APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 18 giugno 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
Errare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. Questo antico motto latino
ben s’addice al Sindaco di Torino Stefano Lo Russo. Il tema è ovviamente la
“Sicurezza”, diventato mantra della destra cittadina, regionale e nazionale;
sulla quale sembra proprio che il Sindaco non riesca a resistere dal farsi
affascinare.
Da Network Antagonista Torinese
Da tempo, non è una novità lo sappiamo, larga parte del Partito Democratico, ha
deciso che affrontare da destra il tema securitario sia una scelta vincente. Ma
in questi ultimi mesi nella nostra città ci sembra di assistere ad una vera e
propria escalation! Andiamo con ordine e ricostruiamo le ultime tappe di questo
percorso cosparso di profluvi solidali verso le forze dell’ordine e dignitosi
inchini ai dettami prefettizi.
Dallo sgombero del centro sociale Askatasuna ogni volta che si sono svolte
manifestazioni di protesta la prima preoccupazione è stata quella di affrettarsi
a dare “solidarietà alle forze dell’ordine”. È successo dopo le manifestazioni
del 18 e del 20 dicembre, e di nuovo il 31 di gennaio e il primo maggio. Ogni
volta che decine di migliaia di persone scendono in piazza nella nostra città,
l’unica preoccupazione vera che sembra aleggiare in casa PD è quella di
sostenere l’operato delle forze dell’ordine. Non conta se queste carichino
selvaggiamente infierendo su persone a terra e mandandole in ospedale o sparino
lacrimogeni ad altezza uomo. Per i cittadini che vengono repressi non viene mai
spesa una parola. Addirittura dopo gli scontri del derby Toro-Juve, in cui fu
ferito alla testa molto probabilmente da un lacrimogeno Marco Basoccu, ora
fortunatamente dimesso, non si è aspettato neanche la fine della partita o di
conoscere le sorti dei tifosi feriti dalla polizia, per sperticarsi in attestati
di solidarietà incondizionata.
Proviamo ad abbozzare qualche ipotesi su questo insensato riflesso pavloviano.
Il pensiero non può che andare subito ai Sindacati di Polizia. Infatti questi
negli anni si sono sempre distinti per per accusare l’amministrazione comunale e
il Sindaco di non essere abbastanza schierato con la forza pubblica e
addirittura di proteggere i pericolosi sovversivi che si annidano in ogni angolo
della nostra città. Si arrivò fino alla paradossale pantomima del corteo di
poliziotti sindacalizzati “contro Askatasuna”, sfiorando il ridicolo e
sguazzando miseramente nel trash.
Ora ci chiediamo, se una figura istituzionale, la quale per chi crede nella
competizione elettorale, dovrebbe essere forte del consenso della maggioranza
dei cittadini, possa avere così tanta paura dei sindacati di polizia, il cui
compito è quantomeno dubbio e i cui personaggi che li animano sono veramente
oltre la decenza. Professionisti del referto facile e della copertura di ogni
abuso poliziesco, sono veramente così potenti nella nostra città? Lasciamo
questa domanda drammaticamente aperta.
Negli ultimi giorni si è arrivati al grottesco però: nell’elenco delle “Civiche
Benemerenze” sono stati inseriti i poliziotti Alessandro Calista e Lorenzo
Virgulti, feriti durante la manifestazione del 31 gennaio ed elevati ad eroi
dalla destra nazionale. Su quella dinamica rimandiamo alla ricostruzione di Rita
Rapisardi presente durante la scena e che ne ha ricostruito magnificamente la
vicenda. Su quel fatto si fece un gran can can mediatico, tutto strumentale a
screditare chi era sceso in piazza e per oscurarne le motivazioni. A questo
gioco politico, che non ci stupisce, si prestarono ampiamente anche i poliziotti
coinvolti. Quindi perché insignirli di una civica onorificenza? Si vogliono così
premiare indirettamente la gestione di piazza di quel giorno? Premiare chi ferì
e trascinò a terra fotografi e manifestanti per abbandonarli senza cure sul
ciglio della strada? Nella lunga lista di onorificenze civiche emesse dalla
giunta non crediamo ci azzecchino molto. Perché non includere allora i feriti di
quella giornata? Perché non premiare la coerenza del primario di Biella che ha
saputo contrapporsi agli idranti utilizzati a freddo sulla folla il primo
maggio? Perché non premiare il coraggio del padre del tifoso ferito dalla
polizia durante il derby nel chiedere la verità su suo figlio?
Questo indirizzo politico che vuole inseguire la destra e la cricca di Marrone e
Montaruli, non riguarda solo le forze dell’ordine, ma anche temi quali la
situazione di crisi permanente in cui versano interi quartieri della nostra
città. Infatti ogni qual volta che si dà qualche manifestazione securitaria
orchestrata dalla destra o succede qualche fatto di cronaca particolarmente
eclatante, subito ci si prodiga nel professare il verbo del “più poliziotti”,
“più telecamere” cadendo sempre a piè pari nel “giochino securitario”. Mai che
si parli delle ragioni strutturali, di cui la sinistra è ampiamente complice,
che determinano la crisi delle nostre periferie. Mai viene data priorità al
sostegno, che seppur con risorse limitate, il Comune potrebbe dare a quei
territori. Meglio le fondazioni bancarie e l’esercito a quanto pare.
Su questo punto, bisogna ora citare l’assessore alla sicurezza Porcedda.
Carabiniere di mestiere appositamente scelto da Lo Russo per affrontare questo
delicato tema. Oltre a prostrarsi ad ogni diktat prefettizio e a sposare la
linea securitaria non si fa vergogna neanche di partecipare alle convention
cittadine organizzate dal General Vannacci. Oltretutto pensare di erodere
consenso al blocco “sociale” che sostiene il governo Meloni costituito da:
poliziotti, carabinieri, finanzieri, militari, guardie carcerarie che con i
familiari raggiungono il milione di votanti è miope, il massimo che possono
ottenere e che costoro seguano Vannacci. A noi dei partiti e dei loro drammi,
per tradizione e attitudine, importa poco ma non pensiamo di essere gli unici a
farci qualche domanda.
Passiamo alla militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Da 6 mesi una porzione
di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine
che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav. Anche se è chiaro che
questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del Governo
disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema
su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del Primo Cittadino. Anzi si fanno
passerelle insieme al Prefetto, emanazione diretta del Governo ricordiamo, in
via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di
quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili
è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le
procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il
lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del PD di inseguire la destra
cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra
diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e
dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei
banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una
grande fabbrica di armi.
Durante le puntate di Aria abbiamo letto alcune parti del libro di Claudio
Cipriani “Next stop Modena 2020-Viaggio tra le carceri”.
Si tratta di una testimonianza della rivolta scoppiata nel carcere di Modena l’8
marzo 2020, a cui, come in altre carceri italiane, lo stato rispose con una
strage in cui morirono quattordici persone detenute.
Claudio dedica questo racconto a loro mentre è ancora ostaggio dell’istituzione
penitenziaria -attualmente è recluso nel carcere di Secondigliano- per
restituire dignità a chi non ha voce e portare fuori dalle mura di cinta la
verità rispetto alle quattordici persone uccise dallo stato.
Descrive non solo la rivolta e la repressione che ne seguì ma anche la
quotidianità della cella, la diffusione delle terapie per anestetizzare la
popolazione detenuta e le relazioni solidali che,nonostante tutto, continuano a
crearsi in questi luoghi di tortura.
Inoltre ci ricorda che anche davanti alla violenza esercitata dall’istituzione
penitenziaria è possibile praticare forme di solidarietà in grado di rompere
ogni isolamento.
Prefazione di Luca Dolce Parte prima Interludio La rivolta Next stop Ascoli
Piceno Next stop Modena – Parma Postfazione di Giulia Travain – parte 1
Postfazione di Giulia Travain – parte 2
“L’esperienza di Modena e le parole di Claudio ci dovrebbero dare uno scossone,
nelle nostre più profonde corde che ci vibrano dentro, in modo tale da ricordare
giustamente i morti di Modena, ma anche per farle suonare una nuova musica che
ci guidi verso nuove fatiche e battaglie, questo è certo, ma che ci aiutino a
togliere di mezzo gli ostacoli di tutto quello che abbrutisce la comunità umana
in cui viviamo, dove oggi l’unica soluzione è la repressione, l’alienazione,
l’umiliazione, l’involuzione fisica e spirituale oltre che intellettuale.” Luca
Dolce
CHE DELLE GALERE RESTINO SOLO MACERIE
TUTTI LIBERI – TUTTE LIBERE
di Claudio Novaro* Due giovani coinvolti nelle inchieste sulle manifestazioni
per la Palestina si sono tolti la vita. Tra divieti di dimora, misure cautelari
sproporzionate e il diniego a partecipare …
Il Prefetto respinge il ricorso dell’USB e conferma una sanzione da 1.160 euro
per un presidio in solidarietà con Gaza. Il sindacato denuncia un attacco alla
libertà di manifestazione e …
Il riconoscimento facciale entra nelle mani delle questure: la nuova frontiera
della sicurezza è il controllo biometrico della popolazione Per anni ci hanno
detto che era fantascienza. Che il mondo …
Il libro di Dario Guarascio verrà presentato al Blackout fest 2026, ne parliamo
con Dario di Conzo esperto di Cina e politiche economiche che modererà
l’incontro di sabato 13 giugno.
Il libro affronta il tema della transizione digitale e tecnologica come
paradigma di questa fase storica, partendo da alcuni eventi che segnano lo
spirito del tempo in ambito tecnologico e geopolitico. Il rapporto tra economia,
tecnologia e guerra è ciò che viene analizzato nel libro, approfondendo quali
sono le conseguenze della militarizzazione del paradigma tecnologico dominante.
Qui tutto il programma del Fest 26!
Qui una lunga intervista all’autore a cura de I saperi maledetti
Nella notte gli Stati Uniti hanno ricominciato a bombardare l’Iran utilizzando
come casus belli l’abbattimento dell’aeroplano Apache di qualche giorno fa
mentre sorvolava le acque di Hormuz.
Secondo Washington la responsabilità è iraniana, dunque, ad aver fatto saltare
il banco negoziale, su cui venivano riposte ben poche speranze da entrambe le
parti. Sono stati colpiti quindi 20 siti iraniani nell’isola di Qeshm, nella
città di Sirik e nel porto di Jask sul Golfo di Oman. Sono stati colpiti anche
due serbatoi di acqua potabile tagliandone l’accesso a circa 20 mila persone.
L’Iran ha contrattaccato colpendo basi americane nel Golfo in Barhain, Giordania
e Kuwait.
Il tutto avviene con Israele che continua a violare il “cessate il fuoco” in
Libano e prepara l’IDF per una nuova offensiva su larga scala a Gaza,
perpetuando violenze e massacri in Cisgiordania e lanciando annunci contro
Hezbollah seguendo il copione narrativo già utilizzato contro Hamas. Che sia una
opzione per rilanciare sulla sua vittoria alle prossime elezioni o per farle
rimandare causa guerra aperta poco cambia, il punto è che l’interesse di
Netanyahu continua ad essere quello di una guerra permanente per estendere il
suo progetto coloniale e di occupazione, estrarre risorse e sgomberare il campo
da altre opzioni politiche nella Regione.
Così come la guerra all’Iran ha probabilmente seguito un corso non completamente
prevedibile anche il Libano meridionale e la periferia Sud di Beirut confermano
una resistenza sul territorio che non è scontata e non va sottovalutata anche da
parte degli eserciti più potenti al mondo.
Facciamo il punto con Eliana Riva, giornalista per Il Manifesto e PagineEsteri
Un inchiesta per corruzione crea nuovi problemi alla grande opera inutile del
ponte sullo Stretto.
Da Radio Onda d’Urto
Secondo la Procura di Roma l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti
Tommaso Miele, l’imprenditore Vincenzo Virgiglio e l’avvocato Giacomo Saccomanno
(uomo di Salvini, già commissario leghista in Calabria) avrebbero fatto
pressioni sui giudici per ottenere pareri favorevoli. Nel mirino in particolare
2 magistrati, avvicinati senza successo. “Non è una sorpresa perchè nel corso
degli ultimi mesi più volte abbiamo manifestato preoccupazioni rispetto al fatto
che l’iter riceveva delle approvazioni da parte di organismi di controllo anche
con forzature – commenta Peppe Marra del Movimento No Ponte – penso ad esempio
alle osservazioni sulla valutazione di impatto ambientale, cioè pareri positivi
con decine e decine di osservazioni. Abbiamo parlato di strane nomine avvenute
prima nell’ambito delle commissioni. Stavolta si parla proprio di un tentativo
di corruzione di un membro della Corte dei Conti nel tentativo di superare
quella valutazione che fortunatamente invece non ha visto il benestare da parte
della Corte dei Conti tanto che ha bloccato l’approvazione del progetto
definitivo. Dal punto di vista politico sposa pienamente tutto quello che negli
anni abbiamo denunciato.”
