Sabato 28 febbraio
Cena sovversiva
benefit “una nuova casa per la FAT!”
ore 20 in corso Palermo 46
menù vegan
prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com
Qui il testo dell’appello:
www.anarresinfo.org/una-nuova-casa-per-la-fat/
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
https://radioblackout.org/podcast/anarres-del-23-gennaio-rojava-stati-uniti-ice-senza-freni-olimpiadi-sangue-sfruttamento-e-buoni-affari/
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Rojava. Attacco al confederalismo democratico
Nelle stesse settimane dell’insurrezione iraniana il governo islamista di
Damasco ha sferrato un durissimo attacco al Rojava. L‘esercito siriano ha
attaccato le aree della Siria del nord che erano sotto il controllo delle forze
del Confederalismo Democratico, le stesse forze che avevano liberato il nord est
della Siria dai massacratori dell’ISIS.
La spartizione tra potenze globali e regionali dell’influenza sulla Siria è
costruita sulla pelle di quanti negli ultimi quindici anni hanno saputo
costruire, tra mille difficoltà ed aporie, un’alternativa laica, pluralista,
fondata sulla parità di genere e la concreta messa in crisi degli oppressivi
sistemi patriarcali.
Il governo siriano e i suoi finanziatori ad Ankara e Riad puntano alla
cancellazione di un’esperienza che, pur con innegabili limiti, ha rappresentato
un’alternativa a un’ordine sociale strutturato sull’oppressione delle donne, la
reazione religiosa, le divisioni settarie e il bieco sfruttamento.
Ne abbiamo parlato con Federico
Stati Uniti. L’ICE scatenata
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Le milizie pattugliano i dintorni delle scuole ed arrestano persino i bambini. I
somali, tutti profughi di guerra vengono rastrellati per le strade, dove è
caccia strada per strada e dove si sono create reti di vicinato per avvertire
del pericolo. Alcuni video mostrano la brutalità della polizia di frontiera che
picchia e spruzza in faccia a persone ammanettate. ICE “dichiara” il diritto di
entrare nelle case senza mandato. É una guerra. Civile
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari
Nella Milano capitale del lavoro povero le Olimpiadi sono state volontariato non
retribuito o lavoro precario nell’indotto turistico, ma anche un appoggio
ideologico all’insostenibile modello di città esclusiva ed escludente.
Ne abbiamo parlato con ABO Di Monte
Appuntamenti:
Siria e Iran: una libertà senza confini
Sabato 24 gennaio
ore 10,30
punto info al Balon
Nè shah né mullah. A fianco di chi lotta contro i dittatori di ieri, oggi e
domani in Iran e in Siria
ore 15
piazza Vittorio Veneto
partecipiamo al corteo per il Rojava
Sabato 21 febbraio
Con i disertori russi ed ucraini
per un mondo senza eserciti e frontiere
giornata di informazione e lotta antimilitarista
ore 10,30 al Balon
Sabato 28 febbraio
Cena sovversiva
benefit “una nuova casa per la FAT!”
ore 20 in corso Palermo 46
prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com
Venerdì 6 marzo
Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza
ore 21 in corso Palermo 46
Interverrà l’avvocato Eugenio Losco
Venerdì 13 marzo
Storie di punk e anarchia
I Crass: una sfilza di schiaffi in faccia e di pedate sul culo
Ne parliamo con Marco Pandin di Stella Nera
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato!
Informati su lotte e appuntamenti!
Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
per info scrivete a fai_torino@autistici.org
Contatti:
FB
@senzafrontiere.to/
Telegram
https://t.me/SenzaFrontiere
Iscriviti alla nostra newsletter mandando una mail ad: anarres@inventati.org
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Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Rojava. Attacco al confederalismo democratico
Nelle stesse settimane dell’insurrezione iraniana il governo islamista di
Damasco ha sferrato un durissimo attacco al Rojava. L’esercito siriano ha
attaccatole aree della Siria del nord che erano sotto il controllo delle forze
del Confederalismo Democratico, le stesse forze che avevano liberato il nord est
della Siria dai massacratori dell’ISIS.
La spartizione tra potenze globali e regionali dell’influenza sulla Siria è
costruita sulla pelle di quanti negli ultimi quindici anni hanno saputo
costruire, tra mille difficoltà ed aporie, un’alternativa laica, pluralista,
fondata sulla parità di genere e la concreta messa in crisi degli oppressivi
sistemi patriarcali.
Il governo siriano ei suoi finanziatori adAnkara e Riad puntanoalla
cancellazione di un’esperienza che, pur con innegabililimiti, ha rappresentato
un’alternativa a un’ordine sociale strutturato sull’oppressione delle donne, la
reazione religiosa, le divisioni settarie e il bieco sfruttamento.
Ne abbiamo parlato con Federico
Stati Uniti. L’ICE scatenata
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Lemilizie pattugliano i dintorni delle scuole ed arrestano persino i bambini. I
somali, tutti profughi di guerra vengono rastrellati per le strade, dove è
caccia strada per strada e dove si sono create reti di vicinato per avvertire
del pericolo. Alcuni video mostrano la brutalità della polizia di frontiera che
picchia espruzza in faccia a persone ammanettate.ICE “dichiara” il diritto di
entrare nelle case senza mandato. É una guerra. Civile
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari
Nella Milano capitale del lavoro povero le Olimpiadi sono state volontariato non
retribuito o lavoro precario nell’indotto turistico, ma anche un appoggio
ideologico all’insostenibile modello di città esclusiva ed escludente.
Ne abbiamo parlato con ABO Di Monte
Appuntamenti:
Siria e Iran: una libertà senza confini
Sabato 24 gennaio
ore 10,30
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Nè shah né mullah. A fianco di chi lotta contro i dittatori di ieri, oggi e
domani in Iran e in Siria
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piazza Vittorio Veneto
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Sabato 21 febbraio
Con i disertori russi ed ucraini
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(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
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Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
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Di Marco Veruggio da officina primo maggio
> Una lunga chiacchierata con due attivisti del movimento Ice Out a Minneapolis:
> Janette Zahia Corcelius, sindacalista e attivista dei Democratic Socialists of
> America e Rafael Gonzales, rapper, insegnante e attivista.
> Questo articolo viene pubblicato in contemporanea su OPM e PuntoCritico
La mobilitazione contro l’offensiva anti-immigrati nel Minnesota e l’ampia
reazione alle esecuzioni a sangue freddo di Renée Good e di Walter J. Pretty
hanno dimostrato che si può resistere alla politica reazionaria di Trump non,
come auspica qualcuno anche in Italia, aspettando la rivincita nelle urne a
novembre o affidandosi a qualche magistrato illuminato, bensì ricorrendo ai
mezzi storicamente più efficaci a disposizione dei lavoratori e delle classi
subalterne: scioperi e manifestazioni. Per capire come sono nati i primi rapid
support team, che cos’è successo dopo l’escalation dell’ICE e del Border Patrol
e qual è realmente la situazione oggi, dopo che l’informazione italiana ha
spento i riflettori sul Minnesota, ci siamo fatti una lunga chiacchierata con
Janette Zahia Corcelius, sindacalista e community organiser della Office and
Professionals Employees International Union e attivista dei Democratic
Socialists of America a Minneapolis, e con Rafael Gonzales, rapper, cantante e
insegnante (nome d’arte Tufawon) impegnato nelle mobilitazioni. Quella che segue
è un’ampia sintesi della conversazione a tre.
Come si è sviluppata la vostra lotta e che esperienze avevate alle spalle?
