SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione
Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione: AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18
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Ancora sulle basi USA in Italia
Per affrontare in modo compiuto il dibattito pubblico – mai finito – sulle basi militari americane in Italia sarebbero necessarie tre constatazioni. La prima è che gli Stati Uniti dichiarano di avere 47 attive in Italia, 34 maggiori e 13 minori, come riporta l’ultimo Base Structure Report pubblicato dal Dipartimento della Difesa (ora della Guerra!) americano, relativo all’anno 1 2025. È un inventario di beni federali all’estero, che indica anche il “valore di rimpiazzo” (Plant Replacement Value) dei beni immobili costruiti nelle basi, un corrispettivo di circa 19,5 miliardi di dollari che l’Italia dovrebbe restituire al contribuente americano nell’ipotesi di un totale ritiro delle truppe USA. La seconda constatazione riguarda il macroscopico cambiamento avvenuto tra fine degli anni Ottanta e inizio dei Novanta nel significato strategico e tattico della presenza militare degli Stati Uniti in Italia. Prima, questa presenza era motivata – nel clima di aspra contrapposizione della guerra fredda – con la difesa dell’Italia e dell’Europa sudoccidentale da una temuta invasione comunista. Dopo il 1991, con la riunificazione tedesca e lo scioglimento del Patto di Varsavia, gli Stati Uniti e la Nato hanno abbandonato gran parte delle basi in Italia – circa un centinaio, secondo una ricerca promossa da Weapon Watch – per mantenerne invece poche decine, riaggiornate però secondo le necessità della propria proiezione militare su un vasto scacchiere, dall’Africa settentrionale al Mar Nero, dal Medioriente al Golfo persico e all’Oceano indiano. Questo cambiamento corrisponde anche al profondo continuo aggiornamento tecnologico degli armamenti e della guerra, e alla dimensione globale assunta ormai dai conflitti. Tuttavia la trasformazione della presenza militare USA in Italia, da “difensiva” a “offensiva”, è evidente ed è confermata dalla tipologia di armamenti schierati di stanza sul territorio italiano, incluse le bombe nucleari adattabili ai caccia multiruolo F-35. La terza constatazione riguarda l’autonomia dei rappresentanti eletti dal popolo, quando hanno dovuto accettare i limiti “politici” imposti da una massiccia presenza militare USA sul territorio nazionale e in un quadro che oggi proietta questa presenza in scenari di attacco, al di là delle formule retoriche via via portate a giustificazione (guerra umanitaria, guerra al terrorismo, guerra preventiva). Questi limiti sono storici, cioè hanno preceduto e accompagnato la stessa nascita – ottant’anni fa – della Repubblica italiana, dal momento che la presenza di truppe USA e basi militari USA data dallo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) e da allora è stata costante e senza soluzioni di continuità. I “padri costituenti”, che pure valutarono la necessità di vietare in costituzione la firma dei trattati segreti per impedire al potere esecutivo di aggirare il controllo parlamentare su decisive questioni di politica internazionale, alla fine ripiegarono su un testo (articolo 80) privo del divieto. Aprirono così la strada alla serie di trattati segreti che l’Italia repubblicana ha sottoscritto per regolare e sistematizzare la presenza militare americana. I due principali trattati segreti furono firmati nel 1954 dal governo presieduto da Mario Scelba (vicepresidente Giuseppe Saragat), e costituirono il precedente giuridico-diplomatico per altri successivi protocolli segreti anche riguardanti le basi militari americane, come ha puntigliosamente ricordato lo stesso ministro della difesa Guido Crosetto lo scorso 7 aprile alla Camera dei deputati. Nella stessa seduta, il ministro ha fatto un resoconto dettagliato dei voli da due delle principali basi italiane occupate dalle forze armate statunitensi, in un periodo compreso tra 2018 e 2025. Lo riportiamo qui in forma di tabella. Il ministro Crosetto durante l’informativa alle Camere del 7 aprile 2026. Il 24 giugno scorso il segretario della Nato Mark Rutte ha affermato, in un’intervista a