di McSilvan* Il caso Youssef Siher rivela una nuova frontiera della repressione:
competenze culturali, relazioni sociali e persino ricerche con l’intelligenza
artificiale diventano indizi di pericolosità. È la magistratura predittiva, …
Israele finanziava la promozione sul motore di ricerca di una finta versione del
documentario Naza. Su nostra segnalazione, Google ha dovuto riconoscere la
violazione delle proprie regole
L'articolo Dopo il nostro articolo su Naza, Google ha rimosso gli annunci
finanziati dal governo israeliano proviene da IrpiMedia.
Facciamo un viaggio nella storia della diffusione degli oppioidi sintetici negli
Stati Uniti. Parliamo delle lacerazioni fisiche e non che la
deindustrializzazione lascia nei territori e nei corpi della provincia depressa
degli Stati Uniti, della rivoluzione medica degli Anni Novanta, che attribuisce
valore al dolore dellx pazienti, e del lancio, da parte della Purdue Pharma,
dell’OxyContin. Sul finire della puntata andiamo in Messico, luogo delle cocinas
di oppiodi sintetici che hanno sostituito la coltivazione di oppio.
Akron, Ohio Youngstown, Ohio Emilio Espejel / Where God Is Blind. Mexico.
Nella terza puntata dedicata al fentanyl, lo vediamo tornare in Messico, dagli
USA, come abitudine di consumo delle persone espulse dagli States.
La città di Tijuana è uno dei cinque comuni dello Stato della Baja California.
Data la sua vicinanza agli Stati Uniti, rappresenta uno dei valichi di frontiera
più frequentati al mondo, il che ha portato a un’elevata concentrazione di
migranti deportati. Secondo l’Unità per le Politiche Migratorie del Segretariato
degli Interni (SEGOB) — sulla base dei dati registrati presso i punti di
rimpatrio ufficiali dell’Istituto Nazionale per la Migrazione (INM) — Tijuana
risulta il comune con il maggior numero di persone rimpatriate in tutto il
Messico. Molte di loro vogliono tornare negli USA, e rimangono in città,
nonostante le retate della polizia o le privazioni a cui possono andare
incontro. L’elevato numero di persone rimpatriate che giungono in città, unito a
politiche pubbliche scriteriate, ha dato origine a una situazione difficile nei
quartieri Nord della città, in cui si concentrano la maggior parte delle persone
respinte, senza documenti e senza dimora. Nella “Zona Norte” della città —
spesso definita “zona di tolleranza” — la violenza della polizia è all’ordine
del giorno, e nelle stesse strade, a ridosso del muro, si concentra la maggior
parte della compravendita e del consumo di sostanze stupefacenti e del lavoro
sessuale della città. Una associazione, Prevencasa, fornisce visite
ginecologiche e osteopatiche, supporto psicologico,cura di ferite e ascessi,
preservativi, materiale sterilizzato per il consumo di sostanze, materiale
infomativo e altri servizi, in un’ottica di riduzione del danno non
proibizionista nè giudicante.
Dalle parole di Zaya, parliamo del muro e dell’intreccio di forze che
interagiscono con le abitudini di consumo di sostanze di chi frequenta
Prevencasa, e prendiamo spunto per analoghi approcchi per affrontare sin juicio
i problemi e i rischi per la salute delle noste comunità.
Di tanto in tanto farò qualche puntata di approfondimento delle mie fav label
curate da donne, persone non binary, trans e queer.
Si parte così con Woozy, etichetta di Dublino che amo molto e che è stata una
delle più assidue presenze nelle tracklist di questi primi due anni di IMBALLAT3
a conduzione BUBBLE WRAP.
TRACKLIST
* Kellen303 – Pinehearse [Woozy001, 2020]
* Sputnik One – Country Living [Woozy001, 2020]
* Coe – Say (KL Tribute) [Radial, 2021]
* Ambit – Act of Goodness [WZY2.5, 2022]
* Jasmín – Grumpy Cat [WZY2.5, 2022]
* Sha Ru – Temporary Iteration [WZY003 Match My Sway, 2023]
* Dåser – Doabey [WZY3.5, 2023]
* Octoptic – Neblina [WZY3.5, 2023]
* Laenz – Echoes Until [WZY004 After Sunset, 2024]
* Chewlie – Blaze Of Sobriety [WZY4.5, 2024]
* No Sir – Dilate [WZY4.5, 2024]
* Carré – Crawler [Meltdown, 2025]
* Bambi – Lotus Glow [WZY5.5 willow_pitch, 2026]
* Old Man Crane – Kelo Dub [WZY5.5 willow_pitch, 2026]
Questa… sincera… non so bene come descriverla. Diciamo che un venerdì sera di
inizio ottobre ho invitato Monica Witty negli scintillanti studi di Radio
Blackout. Lei porta con sé 2 chiavette, 5+3+2 ame e la capacità di trasformare
lo studio nel chaos della sua cameretta. Il resto sono 3 ore di ottima weird
music (che dovevano essere 1 e mezza), un discreto quantitativo di parole e
orari detti completamente a sproposito (da me, bubble wrap) e momenti di
altissimo profilo con inaspettate impro ai microfoni di Ciolle.
Tracklist in mutua.
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI SUNJAY GOOKOOLUK “DIARIO DI UN INVISIBILE"
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(giovedì, 5 novembre 18:30)
Presentazione del libro di Sunjay Gookooluk “Diario di un invisibile.
Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano” giovedì 5
novembre alle ore 18.30 al CSOA Gabrio . Sunjay presenterà il libro con i
contributi di Collettiva Cura Abolizionista, Psicologia per la Palestina e
Assemblea contro CPR e frontiere.
"Ventisei anni da “clandestino” nel nostro Paese. Sunjay Gookooluk, cittadino
delle isole Mauritius, ha vissuto la strada, il lavoro irregolare, il carcere.
Ha iniziato a scrivere a Rebibbia, vincendo concorsi letterari e ottenendo un
diploma di ragioniere e artigiano mosaicista. Recluso per ben due volte nel CPR
(ex CIE) di Ponte Galeria (Roma), è riuscito a tenere un diario nascondendo
fogli, quaderni e penne. Questo libro raccoglie i suoi scritti, presentando per
la prima volta al pubblico un’opera letteraria prodotta da dentro l’inferno
della detenzione amministrativa italiana."
