Negli Usa urne aperte per il midterm ma per Trump le elezioni sono già “truccate”. Intervista a Fabrizio Tonello sui possibili scenari
Negli Usa sono aperti i primi seggi per le elezioni di Midterm. Si vota per rinnovare il Congresso, ora in mano a una maggioranza repubblicana. In palio ci sono tutti i 435 seggi della Camera, 35 dei 100 del Senato e 36 governatori su 50. da Radio Onda d’urto Si vota anche per numerosi referendum statali, come quello per tassare gli ultraricchi della Silicon Valley in California “Non consentiremo ci portino via l’età dell’oro: fermiamo jihadisti e comunisti”, ha detto Trump, delirante, nell’ultimo comizio prima del voto a Washington. I democratici sognano il colpaccio. Il vantaggio nei sondaggi è netto per quanto riguarda la Camera, molto più incerto al Senato. In California la Corte Suprema ha respinto la richiesta d’urgenza di Trump di imporre l’accantonamento di 20.000 schede per corrispondenza, a seguito dell’accusa repubblicana – non supportata da prove – che “siano state consegnate a cittadini non Usa”. Bocciato anche un altro ricorso urgente di Trump, in Alaska, per un caso di omonimia tra i cognomi di 2 candidati; “una truffa contro di noi”, secondo il tycoon. Così Trump anticipa quello che sarà il suo atteggiamento post-voto in caso di sconfitta: accusare migranti, “comunisti”, “jihadisti”, democratici e giudici di aver truccato la tornata elettorale, gettando benzina sul fuoco in un Paese, gli Usa, dove da giorni l’ultradestra prefigura – le parole sono dello stesso ex stratega di Trump, Steve Bannon – una “guerra civile” in caso di vittoria dem. Per delineare i possibili scenari post elezioni di midterm negli Usa su Radio Onda d’Urto è intervenuto Fabrizio Tonello, già docente di Sistema politico degli Stati Uniti all’Università degli studi di Padova e autore di un articolo di fondo su Il Manifesto dal titolo “Un voto, un’America arrabbiata e 3 scenari”
Trappes: l’indifferenza del governo per le vittime del razzismo
Abbiamo tradotto questo contributo di ContreAttaque in merito all’attentato razzista avvenuto a Trappes, piccola città a sud ovest di Parigi, qualche settimana fa. Ignorato dai media e dalla dimensione istituzionale a riprova di una struttura sociale profondamente razzista e classista. Si chiama Ramatou e ha solo 11 anni. La bambina stava tornando dalla piscina di Trappes il 23 ottobre quando è stata colpita da otto proiettili, sparati in raffica con un’arma da guerra. È una delle vittime dell’attentato razzista che ha ucciso Pengo Bossio Wangi e ferito gravemente altre sette persone. Una di loro, Ahmed, ha dovuto subire l’asportazione di un rene, della milza e di una parte del fegato. Il terrorista, un militante del RN indottrinato dalla propaganda televisiva, ha sparato 128 colpi, prendendo di mira intenzionalmente tutte le persone non bianche, compresi i bambini molto piccoli. Anche in materia di terrorismo, sparare ai bambini è la cosa peggiore che si possa fare. È il massimo dell’orrore. È un atto che, normalmente, sconvolge un intero Paese per anni, provoca uno shock nella società e porta a decisioni politiche di grande portata. E questa strage avrebbe potuto essere ancora peggiore, poiché l’assassino aveva organizzato sparatorie in diversi punti – la sua arma sembra, fortunatamente, essersi inceppata. Ma Kévin Tessier, il terrorista, ha scelto di spingere l’orrore al massimo, prendendo di mira una ragazzina. Da allora, non solo tutto continua come prima – i media continuano a diffondere gli stessi discorsi razzisti e allarmistici, la stessa propaganda della polizia, invitando gli stessi politici di estrema destra – ma nessun membro del governo si è recato alla cerimonia in memoria delle vittime. La scelta di non inviare alcun rappresentante a una marcia organizzata dopo un atto terroristico è senza dubbio una novità assoluta nella storia della Quinta Repubblica. Ci si potrebbe chiedere se sia stata la distanza geografica o quella emotiva a impedire la visita dei ministri. Come primo elemento di risposta, si osserva che dopo il 7 ottobre 2023 diversi ministri e rappresentanti della classe politica hanno percorso più di 3.000 chilometri per recarsi in Israele, paese colonizzatore, rendere omaggio alle vittime del massacro e manifestare il loro «sostegno incondizionato» a Netanyahu, che il giorno successivo avrebbe dato il via a un genocidio a Gaza. Per quanto riguarda Trappes, la città dista una trentina di chilometri da Parigi. Questi cittadini sono meno colpiti