Roma: ritrovamento di una microspia al NED
Riceviamo e diffondiamo: Ritrovamento di una microspia al NED Mercoledì 1° luglio, durante una giornata collettiva di pulizie estive, abbiamo trovato una microspia all’interno del NED, a Roma. L’apparecchio era attaccato direttamente ad un cavo dell’impianto elettrico del locale, occultato all’interno di un foro del controsoffitto. Grazie ad un chip SIERRA WIRELESS WP7502 (oggi SEMTECH) che permetteva di inviare l’audio rubato tramite rete 2, 3 e 4g (utilizzando una SIM della TIM), la spia poteva essere attivata dal rumore dell’ambiente o a distanza tramite SMS. Oltre al corpo principale era composta da 2 antenne, un trasformatore di corrente ed un microfono. Dalle informazioni che abbiamo ad oggi, è attiva dal 28 febbraio scorso. Alcune compagne e compagni che si vedono al NED Nelle immagini il dispositivo e dove si trovava:  
Stato di emergenza
Governo, istituzioni, cricche di potere: giù le mani dalla lotta dei disoccupati e delle disoccupate organizzati di Napoli
La lotta delle disoccupate e dei disoccupati organizzati di Napoli è ad un passaggio cruciale. E sostenerla attivamente è oggi un dovere per tutti quelli che non sono dei ciarlatani. Vediamo perché. da: il pungolo rosso Dopo una strenua mobilitazione, iniziata dieci anni fa dal Movimento 7 novembre, e diventata poi una lotta congiunta tra questo Movimento e il Cantiere 167 Scampia, le istituzioni centrali e locali erano state costrette a dare il via libera ad un percorso al lavoro stabile e sicuro di 1.200 disoccupati/e. Diciamo: “erano state costrette” perché la lotta, con la sua irriducibile tenacia e con la sua intelligenza tattica, aveva saputo affermare con i fatti la possibilità di conquistare un lavoro senza strisciare – da singoli individui in concorrenza tra loro – davanti a nessun boss della politica o della camorra (ci sono differenze?). Conquistare non un lavoro qualsiasi, ma un lavoro finalizzato a bisogni sociali reali: la manutenzione del verde, la tutela e pulizia dell’ambiente, l’accoglienza museale, e simili.  Non stiamo qui a raccontare l’interminabile sequenza di rinvii, scaricabarile, ostacoli burocratici, trabocchetti, manovre aperte o coperte, minacce, denunce, processi, arresti, avvisi di pericolosità sociale, messi in atto per seminare paura, scoraggiamento, divisioni, e per provocare una “guerra tra poveri” – resi vani dalla esemplare resistenza dei disoccupati/e organizzati intorno alle loro avanguardie. L’agguato del click day del 10 luglio 2025 è stato l’apice dei tanti tentativi precedenti di dividere e scompaginare il movimento di lotta. Un agguato che, alla fin fine, è anch’esso fallito perché, con molto impegno, si è ricostituita l’unità tra quanti avevano lottato, e si sono stabiliti buoni rapporti anche con chi si è aggregato alla platea solo alla fine. Fino a che si è arrivati alla svolta, con la firma solenne di un’intesa tra ministero del lavoro, regione, prefettura, comune metropolitano e città di Napoli per la formazione e l’avviamento al lavoro di 1.200 disoccupati/e. Con la partenza del relativo percorso, e la sottoscrizione di centinaia di contratti individuali. Senonché nei giorni scorsi, per regolamenti di conti interni alle cricche di potere delle destre al governo, con sullo sfondo le imminenti elezioni, è arrivata dal ministero del lavoro l’improvvisa sospensione del progetto per il mancato rispetto di non si sa quali procedure. I violatori sistematici di ogni regola, i ladri professionali di legalità, i produttori seriali di leggi e prassi ad uso privatistico e personale, ora si sono messi con la lanterna in mano a cercare la virgola che manca, o è stata messa al posto del punto o del punto e virgola! Gli stessi che trovano in due giorni decine di miliardi per le guerre, ora pretenderebbero – in nome del “corretto uso dei fondi pubblici” – di mettere in discussione uno stanziamento, per fini sociali, di pochi milioni di euro. E’ una vergogna, una provocazione in piena regola. Che ha ricevuto subito una risposta di lotta unitaria del movimento: ieri l’occupazione del Duomo (a cui è seguita una netta presa di posizione di sostegno da parte del vescovo di Napoli); oggi la protesta è entrata nel Museo archeologico e si è fatta sentire nelle strade della città. Queste le sacrosante richieste messe in campo: 1) Ripresa regolare e corretta del progetto di tirocinio lavoro subito. 