A Seano la Celere smantella il presidio dei lavoratori della Acca, cento posti
di lavoro a rischio. Fermati operai e sindacalisti del Sudd Cobas mentre i
furgoni svuotano il magazzino …
Riceviamo e diffondiamo:
Questa mattina ci ha lasciato Anubi D’Avossa Lussurgiu. Scriverlo ci sembra
impossibile. Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando un segno
profondo. E poi ci sono persone come …
Pubblichiamo queste note inviateci dal nostro esperto e collaboratore Angelo
Tartaglia, fisico. E’ utile leggerle in parallelo all’intervista pubblicata con
il titolo Make your money work for you: ecco il reale obiettivo della
transizione energetica in quanto approfondisce il tema della fattibilità di una
transizione energetica che sia giusta, popolare e autonoma.
di Angelo Tartaglia
Sintesi
* È possibile raggiungere l’autosufficienza energetica con le sole fonti
“rinnovabili”.
* L’autosufficienza è perseguibile localmente nei singoli territori.
* L’intero fabbisogno elettrico nazionale non ancora soddisfatto da fonti
rinnovabili corrisponde ad una superficie fotovoltaica commerciale pari a
circa 1/25 del territorio nazionale già occupato da coperture (edifici,
centri commerciali, capannoni, parcheggi…) senza bisogno di comprometterne
altro.
* Ipotizzando una totale elettrificazione degli usi finali dell’energia la
superficie richiesta diviene complessivamente poco più di 1/4 del territorio
nazionale già compromesso.
* Il ricorso ad altre fonti “rinnovabili” riduce ulteriormente e in misura
cospicua l’esigenza di superfici fotovoltaiche.
* La rete di distribuzione dell’energia elettrica concretizza la
complementarietà tra le diverse fonti “rinnovabili”.
* L’autosufficienza territoriale basata sulla produzione diffusa si abbina con
la realizzazione e gestione locale degli impianti; il relativo onere
costituisce un costo da ripartire tra gli utenti in proporzione all’utilizzo,
mentre la materia prima energia non ha un prezzo. La logica è quella di
comunità.
* Nella logica di mercato l’energia è una merce e ha un prezzo. La logica di
mercato spinge verso grandi impianti, non importa di che tipo, per realizzare
economie di scala e ottimizzare gli utili, a prescindere dalle esigenze
territoriali. La logica è quella del sempre di più, che è fisicamente
insostenibile.
POLITICHE ENERGETICHE?
Qualche numero
L’attuale consumo finale di energia in Italia è pari a ∼1.267 TWh/anno di cui
∼315 TWh/anno elettrici.1 Con una producibilità dei pannelli fotovoltaici
commerciali pari a 200 kWh/(m2 anno) il consumo finale annuo corrisponde a una
superficie fotovol-taica commerciale di 6.335 km2; i soli consumi elettrici
corrispondono a una superficie di 1.575 km2. La prima superficie è il 2,1%del
territorio nazionale, la seconda lo 0,52%. Nel caso del fotovoltaico l’energia
primaria è il sole e la producibilità già include il rendimento della
conversione.
Sì?No?
Il consumo elettrico finale già coperto da fonti rinnovabili è pari al 41,4% del
totale (cioè a ∼130 TWh/anno); restano da coprire 185TWh/anno, corrispondenti a
925 km2 (0,3%del territorio nazionale). Se ci si riferisce
all’interoconsumofinale, ipotizzando una totale elettrificazione, la superficie
corrispondente diventa 5.685 km2 pari a 1,88% del territorio nazionale.
Il consumo di suolo in Italia2 procede a ritmo accelerato essendo attualmente
pari a 2,7 m2/sec. Il suolo già compromesso è il 7,17% del totale.
La superficie fotovoltaica necessaria per aggiungere quanto manca alla copertura
totale del fabbisogno elettrico richiederebbe l’utilizzo di circa un
venticinquesimo (4,18%) del suolo già compromesso e se ci riferissimo a tutto il
consumo finale (elettrificazione totale) allora dovremmo utilizzare un po’ di un
quarto (1/3,8) del territorio già impermeabilizzato.
Sì?No? Che fare?
La proprietà delle aree “compromesse” è varia e frammentata a seconda che si
tratti di tetti di edifici privati, tetti di edifici pubblici, capannoni, centri
commerciali, piazzali di sosta o altro. Il numero e la potenza degli impianti
hanno continuato a crescere3 perché i proprietari (anche grazie a varie forme di
incentivazione) hanno ritenuto e ritengono conveniente l’installazione. Un ruolo
importante, oltre alle politiche locali e nazionali, lo possono svolgere
l’informazione capillare e la semplificazione delle procedure autorizzative. Per
le superfici “compromesse” di proprietà pubblica (in particolare per i comuni)
un deterrente è costituito dalla burocrazia interna.