Foxnews, che gli alleati europei hanno sostenuto fortemente le operazioni militari americane contro l’Iran (la campagna “Epic Fury”), concedendo le proprie basi per 4-5.000 voli e costituendo una piattaforma di forte proiezione per gli Stati Uniti. Ha poi fatto l’esempio dell’Italia: «For example Italy. Five hundred US planes took off from US bases in Italy to support Epic Fury. This is massive!». Parole che spazzano via ogni tentativo di minimizzare la partecipazione attiva dell’Italia al conflitto contro l’Iran. Invece lo stesso ministro Crosetto pochi giorni dopo ha smentito Rutte e ribadito che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche, logistiche e di supporto, escludendo categoricamente voli o missioni di natura cinetica (cioè combattive o offensive). Il segretario della Nato, Mark Rutte, nell’intervista rilasciata a Foxnews il 24 giugno 2026. L’osservatorio Weapon Watch raccoglie da anni le prove (le trovate sul sito web www.weaponwatch.net) che confermano la partecipazione dell’Italia a molti conflitti armati scoppiati negli ultimi anni, dalla Libia all’Ucraina, dallo Yemen a Gaza e ora all’Iran. Partecipazione che ha comportato sia la cessione di materiale militare da parte delle forze armate italiane, che l’invio di armamenti prodotti in Italia – principalmente dal gruppo Leonardo – o prodotti all’estero e transitati da porti e aeroporti italiani. Tutto ciò nega il ripudio costituzionale della guerra e viola la Legge 185 del 1990. L’Italia è entrata in tutte le guerre volute da Washington, così come sta sostenendo quelle volute a Tel Aviv. È sconcertante che un governo come quello attuale, che in ogni sede internazionale si è speso per dimostrare il suo sostegno all’amministrazione Trump, autoproclamandosi nel ruolo di “miglior amico degli Stati Uniti”, voglia oggi negare la propria responsabilità circa le inevitabili conseguenze di questo atteggiamento. [vedi anche il precedente articolo sullo stesso tema; https://www.weaponwatch.net/2026/01/26/per-una-ricognizione-sulle-basi-straniere-in-italia/ ]
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Riflessioni sull’operazione repressiva del 16 giugno, appello alla mobilitazione dal 10 al 12 luglio e conto corrente per gli inquisiti
Riceviamo e diffondiamo: ALCUNE RIFLESSIONI, E UN APPELLO ALLA MOBILITAZIONE, IN SOLIDARIETÀ ALLX COMPAGNX ARRESTATX E INQUISITX NELL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnx ostaggx dello stato! Sono passati dieci giorni da quando, all’alba, in varie parti dello stivale, compagnx si svegliavano con i colpi degli sbirri alle porte ed alle barricate; dieci giorni da quando hanno sigillato col cemento il Bencivenga; dieci giorni in cui si è dormito poco, bestemmiato molto, pensato e riflettuto. Abbiamo bisogno di trasformare l’universo di emozioni e sensazioni che abbiamo dentro attraverso le parole; abbiamo bisogno di ritrovarci nel calore della solidarietà, di un agire concreto che spezzi il dispositivo più atroce della repressione: l’isolamento. Vogliamo altresì ambire a riflessioni ed analisi che siano all’altezza dei tempi davvero complessi e gravi che stiamo vivendo per provare a farne, invece, un momento propizio. Anche se con la fretta dell’ennesima ghigliottinata alle nostre relazioni di complicità, avvertiamo la priorità di far uscire qualche concetto che, a caldo, consideriamo cardine per la lettura di questa ennesima indagine antianarchica. Ci troviamo di fronte ad un copione che mescola vecchi e nuovi strumenti repressivi in un contesto connotato da profondi mutamenti sociali ma, esistendo tante e più approfondite analisi sul presente che viviamo oggi, vogliamo concentrarci non tanto sul tratteggiare il contesto-mondo nel quale viene calata dal dominio questa operazione, quanto più cosa questa operazione ci dice del mondo. Gli ingredienti che vengono citati ripetutamente, al fine di persuadere un GIP a firmare la carcerazione dex nostrx compagnx, parlano del contesto di alcune lotte che si sono sviluppate, in italia, negli ultimi anni. E da qui cerchiamo di partire. Ci riferiamo principalmente alla lotta contro al 41bis che, in qualche forma, secondo chi scrive, ha trovato dei rapporti di continuità nelle mobilitazioni