Apericena No Tav al Presidio di Traduerivi
Dopo quelle che sono state le grandi giornate di lotta che si sono tenute quest’estate in Val di Susa ritorneremo in quei luoghi per ribadire il nostro dissenso nei confronti di un opera ecocida e le cui contraddizioni strutturali sono sempre più evidenti. Oltre ai continui ritardi su quella che sarebbe dovuta essere l’inaugurazione dell’opera continuano ad emergere numerose contraddizioni sia dal lato italiano dove, di fatto, l’opera non è ancora iniziata, sia dal lato francese dove, invece, la trivella di origine tedesca “Viviana” scava circa un metro e mezzo al giorno rispetto ai 12 previsti. Tutto ciò comporta l’annuncio di un ulteriore slittamento dell’inaugurazione dell’opera la cui conclusione, questa volta, è prevista per il 2035. Nel frattempo TELT continua la sua espansione su tutto il territorio della Val di Susa, per cui sono previsti nuovi cantieri anche nella zona della bassa valle. Anche per questo mantenere alta l’attenzione ci ritroveremo il 2 ottobre alle h.18 al presidio di Traduerivi per fare un apericena tutti/e insieme che precederà la grande marcia popolare del giorno seguente.
Mali: la guerra infinita continua
Almeno 100 soldati maliani e 5 paramilitari russi dell’Africa Corps sono rimasti uccisi lo scorso 10 settembre in un attacco jihadista contro la base militare di Dioura, nel Mali centrale.La conferma di uno dei più sanguinosi attacchi subiti dall’esercito maliano dall’inizio del conflitto che flagella il Mali da oltre 15 anni, arriva dai video di propaganda diffusi dal Gruppo per il Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (Gsim), ramo saheliano di Al-Qaeda, che ha rivendicato l’attacco.E’ difficile avere dei dati reali poichè nelle zone di combattimento non ci sono osservatori neutrali ,quindi bisogna fare la tara alla propaganda. Di certo la popolazione civile subisce attacchi indiscriminati dai droni dell’esercito maliano e i suoi alleati russi ,nonchè le vessazioni da parte degli insorti jihadisti che assediano le città del nord del paese. Una guerra che continua dal 2012 e che ha aggravato le condizioni del paese nonostante le promesse della giunta militare di Goita che garantiva sicurezza e crescita. Dopo gli attacchi coordinati del 25 aprile che hanno causato la morte di Sadio Camara, ministro della Difesa ucciso in un attentato con un’autobomba contro la sua residenza a Kati, vicino a Bamako. Da allora la situazione del paese è precipitata in un quadro ancora più critico a causa di una nuova offensiva da parte dei combattenti tuareg dell’Esercito di Liberazione del Mali e dei miliziani jihadisti dello Gsim che hanno conquistato la città di Kidal e controllano ormai il 70% del territorio maliano. Ne parliamo con Andrea Spinelli Barrile .
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Torino è contro il riarmo: un inizio di mobilitazione verso e oltre il corteo contro il riarmo del 24 ottobre
Ripubblichiamo il resoconto della due giorni del 19-20 settembre tenutasi a Torino contro il riarmo uscito dalle varie realtà che portano avanti il coordinamento cittadino. Due giorni ricchi di contenuti, dibattito e socialità. Abbiamo condiviso ragionamenti che vengono direttamente dalle lotte portate avanti in città con l’obiettivo di elaborare una strategia collettiva capace di opporsi al riarmo a partire dalla nostra città.  Sabato 19 settembre con Elena Basile e Giorgio Monestarolo abbiamo condiviso un’analisi sulle responsabilità delle élite europee e del nostro governo nella guerra in Europa, della crisi profonda che viviamo e della assurda posizione suicida di questi governi nel voler protrarre la guerra in Ucraina e prepararsi alla guerra alla Russia, giustificandolo con il mantra della “difesa”. In tutto questo il genocidio a Gaza va avanti, ma la Palestina ci ha insegnato a lottare anche qui da noi. Non sarà trasformando Torino, né qualsiasi altro territorio, in hub del riarmo che si uscirà da questa crisi.  