ANCORA IN CAMMINO, PER RABBIA E PER AMORE, LUNGO LE STRADE DELLA VALLE NO TAV
Un contributo di Nicoletta Dosio
Fu proprio il Comune di Sant’Ambrogio ad ospitare, nella primavera del 1996, la
prima malifestazione di piazza contro il TAV.
L’opposizione alla grande mala opera era allora ai suoi primi passi e puntava
soprattutto su temi come il consumo del suolo, con i prevedibili danni
all’allevamento ed all’agricultura, lo scempio paesaggistico, il deprezzamento
dei beni immobiliari e soprattutto il rumore intollerabile, amplificato
dall’eco, che il passaggio del supertreno avrebbe prodotto in una valle lunga e
stretta, chiusa tra alte pareti rocciose.
La camminata sfilò lungo le vie del paese, con i sindaci in testa ed ai fianchi
i trattori e le bandiere della Coldiretti. Le bandiere NO TAV non erano ancora
nate ed il Movimento muoveva i primi passi. I giornali parlarono di alcune
migliaia di partecipanti ed a noi sembrò un grandissimo, insperato successo.
Dopo trent’anni siamo ancora in cammino.
Alla manifestazione NO TAV che questa volta sfila in Bassa valle, da
Sant’Ambrogio ad Avigliana, ci siamo di nuovo tutti: i comitati, i sindaci, le
numerose realtà di lotta venute a portare solidarietà da tutto il Paese e dalla
Francia.
Commuove ritrovare i vecchi compagni, ma il cuore gioisce di fronte alla marea
di giovani e giovanissimi che hanno preso la testa del corteo, ragazze e ragazzi
portatori delle istanze di giustizia sociale e ambientale che sono il nostro
patrimonio più caro e, attraverso le loro voci, continuano a farsi parola, grido
di ribellione.
Alla brezza di valle ondeggiano gli striscioni, sventolano le bandiere, accanto
ai simboli NO TAV i colori della Palestina.
E’ un fiume gioioso quello che scorre per le vie dei paesi e dilaga lungo la
statale, tra prati ed albereti, case sparse con orti ridenti di verdure
autunnali e cagnolini al cancello: è questa la terra amata, sulla quale si
allunga l’ombra della devastazione annunciata e che chiede di essere difesa.
Questa volta a rabbuiare la festa non compaiono truppe in assetto antisommossa,
solo qualche cellulare piazzato nei punti strategici (ma a Torino e in Valle,
nelle stazioni di partenza e di arrivo, la polizia ferroviaria continua a
fermare ed a controllare i biglietti).
L’impressione generale è che il vento stia cambiando e che, davanti alla
politica scellerata che taglia i diritti di tutti per aumentare i profitti dei
pochi, scricchiolino le certezze dei paladini del TAV: non si può non commentare
con ironia la misera riuscita della manifestazione SI’ TAV di qualche giorno fa
a Torino e paragonare quel centinaio di partecipanti con le almeno cinquemila
persone di questo nostro gioioso corteo.
Ad un certo punto compare anche un gruppetto di parlamentari: sono gli eletti in
parlamento grazie ai voti del movimento No TAV, i quali, una volta giunti al
governo, messe nel dimenticatoio le promesse, si adeguarono alle ascelte
scellerate che permisero l’apertura dei cantieri TAV in Valle. Oggi, davanti
alle telecamere, tornano ad enumerare i motivi della loro contrarietà all’opera
ed a promettere battaglia, ma non ci sono applausi per loro.
In corteo ci si rincontra, si torna a discutere, a far rivivere un passato che,
anche in questa nostra Valle, ha significato lotte operaie e ambientali,
qualcuna vinta, tante perse. In questo non c’è malinconica commemorazione, ma il
bisogno di capire, di recuperare le ragioni ripartendo dalle sconfitte.
Mi capita così di ritrovare un compagno mio coetaneo, negli anni settanta
operaio a Mirafiori e delegato sindacale di base. E’ uno dei sessantun
licenziati Fiat per rappresaglia, nell’ ottobre ’79. Mi racconta che, proprio su
quella esperienza finita con i trentacinque giorni di occupazione della fabbrica
e la desertificazione sociale che ancora dura, sta lavorando insieme al
collettivo studentesco del Politecnico di Torino. I giovani vogliono sapere per
poter ripartire, e non dal racconto dei vincitori, ma dalle ragioni dei vinti.
Di quei giorni ci ritorna un’immagine in particolare: il grande ritratto
stilizzato di Marx che campeggiava alla porta 5 di Mirafiori. L’ultimo giorno,
sul ritratto, compare una scritta di saluto, a mo’ di fumetto: “Avevamo la
ragione e la forza. Ci è rimasta la ragione. coraggio, compagni”.
Ci diciamo che proprio da quel messaggio è ora di ripartire, per riconnettere le
lotte e ricomporle contro il nemico comune, lo stesso di sempre, il sistema del
capitale: le ragioni durano e si moltiplicano, la forza collettiva rinasce.
Quando arriviamo ad Avigliana si sta facendo sera. La luce del tramonto sfuma
tra i tavolini dei bar, accende le chiome autunnali dei viali, colora di
malinconia il commiato tra chi ha condiviso la fatica e l’allegria della lunga
camminata.
Dal palco arrivano gli ultimi interventi, l’invito al concerto serale.
Per me è ora di tornare. Mi rimetto in viaggio, sul ritmo dei versi danteschi
che mi si scadiscono in testa come un amoroso tormentone.
Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ’ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more…..
VAL DI SUSA: UN CAMPO LARGO DAL BASSO
Un contributo di Volere la Luna
“Meglio muntagnine che madamine”: la scritta stampata su una maglietta è
mostrata con orgoglio da un’amica che incontro alla manifestazione no Tav in Val
di Susa. È il 3 ottobre e un sole più estivo che autunnale scalda il cuore dei
no Tav che a Sant’Ambrogio, nella bassa valle, tornano a contarsi per continuare
a contare nella partita truccata delle grandi opere inutili. Poco più in là un
amico si sente male, un medico lo soccorre, arriva un’ambulanza e la conta si
interrompe: forse è stata solo l’emozione a giocargli un brutto scherzo e a
spaventare chi gli sta intorno. L’ambulanza porta l’amico in ospedale e la conta
riprende. In breve la piazza si riempie e il corteo parte alla volta di
Avigliana per far posto a chi ancora sta scendendo dai treni per unirsi a quel
popolo no Tav che proprio a Sant’Ambrogio aveva iniziato la sua lunga marcia
trent’anni prima. Era il 3 marzo 1996, un sospiro di sollievo aveva salutato
pochi mesi prima la fine del conflitto in Bosnia che aveva rischiato di
estendersi all’intero continente. Centomila i morti di allora, oggi i morti nel
conflitto Russia Ucraina superano i due milioni mentre un genocidio continua a
consumarsi in Palestina. Quando riusciremo a tirare un altro sospiro di
sollievo?
Anche questi pensieri mi frullano in testa mentre percorro i quasi cinque
chilometri del corteo in marcia per ribadire ancora una volta le ragioni no Tav.
Un drone ci osserva dall’alto, non è certo pronto a uccidere ma come si fa a non
pensare a quanto ho visto al cinema pochi giorni fa? Naza forse non ha aggiunto
molto a quello che già sapevamo ma misurare la potenza devastante di tecnologie
di morte guidate da governi criminali oltre che una conferma è anche uno stimolo
a scegliere ostinatamente altre strade. Mi dico che il rifiuto della guerra e
della corsa al riarmo non può che accompagnarsi alle battaglie per riconquistare
una democrazia reale perduta da tempo, alle lotte per la difesa dell’ambiente e
della salute, contro lo spreco di risorse pubbliche e per un trasporto pubblico
al servizio dell’intera collettività. Obiettivi puntualmente ripresi dai no Tav
nel convocare la manifestazione di oggi. E la conta riprende.
