Poco più di un anno dopo la Liberazione, l’Italia è ancora un Paese attraversato
da profonde tensioni. La guerra è finita, ma nelle montagne e nelle campagne del
Nord restano …
Riprendiamo
da https://pungolorosso.com/2026/08/27/i-volenterosi-della-guerra-totale-alla-russia-e-litalia-e-nel-mazzo-a-modo-suo/
I VOLENTEROSI DELLA GUERRA TOTALE ALLA RUSSIA – E L’ITALIA È NEL MAZZO (A MODO
SUO)
La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita
lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una
guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni.
ESERCITAZIONI MILITARI IN POLONIA
La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari
che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia
e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si
tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle
stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti
impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro
dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo
un ipotetico cessate il fuoco.
Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle
ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la
volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito,
anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO
ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del
fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro
simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto
nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta
esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori
russi siano amministrati da paesi e organismi terzi.
Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un
contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta
una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate
in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari,
“volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e
così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno. Non a caso, il
ruolo-guida dell’operazione (di cui potremo valutare l’ampiezza nei prossimi
mesi) è in capo ai due paesi che, nel declino/trasformazione dell’alleanza
atlantica determinato dagli USA, aspirano al ruolo di architrave dei nuovi
equilibri militari del vecchio continente, grazie al loro armamento nucleare
autonomo e all’esperienza maturata sul campo.
L’Italia, invece, come la Germania, ha escluso l’impiego di truppe, mettendo
l’accento sull’invio di generatori elettrici, necessari per affrontare un
inverno che si preannuncia quanto mai duro. Ma ciò non significa affatto che il
governo Meloni intende ridimensionare il suo impegno bellico, quanto piuttosto
che esso potenzierà le forniture militari rinunciando all’invio di truppe. Una
decisione che l’accomuna a Berlino, che pure è il principale finanziatore dello
sforzo bellico di Kiev.
Nel darne notizia, i giornali hanno sottolineato che il governo Meloni mantiene
così ferma la propria posizione rispetto a tali incontri, decidendo di non
partecipare direttamente, ma di collegarsi in video da Palazzo Chigi. Un modo
per ostentare una differenza con i partners europei, in omaggio al suo preteso
ruolo di pontiere con Washington, recentemente ridicolizzato dalle polemiche con
Trump. In realtà, si tratta di un escamotage puramente mediatico, che ricorda il
Clinton di molti anni fa, quando l’allora presidente americano confessò di aver
fumato uno spinello “ma senza aspirare” … Ecco, anche Meloni “non ha aspirato”.
Ciò non toglie che il suo governo è immerso fino al collo nelle manovre militari
e affaristiche della guerra in Ucraina.
COSTRUZIONE IN UCRAINA DI MISSILI A LUNGO RAGGIO
Questo ci porta alla seconda decisione del summit dei volenterosi, che
testimonia della volontà di proseguire e spingere sempre più a fondo la guerra
alla Russia.
La riunione di Kiev, infatti, ha dato il via libera ad un poderoso piano per la
costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina, grazie alla
condivisione dei dati riservati necessari alla loro costruzione, per la quale
mancava ancora l’assenso del premier britannico. Si tratta dei missili Scalp,
prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica
Leonardo. Non è una decisione di poco conto, perché amplia enormemente la
capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo, non solo con gli
sciami di droni prodotti ormai in gran quantità dall’industria bellica ucraina,
ma con armi ben più potenti e sofisticate, capaci di infliggere alla Russia
danni molto superiori a quelli (molto rilevanti) che ha già subìto. E infatti i
vertici del Cremlino hanno prontamente dichiarato di essere già all’opera per
individuare e distruggere i siti in cui verranno prodotti.
La possibilità di costruire in loco missili a medio-lungo raggio in società con
Francia e Inghilterra supera quindi uno dei limiti delle capacità offensive
dell’Ucraina, cui il governo Zelensky aveva tentato di mettere fine con la
richiesta alla Germania di fornire i missili Taurus, una richiesta rimasta
sempre inevasa.
Ma la costruzione di missili a lunga gittata non è l’unica novità di questa
escalation bellica, né è limitata alle decisioni di Parigi e Londra. Anche
l’Italia, pur muovendosi in sordina, mostra la ferma volontà di non rimanere
indietro nel sostegno militare a Kiev. Certo, il centro studi tedesco Kiel
Institute ha certificato che Roma è all’ultimo posto in Europa per valore delle
forniture militari all’Ucraina: si va infatti dai 24,9 miliardi della Germania
ai 15,8 miliardi del Regno Unito, ai 6,3 della Francia per arrivare infine ai 3
miliardi dell’Italia (esclusi i finanziamenti non militari). Ma il governo
Meloni è ben deciso a rafforzare questa sua posizione, perché non intende
perdere terreno rispetto agli altri Stati dell’UE, potendo contare su
un’industria bellica di livello internazionale.
L’ITALIA DI MELONI-MATTARELLA FA LA SUA PARTE…
Ecco allora che il tredicesimo “Decreto Aiuti”, che diverrà operativo ad
ottobre, interviene a colmare questa lacuna. Da quello che trapela dai programmi
pur secretati dal governo, sono previste cessioni di batterie contraeree Samp-T,
versione NG, in grado di intercettare e distruggere missili balistici, di
intercettori Aster 30 e di radar Kronos ad ampio raggio, tutto armamento
prodotto in comune da Italia e Francia. Si tratta di dispositivi la cui
fornitura era stata sospesa perché le scorte nei depositi dei due paesi erano
arrivate al livello minimo e la cui produzione è già stata potenziata per far
fronte a questa nuova tornata di aiuti militari. Repubblica, in un articolo del
26 agosto, sostiene di aver avuto conferme sull’impegno dell’esecutivo in tale
direzione. Grazie ai finanziamenti dell’UE verranno approntate quattro batterie
Samp-T NG le cui prestazioni, a detta degli esperti, sono pari, se non
superiori, ai più famosi Patriot prodotti negli USA, per la cui produzione a
Kiev, su licenza, Trump sembrava aver dato l’assenso, salvo rimangiarsi
successivamente tale decisione. Non a caso Zelensky, in attesa delle batterie
italo-francesi, ha chiesto all’amministrazione americana di poter accedere
almeno al cinque per cento delle scorte USA.
Per quanto riguarda gli intercettori Aster 30 NIBT, Roma e Parigi ne avrebbero
autorizzato la produzione in loco, contribuendo così ad un sostanziale salto di
qualità della produzione bellica autonoma dell’Ucraina. In attesa che l’accordo
divenga operativo, l’Italia manderà entro ottobre una fornitura prelevata dalle
proprie scorte e così farà la Francia. Per i radar a grande raggio d’azione,
Parigi ne fornirà sei, prodotti dalla sua società Thales, e l’Italia uno,
prodotto da Leonardo.
Finché c’è guerra c’è speranza, recitava un vecchio film. E del resto gli
articolisti di Repubblica, appartenenti al mondo dell’informazione
“progressista” (!), non esitano ad informarci che “il valore complessivo
dell’intera operazione [la fornitura d’armi a Kiev col tredicesimo decreto-aiuti
– n.] dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro …. Salverà tanti civili dai
bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione
nelle nostre industrie”. Insomma, l’economia di guerra “ci” salverà…
… E PUNTA MOLTO SU LEONARDO E LEONARDO UKRAINE LLC
E proprio Leonardo è un perno essenziale dell’industria bellica italiana, sul
cui potenziamento il governo punta molte delle sue carte.
Come si sa, è stata recentemente costituita Leonardo Ukraine LLC, controllata
interamente da Leonardo International. Leggendo le note ufficiali di questo
gruppo, si può avere un’idea chiara del modo di muoversi dell’industria bellica
di cui Leonardo rappresenta un esponente di spicco, campione del made in Italy
nel campo degli strumenti di morte.
Ma lasciamo parlare direttamente Leonardo. Questa impresa “guarda con interesse
alle tecnologie e alle applicazioni militari sviluppate da Kiev nella guerra con
la Russia… una partnership che dovrebbe prevedere forme di cooperazione con
l’industria ucraina dei droni, … dove il gruppo italiano sta consolidando la
joint venture LBA Systems con la turca Baykar… Leonardo testerà inoltre in
Ucraina il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata e
multi-dominio che sta sviluppando”. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo
Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi
contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e
rimessa in campo”. Si noti, en passant, il linguaggio asettico con cui questi
“operatori della difesa” parlano delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il
drone? Quanta distruzione ha causato? Questi i test cui si riferisce l’AD sopra
citato.
Leonardo inoltre coopera con Brave 1, il polo statale ucraino che riunisce circa
2500 aziende e oltre 5.000 soluzioni tecnologiche, tra cui più di 500 produttori
di droni, oltre 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e
nell’intelligence dei segnali e più di 200 sviluppatori di prodotti basati
sull’AI. Una cooperazione ad ampio raggio fra l’industria bellica italiana e
quella ucraina, quest’ultima rapidamente diventata un vero e proprio hub della
produzione di armamenti e dispositivi bellici a livello europeo, su cui il
governo Zelensky punta per rilanciare l’economia di un paese ormai devastato. Da
granaio di Europa e, per certi versi, del mondo, a grande fabbrica della morte
per conto terzi.
Da quanto abbiamo sommariamente ricostruito, è evidente che il vertice di Kiev
di lunedì segna un’ulteriore escalation della guerra fra NATO e Russia sul suolo
ucraino.
RILANCIARE L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA REAZIONARIA TRA NATO E RUSSIA
Ne escono confermate le tesi che abbiamo sostenuto fin dallo scoppio del
conflitto, a partire da quella sopra richiamata: la guerra in Ucraina è una
guerra reazionaria fra NATO e Russia, condotta da entrambi i fronti per finalità
di dominio, che riapre la lotta per una nuova spartizione del mondo, a seguito
della crisi dell’egemonia planetaria dell’”ordine occidentale”.
Chi pensava che il conflitto si sarebbe risolto in una sorta di guerra-lampo,
agendo come un fattore di riequilibrio dei rapporti interstatali, deve
arrendersi di fronte all’evidenza. Esso dura da più di quattro anni e non
accenna a finire, nonostante il terribile massacro di centinaia di migliaia di
proletari ucraini e russi, le distruzioni e le indicibili sofferenze che ha
prodotto. Ed è destinato a durare e aggravarsi, come confermano le decisioni
della “Coalizione dei Volenterosi” e le minacce di ritorsioni della Russia,
perché entrambi i fronti non possono accettare una sconfitta, che assumerebbe il
carattere di una minaccia ai loro interessi strategici, una vera e propria
minaccia esistenziale.
La guerra in Ucraina ha rappresentato un giro di boa per il capitalismo
mondiale, spostando in modo determinante lo scontro dal terreno economico a
quello militare. Essa ha dato impulso ad una gigantesca corsa al riarmo e al
militarismo in tutto il vecchio continente, rafforzando in modo esponenziale la
tendenza verso un nuovo conflitto mondiale. Nei paesi dell’Unione Europea sono
cresciuti enormemente gli stanziamenti per la guerra, sia nei bilanci di ogni
singolo paese, sia con l’attivazione di linee di debito comune, superando nello
spazio di un mattino “regole finanziarie” considerate intoccabili.
