Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo
che è un delitto il non rubare quando si ha fame. Nella mia ora di libertà …
l 3 settembre 1972, a Partanna, nella Valle del Belice, Lorenzo Barbera viene
arrestato dai carabinieri al termine di un comizio rivolto alle popolazioni
terremotate. Barbera è uno dei protagonisti …
Riceviamo e diffondiamo:
Veneto, luglio 2026
Note a partire dai recenti atti di insubordinazione nel carcere di Padova e
dalle opposizioni spontanee ai rastrellamenti razziali nei quartieri
Carcere Due Palazzi di Padova
Di uno sbirro all’ospedale non possiamo che rallegrarci, specie se a mandarcelo
è un carcerato. Sappiamo quanto possa costare ogni atto di vita, ogni più
piccola presa di libertà dentro le galere dello stato. La nostra, però, è
un’allegria spuntata, un odio per un mondo che non riconosciamo che si mischia
all’amore per la vita che resiste, tradendo mondi vivi possibili e presenti,
mondi testimoni della sconfitta di questo presente che con tutti i suoi sforzi
ancora non riesce nel suo intento totale di morte.
Domenica 21 giugno un detenuto in isolamento al carcere Due Palazzi di Padova si
rivolta contro i suoi carcerieri. All’ennesimo rifiuto di poter usare la
palestra della sezione ha fatto a pezzi la sua cella per poi scagliarsi contro
gli aguzzini in divisa intervenuti per fermarlo, mandandone uno all’ospedale.
La settimana prima, ancora un carcerato in isolamento si era opposto al divieto
dei secondini di prendere un caffè con un altro detenuto, decidendo di
vendicarsi dei soprusi subiti fino ad allora e destinando al pronto soccorso tre
guardie.
Il 21 maggio un’altra aggressione contro la penitenziaria, per l’ennesimo
divieto discrezionale immotivato posto ad un detenuto. Detenuto che ha
prontamente proceduto a ricordare che le violenze agite dallo stato e dai suoi
servi, anche le più quotidiane, hanno un prezzo: in quel caso un setto nasale
rotto e qualche lesione su braccia e mani di tre sbirri.
Non ci interessa stare a fare stime su quanta disperazione, quanta rabbia o
quanta coscienza abbiano motivato questi gesti, quanto il caldo che rende quei
posti roventi e ancora più ostili alla vita sia stato determinante, o quanto i
colpi quotidianamente inferti alla dignità umana siano diventati intollerabili.
Ciò che ci preme in questo testo è illuminare una radice comune sottesa a quello
che sta accadendo al Due Palazzi, ma anche in ogni carcere e cpr che sia, nelle
strade e negli istituti di pena minorile.
Spontanea e informale si generalizza con nuovo vigore una richiesta di vita tra
persone che abitano luoghi distanti in questo mondo, temporalità ed esperienze
diversissime: senza che una coscienza politica ben formata sia essenziale, senza
che assemblee e riunioni varino la rivolta, questa si accende e si interra
carsicamente, abitando le vite dellx ultimx di questa società. Una rivolta che è
vita, che è umanità che si riprende il mondo a partire dai più piccoli atti di
insubordinazione al destino carcerario (materiale o sociale che sia) e che dà
corpo ad una tensione di libertà che è personalissima ma già sempre collettiva.
Assistiamo ad un’unica, profonda ed umana richiesta di vita che recita: “Aria!”.
Quartiere Arcella, Padova
Procede a tappe serrate il programma mortifero di occupazione militare dei
territori e di sottomissione delle popolazioni portato avanti dal cosiddetto
stato italiano: le istituzioni, con i rami sociali e civili conniventi,
approntano gli attacchi decisivi alle ultime province della vita negli
spazi-tempi che amministrano, tracciando le vie che conducono all’annichilimento
generalizzato. Ma qualcosa di imprevisto sta rovinando questi propositi.
Nel mondo della guerra totale si moltiplicano i fronti esterni e si
irrobustiscono quelli interni: leggi e nuove narrazioni inaspriscono la
repressione accettabile per chi si oppone allo stato delle cose, per tutte
quelle resistenze sociali (dalla delinquenza all’illegalità) e/o politiche
(basti soffermarsi sulle campagne anti-anarchiche che stanno avendo i loro
dolorosi sviluppi) non recuperabili nei fittizi meccanismi del dialogo
democratico.
