trigger point 28-5-26
TRACKLIST Vanfleet – euclid GANJ – Sortie nocturne featuring Wonky Ouija Azemad – أوضة – Oda ft. Siko Slam Damos Room – Dust 4 Dust Amando x Miles Won – Einskommafünf Makumbo – Pavone escha – loe horror show escha edit Damos Room – Molars Azemad – شكوى – Shakwa Modern Collapse – ZEROXL S.Murk – S.P.A.T.E Slikback – KIRI Faultsz – Ying Freestyle Produced by Stretch Devon Rexi meets John T. Gast – Mashrub Yo OG – Castaway Commodo – Loquacious (ft. Pink Siifu)  
artigianato
Bass
obscure
industrial
hip-hop
Matinée XXL #118@0
In sync con gli orari di apertura della pasticceria all’angolo via Cecchi-via Cigna (di solito chiusa il lunedì) prosegue la settimana di MatinéeXXL extended-canicola-summer edition. Oggi in studio ospiti Rally K e Nicholas, direttamente da La Messinscena, in onda la domenica notte a targhe alterne su radio blackout. Selezioni dub-chill fresche e cremose come i cornetti del capitano. Ing Sollazzi & Dj Post Pony (09.00-10.00) Rally K & Nicholas (10.00-11.00)
dub
canicola
La lotta di Bosco Ospizio
Abbiamo raccolto alcune valutazioni sulla resistenza di questi giorni grazie a una chiacchierata svolta con un attivista di XR che partecipa alla lotta per la difesa di Bosco Ospizio a Reggio Emilia, buona lettura! Lo chiamano Bosco Ospizio perché  fino a 21 anni fa lì sorgeva un ospizio con un grande giardino alberato. Una volta demolito l’edificio principale, è iniziato un processo di rinaturalizzazione spontanea avviato grazie all’inaccessibilità all’area, perimetrata da una recinzione che impediva al pubblico di entrarvi. Si è quindi originato un ambiente con le caratteristiche di un bosco urbano vero e proprio. Un ecosistema peculiare, 45 mila metri quadrati che hanno, oggi più che mai, effetti positivi inestimabili sul contesto urbano circostante, contribuendo a mitigare il calore urbano e ad assorbire gli inquinanti di un’area della città abitata soprattutto da anziani e fasce meno abbienti.  Circa undici anni fa l’area fu acquistata da Conad, soggetto particolarmente influente a Reggio Emilia, con l’obiettivo di realizzare un centro commerciale. Tra le opere di compensazione previste dall’intervento, Conad ha proposto la realizzazione di una Casa della Salute e di una biblioteca (quest’ultima già presente in passato ai tempi dell’ospizio e ora spostata non molto distante). Peccato però che tali opere corrispondano a meno di  2 mila metri quadrati  di un progetto che prevede di cementificarne oltre 30 mila, che nelle carte del piano finanziario dell’Ausl Emilia-Romagna non risulti alcuna spesa per la Casa della Salute almeno fino al 2028 e che quest’ultima non compaia nemmeno nella programmazione delle future opere edilizie. Elementi che mettono in dubbio la reale volontà di realizzare il presidio sanitario annunciato. Il progetto, a causa diversi ostacoli burocratici, non era comunque mai partito, ma un paio d’anni fa l’iter ha subito una forte accelerazione. Per contrastarla, viene formata l’Assemblea Bosco Ospizio, un comitato composto inizialmente da Ecologia Integrale, che ne rappresenta il riferimento tecnico, da Extinction Rebellion Reggio Emilia e Ripuliamoci Reggio Emilia, ai quali si è aggiunta successivamente Legambiente Reggio Emilia. Con il tempo si sono uniti numerosi cittadini e cittadine, dando vita a un’assemblea permanente e orizzontale che si riunisce ogni settimana e raccoglie persone di età e provenienza anche molto varie. Le prime iniziative sono consistite in manifestazioni pubbliche e una raccolta firme per chiedere la convocazione di un Consiglio comunale aperto, uno strumento di partecipazione civica previsto nello statuto del Comune di Reggio Emilia, utilizzato per portare le istanze della cittadinanza all’amministrazione (per inciso, quello promosso dall’Assemblea Bosco Ospizio è stato il secondo Consiglio comunale aperto mai convocato nella città). Alla seduta del Consiglio l’aula viene riempita da sostenitori del comitato contrario al progetto mentre il fronte favorevole è invece rappresentato da una singola persona portavoce di un fantomatico comitato del Sì. In quella sede il comitato ha presentato studi, dati tecnici e analisi scientifiche sugli impatti sociali e ambientali che una simile colata di cemento avrebbe su un quartiere che, come scritto, è abitato prevalentemente da persone anziane e nuclei a basso reddito. L’obiettivo era fermare l’ultima firma necessaria al via libera definitivo, firma onere dell’Assessore alla rigenerazione urbana Pasini. L’amministrazione, tuttavia, ha sostenuto che gli accordi fossero ormai definitivi e di non avere più margini di intervento, respingendo pertanto le richieste del comitato (al che, ci chiediamo, perché quindi sarebbe stato necessario attendere questa firma?).  Durante lo stesso consiglio viene depositata una mozione popolare, a seguito di un’altra raccolta firme. La mozione verrà poi discussa in occasione di un altro consiglio comunale dedicato con data indicata dall’amministrazione. Tuttavia, due giorni prima, senza alcuna comunicazione pubblica, la stessa amministrazione aveva già apposto la firma sul progetto definitivo. Ancora una volta –  i casi sono innumerevoli, gli schemi con cui si ripetono simili – all’esercizio di partecipazione concreta, alla capacità di onorare la democrazia e di costruire e applicare saperi tecnico-scientifici da parte della cittadinanza, certe amministrazioni rispondono in modo paternalista, sprezzante e truffaldino, sfiduciando strumenti che loro stesse hanno messo in campo, forse, non rimane che pensare, per elemosinare un po’ di consenso e qualche voto. La prima azione di blocco risale a febbraio 2025, quando viene impedito l’avvio dei carotaggi esplorativi preliminari al cantiere, che avrebbero comportato lo sfalcio di ampie porzioni di vegetazione. In seguito all’iniziativa, nove attivisti sono stati denunciati da Conad con le accuse di violenza privata e invasione di terreni ed edifici e danneggiamento. Il comitato ha risposto avviando una raccolta fondi per sostenere le spese legali e incaricando un avvocato. Dopo mesi di apparente stallo la situazione si è riaccesa la scorsa settimana, quando è emersa la notizia dell’imminente avvio dei lavori. Il comitato ha prontamente lanciato un appello pubblico che ha raccolto un’ampia adesione. Lunedì mattina (questo 3 agosto), dalle 6.00 in poi, circa 150 persone si sono ritrovate davanti all’ingresso principale del bosco per impedire l’accesso ai mezzi di cantiere. Oltre ai cittadini di Reggio Emilia erano presenti partecipanti arrivati anche da Carpi, Bologna e Brescia; a metà mattina l’impresa incaricata ha ritirato i mezzi. Il giorno seguente la scena si è ripetuta: i mezzi hanno tentato nuovamente di entrare, mentre sul posto erano presenti anche gli agenti della Digos, impegnati a filmare cittadini e cittadine che difendono un luogo prezioso per tutta la comunità. Due operatori della ditta incaricata dei lavori hanno forzato dall’interno la catena che chiudeva l’accesso principale all’area, ma i mezzi non sono comunque riusciti a passare grazie a una ventina di persone sedute davanti all’ingresso e a tante altre intorno a sostenerle. Al momento l’Assemblea ha organizzato un presidio permanente giorno e notte nel parco adiacente l’ingresso del bosco. La lotta quindi non si ferma e diventa punto di riferimento per chiunque desideri delle città in cui sia possibile vivere in modo più giusto insieme e insieme alla natura.  