per la Palestina, sviluppatesi con forti connotati antiautoritari (nel primo caso squisitamente anarchici) e che, crediamo, sia importante rivendicare come un tassello del nostro presente di conflitto. Di quei giorni e mesi di rabbia e azione non devono essere le carogne di tribunali, giornali o caserme a parlare per noi, ma quando lo fanno, citandoli esplicitamente come movente della repressione, ci sembra che sia fondamentale soffermarsi sul portato che ha avuto ed avrà, ciò che abbiamo messo, e che metteremo, in campo. Forse non c’è stato il tempo (o la voglia) di analizzare approfonditamente quello che si è giocato in quelle strade e in quelle piazze ma l’operazione repressiva del 16 giugno muove i suoi passi anche da lì e quindi ci pare sensato interrogarci sul perché. Il potere parte dalla necessità che lx anarchicx devono essere isolatx, mistificatx, sbattutx sui giornali quando lx si arresta, e poi ritornare nel dimenticatoio della storia. Così, in parte, lo stato riesce a gestire l’esistenza di un’idea-pratica che porterà alla sua distruzione ed estinzione della sua ragion d’essere: il dominio. Quando lx anarchicx invece non sono più alienx ma sono presenti nello spazio pubblico e i loro slogan sono sulle bocche di persone “insospettabili” o quando nelle manifestazioni di massa alcuni temi e pratiche dell’anarchismo si diffondono, ecco che lo stato decide di dare un segnale più forte di altri. La repressione non serve, infatti, solo a tentare di spezzare dei legami consolidati, fiaccare animi e corpi, diffondere allarme tra lx nemichx dell’ordine, ma anche a dissuadere potenziali complici da unirsi ax “cattivx maestrx”. La grandinata di denunce e arresti e misure preventive nei confronti di quellx che si definiscono attivistx è lì a testimoniare che, certo, questo governo è più zelante di altri nel reprimere fino al semplice dissenso, ma questa furia castigatrice ci dice anche che il leviatano deve colpire per mantenersi in vita, scagliandosi sempre più spesso e sempre più violentemente contro lx proprx oppositricx. È la logica stessa della guerra: prosegue solo se hai nemici sempre freschi da combattere e da dare in pasto alla parte di popolazione soggiogata dai rigurgiti patriottici. Fortunatamente esistono ancora – e sempre esisteranno – minoranze agenti che non solo disertano l’arruolamento patriottico delle coscienze, ma cercano anche di sabotarlo. In questo senso leggiamo lo sgombero di un luogo storico del movimento anarchico, della controcultura, dell’opposizione alla vita metropolitana mercificata: ci tolgono gli spazi perché è nell’attraversarli assieme (siano essi piazze, squat, cascine, montagne) che si creano legami e possibili cospirazioni. Ci tolgono i nostri luoghi anche per farla finita con la nostra storia, che così come la questione palestinese ci dice, è visceralmente connessa ai territori che abitiamo, in cui lottiamo. In ogni contesto di guerra la compressione dello spazio pubblico deve essere massima, figuriamoci sopportare l’esistenza di un’isola di alterità così sfacciata com’è sempre stato il Bencivenga. E se di guerra si parla è perché tutto nell’azione della repressione parla il linguaggio bellico: la prova muscolare d’irruzioni sbirresche coi passamontagna calati in faccia; l’apposizione, a mo di sfregio fascista, del tricolore sulla porta appena murata del Benci, che cosa sono se non una diapositiva della guerra che a macchia di Leonardo è già in atto contro chi sceglie la via della ribellione o percorre, per moto centrifugo della storia, il grande esodo dell’esclusione dai privilegi? E cosa è stata la celebrazione dei giochi di Milano-Cortina, contro i quali l’azione di sabotaggio dei treni di cui si parla nell’indagine si è scagliata come un fulmine, se non una gigantesca e multimilionaria parata di guerra? (che trova nell’ostentata presenza delle truppe ICE il suo apice) Il fatto che lo stato, nelle sue stesse vene o arterie – le infrastruttre di trasporti e telecomunicazioni – possa essere ostacolato, indebolito, sabotato, rallentato, è intollerabile per un istituzione totalitaria che si identifica, al netto dei formalismi democratici-liberali, essenzialmente con la sua stessa tensione alla guerra, esterna