NO AL TURISMO SIONISTA IN VAL DI SUSA
Sauze d'Oulx - Piazza III reggimento alpini
(sabato, 14 febbraio 15:30)
KILLERS NON BENVENUTI – NO AL TURISMO SIONISTA IN VAL DI SUSA
Sabato 14.02 ore 15.30 piazza III Reggimento Alpini, Sauze d’Oulx
Mentre a Gaza prosegue il genocidio del popolo palestinese, anche in Val di Susa
arrivano soldati israeliani in “vacanza”. Componenti di un esercito coloniale e
genocida che, dopo aver bombardato scuole, ospedali e campi profughi, vengono a
“rilassarsi” sui nostri territori.
Questa è la normalizzazione del genocidio.
Lo Stato italiano protegge i carnefici, mentre reprime chi prova ad alzare la
voce contro questa complicità.
Ridurre i componenti dell’IDF a semplici turisti significa cancellare
deliberatamente le responsabilità politiche e militari di chi partecipa a
massacri e colonizzazioni.
La Val di Susa non ci sta.
Questa è una terra di lotta contro la militarizzazione e la repressione. Non
accetta di spazio di decompressione per chi ha le mani sporche di sangue.
Non accettiamo che il nostro territorio venga sfruttato per lavare coscienze e
dividere.
Per questo invitiamo tutti e tutte a mobilitarsi, ci troviamo sabato 14 febbraio
alle 15.30 in Piazza III Reggimento Alpini a Sauze d’Oulx.
Fuori i sionisti dai nostri territori.
Fuori i sionisti dalla Palestina.
Val di Susa solidale con la Resistenza palestinese.
https://www.facebook.com/AssembleaBassaValle
SPECIAL GUESTMIX BY AMARA VENIER AKA 𝕷𝖆𝖓𝖉𝖎
Il 29 gennaio il Parlamento bulgaro ha ratificato l’accordo sottoscritto dal
governo di Sofia e da quello italiano per la realizzazione e l’uso congiunto di
una grande infrastruttura bellica nei pressi del villaggio di Yambole, Kabile,
nel sud-est del paese.
La nuova base sarà simile all’area addestrativa bulgaro-statunitense di Novo
Selo che viene impiegata dal Battle Group NATO operativo in Bulgaria in funzione
anti-Russia. A Yambole sarà insediata un’intera brigata multinazionale con la
possibilità di ospitare fino ad ‘intera divisione di 3.000 unità.
La ratifica dell’accordo è stata votata a larghissima maggioranza; contrari solo
il gruppo di minoranza filo-russo Vuzrazhdane e due piccoli partiti
nazional-populisti, Mech e Velichie.
Secondo quanto dichiarato dal ministro della difesa bulgaro, Atanas Zapryanov,
la progettazione dell’installazione sarà affidata alla Nato Support and Services
Agency. “A Kabile saranno realizzate solo le facility per alloggiare ed
addestrare i reparti militari, più alcuni impianti sportivi”, ha aggiunto
Zapryanov. “I depositi di armi e munizioni per le esercitazioni saranno invece
dislocati a distanza dalle aree abitate dalla popolazione e dalle caserme. Si
esclude dunque lo stoccaggio di munizioni o di altri materiali pericolosi”. Ad
oggi non è noto l’ammontare delle spese previste per la base.
Il testo dell’accordo di cooperazione con le autorità italiane era stato
approvato dal gabinetto dei ministri il 13 agosto 2025. “La costruzione delle
infrastrutture militari nel territorio del distretto di Kabile è un passo
strategico in vista del rafforzamento delle capacità di difesa della Repubblica
di Bulgaria e della Nato”, riportava il testo sottoscritto dal governo di Sofia.
“Il programma è svolto per adempiere agli impegni della Repubblica di Bulgaria
quale membro della North Atlantic Treaty Organization, e consentirà di ospitare
e supportare il Multinational Battle Group della NATO, con la possibilità di una
sua espansione”.