Per quanto riguarda superfici come quelle dei parcheggi un esempio è
rappresentato dalla Francia dove nel 2024 è stato introdotto per legge l’obbligo
di installare coperture fotovoltaiche su almeno il 50% della superficie a
parcheggio quando tale superficie supera i 1.500 m2.4 A parte adottare un
provvedimento analogo, si potrebbe estendere l’obbligo anche alle coperture dei
centri commerciali e ai capannoni industriali.
È il caso di considerare politiche di questo genere?
Le superfici ancora libere
Anche le superfici non impermeabilizzate sono in massima parte di proprietà
privata e, al di fuori di parchi e altre zone protette, generalmente destinate
all’agricoltura. Ciò che può indurre i proprietari ad accettare l’idea di
destinarle ad ospitare impianti fotovoltaici a terra (anche in versione
agrivoltaica) o grandi parchi eolici è il fatto che i loro terreni rientrino in
un quadro di agricoltura “povera” o che già siano incolti. Tanto più se degli
imprenditori del settore energia si presentano con proposte di acquisto o
affitto immediatamente più convenienti del ritorno derivante dall’attività
agricola.
Più facile convincere i proprietari privati di terreni agricoli o quelli di
superfici coperte da parcheggi, capannoni, centri commerciali etc.?
Mercato o uso?
1. L’impostazione corrente della questione energetica è quella di mercato:
l’energia elettrica o termica viene prodotta in impianti industriali per
essere venduta e ricavarne utili. La spinta, con questa impostazione, è
verso la costruzione di grandi impianti (quale che sia la fonte), per
realizzare delle economie di scala e massimizzare i profitti; questa è la
logica del fotovoltaico a terra (o anche agri-voltaico) e dei grandi parchi
eolici. I prezzi di vendita comunque continuano ad essere agganciati a
quelli del mercato internazionale del gas.
2. Un’altra impostazione, nel caso delle “rinnovabili”, è quella che pone come
obiettivo l’indipendenza energetica dei singoli territori: comune per comune
o, in territori a bassa densità abitativa, per gruppi di comuni. In questo
caso l’energia è un bene d’uso piuttosto che una merce e i costi per le
utenze che insistono sul territorio dato sono quelli relativi alla
costruzione, alla gestione e alla manutenzione degli impianti; questi costi
sono sganciati da quel che succede sul mercato internazionale del gas e del
petrolio. Il ruolo della rete di distribuzione pubblica, che comunque
rappresenta un costo, è quello di garantire la compen-sazione tra
sovrapproduzione e carenza occasionali in singole zone e, marginal-mente,
quello di far convergere le eccedenze locali verso le grandi utenze
industriali concentrate (come acciaierie, cementifici e simili).
Nel secondo caso con transizione guidata da a) a b)?
Le altre rinnovabili
Fin qui il riferimento è stato impostato essenzialmente sul fotovoltaico, per
via dell’ubiquità del sole, ma nel quadro bisogna includere anche le altre
“rinnovabili”. Così facendo il fabbisogno di superfici per i pannelli si riduce
al di sotto dei valori precedentemente indicati. Le potenzialità complessive
delle altre “rinnovabili” sono tutt’altro che marginali.
Considerando l’eolico si parla, in termini di potenza installabile, di 60 GW a
terra e 200 GW a mare.5 Anche qui le due diverse impostazioni già citate
spingono in direzioni diverse: il mercato preme per avere campi eolici con pale
da 20-25 MW ciascuna; l’autosufficienza locale, salvo scambi di eccedenze, può
funzionare con minieolico (potenze dell’ordine di poche decine di kW per
dispositivo o meno) in grado, se ad asse verticale, di sfruttare il vento anche
in regime turbolento, come tende a presentarsi più vicino al suolo.
L’idroelettrico dei grandi bacini esiste già, ma, con l’impostazione
dell’autosufficienza locale, si possono incentivare i piccoli impianti ad acqua
corrente laddove ce n’è la disponibilità.
Un settore che da noi è decisamente in ritardo, nonostante l’esempio storico di
Larderello che produce da solo il 5% dell’energia “rinnovabile” nazionale, è
quello della geotermia profonda. L’energia che potrebbe fornire si stima in
migliaia di TWh/anno.6 In Europa ci sono città come Monaco di Baviera, in cui
una frazione cospicua dei quartieri cittadini è già teleriscaldata a partire da
pozzi geotermici profondi, o come Copenaghen, dove un sistema di
teleriscaldamento geotermico è in costruzione.