Di seguito rilanciamo il comunicato esposto martedì 4 agosto da Assemblea Bosco Ospizio durante la conferenza stampa convocata davanti all’entrata del bosco. Buongiorno siamo l’assemblea permanente del Bosco Ospizio di Reggio Emilia Partiamo da un fatto: ieri Reggio Emilia ha risposto alla nostra chiamata per difendere Bosco Ospizio dall’abbattimento con oltre 150 presenze. Dalle 6:30 di mattina di un lunedì, ad agosto, con allerta arancione per il caldo estremo, più di 150 persone si sono prese la responsabilità di fare quello che né l’amministrazione reggiana né Conad Centro Nord hanno saputo fare: prendere scelte compatibili con l’emergenza climatica in cui ci troviamo e impedire l’abbattimento di un polmone verde di 45.000 mq nel quartiere di Ospizio. Un quartiere con un’alta concentrazione di bambini, anziani e famiglie a basso reddito, per i quali la vivibilità di questa città è legata a doppio filo alla presenza di rifugi climatici come il Bosco, le stesse categorie che questa settimana riempiranno i pronto soccorso, come già successo a giugno. Siamo rimasti e rimaniamo in presidio permanente ad oltranza. Ieri sera abbiamo lanciato un’assemblea plenaria partecipatissima e alcuni di noi hanno passato la notte in tenda per essere pronti, di nuovo, questa mattina e ancora domani e fino a quando sarà necessario. Quello che permette tutto questo è la comunità che si è creata in questi due anni di manifestazioni, raccolte firme e eventi culturali organizzati autonomamente dall’Assemblea. Una comunità vera, non quella citata – ma mai ben definita – da Conad per lisciarsi le piume, ma un insieme di idee condivise, relazioni, espressioni di cura e solidarietà continue. Siamo alla resa dei conti e non abbiamo intenzione di arretrare di un passo. Abbiamo 3 messaggi che vogliamo lanciare. Il primo è per i cittadini e le cittadine reggiane, a cui chiediamo di unirsi a noi in presidio in questi giorni quando possibile. Tre settimane fa Reggio veniva investita da una tempesta tropicale, mentre ora tocchiamo picchi quotidiani di 39 gradi. A chiunque sia preoccupato per il proprio futuro e per quello delle future generazioni di reggiani, che dovranno vivere in una città sempre più soffocante e rovente: il vostro posto è qui con noi. Il secondo è per l’amministrazione di questa città. Decine e decine di vostri cittadini, incluse persone fragili, sono pronti a resistere durante un’allerta arancione per preservare questa area verde, esponendosi personalmente. Speriamo vi rendiate conto della questione di salute pubblica che è pronta ad esplodere in questi giorni, con persone esposte lunghe ore a temperature estreme, per compensare la vostra inadeguatezza passata e presente. Speriamo vi rendiate conto del problema di salute pubblica che si creerà negli anni a venire se non fermerete la cementificazione ora. Siete disposti a lasciare che questo accada nella vostra città? Inoltre, negli ultimi mesi ci hanno riempito le orecchie con le micro foreste urbane, con interventi anche piuttosto costosi, alla luce di questa volontà chiediamo, all’amministrazione, di considerare il bosco un’area tale, che ha già le caratteristiche giuste e si trova in un posto ideale a ridosso della via Emilia spesso congestionata dal traffico. Oltretutto situata tra una scuola dell’infanzia e una elementare dove deve essere garantita l’agibilità del servizio. Non dimenticando le proteste degli ultimi mesi negli asili da parte degli insegnanti e genitori per le temperature torride che incrinavano la qualità del servizio scolastico. E per finire, non possiamo dimenticare tutti i proclami negli ultimi anni tra i cittadini del quartiere per promuovere il progetto della casa della salute, che di fatto non viene nemmeno citata negli atti del progetto esecutivo sui lavori previsti da qui a 3 anni. L’ultimo messaggio è per Conad: non potete più fingere di non vedere quello che sta succedendo a Bosco Ospizio. Oggi vi tocca fare i conti con la risposta popolare che è emersa e calcolare le ripercussioni d’immagine che questa vicenda potrebbe portarvi. Fermate le ruspe. Non è troppo tardi per aprire possibilità di dialogo condiviso su questo spazio. Di qui non passa nessuno.
La repressione raccontata a mio figlio
da Effimera, un articolo di Emanuele Braga In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero. In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano. In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio. Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze, pena la vittoria della destra. Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la realtà. C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire l’ascesa di Vannacci. La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno conflittuali e violente. La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che Vannacci arrivi davvero al potere. Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme. Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse stato così, oggi ci farebbe sorridere. Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e sfruttamento. La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di raccontare. Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio. Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le cose a chi finge di non capirle. C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi industriali dei settori energetico, militare e tecnologico. Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo vecchi per preoccuparsene davvero. Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro sono i buoni. Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine, delle loro infrastrutture e del loro potere. Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il proprio potere e diventano ancora più cattivi. Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi. Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine non c’è, lo inventa. Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro. Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme? Queste sono le domande politiche all’altezza del presente. Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili. Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa, legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto quando chi subisce decide di reagire. Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro, nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e la devastazione ambientale. Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare qualcosa di infinitamente più violento di loro. Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza.