L’accordo bilaterale italo-bulgaro è stato sottoscritto il 24 dicembre 2025 in
occasione della visita in Bulgaria del ministro della Difesa Guido Crosetto. La
firma è avvenuta all’interno della 22nd Air Base di Bezmer, scalo strategico
dell’Aeronautica militare bulgara e della NATO.
Secondo quanto riportato dagli organi di stampa locali, “l’accordo sancisce le
responsabilità dell’Italia per l’assemblaggio e l’insediamento degli edifici
residenziali, degli uffici, delle infrastrutture, degli alloggi e dei relativi
servizi, e l’opportunità di intraprendere i lavori di costruzione necessari,
anche con l’impiego delle sue forze armate”.
Le opere saranno realizzate in due fasi: nella prima si assicureranno quelle per
il dislocamento temporaneo delle truppe, mentre nella seconda si costruiranno le
infrastrutture per lo stazionamento permanente del Multinational Battle Group.
“Anche la Bulgaria contribuirà finanziariamente al progetto attraverso specifici
investimenti”, ha dichiarato il portavoce del governo bulgaro. “Accordi tecnici
aggiuntivi e annessi tra le due parti saranno sviluppati successivamente”.
Nel corso della sua visita in Bulgaria, il ministro Crosetto ha discusso con il
collega Atanas Zapryanov le modalità di un ulteriore rafforzamento della
cooperazione in campo militare. “Soddisfazione è stata espressa dal ministro per
la firma dell’Accordo per realizzare e gestire congiuntamente le infrastrutture
nell’area di Kabile”, riporta la nota stampa della Difesa. “Crosetto ha
ringraziato per il supporto fornito al contingente italiano presso la Novo Selo
Training Area, dove l’Italia opera al comando del Multinational Battle
Group. Condivisa la volontà di rafforzare la collaborazione in ambito operativo,
addestrativo e formativo, con particolare attenzione alle minacce ibride anche
nell’ottica di un’auspicata cooperazione strategica nel settore dell’industria
della difesa. Positiva la valutazione del dispositivo sul fianco Est
dell’Alleanza, con conferma di una postura ferma e orientata alla prevenzione
delle escalation”.
Dopo l’incontro con la controparte, Guido Crosetto ha partecipato alla messa e
al pranzo natalizio con i militari italiani presso la base di Novo Selo. Dal
2022 l’Esercito Italiano è impegnato in Bulgaria nella missione NATO “Enhanced
Vigilance Activity (eVA)”, guidando il Multinational Battle Group, iniziativa
voluta dall’Alleanza per “rafforzare la deterrenza e la difesa sul fianco est a
seguito dello scoppio delle ostilità tra Russia ed Ucraina”. Nell’ambito della
missione NATO le unità italiane Italiano svolgono anche attività addestrative
congiunte con l’Esercito bulgaro e di altri paesi alleati. Attualmente l’Italia
schiera in Bulgaria 740-750 militari dell’82° Reggimento di fanteria “Torino”
della Brigata Pinerolo dell’Esercito.
Il Battle Group inter-alleato schiera complessivamente 1200-1300 militari. Nei
piani NATO il battaglione dovrebbe essere elevato a brigata, con 5.000 unità. Da
qui l’esigenza di realizzare una nuova grande base a Kabile.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 2 novembre 2026,
https://pagineesteri.it/2026/02/02/medioriente/sorgera-in-bulgaria-la-prima-base-militare-italiana-in-est-europa/
Parte la settimana di Resistenza e mobilitazione per la difesa della libertà di
insegnamento e della scuola pubblica italiana organizzata dall‘Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Docenti per Gaza.
Una serie di iniziative da proporre in classe e una chiamata nazionale in piazza
nella giornata di venerdì 13 febbraio per una mobilitazione tanto più necessaria
quanto più fosco è il clima che stiamo vivendo davanti a un attacco senza
precedenti ai luoghi del sapere e della formazione.
Per difendere la libertà di insegnamento, fermare con decisione ogni tentativo
di schedare studenti e corpo docente in liste di proscrizione, resistere.