Allo stesso tempo, si va imponendo la progressiva militarizzazione di tutta la
vita sociale, con l’integrazione sempre più stretta fra esercito, propaganda
bellica, scuola e università; si torna a battere sulla necessità di superare il
carattere volontario dell’arruolamento e reintrodurre la coscrizione
obbligatoria (come nelle misure preparatorie predisposte dal governo tedesco);
si procede verso l’economia di guerra, con la riconversione in senso bellico di
imprese civili e la riorganizzazione in tal senso delle stesse infrastrutture
(potenziamento e finalizzazione al trasporto di armamento delle linee
ferroviarie) ; si restringono ovunque i diritti democratici, con limitazioni
crescenti del diritto di sciopero (di cui è esempio in Italia l’estensione della
legge 146 alla logistica privata); si inasprisce la repressione contro i
movimenti di lotta in tutti i settori, dalle proteste contro le cosiddette
“grandi opere” ai movimenti per il diritto alla casa, dalle proteste contro il
degrado ambientale a quelle di solidarietà con la resistenza palestinese e
contro il genocidio a Gaza; si creano nuovi reati e si aumentano le pene allo
scopo di pacificare preventivamente o con la forza il fronte interno in vista
delle guerre in preparazione. Ovunque, le organizzazioni politiche di classe, i
sindacati conflittuali, gli organismi sociali che promuovono lotte e
mobilitazioni sono additati sempre più come i nemici interni, coloro che remano
contro gli interessi nazionali, i “disfattisti” da isolare e perseguire.
I partiti borghesi, di destra e di sinistra, alimentano la propaganda di guerra,
in proprio e attraverso i mass media che controllano, giustificandola come una
necessità ineludibile. Sul Corriere della Sera di martedì 25, per fare solo un
esempio, troviamo un articolo a firma di Goffredo Buccini che lamenta la mancata
determinazione dell’UE “nonostante la presenza dei Volenterosi e la preziosa
spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina”. Non solo.
L’articolista ridicolizza i sacrifici crescenti che la guerra impone (“tra i 50
e i 70 euro pro capite” appena…) e non esita ad affermare che “… scuole e
ospedali diventano macerie se non vengono difese da forze armate credibili
contro ogni aggressore.”
L’articolo non manca di omaggiare Zelensky, “eroe che ha galvanizzato la
resistenza contro l’invasore” e si conclude degnamente ricordando la repressione
in Russia con la frase “Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”.
Una propaganda incalzante, spudorata, costruita su catene di menzogne, nella
quale si distingue anche il PD, deciso sostenitore della guerra fino in fondo
alla Russia e, semmai, critico dell’understatement di Meloni.
La guerra fra NATO e Russia, dunque, è una guerra contro i proletari ucraini,
contro quelli russi e contro il proletariato di tutti i paesi. Se le classi
dominanti mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per
portare gli sfruttati a scannarsi l’un l’altro, per noi, per i rivoluzionari
internazionalisti, la consegna è opposta: disfattismo da entrambi i lati del
fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina e contro gli
oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati.
In tutte le situazioni, dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per
affermare questo “principio”, ma per farlo valere in ogni nostra iniziativa, in
ogni mobilitazione, per far sì che le lotte operaie, le proteste contro
l’economia di guerra e i sacrifici che essa impone ai proletari, tutte le
battaglie sociali e contro la militarizzazione, la corsa al riarmo, la
repressione si intreccino strettamente a questo cardine strategico, contribuendo
alla formazione di un campo internazionale degli sfruttati capace di opporsi
agli schieramenti imperialisti che si fronteggiano.
E questo è tanto più necessario in un momento in cui la guerra in Ucraina, a
dispetto del suo incrudimento crescente, appare dimenticata, sia dalla massa dei
lavoratori e delle lavoratrici, sia negli stessi ambienti militanti.
Nello stretto di Hormuz come a Kiev gli spazi di ricomposizione pacifica dei
conflitti sono sempre più stretti. La marcia verso un nuovo conflitto mondiale,
capace di ingoiare e distruggere la stessa civiltà umana, può essere fermata
solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Questo è possibile solo
con l’azione organizzata delle masse proletarie, contadine, sfruttate, che
rappresentano la grande maggioranza della popolazione umana. Rilanciare la lotta
contro la guerra in Ucraina in una prospettiva disfattista e internazionalista è
parte integrante di questa azione.
di Gianni Sartori È morto a 82 anni Javier Giraldo Moreno, gesuita colombiano e
instancabile difensore dei diritti umani. Dalla Comunità di Pace di San José de
Apartadó al Tribunale …
di Federico Giusti Cosa si cela dietro all’avvento dell’economia di guerra e
alla militarizzazione del corpo sociale Non è la prima volta, e non sarà
l’ultima, che ai cittadini venga …
A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo
rifugio climatico è minacciato dalla speculazione.
Da 14 anni l’area è occupata da un comitato di lavoratorx, cittadinx e residenti
del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi
vengano abbattuti per far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative
sociali, incontri, momenti di dibattito.
Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e
duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve
consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane
è previsto lo sgombero.
In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre
è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via
Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni
di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi
permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere
allo sgombero.
Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la
situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non
solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo
più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello
dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città
diventano luogo di auto-organizzazione.
da Radio Blackout
Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto i Carabinieri
di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e
trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino.
A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura
alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni
delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. Giorgio
avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari.
Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne
definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo
sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010
e una marcia No Tav del 2019.
Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state aggravate dopo
un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato
dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie
opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a
una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio
quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un
nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in
Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi.
Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la
detenzione nell’autunno di quest’anno.
Ora arriva invece il ritorno alle Vallette dove si trovano tuttora anche i due
ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai
cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere.
«Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato
confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in
città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. “Perché la
storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle
migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della
Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e
continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono
rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da
più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle.Giorgio libero
subito. Liber tutt.**
La scarcerazione dovrebbe avvenire il 27 settembre. Ne parliamo con Roberto La
Macchia Co-Presidente dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici, avvocato
a Torino si occupa anche delle vicende giudiziarie di Giorgio Rossetto
da Radio Onda d’Urto
Riceviamo e pubblichiamo volentieri:
GIORGIO: UN COMPAGNO A CUI TENIAMO MOLTO
Conosciamo Giorgio da oltre quarant’anni, da quegli anni ’80 in cui i movimenti
organizzati di Torino erano stati azzerati dalla sconfitta operaia alla Fiat,
dalla repressione e dall’eroina.
Con pazienza, a Torino Giorgio aveva saputo ricostruire assieme ad altri
compagni e compagne i primi collettivi autonomi. Da quegli anni ’80 siamo stati
diretti testimoni della sua caparbietà nell’organizzare forme di opposizione
sociali, nell’alimentare conflitti, §-Contro apertamente e radicalmente, sempre
in dimensioni di massa.
E in tutti questi anni, prima a Torino e poi in Val di Susa, decine di migliaia
di persone hanno marciato al fianco di Giorgio per sfidare la devastazione dei
territori e le ingiustizie. Ma l’idea che la società possa muoversi,
organizzarsi e lottare con dinamiche collettive è incomprensibile e
inaccettabile per magistratura, forze dell'”ordine” e media. La loro narrazione
ha bisogno di un colpevole, un volto, un qualche “capo” di chissà quale
fantomatica gerarchia, da marchiare come responsabile e da colpire in maniera
esemplare.
Processi, reclusioni, divieti, arresti domiciliari e sorveglianza speciale:
l’accanimento giudiziario che da anni si è scatenato contro Giorgio non è solo
un’ingiustizia contro un singolo, ma vuole essere un monito per tutte le persone
che lottano per un mondo diverso, più equo e umano.
Magistratura e forze dell’ordine hanno deciso che Giorgio, per via delle sue
idee e del suo impegno, deve essere separato dalla società e privato di ogni
possibilità di partecipare ai conflitti sociali.
Questo è inaccettabile.
CONTRO L’ENNESIMO ASSURDO ARRESTO DI GIORGIO, VOGLIAMO CHE SIA IMMEDIATAMENTE
LIBERATO!
SOLIDARIETÀ A GIORGIO! GIORGIO LIBERO SUBITO!
TORINO ANNI ’80 FATTI NOSTRI / CICL. IN PROPR. / AGOSTO 2026
Centinaia di nuovi progetti di data center, ossia delle infrastrutture materiali
dell’intelligenza artificiale e delle cloud di dati, sono stati recentemente
presentati in Italia, che il Governo Meloni vorrebbe trasformare nel principale
hub digitale del Mediterraneo.
I data center necessitano di molta energia e le richieste di allaccio per data
center al gestore della rete elettrica Terna ammontano a 90 GW, di cui circa
metà nella sola Lombardia. Ci sono investimenti per svariati miliardi di euro da
parte dei giganti della Big Tech e alcuni progetti sono stati dichiarati di
interesse strategico nazionale con delibera del Consiglio dei ministri.
Tuttavia, le comunità che vivono sui territori dove sono previsti gli
insediamenti dei data center stanno esprimendo diverse criticità sull’impatto
ambientale, energetico e sanitario di queste strutture. Negli USA i comitati
sono riusciti attraverso petizioni, mobilitazioni e lotte a ottenere la
sospensione di progetti di nuovi data center per un totale di 64 miliari di
dollari. In Italia uno dei primi e più attivi comitati contro i data center è
nato a Lacchiarella.
Per approfondire questo tema, che non riguarda solo chi vive nei territori dove
verranno costruiti i data center ma chiunque debba interfacciarsi con gli
effetti dell’intelligenza artificiale, abbiamo intervistato Errico Duranti del
Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio.
Partiamo dall’attività del Comitato sul territorio, dato che si sta occupando
dell’invasione dei data center in Lombardia e, in particolare, in quest’area, su
cui vogliono realizzare due enormi progetti tra Lacchiarella e Zibido San
Giacomo, vicino anche alla frazione Badile: due campus hyperscale. Uno è quello
di APTO, che è quello con la procedura un po’ più avanzata, con un investimento
di oltre 3 miliardi di euro; poi c’è un altro progetto di K2, che invece prevede
un investimento di oltre 5 miliardi, di cui è stata dichiarata dal Governo
l’importanza strategica nazionale, ma che è ancora in uno stadio preliminare. Si
tratta, tanto per dare qualche numero, rispettivamente di 300 e 400 megawatt di
potenza. Peraltro, qui, dove già c’è una stazione Terna, ne verrà costruita una
nuova, sempre in quella zona, che adesso è coltivata a riso, denominata
Lacchiarella Ovest. Ecco, ci puoi un po’ ricapitolare che cosa prevedono questi
progetti e qual è l’impatto, dal punto di vista ambientale in primo luogo e, in
secondo luogo, anche dal punto di vista sociale su questi territori, sulla base
di quelle che sono un po’ le osservazioni che avete mosso, almeno nel caso di
APTO?
ERRICO: Allora, ricapitoliamo un attimo i progetti attorno a questo triangolo di
terra, che è un triangolo di terra di circa un milione di metri quadrati, tra i
territori di Zibido San Giacomo, Lacchiarella e, più in generale, quest’area del
Sud Milano. Territori che già in passato dovevano essere adibiti a grossi poli
produttivi, da cui poi è nato anche il progetto Girasole di Berlusconi a
Lacchiarella; si parlava anche di interporti e di altre cose che poi non sono
mai andate a buon fine. In quest’area non ci sono solo quei due progetti. C’è
APTO, che è quello più avanzato, già in fase di valutazione di impatto
ambientale e dal quale fondamentalmente è nata la battaglia del Comitato; poi,
magari, spiego anche come è partita. Si è inserito poi il discorso di K2
Strategic, questa società di Singapore che ha messo sul piatto italiano — si
parla di 20 miliardi di euro complessivi, ovviamente non tutti qui — e che in
quest’area parla di circa 5 miliardi e mezzo di investimento. Sempre su quel
territorio, e principalmente più che altro sul territorio di Lacchiarella, ci
sono anche altri due ambiti di trasformazione con destinazione urbanistica nei
quali sono previsti altri due data center. Attualmente la società che detiene i
terreni è la famosa AF Green, l’ex Zust Ambrosetti, che era proprietaria anche
dei terreni destinati ad APTO. Cos’è successo? Nel 2019, quando c’è stata la
variante urbanistica del Comune di Lacchiarella, circa 500 mila metri quadrati
hanno subito una trasformazione attraverso un piano attuativo proprio di Zust
Ambrosetti. Era stato previsto un polo produttivo di carattere semi-industriale:
non era una vera e propria logistica, ma assemblaggio e spedizione di merci,
quindi non rientrava nella categoria della logistica, bensì in quella di polo
produttivo. Tra l’altro, si parlava di circa 2.000-3.000 dipendenti. Per questo
è stato fatto quello che tecnicamente si chiama PAUR, cioè un procedimento
autorizzatorio unico regionale, nel quale viene fatta una valutazione
ambientale, sociale e così via, perché si trattava di un polo di carattere
regionale. Il procedimento ha avuto un esito positivo da parte della Regione. In
contemporanea, la società APTO ha presentato un progetto sullo stesso terreno
per realizzare un data center che, all’epoca, era considerato il data center più
grande d’Italia. Attualmente lo è ancora, anche se non è detto che manterrà
questo primato: domani potremmo perderlo. Cosa è successo? Praticamente, sullo
stesso terreno ci sono due procedimenti amministrativi in corso: uno già
approvato e uno che non è ancora approvato ed è in fase di valutazione presso il
Ministero. Quindi, se dovesse saltare il data center, teoricamente dovrebbe
partire questo polo industriale, sempre che ci sia ancora l’intenzione da parte
di AF Green di realizzarlo, perché comunque stiamo parlando di cose previste nel
2019 e dal 2019 a oggi sono cambiate tante cose.
