Le periferie, educate al desiderio illimitato e condannate
all’indigenza, penetrano nei luoghi della propria esclusione. Il saccheggio
realizza per un istante l’appropriazione della merce attraverso la soppressione
della mediazione monetaria. Una negazione ancora prigioniera del feticismo che
pretende di infrangere, certo, e proprio per questo filosoficamente
interessante. La merce continua a governare il desiderio persino quando viene
sottratta al mercato.
Il nichilismo del capitale ha prodotto i suoi figli che adesso chiama barbari.
Meglio una vetrina infranta o i sogni infranti? L’Europa ce lo disse 25 anni fa
piantando a uno di noi una pallottola in testa.
La vetrina infranta rappresenta allora, sul piano simbolico, la sospensione
violenta di questa interdizione. L’oggetto esposto diventa raggiungibile per un
istante, mentre il suo valore di scambio perde la funzione di mediazione
obbligatoria. Una consumazione paradossale del feticismo mercantile,
naturalmente, perché il desiderio del saccheggiatore rimane prigioniero della
medesima organizzazione libidica che lo ha escluso. Il capitale sopravvive
persino nella pulsione che sembra negarlo. Ci vorranno dieci generazioni per
ripulirci e così la distruzione della merce può così riprodurre la sovranità
della merce sulla coscienza.
L’individuo contemporaneo è chiamato a sopravvivere nel presente mediante la
subordinazione del proprio avvenire. Lavora per pagare una stanza dalla quale
rischia continuamente di essere espulso, mentre l’incremento della produttività
contribuisce all’accumulazione di patrimoni sempre più sottratti alla
reciprocità sociale. Avete mai davvero pensato alla formazione psichica di un
adolescente costretto a elaborare la propria identità entro questa economia
dell’umiliazione? Frequenta una scuola impoverita, ascolta insegnanti che
faticano ad arrivare alla fine del mese, e osserva i genitori consumarsi nella
ricerca di una stabilità economica ormai improbabile. Poco dopo, sul telefono,
arriva Musk con il progetto di un’automobile volante. La distanza fra le
possibilità tecniche dell’umanità e l’impotenza materiale dell’individuo ha
raggiunto proporzioni grottesche, impensabili. Il progresso sopravvive come
incremento della potenza privata, ma l’esistenza comune sperimenta una
regressione delle proprie possibilità.
Vivere in mezzo alla miseria e alla complicità genocida e chiedere
“moderazione”. Il doppio vincolo della nostra classe dirigente
Sempre lo stesso adolescente assiste quotidianamente alla devastazione di Gaza e
alle immagini dei bambini estratti dalle macerie. La guerra russo-ucraina gli
restituisce la prospettiva della mobilitazione militare, gli uomini fermati per
essere arruolati in modo brutale, come carne al macello e vive con angoscia
l’eventualità di una nuova coscrizione europea. Dall’America arrivano le
operazioni dell’ICE contro i migranti. L’accumulazione incessante di immagini
della sopraffazione modifica la relazione fra percezione e giudizio morale.
L’assuefazione alla catastrofe convive con una crescente saturazione affettiva,
mentre le istituzioni che amministrano la violenza legittima chiedono ai giovani
un’impeccabile disciplina pacifica.
Occorrerebbe interrogarsi sulla schizofrenia etica di una civiltà che esibisce
quotidianamente la potenza distruttiva dei propri apparati militari e considera
scandalosa la comparsa della distruttività nella condotta dei suoi esclusi. La
condanna della violenza diventa intellettualmente inconsistente quando prescinde
dall’economia generale della violenza nella quale siamo immersi. L’Europa
tollera apertamente cosucce come l’espropriazione del tempo di vita, la totale
precarizzazione dell’esistenza e la subordinazione della politica e del Welfare
agli automatismi finanziari. Poi arriva una vetrina rotta e la questione morale
improvvisamente diventa centrale. Beh, delle due l’una.
Sarebbe altrettanto puerile, da parte nostra, attribuire alla rivolta una
coscienza rivoluzionaria che fatica a manifestarsi. Il socialismo presupponeva
la possibilità di ricomporre politicamente le forze sociali antagoniste e di
trasformare l’esperienza comune dello sfruttamento in una volontà storica. La
decomposizione delle appartenenze collettive ha sottratto alla collera
contemporanea una parte considerevole degli strumenti attraverso i quali avrebbe
potuto elaborarsi. La distruttività delle piazze può essere interpretata come
un’abreazione collettiva, una scarica dell’affetto socialmente represso che
investe gli oggetti disponibili e talvolta aggredisce persino il patrimonio
comune, come nel caso del municipio incendiato a Limoges. L’espropriazione del
futuro che altre forme ha per esprimersi? Ha solo un’aggressività priva di un
progetto riconoscibile. Almeno per adesso.
Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che questa negatività contiene. Qui
vediamo in gioco una soggettività lungamente educata alla propria irrilevanza e
ammaestrata con sussidi e social, interrompere l’obbedienza e sperimentare
nuovamente una capacità di intervento materiale. Stanno imparando a disimparare
la cieca obbedienza. Vi pare poco? L’atto distruttivo, lo sappiamo, può
esaurirsi in un godimento effimero, compromettendo perfino le possibilità di una
successiva emancipazione, è come un’ubriacatura molesta con i rimpianti del
giorno dopo. La sua comparsa, però, testimonia comunque il fallimento della
pacificazione attraverso l’impotenza. Il nichilismo europeo, protratto fino
all’esaurimento della speranza, ha cominciato a produrre una ribellione che gli
restituisce la propria violenza originaria. Questi ragazzi sono lo specchio
dell’Europa, del suicidio dell’Europa in un potlatch universale.
Lo stupore degli editorialisti davanti all’uscita dall’ipnosi. Platone e le
ombre
L’Europa avrebbe voluto generazioni disposte ad accettare l’impossibilità del
futuro, disciplinate dalla paura dell’esclusione e abbastanza sedate da trovare
consolazione nel consumo virtuale di ciò che rimane loro materialmente precluso.
Adesso scopre, con sommo stupore di tutti gli editorialisti dei giornali
europei, che la rassegnazione può interrompersi e che il malessere psichico
nascosto da milioni di pillole di antidepressivi, può acquisire una
manifestazione collettiva, e reagisce invocando quella civiltà di cui ha
progressivamente liquidato il contenuto sociale.
Nelle vetrine di Parigi erano esposti oggetti destinati a durare generazioni a
tramandarsi. Ai ragazzi che le hanno attraversate era stata sottratta persino la
possibilità di programmare il dopodomani. Riflettiamo un secondo prima di
sparare giudizi a casaccio?
LE NUOVE GENERAZIONI GUIDANO LE PIAZZE. FRANCIA, SPAGNA, ALBANIA, ITALIA: I
GIOVANI CONTRO LA VIOLENZA ECONOMICA
di Radio Onda d’Urto
Sono principalmente giovani e giovanissimi i protagonisti delle mobilitazioni di
sabato 17 ottobre 2026, una giornata che ha attraversato le piazze d’oltralpe,
quelle albanesi contro il governo corrotto di Edi Rama, le acampade di tende per
la casa in Spagna e Portogallo, fino ad arrivare a quelle italiane autoconvocate
sotto l’hashtag #ItaliaInPiazza.
“Sono una studentessa della Provincia, ho già partecipato ai cortei per la
Palestina“, fa sapere una giovane ragazza intervistata ai microfoni di Radio
Onda d’Urto, che ha raccolto le voci dalla manifestazione di Brescia. Stessa
cosa per Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, così come in tante altre città
chiamate tramite gruppi WhatsApp e social, dove le piazze contro il caro-vita
hanno richiamato le nuove generazioni, studenti e studentesse delle scuole
superiori e giovani ragazzi di seconda generazione. Quella generazione al centro
delle mistificazioni del Decreto Valditara.
