Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e uno spettro gira nei Balcani
GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli.
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fine guerra mai
Mladić
Ciao Alex
Diffondiamo l’appuntamento in ricordo di Alex, compagno che ci ha lasciato da poche settimane a Torino. Da CUB Sanità e BDS Torino: Sabato 12 settembre ci ritroviamo ai Giardini Reali di Torino per una fiaccolata dedicata ad Alex, un momento collettivo e aperto per stare insieme, condividere ricordi, parole, musica e saluti. Sabato 12 settembre – ore 19.00 Giardini Reali, Torino – di fianco al Fenix Accenderemo insieme le fiaccole per Alex, tra parole, musica e i ricordi di chi con lui ha condiviso pezzi di vita, di amicizia e di lotta. Ci sarà uno spazio aperto per chiunque voglia prendere la parola, raccontare un ricordo o lasciare un saluto. Chiediamo solo di mantenere gli interventi brevi, per lasciare spazio a tutte e tutti. Alle ore 20.00 l’Imam di Torino, terrà un momento di preghiera di circa 15 minuti. Ci sarà anche un grande bandierone della Palestina sul quale lasciare liberamente una parola, una dedica o un pensiero per Alex. Chi vuole può portare uno strumento per suonare o cantare insieme. Non sarà prevista amplificazione tecnica per la musica. Saremo sul prato: chi vuole può portare un telo, un cuscino o una sedia. Condivideremo anche del cibo: ognuno può contribuire con qualcosa da mangiare o da bere. Vogliamo ricordare Alex anche così: incontrandoci, parlando, discutendo, ascoltando musica, mangiando insieme e continuando a costruire quelle relazioni a cui ha dedicato così tanto. Ci vediamo lì. Ciao Alex. Di seguito la voce di una compagna di CUB Sanità ai microfoni di Radio Blackout Alex è stato un compagno impegnato a Torino su tanti fronti, tra cui quello sindacale, lottando fianco a fianco a lavoratori, lavoratrici e lavoratorx. Ne parliamo con Elisa della Cub Sanità, che ricorda la sua capacità di creare reti e alleanze, di affiancare le persone, lasciandole sempre protagoniste dei percorsi di lotta da attraversare. Questo ricordo è anche un invito a partecipare a una commemorazione collettiva, che si terrà sabato 12 settembre dalle 19 ai giardini reali (lato fenix), Torino.
Serbia: sionismo e nazionalismo nei Balcani. Un approfondimento dopo il funerale di Mladić
A partire dai funerali “quasi” di Stato di Ratko Mladić, il comandante delle truppe serbe colpevoli del genocidio di Srebrenica morto in detenzione all’Aia, facciamo il punto sulla politica interna ed estera della Serbia. Un paese che, come dimostrano gli onori tributati a Mladić, rivendica orgogliosamente il proprio passato recente fatto di aggressioni e genocidi e rinsalda i legami con Israele, che già negli anni 90 aveva fornito copertura politica ed armamenti alla Serbia impegnata nelle pulizie etniche delle Guerre Balcaniche. Le nuove rotte di collaborazione tra la Serbia di Vucić ed Israele si manifestano oggi con un aumento dei contatti commerciali, ma anche e soprattutto con il sostegno politico della Serbia al progetto genocidario portato avanti da Israele contro i palestinesi di Gaza. In Serbia, tuttavia, l’opposizione non manca: da anni da un movimento politico dal basso, di massa, composto da studenti e studentesse e settori popolari tiene sotto pressione l’esecutivo di ultra-destra di Vucić. Tra poche settimane, il governo si sottoporrà ad una tornata elettorale considerata decisiva per il futuro del paese balcanico. Ne parliamo con Giorgio Fruscione, ricercatore e redattore editoriale presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) da Radio Blackout
Houthi alla conquista di Mocha. La situazione nel corridoio energetico globale e il possibile ingresso di nuovi attori
