[2026-02-15] SENZA CONSENSO E’ STUPRO: BLOCCHIAMO IL DDL BONGIORNO! @ Murazzi, lato sinistro
SENZA CONSENSO E’ STUPRO: BLOCCHIAMO IL DDL BONGIORNO! Murazzi, lato sinistro - Via Murazzi del Po Ferdinando Buscaglione 18, 10124, Torino (domenica, 15 febbraio 15:00) Domenica 15 febbraio mobilitazione cittadina contro il disegno di legge sul reato di violenza sessuale. Il DDL proposto in queste settimane dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno cancella il consenso dalla legge sul reato di violenza sessuale e rappresenta un gravissimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza patriarcale. Questo DDL ha già ricevuto l’approvazione della commissione giustizia al Senato e - se diventasse definitivamente legge - si tratterebbe di un enorme arretramento e peggioramento rispetto all’attuale norma contro la violenza di genere e sessuale, che di fatto aprirebbe la strada alla normalizzazione e all’istituzionalizzazione dello stupro. Non possiamo accettarlo! Dopo la partecipatissima assemblea tematica, scendiamo in strada per un primo momento di mobilitazione cittadina contro il DDL Bongiorno: ci vediamo domenica 15/02 alle 15 ai Murazzi Se vuoi saperne di più o vuoi aiutarci a diffondere l’informazione, scarica il volantino che trovi a questo link: https://www.slideshare.net/slideshow/blocchiamo-il-ddl-bongiorno-cosa-succede-con-il-nuovo-ddl-sulla-violenza-sessuale/285981895
mobilitazione
La ragnatela
Pubblichiamo una proposta di progetto di un collettivo composto da individualita`antiautoritarie nomadi e semi-nomadi: Il gancio: ” the west Is the best” (J.M.)  linee di vita e di lotta, e densità sociali da mappare,attraversare e saper maneggiare con perizia. Procedere a zigzag tessendo trame, orditi e complicità è gioco con le molteplici curvature degli spazi e dei tempi, sia individuali che sociali. È una questione di volontà e di attrezzi che possano servirci ad agganciare occasioni che si profilano nella navigazione, come a saperci sganciare da ordinarietà, autoritarismi e dalla forza di gravità sociale che ci tiene schiacciati al suolo del sempre identico e della solitudine digitalizzata. Per imbastire trame, momenti e mezzi per navigare necessitiamo di spazi e di materiali sulle rotte dove poter sperimentare forme di vita altra e di lotta. Stiamo provando a dare presa e corpo ad un nostro sogno: un punto d approdo sulle strade dove poterci incontrare e respirare assieme. Siamo una piccola tribù di nomadi e seminomadi delle Terre occidentali d’ Europa. Qui, nella zona di agen, stiamo cercando un terreno dove provare a dare vita a tutto ciò.     Le crochet : « The west Is the best » (J.M.)  Des lignes de vie et de lutte, des densités sociales à cartographier, à traverser et à savoir gérer avec habileté. Procéder en zigzaguant, en tissant des trames, des chaînes et des complicités, c’est jouer avec les multiples courbures des espaces et des temps, tant individuels que sociaux. C’est une question de volonté et d’outils qui peuvent nous servir à saisir les occasions qui se profilent dans la navigation, comme à savoir nous détacher de l’ordinaire, des autoritarismes et de la force de gravité sociale qui nous maintient écrasés au sol de l’éternel identique et de la solitude numérisée. Pour tisser des trames, des moments et des moyens de naviguer, nous avons besoin d’espaces et de matériaux sur les routes où nous pouvons expérimenter d’autres formes de vie et de lutte. Nous essayons de donner corps à notre rêve : un point d’ancrage sur les routes où nous pouvons nous rencontrer et respirer ensemble. Nous sommes une petite tribu de nomades et de semi-nomades des terres occidentales de l’Europe. Ici, dans la région d’Agen, nous cherchons un terrain où essayer de donner vie à tout cela.     