E’ la “Gen Z” delle periferie – quella generazione della DAD e dei movimenti per
la Palestina a cui il Governo ha rivolto lo sguardo solo per gettargli addosso
botte di pacchetti Sicurezza – a portare in mano cartelli contro la guerra,
contro quei fondi destinati a pioggia al riarmo mentre le scuole che vivono ogni
giorno cadono letteralmente a pezzi. Molti riferimenti vengono fatti anche alla
precarietà, agli stipendi miseri, all’assenza di futuro. Un’altra ragazza regge
un cartone dove ha riportato la frase “le monde est à nous“, il mondo è nostro:
un riferimento diretto alle mobilitazioni francesi.
In Europa la giornata di sabato ha registrato piazze bollenti, in particolare
in Francia: un milione i manifestanti in piazza nelle oltre 1700 iniziative, tra
blocchi e cortei, segnalati dalle organizzazioni sindacali e studentesche.
Record di fermi: 855 le persone fermate dalla polizia solo nella capitale
francese durante le proteste. Su Radio Onda d’Urto le dirette da Parigi e
Marsiglia, dove erano presenti i nostri inviati. Scontri con la polizia anche a
Tirana, Albania, dove migliaia di studenti continuano la mobilitazione contro la
corruzione dilagante ai vertici del governo di Edi Rama. Piazze mobilitate anche
in Portogallo e Spagna, dove le tende sono diventate il simbolo della proteste
contro la crisi abitativa e le lobby dell’edilizia.
A Milano oltre 6mila persone hanno animato le vie del centro in mezzo lo
shopping del sabato pomeriggio. La manifestazione aveva concordato con la
Questura un percorso fino al cimitero monumentale, quando in via Broletto è
stata fermata da un plotone di polizia che ha caricato selvaggiamente i
manifestanti. La piazza è rimasta compatta, proseguendo gli scontri in Piazza
del Duomo e in zone limitrofe fino a serata inoltrata con caroselli dei blindati
dei carabinieri e una pioggia di lacrimogeni sui giovani. Il bilancio è di
diversi feriti e almeno 50 persone fermate, secondo MilanoInMovimento molti di
più, dopo aver raccolto le testimonianze con l’attivazione di un hub legale
(mail: hub4defedenders@proton.me).
Il bilancio da Milano con Demetrio Marra, di MilanoInMovimento.
Nella città di Bologna cariche, idranti, lacrimogeni e manganelli si sono
abbattuti sul corteo all’altezza della stazione. Anche qui, il bilancio è di
diverse persone fermate, gran parte giovanissimi. Fermi si sono registrati anche
a Torino e Bergamo.
Non solo mobilitazioni studentesche. A Sud Italia la giornata di sabato 17
ottobre si è composta di diverse mobilitazioni: da un lato i blocchi che
proseguono di agricoltori e autotrasportatori contro il caro-carburante nelle
Regioni di Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia, Molise; dall’altro
a Taranto la manifestazione davanti all’ex Ilva, dove 15mila persone hanno
chiesto la chiusura del polo siderurgico.
In ultimo Roma, con la manifestazione “La Via Maestra” della Cgil. Lavoro,
sanità, casa, pace sono stati i temi al centro della mobilitazione del sindacato
che ha portato in piazza “più di 100mila persone“, come sottolineato dal leader
Landini che ha poi annunciato da Piazza del Popolo lo sciopero generale per il
prossimo 20 novembre.
(disegno di cyop&kaf)
Le riflessioni a seguire nascono dalle conclusioni di un’inchiesta sul campo
svolta da Tommaso Sarti tra le periferie di Milano e la provincia di
Verona: Pisciare sulla metropoli. [T]rap, Islam e criminalizzazione del
maranza (DeriveApprodi, 2025). Dopo aver analizzato il rapporto tra musica t/rap
e Islam nelle nuove generazioni di italiani, arabo-africano discendenti che
siano, prevalentemente di religione musulmana, e che sbrigativamente si
preferisce etichettare in modo razzista col termine di maranza, un marocchino
tamarro che va in giro vestito in un certo modo, si comporta in una certa
maniera e incute paura sociale solo per essere così, Sarti, pensando al caso
emblematico del trapper Baby Gang, così conclude la sua ricerca: “Viene
perseguito, o perseguitato (a seconda dei punti di vista), perché rappresenta un
problema politico per un paese che si rifiuta di riconoscere di dover qualcosa
alle generazioni di giovani con background migratorio e popolare, nati nelle
periferie e nelle provincie italiane, impiegati nei campi, nella ristorazione,
nei servizi, sottopagati, sfruttati, discriminati e nondimeno costretti a
mostrarsi grati al padre padrone europeo, alle false promesse promosse dalla
società in cui viviamo”.
La mia analisi parte da qua, da questo lavoro che li aspetta prima e dopo aver
consumato l’ostentazione di armi, potenza muscolare, violenza e droghe varie nei
video della t/rap, ma non abbandona, però, il campo di elezione privilegiato che
questa generazione si dà per rappresentarsi, quello musicale. Nella misura in
cui l’inchiesta di Sarti ci consegna, ad audio spento, l’immagine lavorativa di
una generazione di “sottopagati, sfruttati, discriminati”, mi sembra chiaro si
stia riferendo alla più generale condizione socio-esistenziale del nuovo
proletariato precario delle grandi metropoli italiane, da tempo ben consolidata
prima nei ghetti americani e negli ultimi trent’anni nelle banlieues francesi.
Da qui due conseguenze: prima, riconoscere lo svuotamento di senso
dell’etichetta maranza rispetto alla loro appartenenza di classe, un’etichetta
che mentre assolve alla funzione di stigmatizzarli ai fini di ordine pubblico,
occulta la loro condizione lavorativa; seconda, cercare, questa volta ad audio
acceso, testi che tale condizione abbiano musicalmente reso conoscibile.
Non si tratta tanto di investigare esaustivamente la relazione esistente tra
t/rap e sfruttamento del lavoro contemporaneo, quanto di trovare una canzone che
sappia velocemente fotografarla, sorvolando sugli aspetti più affrontati nel
dibattito odierno quando si tratta del maranza – bande giovanili, islam
politico, pericolo sociale, devianza, carcerazione –, per ritrovarlo solo con la
sua forza-lavoro nei processi lavorativi in una posizione capace di
condizionarne l’intera esistenza.
Un testo di questo genere è Factotum (2024) di Marracash, rapper di fama
conclamata, figlio della Barona, periferia tra le più difficili del milanese. La
scelta di questa canzone rappresenta un arretramento rispetto alle tendenze più
attuali preferite dai nuovi italiani, come è confermato da un intervistato:
“Cioè è la musica appunto che ha legato tutte le cose perché se guardavi prima,
dieci anni fa, anche quando ero appena arrivato in Italia, c’era solo Marracash,
Gue, Fabri Fibra, Vacca, queste cose così capito? Guardi adesso di loro sì se ne
parla, però non come si parla di Rondo, non come si parla di Baby Gang, di
Sacky, tutti questi no? Perché appunto sono tutti di diverse etnie e quindi alla
gente piace, questo non puoi negarlo”.
Eppure, per quanto distante Marracash possa essere percepito dal gusto di questa
generazione, Factotum mi sembra in grado di fotografarla dal punto di vista
lavorativo: sorta di ideal-tipo weberiano distorto, il protagonista della sua
canzone può essere assunto come tipo rappresentativo di proletario precario
metropolitano, costruito concettualmente accentuandone alcuni aspetti legati
alla sua attività produttiva, così da farne un individuo empirico-concettuale
capace di esprimere le condizioni del lavoro nell’epoca storica del
neoliberismo.