Quanti siamo oggi? Nella battaglia dei numeri cifre possibili si accompagnano
sempre a numeri improbabili ma 5000 mi sembra un valore adeguato per oggi, forse
troppo prudente. A sfilare c’è il popolo no Tav che conosciamo e in cui ci
riconosciamo, parlo anche per i tanti che mi fermo a salutare o mi fermano per
scambiare due parole: militanti anziani che conosco da una vita e tantissimi
giovani della valle che non conosco o conosco appena. Il ricambio generazionale
qui è una realtà e un esempio da seguire. Ci sono i gonfaloni dei Comuni, i
sindaci (tanti, non era scontato) con le fasce tricolori. C’è la musica, ci sono
i balli, gli slogan, i bambini in carrozzina e i nonni a guardarli con orgoglio.
Certo, alcuni anziani e anche meno anziani non sono più con noi loro malgrado,
hanno lasciato un grande vuoto. Penso con tristezza a loro ma ritorna l’allegria
quando saluto Nicoletta Dosio che mi sorpassa per avvicinarsi al microfono nel
furgone che sta davanti ai primi striscioni: “Giovani No Tav” e “C’eravamo, ci
siamo, ci saremo”. A seguire altri striscioni e le bandiere. Salgo su un muretto
per avere una vista d’insieme nel lungo tratto di strada che corre tra i
campi: è sempre un bel vedere questa marea in marcia, osservare questo fiume che
non rimane mai in secca a differenza dei fiumi che non ricevono più acqua da
ghiacciai in via di estinzione. A volte la portata di questo fiume cala ma ecco
che torna la piena, non mancano certo nuove occasioni. Oggi in primo piano c’è
la tratta Avigliana-Orbassano, alle porte di Torino. È previsto che il treno che
non c’è dopo essersi lasciato alle spalle Susa e Bussoleno buchi la collina
morenica e devasti il territorio a valle. Un’altra follia da fermare. Domani
sarà nuovamente la piana di Susa a mobilitare il popolo no Tav, il rischio di
morte per soffocamento è reale e la cittadina sarà raggiungibile a fatica da
Torino se verranno aperti i cantieri per alzare e abbassare strade, autostrade e
ferrovie che non possono intersecarsi. Cantieri che rimarranno aperti per un
decennio. Poi sarà di nuovo Chiomonte e il tunnel di base, poi Salbertrand e il
deposito dello “smarino”, termine che fa pensare alle vacanze al mare ma che sta
a indicare il materiale di scavo delle gallerie ricco di inquinanti mortali.
Smetto di fare la conta dei presenti al corteo pensando alla prima grande
manifestazione di Sant’Ambrogio contro il Tav in Val di Susa. Allora erano
tremila i militanti quasi increduli nel ritrovarsi in tanti dopo alcuni anni di
fatiche: il tentativo di smontare la narrazione del futuro treno salvifico
cominciava a dare i primi frutti, il nuovo treno veloce ma non troppo non
avrebbe aperto nuove prospettive di progresso per una regione che aveva già
perso la locomotiva Fiat già allora in dismissione su un binario morto.
Trent’anni sono un’eternità in un mondo impazzito che corre sempre più veloce
verso il nulla e non ti lascia il tempo per pensare cosa stai facendo e dove
stai andando. Trent’anni fa il popolo no Tav sapeva già guardare lontano e negli
anni non ha perso questa capacità: Continua a prendersi il tempo che ci vuole
per fermare un disastro, il Tav è solo un frammento di questo disastro.
Anche la militante con la maglietta incontrata alla partenza del corteo guarda
lontano. La scritta sulla sua maglietta non si riferisce alla irrilevante
iniziativa di pochi giorni fa che ha visto riunirsi in una piazza torinese poche
decine di nostalgici di una piazza precedente ma ormai decisamente datata. A
guidarli, oggi come allora (era l’autunno 2018), è Bartolomeo Giachino, detto
Mino: ex sottosegretario ai trasporti del quarto Governo Berlusconi, poi
pensionato da Forza Italia nel 2022, poi riciclato e candidato con scarso
successo da Fratelli d’Italia alle elezioni regionali del Piemonte nel 2024. La
chiamata di otto anni fa del signor Mino, che continua a definirsi “irriducibile
della Tav” senza peraltro rinnegare la sua storica e forte attrazione per
l’autotrasporto, aveva avuto maggior fortuna grazie soprattutto alla
formidabile campagna di stampa orchestrata dai quotidiani La
Stampa e Repubblica da sempre in gara con il TG Piemonte, tutti allegramente
schierati per un progresso dai contorni indefiniti e attenti a non far mancare
al Piemonte l’appuntamento con l’Europa a causa del suo presunto isolamento
nella rete transfrontaliera di trasporti. Avevano tutti puntato sull’immagine e
sul jolly rappresentato da sette “madamine” torinesi che si erano prestate
volentieri a fargli da spalla per portare in piazza un buon numero di persone al
grido, pardon, al sussurro, “Si Tav , Si lavoro”. In piemontese il termine
“madamin” sta a indicare “giovane donna sposata che non ha ancora acquisito il
ruolo di capofamiglia femminile”, ma in quel caso il termine aveva acquisito un
significato più ampio: da una parte veniva valorizzato il ruolo di donne della
piccola borghesia torinese poco avvezze a protestare in piazza; dal fronte no
Tav il termine era usato con malcelata derisione alludendo anche all’ingenuità
di chi si lasciava usare da politici in rapido e inarrestabile declino. A queste
madamine si riferiva la scritta sulla maglietta senza nessuna intenzione di
infierire sulle poche decine di passanti riuniti in piazza dal signor Mino
accompagnato dal signor Cirio, di mestiere governatore della Regione Piemonte.
Il signor Cirio è un uomo tutto di un pezzo che non esita a mettersi in gioco
per una buona causa: dieci giorni prima, in un consiglio regionale dedicato alla
Torino-Lyon, in un impeto di entusiasmo pare avesse pubblicamente minacciato:
«Se serve scavo io il tunnel con le mie mani». Braccia rubate alle miniere.
Ma si sa come vanno le cose, i tempi cambiano, amici oggi e domani chissà. Fatto
sta che dopo oltre trent’anni il progetto del treno che non c’è sembra essersi
arenato nel pantano dei costi che crescono, dei finanziamenti che mancano e al
fango che blocca le talpe scavatrici facendole avanzare nell’improbabile futuro
tunnel di base al ritmo di 90cm al giorno a fronte dei 12 metri previsti. È per
tutte queste ragioni che i tempi si allungano a dismisura e le prospettive sono
più incerte che mai. Certo i no Tav hanno fatto la loro parte e continueranno a
farla, ma il risultato arriva anche grazie (si fa per dire) ai venti di guerra
che lambiscono ormai una valle che già soffre per i venti che da sempre soffiano
dalle montagne ma che i cambiamenti climatici hanno reso oggi sempre più
frequenti e forti. Di questi tempi lunghi e di queste prospettive sempre più
incerte sembrano essersi accorti anche i quotidiani citati che hanno iniziato a
mettere le mani avanti abbandonando certezze e avanzando dubbi. Non era mai
successo. Lo ha ricordato Livio Pepino su queste pagine riportando frammenti di
un editoriale su La Stampa del 26 luglio scorso in cui l’ex direttore Marcello
Sorgi (non proprio l’ultimo arrivato…) tra le altre cose si
chiedeva: «Continuiamo a scavare i tunnel e andiamo avanti in un progetto che –
sottovoce ce lo dicono i nostri stessi partner – non ha futuro?». Forse dovrà
scendere veramente in campo il governatore Cirio per scavare a mani nude.