Janette: Prima di arrivare in Minnesota l’ICE era stato anche altrove – Los
Angeles, Chicago ecc. – ma si trattava di grandi città. Minneapolis e Saint
Paul, le Twin Cities, invece, hanno rispettivamente 400 e 300mila abitanti, il
Minnesota in tutto meno di sei milioni. Qui Trump ha inviato circa 3mila agenti,
un’enormità. L’altro aspetto decisivo è che qui nel 2020 c’è stata l’uccisione
di George Floyd per mano della polizia e da qui è partita la reazione che ha
infiammato tutto il paese. Alcuni monumenti identificati come simboli di
ingiustizia razziale sono stati abbattuti. diversi edifici pubblici dati alle
fiamme. La separazione tra destra e sinistra si è accentuata. Nel 2022 la
Minneapolis Federation of Teachers ha proclamato uno sciopero, il primo dagli
anni ‘70, durato 18 giorni. E in passato il Minnesota ha avuto una tradizione
importante di movimenti progressisti, come quello dei nativi, e mobilitazioni
sindacali, come lo sciopero dei Teamsters del 1934. Insomma una storia di
resistenza in cui si intrecciano soggetti e motivi variegati.
Rafa: Aggiungo che abbiamo anche una storia di attacchi alle comunità dei
migranti. Qui, ad esempio, vive un’ampia comunità di somali, che sono stati
anche loro presi di mira e sono emersi anche elementi di islamofobia. Nel 2020,
quando fu ucciso George Floyd, molti membri delle nostre comunità si sono
attivati e abbiamo maturato delle competenze. Ma la storia inizia prima, perché
in passato avevamo già avuto dei neri uccisi dalla polizia. Insomma siamo stati
costretti a organizzarci, vigilare sulle comunità e tenerle al sicuro.
In che modo vi siete organizzati e che tattica avete adottato?
J.: La mobilitazione non è stata spontanea. C’è stata una preparazione, perché
sapevamo che saremmo stati nel mirino. Come ricordava Rafa la rivolta per George
Floyd è avvenuta durante il primo mandato di Trump, che è un personaggio
vendicativo. Inoltre il governatore del Minnesota Tim Walz nel 2024 è stato uno
stretto collaboratore di Kamala Harris e candidato alla vicepresidenza e questa
per Trump era un’altra ragione di vendetta. Perciò già prima che l’ICE arrivasse
decine di migliaia di persone si erano preparate ad agire. Sono state create
delle chat di quartiere usando l’app di messaggistica Signal per coordinarsi,
discutere e segnalare l’arrivo delle unità dell’ICE. Chat divise per scopo:
alcune di sostegno, altre per attivare le squadre di risposta rapida. L’ICE, ad
esempio, utilizza auto senza contrassegni, a volte prese a noleggio, una prassi
assolutamente illegale. Uno dei compiti degli attivisti è identificarle e
segnalarle prima che piombino sui loro obiettivi.
R.: Nei quartieri la gente si è attivata. Come ha detto Janette 30mila persone
hanno seguito dei corsi di formazione per imparare a respingere l’ICE. E sono
state incredibilmente efficaci. Le chat e i gruppi organizzati quartiere per
quartiere agiscono non solo a Minneapolis, ma in tutta l’area delle Twin Cities
e anche oltre. Nelle due città ci sono meno di un milione di residenti, ma se
consideriamo periferie e aree extraurbane arriviamo a 3 milioni e 700mila
persone e i team di intervento rapido coprono tutta l’area. A causa della
gentrificazione molte comunità marginalizzate sono state espulse dal centro
delle città e spinte nelle periferie. Qui l’ICE è stato particolarmente
aggressivo e le squadre sono state molto efficaci. La gente appena arriva l’ICE
esce fuori dalle macchine, usa i fischietti per attirare l’attenzione di chi sta
nelle case e nei negozi lì attorno e farli accorrere e riprende col telefono.
L’ICE ha la meglio quando le vittime sono da sole o in piccoli gruppi. L’azione
dei rapid support team serve a ridurre i rischi. Insomma qui abbiamo creato una
rete di comunicazione molto ramificata e capillare, al cui interno sono maturate
delle competenze ed è un sistema replicabile in altre città dove l’ICE farà le
stesse cose che ha fatto qui.
Che ruolo hanno avuto il sindacato e i Democratici?
J.: Oltre alle comunità, che hanno addestrato squadre di intervento rapido e
osservatori legali, anche i sindacati hanno incoraggiato gli iscritti ad
attivarsi, in particolare per impedire all’ICE di entrare nei posti di lavoro e
nelle scuole. A dir la verità ha anche cercato di fare in modo che gli agenti di
polizia ostacolassero o non collaborassero con l’ICE, ma la polizia non ha mosso
un dito. Sono razzisti e non faranno mai nulla per proteggerci. Poi c’è la
questione casa. Il Minnesota ha approvato una legge antisfratti, ma il
governatore Tim Walz non la sta applicando, perciò siamo intervenuti anche su
questo tema. Raccogliamo fondi per aiutare chi non riesce a pagare l’affitto e
proprio in queste ore abbiamo lanciato uno sciopero degli affitti chiedendo una
moratoria sugli sfratti e aiuti a chi non ce la fa. Anch’io smetterò di pagare
l’affitto in segno di solidarietà con chi non ci riesce.
R: Questa iniziativa del sindacato è un’ottima cosa, perché ci sono molte
famiglie in cui c’era una sola persona che portava a casa i soldi per pagare
l’affitto di casa ed è stata arrestata ed espulsa dall’ICE o dalla Guardia di
Frontiera, altri hanno perso il lavoro o lavoravano in aziende gestite da
immigrati, che sono stati costretti a vendere le proprie attività, per cui hanno
subito contraccolpi dall’arrivo dell’ICE. I raid contro gli immigrati hanno
avuto un impatto drastico sul reddito di molte famiglie, che oggi non sono più
in grado di pagare l’affitto. Ma ritrovarsi per strada significa essere ancor
più vulnerabili, perché la casa è anche una protezione dalle violenze degli
agenti federali. Su questo, come diceva Janette, la autorità non stanno facendo
molto.
Parli del governo del Minnesota?
R.: Sì, ma anche del sindaco.
Mi stai dicendo che il sindaco di Minneapolis ha mandato a quel paese l’ICE
davanti alle telecamere, ma non è andato oltre?
R.: Sì, certo. A differenza del consiglio comunale, che si è mosso, il sindaco
Jacob Frey ha mandato affanculo l’ICE, ha fatto conferenze stampa e
dichiarazioni pubbliche in favor di telecamera, ma poi non ci ha dato un aiuto
concreto. Hanno fatto molto più di lui i gestori di tanti coffee shop e negozi
che, essendo di fatto dei community hub aperti 12 ore al giorno, sono diventati
un punto di riferimento per le squadre di attivisti, organizzano raccolte di
cibo e altre cose utili a chi sta ore e ore in strada a vigilare e sono a
disposizione per tutto l’orario di apertura al pubblico. In questi mesi
l’afflusso di donazioni è stato enorme, anche se ora i numeri, man mano che la
copertura mediatica si riduce, diminuiscono.
J: Volevo aggiungere ancora una cosa sullo sciopero generale del 23 gennaio,
perché, come saprai, si è aperto un dibattito sul tema se sia stato o meno un
vero sciopero generale.
Forse bisogna dire a chi legge che negli USA fare sciopero per ragioni
politiche, come è stato il caso del 22 gennaio, è illegale e si rischiano
sanzioni severe fino all’arresto. Giusto?
J.: Sì, puoi scioperare solo per ragioni legate al tuo contratto di lavoro e poi
ci sono procedure lunghissime che qui nel Minnesota possono durare anche 60
giorni. Qui però puoi andare via dal posto di lavoro in qualsiasi momento per
ragioni di salute. Noi abbiamo incoraggiato i lavoratori a fermarsi – lo slogan
era “no work, no school, no shopping” – utilizzando metodi praticabili senza
esporre nessuno a conseguenze legali. Alla fine anche in molte aziende dove il
sindacato non è presente i dipendenti sono andati dai loro datori di lavoro e
hanno detto che quel giorno non sarebbero andati a lavorare. Il 23 nel Minnesota
un lavoratore su quattro non ha lavorato, perciò credo che sia stato un vero
sciopero generale. Dopo l’assassinio di Alex Pretty, che era un operatore
sanitario iscritto all’AFGE, un sindacato del pubblico impiego, i lavoratori
hanno chiesto di andare avanti e intere assemblee hanno appoggiato questa
proposta, ma i gruppi dirigenti del sindacato hanno deciso diversamente. Un
atteggiamento che per un verso è stato criticato, per un altro riflette un
quadro di oggettiva debolezza del sindacato. Nel Minnesota il tasso di
sindacalizzazione è superiore a quello federale, ma non supera il 15%.