UN LAVORO DA MARANZA
Il factotum si alza presto al mattino (“fuori è ancora buio pesto”) perché il
suo luogo di lavoro è molto distante da quello abitativo; infatti vive in
periferia (“siamo delle popolari”), ammassato come tanti in un
quartiere-dormitorio (“va nel formicaio”), in un appartamento piccolo e poco
salubre (“buchi umidi”). I ritmi di lavoro e la sua retribuzione non gli
permettono di mangiare decentemente (“mangio male”, “cibo precotto”, “mangiamo
scatolette”) e di abbigliarsi adeguatamente (“vestiti sudici”). Il tempo libero,
per quante poche gratificazioni gli dia (“poco sesso”) e la fatica supplementare
che comporta, rimane qualcosa di prezioso per evadere da tutto (“non rinuncio la
sera all’uscita / vado a letto la notte che muoio e mi sveglio / che sono in
quasi in fin di vita”). Quindi, il lavoro: poco nell’edilizia come elettricista
(“Oggi in cantiere io e un eritreo / metto canaline su un piano intero”), tanto
nella logistica come magazziniere (“alla Swiss Post”, “in Swatch / Mediaworld,
Carrefour, carico / e scarico”); rigorosamente precario (“qualche mese” di qua,
“part-time” di là, sempre “lavori saltuari”) e senza alcuna prospettiva di
stabilizzazione (“Nessuno che mi assuma, nessuno a me”), grazie all’assenza di
referenze (“nessuna ref”) e al tipo di contrattualizzazione (“contratti
subdoli”).
Di fronte a questa situazione il factotum, riprendendo alcune pratiche
tradizionali del proletariato metropolitano sempre condizionate dalla minaccia
della povertà (“che vita di scrocco, piccoli prestiti, squilli 4088”), non può
che ricorrere all’extra-legalità come sostegno al reddito (“siamo delle
popolari, facciamo di tutto legali e illegali”, “rubo il rubabile”), anche
perché l’assunzione, lì dove possibile, sarebbe condizionata da meriti davvero
poco legati all’attività lavorativa (“sicuro devi leccare il culo per / ti giuro
che piuttosto digiuno, man / o rubo a te”).
Lo scatto di dignità del factotum dipende dall’aver preso coscienza di cosa sia
il lavoro nella società capitalista (“la vita è produci / consuma, crepa,
chiunque di noi prima o poi lo accetta / è che si crepa già prima di finire
sottoterra), dalla parte di chi stare (“coi disertori / gli ammutinati”), quali
contromisure adottare sul campo (“produco il meno possibile”) e contro di esso
(“sì, fuggo in un bel giorno di giugno”).
Questa conscienza del factotum, istintivamente di classe perché formata dentro i
luoghi di lavoro e fuori di esso nei quartieri popolari, però, non può aiutarlo
a lenire la depressione della sua condizione umana segnata dalla solitudine e
dalla disperazione (“nessuna c’è / nessuno che mi aiuta / nessuno a me”, “solo
Dio sa come si vive qui / e se ne fotte”). È solo con la sua forza-lavoro di
fronte al mercato del lavoro.
La situazione depressiva del lavoratore precario, soprattutto di quello
immigrato una volta insediatosi nel luogo di destinazione, rispetto al caso
italiano dei primi anni Sessanta del Novecento, è stata verificata tanto sul
piano empirico (vedi Alasia e Montaldi) quanto su quello narrativo (vedi
Bianciardi). Allo stesso modo, è stata certificata la trasformazione delle
strutture sindacali dell’epoca in seguito all’ingresso di questo nuovo tipo di
proletariato frutto dell’emigrazione interna dal Sud, della sua sistemazione
nelle aree urbane del Nord e del suo rifiuto dello sfruttamento padronale
attraverso forme conflittuali estranee alle strategie di pacificazione
perseguite in quel momento dalle istituzioni del movimento operaio;
trasformazione che gli consentì la conquista di un pezzo di stato sociale,
risultato simile a quello ottenuto in Francia a partire dai grandi scioperi del
1968, in quel caso grazie alle lotte degli operai specializzati prevalentemente
immigrati, quindi al segmento della classe lavoratrice più sfruttato al pari di
quello meridionale italiano.
Forti di questi esempi storici ritorniamo, ad audio spento, al nostro ideal-tipo
(distorto) di factotum, il cui reddito complessivo è dato da lavori legali
sottopagati e iper-sfruttati, e quelli extra-legali di piccolo cabotaggio.
Guardiamo alla sua vita, alle sue relazioni, ai suoi desideri, al suo
disincanto, ma soprattutto alla sua depressione e chiediamoci quale terapia
possibile possa esercitare su di lui l’associazionismo sindacale in un momento
di profonda crisi di rappresentanza di quelli confederali – si pensi al calo
cronico degli iscritti della Cgil – e alla stragrande bianchezza dei dirigenti
di quelli di base, con i maggiori tesseramenti tra i lavoratori precari
immigrati. Più in generale, per immaginare la risposta, guardiamo al complesso
dei lavori umili, faticosi e usuranti da lui svolti e strutturati in modo tale
da non fargli acquisire nessuna dignità. Questo per quanto riguarda la sua
attività lavorativa legale, che gli procura un potere d’acquisto risibile,
appena necessario per vivere in un loculo umido nelle case popolari, mangiare
scatolette e precotti, vestendosi ancora peggio.
Dall’altro lato, questa volta a video acceso, caliamo il nostro factotum tra i
suoi tanti bro’ armati fino ai denti che compaiono nei video di Baby Gang e
chiediamogli quanta voglia abbia di iniziare un percorso lavorativo scandito da
sfruttamento e razzializzazione con il conseguente ingresso combattivo in un
sindacato da trasformare in una direzione conflittuale. Guardando allo stile di
vita extra-legale propugnato dalla t/rap, all’enorme potere d’acquisto che il
suo successo potrebbe assicurare (case meravigliose, macchinoni, capi firmati,
ori, droghe, donne), la risposta è scontata, soprattutto se comparata alla vita
che il factotum conduce grazie al lavoro legale, non dimenticando mai, però,
quanto il carcere incroci i percorsi di vita dei (t)rapper che “ce l’hanno
fatta” venendo dalla strada.
In bilico tra un lavoro legale che non riscatta dalla povertà e il miraggio di
una vita emancipatasi dalla miseria con l’illegalità, il nuovo proletario
precario metropolitano che è il maranza-factotum, appare sempre più destinato ad
abitare il mondo della disoccupazione “stagnante”, costituita da quella parte di
lavoratori occupati ma completamente irregolari, allo stesso tempo dentro e
fuori l’esercito operaio attivo: dentro perché attivi, fuori perché la loro
irregolarità li rende irrintracciabili da qualsiasi tipo di rilevazione e
proprio per questo esposti al maggior sfruttamento. La scelta sul suo destino
lavorativo e, quindi, sulla sua eventuale sindacalizzazione, deve essere presa
meditando sull’origine storica del capitalismo e sul modo che questo riservò a
quanti, mendicanti, vagabondi, ladri, avevano intuito quale trattamento avrebbe
riservato al proletariato tutto: “È constatato storicamente che essi hanno
tentato in un primo momento quest’ultima via e che da questa sono stati però
spinti, mediante la forca, la berlina, la frusta, sulla stretta via che conduce
al mercato del lavoro” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica
dell’economia politica, 1857-1858). (fabrizio denunzio)
Non si fermano le proteste contro i censimenti elettorali in India, che hanno
superato la terza settimana consecutiva. Narendra Modi non è mai stato così in
crisi come dopo le ultime, intense, settimane di mobilitazione che hanno
attraversato l’India e soprattutto le strade della capitale, Nuova Delhi. Nei
giorni scorsi, la polizia ha nuovamente arrestato il leader della protesta degli
“scarafaggi”, dopo che era stato arrestato e rilasciato a ridosso della grande
manifestazione convocata per sabato scorso. In occasione delle manifestazioni
annunciate contro il governo, Nuova Delhi è stata trasformata in una fortezza,
ed è stato impedito ai manifestanti di radunarsi. Nonostante questo, migliaia di
manifestanti sono stati arrestati dalla polizia, mentre continuano le
rivendicazioni contro Modi, contro l’operato della Commissione elettorale
indiana (Eci).