Ne parliamo con Roberta Leoni, dell‘Osservatorio contro la militarizzazione
della scuola e delle università.
Torino, Askatasuna, pacchetto sicurezza: non cronaca, ma prova generale. Una
riflessione per uscire dalla contabilità morale sugli scontri e guardare la
macchina sicuritaria: legge, repressione, nemico interno. Tre parole chiave …
«Siamo sotto assedio», dice il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, respingendo
la narrazione che vorrebbe lo Stato caraibico al centro di un collasso
endogeno. Accusa gli Stai Uniti e le minacce del presidente Donald Trump, ultimo
tassello di un domino destabilizzante iniziato oltre 60 anni fa con l’embargo
decretato da Kennedy. Il popolo cubano sta vivendo una crisi economica senza
precedenti ,forse peggiore del “periodo especial” susseguito al crollo dell’URSS
,la carenza di carburante ha innestato una serie di conseguenze che si
riflettono sulla vita quotidiana dei cubani. Senza elettricità gli ospedali non
possono tenere in vita i pazienti; il cibo e i farmaci marciscono nei
frigoriferi spenti; le pompe dell’acqua si fermano, aprendo la strada a
epidemie; i trasporti collassano; scuole, servizi, comunità intere vengono
paralizzate. Questo non è un rischio futuro. È la realtà quotidiana .
Al di là delle responsabilità del “bloqueo” criminale le riforme economiche di
Diaz Canel non hanno fatto altro che immettere elementi di protocapitalismo
senza intaccare le condizioni delle classi popolari e non hanno risolto i
problemi strutturali di approvvigionamento energetico e sopratutto l’accesso a
prezzi accessibili ai beni di prima necessità .
Si sono create sacche di disuguaglianza e settori legati all’esercito hanno
goduto di posizioni di rendita aumentando così lo scontento dei cubani che
affrontano le conseguenze della crisi pur rimanendo fermi nella convinzione di
difendere la dignità e la sovranità dell’isola .
Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista freelance collaboratore di varie
testate ,esperto di America Latina
Nonostante i negoziati in corso ad Abu Dhabi la guerra in Ucraina continua con
attacchi russi sempre più massicci alle infrastrutture energetiche, in
particolare i nodi di distribuzione dell’energia coinvolgendo tutte le aree del
paese .
La guerra d’attrito russa sta logorando le forze ucraine sul campo ma anche la
resistenza dei civili su cui sta pesando la strategia russa contro le
infrastrutture che incrina il sostegno a Zelensky . Le parti rimangono ferme
sulle loro posizioni ,gli ucraini vorrebbero congelare il fronte in una
situazione alla “coreana “,mentre i russi chiedono il riconoscimento
internazionale dei territori conquistati . Rimane la variabile dei “volenterosi”
che aspirano a schierarsi sul territorio ucraino a tregua dichiarata contro la
volontà esplicita di Mosca. Le prospettive sono di una continuazione della
guerra nonostante i colloqui in corso e probabilmente saranno le condizioni sul
campo a condizionare gli esiti della guerra molto di più delle trattative.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio analista di strategia militare e curatore
del canale telegram “War room”
IN QUESTA PUNTATA:
► 07:15: “Vulvasaur” con l’Ostetrica Elena, è vero che i secondi figli arrivano
prima? O che ci arrivano prima?
► 15:04: “Curiosità a caso” con Radiospalla Sol, che ci racconta l’incredibile
storia di Fordlandia, la città industriale di Ford nel mezzo dell’Amazzonia
► 25:24: intervista a Roberta Russo, dietro al progetto Kyoto, cantautorato
elettronico esplosivo
► 38:13: “Raccontami una canzone” con Ale di “Note, cose, città” (Radio Onda
Rossa), sulla stravagante canzone “Thank You Jack White (For the Fiber-Optic
Jesus That You Gave Me)” dei Flaming Lips
► 49:00: intervista a Mats Grorud, regista del film d’animazione “The Tower”,
che racconta i campi profughi palestinesi in Libano
► 1:03:43: “L’inglese in tre mesi senza maestro”, il servizio pubblico di Putagè
per insegnare l’inglese
► 1:11:06: “Fumetti & Varnelli” con il fumettista Nicola Gobbi che ci consiglia
“Ecovanavoce” di Nova e Isa DePica
E POI QUESTE CANZONI:
– Cain Culto & Xiuhtezcatl “¡Basta ya!”
