di Mauro Armanino Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza
dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite
a cui attribuiamo …
All’interno dell’Iran la guerra sta generando una crisi economica fortissima con
ampie fasce della popolazione che ormai vivono al di sotto della soglia di
povertà ma al contempo si assiste ad una inevitabile crescita di un sentimento
nazionalista, che non necessariamente coincide con un consenso verso il regime.
Cresce un sentimento di solidarietà civile reciproca che si esprime anche nei
raduni notturni chiamati dal regime in piazza , in queste circostanze si
manifesta anche in forma di veri e propri “happening” l’insofferenza verso la
repressione , la stanchezza per la guerra e la crisi economica . Le notizie dal
paese sono scarse e difficili da reperire con regolarità ,il movimento di
opposizione che si è manifestato verso dicembre/gennaio e che ha subito una
feroce repressione ha trasformato, a causa della situazione di guerra ,la
propria natura in una rete di cura. Si sono costruite nei quartieri mense
popolari ,casse di sostegno , ci si sostiene a vicenda ,ma si protesta anche
contro l’aumento delle condanne a morte degli oppositori .Uno sciopero della
fame è in corso in più di 60 carceri iraniani proprio per denunciare le
esecuzioni ,si articolano proteste nelle università contro leggi che impediscono
la collaborazione con enti universitari stranieri . L’effetto dell’ultima ondata
di sanzioni ha avuto un impatto sproporzionato sulla popolazione civile del
paese e sul settore dell’istruzione in particolare. Le precedenti sanzioni hanno
contribuito a rendere gli iraniani più poveri innescando un collasso valutario,
portando a un aumento dei prezzi di cibo e medicine. Hanno isolato
finanziariamente gli iraniani attraverso trasferimenti bancari bloccati e
l’esclusione digitale attraverso software, servizi cloud e piattaforme limitate
. l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro degli Stati Uniti ha
anche sospeso a tempo indeterminato le licenze generali relative all’istruzione
che hanno consentito una cooperazione limitata con l’Iran da parte di università
o persone americane, inclusi ma non limitati a programmi di scambio accademico e
alcuni servizi di istruzione senza scopo di lucro. Duolingo, la società di
tecnologia educativa americana che offre app di apprendimento e certificazioni
linguistiche, ha deciso di vietare i test di lingua inglese per tutti gli utenti
in possesso solo di un documento d’identità iraniano. A seguito del perverso
meccanismo delle sanzioni secondarie gli studenti iraniani che cercano di
perseguire titoli accademici al di fuori dell’Iran hanno osservato che diverse
università in Australia, Norvegia e Regno Unito mettono in pausa le domande di
dottorato, sponsorizzazioni o iscrizioni per gli iraniani negli ultimi mesi. La
guerra ha rafforzato l’oligarchia affaristico militare dei Pasdaran che
controllano l’economia delle sanzioni ,mentre la classe media che sosteneva il
regime sta evaporando sotto i colpi della crisi economica e della guerra che
impone una spesa pari al 25% del budget statale.
Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa
della storia dell’Iran.
di Alessandro Canella* Da Francesca Albanese ad Autistici/Inventati, dai registi
di “Naza” alle multe agli attivisti. Il nuovo strumento per zittire il dissenso
è la repressione economica. Laddove la vecchia …
L’ex generale contestato oggi da centinaia di persone a Torino. Di seguito il
comunicato congiunto di diverse realtà torinesi che hanno partecipato alla
mobilitazione.
Da Network Antagonista Torinese, Collettivo Universitario Autonomo Torino,
Studenti Indipendenti, Extinction Rebellion e Oltre – Torino.
Oggi in centinaia alle otto di mattina ci si è ritrovati fuori dall’hotel dove
l’ex generale era ospite di un convegno sulla sicurezza urbana, inizialmente
sarebbe dovuta essere una “formazione” per le forze di polizia.
Vannacci si rappresenta come outsider quando è finanziato dagli Stati Uniti, si
presenta come l’uomo contro il riarmo quando da buon militare vorrebbe vederci
tutti e tutte soldati e sostiene da sempre il genocidio in Palestina. Vannacci
dice che chi lo contesta “non è democratico”.
Vannacci a Torino è stato contestato da giovani e meno giovani, Torino oggi ha
chiarito una cosa molto semplice: chi contribuisce a una guerra che non
vogliamo, chi usa il tema della sicurezza per dividere, chi sostiene che i
femminicidi non esistano, chi è dichiaratamente sionista non ha nessuna
legittimità.
Il tour dell’ex generale non sarà certamente finito e, in giro per l’Italia
dovremo assistere a ulteriori teatrini, ma in ogni città certamente troverà chi
non ha intenzione di fargli fare la parte di quello “anti-sistema” . In ogni
città c’è chi sa bene da che parte stare per lottare contro il riarmo e la
guerra.
Nessun generale per nessuna guerra, Torino non ti vuole, tutta Italia non ti
vuole!