Abbiamo parlato di queste proteste, e di altre questioni che toccano la
popolazione indiana, con Matteo Miavaldi, giornalista esperto del subcontinente
indiano, autore del libro “Un’altra idea dell’India”.
Il 26 settembre a Milano i Comitati della rete Stop Data Center Lombardia hanno
organizzato un convegno sul tema per analizzare gli impatti ambientali,
economici e sociali dei data center e poi il 10 ottobre un partecipato presidio
n piazza Scala.
Comitati, singoli cittadini e figure istituzionali hanno preso parte a questo
primo convegno con l’obiettivo di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici,
ma anche per creare rete. Abbiamo partecipato come progetto di rete Confluenza,
con l’obiettivo di creare un ponte tra il Piemonte e la Lombardia. Ricordiamo
per il Piemonte l’evento informativo La vera faccia dei data center e suggeriamo
la lettura dell’opuscolo informativo Perché opporci al dilagare dei data center.
Riportiamo di seguito alcune riflessioni, tentando una sintesi non esaustiva ma
volta ad elucidare alcuni aspetti che riteniamo fondamentali per alimentare il
dibattito pubblico sui data center, e nel tentativo di acuminare quegli
strumenti concettuali e pratici utili a chi dal basso si trova a dover
affrontare progetti mastodontici come questi.
Infine, alleghiamo alcune interviste svolte durante il presidio del 10 ottobre,
partecipato da circa un migliaio di persone da tutta la Regione, in merito alla
difficile coabitazione con i datacenter gia’ presenti sul territorio,
all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e al loro spesso poco noto impiego in
contesti di guerra.
1. Urbanistica
Nel suo intervento, la dott.ssa Alice Franchina, urbanista e ricercatrice del
Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, ha
illustrato i principali risultati di un progetto condotto insieme al prof.
Eugenio Morello e alla ricercatrice e docente Cristiana Mattioli, focalizzato
sulla mappatura dei data center nell’area della Città Metropolitana di Milano.
Il progetto è nato in un contesto in cui la questione dei data center aveva
un’esposizione mediatica ancora limitata. Lo stimolo è partito non da un
interesse astratto, bensì proprio dai Comuni lombardi nelle aree interessate dai
progetti, costretti a rilevare l’assenza di strumenti amministrativi adatti ad
affrontare e valutare il potenziale insediamento di queste nuove strutture sui
territori di propria competenza. I risultati della ricerca riflettono questo
orientamento legato alla pianificazione territoriale, aiutando a individuare
quali lacune, punti ciechi e inerzie dell’attuale prassi amministrativa stiano
facilitando la proliferazione incontrollata di data center.
Alla presentazione sono state fatte due considerazioni preliminari circa
l’estensione geografica della ricerca e la problematicità dei dati presi in
analisi. Per quanto riguarda i confini del lavoro, il cui focus è l’area della
Città Metropolitana, è stato scelto di escludere dai conteggi i progetti situati
in comuni confinanti (come Siziano), ma di segnalarli sulla mappa in modo da
restituire un’idea dell’ecosistema locale.
Più complessa da affrontare è stata l’opacità dei dati relativi al settore. Pur
avendo avuto modo di appoggiarsi all’Osservatorio Data Center della School of
Management del PoliMi, che raccoglie una mole importante di dati (principalmente
quantitativi) di un buon grado di affidabilità, rimangono margini d’incertezza
nella ricostruzione che non è stato possibile evitare.
Nell’attuale stato di cose persino quantificare il fenomeno per numero di
strutture diventa problematico: non ci sono stime ufficiali a cui fare
riferimento, né un protocollo condiviso e standardizzato su come effettuare il
censimento. I diversi stadi di avanzamento di un progetto (che vanno dal data
center operativo al progetto in fase di valutazione fino alla richiesta di
allaccio alla rete elettrica) riflettono inoltre le diverse fasi di adeguamento
normativo all’insorgenza dei data center che si sono avvicendate nel tempo,
producendo dunque documentazione qualitativamente disomogenea e in alcuni casi
assente. Metodo e risultati di un censimento variano anche di molto in base allo
scopo a cui è orientata l’operazione.
Al fine della ricerca in questione, che si pone come obiettivo la comprensione
degli impatti territoriali dell’onda dei data center in relazione alla pratica
della disciplina urbanistica, i progetti sono stati contati per procedure –
quindi per richieste di autorizzazione ai Comuni e, dove possibile, per
procedure ambientali presso il MASE. Questa scelta di metodo è caratterizzante
soprattutto nel caso dei cosiddetti campus, che, pur comprendendo più data
center collegati fra loro, necessitano di una sola procedura per tutto il
progetto, e nel conteggio valgono dunque per uno. Nello sviluppo della ricerca
il dialogo con i Comitati e altre realtà del territorio è rimasto un elemento
strutturante, fondamentale nel tenere la mappa aggiornata: molti nuovi progetti
infatti non vengono né rilevati dai media tradizionali né comunicati per tempo
dalle istituzioni; senza le segnalazioni delle comunità non ci sarebbe stato
modo, per il gruppo di ricerca, di venirne a conoscenza.
Un primo elemento rilevabile a partire dai dati presi in analisi riguarda la
sproporzione tra gli investimenti diretti dal settore verso l’area della Città
Metropolitana e la dimensione ancora relativamente modesta del fenomeno su
questo territorio. L’area raccoglie infatti soltanto il 6% della potenza
nominale (diciamo la domanda di energia elettrica per la componente IT di queste
strutture) di tutti i data center europei, ma tra il 2026 e il 2028 dovrebbe
essere la destinazione del 23% degli investimenti europei su queste strutture,
contro un 55% complessivo verso regioni più consolidate (quelle di Francoforte,
Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino).
In Italia ci sono circa 200 data center attualmente operativi, per una potenza
nominale complessiva di 609 MW. La Lombardia, come salta all’occhio dalle mappe
presentate, è la regione italiana con più data center per numero di strutture –
per quanto un simile modello d’insediamento rapido e massiccio si stia
allargando a tutto il settentrione, soprattutto a Veneto e Piemonte. Il Nord
Italia al momento sembra essere la macroregione destinata ad accogliere il
maggior numero di nuovi progetti. Il punto di massima concentrazione di questo
hub dei dati sarebbe proprio l’area della Città Metropolitana di Milano, con 32
progetti censiti.
La Città Metropolitana, oltre a ospitare il più alto numero di data center in
Lombardia, raccoglie anche il 70% della potenza nominale attualmente installata
in Italia. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio del PoliMi, su 609 MW di
potenza nominale complessiva su suolo italiano, 414 MW sono concentrati nel
milanese. Pur tenendo conto che i dati dell’Osservatorio includono nei conteggi
anche strutture situate in comuni limitrofi alla Città Metropolitana e dunque
non ricalcano perfettamente gli scenari in analisi, si tratta di un numero
estremamente elevato.
Anche per quanto riguarda il peso dei data center sulla rete elettrica
nazionale, le stime sono poche e poco documentate, rendendo difficile valutarne
l’attendibilità. Quello che appare più verosimile a partire dai dati disponibili
è che i data center in Italia rappresentano circa il 2% dei consumi energetici
complessivi (5,8 TW/h annui). Secondo alcune proiezioni, questo dato potrebbe
salire tra il 7% e il 13% entro il 2035, più che raddoppiando il suo peso su
scala nazionale in meno di dieci anni.
I data center già operativi sono i più difficili da monitorare, essendo stati
realizzati prima di un inquadramento normativo e amministrativo specifico per
questo tipo di strutture: spesso sono classificati semplicemente come piccoli
edifici industriali, e la documentazione relativa al progetto scarseggia. Su
quelli attualmente in via di realizzazione c’è invece un buon grado di
sicurezza; mentre qualche incertezza (col rischio di sottostimare il fenomeno)
permane su progetti in fase di valutazione. Occasionalmente, nuovi progetti
vengono annunciati direttamente dai privati proponenti, attraverso comunicati
ufficiali.