Abbiamo bisogno di maggiore coordinamento, abbiamo bisogno di mezzi informativi capaci di portare il nostro discorso chiaro in tutti gli ambiti in cui viviamo e lottiamo. La giornata di domenica 20 settembre è stata un primo tentativo di risposta a questo interrogativo: come contrapporci a tutto questo? A partire dal territorio, passando per la formazione e la sanità, sino al lavoro è fondamentale individuare le contraddizioni che nella nostra città e nella nostra regione vediamo in modo da aprire spazi di contrapposizione alla deriva bellica. Solo unendo le nostre intelligenze, capacità e punti di vista possiamo farlo. Per continuare questo lavoro ci incontreremo ancora in un tour di assemblee in vari luoghi della città: lo faremo per approfondire il discorso che vogliamo costruire e per coinvolgere sempre più persone in questa mobilitazione. Il 24 ottobre il corteo contro il riarmo sarà un’ulteriore tappa, già raccolta dalle scuole, dai comitati e dalle università.  Due giorni passati insieme sotto gli alberi dei giardini Pozzo, accompagnati da ottima musica grazie a @omini, @giorgio nieloud e @murubutu special Guest. Grazie a chi ha cucinato la polentata popolare, a chi ha spostato panche, a chi ha ascoltato, a chi ha dato fiducia a una nuova possibilità.  A presto per il calendario con il tour di assemblee e le prossime tappe di avvicinamento! Torino è partigiana!
!storia del queerpunk C==8 parte uno¡ speciale porkast malormone@0
incredibile imperdibile special di malormone sul queerpunk, volume uno Fonti: John Waters – Pink Flamingos Queer Zine Archive Project qzap.org Homocore J.D.’s Outpunk vaginaldavis.com compilation Stand up and fucking for it Queercore: how to Punk a revolution Scott Trealeven The salivation army Bruce La Bruce – Rapesberry Reich Queercore explosion (canale yt) Act Up – Queer Nation Manifesto “Why queer” universotv Atlantide Occupata playlist: Edith Massey – Big girls don’t cry Slits – Typical girls Warpath – Silence equals death Anti-scrinti – Slave to my estrogen Decembrist – Heterosexual Panic Tribe 8 – Femme bitch on top Tribe 8 – Queen of the scene Victim’s Family – Homophobia Jayne County – Are you a boy or are you a girl? Pansy Division – Bunnies The bomb – B/E/A/F/A/G Sister double happiness – Sweet talker FIfth Column – Donna Liz Phair – Flower Flaming Lips – She don’t use jelly The Need – Vaselina Fagatron – Assikatron Scott Free – The living dead Sleater Kinney – Dig me out Vaginal Davis – Queens make the world go round Team Dresch – Fagetarian and Dyke Sister George – Handle Bar Go! – Fear of a gay planet Nihil Baxter – Male-Female-Fuck You! Ivan Cattaneo – Una zebra a pois Alga Kombu – Grida
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OLTRE ALL’ALLARMISMO: GLI IMPATTI ECONOMICI DELL’AI
C’è davvero una probabilità del 10% che l’AI ci uccida tutti entro i prossimi 10 anni? Boh, d’altronde si sa: questa percentuale Jacob Coxon se l’è inventata mentre si licenziava da Anthropic dando il là a Dario Amodei e ai principali volti delle Big Tech della Silicon Valley per altisonanti prese di parola sulla necessità di rallentare una tecnologia così potente che nemmeno loro sono in grado di controllare. Per chi volesse approfondire, rimandiamo alla puntata “Buttiamola in caciara con l’apocalisse!” del programma Stakka Stakka. Il problema non è tanto se l’auto-training dell’AI ci sfuggirà o meno di mano, quanto piuttosto gli effettivi impatti economici, ambientali e sociali a cui questa tecnologia ci espone. In questa intervista siamo partiti dall’enorme rischio di bolla finanziaria che pende sulla testa degli investitori e dei fornitori di tecnologie AI per delineare l’impatto economico che questa scommessa potrebbe avere sull’intero mercato globale. A partire dalla stabilità dei mercati, dalla molteplicità di aziende il cui destino è legato al settore dell’Intelligenza Artificiale, dalla dipendenza che i paesi europei hanno sviluppato dai fornitori del digitale statunitensi, fino alla ricaduta dei costi di un’eventuale crisi sui consumatori comuni, i rischi sono molteplici e sono reali. Rimangono rilevanti le modifiche radicali che l’AI proietta nel futuro del mercato del lavoro. Secondo un’analisi del Fondo monetario internazionale presentata ai ministri delle Finanze dell’Unione durante l’Ecofin di Dublino, circa il 60% dei lavoratori nelle economie europee avanzate è occupato in professioni fortemente esposte all’AI. Ne parliamo con Lorenzo Tecleme autore del libro “Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio”, nato dal podcast “Unchained” per Valori.it:
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SCUOLA DI STATO, SCUOLA RAZZISTA: DIETRO ALLE PROPOSTE DI APARTHEID, I PROBLEMI STRUTTURALI
Domenica scorsa, dal palco di Fenix — la festa di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia — la premier Giorgia Meloni ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un disegno di legge che introduce un tetto massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo di corsi d’italiano per i genitori di alunni con “gravi difficoltà di inserimento” e il divieto di burqa e niqab a scuola. Non è una misura del tutto nuova: un limite del 30% esiste già dal 2010, fissato da una circolare del ministro Gelmini, ma è rimasto in gran parte inapplicato per via delle numerose deroghe previste. Il governo vuole ora trasformarlo in legge. I numeri, però, raccontano un fenomeno più circoscritto di quanto la retorica nazionale suggerisca. Nell’anno scolastico 2024/25 gli studenti senza cittadinanza italiana sono 931.323, l’11,6% del totale — ma la distribuzione è tutt’altro che omogenea: oltre il 65% frequenta scuole del Nord, e più di un quarto si concentra nella sola Lombardia. In larghe fasce del Paese, il “problema” a cui la norma dice di rispondere semplicemente non esiste nei termini in cui viene descritto. Dove il divario è reale, però, è nella dispersione scolastica. Secondo l’ultimo rapporto Istat, nel 2025 il tasso di abbandono scolastico precoce tra i giovani con cittadinanza italiana è del 6,7%; tra i coetanei stranieri sale al 26,2% — quasi quattro volte tanto. Il dato peggiora ulteriormente per chi è arrivato in Italia tra i 16 e i 24 anni, con un abbandono che tocca il 44,1%, mentre scende al 15,3% per chi è arrivato prima dei dieci anni: un’indicazione chiara di quanto pesino i tempi e i modi dell’inserimento scolastico, più che l’origine in sé. È in questo scarto — tra un provvedimento presentato come risposta nazionale e un fenomeno fortemente localizzato, tra l’enfasi sul numero di stranieri in classe e il silenzio sulle cause reali della dispersione — che si colloca la domanda che ci poniamo: quanto della scuola italiana di oggi è ancora organizzato, nei fatti prima ancora che nelle norme, attorno all’idea d’italianità, secondo il presupposto: assimilazione o esclusione. Ne parliamo con un’attivista del collettivo antirazzista Ujamaa:
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L’opportunità della crisi. Come il capitale fagocita le politiche pubbliche in Emilia Romagna
(disegno di mala) In un recente lavoro (2024) Tim White definisce assetization quel processo attraverso il quale delle cose vengono trasformate in asset, cioè risorse e servizi di cui il privato orientato al profitto si appropria per generare ricchezza finanziaria. Questo fenomeno non presuppone la trasformazione di determinati comparti della società (per esempio gli edifici o gli alloggi) in beni direttamente commerciabili sui mercati finanziari, ma prepara il terreno affinché gli investitori possano avviare il processo di “assetizzazione”. Possiamo interpretare l’assetizzazione come uno specifico risvolto tecnologico del processo di finanziarizzazione che a partire dalla crisi globale del 2008 ha investito il mercato privato dell’alloggio attraverso una molteplicità di nuovi modi di espropriazione. In particolar modo, nei due decenni successivi al 2008, si è configurato un sistema di accumulazione di profitto che è passato dalla centralità della proprietà immobiliare in sé alla proprietà immobiliare per la rendita. La casa come bene di valore sociale (un tetto sulla testa) è diventato un asset nei portafogli degli investitori. Compagnie di investimento globale hanno indossato i panni di