dall’omicidio di un francese di colore sul proprio territorio che dalla morte di coloni in Israele. D’altra parte, il Governo sa reagire molto rapidamente e dare prova di grande empatia in altre situazioni: * 1° maggio 2020: Macron telefona per 45 minuti al commentatore di estrema destra Éric Zemmour, autore di numerosi discorsi razzisti e condannato per «istigazione all’odio razziale», per «sostenerlo». Quel giorno, un uomo aveva urlato contro il sostenitore di Pétain in una strada di Parigi; Macron sembra aver ritenuto la cosa abbastanza grave da telefonargli e rassicurarlo. * Nell’ottobre 2021, la rivista di estrema destra Valeurs Actuelles è stata condannata per un articolo razzista che raffigurava la deputata di colore Danièle Obono come una schiava incatenata. Édouard Philippe ha contattato personalmente la redazione per esprimerle il proprio sostegno: «Ma che vi prende, cavolo […] mi viene da dire “libertà di stampa”. E poi una cosa è certa: non mi piacciono i linciaggi di massa, non mi piacciono i linciaggi». La condanna in tribunale di una pubblicazione negrofobica è quindi considerata come un “linciaggio”, ma non la pubblicazione in sé. Édouard Philippe non ha rivolto una sola parola di solidarietà alle vittime del razzismo a Trappes. Già nel 2019, Macron aveva invitato a bordo del suo aereo privato la rivista di estrema destra, concedendole un’intervista «esclusiva» e rilasciando dichiarazioni reazionarie. * Nel 2025, il ministro della Giustizia Darmanin si mostra molto commosso nei confronti di Marine Le Pen dopo la sua condanna per aver sottratto milioni di euro. Dichiara che «sarebbe profondamente scioccante se Marine Le Pen fosse giudicata ineleggibile e, di conseguenza, non potesse presentarsi al voto dei francesi». Darmanin insiste quindi affinché il processo d’appello si svolga il più rapidamente possibile, in flagrante violazione della separazione dei poteri. Una richiesta che viene accolta, poiché Marine Le Pen potrà presentarsi alle elezioni del 2027. * Nel febbraio 2026, la macronista Prisca Thévenot si dà da fare freneticamente per sostenere il neonazista Quentin Deranque. Nei programmi televisivi lo chiama «Quentin», per nome, come se fosse una persona a lei vicina. Sostiene che «la morte di Quentin non è un fatto di cronaca, ma un fatto politico che affonda le sue radici nell’ascesa degli estremismi» e attacca senza riserve LFI, che accusa di esserne responsabile. In nessun momento ha messo in discussione né il RN né emittenti come Cnews riguardo all’attentato di Trappes. * Più in generale, ministri, prefetti e altri dirigenti adorano recarsi sul posto per ogni minimo episodio di cronaca, per ogni minimo atto di vandalismo. I responsabili politici si recano regolarmente nei commissariati dopo le manifestazioni per sostenere gli agenti di polizia «feriti», oppure sui luoghi degli atti di vandalismo dopo i disordini. Ma non hanno trovato il tempo di andare a Trappes «La Repubblica non sceglie i propri morti», ha dichiarato il Primo Ministro all’Assemblea qualche giorno fa, mettendo sullo stesso piano la morte di Quentin Deranque e quella di Pengo Bossio Wangi, come se fosse l’ultimo sputo sul cadavere della vittima. Eppure sì, la Repubblica sceglie le proprie vittime. L’uccisione di persone di colore e arabe vale meno dei danni materiali o delle vittime a diverse migliaia di chilometri dalla Francia. E il terrorismo, quando è di estrema destra e quando colpisce gli abitanti non bianchi di un Comune popolare, allora non sortisce alcuna emozione ai vertici dello Stato.
In Portogallo manifestazioni ogni settimana. Violento sgombero nel weekend delle “acampade” a Lisbona e Porto, oltre 100 feriti
In Portogallo, ennesimo violento sgombero di polizia contro le “acampade” per la casa di Porto e Lisbona. da Radio Onda d’Urto I movimenti per la casa e contro il carovita sono tornati a riempire le strade portoghesi nel pomeriggio di sabato 31 ottobre. Due i cortei principali, a Lisbona e Porto, oltre ad altre città portoghesi coinvolte dalle proteste. Domenica all’alba decine di poliziotti sono intervenuti con violenza, facendo 13 arresti e picchiando i presenti, tornati a montare le tende dopo precedenti sgomberi, al termine di manifestazioni che sabato hanno portato in piazza, in tutto il Portogallo, migliaia di persone. Almeno 100 le persone ferite. Da Lisbona la panoramica delle proteste con Franco Tommasoni, ricercatore del CoLabor – Laboratorio collaborativo per lavoro impiego e protezione sociale.