2) Pagamenti degli assegni d’inclusione per i beneficiari dell’Adi o SFL senza ricalcolo. 3) Garanzie sui tempi di ripresa del tirocinio-lavoro e futuro occupazionale. Chiamiamo tutte le realtà di lotta sindacali, territoriali, politiche, i comitati, i siti, le tv e le radio libere, ad affiancarsi attivamente al movimento dei disoccupati e delle disoccupate organizzati di Napoli perché la loro lotta ci riguarda tutti. E’ una lotta collettiva contro la precarietà, la povertà, il clientelismo, le cricche di potere che speculano sulla disoccupazione, e – al fondo – contro l’economia di guerra che pretende sia azzerata ogni spesa statale per i veri bisogni sociali. Contro chi pretende che i proletari, anziché lottare e organizzarsi per le proprie necessità vitali ed i propri interessi, si mettano sull’attenti e in fila indiana a marciare da bravi soldati della patria a loro nemica. Il Movimento dei disoccupati organizzati 7 novembre non ha mai fatto mancare a nessuna lotta la sua generosa solidarietà – sia quando si è trattato delle lotte dei facchini della logistica o della GKN, sia quando si è trattato di porsi al fianco del movimento per la Palestina, o delle proteste ambientaliste, studentesche, territoriali (a Bagnoli, ad esempio), anti-militariste, anche fuori dall’Italia. E forse anche per questo c’è chi prova per l’ennesima volta a punirlo, mentre dentro le istituzioni altri fanno i pesci in barile anziché pretendere che siano rispettati i patti da loro stessi firmati. Ecco perché questo è il momento di stringersi con ogni forma di solidarietà intorno a questa lotta. E difenderla dall’ennesima aggressione del governo Meloni e delle istituzioni – una aggressione che deve essere ricacciata indietro e sconfitta.
Il battito di ali che scatena la tempesta
Negli ultimi giorni si sono intensificati gli  attacchi sferrati dagli Usa accompagnati da una laconica frase di Trump a certificare la fine della tregua e del memorandum d’intesa con l’Iran.  Il nodo resta il controllo dello Stretto di Hormuz e, a seguito della ripresa della guerra colpo su colpo, il prezzo del petrolio è salito a 80 dollari al barile. Utilizzando come motivazione l’attacco iraniano ad alcune imbarcazioni che avrebbero provato a forzare il blocco di Hormuz, gli Stati Uniti hanno dato il via ad una vasta campagna di bombardamenti nel Sud e su alcune imbarcazioni iraniane, probabilmente civili.  Si tratta del bombardamento più intenso dalla firma del memorandum, al quale sono seguite salve di missili e droni verso le basi americane dell’area. Non è chiaro se siamo di fronte ad una ripresa in grande della guerra ma il dato significativo è che il memorandum è saltato e il periodo di pausa che aveva rappresentato è terminato. Come avevamo provato a sintetizzare qui, il memorandum certifica sì la sconfitta americana, ma non aveva risolto le contraddizioni alla base dell’aggressione imperialista determinando un parziale congelamento della guerra. La tregua salta nel momento in cui in Iran volgono al termine i funerali più partecipati della storia e che hanno mostrato quanto la base sociale della Repubblica Islamica sia solida. Alcune considerazioni a caldo: * punto primo: Trump continua a riprodurre una strategia pseudo schizofrenica che lascia intravvedere dietro di sé interessi più profondi, i neocon e i falchi dell’establishement USA stretti in una mutua dipendenza con i monopoli della Silicon Valley hanno solo da guadagnare da una ripresa del conflitto aperto. Come scrivevamo qui “Che la “coalizione Epstein” abbia intenzione di continuare una guerra, magari in altre forme, capace di perdurare per la necessità di colpire sulle catene del valore i nodi sui quali la Cina ha possibilità di alimentare il proprio dominio economico