(disegno di peppe cerillo)
Il mese inizia malissimo, ma finisce bene. Pochi giorni dopo lo sgombero del
palazzo occupato a Tor Sapienza, un ex abitante nigeriano di nome Sami viene
accoltellato e ucciso a mano di un gruppo di italiani razzisti, armati,
che feriscono gravemente anche un suo compagno, Kingsley Tomsi. Un terzo
nigeriano scampa alla caccia all’uomo; ma la polizia finge di crederlo “un
regolamento di conti tra immigrati”. Venerdì 2 ottobre si protesta in
Campidoglio contro il decreto che imbavaglia le proteste contro il genocidio. La
notte scoppia una bomba carta a Borghesiana. Il 3 è l’anniversario della strage
di migranti del 2013; a Centocelle un gruppo di nazisti picchia un anziano
marocchino gridando “torna al tuo paese”. I giornali chiedono il parere di
Rachele Mussolini. Il 4 bomba carta contro una sala scommesse all’Alessandrino.
Il 5 vicino Stazione Prenestina viene trovato il corpo di un ventenne, forse
nordafricano, ucciso con una coltellata al collo. La notte esplode un altro
ordigno in un cortile di San Basilio. Il 7, terzo anniversario dell’inizio del
genocidio in Palestina, gruppi di fascisti incappucciati tenatno di entrare con
i bastoni alle occupazioni del Lattanzio (San Giovanni) e Levi Civita
(Centocelle). Gli studenti li ricacciano da dove erano venuti. Il 9 scoppia una
bomba a via dei Platani, sempre a Centocelle.
L’aria inizia a cambiare. Il 10 c’è la prima grande manifestazione per la
Palestina dopo quelle dell’autunno scorso: decine di migliaia di persone
occupano tutta via Cavour, da Fori Imperiali a Termini. L’11 a Torpignattara
centinaia di persone rispondono a un tentativo di “fiaccolata per la sicurezza”
del prete don Coluccia, a cui partecipava anche l’ex pugile Carabella: per
l’ennesima volta queste pagliacciate sono respinte dagli abitanti, e la
fiaccolata viene annullata. Il 13 attivisti per la casa fingono di visitare una
abitazione dell’Esquilino messa all’asta, poi appendono uno striscione per
rendere visibile la vendita del patrimonio pubblico. Il 14 a Malatesta c’è una
manifestazione di Libera per protestare contro le intimidazioni mafiose.
Il 15 un europarlamentare dei 5 Stelle chiede all’UE di verificare il rispetto
delle norme ambientali per lo stadio di Pietralata. Intanto, alla Nuvola
dell’Eur inizia la fiera sulla Cybersicurezza promossa da Israele (la prima
edizione era stata aperta da Netanyahu).
Ma le forze tenebrose insistono. Il 16, anniversario del rastrellamento nazista
del ghetto ebraico, i sedicenti rappresentanti della comunità ebraica cacciano
l’ANPI, l’associazione che porta la memoria dei partigiani, chiamandoli
antisemiti (l’anno scorso un esponente della comunità aveva sparato su due di
loro). La piazza è offerta invece ai parlamentari di Fratelli d’Italia, un
partito che ha ancora sezioni intitolate ad Almirante. Intanto un corteo
studentesco di ventimila persone blocca la strada con i cassonetti, la polizia
carica su via Cavour: è iniziato l’autunno caldo delle proteste studentesche. La
notte scoppia un ordigno davanti un garage privato a La Rustica.
Il 17 la Procura di Roma annuncia un’investigazione contro Israele per le
torture ai membri della Flotilla: è la prima in Europa. Manifestazione a
Torpignattara contro il razzismo e le quote agli stranieri nelle scuole, guidata
dai bambini del quartiere. Il 18 bambini e genitori della scuola Toti (Pigneto)
ricostruiscono una grande bandiera della pace fatta di tessuti di scarto, che
era stata bruciata a giugno: lo striscione dice “Qui nessuno è straniero”. A
Colli Portuensi un novantenne spara alla moglie e poi si uccide. Il 19 c’è una
nuova esplosione a Castelverde, brucia anche un autosalone. La notte
ignoti danno fuoco alla palestra del Dopolavoro Ferroviario di Velletri,
autogestita da undici anni, dopo una lunga serie di minacce. Nuove occupazioni
al Plinio, Morgagni, Rossellini. Il 20 si annuncia che l’incontro dei fondi
immobiliari “Investire in Roma” a cui avrebbero partecipato anche rappresentanti
del Comune, è stato sospeso per le proteste annunciate; ma il 21 c’è comunque un
presidio contro la speculazione davanti alla sede del convegno all’Ara Pacis.