Tra il 9 e il 10 settembre il movimento politico-militare scita libanese Ansar Allah (detti comunemente Houthi Yemeniti) ha preso in controllo di Mocha, una città portuale affacciata su una delle più importanti rotte marittime del pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb.  Il conflitto tra gli Houthi e il governo yemenita è iniziato nel 2014 e vede le milizie sciite alleate dell’Iran confrontarsi con le forze governative ma soprattutto con le forze armate dell’Arabia Saudita, che di fatto mantengono in piedi il governo di Aden. I recenti sviluppi possono portare però all’ingresso di un altro attore – il Pakistan – all’interno delle logiche previste dall’accordo di cooperazione militare tra Pakistan, Arabia Saudita e (recentemente) Turchia e noto come “Patto della Mecca”. Il controllo di Bab el-Mandeb rafforza la presenza dei nemici Houthi su una rotta marittima estremamente importante per il commercio globale di carburante e in particolare per le navi saudite.  Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista di Pagine Esteri e autore di un approfondimento sul conflitto in corso Ascolta la diretta (parte 1 – parte 2) da Radio Blackout
Giù le mani dagli Orti Urbani: sulla manifestazione del 5 settembre a Livorno
Lo scorso weekend a Livorno si è tenuto un campeggio e una manifestazione nazionale per difendere l’oasi verde dove sono presenti gli Orti Urbani. Più di 3.000 persone hanno partecipato alla marcia per le vie della città. Il messaggio, portato forte e chiaro fino al Comune, è stato quello di non piegarsi di fronte alle scelte sconsiderate delle giunte che da nord a sud del paese intendono soffocare nel cemento le ultime aree verdi delle città. Le alternative esistono e, dopo un’estate soffocante, pensare di costruire edifici al posto di mantenere spazi verdi curati dal basso è una scelta politica a cui si deve rispondere: gli Orti urbani lo hanno fatto e continueranno a farlo e come loro tanti comitati in tutta Italia. A Livorno, proprio nei pressi del centro città, è sopravvissuta all’espansione urbana un’area verde di 6 ettari. E’ qui che sorgono gli orti urbani di via Goito, un insieme di appezzamenti di terra immersi nella vegetazione e gestiti dagli abitanti della città. Gli orti nascono più di 10 anni fa con l’intento di rendere l’area accessibile a tutti e tutte dal momento che in precedenza era lasciata all’incuria: poco sicura da attraversare e ampiamente inquinata.  Un atto politico di riappropriazione che è resistito negli anni e ha fatto sì che in quell’area ancora non fosse calato nel cemento. Gli orti, gestiti da sempre in comune e orizzontalmente, erano e sono casa di attività disparate, un presidio per la città e soprattutto un rifugio in queste estati dalle temperature infernali. Una delle poche possibilità per gli abitanti di autoprodursi il cibo, cosa che nelle città è sempre più difficile. Molto più di un esperimento riuscito: una possibilità da percorrere e replicare.  In questi tempi tuttavia, le arie di sgombero si fanno sentire anche a Livorno, dove, la brama di profitto ha portato la giunta comunale a convertire l’area promuovendo un progetto edilizio che vorrebbe costruire appartamenti vista mare e, di conseguenza, strade per accedervi, proprio sopra gli Orti. Ed è a questo punto che nasce la necessità di resistere per proteggere gli Orti urbani e di aprire una battaglia per difenderli.  Di seguito proponiamo un riassunto delle questioni al centro della lotta ribadite in conferenza stampa e durante le giornate di mobilitazione dal collettivo degli Orti urbani e di tutte le voci che a Livorno si sono espresse in loro difesa. Chi ha deciso di porre una fine all’esperienza degli orti urbani? Su questo, è necessario fare chiarezza. Non si tratta di una questione di legislazione, ma come spesso e volentieri accade in questi contesti, è una scelta politica ben precisa.  