Le valutazioni di Peppe Marra sull’inchiesta e sullo stato del progetto Ponte
sullo Stretto
Riprendiamo da Effimera questo importante testo di Emiliana Armano che mette al
centro la riorganizzazione del “lavoro” a partire dall’intelligenza artificiale
partendo dalle categorie Alquatiane. Ci sembra apra un filone nuovo di ricerca
quanto mai attuale e puntuale. Buona lettura!
Abstract
Il presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo
dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate
da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più
originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non
marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto
diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti
concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici
aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del
capitalismo. Muovendo dal suo ultimo libro sulla critica della riproduzione
sociale (2021), l’articolo discute in che misura i concetti alquatiani di
«macchina», «iperindustrialità», «capacità-umana-attiva. vivente» e
«combinazione attiva» — intesi nella loro reciproca relazione e nei diversi
livelli di realtà che Alquati distingue — siano in grado di illuminare le
contraddizioni del capitalismo digitale contemporaneo. Il contributo beneficia
del confronto con un’analisi specifica sviluppata con approccio interpretativo
alquatiano in merito alla questione della sussunzione dell’ esperienza umana
(Pentenero, 1989), inoltre si misura criticamente con il recente lavoro di
Matteo Pasquinelli (2023), che offre una storia sociale dell’intelligenza
artificiale a partire dal concetto marxiano di general intellect, e con alcuni
rilevanti contributi di critica dell’economia politica delle macchine,
caratterizzanti il dibattito sociologico critico internazionale (Fortunati 2007,
Fuchs 2014; Zuboff 2019; Gray e Suri 2019; Dyer-Witheford et al. 2019, Crawford
2021; Cingolani 2021; 2026, Casilli, 2025; Griziotti, 2025).
Al centro dell’articolo è la peculiare attenzione alquatiana alla
«capacità-umana-vivente» come merce specialissima, al «sistema umano-macchina»
come struttura sempre aperta sulle esclusività umane, e alla politicità
intrinseca di ogni processo riproduttivo. Ciò offre strumenti concettuali tanto
preziosi quanto scarsamente esplorati per pensare l’IA oltre i miti tecnocratici
e oltre un certo marxismo schematico e richiede, tuttavia, di fare propri tali
strumenti — riarticolandoli, non semplicemente applicandoli.
1. Introduzione: perché il pensiero di Romano Alquati per interpretare l’IA?
Siamo di fronte a una paradossale asimmetria. Da un lato, l’Intelligenza
Artificiale è diventata l’oggetto privilegiato di ogni discorso pubblico sul
futuro: riempie convegni, rapporti governativi, pagine editoriali, manifesti
filosofici. Dall’altro, la riflessione teorica di maggiore spessore critico
sembra oscillare tra due poli ugualmente insufficienti: quello tecno-ottimista,
che tende a leggere l’IA come promessa di liberazione o come naturale sviluppo
del progresso; e quello distopico-catastrofista, che la dipinge come agente
automatico di distruzione del lavoro e della soggettività. In entrambi i casi,
la tecnologia digitale tende a essere pensata come forza autonoma, separata dai
rapporti sociali che la producono, la orientano e la attraversano. Questa
tendenza al feticismo tecnologico — già analizzata da Zuboff (2019) per il
capitalismo della sorveglianza e da Couldry e Mejias (2019) e Cingolani (2021;
2026) per la colonizzazione digitale della vita quotidiana — è esattamente ciò
che il pensiero di Alquati ci consente di analizzare sistematicamente.
Romano Alquati ha dedicato cinquant’anni di ricerca a smontare questo tipo di
feticismo tecnologico. Non a caso, il suo ultimo libro sulla riproduzione
sociale, scritto negli ultimi anni della sua vita, torna a insistere: «molti
ideologi, innamorati e feticisti del nuovo macchinario artefatto, dimenticano
che finora le macchine-artificiali sono state sviluppate soprattutto imitando la
capacità dei lavoratori-umani, e imitandola nel loro sviluppo in potenza»
(Alquati 2021; 44). La macchina non è un demiurgo; è un rapporto sociale
cristallizzato, che incorpora organizzazione razionalizzata del lavoro
collettivo e che rimane necessariamente aperto sull’integrazione umana
insostituibile.
Questa impostazione, sviluppata con paziente coerenza attraverso decenni di
analisi del fordismo (Alquati 1975), del post-fordismo e di quella che Romano
Alquati chiama «iperindustrialità», offre oggi una prospettiva capace di tenere
insieme almeno tre livelli che il dibattito mainstream sull’IA tende a
dissociare. Alquati distingue, nella sua elaborazione teorica, livelli di realtà
che non coincidono con quelli dell’analisi ordinaria: un primo livello
macro-strutturale (le grandi forme di organizzazione del capitale e della
riproduzione sociale), un secondo livello meso-organizzativo (le forme concrete
di coordinamento del lavoro collettivo, i «piani segnici» e le strutture
d’impresa) e un terzo livello micro-soggettivo (le capacità individuali e
collettive, le forme di vita, le pratiche quotidiane). Questi livelli non sono
gerarchicamente autonomi — essi si coimplicano, si condizionano, si
contraddicono. Un’analisi dell’IA che voglia essere all’altezza della
complessità alquatiana deve attraversarli tutti e tre, mostrando come la
macchina digitale operi simultaneamente come struttura macro, come
organizzazione meso e come dispositivo di sussunzione dell’esperienza umana e
della soggettività al livello micro.
In coerenza con l’approccio interpretativo alquatiano, nella tesi di laurea
discussa nel 1989-1990 presso la Facoltà di Scienze Politiche di Torino,
Maurizio Pentenero ha elaborato una teoria sistematica della mercificazione
dell’esperienza umana che, pur restando in gran parte inedita, costituisce
ancora oggi un contributo di attualità per pensare la condizione dell’attore
sociale nell’era del capitalismo digitale. Pentenero introduce la nozione di
«sistema dell’esperienza» come grandezza sociologica strutturata su più livelli
— individuale e collettivo, qualitativo e quantitativo — e sostiene che la
tendenziale mercificazione di tutte le attività umane proletarie, comprese
quelle riproduttive, consumative e relazionali, comporta una sistematica
pauperizzazione delle condizioni di possibilità dell’esperienza sociale. Questa
tesi — elaborata decenni prima della diffusione dei social media e dei grandi
modelli linguistici — anticipa con sorprendente precisione alcune delle
dinamiche caratteristiche del capitalismo delle piattaforme.
Il testo è organizzato come segue. Nella seconda sezione, ricostruiamo i
concetti alquatiani chiave: la macchina-artificiale come sistema aperto,
l’iperindustrialità come forma organizzativa trasversale, la nozione di
capacità-umana-vivente come merce specialissima in relazione al sistema
dell’esperienza come dimensione qualitativa della vita proletaria, e la
combinazione attiva come categoria analitica e categoria politica. Nella terza
sezione, questi concetti vengono applicati alla specificità dell’intelligenza
artificiale contemporanea anche alla luce della lettura alquatiana del questione
dell’ iperindustrializzazione dell’ esperienza umana (Pentenero, 1989). Nella
quarta sezione, entriamo in dialogo critico con la discussione teorica sulla IA
(Pasquinelli 2023) e il capitalismo digitale (Fortunati 2007, Zuboff 2019; Gray
e Suri 2019; Fuchs 2014; Dyer-Witheford et al. 2019, Crawford 2021; Cingolani
2021, 2026; Casilli, 2025; Griziotti, 2025; Bologna, 2026). Nella quinta
sezione, riprendiamo il problema della riproduzione sociale nell’era digitale
alla luce del libro ultimo di Alquati dialogando con il tema delle vite lavorate
(Morini, 2020, 2022). Nella sesta e ultima sezione discutiamo le implicazioni
politiche dell’analisi.
2. L’arsenale concettuale di Alquati: una provvisoria cartografia
2.1 La macchina come sistema aperto
Il punto di partenza di ogni riflessione alquatiana sulla tecnologia è la
definizione rigorosa di «macchina». Essa è, nei suoi testi, un dispositivo
composto invariabilmente di cinque o sei parti fondamentali: il motore, la
memoria, il programma immesso e incorporato (il «cuore» della macchina),
l’utensile, il sistema di regolazione e l’interfaccia con l’umano. Questa
definizione — apparentemente tecnica — contiene una tesi radicale: la macchina è
strutturalmente e necessariamente aperta sull’integrazione umana. «Il
sistema-uomo-macchina non può all’oggi funzionare senza essere integrato dalle
perduranti esclusività umane» — scrive Alquati nel suo ultimo libro (2021; 44).
Il termine «esclusività umane» è qui decisivo. Non si tratta di un generico
residuo romantico dell’humanitas contro la tecnica. Alquati intende qualcosa di
più preciso: quelle capacità cognitive, timiche (affettivo-emotive), inventive e
relazionali che il macchinario-artificiale non è ancora in grado di incorporare
né di emulare nella loro integralità. Occorre però precisare —che il tema non è
quello dell’incorporamento impossibile: è soprattutto quello del modo in cui la
relazione umano-macchina viene ridefinita nel momento stesso in cui nuove
capacità vengono incorporate. L’incorporamento non è un processo neutro:
trasforma ciò che incorpora e trasforma chi viene incorporato. Il «grande
automa» — l’ipotetica macchina completamente autonoma — rimane per Alquati,
anche nei testi degli ultimi anni, un orizzonte lontano e problematico, non una
realtà imminente. «Non c’è ancora il grande automa, e non è neppure tanto
vicino» (2021;44), afferma nel libro. Ma la domanda rimane aperta: a che livello
si colloca l’IA generativa attuale in questo continuum?
Questo punto ha conseguenze teoriche importanti. Se la macchina è sempre un
sistema aperto sull’umano, allora l’analisi dell’IA non può limitarsi ai suoi
parametri tecnici — numero di layer neurali, dimensione del training set,
capacità computazionale — ma deve necessariamente includere il lavoro umano che
la alimenta, la mantiene in funzione e la sviluppa. Non solo il lavoro degli
ingegneri e dei ricercatori, ma anche quello — spesso invisibile e sottopagato —
dei lavoratori che etichettano i dati, moderano i contenuti, svolgono il
Reinforcement Learning from Human Feedback (RLHF), e più in generale di tutti
coloro che fruiscono e usano i sistemi (i «consumatori» diventano essi stessi,
inconsapevolmente, artefattori). Gray e Suri (2019), nel loro studio sul «ghost
work», hanno documentato con precisione empirica questa infrastruttura umana
nascosta, mostrando come i lavoratori di piattaforme come Amazon Mechanical Turk
costituiscano la condizione di possibilità invisibile dei sistemi che si
presentano come autonomi. E così per la platea più larga dei fruitori – utenti –
consumatori a vario titolo, non necessariamente principalmente artefattori. Il
sistema è aperto, e in questa apertura si gioca una parte essenziale dei
rapporti di potere.
2.2 L’iperindustrialità come forma trasversale
Il secondo concetto chiave è quello di «iperindustrialità», che Alquati elabora
progressivamente a partire dagli anni Settanta (cfr. Alquati 1993) come
strumento per pensare la fase contemporanea del capitalismo al di là della
distinzione settoriale tra industria e servizi. Nel libro sulla riproduzione
sociale, ne propone una definizione molto densa, che vale la pena citare per
esteso:
«una maniera organizzativa trasversale almeno implicitamente collettiva del
lavorare in reti (pure telematiche) sia distribuite che al contempo a forma di
piramidi di comando piuttosto centrale, di rapporti cooperativi psichici e
neo-artigianali, in cui questo lavoro-specifico cooperante in generale è
prescomposto e ridistribuito mediante un piano segnico informatizzato (e
numerizzato, digitalizzato ecc.) e virtualizzato che lo pre-reintegra
segnicamente in rete secondo una razionalità scientifica peculiare e flessibile,
rivolta al risparmio (potenziante), soprattutto di capacità-umana-vivente
psichica, artificializzandola, di tempo e di capitale, e tesa all’innovazione
così risparmiatrice.» (Alquati 2021:39)
Si tratta di una definizione molto più ricca di quanto il termine
«iperindustrialità» in sé potrebbe suggerire. Alquati non intende semplicemente
un’industria potenziata o accelerata; intende una trasformazione qualitativa
della forma stessa dell’agire sociale — e non solo del lavorare in senso
stretto. Questo è un punto che va sottolineato: l’iperindustrialità non è una
categoria del mondo del lavoro, ma una modalità, una forma organizzativa che
potenzialmente attraversa trasversalmente tutti i settori e ambiti della vita
sociale, ridefinendo il confine stesso tra lavoro e non-lavoro, tra produzione e
riproduzione. Essa si caratterizza per la sua psichicità (il prevalere delle
dimensioni cognitive, affettive, relazionali), per la sua retizzazione
(organizzazione in reti distribuite e gerarchizzate), per la sua
informatizzazione (mediazione del piano segnico digitale) e per il suo
tendenziale orientamento al risparmio di capacità-umana-vivente mediante la sua
artificializzazione.
