Matinée XXL #117
MatinéeXXL against the nation and the canicola. Continua la maratona di inizio agosto negli studi blackoutiani in un crescendo di calore percepito, numero di ventilatori in funzione e mix selvaggi. Tracklist evaporata, potrebbero comparire musiche di Vivien Goldman&Cloud Management, Tullio De Piscopo, Beat Detectives, Crushed Curcuma.
In solidarietà al Movimento No Tav della Valsusa
Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento: Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa «Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto». In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa. Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav… Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia! I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso. Trento, 31 luglio 2026 Comitato No Tav di Trento
Stato di emergenza
Dal sequestro Moro a Cascina Spiotta. Riscrivere la storia dagli uffici di una Procura
(disegno di martina di gennaro) Dopo i recenti scontri di Bologna in reazione all’assassinio di Abderrahim Fakir e le azioni a Chiomonte, in Val di Susa, che hanno riacceso l’interesse sui cantieri Tav, e in ultimo dopo la scritta su un muro indirizzata al ministro della giustizia Nordio, è riemersa puntuale la retorica allarmista sull’estremismo di sinistra. Ma l’estate del 2026 ha visto anche nuovi procedimenti contro ignoti, o a carico di ex militanti delle Brigate Rosse, che hanno riaperto vicende che sembravano, almeno dal punto di vista giudiziario, già definite con numerose condanne. A fine luglio, la richiesta di riapertura indagini sul sequestro di Aldo Moro. Come riporta il Fatto Quotidiano del 28 luglio, è stato disposto dal giudice per le indagini preliminari di Roma un supplemento delle indagini seguite alla recente Commissione di inchiesta parlamentare, per “verificare se il 16 marzo 1978 in via Fani fosse presente un uomo finora mai identificato, armato di un mitra modello ‘zerbino’, travisato da un passamontagna, forse a bordo di un’Honda di grossa cilindrata”. Il giudice per le indagini preliminari, Francesco Patrone, ha accolto l’opposizione degli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini contro la richiesta di archiviazione avanzata a maggio dalla procura di Roma. Brigida (già difensore di parte civile nel processo per la strage di Bologna) e Salvini (il giudice istruttore che riaprì le indagini sulla strage di piazza Fontana) rappresentano i figli dell’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, assassinato quella mattina a Roma insieme con altri componenti della scorta di Moro. I due avvocati hanno valorizzato elementi emersi dai lavori della Commissione parlamentare istituita nel 2018. Elementi, si legge negli atti, legati alla “evenienza di ‘terze presenze’ sia sul luogo dell’agguato che nelle successive fasi di gestione e conclusione del sequestro”. A quanto pare, a distanza di cinquant’anni, manca ancora qualcuno all’appello (non solo Alessio Casimirri che da decenni vive in Nicaragua, recentemente diventato oggetto di una querelle diplomatica tra il ministro Tajani e l’omologo nicaraguense). Tuttavia, ben più importante e sibillina, ci è sembrata la riapertura di un’altra vicenda. Il 7 luglio 2026 si è concluso il processo di primo grado davanti alla Corte d’Assise di Alessandria a carico di Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini. La vicenda è quella del sequestro dell’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, avvenuta nel giugno del 1975, per la quale gli imputati sono accusati in concorso per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. Nel 2021 è stato pubblicato un volume, Brigate Rosse. L’invisibile. Dalla Spiotta a via Fani, dal rapimento Gancia al sequestro Moro (edizioni Falsopiano); anche dalle teorie proposte nel volume muove la richiesta di riapertura delle indagini presentata del figlio dell’appuntato D’Alfonso per procedere all’identificazione del membro delle Br che, insieme a MargheritaCagol, era alla Cascina Spiotta. Le indagini sono iniziate contro ignoti. Come sempre quando si tratta di processi che riguardano eventi accaduti in un tempo lontano, l’aspetto giuridico si mescola con quello della narrazione storica e della capacità di lettura dei fenomeni da parte dei giuristi. Sono richiamati atti processuali immersi in una logica giudiziaria che dovrebbe essere stata superata e la cui lettura meriterebbe un approccio, ormai, neutrale. Ed è proprio la questione della storiografia e l’intreccio con le dinamiche giuridiche che ricopre un ruolo spigoloso. Gli inquirenti, più che considerare quanto accaduto all’interno di un quadro più ampio, la riducono a una scena del crimine, a un banale caso di omicidio. Quasi che la Cagol e gli altri brigatisti fossero una componente del panorama criminale di quegli anni, dove i sequestri di persona erano una pratica remunerativa e assai diffusa. Non interessa inquadrare i nodi storici che portarono a determinate azioni, quanto sminuire quelle azioni e sottoporre ancora a procedimento penale gli ormai più che anziani protagonisti di quella