SPETTACOLO "UNA NINNA NANNA PROIBITA"
Comala - corso Francesco Ferrucci 65/a, 10137 Torino
(domenica, 17 maggio 11:00)
UNA NINNA NANNA PROIBITA, 17/5 H. 11 A COMALA
In occasione dell'anniversario della Nakba (l'esodo forzato della popolazione
palestinese dalle terre natìe da parte del neonato stato di Israele), il 15
maggio del 1948, abbiamo deciso di organizzare anche qui a Torino "Una ninna
nanna proibita", evento in omaggio alla musica e alla poesia palestinese. Tra
letture di poesie, performance musicali e la presentazione del libro "Una ninna
nanna proibita", di Mervat Alramli, renderemo evidente, ancora una volta, un
concetto fondamentale: se i genocidi intendono cancellare tutto di una
popolazione, le loro tradizioni, culture e parole in primis, allora creare
spazi, anche qui in Italia, per farle vivere, conoscere e diffondere assume un
portato politico fondamentale.
Avanti con la resistenza della cultura!
Riceviamo e pubblichiamo..
Con il nome dell’anarchico internazionalista Kyriakos Xymitiris, “Kyriakos X”,
naviga con Freedom Flotilla Coalition per rompere il blocco genocida che lo
stato sionista impone su Gaza da decenni.
In onore alla vita di Kyriakos, che fino all’ultimo giorno è stata dedicata alla
lotta per la giustizia, sempre al finaco dei popoli oppressi, navighiamo in
solidarietà con la legittima resistenza del popolo palestinese, che non ha mai
smesso di lottare per porre fine all’occupazione colonialista della propria
terra.
L’8 maggio, Kyriakos X ha lasciato il porto di Ierapetra, a Creta, insieme ad
altre 33 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla e ha incontrato in mare altre
quattro imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition. La barca è portata da 8
persone con passaporti di cinque paesi diversi, tra cui Grecia, Albania, Regno
Unito, Corea, Francia e Guadalupe. Dopo alcuni giorni di riassestamento
all’ancora con le altre 4 imbarcazioni di FFC in acque greche, il 14 Maggio la
flotta si è riunita di nuovo con le barche di GSF, e naviga ora verso Gaza
insieme ad altre 56 imbarcazioni, formando la più grande flotta civile che abbia
mai navigato.
Storicamente, la Grecia ha avuto un ruolo di primo piano nel movimento della
flottilla sin dal suo inizio. Il 23 ottobre 2008, due piccole barche da pesca
con a bordo circa 44 persone del Free Gaza Movement raggiunsero Gaza; 10 di loro
avevano passaporti greci. Sono state le prime imbarcazioni a raggiungere Gaza in
circa 40 anni. Le imbarcazioni sono state accolte da decine di migliaia di
palestinesi. Il movimento, che in seguito è diventato la Freedom Flotilla
Coalition, ha promesso a chi l’ha accolto quel giorno sulle coste della
Palestina che “non avrebbe smesso di navigare finché l’assedio di Israele non
fosse stato spezzato”.
Un^ de^ compagn^ che ha reso possibile la partenza di Kyriakos X ricorda bene il
primo arrivo della Flotilla. Quel giorno, da bambin^ palestinese Gazawi, era li
ad accogliere le barche, e ricorda quanto quelle due piccole imbarcazioni
abbiano significato: le persone di Gaza non erano sole, il popolo palestinese
non era solo, in tutto il mondo c’era chi lottava per la liberazione.
Kyriakos X mantiene la promessa fatta allora: non smetteremo di navigare finché
la Palestina non sarà libera.
Il movimento della flottiglia è un’azione non violenta che naviga legalmente
nelle acque internazionali. Il blocco israeliano dello spazio aereo, marittimo e
terrestre di Gaza è illegale: Israele non ha giurisdizione sulle acque
territoriali palestinesi. Nonostante ciò, le forze di occupazione israeliane
hanno iniziato a intensificare gli attacchi contro le flottiglie a partire dal
2009, speronando le imbarcazioni per affondarle, rapendo, colpendo con taser e
aggredendo i partecipanti, imprigionandoli illegalmente e, nel 2010, uccidendo
10 civili a bordo della “Mavi Marmara”.
La brutalità e l’impunità di Israele sono state ulteriormente messe a nudo
durante il suo recente attacco terroristico alla flotta della Global Sumud
Flotilla, avvenuto nella notte trail29 e il 30 aprile al largo delle coste di
Creta, nella zona SAR greca, a soli 75 km dal Peloponneso e a 1240 km dalla
Palestina. L’esercito di occupaizone israeliano, é arrivato dall’altra parte del
mediterraneo con le sue navi da guerra, ha rapito circa 181 civili, alcun^ de^
qual^ sono stat^ torturat^, aggredit^ sessualmente e fisicamente.
Le forze di occupazione israeliane hanno distrutto e danneggiato 22
imbarcazioni, distruggendo i motori delle barche, e lasciandole alla deriva, e
hanno rapito Saif Abu Keshek e Thiago Avila, che sono stati portati e detenuti
illegalmente nella Palestina occupata. Gli avvocati di Adalah hanno riferito che
all’arrivo idue attivisti presentavano segni di tortura sui loro corpi.
Gli attivisti della GSF rimasti sono stati consegnati direttamente nelle mani
delle autorità greche, in territorio greco, il che non solo ha messo in luce
ancora una volta il totale disprezzo di Israele per i principi umanitari e il
diritto internazionale, ma ha anche rivelato fino a che punto il governo greco
sia
disposto ad arrivare nella collaborazione diretta con un esercito genocida,
agendo apertamente la sua complicità ai crimini di guerra dello stato sionista.
La missione della flottiglia non è simbolica. Si tratta di un’azione civile,
diretta e non violenta, da popolo a popolo, per contrastare un sistema di
apartheid, dominio, colonizzazione e oppressione che i governi di tutto il mondo
hanno permesso e protetto, da cui hanno tratto impunemente profitto.
Kyriakos X invita chi sitrova a terra a mobilitarsi: la lotta per la liberazione
palestinese è ovunque, laddove aziende, istituzioni, media e governi complici
alimentano il genocidio di Israele con totale impunità. Israele e i suoi alleati
sono responsabili dei loro crimini contro il popolo palestinese. Kyriakos X
invita le persone a concentrarsi sul sabotaggio della macchina e della catena di
approvvigionamento delle armi che rende possibile il genocidio di Israele: nei
porti, nelle fabbriche, negli uffici aziendali e nelle istituzioni governative.
Chiediamo alle persone di tutto il mondo di interrompere il flusso di armi e
costringere i governi a fare i conti con la loro complicità. Questo è un momento
che richiede un’escalation.
«Salpiamo perché l’assedio illegale e il genocidio di Gaza da parte di Israele
devono finire. Salpiamo per i diritti di del popolo Palestinese, e di tutti i
popoli, per l’autodeterminazione di ognuno. Salpiamo perché la società civile
palestinese ha chiesto al mondo di agire, e noi non possiamo non rispondere».
Mentre la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla continuano la
loro navigazione, circa 10.000 palestinesi sono detenut^ nelle prigioni
israeliane, la maggior parte senza accuse né processo. Molti vengono torturati,
subiscono violenze sessuali e vengono uccisi. Centinaia di loro sono bambin^.
Nel frattempo, la violenza dei coloni e dei soldati israeliani in tutta la
Cisgiordania continua a intensificarsi: l^ bambin^ palestines^ vengono colpit^ a
scuola, le loro case vengono demolite e i loro raccolti o il bestiame distrutti.
Allo stesso tempo, la “Linea Gialla” illegale di Israele si sta espandendo a
Gaza, e il genocidio e i bombardamenti non si sono mai fermati. Il genocidio di
Israele in Libano continua, e le sue innumerevoli violazioni dei cosiddetti
cessate il fuoco vengono ignorate dai leader mondiali. Il mondo rimane in
silenzio.