– John Glacier feat. Sampha “Ocean Steppin'”
– Juana Aguirre “lo_divino”
– Kyoto “Sasso”
– The Flaming Lips “Thank You Jack White (For The Fiber-Optic Jesus That You
Gave Me)”
– Dutch Nazari “Aqaba”
– Flavien Berger “Plongereuse”
Più info su: www.putage.net
E’scaduto il 5 febbraio il trattato per il contenimento degli armamenti
strategici New START, ultimo accordo siglato tra Washington e Mosca sulla
proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero
di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora
la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA
continuano a proporre la stesura di un nuovo accordo .
C’è un terzo incomodo ,la Cina ,divenuta una potenza nucleare in ascesa che gli
Stati Uniti vorrebbero coinvolgere, secondo le dichiarazioni di Rubio ,in una
nuova versione allargata del trattato. Il “new start” siglato dai presidenti
Barack Obama e Dmitry Medvedev, stabiliva per entrambe le parti un massimo di
700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori,
schierati e non, per questi vettori. Inoltre prevedeva ispezioni e scambio di
notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Era l’ultimo di una serie di
accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato
il 31 luglio 1991 a Mosca da W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla
dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Stati Uniti e Russia possiedono oltre l’80 per cento delle testate nucleari
mondiali. La scadenza dell’accordo implica la fine dello scambio di informazioni
riguardo ai rispettivi arsenali e mette fine alle ispezioni reciproche e segna
anche la fine del sistema M.A.D. mutual assured destruction per cui ogni
utilizzo di ordigni nucleari da parte di uno dei due opposti schieramenti
finirebbe per determinare la distruzione sia dell’attaccato che dell’attaccante.
La conclusione di New START potrebbe condizionare anche la revisione, prevista
nei prossimi mesi alle Nazioni Unite, del più generale Trattato di non
proliferazione nucleare, in vigore dal 1970 e ridiscusso ogni cinque anni. Il
principio alla base del trattato è che gli stati non dotati di armi nucleari si
impegnano a non acquisirle, a condizione che gli Stati dotati di armi nucleari
compiano sforzi in buona fede per il disarmo.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di questioni strategico militari
Due terzi degli italiani temono di perdere la libertà di manifestare. Il dato
arriva prima dell’approvazione del nuovo decreto sicurezza: segno che la
repressione è già percepita come sistema. “Due …
Una tape misteriosa viene recapitata negli studi di blackout: il titolo,
Cassetta Ipnostimolante, accende la curiosità di dj PostPony, a corto di idee in
assenza di Ing Sollazzi. Ma si tratta di un fake, il nastro nasconde un’ innocua
serie di lezioni di lingua inglese. L’ennesima burla del ministero della
distorsione pubblica?
Tracklist
John Fahey – Evening, not night (pt1)
John Fahey – Evening, not night (pt2)
Osamu Kitajima – Benzaiten (side A)
Masabumi Kikuchi Trio – Ghosts
Jacopo Vespoli – Chiarezza
Rai Takeishi – Presence V
Tujiko Noriko – Yabann Na Toumei
Rai Takeishi – Presence I
Mike Cooper – Raft 37
(disegno di renaud eymony)
Di fronte all’orrore, la perversione e l’impunità del potere che sta sbocciando
con chiarezza cristallina davanti ai nostri occhi – tra il genocidio ritrasmesso
in diretta dagli stessi israeliani, fino ai documenti Epstein in confronto ai
quali Salò/Sodoma è una barzelletta – sembra quasi velleitario ormai denunciare
le miriadi di abusi, violenze e montature istituzionali che abbiamo subito negli
ultimi anni. Eppure non possiamo perdere di vista quello che succede intorno a
noi: le impunità globali incoraggiano e sostengono quelle locali. Qualche giorno
fa è stato il ventesimo anniversario di un terribile caso di violenza
istituzionale che ha segnato un’epoca, avvenuto il 4 febbraio 2006 a Barcellona.