stagione. La riapertura del caso ci porta in quella dimensione di astoricità sottolineata da Giovanni Iozzoli a proposito dell’esorbitante richiesta di pena contro Curcio, Moretti e Azzolini. Il pubblico ministero, infatti, all’esito dell’istruttoria dibattimentale ha chiesto per i primi due la pena all’ergastolo e per il terzo a ventuno anni per l’omicidio del giovane carabiniere, con l’aggravante del nesso teleologico. Un ribaltamento della lettura storiografica che negli ultimi anni sta finalmente provando a chiudere i conti politici con gli anni Settanta e le diverse forme di lotta armata, sottoponendole a uno sguardo critico e non stigmatizzante (vedi ad es. Sergio Luzzatto, Dolore e furore. Una storia delle Brigate Rosse, Einaudi, 2023). Per quei fatti era stato già giudicato come responsabile, in concorso con ignoti, Massimo Maraschi, che, con sentenza definitiva della Corte d’Assise di Alessandria emessa il 24 giugno 1978, era stato condannato alla pena di ventiquattro anni per concorso anomalo in omicidio nonché per altre ipotesi di reato minori come la falsità dei documenti di riconoscimento e dell’autovettura utilizzata per il sequestro (si tratta di un’ipotesi per cui se il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione od omissione). Nel corso delle “nuove” indagini sono state svolte ricerche per recuperare atti relativi alla identificazione gli altri partecipanti al sequestro di Vallarino Gancia, nonché il brigatista riuscito a fuggire dalla Cascina Spiotta. È stata, così, scoperta l’esistenza di un procedimento penale del Tribunale di Alessandria nei confronti di Lauro Azzolini e Angelo Basone (deceduto nel 2012). È emerso che il fascicolo relativo alle indagini volte all’identificazione del brigatista fuggito dal conflitto a fuoco era andato distrutto nell’alluvione causata all’esondazione del fiume Tanaro che nel 1994 ha colpito Alessandria; è stato possibile però accertare che nel registro dei fascicoli processuali del 1977, al numero 433, alla colonna 14 è riportata, scritta a mano, un’attestazione datata 3 novembre 1987, per la quale il giudice istruttore ha dichiarato il non doversi procedere per non aver commesso il fatto per tutti e due gli allora imputati. Nel frattempo, nel corso delle indagini del 2022, sono stati effettuati accertamenti tecnici su alcuni reperti ritrovati nell’appartamento di via Maderno a Milano, in cui nel 1976 vennero arrestati Renato Curcio e Nadia Mantovani. In particolare, sul memoriale redatto dal brigatista “fuggito”, in cui si descrivevano tutte le fasi del sequestro ed erano disegnati la cascina, la posizione dei veicoli, dei carabinieri e dei brigatisti, nonché le fasi del conflitto a fuoco, sono state rinvenute undici impronte corrispondenti a quelle di Lauro Azzolini. Pertanto, è stata richiesta la riapertura delle indagini anche a suo carico. L’impianto accusatorio si fonda su alcuni elementi dati per certi: Azzolini era alla Spiotta con Cagol, e fu lui il brigatista fuggito; Curcio e Moretti decisero il sequestro Gancia, insieme a Cagol, come operazione di autofinanziamento dell’organizzazione; la procura li accusa anche per la morte di D’Alfonso, a titolo di concorso ex art. 110 c.p., perché avrebbero dato o comunque condiviso una direttiva operativa: se avvistate il nemico vi sganciate; se colti di sorpresa, ingaggiate un conflitto per “rompere l’accerchiamento”. Questa, secondo la difesa degli imputati, è la parte più fragile dell’accusa, perché trasforma la prevedibilità dello scontro in accettazione, poi in concorso morale nell’omicidio. Nella memoria, depositata dall’avvocato Francesco Romeo, si chiarisce come il testo richiamato è il Giornale delle Brigate Rosse – Lotta armata per il comunismo, rinvenuto in possesso di un militante brigatista al momento del suo arresto a Milano nel 20 ottobre 1975, quattro mesi dopo la Spiotta. Questo dato fattuale apre tre problemi. Il primo è cronologico: il documento è trovato dopo i fatti ed è stato redatto dopo i fatti; la procura non ha dimostrato che quella regola esisteva già prima del 5 giugno 1975 come disposizione operativa vincolante per i militanti. Il secondo è funzionale: “rompere l’accerchiamento” non significa necessariamente “uccidere”. Può significare aprire un varco, creare confusione, coprire la fuga; è un modo di dire comune che veniva usato ampiamente nella comunicazione politica del tempo; una locuzione simile viene utilizzata anche dal Nucleo antiterrorismo nell’appunto n. 46 del 14/8/1975 a pag. 16 laddove si legge “di un disperato tentativo di rompere il cerchio della giustizia che stringe dattorno gli imputati”. Il terzo è soggettivo: anche ammettendo che quella fosse una regola dell’organizzazione, resta da provare che Curcio e Moretti l’abbiano data a quei militanti, per quella custodia, con la previsione concreta di quel che sarebbe accaduto. La pubblica accusa non è riuscita a fornire questa prova. La requisitoria sostiene che il sequestro Gancia non fu un’iniziativa estemporanea: si fa riferimento a diverse riunioni in cui vi sarebbe stata la scelta dell’obiettivo, la