Il 22 c’è il processo per gli scontri del 2023 a Trastevere per Alfredo Cospito.
Il 23 scoppia una bomba carta davanti un centro scommesse a Ciampino.
Sabato 24 è il giorno della grande manifestazione studentesca: la polizia chiude
le strade, innalza gli elicotteri, ferma preventivamente decine di minorenni
prima del corteo, li porta in questura, li minaccia; una volta liberati, quelli
vanno comunque a manifestare. Una quarantina di ragazzi e ragazze quando
arrivano davanti al Colosseo buttano giù le transenne e si riprendono
l’anfiteatro, prima riservato ai turisti. Poi un enorme corteo spontaneo risale
per via Cavour senza striscioni né bandiere tranne quelle palestinesi e
italiane; attraversa Termini e si scontra con la polizia a largo Santa Susanna,
vicino all’ambasciata USA. Il 25 studentesse e studenti occupano tre nuove
scuole in periferia: il Piaget di Tor Sapienza (sopra al parco
dell’accoltellamento di fine settembre), il Neumann di San Basilio, e il liceo
Argan di Don Bosco. Occupato anche il Tasso, e il 26 anche il Mamiani, il
Ripetta, il De Sanctis a Grottarossa, il Giordano Bruno al Tufello, dove la
polizia entra in forze per sequestrare e portare in questura sette studenti.
Sono quaranta le scuole occupate in tutta Roma.
Il 27 arrivano una decina di camion di autotrasportatori in protesta dalla
Calabria: si prendono la piazza davanti a Montecitorio e gridano contro il
palazzo. Migliaia di genitori e docenti raccolgono firme e preparano esposti
contro le violenze della polizia sui minori. Il 28 viene occupata la facoltà di
Lettere alla Sapienza.
Il 30 è il giorno dello sciopero generale. Una marea umana di centomila persone,
in gran parte molto giovani, si snoda per dieci ore dalle periferie verso il
centro della città. Nel pomeriggio spezzoni di manifestanti tentano di penetrare
nella cittadella dei turisti; le guardie caricano sopra Ponte Sisto, tra
Testaccio e Trastevere, rischiando di far cadere qualcuno in acqua. Intanto
Asia-USB e il Movimento per l’abitare organizzano un accampamento su via dei
Fori Imperiali, e un dj set di Halloween, in attesa dell’assemblea nazionale del
1 novembre. (stefano portelli)
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LEGGI ANCHE I REWIND DEL:
– 2026 | Anno in corso:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre
– 2025 | Anno Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
– 2024 | Anno non Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
Un contributo del Collettivo Universitario Autonomo Torino sulle settimane di
mobilitazione, occupazione universitaria e di sciopero appena trascorse.
Giornate di mobilitazione importanti per il Paese quelle che abbiamo alle
spalle, culminate con l’imponente sciopero generale di questo venerdì 30
ottobre, indetto contro la guerra e l’industria delle armi a partire dal
coordinamento dei portuali che in un’assemblea molto partecipata svolta un mese
fa a Genova, hanno dichiarato l’intenzione di dare vita al più grosso sciopero
coordinato a livello globale. Il risultato è sicuramente riuscito: 110 i porti
bloccati inficiando sul 40% degli scambi di merce globali.
Dopo che agricoltori e autotrasportatori insieme ai giovani e agli studenti in
Italia sono riusciti a far sentire il peso di un Paese in ginocchio, in cui le
persone contano i centesimi per fare la spesa e non possono più permettersi un
pieno di carburante e tanto meno di curarsi o studiare, questa giornata di
mobilitazione non poteva che assumere i caratteri di uno sciopero generale.
La giornata di sciopero ha rappresentato un successo in tutto il Paese, con
cortei oceanici e blocchi.
A Torino sono stati diversi gli spezzoni che al mattino hanno paralizzato il
capoluogo piemontese: uno partito da piazza palazzo di città che si è diretto
verso “la sfinge” bloccando l’imbocco della Torino-Milano e l’altro partito dal
Campus occupato che si è preso a spinta il centro cittadino e dopo una lunga
manifestazione si è diretto in prefettura dove si sono verificati scontri con la
polizia a cui i giovani hanno resistito con tenacia. Oltre 90mila persone in
totale. Anche all’appuntamento serale, piazza Castello era gremita e la
determinazione e l’agilità della piazza hanno permesso di conquistarsi Via Roma,
precedentemente blindata a difesa delle famigerate “vetrine” dei grandi marchi
del lusso, qui si sono verificati scontri, lanci di lacrimogeni e caccia
all’uomo con arresti da parte della polizia.