The hook: ‘The West Is the Best’ (J.M.) Lines of life and struggle, and social densities to be mapped, traversed and skilfully handled. Proceeding in a zigzag pattern, weaving plots, warps and complicities, is a game with the multiple curves of space and time, both individual and social. It is a question of will and tools that can help us hook onto opportunities that arise in navigation, as well as knowing how to detach ourselves from ordinariness, authoritarianism and the social force of gravity that keeps us pinned to the ground of the ever-same and digitised solitude. In order to weave plots, moments and means of navigation, we need spaces and materials on the routes where we can experiment with other forms of life and struggle. We are trying to give shape and substance to our dream: a place on the road where we can meet and breathe together. We are a small tribe of nomads and semi-nomads from the western lands of Europe. Here, in the Agen area, we are looking for a piece of land where we can try to bring this dream to life.     El gancho: «The west is the best» (J.M.) Líneas de vida y de lucha, y densidades sociales que hay que cartografiar, atravesar y saber manejar con destreza. Avanzar en zigzag tejiendo tramas, urdimbres y complicidades es un juego con las múltiples curvaturas de los espacios y los tiempos, tanto individuales como sociales. Es una cuestión de voluntad y de herramientas que nos sirvan para aprovechar las oportunidades que se perfilan en la navegación, así como para saber desprendernos de la mediocridad, los autoritarismos y la fuerza de gravedad social que nos mantiene aplastados al suelo de lo siempre igual y de la soledad digitalizada. Para tejer tramas, momentos y medios para navegar, necesitamos espacios y materiales en las rutas donde podamos experimentar otras formas de vida y de lucha. Estamos intentando hacer realidad nuestro sueño: un lugar en las carreteras donde poder encontrarnos y respirar juntos. Somos una pequeña tribu de nómadas y seminómadas de las tierras occidentales de Europa. Aquí, en la zona de Agen, estamos buscando un terreno donde intentar dar vida a todo esto.                        
Iniziative
Materiali
Babele
[2026-02-15] SENZA CONSENSO E’ STUPRO: BLOCCHIAMO IL DDL BONGIORNO! @ Murazzi
SENZA CONSENSO E’ STUPRO: BLOCCHIAMO IL DDL BONGIORNO! Murazzi - Lungo Po murazzi, lato destro (domenica, 15 febbraio 15:00) Domenica 15 febbraio mobilitazione cittadina contro il disegno di legge sul reato di violenza sessuale. Il DDL proposto in queste settimane dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno cancella il consenso dalla legge sul reato di violenza sessuale e rappresenta un gravissimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza patriarcale. Questo DDL ha già ricevuto l’approvazione della commissione giustizia al Senato e - se diventasse definitivamente legge - si tratterebbe di un enorme arretramento e peggioramento rispetto all’attuale norma contro la violenza di genere e sessuale, che di fatto aprirebbe la strada alla normalizzazione e all’istituzionalizzazione dello stupro. Non possiamo accettarlo! Dopo la partecipatissima assemblea tematica, scendiamo in strada per un primo momento di mobilitazione cittadina contro il DDL Bongiorno: ci vediamo domenica 15/02 alle 15 ai Murazzi Se vuoi saperne di più o vuoi aiutarci a diffondere l’informazione, scarica il volantino che trovi a questo link: https://www.slideshare.net/slideshow/blocchiamo-il-ddl-bongiorno-cosa-succede-con-il-nuovo-ddl-sulla-violenza-sessuale/285981895
nudm
mobilitazione
NUDM
Gli Invisibili. Il castello di Doom Rock
Nuovamente con noi Giovanni Del Ponte, scrittore per ragazzi, per parlare del suo terzo libro “Gli Invisibili. Il castello di Doom Rock” in occasione dello spettacolo “Il Manoscritto di Doom Rock”, ispirato al romanzo e messo in scena da Claudio Ottavi. L’argomento della puntata è il bullismo scolastico, tema del romanzo. Buon ascolto! il sito https://www.giovannidelponte.com Podcast Animali narranti condotto da Giovanni https://share.google/s4m6IF3hjuxNJuiVh I brani audio sono stati tratti dallo spettacolo del Piccolo Teatro d’Arte con regia di Claudio Ottavi www.ilpiccoloteatrodarte.org Ringraziamo anche i giovani attori.