In Italia l’informazione ci ha detto che dopo l’esecuzione di Renée Good e Alex
Pretty l’ICE si sta ritirando a poco a poco. È davvero così? E più in generale
cosa vi aspettate dal futuro qui e a livello federale e che lezioni avete
ricavato da quanto è successo?
R.: Su quanti agenti dell’ICE e del Border Patrol ci siano ancora in città ci
sono varie ipotesi. Sappiamo che doveva partire un primo contingente di circa
700 agenti e che altri dovrebbero seguirli, ma non possiamo dire con certezza se
tutti quelli che dovevano andarsene abbiano effettivamente abbandonato la città.
In realtà ci sono ancora molte operazioni in corso. Le squadre dell’ICE sono
ancora molto attive, in particolare nelle periferie, così come vengono segnalate
molte attività e transito di mezzi dell’ICE e humvee militari nell’edificio che
li ospita, dove probabilmente pianificano nuovi raid e si preparano a eseguirli.
Quel che è certo è che così come mentono quando ci raccontano che a Gaza
l’esercito israeliano ha smesso di sparare, possono mentire quando parlano
dell’ICE a Minneapolis. Di sicuro ICE, Border Patrol e governo hanno cambiato
tattica. Bovino era un personaggio che attirava le telecamere col suo stupido
taglio di capelli, il suo look nazi, i lanci di lacrimogeni contro la gente. E
faceva fare pessima figura al governo federale. Il suo sostituto Tom Homan è più
esperto e soprattutto non cerca l’attenzione dei media. Dirà ai suoi uomini di
essere più rapidi, di completare i raid in 7-8 minuti, in modo professionale e
indolore, ma andrà comunque avanti. D’altra parte arrivano segnalazioni di
agenti che tentano di infiltrarsi, si presentano in strada coi fischietti al
collo e fanno intelligence, raccolgono informazioni. Per questo è fondamentale
continuare a fare pressione. Le comunità in questo momento sono più vulnerabili,
perché l’attenzione è scesa e se sei solo, come dicevo, il rischio di essere
preso aumenta. Poi conosciamo Trump. Può ritirare l’ICE adesso e tra un minuto
dire: “Hey, vi mandiamo altri 3mila agenti”.
Più in generale come vedi il futuro?
R.: Ci sono anche altre città su cui l’azione dell’ICE ha e avrà un impatto
significativo. Del resto il problema non è iniziato con Trump. Il presidente che
ha espulso più immigrati di chiunque è stato Obama, ma i media all’epoca non
hanno dato tanto peso alla faccenda. Oggi il grosso dell’attenzione mediatica
deriva dal fatto che c’è una crisi politica nazionale senza precedenti. In
passato quando dei neri venivano uccisi dalla polizia non c’è stata la stessa
attenzione. Due cose ancora prima di concludere: i raid dell’ICE con
l’immigrazione non c’entrano nulla. Qui la posta in gioco è l’esercizio del
potere in una società che protegge gli interessi delle aziende ma non quelli
della gente comune. Perciò noi continueremo a lottare, per mandare via l’ICE e
non solo, ma è chiaro che se vanno via da qui per andare a fare le stesse cose
in altre città il problema non è risolto, cioè il problema va affrontato come
una questione nazionale. Secondo: andremo avanti senza cadere nella trappola del
governo. Trump vorrebbe che qui succedesse quello che è successo nel 2020, cioè
che bruciamo gli edifici federali. Noi restiamo sul terreno della protesta
pacifica, perché non vogliamo farci attirare su quel terreno.
J.: Voglio aggiungere un’ultima cosa. Chiedevi se abbiamo tratto qualche lezione
da quello che è successo. A mio avviso la lezione principale è che la sinistra
deve creare un fronte unito per combattere il fascismo. Noi qui lo abbiamo fatto
e pensiamo di poter essere di esempio per altri, anche se temo che altre città
non siano altrettanto organizzate, perché viviamo in un paese in cui si è molto
individualisti e isolati. In un fronte unitario, naturalmente, si possono
applicare tattiche diverse, che non tutti condividono e nondimeno credo vadano
rispettate. La cosa più importante, però, è cominciare a prenderci cura dei
nostri vicini e dei nostri colleghi di lavoro. Qui lavoriamo con semplici mamme,
molte politicamente liberal, senza alcuna esperienza di attivismo alle spalle.
Ma è quello che serve per combattere il fascismo: creare un movimento di massa.
E darsi obiettivi realistici. Sennò il rischio è cadere nella stessa trappola di
Black Lives Matter, che chiedeva di abolire la polizia, ha fallito e ora abbiamo
una società più militarizzata di prima. Io sono socialista. Credo che si debba
lottare contro l’ICE, usare l’arma dello sciopero generale, ma credo anche che
dobbiamo chiedere la pubblicazione degli Epstein files, non per colpire Trump,
ma per mostrare come funziona il capitalismo. Non voglio “tornare alla
normalità”, voglio una società nuova.
Martedì 24 febbraio h9 le compagne e i compagni imputati nell’operazione City
hanno chiamato una presenza solidale dentro e fuori il Tribunale di Torino, in
occasione di una delle ultime udienze dell’istruttoria dibattimentale del
processo che vede oltre 70 persone imputate per il corteo del 4 marzo 2023.
Un corteo conflittuale che aveva attraversato le strade di Torino, contro il
regime di 41-bis e l’ergastolo ostativo come forma di tortura di Stato e in
solidarietà con Alfredo Cospito, compagno anarchico detenuto in regime di 41-bis
e, in quel periodo, in sciopero della fame da oltre cinque mesi. Infatti,
l’ennesimo rigetto della Corte di Cassazione rispetto alla richiesta di revoca
del 41-bis si stava di fatto configurando come una vera e propria condanna a
morte per Alfredo e questo portò una nutrita assemblea pubblica al lancio del
corteo del 4 marzo.
A seguito di quel corteo, nell’aprile 2024 la Procura di Torino ha avviato
l’operazione repressiva denominata “City”: quasi una trentina di persone sono
state accusate di devastazione e saccheggio (art. 419 c.p.) in concorso con
ignoti, sulla base di una ricostruzione della Procura che parla di una presunta
premeditazione e di un fantomatico impianto paramilitare. Emerge come ulteriore
elemento di sperimentazione da parte della procura, l’utilizzo dell’articolo 115
c.p. (il cosiddetto “quasi-reato”) nei confronti delle persone fermate prima del
corteo, alle quali viene attribuita l’intenzione di commettere il reato di
devastazione e saccheggio per il solo fatto di stare andando alla
manifestazione.
Ne abbiamo parlato con una imputata dell’operazione City.
Oggi è fondamentale parlare del reato di devastazione e saccheggio non solo per
esprimere solidarietà all3 imputat3, ma perché si tratta di uno strumento
repressivo dal carattere chiaramente punitivo ed esemplare, utilizzato come
monito in contesti molto diversi. Viene impiegato per colpire e punire rivolte e
forme di resistenza nei CAS, nelle carceri e nei CPR, come nel caso della
rivolta dell’estate 2024 nel carcere minorile di Torino Ferrante Aporti. A
partire dal corteo del 4 marzo 2023, il reato di devastazione e saccheggio viene
sempre più spesso utilizzato per reprimere in modo durissimo le mobilitazioni di
piazza più conflittuali: è il caso dell’indagine aperta a Genova,
dell’operazione Ipogeo a Catania, fino ad arrivare persino alle ipotesi di
devastazione riportate dalle veline della questura per il corteo del 31 gennaio
a Torino.