Mentre il corteo di sabato scorso è già in vista dell’arrivo ad Avigliana questi
allegri pensieri in testa si mescolano a pensieri tristi che rimandano
al teatrino della politica nostrana e alle piccole furbizie di professionisti
oggi all’opposizione che sognano un campo largo senza avere la minima idea di
cosa stanno parlando. O meglio: un’idea ce l’hanno ma è quella sbagliata che non
risponde alle aspettative di chi magari li voterà solo per senso di
responsabilità, solo per non doversi sentire troppo in colpa per non avere
cercato di mandare a casa il passato che è già tornato. Salvo dolersene il
giorno dopo alla prova dei fatti. È il voto utile, bellezza, la democrazia
rappresentativa ridotta a ricatto, o mangi questa minestra oppure… Una buona
regola dovrebbe essere quella di non dare mai per scontato un risultato prima di
averlo in tasca.
Arrivo finalmente con le ginocchia doloranti alla fine del corteo, ricevo buone
notizie dell’amico portato in ambulanza al pronto soccorso, rivedo l’amica con
la maglietta delle madamine e torno di buon umore al pensiero che, a ben
guardare, la val di Susa propone un campo largo diverso: senza primarie, senza
alchimie, senza sondaggi che agitano mostri in ascesa e moribondi in caduta
libera, senza far pesare i voti racimolati in passato, senza prime donne pronte
a raccogliere consensi anche ai cortei no Tav ma solo in vista delle elezioni,
senza i TG che rovinano la cena, senza corse al riarmo. È un campo largo
costruito dal basso. Riusciremo prima o poi a tirare un sospiro di sollievo?
Da due settimane, in Francia, sono in corso proteste e blocchi nelle scuole
superiori da parte di student3, insegnanti e personale educativo, con la
richiesta di maggiori risorse nell’istruzione e migliori condizioni di studio.
Per questo motivo, il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray, ha deciso per la
giornata di oggi la chiusura preventiva di molti istituti, aggiungendo che 24
scuole sono state “incendiate o saccheggiate” dall’inizio della mobilitazione.
L3 student3 francesi avevano precedentemente lanciato la “Semaine noire” per i
giorni dal 5 al 9 ottobre.
Almeno 5.000 persone, principalmente adolescenti, sono state arrestate, mentre
decine di persone, tra cui student3 e insegnanti, sono rimaste ferite.
Per domani, 6 ottobre, sono previste manifestazioni in solidarietà alle proteste
studentesche, con scioperi e cortei, promosse da diversi sindacati (anche quelli
normalmente meno belligeranti), oltre che dai Gilet Gialli.
Ne abbiamo parlato con Filippo Ortona, giornalista.
RADIO KEBAB il richiamo dell’occulto e dell’indifferenziata solo il mercoledì
sera dalle 20 alle 22 su Radio Blackout 105.250 in FM DAB e Streaming
Punk;Noise;Garage;HC;Pelletteria;Carboidrati;Clickbait Music;Varie eD Eventuali
GGGGRRRRRRRRR
Bosco Ospizio è un’area di quarantacinquemila metri quadrati collocata
all’interno del quartiere di Ospizio di Reggio Emilia. Venticinque anni fa era
uno ospizio, una volta demolito ha lasciato spazio all’avanzare di una nuova
natura, andando nel tempo a creare un vero e proprio bosco urbano.
A partire dal 2024 Conad ha individuato un interesse, palesemente economico,
nella costruzione di un nuovo supermercato (in aggiunta alle 62 già presenti in
città) e una palazzina multiservizi. Si è iniziato a parlare di un potenziale
progetto, da qui nasce spontaneamente l’Assemblea di Bosco Ospizio.
Il 30 ottobre, è avvenuto lo sgombero del presidio permanente di Bosco Ospizio e
sono iniziati i lavori di cementificazione per fare spazio al supermercato
Conad. Il giorno seguente, sin dalle sei del mattino, centinaia di persone si
sono radunate davanti ai cantieri per fermare le ruspe e difendere l’area verde
dall’ennesima colata di cemento. Nonostante l’ampio dispiegamento di polizia,
che ha cinto l’area, decine di attivisti sono riusciti a entrare nei cantieri e
fermare temporaneamente i lavori mentre un corteo bloccava la via Emilia. Dopo
qualche ora, le persone introdottosi nell’area sono state allontanate e i lavori
sono ripresi.
Ne parliamo con Ilaria di Bosco Ospizio, in collegamento da Reggio Emilia.
Per lunedì 5 ottobre sono chiamati due appuntamenti a Reggio Emilia: h 17 e 30
davanti alla sede (spostata) del consiglio comunale e poi h 19 in piazza
Prampolini per l’assemblea plenaria.
Per avvicinarsi all’iniziativa “La vera faccia dei data center: cosa succede in
Piemonte?” che si terrà al Dipartimento di Fisica di Torino mercoledì 21 ottobre
alle ore 17.30, abbiamo scritto un primo opuscolo informativo (scaricabile in
formato pdf al fondo) che riporta alcuni ragionamenti collettivi sugli impatti e
sulle ragioni per opporsi al dilagare dei data center.
L’opuscolo propone poi un focus sulla regione Piemonte e i progetti al momento
individuati: per mettersi in rete ed entrare in contatto con i comitati o i
cittadini che si stanno attivando su questo tema sui territori coinvolti in
Piemonte scrivi a confluenza.info@gmail.com
1. INTRODUZIONE: PERCHÉ OPPORCI AL DILAGARE DEI DATA CENTER
La dispensa verso “La vera faccia dei data center: cosa succede in Piemonte?” è
organizzata su due livelli-obiettivi: 1) un’iniziale mappatura dei progetti di
data center rivolti al territorio piemontese che, sulla scorta del prezioso
lavoro fatto dai comitati lombardi che per primi si sono trovati a fronteggiare
questo fenomeno, sia fondamento per la costruzione di strumenti in grado di
anticipare le dinamiche di sfruttamento; 2) la sistematizzazione dei casi
puntuali, non solo piemontesi, in un quadro interpretativo generale in grado di
leggere la portata di questa “rivoluzione industriale”, da cui riemerge il
triangolo industriale Milano-Genova-Torino in connessione con la guerra mondiale
a pezzi e l’espropriazione capitalista della natura.
La guerra e l’innovazione tecnologica
Oggi abbiamo l’urgenza di comprendere meglio e più a fondo quanto sta accadendo
ai nostri territori quando si parla di nuovi data center. Nello scenario di
guerra globale i territori sono obiettivo di trasformazione in funzione
strategica per gli interessi dei governi che vogliono mandarci in guerra. Torino
e il Piemonte, per la loro collocazione geografica, per gli interessi che si
giocano e i capitali in circolo, diventano, così, luogo centrale in questo
processo. Torino è la città dell’aerospazio: lo spazio oggi è diventato un
dominio di guerra a seguito della svolta americana in questo senso. Il controllo
spaziale diventa un’ulteriore dimensione per il controllo sulle infrastrutture e
altri asset strategici. La militarizzazione dello spazio necessita di
un’infrastruttura concreta, di corridoi energetici e dimensioni materiali: in
base a tale logica il nord-ovest rappresenta un territorio fondamentale. A
Settimo Torinese la mega industria di satelliti, visitata anche dalla Ministra
Anna Maria Bernini (accompagnata dal rettore del Politecnico Corgnati e della
rettrice di UniTo Cristina Prandi, a dimostrazione del ruolo delle università in
questo quadro ), è un polo strategico fondamentale e fa parte di un triangolo
che collega Milano e Genova. I satelliti nello spazio infatti producono
moltissime informazioni. A Genova approdano i cavi sottomarini ad alta capacità
per la fibra ottica mentre Lombardia e Piemonte sono i due poli per
l’innovazione computazionale e dispongono di ampie aree e infrastrutture per
accogliere questa produzione importante di dati. Per questa ragione servono
data center soprattutto sull’asse Torino-Milano. “L’accentramento dei dati della
Pubblica Amministrazione, dei servizi finanziari e della difesa all’interno di
questi centri crea un punto critico di vulnerabilità strategica, trasformando la
loro tutela fisica e informatica in una priorità assoluta di sicurezza
nazionale1.”