In questo scenario le città si svuotano dellx indesideratx, e Padova non fa
eccezione. I quartieri cambiano volto mentre viene inesorabilmente portato
avanti il programma statale di morte che sta avvelenando gli ultimi pozzi di
umanità scavati dalle comunità resistenti in ogni dove. Le grandi opere
infrastrutturali segnano il tessuto materiale e umano delle città: in nome del
profitto e dell’interesse generale, ovverosia dello stato e dei suoi progetti,
il territorio viene deturpato, espropriato alle comunità che vi si erano
radicate e consegnato a chi può farne qualcosa di più economicamente
remunerativo o strategicamente efficace. Sfratti e daspi informali dalle zone in
via di riqualificazione sono consegnati allx indesideratx attraverso
fluttuazioni di mercato, emergenze giornalistiche e soprusi ad opera di sbirri
particolarmente zelanti. L’accesso a interi quartieri viene sottoposto, anche
attraverso le “zone rosse”, a checkpoint polizieschi ben coperti mediaticamente
da un’opinione pubblica addomesticata e prezzolata, pronta a soffiare benzina
sui venti caldi del razzismo e del classismo fortemente radicati tra alcuni
strati della cittadinanza.
In questo contesto, gli ultimi anni hanno permesso un buon rodaggio di nuovi
meccanismi che concretizzano l’ispirazione razzista dello stato: al fianco del
perfezionamento in atto del sistema dei Cpr ne vediamo il suo ampliamento ed il
cementarsi di retoriche razziste ad ogni altezza sociale, assieme ad un robusto
impianto normativo e di prassi che ne permetta un’agibilità ampia e
incontestata. L’istituzione delle zone rosse e la presenza ormai diventata
consuetudine di presidi polizieschi permanenti nelle zone a più alta presenza di
persone con background migratorio sono solo alcuni esempi di come il razzismo di
stato privilegi alla base dei suoi meccanismi un programma massivo di
profilazione e persecuzione razziale, che getta le basi per retate,
rastrellamenti e deportazioni. Così, interi pezzi di comunità razzializzate,
povere o marginalizzate per etnia, provenienza geografica o religione sono
lentamente costrette a spostarsi altrove, in zone più lontane dagli occhi
dell’opinione pubblica e degli investitori.
Nel solo 2025 a Padova, una città da poco più di 200.000 abitanti, sono state
identificate quasi 80.000 persone razzializzate, con grande giubilo del questore
e delle istituzioni. E quando parliamo della città che si svuota non lo facciamo
solamente per l’allontanamento dal perimetro cittadino a cui stanno venendo
costrette larghe fette di popolazione, ma ci riferiamo alle oltre 200 persone
fermate in strada per un controllo e trattenute per essere immediatamente
spedite in un Cpr dall’altro capo dell’Italia senza che nessunx sia avvertitx di
ciò (parenti, amicx o avvocatx), o alle 100 persone fermate e condotte nella
camera di sicurezza della questura che poi sono state direttamente accompagnate
in frontiera. A queste possiamo affiancare gli oltre 150 provvedimenti di
espulsione consegnati nelle mani di chi, da lì a pochi giorni, sarebbe stato
costretto ad uscire dal territorio nazionale. Più di una persona al giorno,
nella sola città di Padova, è stata presa per essere portata in un Cpr, alla
frontiera o per essere rilasciata con un ordine di rimpatrio.
Questi numeri dimostrano come la macchina del razzismo di stato stia funzionando
a pieno ritmo, ma testimoniano anche la piena omertà della società civile e
delle istituzioni politiche sull’operato e le direttive inoltrate dal ministero
degli interni e felicemente applicate dall’apparato di sicurezza pubblica
locale.
Negli scorsi mesi si sono verificati vari episodi di resistenza ai
rastrellamenti portati avanti quotidianamente in città dalla polizia. In
Arcella, una delle zone cittadine più colpite da operazioni sbirresche di
profilazione e persecuzione razzista, alcune persone razzializzate sono
intervenute spontaneamente durante due fermi particolarmente violenti:
assistendo all’ennesimo sopruso in divisa, si sono opposti verbalmente e
fisicamente al fermo, rallentando le operazioni e attirando l’attenzione del
circondario su ciò che stava succedendo e riuscendo a liberare i malcapitati
dalle grinfie degli sbirri, facendo allontanare le pattuglie dalla zona.