I prossimi appuntamenti:
24 febbraio h9 (puntuali) presenza solidale con l3 imputat3 dell’operazione
City, dentro e fuori dal tribunale (aula maxi 3)
27 febbraio h18 BlackOut House – presentazione dell’opuscolo “Il conflitto e il
suo rimosso”, discussione a partire dal reato di devastazione e saccheggio e
aggiornamento sull’operazione City
Torino. Apprendiamo la recente notizia della perdita da parte dell’associazione
culturale “Comala” degli spazi che gestisce da ormai 15 anni. La Circoscrizione
3, insieme al Comune di Torino, ha indetto un bando per l’assegnazione degli
spazi dell’ex caserma La Marmora, scartando “Comala” e optando per una cordata
di associazioni guidata dall’APS Social Innovation Teams.
Se può essere mascherato da atto dovuto e legittimo della Circoscrizione, in
realtà è possibile leggere in questa decisione – senza dover scavare neanche
troppo – precise volontà politiche e buchi procedurali di non poco conto.
Comala, da quando ha cominciato la sua attività, ha rappresentato un polo di
aggregazione di rilievo a livello cittadino e di quartiere. Aule studio, sale
musicali, uno studio di registrazione e spazi adibiti a laboratori di ogni tipo,
tutto costruito riabilitando uno stabile di proprietà del Comune in disuso da
decine di anni. Si tratta di un centro aperto e libero, che ha saputo capire e
coprire i bisogni di migliaia di persone – molte delle quali frequentano il
vicino Politecnico -, sviluppando importanti forme di partecipazione collettiva
e offrendo anche possibilità di organizzazione politica. Talvolta lo ha fatto
anche opponendosi direttamente a un modello di amministrazione cittadina, volto
a sacrificare la vivibilità degli spazi in favore della speculazione e del
profitto, come quando nel 2022 ostacolò e nei fatti impedì – nel quadro di una
mobilitazione più ampia – il progetto di realizzazione del supermercato
Esselunga, nel parco Artiglieri di Montagna.
In effetti, un’esperienza inusuale in una città come Torino, in cui
difficilmente si riesce a realizzare un luogo in cui possano coesistere
socialità, uso virtuoso dello spazio pubblico e gratuità dei servizi.
Un’esperienza che, evidentemente, non più gradita a chi governa la città, deve
essere smantellata. E questo accade non con la chiusura definitiva, ma con la
riconversione degli spazi secondo logiche totalmente opposte. I criteri di vita
e gestione di Comala retrocedono per far posto all’opzione politica che ormai
risulta l’unica direzione seguita dall’amministrazione comunale per “migliorare”
la città nei suoi ambiti giovanili: quella dell’impresa sociale,
dell’innovazione, della falsa sostenibilità ambientale.
L’associazione SIT, vincitrice del bando, si caratterizza proprio per il suo
obiettivo di farsi promotrice di “imprenditorialità sociale e ambientale” e, nel
contesto di Comala, di renderla “incubatore di start up e imprese”. Insomma,
propositi in perfetta linea con le nuove avanguardie politiche, ma pure e
soprattutto retoriche, dell’”imprenditorialità giovanile” come motore di
sviluppo non solo economico, ma anche sociale e ambientale. Il tutto andando
incontro – quantomeno secondo l’APS – alla necessità di creare sbocchi e
opportunità per il Politecnico.
Se si vuole ignorare l’inutilità per il Politecnico di un’ulteriore realtà di
questo tipo, di cui è saturo, rimangono comunque non pochi elementi
problematici, sottesi per altro a un indirizzo politico generale.
Si osserva infatti il trionfo di una visione dello sviluppo sociale strettamente
legata all’emersione di piccole imprese “innovative”, capaci, secondo chi
propugna questa prospettiva, di rivoluzionare progressivamente la società. Si
tratta del volto nuovo del capitalismo degli ultimi 15 anni, forgiato e
alimentato in seno alla Silicon Valley ed esportato come orizzonte di
evoluzione, specialmente nell’ambito high-tech. Un paradigma che ha subito preso
piede anche in Europa e specificamente in Italia, dove gli acceleratori di
impresa hanno un’ovvia minore portata di investimento. A Torino, le diverse
amministrazioni che si sono susseguite hanno, chi più chi meno, perseguito
questa caratterizzazione dello sviluppo cittadino. E così, all’inesorabile
processo di deindustrializzazione della città, la risposta è stata quella di
favorire l’organizzazione di grandi eventi e la proliferazione di associazioni,
cooperative e start up, spesso legate a doppio filo alle università, in
particolare il Politecnico. Il processo si allaccia perfettamente alla
realizzazione della “Città dell’Aerospazio”, indicando il tracciato preciso
della mutazione del tessuto economico-sociale di Torino. Lungi dal rappresentare
una svolta etica del capitalismo o persino un suo cambiamento sostanziale, si
tratta di una variazione di forma nei processi di valorizzazione, ancora più
subdola, poiché mischia a priori il processo di accumulazione a una presunta
intrinseca utilità sociale. L’idea poi che le start up possano essere alla
portata di tutti, con dimensioni limitate e con possibilità di crescita basate
sull’impegno e sull’ingegno, ricalca la retorica neoliberale del riscatto
sociale basato sulla dedizione individuale, di cui non c’è bisogno di ricordare
la falsità.
Insomma, nonostante i tentativi di edulcorare lo sfruttamento di persone e
risorse, la sostanza rimane grossomodo la stessa. E, di conseguenza, anche il
futuro del Comala, sebbene il presidente di SIT Paolo Landoni parli di mantenere
i servizi già esistenti, comincia a connotarsi in un determinato modo: tenere
gratuita la fruizione delle aule studio, ma rendendo altri servizi a pagamento o
più costosi e incentrare le attività sulle fantomatiche start up.
Salta poi all’occhio la presenza, tra le associazioni vincitrici, di Eufemia.
Sempre basata sulla “promozione sociale”, qualche anno fa balzò agli onori della
cronaca per non aver rispettato norme lavorative e aver licenziato
arbitrariamente delle dipendenti che avevano scioperato.
Si comprende quindi molto bene il vento che tira se i presupposti di evoluzione
del Comala sono questi.
Qualcuno, tra cui la presidente della Circoscrizione 3 Francesca Troise, per
giustificare la decisione, parla di un bando regolarmente indetto e pubblico, a
cui chiunque avrebbe potuto accedere. I motivi per cui questo discorso,
schiacciato sul profilo tecnico della decisione, rimane fuori da ogni logica di
senso sono più di uno.
Innanzitutto gli spazi gestiti dall’associazione Comala non erano stati, almeno
in principio, aggiudicati attraverso un bando pubblico. La Caserma La Marmora
era in disuso da anni e soltanto su iniziativa dell’associazione (non del
Comune), facendo richiesta alla Circoscrizione, sono iniziate le attività.
Inoltre, dal 2020 la concessione era scaduta. Nonostante ciò, per 5 anni Comala
ha continuato a curare lo spazio, ampliandolo, migliorandolo nella struttura e
nelle attività, e continuando a chiedere delle forme di regolarizzazione. Di
conseguenza, la decisione appena presa, da leggere in un quadro di passiva
opposizione ai progetti del Comala, appare come un deliberato attacco
all’associazione, studiato per delegittimarne la presenza e, cogliendo la prima
opportunità utile, eliminandola dal territorio.
Se poi si vuole fingere che la burocrazia abbia avuto più peso della
decisionalità politica, ci sarebbe da chiedersi per quale motivo non ci sia
stato un intervento in senso contrario. Lo spazio pubblico, i servizi per il
territorio e tutte le possibilità offerte da Comala sono state costruite di pari
passo con una comunità che si è riconosciuta nello spazio e in un certo modo di
intenderlo. È quindi soltanto quello il “pubblico” a cui dovrebbe essere chiesto
come, quando e perché lo spazio dovrebbe cambiare.