L’energia non è una merce
La domanda di energia per il funzionamento di questo insieme di server, costante
e imponente, produrrà costi e pressione sulla società che gestisce
l’infrastruttura elettrica nazionale ossia Terna. Da Terna dipende l’accesso
all’energia per i consumi delle città e i consumi domestici di ciascuno di noi.
Se Terna collassa, collassano gli ospedali, le fabbriche, le scuole, le nostre
case. Se Terna collassa perché l’infrastruttura è vetusta, centralizzata,
incapace di sopportare picchi di richiesta energetica – come hanno dimostrato i
numerosi blackout dell’estate 2026 – allora significa che l’interesse generale e
pubblico è stato messo in secondo piano rispetto all’interesse dell’industria
bellica, dell’aerospazio e della guerra. “Le decisioni geostrategiche sul
controllo delle orbite, l’evoluzione del diritto spaziale internazionale, le
dichiarazioni dei leader mondiali, le gigafactory satellitari di Settimo
Torinese, i data center lombardo-piemontesi e i cavi di trasmissione elettrica e
digitale non sono elementi isolati2”.
Tre questioni: Torino e il Piemonte sono secondi solo alla Lombardia nelle
richieste di accesso alla rete per nuovi data center e ci sono alcune
specificità:
1. Chi è la proprietà di questi data center? I dati lì raccolti a chi
appartengono? Google, Meta, Amazon, TIM, Noovle, Microsoft. Stiamo per
assistere alla svendita di intere porzioni di territorio in città e in
provincia ad aziende americane. Il principio di sovranità nazionale viene
così completamente disatteso nonostante questi progetti vengano imposti in
quanto “opere di interesse strategico nazionale”.
2. Questa è una rivoluzione industriale dei nostri tempi: il punto è se tutta
questa energia, che dovrà essere generata dai nostri campi e terreni tramite
fotovoltaico, sarà sufficiente per sostenere la domanda. Probabilmente no, e
dunque la propaganda del governo e della Regione Piemonte entra in campo per
appoggiare e giustificare l’esigenza di ritorno all’atomo. Una follia a
fronte dei costi economici, ambientali e sociali a esso connessi. La
tecnologia, se in mano alle classi dominanti, non farà altro che tenerci
dominati ancor di più. E i due referendum che hanno sancito il NO al
nucleare? Vengono completamente bypassati.
3. Torino e il Piemonte detengono un territorio costellato di zone industriali
dismesse e da bonificare: pensiamo all’ex-centrale di Trino Vercellese,
luogo individuato per un progetto di data center hyper-scale o all’area ex
Bonafous a Torino, o al data center hyper-scale previsto all’ex ILTE di
Moncalieri. I soldi per la reale bonifica di questi siti non esistono: è
molto più conveniente per l’amministrazione delegare lavori di ripristino ad
aziende private che avranno di che guadagnarci con la costruzione di data
center. I profitti di questi interventi sono completamente espropriati al
territorio comunale e all’amministrazione locale, di fatto allungano le
chiavi della città e del portafoglio a soggetti privati che fanno
riferimento a grandi fondi di investimento americani e magari anche
israeliani, come accade per le energie rinnovabili.
“I dati forniti dal gestore della rete elettrica nazionale Terna registrano una
pressione senza precedenti sul territorio piemontese, dove si concentrano 64
istanze ufficiali di prenotazione di potenza per oltre 13 gigawatt complessivi.
La sola provincia di Torino assorbe 43 pratiche per una potenza teorica
richiesta pari a oltre 8 gigawatt, trasformando la mappa dei comuni
dell’hinterland in una scacchiera di speculazione infrastrutturale dove la
disponibilità di suolo, acqua ed elettricità pubblica rischia di essere
larghissimamente asservita alle esigenze dei grandi complessi di elaborazione
dati.3”
L’insufficienza della rete e la necessità di operazioni di adeguamento
causeranno un aumento dei costi in bolletta, senza se e senza ma.
I progetti si trovano in luoghi strategici come a Torino accanto alla Città
dell’Aerospazio che rappresenta il mix tra urbanistica, “difesa” (secondo loro)
e gestione dei dati in quanto accanto all’area di Leonardo sorge anche un centro
di ricerca e data center dedicato all’elaborazione di dati della ricerca
aerospaziale. Qui gioca un ruolo chiave il Politecnico di Torino, che
convoglierà laboratori, ricerca, formazione di expertise in questo campo proprio
nella città dell’aerospazio.
Strategici è anche il termine con cui essi vengono imposti: molto spesso
infatti non hanno bisogno di passare dalla Valutazione di Impatto Ambientale
perché valutati direttamente dal Ministero delle Opere di interesse strategico
nazionale. Continua però a non essere chiaro quale sia questo interesse
strategico nazionale.
In parallelo, per soddisfare la richiesta di energia che i data center dedicati
all’Intelligenza Artificiale, alla finanza e alla guerra richiedono, occorre
riorganizzare la rete e dunque prevedere la costruzione di enormi impianti FER
su scala industriale e/o di installazione di mega fattorie di accumulo tramite
batterie, i BESS. A Rondissone ad esempio è previsto un progetto di mega BESS,
così come a Chivasso, Settimo Torinese, Orbassano e lungo l’asse della Val Susa.
Nella sostanza si può dunque affermare che imposizione dall’alto senza
consultazione né con le amministrazioni locali né con la popolazione,
svuotamento del concetto di sovranità nazionale, consumo di acqua, suolo ed
energia significano integrare nell’infrastruttura militare (in quanto obiettivo
o mezzo per la guerra) il territorio nella sua interezza.
2. FACCIAMO IL PUNTO GENERALE
Riprendiamo i prossimi passaggi dal Manifesto4 pubblicato dalla Rete dei
Comitati No Data Center Lombardia:
Cosa sono i data center?
I data center sono infrastrutture che ospitano server e apparecchiature,
impiegate prevalentemente per la potenza di calcolo necessaria al funzionamento
della cosiddetta “intelligenza artificiale”, alla digitalizzazione,
all’ecommerce e a finalità di difesa, militari e di competizione economica
internazionale. L’Italia è coinvolta nello sviluppo dei data center in modo
enorme: le richieste di nuovi progetti e nuove costruzioni di data center sono
centinaia e a esse si legano molti problemi, di diversi ordini e livelli, che a
oggi ci sembrano poco o per nulla affrontati.
L’Italia come hub del Mediterraneo: le mosse del governo
Il Governo Meloni ha scelto di aprire a massicci investimenti esteri per la
costruzione di nuovi data center. L’Italia si trova inoltre al centro dei
progetti per il passaggio di grandi corridoi digitali, destinati a collegare
l’Europa con Israele, i Paesi arabi e l’India. Queste infrastrutture hanno però
bisogno di grandi capacità di stoccaggio ed elaborazione dei dati, oltre che di
strutture per il loro trattamento e controllo.
A livello nazionale non esiste ancora una legislazione organica sui data center.