Speculatori delle IA sul filo del rasoio, eventi celebrativi e riparativi dei prossimi giorni
PUNTATA COMPLETA https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/11/hod3novembre26.ogg DOWNLOAD: hod3novembre26.ogg CAMPAGNE mantieni internet libero https://keepitfree.ai e https://nelmirino.tracciabi.li/ EVENTI 3 novembre Lab di riparazione collettiva, attrezzi a disposizione, aiuto allegro a far diagnostica, installazioni GNU/Linux, OpenWRT, Nura, LineageOS e GrapheneOS https://ofpcina.net 5 novembre Mercato autogestito delle autoproduzioni antifa locali  https://senzachiederepermesso.tracciabi.li 5 novembre Labcyberfem al centro di documentazione delle donne https://labcyberfem.women.it 12-13-14 novembre  HackorDiye ovvero Festa annuale dell’HacklabBo https://hacklabbo.indivia.net/hackordiye26/cft/ 14 Novembre  Festa dei 30anni del Lab57 https://balotta.org/event/30-anni-di-lab-57 ARTICOLO https://www.bbc.com/future/article/20261029-the-ai-bubble-could-expose-your-deepest-secrets
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Fantasmi digitali, ecomostri e zone morte: dentro e contro il Tecnocene@0
Foto di elahoa In questa seconda puntata di Cicorie – Amare Ecologie, esploriamo i mostri dell’accelerazione tecnologica incontrollata in cui siamo immersi, indagando quale sia il paradigma economico e sociale in cui affonda le sue radici, quali siano i suoi effetti sulle persone e sui territori e quali lenti interpretative ci permettano di leggervi nuove frontiere di conflitto. Oggi tecnica e tecnologia, nella loro presunta imparzialità, si trovano al centro dei dibattiti politici e sono lo strumento di accreditamento dei governi sulla scena geopolitica mondiale; le Big-tech sostengono il posizionamento degli Stati verso strumenti di difesa nazionale, travestendosi da progresso e avanzamento scientifico. In che modo possiamo smascherare le narrazioni sul potere salvifico della tecnologia e dare un volto e una forma a quella che si va configurando – in modo sempre più esplicito – come l’ennesimo dispositivo di valorizzazione del capitale? Nella prima parte della puntata, per la rubrica “Indovina chi viene a -cene“, approfondiamo il concetto di Tecnocene. Dai natali incerti, scarsamente adottato e privo di un significato condiviso, Tecnocene ci è parso subito molto più problematico rispetto ai fratelli più consolidati Antropocene e Capitalocene, già trattati nel primo episodio. Chi usa questo termine, e perché? Il Tecnocene è conseguenza, evoluzione o condizione di possibilità dell’Antropocene? Quali contraddizioni pone al centro? È il modo di produzione a determinare tecniche e tecnologie, o viceversa? È vero che l’AI ci ruberà il lavoro? Dovremmo darci tutt* al neoluddismo? Di questo e altro discutiamo con Caterina Mele, docente presso il Politecnico di Torino, a partire dal suo articolo “Antropocene o tecnocene? Finalità della tecnica ed effetti socio-economici e ambientali” pubblicato quest’anno su Quaderni della decrescita. Durante il secondo segmento dell’episodio, si viaggia dalla Virginia fino a Moncalieri per provare a dare corpo ai fantasmi della transizione digitale, indagandone il risvolto materiale più emblematico e ingombrante: i Data center. A partire da una panoramica di cosa si sia mosso dapprima in Nord America (Stati Uniti e Canada), poi in Europa (nello specifico in Irlanda e in Finlandia), approfondiamo le specificità dei progetti alle nostre latitudini: in primis in Lombardia che per la sua posizione strategica conta il maggior numero Data Center tra progetti e strutture realizzate, e in cui si sono vissuti i primi momenti di piazza come quello del 10 ottobre a Milano.  Ma anche in Piemonte qualcosa bolle in pentola: sono già 64 le richieste di allaccio per progetti di Data Center. Riportiamo diversi contributi dai territori interessati: Trino Vercellese e Moncalieri (che vede il progetto del Data Center più grande d’Italia). Ospiti in collegamento con noi il collettivo di  XR Torino a presentare il loro dossier sullo stato dell’arte della corsa ai Data Center nella nostra regione. L’invasione massiccia di Data Center ci porta nuovamente – come già avevano fatto i depositi di scorie legati alle centrali nucleari – ad interrogarci su cosa significhi difendere i territori dalla sacrificabilità. Nell’ultima parte della trasmissione, ci interroghiamo su come immaginare e praticare alternative per i territori “compromessi” dialogando con  un* compagn* dell’EX SNIA di Roma per una restituzione della loro lotta e qualche aggiornamento sul Lago che combatte a dodici anni dalla sua liberazione.  In chiusura, restituiamo alcune voci dalle piazze delle ultime settimane, contraddistinte da un protagonismo giovanile in grado di parlare di caro vita, di opposizione alla guerra e lotta al collasso eco-climatico. 
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Ecologia Politica
Rewind Roma, ottobre 2026 # Le tenebre e le rivolte
(disegno di peppe cerillo) Il mese inizia malissimo, ma finisce bene. Pochi giorni dopo lo sgombero del palazzo occupato a Tor Sapienza, un ex abitante nigeriano di nome Sami viene accoltellato e ucciso a mano di un gruppo di italiani razzisti, armati, che feriscono gravemente anche un suo compagno, Kingsley Tomsi. Un terzo nigeriano scampa alla caccia all’uomo; ma la polizia finge di crederlo “un regolamento di conti tra immigrati”. Venerdì 2 ottobre si protesta in Campidoglio contro il decreto che imbavaglia le proteste contro il genocidio. La notte scoppia una bomba carta a Borghesiana. Il 3 è l’anniversario della strage di migranti del 2013; a Centocelle un gruppo di nazisti picchia un anziano marocchino gridando “torna al tuo paese”. I giornali chiedono il parere di Rachele Mussolini. Il 4 bomba carta contro una sala scommesse all’Alessandrino. Il 5 vicino Stazione Prenestina viene trovato il corpo di un ventenne, forse nordafricano, ucciso