e politico resta l’obiettivo per il prossimo futuro. Forse però stiamo assistendo a un sottile cambio di strategia? Il capitale finanziario ha necessità di cogliere quali sono i momenti in cui frenare le distruzioni che sta compiendo affinché non vadano a suo svantaggio.” ;  * in secondo luogo, Netanyahu sembra essere stato preso quasi alla sprovvista, sebbene la prosecuzione della guerra lo renda sicuramente contento in quanto ne guadagna in consenso e perché può riaprire alla possibilità di una guerra ad alta intensità in Libano e di puntare all’occupazione del Sud come per la Striscia di Gaza;  * la recessione e la bolla speculativa: per quanto potrà andare avanti questo tira e molla prima di scoppiare in maniera ancora più drastica che nel 2008? La guerra alimenta la bolla speculativa e frena l’economia reale: la crisi energetica provoca aumento dei prezzi, ne consegue una diminuzione del potere d’acquisto accompagnata da inflazione e impoverimento, dunque se diminuisce il consumo globale la crisi di sovrapproduzione si approfondisce. Il tutto vede sullo sfondo un’Europa che sappiamo essere volontariamente tra le vittime sacrificali e che è decisa a non interrompere la propria dipendenza dagli Usa, come ha dimostrato l’incontro della Nato. Nonostante la disponibilità a farsi strozzare, i governi dei Paesi europei vengono presi di mira da Trump insoddisfatto da un aiuto considerato insufficiente degli alleati, di fatto un summit utile a far fare la tirata d’orecchi che ha avuto l’obiettivo di reiterare la necessità di riarmo utile soltanto ad alimentare la bolla speculativa; * stiamo assistendo a un processo in cui gli Usa saranno le prime vittime di uno scontro di civiltà da loro stessi teorizzato? Samuel Hungtington agli inizi degli anni 90 parlava di uno scontro basato su cultura e religione probabilmente inevitabile in cui l’Occidente avrebbe dovuto puntare alla propria difesa. Il solco ideologico affondava nel timore del tramonto dell’Occidente e della competizione di altri attori. Gli Stati Uniti, emblema dei cosiddetti valori occidentali, si sono avventurati in una guerra che in realtà lascia loro il fianco scoperto. Lo ha fatto in parte per soddisfare le necessità dei monopoli mondiali dei grandi capitali, di quella che alcuni chiamano la tecno-oligarchia, perché per lo stadio del capitalismo attuale è un’esigenza legata direttamente alla riproducibilità stessa del sistema. L’Iran da parte sua mette in campo qualcosa di più del mantenimento della propria sovranità nazionale, un livello profondo di tenuta nazionale e culturale. Mentre venivano sganciate le bombe si tenevano i funerali più partecipati della storia di cui abbiamo fonti certe. Non sembra essere andata proprio come avevano ipotizzato e auspicato i think tank americani. L’unico a non curarsene è effettivamente Netanyahu che non ha timore a tirare la corda perché la possibilità stessa dell’esistenza del progetto sionista, e dunque dello stato di Israele, è legata a doppio filo con la guerra permanente.  L’inaccettabilità delle condizioni capestro imposte dall’Iran agli Usa nel memorandum rendono impraticabile la “pace”, dall’altra la resilienza dell’Asse della Resistenza rende impraticabile la “guerra”, se non al prezzo di dover iniziare sul serio un’invasione di terra. In questo stallo le mediazioni sono difficili da immaginare nel breve periodo. L’unico scenario plausibile, e aggiungiamo auspicabile, è che continui la resistenza da Gaza, al Libano fino all’Iran e che imponga costi sempre più alti agli Stati Uniti e Israele. Quella che nel 23 era stata immaginata come una campagna a tutto tondo che avrebbe portato all’affermazione definitiva di Israele e dell’imperialismo americano nell’area, attraverso una guerra totalizzante, si è trasformata nell’epicentro della crisi egemonica Usa, facendo intravedere tra la nebbia che avvolge il futuro la crisi definitiva di Israele. Dal battito delle ali di farfalla della Resistenza di Gaza è nata una tempesta terribile per i padroni del mondo. Nulla è impossibile, nessun potere è infinito. 
