Invasione del Libano,Israele punta alle risorse idriche del fiume Litani
l ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che l’esercito ha ricevuto l’ordine di accelerare la demolizione delle abitazioni libanesi nei villaggi di prima linea vicino al confine, “in linea con il modello applicato a Rafah e Beit Hanoun nella Striscia di Gaza”, città in gran parte rase al suolo durante l’aggressione genocidaria israeliana a Gaza. Ha inoltre sostenuto che le Forze di Difesa Israeliane sono state incaricate di distruggere i ponti sul fiume Litani — situato a circa 30 km dal confine con Israele — per impedire a Hezbollah di “spostarsi verso sud” con armi. All’inizio della settimana, attacchi aerei israeliani avevano già distrutto due ponti sul fiume, interrompendo i collegamenti tra il sud del Libano e il resto del Paese. La distruzione dei ponti punta ad isolare il sud del paese che sembra ritornare ai tempi del 1982 ,quando Sharon scateno’ l’operazione pace in Galilea l’invasione contro Olp .Oggi l’obiettivo è Hezbollah ,in un contesto diverso dove l’unica costante è il fallimento dello stato libanese , ma forse Israele aspira alla conquista del controllo delle risorse idriche del fiume Litani , obiettivo della sua idropolitica coloniale fin dagli anni’20. La strategia israeliana sembra puntare ad una e vera e propria pulizia etnica anche con lo svuotamento dei quartieri sciti a sud di Beirut come Dahieh, nel tentativo di isolare Hezbollah dalla sua base sociale ,ma questa strategia rischia di rafforzare il consenso al partito di dio per quanto indebolito militarmente dalla precedente aggressione ,visto dalla popolazione scita come l’unico oppositore all’invasione israeliana . Si contano già un migliaio di vittime e decine di migliaia di profughi ,la crisi umanitaria si aggrava nel contesto di uno stato indebolito da una crisi economica e finanziaria che ne mette in discussione l’integrità. Ne parliamo con Eliana Riva giornalista
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La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana .Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo ( 200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap) valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra. Ne parliamo con Alessandro Volpi economista
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Iran: mentre si rafforza l’ala militare il regime chiama all’unità nazionale
L’ assassinio di Larijani fa uscire di scena una figura di potenziale mediatore anche se dal punto di vista della repressione interna è stato molto attivo, sta emergendo una leadership legata ai guardiani della rivoluzione (IRGC),si rafforza quindi l’ala militare che controllava già pezzi importanti dell’economia iraniana .Questa generazione non ha vissuto il trauma della guerra con l’Irak ma ha partecipato alla guerra in Siria ,quindi teme oltremodo la prospettiva di una guerra civile . E’ molto meno legata alla sfera religiosa e più tollerante rispetto a manifestazioni esteriori relative all’abbigliamento oppure all’hijab ,ma molto attenta a reprimere il dissenso organizzato. Il sistema delle “bonyad”(fondazioni benefiche parastatali),che gestiscono enormi patrimoni immobiliari e l’economia informale e i privilegi che hanno generato anni di sanzioni costituiscono l’impalcatura economica che sostiene il regime e parte del suo consenso. Di fronte alla minaccia dell’ aggressione nel messaggio di Mojtaba Khamenei per il Newroz,il capodanno persiano, si parla del rafforzamento dell l’unità nazionale, e si sottolinea anche il significato della coincidenza di Nowruz di quest’anno con Eid al-Fitr,la festa musulmana della fine del ramadan.La continuazione delle tradizioni agisce come una forma di resistenza culturale contro gli effetti destabilizzanti della guerra e si evoca l’identità persiana invocando l’unità nazionale. Ne parliamo con Tara Riva analista geopolitica italo iraniana
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Catania, LUPo sotto sgombero.
