Nella dimensione psicologica del soggetto, il supporto fonografico assurge al
ruolo di feticcio totemico e protesi dell’Io. Non veicola soltanto la musica ma
incarna la presenza tangibile della realtà in un sistema percettivo altrimenti
sgretolato. Quando il feticcio scompare, il mondo interiore crolla nella
paranoia: il legame con la realtà si spezza, poiché l’oggetto non era un mezzo
di ascolto, ma il custode stesso dell’equilibrio mentale.
“Pace e luce, Chiara! Ho visto il tuo grafico dei trasporti e mi sono detto:
dioschifoso! va bene Gozzy Gozzy, tutto deve passare, ma anche i bus
Porcodiddio! Sei ancora lì a schivare i siluri e i coltelli alla schiena,
Chiara, l’Ego ti divora! Ti sei fidata dei serpenti e sei finita nell’incubo dei
veleni di partito. Non disperare, suona il sitar, prenditi 2 mg di acido
butirrico mescolato al mao inibitore e fai fluttuare i monopattini elettrici
fino alle sponde del Gange dove ci incontreremo. La politica è solo una lamata
di basse a 200 hertz che triggera la nota marrone. Luca Pasquaretta succhiaci
sto bastoncino d’incenso. Sempre tuo, Giorgio Arrisoni.”
Da giorni licei e istituti tecnici torinesi sono in occupazione contro la
riforma Valditara, i tagli alla scuola e la militarizzazione dell’istruzione.
Gli studenti denunciano le minacce del Prefetto, gli …
Perquisizioni domiciliari, accuse di diffamazione e misure di prevenzione per i
manifesti contro Marco Carrai. Tre attivisti nel mirino di un’inchiesta
giudiziaria a Firenze. Tre giovani militanti e simpatizzanti del …
Di seguito il comunicato pubblicato dall’Assemblea Studentesca delle scuole di
Torino in merito ai fatti degli ultimi giorni.
La quasi totalità delle scuole torinesi è in occupazione a partire dalla
settimana scorsa con l’intento di scendere in piazza tutte unite. Licei e
istituti tecnici da giorni sono l’epicentro della lotta studentesca contro la
riforma Valditara, il razzismo istituzionale, la guerra, la spesa per le armi,
per chiedere urgenti fondi per ristrutturare le nostre scuole, contro le scuole
trasformate in caserme e lo strapotere dei presidi.
In migliaia stiamo affermando i nostri diritti e soprattutto che vogliamo
contare! Che come studenti e studentesse vogliamo potere decisionale sulle
nostre vite e sulle nostre scuole.
Il Governo Meloni e il Prefetto di Torino ci attaccano senza rispondere alle
nostre rivendicazioni, cercando di dividerci tra “buoni e cattivi”. Minacciano
di intervenire contro le occupazioni e i nostri cortei. Rispondiamo che siamo
uniti più che mai è che la nostra lotta è compatta!
La lotta studentesca in maniera spontanea ha assunto anche forme nuove. Se una
parte degli studenti vede nelle strutture scolastiche un obiettivo da colpire la
colpa è di chi le ha fatte diventare delle caserme, di chi le ha rese
fatiscenti, di chi le ha definanziate per anni, di chi ha fatto finta di non
vedere che il razzismo istituzionale era sempre più forte.
Invece di chiedersi perché alcuni studenti arrivino ad odiare le proprie scuole,
i propri banchi, i propri professori, ci si inventa fantomatici “infiltrati” a
cui dare la colpa. Si guarda il dito e non la luna. Noi invece siamo consapevoli
che dietro a questi comportamenti spontanei c’è la voglia di contare, di farsi
sentire, di urlare che esistiamo. Dirigenti scolastici, professori, Prefetto e
Ministro dovrebbero chiedersi perché, invece di invocare manette e strette
repressive.
Il nostro movimento è fatto di rifiuto e contrapposizione, ma in questi giorni
di vita comune e occupazione, sta generando proposte concrete per una scuola
diversa da quella che il sistema ci obbliga a vivere. Laboratori, assemblee,
dibattiti sono la fucina in cui un mondo che vogliamo nuovo e collettivo sta
nascendo, questo è quello che fa più paura al potere, scoprire che chi si
pensava passivo e alienato invece ha vita, idee, voglia di mettersi in gioco.
Dalla Francia gli studenti ci hanno invitato a muoverci insieme e lo abbiamo
fatto, scoprendo che la nostra città può essere un esempio per tante altre in
Italia. Molti giornalisti benpensanti nelle settimane scorse guardavano
raccontavano con ammirazione le mobilitazioni al di là del confine, ora che sono
arrivate a casa loro e le hanno sotto il naso le oscurano e le criminalizzano.