La grandezza delle icone che rappresentano i data center sulla mappa realizzata
è relativa alla potenza nominale, quindi alla domanda di MW per il funzionamento
della componente IT.
Ciò che salta immediatamente all’occhio a partire dalla mappa è come la scala
delle strutture stia aumentando: i progetti stanno progressivamente diventando
più potenti e di conseguenza ingombranti.
I data center operativi sono tendenzialmente piccoli, salvo qualche eccezione
come Data4 a Settimo Milanese. Quelli in costruzione, in media, sono più grandi,
e i progetti in fase di valutazione compiono un ulteriore salto di scala in
termini di potenza. Tra questi ultimi saltano all’occhio quelli di Lacchiarella
e di Zibido San Giacomo, che raggiungono quote vertiginose di 300 MW e 400 MW di
potenza nominale (l’equivalente del fabbisogno di quasi 1 milione di famiglie
italiane o di 1 o 2 grandi acciaierie, l’industria più energivora in assoluto:
bastano quindi pochissimi nuovi impianti AI/Cloud per raggiungere e superare
l’assorbimento elettrico dell’intero distretto industriale dell’acciaio di una
regione). I data center su cui è più difficile ottenere dati relativi ai consumi
sono, come si diceva, quelli già operativi, mentre i dati sulle strutture in
costruzione o valutazione derivano in larga parte dalle procedure ministeriali
di Valutazione d’impatto ambientale (la cosiddetta VIA), che forniscono una
documentazione vastissima accessibile a tutti dal sito del MASE.
Una seconda osservazione riguarda la disposizione nello spazio delle strutture:
sul territorio in analisi, le strutture tendono a concentrarsi in cluster su
zone precise. L’area tra Lacchiarella e Zibido San Giacomo è la zona a maggiore
concentrazione.
Un terzo punto è quello relativo alle strutture accessorie esterne ai progetti
ma necessarie al funzionamento di un data center, come ad esempio i cavidotti
per il collegamento con le stazioni elettriche dell’alta tensione.
Un discorso a parte merita la costruzione di nuove centrali elettriche di Terna.
La stessa azienda quest’estate ha dichiarato che solo in Lombardia sono in
progettazione 27 nuove centrali, in parte legate alla costruzione di nuovi data
center, con particolare concentrazione di progetti proprio nella Città
Metropolitana di Milano. Un elemento, quello delle centrali, che dovrebbe
preoccupare particolarmente. Se infatti i data center devono essere sottoposti
alla VIA, che almeno de jure prevede uno screening piuttosto dettagliato, le
centrali Terna, in quanto opere d’interesse pubblico, possono andare in deroga
più o meno a qualsiasi tipo di pianificazione. Spesso le nuove centrali vengono
collocate in aree agricole, perché è più facile e agevole costruire in quelle
aree. L’accelerazione nel consumo di suolo dovuta alla corsa ai data center non
dipende dunque solo dalle strutture stesse, ma anche dal consumo indotto da
altre infrastrutture implicite nell’esercizio.
Un’altra considerazione rilevante sull’impatto ambientale e sul suolo oltre i
confini della struttura del data center è il peso della fase di cantiere: le
opere di cantierizzazione utilizzano terreni vicini per anni, per poi cederli o
addirittura rivenderli ai Comuni. La questione del consumo di suolo è
particolarmente significativa: considerando insieme i data center attualmente in
costruzione, più gli undici progetti in corso di valutazione d’impatto
ambientale (fase che tende a indicare con buona probabilità l’effettiva
realizzazione dell’impianto, essendo una procedura lunga, dispendiosa e
complessa) otteniamo una superficie occupata solo per i data center di circa 140
ettari (60 ettari quelli in costruzione, 80 ettari quelli in valutazione).
Per dare un’idea della scala: 20 ettari significano approssimativamente 30 campi
da calcio. Quando si parla di superficie occupata dalle future strutture in
relazione al consumo di suolo, proponenti e amministrazioni favorevoli tendono a
puntare retoricamente sulla rigenerazione dei siti dismessi. È vero, e
confermato anche dalla ricerca sull’area metropolitana di Milano, che in termini
di numeri la maggioranza dei progetti è quella su cosiddetti brownfield, cioè
un’area già utilizzata, dismessa o compromessa (tipicamente, un ex sito
industriale). Ma se si passa dal numero dei progetti alla superficie occupata,
almeno metà delle strutture verrà a trovarsi su greenfield o aree verdi. I 15
progetti su greenfield sono infatti progetti più importanti, che occupano
praticamente la stessa superficie dei 24 su brownfield.
Costruire su aree verdi è possibile, nella maggioranza dei casi, non per
forzature sui Comuni ma perché le amministrazioni stesse avevano già previsto
per quell’area una destinazione industriale. Molti Piani di Governo del
Territorio (PGT) lombardi ancora conservano infatti previsioni vecchie di
diversi anni e ormai obsolete.
Il fulcro del problema, secondo il gruppo di ricerca, è la legge regionale in
cui è stato sancito che i data center sono coerenti con la destinazione
produttiva, incasellamento che risulta problematico già al livello della
disciplina urbanistica più strettamente intesa. La critica degli addetti ai
lavori, auditi in merito proprio durante la stesura della legge regionale, è
duplice: primo, come già accennato, molte aree per cui si prevede la
destinazione produttiva in Lombardia sono ancora su suolo libero. Sancire che i
data center possano venire insediati su tutte le aree produttive significa di
fatto sacrificare molte aree attualmente verdi al consumo di suolo, viste anche
le dimensioni dei progetti all’orizzonte in termini di superficie occupata.
Il secondo motivo riguarda invece la natura stessa del data center: non si
ritiene che la destinazione ad uso produttivo sia effettivamente coerente con
queste strutture.
In sintesi: nella legislazione urbanistica, la destinazione produttiva è
generalmente privilegiata e facilitata rispetto ad altre perché si ritiene che
un’industria abbia delle forti ricadute per il territorio in termini di
benessere collettivo, attraverso un aumento dell’occupazione. Sulla base di
questo assunto, per chi si installa nelle aree produttive risultano diversi
vantaggi (come agevolazioni fiscali) rispetto, ad esempio, al terziario o al
residenziale.
Trasferire questo discorso su un impianto di data center appare, da questo punto
di vista, concettualmente sbagliato. Pur nella penuria di studi affidabili e
indipendenti, si può comunque affermare con un buon grado di sicurezza che
l’insediamento di un data center non ha particolari ricadute positive
sull’economia dei territori. Le logiche di mercato e i flussi di capitale da cui
dipendono queste strutture si muovono infatti su scala globale, senza
intersecare l’occupazione locale. Nella maggioranza dei casi queste strutture,
una volta realizzate, vengono affittate ad altre aziende perché vi installino i
loro server, producendo una rendita slegata dall’indotto lavorativo locale, che
resta limitato.
Per questi due motivi, durante l’audizione era stato specificato dagli urbanisti
alla Regione Lombardia che la destinazione produttiva, per i data center, era
assolutamente da evitare, suggerendo di immaginare una destinazione nuova per
questo tipo di impianti tecnologici, o al limite assimilarli al terziario
(destinazione, ad esempio, normalmente assegnata agli uffici), come fatto dalla
Città Metropolitana di Milano in un documento del 2025. Anche quest’ultima
scelta avrebbe posto diversi problemi di tipo tecnico, ma sarebbe stata più
aderente a strutture che non hanno praticamente nulla di quello che nella
disciplina urbanistica s’intende con destinazione produttiva.
2. Isole di calore
Riportiamo l’intervento di Sergio Manera, fisico all’università degli Studi di
Pavia, riguardo al tema dell’emissione di calore dei data center. Il contributo
rappresenta uno sguardo d’insieme adatto a diversi livelli di conoscenza e
pensato per aiutare i comitati ad esaminare la correttezza o meno delle
informazioni presentate dai promotori di questi progetti.