Nel frattempo, il Governo sta introducendo, attraverso provvedimenti e decreti
d’urgenza, strumenti finalizzati ad accelerarne la realizzazione. L’introduzione
dell’autorizzazione unica rischia di modificare profondamente il sistema delle
valutazioni ambientali, accorpando in un unico procedimento valutazioni e
autorizzazioni che hanno funzioni differenti. Siamo quindi di fronte al rischio
di una progressiva deroga alla legislazione ambientale, costruita nel corso di
decenni anche attraverso la normativa europea. Il paradigma che si sta
affermando sembra essere quello dell’eccezione e della sospensione delle regole
ordinarie, ogni volta che un’opera viene definita strategica o ogni volta che
viene adottata l’autorizzazione unica.
LA RETE ELETTRICA
L’aumento esponenziale delle richieste pone anche una domanda sulla capacità
della rete nazionale di reggere questa trasformazione. La rete elettrica
italiana arriva a questo appuntamento dopo anni di investimenti insufficienti e
deve già affrontare:
• infrastrutture obsolete;
• aumento della domanda elettrica;
• eventi climatici estremi;
• ondate di calore sempre più frequenti;
• aumento dell’utilizzo dei sistemi di climatizzazione;
• episodi di sovraccarico e interruzioni dell’alimentazione.
Nonostante queste criticità, Terna sta sviluppando piani di potenziamento della
rete principalmente in funzione dell’alimentazione dei nuovi data center.
OPERE IMPATTANTI, COSTI SUI TERRITORI
Mentre i data center diventano infrastrutture sempre più grandi e impattanti,
numerosi studi internazionali ne evidenziano le conseguenze ambientali. I costi
territoriali e ambientali ricadono innanzitutto sulle comunità che ospitano
questi impianti.
I data center richiedono infatti enormi quantità di:
• energia;
• acqua;
• suolo;
• infrastrutture;
• materiali;
• sistemi di raffreddamento.
A questo si aggiungono impatti ambientali e sanitari e spesso aumento dei costi
in bolletta.
ALTRI RISCHI Esistono inoltre rischi tecnologici e di sicurezza che devono
essere valutati attentamente.
I data center possono ospitare:
• grandi quantità di carburante per i generatori di emergenza;
• sistemi UPS e grandi batterie;
• impianti elettrici ad alta potenza;
• sistemi di raffreddamento complessi.
ALCUNI DATI DA TENERE A MENTE
“Isola di calore dei dati” (Data Heat Island): la temperatura del terreno
circostante aumenta di due gradi e si estende a raggiera per 7-10 km. Secondo
una ricerca sul campo condotta dall’Arizona State University nell’area
metropolitana di Phoenix5, i sistemi di raffreddamento ad aria causano delle
“piume termiche” propagando flussi termici nei territori circostanti di 8-14
gradi superiori alla media.
Un data center standard consuma in media 300.000 galloni (circa 1,1 milioni di
litri) di acqua al giorno, pari al fabbisogno di circa 1.000 famiglie6.
Nel 2025, lo studio Onu stima che i data center mondiali abbiano consumato 448
TWh di elettricità: l’equivalente di un paese all’11° posto a livello globale
per consumo di energia7.
In Italia, si stima che entro la metà del prossimo decennio la potenza
installata di data center potrebbe raggiungere i 2,3 GW in uno scenario
tendenziale e i 4,6 GW in una prospettiva full potential (contro i 513 MW nel
2024) e i loro consumi elettrici oscillare tra il 7% e il 13% del totale
nazionale8.
Questi consumi hanno generato un’impronta di carbonio pari a 189 milioni di
tonnellate di CO₂ e un’impronta idrica di 4.500 miliardi di litri d’acqua,
sufficienti a riempire 1,8 milioni di piscine olimpioniche.
L’impronta sul suolo sarebbe superiore a 14.500 km², più dell’intera regione
Campania.
Un gigawatt di elettricità può alimentare più di 600.000 case.
3. IL CASO DEL PIEMONTE
La Regione Piemonte ha avviato una consultazione pubblica finalizzata a
raccogliere osservazioni, contributi e proposte da parte di cittadini, imprese,
enti locali, associazioni di categoria, ordini professionali e da tutti i
soggetti portatori di interesse in merito alla proposta di disegno di legge
regionale in materia di insediamento dei data center sul territorio regionale,
in fase di predisposizione. La consultazione si è conclusa a luglio 2026. Al
momento non ci sono informazioni specifiche se non che una consigliera di
opposizione ha sollevato la questione in Consiglio Regionale con l’obiettivo di
chiedere una “regolamentazione” della materia e che gli articoli usciti sui
giornali locali mostrano una chiara intenzione da parte della Regione Piemonte:
le energie rinnovabili non sono sufficienti a soddisfare la domanda di energia
dei data center dunque occorre aprire al nucleare. Questo non significa che i
molteplici impianti FER su scala industriale, grandi impianti di accumulo e
agrivoltaico su terreni agricoli saranno stoppati. La tendenza sarà infatti
diversificare, moltiplicare e aggiungere opere nella direzione del mix
energetico.
I seguenti dati e mappe li riprendiamo dalla tesi di laurea di Alessandro Rusco
dal titolo “Area ex-Bonafous un progetto di data center. Strategie insediative e
rigenerazione urbana nel contesto torinese9” svolta al Politecnico di Torino.
Tra i data center urbani, tutti situati nel comune di Torino, quelli mappati
sono i seguenti:
– CSI Piemonte, Corso Unione Sovietica 216, Torino
– Irideos, Corso Svizzera 185, Torino
– Colt Turin, Via Livorno 60, Torino
Mentre tra i data center metropolitani sono presenti tutte strutture di una
medesima azienda, ovvero Noovle:
– Noovle DC Settimo Torinese, Via Leinì, Settimo Torinese
– Noovle DC Rivoli, Via Ferrero 10, Rivoli
– Noovle DC Moncalieri, Via Cruto 2, Moncalieri
Dalla tesi del Politecnico consultabile qui
https://webthesis.biblio.polito.it/38859/1/tesi.pdf
4. FOCUS CASI SPECIFICI
Analizziamo ora alcuni casi specifici di progetti di data center previsti sia a
livello metropolitano che a livello regionale per capire meglio quali impatti
avrebbero sul territorio e le loro interconnessioni con l’infrastruttura bellica
che innerva queste zone.
LUCENTO
Dalla tesi del Politecnico consultabile qui
https://webthesis.biblio.polito.it/38859/1/tesi.pdf
A Torino città, nel quartiere Lucento, la riqualificazione dell’ex Laminatoio
Bonafous vede protagonista la società Reba Projects, riconducibile al gruppo
Asja Energy di Agostino Re Rebaudengo. Il progetto di trasformazione dell’area
industriale dismessa prevede l’insediamento di un data center con una potenza di
carico iniziale di 125 megawatt e una capacità d’espansione programmata oltre i
300 megawatt, per un investimento finanziario che parte da oltre un miliardo di
euro. L’infrastruttura è nativamente concepita per supportare il calcolo
intensivo dell’Intelligenza Artificiale e la gestione di grandi moli di dati a
servizio del tessuto economico ed economico-statale10.
L’area a cui fa riferimento, situata a Torino nord (tra corso Regina Margherita
e via Pianezza), corrisponde allo storico complesso industriale dismesso ex Ilva
/ Laminatoio Teksid / ex Bonafous, area a ridosso del parco della Pellerina e
dei quartieri Lucento e borgata Frassati, che hanno una densità fortemente
residenziale, a pochi metri di distanza dal progetto previsto.