Episodi come questi, seppur si possonocontare sulle dita di una mano, ci sembra
testimonino qualcosa di prezioso. Non sono così rare le storie di chi sceglie di
agire spontaneamente nonostante la disparità con il nemico che lx si para
dinnanzi e con i suoi mezzi: il racconto di queste storie solitamente ci giunge
quando a viverle è qualche “gruppo politico” animato da buone idee e
dall’intenzione di applicarle. Ma quando ad esserne protagonisti sono persone
senza appartenenza politica e razzializzate, queste storie ci sfuggono; altre
memorie vivono, memorie che non ci appartengono e che non ci parlano, racconti
segreti e sediziosi che stanno al cuore di comunità a noi sconosciute. Non è
quindi nostra intenzione spendere altre parole sulla dinamica dei fatti, non ci
interessa trarne benefici tattici o narrare qualcosa che, a nostro parere, debba
rimanere sotterraneo, nascosto nei cuori di chi la agisce e delle tradizioni che
intesse.
Ci piacerebbe sottolineare, però, come i fuochi della vita continuino a
incendiare gli animi dell’umanità, come siano indomabili le fiamme di libertà
che continuano ad accendersi in ogni dove. Nonostante la miseria e il dolore a
cui questo mondo ci destina, nonostante le risorse e i soldi spesi a sostentare
l’ imponente e mostruosa macchina statale di morte, nonostante le vite immolate
per combattere la battaglia di un mondo più sicuro, perché ormai inerte e
inabitabile, combattivamente la vita continua a fiorire e a diffondersi.
Saremo ciò che il delitto ha fatto di noi
Trafittx da uno sguardo, farfalla
fissata su di un tappo di bottiglia,
tutti possono vedermi,
tutti possono sputarmi addosso.
Lo sguardo di questa società
fa di me materia
costituita.
Eppure bisogna vivere,
voglio farlo. Anche
se alla gogna,
la gola stretta in un collare di ferro.
Bisogna vivere,
ancora non sono argilla,
non m’importa che si fa di me,
ma ciò che faccio io stessx
di ciò che hanno fatto di me.
Spacciatorx, delinquenti, teppistx, rapinatorx, ladrx, terroristx: ognunx di noi
condivide un tacito impegno alla guerra. Non mera negligenza, o una distruzione
noncurante, ma una dedita avversione all’idea stessa di questa società, alla
silenziosa guerra che l’ha fondata e che, con la cieca forza della legge e della
giustizia, continua incessante a rifondarla.
Dal momento che ci rendono la vita invivibile, vivremo quest’impossibilità di
vivere come l’avessimo creata apposta per noi. Vogliamo il nostro destino, anche
questo destino terribile. Vogliamo la nostra vita, per amarla e odiarla.
Certamente la sventura è una cifra delle nostre vite, certamente indica
qualcosa. Ma ormai non si tratta più di comprendere, ma di agire. Agire la
nostra vita invivibile, agire quella maledizione che ci marchia e che dal fondo
del nostro passato risale fino a questo presente. La faremo nostra, e la
lanceremo davanti a noi: traccerà la rotta del nostro avvenire. Era il nostro
cruccio, ne faremo la nostra missione, la nostra buona, maledetta, balorda
stella.
Se noi siamo criminali, il nostro crimine è la libertà: la libertà di sottrarci
alla miseria di questo mondo, di derubarlo, di imbrattarlo, di rovinarlo, di
sabotarlo. Dalle galere alle strade fioriscono umanità illegali, umanità minori
e spurie che vivono sotto la pelle di questo mondo morente. In un mondo senza
cielo, senza luce, senza aria, noi abbiamo la nostra stella. E tanto ci basta.
A questa dolce e speranzosa guerra, all’odio che ci fonda le ossa e irrobustisce
la memoria, all’amore che ci lega e ci anima.
Per lx compagnx mortx e quelle portateci via.
Per le persone messe dentro a una gabbia o tenute in cattività.
Che guerra sia.
AUTISTICI/INVENTATI SOTTO ATTACCO!
In questa puntata parliamo dell’attacco del governo Trump ad Autistici/Inventati
e delle implicazioni pratiche delle sanzioni.
In un’intervista con un compagno dell’hacklab underscore ripercorriamo la storia
del collettivo e dei precedenti tentativi della repressione italiana di colpirne
l’infrastruttura, e di come essa si sia evoluta in risposta.