Il data center viene considerato un sistema in regime stazionario chiuso; il
100% dell’energia elettrica assorbita dai processori non viene trasformata in
lavoro meccanico, ma viene interamente dissipata sotto forma di calore. Per
questo, tutto il sistema deve essere raffreddato: temperature eccessive possono
bloccarne il funzionamento e danneggiarne i componenti. Le metodologie di
raffreddamento possono essere ad aria o ad acqua. In Regione Lombardia, nello
specifico, ci sono i sistemi ibridi che ottimizzano il processo di
raffreddamento.
In questo senso, il calore deve essere rimosso, o lo si recupera o lo si scarica
in ambiente. Se questo non accade, si va incontro a una situazione come quella
accaduta in Francia, a Rennes, durante la scorsa estate. Inaspettatamente si
sono verificate temperature che hanno toccato anche i 42° (anomale per il nord
della Francia), provocando un rischio concreto di fusione dei server.
Raffreddamento ad aria e a liquido: vantaggi e svantaggi.
L’aria ha un costo di trattamento iniziale più basso, permettendo un
investimento minore. Raffreddare a liquido costa infatti, tra il 30% e il 40% in
più. Il raffreddamento ad aria è idoneo per le basse potenze, è l’ideale per le
strutture che conservano i dati. Il supercalcolo, l’intelligenza artificiale e
le schede grafiche ad alta densità superano il parametro critico dei 20/30 kW a
rack (colonne elettroniche che contengono tutti i computer). Questa è la ragione
per cui il raffreddamento a liquido è praticamente obbligatorio. Lo stesso può
essere diretto sui chip o anche ad immersione in liquidi dielettrici. In ultimo,
i sistemi ad aria permettono minori manutenzioni, mentre quelli ad acqua
consentono un PUE (Efficienza Elettrica Complessiva) minore.
Il recupero del calore
Quindi, “gettare” il calore non è una buona idea. In pianura padana per il
35%/40% dell’anno (tardo autunno, tutto l’inverno e debolmente durante le notti
estive) l’aria tra i 50 e i 150 metri di altezza è più calda rispetto al suolo
e, per l’effetto dell’inversione termica, il calore antropogenico che parte dal
suolo (normalmente come isola di calore) non riesce a salire indisturbato ma
trova un tappo di aria calda che lo respinge verso il basso, verso abitazioni,
campi agricoli e via dicendo.
Per questo il calore va recuperato, e a dirlo è anche la normativa: la 1791 del
2023 (del Parlamento Europeo e del Consiglio sull’efficienza energetica) impone
l’obbligo di fattibilità dello studio di recupero di calore; il decreto numero 5
del 2026 di efficienza energetica considera questo calore un’energia pregiata,
proprio perché recuperata. Ma ancor prima della legge lo dovrebbe imporre il
buon senso, sappiamo come in Italia sia poca l’energia a buon mercato. La deroga
al recupero di calore è prevista solo nel caso in cui se ne riesca a dimostrare
l’impraticabilità tecnica. Sappiamo però che, tecnicamente, il calore non è mai
realmente irrecuperabile. Ciò dipende infatti da diversi fattori, tra cui uno è
il costo. Per questo, durante la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), le
ragioni economiche rimangono preponderanti. Recuperare il calore, tramite
teleriscaldamento, serre, piscine, acqua preriscaldata per la produzione di
pellet (ecc.) dovrebbe quindi essere una scelta obbligatoria.
Ma quali sono gli effetti del calore rilasciato da data center? Ci sono due tipi
di conseguenze.
Quelle tipicamente estive, relative alle ondate di calore, sono esternalità
negative per la salute umana. In questo caso il danno del calore può essere
lieve, come crampi e disidratazione, o più severo come i colpi di calore (per
cui si rischia la morte). Bisogna considerare inoltre anche l’aggravamento delle
patologie detenute da persone considerate fragili (cardiovascolari,
respiratorie, ecc.). L’aumento di qualche grado delle ondate di calore, che già
si verificano come effetto dei cambiamenti climatici, può peggiorare il quadro
precedentemente descritto.
Un ulteriore effetto, causato dalla cosiddetta inversione termica invernale è la
tropicalizzazione del territorio. Concetto noto nei suoi meccanismi, riguardante
l’aumento delle temperature soprattutto nei mesi invernali, il cui verificarsi
altera il microclima con conseguenze non indifferenti. Per capire meglio la sua
rilevanza si può considerare la vicinanza tra data center e logistica. Il caso
della zanzara tigre è abbastanza significativo in questo senso: grazie ai camion
e a inverni sempre più miti, la stessa ha trovato modo di svernare anche oltre
l’appennino. Allo stesso modo la vespa velutina, ma anche funghi e patogeni. In
riferimento a questi ultimi, si prenda in considerazione il brusone, la più
grave patologia fungina del riso, per cui un aumento della temperatura di 2°
provoca fino al 47% in meno di raccolto.
Tornando sul tema della normativa, potremmo chiederci, se il proponente provoca
un aumento di 2 gradi nell’arco di 2000 metri si sta violando la legge oppure
no?
La stessa interviene tramite strumenti indiretti. Con il Testo Unico Ambientale,
impone al costruttore la VIA, una valutazione di rischio nella quale l’aumento
di temperatura e i suoi effetti ambientali devono entrambi essere accertati.
Troviamo poi il Principio di Precauzione, che permea la normativa europea e
italiana. In presenza di fenomeni visibili e concreti, il fatto che la
letteratura scientifica non sia concorde o al passo con le esigenze normative e
materiali non dovrebbe impedire una presa di coscienza da parte di chi dovrebbe
intervenire. Le mitigazioni devono essere fatte e non dilazionate in presenza di
fatti certi. Infine, si considera l’articolo 844 del c.c., riguardante le
relazioni di buon vicinato. In generale non sono previsti limiti sul
distanziamento dei data center dalle abitazioni, nonostante il mancato
distanziamento si possa tradurre giuridicamente in una forma di molestia
permanente ai cittadini.
Due casi la cui complementarietà permette di giungere a delle conclusioni
rilevanti.
Il primo importante studio è quello condotto da Andrea Marinoni, professore a
Cambridge. Fotografando le isole di calore dai satelliti, nello studio di 6000
impianti, si registra l’effetto di una media di oltre 2° in un arco che arriva
fino a 10km, con picchi di 9° di incremento termico. Questo effetto coinvolge
340 milioni di abitanti nelle vicinanze dei data center.
Il secondo studio riportato riguarda il caso di Magenta, dove è ubicato un data
center di 300 MW, praticamente in città. Sotto il tappo dell’inversione
invernale che caratterizza la pianura padana, il calore non sparisce, avendo un
impatto rilevante. Gli eccessi termici arrivano fino a 10000 metri di distanza,
registrando un aumento di 1°.; nell’arco di 1km, invece, le temperature
aumentano fino a 4°. Queste due metodologie, essendo complementari, arrivano
allo stesso risultato, ovvero la smentita dell’impatto nullo: il calore non
sparisce andando verso l’alto, ma rimane intrappolato ad altezze relativamente
basse.
Sfatiamo il mito delle compensazioni. Perché gli alberi non mitigano l’isola di
calore?
Gli alberi sono perfetti per l’isola di calore solare, la questione è che c’è
una differenza radicale tra sole e server, in quanto fonti di calore
completamente diverse. Il calore solare proviene dall’alto e si diffonde verso
il basso, ha una sua ciclicità diurna-notturna e stagionale e, cosa importante,
non è sempre uguale tutto l’anno. In questo modo le piante possono rafforzarsi
durante l’autunno e l’inverno per poter affrontare l’estate.