Di seguito una corrispondenza di Radio Onda d’Urto
A Torino mobilitazione dal primo mattino e fino a mezzogiorno, venerdì 18
settembre, con diverse centinaia di persone a circondare l’Nh Hotel di corso
Vittorio Emanuele II, dove il leader dell’estrema destra di Futuro Nazionale
Roberto Vannacci ha partecipato al convegno (mezzo vuoto, guardando le sedie in
sala, dove si è palesato sul finire pure Vittorio Feltri) su ‘Insicurezza
urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori’, organizzato
dal sindacato Fsp della Polizia di Stato.
“Nessun generale per nessuna guerra, Vannacci fuori da Torino” è lo striscione
di testa dei manifestanti, chiamati in piazza dal Network Antagonista Torinese e
bloccati a distanza dall’hotel da un ingente schieramento poliziesco. Dopo un
lungo fronteggiamento, il presidio è diventato un corteo in quartiere, cercando
altri varchi per avvicinarsi all’Nh hotel e al convegno vannacciano,
blindatissimo, per concludersi attorno a mezzogiorno, rilanciando altre scadenze
di lotta per i prossimi giorni.
Da Torino su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con Nina, studentessa
universitaria e compagna del Cua
Il primo argomento della serata è stato quello della repressione sui posti di
lavoro, infatti in collegamento con Margherita Napoletano abbiamo spiegato le
ragioni che hanno portato CUB Milano ad indire un corteo cittadino per sabato 19
settembre su questo tema.
Oltre a ripercorre le vicende che hanno visto la storica rappresentante
sindacale dell’ ospedale San Raffaele venire licenziata per motivi pretestuosi,
abbiamo tracciato un quadro generale sulla situazione licenziamenti repressivi e
generica agibilità sindacale in Italia. Saranno proprio le diverse tappe del
corteo a raccontare ognuna una storia di repressione sul luogo di lavoro, ma
anche gli interventi e le partecipazioni di Simone Vivoli licenziato da TIM e
Delio Fantasia licenziato da Stellantis a scandire il concetto che nonostante
tutto la lotta di lavoratori e lavoratrici per migliori condizioni di lavoro non
si arrestano.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento lo abbiamo realizzato in compagnia telefonica di
Umberto Ottone di CUB Università e ricerca sulla “proposta” attivata dal
Ministro Validità sulla possibilità di aderire ad un’ assicurazione integrata
privata da parte del personale docente e ATA delle scuole italiane. Dal
comunicato a riguardo pubblicato dal sindacato di base:
” La CUB SUR contrasta con forza l’assicurazione sanitaria integrativa per il
personale della scuola in quanto riduce i finanziamenti all’istruzione e
contribuisce allo smantellamento del welfare trasferendo il denaro dai
lavoratori ai padroni del mondo finanziario.
La CUB SUR si impegna invece a promuovere campagne di lotte per la difesa della
sanità pubblica, dell’istruzione statale e dei salari.
Sappi che se aderisci all’ “allettante” offerta del Ministro Valditara:
• Porterai soldi alla sanità privata
• Contribuirai alla distruzione della sanità pubblica
• Finanzierai la guerra
• Non godrai di reali benefici
• I tuoi soldi saranno usati per le peggiori operazioni finanziarie nel mondo
• Danneggerai l’economia del tuo Paese
• Impoverirai le finanze del tuo Stato
• Sosterrai l’economia degli Stati Uniti
• Non avrai una vera e garantita copertura sanitaria totale
Prenditi il tuo tempo e informati a dovere prima di aderire !“
Buon ascolto
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Il terzo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Ernesto
dello Slai Cobas Taranto sulle 2.500 lettere di licenziamento collettivo per
lavoratori dell’indotto ex Ilva di Taranto.
La vicenda del tentato licenziamento di 2.500 operai dell’indotto
dell’ex Ilva di Taranto rappresenta un capitolo cruciale dello scontro in atto
tra il capitale industriale e la forza lavoro.
A inizio settembre, le aziende dell’indotto (rappresentate da Aigi) hanno
avviato la procedura di licenziamento collettivo per 2.500 operai. Questo atto è
stato denunciato dal sindacalismo di base come il braccio di ferro dei privati
sulla pelle dei lavoratori, finalizzato a scaricare sui subordinati i costi
della crisi strutturale dello stabilimento. Di fronte allo spettro di una
gravissima “bomba
sociale” e alla minaccia di una mobilitazione di massa nel territorio
tarantino, l’associazione padronale ha dovuto fare momentaneamente marcia
indietro, decretando la sospensione temporanea delle procedure di licenziamento.
Il congelamento degli esuberi viene interpretato come una tregua armata dettata
dalla paura del conflitto operaio e della destabilizzazione istituzionale. La
vertenza rimane aperta come uno dei
principali terreni di lotta di classe sul territorio nazionale, dove la
difesa del posto di lavoro si scontra direttamente con le logiche del profitto
privato e dell’indifferenza statale. A questo si vanno ad aggiungere le gravi
dichiarazioni dell’ammiraglio NATO cavo dragone che conferma la creazione a
Taranto del comando nato del sud ed il ruolo strategico della città nei piani di
guerra.
