L’Italia del dopoguerra è attraversata da un conflitto sociale profondo. Nelle
campagne si moltiplicano gli scioperi e le lotte dei braccianti, nelle fabbriche
aumentano le vertenze operaie, mentre il governo …
LA TORRE DI BABELE
BAROCCHIO SQUAT - - strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(sabato, 12 settembre 22:30)
È BELLAVITA IL BAR SEI TU!
LASCIA IL CANE AL CASA
CENA BELLAVITOSA
Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno - Mezcal Squat, Parco della Certosa,
Collegno
(mercoledì, 26 agosto 18:00)
Dalle 18:00 cucina aperta. La cena è BELLAVITA: porta ciò che vorresti
mangiare/bere e condividilo.
Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si
basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti
trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.
SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!
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COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT
BUS : 33 - CP1 - 76
TRENO : FERMATA COLLEGNO
METRO : FERMI
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NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
Traduciamo dal sito inglese UnHerd questo articolo di Tobias Jones, frutto di un
reportage a Torino ed in particolare nel quartiere Vanchiglia, nella primavera
di quest’anno.
Lo facciamo per alcune ragioni che crediamo necessitino alcune precisazioni. La
prima è di completezza, infatti alcuni giornali locali lo hanno usato per
generare notizie e articoli di tipo sensazionalistico, omettendo, nella
maggioranza dei casi, i numerosi spezzoni di interviste ad abitanti ed attivisti
del territorio, curvando il senso generale del reportage alle necessità della,
ormai e perlopiù, stampa di regime. Almeno, nella lettura completa, le persone
interessate potranno carpirne il senso e trarne le proprie critiche. La seconda
è perchè crediamo che restituisca l’idea del “clima” che respira Torino e il
quartiere Vanchiglia in questo ultimo anno. Militarizzazione e vessazioni
autoritarie, che però non cancellano lo spitito di una parzialità di città che
si sente “torinesemente” ribelle, partigiana. Un immaginario comune sotto la
Mole, che più che “anomalia” pensiamo abbia la capacità di essere “esempio” di
come la normalità del potere può essere ribaltata. Tutto ciò al netto di
considerazioni, analisi e giudizi dello scrittore su Torino e la sua storia di
lotte, che a tratti troviamo mutuati da luoghi comuni, inesattezze e letture
perlopiù derivate da come la controparte ha riscritto quelle storie, piegandole
ad una narrazzione giudiziaria e manichea tipica dello Stato. Buona lettura!
Negli ultimi mesi, il quartiere torinese di Vanchiglia ha iniziato ad
assomigliare a Belfast al culmine dei Troubles. Camionette antisommossa dei
Carabinieri in coppia presidiano l’inizio e la fine di una dozzina di angoli di
strada. Non c’è un bar senza qualche poliziotto dentro o fuori. E, in una certa
misura, non è una novità. Nel corso dei secoli, Torino ha sempre attirato i
radicali — e, a sua volta, ha assistito alla repressione. Con le Alpi innevate
così vicine, la città ha attratto fuorilegge, e rifugiati ebrei e protestanti,
che avevano una chance combattiva per fuggire in Francia o in Svizzera se i
Duchi di Savoia avessero iniziato una caccia ai capri espiatori. È anche il
luogo dove Antonio Gramsci studiò e poi insegnò; dove la resistenza italiana
combatté i nazisti; e dove, negli anni Settanta, sindacati e radicali di estrema
sinistra, in gruppi dai nomi come Lotta Continua, Avanguardia Operaia e
Autonomia Operaia, sfidarono la potenza industriale della Fiat e degli Agnelli.
Nell’ultimo anno, l’ultimo scontro di Torino — tra lo Stato da un lato, e
un’alleanza di “comitati di quartiere” anarchici e manifestanti filo-palestinesi
dall’altro — si è andato intensificando. Lo scorso novembre, uno degli imam di
Torino, Mohammed Shahin, è stato arrestato e mandato in Sicilia, in attesa
dell’espulsione verso la sua terra d’origine egiziana, sebbene la sua
deportazione sia stata poi bloccata. Torino è gemellata con Gaza dal 1998, e
l’organizzazione Torino per Gaza porta regolarmente centinaia di migliaia di
manifestanti in strada.