I coccodrilli di Ben Gvir sono l’ultima arma utilizzata da Israele nella sua guerra animale contro i palestinesi
Dagli scritti coloniali di Herzl ai cani da attacco, dai cinghiali alle prigioni con fossato di coccodrilli, gli animali sono stati a lungo impiegati nel progetto sionista per terrorizzare i palestinesi. Fonte Joseph Massad – 30 luglio 2026 Il 18 gennaio 2021, decine di coccodrilli  furono trovati spiaggiati in una fattoria abbandonata vicino all’insediamento israeliano illegale di Petzael, nella valle del Giordano occupata. All’inizio di questo mese, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir ha annunciato che Israele avrebbe utilizzato i coccodrilli del Nilo come guardie carcerarie per i prigionieri politici palestinesi . Il programma inizierà presso il carcere di Ketziot, il più grande di Israele, nel deserto del Naqab (Negev). Il carcere è stato un campo di concentramento dove migliaia di palestinesi furono incarcerati tra il 1988 e il 1995 durante la Prima Intifada. I palestinesi conoscevano Ketziot come il campo di Ansar III. Per agevolare questo piano, il Ministro della Protezione Ambientale Idit Silman ha dichiarato il coccodrillo “animale selvatico addomesticato”. In base a questa nuova classificazione, i rettili verranno liberati nei fossati che circondano le prigioni israeliane, dove i palestinesi sono imprigionati e trattati come animali. Ben Gvir si è ispirato al nuovo centro di detenzione per migranti in Florida, soprannominato “Alcatraz degli alligatori”, visitato lo scorso anno dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump . Questa prigione degli orrori “sorge in una vasta zona umida subtropicale infestata da alligatori, coccodrilli e pitoni”. Si tratta di un caso in cui una colonia di insediamento ne ha ispirata un’altra. Gli animali sono da tempo un elemento ricorrente nelle strategie israeliane per dominare e opprimere i palestinesi e per “riportare” la Palestina al suo passato ebraico idealizzato. I leader sionisti e israeliani hanno spesso paragonato i palestinesi agli animali, ma la guerra condotta da Israele contro gli animali va oltre le metafore e coinvolge animali reali. Guerra animale I leader sionisti e israeliani hanno a lungo descritto i palestinesi come “animali”, spesso specificandone la specie. Per giustificare l’avvio del  genocidio  a Gaza, ad esempio, l’allora ministro della Difesa israeliano  Yoav Gallant  definì i palestinesi “animali umani”. Al contrario, negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, il ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan non poté scegliere a quale specie di insetti o mammiferi i palestinesi assomigliassero di più, e li chiamò “vespe” e “cani” nell’interesse della non discriminazione. Per decenni, Israele ha usato gli animali per opprimere e umiliare i palestinesi, prendendo di mira entrambi con la sua macchina di morte Negli anni ’80, il Primo Ministro israeliano Menachem Begin li elevò al rango di “bestie a due zampe”, mentre l’ex capo di stato maggiore israeliano Rafael Eitan li declassò nuovamente a ” scarafaggi “. Il Primo Ministro israeliano Yitzhak Shamir preferì la categoria entomologica, descrivendo i manifestanti palestinesi come ” cavallette “. Ironicamente, nel 2000 il Primo Ministro Ehud Barak definì i palestinesi “coccodrilli”. Il piano di Ben Gvir, a quanto pare, è quello di far sì che dei veri coccodrilli proteggano quelli metaforici. Al di là di similitudini e metafore, il piano del ministro non inaugura una guerra contro gli animali perpetrata contro i palestinesi. Per decenni, Israele ha utilizzato gli animali per opprimerli e umiliarli, prendendo di mira sia i palestinesi che i loro animali con la sua macchina di morte, trattandoli come appartenenti alla stessa specie. In un agghiacciante reportage di Al Jazeera English del 28 novembre 2023, lo scrittore e poeta palestinese Refaat Alareer, volontario presso il comune di Gaza, accompagnava gli spettatori attraverso lo zoo cittadino devastato, documentando gli animali morti e affamati. Una settimana dopo, Israele avrebbe compiuto il famigerato assassinio di Alareer e di diversi membri della sua famiglia, nel contesto del genocidio in corso. Oltre a uccidere gli animali palestinesi, i coloni israeliani li hanno anche rubati, insieme a bovini e altro bestiame palestinese. Israele ha persino rubato la vipera palestinese autoctona nel 2018 e l’ha dichiarata il suo “serpente nazionale”. La preoccupazione sionista per gli animali, in particolare per i serpenti, risale al fondatore dell’Organizzazione Sionista, Theodor Herzl, che nei suoi diari delineò cosa si sarebbe dovuto fare con le popolazioni indigene e gli animali della Palestina. Dopo aver discusso di come espellere i palestinesi e sostituirli con coloni ebrei europei, scrisse: “Se ci spostiamo in una regione dove sono presenti animali selvatici a cui gli ebrei non sono abituati – grossi serpenti, ecc. – utilizzerò gli indigeni, prima di impiegarli nei paesi di transito, per lo sterminio di questi animali. Gli ebrei offriranno premi elevati per le pelli di serpente, ecc., così come per le loro uova”. Dopo oltre un secolo di colonizzazione e deportazioni sioniste, i palestinesi e i loro serpenti – sfortunatamente per Israele e i suoi coloni ebrei – rimangono nel paese. Fantasie bibliche Durante il Mandato britannico, i crudeli colonizzatori britannici importarono cani dal Sudafrica e li aizzarono contro i rivoluzionari anticoloniali palestinesi nelle loro prigioni alla fine degli anni ’30. I britannici affamavano e aizzavano i cani prima di lanciarli contro i prigionieri affinché ne “divorassero” la carne. Dal 1967, tuttavia, gli israeliani più ingegnosi hanno condotto una vera e propria guerra animalesca contro i palestinesi. Ben prima del progetto delle guardie anti-coccodrillo, utilizzavano cani, cinghiali, pecore, mucche, cervi, asini selvatici e uccelli come strumenti di oppressione, e continuano a farlo. Le fantasie bibliche ispirarono Avraham Yoffe , generale dell’esercito israeliano nel 1948 e in seguito primo direttore dell’Autorità israeliana per la natura e i parchi, a dare il via a quello che gli israeliani chiamarono il “ritorno” e la “reintroduzione” delle specie animali menzionate nella Bibbia. Due di questi animali sono stati “restituiti” a Israele – proprio come gli ebrei sono “tornati” – dall’Iran , dove entrambe le specie avevano continuato a esistere: il daino persiano e l’asino selvatico asiatico. L’asino selvatico fu introdotto nel Naqab tra il 1982 e il 1987, dopo essere stato donato a Israele dallo zoo dello scià a Teheran prima della caduta del suo regime. Quattro daini, invece, furono audacemente prelevati dal loro habitat naturale e “salvati” da Israele dall’Iran alla vigilia della Rivoluzione islamica, “salvandoli” così dal nuovo regime. Gli asini selvatici, menzionati nel Libro di Giobbe, sono stati “reintrodotti” nel Naqab e hanno invaso il territorio dei cammelli beduini palestinesi. I loro proprietari sono stati sanzionati per aver permesso ai loro cammelli di abbeverarsi alle tradizionali fonti d’acqua ora riservate agli asini “reintrodotti”. Solo nel 2018 e nel 2019, Israele ha imposto 76 multe per un totale di 544.300 shekel (160.000 dollari) ai beduini palestinesi per l’intrusione dei loro cammelli nel nuovo territorio degli asini selvatici. Per quanto riguarda i daini, il loro “ritorno” ha spinto Israele a sterminare la popolazione di cani selvatici sulle colline di Gerusalemme prima di reintrodurre i daini nel 2005. I cani sono stati riclassificati come “selvatici” per consentirne l’abbattimento legale in nome della salvaguardia dei daini. Uccidere i cani palestinesi ed espellere