Buon ascolto
Un articolo Di FRANCESCO CAPPELLO apparso sul blog Seminare Domande
Quando il calcolo diventa bersaglio militare. L’impatto economico, ecologico e
militare delle cattedrali digitali sul territorio piemontese. L’impatto dei mega
data center sul sistema territoriale torinese: speculazione infrastrutturale,
reti di produzione energetica rinnovabile, sistemi di accumulo energetico BESS e
profili di rischio dual-use
Sul territorio della città metropolitana di Torino e dell’area piemontese si sta
consumando una delle più imponenti operazioni di riconversione urbanistica ed
energetica della storia recente, perfettamente integrata nella logica di
militarizzazione del calcolo, riarmo tecnologico e controllo sociale che
caratterizza la corsa globale all’Intelligenza Artificiale.
Il capoluogo sabaudo e la sua prima cintura non rappresentano una scelta
casuale: la presenza di un solido tessuto industriale automobilistico in via di
dismissione, l’estesa disponibilità di aree produttive dismesse da
riqualificare, la vicinanza strategica con lo snodo finanziario e digitale di
Milano e una rete di trasmissione elettrica ad alta tensione ereditata dai
complessi manufatturieri del Novecento rendono la provincia di Torino il secondo
polo d’attrazione nazionale per le cattedrali informatiche, posizionandosi
subito dietro l’area milanese.
I dati forniti dal gestore della rete elettrica nazionale Terna registrano una
pressione senza precedenti sul territorio piemontese, dove si concentrano 64
istanze ufficiali di prenotazione di potenza per oltre 13 gigawatt complessivi.
La sola provincia di Torino assorbe 43 pratiche per una potenza teorica
richiesta pari a oltre 8 gigawatt, trasformando la mappa dei comuni
dell’hinterland in una scacchiera di speculazione infrastrutturale dove la
disponibilità di suolo, acqua ed elettricità pubblica rischia di essere
larghissimamente asservita alle esigenze dei grandi complessi di elaborazione
dati.
Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario distinguere il
quadro delle infrastrutture tra i nodi già operativi, i progetti che hanno
ottenuto le necessarie autorizzazioni urbanistiche e la marea di istanze ancora
in attesa di valutazione.
La geografia delle strutture già realizzate e pienamente operative mappa
l’architettura digitale civile e istituzionale che per decenni ha servito il
territorio, prima dell’avvento dei colossi hyperscale. In Torino città figurano
14 impianti consolidati di medie e piccole dimensioni. Tra questi spicca
l’infrastruttura pubblica gestita dalla società in-house CSI Piemonte nelle sedi
di Via Monastir e Corso Unione Sovietica, che costituisce il cuore
dell’elaborazione dati per la Città di Torino, la Regione e le pubbliche
amministrazioni locali; la struttura è accreditata dall’Agenzia per la
Cybersicurezza Nazionale ed è candidata a Polo Strategico Nazionale (PSN) per la
custodia e la gestione dei dati critici, sanitari e strategici pubblici.
A questo nodo si affiancano i data center proprietari dei grandi gruppi
industriali, bancari e di telecomunicazione, come la struttura TIM di Via Oreste
Mattirolo, i centri elaborazione dati del gruppo Intesa Sanpaolo dedicati alla
gestione delle transazioni finanziarie e della profilazione creditizia, i nodi
di Fastweb e Iren, nonché il centro tecnologico operativo di Noovle (società
cloud della galassia TIM) a Settimo Torinese.
Questi centri rappresentano l’ossatura della prima fase digitale, improntata
alla gestione dei servizi locali e aziendali, ben diversa dall’impatto
distruttivo e vorace dei complessi di nuova generazione a servizio delle
piattaforme algoritmiche internazionali.
Sul fronte dei data center autorizzati e in fase avanzata di iter urbanistico,
le varianti adottate dai vari consigli comunali delineano progetti
circostanziati che convertono siti produttivi dismessi o terreni agricoli in
infrastrutture ad alta densità per l’elaborazione di dati della pubblica
amministrazione, della logistica avanzata, dell’industria strategica, della
sicurezza e della difesa (guerra ibrida, cyber sicurezza, Defence cloud e guerra
multi dominio).
A Caselle Torinese la variante numero 3 al Piano Regolatore Generale, approvata
all’unanimità dal Consiglio Comunale e supportata da compensazioni ambientali
negoziate con l’Ente Parco La Mandria per interventi di deimpermeabilizzazione e
forestazione urbana, ha trasformato la destinazione d’uso di 450 mila metri
quadrati delle aree Ata vicine all’aeroporto “Sandro Pertini” da commerciale a
industriale produttiva ad alta tecnologia. Su questa variante si innesta il
progetto promosso dal colosso immobiliare Hines, che prevede un campus di sei
edifci industriali per oltre 150 mila metri quadrati coperti più un fabbricato
d’appoggio tecnologico, con una richiesta di potenza elettrica di 250 megawatt e
un investimento di 500 milioni di euro.
La posizione adiacente allo scalo aeroportuale e ai vettori di telecomunicazione
lo candida all’elaborazione di dati logistici, aerospaziali e di pubblica
sicurezza.