A SEGUIRE CENA BENEFIT CONTRO I CPR, PRENOTAZIONE AL NUMERO 3450018742
Durante tutta la serata c'è la possibilità di portare alimenti, vestiti e libri
per le persone detenute.
Riprendiamo questa interessante analisi di McSilvan apparsa su Codice Rosso per
restituire una chiave di lettura della vicenda legata a Youssef Siher.
L’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di
materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della
Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione
della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o
ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si
tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a
una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare.
Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla
finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa
di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto
commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva
della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito
dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle
competenze tecniche dell’indagato.
Il caso giudiziario di Youssef Siher — sottoposto a fermo di indiziato di
delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito
alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” — costituisce
un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della
costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio
2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano
come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la
capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la
mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole,
la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”,
Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di
questo genere di magistratura.
1. YOUSSIF SIHER, IL PROFILO
Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda
generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine,
anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area
metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue
(madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo.
Il suo percorso accademico si è sviluppato interamente presso l’Università degli
Studi di Milano (Statale), dove ha conseguito nel luglio 2020 la laurea
triennale in Comunicazione — discutendo con il professor Nicola Del Corno una
tesi storiografica in Storia delle dottrine politiche sulla Sunnae sulla
recezione dei precetti islamici nelle istituzioni statuali, giudicata dal
relatore priva di connotazione radicale o apologetica — e successivamente la
laurea magistrale in Scienze Politiche, con una tesi sui movimenti islamici in
Marocco e i loro rapporti con la monarchia. Durante gli anni universitari è
stato eletto rappresentante degli studenti nel Senato Accademico nelle liste
di UniLab, formazione studentesca di orientamento moderato e vicina al
centrodestra. Nel 2024 ha svolto un tirocinio di ricerca (research trainee)
presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI (Istituto per
gli Studi di Politica Internazionale).
Sul piano lavorativo, ha operato come giornalista freelance collaborando con Il
Fatto Quotidiano(occupandosi tra il 2022 e il 2024 di proteste studentesche e
poi di crisi internazionali in Tunisia, Egitto, Sudan, Gaza e Mar Rosso), con Il
Foglio (un singolo articolo sul Pakistan nel 2022) e con il canale satellitare
panarabo Al Mayadeen English, ritenuto politicamente contiguo a Hezbollah. Da
gennaio 2026 lavora come esperto generalista per Mercor, una startup
statunitense di intelligenza artificiale, occupandosi di valutazione,
etichettatura dati (data labeling) e addestramento di modelli algoritmici. Nel
2024 era stato oggetto di una segnalazione dei servizi di intelligence italiani
per aver fondato e presieduto l’associazione Organizzazione Alba Nascente (OAN),
attiva nel contrasto all’islamofobia e nelle mobilitazioni pro-Palestina. Nel
settembre 2026 ha si è sposato con Sagia Hammoud, trentaduenne mediatrice
interculturale nata e residente a Como, di origini libanesi e palestinesi,
attivista dei Giovani Palestinesi di Milano.
2. LE CONTESTAZIONI DELLA PROCURA
La mattina di sabato 24 ottobre 2026, gli operatori della Squadra Mobile, della
Digos e della Polizia Postale di Milano hanno rintracciato Siher in un
appartamento di via Romilli (quartiere Corvetto, Milano), abitazione di
un’attivista pro-Palestina, localizzandolo attraverso il tracciamento tecnico
del telefono cellulare della moglie Sagia Hammoud, poiché il dispositivo di
Siher risultava spento. Condotto in Questura, nella tarda serata del 24 ottobre
è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto su decreto emesso dal
Procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola e dalla pubblico ministero
del pool antiterrorismo Francesca Crupo.
Dall’esame degli atti allegati al decreto di fermo e alla richiesta di convalida
emerge che a Siher non viene contestata la partecipazione materiale o
l’organizzazione dei violenti scontri e dei saccheggi verificatisi nel centro di
Milano (tra piazza Duomo e San Babila) nel fine settimana del 17 e 18 ottobre
2026. L’addebito riguarda esclusivamente l’attività comunicativa e digitale
posta in essere dopo tali disordini. Il primo nucleo fattuale raccolto dalla
Polizia Postale e dalla Digos attiene alla creazione e all’amministrazione dei
canali “Movimento 17 ottobre” (siglato M1710): domenica 18 ottobre 2026, alle
ore 19:58, Siher (in concorso con la moglie) ha attivato il gruppo Telegram e la
pagina Instagram del movimento, contraddistinti da un logo con una “M” bianca
cerchiata su sfondo nero recante le cifre “17” e “10”. In pochi giorni tali
canali hanno raccolto tra i 9.000 e gli 11.000 iscritti, generando un bacino di
visualizzazione potenziale stimato dalla Procura in 150.000 utenti.
Il secondo nucleo probatorio riguarda gli slogan e i post pubblicati su
Instagram e Telegram, qualificati dall’accusa come atti di istigazione a
delinquere e “dichiarazione di guerra continua”. Tra questi spicca il post
recante la frase “Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che
piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra
a questo presente infame”, cui si aggiungono l’invito alla “mobilitazione
permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”, con la
convocazione di presidi in otto città italiane per il 24 ottobre, nonché un
messaggio scritto direttamente da Siher su Telegram: “Dobbiamo fare come la
Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi”. Nel provvedimento
vengono inoltre richiamati messaggi dal tenore esplicitamente violento
(quali “spaccare gli istituti di credito è giusto” e “banche tutte al rogo”), i
quali risultano tuttavia postati nella chat generale da profili terzi e anonimi,
e non dall’amministratore.
Un terzo elemento d’accusa concerne le disposizioni orarie programmate e le
comunicazioni private rinvenute sul computer portatile sequestrato a Siher. Il
dispositivo è stato trovato dagli agenti acceso e privo di password sulla
schermata delle chat di coordinamento, a differenza dello smartphone di cui
l’indagato ha rifiutato di fornire il codice di sblocco. Sul notebook la Polizia
Postale ha individuato due messaggi programmati su Telegram per le ore 14:31 e
15:31 di sabato 24 ottobre, mai partiti a causa del sequestro, i quali
contenevano l’indicazione dei tre punti di concentramento cittadini in cui i
manifestanti avrebbero dovuto radunarsi per poi convergere nella piazza finale.