Si tratta in fondo di un copione già visto: quello della chiusura di spazi
sociali e giovanili che possano anche solo lontanamente costituire
un’alternativa all’esistente.
Soltanto 2 mesi fa veniva sgomberato Askatasuna, dando concretezza all’agenda
governativa – evidentemente condivisa da vere o presunte opposizioni, anche
nelle amministrazioni – di continuare a chiudere gli spazi, come già successo
con il Leoncavallo.
Questa tendenza, che non è iniziata 6 mesi fa e non finisce adesso, va
interpretata in una dimensione più generale.
L’intensificarsi di questi attacchi è andato paradossalmente di pari passo con
la perdita di agibilità generale dei movimenti sociali. La capacità di incidere
sui rapporti di forza si è fatta progressivamente più flebile, lasciando spazio
e terreno all’avanzata politica della controparte, che ha colpito le parti
tangibili e simboliche dei risultati delle lotte: centri sociali occupati, spazi
autogestiti, adesso anche associazioni culturali.
Se questo è un assunto da tenere a mente, difendendo quindi spazi e luoghi di
aggregazione, è anche necessario riuscire ad andare oltre, togliendosi
dall’angolo di isolamento e difesa nel quale vogliono costringere le energie
sociali emergenti, eliminando uno spazio dopo l’altro. In questo senso non si
può dimenticare l’esperienza dirompente delle mobilitazioni di inizio autunno,
che hanno dato una dimostrazione di come il campo delle possibilità e del
cambiamento sia ancora aperto. Colpire il Comala infatti, vuol dire anche
tentare di mettere un freno a chi immagina un futuro diverso e desidera
cambiarlo. Ed è proprio questo desiderio che bisogna rendere potenza
trasformativa, che si ponga l’obiettivo di intervenire sulla realtà e cambiarla.
Il futuro dell’Italia e dei paesi Occidentali si delinea in maniera sempre più
chiara: la guerra, per ora ancora nascosta nella crisi risolta con le politiche
di riarmo e negli equilibri politici e geopolitici sempre più precari, diventa
un orizzonte progressivamente più vivo. La chiusura degli spazi sociali è
sintomo anche di questo processo.
La posta in palio è decisamente alta e potenzialmente c’è in gioco, se non
ancora l’integrità della vita umana, sicuramente la possibilità di evitare
spirali di crisi e un’economia di guerra, con tutti i costi sociali che
determina. Di conseguenza, non ci si può fermare in un perimetro difensivo che
porterebbe inevitabilmente a perdere. Nelle scuole, nelle università, sui luoghi
di lavoro e nelle strade è stata dimostrata una forza. La forza degli scioperi
generali, del milione di persone a Roma e delle 50 mila a Torino per Askatasuna.
Difendere il Comala, difendere chi lo vive e resistere vuol dire riconoscere
questa forza e andare oltre, costruendo percorsi di lotta, con l’obiettivo,
senza illusioni, di ottenere delle vittorie.
Qui la petizione per salvare Comala
Abderrahi “Zak” Mansouri, 28 anni, è stato ucciso a Rogoredo, alla periferia est
di Milano, il 26 gennaio scorso, da un colpo di pistola esploso da un agente di
Polizia durante quello che i poliziotti hanno definito un “controllo antidroga”.
Stando a quanto riportano i giornali, si rafforza l’ipotesi dell’omicidio
volontario e di un vero e proprio racket imposto dalle forze di Polizia a
Rogoredo e nella periferia Sud di Milano: Carmelo Cinturrino, poliziotto
indagato per l’omicidio, non avrebbe chiamato i soccorsi quando il 28enne era a
terra agonizzante dopo il colpo alla testa, non sarebbe stato minacciato da Zak
(il quale non aveva la pistola, diversamente da quanto dichiarato da Cinturrino
e colleghx), e gli avrebbe anche chiesto quotidianamente soldi e droga.
Alcuni degli elementi emergono dagli interrogatori di quattro agenti in servizio
quella sera insieme a Cinturrino, a loro volta indagati per favoreggiamento e
omissione di soccorso. I colleghi avrebbero riferito che Cinturrino avrebbe
gestito personalmente le fasi successive all’accaduto, descrivendolo come una
sorta di “fanatico” nel gestire in modo opaco alcune operazioni.
Stando alla ricostruzione della Procura il collega che era più vicino a
Cinturrino si sarebbe recato al commissariato Mecenate e sarebbe poi tornato
con una borsa. Gli altri poliziotti sostengono di non sapere cosa ci fosse
dentro. L’ipotesi è che quella replica di una pistola a salve sia stata messa
sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata, come aveva detto, invece,
Cinturrino parlando di legittima difesa. Un altro degli elementi centrali
dell’indagine riguarda il lasso di tempo di 23 minuti tra lo sparo e la chiamata
ai soccorsi, ricostruito anche grazie alle telefonate ricevute dalla vittima
poco prima di morire.
L’indagine sulla morte di Zak si colloca in un contesto più ampio che nelle
ultime settimane ha riportato l’attenzione sul clima operativo in alcuni reparti
delle forze dell’ordine milanesi. In parallelo procede il procedimento sulla
morte di Ramy Elgaml, morto durante un inseguimento dei carabinieri. Per la
morte di Ramy risultano indagati a vario titolo sette militari dell’Arma. Tra
gli atti acquisiti figurano anche numerose chat tra carabinieri coinvolti o in
contatto con loro nelle ore successive ai fatti: conversazioni diffuse dal
quotidiano Domani che contengono anche espressioni cariche di odio nei confronti
della vittima.
Depistaggi e incongruenze emergono anche rispetto all’omicidio, sempre per mano
di un agente di Polizia, del giovane Moussa Diarra, avvenuto il 20 ottobre 2024
a Verona. Lx avvocatx della famiglia e dellx amicx stanno cercando di fare
opposizione alla richiesta di archiviazione per legittima difesa dell’agente,
sostenuta fin dal primo giorno dalla Procura veronese. Le istanze contestano
presunte falle nell’inchiesta per omicidio colposo. La prima riguarda la
sparizione per “malfunzionamento” di alcune delle immagini dell’impianto di
videosorveglianza della stazione di Verona, che sembrano tagliate e manomesse.
Inoltre, si vorrebbero portare come prove a dibattimento le comunicazioni radio
tra Polizia Locale e Polizia di Stato la mattina della morte di Moussa e il
contenuto del gruppo Whatsapp (secretato) di cui faceva parte l’indagato
“Squadra Operativa 2”, nel quale erano state condivise le immagini del giovane
morente. In particolare, uno dei membri aveva inserito due video già alle 7.50
del mattino, così l’agente indagato aveva potuto rivedere le immagini della
sparatoria prima di rispondere alle domande del magistrato. Altre verifiche
riguardano i registri del taser utilizzato dalla Polfer di Verona, la “portata
lesiva” del coltello, una “posata da tavola”, forse addirittura in plastica, che
secondo le testimonianze rese dall’agente indagato sarebbe impugnata dal
maliano, e lo avrebbe portato a sparare per legittima difesa.
Nei soli tre casi citati, ma ciò è vero per gli innumerevoli casi di abuso agito
dalle forze dell’ordine in Italia, se lo scudo penale inserito nel Pacchetto
Sicurezza da poco licenziato dal Consiglio dei ministri fosse stato già attivo,
non sapremmo nulla di quello che abbiamo appreso rispetto a questi giovanissimi
ammazzati dalle forze dell’ordine.
Con Rajaa, di Milano in Movimento, cerchiamo di capire qualcosa di più su quanto
avvenuto a Rogoredo e a fare alcune riflessioni sulla pericolosità del nuovo
pacchetto sicurezza per quanto riguarda la condotta della Polizia in Italia.
da Radio Blackout
L’uomo con la pistola in tv
da Osservatorio repressione
Quando la propaganda precede la verità e un gesto televisivo vale più di
un’indagine
Ve lo ricordate? L’uomo che in televisione puntava una pistola verso la
telecamera.