Su Kyriakos X non navigano eroi e eroine, siamo persone comuni che rifiutano il
silenzio e la complicità: abbiamo deciso di usare i nostri corpi e i nostri
privilegi per stare al fianco dei popoli oppressi, rifiutandoci di vivere in un
mondo in cui il genocidio è normalizzato e tollerato.
Nessun^ è libero finché la Palestina non sarà libera.
Forensic Architecture Tracker https://freedomflotilla.org/ffc-gsf-tracker/
Live Cams Freedom Flotilla Coalition
https://www.youtube.com/@freedomflotillacoalition6166 Instagram
https://www.instagram.com/kyriakosx.ffc.greece?igsh=MW1rNjZxZThkcXEzeg%3D%3D
Nessuno sembra chiedersi cosa significhi politicamente e simbolicamente che una
delle prime comunità straniere a “rilanciare” una zona montana italiana sia
composta da cittadini di uno Stato che in questo momento sta perpetrando un
genocidio.
Grazia Parolari – Invictapalestina – 11 Maggio 2026
La Valsesia è una delle valli alpine piemontesi più interessata, già dal
dopoguerra, da un forte calo demografico dovuto all’emigrazione verso la pianura
e le città industriali. L’indice di vecchiaia è tra i più alti della Regione,
con gli over 65 che, nei comuni più piccoli e nelle frazioni, rappresentano
spesso oltre un quarto degli abitanti. Tale calo demografico ha svuotato piccole
frazioni, portato alla chiusura di servizi come scuole, ambulatori medici,
uffici postali, lasciato abbandonate o semi abbandonate molte delle tipiche case
in pietra.
Il rilancio del mercato immobiliare, attraverso un’iniziativa chiamata ”Progetto
Baita” e finalizzata soprattutto alla vendita e al recupero di queste case, è
apparso a molti come un’opportunità di rivitalizzazione per una comunità
destinata a spegnersi nel silenzio.
A ideare e lanciare il progetto, che prende il nome dal termine
ebraico bayit (casa), con l’aggiunta di “ita” per Italia, è stato Ugo Luzzati.
Ebreo italiano cresciuto a Genova, emigrato in Israele e successivamente
tornato, almeno saltuariamente, in Italia, ha raccontato di avere avuto questa
idea dopo una conversazione con una maestra del comune di Valsesia che si
lamentava delle classi vuote. Da lì la domanda: perché non portare famiglie
israeliane in Valsesia?
Nel 2022 fonda ufficialmente Progetto Baita con l’obiettivo di aiutare gli
immigrati israeliani ad inserirsi e ad ambientarsi nella nuova realtà. Il
progetto acquisisce maggiore rilevanza dopo l’ottobre del 2023, favorendo
l’insediamento di famiglie israeliane in diversi comuni della Valsesia: da
Borgosesia passando per Varallo, Cravagliana, Civiasco, Balmuccia e Scopello,
fino a Rimasco.
Valsesia, avvio progetto “Baita” , fonte: X, @lastampa
Entro la fine del 2024 più di 80 famiglie si erano trasferite nell’area, mentre
il gruppo Facebook “Vita in Valsesia”, in italiano ed ebraico, nato nel 2023,
contava già oltre 11.000 membri.
Proveniente in larga parte dalle classi medio- alte, la maggioranza dei nuovi
arrivati è composta da laureati con posizioni qualificate: medici, ingegneri,
informatici, farmacisti. Molti lavorano da remoto. Il sindaco di Varallo Sesia,
Pietro Bondetti, ha dichiarato di “essere entusiasta dell’arrivo di persone con
un grado alto di istruzione” e considerate desiderose di integrarsi. “Sono
benestanti e fanno girare l’economia, e ciò non guasta. Prima del loro arrivo la
zona era rischio desertificazione demografica. Ora siamo rinati” ha affermato.
Sul piano burocratico, molti sono avvantaggiati dal possesso di un passaporto
europeo, spesso ereditato dai nonni originari dell’Europa Orientale, oppure
ottenuto attraverso le leggi sulla cittadinanza introdotte da Spagna e
Portogallo per i discendenti degli ebrei sefarditi espulsi nel 1492. Altri
dispongono della “carta blu” europea riservata ai lavoratori altamente
qualificati. Alcuni, arrivati dopo il 7 ottobre, hanno invece ottenuto forme di
protezione internazionale o permessi legati alla situazione di conflitto.
L’arrivo di questa ondata di israeliani si inserisce nel più ampio fenomeno di
crescente emigrazione che interessa Israele dal 2023, legato soprattutto alla
situazione politica e militare in corso. Secondo dati presentati alla Knesset,
già nel 2023 82.800 israeliani avevano lasciato il Paese, una cifra rimasta
elevata anche nel 2024. Nello stesso periodo, è diminuito drasticamente il
numero dei rientri: 24.200 nel 2023, appena 12.100 nei soli primi otto mesi del
2024.
E’ la yerida, la “discesa”, termine che indica l’emigrazione da Israele, opposta
all’aliyah, la “salita” verso Israele. Per lungo tempo considerata uno stigma
sociale e politico, oggi appare sempre più normalizzata.
Intanto a Varallo la pronipote del premio Nobel per la letteratura Shmuel Yosef
Agnon, insegna ebraico a 30 italiani. “Stiamo aprendo la prima succursale
italiana di liceo per nomadi digitali” afferma” già funzionante negli Stati
Uniti, e in molti altri paesi europei. Pensiamo a un polo accademico che si
occupi di cyber security e Intelligenza artificiale in cui noi israeliani siamo
fortissimi. Stiamo facendo arrivare i primi medici israeliani. Molto spesso
negli ultimi anni qui i concorsi sono andati deserti e ci sono diversi posti
vacanti negli ospedali della zona. Insieme, penso che possiamo rendere ancora
più bella la Valsesia”.
Una Valsesia più bella, o una Valsesia più controllata?
Le materie tecnologiche del polo accademico a cui la pronipote del Nobel si
riferisce, non sono separabili dall’apparato militare e di sorveglianza dello
Stato di Israele. Aziende come NSO Group- produttrice del software spia Pegasus
– o Elbit Systems – principale fornitore di droni e armi utilizzate a Gaza, sono
espressione dello stesso ambiente accademico e industriale da cui provengono
molti di questi “laureati benestanti” di cui il sindaco di Varallo si dichiara
entusiasta. Portare in Valsesia un polo tecnologico israeliano, non significa
portare solo competenze, ma anche un pezzo di quello specifico sistema, con le
sue reti, i suoi finanziamenti, le sue appartenenze.
C’è anche un altro aspetto, più prosaico, che solleva grande entusiasmo tra i
residenti: l’aumento del valore degli immobili. “Si innamorano del posto, del
verde e della vita tranquilla, le piste da sci sono una sorpresa inaspettata.
Cercano preferibilmente case indipendenti con un bel terreno intorno, meglio se
lontane da altre proprietà. E qui c’è l’imbarazzo della scelta”, racconta Gianni
Tognotti, vicepresidente del progetto e immobiliarista.
Tutto entusiasmante, tutto positivo quindi?
Il punto che nessuno nomina
La stampa italiana che ha raccontato questo fenomeno, tende quasi sempre a
sottolineare gli stessi elementi: la capacità di queste famiglie di prendere una
decisione difficile, ricominciare, integrarsi. E certamente gli Israeliani che
scelgono la Valsesia esercitano un diritto alla mobilità globale: possedere un
passaporto, acquistare casa dove desiderano, costruirsi una nuova vita in un
Paese straniero liberamente scelto. Ma questi diritti non sono una semplice
fortuna individuale, né soltanto frutto di meriti personali: sono la conseguenza
di uno statuto giuridico e politico che ai Palestinesi continua ad essere
negato.
Amnesty International, nel suo rapporto sull’Apartheid di Israele, presentato
nel 2022, ha ben documentato in 278 pagine come le autorità israeliane abbiano
sistematicamente negato ai palestinesi diritti e libertà fondamentali: drastiche
limitazioni alla libertà di movimento, trasferimenti forzati, diniego di
nazionalità e del diritto al ritorno, solo per citarne alcuni. Lo stesso sistema
che ai coloni garantisce libertà di circolare e di continuare a rubare terre,
nega ai Palestinesi il diritto di muoversi senza permessi, checkpoint e
autorizzazioni militari.