A Moncalieri, la riconversione urbanistica interessa lo storico stabilimento
dell’ex Ilte (Industria Libraria Tipografica Editrice) di Via Postiglione,
chiuso nel 2016 e acquistato nel 2022 per 9 milioni di euro dal tribunale
fallimentare di Roma da parte di LCP (Logistics Capital Partners), fondo
internazionale attivo nel real estate e nella logistica. Il progetto, che ha già
ottenuto il parere positivo degli uffici comunali nel marzo 2026 e si trova al
centro delle discussioni sulle compensazioni ambientali, prevede la costruzione
di uno dei poli informatici più grandi d’Italia: un campus di quattro grandi
edifici per 270 mila metri quadrati di superficie complessiva e una potenza
elettrica di ben 576 megawatt. Si tratta di una potenza persino superiore a
quella prevista per il mega-impianto nell’area dell’ex centrale di Trino
Vercellese (compreso tra i 300 e i 400 MW con 4,5 miliardi di investimento), per
un valore economico complessivo stimato in oltre 4,5 miliardi di euro e
un’occupazione dichiarata di 400 posti di lavoro. Attorno al cuore tecnologico
dedicato ai server sono previsti uffici, parcheggi, viabilità interna, aree
verdi e un impianto fotovoltaico dedicato. Il passaggio dallo stabilimento
fondato nel 1975 che per decenni ha stampato le Pagine Gialle, quotidiani e
riviste nazionali a una mega-fabbrica del calcolo ad altissima densità per i big
data segna la conversione simbolo della cintura sud torinese.
Sempre sul fronte delle varianti urbanistiche avviate per la logistica
industriale e i servizi di calcolo figurano i terreni dell’ex Fiat Ricambi, che
coprono oltre un milione di metri quadrati a cavallo tra i comuni di None e
Volvera (con estensioni verso Moncalieri e Nichelino) e vedono istanze di
potenza superiori a 600 megawatt.
A Torrazza Piemonte le varianti sulle aree delle ex fornaci mirano a consentire
la demolizione e ricostruzione per far posto a un polo di calcolo orientato
all’IA, mentre a Montanaro la società FCV (FCV, Real Estate Development, è una
società di promozione, sviluppo e gestione immobiliare) ha avviato le
interlocuzioni urbanistiche per un “Data Center hub” su un’area di 412 mila
metri quadrati.
Nel capoluogo, la Cittadella dell’Aerospazio di Corso Marche rappresenta
l’esempio più stringente di integrazione tra urbanistica, “difesa” e gestione
dati: nel perimetro riqualificato ex Alenia, la variante urbanistica si
intreccia con i progetti del gruppo Leonardo e dei centri di ricerca per
l’installazione di un supercomputer e data center dedicato all’elaborazione dei
dati della ricerca aerospaziale, dei sistemi di navigazione satellitare e
militare.
La categoria di gran lunga più critica e pervasiva è infine quella dei data
center richiesti e ancora privi di autorizzazione finale, che compongono una
marea speculativa di prenotazione energetica in attesa delle procedure uniche di
VIA e AIA.
A Torino città, nel quartiere Lucento, la riqualificazione dell’ex Laminatoio
Bonafous vede protagonista la società Reba Projects, riconducibile al gruppo
Asja Energy di Agostino Re Rebaudengo. Il progetto di trasformazione dell’area
industriale dismessa prevede l’insediamento di un data center con una potenza di
carico iniziale di 125 megawatt e una capacità d’espansione programmata oltre i
300 megawatt, per un investimento finanziario che parte da oltre un miliardo di
euro. L’infrastruttura è nativamente concepita per supportare il calcolo
intensivo dell’Intelligenza Artificiale e la gestione di grandi moli di dati a
servizio del tessuto economico ed economico-statale.
In cima alla classifica per potenza richiesta figura il Comune di Grugliasco,
dove sull’area ex Pininfarina di Borgata Lesna la variante urbanistica riguarda
un primo modulo di circa 58 mila metri quadrati, con una potenza di progetto
indicata nell’ordine dei 200 megawatt e un investimento stimato in circa 4
miliardi di euro, a fronte di almeno 200 posti di lavoro promessi. L’operazione
è seguita da Added Value Capital e dall’imprenditore Alfiero Massimini, che
agiscono da intermediari; il nome dell’utilizzatore finale del data center non è
stato reso pubblico. Il 30 giugno 2026 il Consiglio comunale di Grugliasco ha
approvato, con 17 voti favorevoli, la delibera che riconosce l’interesse
pubblico alla deroga urbanistica richiesta per l’intervento. Considerando però
l’intero comparto industriale dismesso di Grugliasco, risulta depositata a Terna
una richiesta di allaccio alla rete per l’incredibile potenza complessiva di
1,23 gigawatt (pensata per grandi cluster di supercalcolo per l’IA) con impatti
idrici massicci per il raffreddamento, un dato che supera di circa sei volte la
potenza dichiarata per il solo progetto ex Pininfarina, e che lascia aperti
interrogativi su quali ulteriori ampliamenti, margini tecnici o progetti
paralleli possano comporlo.
Nel capoluogo, a Torino città, le pratiche complessive presentate a Terna
sfiorano 1,09 gigawatt di richiesta, focalizzandosi sul recupero di vecchi
immobili industriali e scali ferroviari.