È immediato riconoscere in questa descrizione i tratti strutturali dell’economia
delle piattaforme digitali e dell’IA. I grandi modelli di linguaggio, i sistemi
di raccomandazione, gli algoritmi di ottimizzazione logistica: tutto questo
risponde esattamente alla logica iperindustriale descritta da Alquati —
risparmio di capacità cognitiva mediante artificializzazione, in reti
distribuite governate da piramidi di comando centralizzate (le grandi
corporation tecnologiche). Crucialmente, questa forma non agisce solo al livello
macro della struttura economica globale: essa penetra nel livello meso delle
organizzazioni di lavoro (ridisegnando i processi produttivi) e nel livello
micro delle soggettività (ridefinendo le pratiche quotidiane di chi usa, consuma
e alimenta i sistemi digitali). Il che conferisce potenza euristica alla
categoria alquatiana.
2.3 La capacità-umana-vivente, la sua merce e la questione dell’esperienza
Il terzo concetto fondamentale è quello di «capacità-umana-vivente», che per
Alquati designa non semplicemente la forza lavoro nel senso marxiano
tradizionale, ma l’insieme complesso e indivisibile delle attitudini, facoltà,
competenze, saperi e conoscenze che gli esseri umani mettono in gioco nell’agire
— nel lavorare, ma anche nell’interagire, nel riprodursi, nell’apprendere. Il
lavorare stesso diventa, in questa prospettiva, un momento dell’agire in
generale: la capacità non nasce per il lavoro — essa è vita umana — ma viene
sussunta al lavoro nella sua forma capitalistica, ridotta a questa finalità,
mutilata e infine riprodotta in funzione di essa. La peculiarità di questa
categoria è che essa è radicata nella corporeità viva: «la macchina umana calda
non è solo biologica, ma ha nel suo corpo anche la psiche, la mente,
l’intelletto, lo spirito e la soggettività» (Alquati 2021; 44), così la
sussunzione è della «capacità umana vivente, calda in mercificazione, in
mezzificazione, in macchinizzazione» (Alquati, 2021; 72)
Pentenero sistematizza questa intuizione attraverso la distinzione tra la
«capacità» come potenzialità e l’«attività» come sua erogazione nel tempo. Egli
introduce la nozione di «attività-merce» per descrivere il processo attraverso
il quale, nella fase contemporanea del capitalismo, non solo le attività
lavorative ma tendenzialmente tutte le attività umane vengono sussunte alla
forma-merce: «le condizioni di vita dell’attore proletario sono definite dalla
tendenziale ed imposta tendenza alla mercificazione generalizzata di tutta la
sua esistenza, nella tendenziale pauperizzazione della qualità della sua vita»
(Pentenero, 1989-1990). Su questo sfondo si definisce il concetto di «sistema
dell’esperienza». Pentenero distingue tra un livello dell’esperienza collettiva
— che trascende le singole individualità pur ponendosi come risorsa dei soggetti
singoli — e una dimensione individuale dell’esperire, nella quale l’individuo
usa il patrimonio collettivo accumulato contribuendo a sua volta ad arricchirlo.
Si può parlare di esperienza, sostiene Pentenero, quando l’attore sociale è
incluso in un «processo cognitivo, riflessivo, acquisitivo, elaborativo che si
attualizza in una pratica, ad opera di un soggetto forte, dotato di autonomia,
cioè di capacità auto-formative attivate in un processo di auto-valorizzazione,
attraverso un forte coinvolgimento diretto, tale per cui si possano sedimentare,
in forma permanente, i costrutti innovativi acquisiti nella pratica stessa». La
tendenziale mercificazione di tutte le attività umane — che riduce l’attore a
«mero esecutore di attività che non ritornano più su di sé in nessun modo» —
rappresenta dunque una sistematica distruzione delle condizioni di possibilità
di questa esperienza. L’intuizione che lega Alquati a Pentenero è che la
capacità-umana-vivente, in quanto vivente, eccede sempre il tentativo di ridurla
a pura variabile economica. Conserva margini di autonomia, creatività,
resistenza che il capitale deve continuamente catturare — e che tuttavia non
riesce mai a catturare del tutto. È questa irriducibilità — che Alquati chiama
«esclusività umane» e Pentenero «plus-potenzialità latenti» — a costituire tanto
il fondamento dell’analisi quanto il nodo della contraddizione strutturale del
capitalismo digitale.
Un’eco significativa di questa intuizione si ritrova nell’analisi di Cristina
Morini in Vite lavorate (Morini, 2022). Il titolo stesso cattura la tensione
teorica al centro della riflessione alquatiana: non sono le ore di lavoro a
essere «lavorate», ma le vite nella loro interezza — la corporeità,
l’affettività, il tempo libero, la formazione. Le «vite lavorate» richiamano le
«capacità-umane-viventi» alquatiane osservate dal punto di vista del soggetto
che le eroga: vite che portano il lavoro con sé nel corpo, nelle relazioni, nel
tempo sottratto alla riproduzione. La convergenza non è occasionale: in entrambe
le analisi l’irriducibilità corporea della soggettività vivente costituisce
insieme il fondamento dell’estrazione capitalistica e la possibilità — sempre
precaria, mai garantita — di eccederla.
Nell’era dell’IA, questa tensione si ripresenta in forme nuove e per certi versi
più acute. Il capitale tenta di sussumere non solo il lavoro fisico o cognitivo
degli individui, ma l’intelligenza collettiva sedimentata nel linguaggio, nella
cultura, nelle pratiche comunicative. I grandi modelli linguistici sono
addestrati su corpus di testo scritto dall’umanità intera e e digitalizzato nel
corso degli ultimi decenni; le reti neurali imparano da milioni di immagini
prodotte da esseri umani. In questo senso, come vedremo, la proposta di
Pasquinelli (2023) di analizzare l’IA come forma di sussunzione del general
intellect si avvicina significativamente all’intuizione alquatiana — sebbene
richieda alcune precisazioni che svolgeremo nella sezione 4.
2.4 La combinazione attiva
Il quarto concetto, forse il più politicamente carico, è quello di «combinazione
attiva umano-mezzi». Nell’impianto alquatiano, ogni sistema umano-macchina è
attraversato da una doppia dinamica: da un lato, il capitale tende a
razionalizzare e incorporare nella macchina le capacità umane, svuotando il
lavoratore e l’umano e riducendoli a attivazione di un sistema che lo sovrasta;
dall’altro — e questa è un’ipotesi che va argomentata, non un assioma — il
lavoratore e gli attori sociali non sono mai puramente passivi attuatori, ma
portano nel sistema umano-macchina una relazionalità, un’inventività, una
soggettività che può eccedere il design intenzionale del macchinario e
dell’organizzazione capitalistica (Archivio Alquati, in Alquati 2021; 197).
Pentenero arricchisce questa categoria con la nozione di «autovalorizzazione»
dell’attore sociale. Egli distingue due modalità fondamentali: quella che punta
al potenziamento qualitativo delle proprie capacità, a parità di valore in esse
incorporato, e quella che punta all’aumento di valore delle stesse a parità di
valore d’uso. Egli osserva che il processo complessivo di mercificazione
generalizzata — proprio mentre tende a ridurre l’attore a mero esecutore —
comporta anche una corrispondente estensione dell’ambito su cui può esercitarsi
il suo possibile rifiuto. La delega crescente di funzioni accumulative al
proletariato — necessaria per effetto della complessità sistemica crescente —
aumenta paradossalmente le sue «potenzialità antagoniste», nel senso che le
condizioni stesse della schiavitù capitalistica diventano potenziali leve per
stravolgerla. Nella «combinazione attiva» c’è questa dimensione eccedente: la
capacità del soggetto lavorante di riappropriarsi creativamente degli strumenti
tecnici e dell’organizzazione ad essi sottesa, di usarli per fini che non
coincidono con quelli del capitale. Occorre però usare questo concetto con
precisione, evitando di appiattirlo su un piano unico. La combinazione attiva
opera su livelli diversi: al livello micro, implica processi di
micro-resistenza, l’inventività individuale, il sabotaggio silenzioso; al
livello meso, l’organizzazione collettiva nei luoghi di lavoro algoritmico; al
livello macro, la questione politica di chi controlla le infrastrutture
tecnologiche. Ridurla a una sola di queste dimensioni— impoverisce la portata
del concetto.
Questa categoria della combinazione attiva, elaborata da Alquati già negli anni
Sessanta in relazione alle lotte operaie alla Fiat e alla Olivetti (Alquati
1975), conserva una rilevanza teorica notevole nell’era dell’IA, a condizione di
non brandirla come clava ideologica ma di riarticolarla rispetto alle
specificità tecnologiche e organizzative attuali.
3. L’IA come macchina sociale: applicazioni dei concetti alquatiani
3.1 Il sistema umano-macchina nell’era dei grandi modelli
I sistemi di IA contemporanei — e in particolare i large language models (LLM)
come GPT-4, Claude, Gemini — sono spesso presentati come esempi di intelligenza
genuinamente autonoma, capace di produrre testo, codice, immagini e ragionamenti
in modo indipendente dall’intervento umano. Questa presentazione è tanto potente
quanto fuorviante. La categoria alquatiana del sistema umano-macchina aperto
permette di precisarne i limiti.
In primo luogo, i grandi modelli linguistici sono addestrati su testi prodotti
da esseri umani: questa è la loro «apertura fondamentale». Il loro funzionamento
deriva integralmente da un’eredità di capacità linguistica, cognitiva e
culturale accumulata dall’umanità nel corso di secoli. In questo senso, essi non
sono mai veramente autonomi: sono cristallizzazioni di intelligenza collettiva,
nel senso che sia Marx che Alquati avevano intuito parlando di general intellect
e di sapere collettivo incorporato nelle macchine.
In secondo luogo, e più concretamente, i sistemi di IA contemporanei richiedono
enormi quantità di lavoro umano in tutte le loro fasi: dal data labeling
(etichettatura dei dati di addestramento) al RLHF (Reinforcement Learning from
Human Feedback), dalla moderazione dei contenuti alla valutazione degli output,
fino al lavoro di infrastruttura (manutenzione dei data center, gestione delle
reti, sicurezza informatica). Bologna (2026) sul solco di alcune altre analisi
(Gray e Suri 2019; Casilli, 2025) mostra come questo «ghost work» — spesso
esternalizzato verso il Sud Globale a prezzi bassissimi — costituisca una parte
strutturale, e non residuale, del funzionamento dei sistemi di IA. Roberts
(2019) e Casilli (2025) hanno infatti documentato in dettaglio l’industria della
content moderation, rivelando le condizioni di lavoro e i costi psicologici di
coloro che mantengono «puliti» i sistemi che si presentano come automatici.
Nello scritto alquatiano, tale apertura sul lavoro umano è esplicitata con
chiarezza: il sistema umano-macchina è «necessariamente aperto alle
capacità-viventi esclusive indispensabili dell’utilizzatore umano».
Il punto teorico è importante: smontare il mito dell’IA come intelligenza
autonoma non è solo un’operazione demistificatoria, ma è necessario per
analizzare correttamente i rapporti di potere e sfruttamento che strutturano il
capitalismo digitale. Chi controlla il sistema umano-macchina? Di chi sono le
«esclusività umane» che lo tengono in funzione? Come vengono remunerate e
riconosciute? E, soprattutto: esiste un potenziale di contropotere in questa
struttura aperta? Queste domande non sono ornamentali. Sono il cuore
dell’analisi politica che il framework alquatiano suggerisce.
3.2 La fabbrica algoritmica: taylorismo digitale e iperindustrializzazione
dell’esperienza
Il concetto alquatiano di iperindustrialità, integrato con l’analisi di
Pentenero della tecnostrutturazione, permette di analizzare in modo più preciso
il «taylorismo algoritmico» o «taylorismo digitale» (Dyer-Witheford et al. 2019;
Fuchs 2014). Ma occorre evitare la confusione tra l’applicazione di principi
tayloristi tramite strumenti digitali e la trasformazione qualitativa delle
forme dell’agire che l’iperindustrialità designa. Pentenero osserva che lo
sviluppo dell’organizzazione scientifica fuori dalla fabbrica — ciò che egli
chiama «tecnostrutturazione» — si estende progressivamente a tutti gli ambiti
del ciclo vitale proletario, con effetti di dequalificazione analoghi a quelli
già prodotti dal taylorismo nelle attività lavorative. La «tecnostrutturazione»,
scrive Pentenero, produce sistemi tendenzialmente autotelici, «cioè a porre essi
stessi, quasi fossero degli automi, le condizioni del proprio incremento»,
mentre i soggetti «sembrano perdere la capacità di controllare e regolare il
sistema complessivo e sempre più vivono circoscritti nel frammento di una vita
le cui condizioni sfuggono loro». Questa descrizione anticipa con precisione
inquietante le dinamiche degli algoritmi di ottimizzazione contemporanei.