A Milano grande giornata di mobilitazione, molteplice e riuscita. Una doppia
chiamata, quella del sindacalismo di base e il cosiddetto “appuntamento
generazionale” composto in prevalenza da giovani che si è ricongiunto con il
resto degli spezzoni in piazzale Loreto raggiungendo quasi le 100mila persone,
per poi andare ad occupare per ore la tangenziale.
A Napoli la manifestazione composta da lavoratori e studenti ha bloccato
l’autostrada, il porto e la rete ferroviaria cittadina. Erano già decine le
scuole e le università occupate da settimane in città.
A Cosenza, già protagonista nel sud italia nelle proteste di agricoltori,
pescatori e autotrasportatori, viene occupata dal corteo vivace e rumoroso la
Salerno-Reggio Calabria.
A Mestre oltre migliaio di partecipanti hanno composto un corteo in terraferma,
e altrettanti in un corteo parallelo a Venezia. Numerosi gli studenti, con la
partecipazione di lavoratori in sciopero. La polizia ha bloccato gli studenti
all’incrocio con via Torino dato il divieto di transito imposto dalla questura,
si sono verificati scontri per superare lo sbarramento.
A Vicenza sono in duemila al corteo dello sciopero generale. Bloccato il
traffico a Ponte Alto, poi al tentativo di occupare la tangenziale la polizia ha
risposto con una carica contro il corteo composto da studenti e lavoratori.
A Roma paralizzato il centro per 12 ore. Al termine del corteo romano
riconducibile all’usb è stata lanciata una acampada di tende in via dei Fori
Imperiali, nel cuore di Roma, partecipata dalle diverse realtà che hanno aderito
alla piazza. Un’altra parte del corteo è ripartita verso Piramide dietro lo
striscione “noi la guerra non la paghiamo”. In serata la manifestazione si
dirige verso i palazzi ministeriali dove i giovani erigono barricate, la polizia
pratica violente cariche e lanci di lacrimogeni contro i giovani a Trastevere,
numerosi gli abusi polizieschi documentati.
A Livorno all’alba i portuali con il supporto degli autotrasportatori bloccano
la rotatoria di accesso al porto, alle ore 9.00 parte il corteo che vede
un’altissima partecipazione cittadina e la presenza di Francesca Albanese,
ancora in prima fila per promuovere il boicottaggio internazionale della filiera
del genocidio. Una delle manifestazioni più riuscite per la città.
A Genova diecimila in corteo, la giornata comincia con un presidio al Terminal
Traghetti, raggiunto poi dagli studenti. Successivamente il corteo si sposta al
varco Albertazzi per bloccare l’entrata in porto. Gli universitari si riuniscono
in un altro concentramento per raggiungere la stazione di Principe per
raggiungere a loro volta il porto in treno. Dopo un pranzo durante il blocco del
varco Albertazzi, il corteo riparte per terminare nel centro cittadino.
A Brescia un corteo composto da 10mila persone aperto dagli esponenti sindacali
e seguito da un imponente spezzone studentesco e dallo spezzone delle realtà di
movimento sfila per le vie della città. Il corteo riesce a prendersi Piazza
della Loggia nonostante i divieti. Gli studenti decidono di proseguire la
manifestazione assumendo le forme di un corteo selvaggio. Cariche dei
carabinieri all’imbocco della Galleria sotto il Castello. Dopo un lungo
fronteggiamento il corteo riparte percorrendo la zona est del centro storico per
poi terminare nel quartiere Carmine.
A Bologna bloccata l’autostrada con 30 mila persone a sfondare il blocco dei
reparti della polizia, nonostante le prescrizioni della questura.
A Pisa viene occupato durante il corteo dello sciopero generale partecipato da
circa 15mila persone lo storico palazzo universitario della Sapienza, una
iniziativa che fa parte della lotta per servizi dignitosi e contro l’insinuarsi
della guerra in università.
Queste sono solo alcune delle manifestazioni che hanno riempito l’Italia, molti
cortei, scioperi e blocchi anche nei territori provinciali, ovunque si registra
una partecipazione straordinaria.
A Torino rimane occupato per la seconda settimana il Campus Einaudi, e al conto
delle occupazioni universitarie si aggiunge anche Pisa insieme alle precedenti
occupazioni a Milano, Napoli e Roma. Continuano dunque a moltiplicarsi le
occupazioni e i blocchi degli studenti dalle Università alle scuole che hanno
inaugurato questa stagione di lotta.