Ubu Re e il suo Consiglio di amministrazione
Quella riportata sotto è la struttura del “Consiglio di Pace” promosso da Trump, per come è stata rivelata da “The Times of Israel”. Come già sottolineato (https://ilrovescio.info/2025/10/03/ubu-re-nellera-della-tecnocrazia/), siamo oltre la più fervida letteratura distopica. Siamo al grottesco dotato di poteri mostruosi. Nessun imperatore nella storia – nemmeno il Caligola messo in scena da Camus – ha mai pensato di autoincoronarsi Presidente a vita del Consiglio di Amministrazione della Pace per governare il mondo intero (da notare che Gaza non viene nominata nemmeno di sfuggita). Un club con ingresso a pagamento su cui il Presidente ha ogni potere di controllo. E soprattutto nessuno nella storia aveva mai pensato di riunire nello stesso Board un “governo tecnocratico” a rappresentare un popolo sottoposto a genocidio insieme al governo che il genocidio lo sta compiendo. L’entrata nel Consiglio di Amministrazione da parte del regime sionista avviene proprio nei giorni in cui emerge che l’esercito israeliano ha utilizzato a Gaza anche armi termiche e termobariche fornite dagli Stati Uniti. Chiamate “bombe a vuoto” o “aerosol”, capaci di generare temperature superiori ai 3.500 gradi Celsius (6.332 gradi Fahrenheit), queste armi hanno fatto evaporare – lasciando al loro posto pezzi di carne e mucchi di cenere – centinaia di gazawi. Provando a immaginare l’inimmaginabile (i corpi inceneriti, i loro inceneritori ancora in carica, accolti a braccia aperte da chi ha fornito loro gli strumenti di incenerimento), possiamo leggere il finale dello statuto: «Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che deve essere approvato dal Presidente». Il sigillo della ridicolaggine assassina. L’inconfondibile Armand Robin scrisse alla Gestapo, il 5 ottobre 1943: «È esattissimo che io vi disapprovo di una disapprovazione per la quale non esiste nome in nessuna delle lingue che conosco (e certamente neppure nella lingua ebraica, che voi mi fate desiderare di studiare). Voi siete degli assassini, signori; e aggiungo anche (è un punto di vista cui tengo molto) che siete degli assassini ridicoli». STATUTO DEL CONSIGLIO DI PACE Preambolo Dichiarando che una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito; Riconoscendo che una pace duratura mette radici quando le persone sono messe nelle condizioni di assumere il controllo e la responsabilità del proprio futuro; Affermando che solo una partnership sostenuta e orientata ai risultati, fondata sulla condivisione degli oneri e degli impegni, può garantire la pace in luoghi dove essa si è dimostrata troppo a lungo irraggiungibile; Deplorando che troppi approcci alla costruzione della pace favoriscano una dipendenza perpetua e istituzionalizzino la crisi invece di aiutare le persone a superarla; Sottolineando la necessità di un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace; e Decidendo di costituire una coalizione di Stati volenterosi, impegnati nella cooperazione pratica e nell’azione efficace, guidati dal giudizio e nel rispetto della giustizia, le Parti adottano il presente Statuto del Consiglio di Pace. Articolo 1: Missione CAPITOLO I – FINALITÀ E FUNZIONI Il Consiglio di Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ristabilire una governance affidabile e conforme alla legge e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Il Consiglio di Pace svolgerà tali funzioni di costruzione della pace in conformità al diritto internazionale e secondo quanto approvato ai sensi del presente Statuto, inclusi lo sviluppo e la diffusione di migliori pratiche applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace. CAPITOLO II – ADESIONE Articolo 2.1: Stati membri L’adesione al