Nel capitalismo delle piattaforme, i sistemi di IA non si limitano ad
automatizzare singole operazioni; essi ridisegnano l’intera organizzazione del
lavoro secondo principi che ricordano, e al contempo radicalizzano, quelli
dell’organizzazione scientifica taylorista. Le piattaforme di gig economy (Uber,
Deliveroo, Amazon Mechanical Turk et al.) utilizzano algoritmi per scomporre il
lavoro in micro-task standardizzati, assegnarli in tempo reale ai lavoratori
disponibili, monitorarne l’esecuzione e valutarne la qualità (Cingolani, 2026).
Come ha mostrato Irani (2015) per il caso di Amazon Mechanical Turk, questo
processo crea forme di dipendenza e differenziazione tra lavoratori digitali che
riproducono, in forme nuove, le asimmetrie di potere del capitalismo
industriale.
Questo processo realizza in forma digitale e distribuita quella che Alquati
chiamava la «prescomposizione e ridistribuzione mediante piano segnico» tipica
dell’iperindustrialità. Il piano segnico è ora l’algoritmo; la rete è globale;
la razionalità scientifica è quella del machine learning. La differenza cruciale
rispetto al taylorismo tradizionale — che Alquati aveva anticipato parlando di
psichicità iperindustriale e che Pentenero ha sistematizzato nella teoria della
mercificazione delle attività — è che il taylorismo digitale si estende alle
dimensioni cognitive, affettive e relazionali del lavoro, e poi oltre: alle
attività consumative, formative, ricreative. Il lavoratore di Amazon Mechanical
Turk non monta bulloni: etichetta immagini, trascrive audio, valuta la
pertinenza di risultati di ricerca. Il moderatore di contenuti sui social media
non sposta merci: elabora, valuta e censura significati (Roberts 2019). Ma al
tempo stesso, l’utente che naviga su TikTok, il consumatore che lascia una
recensione su Amazon, il cittadino che interagisce con un chatbot di assistenza
pubblica: tutti questi attori svolgono attività che vengono progressivamente
sussunte nella logica valorizzativa delle piattaforme. Questa estensione della
forma industriale a tutte le attività umane produce un effetto che Pentenero
descrive con un’ipotesi di grande forza teorica: dove prima l’attore proletario
vendeva solo le proprie capacità lavorative come merci, mentre le altre sue
capacità restavano non mercificate, oggi «l’attore proletario vede la
tendenziale mercificazione e conseguente razionalizzazione di tutte le sue
attività lavorative e non, quindi di tutte le sue capacità lavorative e non». La
piattaforma digitale è la forma organizzativa che realizza — più compiutamente
di qualsiasi altra struttura storica precedente — questa sussunzione
generalizzata.
Questa estensione della logica iperindustriale alle dimensioni affettive e
relazionali possiede una marcata dimensione di genere. Come ha mostrato Cristina
Morini già in Per amore o per forza (2010) e poi, con ampiezza maggiore, in Vite
lavorate (2022) le capacità affettive, relazionali e riproduttive che il
capitale iperindustriale sussume sono storicamente e strutturalmente le capacità
che le donne hanno erogato, spesso gratuitamente, nel campo della cura e della
riproduzione sociale. Il taylorismo digitale che si estende alle dimensioni
timiche del lavoro realizza dunque anche una nuova forma di cattura di un lavoro
“femminile” da sempre sfruttato nella sua gratuità.
3.3 La mercificazione dell’esperienza nell’era dell’IA e i suoi paradossi
Il contributo più specifico della tesi di Pentenero al nostro oggetto di analisi
riguarda il rapporto tra mercificazione delle attività e pauperizzazione
dell’esperienza. Pentenero sostiene che la razionalizzazione taylorista delle
attività lavorative si era tradotta ovunque in un «impoverimento, in una
dequalificazione delle attività stesse e quindi in un venir meno delle
opportunità esperienziali nell’ambito della pratica lavorativa». Ora che questa
mercificazione si estende a tutte le attività umane, la domanda che egli pone è:
«dove va a finire l’esperienza umana?»
La risposta di Pentenero non è deterministica. Egli sostiene ipoteticamente che
«il venir meno dell’esperienza sia un processo contingente e contraddittorio»,
radicato nella stessa contraddizione intrinseca della forma-merce: il valore di
scambio domina il valore d’uso, ma esso stesso esiste solo in quanto si realizza
in un valore d’uso. Senza un residuo di esperienza autentica — senza creatività,
inventività, capacità di produrre il nuovo — il sistema capitalistico stesso
vedrebbe deteriorarsi la fonte della sua valorizzazione. Questa contraddizione è
al cuore del problema che l’IA contemporanea pone.
I grandi modelli linguistici possono replicare le forme dell’espressione
linguistica, ma non possono produrre autonomamente l’esperienza che ne
costituisce il contenuto. Essi apprendono da testi prodotti da esseri umani che
hanno vissuto, amato, lavorato, sofferto, creato — testi che sedimentano quella
«traccia profonda nella memoria» e quell’«arricchimento» che Pentenero pone al
centro della sua definizione di esperienza. Ma se la mercificazione
generalizzata pauperizza progressivamente le condizioni dell’esperienza
autentica — se l’attore sociale diventa sempre più «esecutore combinato di
attività separate dalle sue effettive esigenze vitali» — allora la qualità
stessa dei dati di addestramento dei futuri modelli ne risulterà impoverita. È
questo il paradosso che alcuni ricercatori hanno cominciato a chiamare «collasso
del modello»: un’IA addestrata prevalentemente su output di altri sistemi di IA
tende a degenerare, perché viene a mancare quella vitalità esperienziale che
costituisce la materia prima della sua intelligenza.
3.4 La sussunzione dell’intelligenza collettiva
Un aspetto particolarmente rilevante dell’analisi alquatiana, illuminato
ulteriormente dalla tesi di Pentenero, riguarda il processo di sussunzione
dell’intelligenza collettiva. Marx aveva elaborato la distinzione tra
sussunzione formale (il capitale incorpora il lavoro mantenendone
sostanzialmente invariato il processo) e sussunzione reale (il capitale
trasforma in profondità il processo lavorativo, ridisegnandolo secondo la
propria logica). Alquati estende questa logica all’intera società, parlando di
un «rovesciamento sussuntivo» per cui non solo il lavoro ma la capacità umana
nel suo insieme viene progressivamente incorporata nell’organizzazione
capitalistica. Pentenero aggiunge una terza forma: la «sussunzione effettiva»,
quella che conta davvero, perché misura quanto il processo di valorizzazione
riesce concretamente a penetrare nelle pratiche sociali reali — non solo nelle
strutture formali.
Nell’era dell’IA, questo processo di sussunzione assume una forma
qualitativamente nuova. I corpus testuali su cui vengono addestrati i grandi
modelli contengono secoli di produzione intellettuale e culturale umana. In
questo senso, l’IA realizza una forma di espropriazione collettiva senza
precedenti: non il furto di un’idea o di un’invenzione individuale, ma la
cattura dell’intelligenza sociale stessa. Zuboff (2019) ha analizzato questa
dinamica attraverso il concetto di capitalismo della sorveglianza; attraverso
quello di colonizzazione dei dati (Couldry e Mejias (2019) nella vita quotidiana
(Cingolani, 2021; 2026). Il framework alquatiano-penteneriano aggiunge la
dimensione della capacità-umana-vivente come merce specialissima: non si
espropria solo l’informazione, ma la capacità stessa di produrla — e con essa,
il «sistema dell’esperienza» che ne è la fonte. La domanda che Alquati porrebbe
— e che viene raramente posta nel dibattito pubblico — è: chi presidia questo
processo di sussunzione? Chi controlla i parametri del modello, i dati di
addestramento, i metodi di fine-tuning? E chi riceve il valore prodotto
dall’intelligenza collettiva così sussunta? La risposta è, ovviamente, un numero
ristrettissimo di grandi corporation transnazionali — Alphabet, Microsoft, Meta,
Amazon, Anthropic, OpenAI — che controllano le infrastrutture computazionali, i
dati e i modelli fondazionali dell’IA contemporanea.
4. Dialogo critico con Matteo Pasquinelli: «Eye of the Master»
4.1 La proposta teorica di Pasquinelli
Il recente libro di Matteo Pasquinelli (2023) rappresenta uno dei contributi più
ambiziosi e interessanti al dibattito post marxista sull’intelligenza
artificiale. La tesi centrale del libro è che l’IA non possa essere compresa
come prodotto spontaneo del progresso scientifico, ma debba essere analizzata
come strumento di misura, calcolo e controllo del lavoro produttivo. Il titolo
richiama lo sguardo panoptico del padrone sulla fabbrica: l’IA come occhio del
capitale, capace di scomporre, quantificare e ottimizzare i processi produttivi
su scala inimmaginabile.
Il lavoro di Pasquinelli mobilita una genealogia ricca e originale: da Babbage e
il principio di analisi (la scomposizione del lavoro in operazioni elementari)
alle macchine di Turing, dal concetto marxiano di general intellect alla
cibernetica di Wiener, dall’operaismo italiano alle teorie contemporanee
dell’intelligenza collettiva. Il cuore della sua argomentazione è che le
macchine — incluse quelle di IA — non sono invenzioni ex nihilo, ma
cristallizzazioni di movimenti lavorativi umani: esse imitano, formalizzano e
automatizzano ciò che i lavoratori fanno, incorporando nelle proprie strutture i
saperi collettivi che il capitale ha precedentemente estratto. Come sintetizzano
Pasquinelli e Joler (2021) nel Nooscope Manifested, l’IA è «uno strumento di
estrazione della conoscenza» che opera attraverso processi di astrazione e
compressione dei pattern presenti nei dati.
Questo argomento presenta una notevole analogia con la posizione alquatiana,
anche se Pasquinelli richiama il pensiero di Alquati solo per sommi capi — il
che è già, nel panorama internazionale, notevole. Entrambi gli approcci
interpretativi insistono sulla natura derivata delle macchine rispetto al lavoro
vivo; entrambi sottolineano il processo di incorporazione di capacità umane nel
macchinario; entrambi vedono nell’IA non tanto il sostituto quanto
l’appropriazione dell’intelligenza collettiva. La differenza principale è di
accento, di sguardo e di metodo: Pasquinelli lavora prevalentemente sul piano
della genealogia storica e della filosofia della tecnica, mentre Alquati propone
un’analisi strutturale e sociologica del processo di riproduzione capitalistica
nel suo complesso, articolata attraverso i livelli di realtà sopra descritti.
4.2 Convergenze: general intellect e sistema dell’esperienza
Il punto di convergenza più significativo tra Pasquinelli, Alquati e Pentenero
riguarda la questione della sussunzione dell’intelligenza collettiva.
Pasquinelli argomenta che l’IA contemporanea realizzi la sussunzione del general
intellect — ovvero dell’intelligenza sociale generalizzata, del sapere
accumulato dall’umanità — nelle macchine del capitale. Questo argomento risuona
sia con la categoria alquatiana di «capacità-umana-vivente in mercificazione»
sia con l’analisi di Pentenero del sistema dell’esperienza come patrimonio
collettivo progressivamente espropriato dalla logica capitalistica. Occorre però
distinguere, come Pentenero fa esplicitamente, tra il general intellect — la
nozione che Marx abbozza nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse — che
indica la conoscenza sociale generalizzata incorporata nel macchinario
produttivo e come Virno (2001) ha riletto il general intellect in chiave
post-fordista come «intelletto in generale», attributo del genere umano che
diventa principale forza produttiva nell’economia contemporanea. Negri (1989) lo
ha incorporato nella teoria dell’operaio sociale. La capacità-umana-vivente
alquatiana è categoria di tutt’altro tenore: non è astratto intelletto
collettivo, ma capacità concreta, corporea, timica, relazionale di soggetti
specifici, situata nei loro corpi e nelle loro pratiche sociali. Confonderle
significa perdere la specificità di entrambe.
Pasquinelli, sulle orme di Virno e Negri ma con maggiore attenzione alle
concretezze tecniche e alla fase attuale, argomenta che l’IA contemporanea
realizzi la sussunzione del general intellect nelle macchine del capitale.
Questo argomento sembra risuonare sia con la categoria alquatiana di
«capacità-umana-vivente in mercificazione» sia con l’analisi di Pentenero. Ma il
sistema dell’esperienza penteneriano è ancora più specifico: esso cattura quella
dimensione qualitativa dell’esistenza proletaria — l’arricchimento, la
sedimentazione, l’auto-valorizzazione — che non è riducibile né alla conoscenza
astratta né alla mera capacità lavorativa. Confondere queste tre categorie —
general intellect, capacità-umana-vivente, sistema dell’esperienza — significa
perdere la specificità di ciascuna.