i cammelli palestinesi dal loro territorio è un destino non dissimile da quello che Israele ha inflitto allo stesso popolo palestinese, il tutto per rendere la terra biblica e “di nuovo ebraica”, come ha sostenuto Irus Braverman, professore di diritto e avvocato ambientalista israeliano . Utilizzare la fauna selvatica come arma Israele ha inoltre criminalizzato la diffusa pratica di tenere i cardellini, piccoli uccelli molto apprezzati in Palestina e nei paesi arabi limitrofi per i loro splendidi colori e il loro piacevole cinguettio. (ndt 1) Ma la guerra che Israele conduce contro gli animali è molto più violenta della storia dei cervi, degli asini selvatici e dei cardellini. Dal 2009 , se non prima, gli insediamenti israeliani hanno utilizzato i cinghiali come arma contro i palestinesi in Cisgiordania. Lo hanno fatto di nuovo nel 2014 e nel 2022, quando i coloni israeliani hanno caricato i cinghiali su dei camion e li hanno liberati vicino alle comunità palestinesi che, a differenza dei quartieri israeliani recintati e illegali nelle vicinanze, rimangono vulnerabili alle invasioni di cinghiali. I cinghiali hanno attaccato e ferito persone e bestiame, distruggendo anche i raccolti. Israele vieta ai palestinesi di ucciderli in quanto specie protetta. La militarizzazione continua. Nell’aprile del 2025, l’esercito israeliano ha liberato 18 cinghiali a Iktaba, un villaggio palestinese assediato vicino al campo profughi di Nur Shams, nella Cisgiordania occupata. Israele aveva espulso gli abitanti del campo e aveva iniziato a distruggerlo. I cinghiali erano destinati a terrorizzare i palestinesi che cercavano di tornare a casa. Oltre a salvare i daini dall’imminente instaurazione della Repubblica Islamica nel 1978, Israele ha anche cercato di salvare gli asini di Gaza dalla “schiavitù” palestinese, mentre commetteva un genocidio contro i palestinesi. I palestinesi di Gaza dipendono da asini e cavalli per i trasporti, la distribuzione dell’acqua, la raccolta della legna da ardere, l’agricoltura e il trasporto di giornalisti e squadre umanitarie; pertanto, il furto di asini fa parte degli sforzi genocidi di Israele. Centinaia degli asini sopravvissuti sono stati rapiti e rubati, e oltre il 97% della popolazione animale di Gaza – tra cui mucche, pecore, capre, cavalli, muli e asini – è stata sterminata dall’inizio del genocidio, insieme all’84% della vegetazione. Anche in Cisgiordania i coloni attaccano , rubano e uccidono regolarmente il bestiame palestinese. Un rapporto di Amnesty International descrive dettagliatamente questa guerra contro gli animali, compresa l’occupazione da parte di Israele dei pascoli palestinesi. Cani da attacco Mentre i cani “selvatici” palestinesi venivano uccisi affinché i daini persiani potessero rendere Israele di nuovo “ebraico”, i cani europei vengono importati per attaccare i palestinesi e, più recentemente, per violentarli. I Paesi Bassi, nemici del popolo palestinese dal 1948, sono uno dei principali fornitori di questi cani da attacco. Anche l’unità cinofila israeliana Oketz importa cani da altri fornitori europei e li addestra per terrorizzare i civili. Tra l’ottobre del 2023 e il 2025, Israele ha effettuato almeno 146 attacchi con i cani Oketz, uccidendo Mohammad Bhar , un palestinese di 24 anni affetto da sindrome di Down e autismo, nella sua abitazione, e ferendone decine. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato gran parte di questa guerra canina. Ancor più orribile, come rivelato nel corso dell’ultimo anno, Israele ha addestrato questi cani razzisti (ndt 2) a violentare prigioniere palestinesi . Persino il New York Times si è finalmente degnato di pubblicare un articolo sui cani stupratori addestrati da Israele, vista la portata dell’orrore. Per non dimenticare l’umanità che la legge israeliana riserva agli animali selvatici piuttosto che agli animali e agli esseri umani palestinesi, i giudici compassionevoli della Corte Suprema israeliana furono tra i primi al mondo a vietare la produzione di foie gras nel 2003, proteggendo oche e anatre domestiche dalla tortura dell’alimentazione forzata. Lo stesso tribunale , ovviamente, autorizza la tortura dei palestinesi. Nel 2015, al contrario, Israele ha legalizzato l’alimentazione forzata dei palestinesi in sciopero della fame nelle sue prigioni, una pratica condannata a livello internazionale come tortura. In questo contesto, il progetto di Ben Gvir di utilizzare i coccodrilli del Nilo per sorvegliare i “coccodrilli umani” non è oltraggioso, ma dimostra l’amore umanitario di Israele per ogni specie animale, ad eccezione degli “animali umani” palestinesi, che insiste a sterminare, questa volta dandoli in pasto ai coccodrilli del Nilo.  Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale presso la Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra le sue opere si annoverano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan; Desiring Arabs; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians e, più recentemente, Islam in Liberalism. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una dozzina di lingue Note della traduttrice. 1- Nell’articolo si cita il divieto imposto da Israele di detenere cardellini come esempio di una pratica culturale ostacolata dall’occupazione. Ritengo tuttavia opportuno aggiungere una precisazione. La detenzione degli uccelli in gabbia non può essere considerata un valore da difendere, poiché li priva della libertà e li costringe a vivere in cattività per il solo intrattenimento umano. Allo stesso tempo, il divieto imposto dalle autorità israeliane ha favorito la nascita di un traffico clandestino di cardellini, organizzato, per necessità economica e culturale, soprattutto da palestinesi, che spesso trasportavano gli animali nascosti in condizioni estremamente stressanti e crudeli, causando la morte di moltissimi di essi. Gli esemplari sequestrati, inoltre, non venivano affidati a centri di recupero né, ove possibile, reintrodotti in natura: inizialmente venivano soppressi con il gas e, successivamente, quando questo metodo fu abbandonato perché evocava il ricordo delle camere a gas naziste, lasciati morire di fame e di sete sotto il sole. Questa precisazione non intende in alcun modo sminuire la realtà dell’occupazione, né le gravissime violazioni dei diritti umani documentate in questo articolo. Vuole semplicemente ricordare che la sofferenza degli animali merita di essere riconosciuta e condannata indipendentemente da chi la provochi: in questa vicenda essi sono stati prima privati della libertà, poi trafficati in condizioni crudeli e, infine, deliberatamente uccisi. 2 – Riguardo all’espressione “cani razzisti”. Si tratta di un’espressione efficace sul piano giornalistico, ma che rischia di attribuire agli animali responsabilità che appartengono esclusivamente agli esseri umani. I cani non sono razzisti: sono individui addestrati ad aggredire persone identificate dai loro conduttori come appartenenti alla popolazione palestinese, attraverso un condizionamento basato su specifici odori, abbigliamento, contesti o altri stimoli associati a tali persone. Il razzismo non risiede nell’animale, ma nel sistema che lo addestra e lo trasforma in uno strumento di discriminazione e di violenza. Come nel caso dei cardellini citato in precedenza, anche qui l’animale non è né un simbolo né un soggetto morale: è una vittima, trasformata dall’essere umano in uno strumento di dominio, da sfruttare per aggredire e terrorizzare. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione a cura di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org Eventi a noi segnalati: Eventi
Chi sono i New IRA nel 2026 e di cosa sono ancora capaci?