Area di cantiere data center di Microsoft a Bornasco (PV)
Detto questo, in questo ambito di trasformazione, che si chiamava H1-H2, solo
una parte è quella dove è partito effettivamente il data center, che è l’H1B.
Poi l’H1A e l’H2 restano comunque destinati ad altre attività produttive, ma
anche lì sono previsti data center. La cosa interessante è che, subito dopo aver
cominciato la battaglia, abbiamo scoperto questa famosa nuova stazione elettrica
Lacchiarella Ovest di Terna, cosa che dal Comune non era mai emersa:
l’amministrazione aveva tenuto tutto sotto banco. L’abbiamo scoperta
fondamentalmente in un’assemblea pubblica organizzata dalla sindaca di Zibido
San Giacomo, che l’ha esposta e che, almeno da questo punto di vista, ha
pubblicato le informazioni, a differenza dell’amministrazione di Lacchiarella.
Guardando bene questi documenti, si scopre che questa nuova stazione elettrica
occuperebbe più o meno 100 mila metri quadrati e che sarebbe, fondamentalmente,
una riproposizione della stazione elettrica esistente. Nella documentazione è
scritto che servirebbe ad alimentare non solo il data center di Lacchiarella, ma
anche altri data center, tra cui, ad esempio, quelli di Noviglio e Vellezzo
Bellini. Tra questi c’è anche l’alimentazione di due data center di AF
Green-Zust Ambrosetti, che quindi si presume siano sugli ambiti H1A e H2. Si
presume, nel senso che la trasformazione urbanistica lo prevede e la stazione
elettrica prevista lo prevede. Non esiste ancora un progetto vero e proprio,
però, mettendo insieme i due elementi, è difficile pensare che quella stazione
non serva anche alla loro alimentazione.
Dopodiché veniamo a scoprire anche un altro progetto, che è il progetto Amazon,
sempre a Zibido San Giacomo, appena fuori da questo triangolo di terreno. È un
data center abbastanza piccolo rispetto agli altri, anche se sempre hyperscale,
e ha avuto anch’esso un carattere strategico nazionale, assieme a quello di Rho.
È stato uno dei primi per i quali il Ministero ha riconosciuto questo carattere
strategico nazionale. Non ha però le grandezze di Lacchiarella. Non ricordo bene
la potenza, ma parliamo di una potenza IT, cioè di potenza di calcolo, intorno
ai 50-60 MW, mentre Lacchiarella arriva a quasi 200 MW di potenza IT. Poi,
dentro la battaglia, scopriamo anche, sempre dall’amministrazione di Zibido,
questo grosso progetto di K2 Strategic, che sorgerebbe fondamentalmente a 500
metri di distanza da quello di APTO. Anche lì non c’è ancora un vero progetto:
adesso si parla di questa strategicità e di una determinata potenza. Abbiamo
visto delle cartine fatte uscire dall’amministrazione di Zibido, nelle quali si
identifica più o meno un territorio con un consumo di suolo simile, o forse
qualcosa di più, rispetto a quello di Lacchiarella. Vedremo nei prossimi mesi
quello che succederà.
Nel frattempo scopriamo, sempre dall’amministrazione e da queste cartine, che è
prevista anche una BESS, cioè uno stoccaggio di batterie al litio. Anche qua,
nel silenzio più totale, sempre sul territorio di Lacchiarella, è stato
approvato da parte del Ministero dell’Ambiente questo grosso progetto di BESS:
si parla di 160 container di batterie al litio, praticamente a 100 metri dal
data center. Nel progetto, ovviamente, non c’è scritto niente rispetto al data
center. Però una BESS costruita in mezzo a questo complesso di data center
difficilmente non può servire anche ai data center, anche perché le BESS sono
molto funzionali alla modulazione dell’energia elettrica. Di sicuro non possono
garantire un’autonomia significativa: io ho già fatto i calcoli e si parla di
circa quattro ore, quindi è un’autonomia molto bassa. Però possono servire
proprio alla modulazione della rete, quindi in caso di picchi, cali di tensione
o piccole interruzioni da parte della stazione elettrica possono fornire un
determinato supporto. Anche perché, fondamentalmente, tra tutti questi progetti
stiamo parlando di una potenza intorno al gigawatt. Quindi di un vero e proprio
comprensorio di data center che forse non ha eguali attualmente in Europa: quasi
un milione di metri quadrati di territorio con questa grandissima potenza di un
gigawatt. Parlandoci chiaro, è più o meno la potenza dell’ILVA di Taranto.
Quindi è come se un’ILVA di Taranto, dal punto di vista della potenza elettrica,
la mettessero qua. Però capite quella che è la potenza di un complesso del
genere.
Cantiere data center di Microsoft a Bornasco (PV)
Ovviamente, gli impatti quali sono? Ci sono degli impatti che possiamo definire
generali tra tutti i data center, che bene o male li accomunano, e poi ci sono
degli impatti che dipendono caso per caso, dal territorio, dai vincoli, da come
è strutturato, dalla geologia e così via.
Partiamo da quelli che sono gli impatti più generali di un data center, che
accomunano queste strutture a livello mondiale o comunque italiano. C’è
innanzitutto l’impatto energetico, ovviamente, nel senso che stiamo parlando di
strutture veramente energivore. Solo quello di Lacchiarella, quello di APTO,
dovrebbe consumare più di 2 TWh all’anno, che corrispondono più o meno a quasi
l’1% del fabbisogno energetico nazionale. Calcolate che, ovviamente, messi tutti
assieme, hanno un impatto veramente importante. Io ho fatto una mappatura di
quelli che sono attualmente in fase di valutazione di impatto ambientale: sono
circa 30 progetti e, più o meno, si può stimare — perché non tutti danno dati
precisi — il consumo effettivo sulla base della potenza installata e dei
rapporti che accomunano un po’ tutti i progetti. Possiamo stimare un consumo
energetico annuo complessivo nell’ordine di 15-16 TWh, che sono più o meno il
6-7% del fabbisogno nazionale. Ovviamente, però, stiamo parlando solo di 30
progetti: mancano tutti i nuovi progetti per i quali è partito solo adesso il
nuovo iter e non ci sono ancora le istruttorie di valutazione di impatto
ambientale, e mancano tutti quei progetti che sono già avviati e quelli che sono
già in funzione. Stimare che il settore dei data center nei prossimi 5-10 anni
possa arrivare a un consumo del 15% del fabbisogno elettrico nazionale non è
quindi azzardato. Attualmente, mettendo insieme i progetti esistenti, quelli in
funzione e quelli in valutazione di impatto ambientale, siamo più o meno intorno
al 9%; se aggiungiamo tutti gli altri, che sono decine, potremmo arrivare
tranquillamente a quella quota.
Immagine uscita dall’assemblea pubblica a Zibido San Giacomo.
È ovvio che questa questione pone diversi problemi. Per far funzionare questi
impianti ho bisogno di molta elettricità: dove vado a produrre tutta questa
elettricità? Sfatiamo il mito che le rinnovabili riescano da sole a supportare
una domanda di questo tipo. Di sicuro una parte verrà fatta con le rinnovabili.
Però bisogna capire realmente che cosa significa: se la rinnovabile vuol dire
campi sterminati di pannelli fotovoltaici in Sicilia, in Sardegna o in altre
zone d’Italia per alimentare i data center del Nord, io la chiamo — e l’ho
chiamata anche in altre occasioni — una forma di sviluppo diseguale dell’Italia.
Uso questo termine gramsciano, se vogliamo. I benefici dell’uso dell’energia
elettrica li avrei al Nord, con i data center e con i benefici per le società
proponenti, mentre i costi e gli impatti li avrei magari nel Mezzogiorno, in
Sardegna, in Toscana o anche in altre zone del Nord, con queste distese di
impianti fotovoltaici che hanno comunque degli impatti. Noi non siamo contrari
agli impianti fotovoltaici. È una tecnologia che assolutamente deve essere
utilizzata. Però il problema è che serve una reale pianificazione, basata sulle
reali necessità, e questa pianificazione deve essere fatta a livello nazionale e
tenendo conto delle comunità. In tutto questo discorso non c’è niente di tutto
ciò. Qui sono multinazionali che arrivano dall’estero e fanno queste distese,
non uso il termine “speculazione” perché è sbagliato, per puro profitto.
Fondamentalmente si tratta di questo.
E questo è un impatto. Dopodiché hai altri impatti, per esempio sulla rete
elettrica. Per far funzionare una cosa del genere a livello nazionale hai
bisogno di una rete adeguata. Terna questo se l’è posto negli ultimi due anni,
proprio in relazione alle richieste di allaccio di tutti questi data center.
Attualmente presso Terna sono depositate più di 500 richieste di allaccio per
data center, di svariate grandezze, per una potenza richiesta complessiva
intorno ai 90 GW. È una cosa inammissibile e improponibile, anche perché la
potenza rinnovabile installata in Italia è di circa 73 GW. Questo non significa,
ovviamente, che tutte queste richieste andranno a buon fine: probabilmente solo
una parte dei progetti verrà realizzata. Però stiamo parlando comunque di
quantità veramente importanti di richiesta di energia. Anche perché arriviamo da
una situazione in Italia in cui il problema energetico è molto sentito e in cui
già oggi importiamo energia dall’estero per soddisfare i nostri bisogni. Quindi
significa che o produciamo nuova energia — ma non si sa come, in una situazione
di mancanza totale di una strategia energetica nazionale seria e chiara — oppure
importiamo energia da altre parti, senza sapere bene da dove. È ovvio che i
proponenti dei data center spingono molto per il nucleare, dicendo che sarebbe
l’unica soluzione. Io questo lo vedo come un pericolo, ovviamente non come un
beneficio, essendo antinuclearista. Il problema è che anche qui bisogna sfatare
un mito: per fare un piano nazionale nucleare, se dovesse andare a buon fine,
passeranno 10-15 anni. Quindi, nei prossimi 10-15 anni, bisogna comunque dire
dove andare a prendere l’energia richiesta. E soprattutto, se si parla di
nucleare di nuova generazione, dei famosi SMR, quanti ce ne vorrebbero? Si parla
di 100, addirittura 200 piccoli reattori per sostenere questa domanda. Sono cose
folli, che non hanno senso in questo contesto.