Tutti e tre gli autori, inoltre, concordano sul fatto che questo processo di
appropriazione non sia mai qualcosa di completamente riuscito: il lavoro vivo
eccede sempre le sue cristallizzazioni meccaniche. Pasquinelli lo esprime
dicendo che l’IA è sempre «uno specchio che distorce»: essa riflette
l’intelligenza umana ma non la cattura integralmente. Alquati lo dice in modo
più radicale, sostenendo che le «esclusività umane» restano irriducibili alla
macchinizzazione nel futuro almeno medio-prossimo. A questo proposito, va
registrato un fenomeno recente e significativo: numerose ricerche negli USA
mostrano che molti adolescenti costruiscono relazioni affettive ed emotive con
chatbot di IA, con effetti che i ricercatori descrivono come perturbanti per lo
sviluppo di capacità timiche autonome. Questo suggerisce che le «esclusività
umane» non siano un dato fisso e inattaccabile, ma possano essere trasformate —
modificate (e impoverite?) — dalla relazione stessa con le macchine. La
posizione alquatiana richiede dunque di essere interrogata dialetticamente: la
macchina non è solo lo specchio dell’uomo, ma il dispositivo che, nell’atto di
riflettere, trasforma ciò che riflette. Come scrive Griziotti (2025) infatti con
l’IA si esercita “una relazione diretta tra singolo e macchina: una sorta di
Grande Fratello predittivo che non si limita a osservare, ma partecipa alla
formazione di ciò che osserva”.
Una terza voce che può essere inserita produttivamente in questo quadro di
convergenze è quella di Fortunati (2007). Il suo contributo sul lavoro
“immateriale” e la sua macchinizzazione anticipa — scritto nel 2007, ben prima
dell’esplosione dei grandi modelli linguistici — alcune delle dinamiche che
Pasquinelli teorizza nella sua genealogia storica dell’IA. Fortunati mostra come
il processo di macchinizzazione del lavoro cosiddetto immateriale proceda
secondo una logica analoga a quella del taylorismo del lavoro fisico:
scomposizione in elementi, formalizzazione, codificazione, incorporamento nella
macchina. Ma mostra anche che questo processo incontra resistenze strutturali:
la «sostanza» del lavoro “immateriale” — la sua dimensione affettiva,
relazionale, contestuale — tende a sfuggire all’incorporazione formale. Rispetto
a Pasquinelli, Fortunati aggiunge una dimensione che la genealogia storica tende
a sottovalutare: quella del lavoro riproduttivo come sito privilegiato di
produzione di capacità che il capitale sfrutta senza adeguatamente riconoscere.
In questo senso, la lettura fortunatiana completa quella di Pasquinelli
aggiungendo la dimensione della riproduzione sociale che è invece al cuore
dell’analisi alquatiana, creando un triangolo di risonanze critiche tra tre
prospettive parzialmente incompatibili ma reciprocamente illuminanti.
4.3 Divergenze: l’occhio del padrone e la soggettività operaia
Vi sono tuttavia differenze significative tra i due impianti teorici, che è
opportuno tematizzare esplicitamente. La prima riguarda il ruolo della
soggettività. Occorre preliminarmente avvertire che «soggettività» è termine
scivoloso, che richiede precisazione: non si tratta qui di soggettività
psicologica individuale, né di una generica «agency». Alquati intende la
soggettività anche come capacità di essere soggetti, agire in direzione propria,
contraria rispetto alla logica di valorizzazione, radicati in pratiche concrete
e non in attitudini astratte. In Pasquinelli, l’analisi dell’IA tende a
privilegiare la prospettiva del capitale — l’occhio del padrone — rispetto a
quella dei lavoratori e degli agenti umani. La storia sociale dell’IA che
propone è prevalentemente una storia dell’estrazione e dell’appropriazione, meno
una storia delle resistenze, delle riappropriazioni e delle lotte. In Alquati,
al contrario, la soggettività operaia e iperproletaria è sempre al centro
dell’analisi — pur con tutte le cautele e mediazioni che tale centralità
richiede.
Questa differenza non è secondaria. Rischia, nel caso di Pasquinelli, di
produrre una lettura sostanzialmente foucaultiana in cui il capitale e le sue
macchine sembrano onnipotenti, mentre i lavoratori e gli attori sociali sono
ridotti a mera materia prima dell’estrazione. Alquati avrebbe obiettato che
questa rappresentazione è essa stessa una forma di feticismo: il feticismo della
macchina che non vede il lavoro vivo che la produce e che la mantiene sempre
strutturalmente aperta alla resistenza. Ma vanno distinte anche la soggettività
dei lavoratori e quella del capitale: anche i «padroni» sono soggetti con
strategie, con contraddizioni, con margini di manovra. L’analisi deve tenere
conto di entrambe le parti.
La seconda differenza riguarda la questione della riproduzione sociale.
Pasquinelli si concentra principalmente sulla sfera della produzione (nel senso
stretto) e della sua automazione. Alquati insiste invece sulla centralità della
riproduzione della capacità-umana-vivente come sito cruciale di valorizzazione
del capitale contemporaneo. Seguendo questa prospettiva, possiamo dire che l’IA
non opera solo nelle fabbriche o negli uffici; opera nella riproduzione
quotidiana della vita, nella formazione, nella cura, nel consumo, nel tempo
libero. Trascurare questa dimensione estrattiva (Mezzadra e Neilson 2019),
relativa alle operazioni del capitale — significa perdere una parte essenziale
del quadro.
La terza differenza, infine, riguarda il ruolo della dimensione psichica e
timica. Pasquinelli, pur attento alle dimensioni cognitive dell’IA, tende a
privilegiare un approccio tecno-gnoseologico (l’IA come forma di conoscenza e
calcolo). Alquati insiste invece sulla psichicità in senso ampio — che include
la dimensione affettivo-emotiva, relazionale, «timica» — come carattere
costitutivo dell’iperindustrialità contemporanea. L’IA del care, dei chatbot
emotivi, dei sistemi di raccomandazione dei social media, non opera solo su basi
cognitive ma su quelle timiche: un’analisi completa deve tenere conto anche di
questa dimensione, che Andrejevic (2013) ha cominciato ad esplorare nella sua
analisi dell’«infoglut» e delle sue conseguenze cognitive e affettive.
5. Riproduzione sociale e mercificazione dell’esperienza nell’era digitale
5.1 Il consumo-finale riproduttivo e la piattaforma come fabbrica
dell’esperienza
Una delle intuizioni più originali del libro alquatiano sulla riproduzione
sociale — e forse la meno esplorata nel dibattito contemporaneo — è quella
relativa al «consumo-finale riproduttivo» come luogo di valorizzazione del
capitale. Alquati sostiene che nel capitalismo contemporaneo la valorizzazione
del capitale non si realizzi più soltanto nella sfera della produzione
(artefattura), ma anche in quella della riproduzione della
capacità-umana-vivente: il tempo che i soggetti dedicano a riprodursi — a
mangiare, a dormire, a curarsi, a formarsi, a socializzare — è diventato esso
stesso produttivo di capitale. Si può qui intendere: a misura che viene
impresizzato.
Alquati aveva anticipato con sorprendente precisione questa dinamica,
descrivendo come «la gente iperproletaria è la capacità-umana-vivente-merce che
adesso si riproduce Producendo capitale, nella suddetta nuova centralità». E
ancora: «è vero che le caratteristiche di questo nostro odierno mondo sempre più
artificiale che appaiono e spesso sono più nuove ci si mostrano con crescente
chiarezza nel lavoro di produzione e consumo del settore dei beni e soprattutto
dei servizi di intrattenimento, in cui inoltre si vede sempre più come la stessa
merce in gioco sia la gente che gira e naviga per intrattenersi» (Alquati
2021;49). La «merce» non è il servizio: è la gente stessa, con le sue capacità
cognitive, timiche, relazionali.
Questa tesi, che Alquati elabora sulla riproduzione del sistema capitalistico
nel suo complesso, assume una rilevanza straordinaria nell’era dei social media
e dell’IA. Pentenero aveva sistematizzato questo punto sul piano teorico quasi
tre decenni prima: la tendenziale mercificazione di tutte le attività umane,
comprese quelle riproduttive e consumative, implica che esse vengano «prodotte e
riprodotte solo per essere alienate» — non per l’uso diretto del soggetto che le
eroga. Le piattaforme digitali realizzano questa logica nel modo più compiuto:
ogni click, ogni like, ogni minuto di attenzione diventa dato, diventa materia
prima per l’addestramento degli algoritmi, diventa valore per le piattaforme.
Gli utenti di Facebook, Instagram, YouTube, TikTok non consumano semplicemente
contenuti: producono, gratuitamente, i dati che alimentano i sistemi di IA.
Terranova (2000) aveva già analizzato questo meccanismo parlando di «free labor»
nel contesto della cultura digitale; Zuboff (2019) l’ha sistematizzato nella
teoria del capitalismo della sorveglianza; Mosco (2014) l’ha inquadrato nella
più ampia economia del cloud. L’intuizione alquatiano-penteneriana della
capacità-umana-vivente come risorsa estratta anche nelle fasi riproduttive
precede e arricchisce tutte queste analisi. Dal punto di vista del sistema
dell’esperienza, questo processo ha conseguenze di enorme rilevanza. Se le
attività consumative vengono progressivamente mercificate — se il tempo di
svago, di intrattenimento, di socialità diventa lavoro non riconosciuto per le
piattaforme — allora vengono sistematicamente distrutte le condizioni che
Pentenero pone come necessarie all’esperienza “autentica”: l’autonomia del
soggetto, il suo forte coinvolgimento diretto, la sedimentazione permanente di
costrutti innovativi. L’utente della piattaforma non è un soggetto forte che
auto-valorizza la propria capacità esperienziale: è un nodo in una rete di
estrazione, la cui attività conta principalmente come attività indifferenziata
depositaria di valore.
È qui che il contributo di Maurizio Pentenero (1989), elaborato in diretta
interlocuzione con Alquati offre una categoria analitica di attualità. Pentenero
sviluppa la distinzione tra «esperienza simulata» e «sperimentazione innovativa»
come due modalità radicalmente opposte di relazione tra il soggetto e il
processo di valorizzazione capitalistica. L’«esperienza simulata» è quella che
il sistema produce e promuove come esperienza autentica, ma che in realtà è un
prodotto codificato esogeneamente, e costituisce un soddisfacimento superficiale
ed epidermico dei bisogni esperienziali: un vissuto che non accumula sapere, non
trasforma, non auto-valorizza, ma riproduce le condizioni della propria
subordinazione. Pentenero scriveva nel 1989, in un’epoca in cui l’industria del
tempo libero era già al centro dell’analisi critica; ma la sua categoria taglia
con precisione l’economia delle piattaforme digitali. Ogni scroll su TikTok,
ogni reazione su Instagram, ogni like su Facebook è esattamente un’«esperienza
simulata» nel senso pentenero-alquatiano: appare come espressione soggettiva,
come comunicazione, come presenza; è invece estrazione di dati, produzione di
surplus per la piattaforma, riproduzione di abitudini che alimentano il sistema.
Il soggetto dell’esperienza simulata non si accumula né si auto-valorizza: si
svuota producendo valore per altri. Ciò che Alquati chiama «consumo-finale
riproduttivo come luogo di valorizzazione» e ciò che Pentenero chiama
«esperienza simulata» sono due facce della stessa fenomenologia: quella di un
soggetto che riproduce attivamente le condizioni della propria subordinazione
nell’atto stesso in cui crede di esprimersi liberamente.
5.2 Eccedenza e irriducibilità della corporeità
Un punto su cui Alquati insiste con forza nel libro ultimo riguarda la
irriducibilità della corporeità viva. Contro ogni tentazione dematerializzante,
egli afferma che cervello, mente e spirito non esistono senza un corpo di carne
da cui emergere, e quindi senza territorio. Il riferimento al fallimento della
prima via cognitivista all’IA lo conferma: quell’approccio simbolico degli anni
Cinquanta-Settanta, che cercava di riprodurre l’intelligenza dalla pura
manipolazione di simboli formali prescindendo dalla corporeità, si è mostrato
insufficiente. Stiegler (2018) ha sviluppato, da una prospettiva differente, una
riflessione analoga sull’«iperindustrializzazione» come processo di
proletarizzazione dello spirito attraverso la perdita del sapere-fare
incorporato.
Questo punto ha implicazioni teoriche importanti che vanno oltre il dibattito
tecnico. In primo luogo, esso suggerisce che qualsiasi sistema di IA che
pretenda di replicare capacità cognitive umane di alto livello si scontrerà
strutturalmente con i limiti imposti dall’assenza di incarnazione. I grandi
modelli linguistici attuali, pur enormemente potenti nel trattamento statistico
del linguaggio, mostrano in effetti difficoltà caratteristiche nelle situazioni
che richiedono radicamento contestuale, senso comune, comprensione situata:
esattamente ciò che Alquati avrebbe chiamato «capacità-viventi esclusive»
radicate nella corporeità.