Manifestanti radicali in marcia nel centro di Torino. (Tobias Jones)
Poi, il 18 dicembre 2025, in seguito a ordini emessi dal Ministero dell’Interno
e coordinati dal capo della Polizia, le truppe hanno fatto irruzione nel centro
sociale “Askatasuna”, nel cuore di Vanchiglia, e sgomberato tutti i suoi
occupanti. Ciò ha posto fine a quasi 30 anni durante i quali l’occupazione — il
nome significa “libertà” in basco — era diventato un punto d’incontro per gli
attivisti ambientali. Da allora ci sono stati scontri continui. Quando l’ho
visitata in occasione della parata del 1° Maggio, i sostenitori di Askatasuna e
la polizia antisommossa si sono scontrati. Scudi e manganelli contro aste di
bandiera e bottiglie di birra, e io ho preso la mia doccia d’obbligo
dall’idrante di una camionetta della polizia.
Due forze distinte si stanno schierando l’una contro l’altra: le autorità, che
ricevono ordini dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e i gruppi di
“autonomi” e “attivisti” che cercano di piantare quante più bandiere palestinesi
possibile. Lo scontro è asimmetrico perché la Presidente del Consiglio Giorgia
Meloni si sta dimostrando più duratura di quanto chiunque si aspettasse. Eletta
nell’ottobre 2022, le mancano solo poche settimane per battere il record del
governo più longevo nella storia Repubblicana Italiana. Nonostante la recente
sconfitta nel referendum sulla riforma della giustizia, e nonostante sia caduta
in disgrazia presso Donald Trump, Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia
sembrano saldamente al comando.
Eppure, se lo scontro è impari, l’esito non è scontato. “I governi si fanno a
Roma,” si vantava un tempo Torino, “ma cadono a Mirafiori.” Un riferimento alla
mega-fabbrica Fiat, a sud del cuore barocco di Torino, che un tempo impiegava
oltre 60.000 lavoratori. Il patrimonio operaio della città è svanito negli
ultimi decenni, e la sinistra tradizionale è comunque disprezzata dagli
occupanti di “Aska”. Questi attivisti non aspirano a cambiare un governo: perché
non credono nella democrazia tradizionale né tantomeno nello spettro politico in
quanto tale. Tentano invece un associazionismo dal basso che fa eco ad alcune
delle tradizioni più radicali della loro città.
***
Torino disorienta. La sovrapposizione dei suoi quattro fiumi sinuosi su viali
perpendicolari le dà l’aria di un tabellone del gioco dell’oca. Con la Basilica
di Superga sull’altra sponda del Po, e palazzi reali tutt’intorno — i Duchi
della città divennero Re d’Italia — è un luogo grandioso ma sfuggente.
Politicamente, tuttavia, le credenziali di sinistra di Torino sono sempre state
chiare, non da ultimo per l’eredità della Resistenza bellica. Oltre 1.000
partigiani locali sono sepolti nel “Campo della Gloria” nel cimitero monumentale
della città.
Oggi, però, l’antifascismo manca di una definizione al di là dell’ovvio, ed è
comunque politicamente poco utile: non si può costruire il futuro su una
negazione. Inoltre, la proliferazione di assemblee cittadine in tutta Torino,
non da ultimo a Vanchiglia, suggerisce che i radicali della città siano oggi
meno ispirati da Gramsci che da David Graeber. L’antropologo americano in prima
linea nelle proteste di Occupy, Graeber immaginava “un anarchismo nuovo, aperto
e pragmatico”, e parlava degli edifici occupati come di “un esercizio nella
politica del mutuo soccorso, della solidarietà e della cura. Un semplice, non
autorizzato atto d’amore.”
In molti sensi, l’Italia è stata pioniera degli spazi autonomi, sia in teoria
che in pratica. I primi CSA — “centri sociali autogestiti” — erano occupazioni
politiche organizzate dai radicali di estrema sinistra negli anni Settanta. Ma
oltre ai centri sociali, sperimentarono anche il “ritorno alla terra”. I
procuratori antimafia iniziarono a confiscare edifici e fattorie della
criminalità organizzata, e molti radicali si aggiudicarono bandi per avviare
comunità di recupero e spacci agricoli.