Consiglio di Pace è limitata agli Stati invitati a partecipare dal Presidente e ha inizio con la notifica del consenso dello Stato a essere vincolato dal presente Statuto, in conformità al Capitolo XI. Articolo 2.2: Responsabilità degli Stati membri (a) Ogni Stato membro sarà rappresentato nel Consiglio di Pace dal proprio Capo di Stato o di Governo. (b) Ogni Stato membro sosterrà e assisterà le operazioni del Consiglio di Pace in conformità con le rispettive autorità legali interne. Nulla nel presente Statuto deve essere interpretato come conferimento al Consiglio di Pace di giurisdizione all’interno del territorio degli Stati membri, né come obbligo per gli Stati membri di partecipare a una specifica missione di costruzione della pace senza il loro consenso. (c) Ogni Stato membro servirà un mandato non superiore a tre anni dall’entrata in vigore del presente Statuto, soggetto a rinnovo da parte del Presidente. Il mandato triennale non si applica agli Stati membri che contribuiscono con oltre 1.000.000.000 di dollari USA in fondi in contanti al Consiglio di Pace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello Statuto. Articolo 2.3: Cessazione dell’adesione L’adesione termina al verificarsi della prima delle seguenti condizioni: (i) scadenza del mandato triennale, soggetta all’Articolo 2.2(c) e a rinnovo da parte del Presidente; (ii) recesso, ai sensi dell’Articolo 2.4; (iii) decisione di rimozione da parte del Presidente, soggetta al veto di una maggioranza dei due terzi degli Stati membri; o (iv) scioglimento del Consiglio di Pace ai sensi del Capitolo X. Uno Stato la cui adesione termina cessa anche di essere Parte dello Statuto, ma può essere nuovamente invitato a diventare Stato membro ai sensi dell’Articolo 2.1. Articolo 2.4: Recesso Qualsiasi Stato membro può recedere dal Consiglio di Pace con effetto immediato mediante comunicazione scritta al Presidente. CAPITOLO III – GOVERNANCE Articolo 3.1: Il Consiglio di Pace (a) Il Consiglio di Pace è composto dai suoi Stati membri. (b) Il Consiglio di Pace vota su tutte le proposte all’ordine del giorno, incluse quelle relative ai bilanci annuali, all’istituzione di entità sussidiarie, alla nomina di alti dirigenti esecutivi e alle principali determinazioni politiche, come l’approvazione di accordi internazionali e l’avvio di nuove iniziative di costruzione della pace. (c) Il Consiglio di Pace si riunisce in sedute deliberative almeno una volta all’anno e in ulteriori occasioni e luoghi ritenuti opportuni dal Presidente. (d) Ogni Stato membro dispone di un voto. (e) Le decisioni sono adottate a maggioranza degli Stati membri presenti e votanti, previa approvazione del Presidente, che può anche esprimere un voto in caso di parità. (f) Il Consiglio di Pace terrà inoltre riunioni regolari non deliberative con il Consiglio Esecutivo. (g) Gli Stati membri possono essere rappresentati da un alto funzionario alternativo, previa approvazione del Presidente. (h) Il Presidente può invitare organizzazioni regionali di integrazione economica a partecipare ai lavori. Articolo 3.2: Presidente (a) Donald J. Trump fungerà da Presidente inaugurale del Consiglio di Pace e separatamente da rappresentante inaugurale degli Stati Uniti d’America. (b) Il Presidente ha autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie. Articolo 3.3: Successione e sostituzione Il Presidente designerà in ogni momento un successore. La sostituzione potrà avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o incapacità, determinate da voto unanime del Consiglio Esecutivo. Articolo 3.4: Sottocomitati Il Presidente può istituire sottocomitati e definirne mandato, struttura e regole. CAPITOLO 4. Consiglio Esecutivo Articolo 4.1: Composizione e