con una coltellata al collo. La notte esplode un altro ordigno in un cortile di San Basilio. Il 7, terzo anniversario dell’inizio del genocidio in Palestina, gruppi di fascisti incappucciati tenatno di entrare con i bastoni alle occupazioni del Lattanzio (San Giovanni) e Levi Civita (Centocelle). Gli studenti li ricacciano da dove erano venuti. Il 9 scoppia una bomba a via dei Platani, sempre a Centocelle. L’aria inizia a cambiare. Il 10 c’è la prima grande manifestazione per la Palestina dopo quelle dell’autunno scorso: decine di migliaia di persone occupano tutta via Cavour, da Fori Imperiali a Termini. L’11 a Torpignattara centinaia di persone rispondono a un tentativo di “fiaccolata per la sicurezza” del prete don Coluccia, a cui partecipava anche l’ex pugile Carabella: per l’ennesima volta queste pagliacciate sono respinte dagli abitanti, e la fiaccolata viene annullata. Il 13 attivisti per la casa fingono di visitare una abitazione dell’Esquilino messa all’asta, poi appendono uno striscione per rendere visibile la vendita del patrimonio pubblico. Il 14 a Malatesta c’è una manifestazione di Libera per protestare contro le intimidazioni mafiose. Il 15 un europarlamentare dei 5 Stelle chiede all’UE di verificare il rispetto delle norme ambientali per lo stadio di Pietralata. Intanto, alla Nuvola dell’Eur inizia la fiera sulla Cybersicurezza promossa da Israele (la prima edizione era stata aperta da Netanyahu). Ma le forze tenebrose insistono. Il 16, anniversario del rastrellamento nazista del ghetto ebraico, i sedicenti rappresentanti della comunità ebraica cacciano l’ANPI, l’associazione che porta la memoria dei partigiani, chiamandoli antisemiti (l’anno scorso un esponente della comunità aveva sparato su due di loro). La piazza è offerta invece ai parlamentari di Fratelli d’Italia, un partito che ha ancora sezioni intitolate ad Almirante. Intanto un corteo studentesco di ventimila persone blocca la strada con i cassonetti, la polizia carica su via Cavour: è iniziato l’autunno caldo delle proteste studentesche. La notte scoppia un ordigno davanti un garage privato a La Rustica. Il 17 la Procura di Roma annuncia un’investigazione contro Israele per le torture ai membri della Flotilla: è la prima in Europa. Manifestazione a Torpignattara contro il razzismo e le quote agli stranieri nelle scuole, guidata dai bambini del quartiere. Il 18 bambini e genitori della scuola Toti (Pigneto) ricostruiscono una grande bandiera della pace fatta di tessuti di scarto, che era stata bruciata a giugno: lo striscione dice “Qui nessuno è straniero”. A Colli Portuensi un novantenne spara alla moglie e poi si uccide. Il 19 c’è una nuova esplosione a Castelverde, brucia anche un autosalone. La notte ignoti danno fuoco alla palestra del Dopolavoro Ferroviario di Velletri, autogestita da undici anni, dopo una lunga serie di minacce. Nuove occupazioni al Plinio, Morgagni, Rossellini. Il 20 si annuncia che l’incontro dei fondi immobiliari “Investire in Roma” a cui avrebbero partecipato anche rappresentanti del Comune, è stato sospeso per le proteste annunciate; ma il 21 c’è comunque un presidio contro la speculazione davanti alla sede del convegno all’Ara Pacis. Il 22 c’è il processo per gli scontri del 2023 a Trastevere per Alfredo Cospito. Il 23 scoppia una bomba carta davanti un centro scommesse a Ciampino. Sabato 24 è il giorno della grande manifestazione studentesca: la polizia chiude le strade, innalza gli elicotteri, ferma preventivamente decine di minorenni prima del corteo, li porta in questura, li minaccia; una volta liberati, quelli vanno comunque a manifestare. Una quarantina di ragazzi e ragazze quando arrivano davanti al Colosseo buttano giù le transenne e si riprendono l’anfiteatro, prima riservato ai turisti. Poi un enorme corteo spontaneo risale per via Cavour senza striscioni né bandiere tranne quelle palestinesi e italiane; attraversa Termini e si scontra con la polizia a largo Santa Susanna, vicino all’ambasciata USA. Il 25 studentesse e studenti occupano tre nuove scuole in periferia: il Piaget di Tor Sapienza (sopra al parco dell’accoltellamento di fine settembre), il Neumann di San Basilio, e il liceo Argan di Don Bosco. Occupato anche il Tasso, e il 26 anche il Mamiani, il Ripetta, il De Sanctis a Grottarossa, il Giordano Bruno al Tufello, dove la polizia entra in forze per sequestrare e portare in questura sette studenti. Sono quaranta le scuole occupate in tutta Roma. Il 27 arrivano una decina di camion di autotrasportatori in protesta dalla Calabria: si prendono la piazza davanti a Montecitorio e gridano contro il palazzo. Migliaia di genitori e docenti raccolgono firme e preparano esposti contro le violenze della polizia sui minori. Il 28 viene occupata la facoltà di Lettere alla Sapienza. Il 30 è il giorno dello sciopero generale. Una marea umana di centomila persone, in gran parte molto giovani, si snoda per dieci ore dalle periferie verso il centro della città. Nel pomeriggio spezzoni di manifestanti tentano di penetrare nella cittadella dei turisti; le guardie caricano sopra Ponte Sisto, tra Testaccio e Trastevere, rischiando di far cadere qualcuno in acqua. Intanto Asia-USB e il Movimento per l’abitare organizzano un accampamento su via dei Fori Imperiali, e un dj set di Halloween, in attesa dell’assemblea nazionale del 1 novembre. (stefano portelli) ____________________________ LEGGI ANCHE I REWIND DEL: – 2026 | Anno in corso: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre – 2025 | Anno Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre – 2024 | Anno non Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
rewind roma
Gli italiani vogliono il movimento