Influenzata anche dai moti che stanno sconvolgendo l’Europa e il mondo dalla
Francia, passando per la Spagna, il Belgio, l’Albania, il Portogallo fino alla
Serbia e alla Germania, l’Italia continua a rilanciare appuntamenti di piazza.
I lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le nuove generazioni da settimane
impongono questioni che per i governanti sono difficili da ignorare. Il governo
Meloni deve rispondere alle vere emergenze sociali dell’Italia: interrompere gli
investimenti all’industria bellica a favore delle politiche sociali. Il popolo
italiano non vuole più essere servo dei macellai criminali di guerra Trump e
Netanyahu.
L’invio di armi in Ucraina, il sodalizio con il genocidio di Israele, accettare
l’imposizione della NATO del 5% del pil alle armi e il riarmo europeo, fanno
parte di una scelta di campo precisa fatta dal governo Meloni, una scelta
antipopolare che alimenta profitti solo per pochi amici di amici affamando tutti
gli altri.
Questi sono problemi che possono porre una questione di incompatibilità tra la
base sociale e le forme istituzionali che cercano sbracciando di mantenere una
tenuta facendo finta di non capire cosa il popolo stia chiedendo. Non basta
qualche finanziamento emergenziale buttato qua e là destinato ad esaurirsi, non
bastano tetti sui prezzi che durano una settimana, la gente non chiede nemmeno
più le famose “risposte dal governo”. Il governo ha già risposto con chiarezza,
sigillando la sua rottura con il proletariato italiano e anche con la sua stessa
base elettorale di piccoli imprenditori.
Il popolo quindi vuole solo le dimissioni del governo Meloni e il disimpegno
italiano nella guerra per procura che gli Stati Uniti ci trascinano a
combattere. Scegliere di fare o non fare la guerra è un bivio che va a stabilire
quale sarà l’andamento degli anni a venire per i giovani e la popolazione tutta,
sono scelte epocali che i popoli, non solo in Italia, si sono stufati di fare
prendere solo alle élite politiche corrotte. Sono soprattutto le nuove
generazioni a voler dire la propria e per farlo sanno che sarà necessario
conquistarsi la possibilità di contare come corpo collettivo senza
intermediazioni rappresentative necessarie solo a mitigare la dirompenza del
“vento dei ‘20”.
La coscienza diffusa dei problemi del Paese è alta, anche tra i più giovani che
cercano di trovare il proprio spazio per rappresentare da sè i propri interessi,
riappropriandosi delle scuole e delle università caserma dentro cui li hanno
rilegati cercando di addomesticarli ai fini di una società in guerra in cui il
sfruttamento al massimo livello deve essere accettato senza troppe lamentele.
E’ anche di una identità generazionale che ci si vuole appropriare, ci si
rappresenta nelle piazze e si trovano le maniere di farsi vedere e di farsi
capire, anche “oltraggiando” quei centri-vetrina appannaggio di pochi (e sempre
meno) privilegiati. Si vive troppo male per continuare ad usare le buone
maniere.
I giornalisti hanno cercato di costruire il nemico pubblico andando a caccia di
interviste a giovanissimi in piazza, nei quartieri popolari o fuori dalle
questure ma per loro sfortuna ciò che ne esce è un discorso in cui tanti si
rivedono, mentre provano a raccontare di un fantomatico attacco
“all’italianità”, l’Italia è più unita che mai. Dove si cerca di frammentare e
di indebolire, la lotta ricompone e verticalizza verso le istituzioni un
malcontento che da troppo tempo cercava forme di espressione.
che il governo ha cercato di boicottare, precettando lo sciopero dei trasporti
(a cui le sigle sindacali hanno deciso di disobbedire) e interdicendo il centro
cittadino attraverso le ordinanze e i blocchi di polizia.
Il governo continua a fare tutto ciò che è in suo potere per scongiurare lo
stabilizzarsi di un movimento compatto che sappia resistere ma anche proporre un
programma da perseguire. Meloni e i suoi cercano di soffocare attraverso la
paura, la forza militare, le narrazioni stigmatizzanti, la precettazione degli
scioperi ciò che politicamente non possono assorbire. Le città diventano per
loro campi di battaglia dichiarati in cui non si limitano alla solita gestione
muscolare della piazza ma si spingono fino alla caccia all’uomo nei quartieri e
fin dentro le scuole dove vanno a cercare ragazzi da malmenare durante le
occupazioni.
Oggi, per garantire che tutto ciò che sta bollendo in pentola non rappresenti un
fuoco destinato ad esaurirsi, oltre alla rabbia e alla determinazione serve
anche la creatività coraggiosa dei sognatori, architetti di un altro mondo
possibile.