I Palestinesi della Striscia di Gaza non possono scegliere la Valsesia. Non
possono scegliere nulla. Vivono – sarebbe meglio dire sopravvivono – in un
territorio sotto assedio da quasi vent’anni, bombardato e devastato, privato
sistematicamente di acqua, cibo, scuole, ospedali e cure mediche, di ripari
sicuri e della possibilità di trasferirsi altrove senza dover dipendere da
permessi difficilmente ottenibili.
Pochi giorni fa Varallo si è mobilitata per accogliere una famiglia palestinese
proveniente da Gaza – padre, madre e cinque figli. La richiesta urgente al
Ministero degli Esteri porta, tra le altre firme, quella del sindaco e del
parroco di Varallo, e dello stesso Luzzati. Tra i volontari disponibili ad
accoglierli, anche alcuni Israeliani residenti in zona.
La famiglia palestinese attesa a Varallo
La notizia è stata presentata come prova di solidarietà e umanità, non senza
aver sottolineato che la famiglia palestinese ha già dimostrato volontà di
“apertura e integrazione” (volontà che evidentemente non viene richiesta, o
ritenuta necessaria, per gli aspiranti residenti israeliani).
Ma è proprio questo gesto a evidenziare la contraddizione: la famiglia
palestinese è bloccata a Gaza. Non perché manchi una casa pronta, o perché la
comunità non voglia accoglierla, ma perché da Gaza non è possibile uscire senza
autorizzazioni specifiche e perché il sistema internazionale dei visti tratta i
palestinesi come una categoria separata, da esaminare, valutare, autorizzare
caso per caso, con tempi spesso lunghissimi
Nel frattempo, cittadini israeliani, senza alcuna limitazione e quando vogliono,
possono comprare un biglietto, prendere un aereo, arrivare in Italia, acquistare
case e ottenere la residenza.
E non è forse significativo che nessuno degli articoli entusiastici sul
“modello Varallo” si interroghi su cosa comporti questo tipo di insediamento –
apprezzato perché qualificato e benestante – in termini di possibile
trasformazione del territorio in una sorta di enclave separata dal tessuto
sociale locale?
Nessuno si chiede cosa significhi politicamente e simbolicamente che una delle
prime comunità straniere a “rilanciare” una zona montana italiana sia composta
da cittadini di uno Stato che in questo momento sta perpetrando un genocidio?
Nessuno riflette sul fatto che il diritto di muoversi liberamente e scegliere
dove vivere – così celebrato in queste cronache – è esattamente ciò che è negato
ai Palestinesi dal 1948 in poi?
C’è una dissonanza profonda in una società che celebra con entusiasmo l‘arrivo
di famiglie israeliane benestanti che acquistano e restaurano case di pietra
sulle Alpi, mentre contemporaneamente deve mobilitarsi per famiglie palestinesi
che, vittime di quello stesso Stato da cui provengono i “nuovi coloni”, chiedono
semplicemente la possibilità di sopravvivere.
Edward Said scrisse che i Palestinesi sono “vittime delle vittime”.
La Valsesia, nel suo piccolo, mostra quanto quella condizione non appartenga al
passato ma, in forme diverse e normalizzate, continui a prodursi nel presente .
Fonti:
www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/italia/valsesia-la-terra-promessa-in-provincia-di-vercelli-e-la-nuova-casa-degli-israeliani-in-fuga-dal-conflitto/
www.eurasia-rivista.com/israele-in-italia/
www.notiziaoggi.it/varallo-e-alta-valsesia/varallo-mobilita-accogliere-famiglia-gaza/
www.amnesty.eu/wp-content/uploads/2022/01/Israel.s-apartheid-against-Palestinians_Full-Report.pdf
www.ilmanifesto.it/la-grande-emigrazione-di-israele
I palestinesi di Gaza portano con sé le chiavi delle loro case distrutte da
Israele, un legame tra la guerra genocida e gli sfollamenti odierni e l’eredità
ancora viva della Nakba.
Da invictapalestina Fonte: English version
Ansam Al-Kitaa – Gaza – 14 maggio 2026
Negli angoli delle tende improvvisate, riposte in sacchi sopravvissuti ai
bombardamenti israeliani e portate nelle mani esauste degli sfollati, la chiave
rimane più di un semplice pezzo di metallo arrugginito.
Dalla Nakba del 1948 , i palestinesi hanno conservato le chiavi delle case che
sono stati costretti ad abbandonare, come prova che una volta quelle case
esistevano e che una storia non si conclude con lo sfollamento.
Settantotto anni dopo, la stessa scena si ripete a Gaza: case distrutte,
famiglie disperse e chiavi trasportate da uno sfollamento all’altro come se
fossero l’ultima cosa rimasta di casa.
Rami al-Sharafi, 40 anni, attivista sociale, direttore di Radio Zaman FM e padre
di cinque figli, tiene tre chiavi in macchina.
Uno apre ciò che resta della sua casa a Jabalia, distrutta il primo giorno di
guerra. Un altro apre il suo ufficio, anch’esso distrutto. E l’ultimo apre la
fattoria di famiglia.
Vi è inoltre una quarta chiave, ereditata, non sua. Appartiene alla casa di
famiglia nel villaggio palestinese di Harbiya , occupata e svuotata nel 1948.
Quella stessa chiave è stata tramandata di generazione in generazione.
“La mia casa a Jabalia è stata distrutta nel 2023”, racconta Rami.
“Oggi consegnerò quella chiave ai miei figli, proprio come ho ereditato la
chiave di Harbiya. I luoghi cambiano, ma la storia si ripete.”
La Nakba si riferisce allo spostamento di massa e all’espropriazione dei
palestinesi che hanno portato alla creazione di Israele [Getty].
Per Rami, la chiave non è una reliquia. È un ricordo continuo di ciò che è stato
sottratto.
“L’occupazione ha cercato per decenni di privare i palestinesi della loro terra,
delle loro case, della loro memoria”, ha dichiarato a The New Arab.
“Conserviamo queste chiavi come prova del nostro diritto e della nostra
presenza.”
I suoi nonni vissero in tende a Gaza dopo la Nakba, e ora, a 78 anni dalla
catastrofe, la sua famiglia vive in tende per sfollati: un promemoria
inquietante del fatto che la Nakba non è mai veramente finita.
“Una casa non è fatta solo di muri di cemento”, dice. “È memoria, calore, i
dettagli di una vita. Da più di due anni e mezzo sono stato costretto ad
abbandonare la mia casa”, racconta Rami.
“Ogni notte, ricordo come l’occupazione abbia distrutto i nostri ricordi e
cercato di distruggere le fondamenta delle nostre vite. Questa terra è nostra.
Vi resteremo, così come vi resteranno l’ulivo e l’olio.”
Aya Skaik, una madre di quattro figli di 35 anni, ha lasciato Gaza due mesi dopo
l’inizio della guerra israeliana . Ora vive in Canada, conservando le chiavi
della sua casa nel quartiere di Sheikh Radwan.
“Non è più solo un pezzo di metallo”, ha dichiarato a The New Arab. “È l’unica
garanzia che ho per dimostrare il mio diritto a quel luogo. È un filo che mi
lega all’odore delle mie mura, ai dettagli di una vita che mi sono lasciata alle
spalle.”
Per Aya, la chiave racchiude simultaneamente entrambi i significati: la casa
perduta e la volontà di restare.
“Portare con noi la chiave è di per sé un atto di resistenza”, afferma. “Non la
portiamo per piangere le rovine. La portiamo per confermare che restiamo, che la
nostra partenza per il Canada è temporanea e che l’idea di tornare non muore.
Viviamo di speranza, come vivevano di speranza i nostri genitori e i nostri
nonni.”
Non fa alcuna distinzione tra la Nakba dei suoi nonni e la propria.