L’intervento copre un’area di circa 90.000 metri quadrati. La struttura
sfrutterà l’energia termica di scarto dei server per alimentare la rete di
teleriscaldamento di Iren, con una temperatura di 40 gradi quindi molto al
disotto dei 90/120 richiesti dal teleriscaldamento, servendo ipoteticamente fino
a 50.000 residenti della zona.
Le attività di bonifica dall’amianto e demolizione dei vecchi capannoni
industriali sono state avviate e concluse. Attualmente i lavori sono fermi dato
che non c’è ancora una delibera comunale per il progetto in atto.
A Lucento il Comitato Teleriscaldati Torino si sta occupando di approfondire gli
impatti di questo progetto sulle bollette, sulle isole di calore e sulla
svalutazione del patrimonio immobiliare.
Dalla tesi del Politecnico consultabile qui
https://webthesis.biblio.polito.it/38859/1/tesi.pdf Dalla tesi del Politecnico
consultabile qui https://webthesis.biblio.polito.it/38859/1/tesi.pdf
Infine, come dimostra la Mappatura delle aziende e infrastrutture belliche sul
territorio piemontese11, l’area della “piccola industria” ospita in realtà tre
aziende di componentistica che hanno diretti collegamenti con il settore
militare.
Di seguito gli screenshot alla mappatura in merito al sito specifico:
https://mappaturedalbasso.weebly.com/ https://mappaturedalbasso.weebly.com/
https://mappaturedalbasso.weebly.com/
GRUGLIASCO
Nel Comune di Grugliasco, dove sull’area ex Pininfarina di Borgata Lesna la
variante urbanistica riguarda un primo modulo di circa 58 mila metri quadrati, è
previsto un progetto con una potenza indicata nell’ordine dei 200 megawatt e un
investimento stimato in circa 4 miliardi di euro, a fronte di almeno 200 posti
di lavoro promessi.
L’operazione è seguita da Added Value Capital e dall’imprenditore Alfiero
Massimini, che agiscono da intermediari; il nome dell’utilizzatore finale del
data center non è stato reso pubblico. Il 30 giugno 2026 il Consiglio comunale
di Grugliasco ha approvato, con 17 voti favorevoli, la delibera che riconosce
l’interesse pubblico alla deroga urbanistica richiesta per l’intervento.
Considerando però l’intero comparto industriale dismesso di Grugliasco, risulta
depositata a Terna una richiesta di allaccio alla rete per l’incredibile potenza
complessiva di 1,23 gigawatt (pensata per grandi cluster di supercalcolo per
l’IA) con impatti idrici massicci per il raffreddamento, un dato che supera di
circa sei volte la potenza dichiarata per il solo progetto ex Pininfarina, e che
lascia aperti interrogativi su quali ulteriori ampliamenti, margini tecnici o
progetti paralleli possano comporlo12.
A Grugliasco l’Associazione Una Zona Franca sta studiando la documentazione sul
progetto.
CASELLE
Dalla tesi del Politecnico consultabile qui
https://webthesis.biblio.polito.it/38859/1/tesi.pdf
A Caselle Torinese la variante numero 3 al Piano Regolatore Generale, approvata
all’unanimità dal Consiglio Comunale e supportata da compensazioni ambientali
negoziate con l’Ente Parco La Mandria per interventi di deimpermeabilizzazione e
forestazione urbana, ha trasformato la destinazione d’uso di 450 mila metri
quadrati delle aree Ata vicine all’aeroporto “Sandro Pertini” da commerciale a
industriale produttiva ad alta tecnologia.
Sull’area sarebbe dovuto sorgere un centro commerciale ma alla fine è stato
privilegiato un data center. Su questa variante si innesta il progetto promosso
dal colosso immobiliare Hines, che prevede un campus di sei edifici industriali
per oltre 150 mila metri quadrati coperti più un fabbricato d’appoggio
tecnologico, con una richiesta di potenza elettrica di 250 megawatt e un
investimento di 500 milioni di euro13.
L’analisi del suolo mette in evidenza la probabilità che una data porzione di
territorio sia soggetta a zone alluvionabili. Siamo di fronte a un progetto che
non utilizza una superficie già impermeabilizzata bensì area agricola, causando
quindi ulteriore consumo di suolo e cementificazione in una zona ad alta
intensità di consumo vista la vicinanza con l’aeroporto, strade a scorrimento
veloce e autostrade.
Un progetto che va a completare questa cintura di grandi città collegata
dall’autostrada A1 e accomunata da amministrazioni di centrosinistra. Il
progetto prevederebbe la costruzione di sei edifici alti trenta metri che
immagazzineranno e processeranno miliardi di dati per i servizi cloud e
intelligenza artificiale per grandi aziende. Non a casa accanto all’aeroporto
già si trova l’azienda Leonardo.
A Caselle è nato un comitato dal nome Comitato No Data Center Caselle Torinese.
Mappature dal basso
Mappature dal basso.
TRINO
“Cavour Hyperscale Campus”, riguarda la riqualificazione e la riconversione
dell’ex centrale elettrica “Galileo Ferraris” di Trino, in provincia di
Vercelli, attraverso la realizzazione di un campus per l’elaborazione dei dati
di rilevanza nazionale ed europea, progettato per una potenza complessiva
compresa tra 300 e 400 megawatt, con un investimento di circa 4 miliardi di
euro. Il cronoprogramma prevede l’avvio della conferenza di servizi entro la
fine del 2026, il rilascio dell’autorizzazione unica entro la fine del 2027 e
l’entrata in funzione del primo lotto entro la fine del 2028.
A Trino Legambiente del Vercellese e della Valsesia ha iniziato a studiare i
legami tra data center e nucleare.
MONCALIERI
A Moncalieri è previsto un campus di quattro grandi edifici per 270 mila metri
quadrati di superficie complessiva e una potenza elettrica di ben 576 megawatt.
Di questa potenza soltanto 384 MGW saranno destinati all’alimentazione dei
server, il resto serve a fare funzionare questo mega campus di 4 edifici14. Si
tratta di una potenza persino superiore a quella prevista per il mega-impianto
nell’area dell’ex centrale di Trino Vercellese (compreso tra i 300 e i 400 MW
con 4,5 miliardi di investimento), per un valore economico complessivo stimato
in oltre 4,5 miliardi di euro e un’occupazione dichiarata di 400 posti di
lavoro15. Rispetto a questo numero non ci sono certezze: sui quotidiani si parla
di 500 posti di lavoro, secondo la documentazione dell’azienda stessa di circa
300.
Slide della presentazione di Giacomo Pagani, come sopra.
Da parte dei proponenti del progetto al momento non esiste uno studio sul rumore
del cantiere né dell’infrastruttura in sé. I generatori previsti per fare
funzionare il campus sono 288, su di essi manca l’informazione rispetto alla
potenza termica. Nel progetto non esiste uno studio sulla qualità dell’aria, lo
studio sull’impatto viene rimandato a dopo che il Comune avrà preso una
decisione. Anche rispetto alla bonifica del sito in questione: i proponenti non
hanno l’obbligo di farla.
Altro dato importante, sottolineato nelle slide di Giacomo Pagani, riguarda
l’investimento previsto e il ritorno al Comune di Moncalieri: alla fine di tutta
la procedura si parla di un ritorno economico a beneficio del Comune pari allo
0.05% dell’investimento. Inoltre, nel pacchetto del progetto viene prevista come
compensazione la realizzazione di un “parco pubblico”. Gli oneri della
manutenzione di un parco che difficilmente verrà utilizzato dalla cittadinanza
dato che sorgerà all’ombra della sottostazione elettrica ad alta tensione (per
cui non esiste uno studio sugli impatti dati dal campo elettromagnetico) in una
zona in cui la temperatura aumenterà di circa 2 gradi, saranno a carico del
Comune.