In secondo luogo, l’insistenza alquatiana sulla corporeità suggerisce che
l’analisi dell’IA non possa ignorare la sua materialità infrastrutturale: i data
center con il loro consumo energetico enorme, il mining di materiali rari per le
GPU, il lavoro fisico dei lavoratori della logistica che mantengono le
infrastrutture. L’IA non è immateriale: è profondamente radicata in una
materialità fisica che ha costi ambientali, sociali e umani che il discorso
pubblico tende a rendere invisibili. Dyer-Witheford, Kjøsen e Steinhoff (2019)
hanno sistematizzato questa dimensione nel loro lavoro sulla potenza inumana
dell’IA nel capitalismo, mostrando come la «smaterializzazione» digitale si
accompagni a una iper-materializzazione delle infrastrutture fisiche.
Il contributo più sistematico a questa critica della «smaterializzazione»
digitale viene da Crawford (2021), il cui Atlas of AI costituisce la più ampia
documentazione empirica disponibile dei «costi planetari» dell’intelligenza
artificiale. Crawford percorre la catena estrattiva dell’IA dalle miniere di
litio del Nevada alle fattorie di dati del Midwest, dai magazzini di Amazon ai
data center di Google, dimostrando come ogni interazione con un sistema di IA
richieda un dispendio fisico di risorse naturali, energetiche e umane che la sua
interfaccia digitale rende sistematicamente invisibile. L’argomento di Crawford
— che l’IA sia fondamentalmente un’industria estrattiva — risuona in modo
potente con l’insistenza alquatiana sulla corporeità come fondamento
irriducibile di ogni capacità cognitiva e produttiva. Alquati sosteneva che
cervello, mente e spirito non esistano senza un corpo di carne e senza
territorio: Crawford dimostra empiricamente che nemmeno la «mente» dei sistemi
di IA esiste senza un territorio fisico che la sostiene — e che quel territorio
ha un peso geopolitico, ecologico e umano specifico, distribuito in modo
profondamente ineguale tra il Nord globale (che consuma i servizi IA) e il Sud
globale (che sopporta il costo estrattivo della loro produzione). Questo
squilibrio è esattamente il tipo di analisi che il framework alquatiano — con la
sua attenzione ai livelli di realtà e alle loro connessioni — richiede come
complemento necessario alla critica dell’iperindustrialità digitale.
5.3 Formazione, auto-valorizzazione e capacità-umana-vivente nell’era dell’IA
Un terzo aspetto rilevante riguarda la questione della formazione della
capacità-umana-vivente. Alquati distingue tra «ricreazione» (riproduzione
semplice della capacità) e «formazione» (riproduzione allargata con incremento
della capacità). Pentenero sviluppa questo punto attraverso la nozione di
«autovalorizzazione» dell’attore sociale: la possibilità di un potenziamento
qualitativo delle proprie capacità che non sia semplicemente funzionale alla
valorizzazione capitalistica, ma sia orientato a «fini propri» dell’attore — a
quelle «contro-funzioni» che Alquati indicava come orizzonte politico. Il punto
non è secondario: ci interroga su cosa significa «formare» capacità in un
sistema che le vuole funzionali alla valorizzazione, e come costruire le
condizioni per un’autovalorizzazione che non si riduca alla logica
capitalistica.
L’IA trasforma radicalmente le condizioni di questa formazione. Da un lato, può
essere uno strumento potente di democratizzazione dell’accesso alla conoscenza —
ma solo a determinate condizioni, che non possono essere date per scontate.
Bisogna chiedersi: democratizzazione di quale conoscenza, per quale tipo di
attività, a favore di chi? Se il sistema facilita l’acquisizione di competenze
procedurali standardizzate senza potenziare la capacità critica e inventiva, la
«democratizzazione» è un’illusione ideologica. Dall’altro, l’IA tende a ridurre
la formazione della capacità-umana a un processo di acquisizione di procedure
standardizzate — esattamente quella «proceduralità» che Alquati associa al
lavoro mentale povero, «stupido», di puro trattamento dell’informazione. Il
rischio è quello di una formazione che produce «capacità di fare un lavoro
intelligente e inventivo» sempre più ridotta, sostituita da una capacità
puramente procedurale di attivare sistemi che già contengono la conoscenza
necessaria.
Alquati era molto chiaro su questo rischio: «È molto sbagliato pensare che
siccome oggi la tecnologia fa passi avanti ulteriori nel trattamento
dell’informazione e nelle procedure per servire e usare conoscenza già esistente
e macchinizzata-artificiale, sia diventata irrilevante la questione della
capacità, esclusiva degli umani, della produzione di conoscenza nuova mediante
elaborazione e intelligenza» (Alquati;, 64; 2021). L’IA, in altri termini, può
sostituire il lavoro cognitivo procedurale — ma l’invenzione, la creatività, la
comprensione situata restano le «esclusività umane» che il sistema uomo-macchina
deve continuamente incorporare. Resta aperta però la domanda: queste attività
sono ancora richieste e valorizzate nel capitalismo digitale? O il sistema tende
a renderne superflua la produzione diffusa, concentrando la «creatività» in
ristrette élite?
Pentenero (1989), elaborando a partire dal framework alquatiano, aveva già posto
questa domanda con radicalità. La distinzione tra «esperienza formativa»
autentica — quella che accumula, auto-valorizza, produce soggettività capace di
perseguire fini propri — e «esperienza simulata» non è solo una distinzione
pedagogica, ma una distinzione politica. La «formazione» nel senso
alquatiano-pentenereriano è ciò che produce un «soggetto forte», dotato di
autonomia e capace di auto-valorizzarsi perseguendo finalità autonomamente
definite; la sua negazione produce un «soggetto debole», il cui orizzonte
esperienziale è confinato entro il perimetro delle procedure codificate.
Pentenero argomenta che l’esperienza autentica richiede alcune condizioni
irrinunciabili: un forte coinvolgimento diretto, un’autonomia auto-formativa, la
capacità di sedimentare in forma permanente i costrutti innovativi acquisiti
nella pratica stessa. Sono esattamente le condizioni che l’esperienza mediata
dall’IA tende a svuotare sistematicamente, sostituendo l’elaborazione attiva con
l’accesso passivo a conoscenza già formalizzata. Non si tratta di nostalgia
romantica per un’esperienza pre-digitale; si tratta di analizzare quale tipo di
soggettività il sistema digitale tende a produrre — e se quella soggettività sia
ancora capace di ciò che Pentenero chiama «sperimentazione innovativa»: quella
capacità residua di elaborare soluzioni nuove, di accumulare conoscenza viva,
che sopravvive negli interstizi del sistema anche quando l’«esperienza simulata»
domina il quadro. La risposta di Pentenero, assonante con la posizione
alquatiana, è che questa sopravvivenza dipende dall’antagonismo: non è possibile
coltivare la sperimentazione innovativa senza assumere consapevolmente una
posizione che eccede e contrasta la logica dell’esperienza simulata. In questo
senso, la formazione autentica nell’era dell’IA è necessariamente una pratica
intrinsecamente politica — e questo, aggiunge Pentenero, è un nodo che l’analisi
teorica può indicare ma che solo la conricerca con i soggetti interessati può
esplorare con rigore.
Il parallelo con la critica di Cristina Morini alla riforma degli istituti
tecnici (La scuola è un’impresa, 2026) è qui illuminante. Morini descrive come
la scuola stia perdendo la propria funzione di spazio in cui «scoprire e
coltivare passioni», «far respirare un intero universo sentimentale» e aprire
«la porta al pensiero critico» attraverso l’esperienza e la relazione. Questo
non è un lamento romantico per la cultura umanistica, ma una diagnosi politica
precisa: la riforma che lega la scuola direttamente al tessuto produttivo locale
e riduce le ore di formazione critica a vantaggio di competenze procedurali
produce soggetti formati all’«esperienza simulata» anziché alla «sperimentazione
innovativa». L’«Intelletto Generale», che Morini evoca esplicitamente come
«forza del pensare insieme per fare insieme per il bene comune», viene
sostituito con «una forma di vita singolarizzata che sia la più produttiva
possibile» — formula che potrebbe provenire direttamente dall’arsenale
alquatiano. Le condizioni che Pentenero pone come irrinunciabili per
l’esperienza autentica — il forte coinvolgimento diretto, l’autonomia
auto-formativa, la sedimentazione permanente di costrutti innovativi — sono
esattamente quelle che la riforma scolastica tende a svuotare, riproducendo a
livello formativo la stessa dinamica estrattiva che le piattaforme digitali
realizzano nei confronti del tempo libero e dei consumi.
6. Verso una politica dell’IA: la combinazione attiva tra emancipazione e
controllo
6.1 Le contraddizioni del capitalismo dell’IA
Possiamo identificare nelle contraddizioni dell’IA contemporanea non solo i
segni della sua potenza ma anche le possibili linee di frattura — linee che
operano, come si è detto, a livelli diversi e che non possono essere analizzate
in modo monolivello. La prima e più fondamentale contraddizione opera al livello
macro-strutturale: se l’IA automatizza il lavoro cognitivo su scala crescente,
erode progressivamente la base occupazionale e salariale che consente ai
lavoratori di acquistare tra gli altri i prodotti e i servizi digitali che l’IA
stessa genera. È la contraddizione già individuata da Marx rispetto
all’automazione industriale — tra salario come reddito dei lavoratori e salario
come costo per il capitale — ma ora operante su scala globale e con velocità
inedita. Come si colloca in questa contraddizione il «salario di fatto»
alquatiano — quell’insieme di condizioni materiali e simboliche che va oltre il
salario monetario? È una domanda che il framework alquatiano suggerisce di
porre, senza rispondervi frettolosamente.
La seconda contraddizione riguarda la produzione dei dati di addestramento. I
sistemi di IA dipendono dall’attività creativa e comunicativa degli esseri umani
— i loro testi, le loro immagini, le loro conversazioni — per apprendere e
migliorare. Ma se l’IA sostituisce progressivamente il lavoro umano che produce
questi contenuti, essa taglia il ramo su cui è seduta: la qualità e la diversità
dei dati di addestramento dipendono dalla vitalità e diversità della produzione
culturale umana, inclusa la «cultura-merce» che il capitalismo produce e
consuma. Questo è il paradosso che alcuni ricercatori hanno cominciato a
chiamare «collasso del modello»: un’IA addestrata prevalentemente su output di
altri sistemi di IA tende a degenerare — e con essa degrada la qualità
dell’intelligenza collettiva che essa pretende di sussumere.
La terza contraddizione riguarda la concentrazione del potere — ma attenzione:
questa non è una contraddizione specifica dell’IA, bensì una contraddizione
propria della forma iperindustriale colta al livello macro. Il capitalismo
dell’IA tende verso una struttura oligopolistica estrema: poche grandi
corporation controllano le infrastrutture computazionali (livello meso), i
modelli fondazionali e le piattaforme di distribuzione (livello macro). Questa
concentrazione non è un esito contingente ma strutturale, dipendente dalle
economie di scala e dagli effetti di rete. Ma produce una tensione crescente con
le dinamiche democratiche e con la stessa logica concorrenziale del capitalismo.
Le pressioni regolative che ne derivano potrebbero aprire spazi per interventi
politici significativi al primo livello — ma solo se costruiti su una
comprensione adeguata delle determinazioni strutturali ai livelli superiori.
6.2 Autovalorizzazione e combinazione attiva nell’era dell’IA: resistenze e
riappropriazioni
La categoria alquatiana di combinazione attiva, integrata con la nozione di
Pentenero di autovalorizzazione, ci consente di guardare all’IA non solo come
strumento di controllo e sfruttamento, ma anche come campo di pratiche di
resistenza e riappropriazione. L’autovalorizzazione, secondo Pentenero, non è
semplicemente resistenza: è il processo attraverso il quale l’attore sociale
proletario si sottrae alla logica della mercificazione generalizzata potenziando
le proprie capacità in modo orientato a «fini propri». Essa presuppone le
condizioni del sistema dell’esperienza: autonomia, coinvolgimento diretto,
sedimentazione di costrutti innovativi. Occorre però usare queste categorie con
precisione — non come etichette entusiastiche che appiattiscono su un piano
unico fenomeni eterogenei.
Prendiamo il caso del movimento per l’IA «aperta» (open source). Il suo
significato politico è tutt’altro che univoco. Da un lato, iniziative come
Mistral, LLaMA, EleutherAI e Hugging Face rappresentano tentativi reali di
sottrarre i modelli fondazionali al controllo esclusivamente proprietario.