E poi, ovviamente, c’è il problema della rete. La rete ha bisogno di un
ammodernamento. Qualche settimana fa ho fatto un lavoro su tutte le stazioni
elettriche proposte da Terna per far funzionare i data center: in Lombardia si
parla di circa 25 nuove stazioni elettriche. Vuol dire, di fatto, ricostruire
totalmente una parte della rete dell’alta tensione. E questo avviene in una
situazione in cui l’estate 2026 è stata considerata l’estate dei blackout in
Italia: una rete di media e bassa tensione che non è stata in grado di reggere
ai primi colpi del cambiamento climatico. Hai avuto una domanda crescente di
energia elettrica per gli impianti di condizionamento, per riuscire a sopportare
il raffrescamento delle case, perché è diventata una situazione invivibile. Hai
avuto un collasso delle reti proprio perché c’era troppo calore. Questa cosa la
puoi leggere nei comunicati di Unareti e di altre società della media tensione,
che hanno parlato proprio di questo. E di fronte a questa situazione, in Italia
si pensa ai data center, quando le necessità e le cose che servono sono ben
altre.
Ovviamente, poi, c’è un impatto sociale di tutto questo: il costo di questa
domanda di energia elettrica, rispetto al quale si cerca sempre un po’ di
sviare. I data center cercano di non rispondere a questa domanda. Sfatiamo un
mito: a livello nazionale non esiste più il PUN, cioè il prezzo unico nazionale.
Dal 2025 c’è il prezzo zonale. Vuol dire che, in base alla zona, paghi in
relazione alla domanda e all’offerta. È una cosa molto semplice del mercato: se
in una zona hai una fortissima domanda di energia elettrica, quell’energia
elettrica la paghi di più. Quindi in Lombardia pagherai molto di più l’energia
elettrica rispetto ad altre zone d’Italia. Sono macrozone — mi pare siano sette
— e ovviamente nella nostra zona si pagherà molto di più, anche perché i data
center sono concentrati soprattutto qui. Se stiamo parlando di una quota del 15%
a livello nazionale, bene o male una parte molto significativa è concentrata
qui. Quindi questo è un problema sociale. Noi diciamo che queste opere sono
inflazionistiche a tutti gli effetti e che l’aumento dei costi verrà scaricato
sulle bollette dei cittadini.
Questa cosa ha creato anche qualche malumore all’interno degli stessi partiti
della maggioranza. Ad esempio, leggevo di uno scontro all’interno della Lega
proprio su questa questione: la Lega della Lombardia, che fondamentalmente ha
spianato la strada a questi data center, chiede di spalmare a livello nazionale
i costi e quindi di ritornare a un discorso di prezzo unico nazionale; mentre,
per come veniva riportata la posizione della Lega in altre regioni, il
ragionamento era sostanzialmente: sono problemi vostri, li avete voluti e quindi
pagate di più. Vedremo cosa succederà nel prossimo periodo.
Poi c’è il consumo di suolo. Stiamo parlando di grossi impianti. È vero che
alcuni vengono fatti su aree dismesse, però molti, soprattutto quelli più
grandi, vengono realizzati su aree che non sono dismesse. Su questo voglio
spendere una parola rispetto alla nuova legge della Lombardia, che privilegia
l’uso delle aree brownfield, quindi dismesse. Se invece si va sulle aree
greenfield, cioè quelle vergini e non impermeabilizzate, che hanno un senso dal
punto di vista del consumo di suolo, bisogna pagare il 100% in più degli oneri
di urbanizzazione, o addirittura il 200% in più nei parchi e nelle zone
protette. Questo per dire cosa? È ovvio che una multinazionale che viene in
Italia e fa investimenti da miliardi di euro — perché anche un data center
piccolo ha un costo che si aggira sui 500 milioni di euro, mentre i più grandi
arrivano a diversi miliardi — può permettersi di spendere qualcosina in più, che
per loro è una briciola, su terreni vergini, dove non ha bisogno di bonificare,
di abbattere capannoni, di smaltire materiali e così via. Anzi, per loro è quasi
un beneficio. Quindi questa previsione della legge, alla fine, rischia di essere
una presa in giro: formalmente dici che vuoi privilegiare le aree dismesse, ma
poi effettivamente quello che succede è ben altra cosa.
Poi c’è il consumo di acqua. Anche qui facciamo un po’ di chiarezza. In Italia,
tendenzialmente, si usano sistemi di raffreddamento ad aria. Si usa quindi
l’aria esterna del capannone per raffreddare e, qualora l’aria superi una
determinata temperatura, generalmente intorno ai 29 gradi, entrano in funzione
dei gruppi frigoriferi con un sistema chiuso di circolo di acqua refrigerata. In
un sistema di questo tipo non hai sostanzialmente un consumo significativo di
acqua, se non per il riempimento dell’impianto e per il rabbocco. Quindi non
stiamo parlando di grandi quantità di acqua utilizzata. Hai però un altro
problema: un consumo energetico molto maggiore, perché questi impianti devono
comunque funzionare a elettricità. Uno degli indici che lo determina è il PUE,
che può essere intorno a 1,3-1,5. Vuol dire, semplificando, che se hai un data
center da 300 megawatt, il consumo complessivo può arrivare a 450 megawatt,
perché una parte dell’energia serve anche a raffreddare e alimentare
l’infrastruttura.
166 richieste di Datacenter a Terna, per un totale di potenza elettrica
installata di 44GW.
Hai poi dei casi, che vediamo soprattutto con due compagnie che operano in
Italia, Amazon e Microsoft, che usano un sistema misto aria-acqua. Non è il
sistema completamente ad acqua utilizzato in alcuni casi negli Stati Uniti: qui
hai un sistema ad aria nei periodi più freddi e, nei periodi più caldi, sopra i
29 gradi, un sistema a bulbo umido, per cui utilizzi acqua. Quindi quel consumo
d’acqua ce l’hai soprattutto nel periodo estivo, con grossi quantitativi. Ad
esempio, dagli studi relativi a progetti come Rho, Peschiera Borromeo, Zibido
San Giacomo, quello di Amazon e altri, possiamo verificare che si parla di
milioni di litri di acqua nel giro di tre mesi.
E soprattutto questa cosa è stata fatta, a mio avviso, sulla base di studi molto
sottovalutati: hanno utilizzato dati relativi ai periodi caldi del 2003, quindi
non aggiornati rispetto alle temperature reali di oggi, e non c’è uno studio
adeguato rispetto alla prospettiva di un ulteriore innalzamento delle
temperature dovuto al cambiamento climatico. Quindi quella stima potrebbe essere
molto sottodimensionata rispetto a un reale consumo effettivo che nei prossimi
anni potrebbe anche essere molto più alto. Perché magari i 29 gradi non li hai
più per tre mesi all’anno, ma per sei mesi.
Poi c’è un altro problema, quello delle isole di calore. Quando abbiamo
cominciato a inserirci nelle battaglie, siamo stati visti un po’ come dei
complottisti, degli “ecoterroristi”, e ci hanno sempre negato questa questione.
Poi sono usciti i primi studi a livello internazionale. Uno è quello di un
professore-ricercatore dell’Università di Cambridge, Andrea Marinoni, che ha
fatto uno studio molto interessante. È uno studio nel quale, fondamentalmente, è
stata fatta una mappatura di una serie di data center e si è rilevato un aumento
tendenziale della temperatura di circa due gradi, con punte di aumento,
ovviamente per i data center molto grandi, anche di nove gradi nelle immediate
vicinanze dell’impianto. Non parliamo ovviamente di nove gradi su dieci
chilometri. Dopodiché ci sono stati anche altri studi internazionali: altri
professori e scienziati hanno cominciato a studiare il fenomeno, in Uruguay, in
Canada, negli Stati Uniti. Noi abbiamo avuto la fortuna che nel Comitato di
Certosa c’è Sergio Manera, un fisico dell’Università di Pavia, che si è messo a
disposizione per fare degli studi. È partito proprio da lì per cercare di
calcolare realmente la cosa. Lui ha cominciato ad applicare lo studio a Certosa,
però a Certosa non c’è ancora un vero progetto, quindi lo ha fatto
fondamentalmente su Lacchiarella, perché lì il progetto è stato depositato
presso il Ministero. Ha elaborato uno studio di una trentina di pagine. La cosa
importante è che il Ministero, da quando noi abbiamo cominciato a parlare della
questione e a produrre controstudi, ha fondamentalmente imposto, nelle varie
integrazioni, la richiesta ai proponenti di realizzare studi specifici per
dimostrare che non ci fosse nessun tipo di impatto legato alle isole di calore e
alle ricadute sul suolo in termini di variazioni microclimatiche.
Diciamo che molti proponenti hanno snobbato totalmente la richiesta del
Ministero. Però ce n’è uno, in particolare, che non l’ha snobbata: è il caso di
Siziano, in provincia di Pavia, dove per l’ampliamento MIL8-MIL7 del campus di
Stack Infrastructure hanno fatto uno studio — non così articolato come quello di
Manera — arrivando alla conclusione che ci sarebbe un aumento di due gradi di
temperatura nel raggio di 400 metri. Ovviamente loro dicono: “Sì, ma alla fine
l’aumento della temperatura ce l’abbiamo solo dove c’è il data center, quindi
non c’è una ricaduta”. Stiamo comunque parlando di un data center molto piccolo
rispetto ad altri. Ma questo studio conferma quello che noi abbiamo detto: è
ovvio che se è piccolo l’isola di calore è minore; se è grosso, l’isola di
calore è maggiore. Per i grossi impianti, per i campus e soprattutto per la
vicinanza tra diversi data center, quindi per l’impatto cumulativo, la questione
dell’isola di calore pone molti interrogativi e deve essere analizzata. Anche
perché questo calore viene immesso nell’atmosfera e ha delle ricadute sia
ambientali sia sanitarie.
Data center campus Stack di Siziano (PV)
Ambientali, perché oltre ad aumentare ulteriormente, rispetto al cambiamento
climatico, la temperatura, hai comunque un problema: un aumento anche di uno o
due gradi sui terreni agricoli comporta l’aumento di tutta una serie di
parassiti che vanno a sconvolgere l’agricoltura. Faccio un esempio: diventano
habitat favorevoli per la cocciniglia, per la cimice asiatica, per la Popillia
japonica e altri parassiti che possono creare danni agricoli.
E poi ci sono i problemi sanitari, perché diventano anche fattori di
incubazione, ad esempio, per la zanzara tigre e per tutta una serie di malattie,
come il West Nile. Quindi diventa quasi un fattore patogeno, se vogliamo vederlo
così, oltre ovviamente al problema dell’aumento della temperatura in sé. Per
assurdo, l’aumento della temperatura pone più problemi dal punto di vista
agricolo nei periodi invernali che in quelli estivi, perché nei periodi
invernali vai a rompere quello che è l’equilibrio dell’inversione termica.
Questa cosa può comportare inverni più umidi e quindi problemi per l’agricoltura
che hai sempre avuto qua, creando anche fattori di tropicalizzazione. È ovvio
che, siccome tutti questi data center sono lungo la cintura dell’hinterland
milanese e nord-pavese, questa cintura verde attorno alla metropoli diventa un
problema. I due gradi in più che hai adesso a Milano, dovuti all’isola di calore
antropica, riconosciuta e studiata, rischieresti di crearli anche in questa
fascia verde, sconvolgendo tutto l’ambiente che abbiamo conosciuto. Quella
differenza di due gradi tra Milano e l’hinterland potrebbe non esserci più. È un
problema molto grosso.
Trovare delle soluzioni è difficile. Si può pensare al teleriscaldamento, che
potrebbe aiutare sotto certi aspetti, però non è detto che riesca a sopportare
questi carichi termici che vengono buttati nell’aria. E soprattutto non è che
tutta l’energia termica che disperdi riesca a essere immagazzinata: avresti
comunque una dissipazione. Una soluzione diversa sarebbe piantare milioni di
alberi per assorbire questo calore. Ma significherebbe destinare tutto il verde
disponibile a bosco, e non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani: per
fare un bosco servono decenni. Quindi questa questione dell’isola di calore è
molto importante da tenere nella valutazione.