Inseguire il mercato cercando di tamponarne gli effetti più perversi o puntare
su una politica energetica completa e coerente?
1. ENEA, Analisi trimestrale del sistema energetico italiano, n.1/2026 ↩︎
2. ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici,
edizione 2025
↩︎
3. GSE, Rapporto Statistico 2024 – Solare fotovoltaico ↩︎
4. https://www.pv-magazine.it/2024/11/19/in-francia-e-obbligatoria-lenergia-solare-nelle-aree-di-parcheggio/
↩︎
5. NOMISMA ↩︎
6. ENEL,
https://www.enel.com/it/learning-hub/rinnovabili/energia-geotermica/italia
↩︎
Ci sono date che non appartengono al passato. Date che, ogni anno, tornano a
ricordarci non soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che siamo ancora chiamati a
fare. Il 27 giugno e il 3 luglio 2011 sono due di queste.
da Notav.info
Quindici anni fa il potere politico ed economico decise di trasformare la Val di
Susa in un laboratorio di militarizzazione per imporre un’opera rifiutata da
un’intera comunità. Non fu soltanto l’apertura di un cantiere: fu il tentativo
di spezzare un movimento che da oltre vent’anni aveva dimostrato come fosse
possibile organizzarsi dal basso, difendere il territorio e mettere in
discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla
devastazione ambientale.
La mattina del 27 giugno 2011 migliaia di agenti delle forze dell’ordine
assaltarono la Libera Repubblica della Maddalena. Il presidio, costruito e
vissuto per settimane da abitanti della valle e persone arrivati da tutta
Italia, venne sgomberato con un imponente dispiegamento di mezzi, ruspe e un uso
massiccio di lacrimogeni. Fu l’inizio dell’occupazione militare della Clarea,
destinata a diventare il simbolo dell’imposizione dell’opera.
Ma quel giorno il Movimento No Tav non venne sconfitto.
Già poche ore dopo lo sgombero la risposta si diffuse ben oltre la Val di Susa.
Assemblee, cortei spontanei, blocchi ferroviari e stradali, presidi e
occupazioni attraversarono Torino e molte città italiane. Alla sera migliaia di
persone si ritrovarono a Bussoleno in una delle assemblee popolari più
partecipate della storia del movimento. La decisione fu collettiva e immediata:
tornare alla Maddalena.
Quella promessa prese forma il 3 luglio.
Da ogni parte d’Italia decine di migliaia di persone raggiunsero la Val di Susa.
Un corteo enorme, composto da abitanti della valle, comitati territoriali,
realtà sociali, lavoratori, studenti, giovani e anziani, si mosse verso la
Clarea. Da Exilles, Chiomonte e Giaglione partirono percorsi differenti che
finirono per stringere d’assedio il cantiere appena aperto. Molti riuscirono a
riconquistare la baita della Maddalena, cuore del presidio sgomberato pochi
giorni prima. Per ore il Movimento resistette all’utilizzo indiscriminato di
migliaia di lacrimogeni, spesso sparati ad altezza d’uomo, alle cariche e alla
violenza delle forze dell’ordine. I boschi della Clarea divennero il teatro di
una battaglia che ha segnato la memoria collettiva di un’intera generazione.
Fu una giornata che mostrò con chiarezza due verità.
La prima è che nessuna militarizzazione può produrre consenso. Per imporre il
Tav fu necessario blindare un’intera valle, trasformare un territorio in una
zona rossa permanente e difendere il cantiere con migliaia di agenti, reti,
recinzioni e filo spinato.
La seconda è che un movimento popolare può andare ben oltre i confini del
proprio territorio. Il 3 luglio non arrivò “la solidarietà” in Valsusa. Arrivò
un pezzo di Paese che aveva riconosciuto nella lotta No Tav qualcosa che
riguardava tutti e tutte: la difesa dei beni comuni, il rifiuto delle grandi
opere imposte, la possibilità concreta di opporsi ai rapporti di forza costruiti
da governi, imprese e interessi economici.
Quelle giornate hanno avuto un costo enorme. Centinaia di feriti, decine di
arresti, anni di processi, misure cautelari e condanne esemplari hanno cercato
di riscrivere la storia attraverso la repressione del dissenso. Ma nessun
tribunale è riuscito a cancellare ciò che milioni di immagini e migliaia di
testimonianze hanno raccontato: la sproporzione della violenza esercitata dallo
Stato per imporre un’opera contestata e la determinazione di una comunità in
lotta che non ha mai smesso di resistere.