Essere protagonisti del presente è una responsabilità. Significa rinunciare al
patto della delega, del disimpegno individuale a favore di un’esistenza che ci
hanno promesso agiata, “civilizzata” ma in cui ormai si riesce solo a stento ad
annaspare. E’ in questo sottrarsi che abbiamo tutta l’occasione di costruire la
prospettiva di una vita in cui si esiste e non si sopravvive.
Il calendario si profila già fitto di possibilità per continuare a contare e ad
inchiodare il governo ai loro crimini: non solo lo sciopero e la giornata di
mobilitazione internazionale del 20 novembre ma altre giornate più o meno
spontanee, come quella del 7 novembre, stanno spuntando su gruppi e profili
social, insieme ad altre occupazioni o blocchi per cui gli studenti continuano
ad organizzarsi, tutti sintomi di una voglia di continuare a stare nelle piazze
e di fare la propria parte per cambiare le cose.
Il mandato è chiaro: mandare a casa il governo e costruire il potere popolare di
cui la storia ha bisogno per fermare la guerra e per cambiare le prospettive di
futuro che questa classe politica propone come unica via.
Viva i popoli che riscrivono la storia!
Le spese dell’agenzia europea per le frontiere in questo campo sono in crescita
vertiginosa.
Sono cruciali per consentire le intercettazioni dei migranti da parte della
guardia costiera libica. E potrebbero aumentare ancora
L'articolo Più di un miliardo per droni e aerei: come Frontex controlla i
confini dal cielo proviene da IrpiMedia.
ASSEMBLEA PUBBLICA "NESSUN* È STRANIER*
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(venerdì, 6 novembre 18:00)
Il 30 ottobre centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, studenti e
studentesse hanno animato le piazze di tutta italia in occasione dello sciopero
generale indetto dai sindacati di base. Oggi, appena due giorni dopo apprendiamo
dai giornali che nel disegno di legge di Bilancio per il 2027, è prevista una
riduzione di 6.974 posti in meno tra docenti e personale amministrativo, tecnico
e ausiliario. Sommando questa misura ai tagli già disposti dalla manovra 2025,
le riduzioni arrivano a 14.808 posti tra gli anni scolastici 2025/26 e 2027/28.
Un massacro sociale nei confronti della nostra categoria, già oppressa da
precarietà e bassi salari, che si abbatterà non solo sui singoli, ma anche su
intere famiglie. Per questo denunciamo la miopia di una politica che risponde
alle istanze delle piazze con misure devastanti per la tenuta sociale del paese.
La violenza istituzionale ed economica che questo governo esercita produrrà
legittime risposte violente di cui deve già cominciare ad assumersi la
responsabilità. Inoltre, a materializzare in modo ancora evidente l'idea di
scuola di questo governo, viene prorogato anche il "bonus paritaria" una misura
prevede un contributo economico fino a 1.500 euro per studente per sostenere le
spese delle rette di iscrizione e frequenza a tali scuole.
Negli anni abbiamo assistito a diverse riforme “scuolicide”, tutte in continuità
le une con le altre, che hanno trasformato la scuola pubblica in un baluardo
culturale dell’ideologia nazionalista e di quella classista del merito, in un
serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali e le aziende, e in
un luogo di sfruttamento per ogni lavoratore e lavoratrice precari. A ciò va
aggiunto anche il problema annoso dell’infimo salario percepito dalle
lavoratrici e dai lavoratori della scuola. Perché diciamolo tranquillamente:
anche noi dobbiamo decidere se fare il pieno di benzina o andare a fare la
spesa; anche noi ormai non arriviamo che alla terza settimana del mese, perché
abbiamo uno stipendio bassissimo, eroso dall’inflazione e taglieggiato
dall’aumento delle utenze dovuto alle guerre altrui.
Anche noi ormai sappiamo cosa vuol dire povertà!
Come docenti e lavoratori della scuola, dobbiamo opporci con fermezza a questo
progetto di scuola che prende sempre più chiaramente forma, un passo alla volta,
anche attraverso il nuovo DL scuola, classista e razzista: un decreto che
trasforma noi docenti in guardiani del buon costume adibiti a vigilare
sull'abbigliamento degli studenti/esse e che perseguita alcune persone in quanto
non considerate italiane, perché senza un pezzo di carta o perché praticano una
religione diversa da quella permessa promossa da questo regime democratico.
La nostra vuole essere un’opposizione intransigente anche contro la riforma dei
tecnici: un dispositivo che impoverisce l’offerta formativa accorpando le
materie e che, facendo saltare migliaia di cattedre, non farà altro che
aumentare i tassi di disoccupazione tra i docenti.Un’idea di scuola che
costringe giovanissimi a essere sfruttati in azienda sin dal secondo anno delle
superiori con la nuova alternanza scuola-lavoro.