Durante questi venti anni sono stati pubblicati tonnellate di articoli, alcuni
libri, e anche un documentario, passato anche nella televisione pubblica TV3,
senza tuttavia che si arrivasse alla condanna dei colpevoli. Le conseguenze più
immediate sono state: il suicidio di Patricia Heras, una poetessa underground,
le cui poesie ancora si trovano sul suo blog poetadifunta; una vita rovinata per
Rodrigo Lanza, anarchico cileno accusato di aver tirato una pietra a un
poliziotto; altre tre persone innocenti arrestate; e tutto l’establishment
repressivo e istituzionale catalano che per anni ha falsificato le prove per
nascondere la verità: e cioè che il comune di Barcellona e la sua polizia in
quegli anni manteneva stretti legami con trafficanti e criminali per controllare
i quartieri del centro storico in via di gentrificazione.
Per i dettagli rinvio allo straordinario documentario Ciutat Morta di Xapo
Ortega e Xavier Artigas, che si può vedere online; al blog Desmontaje4F; e al
libro collettivo Ciutat Morta: crónica del caso 4F di Mariana Huidobro, Helen
Torres, Katu Huidobro (la prima e l’ultima, madre e sorella di Rodrigo Lanza).
Il contesto in cui sono avvenuti i fatti è questo: il centro storico di
Barcellona che viene sventrato, con la scusa di grandi eventi e apertura al
turismo, creando zone di rappresentanza e zone in cui invece si accumulano tutte
le macerie, materiali e umane. Una di queste era il quadrato di viuzze nel
settore destro della città vecchia, dove le demolizioni avevano lasciato un
grande vuoto tra i palazzi, conosciuto dagli abitanti come Forat de la Vergonya,
il buco della vergogna. Anche su quell’area c’è un film militante, El Forat di
Chema Falconetti (2004), che racconta la lotta degli abitanti e degli squatter –
in catalano okupa – per impedire la costruzione di un grande parcheggio
multipiano e rivendicare invece un parco per il quartiere.
A chi frequentasse la zona, risultava evidente che nel sottobosco delle strade e
delle piazze – tra marocchini, algerini, gitani, sudamericani – alcuni fossero
legati alla polizia: informatori, chivatos, pedine della pressione costante che
le forze dell’ordine esercitavano sugli spazi occupati e i movimenti politici
locali: tentativi di sgombero e irruzioni della Guardia Urbana erano all’ordine
del giorno, spesso erano accompagnate da strani movimenti di questa popolazione
marginale.
A un certo punto però c’era stato un salto di scala: uno dei palazzi abbandonati
della zona – un antico stabile di quattro piani di proprietà del Comune – era
diventato una specie di fumeria di crack a cui le istituzioni garantivano totale
impunità. Inizialmente occupato da un gruppo di latinoamericani, che però erano
stati scalzati da una compagine molto più oscura. L’edificio era conosciuto
come Teatre okupat oppure Anarkopenya (“Gente anarchica”); chi ci viveva intorno
tendeva a chiamarlo Narkopenya. Nonostante fosse evidente il malaffare, i soldi
che giravano, rave che andavano avanti fino all’alba in mezzo alle case, per lo
sconcerto degli abitanti, la polizia non faceva mai un controllo, mai un
tentativo di sgombero, a differenza di tutte le altre occupazioni della zona.
Sembrava un luogo utilizzato per screditare tutto l’ambiente okupa, oppure come
punto di raccolta di informazioni per la polizia.