Sul progetto di Moncalieri lo studio condotto da Giacomo Pagani è stato
restituito a una serata organizzata dal Collettivo Gramsci.
Altri progetti sono previsti a Novara, in relazione all’enorme domanda per nuovi
progetti di agrivoltaico e dell’apertura di un enorme sito produttore di
semiconduttori.
Tutto questo significa costellare il nostro territorio di obiettivi strategici
militari che, in uno scenario di guerra aperta, hanno conseguenze che non è
difficile immaginare.
OPUSCOLOconfluenza_data_center 2Download
PER METTERSI IN RETE E ORGANIZZARSI INSIEME SCRIVI A:
CONFLUENZA.INFO@GMAIL.COM
1. Francesco Cappello, “Il sistema di guerra invade lo spazio. Dal controllo
orbitale alla spina industriale del Nord-Ovest.”
https://www.francescocappello.com/2026/09/21/larchitettura-invisibile-dello-spazio-dal-controllo-orbitale-alla-spina-dorsale-industriale-del-nord-ovest/
↩︎
2. Come sopra. ↩︎
3. Francesco Cappello, “L’invasione barbarica dei data center a Torino e
Provincia”
https://www.francescocappello.com/2026/09/18/linvasione-barbarica-dei-data-center-a-torino-e-provincia/
↩︎
4. https://acrobat.adobe.com/id/urn:aaid:sc:eu:0f24d6dd-6c60-456c-87f5-4ef13871ae8a?fbclid=IwY2xjawUptkZleHRuA2FlbQIxMABwZG9mBWJyaWQRMEU1TEVPUlB0SThJZk1jZWtzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeDo5l4OrGmUqVE-tGBsrL12NF5NCfqBV32bow8AJd4jPavk8G8aPi6EW0oXE_aem_BT54g2uj8xHPUqS8IgoCnw
↩︎
5. https://www.smartcitiesdive.com/news/data-centers-raise-temperatures-4-degrees-ASU-Sailor-thermal-plume/821359/
↩︎
6. Francesco Cappello, La grande invasione dei data
centerhttps://www.francescocappello.com/2026/07/25/la-grande-invasione-dei-data-center-dietro-la-retorica-del-cloud-si-nasconde-unindustria-pesante-che-consuma-territorio-acqua-ed-energia-svuota-la-sovranita-locale-e-arruola-lital/
↩︎
7. Fabio Balocco
https://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2026/06/entro-il-2030-i-data-center-dellintelligenza-artificiale-consumeranno-quanto-il-giappone/
↩︎
8. https://www.qualenergia.it/articoli/consumi-efficienza-opportunita-data-center-italia/
↩︎
9. https://webthesis.biblio.polito.it/38859/1/tesi.pdf ↩︎
10. Come sopra. ↩︎
11. Consulta la mappa completa su Mappature dal basso.
https://umap.openstreetmap.fr/it/map/filiera-aerospacedefense_1303893#17/45.094516/7.643459
https://mappaturedalbasso.weebly.com/ ↩︎
12. Francesco Cappello, come sopra.
↩︎
13. Francesco Cappello, come sopra. ↩︎
14. Dalla presentazione di Giacomo Pagani, slide consultabili qui
https://drive.google.com/file/d/1gXnSY_zk2fOu2hB__-FwYW60UX-GbOtf/view?fbclid=IwY2xjawUu4QFleHRuA2FlbQIxMABwZG9mBWJyaWQRMEU1TEVPUlB0SThJZk1jZWtzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeASjkDTCUXdCxlAe-aSKBlbyY_D3yzx_pN43fBC0B–sLVdWIJ3Q5uCq4I_I_aem_dWeIwB45ZzAVvzU2sjVfwQ
↩︎
15. Francesco Cappello, come sopra.
↩︎
Il prossimo 30 ottobre in oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa si
svolgerà una giornata internazionale di mobilitazione contro la guerra, il
genocidio, il riarmo e la militarizzazione dei porti, lanciata dalle
organizzazioni sindacali dei lavoratori portuali.
Da Radio Onda d’Urto
Per questo motivo sabato scorso, 3 ottobre, a Genova si è tenuta una
partecipatissima assemblea generale in preparazione della mobilitazione, per
decidere collettivamente le forme e le modalità con cui allargare e rafforzare
la mobilitazione e lo sciopero. All’appuntamento erano presenti comitati,
associazioni, organizzazioni sindacali e studentesche e collettivi.
La giornata del 30 ottobre 2026 rappresenta la seconda tappa di lotta
internazionale dei lavoratori portuali contro la guerra, dopo lo sciopero dello
scorso 6 febbraio 2026. Alla data aderiscono varie organizzazioni sindacali con
rappresentanze in almeno 40 porti distribuiti su 6 paesi tra Europa e Nord
Africa, con l’obiettivo di estendere ulteriormente la rete.
Su Radio Onda d’Urto Riccardo del Collettivo Autonomo Lavorati Portuali (Calp)
di Genova.
In questo episodio di Harraga, due compagne del collettivo Rotte Balcaniche ci
hanno restituito aggiornamenti dal centro di screening/detenzione di Pastrogor,
dove le proteste scoppiate quest’estate sono continuate con scioperi della fame,
tentativi di suicidio e sempre più forte repressione della solidarietà da parte
delle forze dell’ordine bulgare.
I tentativi di isolare le persone detenute dallx solidali si è concretizzato in
un divieto arbitrario di colloqui, reclusi messi in isolamento e solidali
arrestatx e processatx.
Se la repressione non fa altro che ribadire l’importanza dello stringere legami
di solidarietà tra il dentro e il fuori, questi aggiornamenti ci hanno dato
l’opportunità di riflettere sugli sviluppi dell’applicazione del nuovo Patto
Europeo alle frontiere e nei centri aperti e chiusi. Dall’altra parte della
frontiera, in Grecia, anche i campi di Synthiki e Fylakio hanno visto rivolte ed
evasioni. Se vengono annunciati progetti di aprire nuovi centri di screening e
di detenzione, in Bulgaria come in Italia, i respingimenti alle frontiere e in
mare restano il principale strumento di controllo sulle persone in movimento,
causando traversate e viaggi sempre più lunghi e pericolosi. I rimpatri
volontari vengono imposti con la forza, per deportare più facilmente chi riesce
ad entrare, con l’ausilio di organizzazioni internazionali e umanitarie quali
l’OIM. I centri di screening e di accoglienza prendono le sembianze di centri di
detenzione e determinano, de facto, la reclusione continua dall’ingresso in
Europa alla deportazione.
In questo quadro di criminalizzazione preventiva, intorno ai giovani uomini
viene costruita la figura del nemico, esterno e interno: a farne le spese sono
soprattutto i minorenni che vengono sempre meno tutelati e sempre più detenuti
insieme agli adulti, qui come a Ceuta.
Freedom – حرية – свобода!
Dal 30 settembre è entrato in vigore il decreto legislativo 160/2026, pubblicato
in Gazzetta Ufficiale il 15 settembre, che adegua l’ordinamento italiano all’AI
Act europeo e disciplina l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle attività
di polizia.
Tra le innovazioni più delicate c’è la possibilità di utilizzare sistemi di
identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi pubblici o aperti
al pubblico. Non si tratta soltanto del riconoscimento facciale a posteriori,
cioè del confronto tra il volto ripreso da una telecamera e immagini conservate
in una banca dati dopo che un fatto è avvenuto. In determinate circostanze
diventa possibile identificare e localizzare una persona mentre si muove nello
spazio pubblico. Occorre precisare che il decreto non autorizza una sorveglianza
biometrica indiscriminata della popolazione, ne stabilisce finalità, condizioni,
procedure autorizzative, banche dati e valutazioni preventive e vieta
esplicitamente lo scraping indiscriminato di immagini per costruire archivi
biometrici. Ma, dentro questi limiti, viene superata una soglia altrettanto
evidente: il riconoscimento biometrico attraverso intelligenza artificiale entra
formalmente nell’arsenale ordinario degli strumenti utilizzabili dalle forze di
polizia italiane, in tempo reale e a posteriori.