“Quello che un tempo ci veniva raccontato del 1948, ora lo stiamo vivendo in
prima persona: la paura, la confusione, gli spostamenti continui, i bagagli
fatti in fretta. Proprio come mio nonno custodiva la chiave di casa sua a
Giaffa, io mi ritrovo a tenere in mano la chiave di Sheikh Radwan. La memoria si
tramanda di generazione in generazione allo stesso modo.”
Suo padre le ha dato più di una semplice chiave. “Mi ha raccontato la storia
della casa, una storia che un tempo era sempre aperta”, dice lei.
I palestinesi sfollati dalla guerra di Israele a Gaza conservano le chiavi delle
loro case danneggiate o distrutte come simbolo del ritorno, un giorno, nella
loro patria [Getty].
Fatima Sahwil, ricercatrice culturale e madre di quattro figli, vive in una casa
che non le sembra più sua. Ha ricominciato da zero, cercando di costruire nuovi
ricordi. La maggior parte di essi è legata alla guerra.
“La chiave è un simbolo di perdita e di nostalgia per il ricordo di un luogo”,
ha dichiarato la trentenne a The New Arab.
“Vivo in un posto che non mi rispecchia, non è il posto a cui ero affezionata.”
Lei detiene le chiavi di una casa che non possiede più e si pone la stessa
domanda: “Riuscirò a costruire una casa che conservi la bellezza della mia prima
casa e gli stessi ricordi ad essa legati?”
Per Fatima, la risposta si trova nella chiave stessa. “Significa che c’è la
speranza di poter un giorno tornare nelle nostre case sicure”, dice. “La chiave
è un simbolo di nostalgia, di ogni piccolo dettaglio che dava anima a un luogo.”
La nonna fu sfollata nel 1948 e conservò la chiave fino alla fine.
“Mia nonna portava sempre con sé la chiave perché credeva che sarebbe tornata.
Oggi io porto la mia con la stessa speranza. È questo il vero punto d’incontro
tra passato e presente, tra speranza, nostalgia e il desiderio di costruire una
vita piena e meravigliosa nonostante tutto.”
Una chiave per ogni Nakba
Bissan Natil, una scrittrice di letteratura per ragazzi di circa vent’anni, è
tornata nel nord di Gaza dopo essere stata sfollata a causa dell’occupazione che
bloccava l’accesso al nord. Al suo ritorno, ha trovato il suo quartiere
distrutto.
“All’inizio dello sfollamento, era difficile immaginare che saremmo tornati al
nord”, ha dichiarato Bissan a The New Arab .
“Ma siamo tornati. Quindi credo che ogni confine tracciato dall’occupazione
possa cambiare e che la terra resterà al suo popolo, non importa quanto tempo ci
vorrà.”
Per Bissan, la chiave è parte integrante dell’identità e della presenza. “I
palestinesi portano la chiave come parte di sé, come se fosse l’ultima prova di
appartenenza alla propria patria”, afferma.
“I nostri nonni, quando furono costretti a lasciare le loro case, non
immaginavano che l’assenza sarebbe durata più di settant’anni. Credevano che si
sarebbe trattato di pochi giorni. È una sensazione simile alla nostra di oggi:
torneremo, non importa quanto tempo ci vorrà, anche se gli strumenti di
distruzione e annientamento sono diventati più grandi e brutali.”
Descrive il dolore dei palestinesi come una memoria ereditata.
78 anni dopo la Nakba, i palestinesi continuano a subire sfollamenti e massacri
per mano di Israele [Getty]
“Il dolore si è trasferito dal ricordo di mia nonna al mio. La sensazione di
shock si rinnova. Non possiamo separare ciò che hanno vissuto i nostri nonni da
ciò che viviamo noi oggi.”
La nonna morì sognando di tornare a casa, nella città occupata di Majdal.
“Mi chiedo se manterrò la stessa speranza di ricostruire la casa e la vita
com’era prima”, dice.
«Il colore del nostro suolo è simile al colore della nostra pelle. Come possiamo
essere sradicati da una terra che è parte di noi?» si chiede Bissan.
“Le scene di sfollamento di oggi possono ricordare quelle vissute dai nostri
nonni, ma la speranza è sempre stata parte integrante della tenacia dei
palestinesi e della capacità di tornare a ciò che resta della loro casa e della
loro vita.”
Ansam Al-Kitaa è una giornalista freelance con sede a Gaza. Per anni ha seguito
le successive guerre a Gaza e il loro impatto umanitario e sociale per testate
internazionali e locali.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Dichiarazione politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina in
occasione del 78° anniversario della Nakba palestinese.
Il Fronte Popolare in occasione del 78° anniversario della Nakba: La lotta
contro l’occupazione è una lotta esistenziale e storica, e la resistenza
continuerà fino alla sua fine.
La questione dei rifugiati è al centro della causa palestinese, e il diritto al
ritorno è un diritto storico, legale e umanitario inalienabile che non si
estingue con il tempo.
O masse del nostro grande popolo palestinese, o figli della nostra nazione
araba, o popoli liberi di tutto il mondo…
Il 15 maggio commemoriamo il 78° anniversario della Nakba palestinese; Il
crimine storico in corso perpetrato dal movimento sionista e dalle sue bande
armate, con il sostegno coloniale e imperialista, attraverso lo sradicamento del
nostro popolo dalla sua terra e il suo spostamento forzato, e la creazione di
un’entità coloniale di insediamento fondata su massacri, pulizia etnica e
terrorismo organizzato. Da allora, le politiche di occupazione sono continuate
senza sosta, perpetrando uccisioni, repressione, confisca di terre e
giudaizzazione nel tentativo implacabile di cancellare l’identità nazionale
palestinese e spezzare la volontà del nostro popolo indomito.
Oggi, nel mezzo della guerra totale di sterminio, assedio, fame e distruzione
sistematica perpetrata contro il nostro popolo a Gaza, in Cisgiordania e a
Gerusalemme, unitamente all’escalation degli attacchi contro i prigionieri e i
luoghi sacri, e ai tentativi di imporre ulteriori leggi razziste – in
particolare la proposta di pena di morte per i prigionieri e i combattenti della
resistenza – il nostro popolo palestinese continua a compiere sacrificio dopo
sacrificio, rimanendo saldo sulla propria terra, resistendo e contrastando ogni
tentativo di soggiogarlo, spezzarne la volontà o privarlo dei suoi diritti
storici e nazionali. Questi crimini e queste politiche aggressive non sono
riusciti e non riusciranno a soggiogare il nostro popolo o a liquidare la sua
giusta causa.
Il nostro popolo, la nostra nazione araba, i popoli liberi del mondo:
Settantotto anni dopo la Nakba, i crimini di questa entità criminale e senza
scrupoli si intensificano, e i suoi mali raggiungono ormai la Palestina, la
regione e il mondo intero. Più perpetra crimini e omicidi, più scivola in una
struttura politica e sociale frammentata, approfondendo divisioni e
contraddizioni interne e ampliando le manifestazioni di fascismo e razzismo
all’interno del suo sistema di governo. Le crepe strutturali rivelano la sua
fragilità e l’accumulo di fattori che potrebbero portarne al collasso
dall’interno, il tutto mentre fallisce ripetutamente nell’imporre una vittoria
militare o politica, nonostante l’ampio e illimitato sostegno militare e
politico che riceve dall’amministrazione americana e dal sistema occidentale. Al
contrario, rapidi cambiamenti internazionali stanno sconvolgendo gli ambienti e
le lobby sioniste che lo sostengono. Il movimento di solidarietà con la
Palestina si sta espandendo a ritmi senza precedenti e le voci che rifiutano
l’occupazione e la discriminazione razziale si fanno sempre più forti, rendendo
la Palestina un punto di riferimento morale e politico globale. Ciò riflette
l’erosione del sostegno internazionale a questo progetto coloniale e il suo
graduale isolamento.