Anche in questo caso, è l’amministrazione (PD) che sceglie il cemento al posto del verde. Nel caso specifico di Livorno, bisogna puntare il dito contro la giunta Salvetti, sorda alle osservazioni poste dagli abitanti che sottolinevano la necessità di rimuovere l’edificabilità dell’area per evitare qualsiasi consumo di suolo e chiedevano la messa in discussione del piano operativo proposto, ricordando le norme che dovrebbero tutelare aree verdi e boschive. L’amministrazione livornese, ignorando queste considerazioni, si sta prendendo due responsabilità: cementificare l’area e sgomberare in modo violento il terreno. Le giustificazioni messe in campo sono tra le più creative e le considerazioni tecniche fallaci sono numerose: la stima dell’ingombro dei vari cantieri che andranno ad insistere sull’area è totalmente falsata, ad esempio. La costruzione di quattro palazzi (48 appartamenti di lusso), posti ai 4 angoli della mappa, non occupano solo quell’area, ma implicano ampie aree necessarie alla loro edificazione. Per dare un’idea dell’ampiezza dell’area che verrà trasformata si può fare ricorso alle parole dell’imprenditore Frangerini che si occupa del progetto e che si riferisce a questo come di un “nuovo eco-quartiere). Se Frangerini parla di eco-quartieri e quindi di un contesto completamente trasformato rispetto al passato, il sindaco Salvetti, tentando di salvare la faccia maldestramente, parla di un impatto minimo dei cantieri e garantisce che l’80% dell’area verrà restituita ai livornesi. Sembra che i due non abbiano le idee chiare sul futuro, le hanno invece sul presente, ovvero la necessità di sgomberare l’area dagli occupanti per consegnare il terreno alla ditta “libero da cose o persone”. L’unico punto di accordo sembra essere quello di liberarsi del comitato e di chi ha intenzione di difendere lo spazio. In questo quadro, non mancano una serie di proposte alternative: il progetto si potrebbe benissimo spostare in uno dei diversi vuoti urbani che la città di livorno “offre”. Una opportunità che il sindaco non ha il coraggio di cogliere, preferendo accontentare le volontà speculative delle ditte private. Per far digerire la pillola, si propone la cornice della “riqualificazione dell’area”, l’utilizzo di compensazioni, che non sono altro che una forma di giustificazione discorsiva. Compensazioni che implicherebbo la piantumazione di qualche alberello in altre aree della città che dovrebbe “abbattere le emissioni” prodotte dal progetto: un grande classico della speculazione green. In questo caso, addirittura, si raggiungono livelli dell’assurdo: l’imprenditore Frangerini parla di sè come un “custode dell’ambiente” e sembra essere rammaricato della sua nomea di “palazzinaro” In ogni caso, questa retorica viene presto rispedita al mittente dal momento che i bisogni della città sarebbero bene altri e suggerirebbero altre zone dove edificare. La richiesta, ribadita più volte davanti al Comune di Livorno durante la giornata di manifestazione, è quindi quella di far aprire un tavolo per trovare un’alternativa e impedire la cementificazione dell’area verde di via Goito. Alcuni numeri permettono anche di inquadrare questo progetto come atto criminale dal punto di vista ecologico e sanitario. L’Agenzia Regionale della Sanità segnala che 18 è l’incremento del numero di persone oltre i 65 anni morte al giorno a Livorno, nel solo periodo della prima ondata di calore (iniziata il 25 maggio). Livorno registra quindi un aumento rispetto alla media attesa del 12%, a fronte dell’aumento del 3% su tutta la penisola. Nonostante questo, non sembra ragionevole tener conto della potenza filtrante del verde, indispensabile per porteggere la popolazione dall’inquinamento. E’ importante precisare come gli orti in sè non siano il punto focale della questione. Si sarebbe potuto prendere accordi per ottenere altri spazi dove ubicare altri orti urbani, il comune li avrebbe concessi. Quello che è importante sottolineare è che questo progetto in toto, per come è stato proposto, è irricevibile oltre che anacronistico in questo momento storico. Gli orti rappresentano un mezzo, non lo scopo di quello che si sta muovendo intorno a via Goito. Un mezzo attraverso cui presidiare e difendere un’area verde indispensabile per salute, la socialità e il benessere dei livornesi.  