Sul medesimo portatile era attivo l’account WhatsApp Web denominato “Youssef
Siher”, contenente messaggi di terzi che chiedevano informazioni logistiche sul
corteo del 24 ottobre.
Il quarto pilastro probatorio è rappresentato dal reperimento sui dispositivi di
un documento in formato PDF intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso –
Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”. Il testo,
concepito come guida alla disobbedienza civile contro il governo Meloni,
suggerisce l’equipaggiamento da indossare in piazza (felpe con cappuccio,
occhiali protettivi, kefiah, guanti, kit di primo soccorso), illustra tecniche
di difesa passiva dai gas lacrimogeni (includendo un’illustrazione sul rilancio
del candelotto verso i reparti di polizia), consiglia l’uso di scudi rudimentali
e vernice spray per oscurare i blindati e le telecamere di sorveglianza, invita
a “sfondare” eventuali blocchi di polizia e propone la creazione di gruppi
temporanei sull’applicazione Signal con amministratori scelti casualmente per
monitorare gli spostamenti delle forze dell’ordine e cancellare le tracce a fine
corteo. Infine, un quinto elemento emerso dall’analisi forense della cronologia
web riguarda le interrogazioni rivolte da Siher a sistemi di intelligenza
artificiale generativa, ai quali aveva chiesto informazioni per l’elaborazione
di “strategie rivoluzionarie”, facendosi assistere dall’IA anche nella redazione
del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre, con cui si
annunciava il cambio di tattica per le piazze del giorno seguente.
3. LA MOTIVAZIONE CAUTELARE
Il passaggio cruciale della scheda clinico-giuridica risiede nel modo in cui il
Procuratore Viola e la PM Crupi motivano la sussistenza del periculum
libertatis (pericolo di reiterazione del reato ex art. 274, lett. c, c.p.p. e
pericolo di fuga ex art. 274, lett. b, c.p.p. e art. 384 c.p.p.) a carico di un
soggetto totalmente incensurato.
Nella richiesta di convalida e di applicazione della custodia in carcere, i
magistrati scrivono testualmente che Siher, sebbene incensurato, “ha dimostrato
una particolare capacità delinquenziale nel senso di saper sfruttare il suo
elevato background culturale ed i suoi contatti”, palesando “particolare abilità
e acume” e competenze informatiche idonee a “sviluppare una strategia
rivoluzionaria”. Analogamente, il pericolo di fuga viene ritenuto
“evidente” non già sulla base di preparativi materiali di espatrio (biglietti
aerei, passaporti falsi o conti esteri), bensì in ragione del fatto che, pur
essendo “italiano di seconda generazione”, egli possiede “particolari abilità e
capacità di muoversi” e una “rete relazionale che gli consentirebbe di riparare
all’estero” e far perdere le proprie tracce. In questa architettura
argomentativa, l’istruzione superiore, il plurilinguismo e il cosmopolitismo
relazionale — che nella fisiologia dell’ordinamento costituiscono indicatori di
pieno inserimento sociale — subiscono una metamorfosi
clinico-criminologica, trasformandosinella prova regina della pericolosità
terroristica del soggetto. Insomma Siher non è pericoloso perché stava
preparando la fuga ma lo è perché intelligente e quindi si prevede che sarà
pericoloso. La magistratura predittiva fa quindi il suo ingresso in scena.
4. ACCANTO ALLA MAGISTRATURA PREDITTIVA: I MEDIA COSTRUISCONO IL NEMICO INTERNO
L’arresto di Youssef Siher è stato accompagnato da una deflagrazione mediatica
che ha agito in totale autonomia rispetto al perimetro tecnico-giuridico delle
contestazioni, edificando attorno alla figura dell’indagato una narrazione
ipertrofica fondata sulla suggestione del “grande vecchio” o dell’infiltrato
radicale. L’analisi del discorso pubblico prodotto tra il 24 e il 27 ottobre
2026 permette di isolare quattro meccanismi strutturali attraverso i quali
l’hype giornalistico ha preparato e legittimato la torsione preventiva della
misura cautelare.
Il primo meccanismo consiste in una sistematica distorsione cronologica.
Nonostante gli atti della Procura di Milano chiariscano che i canali social del
“Movimento 17 ottobre” sono stati aperti alle ore 19:58 di domenica 18 ottobre —
ovvero a guerriglia urbana ormai esaurita — e che a Siher viene contestata la
sola attività istigatoria successiva, la quasi totalità delle testate
d’informazione ha titolato presentando il trentenne come “la mente degli scontri
e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre”, “il presunto
regista” delle devastazioni o “il capo e ideologo dei maranza arrestato”.
Questa sovrapposizione tra l’amplificazione digitale post factum e la regia
materiale ante factumrisponde a una precisa esigenza psicologico-politica: di
fronte a una rivolta giovanile estemporanea, fluida e priva di rivendicazioni
strutturate, l’opinione pubblica e gli apparati di sicurezza necessitano di un
soggetto singolo, razionale e identificabile a cui imputare la paternità del
caos. Come rilevato da osservatori attenti, si è così alimentata l’illusione
ottica che, bloccando il profilo social di Siher la mattina del 24 ottobre, lo
Stato avesse “schiacciato la testa del serpente”, quando in realtà nella
medesima giornata di sabato 24 ottobre si sono registrati 371 fermati (di cui
110 minorenni) nei cortei nazionali e gravi scontri di piazza a Bologna, del
tutto privi di coordinamento con l’indagato milanese.
Un secondo dispositivo retorico dell’hype mediatico risiede nella
criminalizzazione del successo formativo. La stampa conservatrice ha insistito
ossessivamente sul contrasto tra la figura del giovane disagiato di periferia e
il curriculum d’eccellenza di Siher: “Non c’era un maranza dietro il Movimento
17 ottobre. Non c’era neppure un ragazzo disagiato […] C’era, invece, Youssef
Siher […] almeno sulla carta, uno che ce l’ha fatta”. Invece di leggere la
laurea, il master, la conoscenza di quattro lingue e il ruolo nel Senato
Accademico con la lista moderata UniLab come elementi incompatibili con un
profilo di terrorismo stragista o insurrezionale, il circuito mediatico li ha
letti attraverso il prisma della dissimulazione e del “fallimento del miraggio
dell’integrazione”.