Gli antifascisti trascinano un busto di Mussolini per una strada di Torino.
(Fototeca Gilardi/Getty)
Ma se l’Italia è stata all’avanguardia nel congregazionalismo anarchico, è stata
pioniera anche nella repressione. A Genova, nel 2001, un uomo fu ucciso e una
scuola fu perquisita dalla polizia antisommossa alla ricerca di un illusorio
“black bloc” anarchico. Ora Meloni ha intensificato il ritmo della repressione.
Nell’agosto 2025, a Milano, il centro sociale Leoncavallo è stato sgomberato nel
suo cinquantesimo anniversario. A Genova, l’estate precedente, anche la Burrida
— un centro simile, dal nome di uno stufato di pesce locale — è stata perquisita
e sgomberata.
È possibile che Meloni stia subendo pressioni in tal senso da parte di Roberto
Vannacci, ex generale dell’esercito e minaccia incombente sul suo stesso fianco
destro. Ma quale che sia la causa di questi blitz, è chiaro che il caso
Askatasuna è diverso, non da ultimo per il modo in cui è stato a lungo in prima
linea nella protesta ben oltre Vanchiglia. Centrale in questo attivismo è
l’opposizione al cosiddetto “TAV”, acronimo italiano di “treno ad alta
velocità”, il progetto promette infine un nuovo collegamento ferroviario tra
Torino e Lione. Ma con le Alpi di mezzo, le incontaminate valli montane attorno
a Torino sono state sconvolte dai disordini, con scontri campali tra attivisti
No-TAV e polizia antisommossa che hanno portato a migliaia di arresti.
Forse per la sua sfumatura ambientalista, il movimento No-TAV ha guadagnato
sostenitori anche al di fuori della sinistra radicale. Un’attivista, Martina, lo
descrive come “davvero popolare”, capace di riunire “sindaci, cattolici e gente
comune”. Negli ultimi anni, intanto, anche la guerra a Gaza ha alimentato
l’indignazione locale. La criminalizzazione della protesta — con alcune parole
del tutto vietate — fa sì che molti torinesi siano furiosi. “Cosa dovremmo
fare?”, chiede un attivista di nome Karim. “Aspettare che siano tutti morti
prima di dire che è un genocidio?”
L’architettura peculiare di Torino offre luoghi di ritrovo per questi gruppi
diversi ma spesso sovrapposti. A causa della massiccia immigrazione dal Sud
durante il boom postbellico torinese, questa città fra le più industriali
d’Italia conta decine delle cosiddette case di quartiere, oltre a una serie di
circoli operai e case del popolo.
Martiri di sinistra all’Askatasuna. (Tobias Jones)
L’ex edificio di Askatasuna si trova a soli due minuti a piedi dalle sponde del
Po. Un vasto palazzo color ciliegia, che affaccia squadrato sul traffico
frenetico di Corso Regina Margherita, circondato da scuole. Data l’intensa
presenza di polizia, questo costringe genitori e bambini a passare ogni giorno
attraverso posti di blocco. Eppure l’area dietro l’edificio è pedonale, ed è
qui, fiancheggiata da muri decorati con ritratti di martiri antifascisti, che
Askatasuna continua a fare il suo lavoro di sensibilizzazione.
Riccardo arrivò nel 2006, 10 anni dopo la prima occupazione di Askatasuna. “È
qui che ho trovato ospitalità”, dice. È alla fine di un “laboratorio” all’aperto
sul reimmaginare l’educazione. Trenta persone — dai bambini ai pensionati — sono
rimaste sedute in cerchio tutto il giorno. I Carabinieri, la forza di polizia
nazionale militarizzata italiana, fanno rombare i motori a entrambe le estremità
della zona pedonale, rendendo difficile sentirsi.
Alla fine del workshop, Riccardo descrive Aska come una sorta di punto d’ascolto
“portaci i tuoi bisogni”, quello che lui e i suoi compagni chiamano uno
sportello. Le persone passano con un problema, e il gruppo aiuta a trovare una
soluzione. Una donna che non può permettersi di riparare una perdita viene messa
in contatto con un idraulico che lavora gratuitamente. A una vittima di sfratto
viene trovato un alloggio d’emergenza.