Quindici anni dopo il cantiere continua a divorare risorse pubbliche mentre i
costi dell’opera aumentano senza sosta e gli impatti ambientali diventano ogni
giorno più evidenti. Intanto la devastazione della Clarea prosegue, insieme alla
distruzione di habitat, sorgenti e biodiversità, in nome di un’infrastruttura
che continua a sopravvivere più per ragioni politiche che per una reale e
fondata utilità.
Ricordare il 27 giugno e il 3 luglio 2011 non significa dunque lasciarsi andare
alla nostalgia. Significa riconoscere che quelle giornate hanno lasciato
un’eredità ancora viva.
Hanno insegnato che la forza del Movimento No Tav risiede nella capacità di
resistere, di ricostruire continuamente legami, organizzazione e conflitto.
Hanno dimostrato che la repressione del dissenso non può fermare una lotta,
tanto meno cancellarne le ragioni. Hanno mostrato che esistono momenti in cui
una comunità decide di non arretrare, anche quando il prezzo da pagare è
altissimo.
Oggi, mentre nuovi territori vengono sacrificati alle grandi opere, alle basi
militari, agli impianti energetici imposti e alle infrastrutture pensate per
alimentare un modello economico sempre più insostenibile, quelle giornate
continuano a indicare una strada.
La memoria, per il Movimento No Tav, non è mai stata un esercizio celebrativo. È
uno strumento di lotta.
Ed è proprio perché il 27 giugno e il 3 luglio appartengono ancora al presente
che continuano a rappresentare un patrimonio collettivo da difendere, praticare
e rilanciare.
Perché la Clarea non è soltanto un luogo della memoria. È luogo e simbolo di
resistenza attiva e concreta.
Un’iniziativa di registrazione fondiaria nell’Area C sta spostando il controllo
dal Regime militare al sistema civile israeliano, rafforzando l’annessione
attraverso leggi, pianificazione ed espansione degli insediamenti.
Fonte: English version
The Cradle – 1 luglio 2026
L’iniziativa israeliana di registrazione fondiaria nella Cisgiordania Occupata
ha preso forma senza una dichiarazione formale. Si è sviluppata attraverso
bilanci e ministeri, guidata da comuni decisioni amministrative che raramente
attirano un’attenzione prolungata.
A metà febbraio, il governo israeliano ha approvato 244 milioni di shekel
(65.840.477 euro) per un vasto progetto di registrazione fondiaria nell’Area C
della Cisgiordania Occupata. Presentato come una misura amministrativa,
trasferisce l’autorità sulla terra dall’Amministrazione Civile al Catasto
israeliano, sotto l’egida del Ministero della Giustizia.
Questo trasferimento incorpora ampie porzioni della Cisgiordania Occupata nel
sistema giuridico israeliano, portando avanti l’annessione attraverso procedure
piuttosto che con una proclamazione. Il cambiamento appare tecnico sulla carta e
ha chiare conseguenze politiche. Secondo l’organizzazione israeliana
anti-insediamenti Peace Now, oltre il 58% dell’Area C, pari a quasi 1.900
chilometri quadrati, non è ancora registrato. Questa situazione giuridica
irrisolta è ora al centro dell’ultima iniziativa israeliana.
Le radici del problema risalgono a decenni fa. Sotto l’amministrazione giordana,
tra il 1949 e il 1967, solo una parte del territorio fu formalmente registrata,
seguendo le vecchie prassi del Mandato Britannico. Dopo il 1967, gli ordini
militari israeliani congelarono i processi di insediamento, lasciando vaste aree
governate dalla proprietà consuetudinaria e da documenti ereditari.
Questa eredità si ripercuote ancora oggi. Ciò che è rimasto irrisolto viene ora
sottoposto a un nuovo quadro giuridico.
Registrazione fondiaria come strumento di controllo
Il piano prevede di censire e registrare circa il 15% di questi territori, circa
290 chilometri quadrati, entro la fine del decennio.
Per i proprietari terrieri palestinesi, le rivendicazioni richiedono
documentazione dettagliata e mappe precise, spesso risalenti a generazioni
precedenti. In molti casi, tali documenti sono incompleti o non più disponibili.
Quando le prove non sono sufficienti, il terreno può essere classificato come
proprietà statale. Una volta registrato in tal modo, può essere destinato alla
costruzione di insediamenti o avamposti agricoli, mentre i precedenti
proprietari ne perdono l’accesso.