Pillola di HH_23.03.2026 A Catania parte il grande spettacolo della “rigenerazione urbana”: polizia, ruspe e fondi PNRR. E’ in atto lo sgombero della L.U.P.O. Quasi 4 milioni di euro per distruggere la palestra occupata e rifare piazza Pietro Lupo: giardino “tecnologico”, info point turistico e parcheggi. La città intelligente, dicono. Mentre si cabla l’arredo urbano, si vuole cancellare uno spazio autogestito di socialità estranea alle logiche del controllo e del profitto. “Quando la legalità si nutre di sfruttamento del lavoro, sorveglianza, deportazioni, reclusioni, guerre e genocidi, rivendichiamo con orgoglio la nostra indipendenza, rivendichiamo le pratiche di autogestione, rivendichiamo la matrice antifascista, antirazzista, antimachista e anticapitalista che guida il nostro agire, rivendichiamo di aver sperimentato rapporti sinceri ed orizzontali, rivendichiamo la nostra illegalità“. “Fanno il deserto e lo chiamano decoro, ma non si può demolire un’idea”. Qui i primi aggiornamenti dax compagnx della L.U.P.O.: Per aggiornamenti, seguire il canale t.me Materiale Piroclastico
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Scuola neoliberale e docenti tiranni
(archivio disegni monitor) A chi osserva l’istituzione dal suo interno la scuola appare come un ircocervo, o disordinato corpo di pratiche, regole e convenzioni che si sono cristallizzate nei decenni con le diverse riforme e convivono nonostante le contraddizioni. Nell’arco di una stessa giornata un insegnante può costringere gli studenti a stare in piedi accanto alla porta dell’aula per punizione, rivendicare la democrazia degli organi collegiali, stipulare piani di studio per allievi cui è stato diagnosticato un disturbo del comportamento secondo la classificazione del manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La coercizione dei vecchi tempi, la difesa degli organi democratici istituiti negli anni Settanta e gli interventi personalizzati sugli studenti stabiliti dalla legislazione del nuovo millennio coesistono nel medesimo, confuso spazio istituzionale. In un saggio contenuto in un libro del 2021 (La relazione educativa, a cura di Alessandro Mariani) Massimo Baldacci, studioso di pedagogia, sostiene che a causa di un “accavallarsi dei cambiamenti della scuola”, “una fase sopravviene sulla precedente prima che questa sia esaurita”. Baldacci individua nell’istituzione contemporanea la sopravvivenza di aspetti della scuola fascista, e classista, della riforma Gentile e la persistenza residuale delle trasformazioni democratiche realizzate quando era forte il movimento operaio. Più recente incrostazione è quella della “scuola neoliberista” che, secondo Baldacci, non mira più alla formazione di “cittadini critici” ma di “produttori competenti”, incentivando le eccellenze e la selezione dei meritevoli. La linea neoliberale è ormai dominante e forse il governo attuale si distingue per l’abilità di aggregare i valori aggiornati del capitalismo alle nostalgie reazionarie: la riforma del voto in condotta ne è una prova. Di recente due opere – un film e una raccolta di saggi – hanno ragionato sull’egemonia e sulla storia della scuola neoliberale. Il film D’istruzione pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre propone una storia delle riforme neoliberali dagli anni Novanta a oggi: da Berlinguer a Moratti, Gelmini e Renzi. Il film alterna la descrizione delle riforme all’osservazione di aule, uffici e corridoi di un istituto di Torino, soffermandosi sulla figura del dirigente e di alcuni docenti della secondaria di primo grado. Il libro Contro la scuola neoliberale (Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, raccoglie saggi di docenti e accademici attenti a descrivere gli aspetti peculiari della nuova scuola trasformata in azienda, come l’ossessione per la valutazione, le contraddizioni della formazione dei docenti, l’esito dei finanziamenti imposti dal Pnrr. D’istruzione pubblica e Contro la scuola neoliberale propongono, in sintonia, un disegno complesso di scuola neoliberale e sono due opere organiche ai movimenti di docenti che negli anni hanno lottato contro le diverse riforme. La diminuzione dei finanziamenti statali è solo uno degli aspetti affrontati e non il più rilevante. La scuola