Ne parliamo con Riccardo, di Privacy Network.
(disegno di renaud eymony)
Durerà quel che durerà, come da più di dieci anni a questa parte, ma quanto ci
saremo divertiti nel frattempo: a vedere il panico del governo, lo scandalo dei
razzisti, il terrore della borghesia.
Beviamo le loro lacrime, ma non dimentichiamo niente: un ragazzino di sedici
anni ha perso un occhio dopo aver ricevuto una flash-ball in faccia, uno di
quattordici ha la mascella ridotta in poltiglia dopo che dei poliziotti gli
hanno sparato un lacrimogeno addosso a bruciapelo. In un video si vede un
poliziotto in borghese mentre cerca di mettere la testa di un ragazzo nell’acqua
di un ruscello, per fargli paura (poi è risalito, e se le è prese di santa
ragione, suscitando lo scandalo dei media); un altro ancora mostra un ragazzo
minuto, accovacciato a terra tra quattro energumeni (poliziotti, pardon), col
braccio gonfio, piange, dice che gliel’hanno rotto, e quelli ridono, gli
storcono il braccio ancora di più, uno di loro dice che ne ha già mutilati agli
occhi almeno quattro.
‘Sti ragazzini sono forti, non c’è che dire. Ultra-politicizzati, ben coscienti
del razzismo che subiscono, delle violenze della polizia, delle discriminazioni
che li dannano ancor prima che raggiungano la maggiore età. Hanno una padronanza
dei media avanzatissima, un discorso ben costruito da servire ai giornalisti
come me che accorrono davanti al loro liceo quando brucia la spazzatura. Io
sono, d’altronde, un bersaglio facile. Passati i trentacinque anni non posso che
sembrargli vecchio e loro mi stordiscono con le storie di aule fatiscenti e
insegnanti che mancano, ma lo senti subito che la realtà è un’altra: sono
incazzati neri col mondo, e a ben donde.
Loro hanno un lemma ormai generazionale per definire tutto ciò che alimenta la
loro giusta collera: «la France à Macron», la Francia di Macron, o meglio, più
esattamente: “la Francia a immagine e somiglianza di Macron”, ovvero la
Francia-Macron. Una Francia ultra-liberista, in crisi di bilancio nera, pronta a
farla pagare a tutti meno che ai ricchi e ai padroni, desiderosa di vendere lo
stato (sociale ma non solo) al primo offerente, tranne per quanto riguarda gli
apparati della repressione. La Francia-Macron infatti si regge su due gambe,
entrambe purulente: i desideri dei padroni e la violenza della polizia.
In dieci anni la polizia di Macron ha mutilato e ucciso decine e decine di
persone, ne ha arrestate decine di migliaia di altre, dai gilet gialli ai
movimenti contro le pensioni. Ma soprattutto, ha fatto un decennio di guerra ai
giovani, in particolar modo quelli delle classi popolari.
È come parte di questa guerra che va inteso l’omicidio di Nahel Merzouk,
diciassette anni, nel giugno 2023. Le rivolte seguite alla sua morte sono state
affrontate sul piano militare dalla macronie, letteralmente: carri armati, teste
di cuoio, armi non convenzionali, coprifuoco, assedi. E prigionieri: migliaia di
arresti, condanne, fedine penali sporcate per punire e intimidire, ben sapendo
che, se vieni dal basso, una fedina penale sporca significa non poter più
lavorare.
È in questa guerra contro i giovani che Macron ha istituito la terrificante
piattaforma Parcoursup, che decide lei dove potrai andare a studiare, se hai la
fortuna di passare la selezione, amplificando com’è ovvio che sia le
diseguaglianze. È in questa guerra che ha ridotto i sussidi giovanili, tagliato
i servizi, i fondi di scuola e università, precarizzato gli insegnanti,
aumentato le rette universitarie.
Anche in questo caso, la macronie ha reagito come ha sempre fatto quando si è
trovata davanti alla ribellione dei giovani: militarizzando il conflitto.
Davanti a quella che sembrava inizialmente una normale maretta studentesca, il
governo ha spedito migliaia di energumeni armati di tutto punto con la consegna
precisa di usare la mano pesante, costi quel che costi.
Un’evidente recipe for a disaster: la maretta si è fatta tempesta e presto
tsunami. Ora, persino i sindacati hanno deciso di unirsi agli studenti, un fatto
senza precedenti nella storia sociale francese. La Cgt, Solidaires e tutti gli
altri, persino la Cfdt (tipo la Cisl) hanno annunciato che sciopereranno e
saranno in piazza il 6 ottobre, a fianco agli studenti e nella data scelta da
questi ultimi, per proteggerli e denunciare all’unisono la violenza della
polizia.
C’è la finanziaria da approvare, poi le elezioni ad aprile. Non hanno una
maggioranza in parlamento e come faranno? Chissà, forse ancora una volta si
appoggeranno ai voti del Rassemblement National, loro – i macronisti – che
avevano promesso dieci anni fa che, ora che erano giunti al potere, la gente
avrebbe smesso di «votare per gli estremi».
Sarebbe coerente: a parte La France Insoumise e qualche altro pezzo di gauche,
nessun partito ha espresso solidarietà con i giovani ribelli. Mi ha detto un
amico, prof in un liceo di banlieue: siccome questi ragazzi sono prevalentemente
razzializzati e/o dei quartieri popolari, gli si nega persino il “diritto” di
essere bambini. Per definizione sono animali, pericolosi, classes dangereuses. E
quindi è legittimo mazzuolarli, mutilarli, sbatterli in galera: a poco vale la
loro età anagrafica, cioè il fatto che l’85% degli arrestati siano minori, come
comunicato dalla prefettura di Parigi per quanto riguarda gli arrestati nella
regione della capitale.
È qui che si opera la vera, reale, concreta fusione tra macronismo e lepenismo,
che poi appare sempre più come un passaggio di testimone. In questo razzismo e
classismo senza imbarazzi, anzi fiero della propria crudeltà, che fa dell’uso
della nuda violenza una strategia di governo. Questo rapprochement non a caso è
dapprima emerso durante le rivolte per Nahel, quando tutti (a parte La France
Insoumise) invocavano “l’ordine repubblicano”, che poi assomigliava parecchio a
un ordine mortifero. Anche oggi s’invoca il ritorno alla calma, ma quello che
vogliono, in realtà, sono la morte e il silenzio.
Hanno spaccato teste e occhi, gambe e braccia, hanno fatto la frittata. Che se
la mangino. Con l’augurio che gli vada di traverso una volta per tutte. (filippo
ortona)
intervista a Filo Sottile attorno al suo nuovo libro, alle froce siciliane, al
terremoto del belice, all’antimilitarismo, fantasmi e molto altro
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(sabato, 10 ottobre 16:00)
Disponibile al Porfido il quinto numero di “Disfare – per la lotta contro il
mondo guerra”, della primavera-estate 2026.
https://campiselvaggi.noblogs.org/post/2026/06/10/disfare-5-blackout/
di Mauro Armanino Da Piazza Banchi a Fabrizio De André, l’acciuga che nuota in
direzione ostinata e contraria diventa immagine delle resistenze quotidiane:
contro la guerra, la rassegnazione e l’anestesia …