Noi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, nel commemorare
questo doloroso anniversario dal cuore dei campi di battaglia e dalle linee del
fronte, affermiamo quanto segue:
1. Affermiamo che la lotta contro l’occupazione sionista è una lotta
esistenziale e storica contro un progetto coloniale di insediamento basato su
omicidio, sfollamento e pulizia etnica. Il popolo palestinese continuerà la sua
resistenza in tutte le sue forme e difenderà i suoi inalienabili diritti
storici, primo fra tutti il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla
creazione di uno Stato palestinese indipendente su tutto il territorio
nazionale, con Gerusalemme come capitale, fino alla completa cessazione
dell’occupazione.
2. Affermiamo che la questione dei rifugiati palestinesi rimarrà al centro della
causa nazionale palestinese e che il loro diritto al ritorno alle proprie case e
proprietà da cui furono sfollati nel 1948 è un diritto storico, legale e
umanitario inalienabile che non può essere perso con il passare del tempo o con
progetti di liquidazione. Sottolineiamo inoltre la necessità di proteggere i
campi profughi palestinesi in patria e nella diaspora, e respingiamo ogni forma
di persecuzione, emarginazione o tentativo di smantellare il loro ruolo
nazionale e simbolico di testimoni viventi della Nakba in corso. Chiediamo il
sostegno all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei
rifugiati palestinesi (UNRWA) e la possibilità per essa di adempiere pienamente
alle proprie responsabilità nei confronti dei rifugiati palestinesi. Respingiamo
qualsiasi tentativo di esaurire le sue risorse, minare il suo ruolo politico e
umanitario o eliminarla come testimone internazionale del crimine di sradicare
il nostro popolo dalla propria terra, fino a quando i rifugiati non faranno
ritorno alle case da cui sono stati costretti ad abbandonare la propria patria.
3. Affermiamo l’unità del popolo palestinese in patria e nella diaspora e la
necessità di costruire l’unità nazionale ricostruendo il sistema politico sui
fondamenti della collaborazione e della democrazia, attivando l’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina come suo legittimo rappresentante e
formulando una strategia nazionale e una leadership nazionale unificata per
contrastare l’aggressione e i piani di liquidazione dell’occupazione.
4. Affermiamo che la questione dei prigionieri rimarrà una questione nazionale
centrale e respingiamo tutti i crimini e le violazioni a cui sono sottoposti,
tra cui la tortura, la fame, la negligenza medica e le decisioni razziste nei
loro confronti. Ci impegniamo a continuare la lotta finché tutti i prigionieri
non saranno liberati e le carceri non saranno svuotate dell’ultimo prigioniero
palestinese.
5. Facciamo appello alle masse della nostra nazione araba e ai popoli liberi del
mondo affinché intensifichino ogni forma di sostegno al nostro popolo
palestinese, amplino le campagne di boicottaggio e impongano l’isolamento
politico, economico e accademico all’occupazione, e affinché i suoi leader
vengano processati come criminali di guerra dinanzi ai tribunali internazionali.
6. Mettiamo in guardia contro i tentativi del nemico sionista di sfuggire alla
sua difficile situazione tornando a una guerra su vasta scala nella Striscia di
Gaza. Questo nemico, con il suo tradimento e la sua aggressione, cerca di
sfruttare la guerra a fini elettorali e come opportunità per riabilitare la
propria immagine e ripristinare quella che definisce la sua “deterrenza” ormai
compromessa.
Pertanto, sottolineiamo quanto segue:
– Chiediamo l’immediata e completa attuazione dell’accordo di cessate il fuoco e
il ritiro completo delle forze sioniste da ogni centimetro della Striscia di
Gaza. Ciò richiede la cessazione di ogni forma di operazione militare da parte
dell’occupazione, inclusi assassinii e sparatorie, consentendo al contempo al
Comitato Amministrativo di entrare nella Striscia di Gaza e assumere le proprie
responsabilità.
– La necessità di aprire tutti i valichi senza restrizioni e di garantire il
flusso continuo di cibo, medicinali, carburante e tutti gli altri beni
essenziali per la nostra popolazione nella Striscia di Gaza.
– L’ingresso di una forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia di
Gaza per sostituire l’occupazione nelle aree da cui si ritirerà. La sua missione
sarà quella di monitorare il cessate il fuoco e garantirne il rispetto da parte
delle parti.
– L’avvio immediato degli sforzi di ricostruzione nelle aree distrutte
dall’occupazione, sotto un’amministrazione nazionale palestinese pura, libera da
qualsiasi tutela o interferenza esterna.
– Il rifiuto di qualsiasi tentativo di separare Gaza dalla Cisgiordania e la
cessazione di tutte le misure, politiche e decisioni razziste dell’occupazione
contro la nostra popolazione in Cisgiordania, a Gerusalemme e contro i
prigionieri. Ciò include la fine di raid, arresti, demolizioni e attività di
insediamento, nonché la fine delle violazioni contro i prigionieri e la garanzia
dei loro diritti e della loro dignità.
O masse incrollabili del nostro popolo…
Settantotto anni di Nakba, occupazione, massacri e assedio non sono riusciti a
spezzare la volontà del nostro popolo. Al contrario, esso ha consolidato la
propria identità di resistenza e la propria adesione ai diritti nazionali e
storici. Oggi, nonostante la guerra di sterminio e distruzione, il nostro popolo
continua con fermezza e risolutezza la sua legittima lotta fino alla liberazione
e al ritorno. Nel frattempo, la difficile situazione politica e morale
dell’occupazione si aggrava di fronte alla resilienza del nostro popolo e alla
crescente solidarietà internazionale con la Palestina. La sconfitta di questo
progetto coloniale sionista è più vicina che mai, grazie alla fermezza del
nostro popolo, all’intensificarsi della sua resistenza e al crescente isolamento
dell’occupazione dal resto del mondo.
Gloria ai martiri, libertà ai prigionieri, guarigione ai feriti e vittoria al
nostro popolo incrollabile fino al raggiungimento della libertà e
dell’indipendenza.
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Ufficio Stampa Centrale
15 maggio 2026
da Radio Onda d’Urto
Dal 13 al 17 giugno la coalizione NoG7 chiama alla mobilitazione internazionale
contro il summit di Évian. La Svizzera prepara controlli alle frontiere,
esercito e dispositivi eccezionali: ma a Ginevra …
Con un compagno di Milano approfondiamo i temi principali della grande
manifestazione nazionale per la Palestina di sabato 16 maggio, in previsione
dello sciopero generale del 29 maggio e in ricordo della Nakba del 15 maggio
1948.
APPUNTAMENTO ORE 14.30 IN PIAZZA XXIV MAGGIO
Inoltre, diamo conto dell’operazione repressiva che ha colpito per la seconda
volta con una ondata di misure cautelari giovan* e compagn* per i fatti avvenuti
nella grande manifestazione del 22 settembre a Milano, quando un ingente corteo
ha tentato di bloccare la stazione di Milano Centrale ed è stato respinto
violentemente dalla polizia, dando inizio ad una giornata di scontri protratta
per diverse ore nelle strade adiacenti alla stazione centrale. In questa seconda
tornata, Il bilancio è di 7 persone agli arresti domiciliari, 3 obblighi di
dimora con duplice firma quotidiana presso la polizia giudiziaria e 10 persone
denunciate a piede libero.
La scena è sempre la stessa, ormai quasi rituale: la Torino–Lione torna al
centro del dibattito politico non per ciò che accade nei cantieri, ma per ciò
che non funziona […]
The post Torino–Lione: mentre Salvini attacca i ritardi, il governo inciampa
nelle sue stesse promesse. first appeared on notav.info.
NON AID AFRICA, MA RECIPROCA CONVENIENZA E TECNOLOGIA
Per un paio di giorni Nairobi è diventata la capitale diplomatica e finanziaria
non solo per il Continente, ospitando i vertici politico-finanziari mondiali
nell’occasione di un Forum per lo sviluppo dotato in partenza di più di 20
miliardi di investimenti, assicurati dalla presenza di António Guterres (che ha
sottolineato l’ingiustizia del sistema creditizio nei confronti dei paesi
africani) e Macron, che cacciato dalla Françafrique atlantica, sposta lo sguardo
speranzoso del suo fine mandato verso l’Oceano Indiano.