preparazione della cascina, i sopralluoghi, le auto, i documenti falsificati e la richiesta di riscatto. Ma poi riversa tutto questo, che costituisce prova del sequestro di persona, dentro la vicenda dell’omicidio D’Alfonso. Il problema è che organizzare un sequestro armato non equivale automaticamente a concorrere moralmente in ogni omicidio avvenuto durante l’imprevista scoperta della base e a seguito di decisioni assunte da altri in piena autonomia. La questione tecnica, allora, si è concentrata sulla ricostruzione della struttura delle Brigate Rosse esistente al momento in cui sono avvenuti i fatti. Il processo, o quanto meno le imputazioni, hanno confuso una responsabilità storico-politica con la responsabilità giuridica penale. Su questo si sono già espresse altre sentenze, in particolare quella emessa dalla Corte di Assise di Torino (n. 4/1978, p. 412), in cui si legge che: “assumersi, in quanto convinti militanti della organizzazione, la responsabilità ‘politica’ di tutte le azioni dalla stessa rivendicate è atteggiamento che il Curcio ha tenuto già in fase istruttoria e che tutti gli imputati detenuti hanno tenuto nella fase dibattimentale. Tale condotta, però, se si risolve in una postuma esaltazione e approvazione delle imprese rivendicate, non può di per sé comportare una responsabilità penale, a titolo concorsuale, non potendosi prescindere, per l’integrazione dell’ipotesi di concorso, dalla individuazione di un contributo, anche solo morale, ma sempre eziologicamente efficiente, all’azione posta in essere”; continuando che “a nulla rilevando la responsabilità ‘politica’ di cui gli imputati menano vanto, e dovendosi, per contro, pervenire a un giudizio di responsabilità ‘penale’, occorrerà verificare e controllare caso per caso quale degli imputati sia, in relazione ai singoli episodi, raggiunto da sufficienti elementi di prova, evitando così qualsiasi forma di generalizzazione, per sua natura incompatibile col carattere ‘personale’ della responsabilità penale”. Un processo del 2026, che mette le mani in questioni avvenute cinquant’anni prima, deve ricostruire meglio e con serietà quanto accaduto. Se bisogna dire la verità, bisogna avere il coraggio anche di dire e cercare la verità che non si vuole accettare o che si vuole nascondere. E allora, se questa è la questione, non ci si può non interrogare sul fatto che né l’arma dei carabinieri né la presidenza del consiglio dei ministri, come pure già accaduto in passato, non si siano costituiti parte civile. L’intervento del gruppo locale dei carabinieri, infatti, è da considerarsi quanto meno azzardato ove si tenga conto che nei giorni precedenti al sequestro Gancia la zona era stata già attenzionata, tanto che era stato ipotizzato un intervento del Nucleo antiterrorismo per il giorno 5 giugno 1975. L’operazione di quella mattina, fatta dal tenente Rocca, si sarebbe dovuta concordare con il nucleo antiterrorismo, che avrebbe potuto intervenire con maggiore esperienza. D’altronde Gianpaolo Sechi, già agente segreto del Sisde ed ex componente del nucleo antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa, dichiara, nell’udienza del 20 maggio scorso, che la Cascina Spiotta non avrebbe dovuto diventare un campo di battaglia e che se fossero stati avvisati avrebbero agito diversamente. Altro elemento opaco riguarda il comportamento tenuto dai carabinieri immediatamente dopo la sparatoria. Ci sono armi che non vengono subito rinvenute e che si ritrovano dopo giorni, proiettili che spariscono, il cadavere di Margherita Cagol che viene spostato, l’autopsia che in maniera incontrovertibile ci restituisce un dato: il colpo che l’ha uccisa entra nella regione ascellare sinistra ed esce nella regione ascellare destra. La conclusione possibile è una sola: se non avesse avuto le braccia alzate il proiettile avrebbe ferito alle braccia. Eppure, il procedimento a carico di uno dei carabinieri intervenuti è stato archiviato per aver riconosciuto la non punibilità per uso legittimo delle armi. Le udienze di questo recente processo sono state invece numerose e il pathos era evidente. La misura umana della vicenda è descritta da Lauro Azzolini alla prima udienza: «Mara era una donna eccezionale. Una compagna generosa. E la morte di una persona cara è un dolore incancellabile che ti porti dentro per tutta la vita, per tutti e senza distinzioni. Un giorno maledetto che non dimenticherò mai. Ma visto che a distanza di cinquant’anni si è deciso di portarlo in un processo pubblico, oggi che di anni ne ho ottantadue […] tutto intorno a me è cambiato rispetto a quando ne avevo meno di trenta, quando nel contesto delle lotte di classe, nel duro conflitto sociale, insieme a tanti altri compagni pensavamo di poter fare la rivoluzione. Perché allora il mondo che ci circondava era molto diverso da quello di oggi. […] Ho deciso di raccontare quello che quel giorno è successo. Prima che questo processo abbia inizio. E prima che lo facciano altri perché io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno era davvero successo». (-gt / -ma)
italia