come interna. Guerra non dichiarata che chiamiamo normalità. Le armi che si dispiegano in questo stillicidio contro la ribellione e l’alterità, allo stato attuale dell’organizzazione sociale, non sono più rappresentate dal plotone d’esecuzione che si schiera d’innanzi allx condannatx, piuttosto un dedalo di sofisticati tranelli e tagliole che prendono il nome di leggi. Con questo non vogliamo dire che la legge sia uno strumento repressivo nuovo (è purtroppo vecchio quanto l’autorità) ma che assistiamo ad una forma di pan-penalizzazione e pan-normatività, nel contesto italiano, che ci attanaglia, e questa particolare forma di repressione causa tutta una serie dispecifiche conseguenze in noi che la subiamo e vi resistiamo. Inoltre l’arsenale dello stato italiano si è incredibilmente arricchito di nuovi strumenti repressivi negli ultimi anni (senza mai tralasciare di oliare strutture ben rodate e indispensabili come, appunto, il 41bis) e questo, si badi bene, non lo imputiamo alla natura fascista dei governanti attuali: mai come oggi ci permettiamo di dire che democrazia e fascismo sono esattamente due facce della stessa medaglia, intercambiabili e possibilmente coesistenti. Un articolo, tra gli altri, che questa indagine scaglia sul capo dex nostrx compagnx, e che ha giustificato l’arresto di due di loro (arresto che, a parità di condizioni, solo un anno fa non sarebbe avvenuto) che ci pare necessiti un’urgente presa in carico da parte nostra è il 270quinques terzo. Il così detto “terrorismo della parola”. Se infatti sono anni, decenni, che ci confrontiamo con accuse legati ai reati associativi (270bis) il fatto di punire la semplice detenzione di materiale cartaceo o virtuale che possa essere considerato da lor signori come terrorista, apre la porte a scenari di arresti (in flagranza!) facilissimi per i nostri repressori. Il 270quinques terzo, a differenza del secondo (autoaddestramento) a detta dex legali, è estremamente ostico da smontare in sede processuale perché non vi è la necessità da parte del PM di dimostrare alcuna intenzionalità nel “passare all’azione”: il semplice fatto di possedere uno scritto incriminato può condurci in galera. Questa legge sembra fatta proprio apposta per un movimento, come quello anarchico, dove gli scritti hanno sempre avuto grande e numeroso risalto sia nella crescita individuale, sia nella propaganda. Queste le suggestioni che abbiamo ritenuto, dopo confronti tutti da approfondire, di condividere per tracciare un minimo comune terreno di azione e di discorso sul quale vogliamo chiamare la mobilitazione per la solidarietà a chi è statx arrestatx, perquisitx, inquisitx, imprigionatx in casa propria. Sentiamo forte in questo momento la spinta a fare sì che la repressione non sia mai e poi mai vissuta come una questione privata (benché si parli di un contesto che non è quello anarchico, il suicidio di due attivisti per la Palestina, a Torino, posti agli arresti domiciliari, ci dà un sanguinario polso della situazione) e vogliamo, in chiusura di questo testo, chiamare alla mobilitazione in solidarietà ax compagnx colpitx nell’operazione del 16 giugno. Proprio per uscire dall’angolo, proprio per riportare nella dimensione pubblica il fatto che c’è un mondo che si sta disfacendo e del quale possiamo accelerare la caduta, costruendo nel mentre quel sogno difficilissimo e irrinunciabile che è l’anarchia. Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnx ostaggx dello stato: ognunx nei modi che riterrà opportuno, come sempre diciamo, per uscire dall’angolo della presa male e rilanciare la nostra voglia di ribaltare questo dannato presente. La libertà è possibile e tangibile, nella lotta per la liberazione. Solidarietà e complicità con lx arrestatx, perquisitx, inquisitx del 16 giugno! Nico, Micol, Pietro, Giu, Luna, Bibi, Toni, Ste liberx subito! Tuttx liberx, fuoco a tribunali e galere! Alcunx compagnx solidalx   Di seguito diffondiamo gli estremi del conto sul quale versare benfit e contributi economici per l’operazione del 16 giugno: D’ORA IN AVANTI FATE RIFERIMENTO SOLO A QUESTO CONTO. Giovanna di Romano IT67E3608105138259570159586 Numero Carta PostePay 5333174809836489
Stato di emergenza
Blackout come occasione?