Presente al Forum era anche Freddie Del Curatolo, che ci ha restituito non solo
testimonianza dei meme che hanno stigmatizzato gli atteggiamenti paternalistici
di Macron (difficile uscire dai panni plurisecolari dellla grandeur coloniale),
ma anzi ha illustrato i molti aspetti positivi del Forum panafricano, che ha
visto Ruto nei panni di leader potenzialmente in grado di aggregare le istanze e
i bisogni delle economie di scala non solo regionale, candidandosi al seggio
promesso da Macron al continente presso i G8. Come scrive Freddie nel
suo Malindikenya.net: «Secondo Ruto, il problema dell’Africa non è la mancanza
di liquidità globale. I soldi nel mondo ci sono. Il problema è “l’architettura
del rischio”. Tradotto dal linguaggio economico: il continente continua a essere
valutato dalle agenzie di rating e dai grandi finanziatori internazionali come
se fosse un posto eternamente instabile, ingestibile e prossimo al fallimento.
Risultato: prestiti più costosi, investimenti frenati, sviluppo rallentato».
Queste le storture da aggiustare.
Infatti con Freddie si è analizzata anche la non facile situazione del Congo K,
assente perché la scelta di campo è stata quella di affidarsi all’altra grande
potenza antagonista della Cina regalando le Terre rare a Trump (ottenendo la
ritirata dell’M23 dal Sud Kivu, ma l’avanzata del jihadismo); mentre la Nigeria
è parte integrante della partita e la Tanzania deve risolvere le tensioni
interne. Polemici gli stati del Sahel, anch’essi però alle prese con il
terrorismo e l’arretramento della capacità di protezione della Russia.
Insomma il Forum si inserisce in un momento in cui l’inserimento della
iniziativa europea può incunearsi tra l’atteggiamento “predatore” (come Macron
ha definito la prassi cinese) e quello americano, sprezzante di tutte le regole
https://www.spreaker.com/episode/la-francafrique-parle-anglais-a-nairobi–72011942
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di Renato Turturro Dall’omicidio di Bakary Sako alle cariche contro gli operai
in sciopero, passando per i ghetti dei braccianti: una stessa filiera di
sfruttamento, razzismo e repressione attraversa il …
(disegno di cyop&kaf)
Kamal Aljafari è un regista palestinese nato nel 1972 a Ramla e cresciuto a
Jaffa. Il suo primo film dedicato alla Palestina è The Roof(2006) ed è
ambientato a Ramla; in Port of Memory (2010) appare invece il vecchio porto di
Jaffa. Nel 2015 Aljafari realizza Recollection, un’esplorazione delle immagini
di Jaffa depositate in vecchie pellicole di finzione israeliane e statunitensi.
Grazie alla manipolazione dei materiali di repertorio Recollection mostra un
mondo rimosso: la città palestinese ricordata, i suoi edifici e gli abitanti
ormai scomparsi. Cinque anni dopo Aljafari lavora con nuovi materiali: le
videocassette di una camera di videosorveglianza posta dal padre fuori dalla
casa di Ramla, d’estate. An Unusual Summer è un’opera dove l’inconscio ottico
della videosorveglianza coglie personaggi legati alla memoria affettiva
dell’autore. A Fidai Film del 2024 recupera un archivio visivo disperso:
Aljafari rielabora brandelli di sequenze tratte da un repertorio palestinese
depredato dall’esercito israeliano. Poi nel 2025 ha realizzato With Hasan in
Gaza: il film s’origina dal ritrovamento di immagini catturate dallo stesso
autore al tempo della seconda Intifada a Gaza, dove era andato alla ricerca di
un amico conosciuto nelle carceri israeliane.
Compare un appunto in An Unusual Summer: “La vita deve essere distrutta per
essere rivelata”. Il cinema di Aljafari manipola le immagini di repertorio fin
quasi alla consunzione, ma da questa ricerca emergono persistenti le tracce di
una vita, quella palestinese, che si vorrebbe cancellata e rimossa sin dal
giorno della Nakba, il 15 maggio 1948. Il Museo Nazionale del Cinema ha
organizzato una retrospettiva questa primavera. Trascrivo qui la traduzione del
discorso che Kamal Aljafari ha tenuto al cinema Massimo di Torino il 23 aprile,
stimolato dalle domande di Carlo Chatrian e Grazia Paganelli. (francesco
migliaccio)
* * *
Sono nato a Ramla e sono cresciuto a Jaffa, il posto da cui viene mia madre. Ho
realizzato il mio primo film nel 2006, The Roof, e il film era dedicato al
tornare indietro. Stavo studiando all’accademia di Colonia e ho fatto il mio
primo film sul tornare indietro al primo luogo, al luogo originario. Questa
tendenza a tornare indietro riguardava i due luoghi dove sono nato e dove sono
cresciuto e ho trascorso la mia infanzia. E questi due luoghi sono Ramla e
Jaffa. Queste due città sono oggi parte di Israele, sono diventate Israele nel
1948 con l’occupazione della costa e dopo il 1948 solo una piccola minoranza di
palestinesi può vivere lì. La maggioranza dei palestinesi si è dispersa altrove,
ha abbandonato le città, ma fino al 1948 Jaffa era la più importante città
portuale in Palestina, la più importante città da un punto di vista culturale ed
economico. Prima del 1948 abitavano a Jaffa cento ventimila palestinesi e dopo
solo duemila sono rimasti. Fu davvero la fine di una società, di quella società
che abitava la città. È stato puramente per caso che sono nato in Palestina,
perché i miei nonni, quando scappavano dalla guerra, erano già su una nave che
andava a Beirut nel 1948 e c’era una tempesta in mare e il capitano del vascello
disse: «È meglio se torniamo indietro, perché possiamo morire in mare: morire
per morire, meglio morire nel nostro paese». Tornarono indietro e si nascosero
nella zona del porto per due settimane e poi l’esercito decise di permettere a
questi palestinesi di restare lì, ma erano tutti costretti a vivere in un solo
quartiere che praticamente divenne una sorta di ghetto.
Lo stesso accadde in una città, Ramla, molto importante da un punto di vista
geografico perché si trovava sulla via che connetteva Gerusalemme a Jaffa. Nel
1948 la città fu occupata, molti fuggirono e solo una piccola minoranza rimase
fra cui i miei nonni dalla parte di mio padre. Lo stesso accadde a loro: furono
costretti a vivere in un quartiere che è proprio chiamato “il Ghetto”. Ancora
oggi quando torno a visitare la mia famiglia a Ramla e prendo un taxi, cerco di
evitare questo nome perché trovo sia veramente terribile. Inizio a spiegare
l’indirizzo, descrivo il luogo, e la risposta è: «Ah, certo: il Ghetto. Tu
intendi: il Ghetto!». È qualcosa che veramente… Ho vissuto per anni in Germania
e avevo una consapevolezza del tutto differente su questo termine, sul suo
significato e sul suo uso, e mi colpiva il fatto che venisse importato e
adattato al contesto della Palestina.
Ho realizzato che una persona può esprimere tutto a partire dal movimento di
ritorno verso il luogo da cui è partito, oppure a partire dalla permanenza in un
luogo. Forse conoscete lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz che ha scritto
innumerevoli romanzi a partire dal singolo quartiere dove viveva. Mahfuz era
solito dire che tutto quello che devi fare per scrivere dell’intera umanità è
stare in un unico luogo. Credo che stare in un luogo o tornare indietro in un
luogo per realizzare i film dipenda a volte da una scelta deliberata, altre
volte non posso farne a meno come in A Fidai Film dove ho lavorato su materiali
di archivio ritrovati e che provengono anche da Jaffa e Ramla.