Siamo statə in piazza a migliaia per tutti questi motivi e vogliamo continuare
a confrontarci e organizzarci per lottare insieme, rivendicando anche aumenti
salariali per tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, lottando per una
scuola libera dalle logiche di profitto libera e solidale, contro un sistema
politico ed economico che fa enormi profitti grazie all’economia di guerra,
tagliando sanità, scuola e welfare.
Perciò invitiamo docenti, lavoratrici e lavoratori ATA, amministrativi,
educatori ed educatrici, studenti e studentesse, genitorə ad un’assemblea
pubblica venerdì 6 novembre, presso il Campus Einaudi alle ore 18:00.
Per bloccare davvero tutto, a oltranza: fino alle dimissioni di questo Governo,
fino al ritiro di questo DL da parte di quell’autoritario di Valditara, fino a
ottenere ciò che giustamente pretendiamo.
Vi aspettiamo!
DISCUSSIONE E AUTOFORMAZIONE SULLE RIVOLTE NEL SUD
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(mercoledì, 4 novembre 19:30)
Nonostante gli ultimi scioperi e malcontenti siano partiti dal Sud, poco spazio
narrativo è stato a questi riservato.
Inoltre, l’asse della narrazione è stato totalmente spostato nel momento in cui
anche anche al Nord sono iniziati i primi scioperi e le prime manifestazioni e,
così, il Sud è scomparso dai notiziari.
Solidarietà, racconto delle rivolte è stato fatto da parte di reltà del Nord, ma
da una lente interpretativa errata: è inutile parlare e interpretare quelle
rivolte allo stesso modo in cui si interpretano le rivolte al Nord.Errato è
ritenere che anche gli scioperi del Sud siano nati con il problema del carovita,
perché in tal modo si ignora del tutto la Questione Meridionale.
Il governo ha detto di tutto, il governo si è permesso di parlare degli scioperi
attraverso la lente stereotipata della criminalità organizzata, dimenticando l3
mafios3 che tengono calde le poltrone del Parlamento.
Ed ecco che, per questo e altro, abbiamo deciso di prendere parola noi!Ci
vediamo mercoledì 4 novembre dalle ore 19:30 al Campus Occupato, per discutere
insieme e fare autoformazione. Porta colori, penne, pennarelli.
L’assemblea è non mista e, quindi, non aperta a persone non terrone e a uomini
etero-cis.
Decideremo insieme in quale spazio e/o aula del Campus metterci per fare
assemblea, quindi, scrivici in DM o tramite messaggi se non dovessi trovarci!
il Campus è un luogo accessibile! A mercoledì!
Altro sangue sulle rotaie dell’alta velocità, questa volta però parliamo di
quella spagnola. Il 28 ottobre infatti, sulla linea Madrid-Andalusia, un treno
Renfe Ave ha tamponato a circa 200 km/h un Iryo fermo sui binari nei pressi di
Urda (Toledo). Il bilancio provvisorio è di almeno 68 morti e 80 feriti, 50 dei
quali gravi, alcuni dispersi tra cui tre cittadine italiane.
La ricostruzione del ministro dei Trasporti Oscar Puente è già di per sé un atto
d’accusa contro la logica stessa del sistema: intorno alle 8.30 un guasto a tre
computer fa cadere il sistema di segnalamento LZB su 63 chilometri di linea e
sei treni si fermano. Alle 8.36 il centro di controllo di Adif ad Atocha
autorizza la ripartenza del Renfe. Peccato che più avanti ci sia l’Iryo fermo e
il semaforo sia rosso. Tra le 8.36 e le 8.54 il treno Renfe percorre 25
chilometri a 200 all’ora prima del inevitabile impatto con l’altro treno.
La tragedia avvenuta in Spagna è il prodotto di un sistema che sulla pelle dei
passeggeri scarica i costi di una infrastruttura che non regge. Di una sicurezza
risicata e spesso sottovalutata, in nome di un progresso e una modernità
esasperati.
È lo stesso copione che conosciamo bene in Val Susa, dove da anni ci raccontano
che l’alta velocità è sinonimo di sicurezza e innovazione: ma la sicurezza vera
si misura nella capacità di fermarsi, di controllare, di garantire la vita prima
del profitto.
Non possiamo che stringerci attorno a le famiglie delle persone ferite e quelle
delle vittime, mentre però ci interroghiamo se il sistema ferroviario italiano
sarebbe ingrado di evitare incidenti come questi in caso di malfunzionamento dei
sistemi di controllo elettronici, di cui si nutre una cieca fiducia.