Multato per non aver partecipato alla manifestazione
Qualche giorno fa un nostro compagno ha ricevuto la notifica di un verbale di accertamento e contestazione emesso dalla DIGOS di Cosenza per la partecipazione alla manifestazione del 6 giungo ad Amendolara, in risposta al brutale omicidio di quattro braccianti bruciati vivi in un minivan. da Addunati Al nostro compagno, così come ad altrə compagnə di altre città, si contesta la violazione dell’art. 18, comma 5, TULPS, per come recentemente modificato, relativo alla violazione delle prescrizioni questorili poiché “nell’ambito di una manifestazione preavvisata… informato del contenuto delle prescrizioni questorili, ne ha criticato aspramente il loro contenuto… e si è adoperato nella costituzione del corteo non autorizzato, percorrendo a piedi la S.S. 106… bloccando di fatto quell’arteria viaria…”. La violazione contestata comporterà l’emissione di una sanzione amministrativa compresa tra 1000 e 12000 euro. Si tratta di un fatto estremamente grave. Ancora una volta assistiamo all’uso di strumenti repressivi che colpiscono chi prende posizione, chi si organizza e chi lotta per i diritti, alimentando un clima di intimidazione nei confronti di chi esercita il diritto al dissenso. Ricordiamo infatti che quella mobilitazione, lanciata a distanza di pochi giorni dall’omicidio dei quattro lavoratori, ha denunciato a gran voce il sistema politico ed economico che si fonda sullo sfruttamento dei braccianti, rifiutando passerelle e lacrime di coccodrillo della politica e delle istituzioni. La vicenda assume contorni ancora più paradossali perché proprio il nostro compagno, attivo in decine di battaglie, non era presente a quella manifestazione. Ci sorge allora il dubbio che la Digos di Cosenza abbia pescato a caso tra le persone che negli ultimi mesi si sono esposte pubblicamente al fianco del popolo palestinese con il solo obiettivo di punire chi ha osato promuovere un secondo corteo in netta rottura con quello istituzionale, scelta che rivendichiamo e difendiamo con convinzione. Eppure, oggi, ci troviamo costrettə a impiegare tempo, energie e risorse economiche per difenderci da contestazioni ingiuste e persino fasulle, sottraendo forze a ciò che dovrebbe essere la nostra priorità: difendere i diritti, costruire solidarietà e continuare a denunciare le ingiustizie sociali. È inaccettabile che i responsabili di questa strage continuano ad arricchirsi indisturbati sulla pelle di lavoratrici e lavoratori, mentre chi si impegna quotidianamente per la giustizia sociale, contro lo sfruttamento sul lavoro, contro il razzismo e al fianco dei popoli oppressi debba trasformarsi in imputato o destinatario di sanzioni, invece di poter continuare liberamente la propria attività politica e sociale. Ma noi continueremo a stare al nostro posto, dalla parte di quella Calabria che, come ad Amendolara, alza la testa contro lo sfruttamento, per la sanità, contro la guerra, per la difesa della nostra terra!