neoliberale, secondo entrambe le opere, è un’istituzione che pensa e si comporta come un’azienda in competizione sul territorio, trasformando gli studenti in clienti. Questa istituzione appare sempre più ibrida, ovvero disponibile alla collaborazione con i privati: aziende e fondazioni si insinuano con insistenza nei percorsi didattici e nelle proposte educative. Ancora, la scuola neoliberale indebolisce la trasmissione delle conoscenze a vantaggio dell’acquisizione delle competenze, ovvero s’impegna a modellare soggetti docili e adeguati a un mondo del lavoro precario e flessibile. Infine, la scuola neoliberale s’impegna a liquidare il potere dei docenti prosciugando il ruolo degli organi democratici a vantaggio della figura apicale di un dirigente sempre più simile a un capo d’impresa. Sia il libro che il film hanno il merito di mostrare il ruolo complice della sinistra nel decennale processo di trasformazione della scuola. È un merito importante perché un quadro di lungo respiro – e spietato nei confronti delle forze progressiste – permette all’osservatore di non concentrarsi solo sulle derive reazionarie del governo vigente. La critica al ruolo della sinistra è utile a corrodere ipocrisia e illusioni di un sistema scolastico che si vorrebbe attento alle diversità. Non vi è alcuna emancipazione, per esempio, nella variazione personalizzata degli strumenti didattici a partire da diagnosi formulate grazie alle classificazioni delle discipline mediche e psichiatriche. Anziché richiedere più insegnanti, compresenze  in aula e gruppi classe ridotti in modo da esaudire davvero le esigenze degli allievi, la scuola neoliberale consente agli studenti bisognosi l’impiego di strumenti compensativi (più tempo per le prove, la disponibilità di consultare schemi, e altro ancora) affinché tutti possano partecipare alla medesima procedura valutativa. “Inclusione”, in questo senso, corrisponde a una cieca fiducia in una competizione meritocratica accessibile a tutti. Così, alla fine della selezione, la responsabilità del fallimento va attribuita all’individuo che non s’è impegnato abbastanza. Le tesi di fondo del film e della raccolta di saggi sono valide ed è importante insistere sulla collaborazione delle forze progressiste nel modellare il volto dell’economia e della società odierna. Le due opere, tuttavia, mostrano limiti nella costruzione formale del discorso e nelle modalità dello sguardo adottate. D’istruzione pubblica è un documentario a tesi dove una voce narrante accompagna lo spettatore lungo un tracciato critico definito e stringente. Da qui discende uno sguardo filmico poco incline all’esplorazione e poco sensibile nei confronti degli studenti, mere comparse in un montaggio didascalico. I saggi di Contro la scuola neoliberale sembrano più interessati a ponderare le letture accademiche sull’interpretazione della fase attuale del capitalismo, e intervenire nel dibattito teorico, ma mostrano scarsa attenzione alla formazione concreta dei ragazzi e al rapporto con loro. Tale approccio – tutto concentrato sulle tesi da dimostrare e le teorie da elaborare – spinge le due opere a una polemica contro le derive dei saperi pedagogici che vengono piegati e rielaborati dalle esigenze della scuola neoliberale. In questa lettura i docenti “democratici”, fautori di una didattica e pedagogia innovative, sarebbero impegnati in un conflitto contro i docenti “autoritari”, legati alle desuete pratiche della scuola novecentesca. Scrive Lo Vetere nel primo saggio di Contro la scuola neoliberale: “Il dibattito pedagogico corrente ama voltolarsi nell’antinomia metafisica tra pedagogia democratica e pedagogia autoritaria, tra desiderio di innovazione e resistenza luddista, tra riformismo e gentilianesimo”. Un conflitto sterile, secondo gli autori di entrambe le opere, perché sarebbe proprio la tradizione democratica della pedagogia – ormai deviata, fuorviata – a consentire l’accelerazione delle riforme neoliberali. Gli autori, così, liquidano le critiche alla “tirannia degli insegnanti” perché queste sarebbero funzionali alla trasformazione dell’istruzione in un addestramento aziendale. Chi osserva aule e corridoi ogni giorno, tuttavia, può notare che i professori tiranni, aguzzini, guardiani della morale ci sono, e sono la