Dopodiché ci sono altri problemi che dipendono caso per caso. Ci sono però
problemi abbastanza comuni, che riguardano per esempio l’impatto che può avere
l’opera sull’assetto urbanistico generale. Vado a piazzare il data center su un
terreno e, guarda caso, quel terreno può trovarsi all’interno di una rete
ecologica primaria o secondaria. Quindi vado a spezzare il reticolo ecologico
stabilito dai piani urbanistici sovraordinati, che serve fondamentalmente alla
fauna e alla flora. Vado a disgregare ancora di più un territorio che i piani
urbanistici cercavano di consolidare dopo cinquant’anni di urbanizzazione
selvaggia. Nel caso di Lacchiarella, il nuovo data center e la stazione
elettrica sono sulla rete ecologica primaria. Quindi vado a ridurla, creando un
corridoio molto più stretto, in una situazione che è già tragica. Poi ci sono
gli impatti principalmente sul suolo e sulle falde. Lacchiarella è emblematica,
ma è un problema che riguarda un po’ tutta la Lombardia, per la sua
conformazione geologica: abbiamo falde molto alte, in certi casi addirittura
subaffioranti, e zone di risorgiva. Ci sono quindi data center costruiti in zone
di risorgiva: Lacchiarella, Peschiera Borromeo, Zibido, Rozzano, Siziano. Cosa
comporta? Da un lato crei cementificazione; dall’altro hai gli stoccaggi di
gasolio per i generatori di emergenza e sistemi o materiali che possono
provocare danni. Penso ai sistemi UPS, alle batterie al litio che, in caso di
incendio, possono avere ricadute al suolo e quindi sulla falda. Poi fai delle
fondazioni con i famosi micropali, che comunque vanno a incidere sulla falda
superficiale. Tutta questa cosa sulla falda è un problema. Lacchiarella è stata
un oggetto importante delle nostre osservazioni proprio perché ricade in area
Seveso e, inizialmente, non se ne erano accorti. Il territorio è inoltre
caratterizzato da una falda vulnerabile, altamente vulnerabile. Lo stesso caso
lo stiamo vedendo a Rozzano, nel Polo Strategico Nazionale.
Poi c’è la vicinanza alle abitazioni. Hai data center, per esempio a Peschiera,
praticamente in mezzo alle case. E poi c’è l’assetto paesaggistico. Prendo
sempre il caso di Lacchiarella: ci sono cascine considerate storiche dal punto
di vista del Piano Territoriale Regionale, che dovrebbero essere valorizzate
come patrimonio culturale, con dentro anche chiese antiche, addirittura dell’XI
secolo, che vengono inglobate all’interno di questi data center. Capisci che non
c’è più un paesaggio inteso come qualcosa che dovrebbe essere sviluppato anche
da un punto di vista culturale. Ci sono situazioni limite che, secondo me, non
hanno nessun senso. E questo dimostra come, fino all’intervento dei comitati,
che hanno cominciato a porre tutta una serie di questioni, ci siano state
valutazioni da parte del Ministero, degli enti e della Regione di una
superficialità e di una banalità che non hanno senso. Ci sono, ad esempio, data
center approvati in piene fasce di rischio idrogeologico, come il caso di
Segrate, con una struttura che dovrebbe essere considerata strategica ma che
viene realizzata in piena area di rischio. Oppure il caso di Peschiera, e anche
Siziano, dove la fascia di rispetto del pozzo dell’acquedotto comprende una
parte del data center. Una fascia di rispetto non viene messa lì a caso. In
quelle fasce devi rispettare determinate prescrizioni. Non stiamo dicendo che
dentro una fascia di rispetto non si possa costruire un’abitazione o un’azienda;
ma costruire un’azienda con migliaia di metri cubi, migliaia di litri di
gasolio, sistemi UPS e così via è una cosa differente. Da questo punto di vista,
urbanisticamente e paesaggisticamente, ci sono anche le altezze. Sembra una
stronzata, ma generalmente i data center sono impianti che variano tra i 20 e i
25 metri. In questi territori sono quasi come le torri dei campanili. Quindi che
impatto visivo hanno? Vai a scardinare quello che è il paesaggio classico
riconosciuto. Penso, per esempio, al data center di Peschiera, in piena fascia
di rispetto dell’aeroporto di Linate, dove dovresti avere determinate altezze e
invece devi costruire il data center. La follia è totale. Da questo punto di
vista c’è una mancanza di comprensione della pianificazione urbanistica. Fino ad
arrivare a casi eclatanti. A Lacchiarella c’è il deposito Sigemi, un’azienda a
rischio di incidente rilevante, dove vengono stoccate grosse quantità di
carburanti, e viene falsificata la distanza: viene indicata come superiore a 2,5
chilometri quando in realtà è di 1,4 chilometri. La normativa di Città
Metropolitana impone almeno due chilometri di distanza dall’azienda a rischio di
incidente rilevante. E poi ci sono gli oleodotti, che passano e che vengono
trascurati. Anche qui: il caso di Lacchiarella, il caso di Magenta. Capisco che
gli oleodotti possano essere informazioni riservate, ma ci sono comunque
elementi che devono essere considerati nella valutazione.
Poi c’è l’impatto sanitario. È un tema che spazia su tanti aspetti.
Innanzitutto, quello che stiamo notando è che, indipendentemente dal nostro
intervento come comitati, l’Istituto Superiore di Sanità è l’unico ente che fin
da subito ha cominciato a mettere i puntini sulle “i”. Lo dico indipendentemente
da noi, perché certi pareri dell’ISS e certe richieste sono molto precedenti
rispetto alle prime nostre osservazioni o alla battaglia che abbiamo iniziato.
Questo va riconosciuto a un istituto composto da scienziati. Hanno cominciato a
porre tutta una serie di problemi, richiedendo integrazioni ai proponenti con
studi specifici e, addirittura, in certi casi dicendo che gli studi presentati
non andavano bene e chiedendone altri. Ci sono fondamentalmente tre filoni su
cui lavora l’Istituto Superiore di Sanità.
Il primo è l’impatto acustico. Tante volte su questi impianti non viene fatto un
serio ragionamento sull’impatto acustico, soprattutto dove sono vicini alle
abitazioni, perché si rischia di sforare i limiti. E c’è anche un problema di
caratterizzazione urbanistica, quindi della famosa zonizzazione acustica del
PGT. Neanche Lacchiarella, per esempio, rispetta la zonizzazione acustica.
Poi c’è l’impatto sulle acque, con tutta una serie di richieste di
approfondimento e analisi sul consumo delle acque, sull’impatto sulle acque,
sugli scarichi, sulla caratterizzazione dell’acquifero presente e sulla presenza
eventuale di inquinanti.
E poi c’è il tema delle emissioni dei generatori di emergenza. Su questi
generatori si dice: “Sono generatori di emergenza, quindi non c’è nessun tipo di
impatto perché funzionano solo in caso di emergenza”. Ma quando avviene
l’emergenza? Il problema è che quando fai una valutazione di impatto ambientale
non devi ragionare dicendo “chissà quando avverrà l’emergenza”. Se avviene, devi
porti il problema di quale impatto avrà. La VIA è fondamentalmente un’analisi
costi-benefici. Quindi questa cosa devi calcolarla nei costi e devi valutarla.
Devi calcolare sulla base di un massimo credibile di quella che può essere
l’emergenza. Chi determina il massimo credibile? Tendenzialmente si parla di 24
ore di emergenza. Quindi devi considerare un’emergenza di 24 ore. Gli standard
internazionali per la costruzione dei data center, le famose ISO, parlano
addirittura di 72 ore di emergenza: non 24, ma tre giorni, in caso di blackout.
Tanto che, per assurdo, il deposito di combustibile dovrebbe garantire almeno
48-72 ore. Se tu mi metti un deposito di combustibile di una determinata
dimensione, vuol dire che valuti la possibilità che si sviluppi un’emergenza di
quella durata. Quindi devi calcolare l’impatto di 48-72 ore di funzionamento
continuo di questi generatori, che devono essere in grado di supportare il
fabbisogno energetico dei data center. Sono grossi generatori, con motori
enormi, quasi come quelli di una nave. Generalmente sono da circa 2,4 MW
ciascuno. Solo APTO ne avrebbe 160. A livello lombardo, considerando i progetti
attualmente in valutazione di impatto ambientale, stiamo parlando di circa
1.500-1.600 generatori di emergenza. Non so se ci rendiamo conto del numero. Se
dovesse esserci un blackout generale di 24 ore in Lombardia, stiamo parlando di
1.600 grandi generatori che si mettono in funzione attorno a Milano. In quelle
24 ore, di cosa stiamo parlando? Infatti il problema qual è? L’Istituto
Superiore di Sanità, giustamente, dice: non dovete spalmarci le emissioni di un
anno. Perché, ovviamente, se spalmi le emissioni di quelle 24 ore sull’intero
anno, diventano quantità apparentemente ridicole. Il problema è la fase acuta.
Se dovesse esserci un’emergenza di 24 ore, cosa succede in quelle 24 ore dal
punto di vista sanitario, sull’apparato respiratorio, sull’apparato
cardiovascolare? Stiamo parlando di impianti che producono CO₂, ossidi di azoto,
PM10, PM2,5, ammoniaca, monossido di carbonio e altri inquinanti.
Quando l’Istituto Superiore di Sanità ha cominciato a fare questa richiesta, i
proponenti hanno cercato di fare le loro controdeduzioni, ma in tutti i casi non
riescono a rispettare i limiti dell’indice che viene valutato sulla base delle
linee guida. Li superano. Prendiamo il caso di Siziano, l’ultimo che ho
analizzato e sul quale abbiamo presentato delle osservazioni. Il proponente ha
ribattuto alle richieste dell’Istituto Superiore di Sanità. Abbiamo fatto le
nostre osservazioni, firmate anche da Federica Brenta, dottoressa dell’Istituto
dei Tumori di Milano e membro del Comitato di Certosa. Nel progetto vengono
mappati i recettori, cioè la popolazione potenzialmente esposta. Sono state
mappate circa 12.000 persone nei comuni di Pieve Emanuele, Locate di Triulzi,
Siziano e Lacchiarella. E praticamente questi recettori sono tutti fuori limite.
Quindi, se dovesse partire l’emergenza a Siziano, avrebbe un impatto sulla
salute della popolazione di tutta la zona, non solo di Siziano. Però viene
calcolato solo Siziano: Lacchiarella, Bornasco e gli altri comuni non vengono
considerati. A Siziano stiamo parlando di 81 generatori; a Lacchiarella APTO
arriverà a 160 e K2 a 200, a seconda della potenza; Zibido ne avrebbe altri. E
se dovesse esserci un blackout, nel raggio di dieci chilometri potresti avere
centinaia di generatori che partono contemporaneamente.
E poi c’è un altro problema: già durante le prove di manutenzione, che vengono
effettuate periodicamente, hai emissioni importanti. Immaginiamo cosa possa
succedere in una situazione di emergenza. E loro dicono: “Eh, ma questa cosa c’è
perché la qualità dell’aria è già pessima”. Il problema è proprio che, se la
qualità dell’aria è già pessima, il tuo contributo va a peggiorarla. La nuova
normativa europea sulla qualità dell’aria dice che, se sei già in una situazione
critica come la Lombardia, dove ci sono procedure di infrazione comunitarie
sulla qualità dell’aria, non dovresti aggiungere nuove emissioni. Oppure, se
vuoi farlo, devi trovare una tecnologia e un modo per fare in modo che non ci
sia un ulteriore contributo. Ovviamente questa cosa non riesci a farla. Molti
mettono gli SCR, le marmitte catalitiche che abbattono gli ossidi di azoto, ma,
per esempio, non abbattono il PM10 o il PM2,5. E in certi progetti leggi che
questi sistemi di abbattimento, per andare a pieno regime, hanno bisogno di
venti minuti di funzionamento. Vuol dire che allora tutta la fase manutentiva,
prima ancora che parta l’emergenza, diventa già problematica. Ci sono anche
contraddizioni tra i diversi progetti: alcuni dicono una cosa, altri un’altra.