A Settimo Torinese, oltre al polo già operativo di Noovle, si registrano ben
otto manifestazioni di interesse presentate al Comune per un volume potenziale
di potenza richiesta pari a 1,05 gigawatt. La spinta speculativa si estende a
raggiera lungo i principali corridoi energetici della provincia, dove sono state
depositate decine di istanze pendenti nei comuni di Chivasso, Rivalta di Torino
e Collegno per sfruttare le vicine sottostazioni elettriche ad alta tensione e i
canali di raffreddamento idrico. A questa pressione sulla provincia torinese si
affiancano, a pochissima distanza dai confini provinciali, i progetti di
mega-impianti come quello pianificato nell’area dell’ex centrale termoelettrica
di Trino Vercellese, da oltre 4,5 miliardi di euro, concepito per agire in
stretta sinergia con la rete di calcolo dell’area metropolitana di Torino.
L’analisi a largo spettro dei portali istituzionali, dai bollettini ufficiali
della Regione Piemonte ai documenti di programmazione urbanistica comunali e
alle rilevazioni di Terna, evidenzia come questo sviluppo incontrollato proceda
in assenza di una pianificazione territoriale coordinata capace di valutare gli
impatti cumulativi. La corsa all’autorizzazione dei data center nell’area
torinese non risponde a una visione di sviluppo sostenibile o di utilità sociale
per la popolazione locale, ma si inserisce perfettamente nella dinamica di
accaparramento delle risorse energetiche e idriche del territorio per
alimentarne la voracità, sostenendo i modelli di intelligenza artificiale, le
piattaforme di sorveglianza digitale e i sistemi informativi a supporto della
finanza globale e del riarmo bellico.
Per comprendere la reale portata dell’impatto territoriale che sarà generato dai
data center nella città metropolitana di Torino, è necessario analizzare il
sistema di approvvigionamento energetico dedicato. La transizione verso le fonti
pulite per queste infrastrutture rappresenta un vincolo economico e finanziario
stringente: l’accesso ai capitali internazionali, ai fondi europei e alle linee
di credito dei grandi asset manager globali è subordinato al rispetto dei
criteri ESG (Environmental, Social, and Governance) e alla stipula di contratti
a lungo termine per l’acquisto di sola energia rinnovabile (Corporate Power
Purchase Agreements – PPA).
Questa esigenza finanziaria si scontra con una contraddizione fisica
fondamentale: i data center dedicati all’Intelligenza Artificiale, alla finanza
e al sistema di guerra richiedono un carico elettrico continuo e costante
(baseload), attivo 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno, laddove la produzione
eolica e solare è per sua natura intermittente e dipendente dalle condizioni
atmosferiche. Per evitare il ricorso alle fonti fossili della rete nazionale,
che vanificherebbe le certificazioni necessarie per intercettare i mercati
finanziari, l’ecosistema industriale piemontese sta subendo una trasformazione
infrastrutturale coordinata. Questa riorganizzazione poggia sulla proliferazione
di maxi-impianti di Fonti di Energia Rinnovabile (FER) e sull’installazione di
gigafactory di accumulo elettrochimico tramite batterie (Battery Energy Storage
Systems – BESS).
La dimensione di questo fenomeno trova riscontro nei dati istituzionali della
Regione Piemonte e del Consiglio Regionale, che in attuazione della normativa
nazionale sulle aree idonee e sul riparto del burden sharing hanno fissato
l’obiettivo vincolante di installare 4.991 megawatt (pari a quasi 5 gigawatt) di
nuova potenza da fonti rinnovabili entro il 2030. La sola provincia di Torino
riveste un ruolo primario in questo piano, assorbendo una quota rilevante delle
nuove istanze di impianti fotovoltaici a terra e agrivoltaici avanzati. La
pressione sulle superfici agricole del Canavese, del Pinerolese e della pianura
torinese è direttamente correlata alla domanda di energia dei data center: le 43
pratiche pendenti o autorizzate nella provincia torinese richiedono oltre 8
gigawatt di potenza teorica complessiva, a fronte di una produzione solare che
per erogare un singolo gigawatt continuativo necessita di installazioni estese
per centinaia di ettari di terreno.
Parallelamente agli impianti di produzione, la Giunta regionale e gli enti
locali si trovano così a gestire l’esplosione delle autorizzazioni per i
sistemi di accumulo BESS di taglia industriale, indispensabili per stoccare
l’eccesso di energia diurna e rilasciarla continuamente ai server durante le ore
notturne o di buio.
Il nodo infrastrutturale torinese è diventato uno dei principali poli
d’attrazione nazionali per questi impianti. Tra le strutture già autorizzate e
in fase di cantiere spicca il mega-progetto BESS stand-alone di Rondissone,
sviluppato dalla società Aer Soléir e aggiudicatario nell’asta del Capacity
Market di Terna, che prevede un investimento di 170 milioni di euro per una
potenza di 250 megawatt e una capacità di accumulo pari a 1 gigawattora,
collocandosi tra i più grandi impianti di accumulo energetico d’Europa.
A questa struttura si affiancano decine di ulteriori istanze presentate presso
la Città Metropolitana di Torino e i comuni della prima e seconda cintura, in
particolare nei poli strategici di Chivasso, Settimo Torinese, Orbassano e lungo
l’asse della Val di Susa, dove la disponibilità di stazioni di trasformazione ad
alta tensione ereditate dal tessuto ex industriale consente l’allaccio di
“container” di batterie a litio per centinaia di megawatt aggiuntivi.