Gianluca Vitale, avvocato che rappresenta Mohamed Shahin e diversi attivisti
No-TAV, sostiene che periferie emarginate come queste — spesso con ampie
popolazioni immigrate — vengono messe sotto pressione per ragioni di “decoro
urbano”. Torino si sta gentrificando rapidamente, in gran parte grazie alle
start-up tecnologiche e al turismo, e le sacche di “marginalità”, che pagano
affitti bassi con contratti precari, sono bersagli facili per i politici di
Fratelli d’Italia che invocano la “riqualificazione”.
Attraverso tutto ciò, gli attivisti sono appassionatamente e ideologicamente
contrari a coinvolgere lo Stato nelle loro questioni. “C’è un enorme problema di
spaccio e delinquenza nel nostro quartiere”, ammette uno di loro. “Ma non
chiamiamo la polizia perché conosco il mio vicino.”
***
Al suo apice del dopoguerra, Mirafiori copriva tre milioni di metri quadrati del
lato sud di Torino, l’equivalente di 420 campi da calcio. All’interno, circa
60.000 operai incollavano, saldavano e rivettavano lungo quasi 25 miglia di
linee di montaggio. Ciò che producevano erano automobili: milioni di esse. La
Fiat era la fabbrica più importante d’Italia, e i proprietari dell’azienda, gli
Agnelli, erano ricchi come sovrani. Possedevano anche la Juventus, il gioiello
calcistico di Torino e la squadra più famosa d’Italia.
Nato nel 1943, in una cittadina a ovest di Milano, Pietro Perotti lasciò la
scuola a 11 anni. Andò presto a lavorare in un panificio, svegliandosi alle 2
del mattino e lavorando fino a mezzogiorno. Nel 1969, non molto più alto di
quanto fosse a 11 anni, si trasferì a Mirafiori, lavorando come manutentore in
officina. Un giorno, Perotti si stava spostando tra i reparti quando vide gli
operai meridionali dare inizio a una forma innovativa di protesta. Alcuni,
ricorda, “presero un bidone d’olio vuoto e iniziarono a percuoterlo come un
tamburo”. Altri si unirono, mentre si diffondeva la voce di un infortunio o di
una lamentela. Questi ex mezzadri, appena arrivati dalla Sicilia o dalla
Calabria e disorientati dalle catene di montaggio tayloriste, usarono persino i
loro attrezzi per iniziare a “fabbricare trombe, fischietti e strumenti
musicali”.
In tutto ciò, Perotti vide una ricreazione delle “feste dei santi” del Sud,
“dove il sacro e il profano coesistono”. Fu la svolta della sua vita, perché
capì che l’ordine delle cose doveva essere ribaltato attraverso l’allegria sul
posto. Perotti iniziò a disegnare graffiti politici nei bagni. La sua arte —
Marx appeso sul frontespizio della fabbrica, Agnelli con i pantaloni calati —
veniva realizzata in officina.
Ma nel corso degli anni Settanta, l’atmosfera si oscurò. Durante gli Anni di
Piombo — gli anni del terrorismo estremista sia di sinistra che di destra, con i
servizi segreti italiani annidati oscuramente nel mezzo — molti operai idealisti
furono attratti da attentati ed esecuzioni. Perotti, dal canto suo, aderì sia a
Lotta Continua che ad Avanguardia Operaia, due gruppi in seguito accusati di
indirizzare gli attivisti verso la lotta armata.
“Qui, a Mirafiori, eravamo in sette in una cellula operaia,” ricorda Perotti.
Gli fu ordinato di darsi alla clandestinità, ma rifiutò. Cinque del suo gruppo
di sette finirono nelle Brigate Rosse, il più famigerato gruppo di estrema
sinistra, che nel 1978 avrebbe rapito e ucciso Aldo Moro, ex primo ministro
italiano. Quanto a Perotti, rimase alla Fiat fino al 1985, organizzando proteste
invisibili come il “salto della scocca” — quando ogni 10 automobili che
passavano sulla linea di produzione, una veniva ignorata.
Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro a Roma nel 1978. (Keystone/Getty)
Forse perché visse i sanguinosi anni Settanta, Perotti è frustrato dalla natura
conflittuale delle proteste di Askatasuna. Sostiene invece che l’agitazione ha
bisogno di ironia, e che nella manifestazione del 1° Maggio i manifestanti
“avrebbero dovuto prendersi gioco di loro”, trovando nuovi slogan di disprezzo e
dando “biscotti ai bambini da offrire alla polizia antisommossa”.
Certamente, Perotti è un abile manipolatore della narrazione politica
contemporanea. I suoi pupazzi di gommapiuma di Trump e Meloni sono stati spesso
pubblicati dai giornali, accanto alle solite immagini di manganelli e gas
lacrimogeni. Ma non è l’unico a cercare di incanalare la rabbia in direzioni
positive. Ortensia, parte del Comitato di Vanchiglia, un altro “comitato” di
base, è una psicologa che dice che lei e i suoi colleghi cercano di trovare
parole “che arrivino a tutti, che siano gentili, e di non usare parole come
‘battaglia’.”
Ma il clima si sta oscurando. Ortensia descrive “una polarizzazione” in cui né
la polizia né i manifestanti possono fare marcia indietro. Una sua amica,
un’inglese, mi racconta che, un anno fa, il Comitato parlava solo di aiuole con
gli anziani; ora si trovano in una zona militarizzata a farsi controllare i
documenti.
I carabinieri sono sempre più comuni nelle strade di Torino. (Tobias Jones)
Al tramonto, mi fermo in una casa di quartiere a San Salvario, un quartiere di
lunghe strade e densi caseggiati del dopoguerra. La casa un tempo era l’antico
bagno pubblico, ed è ora un’altra sede di quartiere dall’aria alternativa, tutta
street art, ping pong, adolescenti rumorosi e nonne con i passeggini. Lì
incontro Nicoletta, Rosa e Giulia, parte di un’organizzazione informale chiamata
Mamme in Piazza. Queste madri — una dozzina in tutto — si sono unite dopo aver
visto i loro figli criminalizzati durante le proteste No-TAV. La loro intenzione
non era scusare il crimine, ma capire i propri figli e la rabbia che li animava.
“Non sempre condividiamo le pratiche della lotta,” dice Rosa, “ma difendiamo la
lotta dalla repressione.”
Queste madri parlano molto di rabbia: rabbia con i figli, con i coniugi, con se
stesse, verso lo Stato e la sua repressione. Ma come spesso accade quando le
madri scendono in piazza, vengono ascoltate perché hanno un linguaggio che, come
dice Nicoletta, “non è studiato: è emotivo, istintivo, ingenuo se vogliamo su
certe cose”. Le donne hanno usato megafoni fuori dal carcere cittadino, e hanno
partecipato a innumerevoli marce con i loro striscioni. Organizzano regolari
concerti dai balconi. “Ci asteniamo dal giudizio,” dice Rosa, “ma vediamo un
“loop”. Una repressione esagerata e spaventosa ti radicalizza. Ti fa incazzare.”
***
Il fatto che persino queste madri pacifiche imprechino mostra il livello di
rabbia nella città. C’è un profondo malcontento per il disagio economico e la
persecuzione giudiziaria, e i radicali di Torino hanno perso ogni fiducia nel
fatto che la politica tradizionale possa offrire soluzioni. L’ultima volta che
accadde, 50 anni fa, molti rivoluzionari frustrati si trasformarono in assassini
armati. Nessuno si aspetta che il caos degli anni Settanta ritorni — ma la
questione della violenza è il punto in cui il dibattito quasi sempre finisce per
arenarsi.
Da parte sua, la destra accusa i manifestanti di una serie di reati, indicando
l’irruzione negli uffici del giornale La Stampa, e un attacco a un poliziotto
nel mese di gennaio, come prova che il loro movimento sia immancabilmente
violento. Ma se lo si fa presente ai membri di Askatasuna, la risposta rovescia
l’accusa. “Per noi,” dice Riccardo, “‘conflitto’ è un termine chiave. Ma oggi
esiste un sistema che infligge violenza quotidiana a tutti i cittadini che
vivono nelle nostre comunità.”
