PRESENTAZIONE DEL LIBRO "DIARIO DI UN INVISIBILE. NELL'INFERNO DI UN CENTRO DI
DETENZIONE AMMINISTRATIVA ITALIANO" E CENA BENEFIT NO CPR
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(giovedì, 5 novembre 18:30)
Presentazione del libro di Sunjay
Gookooluk "Diario di un invisibile. Nell'inferno di un centro di detenzione
amministrativa italiano" giovedì 5 novembre alle ore 18.30 al @csoa_gabrio.
Sunjay presenterà il libro con i contributi di Collettiva Cura Abolizionista,
Psicologia per la Palestina e
Assemblea contro CPR e frontiere.
"Ventisei anni da "clandestino" nel nostro Paese. Sunjay
Gookooluk, cittadino delle isole Mauritius, ha vissuto la strada, il lavoro
irregolare, il carcere. Ha iniziato a scrivere a Rebibbia, vincendo concorsi
letterari e ottenendo un diploma di ragioniere e artigiano mosaicista. Recluso
per ben due volte nel CPR (ex CIE) di Ponte Galeria (Roma), è riuscito a tenere
un diario nascondendo fogli, quaderni e penne. Questo libro raccoglie i suoi
scritti, presentando per la prima volta al pubblico un'oper letteraria prodotta
da dentro l'inferno della detenzione amministrativa italiana."
A SEGUIRE CENA BENEFIT CONTRO I CPR, PRENOTAZIONE AL NUMERO 3450018742
SMANETTIAMO! EP. 1 - CONOSCI IL TUO HARDWARE
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(venerdì, 6 novembre 18:30)
Primo pomeriggio di condivisione di saperi e di domande tendenti al tecnico, ma
anche con calma.
Livello mega-base, conosciamoci e vediamo dove ci portano i bisogni condivisi :)
Se hai un device da smontare, portalo! Gli daremo una pulita e guarderemo i
circuitini: chi sono? e che fanno?
Molto probabilmente sbirceremo dentro il case di un computer e smonteremo uno o
più cellulari, qualsiasi altro hardware è benvenuto e ciò che non conosciamo è
solo ad una ricerca su internet da noi!
Ci sarà un piccolo regalo a tema per chi verrà :O
ASSEMBLEA PUBBLICA - NO DATACENTER LUCENTO
Bocciofila Paracchi - via Nole 72 Torino
(venerdì, 6 novembre 20:45)
Appuntamento pubblico alla Bocciofila Paracchi per parlare del progetto di
datacenter a Lucento, dei rischi correlati e dell’impatto sull’ambiente e sul
quartiere.
Ma anche di crisi energetica, della bolla speculativa dell’AI, dei suoi usi per
la guerra e del perché i datacenter sono un’infrastruttura nociva oltre che
inutile e non sostenibile.
Vi aspettiamo!
https://nodatacenterlucento.espivblogs.net/
Dalle violenze denunciate durante i cortei del 24 ottobre al nuovo decreto
sicurezza, prende forma un sistema che punta a impedire il dissenso prima ancora
che si manifesti. Minorenni trattenuti, …
Giornata di sciopero generale: numeri ancor più massicci delle prime
manifestazioni dell’autunno scorso. Blocchi in tutta Italia e cortei da decine
di migliaia di persone, dalle metropoli alle province.
Contro la guerra, contro il carovita, contro il riarmo voluto dal governo
Meloni. E ancora, contro una vita precaria e indignitosa, per dire basta ai
sacrifici che il governo italiano, insieme ai governi di tutta Europa, vogliono
imporre alla popolazione. La partecipazione è stata impressionante, da Sud a
Nord, oltre un milione in tutta Italia. Il Paese che per anni è stato narrato
come il bacino dell’indifferenza e che nei migliori dei casi avrebbe voluto
“fare come in Francia” in queste settimane, sull’onda del ciclo di movimento
iniziato un anno fa a sostegno della Palestina e contro la complicità dei
governi con il genocidio, sta dando un segnale chiaro: è giunto il tempo di
alzare la testa.