Questa lettura ha generato una ricaduta immediata sul mondo accademico e
dei think tank. L’ISPI si è affrettato a diramare una nota ufficiale per
precisare che lo stage di Siher risaliva al 2024 e che da allora non vi era
stata alcuna collaborazione, mentre su testate come Linkiesta il caso è stato
utilizzato per invocare misure urgenti sulla “sicurezza della ricerca”,
paventando il rischio di infiltrazioni radicali nelle università italiane. Tale
allarme appare del tutto scollegato dalla realtà empirica, ove si consideri che
il relatore di tesi di Siher, il professor Nicola Del Corno, ha pubblicamente
attestato l’assoluto rigore scientifico e l’assenza di qualsiasi vena estremista
o apologetica negli studi del giovane sull’islamismo politico.
Il terzo pilastro dell’hype giornalistico ha operato per accumulazione
suggestiva di significanti geopolitici eterogenei, fondendo attivismo
filopalestinese, terrorismo islamista e guerra ibrida russa. Nel giro di
quarantotto ore, le cronache hanno saldato in un unico blocco narrativo la
segnalazione d’intelligence del 2024 relativa alla fondazione
dell’Organizzazione Alba Nascente(OAN) e alla partecipazione di suoi esponenti a
una conferenza stampa alla Camera dei Deputati su invito del parlamentare
Aboubakar Soumahoro, vecchi commenti analitici di Siher sullo statuto di Hamas
del 2017 e il suo lavoro giornalistico per l’emittente Al Mayadeen English,
nonché il testo scritto a quattro mani con la moglie Sagia Hammoud sulla morte
del diciannovenne Ramy Elgaml durante un inseguimento dei carabinieri a Milano
nel novembre 2024. A questo mosaico biografico è stata infine sovrapposta
l’ipotesi di collegamenti operativi con la galassia degli hacker filorussi
(NoName) o con centrali del cosiddetto “terrorismo urbano di matrice islamica”.
Sebbene gli stessi inquirenti milanesi abbiano dovuto dare atto della
totale assenza di evidenze circa contatti con hacker filorussi o entità
statuali, il frame mediatico ha continuato a presentare Siher come il punto di
saldatura tra jihadismo internazionale e sovversione delle piazze europee.
Infine, il caso è stato immediatamente assorbito nella contesa politica
nazionale, trasformandosi in un test di lealtà ideologica. Mentre esponenti
della destra mediatica (come Italo Bocchino su X) arrivavano a evocare il
trattamento carcerario marocchino (“saresti stato riempito di botte nel momento
dell’arresto, saresti stato buttato in una cella e le chiavi sarebbero state
gettate chissà dove. Ringrazia l’Italia, pentiti”), nel centrosinistra esplodeva
una dura polemica attorno a Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), attaccato
dal senatore PD Filippo Sensi e da Angelo Bonelli (AVS) per aver messo in
discussione la legittimità del fermo per reati d’opinione.
Al contempo, tuttavia, l’evidente sproporzione tra l’hype terroristico e la
consistenza delle prove ha generato una convergenza critica trasversale: da
Susanna Marietti (coordinatrice di Antigone) e l’avvocato penalista Mirko
Mazzali, fino a direttori di orientamento opposto come Marco Travaglio (Il Fatto
Quotidiano) e Giuliano Ferrara (Il Foglio, già schedatore di operai durante gli
anni di piombo, ndr), i quali hanno concordemente ridimensionato la figura dello
“stratega del terrore” a quella di un giovane agitatore , denunciando l’uso
inflazionato della categoria di terrorismo e della custodia cautelare per un
reato d’opinione.
5. ALLE ORIGINI DELLA MAGISTRATURA PREDITTIVA ITALIANA: LEGISLAZIONE E
GIURISPRUDENZA
Per comprendere come la Procura di Milano abbia potuto qualificare l’apertura di
un canale social e il possesso di un file PDF come fattispecie di matrice
terroristica ed eversiva, è necessario esaminare la traiettoria compiuta dalla
legislazione penale italiana nell’ultimo decennio. Tale percorso mostra una
sistematica anticipazione della soglia di punibilità che ha progressivamente
eroso il principio di offensività, istituzionalizzando la sanzione della
pericolosità soggettiva e del “punibile perché si prevede che commetta reati”,
vera legge aurea della magistratura predittiva.
La dottrina penalistica italiana si è a lungo interrogata sul rapporto tra la
legislazione d’emergenza antiterrorismo e il modello teorico del diritto penale
del nemico (Feindstrafrecht) elaborato dal giurista tedesco Günther Jakobs.
Secondo Jakobs, mentre il “diritto penale del cittadino” attende
l’esteriorizzazione di un fatto lesivo e conserva una finalità rieducativa, il
“diritto penale del nemico” colpisce soggetti che, per la loro presunta
infedeltà permanente all’ordinamento, vengono privati dello status di persona e
sottoposti a una neutralizzazione preventiva basata sulla loro potenzialità
offensiva futura, mediante un’estrema anticipazione della tutela, la vaghezza
delle fattispecie, la sproporzione sanzionatoria e l’abbattimento delle garanzie
processuali.
Se fino alla metà degli anni Duemiladieci illustri studiosi (tra cui Francesco
Palazzo) preferivano qualificare il sistema italiano come un “diritto penale al
limite” — ossia un sistema che, pur flessibilizzando le garanzie e arretrando la
soglia punitiva, tentava di rimanere entro gli argini costituzionali di
proporzionalità e offensività — gli interventi normativi dell’ultimo decennio
hanno progressivamente varcato tale confine attraverso quattro tappe
fondamentali. La prima fase si è aperta con il D.L. 18 febbraio 2015, n. 7
(convertito nella L. 17 aprile 2015, n. 43), emanato in risposta al fenomeno
dei foreign fighters e agli attentati in Francia, che ha spostato il focus dalla
struttura associativa (art. 270-bis c.p.) al cosiddetto “lupo solitario”. Tale
intervento ha punito il soggetto passivo dell’arruolamento (art. 270-quater
c.p.), l’organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo (art.