Uno studio illuminato, il pubblico a casa, il clima carico. Un sindacalista di
polizia che estrae un’arma e la punta simbolicamente contro chi guarda. Non per
minacciare davvero, ma per “dimostrare”. Per spiegare cosa si prova. Per
orientare l’emozione.
Si tratta di Paolo Macchi, ispettore di polizia e dirigente nazionale del SIULP,
ospite di Fuori dal coro condotto da Mario Giordano su Rete 4.
Siamo nei giorni immediatamente successivi al 26 gennaio. Nel boschetto di
Rogoredo, a Milano, è stato ucciso Abderrahim Mansouri, 28 anni, marocchino. La
nazionalità, in questa storia, non è un dettaglio neutro. Viene usata. Diventa
parte del racconto.
L’agente che ha sparato, Carmelo Cinturrino, dichiara a verbale: mi ha puntato
l’arma contro, ho avuto paura, ho sparato.
La politica di destra reagisce in blocco. Matteo Salvini annuncia che sta col
poliziotto “senza se e senza ma”. Fratelli d’Italia e Lega parlano di legittima
difesa, di accanimento giudiziario, di immigrato pericoloso. Il copione è pronto
prima ancora che l’indagine inizi davvero.
E in quello studio televisivo, la scena simbolica diventa dispositivo politico.
«Guardatela», dice Macchi mostrando la pistola giocattolo. «È solo un oggetto da
poche decine di euro. Ma se ve la puntassi, alzereste le mani. Pensate se a
puntarvela fosse uno spacciatore in un bosco di notte».
Non è informazione. È pedagogia della paura. È costruzione emotiva. È la
trasformazione di un fatto da accertare in una parabola morale: noi contro loro.
Ordine contro caos. Stato contro immigrato.
Peccato che, nei giorni successivi, i fatti inizino a incrinare quella
narrazione.
Emergono testimonianze che parlano di richieste quotidiane di denaro e droga da
parte dell’agente. Accuse gravi, che vanno considerate come tali, senza processi
sommari. Ma restano sulla bilancia della credibilità.
Emergono soprattutto elementi oggettivi. Quattro colleghi vengono indagati per
favoreggiamento e omissione di soccorso. Si ipotizza che Cinturrino abbia
gestito da solo le fasi successive allo sparo. Si parla di 23 minuti prima della
chiamata ai soccorsi. Ventitré minuti.
E la pistola? Era a salve. Ma era davvero impugnata? C’era davvero in quella
dinamica?
L’inchiesta ha accertato che quella scena non è andata come era stata raccontata
a caldo. La pistola non presentava impronte della vittima, i tempi dei soccorsi
risultano incompatibili con una reazione immediata e lineare, e quattro colleghi
sono indagati per aver aiutato a eludere le investigazioni e per omissione di
soccorso. Il quadro che emerge è quello di una messa in scena successiva allo
sparo, di una gestione opaca dei minuti decisivi, di una verità aggiustata a
posteriori.
L’agente è indagato per omicidio. Sarà un processo a stabilire responsabilità
definitive. Ma la narrazione costruita nelle ore successive all’uccisione è già
crollata.
Ed è qui che l’immagine dell’uomo con la pistola in tv diventa simbolica.
Vedete quanto potere ha un sistema politico-mediatico quando decide di inclinare
la bilancia prima ancora che i fatti vengano accertati? Vedete come funziona il
meccanismo?
Prima si costruisce l’immagine: il poliziotto costretto a difendersi,
l’immigrato minaccioso.
Poi si crea il consenso: dichiarazioni indignate, raccolte firme, trasmissioni a
senso unico.
Infine si delegittima l’indagine: giudici politicizzati, procure ostili,
“accanimento” contro le divise.
E quando emergono le crepe? Silenzio.
C’è qualcuno che ha chiesto scusa per quella scenografia con la pistola in
studio? Per quella rappresentazione teatrale costruita su un cadavere ancora
caldo?
Nessuno. Perché la vittima è un marocchino. E nella gerarchia emotiva della
propaganda, un marocchino pesa meno. Finché non tocca a te.
Perché il punto non è essere “contro” le forze dell’ordine. Il punto è essere
contro l’uso politico della paura. Quando la paura diventa spettacolo, la verità
diventa un ostacolo. E quando la verità diventa un ostacolo, la giustizia
diventa un dettaglio.
E uno Stato che permette che la giustizia venga sostituita da una scenografia
televisiva non è più uno Stato forte. È uno Stato che ha paura della verità.
Negli ultimi giorni, una nuova bufera mediatica si è scatenata attorno allo
Spazio Popolare Neruda, relativa alla vicenda dei casi di tubercolosi
verificatisi lo scorso ottobre all’interno dello spazio. Già nei primi giorni di
ottobre, mentre sui giornali e nei comunicati ufficiali prendeva forma una vera
e propria gogna mediatica, l3 abitanti del Neruda e le persone che attraversano
quotidianamente quello spazio avevano avviato una gestione attenta e
responsabile della situazione sanitaria, orientata alla tutela non solo di chi
vive nello spazio, ma dell’intero quartiere. Come denunciato più volte dall3
stess3 abitanti, questo lavoro è stato portato avanti con grande sforzo ma senza
alcun supporto da parte delle stesse istituzioni che le stavano mettendo alla
gogna, scontrandosi con l’inefficacia dei sistemi di prevenzione dell’ASL.
Venerdì 20 febbraio la vicenda è tornata su diverse testate giornalistiche e
rilanciata da figure come Marrone e Roberto Testi (direttore della Medicina
Legale dell’ASL 3), che hanno parlato di un presunto nuovo caso di tubercolosi,
tornando a invocare lo sgombero dello stabile. Una notizia falsa e fuorviante:
non esiste alcun nuovo caso di contagio ma ci si trova, ancora una volta, di
fronte a una strumentalizzazione politica portata avanti dalla destra. Ancora
più grave è il ruolo dell’ASL che, invece di svolgere il proprio compito e
garantire la tutela della salute pubblica attraverso prevenzione e interventi
sanitari adeguati, sceglie di prestare il fianco alla narrazione securitaria e
razzista della destra, contribuendo ad alimentare paura, isolamento e
repressione, anziché cura e prevenzione.
Ne abbiamo parlato con una compagna dello Spazio Popolare Neruda, in diretta dal
presidio e conferenza stampa convocata proprio davanti all’Ufficio di Igiene
dell’ASL della città di Torino.
La tempistica di questo ennesimo attacco non è casuale ma va letta all’interno
del clima politico attuale, caratterizzato da continui attacchi agli spazi
sociali, dalla repressione e dalla criminalizzazione del dissenso e delle
esperienze dal basso, oltre che da una deriva autoritaria, da processi di
fascistizzazione e da un razzismo di Stato sempre più esplicito e violento. Di
fronte ai problemi di salute, la risposta non può essere la discriminazione o lo
sgombero, ma solo una salute pubblica realmente per tutt3.
Di seguito, riportiamo gli interventi della conferenza stampa di questa mattina,
tenutasi davanti all’Ufficio di Igiene dell’ASL, in via della Consolata. A
partire dal racconto dell3 abitanti dello Spazio Popolare Neruda, che hanno
ricostruito la vicenda specifica e denunciato la speculazione mediatica e
politica che, ancora una volta, colpisce lo spazio.
In seguito, gli interventi della dottoressa Chiara Rivetti e di Eleonora
Artesio, del Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure.
E infine, l’intervento dell’assemblea delle attività dello Spazio Neruda, con il
doposcuola popolare, lo sportello legale, la palestra popolare e la scuola di
italiano.