Il sequestro di una bomba contenente quasi 400 grammi di Semtex ha riacceso i riflettori sulla rete, sul reclutamento e sulla persistente minaccia rappresentata dal gruppo repubblicano dissidente. Robin Schiller Irish Independent 31 luglio 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Il sequestro, avvenuto la scorsa settimana, di un ordigno contenente quasi 400 grammi di esplosivo plastico Semtex ha alimentato i timori che la New IRA sia riuscito ad accedere a nuove scorte di esplosivo di grado militare, in un momento di rinnovata attività violenta da parte dell’organizzazione repubblicana dissidente. Sebbene le sue operazioni continuino a concentrarsi prevalentemente a nord del confine, la Garda ritiene che il «significativo» ordigno esplosivo recuperato mercoledì scorso nella contea di Monaghan sia stato assemblato a Dublino o nella sua area metropolitana, elemento che metterebbe in luce la dipendenza dell’organizzazione da una rete di attivisti operanti nella capitale. Nonostante una consistenza stimata di appena un centinaio di membri, gli avvenimenti più recenti suggeriscono inoltre che il gruppo continui ad attrarre giovani appartenenti a una generazione nata molti anni dopo la fine dei Troubles, alimentando le preoccupazioni degli apparati di sicurezza circa la sua capacità di reclutare nuove leve e garantire continuità alla propria campagna armata. Le indagini sul sequestro della scorsa settimana sono tuttora in corso e mirano ad accertare chi abbia costruito l’ordigno e a identificare gli altri soggetti coinvolti, nel tentativo di smantellare la rete del terrorismo repubblicano. L’episodio rappresenta l’ultimo grave incidente attribuito alla più recente incarnazione dell’Irish Republican Army. LE ORIGINI La New IRA nacque nel 2012 dalla fusione di militanti provenienti dalla Real IRA, da Republican Action Against Drugs (RAAD) e da numerosi altri piccoli gruppi repubblicani dissidenti contrari al processo di pace. La sua costituzione segnò, di fatto, la fine della Real IRA, organizzazione attiva dal cessate il fuoco del 1997 e responsabile dell’autobomba di Omagh che, l’anno successivo, provocò la morte di ventinove persone. Nel 2012, inoltre, la Real IRA guidata da Alan Ryan aveva ormai perso gran parte della propria credibilità a causa dei suoi legami con attività criminali, comprese estorsioni ai danni di commercianti nella Repubblica d’Irlanda e il coinvolgimento in faide con gruppi della criminalità organizzata. Ryan fu ucciso nel settembre dello stesso anno su ordine di un importante esponente del crimine organizzato di Dublino. Tra coloro ai quali venne affidato il compito di ricostruire la struttura dirigente del dissidentismo figuravano Kevin Braney, originario di Tallaght, destinato a diventare il responsabile della New IRA nell’area di Dublino, e Michael Barr, proveniente dalla contea di Tyrone. Padre di sei figli, Braney sarebbe stato successivamente nominato anche presidente di Saoradh per la città di Dublino, il movimento repubblicano radicale comunemente considerato dagli investigatori come il braccio politico della New IRA. Poco dopo il suo trasferimento a Dublino, Barr venne arrestato insieme a Braney e ad altri cinque uomini nell’ambito di un’operazione condotta dalla Special Detective Unit (SDU) della Garda contro presunte attività dell’IRA. Durante la perquisizione di un’abitazione a Tallaght, nel 2013, gli investigatori rinvennero comunicazioni provenienti da detenuti repubblicani rinchiusi nel carcere di Portlaoise, documenti che sarebbero stati fatti uscire clandestinamente dall’istituto penitenziario. Tutti gli arrestati furono incriminati con l’accusa di appartenenza all’IRA, ma il procedimento venne successivamente archiviato a causa di una questione procedurale. Mentre la nuova organizzazione prendeva forma, episodi di violenza accompagnavano la sua nascita su entrambi i lati del confine. Nel marzo 2013 il repubblicano dissidente Peter Butterly, trentacinquenne, venne assassinato all’esterno dell’Huntsman’s Inn di Gormanston, nella contea di Meath. La Garda teneva sotto sorveglianza gli autori dell’omicidio già al momento dell’agguato e le informazioni raccolte permisero agli investigatori di registrarne segretamente le conversazioni nei giorni successivi, consentendo infine di ottenere sei condanne per l’assassinio. L’influenza esercitata da Kevin Braney all’interno dell’organizzazione emerse chiaramente durante uno dei procedimenti celebrati davanti alla Special Criminal Court. Quando un militante della New IRA, imputato per reati in materia di esplosivi, ebbe la possibilità di ottenere una pena più lieve prendendo formalmente le distanze dall’organizzazione, rivolse lo sguardo verso Braney, seduto nell’aula del tribunale, e rifiutò l’offerta. > Michael Barr era in attesa di sentenza dinanzi al Tribunale penale speciale > per possesso di beni rubati quando è stato ucciso a colpi di pistola in un pub > del centro nord di Dublino nell’aprile 2016 Nel marzo 2016, la New IRA ha compiuto un attentato contro l’agente penitenziario Adrian Ismay a Belfast, facendo esplodere una bomba a trappola sotto il suo furgone. Ismay è deceduto 11 giorni dopo in ospedale a seguito di un infarto. Due mesi dopo, la Garda ha sequestrato una bomba da 167 kg sulla Naas Road a Dublino, anch’essa collegata all’organizzazione. BATTUTE D’ARRESTO Nello stesso anno la New IRA subì una serie di duri colpi, conseguenza del successo delle operazioni della Garda e della morte di uno dei suoi principali organizzatori. Michael Barr era in attesa della sentenza della Special Criminal Court per un procedimento relativo al possesso di beni rubati quando, nell’aprile 2016, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno di un pub nella zona nord del centro di Dublino. L’omicidio venne eseguito da un commando del cartello Kinahan, che aveva erroneamente identificato Barr come uno degli uomini coinvolti nella sparatoria del Regency Hotel avvenuta all’inizio dello stesso anno. Sebbene, nell’ambito delle indagini sul Regency, la Garda avesse acquisito le immagini delle telecamere a circuito chiuso del pub Sunset House, dove Barr lavorava, l’uomo non fu mai formalmente collegato a quell’attacco. In seguito gli vennero tributati funerali in perfetto stile paramilitare a Strabane, cerimonia durante la quale quindici persone furono arrestate per avere preso parte a una manifestazione paramilitare. L’anno successivo, nell’agosto 2017, anche il ruolo operativo di Kevin Braney giunse al termine quando venne arrestato nella casa di famiglia nell’ambito di un’indagine sulle attività del repubblicanesimo dissidente. In seguito fu incriminato per appartenenza all’IRA e per l’omicidio di Peter Butterly. Mentre gli agenti armati lo conducevano via in manette, Braney gridò: > «State perseguitando dei repubblicani onesti. Vergognatevi.» Fu l’ultima volta che avrebbe conosciuto la libertà. Braney venne successivamente condannato sia per appartenenza all’IRA sia per omicidio e sta attualmente scontando una condanna all’ergastolo nell’E Block del carcere di Portlaoise. La Garda ritiene che continui ancora oggi a esercitare una certa influenza sulla New IRA, sebbene la sua detenzione ne abbia notevolmente ridotto il ruolo operativo. ALTRO SANGUE E ALTRA VIOLENZA Mentre l’attività dell’organizzazione nella Repubblica d’Irlanda rallentava, il gruppo dissidente proseguì la propria campagna armata nell’Irlanda del Nord. Lyra