Grazie ai giovani che a fronte del peso di un futuro rubato stanno occupando
scuole e università da un mese per affermare la propria esistenza, ai giovani
che con rabbia calciano indietro la sfrontatezza dell’ingiustizia, oggi grazie
alla chiamata allo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base, si
sono uniti i lavoratori e le lavoratrici che non hanno nessuna garanzia di
vedere riconosciuto il proprio lavoro. Ma precarietà e sfruttamento non sono più
un orizzonte accettato. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che al Sud hanno
bloccato le merci lo dicono da settimane, insieme a studenti, famiglie e a
chiunque individua la causa di questa situazione alle scelte politiche
dall’alto, sottomesse ai diktat europei e trumpiani: non c’è più disponibilità.
Il governo Meloni deve fare i conti con il fatto che in piazza c’è il paese che
porta avanti l’ingranaggio di questo sistema e che se decide di fermarsi non ci
sarà alcuna prova di forza in grado di reggere il confronto. Le briciole di una
finanziaria che tenta di mascherare in ogni modo che l’unico interesse
governativo è trovare i soldi per il riarmo non hanno alcuna possibilità di
convincere la popolazione.
A Bologna, Pisa, Livorno, Roma, Torino, Treviso, Milano, Reggio Calabria,
Palermo, Bari, Trieste, Pavia, Vicenza, Modena, Padova, Mestre, Cosenza, Napoli,
Genova sono state bloccate le arterie principali delle città, gli snodi delle
tangenziali e i porti.
Livorno: la mattinata parte con il blocco del porto, prosegue poi con un corteo
di oltre 20 mila persone e continua con il blocco della circolazione al varco
Zara. Bologna: 50 mila persone nonostante i blocchi della polizia aprono un
varco e arrivano a inondare l’autostrada. Modena: giovani e famiglie in corteo
contro guerra e carovita. Torino: un corteo diramato in tutta la città, dal
centro alla tangenziale, raggiunge quota 100 mila persone, viene rilanciato
l’appuntamento alle 18 per un altro corteo cittadino. Cosenza: corteo di massa
di 7mila persone ha invaso le strade della città e bloccato autostrada e
superstrada. Pisa: un corteo di 20 mila persone si conclude con l’occupazione
del Palazzo della Sapienza, nel pomeriggio appuntamento per una grande
assemblea. Brescia: 10 mila persone in corteo hanno tentato di raggiungere
l’autostrada, cariche della polizia. Milano: 80 mila persone raggiungono la
tangenziale. Pavia: grande manifestazione contro guerra e carovita.
Qui le dirette di Radio Blackout e di Radio Onda d’Urto con i collegamenti dalle
piazze in tutta Italia.
Il 20 ottobre è stato lanciato da 24ORE PODCAST “Missione: Sicurezza – Storie
per un obiettivo possibile” per TELT, ascoltabile su Radio24 e su tutte le
principali piattaforme di streaming. La prima puntata di questo podcast è
dedicata proprio al promotore pubblico binazionale della tratta TAV e al
progetto che già in passato abbiamo citato, chiamato Mission-S, basato su un
sistema di regole, volto ad integrare le norme francesi e quelle italiane in
materia di sicurezza sul lavoro.
La sicurezza raccontata come cultura, una strategia comune, binazionale, che
parla di benessere per i suoi operai, fino alla carta contro droga e alcol. Il
racconto condotto da Giulia Bassi, porta gli ascoltatori all’interno dei
cantieri della Torino Lione, dove, nostro malgrado ci ritroviamo in compagnia di
Manuela Rocca, vicedirettrice generale aggiunta di TELT, Stefano Salvati,
ingegnere addetto alla TBM Viviana e Alberto Leoni, capo cantiere.
In un quadro molto roseo e brillante, ci viene proposta l’immagine di un
cantiere sicuro, un cantiere che lavora sodo e – con voce estasiata della Bassi
– che ricorda quasi una città sotterranea.
Come sempre, non c’è una crepa nel castello di cristallo che viene costruito.
Ma parliamo dei fatti, perché quello che viene raccontato da TELT quasi mai
corrisponde alla realtà dei fatti o comunque viene imbellettato a piacere, come
in questo caso.