L’incastro tra la produzione rinnovabile, i sistemi BESS e le richieste dei data
center evidenzia precise criticità territoriali e sociali. La legge regionale
sulle aree idonee ha introdotto vincoli specifici per limitare il consumo di
suolo agricolo (fissando tetti massimi alla Superficie Agricola Utilizzata
comunale e distanze di rispetto), ma ha al contempo stabilito corsie
preferenziali ed esenzioni per gli impianti destinati all’autoconsumo
industriale e ai poli tecnologici, disponendo persino l’obbligo di copertura
fotovoltaica per i nuovi data center e centri logistici. Ciononostante, la
combinazione di campus per server, parchi solari estesi e container BESS sottrae
ampie porzioni di terreno, alterando inevitabilmente gli ecosistemi locali.
Si registrano inoltre profili di rischio industriale legati agli impianti BESS,
dovuti alla presenza di grandi quantitativi di batterie al litio ad alta densità
soggette al rischio di thermal runaway (incendi chimici ad alta temperatura e di
difficilissimo spegnimento) in prossimità di centri abitati o aree produttive.
Infine, l’enorme concentrazione di potenza richiesta a Terna impone massicci
interventi di adeguamento della rete elettrica ad alta tensione; le relative
opere infrastrutturali rischiano di traslare i propri costi sulla collettività
attraverso le componenti tariffarie delle bollette elettriche, mentre i benefici
del calcolo avanzato e della vendita di energia rimangono concentrati in capo ai
grandi operatori privati e ai fondi speculativi.
I data center ad alta densità di calcolo e le loro infrastrutture energetiche
d’appoggio non sono soltanto nodi strategici dell’economia e della finanza
globale, ma si configurano a tutti gli effetti come installazioni a marcata
natura dual-use, ossia a doppio uso civile e militare. La progressiva
integrazione del cloud di supercalcolo nei sistemi informativi della difesa,
nella gestione logistica delle forze armate, nell’elaborazione dell’intelligence
strategica e nella guida dei sistemi d’arma autonomi basati sull’Intelligenza
Artificiale trasforma radicalmente lo statuto di queste cattedrali digitali in
tempo di crisi o di conflitto armato.
Nel quadro delle dottrine militari contemporanee e del diritto internazionale
bellico, un centro elaborazione dati che ospita o processa flussi informativi
strategici cessa di essere una semplice struttura commerciale per assumere la
qualifica di obiettivo militare primario (key terrain informazionale). La
concentrazione sul territorio torinese di imponenti poli di calcolo, affiancati
da maxi-impianti di produzione rinnovabile e da imponenti sistemi di accumulo
BESS ad alta intensità energetica, determina così la creazione di veri e propri
bersagli strategici ad alto rischio.
In caso di escalation geopolitica o di operazioni belliche convenzionali,
cibernetiche o ibride, l’attacco diretto o il sabotaggio a queste infrastrutture
— siano essi condotti tramite attacchi informatici devastanti, droni o missili
di precisione a lungo raggio — non provocherebbe soltanto la paralisi dei
servizi digitali e il rischio di estesi blackout energetici a cascata sulla rete
civile. Un’aggressione o un incidente catastrofico su un data center o su una
gigafactory di batterie a ridosso delle aree urbane esporrebbe la popolazione
residente e i comuni limitrofi a danni collaterali devastanti, che vanno dalla
distruzione fisica del tessuto urbano circostante al rischio di incendi chimici
e tossici inestinguibili legati ai sistemi di accumulo elettrochimico,
trasformando le comunità locali nei terminali fisici di una guerra combattuta
alla velocità del calcolo algoritmico.
FONTI
* Terna S.p.A. (Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale):Rilevazioni e
dati ufficiali sulle istanze di prenotazione della potenza elettrica per i
data center in Italia e in Piemonte (95,38 GW a livello nazionale; 64 istanze
per oltre 13 GW in Piemonte; 43 pratiche per 8,08 GW nella sola provincia di
Torino; 1,23 GW a Grugliasco; 1,09 GW a Torino città; 1,05 GW a Settimo
Torinese; ~600 MW a Chivasso e ~600 MW a None).
* Sole 24 Ore (“Data center: 95 gigawatt di richieste alla rete Terna”, di
Celestina Dominelli, 23 Agosto 2026):Inquadramento economico-normativo
nazionale sul boom delle istanze di allaccio alla rete elettrica e intervista
a Laura D’Aprile (Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Mase) su linee
guida per i procedimenti di VIA/AIA e misure anti-speculazione.
* La Voce (“Data center a Chivasso, Settimo Torinese, Grugliasco. Sarà
un’invasione?”, di Liborio La Mattina, 15 Settembre 2026): Dettagli puntuali
sui progetti della cintura torinese: ex Laminatoio Bonafous a Lucento (Reba
Projects / Asja Energy da 125–300 MW), ex Pininfarina a Grugliasco (Added
Value Capital / Alfiero Massimini da 200 MW e 4 miliardi), ex Ilte a
Moncalieri, parco logistico ex Fiat Ricambi (None/Volvera), polo di Caselle
(Hines da 250 MW), Chivasso e le 8 manifestazioni di interesse a Settimo
Torinese.