maggioranza. Che la scuola neoliberale sia dolce, attenta alle diversità, più semplice per gli studenti, è un mito. Certo gli studenti imparano meno rispetto a un tempo – hanno ragione gli autori –, eppure sono sottoposti a un regime sottilmente coercitivo, soffocante, ossessivo nella richiesta continua di prestazione, e in ultima istanza vessatorio. Non vedere questo aspetto comporta un duplice limite: non si coglie il fondamento dell’esperienza d’apprendimento odierna, non s’afferra la natura capillarmente coercitiva, seppure ipocrita, del capitalismo contemporaneo. Se gli studenti non sono più cittadini critici in formazione, ma carne da macello per il lavoro precario, allora la scuola deve insegnare loro a comportarsi bene, non protestare, essere mansueti e flessibili – e i docenti sono i nuovi direttori di una pedagogia oppressiva. Non è un caso che in queste opere non vi sia alcuno spazio per la voce degli studenti. La loro presa di parola non interessa, eppure è quanto di più auspicabile in questo momento. Che cosa pensano gli studenti? Qual è il loro rapporto con la scuola? E non è solo interessante la voce critica – e in un certo senso attesa, decodificata, per quanto ricca di speranza – degli studenti dei licei disposti a occupare gli istituti. È necessario ascoltare la voce degli studenti dei tecnici e dei professionali, tanto nelle metropoli quanto delle province di questo paese. Non sono degli zombie alienati come molti credono: vi sono in loro più pulsazioni di quante ve ne siano nel corpo docente, e hanno idee, esigenze e slanci vitali, per quanto agli adulti spesso illeggibili. Anche gli atti vandalici contro gli oggetti nei laboratori di un professionale o contro gli arredi di un tecnico sono messaggi importantissimi, che dovrebbero essere letti e interrogati, e non meramente puniti. Se la scuola non fa altro che costruire un’architettura dell’obbedienza alla barbarie, insegnando a eseguire ordini in uno stato di insensibilità, senza chiedere, capire o criticare il perché e il per che, allora questi gesti non vengono da criminali nati o bruti da civilizzare, ma dai prodotti della fabbrica-scuola. Dobbiamo difendere la scuola pubblica dallo smantellamento messo in atto dal capitalismo neoliberale, non c’è dubbio. Questa difesa – che deve essere strenua e appassionata – non deve però rimuovere una contraddizione che disorienta: la scuola pubblica va difesa dagli attacchi del capitale affinché siano gli studenti a smantellarla, a smantellarci. Anziché addestrare gli studenti per competenze, è opportuno insegnare loro come liberarsi di noi docenti e della scuola. Fino a che ai ragazzi sarà impedito di sentire la scuola come uno spazio di crescita di cui hanno bisogno, ma come una caserma, un carcere, un luogo di costrizione, di performance valutate, di ordini immotivati da eseguire per non essere puniti, allora servirà il lavoro di noi docenti per dissodare il terreno verso la dissoluzione dell’istituzione scolastica. I docenti, che sempre più ripetono di trovarsi a fare scuola nonostante la scuola, con i tempi della didattica rosicchiati da attività inutili ma obbligatorie, le incombenze burocratiche, la disarticolazione, hanno il compito di insegnare questo agli studenti: a fare scuola nonostante la scuola, a individuarne le contraddizioni e mappare le incoerenze, perché sono proprio queste incoerenze che creano aperture nelle maglie, che ci permettono ancora di agire. Vi è un’immagine forte e vivace in D’istruzione pubblica, anche se forse i registi non lo sanno: alla fine suona la campanella di giugno e i ragazzi, finalmente liberi, corrono fuori, urlanti, a godersi l’estate. L’energia utopica della conclusione rovescia, in modo imprevisto, l’intero discorso del film. (francesco migliaccio, chiara romano)
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COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO NO TAV SUSA – MOMPANTERO
Il seguente comunicato intende rendere pubblico quanto accaduto a Susa nell’ultimo mese. Spinto dalla preoccupazione riguardante le possibili, pesanti ricadute sulla salute degli abitanti a causa della futura installazione dei […] The post COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO NO TAV SUSA - MOMPANTERO first appeared on notav.info.