Dall’altro, gran parte del mondo open source è finanziato — direttamente o
indirettamente — dalle stesse grandi corporation (Google open-source apre
strumenti strategici quando le conviene; Meta rilascia LLaMA con un’etica
retorica ma mantiene il controllo sui dati di addestramento). Queste comunità
funzionano spesso come comunità-imprese a rete, fondate su meccanismi di
salario-di-fatto, intrise di ideologia meritocratica e sostanzialmente messe al
lavoro per il capitale. Presentarle come forme di «combinazione attiva» senza
questa analisi critica rischia di essere ingenuo. La domanda politica reale è:
in che condizioni specifiche queste pratiche possono costruire una forza
autonoma dal capitale? E con quali alleanze?
Esistono tuttavia esempi di resistenza che meritano attenzione più ravvicinata.
I movimenti di lavoratori del contenuto digitale che lottano per il
riconoscimento e la remunerazione del loro contributo all’addestramento dei
modelli (come gli scrittori della WGA che hanno incluso clausole sull’IA nel
loro contratto collettivo). Le comunità di ricerca — e anche qui occorre
distinguere quelle genuinamente indipendenti da quelle legate ad imprese — che
sviluppano metodi di IA orientati alla trasparenza e alla riduzione dei bias
ideologici incorporati. Kearns e Roth (2019) hanno mostrato i limiti tecnici ma
anche le possibilità degli «algoritmi etici». Mezzadra e Neilson (2019) hanno
analizzato come le operazioni del capitale digitale aprano anche spazi di
resistenza nelle sue stesse contraddizioni.
È qui che la categoria di «ambivalenza sostanziale» elaborata da Pentenero
(1989) — in diretta derivazione dal framework alquatiano — offre un contributo
teorico al problema della resistenza nell’era dell’IA. Malgrado la tendenza
strutturale verso la negazione dell’esperienza “autentica”, persiste nel
soggetto proletario una «ambivalenza sostanziale» che impedisce di concludere
per un determinismo lineare: le dinamiche di sussunzione non sono mai complete,
e nell’incompiutezza di questa sussunzione si colloca la possibilità della
resistenza. Questa «ambivalenza» non è un dato stabile né una riserva
inesauribile: è una condizione strutturale del sistema capitalistico che tende a
sfruttare il soggetto come combinazione produttiva, e che nell’atto stesso di
farlo preserva, malgrado se stesso, una componente viva che non si identifica
con il meccanismo. Pentenero traduce questa ipotesi in una tesi politica:
l’esperienza “autentica” — come «attualizzazione della potenzialità di non
produrre le condizioni della propria subordinazione» — è il luogo specifico in
cui questa ambivalenza può diventare antagonismo. La categoria di combinazione
attiva alquatiana e quella di ambivalenza sostanziale pentenero-alquatiana
convergono su questo punto: la resistenza non è un evento esterno al sistema, ma
una possibilità strutturale che il sistema stesso produce nel tentativo di
sfruttare la capacità viva. La questione politica — nell’era dell’IA come in
quella del fordismo — è come questa possibilità strutturale si trasformi in
forza organizzata. La risposta di Pentenero, formulata nel 1989 ma ancora
pertinente, è che tale trasformazione richiede la conricerca: non uno sguardo
esterno sul soggetto, ma una co-produzione di conoscenza con i soggetti stessi,
che li ri-soggettivizza nell’atto stesso dell’analisi.
Le pratiche sono ancora frammentarie e spesso assorbibili dalla logica
capitalistica —così ad esempio l’open source può diventare un vantaggio
competitivo per chi costruisce servizi su modelli aperti. Ma esse indicano la
possibilità di forme di riappropriazione collettiva di tecnologie nate come
strumenti di controllo. La questione politica, come Alquati avrebbe detto, è
sempre quella dell’organizzazione: queste pratiche frammentate possono costruire
una forza sociale capace di incidere nelle relazioni di potere strutturali?
6.3 Per un’IA del comune: prospettive programmatiche
La prospettiva alquatiana, integrata con l’analisi di Pentenero della
mercificazione dell’esperienza, suggerisce che la questione centrale dell’IA non
sia tecnica (come renderla più sicura o più efficiente) né puramente economica
(come distribuirne i benefici), ma politica in senso pieno: chi controlla lo
sviluppo dell’IA, a quali fini, con quale tipo di organizzazione sociale. Un’«IA
del comune» — per usare un’espressione che Alquati non avrebbe usato e che
richiama la tradizione di Hardt e Negri (2000), dalla quale Alquati stesso
prendeva distanza critica — richiederebbe una trasformazione dei rapporti di
produzione inteso come possesso (più che di sola proprietà formale, come Alquati
sottolinea nel secondo testo sulla società industriale 2009/2012[1]) dei
modelli, dei dati e delle infrastrutture; delle forme di governance dello
sviluppo tecnologico; un’economia politica della distribuzione dei benefici
dell’automazione radicalmente diversa da quella attuale.
Alquati era scettico sulle prospettive a breve termine di trasformazioni
radicali, ma non per questo le considerava impossibili. La sua analisi era
orientata a identificare le linee di frattura strutturali, i soggetti
potenzialmente capaci di agire in direzione antagonista. Nell’era dell’IA,
questi soggetti potrebbero essere: i lavoratori delle piattaforme che
rivendicano il controllo sugli algoritmi che governano il loro lavoro; i
lavoratori del contenuto digitale che chiedono il riconoscimento del loro
contributo all’addestramento dei modelli (con la domanda urgente: chi ha
addestrato chi, e a quale prezzo?); le popolazioni che subiscono i costi
ambientali dell’infrastruttura dell’IA; i soggetti — e qui Alquati usava con
cautela la nozione di «finzione giuridica del cittadino» — che si trovano a
subire decisioni automatizzate opache in materia di credito, lavoro, giustizia.
In tutti questi casi, la categoria alquatiana di «combinazione attiva» indica
non la semplice resistenza ma la possibilità di una riappropriazione: non solo
rifiutare il sistema ma usarlo diversamente, per fini che non sono quelli del
capitale. La prospettiva di Pentenero aggiunge una dimensione che spesso manca
nelle discussioni su una possibile «IA alternativa»: la questione della qualità
dell’esperienza. Non basta ridistribuire i benefici dell’automazione o aprire i
modelli fondazionali; occorre anche ricreare le condizioni per un sistema
dell’esperienza non ridotto alla forma-merce. Questo significa interrogarsi su
come le tecnologie digitali possano potenziare — anziché impoverire — le
capacità di auto-formazione, di creatività, di costruzione di relazioni non
mercificate. Occorre inoltre ripensare e superare, come Alquati stesso aveva
avvertito, lo schema marxista della coppia lavoro vivo/lavoro morto, capitale
variabile/capitale costante: questo schema è insufficiente per pensare i
soggetti del capitalismo iperindustriale digitale. La domanda politica è come
costruire la forza collettiva necessaria per reindirizzare le capacità
incorporate nell’IA verso l’autovalorizzazione proletaria e non verso la
valorizzazione capitalistica — e questa domanda rimane aperta.
7. Conclusioni: Alquati tra genealogia critica e prospettiva emancipatoria
Il presente contributo ha cercato di mostrare — in modo ancora preliminare, da
intendersi come prima cartografia di un campo e non come analisi compiuta — come
i concetti elaborati da Romano Alquati nel corso di cinquant’anni di ricerca,
integrati con la teoria della mercificazione dell’esperienza sviluppata da
Maurizio Pentenero nella sua tesi di laurea, possano essere ripensati e
precisati alla luce delle specificità tecnologiche e sociali del capitalismo
digitale. Non si tratta di «applicare» questi strumenti all’IA come se fossero
dispositivi pronti all’uso: si tratta di fare propri i dispositivi analitici,
ripensandoli e riarticolandoli, tenendo conto delle trasformazioni del
capitalismo che i loro autori non potevano antivedere interamente.
Il concetto alquatiano di macchina come sistema aperto sull’integrazione umana
permette di smontare il mito dell’IA autonoma e di rendere visibile il lavoro
umano che la alimenta e la mantiene in funzione — come mostrano le ricerche
empiriche sul ghost work (Gray e Suri 2019), sulla content moderation (Roberts
2019) e sul RLHF. Il concetto di iperindustrialità permette di cogliere la
trasversalità dell’IA come forma organizzativa che attraversa tutti i livelli di
realtà del capitalismo contemporaneo, estendendo la logica industriale alla
riproduzione quotidiana. Il concetto di capacità-umana-vivente come merce
specialissima permette di analizzare sia il processo di sussunzione del general
intellect nell’IA — come teorizzato da Pasquinelli (2023) e Virno (2001) — sia
le forme di eccedenza che resistono a tale sussunzione. Ma queste categorie non
illuminano da sole: producono nuova conoscenza solo nel loro relazionarsi
reciproco, attraverso i livelli di realtà che Alquati distingue. Riarticolare
questo framework alla luce dell’evento IA è il compito ancora da compiere.
Il confronto critico con Pasquinelli ha permesso di precisare sia le convergenze
— intorno alla nozione di sussunzione dell’intelligenza collettiva e alla
critica dell’autonomia della macchina — sia le divergenze principali: la
maggiore attenzione alquatiana alla soggettività (intesa non come attributo
psicologico ma come capacità di azione antagonista situata in pratiche
concrete), alla sfera della riproduzione sociale, e alla dimensione timica e
relazionale del lavoro contemporaneo. Questi aspetti dell’impianto alquatiano
sembrano particolarmente preziosi per una teoria critica dell’IA che non voglia
ridursi alla sola critica dell’economia politica delle macchine — e del
capitalismo della sorveglianza di matrice foucautiana.
L’analisi è stata declinata tenendo conto di alcuni interlocutori. Crawford
(2021), con il suo Atlas of AI, ha fornito la documentazione empirica più
sistematica dei «costi planetari» dell’IA, confermando dall’interno la critica
alquatiana al feticismo tecnologico e alla pretesa immaterialità del digitale:
l’IA è estrattivismo, e l’estrattivismo ha un corpo fisico che pesa sulla natura
e sul lavoro dei Global South. Morini, con la riflessione sulla lavorizzazione
della vita (2022) e Fortunati (2007), con l’analisi della macchinizzazione del
lavoro “immateriale” nell’ambito della riproduzione sociale capitalistica, hanno
offerto un quadro analitico complementare alla categoria alquatiana di
capacità-umana-vivente, mostrando come la distinzione tra «forma» e «sostanza»
illumini le dinamiche di incorporazione/eccedenza che caratterizzano l’IA
contemporanea. Pentenero (1989), infine, con la sua tesi sull’esperienza come
sistema stratificato — elaborata in diretta interlocuzione con Alquati — ha
fornito le categorie di «esperienza simulata» e «sperimentazione innovativa» e
di «ambivalenza sostanziale» che si rivelano strumenti analitici preziosi per
leggere le dinamiche della riproduzione sociale nell’era digitale: la
sostituzione dell’esperienza autentica con la sua simulazione piattaformistica,
e la persistenza, nell’incompiutezza della sussunzione, di una componente viva
capace di diventare antagonismo.
In particolare la tesi di Pentenero ha aggiunto tre contributi fondamentali. Il
primo è la teoria del sistema dell’esperienza come grandezza sociologica
strutturata su più livelli, che permette di analizzare l’IA non solo come
strumento di produzione ma come dispositivo che interviene sulle condizioni di
possibilità dell’esperienza “autentica”. Il secondo è la teoria della
mercificazione generalizzata di tutte le attività umane — non solo di quelle
lavorative — come cifra della condizione iper-proletaria contemporanea, che
permette di capire come le piattaforme digitali non siano semplicemente
strumenti di lavoro ma infrastrutture di estrazione dall’intero ciclo vitale
proletario. Il terzo è la nozione di autovalorizzazione come prospettiva
politica che va oltre la semplice resistenza, orientandosi verso la costruzione
di soggettività capaci di «fini propri» non riducibili alla logica della
valorizzazione capitalistica.
Vale la pena soffermarsi infine su un nodo teorico che attraversa l’intero
contributo e che merita di essere reso esplicito qui nelle conclusioni. Il
discutere intorno a mercificazione e autonomia del soggetto — che nell’articolo
si declina attraverso la tensione alquatiana tra capacità-umana-vivente sussunta
e «esclusività umane» irriducibili, tra combinazione attiva e autovalorizzazione
— non è semplicemente la riformulazione alquatiana della Doppelseitigkeit della
forza-lavoro. Quella doppia appartenenza — al capitale come merce, alla classe
come capacità viva — Alquati la lavora, disarticola e ricompone teoricamente
attraverso la sua peculiare attenzione ai livelli di realtà (macro/meso/micro) e
alla corporeità. Il «dentro e contro» trontiano? Alquati aggiunge qualcosa
rispetto alla formulazione trontiana, e non si tratta di una semplice
variazione. L’ipotesi è che la specificità alquatiana stia nel tentativo di
ancorare quella doppia appartenenza a un’analisi concreta dei processi di
riproduzione capitalistica della capacità umana attraverso i livelli di realtà,
sottraendola all’astrazione della categoria formale. C’è dunque un guadagno
analitico nella riformulazione alquatiana che non è riducibile alla
Doppelseitigkeit marxiana: la specificazione dei meccanismi attraverso cui la
tensione tra sussunzione e irriducibilità si riproduce concretamente nei
processi di riproduzione della vita proletaria.