Cambiamenti nel quadro giuridico
Le recenti decisioni del governo hanno ridefinito il quadro giuridico che ha
regolato la proprietà terriera per decenni.
Le restrizioni giordane precedenti al 1967, che un tempo limitavano la vendita
di proprietà ai palestinesi, vengono abrogate, aprendo la strada
all’acquisizione di terreni da parte di aziende e gruppi di coloni all’interno
di aree palestinesi densamente popolate.
Allo stesso tempo, sono stati eliminati i requisiti di approvazione preventiva
per le transazioni. Tali procedure consentivano in passato alle autorità di
esaminare le rivendicazioni e segnalare irregolarità. La loro abolizione
accelera i trasferimenti e riduce la supervisione.
Anche i registri fondiari sono stati resi pubblici. Per i gruppi di coloni, ciò
offre un percorso più chiaro per identificare la proprietà assenteista e far
valere le rivendicazioni contestate.
Queste misure non si fermano all’Area C. Si estendono alle Aree A e B, dove
l’Autorità Palestinese detiene poteri amministrativi nell’ambito degli Accordi
di Oslo. Le agenzie israeliane sono ora in grado di intervenire più
direttamente, compresa la demolizione di edifici e strutture palestinesi, con il
pretesto di far rispettare gli standard ambientali, la tutela del patrimonio e
la gestione delle risorse idriche.
A Hebron (Al-Khalil), l’autorità di pianificazione in aree chiave è stata
trasferita dal comune al controllo militare israeliano. A Betlemme, un organismo
dedicato ora sovrintende all’area intorno alla Tomba di Rachele, convogliando
risorse verso le infrastrutture religiose vicine.
Espansione sulle colline
Il cambiamento legislativo si è evoluto di pari passo con l’accelerazione
dell’attività di insediamento.
Un nuovo piano delinea la creazione di avamposti su decine di colline
strategiche, ciascuno progettato per stabilire una presenza permanente tramite
case mobili e infrastrutture di base.
Oltre un miliardo di shekel (293.930.700 euro) sono stati stanziati per le
strade che collegano i nuovi avamposti agli insediamenti esistenti, integrandoli
nella più ampia rete di insediamenti.
La costruzione di insediamenti è aumentata notevolmente negli ultimi anni, con
Peace Now che segnala un incremento dell’80% dal 2022. Molti avamposti un tempo
considerati non autorizzati sono stati successivamente approvati
retroattivamente.
Gli avamposti pastorali fanno parte di questa espansione. Le mandrie vengono
utilizzate per esercitare il controllo sui pascoli, limitando l’accesso dei
palestinesi ed estendendo la portata delle attività di insediamento oltre le
strutture edificate.
Il corridoio E1 a Est di Gerusalemme rimane centrale in questi piani. Sono stati
indetti bandi di gara per oltre 3.400 unità abitative nell’area E1, che
collegherebbe Ma’ale Adumim a Gerusalemme. Se realizzato, il progetto
interromperebbe la continuità territoriale tra Ramallah, Gerusalemme Est
Occupata e Betlemme, dividendo di fatto la Cisgiordania in due parti scollegate.
Un rapporto congiunto di Peace Now e Kerem Navot ha rilevato che gli avamposti
di pastorizia conferiscono attualmente ai coloni il controllo su circa il 14%
della Cisgiordania Occupata, ovvero almeno 786 chilometri quadrati.
Sfollamento sotto pressione
Sul campo, questi cambiamenti sono accompagnati da una crescente pressione sulle
comunità palestinesi.
Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli
Affari Umanitari (UN.OCHA), citati da Amnesty International, 117 comunità
prevalentemente beduine e di pastori nella Cisgiordania Occupata hanno subito
uno sfollamento totale o parziale tra gennaio 2023 e aprile 2026 a seguito di
attacchi dei coloni e delle relative restrizioni di accesso.
In alcune zone della Valle del Giordano e sulle colline intorno a Ramallah, gli
attacchi dei gruppi di coloni hanno portato alla distruzione di case e
infrastrutture. In alcuni casi, intere comunità sono state costrette ad
abbandonare le proprie case da un giorno all’altro.
In un caso, una comunità ad Al-Mu’arajat è stata completamente sfollata dopo che
le case sono state demolite e le infrastrutture saccheggiate. A Ras Ein al-Auja,
vicino a Gerico, le famiglie beduine sono state costrette ad andarsene dopo che
gli avamposti dei coloni hanno bloccato l’accesso ai pascoli e compromesso i
loro mezzi di sussistenza.