Il 4 febbraio 2006, durante una di queste feste che riempivano il palazzo
all’inverosimile, un gruppo di anarchici passa sulla strada di fronte – forse
andavano proprio alla festa, forse altrove – e incontrano una pattuglia della
polizia municipale. I poliziotti li riconoscono immediatamente come okupas – dal
modo di vestire, dai capelli – e iniziano a provocarli. Nel corso del
battibecco, dal quarto piano della Narkopenya qualcuno butta un enorme vaso di
cemento proprio in testa a un poliziotto. Il poliziotto finisce in coma.
I poliziotti cercano subito vendetta: irrompono nella Narkopenya, la gente
scappa dai tetti nei palazzi vicini, e poi arrestano tutto il gruppetto di
anarchici: Rodrigo Lanza, Juan Pinto e Alex Cisternas. Nel commissariato della
città vecchia, accanto alle Ramblas, Rodrigo e gli altri vengono torturati in
modo così violento che devono essere portati in ospedale. Quando arrivano
all’Hospital del Mar, sempre insieme ai poliziotti, succede un’altra cosa
assurda. Nello stesso ospedale c’era una ragazza che non c’entrava niente:
Patricia Heras era uscita di casa qualche ora prima con un’amica per andare a
una festa da tutt’altra parte della città; le due avevano avuto un incidente di
bicicletta ed erano finite nello stesso ospedale. I poliziotti le vedono vestite
“strane” – un po’ dark, un po’ queer – e le fermano. Guardano nel telefonino:
uno degli sms diceva in modo scherzoso che quella sera si sarebbe usciti in un
locale queer del Raval, La Bata di Boatiné: bateamos? aveva chiesto.
Ma bata vuol dire anche mazza da baseball. Così, Patricia viene presa insieme
agli altri, e portata nello stesso commissariato. La vita distrutta da un
messaggio.
Le vicende sono lunghe e difficili da ricostruire. Il sindaco di Barcellona
sulle prime dichiara “troveremo chi ha tirato il vaso”; poi cambia
immediatamente versione, sostenendo che il poliziotto sarebbe stato mandato in
coma da una pietra lanciata da Rodrigo. Quattro diversi periti smentiscono
questa ipotesi, mostrando che è impossibile che una pietra abbia causato quel
tipo di lesione, che la distanza era troppo grande, che tutti hanno visto il
vaso tirato dalla Narkopenya: ma non c’è niente da fare – la menzogna diventa la
versione ufficiale. Ogni allusione al palazzo occupato e al vaso lanciato da lì
dentro sparisce; il caso del poliziotto mandato in coma ha un colpevole, ed è un
anarchico cileno di nome Rodrigo – un capro espiatorio perfetto per colpire
insieme sia gli immigrati che i dissidenti politici, con il poliziotto mandato
in coma come vittima innocente. Nel 2008 arrivano le sentenze: tre anni di
carcere. Per omicidio! Era evidente che sia i giudici che i poliziotti sapevano
benissimo che erano innocenti. In carcere entra anche Patricia, che c’entra
ancora meno degli altri tre.
La madre di Rodrigo, Mariana Huidobro, intanto si era trasferita dal Cile a
Barcellona per difendere il figlio. Trova una grande rete di supporto, decine di
persone che lavorano quotidianamente gratis per smontare le menzogne che hanno
portato Rodrigo in carcere – finanziandosi solo con le feste, le donazioni, la
vendita di magliette, spillette e adesivi. Pure Amnesty fa un dossier sul caso,
a novembre 2007. Anche Patricia Heras ha una grossa rete di sostegno da parte di
decine di amiche e compagne sue, soprattutto queer, un ambiente che in quel
periodo a Barcellona era esplosivo: la compagna di Patricia era Diana
Torres, autrice e performer molto conosciuta. E qui viene la parte più dolorosa
di tutta la storia. Dopo tre anni di carcere, Patricia ottiene la semilibertà:
ogni notte deve tornare a dormire in carcere, ma di giorno può stare fuori. Per
mantenersi, però, deve tornare a lavorare. In carcere aveva trovato un certo
equilibrio, un gruppo di detenute con cui aveva bellissimi rapporti. La
semilibertà, paradossalmente, distrugge questo equilibrio. La vita scissa tra
dentro e fuori, tra il carcere del lavoro e il carcere vero e proprio, ha la
meglio su di lei: nell’aprile del 2011 si suicida, buttandosi dal settimo piano.