McKee LYRA MCKEE Il 18 aprile 2019, nel quartiere di Creggan a Derry, violenti disordini scoppiarono quando un uomo armato aprì il fuoco contro un cordone della polizia. La giornalista Lyra McKee, ventinovenne, venne colpita mortalmente mentre osservava gli scontri. Successivamente la New IRA rivendicò la responsabilità della sua uccisione, definendola un «errore». Sebbene diverse persone siano state perseguite nell’ambito dell’inchiesta, nessuno è mai stato condannato per il suo omicidio. Negli anni successivi la New IRA continuò a condurre, a intervalli irregolari, attentati dinamitardi contro le forze di sicurezza nordirlandesi. Nel febbraio 2023 la tensione tornò a crescere quando il gruppo prese di mira il detective capo della PSNI John Caldwell a Omagh. L’alto funzionario di polizia aveva appena terminato un allenamento di calcio giovanile quando due uomini armati gli si avvicinarono e gli spararono numerosi colpi davanti a diversi bambini, compreso suo figlio. La New IRA rivendicò l’attentato, che secondo gli investigatori sarebbe stato portato a termine con l’assistenza di elementi appartenenti alla criminalità comune. Da allora numerosi imputati sono comparsi davanti ai tribunali nordirlandesi nell’ambito dell’inchiesta, tra cui Brian Carron, che le autorità indicano come una figura di primo piano dell’organizzazione nella contea di Tyrone. Il tentato omicidio di Caldwell rappresentò l’ultimo grande attentato attribuito alla New IRA per quasi tre anni. > Nella zona di Lurgan, nella contea di Armagh, un corriere è stato preso in > ostaggio da uomini armati, che gli hanno ordinato di guidare un’auto > contenente una bomba fino alla stazione di polizia locale Nel marzo 2024 il livello della minaccia terroristica in Irlanda del Nord venne abbassato da “grave” (severe) a “sostanziale” (substantial), mentre una valutazione dell’MI5 pubblicata all’inizio di quest’anno concludeva che la minaccia era diventata «complessivamente stabile dopo diversi anni di graduale declino», con una sensibile diminuzione degli episodi attribuiti ai gruppi repubblicani dissidenti. L’agenzia d’intelligence britannica, in un rapporto che copriva il periodo compreso tra il 2023 e il 2025, affermava che non si erano verificati attentati riusciti riconducibili al gruppo e sottolineava come fosse necessario mantenere una costante pressione da parte degli apparati di sicurezza per contenere la minaccia. Nello stesso documento, tuttavia, la New IRA veniva definito «la più grave minaccia alla sicurezza nazionale in Irlanda del Nord», aggiungendo che l’organizzazione conservava sia l’intenzione sia la capacità di compiere attentati. Quel breve periodo di relativa calma terminò il 30 marzo di quest’anno. Quella sera un autista addetto alle consegne venne sequestrato nella zona di Lurgan, nella contea di Armagh, da uomini armati che lo costrinsero a guidare un’automobile contenente una bomba fino alla locale stazione della PSNI. Fu immediatamente dichiarato un allarme di sicurezza e, sebbene l’ordigno rudimentale non esplodesse, la PSNI lo classificò come una bomba perfettamente funzionante. Alcune settimane più tardi, alla periferia di Belfast, il gruppo tentò un nuovo attentato utilizzando lo stesso modus operandi. Anche in quell’occasione un autista venne sequestrato nella zona di Twinbrook e costretto a trasportare un’autobomba fino alla stazione della PSNI di Dunmurry. L’ordigno, contenente Semtex come carica di innesco insieme a un timer e a un detonatore elettronico, esplose successivamente senza provocare feriti gravi. CARRICKMACROSS Alla luce dei due attentati precedenti, gli apparati di sicurezza operanti su entrambi i lati del confine avevano mantenuto un elevato livello di allerta rispetto a possibili nuove attività del repubblicanesimo dissidente. Il 22 luglio, nell’ambito di un’operazione basata su attività di intelligence, agenti della Special Detective Unit (SDU) della Garda intercettarono un’autovettura che stava viaggiando verso nord lungo la strada nazionale N2, nei pressi di Carrickmacross, nella contea di Monaghan. Secondo gli investigatori, il veicolo era stato posto sotto sorveglianza fin dalla partenza da Dublino e sarebbe stato diretto a Derry. Durante la perquisizione dell’automobile gli agenti rinvennero, all’interno di un borsone collocato sul sedile posteriore, un ordigno contenente quasi 400 grammi di Semtex, completo sia di timer sia di detonatore. Isobella Perrie Sullivan Isobella Perrie Sullivan, venticinque anni, residente a Clane, nella contea di Kildare, fu arrestata e successivamente incriminata per possesso di un ordigno esplosivo. Nel corso dell’udienza, nella quale la difesa contestò la richiesta di custodia cautelare, il tribunale apprese che l’operazione scaturiva da un’indagine della Garda relativa a presunte attività della New IRA. In una successiva operazione venne arrestato anche il quarantquattrenne dublinese Simon O’Donovan, dipendente del National Museum of Ireland presso la sede di Collins Barracks. Comparso in seguito davanti alla Special Criminal Court, O’Donovan fu incriminato per diversi reati. In aula venne sostenuto che avrebbe prelevato l’esplosivo dal proprio luogo di lavoro per consegnarlo successivamente a Isobella Perrie Sullivan a Chapelizod. La Garda sostenne che, qualora fosse stato rimesso in libertà, O’Donovan «avrebbe continuato a partecipare alle operazioni e alle attività della New IRA», oltre a «trasportare armi, personale e agevolare le comunicazioni» dell’organizzazione. Gli investigatori espressero inoltre il timore che potesse compromettere le indagini distruggendo prove o intimidendo potenziali testimoni, «in particolare il personale di Collins Barracks». Diversamente dalla coimputata, a O’Donovan venne negata la libertà su cauzione. Secondo l’articolo, l’operazione avrebbe inoltre evidenziato i presunti collegamenti tra le attività della New IRA e il movimento politico Saoradh. L’avvocato di Sullivan dichiarò infatti al tribunale che la propria assistita era iscritta al partito da circa due anni, mentre O’Donovan era stato fotografato in diverse occasioni, sui social media, durante attività di propaganda elettorale di Saoradh a Dublino. Anche Fergal Melaugh, indicato dagli investigatori come il presunto responsabile della New IRA a Derry, viene indicato come appartenente alla stessa organizzazione politica. SEMTEX Il recupero di una quantità ritenuta significativa di Semtex ha alimentato le preoccupazioni degli apparati di sicurezza circa la possibilità che i repubblicani dissidenti siano entrati in possesso di nuove scorte di esplosivo militare. Il Semtex, esplosivo plastico prodotto dalla società ceca Explosia, fu esportato in grandi quantitativi verso la Libia negli anni Settanta, con centinaia di tonnellate destinate al regime guidato da Muammar Gheddafi. Una parte consistente di quel materiale finì successivamente nelle mani della Provisional IRA, diventando l’esplosivo di riferimento utilizzato dai Provos durante la loro campagna armata. > Basterebbero solo 200 g di Semtex per distruggere completamente un’auto Secondo fonti della sicurezza citate dall’articolo, il Semtex avrebbe tuttavia una durata operativa relativamente limitata: circa dieci anni in condizioni normali e non oltre vent’anni qualora conservato in condizioni ideali. Per questo motivo, l’esplosivo sequestrato la scorsa settimana verrebbe considerato appartenente a una partita relativamente