La civiltà industriale moderna non è riducibile all’economia né al semplice gioco degli interessi. Va compresa come organizzazione del vivente secondo rapporti di costrizione, misura ed equivalenza funzionale. In questo quadro, la categoria moderna di energia è il dispositivo attraverso cui il mondo diventa disponibile. È ciò che Simone Weil chiama «gravità»: un ordine in cui gli esseri cessano di apparire nella loro singolarità e diventano elementi intercambiabili di un funzionamento generale, mentre l’agire umano si riduce ad adattamento. La dipendenza non costituisce dunque un effetto accidentale della modernità, ma la sua forma costitutiva: l’integrazione degli individui nei circuiti del tecno-capitale come risorsa mobilitabile e sacrificabile dal loro stesso metabolismo. La guerra contemporanea rende visibile questa struttura nella sua forma più estrema, attraverso il conflitto per il controllo di strozzature strategiche, come Hormuz. L’interruzione dei flussi energetico-informazionali costituisce anche un momento di rivelazione della dipendenza vitale — mobilità, alimentazione, riscaldamento, comunicazione, salute — e un possibile terreno di conflitto sulla sua stessa forma, che i possibili scenari di «lockdown energetico» vorrebbero amministrare attraverso una gerarchia degli accessi. La crisi energetica, tuttavia, rimanda, tornando a Simone Weil, a qualcosa di più profondo: la degradazione dell’energia umana necessaria all’azione, quando una convinzione non riesce a tradursi in atto e si disperde in parole prive di efficacia. La questione non riguarda più soltanto quale energia alimenti il metabolismo della macchina – e sempre più della vita -, bensì quale slancio resti disponibile per interromperne il funzionamento. Qui alcuni interventi portati alla discussione “Lockdown energetico o blackout come occasione?” durante la Taz contro la guerra vol. 2, il 22 maggio a Torino:
guerra
BIOMETRIA E SPORT – OPERAZIONE ISRAELIANA SU CRISTIANI IN U.S.A. – PALANTIR VS MISTRAL@1
Estratti dalla puntata del 29 giugno 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia SORVEGLIANZA BIOMETRICA, SPORT E VULNERABILIZZAZIONE Partiamo da un’analisi del contratto recentemente stipulato tra la WNBA (lega del basket professionistico femminile statunitense) e l’organizzazione delle giocatrici, dal quale emerge la normalizzazione dei cosiddetti “wearables”: dispositivi biometrici indossabili per estrarre dati sulle condizioni di salute e le prestazioni fisiche. La sorveglianza biometrica delle atlete apre a scenari di vulnerabilizzazione, quali l’utilizzo del loro corpo trasformato in dati nelle fasi di assunzione o di rinnovo del contratto, ma anche di commercializzazione degli stessi. Se possiamo osservare queste dinamiche all’interno di un contesto relativamente privilegiato come lo sport professionistico, immaginiamo quanto dispositivi per il monitoraggio delle performance della forza lavoro (bossware) possano comprimere ulteriormente le tutele e incrementare i margini di sfruttamento. OPERAZIONI ISRAELIANE NEGLI USA Il Dipartimento di Intelligence Militare statunitense (DIA) a emanato un’allerta sulle attività portate avanti dai servizi segreti israeliani sul territorio statunitense. Ripercorriamo alcuni casi eclatanti, come quelli di Jonathan Pollard nel 1987 e di Lawrence Franklin nel 2004, o la recente clemenza di un procuratore israelo-americano (Sigel Chattah) rispetto a casi di adescamento di minori e di potenziale bioterrorismo che coinvolgevano cittadini israeliani, per arrivare all’ultimo fenomeno emerso: un modulo FARA (Foreign Agents Registration Act) dal quale si evince l’interesse da parti di attori sionisti nel manipolare le opinioni delle comunità cristiane americane. / / / Vedi anche il ruolo di Black Cube (agenzia di intelligence privata israeliana) nelle elezioni 2026 in Slovenia IL POTERE DI PALANTIR E L’ASCESA DI MISTRAL Nella puntata precedente avevamo descritto la cornice all’interno della quale si sta producendo lo svincolamento dell’intelligence francese da Palantir, oggi torniamo sul tema cercando di osservare il livello di pervasione di questa struttura di potere tecnologico all’interno della “cosa pubblica”. Partiamo dall’elenco delle strutture governative statunitensi colonizzate da Palantir per descrivere il livello di implementazione della Technological Republic teorizzata dal suo CEO Alex Karp, ci soffermiamo sulle sue recenti espansioni in ambito militare, per arrivare ai tentativi di concorrenza da parte della francese Mistral AI:
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bello come una prigione che brucia
Macerie su Macerie – PODCAST 29/06/26 – Il diritto penale totale
Negli ultimi anni il dibattito sulla repressione sociale si è spesso basato sulla “teoria del diritto penale del nemico” per descrivere la tendenza a costruire categorie di soggetti considerati strutturalmente pericolosi e, proprio per questo, destinatari di una tutela giuridica progressivamente indebolita o persino a un declassamento totale a figura di “nemico pubblico”. La riflessione di Filippo Sgubbi (1945-2020), studioso di scienza del diritto, mostra il problema di questo strumento giuridico come ancor più grave e generale, come qualcosa che riguarda e mette in pericolo anche coloro i quali pensano di essere sotto il riparo di una “vita giusta”. Infatti, nella sua analisi, il diritto penale ha progressivamente assunto la funzione di principale criterio di intelligibilità della realtà sociale, diventando il linguaggio attraverso cui vengono interpretati fenomeni appartenenti un tempo alla normalità della vita associata e oggi affidati sempre di più ai tribunali. A Macerie su Macerie proviamo a offrire alcune riflessioni di contesto e vi proponiamo un contributo audio di Sgubbi sui diversi livelli di problematicità del diritto penale oggi.
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On the road nel Nord Est
“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. di Paolo Lago da Carmilla E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività policentrica, queer e metamorfica. Il loro movimento continuo attraverso le strade del Nord Est è un espediente conoscitivo che non scaturisce da una volontà predeterminata ma dalla casualità. Doriano e Carlobianchi si muovono esclusivamente per andare a “bere l’ultima”, il cosiddetto “bicchiere della staffa” e per questo motivo sarebbero capaci di spostarsi, in piena notte, da un capo all’altro della loro terra, il Veneto. Perché Le città di pianura è un film strettamente legato al territorio, un esperimento di mappatura dei luoghi – rigorosamente senza l’utilizzo di Google Maps – che attua una riscrittura creativa del territorio stesso. Contemporaneamente fiabesco e reale, quello spazio che pare scaturito da un “capriccio” del Veronese che osserva Giulio (un altrettanto bravissimo Filippo Scotti) nella villa del Conte, è forse allora il protagonista indiscusso del film. I personaggi nomadici, lanciati in una dimensione picaresca on the road alla ricerca del bicchiere della staffa, possiedono uno sguardo particolare – forse magico e fiabesco – sullo spazio che attraversano, un po’ come Totò e Ninetto nei film-fiaba di Pasolini (penso a Uccellacci e uccellini e a La Terra vista dalla Luna), che si trovano a solcare le periferie romane nel momento della trasformazione del boom economico. Fra cantieri e segnaletiche strampalate, fra spazialità lancinanti che verranno cementificate, i due si muovono come folletti straniti in un’età dominata da un cieco sviluppo. Non troppo diversa è l’età, quella contemporanea, in cui si muovono Doriano e Carlobianchi: anche adesso il territorio appare continuamente soggetto a scempi paesaggistici, a distruzioni, a cambiamenti inaspettati. Fiabeschi e marginali, a volte i due si trovano in mezzo a personaggi ancora più straniti, ma stavolta in senso negativo (ma che pure si pensano ‘normali’), storditi e ‘zombificati’ dallo sviluppo e dal conformismo. Come nel momento in cui si recano nel locale in stile far west lungo la strada per Venezia dove, sorseggiando una birra, Doriano osserva: “Sembra di stare negli Stati Uniti”. E in effetti si trovano in mezzo a ragazze con cappelli da cow boy che si muovono meccanicamente al suono di folk music, fra musicisti agghindati anch’essi alla cow boy e bandiere americane. Le persone spente, stranite e zombificate che si trovano nel locale sono forse una metafora della società contemporanea, dell’incapacità