Lo stesso anno del suicidio di Patricia si apre uno scenario completamente
imprevisto. In una festa nella zona del porto turistico, in una delle discoteche
del centro commerciale Maremagnum, un ragazzo di Trinidad y Tobago finisce in
una rissa con due energumeni che avevano molestato la sua compagna. I due sono
poliziotti fuori servizio: il ragazzo viene preso e portato in commissariato,
dove subisce anche lui delle torture, che però sono riprese dalle telecamere di
sicurezza. Ma Yuri non era un nero qualunque, come credevano i suoi aguzzini.
Era il figlio del console di Trinidad y Tobago. Esplode un caso: i video vengono
resi pubblici, e i due poliziotti sono condannati.
Si dà il caso però che i due poliziotti, Victor Bayona e Bakari Samyang, fossero
gli stessi le cui dichiarazioni avevano fatto condannare Rodrigo, Alex, Juan e
Patricia. A quel punto il caso del 4F si riapre: due videomaker iniziano un
crowdfunding per un documentario, e con l’aiuto dei giornalisti de La
Directa riescono a rintracciare tutti i protagonisti. Il Comune, la polizia,
naturalmente fanno muro; ma anche alcuni degli arrestati non avevano più voglia
di parlare. “Quanti neri devi torturare prima di trovare il figlio di un
diplomatico?” dice uno degli autori. Ma soprattutto, il documentario spiega che
il caso del 4F è inserito in un omicidio più ampio: quello che ha come vittima
la città stessa. La gentrificazione che proprio in quegli anni stava uccidendo
la vita sociale di Barcellona, aveva trovato l’intoppo di quei corpi non
conformi alle sue regole – le loro sofferenze erano l’effetto diretto della
violenza urbanistica. Come disse la giudice che archiviò il caso di fronte
all’evidenza delle menzogne dei due poliziotti torturatori: “Potete portarmi
altri mille come voi, ma io crederò sempre alla polizia”.
Le istituzioni fanno quadrato intorno ai loro elementi più perversi, e la paura
è molto più forte di quello che crediamo. Tra le centinaia di persone che erano
alla festa nel teatro occupato quella sera, nessuno ha mai dichiarato di aver
visto chi ha lanciato il vaso – il che basterebbe per riaprire l’intero caso.
Addirittura Ada Colau, che prima di essere eletta aveva nominato Patricia Heras
nella sua campagna elettorale, da sindaca non riuscì mai a “fare un gesto” per
far uscire la verità sul 4F. Lo racconta la madre di Rodrigo, Mariana Huidobro:
“Mi è rimasto un sapore amaro in bocca. In che mondo viviamo? Com’è in realtà la
polizia? Che poteri ci sono lì dentro che fanno così paura? Perché un Comune
dove ora c’è una donna guerriera, nonché un amico e un’amica che sono stati
parte della campagna per il 4F, non possono lavorare senza doversi proteggere le
spalle? Sono sicura che tutto è molto più oscuro e malato di quello che
immaginiamo. È quello che ho imparato: che la realtà è molto più terribile della
finzione”.
Venti anni dopo, continuiamo a sorprenderci di quanto siano false le illusioni
che proiettiamo sulla realtà. Con le parole di Patricia Heras, marzo 2008:
Ho tagliato la gola alla mia illusione,
l’ho appesa a un semaforo cieco
e ho visto come si dissanguava, incredula,
borbottando nervosa,
ho visto il dolore brillare molto vicino,
si è spento nascosto dietro il suo misero destino.
Apro la scatola, ed è vuota.
(stefano portelli)