recente. Negli ultimi decenni, inoltre, sarebbero stati introdotti controlli molto più rigorosi sulla produzione, la vendita e l’acquisizione di questo tipo di materiale. Una fonte della sicurezza ha dichiarato: > «Per obliterare completamente un’automobile sarebbero sufficienti appena 200 > grammi di Semtex. > Il fatto che in questo ordigno ne fosse presente il doppio, destinato a essere > impiegato nell’Irlanda del Nord, dimostra che l’intenzione era quella di > provocare il massimo danno possibile. > Questo intervento ha senza dubbio salvato delle vite. > Il Semtex viene prodotto con marcatori che ne consentono la tracciabilità e le > indagini proseguono per stabilirne la provenienza.» Secondo la Garda, la bomba sarebbe stata assemblata a Dublino o nella sua area metropolitana per essere successivamente trasferita al comando settentrionale della New IRA. Gli apparati di sicurezza hanno evitato di indicare quale potesse essere l’obiettivo dell’attentato, ma, alla luce dei due episodi precedenti, gli investigatori ritengono plausibile che fosse in preparazione un terzo attacco dinamitardo contro una struttura della Police Service of Northern Ireland (PSNI). SPECIAL BRANCH Per decenni, la sezione d’intelligence della Garda e lo Special Branch hanno svolto un ruolo costante nell’individuazione e nel contrasto delle reti e delle operazioni dell’IRA. Secondo l’articolo, il sequestro dell’ordigno nei pressi di Carrickmacross rappresenterebbe un’ulteriore dimostrazione della capacità di queste strutture di continuare a interrompere e compromettere le attività dei gruppi repubblicani dissidenti. Una fonte della sicurezza ha dichiarato: > «L’intelligence opera nell’ombra per ottime ragioni e l’opinione pubblica vede > soltanto una minima parte del lavoro che viene svolto. > È però evidente che le sezioni di sicurezza e d’intelligence di An Garda > Síochána restano pienamente impegnate nel compromettere l’operatività di > questi gruppi. > L’intervento di Monaghan non dovrebbe essere sottovalutato. Ha senza dubbio > salvato delle vite grazie al lavoro svolto dietro le quinte, alla cooperazione > con partner internazionali e all’azione della Special Detective Unit sul > terreno.» Secondo recenti informazioni d’intelligence citate dall’articolo, la New IRA avrebbe nel frattempo nominato un nuovo responsabile incaricato di dirigere le attività operative dell’organizzazione nell’area di Dublino, con il compito di colmare il vuoto lasciato dall’arresto e dalla successiva condanna di Kevin Braney. Alla luce della recente escalation di violenza e delle continue operazioni condotte contro la rete del gruppo, la Garda ritiene che sia soltanto questione di tempo prima che anche la nuova leadership subisca la stessa sorte di Braney e finisca nel carcere di Portlaoise. Un articolo ripubblicato da Les Enfants Terribles
Nessuno spazio ai dubbi. Vogliamo giustizia – il video in cui il carabiniere toglie le manette ai polsi di Mohamed una volta precipitato a terra
Diffondiamo il video e il comunicato uscito da La Base – Cosenza, Aula Studio Liberata e Fem.in Cosentine in Lotta Non abbiamo mai avuto dubbi sulla dinamica che ha portato alla morte di Momo. Le parole della famiglia e di diversi abitanti del quartiere sono state chiare sin dall’inizio. Questo video, pubblicato da Iacchitè stamattina, fuga ogni altro dubbio. Mohamed è morto sotto la custodia dei carabinieri, gli stessi che hanno impedito alla madre di raggiungerlo al suolo. Momo era ammanettato e il carabiniere Restaneo gli ha tolto le manette mentre il corpo stramazzava. Le responsabilità delle forze dell’ordine sono chiare e purtroppo la morte di Momo ci ricorda che questo non è un caso isolato, ma rappresenta la gestione sistemica del disagio sociale, che non cura, anzi, reprime. In particolare non è un caso che la maggior parte degli abusi avvengano su persone razzializzate e povere. Il governo, incapace di dare risposte sul piano dei servizi sociali e della garanzia dei diritti, si presenta con il suo volto più violento nelle nostre case e nelle nostre strade. Il “sistema Cosenza” fatto dalla connivenza tra Procura, pezzi di borghesia e mala politica, impegnato affinché nulla cambi, ha già deciso come deve finire questa vicenda: insabbiare e silenziare come già è successo per altri casi. Le istituzioni hanno già preso posizione chiara: fare finta di nulla sperando che il tempo contribuisca a fare finire nel dimenticatoio il volto di Momo. Noi non possiamo permettere tutto ciò, la richiesta di giustizia deve farsi incessante. Cosenza non accetterà mai l’ennesimo abuso di potere, lo ha dimostrato e lo dimostrerà.
Puntata del 04/08/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Augustin, RSU FIOM della Electrolux di Forlì sulla situazione attuale del gruppo industriale svedese che da maggio minaccia i suoi dipendenti con la prospettiva di licenziamenti di massa, circa 1900 nel nostro paese (contando i contratti a tempo determinato). Dalla scorsa intervista che avevamo realizzato sull’argomento, ricordiamo che erano stati previsti dei tavoli di confronto tra sindacati, istituzioni ed azienda, come sono andate le contrattazioni a quei tavoli? Che aria si respira nei vari stabilimenti Electrolux d’Italia? Quali le prospettive? Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato la possibilità di giornalisti di esprimersi contro l’operato o l’idea stessa di Stato di Israele, infatti in compagnia telefonica di Steano Galieni della Rete No Bavaglio, siamo andati a spiegare in cosa consiste l’ex ddl 1004. Dal blog pungolorosso.com : “La reale finalità di questo Ddl non è quella di “contrastare l’anti-semitismo”, ma di impegnare le istituzioni dello stato a promuovere ovunque il sionismo come ideologia di stato e a contrastare-bastonare ogni forma di critica dello stato sionista e del sionismo, e dei suoi protettori – tanto più se si tratta di una critica militante e di massa nelle piazze. Non si deve mai dimenticare che tra i massimi protettori dello stato di Israele c’è l’Italia di Meloni-Mattarella, terza fornitrice di armi per il genocidio dopo Stati Uniti e Germania. Le/I giornaliste/i anti-fasciste/i di “No Bavaglio” formulano la loro critica da un punto di vista democratico, diverso dal nostro, che è anti-coloniale e di classe. A differenza di noi, poi, nutrono illusioni sulle “forze democratiche” presenti in parlamento (il cui comportamento fu già pessimo al Senato), e nella loro denuncia si concentrano sull’attacco alla “libertà di espressione”, mentre noi denunciamo al contempo l’attacco al movimento di sostegno alla resistenza del popolo palestinese. Ciò non toglie loro il merito di avere segnalato per tempo a tutti/e, anche a noi, quello che giustamente definiscono un golpe estivo – contro cui bisogna muoversi. “ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto intervistandoo un’attivista di XR Reggio Emilia per farci raccontare la resistenza dell’Assemblea permanente Ospizio al progetto di costruzione di un punto vendita Conad e di una struttura destinata al comune all’interno di un bosco urbano. Dopo mesi di tentativi nell’ostacolare la partenza di questa ennesima operazione ecocida di cementificazione dei nostri territori, l’assemblea ha deciso di lanciare un presidio permanente, riuscendo dal primo giorno (il 3 Agosto) di fatto ad ostacolare l’ingresso delle ruspe nella futura area di cantiere. Ovviamente sono arrivate di conseguenza identificazioni a tappeto da parte delle forze dell’ordine e il tentativo di forzare il blocco costituito da un muri di corpi di attivisti e attiviste. L’invito quindi è quello di raggiungere il presidio permanente per continuare la lotta contro questo progetto. Buon ascolto
