Riceviamo e diffondiamo:
Il 20 luglio e il 3 agosto, ore 18:00
torniamo sotto le infami mura del carcere “La rocca” di Forlì
Per chi sta dentro e resiste al caldo e alla tortura della reclusione; per noi
che stiamo fuori che ritroviamo ogni volta lo spirito dello stare assieme, per
un’ideale pratico, in strada!
Ricordando che la lotta per la liberazione dex compagnx arrestatx il 16 giugno
non sarà terminata finché anche Pietro non sarà nuovamente con noi!
Ricordando che la lotta per la liberazione di tuttx lx nostrx compagnx e di
tutte le persone ingabbiate, non finirà fino a che non crollerà questa infame
società!
TUTTX LIBERX!
FUOCO ALLE GALERE!
Riceviamo e diffondiamo:
25e26 luglio manifesto 59 x 84
Per contatti: lasolitaminestrama@anche.no
Riceviamo e diffondiamo
A ventiquattro ore dallo sgombero del Bencivenga a Roma -avvenuto dopo la ri
occupazione dello stabile, già sgomberato lo scorso giugno nell’ambito
dell’inchiesta sui sabotaggi alla linea ferroviaria ad alta velocità – le forze
dell’ordine sono intervenute a Milano per mettere fine all’occupazione
universitaria del Settore occupato Città Studi (SOCS). Stamattina all’alba,
numerosi celerini, digossini e altro personale di polizia hanno fatto irruzione
negli immobili di via Celoria 26, di proprietà dell’Università Statale, occupati
dal 2024 in sostegno al popolo palestinese, rimanendo in forze a presidiare
l’intera sede universitaria, durante gli ultimi giorni della sessione estiva.
Durante l’assedio poliziesco, si è formato un presidio di solidarietà nel
piazzale di chimica di città studi, settore didattico, raggiungibile da Via
Golgi 19. L’invito è quello di andare lì e rimanere aggiornatx sul canale
telegram @soscmultiverse, le iniziative sono in continuo aggiornamento!
Una guardia carceraria ha colpito il leader palestinese a una gamba con un
proiettile di gomma. La famiglia denuncia l’assenza di cure mediche e una lunga
serie di aggressioni. La Lega Araba chiede un’inchiesta internazionale.
Da Pagine Esteri di Eliana Riva
Marwan Barghouti è stato ferito a una gamba da un proiettile di gomma sparato da
una guardia carceraria israeliana.
Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo
gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla
gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha
denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro
episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il
figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa
settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.
La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito
di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha
visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto
l’accusa.
Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti
è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e
ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro
israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il
leader palestinese appariva visibilmente debilitato.
La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale
d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti.
In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno
politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato
centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti.
È iniziato la mattina di lunedì 13 luglio, al Tribunale di Torino, il processo
ai danni di cinque attivisti minorenni, di età comprese tra i 16 e i 18 anni,
sul banco degli imputati per aver partecipato alle mobilitazioni di massa dello
scorso autunno per la Palestina e contro il genocidio per mano israeliana.
Da Radio Onda d’Urto
Due di loro si trovano in carcere minorile da sei mesi. All’esterno del
Tribunale si è tenuto un presidio di solidarietà.
Il collegamento di Radio Onda d’Urto con Omar, attivista di Torino per Gaza e
del Ksa.
Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage
trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo
promozionale.
Da notav info
Nell’articolo che Repubblica dedica al cantiere della Torino-Lione a firma
Beniamino Pagliaro non manca nulla: gli eroi, la montagna da conquistare, il
futuro radioso, i cattivi e perfino la morale finale. Se non fosse per la
testata in cima alla pagina, potrebbe tranquillamente essere una pubblicazione
di TELT.
Il problema non è raccontare un cantiere, è più che legittimo farlo ci
mancherebbe. Il problema è farlo cancellando il conflitto che quel cantiere
rappresenta da oltre trent’anni e tutte le sue contraddizioni, chiare e alla
luce del sole.
Entrare nel cantiere «restituisce la giusta misura», scrive il giornalista.
Curioso. Fino a quel momento pensavamo che la misura di un’infrastruttura la
dessero i dati, i costi, i benefici, gli impatti ambientali e il confronto
democratico. Scopriamo invece che basta una visita guidata organizzata da TELT
per trovare quella “giusta”. È questo, in fondo, il cuore dell’articolo.
Ancora più sorprendente è il passaggio in cui leggiamo che «è l’uomo che chiede
spazio alla natura, si fa strada con la forza dell’ingegno». Sembra di leggere
un cinegiornale dell’Istituto Luce. L’uomo che piega la montagna. La natura che
deve farsi da parte. L’esplosivo come simbolo del progresso.
Solo che siamo nel 2026.
Mentre le Alpi perdono ghiacciai, le estati diventano ogni anno più torride e
gli eventi estremi si susseguono con una frequenza che ormai nessuno può più
fingere di non vedere, c’è ancora chi riesce a raccontare cariche di esplosivo
che frantumano una montagna come se fossero il trionfo dell’ingegno umano.
Peccato che il reportage dimentichi di raccontare anche l’altra faccia della
medaglia. Sul versante francese, ad esempio, il cantiere continua a fare i conti
con difficoltà ben diverse dalla retorica del progresso: la talpa Viviana ha
incontrato problemi geologici che ne hanno rallentato sensibilmente
l’avanzamento e in Val Maurienne continuano a emergere preoccupazioni per gli
effetti dei lavori sulle risorse idriche. Non sono dettagli: sono parte della
storia. Eppure, nell’epopea raccontata da Repubblica, non trovano spazio.