270-quater.1 c.p.) e l’auto-addestramento (self-training, art. 270-quinquies
c.p.), introducendo altresì l’aggravante speciale dell’uso di strumenti
informatici o telematici per i delitti di istigazione e apologia (art. 414,
comma 4, c.p.). Nel 2015, tuttavia, il legislatore aveva ancora ancorato
l’auto-addestramento al requisito che il soggetto, acquisite le istruzioni,
ponesse in essere “comportamenti univocamente finalizzati” alla commissione
delle condotte terroristiche (art. 270-sexies c.p.), cercando così di evitare la
punizione della mera cogitatio o dello studio teorico.
La seconda tappa è stata segnata dalla L. 28 luglio 2016, n. 153 e dal D.Lgs. 1
marzo 2018, n. 21, che hanno introdotto i reati di finanziamento di condotte con
finalità di terrorismo (art. 270-quinquies.1 c.p.), sottrazione di beni o denaro
sottoposti a sequestro (art. 270-quinquies.2 c.p.) e atti di terrorismo nucleare
(art. 280-ter c.p.). Il dato dogmaticamente più allarmante di questa fase
risiede nella rottura del principio di proporzionalità: il mero finanziatore
(art. 270-quinquies.1) viene punito con la reclusione da 7 a 15 anni, la
medesima pena prevista dall’art. 270-bis c.p. per i promotori, capi e dirigenti
di un’associazione terroristica armata. Nel 2018, per effetto della riserva di
codice, la circostanza aggravante trasversale della finalità di terrorismo o di
eversione dell’ordine democratico è stata stabilmente codificata nell’art.
270-bis.1 c.p..
Con la terza tappa, coincidente con il D.L. 11 aprile 2025, n. 48 (cosiddetto
“Decreto Sicurezza 2025”), l’argine garantistico dei “comportamenti univoci” è
stato definitivamente abbattuto. Il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p. (Detenzione
di materiale con finalità di terrorismo) incrimina infatti con la reclusione da
2 a 6 anni chiunque consapevolmente si procuri o detenga materiale contenente
istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici, armi, sostanze
chimiche o su ogni altra tecnica per il compimento di atti con finalità di
terrorismo (art. 270-sexies), senza richiedere alcun comportamento esecutivo
ulteriore. Come evidenziato dalla più recente dottrina penalistica (Rubeo,
Manes), si tratta di un reato a forma libera, sussidiario e di pericolo
presunto, in cui l’ipertrofia della componente soggettivistica trasforma la pena
in mero strumento di “messa in sicurezza” preventiva della società.
Infine, la quarta tappa si è consumata con il D.L. 22 ottobre 2026, n. 190,
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 246 del 22 ottobre 2026 sull’onda emotiva
degli scontri milanesi del weekend precedente, il quale compie la saldatura
definitiva tra la logica dell’antiterrorismo e la gestione dell’ordine pubblico
di piazza. Esso introduce l’art. 420-bis c.p. (Violenza organizzata nelle
manifestazioni pubbliche) e l’art. 635.1 c.p. (Danneggiamento commesso da un
gruppo organizzato), punendo da 4 a 12 anni chi promuove, organizza o anche solo
istiga telematicamente gruppi di almeno cinque persone che operino con
violenza “anche occasionalmente”, ed estendendo a tutte queste ipotesi l’arresto
in flagranza differita (art. 382-bis c.p.p.).
6. LA DERIVA PREDITTIVA DELLA MAGISTRATURA ITALIANA
Questa deriva legislativa entra in rotta di collisione frontale con oltre mezzo
secolo di giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia di reati
d’opinione e di pericolo. La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 65
del 1970, ha salvato l’art. 414 c.p. (istigazione e apologia di delitto) dalla
declaratoria di illegittimità per contrasto con l’art. 21 Cost. a una condizione
tassativa: che la condotta non si esaurisca nella pura manifestazione di un
pensiero radicale o dissidente, ma presenti, per le sue modalità concrete,
un’effettiva e immediata idoneità a provocare la commissione di delitti.
Analogamente, con la sentenza n. 108 del 1974 la Consulta ha dichiarato
parzialmente illegittimo l’art. 415 c.p. (istigazione a disobbedire alle leggi e
all’odio fra le classi sociali) laddove non richiedeva che il fatto fosse
commesso “in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”.
Recependo tali coordinate, la Corte di Cassazione ha costantemente ribadito che
il delitto di cui all’art. 414 c.p. configura un reato di pericolo concreto e
non presunto, il quale esige dal giudice una rigorosa valutazione ex ante sulla
reale attitudine del discorso, nel contesto specifico e nel momento storico
dato, a innescare il passaggio all’azione delittuosa da parte dei destinatari
(Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 48247 del 2019). Allo stesso modo, la Suprema
Corte ha statuito che anche nelle fattispecie antiterrorismo a tutela fortemente
anticipata, come l’auto-addestramento ex art. 270-quinquies c.p., il principio
costituzionale di offensività impone l’accertamento di riscontri fattuali
esterni alla mera acquisizione o consultazione di materiale ideologico o teorico
(Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 13087 del 19 gennaio 2017).
La ragione per cui nel caso Siher — come in numerosi procedimenti analoghi —
questo consolidato statuto garantistico viene disapplicato nella fase genetica
del procedimento risiede nel meccanismo processuale del doppio binario
cautelare (art. 275, comma 3, c.p.p. e art. 51, comma 3-quater, c.p.p.). Quando
il pubblico ministero innesta su un reato comune (come l’istigazione ex art. 414
c.p., punita nella forma base da 1 a 5 anni, misura che di per sé renderebbe
ardua o preclusa la custodia in carcere per un incensurato) la finalità di
terrorismo o di eversione ex artt. 270-bis.1 e 270-sexies c.p., si attiva un
regime processuale speciale. In tale regime vige una presunzione legale relativa
di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza esclusiva della
custodia in carcere. Di conseguenza, nella fase del fermo e della convalida, il
baricentro cognitivo del giudice viene spostato dall’accertamento del pericolo
concreto dell’atto (che richiederebbe la prova quasi impossibile che uno slogan
su Instagram determini causalmente un saccheggio) alla valutazione del pericolo
potenziale dell’autore. La contestazione dell’aggravante terroristica funge così
da “chiave d’accesso” processuale per neutralizzare in carcere (nella sezione
speciale AS2) la potenzialità soggettiva dell’indagato, eludendo nella fase
cautelare il vaglio stringente imposto dalla Cassazione per il giudizio di
merito. Con questa elusione, la magistratura italiana ha strumenti per poter
girare il proprio, personale Minority Report.