Per ora le stragi di Viareggio e Andria (32 e 23 vittime), così come la morte
dei cinque operai di Brandizzo, e in generale i continui malfunzionamenti sulle
linee, non ci rassicurano per nulla.
Martedì negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato. Sono state
raccontate come un referendum su Trump, ma, comunque vada, il presidente resterà
alla Casa Bianca fino al 2029. Se al Senato la sfida per i democratici resta più
difficile, alla Camera, invece, la conquista della maggioranza sembra a portata
di mano.
I sondaggi, però, vanno presi con le pinze. A pesare è soprattutto la macchina
di soppressione del voto messa in piedi dall’amministrazione. C’è lo svuotamento
del Voting Rights Act da parte della Corte Suprema, la causa intentata dal
Dipartimento di Giustizia per cancellare dalle liste elettorali oltre 20mila
persone in California, con il pretesto che sarebbero «non cittadini», e infine
la minaccia di inviare agenti federali ai seggi.
Ma anche un’eventuale riconquista del Congresso da parte dei democratici non
comporterebbe necessariamente un blocco dell’agenda politica di Trump, come
dimostrano i precedenti. Trump ha infatti già più volte aggirato il Congresso,
ignorando la War Powers Resolution sulla guerra all’Iran e sospendendo le
sanzioni contro la Russia, votate da democratici e repubblicani. L’opposizione
potrebbe diventare più incisiva, ma resterebbe soprattutto simbolica. Anche una
procedura di impeachment potrebbe ottenere il via libera della Camera, ma non
avrebbe alcuna possibilità di passare al Senato, dove è necessaria una
maggioranza dei due terzi.
Ne abbiamo parlato con Giovanna Branca, giornalista de Il Manifesto e inviata
negli Stati Uniti per seguire le elezioni di midterm.
113 porti, 22 paesi, 52 mila container bloccati, per un totale di 2,8 miliardi
di dollari. Sono questi i numeri dello sciopero internazionale dei portuali di
venerdì 30 ottobre.
I portuali hanno incrociato le braccia in tutto il mondo per la seconda Giornata
internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi, lanciata con lo
slogan «I portuali non lavorano per la guerra».
Le mobilitazioni più significative si sono concentrate nell’area del
Mediterraneo: la CGT ha proclamato lo sciopero in 24 porti francesi, mentre in
Grecia hanno aderito 10 porti e in Turchia 3. I primi a mobilitarsi sono stati i
portuali di Melbourne, che hanno dichiarato: «Il nostro Paese produce esplosivi
destinati a Israele, dove vengono fabbricate bombe che uccidono famiglie
innocenti a Gaza. Il crimine è nei container, non nei portuali. Non saremo
complici». A seguire, le mobilitazioni hanno coinvolto l’India, l’Europa e
infine il continente americano, con iniziative negli Stati Uniti, in Messico, in
Brasile e in Uruguay.
Alla prima edizione, lo scorso 6 febbraio, avevano aderito 21 porti,
circoscritti all’area del Mediterraneo. La mobilitazione di venerdì è stata un
risultato frutto di un percorso di coordinamento avviato lo scorso maggio con la
Dichiarazione di Istanbul, sottoscritta da sei sindacati — USB in Italia, CGT in
Francia, Enedep in Grecia, LAB nei Paesi Baschi, Liman-İş in Turchia e ODT in
Marocco — e confluito nella rete Ports in Action.
Per ricostruire la giornata internazionale di sciopero dei portuali di venerdì
30 e capire come si sono costruite queste alleanze, ne abbiamo parlato con
Francesco Staccioli, delegato dell’esecutivo nazionale di USB.
20 Novembre 2026 h 18 Presentazione e proiezione del documentario con la
presenza di alcuni curatori.
La cassa Antirep delle Alpi Occidentali ed il Centro di documentazione Porfido
organizzano per Venerdì 20 Novembre dalle ore 18
Proiezione del documentario “181 giorni contro il 41 bis” Lo sciopero della fame
di Alfredo Cospito, saranno presenti alcuni curatori del video, a seguire
dibattito ed Apericena benefit Cassa Antirep.
Presso Radio Blackout Via Cecchi 21/A Torino
“181 giorni contro il 41 bis” racconta la detenzione di Alfredo, del suo
sciopero della fame iniziato il 22 ottobre 2022 contro il regime di tortura del
41bis e carcere ostativo e le mobilitazioni in solidarietà che ne sono seguite.