Un contributo del Collettivo Universitario Autonomo Torino sulle settimane di mobilitazione, occupazione universitaria e di sciopero appena trascorse. Giornate di mobilitazione importanti per il Paese quelle che abbiamo alle spalle, culminate con l’imponente sciopero generale di questo venerdì 30 ottobre, indetto contro la guerra e l’industria delle armi a partire dal coordinamento dei portuali che in un’assemblea molto partecipata svolta un mese fa a Genova, hanno dichiarato l’intenzione di dare vita al più grosso sciopero coordinato a livello globale. Il risultato è sicuramente riuscito: 110 i porti bloccati inficiando sul 40% degli scambi di merce globali. Dopo che agricoltori e autotrasportatori insieme ai giovani e agli studenti in Italia sono riusciti a far sentire il peso di un Paese in ginocchio, in cui le persone contano i centesimi per fare la spesa e non possono più permettersi un pieno di carburante e tanto meno di curarsi o studiare, questa giornata di mobilitazione non poteva che assumere i caratteri di uno sciopero generale. La giornata di sciopero ha rappresentato un successo in tutto il Paese, con cortei oceanici e blocchi.  A Torino sono stati diversi gli spezzoni che al mattino hanno paralizzato il capoluogo piemontese: uno partito da piazza palazzo di città che si è diretto verso “la sfinge” bloccando l’imbocco della Torino-Milano e l’altro partito dal Campus occupato che si è preso a spinta il centro cittadino e dopo una lunga manifestazione si è diretto in prefettura dove si sono verificati scontri con la polizia a cui i giovani hanno resistito con tenacia. Oltre 90mila persone in totale. Anche all’appuntamento serale, piazza Castello era gremita e la determinazione e l’agilità della piazza hanno permesso di conquistarsi Via Roma, precedentemente blindata a difesa delle famigerate “vetrine” dei grandi marchi del lusso, qui si sono verificati scontri, lanci di lacrimogeni e caccia all’uomo con arresti da parte della polizia.  A Milano grande giornata di mobilitazione, molteplice e riuscita. Una doppia chiamata, quella del sindacalismo di base e il cosiddetto “appuntamento generazionale” composto in prevalenza da giovani che si è ricongiunto con il resto degli spezzoni in piazzale Loreto raggiungendo quasi le 100mila persone, per poi andare ad occupare per ore la tangenziale. A Napoli la manifestazione composta da lavoratori e studenti ha bloccato l’autostrada, il porto e la rete ferroviaria cittadina. Erano già decine le scuole e le università occupate da settimane in città.  A Cosenza, già protagonista nel sud italia nelle proteste di agricoltori, pescatori e autotrasportatori, viene occupata dal corteo vivace e rumoroso la Salerno-Reggio Calabria.  A Mestre oltre migliaio di partecipanti hanno composto un corteo in terraferma, e altrettanti in un corteo parallelo a Venezia. Numerosi gli studenti, con la partecipazione di lavoratori in sciopero. La polizia ha bloccato gli studenti all’incrocio con via Torino dato il divieto di transito imposto dalla questura, si sono verificati scontri per superare lo sbarramento. A Vicenza sono in duemila al corteo dello sciopero generale. Bloccato il traffico a Ponte Alto, poi al tentativo di occupare la tangenziale la polizia ha risposto con una carica contro il corteo composto da studenti e lavoratori.  A Roma paralizzato il centro per 12 ore. Al termine del corteo romano riconducibile all’usb è stata lanciata una acampada di tende in via dei Fori Imperiali, nel cuore di Roma, partecipata dalle diverse realtà che hanno aderito alla piazza. Un’altra parte del corteo è ripartita verso Piramide dietro lo striscione “noi la guerra non la paghiamo”. In serata la manifestazione si dirige verso i palazzi ministeriali dove i giovani erigono barricate, la polizia pratica violente cariche e lanci di lacrimogeni contro i giovani a Trastevere, numerosi gli abusi polizieschi documentati.  A Livorno all’alba i portuali  con il supporto degli autotrasportatori bloccano la rotatoria di accesso al porto, alle ore 9.00 parte il corteo che vede un’altissima partecipazione cittadina e la presenza di Francesca Albanese, ancora in prima fila per promuovere il boicottaggio internazionale della filiera del genocidio. Una delle manifestazioni più riuscite per la città.            A Genova diecimila in corteo, la giornata comincia con un presidio al Terminal Traghetti, raggiunto poi dagli studenti. Successivamente il corteo si sposta al varco Albertazzi per bloccare l’entrata in porto. Gli universitari si riuniscono in un altro concentramento per raggiungere la stazione di Principe per raggiungere a loro volta il porto in treno. Dopo un pranzo durante il blocco del varco Albertazzi, il corteo riparte per terminare nel centro cittadino. A Brescia un corteo composto da 10mila persone aperto dagli esponenti sindacali e seguito da un imponente spezzone studentesco e dallo spezzone delle realtà di movimento sfila per le vie della città. Il corteo riesce a prendersi Piazza della Loggia nonostante i divieti. Gli studenti decidono di proseguire la manifestazione assumendo le forme di un corteo selvaggio. Cariche dei carabinieri all’imbocco della Galleria sotto il Castello. Dopo un lungo fronteggiamento il corteo riparte percorrendo la zona est del centro storico per poi terminare nel quartiere Carmine. A Bologna bloccata l’autostrada con 30 mila persone a sfondare il blocco dei reparti della polizia, nonostante le prescrizioni della questura.  A Pisa viene occupato durante il corteo dello sciopero generale partecipato da circa 15mila persone lo storico palazzo universitario della Sapienza, una iniziativa che fa parte della lotta per servizi dignitosi e contro l’insinuarsi della guerra in università.  Queste sono solo alcune delle manifestazioni che hanno riempito l’Italia, molti cortei, scioperi e blocchi anche nei territori provinciali, ovunque si registra una partecipazione straordinaria.  A Torino rimane occupato per la seconda settimana il Campus Einaudi, e al conto delle occupazioni universitarie si aggiunge anche Pisa insieme alle precedenti occupazioni a Milano, Napoli e Roma. Continuano dunque a moltiplicarsi  le occupazioni e i blocchi degli studenti dalle Università alle scuole che hanno inaugurato questa stagione di lotta.  