Nel report scaricabile sul sito nella sezione Mission-S
(https://www.telt.eu/it/mission-s), mancano alcuni dati che non vengono
minimamente citati, ma sono tuttavia rimpiazzati da una serie di inquietanti
immagini e poster che fanno molto 1984 di George Orwell. Che il documento non
sia aggiornato è ben possibile, ma essendo appena uscito un podcast riguardante
proprio questo tema e che enfatizza la solerzia e l’impegno con cui viene
trattato il tema, ci pare strano non aggiornare anche le informazioni a portale.
Forse un caso o forse convenienza.
Nella sezione del documento “Primi ritorni di esperienza: problemi e opportunità
per implementare la sicurezza”, si citano Chiomonte e Saint-Martin-la-Porte. In
particolare, sotto a quest’ultimo si parla di due incidenti nella parte di scavo
che si sono “purtroppo” – come scritto – verificati nel 2017. Nove anni sono un
lungo lasso di tempo e occorre forse specificare gli altri “spiacevoli eventi”,
come forse li definirebbero loro, che sono accaduti nel frattempo. Le
informazioni pubbliche sono tuttavia frammentarie, quindi queste sono solo
alcune e in parte, manchevoli di un approfondimento adeguato.
Nel luglio 2023 un operaio di 51 anni è morto in un cantiere di posa dei binari
nella zona industriale di Parquet a Saint Jean de Maurienne. La procura di
Albertville ha aperto un’indagine. Pochi mesi dopo, in novembre, un tecnico di
31 anni muore in Maurienne dopo aver maneggiato la pressa per il calcestruzzo.
Alcuni mesi dopo, nel maggio 2024 un ingegnere del raggruppamento CO08 muore a
Saint Jean Montdenis, in “circostanze oggetto di indagini”. Il 18 luglio dello
stesso anno, un operaio di 29 anni rimane gravemente ferito dopo essere rimasto
incastrato tra una piattaforma elevatrice e una barriera metallica. Per tutto il
2025 non si registrano invece (da quel che sappiamo) incidenti mortali o di
grande gravità, ma,specialmente nel CO08, gli infortuni sono in aumento. Il 7
settembre scorso, un incendio è divampato a 1800 metri di profondità a
Saint-Martin-le-Porte in una galleria di accesso. 79 persone restano bloccate
nel tunnel per diverse ore e una di loro riporta delle lesioni lievi. L’origine
dell’incendio è indeterminata. Guarda quanto è strano il caso.
Mission S presenta un cantiere che funziona e che è sicuro, mentre i cantieri
francesi (dove effettivamente si sta lavorando) hanno avuto tre morti in meno di
un anno e un incendio a 1800 metri di profondità. Ma nessuna di queste
situazioni viene minimamente citata.
La copertura dei media, specialmente quelli italiani, è minima.
Nel contesto in cui in Italia si inserisce l’idea che vuole essere fatta passare
della Torino Lione, gli incidenti mortali e non, non si inseriscono nella
narrativa positiva di progresso che viene portata avanti. Di conseguenza, tutte
le notizie che escono sulle testate francesi vengono in genere prontamente
ignorate, perlomeno dalle testate giornalistiche di punta, che non sono
interessate a riportare questo genere di informazioni. Telt adotta una strategia
a bassa visibilità in queste situazioni, spesso con comunicati esclusivamente in
francese e informazioni difficili da reperire.
La propaganda di TELT si muove sempre seguendo gli stessi binari, in un’idea di
perfezione che riesce a ingannare solo i meno attenti. La trasparenza è una
qualità che non gli appartiene e mai gli è appartenuta, al di là di quanto
possano dire nei comunicati. Si possono fare podcast e produrre materiale social
volti ad esporre sotto un riflettore solo gli avvenimenti belli, nascondendo
sotto al tappeto quelli brutti. Ma prima o poi tutto viene alla luce del sole,
anche ciò che si prova a lasciare sotto terra.