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[2026-03-28] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (sabato, 28 marzo 16:00) Disponibile: NEXT STOP MODENA 2020 – Viaggio tra le carceri di Claudio Cipriani https://www.sensibiliallefoglie.it/next-stop-modena-2020/ Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30.
Guerra in Iran, l’Italia e le basi americane: cosa sta accadendo davvero?
L’utilizzo delle basi USA sul territorio italiano, la scarsa trasparenza del governo e la crescente militarizzazione della Sicilia sono aspetti preoccupanti sempre più attuali da quando l’Iran è stato attaccato. Ne parliamo con Antonio Mazzeo, giornalista e attivista siciliano. Dallo scoppio della guerra in Iran, innescata dall’America di Trump insieme al suo storico alleato Netanyahu, tra le molte contraddizioni emerse nel dibattito pubblico torna al centro una questione cruciale: l’utilizzo delle basi militari statunitensi sul territorio italiano. Dal governo arrivano rassicurazioni che appaiono però parziali e, per certi versi, elusive. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha richiamato il quadro degli accordi bilaterali con gli Stati Uniti, risalenti al 1954, cercando di delimitare il perimetro delle attività consentite. In particolare, ha distinto tra operazioni “cinetiche”, cioè direttamente connesse ad azioni di attacco armato e dunque soggette a specifiche autorizzazioni da parte del governo italiano, e operazioni “non cinetiche”, come supporto logistico, ricognizione, rifornimento in volo o manutenzione, che rientrerebbero in un ambito più ampio e meno vincolato. Una distinzione tecnica che tuttavia non dissolve i dubbi politici. Anche perché la posizione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, appare volutamente sfumata: “non condivide né condanna l’attacco Usa all’Iran” da un lato e dall’altro evita di chiarire fino in fondo quale sia il margine di controllo effettivo dell’Italia sulle attività svolte nelle basi ridimensionando la portata della questione. Nel frattempo, l’attenzione pubblica viene spostata su altri temi, come l’imminente referendum sulla giustizia previsto il 21 e il 22 marzo, contribuendo a lasciare in secondo piano un nodo che riguarda direttamente la sovranità e il ruolo del Paese in uno scenario di guerra. «Si dà per certo che dalla base di Sigonella, prima, durante e dopo il 28 febbraio, sono decollati regolarmente aerei e droni statunitensi, in particolare i Triton, velivoli di grandi dimensioni dotati di tecnologie avanzate per intelligence, sorveglianza e ricognizione», fa notare Antonio Mazzeo, insegnante e giornalista impegnato sui temi del disarmo, della pace, dei diritti umani e dell’ambiente. «Questi droni – prosegue Mazzeo – operano ad alta quota e sono in grado di monitorare vaste aree, individuando con precisione obiettivi che vengono poi utilizzati dai cacciabombardieri per gli attacchi. Per questo motivo definire tali operazioni come “non cinetiche” o solo tecnico-logistiche viene considerato fuorviante: le attività di intelligence sono parte essenziale delle operazioni militari e rendono il territorio italiano direttamente coinvolto anche se da esso non partono materialmente i bombardamenti». Il ruolo delle basi USA in Italia e la differenza con la Spagna  Mazzeo parla di Sigonella e delle altre basi strategiche statunitensi dislocate sul territorio italiano. A Napoli ha sede il comando operativo delle forze navali della Marina Militare degli Stati Uniti d’America, responsabile della pianificazione e del coordinamento delle operazioni navali e aeree per il Mediterraneo e per una parte del Medio Oriente. Dalla base di Aviano – che ospita anche armamenti nucleari – alla vigilia dell’attacco del 28 febbraio sarebbero decollati tra 12 e 14 cacciabombardieri F-16 trasferiti in Medio Oriente e poi impiegati nelle operazioni militari. Ritornando in Sicilia menziona il MUOS, che si trova all’interno della Riserva della Sughereta di Niscemi. Si tratta di un sistema satellitare di proprietà e uso esclusivo della Marina Militare statunitense attraverso cui transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. Ne esistono solo quattro e uno di questi è in territorio italiano, a due passi da Niscemi, appunto.  