A Chiomonte si torna a parlare di Palazzo Beraud, lo storico edificio noto anche
come “Vescovado”, situato nel centro del paese alle spalle del municipio. Ad
accendere la discussione è […]
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Il 12 marzo, un gruppo di persone ha bloccato un treno militare nella Stazione
di Pisa. Gli attivisti e le attiviste del Movimento No base hanno intercettato
un treno carico di […]
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Return hubs fuori dall’Unione europea, detenzione amministrativa estesa ed
espulsioni accelerate: il Parlamento europeo apre la strada a un sistema che
esternalizza le deportazioni e costruisce un doppio regime di …
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale
2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di
Meno Torino:
“Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una
giornata di lotta e mobilitazione.
Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che
rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al
centro desiderio, rabbia e lotta.
Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e
istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è
un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche
autoritarie precise.
Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza,
l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le
violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si
abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le
politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più
feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da
un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità
politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.
L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile
che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche,
persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità,
razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in
modo crescente bambinə.
La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece
al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica.
L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco
ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica
della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e
della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie
parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese
in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si
mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e
culturale.
Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per
poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il
peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella
violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel
consumismo e nell’estrattivismo sui territori.
La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e
straborda nelle piazze e negli scioperi.
Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere
uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le
vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della
cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo
presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del
governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in
politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e
profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e
amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri
sovraffollate.
L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni
studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di
guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono
pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e
svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul
piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine
(che sono ancora senza numeri identificativi).
La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL
Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza
sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o
meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e
antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito
violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza
autonomi e transfemministi.
Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia,
l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in
lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare
insieme.
La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo
sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello
che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le
genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare
pratiche e lotte.
Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento
transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un
processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con
l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di
disuguaglianze e gerarchie.
E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro
riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.
Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia
di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e
contro il razzismo di stato.
Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma
un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di
lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e
maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi
autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi
carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla
salute mentale.
Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche
istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e
le nostre vite terrone sono dimenticate.
Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del
colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita,
non il profitto e la guerra.
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di
Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in
cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e
provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei
giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che
non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese
sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL
COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta
avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato
per il 27 marzo.
Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro,
una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e
l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente
l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri.
Buon ascolto
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il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri
microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da
lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione
dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data
l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette
disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori.
Buon ascolto
Ciao Loris, difficile accettare che tu te ne sia andato via così, difficile
pensare di non essere riusciti a salutarti. Hai accompagnato la nostra lotta No
Tav a Torino come […]
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di Giovanna Branca* Il processo di Fort Worth trasforma una protesta davanti un
edificio dell’ICE in un caso di terrorismo interno: per la prima volta negli
Stati Uniti la categoria …
Il Comitato per la legislazione boccia il provvedimento del governo Meloni:
mancano i requisiti di necessità e urgenza e il testo presenta gravi criticità
tecniche. Sotto osservazione anche nuove norme …
Fotogalleria di Giuseppe Carrella e Gaia Del Piano
Un gruppo di abitanti e attivisti della Rete No America’s Cup è entrato ieri
mattina nei cantieri sulla colmata di Bagnoli, denunciando l’opacità e la
pericolosità degli interventi in atto, un disastro ambientale pianificato e
attuato attraverso lo scorticamento senza precauzioni della colmata e il
prossimo pericolosissimo dragaggio: la sollevazione di sabbia iper-inquinata che
verrà depositata in vasche giganti esposta agli agenti atmosferici.
Lavoratori senza mascherine e altre misure di sicurezza, trasporto di materiale
senza copertura dei camion, una serie di altri inquietanti elementi sono stati
riscontrati dagli abitanti che si sono soffermati con la stampa sul pontile nord
a mostrare il materiale foto e video raccolto: «Fino a questo momento – hanno
spiegato – i presunti sopralluoghi sono stati effettuati soltanto da esponenti
istituzionali, traducendosi in passerelle e patetiche marchette politiche. Da
oggi incominciano i sopralluoghi popolari al cantiere, a cui tutta la
popolazione è invitata a partecipare, in vista del prossimo consiglio popolare
che si terrà a breve nel quartiere».