Le testimonianze provenienti dalle zone colpite descrivono veicoli che entrano a
velocità sostenuta, danni alle proprietà e il sequestro di risorse di base. Sono
stati segnalati anche episodi mortali, con residenti uccisi durante gli scontri.
Per molti, rimanere sulle proprie terre è diventato sempre più difficile. La
pressione aumenta attraverso canali legali, economici e fisici.
Un sistema, non episodi isolati
Le prove suggeriscono che la violenza dei coloni non sia casuale, ma operi
all’interno di un quadro organizzato e supportato dalle istituzioni statali.
I dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din mostrano che
la stragrande maggioranza delle denunce relative alla violenza dei coloni viene
archiviata senza che vengano presentate accuse.
La supervisione della polizia è affidata al Ministro della Sicurezza Nazionale,
l’estremista Itamar Ben Gvir. Rapporti provenienti dall’interno dell’esercito
israeliano descrivono a volte una coordinazione tra soldati ed elementi dei
coloni, o una mancanza di intervento durante gli incidenti.
Il supporto ha assunto anche una forma amministrativa. Sono state istituite
unità dedicate per lavorare con i gruppi giovanili dei coloni, insieme a
finanziamenti per attrezzature utilizzate nelle aree remote.
Anche la retorica politica ha suscitato critiche. Il Primo Ministro israeliano
Benjamin Netanyahu ha ripetutamente descritto i coloni violenti come “una
manciata di estremisti”. L’effetto cumulativo è un sistema che permette a queste
dinamiche di persistere, operando con continuità anziché con discontinuità.
Linee di faglia regionali
Gli sviluppi hanno suscitato reazioni da parte di attori regionali e
internazionali, fondate su quadri giuridici.
La Corte Internazionale di Giustizia, nel suo parere consultivo del 2024, ha
stabilito che le politiche e le pratiche di Israele nella Cisgiordania Occupata
e a Gerusalemme Est violano il Diritto Internazionale. La confisca di terre e il
trasferimento di popolazione sono stati identificati come illegali.
La confisca di terre e il trasferimento di popolazione sono vietati dalla Quarta
Convenzione di Ginevra e confermati come illegali dalla Risoluzione 2334 del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
I governi di Giordania, Egitto, Qatar e Turchia hanno descritto le politiche
attuali come una forma di annessione che mina le basi per una soluzione
politica.
Per la Giordania, la questione assume un peso ancora maggiore, toccando i
fondamenti dell’accordo di pace del 1994 con Israele.
Le risposte occidentali sono rimaste in gran parte di natura dichiarativa.
L’opposizione all’annessione formale non si è tradotta in un arresto della
crescita degli insediamenti o dell’espansione delle infrastrutture.
I cambiamenti continuano attraverso i canali amministrativi, con ogni passo che
si basa sul precedente. Quello che era iniziato come un progetto di
registrazione ora si estende attraverso la terra, la legge e il controllo in
tutta la Cisgiordania Occupata, portato avanti attraverso procedure e
consolidato sul territorio.
Tra fascicoli legali, colline e villaggi che si svuotano, la mappa viene
ridisegnata senza una dichiarazione formale.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
In SudAfrica numerose attività commerciali chiuse e polizia dispiegata per le
strade a seguito di manifestazioni anti-migranti.
da Radio Onda d’Urto
Scade infatti oggi, martedì 30 giugno, la deadline fissata al governo
sudafricano da “March and March”, organizzazione dai marcati tratti xenofobi che
punta a cacciare tutti i migranti dal Paese. March and March è stata
protagonista negli ultimi mesi di campagne di intimidazione che hanno alimentato
violenze contro migranti africani in diverse aree del paese, provocando la fuga
di migliaia di persone nei Paesi limitrofi.
March and March è nata nel marzo 2025 ed è guidata da Jacinta Ngobese-Zuma, ex
giornalista radiofonica. Radicata in KwaZulu-Natal, con epicentro a Durban, il
movimento sembra essere appoggiato da sponde politiche come il MK Party dell’ex
presidente Zuma, ActionSA e l’Inkatha Freedom Party (raggruppamento zulu
conversatore).
Il governo Ramaphosa ha assunto, al riguardo, un atteggiamento ambivalente. Da
quando le proteste contro migranti e rifugiati sono riesplose sono aumentati gli
arresti e i rimpatri, guidati soprattutto dal Department of Home Affairs: oltre
100mila deportazioni dall’insediamento del governo di unità nazionale nel 2024.
Deportazioni che sono drasticamente accelerate nelle ultime settimane. Al
contempo, il governo, assieme alle agenzie Onu, ha avviato incontri
istituzionali a cui siedono allo stesso tavolo rappresentanti delle comunità
migranti e portavoce delle proteste xenofobe.