Questo documentario autoprodotto diventa un ennesimo prezioso strumento per
mantenere accesa la rabbia verso ogni galera e per continuare a parlare di
Alfredo della sua situazione (ricordiamo che gli è stato confermato per altri 2
anni il regime di 41bis), e chi lottando contro carcere e 41 bis è stato colpito
dalla repressione.
https://gancio.cisti.org/event/proiezione-del-documentario-181-giorni-contro-il-41bis-lo-sciopero-della-fame-di-alfredo-cospito
Dedico questa puntata al mio amico Arpon.
Ho scelto per questa puntata le tracce di VC-118A Cignol Marc Houle Mariel Ito
(Aka Maceo Plex) Vertical67 Pav Ray Kajioka Between Dimensions Reduks AMMÉ Josh
Wink Simon Vuarambon Baldo Vakula. Label ascoltate Trust Acid Test Delsin
Records Tripalium Corp There Is A Light Lone Romantic Samovar Denude CHILDHOOD
Cecille Bedrock Records Pure Delay
Ripubblichiamo l’articolo firmato da Dario Lucisano per l’Indipendente Online,
contentə di non essere lə unichə ad aver notato questo “sottile” ritardo di 18
anni nel concludere l’opera.
Il cronoprogramma della Torino-Lione subisce un nuovo slittamento: la prima
talpa destinata al cantiere italiano di Chiomonte entrerà infatti in funzione
solo all’inizio del 2028, un anno dopo rispetto a quanto previsto. La macchina
“dual mode”, progettata per operare in condizioni geologiche molto diverse,
dovrà scavare una galleria di servizio di tre chilometri e poi avanzare per
altri sette verso Susa. Singolare la spiegazione di TELT, (Tunnel Euralpin Lyon
Turin sas), il promotore binazionale dell’opera, che attribuisce lo slittamento
allo stop del cantiere seguito alle proteste del 25 luglio, che avrebbero
impedito per oltre tre mesi lo svolgimento dei lavori preparatori. Resta il
fatto che si tratta dell’ennesimo rinvio per un’opera che lo Stato continua a
definire «indifferibile» e «urgente» da oltre trent’anni, ma che continua ad
accumulare ritardi rispetto alle scadenze annunciate.
La talpa destinata a scavare il tunnel della TAV Torino-Lione a partire dal
cantiere di Chiomonte avrebbe dovuto arrivare dalla Germania entro la fine di
quest’anno ed entrare in funzione all’inizio del 2027. Il cronoprogramma subirà
invece uno slittamento di circa un anno: il macchinario sarà consegnato nella
seconda metà del 2027 e, secondo le stime, i lavori di scavo inizieranno
soltanto nel 2028. TELT attribuisce il ritardo agli scontri del 25 luglio,
quando circa 20mila persone hanno attraversato i sentieri della Val di Susa,
rispondendo all’appello del movimento NO TAV. Durante la manifestazione, alcuni
gruppi hanno assaltato i cantieri dell’alta velocità, lanciando bombe carta e
pietre. Secondo quanto riferito dalla società, i danni sarebbero stati tali da
rendere necessaria la sostituzione delle centraline per il monitoraggio
ambientale, oltre a compromettere il perimetro esterno del cantiere e a
deteriorare il terreno. Gli interventi di bonifica, sostiene TELT, sarebbero
ormai conclusi, mentre sarebbero ancora in corso le operazioni di ripristino
delle strutture e delle centraline. Il cantiere, insomma, non sarebbe ancora
tornato pienamente operativo.
Secondo le ricostruzioni verificate da L’Indipendente, i cantieri dovrebbero
riprendere nel corso di questo mese. Il ritardo rispetto alle tabelle di marcia
iniziali raggiunge così la soglia dei vent’anni. A marzo, il direttore generale
di TELT, Maurizio Bufalini, ha annunciato che, sulla base delle condizioni
esistenti in quel momento, i lavori avrebbero dovuto concludersi entro il 2033,
e che la linea sarebbe entrata in funzione nel 2034. Nel corso degli anni, ai
cronoprogrammi disattesi e ai rallentamenti burocratici si sono aggiunti costi
in costante aumento. A proposito dei costi, all’inizio dell’anno, la Corte dei
conti europea aveva criticato duramente il progetto della TAV, pubblicando dati
particolarmente significativi che rilevavano un aumento dei costi del 127%
rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta
prevedeva una spesa di 5,2 miliardi di euro) e un ritardo cumulato di diciotto
anni nella consegna dell’opera.
PRESENTAZIONE DEL LIBRO "LE OMBRE DI FIUME"
Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(venerdì, 6 novembre 18:30)