proprietari immobiliari con l’obiettivo di acquistare unità abitative ed edifici su grande scala da riconvertire e/o riqualificare per poi metterli in affitto e accumulare ricchezza. Oltre alle molteplici forme che tale processo ha assunto con riferimento al mercato privato (co-living, buy-to-let, affitto ordinario, affitti brevi), si inizia a discutere anche del modo in cui investitori e imprese private aggrediscono anche il comparto pubblico della casa (si vedano, per esempio, i due articoli di Davoli e Bianchi). Qui vorrei condividere delle riflessioni a partire dalla giornata di apertura del percorso di riforma della disciplina regionale per le politiche abitative della Regione Emilia-Romagna, avviato il 15 settembre scorso sotto il titolo “L’abitare che verrà”, con l’obiettivo di approvare il nuovo testo entro il 2027. Ci sono alcuni temi ricorrenti negli interventi della giornata, alla quale hanno preso parte, invitati dalla Regione, sia soggetti del mondo sociale che di quello dell’impresa. Prima di tutto, a distanza di venticinque anni dall’approvazione della normativa regionale vigente (24/2001), è chiaro a tutti che il contesto è cambiato talmente tanto da rendere urgente un nuovo testo. Impoverimento generale, turismo, studenti e lavoratori ad alta mobilità hanno reindirizzato il bisogno di casa verso un patrimonio abitativo a fine sociale preferibilmente in affitto. La proprietà risulta oggi un elemento troppo rigido per i nuovi portatori di bisogno abitativo che non hanno però l’esigenza di radicarsi sul territorio regionale. Un altro tema ricorrente è l’importanza di ampliare la risposta pubblica al bisogno di case a un maggior numero di soggetti. L’obiettivo è abbandonare la logica dell’emergenza a cui è stata ancorata finora l’azione pubblica (in particolar modo con l’edilizia residenziale pubblica, cioè le case popolari) e abbracciare l’idea di aprirsi a quella parte di popolazione urbana definita in maniera vaga come “fascia grigia”, ovvero quelle persone che non hanno i requisiti per vedersi assegnata una casa popolare e che allo stesso tempo non riescono ad accedere a soluzioni stabili e abbordabili nel mercato privato della casa. Fin qui tutto bene, penso. Promuovere un approccio (più) universalistico alla questione abitativa e ampliare la risposta pubblica alle esigenze abitative può spingere l’attore pubblico ad agire da competitore con l’attore privato e, dunque, contribuire a un calmieramento dei prezzi. Ciò che emerge quindi è la centralità dell’edilizia residenziale sociale (Ers) per rispondere a un’ampia gamma di nuovi bisogni (ceto medio, studenti, lavoratori) che non convergono nell’edilizia residenziale pubblica (Erp). Un strumento di cui la Regione si dovrebbe dotare impegnandosi a definire con chiarezza le sue tipologie, gli attori coinvolti nella sua gestione e l’utenza che ne beneficerà. In questo l’organizzazione della giornata è molto significativa. Traccia la direzione lungo la quale la Regione intende muoversi dichiarando, inoltre, l’ambizione di essere l’apripista regionale nel panorama nazionale. La giornata di apertura è articolata in due momenti. Al mattino intervengono la politica e le parti sociali. Le agenzie regionali per l’edilizia residenziale, i tavoli provinciali di coordinamento tra comuni, i sindacati e il terzo settore delineano le sfumature del bisogno di casa così come si è configurato negli ultimi decenni e che si presuppone ci accompagnerà per i prossimi due anni. Riconosciuta la centralità che occorre ancora dare all’Erp, quasi a sottolineare l’impostazione politica di un attore che continua a puntare sul grande strumento di matrice socialista nell’ambito delle politiche abitative, evidenziano l’importanza dell’Ers come strumento innovativo in grado di incontrare una più ampia gamma di esigenze. Ad accompagnare tutti gli interventi è la consapevolezza dell’attuale carenza di alloggi a prezzi accessibili e la necessità di incrementare tale patrimonio. Pochi spunti pratici su come raggiungere questo obiettivo dai politici, ma con una certezza: non ci sono risorse