La rivolta per loro va bene solo se la fanno in altri paesi per poi dirci che
noi non siamo maturi, che qui è diverso. Bene, ora che la prateria si è
incendiata anche qui dovranno farsene una ragione.
Alle minacce del Prefetto contro le occupazioni rispondiamo compatti che le
difenderemo, a testimoniarlo ci sono le montagne di banchi e cassonetti che
sbarrano gli ingressi. Diciamo che gli arresti di oggi contro gli studenti del
Levi e di Giaveno sono assurdi e criminali.
I presidi ci parlano di “esterni” come se le nostre occupazioni fossero fatte da
infiltrati. Questi fantomatici “esterni” non sono altro che studenti e
studentesse che da scuola a scuola si danno man forte a vicenda, creano legami e
solidarietà. Chi ha deciso che non possiamo confrontarci fra scuole diverse?
Forse si arrabbiano tanto perché per una volta la scuola è aperta a chi
decidiamo noi e non loro, è la frustrazione di chi vede il proprio potere
vacillare.
«Ho indossato il guanto nero sulla mano destra e Carlos quello sinistro dello
stesso paio. Il mio pugno alzato voleva dire il potere dell’America nera. Quello
di Carlos l’unità dell’America …
𝐂𝐇𝐈𝐔𝐒𝐔𝐑𝐀 𝐄𝐗 𝐈𝐋𝐕𝐀 – 𝐒𝐀𝐋𝐔𝐓𝐄 – 𝐁𝐎𝐍𝐈𝐅𝐈𝐂𝐇𝐄 –
𝐋𝐀𝐕𝐎𝐑𝐎 𝐃𝐈𝐆𝐍𝐈𝐓𝐎𝐒𝐎 – 𝐀𝐋𝐓𝐄𝐑𝐍𝐀𝐓𝐈𝐕𝐄 𝐄𝐂𝐎𝐍𝐎𝐌𝐈𝐂𝐇𝐄
Da decenni Taranto vive un conflitto che non dovrebbe esistere: quello tra
salute e lavoro. Sabato 17 ottobre: 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚 𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞!
Ritrovo alle 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟔:𝟎𝟎 𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚𝐥𝐞 𝐃𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐞.
La produzione siderurgica ha lasciato sul territorio un costo enorme in termini
sanitari, ambientali, sociali ed economici. Ed ha condizionato per troppo tempo
le possibilità di immaginare e costruire un modello di sviluppo diverso per la
città.
𝐏𝐫𝐞𝐭𝐞𝐧𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐞𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞
𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐢 𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐬𝐚𝐧𝐜𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚
𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚
𝐂𝐡𝐢𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨:
– chiusura del polo siderurgico e l’avvio di decontaminazione e riconversione
delle aree;
– bonifica dell’intero SIN di Taranto, con tempi, risorse e responsabilità
definite;
– intervento speciale dello Stato per Taranto e la sua provincia, che trasformi
i danni subìti in investimenti in: salute pubblica, servizi, ambiente,
conoscenza e qualità della vita;
– piano per il futuro di Taranto: formazione, ricerca, innovazione, nuove
competenze, riqualificazione professionale dei lavoratori e opportunità per le
nuove generazioni;
– rilancio sociale, culturale, ambientale ed economico del territorio, capace di
creare lavoro e nuove prospettive che garantiscano sia la salute che il lavoro.
Chiudere e bonificare è necessario. Ma non basta.
Taranto ha bisogno di costruire ciò che viene dopo.
Ora la voce passa a TARANTO
Consulta il documento della manifestazione qui: https://bit.ly/3VPYV3k
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞?
– Stampare la locandina da qui https://bit.ly/4jHROUq in formato A3 o A4 e
affiggerla nelle attività della tua zona
– Stampare i volantini da qui https://bit.ly/4y4lMFV in formato A5 fronte/retro
e distribuirli
– Condividere i post dei nostri canali social. Invitare contatti all’evento
Facebook che trovi qui https://www.facebook.com/events/1072582692435507
Come raggiungere piazzale Democrate?