cementificazione
ecologismo
censura
presidio
Israele
Rewind Roma, luglio 2026 # Splende il sole su Felicittà
(disegno di peppe cerillo) Luglio inizia con la conferenza dei servizi sugli ex Mercati Generali: Campidoglio e Regione concordano sulla prosecuzione del progetto di studentato privato di Hines, e danno, al solito, solo i mesi estivi per opporsi (quando gli uffici sono chiusi). L’assessore Zevi apre il Festival del patrimonio con il titolo infantilizzante e ipocrita di Felicittà (era il nome della città di Richard Scarry, prima tradotto come “Sgobbonia”). Intanto, nelle serate più calde degli ultimi trent’anni, la sinistra cittadina continua a discutere sulle esternazioni di Valerio Carocci della Fondazione Cinema America contro il sindaco Gualtieri, e sulla trasformazione del cinema Metropolitan in cento commerciale. Il 3 viene pubblicato un appello di Nonna Roma: un gruppo di urbanisti critici chiede una nuova direzione per l’urbanistica romana, per una città più vivibile e partecipata. Il 4 dall’ospedale israelitico di Roma vengono sottratte ottanta fiale di Fentanyl: abbastanza per confezionare ventimila dosi. La cassaforte che le conteneva è stata aperta con la chiave. A Ostia muore un trentenne buttandosi dal pontile. L’8 il Tar del Lazio respinge il ricorso sull’affidamento diretto del Rialto Sant’Ambrogio alla comunità ebraica, affermando che i ricorrenti non erano parte in causa. L’ex candidato sindaco Adinolfi viene arrestato con l’accusa di truffa ed evasione fiscale. Il 9 grande picchetto antisfratto a Garbatella, per evitare lo sfratto di una donna di cento anni dalla casa di un ente previdenziale acquistato da Fabrica SGR (Caltagirone). Il Comune ritira l’assurdo progetto dell’albero bioclimatico a Termini: una struttura di trenta metri di metallo, dal costo di cinquecentomila euro, che avrebbe dovuto rinfrescare l’aria dopo il taglio di tutti gli alberi della zona. Il 10 il Municipio X (Ostia) pubblica la nuova mappa dei quartieri: per la prima volta si riconosce l’Idroscalo, quartiere interamente autocostruito e costantemente sotto minaccia di sgombero. L’11, il giorno dopo la scarcerazione dei prigionieri anarchici arrestati a fine giugno, viene rioccupato il c.s.o.a. Bencivenga sulla Nomentana, ma lunedì 13 viene sgomberato di nuovo e sessanta persone vengono identificate. Il 14 inizia la conferenza dei servizi sullo stadio di Pietralata, che formalizza l’“interesse strategico nazionale” dello stadio della Roma, praticamente come una base militare. All’aeroporto di Fiumicino la polizia sequestra 216 chili di khat a un cittadino israeliano proveniente da Tel Aviv, che chiede di essere estradato in Israele. La sera a Trastevere un senegalese filma un italiano che piscia sul muro, questo per risposta tira fuori la pistola, spara per aria e poi spara a un braccio del senegalese. Il 15 si annuncia che il fondo Kryalos di Blackstone ha comprato due nuovi palazzi di lusso al centro di Roma – uno a Termini e l’altro a piazza di Spagna – per farne due hotel. Il 17 si annuncia che i vigili del fuoco di Ostia non si trasferiranno a Fiumicino come previsto ma si sposteranno all’ex Colonia Vittorio Emanuele. L’assessore Zevi annuncia anche l’assegnazione del locale di Esc a via dei Volsci (San Lorenzo) e la cancellazione del debito. Il 18 c’è una manifestazione di poliziotti, finanzieri, carabinieri e soldati, per chiedere gli aumenti degli stipendi. Il Times pubblica un articolo sull’apertura di spiagge libere a Ostia, con intervista all’assessore al patrimonio Zevi: fa notizia che in un paio di spiagge vicino Roma siano applicate le direttive europee sugli arenili. Il 20 a Bastogi una donna precipita in un garage dopo il cedimento della grata su cui stava passeggiando, per fortuna si salva. Incidente stradale con un morto sull’Appia, tra Velletri e Genzano. Presidio al Viminale in protesta contro l’omicidio di Fakir da parte della polizia a Bologna; finito il presidio, un grande corteo prosegue verso la stazione Termini al grido di “Tout le monde déteste la police!”. Il caldo e l’umidità sono sempre più insostenibili. Il 21 muore l’attore Pippo Di Marca, cadendo dal suo balcone di Trastevere, forse suicida. Scoppia un incendio al Parco dell’Acqua fredda, probabilmente doloso. Il 22 al Tufello appare un murale che rappresenta Abderrahim Fakir, ucciso dalla polizia a Bologna: l’artista Harry Greb lo dipinge sullo stesso muro dov’era ritratto Stefano Cucchi. Il 23 il Comune annuncia l’apertura di undici sale cinematografiche e undici biblioteche come rifugi climatici… fino al 5 agosto. Seguendo la tendenza corrente per cui basta nominare una cosa per farla esistere, il progetto è stato chiamato il grande freddo (ai cittadini che chiedono quando invece si pianteranno alberi, il Comune risponde che se ne riparla a novembre). Intanto l’assemblea capitolina approva le norme tecniche d’attuazione del piano regolatore, perdendo una grande opportunità per affrontare la catastrofe climatica. Il 25 notte scoppia un rogo nel carcere di Mammagialla a Viterbo, dove ci sono 676 persone rinchiuse (il limite massimo sarebbe 470). Muore un detenuto marocchino, Abdelkarim Talba, secondo le autorità carcerarie suicida. La sua avvocata dice che è strano che si sia suicidato, visto che aveva appena chiesto i domiciliari.   Il 27 quattro carabinieri di Roma vengono sospesi per otto mesi dal servizio per aver dichiarato di essere stati aggrediti da un uomo che non si era fermato al loro segnale; un video di un residente dimostra invece che non era vero, e che lo hanno picchiato senza ragione. Presidio di abitanti di Pietralata davanti al ministero dei trasporti a Porta Pia, in corrispondenza con l’avvio della conferenza dei servizi per lo stadio dei Friedkin. Il 29 notte scoppia un incendio a Spin Time. Gli abitanti lo domano ed escono dal palazzo per far entrare i vigili del fuoco, che però non permettono loro di rientrare. Centinaia di persone rimangono per strada; nel pomeriggio del 30 si convoca un presidio di solidarietà, si attiva un conto per le donazioni, e centinaia di persone accorrono in sostegno. Il mese si chiude con gli occupanti ancora in strada sotto il caldo infernale, come durante la terribile estate dello sgombero di piazza Indipendenza, quasi dieci anni fa. Mentre decine di sgomberati e sgomberate (tra cui molti minori), stremati dalla sete e dal sole, sono accolti dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme, dal Polo Civico Esquilino, dal Centro anziani del quartiere, dal centro per l’infanzia Matemu, il sindaco fa una passerella elettorale a tema green con Elly Schlein, in un parchetto del Pigneto che viene ribattezzato “bosco urbano”. Intanto modifica anche lo statuto di Acea per inserire nel consiglio d’amministrazione il marito della senatrice Lorenzin. Benvenuti a Felicittà. (stefano portelli) ____________________________ LEGGI ANCHE I REWIND DEL: – 2026 | Anno in corso: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno – 2025 | Anno Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre – 2024 | Anno non Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
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