Per approfondimenti vi consigliamo:
* Il comunicato in risposta al congelamento del conto bancario.
* La FAQ del collettivo A/I
* The server called Paranoia di Sabot Media
* +KAOS: il libro dei 10 anni della storia del collettivo.
* L’intervista con Sabot Media
In vista delle elezioni midterm, facciamo una cronologia ragionata e non
esaustiva del trumpismo e dei legami che si saldano tra Stati, capitale e
movimenti neonazisti. Maccartismo 2.0, criminalizzazione delle lotte sociali,
dell’antifascismo, della solidarietà alla Palestina, attacchi alle
infrastrutture di comunicazione libere e fuori dalle logiche di mercato, pesanti
ingerenze nella politica estera, sanzioni, dazi e altre forme di violenza
economica… tutto questo e molto altro nel primo anno e mezzo del secondo mandato
di Trump! (e in Europa non va meglio)
Con un compagno del comitato antirep di Milano facciamo il punto dei vari filoni
del processo per i “fatti di Budapest”, lanciamo gli appuntamenti delle prossime
settimane in solidarietà a tuttx lx antifa e per la difesa delle lotte sociali.
Per Maja, contro l’estradizione di Gino e Zaid, free all antifas! Assemblea
nazionale 5 settembre h. 11 @ Acrobax
Chiudiamo con alcune notizie sulla repressione del fronte interno statunitense.
Martedì’ 1 Settembre 2026 – Overjoy 291
Quest’oggi, in ordine di apparizione, musiche da Busta Rhymes, J Dilla, Cie,
TRILLIAN, C.S. Armstrong, Talib Kweli, Dalida, Tena Stelin, Danny Red, Soul
Revivers, Johnny Clarke, Earl Sixteen, Spring Wata, ROCKERS DISCIPLES, CALIBUD
MUSIC, Bushman, Zamunda, Fantan Mojah, Solo Banton, Gentleman’s Dub Club,
Mungo’s Hi Fi, Kabaka Pyramid, Pressure Busspipe, Chuck Fenda, Chezidek,
Shakaroot, Chaka Demus, Isha Bel, Ras Teo, The 18th Parallel, Nightshade, Young
Kulcha, Roberto Sánchez, JonnyGO Figure, Afrikan Simba, Blackboard Jungle,
Vivian Jones, Sandi ed Anthony John
Commentiamo a caldo i fatti della settimana con una edizione extra e danticipata
di Hack or Die, vista la gravità di ciò che è successo.
Insieme a Francesca Albanese, osservatrice ONU, il ministero del Tesoro
americano ha messo ingiustamente nelle liste di sanzioni “causa Terrorismo”
anche Autistici/Inventati!
Si direbbe un’allucinazione ed invece è un piano politico della destra America:
Attaccare il dissenso e colpire le opinioni, con sanzioni economiche e senza
passare dai tribunali.
Questa la puntata in cui commentiamo il piano tecnico della faccenda,
chiaramente c’è di più, ma dovete accontentarvi per il momento.
PUNTATA:
https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/09/20260901-AUTISTICI.ogg
Scarica la puntata: 202609 AUTISTICI.ogg
Link
https://inventati.org
https://mastodon.bida.im/@cavallette
https://keepITfree.ai
Estratti dalla puntata del 31 agosto 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
LISTE NERE, TERRORISMO ANTIFA E CENSURA GLOBALE
Il 26 agosto 2026 il collettivo Autistici/Inventati (A/I) è stato inserito in
una lista nera del Dipartimento del Tesoro statunitense che include anche
l’organizzazione della diaspora palestinese Masar Badil (Palestinian Alternative
Revolutionary Path Movement), e il movimento britannico Palestine Action.
Il collettivo non è accusato di aver compiuto azioni criminali, ma di aver
consentito l’anonimato online e strumenti di comunicazione protetta grazie alle
sue strutture autogestite.
In compagnia dell’avvocato Gianluca Vitale, che si sta occupando della tutela
legale di Autistici/Inventati, affrontiamo diversi aspetti politici, geopolitici
e geotecnologici della vicenda: dall’attacco alla libera comunicazione del
pensiero, alla censura facilitata anche da normative come il Digital Service Act
europeo, all’utilizzo delle liste nere come esercizio di egemonia repressiva su
scala globale, alla possibile influenza sulle autorità italiane e a
ripercussioni legali, fino al conflitto intrinseco tra il modello di interazioni
digitali difeso da A/I e quello dei colossi del web statunitensi.