Il tanto sbandierato “Pacchetto Sicurezza” di Meloni dovrebbe risolvere tutto
questo. Questa nuova legislazione sulla sicurezza, approvata nel febbraio 2026,
consente la creazione di “zone rosse” con presenze militarizzate, e legittima
l’arresto preventivo. Torino è centrale in questa crociata. Prima capitale
dell’Italia unita, e patria dei Re e della Fiat, non può permettersi di fallire
su qualcosa di semplice come “l’ordine pubblico”.
Per Vitale, l’avvocato, questo è un terreno pericoloso. “Stiamo parlando,” dice,
“di argomenti particolarmente delicati e della manifestazione di un pensiero.”
Sostiene che “un’opinione può non essere condivisa [da voi] ma resta
un’opinione. Un’opinione non può essere punita, non costituisce un reato.”
“Sembra,” aggiunge Vitale, “che a Torino stiamo assistendo a uno scontro tra
visioni rivali dello Stato: o la legislazione governativa è sottoposta a ciò che
è legale secondo la Costituzione, oppure è la magistratura a dover obbedire a un
atto legislativo.”
Quello scontro tra magistratura ed esecutivo è antico, ma per chi vive a
Vanchiglia stessa, la situazione appare bizzarra. Quando si parla con le madri
fuori dalle scuole, mentre accompagnano i figli, raccontano di essere insultate
dalla polizia. “Ha il diritto di stare zitta,” pare abbia detto un agente a
Ortensia.
A un angolo di strada mi imbatto in Alice Ravinale, rappresentante dell’Alleanza
Verdi e Sinistra nel parlamento regionale. “È tutta solo scena,” dice, indicando
due camionette antisommossa con le luci blu lampeggianti. “Ogni giorno ci
chiediamo di cosa abbiano paura.” La risposta, forse, è che hanno paura di
persone che rifiutano di riconoscere la necessità della loro presenza. Questa,
come sa bene Perotti, è la miglior forma di attacco: non prendere troppo sul
serio le figure d’autorità.
TRIANGLE OF SADNESS - RESTEREMO QUA - RASSEGNA POPOLARE IN BARRIERA DI MILANO
Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9
(giovedì, 27 agosto 21:30)
Triangle of Sadness (2022), diretto da Ruben Östlund, segue una giovane coppia
di modelli e influencer invitata a bordo di una lussuosa crociera insieme a un
gruppo di passeggeri ricchissimi e decisamente eccentrici.
Quella che sembra una vacanza da sogno si trasforma in una commedia nera e
grottesca che mette alla berlina ricchezza, bellezza, status sociale e rapporti
di potere, ribaltando continuamente le gerarchie tra chi comanda e chi serve.
🌃🐠Resteremo Qua - Rassegna popolare in Barriera di Milano🐠🌃
Per chi non ha in programma fughe marittime, questa estate vi aspetta Ost
Barriera l’ultimo appuntamento delle proiezioni all’aperto per grandi e piccini.
Pop corn, aperitivi e drink ghiacciati per combattere insieme il caldo e la
solitudine estiva torinese!
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Dopo una stupenda e partecipata 1° edizione, che ha creato bellissime nuove
conoscenze e connessioni, eccoci tornare con una 2° edizione 💥
Ancora una volta troverete banchette, presentazioni, workshop, spettacoli,
mostre, musica, asta, cibo e bar.
Due giorni dedicate alle lotte, all’antispecismo, alla solidarietà, attraverso
grafiche, serigrafie, editoria e molto altro.
Due giornate in sostegno di due rifugi antispecisti Grugno Clandestino e Tana di
Yuma.