Sembra quasi una presa per il culo generale. Però il problema sanitario rimane.
Poi c’è anche la strafottenza. Penso al caso del data center Data4, questo
grosso campus vicino a Settimo Milanese, nel quale l’Istituto Superiore di
Sanità ha detto chiaramente: “Sulla base dei vostri studi non possiamo darvi il
parere favorevole. Quindi dovete produrre ulteriori studi e dimostrarci il
contrario; altrimenti il parere non viene dato”. E il parere è vincolante, a
meno che non arrivi una deroga ministeriale. E questa cosa cosa significa? Che
praticamente si può arrivare a dire: “Va bene, allora saremo noi i primi a
sforare per un giorno”. Come se il problema fosse semplicemente quanti giorni
all’anno puoi sforare. È una cosa emblematica della strafottenza di questi
soggetti.
Serata informativa
Poi c’è il caso di Rozzano, Polo Strategico Nazionale. Generalmente, per legge,
una valutazione di impatto sanitario è obbligatoria per gli impianti superiori a
300 MW di potenza termica dei generatori di emergenza. Quindi non tutti i data
center rientrano automaticamente in questa casistica. Rozzano non rientrerebbe,
perché è sotto i 300 MW — 240 o 260, non ricordo il dato esatto. Quindi, in
teoria, non dovrebbe essere obbligatorio fare la VIS. Però il Ministero ha
detto: vista la complessità della situazione, vista la vicinanza con altri
impianti e così via, vi chiedo comunque di fare una valutazione di impatto
sanitario. E ha richiesto queste cose. Allora, finché potevano dire che andava
tutto bene, l’hanno fatta. Quando hanno dovuto entrare nello specifico degli
impatti acuti, hanno detto: “Ma noi non siamo obbligati a fare la valutazione di
impatto sanitario”. Ma se te la impone il Ministero, che cazzo significa? La
strafottenza della multinazionale rimane. Siamo al paradosso, all’assurdo. E su
questo bisognerebbe veramente aprire un capitolo rispetto a quello che io ho
categorizzato, dal punto di vista legislativo, come uno stato di eccezione.
Cioè, la legge mi sta stretta? C’è una legge, ma siccome mi sta stretta, la
sospendo e faccio come voglio perché ho una necessità che me lo chiede. È un po’
quello che, da un punto di vista filosofico, viene affrontato da Agamben con il
concetto di stato di eccezione. Io uso questo termine da tanto tempo, da quando
faccio queste battaglie. Lo vedo un po’ come una forma di bonapartismo. Non
voglio dire fascismo, perché bisogna caratterizzare le cose in modo differente.
Però è il meccanismo per cui la legge mi sta stretta e, siccome in questo
momento ho una necessità, faccio un decreto d’urgenza, faccio questo, faccio
quello. L’ambito ambientale è molto utilizzato in questa logica e si sposa molto
bene con quello che sta succedendo con i data center e, più in generale, con le
Big Tech. Per le Big Tech tutto è possibile.
Visto che hai toccato adesso tutto il discorso delle Big Tech, vorrei affrontare
altre due questioni. In diverse iniziative sui data center i cittadini pongono
la domanda: “Ma come mai li stanno facendo tutti qua?”Avevo letto alcuni tuoi
interventi e poi mi ero andato a guardare le mappe. Perché questi data center
vengono localizzati lungo determinati corridoi, lungo le fibre internazionali
(BlueMed, 2Africa, ecc), e ci sono investimenti enormi. Anche il capitale
italiano si è messo dentro questo processo. In altri contesti hai parlato di
neocolonialismo al riguardo, e quindi ti chiedo di approfondire questo tema. Poi
c’è il tema bolla AI o rivoluzione industriale. Da un lato abbiamo le prime otto
aziende per capitalizzazione a livello mondiale, attorno alle quali
verosimilmente c’è anche una bolla. Però tutta questa finanza che si riversa
nelle cosiddette “otto sorelle” deve poi avere uno sbocco. Come direbbe Marx,
serve un modo per rinviare al futuro la crisi. Questo sbocco si traduce poi in
investimenti materiali: cavidotti, data center, infrastrutture, con
un’aspettativa rispetto a quella che potrebbe essere la ricaduta, soprattutto
per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, per questi capitali che vogliono
valorizzarsi, e non è detto che si valorizzino. Attorno a questo tema abbiamo
due ipotesi molto diverse: chi vede tutto questo semplicemente come l’ennesima
bolla, come poteva essere la dot-com, e chi invece vede in questo una nuova
rivoluzione industriale, che si pone obiettivi precisi in termini di
valorizzazione del capitale e di riduzione del potere della classe lavoratrice,
con tagli, sostituzione di posti di lavoro e così via. Dentro a tutto questo ci
sono tutti questi progetti, che si stanno anche realizzando, ma che sono
tendenzialmente lasciati alla più piena libertà del grande capitale
internazionale. E da quella sfera, dalla sovracapitalizzazione di queste
aziende, arrivano poi le ricadute che abbiamo sui nostri territori, sui nostri
posti di lavoro e su tantissimi altri elementi.
C’è anche tutto un discorso di riorientamento del capitale locale. Tutta questa
fetta di capitalismo lombardo cerca, e cercherà, di reinserirsi in questo
discorso. Lo ha fatto in passato con la logistica e questa cosa può essere molto
profittevole per una parte di loro, soprattutto attraverso la compravendita dei
terreni, ma anche per gli studi di progettazione, gli studi legali che seguono
queste operazioni e così via. Perché poi, fondamentalmente, l’indotto che
utilizza una grossa compagnia, che può essere Microsoft o un fondo di
investimento, va a utilizzare soggetti locali. Dopodiché, in termini molto
concreti, questo genere di nuova industria non è una manifattura vera e propria.
Una volta realizzato l’impianto, tutta la componentistica, l’infrastruttura, i
cavi e così via arrivano da altrove.
Quindi cosa offre la Lombardia? Fondamentalmente offre il territorio. E allora
sembra un po’ questa la logica: svendiamo il più possibile e arricchiamoci, chi
si è visto si è visto.
Bolla o non bolla. Io personalmente, fin dall’inizio, non ho creduto a una bolla
speculativa finanziaria, almeno nel senso classico. Per senso classico parlo di
una bolla tipo 2008. Rispetto a una bolla tipo dot-com non la escludo, ma questo
non va a inficiare il discorso: una bolla tipo dot-com può comunque creare
realmente le basi per una nuova rivoluzione industriale. Se noi vogliamo vedere
la storia del capitalismo, la ferrovia stessa fu accompagnata da una bolla
speculativa. E, essendo io marxista, il fatto dell’accorpamento del capitale va
nella stessa direzione: capitali che si accorpano sempre più in trust,
oligopoli, grosse strutture industriali e finanziarie. Nel senso che, se è vero
che oggi vediamo startup e tutte queste cose, domani, in caso di una bolla stile
dot-com, è molto possibile che molte di queste siano costrette a saltare. Ma il
problema fondamentale è un altro: il grado di investimento di capitale reale che
le Big Tech stanno mettendo in questo piano di carattere mondiale non può essere
visto semplicemente come una bolla speculativa.
Stanno investendo nel futuro su tre questioni fondamentali. La prima è lo
scontro mondiale con la Cina per il predominio mondiale. La seconda è lo scontro
militare, quindi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale anche da un punto di
vista securitario e militare. La terza è l’utilizzo dell’intelligenza
artificiale per aumentare la produttività del lavoro in senso classico. E, per
aumentare la produttività del lavoro, in questo caso hai bisogno di sostituire
una parte del capitale umano con un nuovo tipo di capitale: algoritmi, robot e
umanoidi.
In questo scontro mondiale con la Cina ci sono delle differenze enormi tra
quello che è il modello dell’intelligenza artificiale del blocco occidentale —
fondamentalmente gli Stati Uniti, perché l’Europa in questo discorso conta molto
poco — e quello cinese. Il modello occidentale ha bisogno di grossissime
infrastrutture, soprattutto per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale
generativa: ha bisogno di enormi spazi tecnici dove mettere i dati, elaborarli,
addestrare i modelli e quindi ha bisogno di data center sempre più grandi e
potenti. La Cina invece non ha bisogno della stessa quantità di infrastrutture.
Ha già dimostrato in un paio di occasioni di essere in grado di sviluppare
modelli di intelligenza artificiale simili a quelli occidentali, se non
superiori in termini di efficienza, utilizzando meno risorse e meno spazio. Lo
puoi vedere anche semplicemente guardando quanti data center ci sono nel blocco
occidentale e quanti ce ne sono in Cina. In Cina hai un numero di data center
inferiore rispetto alla Germania, per non parlare degli Stati Uniti. Eppure, in
termini di brevetti, la Cina ha superato gli Stati Uniti. Questo deriva anche da
un modello economico differente, che non è comunista ma che possiamo definire,
semplificando, capitalismo di Stato. Riescono a fare cose con meno soldi, con
meno risorse, ma anche con una maggiore libertà di invenzione e brevettazione, e
questo permette loro di sviluppare modelli di intelligenza artificiale che sono
una spina nel fianco degli Stati Uniti.
C’è anche questo grosso corridoio tra Stati Uniti, Europa, Francia, Italia,
Israele, Paesi arabi, India, Singapore e Silicon Valley, con tutta una serie di
cavidotti, fibre ottiche, hub digitali e data center per il calcolo. In Cina di
tutto questo hanno molto meno bisogno. L’Occidente lo fa anche per cercare di
bloccare, dal punto di vista infrastrutturale e digitale, la famosa Via della
Seta cinese. Ci riusciranno? Non lo so. Il problema fondamentale, secondo me, è
che da un lato hai l’Occidente che sta facendo investimenti faraonici in termini
di denaro, che producono debito privato e debito pubblico, per cercare di
vincere questa battaglia contro la Cina. La Cina usa molti meno soldi, ma riesce
a stare al passo. Chi la vincerà? Non ho la sfera di cristallo.
Però, in termini di produttività del lavoro, quello che vedi, per esempio sul
terreno dell’automazione e dei robot umanoidi, è roba in Cina che in Occidente
ce la sogniamo. Io parto da un presupposto abbastanza marxista: la vittoria
reale in uno scontro imperialista può arrivare attraverso la guerra oppure dal
punto di vista economico, attraverso la capacità di ricavare plusvalore. Se
perdi la battaglia sulla produttività del lavoro, la Cina può tranquillamente
vincere. Non escludo che nel prossimo periodo l’Occidente possa sviluppare un
piano per l’automazione e per i robot umanoidi che riesca a superare la Cina.
Per ora non è così. E c’è un altro problema: la Cina, in questa battaglia, zitta
zitta, negli anni passati si è preparata. Gli Stati Uniti e l’Occidente, per il
profitto facile, non si sono accorti che la Cina si stava preparando. Tu hai le
terre rare e i minerali critici che sono fondamentalmente in mano alla Cina. E
quindi hai un Occidente che deve partire in rincorsa per poter agganciare la
Cina sul piano delle terre rare e dei minerali critici, che sono totalmente
fondamentali per questo tipo di sviluppo della nuova rivoluzione industriale.
Riuscirà a farlo? Non lo so. Non è così semplice riuscirci nel giro di poco
tempo. E soprattutto qual è il livello dello scontro commerciale e anche
militare che devi raggiungere a livello mondiale per andare a riprenderti pezzi
di territorio dove ci sono determinati minerali? Gli Stati Uniti, con Trump, ci
stanno provando, però Trump deve fare i conti anche con il proprio ambiente
interno e con quello che tutto questo sta comportando.