Apri il link https://bit.ly/4rSQhNG e fatti guidare da Google Maps
Scopri l’itinerario cliccando qui https://bit.ly/4B1pB1o
#ondadelfuturo#taranto#exilva#manifestazione#TarantoLibera
Dopo la decisione della Cassazione francese, Gino si presenta alla polizia
tedesca. Si apre una nuova fase del caso Budapest. Solidarietà agli imputati e
opposizione internazionale al neofascismo. Giovedì sera …
In continuità con le interviste fatte in questi giorni agli agricoltori in
mobilitazione in tutta Italia, ci siamo collegate con Gabriele Ponzano,
presidente del nodo di Agricoltori Autonomi Italiani di Alessandria, e membro di
COAPI (Coordinamento Agricoltori Pescatori Italiani). Ponzano ci aggiorna
sull’ultima, partecipata assemblea dell’associazione, la scorsa settimana.
Da questo incontro è emersa chiaramente l’intenzione di muoversi insieme agli
agricoltori del sud Italia, ma anche ad altri cittadini e cittadine per opporsi
all’aumento dei costi di produzione, al caro energia e al carovita. Proprio in
questa prospettiva, sono diversi gli agricoltori e le agricoltrici che sabato 17
ottobre parteciperanno alla piazza chiamata a Torino ore 15 in piazza Castello.
La prima parte di Resetclub riserva il giusto spazio alla musica dub techno,
creando un’atmosfera profonda e ipnotica, ideale per l’inizio della puntata. Il
dirigibile elettronico solca così l’etere torinese, mentre diversi stili
musicali si alternano per lasciare l’ascoltatore in un piacevole limbo. Yashin
ha selezionato per voi le tracce di Last Life Frenk Dublin Thor Scientific
Dreamz Of U Fabrizio Lapiana Rookas Ray Kajioka Mariel Ito Marc Houle Ekman
Umwelt Demian Crossover Network Pav Anthony Rother. Label: Echo LTD AE
Recordings Pinkman Attic Music Semantica Denude Lone Romantic There Is A Light
Zodiak Commune Records A4H.
Non sappiamo se a qualcuno di voi lettori sia capitato di vedere il rendering
della nuova stazione internazionale di Susa. A primo impatto, per gli amanti del
genere, ricorda molto l’arena del secondo Hunger Games. Una struttura lucida,
asettica, piantato in mezzo a una valle martoriata (ma che i designer di TELT ci
tengono a ritrarre tutta verde, piena di alberi, assolutamente priva di tutta la
colata di cemento che piano piano sta invadendo il nostro territorio).
Ma i tributi, cari lettori, in questo film che purtroppo non è un film, siamo
noi. La valle, i suoi abitanti, chi da trent’anni si oppone a questo scempio.
Mercoledì 14 ottobre TELT ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale Europea il bando
per la stazione internazionale di Susa: 155 milioni di euro per un’opera
inutile, obsoleta prima ancora di nascere.
Ma parliamo dell’argomento preferito, parliamo di soldi.
Nel 2012, quando fu presentato il progetto, si parlava di 48,5 milioni. Poi ad
un certo punto si è passati ad 80. Oggi siamo arrivati a 155. Parliamo di più
del triplo in dieci anni. E non finisce qui: c’è pure la tranche opzionale per
tre anni di manutenzione, cioè altro denaro pubblico gentilmente regalato.
Ma d’altronde, cosa aspettarsi dalla macchina mortale che come un fastidioso
parassita continua a insinuarsi sul nostro territorio? E soprattutto cosa
aspettarsi dall’amministrazione segusina, che mai si è esposta contro
quest’opera né interessata alla salute e al benessere dei suoi cittadini?
Nel siparietto da circo che si erge attorno a quest’ennesimo futuro cantiere che
attanaglierà la Val di Susa, c’è anche Bussoleno, dove, secondo la sindaca
Zoggia (la quale ora è molto arrabbiata per non aver avuto la sua fetta di
torta) la stessa stazione sarebbe costata meno di 10 milioni se costruita nel
suo comune, sfruttando in parte lo snodo già esistente.
Insomma, oltre al danno la beffa, in una valle che avrebbe proprio bisogno di
tutti quei soldi per risolvere ben altri evidenti problemi, a partire dalla
sanità e dall’istruzione, passando per un possibile potenziamento della già
esistente linea ferroviaria.
Ma come al solito, le decisioni vengono prese altrove, dall’alto, sulla nostra
pelle.
Non che la stazione la volessimo a Bussoleno, sia chiaro: non la vogliamo da
nessuna parte, però diciamo che manca proprio il buon senso. Non siamo stupiti,
ma ogni tanto superano le aspettative.