rappresentanza del Consiglio Esecutivo (a) Il Consiglio Esecutivo è selezionato dal Presidente ed è composto da leader di statura globale. (b) I membri del Consiglio Esecutivo restano in carica per mandati di due anni, sono soggetti a revoca da parte del Presidente e possono essere rinnovati a sua discrezione. (c) Il Consiglio Esecutivo è guidato da un Direttore Esecutivo nominato dal Presidente e confermato da un voto di maggioranza del Consiglio Esecutivo. (d) Il Direttore Esecutivo convoca il Consiglio Esecutivo ogni due settimane per i primi tre mesi successivi alla sua istituzione e, successivamente, con cadenza mensile, nonché in ulteriori occasioni qualora il Direttore Esecutivo lo ritenga opportuno. (e) Le decisioni del Consiglio Esecutivo sono adottate a maggioranza dei membri presenti e votanti, incluso il Direttore Esecutivo. Tali decisioni entrano in vigore immediatamente, fatta salva la facoltà del Presidente di esercitare il veto in qualsiasi momento successivo. (f) Il Consiglio Esecutivo determina il proprio regolamento interno. Articolo 4.2: Mandato del Consiglio Esecutivo Il Consiglio Esecutivo: (a) esercita i poteri necessari e appropriati per attuare la missione del Consiglio della Pace, in conformità con il presente Statuto; (b) riferisce al Consiglio della Pace sulle proprie attività e decisioni con cadenza trimestrale, in conformità all’Articolo 3.1(f), nonché in ulteriori occasioni che il Presidente potrà determinare. CAPITOLO V – DISPOSIZIONI FINANZIARIE Articolo 5.1: Spese Il finanziamento delle spese del Consiglio della Pace avviene tramite contributi volontari degli Stati membri, di altri Stati, di organizzazioni o di altre fonti. Articolo 5.2: Conti Il Consiglio della Pace può autorizzare l’istituzione di conti nella misura necessaria allo svolgimento della propria missione. Il Consiglio Esecutivo autorizza l’adozione di sistemi di controllo e di meccanismi di vigilanza in materia di bilanci, conti finanziari e erogazioni, nella misura necessaria o opportuna a garantirne l’integrità. Articolo 6 (a) Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possiedono personalità giuridica internazionale. Essi dispongono della capacità giuridica necessaria al perseguimento della loro missione (inclusa, a titolo esemplificativo e non esaustivo, la capacità di stipulare contratti, acquisire e alienare beni mobili e immobili, promuovere procedimenti giudiziari, aprire conti bancari, ricevere ed erogare fondi pubblici e privati, nonché assumere personale). pratiche orientate ai risultati(b) Il Consiglio della Pace assicura la concessione dei privilegi e delle immunità necessari all’esercizio delle funzioni del Consiglio della Pace, dei suoi enti sussidiari e del relativo personale, da stabilirsi mediante accordi con gli Stati nei quali il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari operano, ovvero attraverso altre misure adottate da tali Stati in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici interni. Il Consiglio può delegare l’autorità a negoziare e concludere tali accordi o intese a funzionari designati all’interno del Consiglio della Pace e/o dei suoi enti sussidiari. Articolo 7 CAPITOLO VII – INTERPRETAZIONE E RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE Le controversie interne tra e all’interno dei membri, degli enti e del personale del Consiglio della Pace, relative a questioni attinenti al Consiglio della Pace, dovrebbero essere risolte mediante una collaborazione amichevole, in conformità con le autorità organizzative stabilite dal presente Statuto; a tal fine, il Presidente è l’autorità finale in merito al significato, all’interpretazione e all’applicazione del presente Statuto. CAPITOLO VIII – MODIFICHE ALLO STATUTO