Recollection è l’inizio del mio lavoro con i materiali di archivio ritrovati,
materiali d’archivio già esistenti. La realizzazione di Recollection è legata al
ritorno in luoghi che di fatto non esistono più nella realtà. Jaffa è stata via
via distrutta e poi mangiata da Tel Aviv. Ma negli anni Sessanta molti film
israeliani erano girati a Jaffa e negli anni Ottanta era lo stesso per molti
film americani. Ricordo che quando ero bambino un giorno tornavo da scuola e
andavo alla casa dei miei nonni. C’era un gruppo di bambini riunito e la strada
era piena di immagini di Khomeini e di svariati slogan libanesi perché proprio a
Jaffa stavano girando un film sulla guerra civile in Libano. Rimasi con i
bambini lì e stavo aspettando che le scene venissero girate. Vidi un furgoncino
bianco, un Volkswagen bianco. Nel furgoncino c’erano due uomini e uno di loro
era Chuck Norris che è morto pochi giorni fa. Quando ero bambino vidi Chuck
Norris dal vivo mentre girava questo film, Delta Force One. E Delta Force
One era un film girato a Jaffa, ma nel film Jaffa era Beirut durante la guerra
civile.
Era un tipico film di azione americano sui terroristi che dirottano un aereo e
lo portano a Beirut, ma Chuck Norris arriva a liberare gli ostaggi. Io stavo lì
e iniziarono a girare e vidi Chuck Norris con la mitragliatrice che sparava
ovunque dal veicolo in movimento con la portiera aperta. Da bambino, come tutti
i bambini, ero eccitato a vedere questa scena e non potevo capire il senso
dietro questo tipo di film, non potevo capire il modo in cui stavano usando la
città. Molti anni dopo nel 2010 ero invitato a proiettare un film a Londra e mi
trovavo in un hotel e nella stanza c’era un messaggio di benvenuto sul
televisore e diceva: “Welcome mister Kamal Aljafari”, poi cambiai canale e andai
a farmi una doccia, uscii dalla doccia e vidi quella esatta scena trasmessa dal
televisore. Era veramente incredibile: non avevo mai visto quel film, ma potevo
riconoscere quella scena, così mi sedetti e vidi il film per la prima volta.
Guardavo il film – lasciamo perdere che questi film sono orrendi – e potevo
vedere sullo sfondo molti luoghi che non esistono più perché sono stati
distrutti.
Aspettavo solo che gli attori lasciassero l’inquadratura ma il film era
americano, il che significa che l’inquadratura non è mai lasciata vuota. Così
quando sono tornato a casa ho ordinato il DVD del film e ho iniziato a vedere i
film girati a Jaffa perché volevo fare un film sui luoghi che appaiono sullo
sfondo. Ma vorrei fare ancora un riferimento a Delta Force One: è un film
veramente brutto per il modo in cui sono rappresentate le persone, ad esempio i
terroristi erano interpretati da ebrei mizrahi [ebrei originari di paesi arabi]
e non da palestinesi e parlavano un arabo davvero strano, un arabo che in certi
passaggi non aveva alcun senso. E nella scena finale Chuck Norris arriva con
questa Delta Force armata e attaccano il luogo dove gli ostaggi erano
trattenuti. Questo luogo era una vecchia scuola vuota che la municipalità di Tel
Aviv aveva concesso alla produzione. E nella scena finale l’edificio è fatto
esplodere e l’esplosione è girata in presa diretta. Quindi alla fine della scena
questa vecchia scuola non esisteva più. Allora era lo stesso cinema a produrre
una violenza cinematografica e al contempo a partecipare alla distruzione
materiale del luogo.
Recollection è stata la prima volta in cui ho iniziato a lavorare con il
materiale di archivio. Con Recollection ho lavorato con i film di finzione e
ironicamente erano film di finzione israeliani. E perché erano girati a Jaffa e
non a Tel Aviv? Perché Jaffa era una vecchia città e girare in una vecchia città
fa una differenza narrativa enorme perché tu hai un luogo carico di storia. Se
invece giri a Tel Aviv, dai l’impressione di essere in una città nuova e mostri
che tu sei nuovo in questo luogo. Jaffa è una vecchia città, è davvero
fotogenica con tante architetture antiche, ed era importante per le produzioni
israeliane reclamare una narrazione carica di storia. E questi film escludono i
palestinesi come se non esistessero, in fondo i palestinesi sono rimossi e
sradicati per due volte: prima nella realtà e poi nei film di finzione che erano
girati lì. Non appaiono e dunque non esistono.
Quando ho iniziato a raccogliere immagini la mia idea originaria era di fare un
film sulla città di Jaffa, ma poi, e questo veramente mi ha sorpreso, ho
iniziato a notare le persone che stavano sullo sfondo: passanti, figure che
guardavano fuori dalla finestra. In un film ho addirittura ritrovato mio zio che
passava. Allora ho rimosso tutti gli attori per vedere i luoghi e ho scoperto
questi personaggi che passavano e non erano comparse: erano palestinesi che
contrabbandavano sé stessi dentro l’immagine. Questo è diventato il tema più
importante: trovare i fantasmi che davvero esistevano sullo sfondo, ma a cui
nessuno dedicava attenzione. Sembrava che stessero aspettando me: erano lì e io
dovevo scoprirli.
L’idea di impegnarmi in un film che lavorasse su archivi di immagini già
esistenti mi ha portato a manipolare le immagini. Gli interventi
di Recollection servono a esprimere me stesso, mi servono a trasformare
l’archivio ritrovato in qualcosa di nuovo, in una nuova immagine. Non è un modo
per cercare di essere oggettivo, perché non credo nell’oggettività nel cinema o
nell’arte in generale. È un’operazione totalmente soggettiva: quando iniziamo a
realizzare un film, ad avvicinare un tema, emerge il punto di vista del regista.
E questa soggettività è un aspetto importante e in molte occasioni mi prendo la
totale libertà di intervenire. Ad esempio in A Fidai Film metto maschere di
colore su parti d’immagine, uso il colore rosso per coprire le frasi di
propaganda impresse sulla pellicola dagli israeliani. Queste frasi in ebraico
erano state aggiunte per descrivere le immagini saccheggiate nel 1982
dall’archivio audiovisivo palestinese che era conservato a Beirut.
Molte persone lavorano con gli archivi e ci sono diverse tradizioni: alcuni
approcci sono molto artistici, come Pelešjan, o penso alla coppia italiana
Gianikian e Ricci Lucchi. Ma li ho scoperti in un secondo momento. Il mio lavoro
era in molti modi legato all’esperienza e alla mia provenienza, alle esperienze
che abbiamo attraversato come popolo. La rielaborazione delle immagini in A
Fidai Film riguarda le poche tracce che ho trovato appartenenti ai materiali
razziati dall’esercito israeliano nel 1982. Quelle immagini si trovavano in un
istituto di ricerca palestinese che conteneva un grande archivio con immagini,
vecchie mappe, libri – tutti materiali rubati dall’esercito. La limitazione in
un certo senso ha permesso il mio intervento e mi ha aiutato a trovare una via
per esprimere me stesso. Trovo sempre la limitazione veramente affascinante:
quando hai pochi materiali, sei spinto a una maggiore creatività. Ma le
manipolazioni non mi aiutavano solo a esprimere me stesso, ma anche a creare una
nuova immagine. Gli archivi – come recita un capitolo del film – sono la
macchina da presa del diseredato o di chi ha perso tutto. Raccogli tutto quello
che è disponibile e lavori con questo, lavori con questa limitazione.
In generale l’idea di salvare non mi è vicina, non credo che il cinema possa
salvare qualcuno o qualcosa. Tutto quello che posso fare è esprimere me stesso,
condividere i miei sentimenti e le mie idee con le persone. Certo è romantico
credere che possiamo salvare i luoghi o le persone prendendone l’immagine. Fare
film mi dà soddisfazione perché grazie a questo possiamo continuare a esistere,
a sognare, anche se è un’illusione. Ma non credo che fare film o foto possa
salvare alcunché, i film sono proiettati nei cinema ma allo stesso tempo il
paese continua a essere distrutto, i crimini continuano a essere commessi. È
questa la situazione in cui siamo, anche se vorrei che il cinema potesse
cambiare la realtà. Certo, desidero che la vita che non esiste più possa tornare
a esistere e questo è il caso di With Hasan in Gaza che è realizzato con riprese
fatte da me nel 2001 a Gaza. Ora molti dei luoghi che si vedono non esistono più
e anche le persone sono state uccise, o sono disperse, ferite: tutti sono stati
toccati. Possiamo riprendere ciò che scomparirà perché grazie a questo gesto ci
garantiamo un’esistenza, possiamo continuare a sperare e a sognare, ed è tutto
quello che possiamo fare.