/ / / intervista a un compagno di Hacklab Torino
A margine riprendiamo alcune cornici all’interno delle quali leggere l’attacco
del Dipartimento del Tesoro statunitense contro A/I:
– il fronte interno degli USA trumpiani e la necessità di rappresentare Antifa
come network terroristico internazionale
– il tentativo di testare la possibilità di consolidare un’internazionale
reazionaria della repressione
– la multipolare guerra all’anonimato online e alla crittografia delle
comunicazioni digitali
CHATBOT E CYBERMAFIE
L’indicazione da parte del Dipartimento del Tesoro statunitense delle strutture
di Autistici/Inventati come facilitanti attività illegali e terroristiche
diventa quasi ridicola se si osserva il ruolo dei chatbot statunitensi nella
costruzione di industrie della truffa e nel supporto a eserciti non-statali come
Boko Haram:
DIPLOMAZIA TECNO-MILITARE UCRAINA
L’Ucraina sta seguendo le orme di Israele nella strutturazione di una rete di
diplomazia tecno-militare?
Gli accordi Ucraina-Honduras per l’uso di droni sul fronte interno, l’accesso
dell’apparato militare industriale britannico ai dati degli Avengers AI Labs
ucraini, l’ex ministro della difesa Fedorov (architetto delle guerra
automatizzata) arruolato da Crosetto, Leonardo che apre la sua filiale a Kiev,
ma soprattutto la dimensione laboratoriale del confitto… ci suggerirebbero di
sì.
Sulle reti di diplomazia industriale sionista vedi anche:
RETI DI CONDIZIONAMENTO SIONISTE
DIPLOMAZIA TECNO-MILITARE ISRAELIANA: IL CASO ELBIT
Dal 3 al 6 settembre il Veneto Fronte Skinheads potrà tenere “Ritorno a
Camelot”. Centocinquanta agenti per blindare il territorio, mentre Futuro
Nazionale rivendica la presenza. Il problema non è …
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri)
Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui,
tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi
e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le
merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi
di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e
stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici.
Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli
arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici
improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In
mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli,
bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che
intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le
loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se
non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico.
È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo
queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo
allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del
Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e
loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono
la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate
dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e
divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati –
incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per
celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno
scopo più alto, legato alla morale del tempo.
In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne
circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo
era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato
gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi
dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe,
accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano
all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di
Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza
di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di
modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce
che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere
l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e
successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e
severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e
gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani
e in quelle dello stato sabaudo.
Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale
della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città
commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato.
In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la
cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto
competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi
rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e
“i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i
mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le
guardie, in divisa e munite di armi di repressione.
Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza
dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello
scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato
un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un
venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato
su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su
sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme
di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere,
le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto.
Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri
giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo
mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene
minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante
vengono confiscate delle ceste d’uva.
Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in
mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente
vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare
e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del
Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici,
accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola
fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza
affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati
dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi
dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se
ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio
diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda:
un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso.
Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato
iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del
Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a
loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti,
espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli
altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori
d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui
comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente
quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti
della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini
“di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il
secolo.
L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli
studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona
parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi;
visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che
non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a
colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale
al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né
visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci
qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con
le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a
danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le
ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate
e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione,
organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere
cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le
politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in
questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo
modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti
ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace.
Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto
al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi.
All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori
informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a
garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia
locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze
centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e
turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi
illustri della cultura torinese.
È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin,
riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della
polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori
abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi
visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività
illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro
invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo,
Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita
l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e
le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con
pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che,
spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che
espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica
agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano.
Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli
sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri
musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza
San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in
altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio
davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del
libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli
abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di
visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi
sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad
aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi
però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna.
In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il
compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle
immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le
foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di
questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti
sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è
solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e,
finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco,
ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a
trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione
tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i
democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per
distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano
precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”.
In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi
parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza
autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro
esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le
scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere
fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto
celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale
intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
[IT]
Cominciamo dai fatti.