7. INTELLIGENZA ARTIFICIALE, POLIZIA PREDITTIVA, COSTRUZIONE DEL TERRORISTA
Il caso Youssef Siher segna uno spartiacque inedito nella storia giudiziaria
italiana anche sotto il profilo tecnologico: è il primo procedimento per
terrorismo ed eversione in cui l’Intelligenza Artificiale (IA) compare
simultaneamente nel profilo professionale dell’indagato, nel compendio
probatorio d’accusa e nell’infrastruttura di sorveglianza e misurazione del
pericolo utilizzata dagli inquirenti. L’analisi dimostra come i sistemi
algoritmici agiscano da catalizzatori strutturali per sanzionare la potenzialità
della persona anziché il fatto commesso, operando lungo diverse direttrici
convergenti.
Dalle carte dell’inchiesta milanese emerge un elemento inedito: per fondare
l’accusa di progettazione eversiva e la richiesta di carcere, i pubblici
ministeri valorizzano il fatto che Siher avesse effettuato ricerche interrogando
sistemi di IA generativa per ottenere informazioni sulla “realizzazione di
strategie rivoluzionarie” e per farsi assistere nella stesura del secondo
comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre. A ciò si aggiunge la
circostanza biografica che Siher lavorasse da gennaio 2026 proprio per la
startup statunitense Mercor nell’addestramento e nella valutazione di modelli di
IA.
Sotto il profilo tecnico-giuridico, questo passaggio segna la nascita
della criminalizzazione del prompt (prompt incrimination). L’interazione tra un
utente e un modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model –
LLM) è, per sua natura ontologica, un processo di esternalizzazione cognitiva e
di esplorazione linguistico-probabilistica. Come chiarito anche nei recenti
documenti della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia del Ministero
dell’Interno (Quaderno n. 1/2025) in riferimento all’art. 3 dell’AI Act europeo,
un sistema di IA generativa produce output testuali assemblando e rielaborando
statisticamente dati preesistenti secondo logiche algoritmiche.
Quando la Procura utilizza i prompt rivolti da Siher all’IA come prova di
un “progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità
eversive” e della sua capacità di “sviluppare una strategia rivoluzionaria”,
essa compie un salto logico radicale. Da un lato, equipara il dialogo con un
software — che appartiene alla sfera del foro interno o, al più, della ricerca
intellettuale preparatoria non punibile — a una vera e propria concertazione
cospirativa. Dall’altro lato, trasforma la competenza professionale
dell’indagato nell’uso dell’IA, acquisita lavorando per Mercor, in un
moltiplicatore della sua pericolosità soggettiva, ritenendo che un soggetto
capace di padroneggiare strumenti generativi possieda per ciò stesso una
“capacità delinquenziale” superiore. In combinato disposto con il nuovo art.
270-quinquies.3 c.p., che punisce la mera detenzione di istruzioni a prescindere
da condotte univoche esterne, la generazione algoritmica di un testo sulle
tattiche di protesta diventa istantaneamente corpo del reato e indice cautelare.
Il secondo livello in cui l’IA favorisce il sanzionamento della potenzialità
eversiva riguarda gli strumenti investigativi di polizia predittiva (predictive
policing) e di monitoraggio digitale della radicalizzazione. Come documentato
negli studi della Scuola Superiore della Magistratura e del Ministero
dell’Interno, le autorità di pubblica sicurezza e di intelligence impiegano oggi
algoritmi avanzati di Machine Learning (ML) e di Natural Language
Processing (NLP — capaci di analizzare, rappresentare e comprendere il
linguaggio umano su vasta scala) per setacciare enormi volumi di dati digitali
strutturati e non strutturati (social network, chat aperte, transazioni
finanziarie AML/CFT) alla ricerca di “indicatori di anomalia” e pattern di
radicalizzazione.
Questo paradigma tecnologico altera alle fondamenta la struttura
dell’accertamento penale, determinando anzitutto il passaggio dalla causalità
deterministica alla correlazione probabilistica. Mentre i modelli tradizionali
di indagine muovono da un fatto di reato già commesso (ex post) per risalire
all’autore secondo leggi causali e regole deterministiche, gli algoritmi
predittivi di ML operano ex ante identificando anomalie statistiche e cluster di
rischio non censiti dai modelli tradizionali. Essi non accertano ciò che un
individuo ha fatto, ma calcolano la probabilità matematica di ciò che un
individuo potrebbe fare in base alla somiglianza del suo profilo semantico,
anagrafico e relazionale con dataset storici di soggetti radicalizzati.
A ciò si salda l’effetto “Black Box” e la conseguente crisi della legalità
algoritmica. Come avverte la dottrina giurisprudenziale della Scuola Superiore
della Magistratura, gli algoritmi più complessi “generano risposte non sempre
riproducibili, grazie ad un’analisi della realtà superiore alle capacità umane”,
ponendosi in acuta frizione con le garanzie di trasparenza e di controllo
difensivo. Quando un soggetto come Siher — già inserito nei database
d’intelligence nel 2024 per l’associazione Alba Nascente e monitorato per i suoi
scritti sull’Islam politico e sulle proteste della Generazione Z in Marocco —
attiva un canale Telegram con parole chiave ad alta densità semantica (“guerra”,
“rivoluzione”, “caduta del governo”), i sistemi di monitoraggio algoritmico
classificano istantaneamente il nodo come “minaccia eversiva ad alto rischio”.
La predizione della macchina si cristallizza così in una presunzione
investigativa che orienta il pubblico ministero a leggere ogni elemento neutro
della vita dell’indagato (gli studi universitari, il bilinguismo, i contatti
WhatsApp) come conferma del “progetto eversivo”.
Vi è infine un terzo meccanismo, più sottile ma decisivo negli atti della
Procura di Milano: l’uso delle metriche algoritmiche dei social network per
soddisfare fittiziamente il requisito giuridico dell’idoneità offensiva (art.
414 c.p.) e dell’intimidazione della popolazione (art. 270-sexies c.p.).