È ovvio che in questo contesto hai nuove forme di colonialismo. In senso
classico le puoi vedere nelle zone soggette allo sfruttamento delle risorse,
nelle miniere e così via. Ma, dall’altro punto di vista, hai le zone di
passaggio attraverso le quali viene creata questa nuova infrastruttura digitale.
E l’Italia è parte di questo. Le risorse dell’Italia — e tra le risorse metto
anche le risorse umane, quindi la sanità, per esempio — sono dentro una logica
del tutto coloniale. I governi nazionali, non tutti ma sicuramente quello
italiano, spianano la strada a questi grandissimi investimenti statunitensi nel
nome del futuro, della digitalizzazione e così via, senza realmente rendersi
conto di quello che c’è dietro. Non dico che nessuno se ne renda conto:
probabilmente molti politici lo capiscono.
Hai avuto un piano nazionale per attirare capitali esteri americani, fatto nel
2024, che è riuscito a portare in Italia investimenti molto importanti in cambio
di risorse dell’Italia. Ma, dall’altro lato, non sei stato in grado di
sviluppare un minimo discorso sulla strategicità della digitalizzazione reale
per l’Italia. E questo lo vedi nelle valutazioni di impatto ambientale. Ci sono
30 progetti in valutazione di impatto ambientale. Di questi, solo due sono
destinati allo sviluppo e all’ampliamento del Polo Strategico Nazionale. Ti do
un altro dato: sui famosi 1.500 generatori, solo una trentina sono legati a
questo potenziamento. Da un lato hai gli investimenti delle multinazionali in
Italia, di una determinata portata; dall’altro, per quello che hai già in Italia
— i dati della pubblica amministrazione, la difesa, la sanità — non hai neanche
un decimo di questo livello di investimento. Che strategia c’è in tutto questo?
Non voglio fare un discorso sovranista, non voglio arrivare proprio a quel
termine. Ma voglio farti capire perché possiamo parlare di nuove forme di
colonizzazione in Italia. Ed è ovvio che su questo andrebbe aperto un discorso
enorme, che anche come comitati stiamo affrontando. Nessuno nega la necessità
della digitalizzazione e dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per una
serie di usi importanti. Penso, per esempio, alla sanità. Se può realmente
servire al beneficio della collettività, va bene. Ma esiste un piano nazionale
per valutare tutto questo? No. Non c’è un piano nazionale che dica: in Italia
abbiamo bisogno di un determinato numero di data center, di una determinata
potenza di calcolo complessiva, perché ci serve per determinate funzioni utili
alla collettività. Una volta stabilito questo, valuti dove farli, come farli e
quali sono gli impatti sul territorio. Non c’è niente di tutto questo.
E comunque, se vuoi costruire realmente, perché il mondo va verso la direzione
di questa nuova rivoluzione industriale — e io non lo nego — devi farlo nella
chiave del bene della collettività. Noi, come comitati, non siamo luddisti. Non
stiamo dicendo: “Vogliamo rimanere come siamo e non vogliamo cambiare”. Se la
situazione tra dieci anni sarà totalmente differente, rimanere fermi
significherebbe rimanere indietro. Non è questo che stiamo dicendo. Vogliamo
farlo realmente, ma attraverso una discussione seria con i territori e con le
collettività. Noi, in questo momento, non stiamo dicendo “no” a questa cosa in
sé. Stiamo dicendo che vogliamo discuterne e vogliamo essere protagonisti di
questo cambiamento. Anche perché poi, in termini concreti, c’è l’impatto sul
posto di lavoro. L’intelligenza artificiale provocherà licenziamenti. Non dico
necessariamente licenziamenti di massa, ma basta guardare i primi dati: ci sono
già decine di vertenze in Italia, di aziende che lasciano a casa lavoratori per
sostituirli con gli algoritmi. Questa cosa devi affrontarla da un punto di vista
sociale. Cosa facciamo? Lasciamo a casa i lavoratori e basta? Bisogna trovare
nuove forme di risposta.
Innanzitutto penso che i movimenti debbano arrivare a nuove forme di programma.
Per esempio, una scala mobile dell’orario di lavoro, non del salario. Non ti sto
dicendo semplicemente le 35 ore di Bertinotti o di altri passaggi storici:
bisogna effettivamente trovare nuove forme che sappiano affrontare questo
discorso. Perché qual è il problema? Se l’intelligenza artificiale ci renderà
progressivamente tutti più poveri, se saremo milioni di disoccupati, cosa
faremo? Ci daranno il reddito di povertà? Perché l’unica soluzione possibile
sarebbe quella. Io non voglio il reddito di povertà. E quindi, per tornare a
questo discorso, è una questione veramente ampia. Anche noi, come comitati, la
stiamo affrontando non solo dal punto di vista ambientale, urbanistico e così
via. Abbiamo una visione più ampia e ci rendiamo conto che il problema è molto
più grande. E dentro questo discorso c’è anche la questione della localizzazione
dei data center. I proponenti mi dicono che li vogliono mettere dove ci sono le
fibre. In tutti i convegni in cui sono andato a parlare, i proponenti dei data
center mi danno ragione su questo punto. Ovviamente poi hanno una prospettiva
differente e danno a questa cosa un significato diverso. Ma è vero: vengono
posizionati lungo le fibre ottiche. E questo è il futuro, secondo loro. Noi
abbiamo un’altra visione e un altro modello di società, almeno io ce l’ho, però
il problema è capire cosa sta succedendo all’interno dei movimenti e dei
comitati che nascono sui territori. Perché sono le condizioni materiali che ti
portano anche a determinate conclusioni, comprese quelle politiche. Se nessuno
dice niente e nessuno fa niente, tutto passa in sordina. E tra dieci anni ci
troveremo con decine di data center, energia costosa, povertà e territori
devastati, costretti magari all’emigrazione.
Allora, visto che l’hai toccato, veniamo un po’ ai comitati. Perché la novità
positiva è che, invece, quello che sembra è che non stia passando tutto in
sordina. Negli ultimi mesi, in particolare, c’è un’attenzione sempre crescente
e, per certi versi, non è soltanto la costruzione di questi impianti a essere
contestata. Ci sono percorsi simili in altri Paesi, come gli Stati Uniti e
l’Irlanda, dove la costruzione dei data center è stata ed è tuttora contestata
dalle comunità. E forse questa è un po’ la domanda sui movimenti che,
trasversalmente rispetto alla società, non siano solamente legati alla
localizzazione di questi progetti, ma che sulla base delle riflessioni che
stavamo facendo poco fa si oppongano e cerchino di costruire anche delle reti.
Mi sembra che un po’ la direzione sia questa: si sta costruendo un manifesto,
quindi c’è già una forma di coordinamento.
Prima di chiederti di parlare del manifesto e delle prossime iniziative, mi
interessava capire anche quali sono le soggettività che si sono attivate dentro
questi comitati. Perché già sapevo che ci sono persone che provengono da
percorsi ambientalisti, persone che hanno fatto parte di comitati che sul
proprio territorio hanno contrastato centri commerciali, logistiche, altri
progetti urbanistici e di devastazione del territorio. E ci sono anche figure
che portano competenze tecniche specifiche. Quindi, innanzitutto, che tipo di
composizione c’è dentro i comitati in questa fase? E poi dove si sta cercando di
andare, in che direzione e con quali ipotesi?
Prima di rispondere a questa domanda, voglio fare un piccolo passaggio su una
cosa che mi ero dimenticato nel discorso di prima e che collego qua. Secondo me
tutto questo sta spingendo molte persone a riprendere una determinata coscienza
di sé. In tutto questo processo di colonizzazione, o neocolonizzazione — usiamo
il termine che vogliamo — vediamo anche nuove forme di stato di eccezione. E qui
voglio essere chiaro: ci si rende conto che il modello che le Big Tech
occidentali vogliono imporre sono nuove forme politiche, del tutto nuove, che
vanno anche a scardinare quella che abbiamo conosciuto come democrazia borghese.
Lo vedi nelle analisi economiche e negli stessi ideatori di questo progetto a
livello mondiale. Si vuole fondamentalmente imporre un nuovo ordine mondiale
basato sulla tecnologia e sull’intelligenza artificiale, che può avere ricadute
anche in termini securitari e di controllo sociale. E questo si accompagna anche
a determinate forme e teorie economiche che sono sempre state marginali
all’interno della stessa dottrina capitalistica. Mi riferisco a personaggi come
Alexander Karp, di Palantir, ma non solo. Hanno lanciato manifesti e
riflessioni, quasi filosofiche, su quello che dovrebbe essere il mondo del
futuro con l’intelligenza artificiale. Alexander Karp ha parlato di una “nuova
Repubblica tecnologica”. E questi discorsi si rifanno anche a quella scuola di
pensiero che va molto di moda negli Stati Uniti, cioè l’anarcocapitalismo, con
personaggi come Murray Rothbard e altri legati alla scuola economica austriaca.
L’idea è che lo Stato debba stare fuori, che tutto debba essere privato, fino ad
arrivare a ipotizzare addirittura città-Stato private. Sono discorsi molto ampi,
che magari vedremo in futuro. Però il problema è che quello che stiamo vedendo
adesso, attraverso queste forme di eccezione, ci fa vedere un po’ il tentativo
di questi personaggi di costruire questa nuova rivoluzione tecnologica e
industriale. E, in un contesto del genere, è ovvio che la gente si vede
distruggere i propri territori, le proprie vite, quello che ha conosciuto, e
comincia a mettersi in gioco.
Quello che posso dire di vedere in questi cinque mesi di battaglia — perché
questa battaglia è nata a marzo — è molto interessante. Lo dico perché io avevo
già analizzato questa questione negli ultimi due anni. Avevo fatto anche delle
osservazioni su Lacchiarella, però eravamo solo io e mia moglie e non si muoveva
una foglia. Poi è arrivato PresaDiretta, con il nuovo programma che hanno fatto
uscire a marzo. Quando è venuta PresaDiretta a fare l’intervista, mi dicevano:
“Ragazzi, ma davvero state dicendo che qua non si muove una foglia su quello che
sta succedendo in Lombardia?”. Io non avevo ancora neanche una visione chiara di
tutti i progetti come quella che ho adesso, dopo averli studiati per cinque
mesi. Eravamo in due, io e mia moglie. Cercavi magari di inserirti nei social di
paese, ma non succedeva niente.
Da quel programma è scoppiata, fondamentalmente, questa nostra rivoluzione. Dal
giorno dopo hanno cominciato a contattarmi da una serie di posti diversi e, man
mano, si è costruita questa rete. I primi, ovviamente, sono stati quelli di
Certosa, che tra l’altro erano nati appena prima dell’esperienza di
PresaDiretta, indipendentemente. Poi anche a Lacchiarella, dopo quella
trasmissione, è nato il Comitato, perché prima non esisteva neanche un comitato.
È stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha scoperto un
problema che era totalmente nascosto: le amministrazioni non dicevano nulla,
tutto passava in sordina, i progetti erano tutti dentro i cassetti. Poi i
giornalisti hanno cominciato a parlarne e, poco alla volta, è saltato fuori
quello che abbiamo visto. Devo dire che, soprattutto nell’ultimo mese e mezzo,
stiamo vedendo anche il grado di mediaticità che ha raggiunto la questione. Ti
chiedono interviste, ti contattano svariate testate, anche di destra, non solo
quelle classiche di sinistra. E sta prendendo sempre più piede. Vedi situazioni
in cui nasce un comitato e in cinque giorni riesce a raccogliere 2.000 firme.