Influenzata anche dai moti che stanno sconvolgendo l’Europa e il mondo dalla Francia, passando per la Spagna, il Belgio, l’Albania, il Portogallo fino alla Serbia e alla Germania, l’Italia continua a rilanciare appuntamenti di piazza.  I lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le nuove generazioni da settimane impongono questioni che per i governanti sono difficili da ignorare. Il governo Meloni deve rispondere alle vere emergenze sociali dell’Italia: interrompere gli investimenti all’industria bellica a favore delle politiche sociali. Il popolo italiano non vuole più essere servo dei macellai criminali di guerra Trump e Netanyahu.  L’invio di armi in Ucraina, il sodalizio con il genocidio di Israele, accettare l’imposizione della NATO del 5% del pil alle armi e il riarmo europeo, fanno parte di una scelta di campo precisa fatta dal governo Meloni, una scelta antipopolare che alimenta profitti solo per pochi amici di amici affamando tutti gli altri.  Questi sono problemi che possono porre una questione di incompatibilità tra la base sociale e le forme istituzionali che cercano sbracciando di mantenere una tenuta facendo finta di non capire cosa il popolo stia chiedendo. Non basta qualche finanziamento emergenziale buttato qua e là destinato ad esaurirsi, non bastano tetti sui prezzi che durano una settimana, la gente non chiede nemmeno più le famose “risposte dal governo”. Il governo ha già risposto con chiarezza, sigillando la sua rottura con il proletariato italiano e anche con la sua stessa base elettorale di piccoli imprenditori.  Il popolo quindi vuole solo le dimissioni del governo Meloni e il disimpegno italiano nella guerra per procura che gli Stati Uniti ci trascinano a combattere. Scegliere di fare o non fare la guerra è un bivio che va a stabilire quale sarà l’andamento degli anni a venire per i giovani e la popolazione tutta, sono scelte epocali che i popoli, non solo in Italia, si sono stufati di fare prendere solo alle élite politiche corrotte. Sono soprattutto le nuove generazioni a voler dire la propria e per farlo sanno che sarà necessario conquistarsi la possibilità di contare come corpo collettivo senza intermediazioni rappresentative necessarie solo a mitigare la dirompenza del “vento dei ‘20”.  La coscienza diffusa dei problemi del Paese è alta, anche tra i più giovani che cercano di trovare il proprio spazio per rappresentare da sè i propri interessi, riappropriandosi delle scuole e delle università caserma dentro cui li hanno rilegati cercando di addomesticarli ai fini di una società in guerra in cui il sfruttamento al massimo livello deve essere accettato senza troppe lamentele.  E’ anche di una identità generazionale che ci si vuole appropriare, ci si rappresenta nelle piazze e si trovano le maniere di farsi vedere e di farsi capire, anche “oltraggiando” quei centri-vetrina appannaggio di pochi (e sempre meno) privilegiati. Si vive troppo male per continuare ad usare le buone maniere.  I giornalisti hanno cercato di costruire il nemico pubblico andando a caccia di interviste a giovanissimi in piazza, nei quartieri popolari o fuori dalle questure ma per loro sfortuna ciò che ne esce è un discorso in cui tanti si rivedono, mentre provano a raccontare di un fantomatico attacco “all’italianità”, l’Italia è più unita che mai. Dove si cerca di frammentare e di indebolire, la lotta ricompone e verticalizza verso le istituzioni un malcontento che da troppo tempo cercava forme di espressione.  che il governo ha cercato di boicottare, precettando lo sciopero dei trasporti (a cui le sigle sindacali hanno deciso di disobbedire) e interdicendo il centro cittadino attraverso le ordinanze e i blocchi di polizia. Il governo continua a fare tutto ciò che è in suo potere per scongiurare lo stabilizzarsi di un movimento compatto che sappia resistere ma anche proporre un programma da perseguire. Meloni e i suoi cercano di soffocare attraverso la paura, la forza militare, le narrazioni stigmatizzanti, la precettazione degli scioperi ciò che politicamente non possono assorbire. Le città diventano per loro campi di battaglia dichiarati in cui non si limitano alla solita gestione muscolare della piazza ma si spingono fino alla caccia all’uomo nei quartieri e fin dentro le scuole dove vanno a cercare ragazzi da malmenare durante le occupazioni.  Oggi, per garantire che tutto ciò che sta bollendo in pentola non rappresenti un fuoco destinato ad esaurirsi, oltre alla rabbia e alla determinazione serve anche la creatività coraggiosa dei sognatori, architetti di un altro mondo possibile.  Essere protagonisti del presente è una responsabilità. Significa rinunciare al patto della delega, del disimpegno individuale a favore di un’esistenza che ci hanno promesso agiata, “civilizzata” ma in cui ormai si riesce solo a stento ad annaspare. E’ in questo sottrarsi che abbiamo tutta l’occasione di costruire la prospettiva di una vita in cui si esiste e non si sopravvive.  Il calendario si profila già fitto di possibilità per continuare a contare e ad inchiodare il governo ai loro crimini: non solo lo sciopero e la giornata di mobilitazione internazionale del 20 novembre ma altre giornate più o meno spontanee, come quella del 7 novembre, stanno spuntando su gruppi e profili social, insieme ad altre occupazioni o blocchi per cui gli studenti continuano ad organizzarsi, tutti sintomi di una voglia di continuare a stare nelle piazze e di fare la propria parte per cambiare le cose.  Il mandato è chiaro: mandare a casa il governo e costruire il potere popolare di cui la storia ha bisogno per fermare la guerra e per cambiare le prospettive di futuro che questa classe politica propone come unica via.  Viva i popoli che riscrivono la storia!