Le attività di intelligence sono parte essenziale delle operazioni militari e rendono il territorio italiano direttamente coinvolto Secondo Meloni, l’Italia non sta facendo nulla di diverso rispetto alla Spagna che, a suo dire, non sta mettendo in discussione le attività previste dall’accordo bilaterale tra lo Stato spagnolo e gli Stati Uniti. In realtà la Spagna, oltre ad aver detto un “no” secco alla guerra, è andata oltre i proclami. Quindici aerei dislocati nelle basi di Moron de la Frontera e Rota, usati per il rifornimento in aria dei caccia, sono stati trasferiti dal Pentagono in Francia e in Germania. Come ha dichiarato la ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, la Spagna non fornirà supporto dalle basi, salvo esigenze umanitarie, e il trattato non sarà applicato finché non si troverà una soluzione. Ha anche affermato che le truppe USA devono operare nel rispetto del diritto internazionale, mentre attualmente agiscono unilateralmente e senza il supporto di organismi come ONU, NATO o UE. «Se la Spagna può limitare l’uso delle proprie basi agli Stati Uniti, non si capisce perché non possa fare lo stesso l’Italia», si chiede Antonio Mazzeo. «Anche in presenza di accordi bilaterali – spesso segreti e mai approvati dal Parlamento – questi non possono violare l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra, salvo operazioni di difesa o per mantenere la pace, e questo rappresenta un principio fondamentale non derogabile». «Nelle basi di Aviano e Sigonella, il comando è formalmente italiano: un ufficiale dell’Aeronautica può autorizzare o vietare voli e lo spazio aereo è sotto controllo nazionale, quindi l’Italia avrebbe gli strumenti per imporre limiti. Diverso è il caso del MUOS di Niscemi, che è fuori dal controllo italiano. Questo viene considerato un elemento critico perché limita la sovranità nazionale e impedisce di intervenire su operazioni militari, sollevando questioni di legittimità rispetto al diritto costituzionale e internazionale». C’è un precedente significativo che risale al 2003, durante la guerra in Iraq, quando gli Stati Uniti chiesero all’Italia l’utilizzo di basi statunitensi sulla penisola per un’offensiva condotta in proprio. L’Italia concesse l’uso delle basi agli USA imponendo condizioni per rispettare l’articolo 11 della Costituzione: la destinazione finale dei voli non doveva essere sul territorio di guerra, ma bisognava prevedere uno scalo.  Le basi militari americane in Italia sono spesso integrate o affiancate a quelle NATO. La sovranità resta italiana, ma con deroghe previste da accordi bilaterali già sopra citati, aggiornati nel 1995, coperti da segreto di Stato e quindi non pubblicamente accessibili, sulla cui legittimità molti studiosi mostrano dubbi anche rispetto alla scarsa trasparenza e poca comprensione dei rapporti operativi tra Italia, Stati Uniti e NATO. Nel caso delle operazioni NATO le decisioni passano da Bruxelles dove ha sede l’Alleanza, per le operazioni statunitensi vale quanto detto sopra.  La militarizzazione della Sicilia «In Sicilia si sta sviluppando una seconda area strategica simile a Sigonella in particolare presso l’aeroporto di Trapani Birgi, che è sempre stata una delle basi di supporto alla flotta Nato Avax. Adesso qui, oltre a tenersi la formazione dei piloti F-35, operano nuovamente aerei radar AWACS e droni NATO AGS collegati a Sigonella. Come dimostrano altre attività militari, come le esercitazioni statunitensi sull’Etna e nell’area del parco nazionale delle Madonie, l’isola è ormai una piattaforma militare diffusa e la guerra in corso non farà che accelerare ulteriormente il processo di militarizzazione della Sicilia, con nuovi sviluppi attesi nei prossimi mesi», sottolinea Mazzeo. Il giornalista e attivista mi confessa che gli piacerebbe sbagliarsi, ma aveva già ipotizzato più