Articolo 8 Le modifiche allo Statuto possono essere proposte dal Consiglio Esecutivo oppure da almeno un terzo degli Stati membri del Consiglio della Pace che agiscano congiuntamente. Le proposte di modifica sono trasmesse a tutti gli Stati membri almeno trenta (30) giorni prima della loro messa ai voti. Tali modifiche sono adottate previa approvazione con una maggioranza dei due terzi del Consiglio della Pace e pratiche orientate ai risultati confermata da parte del Presidente. Le modifiche ai Capitoli II, III, IV, V, VIII e X richiedono l’approvazione unanime del Consiglio della Pace e la conferma del Presidente. Una volta soddisfatti i requisiti pertinenti, le modifiche entrano in vigore alla data indicata nella risoluzione di modifica o, in mancanza di tale indicazione, immediatamente. CAPITOLO IX – RISOLUZIONI O ALTRE DIRETTIVE Articolo 9 Il Presidente, agendo per conto del Consiglio della Pace, è autorizzato ad adottare risoluzioni o altre direttive, in conformità con il presente Statuto, al fine di attuare la missione del Consiglio della Pace. CAPITOLO X – DURATA, SCIOGLIMENTO E TRANSIZIONE Articolo 10.1: Durata Il Consiglio della Pace continua ad esistere fino a quando non venga sciolto in conformità al presente Capitolo, momento in cui il presente Statuto cesserà altresì di avere efficacia. Articolo 10.2: Condizioni per lo scioglimento Il Consiglio della Pace si scioglie nel momento in cui il Presidente lo ritenga necessario o opportuno, oppure alla fine di ogni anno solare dispari, salvo rinnovo da parte del Presidente entro e non oltre il 21 novembre di tale anno solare dispari. Il Consiglio Esecutivo stabilisce le norme e le procedure relative alla definizione di tutti i beni, le passività e le obbligazioni in caso di scioglimento. CAPITOLO XI – ENTRATA IN VIGORE Articolo 11.1: Entrata in vigore e applicazione provvisoria (a) Il presente Statuto entra in vigore con l’espressione del consenso a essere vincolati da parte di tre Stati. (b) Gli Stati che sono tenuti a ratificare, accettare o approvare il presente Statuto mediante procedure interne convengono di applicarne provvisoriamente le disposizioni, salvo che abbiano informato il Presidente, al momento della firma, dell’impossibilità di farlo. Gli Stati che non applicano provvisoriamente il presente Statuto possono partecipare ai lavori del Consiglio della Pace in qualità di Membri senza diritto di voto, in attesa della ratifica, accettazione o approvazione dello Statuto in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici interni, previa approvazione del Presidente. Articolo 11.2: Depositario Il testo originale del presente Statuto, nonché ogni sua modifica, è depositato presso gli Stati Uniti d’America, che sono designati quali Depositari del presente Statuto. Il Depositario provvede tempestivamente a fornire a tutti i firmatari del presente Statuto una copia certificata conforme del testo originale, nonché di ogni modifica o protocollo aggiuntivo ad esso. CAPITOLO XII – RISERVE Articolo 12 Non possono essere formulate riserve al presente Statuto. CAPITOLO XIII – DISPOSIZIONI GENERALI Articolo 13.1: Lingua ufficiale La lingua ufficiale del Consiglio della Pace è l’inglese. Articolo 13.2: Sede Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possono, in conformità con il presente Statuto, istituisce una sede centrale e uffici sul territorio. Il Consiglio della Pace negozierà, ove necessario, un accordo di sede e accordi disciplinanti gli uffici sul territorio con lo Stato o gli Stati ospitanti. Articolo 13.3: Sigillo Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che deve essere approvato dal Presidente. IN FEDE DI CHE, i sottoscritti, debitamente autorizzati, hanno firmato il presente Statuto.