Dalla manifestazione del 5 settembre  Più di 3.000 persone si sono radunate nel pomeriggio del 5 settembre in via Goito presso gli Orti urbani, da dove poi è partita la manifestazione, momento apicale delle giornate di campeggio iniziate il giovedì e conclusesi domenica.  Più di 100 associazioni, collettivi cittadini e non, comitati provenienti da diverse parti della penisola hanno aderito a quella che è stata la prima manifestazione nazionale in difesa di uno spazio verde: da Reggio Emilia per difendere il Bosco Ospizio, a Torino per difendere il Parco del Meisino, a Pisa dove il Movimento No Base coniuga benissimo lo sfruttamento del verde con la lotta contro la guerra e la militarizzazione dei territori.  Residenti giovani e meno giovani, studenti, universitari, collettivi di fabbrica, tutti hanno percorso insieme le strade della città per raggiungere il Comune e pretendere un tavolo per decidere una diversa ubicazione per il progetto edilizio che dovrebbe sorgere sugli Orti. Le intenzioni sono chiare: verranno difesi fino alla fine.  Prima del corteo abbiamo posto qualche domanda a Stefano del Comitato di difesa degli Orti urbani per spiegarci meglio il contesto e le dinamiche di questa lotta, ecco la video-intervista:  Durante il corteo abbiamo avuto modo di intervistare alcuni partecipanti, per capire meglio cosa li ha spinti in quella calda giornata a sfidare le temperature e mettersi in marcia. Qua un riassunto di quello che ci hanno raccontato:  Ad oggi Livorno si sta preparando a un eventuale inizio dei lavori nell’area che dovrebbe essere sgomberata per poter procedere con il progetto.  Già dal lunedì 7 settembre sono incominciati i turni per presidiare il perimetro e impedire l’accesso ai mezzi.  Resteremo sintonizzati e daremo notizie dei prossimi passi.  Viva gli Orti urbani! 
La vendemmia ai tempi delle ordinanze
Incastonate tra i pendii rocciosi sopra Chiomonte si trovano le vigne eroiche, chiamate così dato che si trovano inerpicate su ripidi pendii, ad un’altitudine di 1100/1200 metri, e che richiedono, date le condizioni, un lavoro esclusivamente manuale. Queste coltivazioni sono rese possibili perché nella nostra Valle ci sono dei microclimi unici. Possiamo quindi parlare di un’eccellenza del nostro territorio che, poco per volta, si sta venendo scoperta a livello nazionale. Buona parte di queste vigne, però, si trovano dentro l’area del cantiere di Chiomonte, all’interno di un’area completamente militarizzata. Chi va a lavorare deve quindi passare dal check point dei carabinieri che si trova accanto alla centrale dell’acqua. Nei periodi di mobilitazione, in cui si susseguono tante iniziative, è prassi che i controlli vengano intensificati e che i lavoratori delle vigne debbano farsi identificare all’ingresso e che le targhe delle auto vengano fotografate, ma in questi giorni abbiamo assistito a delle novità. Alcuni lavoratori sono stati importunati mentre già lavoravano tra i filari da solerti tutori dell’ordine pubblico, che volevano controllare documenti e fare domande sul perché della loro presenza all’interno della zona del cantiere, non accontentandosi di vedere cassette piene di uva, vendangette e tutto il necessario per la vendemmia, per poi essere controllati durante tutto il proprio orario lavorativo. Si è scoperto poi che, attaccata ai cancelli che delimitano l’area, è comparsa la famigerata ordinanza che sta attanagliando la Valsusa in questi giorni e che la pretesa sarebbe stata che la vendemmia non si fosse proprio svolta. Lavorare le vigne in territori