Diversamente, i data center, soffiano aria calda sempre, in basso, a livello del
suolo, dove le piante sono più scoperte. Sia il sistema a secco che quello
evaporativo mettono in crisi le piante, le quali, esposte a troppo calore,
fermano l’evaporazione e la traspirazione fogliare e non riescono più a
mantenere il proprio metabolismo (si mettono in blocco). Viceversa, nel caso
dei sistemi evaporativi che emettono aria ricca di umidità, si ha un collasso
dell’albero, impossibilitato alla traspirazione. Dunque, è possibile concludere
che questo tipo di compensazioni non fermano il calore né il rumore. Ci vorrebbe
un ettaro di bosco per dissipare pochi mw di potenza, vale a dire centinaia di
ettari di foresta che comunque andrebbero incontro a una situazione di crisi. Si
considera anche che questo calore sia un pericolo per le piante come esseri
viventi, rendendole vulnerabili a parassiti, i quali, viceversa, traggono
beneficio dal calore dei data center.
Al netto di quanto detto finora, la pianura padana si rivela un pessimo luogo
per ospitare data center: alti costi dell’energia, carenza di energia in Italia,
le aree dismesse sono vecchie, piccole e frammentate (e spesso inglobate dalle
città). Il territorio è fragile dato l’enorme inquinamento già esistente,
considerando il fenomeno dell’inversione termica e la poca ventosità.
3. La salute
Gli impatti di un data center sulla salute delle persone che abitano nelle zone
circostanti sono stati studiati dalla dottoressa Federica Brenta, medico e
residente di Certosa di Pavia. Per poter affrontare questo discorso occorre
adottare un concetto di salute che sia olistico.
Il paradosso è che la Lombardia e la Pianura Padana, anziché essere considerate
nei progetti per le loro criticità ambientali e territoriali, vengono
costantemente dipinte come un’area strategica. . Il punto è proprio questo:
strategica a quali fini? Sicuramente per gli investimenti che arrivano dai
grandi colossi immobiliari, fondi privati e società legate alle big tech
americane. Oltretutto, ciò di cui non si tiene conto sono gli elevati livelli di
inquinamento dell’aria in pianura. In questo territorio molti Comuni sono sotto
procedura per infrazione della qualità dell’aria. Nonostante ciò, è comune che i
proponenti non presentino i necessari studi sull’inquinamento acustico, luminoso
e tossico prima dell’autorizzazione del progetto. Diventa fondamentale per i
comitati pretendere che questi studi vengano fatti e pretendere che vi sia
trasparenza.
Un altro punto fondamentale che riguarda gli impatti sulla salute è lo
specchietto per le allodole rappresentato dalla riqualificazione delle aree
dismesse (brownfield). Proprio per questo motivo il concetto di distanza da aree
abitate non viene tenuto in considerazione perché si dà per scontato che le zone
individuate non siano vicine ad abitati in quanto formalmente registrate come ex
aree industriali o aree da bonificare. La realtà italiana, soprattutto del Nord
Italia, è completamente diversa. Infatti, a fronte delle trasformazioni delle
città e delle campagne, le aree “dismesse” sono state progressivamente
assimilate dalla città, determinando un contesto in cui questi progetti sorgono
(e verranno ad installarsi) in mezzo a quartieri fortemente residenziali. È
necessario pretendere che vengano fatti degli studi di impatto che includano le
ricadute che questi progetti hanno sulla popolazione residente nel raggio di 10
km dal data center (perimetro in cui è comprovato esistano variazione di
temperature date dai data center), in modo da valutare l’incidenza su situazioni
già vulnerabili che andrebbero ad aggravarsi oltre a rendere più fragili
soggetti sani.
Il tema delle emissioni è dunque centrale: l’inquinamento dei data center
proviene dai centinaia di generatori che vengono utilizzati per tenere in
funzione queste macchine, non solo in casi di emergenza o di blackout ma anche
in tutti i periodi di manutenzione. Per l’elevata concentrazione, la potenza e
il cumulo di ore di attività, questi generatori provocano emissioni
significative, quantificabili quando gli stessi vengono dotati di sistemi SME
(Sistema di Monitoraggio delle Emissioni), i cui dati sulle emissioni in
atmosfera dovrebbero poi trovarsi sul sito dell’Arpa. L’attenzione va posta sul
tipo di inquinanti emessi: in particolare il PM 2.5, molto dannoso, in quanto
ingressivo nel circolo sanguigno e, a cascata, capace di causare problemi
cardiovascolari, insorgenza di tumori e problemi neuroendocrini. La dottoressa
Brenta e da Attilio Bonetta, definiscono il PM 2.5 “il veleno dei nostri anni,
il veleno invisibile”. Non da ultimo, la stessa isola di calore che il data
center crea, di cui abbiamo parlato precedentemente, contribuisce a mantenere a
distanza ravvicinata la cappa di inquinanti.
Le valutazioni d’impatto ambientale presentate dai proponenti risultano spesso
lacunose e basate su standard obsoleti, evidenziando l’urgente necessità di
normative più stringenti e di sistemi di controllo continuo dotati di filtri
antiparticolato. Approfondiamo questi aspetti.
Impatti sull’atmosfera dei data center
Le emissioni prodotte dai data center si suddividono in tre categorie
principali:
* Dirette, derivanti dai gruppi elettrogeni e dagli impianti di climatizzazione
* Indirette, legate alla massiccia produzione di CO2 necessaria a soddisfare
l’enorme consumo di energia elettrica, generata in gran parte da fonti
fossili
* Di filiera e risorse, relative allo smaltimento e ciclo di vita di hardware,
software e reti, oltre a una rilevante impronta idrica qualora vengano
adottati sistemi di raffreddamento evaporativi
Generatori di emergenza
I generatori di emergenza vengono impiegati nel caso di blackout per garantire
la continuità dei data center, ma vengono accesi anche durante i periodi di
manutenzione. Ogni progetto prevede un protocollo operativo con un monte ore
annuale prestabilito in cui le macchine devono rimanere in funzione
In base alla tabella riportata dall’Istituto Superiore di Sanità per il progetto
di Magenta, sono previsti 141 generatori a gasolio per un totale di 2.112 ore
annue di attività. Non si tratta di motori piccoli, bensì di motori di notevoli
dimensioni il cui impatto emissivo non può essere considerato trascurabile,
tenendo conto anche che a soli 3 km di distanza è localizzato un ulteriore
impianto analogo. Tra gli inquinanti immessi figurano anidride solforosa,
biossido di azoto, PM10 e PM2.5. Nei progetti esaminati non compare quasi mai la
quantificazione esplicita del PM2.5
Nei documenti tecnici depositati, oltre all’omissione frequente del PM2.5 e
talvolta dell’anidride solforosa, le emissioni vengono quasi sempre confrontate
con i valori limite del 2010 (D.Lgs. 155/2010), anziché fare riferimento ai
limiti aggiornati alla direttiva 2024/2881 dell’Unione Europea o alle linee
guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), rispetto ai quali si
risulterebbe ampiamente fuori scala.
Nel campus di Siziano (71 MW), pur rispettando l’indice cronico, l’eventuale
avviamento dei generatori porta a uno sforamento dell’indice di tossicità per
rischio acuto; inoltre, considerando l’inquinamento di fondo esistente, tutte le
44 sezioni censuarie risultano già oltre i limiti. A Lacchiarella, sommando
emergenza, manutenzione e fondo ambientale, l’Indice di Tossicità raggiunge un
valore di 17 rispetto alla soglia di sicurezza pari a 1. Nelle Valutazioni di
Impatto Sanitario (VIS) emergono sezioni con oltre 22.000 residenti esposti a
concentrazioni di biossido di azoto fino a 700 µg/m³, a fronte del limite di
legge di 40 µg/m³. La direttiva UE impone entro il 2030 una riduzione di almeno
il 25% delle concentrazioni per le aree fuori norma (puntando verso una quota di
5 µg/m³ per il PM2.5); tuttavia, l’apporto dei generatori manterrebbe le
concentrazioni su livelli prossimi a 18 µg/m³, impedendo il risanamento e
perpetuando le procedure d’infrazione comunitaria.