finanziarie, a loro dire, per dare concretezza alla nuova legge regionale. Ed è così che tutti gli spunti si concentrano al pomeriggio, quando a intervenire è il mondo dell’impresa e, nello specifico, il mondo dell’impresa edilizia. Cioè, la compagine di chi può apportare capitale. Sono presenti Confindustria, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Cna Costruzioni, Confartigianato e Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Italiani. Sin da subito si delinea il ruolo al quale il privato tende e al quale è invitato da parte della Regione. Colmare il vuoto di alloggi sostenibili attraverso l’implementazione dello stock di Ers. Le imprese di costruzione e ristrutturazione dell’edilizia sono state invitate, quindi, come controparte operativa e tecnica che troverà spazio nella nuova legge regionale sotto l’agognato acronimo PPP (partenariato pubblico-privato). Qualche mugugno viene emesso dalla platea all’inizio dell’intervento del direttore generale di Confindustria Emilia Romagna, ma il più sorpreso sembra proprio lui stesso. “Vi starete chiedendo che c’entra Confidustria in una giornata come quella di oggi e me lo sono chiesto anche io, a dire il vero”. Sghignazza e aggiunge che venticinque anni prima Confindustria non aveva preso parte al percorso del regolamento regionale per le politiche abitative perché in quell’epoca non vi era tale esigenza. Il processo di assetizzazione si riferisce proprio a questo. In questo caso, la Regione Emilia-Romagna prepara il terreno affinché il mondo dell’impresa privata trovi il proprio posto nel comparto pubblico del settore immobiliare. Bisogno sociale e profitto devono allinearsi e gli interventi del pomeriggio sono tutti concordi nel riconoscere come principale criticità la carenza di alloggi. Non si tratta più di case popolari però, in risposta alle esigenze delle frange più povere della popolazione, ma di un’utenza molto più ampia e, dunque, potenzialmente più vantaggiosa per chi fa impresa. A partire da queste presa di coscienza, si articolano le richieste e le condizioni che pone il mondo dell’impresa all’istituzione regionale per garantire la propria partecipazione al percorso di riforma della legge. Prima di tutto, l’istituzione pubblica deve definire in maniera chiara cosa sia Ers dando una bussola per gli interventi di costruzione o ristrutturazione da parte del privato, in modo da evitare competitori sleali. Nel caso degli interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente ma inutilizzato perché fatiscente, occorre fare ricorso allo stock pubblico perché è “eticamente scorretto che anche un solo immobile o alloggio pubblico risulti inutilizzato quando c’è bisogno di casa”, afferma il presidente della Regione De Pascale. Dunque, gli immobili da ristrutturare li mette il pubblico e il privato si propone di ristrutturarli e, soprattutto, di gestirli seppure nel solco che definirà la Regione. La seconda richiesta riguarda i costi, ritenuti troppo elevati per garantire la messa a disposizione di alloggi economicamente accessibili e contemporaneamente margini di profitto tali da invogliare l’intervento del privato. Dunque, le alternative sono due. Costruire ex-novo perché costa meno che riqualificare un patrimonio inutilizzato, oppure si ristruttura a patto che l’istituzione contribuisca al contenimento dei costi sobbarcandosi, per esempio, gli oneri delle opere di urbanizzazione e delle bonifiche di aree dismesse. La terza richiesta riguarda la semplificazione delle procedure burocratiche per l’intervento privato in relazione, per esempio, al rilascio di permessi di costruzione, certificazioni ambientali e cambi di destinazione d’uso per la riconversione di immobili non residenziali in immobili residenziali. Tutte queste richieste si muovono nel solco di quanto tracciato dal Piano Casa del governo Meloni (si veda Davoli), ma soprattutto nel quadro di un’edilizia abitativa che nel futuro dovrà guardare all’affitto e non più alla proprietà dell’alloggio. Da un lato, sono conclamate le difficoltà economiche di larga parte della popolazione