Non sappiamo quanto durerà il loro mondo distopico che si sono costruiti sotto
la terra e nemmeno ci interessa granchè. Quello che ci preme è come sempre
denunciare lo stesso modus operandi che viene portato avanti da TELT in ogni
aspetto del suo lavoro: l’omissione. In un’intervista di pochi mesi fa, Manuela
Rocca rispondeva alla domanda “in un futuro in cui la TAV esiste, che cosa
vorrebbe che restasse di TELT al territorio?” con la parola “fiducia”. Ma quale
fiducia si può dare a chi mente spudoratamente e senza sosta pur di portare
avanti un’opera che non solo non ha senso di esistere, ma che evidentemente non
viene nemmeno realizzata nel rispetto di adeguate misure di sicurezza?
Questa è la domanda a cui si dovrebbe rispondere.
(disegno di ginevra naviglio)
Kabareh Cheikhat è una performance teatrale marocchina fondata a Casablanca da
Ghassan El Hakim, che celebra la figura tradizionale delle cheikhat,
intrattenitrici donne che con il canto e la danza denunciavano gli abusi di
potere e portavano la parola del popolo, usando uno stile di musica tradizionale
chiamato ‘Aita. Nello spettacolo, le cheikhat sono interpretate da uomini
mascherati da donne, sovvertendo i ruoli di genere e introducendo un elemento di
critica radicale attraverso una forma di arte tradizionale. Abbiamo trascritto
ed editato un’intervista a Ghassan El Hakim, registrata il 23 settembre 2026.
Ghassan El Hakim. Tutto è cominciato dieci anni fa, alla fine di un laboratorio
con alcuni giovani del quartiere di Aïn Sebaâ e della medina di Casablanca.
L’ultimo giorno avevo proposto un provino sul tema delle cheikhat. Vennero molti
ragazzi a fare una parodia delle cheikhat, alcuni cantando, altri ballando. Mi
dissi: tutto questo è molto ricco, e inoltre ha a che vedere con il mascherarsi,
e a me piace recitare con le maschere; dietro alle maschere siamo più liberi,
abbiamo più possibilità di parlare. Così selezionai cinque attori e gli chiesi
di lavorare con me per scrivere uno spettacolo sulle cheikhat; ma alla prima
prova si presentarono in undici. Ne volevo solo cinque, ma gli altri dissero:
“vogliamo solo vedere come lavori”. Poi un giorno mi serviva qualcuno che
suonasse il bendir (tamburello), e nessuno dei cinque lo sapeva suonare, ma uno
degli altri sì, così abbiamo continuato.
Ho deciso di mettere su uno spettacolo in forma di cabaret, con gli sketch,
molte canzoni, molti testi, per esempio quelli di Mririda n’Aït Attik, che è
stata una delle prime voci considerate femministe. In Marocco non abbiamo
aspettato che venissero gli europei a portarci il femminismo, già ce l’avevamo
nella poesia amazigh, nelle cheikhat... Alcune donne erano delle vere leader.
Cosa sono esattamente le cheikhat?
Per gli italiani richiamano in parte quella tradizione che c’era al Sud: le
donne pagate per piangere ai funerali. Le cheikhat cantavano la ʿAita, che è un
grido. Erano persone pagate per gridare la nostra miseria. Oltre che
lamentatrici, però, le cheikhat erano anche delle messaggere tra il popolo e
l’autorità. Immagina il Marocco dell’Ottocento: il sultano non poteva tenere
d’occhio tutto il popolo, ma grazie alle cheikhat veniva a sapere delle
ingiustizie. Magari un ministro corrotto ti aveva rubato la terra? Se conoscevi
una chikha le avresti chiesto di cantare la tua miseria e allora il sultano, o
il re, lo avrebbe saputo. Per me, il ruolo principale delle cheikhat era quello
di creare una connessione tra il popolo e le alte sfere. In altre forme
artistiche, solitamente le donne cantano per un pubblico femminile e gli uomini
per un pubblico maschile. Poiché la chikha ha accesso ovunque, la questione del
genere non si pone: pur essendo donna, può cantare in mezzo agli uomini.
Erano solo donne?