[2026-11-06] Assemblea pubblica "Nessun* è stranier* @ Campus Luigi Einaudi
ASSEMBLEA PUBBLICA "NESSUN* È STRANIER* Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (venerdì, 6 novembre 18:00) Il 30 ottobre centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse hanno animato le piazze di tutta italia in occasione dello sciopero generale indetto dai sindacati di base. Oggi, appena due giorni dopo apprendiamo dai giornali che nel disegno di legge di Bilancio per il 2027, è prevista una riduzione di 6.974 posti in meno tra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Sommando questa misura ai tagli già disposti dalla manovra 2025, le riduzioni arrivano a 14.808 posti tra gli anni scolastici 2025/26 e 2027/28. Un massacro sociale nei confronti della nostra categoria, già oppressa da precarietà e bassi salari, che si abbatterà non solo sui singoli, ma anche su intere famiglie. Per questo denunciamo la miopia di una politica che risponde alle istanze delle piazze con misure devastanti per la tenuta sociale del paese. La violenza istituzionale ed economica che questo governo esercita produrrà legittime risposte violente di cui deve già cominciare ad assumersi la responsabilità. Inoltre, a materializzare in modo ancora evidente l'idea di scuola di questo governo,  viene prorogato anche il "bonus paritaria" una misura prevede un contributo economico fino a 1.500 euro per studente per sostenere le spese delle rette di iscrizione e frequenza a tali scuole. Negli anni abbiamo assistito a diverse riforme “scuolicide”, tutte in continuità le une con le altre, che hanno trasformato la scuola pubblica in un baluardo culturale dell’ideologia nazionalista e di quella classista del merito, in un serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali e le aziende, e in un luogo di sfruttamento per ogni lavoratore e lavoratrice precari. A ciò va aggiunto anche il problema annoso dell’infimo salario percepito dalle lavoratrici e dai lavoratori della scuola. Perché diciamolo tranquillamente: anche noi dobbiamo decidere se fare il pieno di benzina o andare a fare la spesa; anche noi ormai non arriviamo che alla terza settimana del mese, perché abbiamo uno stipendio bassissimo, eroso dall’inflazione e taglieggiato dall’aumento delle utenze dovuto alle guerre altrui. Anche noi ormai sappiamo cosa vuol dire povertà! Come docenti e lavoratori della scuola, dobbiamo opporci con fermezza a questo progetto di scuola che prende sempre più chiaramente forma, un passo alla volta, anche attraverso  il nuovo DL scuola, classista e razzista: un decreto che trasforma noi docenti in guardiani del buon costume adibiti a vigilare sull'abbigliamento degli studenti/esse e che perseguita alcune persone in quanto non considerate italiane, perché senza un pezzo di carta o perché praticano una religione diversa da quella permessa promossa da questo regime democratico. La nostra vuole essere un’opposizione intransigente anche contro la riforma dei tecnici: un dispositivo che impoverisce l’offerta formativa accorpando le materie e che, facendo saltare migliaia di cattedre, non farà altro che aumentare i tassi di disoccupazione tra i docenti.Un’idea di scuola che costringe giovanissimi a essere sfruttati in azienda sin dal secondo anno delle superiori con la nuova alternanza scuola-lavoro. Siamo statə  in piazza a migliaia per tutti questi motivi e vogliamo continuare a confrontarci e organizzarci per lottare insieme, rivendicando anche aumenti salariali per tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, lottando per una scuola libera dalle logiche di profitto libera e solidale, contro un sistema politico ed economico che fa enormi profitti grazie all’economia di guerra, tagliando sanità, scuola e welfare. Perciò invitiamo docenti, lavoratrici e lavoratori ATA, amministrativi, educatori ed educatrici, studenti e studentesse, genitorə ad un’assemblea pubblica venerdì 6 novembre, presso il Campus Einaudi alle ore 18:00. Per bloccare davvero tutto, a oltranza: fino alle dimissioni di questo Governo, fino al ritiro di questo DL da parte di quell’autoritario di Valditara, fino a ottenere ciò che giustamente pretendiamo. Vi aspettiamo!