volte l’attacco degli USA all’Iran. Racconta che fino al giorno precedente, durante un convegno a Venezia, aveva dichiarato le sue perplessità rispetto al vicolo cieco di alcuni scenari internazionali. «Non immaginavo la gravità della situazione in atto. È importante notare la progressiva estensione geografica delle ostilità e la continua propaganda di chi ha scatenato un conflitto privo di strategia e di un obiettivo chiaro», continua Mazzeo. E in effetti Trump, nonostante le tante dichiarazioni di supremazia e vittoria, comincia a perdere qualche pezzo. Ha chiesto aiuto anche all’Europa – che si è sfilata – per la situazione nello stretto di Hormuz. L’alleanza con Netanyahu tiene, ma emergono le diversità rispetto agli obiettivi di questa guerra. Joe Kent si è dimesso dal ruolo di capo del centro antiterrorismo USA dichiarando di non poter sostenere la guerra contro l’Iran – che, a suo avviso, non rappresentava una minaccia imminente –, avviata secondo lui sotto pressione di Israele e della sua lobby negli Stati Uniti.  Tornando alla Sicilia, Antonio Mazzeo lancia un appello a tutti i siciliani e tutte le siciliane per prendere coscienza della gravità della situazione e contrastare la crescente militarizzazione dell’isola: «Le mobilitazioni dal basso hanno veramente cambiato il senso della storia. È successo più volte, dalla resistenza, al Vietnam, alle mobilitazioni studentesche. Le nuove generazioni devono prendere coscienza di questa forza straordinaria, ma è necessario informare». «C’è un giornalismo diffuso che sponsorizza un modello di guerra che rischia di portare alla distruzione e un giornalismo dal basso che prende posizione. È accaduto con il MUOS: grazie a una serie di denunce sulla stampa, la popolazione ha iniziato a prendere coscienza rispetto a quanto stava accadendo. È stata una stagione straordinaria di mobilitazione. Non si è raggiunto l’obiettivo, ma i lavori della principale potenza mondiale sono stati rallentati di oltre tre anni risvegliando un intero territorio», conclude Antonio Mazzeo.     Articolo-intervista a cura di Salvina Elisa Cutuli, pubblicato in Italia che cambia il 20 marzo 2025, https://www.italiachecambia.org/2026/03/guerra-in-iran-basi-americane/?fbclid=IwY2xjawQtvvdleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBmWjlBYUUxUWlFZ2FvSnNuc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHl6yo6GUdj2AzExLY5xITlOPOdVdCnXA30KzDKrAM6pISM178obqRpN9LWHx_aem__nWAISEyrFlNSKNk7NAD_Q
Le dita nella presabbene
Le dita nella presabbene Data di trasmissione Domenica 22 Marzo 2026 - 21:00 Dom, 22/03/2026 - 23:08 Le Dita nella Presa Una puntata di solo notizie positive: raccordo.info, un aggregatore di movimento; appuntamenti di hacking a Milano; spettacolo teatrale per parlare dell'IA a scuola; sindacalizzazione dellə lavoratorə che annotano i dati per l'IA; il progressivo abbandono del software proprietario statunitense da parte di varie amministrazioni europee. Puntata completa raccordo.info HackInSOCS 1 Robot x Insegnante Data Labelers Association Abbandono del software proprietario nelle PA di Francia e Germania * Per saperne di più su Le dita nella presabbene
Non basta una notte per farci sparire
Non basta una notte per farci sparire Occhi celesti, un oceano di rabbia. Un corpo minuto che trasuda determinazione e forza. Un vulcano in eruzione. “Mi hai tirato una manganellata e non ho sentito niente!” Una compagna gentile, sempre attenta agli altri, di una generosità rara su questo pianeta. … mille altre cose che le mie parole non possono descrivere.   Raccolta in posizione fetale vivo questo grande dolore … piangendo… lo accolgo dentro di me. Per superare questo lutto e raccogliere anche solo una briciola del tuo immenso coraggio. Mi piace ricordati così: che esci di casa con Dina, per raccogliere cicoria selvatica. Perché la sera c’è una cena benefit per i compagni. Ciao Sara, buon viaggio. Il tuo cuore batte… in tutte le nostre notti di fuoco. Sempre per l’Anarchia   (ricevuta via email)
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