In alcuni casi abbiamo registrazioni di uomini che cantano nel ruolo di una
donna. C’è un famoso cheik degli anni Cinquanta, Bouchaib Al Bidaoui, che ha
democratizzato il canto degli chioukh uomini, cantando in televisione e alla
radio, e rendendo più comune questo tipo di voce, di uomini che imitano le
donne. Ma ne abbiamo scoperti anche altri, come Omar Slaoui. Già venti o
trent’anni prima di Buchaib, c’erano uomini che cantavano come donne. È una
tradizione antica, solo che non ne avevamo mai sentito parlare. Grazie al lavoro
di ricerca negli archivi – siamo partiti proprio da lì – il progetto ha assunto
anche la forma di una narrazione storica. Perché quella delle cheikhat è,
innanzitutto, una figura che è andata perduta a causa del Protettorato
francese.
Qual è stato il ruolo del colonialismo? Come ha contribuito a far scomparire
le cheikhat?
È la stessa cosa che hanno fatto anche con la religione. Prima di Lyautey [il
generale francese che governò il Protettorato del Marocco tra il 1912 e il 1925]
si poteva scegliere se osservare o no il Ramadan; con Lyautey diventò
obbligatorio digiunare, e fu proibito mangiare in pubblico, addirittura si
andava in carcere. Ma non era una legge marocchina; era una legge francese! I
francesi in Marocco trovarono tanti islam diversi: alcuni bevevano, altri
digiunavano, altri seguivano i Sufi, c’erano i culti animisti degli Gnawa… Loro
imposero una sorta di conformismo, vollero creare una religione singola. Per il
pensiero coloniale non si poteva essere musulmani e avere donne che si
comportassero così. Così le inquadrarono in una determinata categoria – e
naturalmente anche alcuni marocchini hanno contribuito a questo – in modo da
relegare le cheikhat al ruolo di prostitute.
I militari francesi che arrivarono in Marocco erano discepoli del generale
Gallieni, il governatore del Madagascar, che fu un grande criminale. In
Madagascar c’era una regina e un esercito comandato da donne. Per questi uomini
europei era impossibile che delle donne avessero ruoli simili, così distrussero
quella tradizione. Quando i discepoli di Gallieni – Mangin, Pétain, Lyautey –
arrivarono in Marocco, trovarono le cheikhat che sostenevano le tribù ribelli,
che cantavano per motivare le tribù e rappresentavano una forma di resistenza.
Quindi dovevano essere eliminate, come la regina del Madagascar. Molti articoli
di quell’epoca descrivono le cheikhat come “donne facili”, proprio in un momento
in cui era in corso un processo di modernizzazione volto a sconfiggere
l’arcaismo. Furono confinate in quartieri specifici come Bousbir a Casablanca.
Alcune furono avvelenate, assassinate. Vennero emanate leggi – firmate anche dal
sultano – che proibivano le pratiche Gnawa, Aissawa, Jillala e Hamadsha, tutte
confraternite che rappresentavano anche forme di resistenza.
La colonizzazione fu troppo veloce, praticamente non ci fu resistenza politica,
tranne che nelle montagne, nelle confederazioni delle tribù: a Tafraout si
resistette fino al 1934. Ma nelle città non c’era niente. L’unico spazio di
resistenza erano le zawiyat, le sedi delle confraternite. L’unica forma di
opposizione fu semplicemente una preghiera: in tutte le moschee del paese si
recitò il Latif, di giorno e di notte, per un anno. Solo una parola, ripetuta
per tutto il tempo: ya Latif, ya Latif, ya Latif, come dire, “che vergogna, che
vergogna”.
Una cosa simile è successa anche durante il Coronavirus, se ben ricordo.