Rimangono aperti alcuni nodi fondamentali. Il primo riguarda la questione del
soggetto politico: come muta la composizione di classe a seguito della
rivoluzione IA e dunque come, e se, si riconfigura il discorso dell’autonomia di
classe? Chi sono, nell’era dell’IA, i soggetti capaci di agire in direzione
antagonista? L’iperproletariato digitale è una categoria ancora troppo
eterogenea e frammentata per costituire un soggetto politico coerente. Il
secondo nodo riguarda la temporalità: le contraddizioni del capitalismo dell’IA
si sviluppano su scale temporali che rendono difficile qualsiasi previsione. Il
terzo riguarda la dimensione globale: il capitalismo dell’IA è un fenomeno
strutturalmente transnazionale, e qualsiasi analisi confinata entro confini
nazionali o, al contrario, solo teorico generale, rischia di perderne le
determinazioni essenziali.
Ciononostante, l’eredità alquatiana ci consegna strumenti concettuali la cui
produttività è ben lungi dall’esaurirsi. La sua insistenza sull’irriducibilità
della capacità-umana-vivente, sull’ambivalenza di ogni processo tecnologico,
sulla politicità intrinseca di ogni rapporto sociale, sulla necessità di una
conricerca capace di restare radicata nelle esperienze concrete dei soggetti —
tutto questo costituisce un programma di ricerca ancora largamente incompiuto, e
tanto più necessario in un’epoca in cui la velocità dello sviluppo tecnologico
rischia di travolgere ogni tentativo di comprensione critica.
«Viva la macchina quando ci toglie solo lavoro stupido e così ci libera davvero,
anche liberando un poco la nostra capacità dalla sua parte più stupida» —
scriveva Alquati (2021). Ma aggiungeva subito: «dunque, a noi iperproletari
conviene comunque acquisire e avere la capacità di fare un lavoro intelligente e
inventivo, e non solo perché invero il mercato continua a richiederlo ed è
pagato di più, ma anche per eventuali nostri scopi autonomi ed eventuali
contro-funzioni». La liberazione non viene dalla macchina, ma dalla capacità di
ripensarla — combinazione attiva, autovalorizzazione — per fini che trascendono
la logica del profitto. Il sistema dell’esperienza, la qualità della vita
proletaria, la possibilità stessa di una vita degna di essere vissuta: queste le
poste in gioco nell’era dell’IA generativa.
NOTE
[1] R. Alquati Nella società industriale d’oggi, Testo non (ancora) pubblicato.
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(disegno di jamal ouazzani)
Si presenta domani, venerdì 12 giugno 2026, alle ore 18 nella libreria Ubik di
via Benedetto Croce, 28 a Napoli, il libro scritto da Jamal Ouazzani e
illustrato da Zainab Fasiki, Femministe musulmane. 20 ritratti: voci e visioni,
edizioni Astarte. Intervengono Ersilia Francesca, Valentina Marcella, Marta
Tarantino e Marika Visconti. Pubblichiamo qui una delle due prefazioni
all’edizione italiana del libro, quella di Renata Pepicelli. L’altra è di Asma
Lamrabet.
Cosa si intende con l’espressione “femministe musulmane”? In questo libro, con
tale terminologia, si fa riferimento a venti studiose, teologhe, giuriste,
attiviste e imam di diversi paesi, dal Marocco agli Stati Uniti, dalla Malesia
alla Francia, che rivendicano uguaglianza e diritti da una prospettiva islamica,
vale a dire sulla base di una rilettura dei testi religiosi volta a fare
emergere il messaggio di giustizia di genere insito nell’islam. Tutte loro
possono essere ricondotte a quell’ampio e diversificato movimento che è stato
definito “femminismo islamico” o anche “gender jihad”, in virtù dello sforzo
(jihād) ermeneutico portatore di istanze di libertà che contraddistingue
quest’espressione del pensiero critico e attivismo in contesti musulmani. Si
tratta di una corrente impegnata nella reinterpretazione del Corano,
degli ḥadīth (detti e fatti attribuiti al Profeta) e della storia islamica volta
a far emergere il vero messaggio portato dal profeta Muhammad all’umanità nel
VII secolo: l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, senza alcuna gerarchia tra
i generi.
In questo saggio grafico, Jamal Ouazzani, saggista, attivista per i diritti
umani e artista multidisciplinare franco-marocchino, e Zainab Fasiki, fumettista
e femminista marocchina, tratteggiano, attraverso parole e immagini, i profili
di venti figure di donne rinomate a livello internazionale. Asma Lamrabet, amina
wadud, Zahra Ali, Zainah Anwar, Ziba Mir-Hosseini, Sherin Khankan, Asma Barlas,
Malika Hamidi, Shereen El Feki, Olfa Youssef, Margot Badran, Linda Sarsour,
Blair Imani, Kecia Ali, Samar Habib, Hanane Karimi, Nayla Tabbara, Hidayet
Şefkatli Tuksal, Omaima Abou-Bakr, Ndella Paye sono diverse tra loro per storie
e posizionamenti, ma sono allo stesso tempo connesse le une alle altre dal
comune impegno per la giustizia di genere e da un approccio teorico-critico
volto alla rilettura delle fonti islamiche.
Alla fine del volume Ouazzani e Fasiki aggiungono anche un uomo, Ludovic-Mohamed
Zahed, imam franco-algerino dichiaratamente omosessuale: la sua inclusione in
questa antologia di ritratti mostra l’ampiezza, e anche la diversità che
caratterizza quella galassia estremamente variegata al suo interno che viene
definita “femminismo islamico”, ma che sarebbe forse più corretto chiamare
“femminismi islamici”, al plurale, che include anche uomini e soggettività
LGBTQIA+. Gli orientamenti di questo movimento sono plurali, non necessariamente
coincidenti su tutto – per esempio, sull’imamato femminile o su questioni queer
possono esserci opinioni divergenti – ma vi è sicuramente in comune la
convinzione che il Corano non contenga alcuna traccia di misoginia o
patriarcato. Anzi, il testo sacro è portatore di un messaggio di liberazione e
di giustizia. Sono state interpretazioni misogine del Corano, consolidatesi nel
corso dei secoli, a far emergere una giurisprudenza islamica e tradizioni che
discriminano le donne rispetto agli uomini e che hanno costruito una gerarchia
tra i generi. Tali letture tradiscono il messaggio dell’islam e nascondono
quella che è stata la vera storia di giustizia di genere della prima comunità di
fedeli, uomini e donne, riunitasi attorno al profeta Muhammad. Nei primi secoli
dell’era islamica, infatti, le donne partecipavano a tutti gli ambiti della vita
dell’umma (comunità) islamica e alla costruzione del sapere religioso. La loro
progressiva esclusione dall’esegesi coranica, dall’insegnamento religioso, e
dalla sfera pubblica ha portato all’emersione di un messaggio patriarcale, che
oggi le femministe musulmane stanno mettendo in discussione attraverso nuove
interpretazioni dei testi religiosi, a partire dal Corano.
Il femminismo islamico inizia a emergere alla fine degli anni Ottanta, per poi
svilupparsi negli anni Novanta del Novecento e affermarsi nei primi anni
Duemila. Dopo quattro decenni di attività, si presenta come una realtà plurale e
situata in molti paesi e contesti dell’umma transnazionale, dai paesi a
maggioranza musulmana dell’Africa e dell’Asia a quelli caratterizzati dalla
presenza di un islam diasporico in Europa e in Nord America. In questi anni il
femminismo islamico si è diversificato e sviluppato lungo linee differenti,
mostrando la specificità e la pluralità di un approccio che si muove nella
cornice di un’ermeneutica femminista. Esso è una delle anime del movimento delle
donne nei contesti musulmani: una realtà molto articolata e in costante
evoluzione, come dimostrano i precedenti volumi pubblicati della collana
Manifesta di Astarte Edizioni dedicati ai movimenti femministi e queer nella
regione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa.
Non è sempre facile tracciare i confini delle diverse correnti dei movimenti
delle donne nei contesti musulmani, poiché esistono zone di sovrapposizione e
porosità. Inoltre, le terminologie utilizzate spesso non riescono a restituire
la complessità e la fluidità dei posizionamenti, né le autodefinizioni. Se si
accettano i limiti delle categorizzazioni, si può oggi parlare di tre grandi
filoni che oggi compongono il movimento: femminismo secolare, femminismo
islamico e attivismo di genere in una cornice islamista. Il femminismo secolare,
che ha una lunga storia alle spalle, si fonda principalmente sul paradigma dei
diritti umani e mira alla riforma delle norme giuridiche discriminanti. Esso si
articola attraverso diverse voci e le nuove generazioni spesso si identificano
nelle rivendicazioni dei transfemminismi globali. Il femminismo islamico, come
si è detto, opera invece all’interno di una cornice religiosa attraverso la
reinterpretazione delle fonti religiose in chiave di genere per poi arrivare a
riformare codici della famiglia patriarcali. Differentemente, l’attivismo di
genere in ambito islamista si sviluppa nell’alveo dell’islam politico,
promuovendo rivendicazioni che privilegiano il principio di equità rispetto a
quello di uguaglianza e concentrandosi maggiormente su una trasformazione nella
sfera pubblica piuttosto che in quella privata. L’affermazione del femminismo
islamico negli anni Novanta ha rappresentato un’importante discontinuità
rispetto alle tensioni interne al campo dei movimenti delle donne,
caratterizzato, nel corso del XX secolo, da una netta contrapposizione tra
femministe secolari e attiviste islamiste. Questa nuova corrente ha infatti
condiviso, da un lato, la radicalità del discorso femminista delle prime in
termini di rivendicazioni di uguaglianza, dall’altro, la necessità di agire
attraverso una reinterpretazione delle fonti religiose propria delle seconde.
Il volume Femministe musulmane, con l’immediatezza e la potenza di un saggio
grafico, riesce a restituire a un pubblico ampio la pluralità dei percorsi del
femminismo islamico nel mondo, i principali temi affrontati e la metodologia
seguita per proporre nuove interpretazioni dei testi religiosi. È un libro che
sovverte da una prospettiva decoloniale pregiudizi e stereotipi orientalisti
sulle donne e l’islam, offrendo strumenti di lettura preziosi per chi si
interessa alle questioni di genere, ai femminismi, alle questioni queer e ai
mondi musulmani. (renata pepicelli)
Migliaia di manifestanti, tra cui studenti, insegnanti, genitori e attivisti
sono da mesi in piazza a Bruxelles per protestare contro la riforma scolastica
degli istituti francofoni del Belgio, i tagli alla scuola e per denunciare le
continue violenze di polizia durante le manifestazioni.
Da Radio Onda d’Urto
Il 5 giugno, dopo una maratona durata oltre 14 ore, il Parlamento della
federazione francofona Vallonia-Bruxelles ha approvato in via definitiva il
piano di tagli messo in capo dal governo di destra guidato da Movimento
Riformatore e Les Engagés. Fuori dal Parlamento francofono sono scoppiate nuove
proteste, proseguite nei pressi della stazione centrale di Bruxelles.
Il giorno prima, il 4 giugno, una manifestazione composta da oltre 5mila persone
tra insegnanti e studenti aveva occupato l’area tra rue des Colonies e rue
Royale, chiedendo il ritiro della riforma e denunciando il governo di scaricare
sul sistema scolastico il peso delle politiche di tagli alla spesa pubblica.
Decine gli arresti nelle giornate del 4 e 5 giugno, gran parte dei quali
giovanissimi.
La mobilitazione – partita a marzo dal collettivo ‘Mars Attack!’ e da altre
organizzazioni studentesche – è sostenuta dai sindacati del settore, che hanno
proclamato uno sciopero in concomitanza con il dibattito parlamentare. Le
autorità hanno risposto unicamente con un massiccio dispositivo di sicurezza.
Agenti in tenuta antisommossa e numerosi mezzi della polizia continuano a
militarizzare il quartiere attorno al Parlamento.
Una nuova manifestazione si è svolta lunedì 8 giugno dove gli insegnanti,
indossando giubbotti gialli, hanno formato una catena umana davanti al corteo
per proteggere i partecipanti più giovani dalla polizia, che ha fatto ampio uso
di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua in Rue Saint Jean per disperdere il
corteo. Pericolose le parole del ministro della Difesa Theo Francken, che si è
espresso a favore dell’invio dei giovani manifestanti “indisciplinati” in un
campo di addestramento militare.
Su Radio Onda d’Urto la testimonianza di Celia, insegnante di Bruxelles.