Intanto, mentre loro parlano di soldi, di dove costruire la loro arena dentro
alla quale potremo combattere all’ultimo sangue per un tocco di pane, fuori dai
cantieri e dalle sale decisionali la gente comune fa i conti con la realtà. Per
andare dal benzinaio conviene prima fare un salto a mano armata in banca, perché
abbiamo ormai superato i 2 euro al litro, le famiglie faticano ad arrivare a
fine mese e a fare la spesa, e con l’arrivo dell’inverno i costi dei
riscaldamenti toccheranno le stelle.
Dei veri e propri giochi della fame sulla pelle dei pochi, di chi ingiustamente
non ha voce in capitolo.
Da trent’anni ci propinano la favola delle merci che passano dalla gomma alla
rotaia, ma ribadiamo che i numeri li smentiscono ogni volta. Nel 2008 sulla
linea storica del Frejus passavano 4,6 milioni di tonnellate di merci. Le
previsioni ipotizzavano un raddoppio in dieci anni, con tassi di crescita del
3,3% annuo — superiore a quello del PIL — e coefficienti di elasticità degni di
un esercizio di fantasia dei migliori. Gli stessi tecnici della Comunità Montana
le definirono anomale. E infatti: la saturazione della linea storica è stata
spostata dopo il 2030. Nel frattempo, per far quadrare i conti, hanno aggiunto
treni regionali e metropolitani al conteggio, quanto bastava per far apparire i
numeri sostenibili.
Oggi la realtà è ancora più brutale.
I collegamenti dall’Alta Valle, da Bardonecchia e dalla Francia con la stazione
di Susa richiederanno autobus e camion, alla faccia del riequilibrio modale. E
comunque chiunque abbia un minimo di buon senso sa che le merci su rotaia
arrivano solo se la stazione è attaccata ai luoghi dove le merci devono entrare.
E non è questo il caso.
Mentre si pubblica il bando per Susa, i cantieri sono un cimitero di promesse
non mantenute e di scheletri di progetti incompleti.
In Italia non è stato scavato un metro di tunnel e la Francia stessa è dubbiosa.
La cara talpa Viviana continua a scavare 1,5 metri al giorno contro i 12
previsti, nonostante Manuela Rocca, vicedirettrice generale di TELT, alla
conferenza tenutasi con la cittadinanza a Susa, sostenga che non ci saranno
ritardi.
Pare un po’ una presa per i fondelli.
I 155 milioni della stazione di Susa sono l’ennesima tassa che paghiamo per un
progetto imposto dall’alto, che da trent’anni promette un futuro di sviluppo e
prosperità che fatichiamo a vedere. La partita per fermare questa follia
continua ad essere aperta.
NO TAV. Ora e sempre.
Questa settimana in Francia alla protesta studentesca si sono unite diverse
università con la partecipazione di istituti che nella storia non hanno mai
scioperato.
Le caratteristiche di questo movimento sembrano piuttosto inedite, così come lo
attesta una possibile convergenza di cui si avrà un primo riscontro sabato 17
ottobre, tra componente studentesca, lavoratori e dimensione legata al movimento
dei Gilet Jaunes.
Ne parliamo con Luna, docente e ricercatrice a Paris VIII
ABITARE IL CAOS A PARTIRE DAL TETTO, DOVE RITROVARSI STRALUNATI
Una rassegna organizzata dai compagni di El Paso Occupato ci pone di fronte
all’obbligo di improvvisare qualche parola sensata su un film culto, che è stato
impronta per il resto degli anni Novanta e che ha ispirato il nome della nostra
trasmissione: costretti a rievocarlo e promuoverlo (spoilerando per poter
trovare nel suo finale una spiegazione al suo successo) dopo vari anni
dall’ultima visione e aggrappandoci al ricordo, perché abbiamo scoperto un’ora
prima della trasmissione – perché storditi e distratti da innumerevoli stimoli
diversi – che questa sera stessa 8 ottobre proprio il film Delicatessen sarebbe
stato proiettato negli spazi di via Passo Buole. Ne è scaturito questo surreale
scambio di idee e sensazioni, che comprendono considerazioni sul cannibalismo
(da Tabù a Il Gran Bollito, ma anche il cibo come disperato oltrepassamento di
ogni limite de La Grande Abbuffata, citati alla rinfusa sulla falsariga
dell’antropofagia di Delicatessen, fino alla colta citazione che però più si
avvicina al film di Jeunet e Caro: Il Mistero di Sleepy Hollow, ambientato in
una casa con le cantine teatro degli sgozzamenti del barbiere di Tim burton),
sui padroni di casa in una Francia postapocalittica scavata nel grottesco