Stato di emergenza
Anche a Milano si vedono le stelle. Un racconto delle Utopiadi 2026
Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹ Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi, all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde, con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento, mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.  L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio, giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa. Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale venivano sospesi fino a metà marzo. Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore, area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio 2020. NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.  La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp. LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere, reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per l’occasione. La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere. Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole e timidi sorrisi con le ragazze in corteo. Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi, indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito: «E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme, qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica, dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme». Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport, ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro. QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire. Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti, reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO. In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere». Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa. Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta, dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere, hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione» nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione «ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati, trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle finestre. In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth, quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere». La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e per la successiva giornata dedicata allo sport popolare. A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina) ________________________ ¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio, Melania Rima e Lorenzo Vargiu.
milano
città
Porto, basi e stazioni: così la Toscana si prepara alla guerra
Ripubblichiamo un contributo che approfondisce l’articolazione della guerra sul territorio toscano a firma Linda Maggiori e apparso su L’Indipendente. Un materiale da accompagnare a HUB – Bollettino della militarizzazione e delle resistenze dei territori, a cura del Movimento No Base e altre realtà di Pisa, Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara, in vista della due giorni che si terrà a Livorno il 21-22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” di cui è uscito qui il programma completo. Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose (IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta. Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa, tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan, fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri, con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6 km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024. Banchine in costruzione e colmate . Foto di Ugo Macchia 1 di 2 «Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi, per essere completata, in teoria, entro il 2030. IL CANALE DEI NAVICELLI E CAMP DARBY La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche. 1 di 2 Binario Tombolo. Foto di Linda Maggiori Il ponte girevole. Foto di Linda Maggiori Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500 attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di “consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila euro, pagati dagli Stati Uniti. «Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che, formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune. La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al 100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e controllo sulla navigazione nel Canale. Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30 settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o controllo su ciò che passa».  Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale, detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici. Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra. «L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di “Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di Diritti in Comune. IL RIARMO PASSA DAI BINARI  Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine 2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati. «Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati 44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto». A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo, per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari 1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un importante polo produttivo di Leonardo.   Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del 2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato.  Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby, scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base americana. L’AEROPORTO MILITARE DI PISA E IL NUOVO HANGAR L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi. Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan, costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo. «Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico. LA BASE EX CISAM  Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado. Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si aggira sui 520 milioni di euro. Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale. «Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta. «Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM) che dovrebbe essere dismesso e bonificato. Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base, tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby, ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo. Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su 34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove sorge sia restituita alla cittadinanza. 
Napoli: conferenza stampa del corteo regionale “Amore che resiste” di sabato 14 febbraio
Conferenza stampa ieri mattina a Napoli per lanciare la manifestazione in difesa degli spazi sociali e di libertà in Campania. da Radio Onda d’urto Nelle ultime settimane attacchi sono arrivati a Officina 99, Gridas, Insurgencia, Carlo Giuliani, Civico 7, Cprs e Banchi Nuovi, nel mirino del disegno repressivo del governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti. Da qui il corteo regionale di sabato, ore 15, piazza Garibaldi a Napoli.  Davide, compagno napoletano degli spazi sociali  COMUNICATO “I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani, al Civico 7, al CPRS, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti”, è quanto si legge nell’appello di lancio della manifestazione in difesa degli “spazi sociali e di libertà” promossa dai movimenti di lotta della regione Campania e che sfilerà a Napoli questo sabato 14 febbraio dalle 15:00 a piazza Garibaldi. Tantissime le sottoscrizioni arrivate dal mondo delle battaglie sociali, ambientali e sindacali, ma anche dall’accademia, dal mondo dell’arte e della musica, oltre che dell’associazionismo. Ospiti d’onore i 99 Posse, che si esibiranno dal camion del corteo insieme a molti altri artisti. Ad aderire alla manifestazione, tra gli altri, c’è il Global Movement to Gaza, tra i promotori della Flotilla e delle piazze oceaniche dello scorso autunno in favore del popolo palestinese. “Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a lavoratorə, disoccupati, studenti, precari, persone migranti, artisti, solidali e tutti coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre vite. Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta”, è quanto i promotori affermano in una nota congiunta.