Nel decreto di fermo, la PM Crupi scrive che i messaggi di Siher su Instagram e
Telegram avevano creato uno “stato di intimidazione della
popolazione” perché “potenzialmente potevano raggiungere 150mila persone” (a
fronte di una base effettiva di circa 9.000–11.000 iscritti al canale). In
questo modo, il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione proprietario di
Meta (Instagram) e di Telegram — progettato dalle piattaforme per massimizzare
il tempo di permanenza (engagement) spingendo i contenuti polarizzanti nei feed
di utenti non iscritti — viene imputato giuridicamente all’indagato. La reach
potenziale stimata dall’algoritmo della piattaforma diventa la misura legale
del pericolo concreto del reato: l’indagato non viene tenuto in carcere per il
danno che ha effettivamente provocato, ma per la potenzialità
virale che l’architettura algoritmica dei social media attribuisce alle sue
parole.
8. LA MUTAZIONE GENETICA
Quando la rubrica giudiziaria viene inquadrata nelle coordinate del terrorismo o
dell’eversione dell’ordine democratico, il giudizio cautelare sul trattenimento
in carcere subisce una mutazione genetica: il fatto materiale commesso degrada a
mero sintomo occasionale, mentre l’oggettoreale della misura restrittiva diviene
la potenzialità soggettiva della persona, dilatata dagli inquirenti attraverso
una lettura orientata della sua biografia, della sua cultura e dei suoi
strumenti tecnologici.
Nel caso in esame, l’assenza di una partecipazione materiale agli scontri del
17-18 ottobre, l’inesistenza di una rete associativa armata o di collegamenti
con attori ostili esteri, e la natura eminentemente espressiva e velleitaria dei
post pubblicati non hanno impedito il fermo d’urgenza e la reclusione nella
sezione di Alta Sicurezza 2 di San Vittore. Ciò è stato reso possibile dalla
convergenza di quattro fattori strutturali che operano in stretta sinergia.
Anzitutto, si assiste all’inversione clinico-criminologica del capitale umano,
per cui l’assenza di precedenti penali, la laurea magistrale, il plurilinguismo,
le competenze nel settore dell’IA e lo status di cittadino italiano di seconda
generazione vengono capovolti da fattori di radicamento sociale in indicatori
di “particolare capacità delinquenziale” e di “pericolo di fuga”. In secondo
luogo, interviene l’hype mediatico pre-giudiziario, che retrodata la
responsabilità del soggetto costruendo l’archetipo rassicurante del “regista
occulto” e dell’”infiltrato accademico”, generando un allarme sociale che la
Procura utilizza poi circolarmente come prova dell’effetto intimidatorio e
terroristico della condotta.
A questi fattori si salda la deriva legislativa del decennio 2015–2026,
culminata nei Decreti Sicurezza n. 48/2025 (art. 270-quinquies.3 c.p.) e n.
190/2026 (art. 420-bis c.p.), che ha progressivamente sostituito il diritto
penale del fatto e del pericolo concreto con fattispecie di pericolo presunto,
ossimori dogmatici (“organizzazione anche occasionale”) e cornici edittali
sproporzionate pensate per attivare il doppio binario cautelare. Infine, agisce
la mediazione algoritmica dell’IA, che da un lato trasforma l’esplorazione
cognitiva privata (il prompt rivolto a un LLM) in prova di pianificazione
eversiva, e dall’altro converte le metriche commerciali di viralità potenziale
dei social network nel requisito oggettivo dell’offensività penale. In
definitiva, il caso Siher dimostra che nel diritto penale contemporaneo della
sicurezza nazionale il confine tra dissenso radicale, esplorazione intellettuale
e terrorismo non è più tracciato dalla materialità dell’offesa arrecata ai beni
giuridici, bensì dalla profilazione preventiva del tipo d’autore, con un vulnus
profondo ai principi scolpiti negli articoli 13, 21, 25 e 27 della Costituzione
repubblicana. Youssef Siher è, in questo modo, il primo detenuto politico della
magistratura predittiva italiana. Quanti altri ne seguiranno? E con quale
conseguenze nella politica e nella società? La questione è particolarmente
seria.
Per Codice Rosso, nlp
Lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato da USB e sostenuto da tanti
sindacati di base, è l’occasione per reagire a una crisi che pesa ogni
giorno sulle nostre vite.
Di seguito ripubblichiamo l’indizione di MULTI – Sindacato Sociale che aderisce
allo sciopero e sarà nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri per
costruire questa giornata. In allegato l’adesione allo sciopero da parte dei
lavoratori di Amazon.
Non possiamo andare avanti così: lavorare costa sempre di più, gli stipendi non
bastano e gli affitti sono impossibili. Imprese e istituzioni scaricano i costi
della crisi su chi lavora, attraverso part-time involontari, ore non pagate e
contratti precari. Gli ospedali non garantiscono cure adeguate, scuole e servizi
si impoveriscono, mentre aumentano le risorse destinate al riarmo.
Scioperare è un sacrificio, soprattutto per chi ha già pochi soldi. Ma
dobbiamo ribellarci a una normalità che ci impoverisce e ci toglie autonomia
e futuro. Fermarci insieme significa trasformare la fatica e la rabbia
individuali in una forza capace di cambiare i rapporti di potere.
In tutta Europa crescono le proteste. Autotrasportatori e agricoltori si
mobilitano contro l’aumento dei costi e l’indebitamento; giovani delle periferie
e studenti occupano scuole e piazze, stanchi di essere criminalizzati e privati
di opportunità. Conflitti diversi, una domanda comune: perché dobbiamo essere
sempre noi a pagare?
Dalla Palestina all’Ucraina, le guerre devastano popolazioni e territori mentre
si spendono soldi pubblici per produrre e acquistare armi. Banche, industrie
militari, imprese energetiche, grandi supermercati, case farmaceutiche,
multinazionali della logistica e fondi immobiliari continuano ad
accumulare profitti. Noi, invece, veniamo derubati della ricchezza che
produciamo: con salari insufficienti, affitti insostenibili, prezzi sempre più
alti e servizi pubblici impoveriti. Il nostro lavoro fa ricco lo Stato e le
grandi aziende, ma a noi restano sacrifici e rinunce. Ora basta.
Da Amazon a Carrefour, da Dussmann agli appalti pubblici, fino alla Scuola
Superiore Sant’Anna, alla Scuola Normale e alle scuole, dobbiamo far sentire la
voce di chi manda avanti la società con il proprio lavoro e la propria cura.
Vogliamo salari più alti, contratti stabili, la fine del lavoro gratuito e del
part-time imposto, case accessibili e servizi pubblici funzionanti. Le
risorse collettive devono servire la vita, non la guerra e i profitti di pochi.