Sì, anche durante il Coronavirus si è recitato il Latif. È una cosa che si fa
quando c’è una catastrofe. Dicono che i francesi lasciarono Fez a causa
del Latif. Probabilmente è solo una leggenda. Però fu una forma di resistenza,
senza lotta, solo creando uno stato psicologico. Non so esattamente la data,
negli anni Venti mi sembra, molte confraternite Sufi furono chiuse e proibite. E
questa è l’epoca in cui si creano le nuove istituzioni, su questo modello
coloniale. Intanto le cheikhat continuavano a cantare, e venivano registrate,
anche di nascosto; abbiamo trovato una registrazione in cui si sente
una cheikhat cantare: “Questo che mi sta registrando è un figlio di puttana!”,
ma in modo discreto, in modo che chi registrava non se ne accorgesse. Così cento
anni dopo possiamo sentire la voce, e il suo messaggio ha attraversato i
decenni. Ci fa capire che lei non era affatto contenta di essere
registrata. Oggi ci rimangono solo pallide imitazioni di cos’erano
le cheikhat che cantavano l’‘Aita, in tutte le sue varianti – quella marsaoui di
Casablanca, quella mahloun di Fez e Meknes. Credo che la musica debba evolversi
per continuare a esistere e a sopravvivere. L’ ‘Aita, ha resistito anche in
questo modo: è stato necessario tutelare questo repertorio e, dato che il
pubblico è più sensibile alla melodia, è diventato indispensabile cantare
seguendo una linea melodica. Da qui l’introduzione del violino, talvolta
dell’oud e, più recentemente, della batteria. Per sopravvivere, bisogna sapersi
adattare.
Casablanca è un centro importante per le cheikhat?
Casablanca e Rabat furono due nuovi porti creati dai francesi per distruggere
l’impero marocchino. I grandi paesi hanno sempre le capitali nell’interno,
perché la costa è più pericolosa: ti attaccano ed è finita. Quando hai grandi
città nell’interno, come Marrakech, Fez o Meknes, è un conto; ma Rabat e
Casablanca sono state create per distruggere il potere delle città imperiali,
per creare questo nuovo Marocco sul mare, lontano dai centri imperiali. E così
tutti quanti – i mercanti, gli ebrei, gli amazigh, e anche le cheikat – sono
andate a Casablanca a lavorare. Quando il potere si spostò, anche le cheikhat si
spostarono. C’è questo aspetto: lo spostamento della popolazione.
Come ti poni, oggi, di fronte alla profonda trasformazione che sta interessando
il Marocco e le sue città – anche in vista della Coppa del Mondo 2030 –, un
processo che si accompagna a fenomeni di “folclorizzazione” e
“festivalizzazione” della cultura popolare; dinamiche che, in un certo senso,
possono rivelarsi persino più violente di un esplicito divieto, non credi?
Siamo caduti nella trappola del Protettorato e della colonizzazione. Sono
riusciti a convincerci che eravamo arcaici, e che da questo arcaismo non
potevamo creare la nostra modernità. E siamo diventati una pallida copia
dell’Europa. Eppure, qui c’era una civilizzazione, che abbiamo scambiato per una
cultura del ready to wear, ready to eat, ready to build… È diventato molto
facile cadere nel cliché del folklorismo, finire esposti nei musei,
plastificati. Siamo bombardati dal termine “arcaismo”. Le cheikhat sono
arcaiche, le djillaba [le tuniche], le baboush [le calzature], andare
all’hammam, è tutto arcaico. Ma questi sono gli elementi della nostra
civilizzazione. Invece di vivere nella medina, dobbiamo andare a vivere nei
quartieri residenziali – per lo meno i ricchi; i poveri non hanno niente, sono
sfrattati dal centro e portati nelle periferie. Se abbandoniamo le culture
popolari perdiamo tutta questa eredità. Le nuove generazioni la dimenticano,
vedono solo quello che brilla. Solo l’erba e l’asfalto.
E qual è il ruolo di Kabareh Cheikhat in tutto questo?
È come un megafono, è la voce di persone che non hanno voce. Nello spettacolo
c’è una persona, una donna piccola, fisicamente molto debole, che però ha la
forza di gridare, e che usa Kabareh Cheikhat per gridare ancora più forte,
rendendoci tutti portatori del suo messaggio. Questo lo facciamo senza neanche
accorgercene. Pensa alla comunità Lgbt: noi siamo gli unici rappresentanti di
questa possibilità, anche se non lo diciamo esplicitamente. Chi viene a vederci,
e mi vede con la barba, che danzo e canto, con la parrucca e il trucco, beh per
chi non conosce il Marocco è molto interessante. Potrebbe pensare che le persone
Lgbt vivono bene in Marocco, e ovviamente non è così. Ma le cheikhat hanno
creato un punto d’entrata, una crepa nel muro, una piccola finestra per
respirare.