[it, fr, es, other languages] Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione
Riceviamo, traduciamo e diffondiamo: [it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per liberare… In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta… Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile? La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra! Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue «soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di distruzione/ricostruzione e di controllo sociale. Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per «mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di «unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali, come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli armamenti! La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema! È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le nostre lotte dallo Stato. Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati; sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista. Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto reciproco. Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno, opponiamo l’attacco contro chi ci opprime. Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera. Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione. Assemblea antimilitarista a Bruxelles -------------------------------------------------------------------------------- [fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar, Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser pour libérer… En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout, s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité ? Aucune autre perspective ne serait envisageable ? La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre ! Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses « solutions », offrant au système économique un mécanisme de destruction/reconstruction et de contrôle social. Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour « sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population, notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de l’armement ! La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système ! Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle : organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos luttes de l’État. Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ; soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste. Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide. Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons l’attaque contre ceux qui nous oppriment. Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté. Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution. Assemblée antimilitariste à Bruxelles -------------------------------------------------------------------------------- [es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN ¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar… En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para “perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra perspectiva posible? ¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra! Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las “soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción, reconstrucción y control social. El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria armamentística! La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema! Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala: organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer las luchas contra el Estado. Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas; defender una perspectiva internacionalista. Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua. Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos por una vida de libertad. Ni guerra ni “paz”, revolución. Asamblea Antimilitarista – Bruselas -------------------------------------------------------------------------------- Altre lingue/other languages: ČESKY: https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce [3] # PDF [4]_ PORTUGUÊS: https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao [5] # PDF [6]_
Rompere le righe
Stato di emergenza
Babele
In collegamento dal presidio di Bosco Ospizio
Abbiamo intervistato un’attivista di XR Reggio Emilia per farci raccontare la resistenza dell’Assemblea permanente Ospizio al progetto di costruzione di un punto vendita Conad e di una struttura destinata al comune all’interno di un bosco urbano. Dopo mesi di tentativi nell’ostacolare la partenza di questa ennesima operazione ecocida di cementificazione dei nostri territori, l’assemblea ha deciso di lanciare un presidio permanente, riuscendo dal primo giorno (il 3 Agosto) di fatto ad ostacolare l’ingresso delle ruspe nella futura area di cantiere. Ovviamente sono arrivate di conseguenza identificazioni a tappeto da parte delle forze dell’ordine e il tentativo di forzare il blocco costituito da un muri di corpi di attivisti e attiviste. L’invito quindi è quello di raggiungere il presidio permanente per continuare la lotta contro questo progetto.