* La Repubblica Torino (“Nell’ex Ilte nasce il mega data center”, di Mattia
Aimola, 2026): Dettagli ufficiali sul progetto LCP (Logistics Capital
Partners) a Moncalieri in Via Postiglione: acquisto dal tribunale
fallimentare nel 2022 per 9 milioni di euro, parere positivo degli uffici
comunali a marzo 2026, 4 edifici su 270.000 m², potenza di 576 MW, 400 posti
di lavoro e oltre 4,5 miliardi di investimento.
* Verbale di Deliberazione del Consiglio Comunale di Grugliasco (n. 41 del 30
giugno 2026): Approvazione dell’interesse pubblico per la deroga urbanistica
sull’area ex Pininfarina di Borgata Lesna (circa 58 mila m², 200 MW, 4
miliardi di euro promossi da Added Value Capital).
* Delibere e Piani Urbanistici dei Comuni di Caselle Torinese, Montanaro e
Torrazza Piemonte: Variante n. 3 al PRG di Caselle Torinese sulle aree Ata
(450 mila m² complessivi per 150 mila m² coperti dal campus Hines);
interlocuzioni del developer FCV a Montanaro (412 mila m²) e varianti sulle
ex fornaci di Torrazza Piemonte.
* Città di Torino e Regione Piemonte (CSI Piemonte, Polo Strategico Nazionale e
Cittadella dell’Aerospazio):Documentazione istituzionale sugli impianti
in-house di Via Monastir e Corso Unione Sovietica (CSI Piemonte accreditato
ACN e candidato PSN); varianti urbanistiche ex Alenia in Corso Marche per la
Cittadella dell’Aerospazio e i progetti di supercalcolo con Leonardo S.p.A.
* Regione Piemonte e Consiglio Regionale del Piemonte: Atti d’indirizzo per il
riparto del burden sharing e legge regionale sulle aree idonee per impianti a
fonti rinnovabili (target vincolante di 4.991 MW di nuova potenza FER entro
il 2030, vincoli SAU e deroghe per l’autoconsumo di poli tecnologici e data
center).
* Rinnovabili.it / SolareB2B / Energia Mercato (“Aer Soléir investe 170 milioni
in Piemonte: al via a Rondissone uno dei più grandi BESS d’Italia”,
2026): Dettagli sull’impianto BESS stand-alone di Aer Soléir a Rondissone
(250 MW / 1 GWh di capacità di accumulo, aggiudicato nell’asta Capacity
Market di Terna per 170 milioni di euro).
* UNIDIR – United Nations Institute for Disarmament Research (“Clouds of War:
The Implications of Targeting Data Centres”, Policy Note): Analisi di diritto
internazionale e dottrina bellica sul valore strategico e dual-use (civile e
militare) delle infrastrutture fisiche di calcolo e dei data center
considerati key terrain informazionali e bersagli militari.
* Modern War Institute at West Point (“Data Center Warfare: Defending the Key
Terrain of AI Infrastructure”, Policy Paper): Studi sull’integrazione tra
infrastrutture fisiche di supercalcolo per l’IA, sistemi d’arma autonomi,
difesa cibernetica e vulnerabilità bellica dei nodi energetici.
Dopo l’incendio dello scorso 29 luglio e l’evacuazione dell’immobile di via
Santa Croce in Gerusalemme, la comunità di Spin Time continua infatti la propria
mobilitazione sui temi del diritto all’abitare, della solidarietà e della
costruzione di una città inclusiva e accessibile.
Con un militante di SpinTime abbiamo ripercorso quanto successo negli scorsi
mesi e le prospettive di lotta a partire dal weekend di mobilitazione del 19|20
settembre. Il 19 settembre è previsto un corteo nazionale, con partenza da via
Santa Croce in Gerusalemme. Il 20 settembre si terrà un’assemblea, per
proseguire il confronto tra realtà sociali, associazioni, reti e movimenti.
LA CASSA T HA BISOGNO DI DONAZIONI
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(venerdì, 25 settembre 12:00)
Oltre 100 città francesi scendono in piazza questo finesettimana contro la “Loi
permis de tuer”, la “Legge licenza di uccidere” che prevede che l’utilizzo delle
armi da fuoco da parte della polizia sia sempre considerato legittimo, e che
stia alla vittima e ai suoi familiari dimostrare il contrario (qui una lista
delle mobilitazioni e maggiori informazioni sulla legge). Si tratta
dell’ennesimo favore che il governo di Macron fa alle forze di polizia francesi,
ed in particolare al sindacato di ultradestra Alliance Police: sebbene la legge
sia stata inizialmente voluta dal ministro dell’interno socialista Cazeneuve nel
2017, per far fronte al grande e combattivo movimento sociale contro la riforma
del lavoro, è stato soprattutto il governo Macron ad aver trasformato la polizia
francese in una forza paramilitare con licenza di uccidere, mutilare ed
arrestare arbitrariamente, facendo della repressione una delle principali armi
per frenare i movimenti sociali e governare le periferie delle metropoli
francesi.