PROGRAMMA
12 SETTEMBRE 2026
H15.30 APERTURA PORTE
workshop
di cianotipia con “cirrosi empatica”
H16.30 presentazione
“lo spazio urbano come terreno di conflitto” di Bianca Fusco
H17 workshop
fumetto e storytelling con “tempio laboratorio”
H18.30 presentazione
“Luna brutalista” (eris) di luigi filippelli e Samuele canestrelli
H20 teatro spettacolo
“il colloquio” di “collettivo lunazione”
H21.30 live painting musicato
con Samuele canestri
H22.30 dj set
con erro
durante tutta la giornata:
banchetti, musicisti, bar e cibarie
13 SETTEMBRE 2026
H15.30 APERTURA PORTE
workshop
di stampa di rilievo con “lunamoonie”
H16.30 lab bimbə
letture e disegni con Eliana de “Laika e i cani venuti dallo spazio” (cronache
Ribelli) di Francesco velardi e Francesca mantuano
H17.40 presentazione
“zampe sporche” fanzine autoprod. benefit agripunk
H18.30 incontro e dialogo
“attivismo antispecista e rivolta animale” insieme a Marco Reggio e attivistə
dei rifugi Grugno Clandestino e Tana Yuma
H20 asta
benefit opere donate da artistə messe all’asta
battitora miss katena lorina
alla console FeelDaMusic
durante tutta la giornata:
banchetti, musicisti, bar e cibarie
Qui di seguito le info per partecipare al festival in ricordo di Renato Biagetti
da Radio Onda Rossa.
20 anni di Rabbia e Amore
20 anni per Realizzare Sogni
20 anni per Resistere
20 anni contro ogni fascismo
𝟮𝟳 𝗔𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼 • 𝗙𝗼𝗰𝗲𝗻𝗲
𝟯_𝟰 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗔𝗰𝗿𝗼𝗯𝗮𝘅
𝟱 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗖𝗼𝗿𝘁𝗲𝗼 + 𝗣𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗦𝗰𝗵𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿
♡ Venti di Renato. Una comunitá che da quel giorno si muove per essere tempesta
e soffiare via ogni forma fascismo. Perché non accada mai piú! Perché abbiamo
scelto di stare dalla parte giusta della storia. Quella della Vita e della
Libertá per tuttə. Renoize sarà ancora una volta Festival Antifà, il posto dove
esserci tuttə. Un ventennale che non sará una celebrazione, ma costruzione, il
passo sicuro di un cammino collettivo…Con Renato nel ♡
Nel mirino la mobilitazione del 3 ottobre 2025: contestati blocco stradale e
manifestazione non autorizzata. Gli studenti: «La solidarietà internazionale non
è reato» A quasi undici mesi dalle grandi mobilitazioni …
DNB VS TEKNO
Spazio Sociale VisRabbia - Via Galinié, 40 Avigliana TO
(venerdì, 28 agosto 21:30)
Matinée XXL: slancio onirico e stallo iperrealista.. solo due ore di calma prima
che ricominci irrefrenabile il quotidiano flusso di transazioni, confini,
controlli, paranoie ed egoismi. La musica è stanca, torniamo a dormire..
Tracklist:
Pharoah Sanders – Upper Egypt & Lower Egypt
Max Roach & Abbey Lincoln – Lonesome lover
Sun ra & his arkestra – Enlightenment
Max Roach – Driva’man
Eric Dolphy – Like someone in love
Maria Monti – I fili della luce / Armatura
Nuova Idea – Fumo di una sigaretta
Le stelle di Mario Schifano – Susan song
Catherine Ribeiro + Alpes – 15 aout 1970
Brigitte Fontaine & Areski – Le 6 septembre
Joyce – Opiniao / Chora doutor
Gonzo & Luar Domatrix – Ja nem gritam no calvar
calhau! – Penunibal
Peter Forest – A Maria Cavaca
Radikal Satan – gri-gri
nzumbe – Serpentine lines
A large sheet of muscle – our illustrious police
Norman Church – History of a country Town / shopping quarter
The new Bristol shakers – Blending of the spheres
Big Hands – a jupiner tree whose roots are made of fire / Tu Estòmago (XVI)
di Don Massimo Biancalani Dopo dieci anni al fianco dei migranti, don Massimo
Biancalani denuncia l’abbandono della Chiesa e il peso delle pressioni
politiche: «Mi sono sentito tradito, ma vado …
(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un
mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre
due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si
chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un
bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel
pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i
lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le
nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera
Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva
invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia
meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il
lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra.
Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle
colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a
tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi.
Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino,
sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi
individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con
piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di
cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate
nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in
Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i
raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa
georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di
Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide,
il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino.
A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di
metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda
ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la
struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre
un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al
piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge
nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli,
mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia
loro impedito di penetrare le recinzioni.
Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al
più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al
villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto
“Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto
al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci
fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di
trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie
lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di
nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce:
lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho
immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i
suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via
sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino.
Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I
vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro
al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle
nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a
Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma
il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e
russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale.
L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano
a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza
differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure,
minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il
coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per
colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro
e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia
invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia
prominente.
SOGNO GEORGIANO
All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi
vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la
pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende
su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si
raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito
un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le
nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e
lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così
insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un
mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso
prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno
una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per
ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori:
nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi
bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano.
L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana
prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia.
Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia»,
mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i
vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene
di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza
in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il
calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia,
a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi
come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del
brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in
italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha
guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante
un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima
di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a
ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato
l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli
eroi!».
Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione
dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e
disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di
condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato
russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei
ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università:
«Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda
delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so
più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo
e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti
tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno
l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili
al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi
qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non
combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella
Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno
un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche
noi Europa!», corregge impaziente Mariam.
Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in
legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state
restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano
diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate.
Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di
simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere:
“Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le
bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso
vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al
simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava
salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone
o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la
cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza
dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale,
vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei
più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno
georgiano.
Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della
difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto.
Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un
pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto
ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto,
guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca
sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato
della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la
capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine
georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il
ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in
posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro
di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale.
UN MUSEO ARMENO
Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh,
una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era
proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto
prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza
dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di
fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno,
però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando
l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il
Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a
Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone
dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza
difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello
che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con
negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a
rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di
trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le
pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento
euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan?
In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei
locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso
con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le
targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una
famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un
locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici
sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in
russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava
in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da
dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante
la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua,
misteriosa e cosmopolita a Erevan.
Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di
Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati,
libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da
letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e
implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente
nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in
un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero.
Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una
redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia,
Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il
pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad
Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la
qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di
Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori
internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi
ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me
questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri
strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni
Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha
espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida.
Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica:
obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo.
Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera
capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le
due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in
territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano
a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il
genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto
mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento
e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il
ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno
dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti
discorsi nazionalistici.
Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che
ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano
prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le
cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la
barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali
sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che
diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci
odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e
intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze
oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale:
l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il
veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca.
Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana,
stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il
nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova
forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti
che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici
a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei
timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano
espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale.
Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea
guerra globale.
BAZAR DEI DISERTORI
A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi
di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia
settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi
edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio
Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di
vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega
ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce
alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi
sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è
possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere,
sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica.
Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre
un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di
acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della
frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla
stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con
albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni
frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di
frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova
riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran
dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena;
interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano
tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de
Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di
un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam
durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – /
che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la
pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro
putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”.
Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con
libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una
raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il
cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in
attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è
raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia
sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo
archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la
tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo
smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in
metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al
sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove
si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era
conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio
per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e
contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta
alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea
che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani
gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini
in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era
custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea
ad addormentarlo con un incantesimo.
Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale,
l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a
Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi
tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da
una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli
angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e
rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie
principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione
Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare
la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali,
celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della
Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono
oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso,
di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui
gradini sotto i drappi.
Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce
dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti
comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione
ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la
continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i
georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai
visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo
stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto
prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo
hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è
cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle
nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e
Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in
Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione
dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha
combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi,
era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi
ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non
resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui
senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?».
Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai
bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché
si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando
lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a
Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle
munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono
a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei
disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e
verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche
all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla
buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e
i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove
nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per
testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale
aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar
delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del
Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra
avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la
diserzione. (francesco migliaccio)