Pillola di Happy Hour_18.02.26
18 ottobre 2021, Trieste: in migliaia bloccarono il varco 4 del porto, un
presidio No Green Pass che sfidava l’obbligo vaccinale e il passaporto verde
imposto dall’alto. Lo sciopero paralizzava le merci, fermava il porto, scuoteva
l’economia e metteva a nudo la fragilità del potere. Lo Stato rispose con
violenza: cariche, manganelli, tentativi di spezzare la determinazione dei
manifestanti. Cinque di loro finirono sotto processo per due anni, accusati di
resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Oggi risultano “assolti”, ma la
verità non sta nelle aule: sta nella non-sottomissione, nella capacità di
rifiutare senza compromessi e far sentire la propria forza. A Trieste, quel
movimento eterogeneo diede vita ad una delle sue manifestazioni più radicali.
Riattivare la memoria di quella mobilitazione resta fondamentale: dalla pandemia
alla guerra, ricordare quelle pratiche di rifiuto totale della mobilitazione
generale è storia viva per la resistenza contro l’autorità che impone obbedienza
e sacrifici. Per questo diamo volentieri spazio alle parole che ci arrivano dal
Coordinamento No Green Pass e Oltre della città, che ripercorre i momenti di
quella giornata di scontro, mentre sono in corso altri due procedimenti legati
alla mobilitazione. La lotta continua, nelle strade e nella carne di chi sceglie
di non piegarsi.
Abderrahi “Zak” Mansouri, 28 anni, è stato ucciso a Rogoredo, alla periferia est
di Milano, il 26 gennaio scorso, da un colpo di pistola esploso da un agente di
Polizia durante quello che i poliziotti hanno definito un “controllo antidroga”.
Stando a quanto riportano i giornali, si rafforza l’ipotesi dell’omicidio
volontario e di un vero e proprio racket imposto dalle forze di Polizia a
Rogoredo e nella periferia Sud di Milano: Carmelo Cinturrino, poliziotto
indagato per l’omicidio, non avrebbe chiamato i soccorsi quando il 28enne era a
terra agonizzante dopo il colpo alla testa, non sarebbe stato minacciato da Zak
(il quale non aveva la pistola, diversamente da quanto dichiarato da Cinturrino
e colleghx), e gli avrebbe anche chiesto quotidianamente soldi e droga.
Alcuni degli elementi emergono dagli interrogatori di quattro agenti in servizio
quella sera insieme a Cinturrino, a loro volta indagati per favoreggiamento e
omissione di soccorso. I colleghi avrebbero riferito che Cinturrino avrebbe
gestito personalmente le fasi successive all’accaduto, descrivendolo come una
sorta di “fanatico” nel gestire in modo opaco alcune operazioni.
Stando alla ricostruzione della Procura il collega che era più vicino a
Cinturrino si sarebbe recato al commissariato Mecenate e sarebbe poi tornato
con una borsa. Gli altri poliziotti sostengono di non sapere cosa ci fosse
dentro. L’ipotesi è che quella replica di una pistola a salve sia stata messa
sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata, come aveva detto, invece,
Cinturrino parlando di legittima difesa. Un altro degli elementi centrali
dell’indagine riguarda il lasso di tempo di 23 minuti tra lo sparo e la chiamata
ai soccorsi, ricostruito anche grazie alle telefonate ricevute dalla vittima
poco prima di morire.
L’indagine sulla morte di Zak si colloca in un contesto più ampio che nelle
ultime settimane ha riportato l’attenzione sul clima operativo in alcuni reparti
delle forze dell’ordine milanesi. In parallelo procede il procedimento sulla
morte di Ramy Elgaml, morto durante un inseguimento dei carabinieri. Per la
morte di Ramy risultano indagati a vario titolo sette militari dell’Arma. Tra
gli atti acquisiti figurano anche numerose chat tra carabinieri coinvolti o in
contatto con loro nelle ore successive ai fatti: conversazioni diffuse dal
quotidiano Domani che contengono anche espressioni cariche di odio nei confronti
della vittima.
Depistaggi e incongruenze emergono anche rispetto all’omicidio, sempre per mano
di un agente di Polizia, del giovane Moussa Diarra, avvenuto il 20 ottobre 2024
a Verona. Lx avvocatx della famiglia e dellx amicx stanno cercando di fare
opposizione alla richiesta di archiviazione per legittima difesa dell’agente,
sostenuta fin dal primo giorno dalla Procura veronese. Le istanze contestano
presunte falle nell’inchiesta per omicidio colposo. La prima riguarda la
sparizione per “malfunzionamento” di alcune delle immagini dell’impianto di
videosorveglianza della stazione di Verona, che sembrano tagliate e manomesse.
Inoltre, si vorrebbero portare come prove a dibattimento le comunicazioni radio
tra Polizia Locale e Polizia di Stato la mattina della morte di Moussa e il
contenuto del gruppo Whatsapp (secretato) di cui faceva parte l’indagato
“Squadra Operativa 2”, nel quale erano state condivise le immagini del giovane
morente. In particolare, uno dei membri aveva inserito due video già alle 7.50
del mattino, così l’agente indagato aveva potuto rivedere le immagini della
sparatoria prima di rispondere alle domande del magistrato. Altre verifiche
riguardano i registri del taser utilizzato dalla Polfer di Verona, la “portata
lesiva” del coltello, una “posata da tavola”, forse addirittura in plastica, che
secondo le testimonianze rese dall’agente indagato sarebbe impugnata dal
maliano, e lo avrebbe portato a sparare per legittima difesa.
Nei soli tre casi citati, ma ciò è vero per gli innumerevoli casi di abuso agito
dalle forze dell’ordine in Italia, se lo scudo penale inserito nel Pacchetto
Sicurezza da poco licenziato dal Consiglio dei ministri fosse stato già attivo,
non sapremmo nulla di quello che abbiamo appreso rispetto a questi giovanissimi
ammazzati dalle forze dell’ordine.
Con Rajaa, di Milano in Movimento, cerchiamo di capire qualcosa di più su quanto
avvenuto a Rogoredo e a fare alcune riflessioni sulla pericolosità del nuovo
pacchetto sicurezza per quanto riguarda la condotta della Polizia in Italia.
Quando i fatti smentiscono la propaganda. L’arresto del poliziotto di Rogoredo e
la fine di una narrazione È stato arrestato Carmelo Cinturrino, l’agente che il
26 gennaio ha ucciso Abderrahim …
(disegno di lorenzo la rocca)
In francese si dice “la bascule”: indica qualcosa – un pezzo meccanico, un
giocattolo, una leva – associato al dondolio, un oggetto che produce un
movimento improvviso, il cambiamento da uno stato di moto a un altro o, in senso
figurato, cioè nel senso di questo articolo che sto scrivendo, il passaggio da
un paradigma a un altro. Si potrebbe tradurre con “svolta”, ma il termine
italiano non conserva quel senso di inquietudine infausta che trasmette invece
la parola francese. La bascule è infatti intrinsecamente negativa:
si bascule nel peggio, mai nel meglio.
La bascule in questione è l’uccisione del militante neofascista Quentin Deranque
a Lione, ferito al termine di una rissa con degli antifascisti giovedì 13
febbraio e poi morto sabato 15 in ospedale. C’è un prima e c’è un dopo; e tra i
due momenti c’è un morto ammazzato.
Ovviamente ciò che rende esiziale la bascule non è la morte di Deranque in sé.
Ma è sul suo corpo che, nell’immediato degli avvenimenti, col cadavere ancora
caldo, una serie di rappresentazioni, di strumentalizzazioni e posizionamenti,
assunti o profferiti da aree, politici, partiti e media, hanno profondamente
modificato un contesto politico, sociale e culturale.
L’obiettivo perseguito – in maniera perfettamente cosciente e spregiudicata da
alcuni, in maniera ingenua (cosa ancora peggiore) da tanti altri – è triplice:
(1) mettere fine definitivamente alla pratica del “fronte repubblicano” in
Francia; (2) sdoganare l’estrema destra e i suoi satelliti violenti come attori
rispettabili della polis; (3) mettere al bando La France Insoumise, la quale
malgrado il suo programma “di rottura” è la principale forza della gauche, cosa
evidentemente insopportabile per buona parte della borghesia francese.