emiliano-romagnola di accedere alla proprietà abitativa in un contesto di dilagante impoverimento, ma dall’altro, l’estrazione di profitto dalla casa tramite l’affitto è più vantaggioso in un sistema globale che Arundel e Roland definiscono post-homeownership, fondato sulla rendita. Interventi chiari e diretti del mondo dell’impresa ai quali non ha fatto da contraltare la Regione, che si è limitata al ruolo di anfitrione che apre le porte e il campo dell’abitare pubblico agli interessi del privato. In quest’ottica, è altrettanto indicativa l’assenza di compagini di contestazione nell’aula magna della Regione in via Aldo Moro a sottolineare che i problemi della casa sono altrove e lì dentro il 15 settembre effettivamente non c’era spazio per i bisogni di chi effettivamente li vive sulla propria pelle, ma per lo scenario di profitto che si prospetta negli anni a venire. Al momento del buffet, tra la sessione del mattino e quella del pomeriggio, noto un solo ragazzo con indosso la maglia di Labás. Sul retro è stampata in giallo una citazione dalle Città Invisibili di Calvino. “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. (guido tortano)
italia
SAVE America (Act)
Sabato 19 settembre, il presidente Trump ha lanciato un sondaggio su X e sulla sua piattaforma, Truth Social, chiedendo un cambio di nome in ” Intelligenza Artificiale “. “Molte persone pensano che le parole ‘Intelligenza Artificiale’ siano imprecise e poco eloquenti, rispetto a IA, o Intelligenza Artificiale”, ha scritto Trump sui social media. “Una descrizione molto più elegante e accurata di questo nuovo fenomeno sarebbe Intelligenza Superiore (IS) o Intelligenza Estrema (IE) o Intelligenza Suprema (IS).” L’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, un ente governativo, ha annunciato lunedì la rimozione dei limiti sulle emissioni di anidride carbonica, mercurio e altri inquinanti dalle centrali elettriche alimentate a carbone e a gas naturale. L’amministratore dell’Agenzia, Lee Zeldin, un fedelissimo del presidente Donald Trump, ha spiegato che la deregolamentazione emissiva del settore elettrico permetterà agli Stati Uniti di costruire con più facilità i nuovi impianti necessari al soddisfacimento della domanda di elettricità, oggi in crescita dopo decenni di stagnazione: c’entrano i grandi consumi dei data center per l’intelligenza artificiale, ma anche la più generale tendenza all’elettrificazione dei processi industriali. «Su mia indicazione, abbiamo collaborato con i rappresentanti della Danimarca e della Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti abbiano PER SEMPRE la piena facoltà di fare tutto ciò che è necessario in Groenlandia al fine di garantire e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti d’America». È lo stesso Trump a dare l’annuncio attraverso il suo social media Truth, l’omai consolidato mezzo di comunicazione istituzionale del presidente USA. Per la prima volta il segretario all’Aeronautica USA Troy Meink annuncia armi orbitanti “a fini offensivi e difensivi”, da un’idea di Ronald Reagan del 1983. Protestano Russia e Cina. Nel 1983 i satelliti in orbita erano appena 360. Oggi sono oltre 15mila, si calcola: 10mila solo quelli di Starlink attivi in orbita bassa, quasi 45mila se si considerano anche i satelliti dismessi, i frammenti e gli stadi di razzi esauriti. Una guerra spaziale che distrugga fisicamente i satelliti creerebbe sciami di detriti, con il rischio di paralizzare non solo le operazioni militari, ma l’intera rete globale dei servizi civili, commerciali e di navigazione. La Casa Bianca ha avviato le trasmissioni della sua nuova piattaforma Trump TV. Il lancio avviene in piena controversia per il veto imposto a vari mezzi di comunicazione che il repubblicano accusa di diffondere “notizie false” su di lui e sulla sua Amministrazione. Il primo giorno di trasmissioni della Trump TV coincide con il giorno in cui le reti incaricate della copertura congiunta della Casa Bianca hanno sospeso le loro attività dopo che la Presidenza ha negato a CNN, MS NOW e Politico l’ingresso alla Casa Bianca.