Secondo Al Jazeera, i “manifestanti provengono sia dalla classe media
sudafricana sia dalla classe operaia. Molti di loro sono laureati ma non
riescono a trovare un lavoro. In Sudafrica il tasso di disoccupazione è infatti
superiore al 30%; tra gli under 35, sfiora il 45%”.
Sulla situazione in SudAfrica abbiamo chiesto su Radio Onda d’Urto un commento
ad Alberto Magnani, giornalista e africanista
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Federico
Giusti della CUB Pisa e del blog delegati e lavoratori sul discusso
provvedimento del governo che introduce dal 1 luglio 2026 la CIG in caso di
caldo estremo.
con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati nel merito del provvedimento che
tutela i lavoratori dalle situazioni climatiche eccezionali, ma con fondi
dimezzati rispetto allo scorso anno e:
* nonostante le ondate di calore fuori misura di queste settimane la copertura
è prevista dal primo luglio
* sono esclusi i rider, il settore della pesca, li stagionali del turismo,
lavoratori autonomi, le partite Iva e tutte le categorie che non rientrano
nel sistema degli ammortizzatori sociali richiamato dal decreto
Buon ascolto
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
Il secondo argomento della puntata ha riguardato le lotte dei lavoratori nel
mondo della logistica piemontese. In collegamento telefonico con Fabio del
SiCobas Piemonte siamo andati nello specifico a raccontare le vicende che hanno
riguardato lo stabilimento in quel di Tortona di IN’S discount. Questi
lavoratori, stanchi di turni di lavoro mal organizzati, ticket mensa di importo
insufficiente ma soprattutto dei soprusi ai loro danni, agiti da un preposto che
creava un clima di terrore all’interno dello stabilimento (oltre a che essere
accusato dai lavoratori di veri e propri episodi di violenza fisica e razzismo),
hanno deciso di mobilitarsi mettendosi in presidio davanti agli stabilimenti di
IN’S con l’intento di bloccare il traffico delle merci. La loro iniziativa ha
funzionato talmente bene, da rendere la loro lotta nota a tutta la clientela del
marchio di discount, che non ha potuto per più di una settimana riempire gli
scaffali dei loro punti vendita. Dopo varie fumate nere arrivate dopo i colloqui
in prefettura, tentativi di sfondamento del picchetto da parte di camionisti,
cariche della polizia a tutela dei padroni, i lavoratori e il sindacato di base,
sono riusciti ad ottenere quello che volevano, confermando che in questo come in
altri ambiti è solo la lotta che paga.
Buon ascolto
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto tramite un contributo
registrato preparato dalla redazione di Radio Blackout:
Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante
Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori
addetti alle cucine.
Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due
lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso
l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e
compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le
clienti.
Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad
emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare
condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire
il riconoscimento del permesso di soggiorno.
Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione.
AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle
ore 18
PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18
Buon ascolto
Dopo il trasferimento di Pietro nel carcere di Terni, apprendiamo che altri
compagni sono stati trasferiti: Bibi e Tony nel carcere di Rossano Calabro,
Stefano sempre a Terni, Nico a Ferrara (tutti in sezioni AS 2) . Micol resta a
Rebibbia, Arnau a Regina Coeli.
Sotto gli indirizzi aggiornati, scriviamogli!
Stefano Marri
C.C. di Terni – Strada delle Campore 32
05100 – Terni (TR)
Pietro Rosetti
C.C di Terni – Strada delle Campore 32
05100 – Terni (TR)
(Tony) Andrea Toniolo
C.C. di Rossano – Contrada Ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)
(Bibi) Francesco Benedetti
C.C di Rossano – Contrada Ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)
Nico Aurigemma
C.C. di Ferrara – Via Arginone 327
44122 – Ferrara (FE)
Arnau Vallet Casadevall
Regina Coeli
via della Lungara 29
00165 Roma
Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile – Via Bartolo Longo 92
00156 – Roma (RM)
Foto della redazione
Potrebbe essere un giovedì qualsiasi, e invece il centro storico di Napoli è
invaso da forze di polizia di ogni genere, dopo i fatti di cronaca nera avvenuti
in settimana in uno dei quartieri popolari della città. A piazza Plebiscito, di
fronte alla Prefettura, centinaia di persone protestano con una conferenza
stampa e un corteo per l’improvvisa e allo stato immotivata interruzione di un
progetto per inserimento al lavoro che li coinvolge. «Siamo lavoratori – ci
tengono a specificare in più di un intervento al microfono – perché abbiamo
firmato dei contratti di tirocinio formativo; non più disoccupati organizzati, e
faremo valere i nostri diritti in maniera ancora più decisa di come abbiamo
fatto in tutti questi anni».