Per questo dobbiamo portare lo sciopero ovunque, collegare le vertenze e fermare
i flussi di lavoro e di ricchezza che noi stessi produciamo. Non basta
indignarsi: dobbiamo organizzarci e ribellarci insieme per conquistare ciò che
ci viene negato.
Il 30 ottobre, dalla mattina presto, saremo con picchetti nei luoghi di lavoro,
di studio e nei quartieri per promuovere lo sciopero. Dalle ore 9 ci muoveremo
in corteo verso il Comune di Pisa.
PER ADERIRE, SEGNALARE LA PARTECIPAZIONE O COSTRUIRE INIZIATIVE, CONTATTATE
MULTI – SINDACATO SOCIALE:INFO@MULTISINDACATOSOCIALE.ORG
30-ottobre_261027_152501Download
Dal magazzino Amazon di Montacchiello (PISA) : per lo sciopero di domani 30
ottobre assemblea sindacale e presidio alle 8.30!
Carichi di lavoro inaccettabili, pressioni psicologiche e fisiche, sfruttamento
fino alla malattia e alla distruzione
É IL MOMENTO DI FARCI SENTIRE!
Basta essere trattati come lavoratori usa e getta! Basta avere paura, insieme
lottiamo contro lo sfruttamento! Le lavoratrici e i lavoratori vogliono
rispetto!
Insieme siamo forti!
Video dei drivers di Amazon in mobilitazione
Riprendiamo indizione della mobilitazione da parte dei coordinamenti cittadini
di Torino per Gaza e Torino contro il riarmo in vista della mobilitazione dello
sciopero del 30 ottobre. In allegato anche un registrato delle voci del 24
ottobre a cura di Radio Blackout.
BLOCCHIAMO L’ITALIA SCIOPERO GENERALE
Domani scendiamo in piazza ancora una volta per ribadire che siamo contro il
riarmo, contro il carovita e contro ogni forma di guerra.
Sono settimane che vediamo l’Italia intera scendere in piazza per dire che non
ce la fa più, che arrivare alla fine del mese è diventato un lusso sempre più
riservato a pochi, che non è più possibile accettare un presente fatto di
precarietà e impoverimento. Di fronte a tutto questo, le risposte del governo
italiano sono sempre più orientate alla repressione. Attraverso abusi di polizia
e limitazioni al diritto di manifestare, si tenta di restringere sempre di più
gli spazi del dissenso, obbligando le persone a lasciare il centro delle città e
relegando le proteste nelle periferie, lontano dagli occhi di chi governa e di
chi vorrebbe continuare a fare finta di niente. Ci chiediamo allora: queste
fantomatiche vetrine valgono forse più della vita di milioni di persone che non
riescono ad arrivare alla fine del mese? Vale più la tutela delle vetrine del
diritto di esprimere il proprio dissenso, di protestare contro le guerre e di
rivendicare condizioni di vita dignitose?
Ancora una volta, la domanda non dovrebbe essere perché le persone scendano in
piazza, perché giovani e studenti si mobilitino collettivamente, perché
un’intera generazione rifiuti di accettare le condizioni che le vengono imposte.
La vera domanda è perché, di fronte a queste rivendicazioni, la risposta delle
istituzioni continui a tradursi nella violenza e nella repressione.
Scendere in piazza è quindi sempre di più una necessità, un dovere collettivo.
Perché non possiamo accettare che la guerra diventi normalità mentre le nostre
condizioni di vita peggiorano, che miliardi vengano destinati al riarmo mentre
milioni di persone sono costrette a scegliere tra pagare le bollette, fare la
spesa e arrivare alla fine del mese. Vediamo un vento di rivolta e rivoluzione
arrivare dal mondo intero, da paesi molto vicini al nostro; Francia, Spagna,
Albania, paesi nei quali le settimane di mobilitazione hanno messo in crisi i
propri governi. Un solo grido ci attraversa tutti: No alla guerra e sì per una
vita dignitosa.
Come Coordinamento Torino per Gaza, sappiamo bene, guardando alla resistenza
palestinese, cosa significhi lottare, cosa significhi resistere e cosa
significhi non arrendersi di fronte alla violenza. Sappiamo che le lotte non
sono separate, che ciò che accade in Palestina non è distante da ciò che viviamo
qui. La guerra e il genocidio in Palestina si inseriscono in un sistema di
dominio e di violenza che si alimenta anche attraverso il riarmo, l’economia di
guerra e politiche che scaricano il costo delle proprie scelte sulle vite di chi
lavora, studia e vive in condizioni di crescente precarietà.
Con la stessa forza e determinazione che abbiamo mostrato lo scorso anno con
Blocchiamo tutto, vogliamo tornare a bloccare. Bloccare questo sistema, fermare
la macchina della guerra, opporci a un modello politico ed economico che ci
vuole sempre più sfruttati, sempre più impoveriti, sempre più disposti a chinare
la testa.
Vogliamo bloccare l’Italia per l’Italia stessa, per la nostra liberazione, per
costruire un futuro in cui le risorse siano destinate alla vita e non alla
guerra, ai diritti e non al riarmo, alla dignità delle persone e non ai profitti
di pochi.
Domani scendiamo in piazza per scioperare, per bloccare, per opporci alla
repressione e per mettere un punto a tutto questo.
Contro il riarmo. Contro il carovita. Contro ogni guerra. Per la Palestina, per
la nostra liberazione.
Alcune voci dal corteo del 24 ottobre a Torino contro guerra, riarmo e carovita.
Il movimento contro il carovita e la crisi sociale in Francia non accenna ad
arrestarsi.
da Radio Blackout
Nonostante un importante impegno da parte delle forze dell’ordine per tentare di
disarticolare la forza di questa fase di mobilitazione contro il governo,
l’appuntamento è per sabato 31 ottobre per il terzo atto. Queste settimane hanno
posto alcune questioni importanti da analizzare, dalla possibile ricomposizione
di diversi settori sociali alla radicalità delle rivendicazioni. E’ interessante
anche vedere come il governo Macron non accenni ad arretrare. Quali bisogni del
movimento e quali prospettive?
Ne abbiamo parlato con Mathieu Rigouste, compagno e ricercatore in scienze
sociali in Francia