Mi chiedo se anche nel Kabareh Cheikhat si riscontri la contraddizione: il fatto
che i media o le società occidentali vi invitino perché venite percepiti come
soggetti che sovvertono l’arcaismo, o qualcosa del genere.
So bene che in Europa vogliono solo parlare della situazione femminile nei paesi
musulmani, senza mai mettere le cose nel loro contesto. Come sai le donne ci
sono sempre nei rituali tradizionali, come nella Gnawa. Alcune tradizioni
consentono forme di libertà, di diventare altro, di trasformarsi, anche se non
lo si dice esplicitamente. Non si dice “omosessuali”, ma “toccati da Lalla
Aïcha”, è l’invisibile che si manifesta, e la cosa finisce lì. Ma c’è sempre
bisogno di mostrarlo come un “arcaismo”, come africani sottosviluppati, che puoi
sempre dire che dobbiamo “salvarli”. I giornali quando parlano di noi vogliono
parlare della comunità Lgbt in Marocco, e io gli dico: sì, la comunità c’è,
nella sua forma europea, ma c’è anche questo lato invisibile. Tutti vogliono
parlare degli omosessuali borghesi, non di quelli proletari, che invece non
interessano a nessuno. I borghesi diranno quello che i media vogliono sentire,
ma i proletari non hanno quel linguaggio; le loro forme vengono considerate
“arcaismo”. Siamo molto coscienti di questo.
Che tipo di rapporto intrattenete con quello che in Europa definiremmo
“movimento sociale”? Le proteste politiche recenti si collegano a questo genere
di attività culturale?
Non so bene cosa dire, ognuno di noi partecipa a modo suo. Di recente, con
quanto è accaduto con la Gen Z, abbiamo seguito molto gli arresti, le nuove
leggi, le nuove regole sulla libertà d’espressione su internet e i social
network. Vedi, siamo uomini che cantano insieme, cerchiamo di evitare di essere
strumentalizzati. Ma credo anche che i movimenti di opposizione non abbiano
ancora capito cosa stanno facendo gli artisti. Nei movimenti di protesta l’arte
è vista come animazione, non come un motore di cambiamento. I partiti di
opposizione – e intendo di vera opposizione, e non ce ne sono oggi – non
capiscono che le nuove forme di arte, come le cheikhat, sono anch’essi un motore
di trasformazione, e possono essere un buon sostegno per i movimenti… non solo
un modo per passare la serata tra manifestanti, capito? È qualcosa che si
potrebbe sfruttare, ma non possiamo essere noi a imporlo. Credo ci voglia molto
tempo per creare una forma di protesta attraverso l’arte e la cultura.
Credi che stia crescendo il consenso verso la modernizzazione, il potere, i
mondiali del 2030, oppure sta salendo la tensione?
Un giornalista francese degli anni Cinquanta o Sessanta si era fatto la stessa
domanda. Aveva visto le proteste a Casablanca, e aveva detto: “Ecco, in Marocco
c’è la rivoluzione”. Il giorno dopo non c’era più niente. Mi ricordo le proteste
del 20 febbraio [2011: la primavera araba]: ero a protestare, e i poliziotti
erano gentilissimi, ci distribuivano l’acqua… E io pensavo: “Wow, quindi non ci
sarà lo scontro”. Dicevano: “Siete i nostri figli, siete i nostri fratelli”. Noi
non volevamo lo scontro, ma essere ascoltati, però ho avuto l’impressione che
quella fosse una strategia pensata apposta per contenere il movimento. In
Marocco, siamo fatti un po’ così. Fanno la Tav tra Marrakech e Tangeri, e la
gente dice: “Spendono un sacco di soldi, perché non li usano per le scuole?”.
Poi appena il potere ci compra, siamo di nuovo d’accordo.