Dopo un decennio di lotta, infatti, e superando ostacoli talvolta da teatro
dell’assurdo, gli uomini e le donne dei Disoccupati 7 Novembre e del Cantiere
167 di Scampia, sono riusciti a ottenere l’avvio di tirocini formativi annuali,
con la prospettiva di un inserimento lavorativo nelle cooperative comunali che
si occupano di manutenzione del verde, strade e sorveglianza dei beni culturali
della città.
Mentre il percorso dei tirocini procedeva per circa mille e duecento persone,
però, all’improvviso, la scorsa settimana, Sviluppo Italia, società del
ministero che gestisce il progetto, ne ha comunicato la sospensione in
autotutela. Il motivo consisterebbe in alcune presunte irregolarità procedurali,
non dipendenti certo dalla sfiancante trafila burocratica che i due movimenti e
i loro iscritti hanno dovuto affrontare. «Centinaia di persone hanno rinunciato
in questi mesi a un’occupazione informale o a indennità che percepivano e che in
molti casi erano più consistenti economicamente rispetto ai seicento euro
percepibili con il tirocinio», spiegano alla stampa i referenti del movimento.
«Lo hanno fatto perché l’obiettivo della nostra lotta è sempre stato il lavoro,
e questo tirocinio era propedeutico all’inserimento in cooperativa. Ora,
all’improvviso, il progetto viene sospeso per responsabilità istituzionali,
lasciando senza alcun sostentamento un migliaio di persone. Chi si è preso la
responsabilità di questa scelta non ha la minima idea di cosa ha combinato!».
Prima della conferenza, e dopo il corteo conclusosi con un sit-in di protesta al
Molosiglio, dove a presentare un libro c’erano Giuseppe Conte, il sindaco
Manfredi e il governatore Fico, le istituzioni hanno comunicato che ci saranno
da attendere la conclusione di un’istruttoria che dovrà stabilire eventuali
irregolarità. Ma i tirocinanti non hanno intenzione di aspettare a tempo
indeterminato. «Qualora dovessero emergere problematiche di carattere
procedurale, queste non sono di nostra responsabilità. I tempi, in ogni caso,
non dobbiamo farli decidere a loro. A partire da oggi rilanciamo una nuova
campagna di lotta, perché passi chiaro il messaggio che il problema va risolto,
e in fretta. Questi lavoratori hanno firmato un contratto e devono cominciare o
riprendere il proprio percorso, non possono arrivare alla fine del mese senza
percepire ciò che gli spetterebbe per il lavoro che stanno facendo».
Non è la prima volta, va ricordato, che la lotta dei disoccupati organizzati
incontra ostacoli inattesi proprio quando il percorso sembra incanalato verso un
esito positivo. E non è la prima volta che, esattamente come sta accadendo oggi,
esponenti politici locali di piccolo cabotaggio provano a cavalcare questi corti
circuiti amministrativi nel tentativo di mettere i disoccupati uno contro
l’altro, screditando gli esponenti più in vista del movimento per tornare a
imporre il vecchio approccio clientelare, tanto più con l’avvicinarsi delle
elezioni amministrative. Lasciare senza risposte centinaia di persone, fomentare
l’incertezza, questionare l’efficacia di un lungo percorso di lotta, insinuare
in tanti uomini e donne l’idea che la promessa elettorale possa avere esiti più
fruttuosi rispetto alla legittima e radicale rivendicazione di un posto di
lavoro, è un vecchio tentativo che la storia politica della città conosce bene.
Prefettura, enti locali e ministero del lavoro hanno il dovere di riattivare
immediatamente i tirocini, intervenendo se necessario sui responsabili delle
incongruenze, evitando l’esplosione di una nuova emergenza di cui la città non
ha certo bisogno. (riccardo rosa)
«Rama deve andarsene» è lo slogan dei manifestanti a Tirana. La protesta è
scaturita dalle avventure immobiliari nell’isola di Sazan del genero di Trump
jared Kushner ma ormai mette in discussione un intero sistema di potere
L'articolo Albania, la rivoluzione dei fenicotteri sfida il leader preferito
dall’Ue proviene da IrpiMedia.
Ci sono date che non appartengono al passato. Date che, ogni anno, tornano a
ricordarci non soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che siamo ancora chiamati a
fare. Il […]
The post 27 giugno e 3 luglio 2011: 15 anni di lotta e resistenza! first
appeared on notav.info.