putrido, ma anche sullo stimolo della fame, che coinvolge tutti e convince alle
nefandezze, finché l’amor vicit omnia. E questo finale da innamoratini di Peynet
sarebbe il messaggio, a ben vedere, di un film dove un ex clown sopravvive
grazie alla sua abilità di artigiano versato in ogni mestiere e il segreto del
suo attrezzo – un coltello di scena che magicamente torna al lanciatore – salva
la comunità dal cattivo macellaio, con l’aiuto dei vegetariani “trogloditi” dei
sotterranei. Una favola con lieto fine immersa nel gore, ma soprattutto in
dettagli di oggetti, situazioni, strumenti “iconici” prima che l’aggettivo
diventasse una parolaccia. I critici di “Taxi Driver” scrivono: «Il fulcro del
cambiamento non è il personaggio, ma l’assetto stesso del film. L’incipit è
dominato da un registro cupo e macabro, espressione di una comunità che ha
deliberatamente adottato una visione del mondo deformata e violenta. Tale
impostazione viene subito problematizzata: l’opera è presentata come una scelta
fallace, e la trama si dedica a mostrarne il progressivo superamento.Il
mutamento di tono non costituisce un semplice espediente stilistico, ma
rappresenta la conseguenza diretta dell’introduzione di una figura capace di
reintrodurre dinamiche vitali all’interno del gruppo». Ecco: il messaggio di una
potenziale palingenesi salvifica prodotta dall’irruzione di un’interpretazione
diversa (la clownerie della tradizione transalpina) del mondo persino a partire
da un abisso di abiezione –moltiplicata dal tabù del cannibalismo – come quello
introdotto all’inizio della pellicola.
AMALGAMARE IL COACERVO TEMPORALE, MA CON LA SENSAZIONE CHE LA DIFFERENZA DEI
MONDI SIA DI CLASSE
A completare l’aura transalpina della pellicola di Jeunet e Caro, che 35 anni fa
erano fumettisti e pubblicitari – esponenti di un mondo che avrebbe influenzato
enormemente il cinema – alla ricerca di un linguaggio che arrivasse surrealmente
a dipingere il mondo capitalista che si stava mangiando tutto, perché il cibo
cominciasse a capire quale fosse il suo ruolo, abbiamo accennato a un’altra
piccola chicca realizzata da Pascal Bonitzer, il bravo ragazzo di bottega dei
“Cahiers du Cinéma” subentrato alle responsabilità della redazione quando i
ragazzi della Nouvelle Vague passarono alla regia. Ha proseguito il suo ruolo di
epigono della cultura francese e ultraottantenne ha realizzato Maigret – L’amore
e la morte (Maigret et le mort amoureux), un film tratto dal romanzo del 1960
di George Simenon Maigret et les vieillards, ritradotto da Adelphi come Maigret
e i vecchi signori nel 2008, ma più efficacemente proposto da Mondadori nel 1962
come Maigret e gli aristocratici. Perché insistere su questa filologia
apparentemente accademica? Perché il film, come il libro, si cimenta con
un’operazione che è denunciata da una battuta disegnata da Bonitzer sul
personaggio del vecchio reverendo con palandrana (riconducibile al mondo di
Bernanos): «Alcuni non vivono lo stesso tempo», per legittimare lo scrupolo
della governante, che avrebbe sparato al già cadavere ex ambasciatore per
consentirgli esequie cristiane, che sarebbero state negate a un suicida in
un’epoca passata, benché aristocratico. Ma Bonitzer rende esplicito che non si
trattava di un suicidio, mentre Simenon lascia in sospeso. Quello che sia
Simenon che Bonitzer (entrambi animati dalla stessa repulsione per il mondo
aristocratico) intendono mettere in scena è la compresenza di molte epoche, un
tempo diegetico composito del plot e dei protagonisti scaturiti da decenni
diversi, interrelandosi, emissari di molteplici epoche di una Parigi composita,
attraversata da figure ritagliate dagli stereotipi dei vari decenni a cominciare
dagli anni Quaranta fino al vituperato – dai puristi – spostamento
dell’intreccio letterario dagli anni della Nouvelle Vague ai primi anni Duemila
del film, dove la Francia di tutte le epoche interagisce, ponendo al centro la
figura di Maigret che ha attraversato molti decenni e infiniti interpreti, in
questo caso è un accademico di Francia della Commèdie (come si tiene a
specificare nei titoli), il cui abbigliamento, i modi proverbialmente compassati
si stagliano sulla scena senza appartenere a nessun tempo.