elezioni
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Trump
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Il tempo del riscatto
da Quarticciolo Ribelle Con le nostre auto, ormai esenti da bollo, siamo obbligati a guardare un enorme schermo pubblicitario installato su viale Togliatti che mostra Meloni invitata al convegno di Gioventù Nazionale con lo slogan “il 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰”. Ci vuole molto coraggio, in effetti, a parlare alla Nazione raccontando di quanto è difficile fare il Presidente del Consiglio. Perché, dal canto nostro, ogni mattina cerchiamo il coraggio di abitare a Quarticciolo, a Rozzano, a Tor Sapienza e, come noi, in tutte quelle periferie del paese abbandonate da decenni. Perché ci vuole coraggio a camminare per le strade avendo paura di essere aggrediti. Ci vuole coraggio a svegliarsi con le grida di chi è stato accoltellato o peggio gambizzato. Ci vuole coraggio ad andare a scuola tutte le mattine alla Verga o alla Pirotta. Ci vuole coraggio a vivere in case dove ti crolla il soffitto alla prima pioggia. Ci vuole coraggio a non abbandonarle e trasferirsi lontano. Ci vuole coraggio a decidere, nonostante tutto, di restare. Ci vuole coraggio a crederci ogni giorno, che il cambiamento può avvenire. A non scoraggiarsi quando Del Mastro, un ministro della 𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, siede allo stesso tavolo con chi permette che i nostri quartieri siano il centro commerciale del disagio. Ci vuole coraggio a non credere che chiunque occupi le poltrone del Parlamento si dimentichi delle condizioni in cui siamo costretti a vivere. Ci vuole coraggio a credere e ad affermare che in questo paese possa crescere 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘨𝘨𝘦 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘧𝘶𝘵𝘶𝘳𝘰. Il popolo, come ci chiama Meloni, non ha opportunità perché in questi luoghi non c’è niente se non quello che a fatica tentiamo di costruire. Molti di questi quartieri sono stati commissariati dal dl Caivano bis e oggi, sono passati due interi anni, di quei 180 milioni di euro stanziati complessivamente in tutta Italia, non c’è niente di concreto. Gli abitanti di Quarticciolo nel 2025 erano riusciti a fare approvare un piano periferie adatto ai bisogni di chi ci vive proprio perché siamo 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘪𝘯𝘪 𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘪 𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘵𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 è 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘰. Le risorse stanziate serviranno, prima o poi, per rendere gli spazi abbandonati fruibili con servizi e attività economiche? Serviranno per rendere le nostre case più sicure? Serviranno per assegnare le centinaia di case vuote del nostro quartiere? Ma mentre Meloni racconta del suo di coraggio, la sicurezza è un tema sempre più importante: aggressioni, rapine, pestaggi, incendi. Basta chiedere a chi abita a Rozzano se il DL emergenze ha migliorato la sicurezza.  Perché nessuno sta facendo niente con le risorse stanziate? E che nessuno dica che sono stati impediti interventi con la forza pubblica. Sono arrivati con i passamontagna, gli elicotteri, i blindati, hanno chiuso strade, perquisito scantinati, arrestato gente in mezzo alla strada. Nulla è cambiato. Meloni, Presidente del Consiglio, è questo il coraggio di cui si sente orgogliosa? Ci dispiace che ha bisogno di coraggio per fare il presidente, ma non è il nostro mestiere. Basterebbe dare seguito agli annunci che lei ha fatto, alle promesse della Regione Lazio, dell’Ater e del Comune di Roma. Noi facciamo quello che possiamo ed è l’unica cosa che esiste: a 10 anni dall’occupazione della Palestra Popolare nasce un Campo da Calcio gestito dalla squadra popolare Borgata Gordiani. Tutto riqualificato con le risorse derivate dall’alleanza tra due quartieri. Non è tanto, ma è un altro spazio di questo quartiere, tra Quarticciolo e Tor Sapienza, sottratto al degrado, presidiato da chi si allena, reso sicuro da chi lo attraversa. Noi non abbiamo scelto di 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘪𝘳𝘦 𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘦 ad un quartiere, di attraversare queste strade, di rischiare di sbagliare, di ricevere critiche e a volte sostegno. E questo richiede tanto coraggio. Il coraggio di tentare di sottrarre al tempo della politica il tempo del riscatto.