È una cosa molto interessante. Probabilmente è sull’onda di quello che sta
succedendo nel pensiero comune della gente rispetto a questa questione. È una
cosa molto trasversale, perché dentro c’è veramente di tutto. Però,
fondamentalmente, c’è la gente che viene proprio dai territori, che sente
effettivamente il problema, e sente anche l’influenza di quello che sta
succedendo a livello mondiale. E questa relazione è reciproca. Non è che in
Italia sta succedendo questo perché in America succede quello. E viceversa: c’è
l’America che guarda a quello che sta succedendo in Italia. Per esempio, una
battaglia di un comitato è finita sul Financial Times. Mi hanno già contattato
anche da altre zone del mondo per queste battaglie. È un processo del tutto
nuovo che, personalmente, in 32 anni di militanza non ho mai visto. Non so
sinceramente come andrà e come si svilupperà, però è una cosa veramente
interessante. E lo si vede concretamente: nel giro di cinque mesi sono nati
circa 15 comitati territoriali, più o meno sviluppati. Laddove fai un’assemblea,
le assemblee sono piene. Ci contattano nuovi comitati che stanno nascendo perché
hanno scoperto un progetto sul proprio territorio, magari attraverso varianti
urbanistiche. È una cosa trasversale anche dal punto di vista politico.
Battersi su questioni concrete è anche un modo per cercare di portare
determinati contenuti all’interno di questa battaglia, che va al di là del
classico NIMBY. Il fatto che questi comitati siano in grado, in questo momento,
di analizzare così profondamente la questione sotto tutti i punti di vista — dal
punto di vista tecnico fino a quelli più generali — dimostra anche il grado di
studio e la capacità di analisi che si sono sviluppati. Noi, ovviamente, la
battaglia la faremo con tutti i mezzi possibili per vincerla. Se c’è da dare un
contributo per mettere dei paletti a una legge, per analizzare una determinata
legge, lo facciamo. Perché partiamo dal presupposto fondamentale di territori e
comunità orizzontali, in cui siamo noi a dover decidere cosa costruire e dove
costruirlo. Non vogliamo una cosa impostata dall’alto. Anche dal punto di vista
tecnico abbiamo delle competenze e le mettiamo in campo.
Questa nuova rivoluzione industriale ci sarà. Il problema è: come sarà e chi la
governerà? Le popolazioni devono avere tutto il diritto possibile di intervenire
in questa cosa. Se la vuoi fare, la fai con le popolazioni e si decide realmente
cosa serve e cosa non serve. Non deve essere una colonizzazione dei territori da
parte delle Big Tech.
Cosa sta nascendo? Fondamentalmente sta nascendo una rete tra tutte queste
realtà: circa una quindicina di comitati, e molti altri nasceranno e si
uniranno. Abbiamo cercato di mettere insieme tutti quei comitati che stanno
lavorando su questo tema, da Milano a Pavia, Brescia e Cremona, dove c’è anche
un progetto veramente gigantesco. Per l’autunno lanceremo una stagione di
mobilitazione. Innanzitutto il 12 settembre, con dei banchetti comuni nei vari
territori in cui siamo presenti, anche in vista di due date. Una sarà un
convegno regionale sabato 26 settembre, nel quale affronteremo la questione
dalla parte tecnica e ambientale fino alla parte che abbiamo discusso oggi,
quella del colonialismo. Non è detto che tutti siano d’accordo su tutto, però se
ne discute. Il manifesto va già in questa direzione e, per quanto mi risulta,
non ci sono state opposizioni neanche rispetto all’uso del termine “coloniale”.
Poi arriveremo a una manifestazione regionale sabato 10 ottobre. Sarà,
ufficialmente, la prima manifestazione regionale contro i data center. E nel
manifesto facciamo anche un appello. Noi su questa cosa ci stiamo spendendo:
studio, energie e tutto il resto. E questa cosa deve essere un’iniziativa nella
quale facciamo appello a tutte le realtà che sono realmente interessate a queste
tematiche. Un fronte comune su questa questione, pur nelle differenze, è
possibile. Penso che su un fronte comune rispetto a quello che sta succedendo
sia abbastanza semplice trovare una quadra per una mobilitazione. Sarebbe
veramente interessante. L’unico aspetto sul quale, purtroppo, siamo molto
indietro è riuscire ad avere dentro anche tutto il discorso relativo al mondo
del lavoro. Le associazioni sindacali, su questa cosa, dovrebbero cominciare a
dire due parole. Perché, alla fine, la gente che abita nei paesi sono lavoratori
e questa cosa va affrontata anche dal punto di vista del lavoro. Io penso anche
alle battaglie degli anni Settanta, quando i lavoratori e le organizzazioni
sindacali non si muovevano solo sulla difesa del posto di lavoro o sui diritti
sul posto di lavoro, ma anche su quello che succedeva nel proprio territorio.
Non è che la gente che abita in questi paesi non sia lavoratrice. Quindi il
fatto che questa gente debba respirarsi la merda perché arriva l’azienda
americana di turno è una cosa che devi affrontare. E poi, oltre a respirare
merda, ti toglie pure il lavoro. E magari ti aumenta pure le bollette. È una
battaglia che mette dentro veramente un sacco di questioni. Quindi facciamo
questo appello.
Le sanzioni USA colpiscono i conti legati alla missione sanitaria cubana in
Italia. L’embargo contro Cuba diventa così un’ingerenza nella nostra sanità e
nella sovranità italiana, mentre centinaia di medici …
Nella puntata di oggi di Harraga raccontiamo dello sgombero della tendopoli di
San Ferdinando, avvenuto un mese fa, il 30 luglio. Si tratta del quarto sgombero
in quattordici anni di un insediamento dove negli anni hanno abitato migliaia di
persone, perlopiù lavoratori braccianti impiegati in agricoltura. La prima
tendopoli era stata istituita nel 2012, due anni dopo la rivolta di Rosarno.
Questa volta, lo sgombero è avvenuto nel silenzio dell’estate, fuori dalla
stagione agrumicola e mentre in molti stanno lavorando altrove. L’operazione
“Alto Impatto” coordinata dalla questura di Reggio Calabria, ha portato alla
distruzione di centinaia di tende e di case, al sequestro degli effetti
personali di chi ci viveva e all’espulsione di 12 persone senza permesso di
soggiorno, 4 delle quali sono state detenute in CPR. I media mainstream hanno
snocciolato i numeri di perquisizioni e controlli come un successo, quasi senza
menzionare che le tende ora distrutte erano state volute dallo stesso Ministero
dell’Interno dopo il precedente sgombero, nel 2019, della baraccopoli che
sorgeva a pochi metri di distanza. L’allora ministro dell’interno Salvini lo
aveva sbandierato per farne propaganda, portato a termine con un numero
spropositato di forze e di mezzi e con l’operato complice di parte delle
associazioni del terzo settore e dei sindacati, soprattutto di CGIL e di USB.
Questa volta invece, a solo circa 100 abitanti della tendopoli è stato proposto
un alloggio in alcune palazzine situate a Rosarno, costruite quasi un decennio
fa con fondi europei destinati ai lavoratori agricoli e tenute vuote finora. Chi
non aveva i documenti o la residenza sul territorio è stato forzato ad andare
altrove.
Abbiamo ripercorso la storia e le vicende della tendopoli in collegamento con un
compagno e una compagna della rete Campagne in Lotta; nata proprio dalle
relazioni di solidarietà createsi in seguito alla rivolta di Rosarno del 2010, e
che da allora ha supportato le lotte autorganizzate nelle campagne. Negli anni,
sono state le mobilitazioni dei diretti e delle dirette interessate a rimettere
al centro del discorso le rivendicazioni di contratti regolari, case vere e
documenti per tutti, mentre la narrazione mainstream sullo sfruttamento nelle
campagne continua a concentrarsi su di un discorso criminalizzante e vittimista
che raramente va oltre allo spettro del caporalato.
Parlare dello sgombero della tendopoli, avvenuto a due mesi dalla strage di
Amendolara, nel pieno di una nuova stagione di morti nelle campagne, e negli
stessi giorni in cui iniziava la “crisi” migratoria di Ceuta, ci serve per
mettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la macchina del razzismo
istituzionale e padronale, che decide delle vite delle persone immigrate e
razzializzate in base alla logica del profitto economico e politico. E per
riaffermare legami di solidarietà reale che vadano al di là dei proclami vuoti e
delle passerelle di sindacati e organizzazioni umanitarie, che nella piana di
Gioia Tauro come altrove, hanno spesso facilitato la repressione più delle
lotte.
per approfondire: San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà.
Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte.
Per negare l’accesso ai dati sui traffici di armi nel porto di Ravenna,
l’Avvocatura dello Stato parla di una «guerra mondiale a pezzi e ibrida» che
coinvolge l’Italia. La sicurezza …
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado
sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi
anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud
degli Stati Uniti. Abundia è attivista ambientale, per la causa lgbtq+, per la
restituzione della terra alle comunità native, per i diritti di
lavoratorx. Insieme ad Abundia viaggeranno anche altri attivisti che come lei
hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta.
In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della
repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione , il tour, dalla
Sicilia fino alla Val di Susa, offre un’occasione per ragionare su come sia
possibile contrastare in modo comunitario questa crisi.
Ad Atlanta hanno cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi
di addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha
comportato l’abbattimento della foresta che sorgeva come immenso parco pubblico
ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione
Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece
di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi
sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in
tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei
manifestanti.
Ai nostri microfoni interviene chi li accompagna in questo tour, per raccontarci
meglio il perché di questo viaggio e i temi al centro degli incontri tra cui il
concetto di abbondanza come resistenza e quello di spazi di cura e aggregazione
che nascono nella lotta come i Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen
Council https://akccollective.noblogs.org/):
Per contribuire alle spese di viaggio, è in corso una raccolta fondi su
Produzioni dal Basso:
https://www.produzionidalbasso.com/project/sostieni-il-tour-italiano-di-abundia-per-diffondere-abbondanza-e-solidarieta-tramite-la-cucina
Di seguito le date del tour e la locandina con tutte le info per la tappa in Val
di Susa:
– Catania il 28 e il 29 agosto al Parco Falcone – assemblea e aperitivo dalle 18
sabato 28, cena e proiezione dalle 19.30 il 29
https://www.instagram.com/p/DcYkakiCHTy/
– Palermo, il 31 agosto presso Eglise e Scuola di Restanza – proiezione dalle
18, cena e assemblea dalle 20.30
https://www.instagram.com/p/DcMJjCDCMe2/?img_index=1
– Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla, con Non Una di
Meno – aperitivo, assemblea e proiezione dalle 18.30
https://www.instagram.com/p/Dcgl55YAO_V/?img_index=1
– Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere – assemblea
e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/DcVksr6jlwQ/
– Val di Susa, il 5 settembre a VisRabbia di Avigliana (laboratorio di cucina
dalle 17) e il 6 settembre all’associazione La Credenza di Bussoleno (assemblea,
cena e proiezione dalle dalle 18) –
https://gancio.cisti.org/event/tessere-la-rete-dellabbondanza
– Pisa, l’8 settembre a Exploit, ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano;
– Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II;
– Roma, l’11 e 12 settembre, al CSOA exSNIA in collaborazione con il collettivo
Blocco Decoloniale e vivèro luogo di quartiere – proiezione dalle 21 l’11,
assemblea, pranzo e laboratorio di cucina dalle 10.30 il 12
A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo
rifugio climatico è minacciato dalla speculazione. Da 14 anni l’area è occupata
da un comitato di lavoratorx, cittadinx e residenti del quartiere che la
presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi vengano abbattuti per
far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative sociali, incontri, momenti
di dibattito.
Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e
duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve
consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane
è previsto lo sgombero.
In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre
è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via
Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni
di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi
permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere
allo sgombero.
Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la
situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non
solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo
più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello
dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città
diventano luogo di auto-organizzazione.
Per rimanere aggiornatx: https://www.instagram.com/ortiurbani.livorno/