La pacifica invasione è stata anche l’occasione per richiamare l’attenzione
sulle complicità che il principale sponsor della manifestazione, la MSC, ha con
lo stato genocida di Israele (proprio in queste ore attivisti in tutta Europa
stanno denunciando la compagnia di cargo per il trasporto di materiale bellico
proveniente dall’India e che ha come destinazione il porto di Haifa, dove c’è
una delle più grandi fabbriche di produzione di armi di Israele. La nave cargo
MSC SIENA transiterà nei prossimi giorni nel porto di Gioia Tauro).
Per circa un’ora i manifestanti sono rinasti nel cantiere spingendosi fino
all’ingresso principale per i camion, mentre le forze dell’ordine impedivano
l’accesso a chi provava a raggiungerli. Intorno alle 11 il gruppo si è
ricompattato ed è totnato prima sul pontile e poi nel quartiere per comunicare
al resto degli abitanti ció che era emerso durante la giornata. (rete no
america’s cup)
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026
Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.
È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore
sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con
decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto
possiamo solo immaginarlo.
Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli
altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno
disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando
il traffico di armi.
Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che
possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro
desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno
fermato la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della
storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo,
l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del
nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.
Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare
l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati,
movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa,
da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi
per bloccare questo treno.
Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi
e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi
blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San
Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia
nell’ingranaggio della guerra.
A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il
treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne
siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi
alla guerra e non ai bisogni della società.
Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa
essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in
gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che
il popolo non vuole farne parte.
Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia
a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che
abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà
importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17,
organizziamo insieme nuove iniziative di diserzione, di disarmo, di blocco.
Costruiamo la pace con la lotta.
di Gioacchino Toni da Carmillaonline
Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill
Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00
Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere
cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto
a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now
(1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai
indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si
proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022)
di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo
stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle
immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video
postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale
del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della
razionalità bellica» (p. IX).
Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica,
permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da
sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre
tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e
il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei
piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo,
cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali
connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che
alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di
battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in
forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp.
X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una
pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro
effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di
confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una
guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della
guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra
ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo
di forza antropologico che si è creato» (p. XI).
Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente
di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione
per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli
attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la
rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone
a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp.
XII-XIII).
Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione
ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti
del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di
funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per
contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta
all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per
scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce
al di fuori del suo controllo politico.
> Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere
> sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i
> tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore
> ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato
> in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico,
> anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli
> attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a
> sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive
> più (p. XV).
A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il
terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti –
umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale
emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il
nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.
> In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra
> pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine
> su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno
> guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace
> di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione
> sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi
> tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla
> complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non
> decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli
> spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più
> un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente
> mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza
> corona” (pp. XVII-XVIII).
Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al
“software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo
il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e
dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e
la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida.
«Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia
tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e
nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e
mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso
per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la
società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a
crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano
l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa
della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata
sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà
condivisa» (p. 32).
«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società
esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di
weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla
politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p.
36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e
tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano
l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione
razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso
collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in
grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.
> Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro,
> la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della
> guerra permanente.
> La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi,
> opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la
> polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri
> obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una
> società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente
> specializzata, caotica ed entropica.
> La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne
> diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima
> analisi, una vittima (p. 53).
In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste
tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende
piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva
da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice
tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è
relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.
Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a
piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come
normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in
passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che
legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono
spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma,
il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico
strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa
di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come
un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere
alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.
Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti
contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita
che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i
sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.
> In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla
> guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico
> significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire,
> subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i
> propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della
> violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra
> ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).
Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida
con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è
trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui
l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul
controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di
potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a
creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete
performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di
competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della
politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in
definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).
Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione
universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della
società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze
scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.
> Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda,
> travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che
> alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la
> politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi,
> di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe
> disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario
> contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in
> definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la
> trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con
> altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).
Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata
di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova
antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica”
per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e
comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per
pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della
guerra» (p. 129).
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https://www.lindipendente.online/2026/03/13/non-siamo-zona-di-guerra-a-pisa-i-manifestanti-bloccano-un-treno-carico-di-armi/
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(sabato, 21 marzo 16:00)
Disponibile: NEXT STOP MODENA 2020 – Viaggio tra le carceri
di Claudio Cipriani
https://www.sensibiliallefoglie.it/next-stop-modena-2020/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.