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[2026-11-04] Discussione e autoformazione sulle Rivolte nel Sud @ Campus Luigi Einaudi
DISCUSSIONE E AUTOFORMAZIONE SULLE RIVOLTE NEL SUD Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (mercoledì, 4 novembre 19:30) Nonostante gli ultimi scioperi e malcontenti siano partiti dal Sud, poco spazio narrativo è stato a questi riservato. Inoltre, l’asse della narrazione è stato totalmente spostato nel momento in cui anche anche al Nord sono iniziati i primi scioperi e le prime manifestazioni e, così, il Sud è scomparso dai notiziari. Solidarietà, racconto delle rivolte è stato fatto da parte di reltà del Nord, ma da una lente interpretativa errata: è inutile parlare e interpretare quelle rivolte allo stesso modo in cui si interpretano le rivolte al Nord.Errato è ritenere che anche gli scioperi del Sud siano nati con il problema del carovita, perché in tal modo si ignora del tutto la Questione Meridionale. Il governo ha detto di tutto, il governo si è permesso di parlare degli scioperi attraverso la lente stereotipata della criminalità organizzata, dimenticando l3 mafios3 che tengono calde le poltrone del Parlamento. Ed ecco che, per questo e altro, abbiamo deciso di prendere parola noi!Ci vediamo mercoledì 4 novembre dalle ore 19:30 al Campus Occupato, per discutere insieme e fare autoformazione. Porta colori, penne, pennarelli. L’assemblea è non mista e, quindi, non aperta a persone non terrone e a uomini etero-cis. Decideremo insieme in quale spazio e/o aula del Campus metterci per fare assemblea, quindi, scrivici in DM o tramite messaggi se non dovessi trovarci! il Campus è un luogo accessibile! A mercoledì!
Spagna, tragedia sulla Madrid-Andalusia: la retorica sulla sicurezza dei treni “veloci” viene purtroppo scavalcata dai fatti. Ma chi ne paga il prezzo?
Altro sangue sulle rotaie dell’alta velocità, questa volta però parliamo di quella spagnola. Il 28 ottobre infatti, sulla linea Madrid-Andalusia, un treno Renfe Ave ha tamponato a circa 200 km/h un Iryo fermo sui binari nei pressi di Urda (Toledo). Il bilancio provvisorio è di almeno 68 morti e 80 feriti, 50 dei quali gravi, alcuni dispersi tra cui tre cittadine italiane.  La ricostruzione del ministro dei Trasporti Oscar Puente è già di per sé un atto d’accusa contro la logica stessa del sistema: intorno alle 8.30 un guasto a tre computer fa cadere il sistema di segnalamento LZB su 63 chilometri di linea e sei treni si fermano. Alle 8.36 il centro di controllo di Adif ad Atocha autorizza la ripartenza del Renfe. Peccato che più avanti ci sia l’Iryo fermo e il semaforo sia rosso. Tra le 8.36 e le 8.54 il treno Renfe percorre 25 chilometri a 200 all’ora prima del inevitabile impatto con l’altro treno. La tragedia avvenuta in Spagna è il prodotto di un sistema che sulla pelle dei passeggeri scarica i costi di una infrastruttura che non regge. Di una sicurezza risicata e spesso sottovalutata, in nome di un progresso e una modernità esasperati. È lo stesso copione che conosciamo bene in Val Susa, dove da anni ci raccontano che l’alta velocità è sinonimo di sicurezza e innovazione: ma la sicurezza vera si misura nella capacità di fermarsi, di controllare, di garantire la vita prima del profitto. Non possiamo che stringerci attorno a le famiglie delle persone ferite e quelle delle vittime, mentre però ci interroghiamo se il sistema ferroviario italiano sarebbe ingrado di evitare incidenti come questi in caso di malfunzionamento dei sistemi di controllo elettronici, di cui si nutre una cieca fiducia. Per ora le stragi di Viareggio e Andria (32 e 23 vittime), così come la morte dei cinque operai di Brandizzo, e in generale i continui malfunzionamenti sulle linee, non ci rassicurano per nulla.
All’alba delle elezioni mid-term in USA
Martedì negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato. Sono state raccontate come un referendum su Trump, ma, comunque vada, il presidente resterà alla Casa Bianca fino al 2029. Se al Senato la sfida per i democratici resta più difficile, alla Camera, invece, la conquista della maggioranza sembra a portata di mano. I sondaggi, però, vanno presi con le pinze. A pesare è soprattutto la macchina di soppressione del voto messa in piedi dall’amministrazione. C’è lo svuotamento del Voting Rights Act da parte della Corte Suprema, la causa intentata dal Dipartimento di Giustizia per cancellare dalle liste elettorali oltre 20mila persone in California, con il pretesto che sarebbero «non cittadini», e infine la minaccia di inviare agenti federali ai seggi. Ma anche un’eventuale riconquista del Congresso da parte dei democratici non comporterebbe necessariamente un blocco dell’agenda politica di Trump, come dimostrano i precedenti. Trump ha infatti già più volte aggirato il Congresso, ignorando la War Powers Resolution sulla guerra all’Iran e sospendendo le sanzioni contro la Russia, votate da democratici e repubblicani. L’opposizione potrebbe diventare più incisiva, ma resterebbe soprattutto simbolica. Anche una procedura di impeachment potrebbe ottenere il via libera della Camera, ma non avrebbe alcuna possibilità di passare al Senato, dove è necessaria una maggioranza dei due terzi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Branca, giornalista de Il Manifesto e inviata negli Stati Uniti per seguire le elezioni di midterm.
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