montani richiede una dedizione e un impegno unici, dato che in alcuni filari non può arrivare nemmeno il trattore, un lavoro che si svolge durante vari periodi dell’anno e che adesso dà i suoi frutti. Nonostante l’estate torrida, quest’anno l’uva è meravigliosa e finalmente ripaga la fatica di chi, con amore, continua a dedicarsi alla propria terra, ma secondo questa ordinanza bisognerebbe buttare tutto all’aria, lasciare che investimenti, fatica, duro lavoro diventino cibo per i selvatici, perché è proprio ciò che succede se l’uva non viene raccolta in tempo. Oltre a un’ennesima umiliazione per gli abitanti, in questo caso per dei lavoratori valsusini che hanno dovuto passare la loro giornata lavorativa sotto lo sguardo pressante degli sgherri in divisa, fa arrabbiare quanto ancora una volta l’economia del territorio e la cura di un’eccellenza unica in Italia siano viste come una questione di ordine pubblico. Non ci stupiamo e siamo abituati ad andare avanti a testa alta davanti a questo tipo di soprusi, pensiamo sia però necessario evidenziare quanto il controllo sul territorio si stia facendo sempre più stringente.
Serbia: sionismo e nazionalismo nei Balcani. Un approfondimento dopo il funerale di Mladić
A partire dai funerali “quasi” di Stato di Ratko Mladić, il comandante delle truppe serbe colpevoli del genocidio di Srebrenica morto in detenzione all’Aia, facciamo il punto sulla politica interna ed estera della Serbia. Un paese che, come dimostrano gli onori tributati a Mladić, rivendica orgogliosamente il proprio passato recente fatto di aggressioni e genocidi e rinsalda i legami con Israele, che già negli anni 90 aveva fornito copertura politica ed armamenti alla Serbia impegnata nelle pulizie etniche delle Guerre Balcaniche. Le nuove rotte di collaborazione tra la Serbia di Vucić ed Israele si manifestano oggi con un aumento dei contatti commerciali, ma anche e soprattutto con il sostegno politico della Serbia al progetto genocidario portato avanti da Israele contro i palestinesi di Gaza. In Serbia, tuttavia, l’opposizione non manca: da anni da un movimento politico dal basso, di massa, composto da studenti e studentesse e settori popolari tiene sotto pressione l’esecutivo di ultra-destra di Vucić. Tra poche settimane, il governo si sottoporrà ad una tornata elettorale considerata decisiva per il futuro del paese balcanico. Ne parliamo con Giorgio Fruscione, ricercatore e redattore editoriale presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)
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Houthi alla conquista di Mocha. La situazione nel corridoio energetico globale e il possibile ingresso di nuovi attori@1
Tra il 9 e il 10 settembre il movimento politico-militare scita libanese Ansar Allah (detti comunemente Houthi Yemeniti) ha preso in controllo di Mocha, una città portuale affacciata su una delle più importanti rotte marittime del pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb. Il conflitto tra gli Houthi e il governo yemenita è iniziato nel 2014 e vede le milizie sciite alleate dell’Iran confrontarsi con le forze governative ma soprattutto con le forze armate dell’Arabia Saudita, che di fatto mantengono in piedi il governo di Aden. I recenti sviluppi possono portare però all’ingresso di un altro attore – il Pakistan – all’interno delle logiche previste dall’accordo di cooperazione militare tra Pakistan, Arabia Saudita e (recentemente) Turchia e noto come “Patto della Mecca”. Il controllo di Bab el-Mandeb rafforza la presenza dei nemici Houthi su una rotta marittima estremamente importante per il commercio globale di carburante e in particolare per le navi saudite. Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista di Pagine Esteri e autore di un approfondimento sul conflitto in corso Ascolta la diretta (parte 1 – parte 2)
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