In alcune regioni magari è diverso, ma la coscienza popolare non è all’ordine
del giorno. Il makhzen è un potere che esiste da secoli, dalla dinastia
precedente, ed è ovunque, in ogni casa. E sappiamo che non è solo il Marocco, ci
sono gli Usa, Israele, la Francia, l’Ue, tutti ci guardano. Ma le persone sono
anche spaventate. La gente ha paura di ritrovarsi come in Libia o come in Siria.
C’è un certo equilibrio in questo gioco, per il momento. Il Marocco in fondo è
un paese sicuro, non c’è terrorismo, e alle persone piace vivere in pace,
svegliarsi la mattina e andare al mercato. I prezzi della frutta e della verdura
aumentano, ma la gente trova sempre una forma di solidarietà. (a cura di stefano
portelli e stefania spinelli)
di McSilvan* Il caso Youssef Siher rivela una nuova frontiera della repressione:
competenze culturali, relazioni sociali e persino ricerche con l’intelligenza
artificiale diventano indizi di pericolosità. È la magistratura predittiva, …
Israele finanziava la promozione sul motore di ricerca di una finta versione del
documentario Naza. Su nostra segnalazione, Google ha dovuto riconoscere la
violazione delle proprie regole
L'articolo Dopo il nostro articolo su Naza, Google ha rimosso gli annunci
finanziati dal governo israeliano proviene da IrpiMedia.
Facciamo un viaggio nella storia della diffusione degli oppioidi sintetici negli
Stati Uniti. Parliamo delle lacerazioni fisiche e non che la
deindustrializzazione lascia nei territori e nei corpi della provincia depressa
degli Stati Uniti, della rivoluzione medica degli Anni Novanta, che attribuisce
valore al dolore dellx pazienti, e del lancio, da parte della Purdue Pharma,
dell’OxyContin. Sul finire della puntata andiamo in Messico, luogo delle cocinas
di oppiodi sintetici che hanno sostituito la coltivazione di oppio.
Akron, Ohio Youngstown, Ohio Emilio Espejel / Where God Is Blind. Mexico.
Nella terza puntata dedicata al fentanyl, lo vediamo tornare in Messico, dagli
USA, come abitudine di consumo delle persone espulse dagli States.
La città di Tijuana è uno dei cinque comuni dello Stato della Baja California.
Data la sua vicinanza agli Stati Uniti, rappresenta uno dei valichi di frontiera
più frequentati al mondo, il che ha portato a un’elevata concentrazione di
migranti deportati. Secondo l’Unità per le Politiche Migratorie del Segretariato
degli Interni (SEGOB) — sulla base dei dati registrati presso i punti di
rimpatrio ufficiali dell’Istituto Nazionale per la Migrazione (INM) — Tijuana
risulta il comune con il maggior numero di persone rimpatriate in tutto il
Messico. Molte di loro vogliono tornare negli USA, e rimangono in città,
nonostante le retate della polizia o le privazioni a cui possono andare
incontro. L’elevato numero di persone rimpatriate che giungono in città, unito a
politiche pubbliche scriteriate, ha dato origine a una situazione difficile nei
quartieri Nord della città, in cui si concentrano la maggior parte delle persone
respinte, senza documenti e senza dimora. Nella “Zona Norte” della città —
spesso definita “zona di tolleranza” — la violenza della polizia è all’ordine
del giorno, e nelle stesse strade, a ridosso del muro, si concentra la maggior
parte della compravendita e del consumo di sostanze stupefacenti e del lavoro
sessuale della città. Una associazione, Prevencasa, fornisce visite
ginecologiche e osteopatiche, supporto psicologico,cura di ferite e ascessi,
preservativi, materiale sterilizzato per il consumo di sostanze, materiale
infomativo e altri servizi, in un’ottica di riduzione del danno non
proibizionista nè giudicante.
Dalle parole di Zaya, parliamo del muro e dell’intreccio di forze che
interagiscono con le abitudini di consumo di sostanze di chi frequenta
Prevencasa, e prendiamo spunto per analoghi approcchi per affrontare sin juicio
i problemi e i rischi per la salute delle noste comunità.