Cappa di calore
A tale criticità chimica si somma il fattore microclimatico: il calore generato
dalle masse d’aria calda dei data center crea una cappa termica che trattiene
gli inquinanti al suolo, ostacolandone la dispersione atmosferica.
L’impatto termico dei sistemi di raffreddamento (chiller): nel progetto per un
impianto di dimensioni contenute a Certosa di Pavia (sotto i 50 MW),
equipaggiato con 15 generatori di potenza inferiore a 1.400 kW ciascuno,
l’impianto di raffreddamento espelle in atmosfera 60.000 m³ di aria a una
temperatura compresa tra i 35 °C e i 45 °C.
Gruppi elettrogeni
Un gruppo elettrogeno è una macchina elettromeccanica deputata ad assicurare la
continuità dell’alimentazione elettrica. È costituito da un motore diesel di
grandissima cilindrata, compresa tra 62.000 e 92.000 cm³ (litri): a differenza
dei motori automobilistici da 1-3 litri, si tratta di strutture da 15-16
tonnellate che consumano tra i 580 e i 640 litri di gasolio all’ora ciascuna. I
modelli più diffusi appartengono alla serie MTU (Rolls-Royce), con una potenza
di 2.420 kW (circa 3.200 cavalli), equivalente alla potenza aggregata di circa
sei autoarticolati di grossa stazza.
Dal punto di vista termico, i gas di scarico fuoriescono a 490-500 °C con
portate di circa 34.000 m³, rilasciando circa 2 milioni di kcal all’ora per ogni
generatore, a cui si somma il calore continuo dei chiller. La preoccupazione
maggiore riguarda la concentrazione territoriale: nel solo triangolo
Lacchiarella-Siziano-Vidigulfo sono previste circa 260 macchine, corrispondenti
all’impatto emissivo di 150-160 camion autosnodati concentrati. Su scala
regionale lombarda si stima la presenza o previsione di circa 1.300 generatori
(secondo il relatore – Sergio Manera fisico Unipv – i dati emissivi reali
risultano almeno quattro volte superiori alle stime teoriche fornite nei
progetti, in particolare per quanto riguarda gli ossidi di azoto (NOx), che
raggiungono valori dell’ordine di 4,5-5 kg all’ora di contaminante per ciascun
generatore, e il monossido di carbonio, mentre il PM2.5 non viene mai
quantificato).
Misure che i proponenti/proprietari dovrebbero adottare
Di seguito alcune misure che un progetto dovrebbe prevedere: il FAP (filtro
antiparticolato); il catalizzatore ossidativo per la conversione del monossido
di carbonio e degli incombusti in CO2; il sistema catalitico SCR (Selective
Catalytic Reduction) con catalizzatore al platino/rodio e iniezione di AdBlue
per l’abbattimento degli NOx, tecnologia già impiegata da anni sui mezzi d’opera
pesanti.
È poi indispensabile dotare ogni impianto di un Sistema di Monitoraggio delle
Emissioni in continuo (SME) con sonde posizionate direttamente sui camini.
Osservando ad esempio i camini di scarico dei generatori a Vellezzo (condotti in
acciaio che si elevano per circa 8 metri dal suolo), si nota come la sommità
appaia violacea a causa dei gas a 500 °C e la sezione mediana sia visibilmente
annerita dal particolato, comprovando l’assenza di adeguati sistemi filtranti.
Per valutare correttamente l’impatto sanitario, il proponente dovrebbe
effettuare uno studio diffusionale su un raggio di almeno 10 km per quantificare
le ricadute sulla popolazione. Tale analisi richiede una stratificazione
demografica che individui i recettori più sensibili (scuole, RSA) e consideri
l’impatto cumulativo con gli altri poli industriali limitrofi, poiché le ore di
funzionamento complessive crescono in modo esponenziale in presenza di centinaia
di gruppi elettrogeni.
I dati dello SME devono essere pubblici, accessibili alla cittadinanza e
collegati a una rete di monitoraggio centrale, superando le mere
autocertificazioni fornite dai gestori.
4. La proprietà
Enrico Duranti, del Comitato Ciarlasco, presenta una serie di dati estratti dai
progetti relativi al fabbisogno energetico e alla sua effettiva destinazione
Viene introdotto dunque il tema centrale, ossia come rispondere alla domanda: a
chi serve e per cosa serve questa energia. Di seguito riproponiamo l’audio del
suo intervento al convegno:
Un altro aspetto sottolineato riguarda gli investimenti globali
nell’intelligenza artificiale, che crescono di pari passo con la richiesta di
nuovi data center e di potenza energetica: si passa da 25 a 581 miliardi di
dollari, con una previsione che punta a 1.000 miliardi. Questa curva di crescita
spinge verso un’espansione esponenziale dei data center e apre alla
rivalutazione dell’energia nucleare per sostenerne il fabbisogno.
Come viene sottolineato in questo post del Comitato Ciarlasco per la Tutela del
Territorio:
“Non parlateci di strategicità!!!
La più grande retorica dei politicanti che ci parlano dell’importanza dei
datacenter, è che tutti questi investimenti sono strategici per l’Italia.
Mappando però tutti i progetti in valutazione ambientale è facile scoprire che
più del 90% delle aziende sono americane e solo la società italiana Noovlespa,
detiene solo 21,6 MW IT, di fronte agli oltre 1400 MW IT in mano alle aziende
americane.
Non parlateci di strategicità, ma di destrategicita’.
State svendendo il nostro paese, le nostre risorse, la nostra salute. State
regalando i nostri dati alle big tech.
Diciamo pure il nome corretto e cioè colonialismo digitale!!!
Moratoria subito.
Per un Piano nazionale strategico da assoggettare a Valutazione ambientale
strategica.”
Il punto viene ben illustrato da questa tabella a cura di Enrico Duranti:
La questione più importante riguarda la proprietà: chi sono i proponenti e le
società dietro i proponenti? La maggior parte sono americani. Come si può
parlare di progetti strategici di pubblica utilità? Questi sono progetti per i
profitti delle big tech.
Alleghiamo qualche intervista svolta al presidio di Milano, un dato generale ci
sembra essere il fatto che non si percepisca un sentimento di “paura” nei
confronti dell’intelligenza artificiale ma piuttosto un senso di razionale
interesse volto a comprenderne il funzionamento e una tensione alla sua gestione
e alla possibilità di essere governata.
Un punto di vista di una residente di Peschiera Borromeo sull’uso
dell’intelligenza artificiale che lascia aperta la possibilità ma con una
regolamentazione.
Paola di Vignate del Comitato per la Tutela del Territorio di Vignate e della
Marchesana, accanto a un parco agricolo. Ben due data center in zona verde sono
previsti uno vicino all’altro, oltre a un sito di logistica.
Un’altra presa di parola rispetto ai tanti comuni governati dal “centrosinistra”
hanno autorizzato solo per guadagnarci dei soldi, viene riconosciuto che non
sarà un investimento in positivo. Non c’è stato approccio all’intelligenza
artificiale ma una netta posizione contro le guerre.
A fronte di queste voci raccolte, una riflessione conclusiva. La possibilità
della regolamentazione dell’intelligenza artificiale in una dimensione integrata
nel funzionamento dalla macchina capitalista è probabilmente poco realizzabile a
meno che non ci siano delle trasformazioni tali per cui il potere di governare
la tecnologia (e non indipendentemente quale, per esempio l’energia nucleare
rimane fuori da questa possibilità in quanto di per sé padrona) sia
redistribuito, dal basso, in un processo di lotta che punti a eliminare il
rapporto di dominazione dall’alto verso il basso, lo sfruttamento nel lavoro, la
mercificazione e sussunzione delle capacità. Detto questo, rimane un
interrogativo aperto e importante sul quale continuare a dibattere e
approfondire.
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(sabato, 24 ottobre 16:00)
Disponibile Nunatak n. 81 – estate 2026
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.