Mi piace molto lavorare con l’astrazione, un’astrazione che riguarda tanto le
immagini quanto i suoni. Attraverso l’astrazione puoi raggiungere l’universalità
e credo davvero che la condizione palestinese sia infine una condizione umana,
una condizione dell’umanità. Con il suono è possibile realizzare qualcosa che
non necessita traduzione, perché le emozioni espresse dal suono possono
raggiungere le persone e non importa quale lingua parlino o a quale nazionalità
appartengano: il suono è suono. Ad esempio in A Fidai Film c’è una sequenza di
repertorio che ho trovato dove un bambino palestinese cammina in un campo
profughi in Libano, un campo dell’UNRWA. E questo film era stato realizzato
dall’UNRWA perché giravano film sui rifugiati negli anni Sessanta e Settanta.
Quando l’ho trovato non aveva suono, così ho creato il suono e l’ho aggiunto
sull’immagine del bambino che cammina nel fango: non un suono sincronizzato, è
un suono fuori sincrono. Lavoro molto con il suono non sincronizzato perché
questo in qualche modo facilita l’immaginazione e permette una maggiore
partecipazione. Così si trasforma la scena del bambino che cammina nel fango:
quando aggiungi il suono, diventa emozionante.
Sono stato davvero fortunato perché ho lavorato con due artisti del suono. Ho
iniziato a lavorare con loro sei anni fa: uno è Attila Faravelli di Milano e ha
realizzato molti suoni per A Fidai Film e With Hasan in Gaza; il secondo è un
musicista, Simon Fisher Turner. Lavorare con entrambi è stato un vero
arricchimento per i miei ultimi film perché ho potuto lavorare con persone a cui
non era necessario dicessi con le parole che cosa cercavo. Abbiamo raggiunto la
condizione in cui io non ho la necessità di spiegare me stesso: hanno creato i
suoni di cui il film aveva bisogno. Un esempio riguarda With Hasan in Gaza:
Simon ha visto il girato e ha iniziato a inviarmi davvero tanti file, ho un
archivio enorme con le sue registrazioni e alcune duravano anche tre ore e mi
diceva di ascoltare tutto perché a un certo punto c’era una variazione, una
trasformazione, ma non mi diceva quando. Un giorno mi ha mandato la
registrazione di un allarme, un allarme simile a quello che senti quando non
metti la cintura in auto. Il film aveva molte scene con le auto e mi sono
ricordato che avevo questo suono in mente, ma non gliel’ho detto. Quando tornavo
a casa e visitavo la mia famiglia, mio padre era già abbastanza vecchio e la
sera andava al bar a incontrare i suoi amici. Il bar non era molto lontano da
casa, ma lui prendeva l’auto e io andavo con lui e non metteva mai la cintura e
io stavo sempre con lui sentendo questo suono. Simon ha colto questo suono, lo
ha manipolato e l’ha usato molto nel film, ma io non avevo comunicato con lui a
proposito di questo. Comunichiamo su un livello che è al di là della
spiegazione: sono coincidenze che non sono coincidenze.
Quando ho iniziato a lavorare per Recollection, ho pensato che accadeva qualcosa
di irripetibile. Quando studi per diventare regista non pensi di realizzare film
con materiali di repertorio: vuoi girare tu stesso quei film. Nessuno parte con
l’idea di realizzare film con materiali già esistenti. Allora ho pensato
che Recollection fosse un’esperienza unica, ma dopo sono andato a trovare la mia
famiglia ed è stata l’occasione per poi realizzare An Unusual Summer. E mia
sorella, che è avvocata, mi prendeva in giro perché ci metto molto a realizzare
un film e mi ha detto: «Forse dovresti vedere le videocassette che ho trovato.
Potresti fare un film con quelle». Quali videocassette? Allora mi ha raccontato
una storia su mio padre, che allora era già morto. Lei ha trovato questi nastri
perché quando era vivo qualcuno aveva rotto i vetri della sua auto e nostro
padre voleva sapere chi era stato in quartiere a farlo e aveva filmato per un
mese, senza sosta. Iniziai a guardare questi materiali e per me erano
incredibili: in un mese chiunque viveva nel quartiere appariva
nell’inquadratura, anche la mia famiglia appariva fra la casa e l’auto. Conosco
la maggior parte di queste persone e certo ho una connessione intima con loro,
emozionale. Nel film ci sono le due sorelle che camminano assieme e sin da
bambino non ho mai visto queste due sorelle separate. Quando camminavano in
strada, camminavano assieme. Da bambino vedevo un vicino sempre in bicicletta e
di nuovo nel film appare con la sua bicicletta. Molti aspetti non potrebbero
essere notati se non appartenessi a quel luogo, se non conoscessi quelle persone
e la loro biografia, ma allo stesso tempo per me c’è qualcosa di universale.
Infatti se metti una videocamera così, in quasi in ogni luogo del mondo troverai
questi personaggi. E questo è particolarmente impressionante con la camera di
videosorveglianza perché questa videocamera ha una pazienza infinita che nessun
regista può avere. Nessun regista si metterebbe alla finestra per filmare il
mondo per ventiquattro ore senza fermarsi. Il film è strutturato su alcuni
appunti che scrissi e uno dice: “Nella videocamera di mio padre chiunque ha
l’occasione di esistere”. Perché quando fai un film devi selezionare, devi fare
un casting per gli attori, ma la camera di videosorveglianza non seleziona:
registra chiunque, chiunque per lei può essere un criminale.
With Hasan in Gaza è stata davvero una sorpresa per me perché davvero ho
scoperto il materiale solo nell’ultimo anno. Stavo cercando un vecchio disco
rigido e mi sono imbattuto in una cassetta Mini Dv con un titolo scritto in
arabo: “With Hasan in Gaza”. Non avevo idea di che cosa fosse e sono andato in
un laboratorio che aveva modo di riprodurre la cassetta e ho visto immagini di
repertorio di Gaza e ancora non sapevo di che cosa si trattasse finché non ho
sentito la mia voce. Poco dopo c’è una scena dove appaio. Sono tornato a casa
alla ricerca di più cassette perché ho capito che dovevano essercene altre e ne
ho trovate altre due senza titoli. Così ho capito perché alle scuole di cinema
dicevano che bisogna sempre scrivere sulle cassette. Questi materiali erano
stati girati nel 2001 a Gaza e il loro ritrovamento avvenne nel momento in cui
mi stavo chiedendo, combattendo con me stesso, che tipo di film o di arte si può
fare di fronte a questa distruzione di massa, a questo omicidio di massa. Come
agire? E non volevo fare un film mostrando persone uccise, persone che passano
attraverso eventi orribili. Non volevo mostrare di nuovo tutto ciò, ho pensato
che non volevo ripetere tutto l’orrore. In un certo senso fare cinema con i
materiali recenti di Gaza avrebbe urtato la dignità delle persone coinvolte,
perché il cinema ha bisogno di tempo, ha bisogno di una giusta distanza che ti
permette di impiegare materiali di repertorio che registrino qualcosa che cambia
a fondo la vita delle persone o che distrugge quelle stesse vite. Nello stesso
periodo in cui mi dibattevo in queste domande ho trovato i materiali di Gaza del
2001 e ritrovarli era la risposta naturale ai miei dilemmi. Era davvero come
scoprire segni di vita catturati dalla videocamera ed era anche la prova che la
distruzione non ha mai successo: ci sono sempre delle tracce.
In questa nuova puntata di Harraga, trasmissione in onda ogni venerdì alle 15 su
RadioBlackout, proviamo a parlare di sanità e del suo ruolo all’interno dei CPR,
di come la…