L’ingegno sarebbe un’altra cosa.
Sarebbe raccontare anche ciò che non funziona. Sarebbe chiedersi se quest’opera
serva davvero. Sarebbe avere il coraggio di dire che forse la migliore
infrastruttura è quella che non devasta altro territorio quando esiste già una
linea ferroviaria internazionale largamente sottoutilizzata. Sarebbe misurare il
progresso non in metri di galleria scavati, ma nella capacità di evitare opere
inutili.
Poi arriva uno dei passaggi più surreali dell’articolo. Ci viene spiegato che il
progetto è stato modificato perché «il territorio non era d’accordo (ed è stato
ascoltato)».
Ascoltato?
Il territorio non ha mai chiesto qualche ritocco progettuale. Il territorio ha
chiesto l’opzione zero.
Ha chiesto di non costruire una nuova linea perché quella esistente ha ancora
enormi margini di utilizzo.
Dire che il territorio è stato ascoltato perché sono state cambiate alcune parti
del progetto è come sostenere che una persona sia stata ascoltata dopo averle
risposto: “Ti ho sentito, ma faccio comunque quello che avevo deciso.”
C’è poi un altro particolare che colpisce. L’articolo parla di un’opera
«realizzata al 30%» e di «50 chilometri già scavati», senza spiegare al lettore
che cosa significhino davvero questi numeri. In quella percentuale rientrano
anche opere preparatorie e gallerie di servizio, mentre il tunnel di base è ben
lontano dall’immagine di un’opera ormai avviata verso il traguardo che il
reportage suggerisce. Anche i numeri, quando vengono privati del loro contesto,
possono diventare uno strumento di narrazione.
Ma il passaggio che più colpisce è forse un altro.
Da una parte, quella francese, ci sarebbe stata una protesta “dignitosa”.
Dall’altra, quella valsusina, ridotta a “totem politico”, “violenti”, “residui”.
Da quando Repubblica distribuisce patenti di dignità ai movimenti sociali?
Chi stabilisce quale protesta è degna e quale no?
Un quotidiano dovrebbe raccontare un conflitto, non assegnare pagelle morali a
chi dissente. Soprattutto quando quel dissenso dura da oltre trent’anni, ha
coinvolto migliaia di persone, amministratori locali, tecnici, ricercatori,
comitati e intere comunità.
Infine arriva l’argomento che non manca mai: i No Tav usano l’Alta Velocità e
poi si lamentano se il treno non raggiunge i 300 chilometri orari.
Davvero questo sarebbe il livello del dibattito?
Nessuno ha mai contestato l’esistenza dei treni. Nessuno è contrario al
progresso.
Il movimento No Tav contesta un’opera precisa, per ragioni precise: la sua
utilità, il suo impatto ambientale, il suo costo economico e il fatto che esista
già una linea ferroviaria internazionale ampiamente sottoutilizzata.
Ridurre tutto a una caricatura serve soltanto a evitare il confronto nel merito.
È una vecchia tecnica di delegittimazione: invece di discutere gli argomenti, si
costruisce uno stereotipo dell’avversario e lo si prende in giro.
Per oltre trent’anni il movimento No Tav è stato accusato di fare propaganda,
poi si legge un articolo come questo e diventa difficile capire dove finisca il
giornalismo e dove cominci la comunicazione di una grande opera.
Un quotidiano nazionale dovrebbe raccontare anche ciò che disturba il racconto
ufficiale: i dati che non tornano, le criticità ambientali, le ragioni del
dissenso, i dubbi sull’utilità dell’opera.
I soldi che non ci sono e che l’Europa non darà mai.
Quando tutto questo scompare e rimane soltanto un’epica del cemento, della
montagna da conquistare e del futuro già scritto, non siamo più davanti a un
reportage.
Siamo davanti a un’operazione di costruzione del consenso.
Ed è questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Contenti voi!
CENA BELLAVITA E RADIO MOBILE AL MEZCAL SUAT
Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)
(mercoledì, 15 luglio 17:30)
LA CLASSIC, EASY E MIRABOLANTE CENA BELLAVITA DEL MERCOLEDÌ DEL MEZCAL!
Assieme a noi ci saranno i nostri amici e le nostre amiche di RBO che per questo
mercoledì, dalle 17:30 in poi, hanno deciso di spostare fisicamente le loro
trasmissioni e la radio al Mezcal Squat. Non perdetevi l'occasione di poter
assistere a una trasmissione in diretta in mezzo al parco, non ve ne pentirete.
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Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si
basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti
trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.
SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!
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COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT
BUS : 33 - CP1 - 76
TRENO : FERMATA COLLEGNO
METRO : FERMI
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NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
Matinée fuori orario estivo, Dj Tutti Frutti e Dj Fritto Misto ad accompagnare
un classico lunedì di fuoco .. tracklist evaporata
A venticinque anni dal G8 di Genova, la Suprema Corte dovrà stabilire se le
torture commesse da pubblici ufficiali costituiscano un reato autonomo. Una
decisione destinata a segnare il confine …
di Eliana Riva* Una guardia carceraria ha colpito il leader palestinese a una
gamba con un proiettile di gomma. La famiglia denuncia l’assenza di cure mediche
e una lunga serie …
Ucciso un giovane colombiano durante un’operazione anti-immigrati. Aveva 26
anni, un permesso di lavoro e viveva regolarmente negli Stati Uniti. Ancora una
volta la versione ufficiale parla di un’auto «usata …