A seguito dell’iscrizione del Collettivo A/I e dell’Associazione AI ODV nella
lista delle organizzazioni terroristiche globali, dopo alcune telefonate
informali Banca Etica ha limitato l’operatività del conto bancario
dell’Associazione nella giornata di martedì 1 settembre 2026 alle 9 di mattina.
La comunicazione rispetto a tale limitazione cautelativa in attesa di verifiche
è avvenuta in forma scritta solo alle 13. Alle 16 dello stesso giorno si è
svolta una riunione tra rappresentanti della Banca e team legale
dell’Associazione AI ODV.
Durante questo incontro Banca Etica ha confermato che la limitazione del conto
rimarrà operativa quantomeno fino all’esito delle richieste interpretative
formulate dalla Banca al MEF, a ABI e ad Assopopolari, nonché a consulenti
legali esterni. A oggi, pertanto, Banca Etica non ha comunicato nessuna
disponibilità a riattivare il conto.
La nostra posizione in merito non cambia: riteniamo che la scelta di Banca Etica
(che ha scelto e non è stata obbligata a limitare il conto) sia eccessiva in
termini di zelo e nemmeno rientri in quanto previsto dal provvedimento
statunitense. Chiediamo quindi che venga ripristinata immediatamente
l’operatività del conto.
Banca Etica e le istituzioni economico-finanziario-politiche di suo riferimento
intendono adeguarsi alla prepotenza delle decisioni extragiudiziarie e al
bullismo politico di un paese terzo che non ha su di esse alcuna giurisdizione?
Noi pensiamo sia ora che alle parole di solidarietà seguano fatti concreti e
azioni che vi corrispondano. Oppure si può scegliere di essere subordinati agli
Stati Uniti come dimostrato in questi giorni.
Collettivo Autistici/Inventati
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[EN]
Let’s start from the beginning.
Following the designation of A/I Collective and Associazione AI ODV [ODV:
nonprofit organization legally recognized in Italy] as Specially Designated
Global Terrorist, Banca Etica, through a series of phone calls, communicated the
temporarily suspension of the Association’s bank account, effective from
Tuesday, September 9, 2026, at 9:00 AM (Italian time). The follow-up formal
communication regarding the precautionary suspension of the account pending
verification was delivered in written form only at 1:00 PM. Later on the same
day, at 4:00 PM, the bank representatives met with Associazione AI ODV legal
team.
During this meeting, Banca Etica confirmed that the temporary suspension of the
account will stay in place at least until they receive a response to the
inquiries they forwarded to the Italian Ministry of Economy and Finance (MEF),
the Italian Banking Association (ABI), and the Italian National Association of
Cooperative Banks (Assopopolari), as well as to external legal consultants. Thus
far, Banca Etica did not communicate any intention to reinstate the account.
Our position on this matter does not change: Banca Etica’s decision to restrict
the account in the absence of a legally binding request is excessive both in
terms of over-compliance and with respect to the US designation itself. We thus
demand our account to be immediately reinstated in full.
Are Banca Etica and associated financial, economic, and political institutions
willing to submit to the arrogance of extra-judiciary decisions and political
bullying of a third country that bears no jurisdiction over them? This is the
time for words of solidarity to be matched by concrete actions. The alternative
is to choose to be subordinated to the United States.
Autistici/Inventati Collective
Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del
capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico.
Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026
e condiviso da Radio Blackout.
Nella fase di crisi egemonica e dello scontro sullo sfondo tra Stati Uniti e
Cina anche la tecnologia assume un ruolo centrale e soprattutto il rapporto
stato-capitale si trasforma.
Nella discussione è stato affrontato il circolo vizioso che si crea tra la
guerra e la necessità di farla e viceversa quando ad entrare in campo sono le
Big Tech e i soggetti privati che ne detengono il dominio.
L’incontro si è chiuso con domande che rimangono aperte e che interrogano
l’agire a fronte dell’evoluzione tecnologica del presente: dagli impatti
ambientali a quelli sulla formazione della soggettività, dalla sempre più
incessante richiesta di energia allo sviluppo anche alle nostre latitudini dei
data center come nuovo orizzonte di profitto, dal ruolo della tecnologia nella
società in guerra alle forme di luddismo tecnologico ipotizzabili in un futuro
non per forza troppo lontano..
Buon ascolto