cementificazione
altavisibilita
lotte ecologiste
reggio emilia
bosco ospizio
Schiavitù invisibili. Lo sfruttamento della prostituzione nei centri massaggi cinesi a Roma
Sui centri massaggi cinesi mancano dati a livello locale. A Roma IrpiMedia ne ha mappati almeno cento. Il giro di prostituzione che celano passa per reclutamento online, pagamenti con app e il sospetto di una rete fra i vari centri L'articolo Schiavitù invisibili. Lo sfruttamento della prostituzione nei centri massaggi cinesi a Roma proviene da IrpiMedia.
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Solidarietà a Nicoletta Dosio
La violenta campagna d’odio che ha colpito Nicoletta Dosio dopo la conferenza stampa sui fatti del 25 luglio non è un episodio isolato, ma il prodotto di un clima costruito negli anni, in cui il dissenso viene sempre più delegittimato e chi lo pratica viene trasformato in un bersaglio. Quanto accaduto sabato scorso è il risultato di una tensione che attraversa la Val Susa da decenni. Da oltre 35 anni il movimento No Tav difende il territorio della Val Susa, denunciando gli enormi costi economici, sociali e ambientali di un’opera inutile e imposta. In tutti questi anni migliaia di persone come Nicoletta hanno deciso di metterci la faccia continuando a mobilitarsi, a proporre analisi, alternative e momenti di confronto. Troppo spesso, però, quelle ragioni sono state ignorate, mentre l’attenzione è stata concentrata quasi esclusivamente sugli episodi di conflitto. La Val Susa è diventata il simbolo di una deriva preoccupante: il dissenso sociale viene sempre più affrontato come una questione di ordine pubblico anziché come una voce legittima. In questo clima, persino prendere la parola durante una conferenza stampa per ricostruire e spiegare i fatti diventa motivo di attacchi personali e campagne d’odio. I social network amplificano queste dinamiche finendo troppo spesso per trasformarsi in una piazza in cui prevalgono la semplificazione, l’insulto e la ricerca del bersaglio del giorno. Le dinamiche degli algoritmi vanno a premiare la polarizzazione e i contenuti che suscitano rabbia e la ricerca del nemico, mentre il confronto sui fatti lascia il posto alla gogna mediatica. In questo contesto, figure come Nicoletta, diventano il volto su cui riversare frustrazione e odio, quasi sempre senza alcuna volontà di comprendere ciò che realmente è accaduto e il contesto in cui è inserito. Anche una parte dell’informazione mainstream contribuisce a questo meccanismo quando sceglie di raccontare il conflitto solo attraverso immagini spettacolari o cronache emergenziali, senza restituire il contesto, la storia e le ragioni di una mobilitazione che dura da oltre trentacinque anni. Quando il dissenso viene ridotto a un problema di sicurezza e chi protesta viene descritto esclusivamente come un soggetto violento e da reprimere, si alimenta una narrazione che rende più facile giustificare l’odio e la criminalizzazione. Per tutte queste ragioni la solidarietà a Nicoletta non è soltanto vicinanza a una compagna colpita da una campagna diffamatoria, ma la difesa del diritto di esprimere dissenso, di organizzarsi, di lottare e di prendere parola senza essere esposti alla gogna mediatica e all’odio costruito ad arte. I leoni da tastiera continueranno a nascondersi dietro uno schermo. Noi continueremo a stare nelle piazze, nei territori e nelle lotte, al fianco di Nicoletta e di tutte e tutti coloro che ogni giorno difendono la Val Susa e il diritto di opporsi a un modello di sviluppo imposto dall’alto.