Il fatto che questo avvenga sul corpo di un neofascista di ventitré anni la dice
lunga tanto sul livello di violenza che caratterizza questo momento storico
della lotta di classe in Francia, quanto sul grado di compiacenza che le classi
dirigenti francesi mostrano verso il fascismo del quale, evidentemente,
auspicano il successo.
Poiché di mestiere sono giornalista, in maniera del tutto soggettiva il primo
aspetto che mi ha colpito è il comportamento dei media. Il primo “lancio”
dell’Afp (l’agenzia di stampa francese, una delle più importanti al mondo) è
arrivato poco prima delle 18 di giovedì, appena due ore dopo un comunicato
dell’organizzazione femonazionalista e razzista Némésis. L’Afp riportava allora
la notizia che un “un giovane uomo di ventitré anni”, venuto ad assistere
Némésis durante una protesta a Lione, era in prognosi riservata dopo essere
“stato aggredito da militanti antifascisti”. La principale fonte citata dall’Afp
era… Némésis.
Credo sia la prima volta dal dopoguerra che un’agenzia prestigiosa come l’Afp
cita, per un fatto così importante, come unica fonte un collettivo neofascista.
Se le parole sono importanti, nel giornalismo gli aggettivi sono rivelatori:
così, il fatto che Deranque (il cognome lo si sarebbe appreso più tardi) fosse
un militante neofascista, certo giovane ma comunque adulto e responsabile delle
proprie scelte, è stato completamente occultato dall’aggettivo “giovane” che per
giorni è stato associato al suo nome, per cui per almeno settantadue ore, sulla
quasi totalità dei media francesi, un militante neofascista è stato designato
semplicemente come “il giovane Quentin”. (Niente del genere, per dire, era
successo quando era morto Nahel Merzouk, diciassette anni, ucciso a sangue
freddo da un poliziotto a Nanterre nel 2023. Nessuno l’ha mai definito su alcun
giornale “il giovane Nahel”).
L’iniziale inquadratura degli eventi come un’aggressione subita dal “giovane
Quentin” da parte di un gruppo di “antifascisti” è anch’essa il risultato di una
campagna dei gruppi neofascisti. A una settimana di distanza dagli eventi, non
si può che constatare il successo della destra neofascista nell’aver imposto la
propria caratterizzazione degli eventi e dei personaggi. È così che è passata
l’idea che “il giovane Quentin”, “appassionato di filosofia e matematica”,
“dedito alle distribuzioni di cibo per i poveri”, è morto in seguito a un
“linciaggio” barbaro e violento, a un “agguato” teso da vigliacchi
antifascisti. E questo malgrado il fatto che gli elementi materiali, i video e
le testimonianze, raccontano tutt’altro: che cioè Deranque fosse un convinto
militante neofascista, che abbia bazzicato tra i gruppi più violenti del
neofascismo francese, e che abbia partecipato insieme ai suoi sodali a
un’aggressione contro degli antifascisti o quantomeno a una rissa ad armi
uguali, avendo la peggio nello scontro e finendo poi per essere ferito
mortalmente. Questo è un fatto indubbiamente tragico,
ma qualitativamente differente da quanto è stato raccontato per giorni e giorni.
Soprattutto, ed è per me la cosa più inquietante, è passata la prassi per la
quale degli esponenti delle correnti più violente del neofascismo possono essere
ospitati negli studi televisivi come se nulla fosse, le parole dei loro
comunicati possono essere considerate come fonti primarie da una delle più
grandi agenzie giornalistiche del mondo, le elucubrazioni della loro galassia su
internet possono essere considerate legittime dai media. Questo salto
qualitativo costituisce il cuore dell’assalto al “fronte repubblicano”.
Il “fronte repubblicano”, in Francia, non è una mera pratica elettorale. Certo,
si concretizza principalmente nella solitudine della cabina elettorale, quando
al secondo turno del maggioritario delle varie elezioni francesi si tende a
votare qualunque altro candidato – magari di un partito opposto alla propria
preferenza personale – piuttosto che far eleggere un membro dell’estrema
destra.
Ma malgrado gli innumerevoli scricchiolii e tentativi di farlo saltare
definitivamente, questo imperativo politico-morale ancora resisteva – almeno
fino a poco fa – nella società francese, strutturando in profondità la vita
politica del paese. Era un qualcosa che, organicamente diffuso nella società,
influiva sul modo in cui si comprende e si racconta la politica istituzionale,
sul modo in cui i media trattano l’estrema destra, sul peso che danno alle
ossessioni di Le Pen e soci, sul trattamento che riservano alla galassia
mediatica finanziata dal miliardario fascista Vincent Bolloré, sorta di Rupert
Murdoch francese.
La morte di un neofascista a Lione ha tuttavia dimostrato, per la prima volta,
che i media dell’estrema destra e le organizzazioni neofasciste sono invece
capaci d’influenzare il racconto di un evento d’importanza nazionale e
rovesciare in maniera grottesca il contenuto simbolico del fronte repubblicano,
che in altri tempi, in Italia, si sarebbe chiamato “la pregiudiziale
antifascista”.
Col cadavere di Deranque ancora caldo, facendo buon gioco del quadro
interpretativo imposto dall’estrema destra, responsabili politici di primissimo
piano della sinistra, del centro e della destra, quali il segretario del Partito
socialista Olivier Faure, il candidato alle presidenziali Raphaël Glucksmann, il
primo ministro Sébastien Lecornu, il ministro della giustizia Gérald Darmanin,
il ministro degli interni Laurent Nuñez, la presidentessa della Camera Yael
Braun-Pivet, la portavoce del governo Maud Bregeon, l’ex ministro degli
interni Bruno Retailleau, Marine Le Pen, Jordan Bardella, ecc., si sono
impegnati ad addossare la responsabilità di quanto successo alla France
Insoumise.
Secondo questi “irresponsabili”, per citare il titolo di un libro dello storico
del nazismo Johann Chapoutot, è la formazione guidata da Jean-Luc Mélénchon ad
aver permesso il dramma di Lione, perché troppo casinista, troppo radicale,
troppo di sinistra, ma soprattutto troppo capace di vincere le elezioni; senza
contare, ovviamente, che ha fatto eleggere in parlamento tra le sue fila Raphaël
Arnault nel 2024, il fondatore della Jeune Garde, un collettivo antifascista di
Lione, i cui membri sono accusati di aver partecipato alla rissa finita in
tragedia.
Visto il quadro mediatico e interpretativo appena discusso, la cautela è
d’obbligo quanto all’effettivo ruolo di militanti vicini alla Jeune Garde in
quanto successo a Lione. Per ora, quello che è certo è che vi sono sette persone
indagate per la morte del militante neofascista, tra le quali un assistente
parlamentare di Arnault (il quale si è autosospeso nel fine settimana ed è stato
licenziato). Secondo la procura di Lione, tra queste, sei sono indagate per
“omicidio volontario”, mentre l’assistente parlamentare è indagato per
“complicità” (o “concorso”) in omicidio. Tre hanno dichiarato ai magistrati di
“essere” o “essere stati” vicini alla galassia della ultragauche. Tutti hanno
“contestato l’intenzione” omicida di quanto accaduto.
Prima di procedere è necessario un ulteriore elemento di contesto: sin
dall’inizio degli anni Duemila, Lione è divenuta una delle capitali europee del
neofascismo. Il media locale Rue89 ha contabilizzato 102 azioni violente
dell’estrema destra tra il 2010 e il 2025, il “settanta per cento delle quali
sono rimaste impunite, senza alcuna risposta penale o della polizia”, scrive
Rue89. Oltre a essere particolarmente violento, il neofascismo francese è anche
culturalmente vivace, nel senso che ha saputo rinnovarsi negli ultimi anni
legandosi alla galassia mediatica finanziata da Bolloré e, politicamente, al
Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella (su questo, rimando
a un’inchiesta di Al Jazeera del 2018 ma di grande attualità). (filippo ortona)