La risposta moltitudinaria che si annuncia contro la “Loi permis de tuer”
potrebbe essere l’introduzione ad un nuovo autunno di lotta in Francia, dove il
prezzo della benzina e delle bollette è alle stelle, la crisi sociale si traduce
in licenziamenti di massa e drastici tagli ai servizi essenziali – mentre le
elezioni presidenziali ormai alle porte si delineano sempre di più come una
sfida tra il Rassemblement National e la France Insoumise.
Ne abbiamo parlato con un compagno francese:
Lunedì 14 settembre con una breve dichiarazione evasiva, la US Space Force ha
dichiarato la presenza di armamenti statunitensi nello spazio suscitando la
reazione di Cina e Russia. Questo è l’ultimo episodio che sottolinea la sempre
maggiore rilevanza nel fronte spaziale. I progetti di allunaggio di Usa e Cina,
la chimera dello sfruttamento di ulteriori risorse sul satellite, la
competizione tra Stati e privati per il controllo delle infrastrutture sempre
più fondamentali per il comparto militare e civile sono alcuni degli esempi più
rilevanti. Di questo e del ruolo del comparto aereospaziale italiano abbiamo
parlato con Andrea Capocci, giornalista de il Manifesto.
MEMORY (DA ATENE), VIOLINO BANFI, LOSCHI, SERATA GARAGE ROCK
Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(martedì, 22 settembre 21:00)
Concerto garage rock
(disegno di otarebill)
Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino,
dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che
comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano
dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di
italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con
la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più
alte del paese.
Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima
richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti
i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette
moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione,
adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i
musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via
Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.
In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della
comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di
arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento
con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa,
associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci
incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche
lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della
preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso
la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi
chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano
al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune
pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.
Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di
mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e
proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino
Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni
per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia
c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della
Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane.
«C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il
modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta
sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non
credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea
e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero
in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a
credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni
aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla
ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva
mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il
Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani.
Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio
l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo,
tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità
per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam
facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti
delle persone che frequentavo».
La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né
rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso,
improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver
vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato
piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili.
Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la
religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di
comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di
vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe
cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la
fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare
carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini,
ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di
avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di
conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio
magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan
ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non
mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva,
volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».
La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che
inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci
fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se
fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso,
sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come
se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia
personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi
convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più
strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva
una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra,
la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura
del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo
toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza
con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che
è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua
esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse
situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle
persone che sono musulmana».
Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la
famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che
uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo
per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei
non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia
madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro
separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è
mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio
padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia
sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non
stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il
Ramadan».
Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca
racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono
allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere
non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la
conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a
studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la
moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la
moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e
la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha
presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche
altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne».
Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica
all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a
un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La
sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo
ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e,
leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di
conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi
i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi
ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel
momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran
parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva
senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni
precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai
musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per
lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le
interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi
affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio
si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il
tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo
mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede».
Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua
famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati,
hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata
condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un
modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è
così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la
maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi
lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la
carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è
cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo
rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima
della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi
in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è
profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da
tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo
paesino, circondata da persone che le assomigliano».
Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la
conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché
pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una
bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in
testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle
persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da
sola».
Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è
mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso
mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli
animali sia più etico e rispettoso».
Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non
soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla
dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la
propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza
occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione
femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato
profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a
che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al
risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli
alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere
se stesse attraverso il corpo”.
Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono
sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche
prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me
il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono
musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di
cui vado fiera”.
Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone
eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che
chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per
il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno
strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di
non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non
diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento
femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia
personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere
femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto
fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta
agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più
interessato a vederci scoperte”.
Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione.
“Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto
desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato
una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il
velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni
in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio
avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo
aiuta a ripararsi dal caldo”.
Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un
luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le
riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo.
Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria:
“Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per
rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i
pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se
facessi parte di una grande famiglia”.
Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar,
il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i
ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei
motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo
alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse
un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora
oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma
c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che
potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il
GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché
all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti
ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non
sono ancora attivi a livello locale”.
A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne,
perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono
molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano
l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini
devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo
fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le
regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le
rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”.
Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende
accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media
e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori
invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la
lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non
hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero
l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai
politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso
su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle
moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in
moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta
–. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo
entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il
velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi
della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni
è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non
c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva
nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza
il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida
e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io
difenda chi lo fa”.
La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam
che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande
in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto
nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci
sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad
Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per
dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa,
che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza
in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.
Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che
riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità
delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud,
quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in
cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che
arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è
il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si
mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il
gesto più sacro della salat (la preghiera).
Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano.
Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere,
spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in
moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega
–. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire
le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho
memorizzato diverse sura”.
Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il
Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato
male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi
piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la
preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante.
Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che
piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo,
ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.
Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro
aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono
incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un
bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea
diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo
perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che
non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare
e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”.
Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e
studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che
le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse
dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo
di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio
che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”.
(emma de simone)