degli individui di sentirsi vicini al proprio territorio in modo positivo e propositivo. Forse, invece, i frequentatori del locale sono capaci di essere vicini al territorio solo in modo deleterio e negativo, con tutte le implicazioni sovraniste, razziste e leghiste, un po’ come i frequentatori dei bar che si lamentano delle gestioni cinesi in un altro bel film ambientato nel Nord Est, Io sono Li (2011) di Andrea Segre. Mentre loro sono dentro a stonarsi nel loro universo fatto di America e di cow boys, fuori dal locale Carlobianchi si fa offrire una sigaretta da un curioso personaggio, un tedesco che gira l’Italia per vederla prima che gli italiani la distruggano e che sta cercando il cantiere dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, che sembra un aggiornamento 4.0 dei cantieri solcati da Totò e Ninetto nei film di Pasolini. Mentre una gran parte di paese passa il suo tempo nell’indifferenza e nel qualunquismo, quello stesso paese viene progressivamente vandalizzato e devastato dal potere, con la tacita connivenza di molti. Nel loro movimento continuo, i personaggi sembrano poi metamorficamente assumere connotazioni provenienti da altre storie e da altri film. Ad esempio, quando ‘agganciano’ Giulio, giovane studente di architettura, in una Venezia notturna alla festa per la laurea di Giulia Antonia, di cui è segretamente innamorato, i due assomigliano un po’ al Bruno Cortona-Vittorio Gassman in Il sorpasso (1962) di Dino Risi che, a sua volta, ‘aggancia’ e si porta con sé il timido Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), innamorato di una sua compagna di università che vive in Versilia. Come il personaggio di Trintignant (ma in una storia, stavolta, con happy end), Giulio è sempre sul punto di abbandonare i due per tornarsene a casa, alla sua vita ‘seria’ fatta di studio. Senonché, i due fiabeschi folletti avranno il compito di incoraggiarlo e di instradarlo verso la sua amata che, guarda caso, abita a Verona, città da innamorati. Nel momento in cui Giulio sale sul treno per recarsi dalla ragazza non riesce a capirsi con Carlobianchi, che gli dice qualcosa quando le porte sono già chiuse; allo stesso modo, alla fine di La dolce vita (1959) di Federico Fellini, Marcello (Marcello Mastroianni) non riesce a capire le parole di una ragazza che gli parla da lontano sulla spiaggia. Carlobianchi, poi, nella sua continua ricerca di sigarette che non compra perché – dice – “io non fumo”, può far pensare al personaggio di Domenico (Erland Josephson) in Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, che chiede sempre una sigaretta perché non fuma dicendo: “bisogna imparare a non fumare, bisogna imparare a fare le cose importanti”. Dori, Carlobianchi, Giulio e anche Genio (Andrea Pennacchi), il vecchio amico tornato dall’Argentina, sono legati al territorio ma anche estranei: se Dori e Carlobianchi sono fiabescamente marginali, Giulio, studente di architettura a Venezia, è ‘straniero’ in quanto napoletano e Genio ritorna come un forestiero dopo un lungo soggiorno in Argentina. Lo vediamo in immagini poetiche mentre attraversa territori sconfinati insieme ai lavoratori del posto, o sperduto in bivacchi notturni dove, appunto poeticamente, la sua figura potrebbe evocare i versi di Dino Campana dedicati al periodo trascorso dal poeta in Argentina: “Quiere Usted Mate? Uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare il silenzio della Pampa. Le tende si allungavano a pochi passi da noi seduti in circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna” (D. Campana, Canti orfici, Rizzoli, Milano, 1989, p. 183). E il territorio, sotto lo sguardo dei personaggi, non cessa di cambiare. Spariscono vecchi luoghi del cuore, autentici e popolari, stritolati dalla macina sfrenata dello sviluppo, come la trattoria della Mery dove i tre amici si recavano a mangiare le lumache mentre le vecchie case vengono abbandonate e nuove autostrade e veloci vie di comunicazione si apprestano a devastare antichi giardini e ville storiche. La narrazione on the road di Le città di pianura srotola un movimento picaresco che fotografa in tanti flash il territorio del Nord Est e i suoi spazi, lembi di terra ormai preda del degrado e della solitudine, specchio dell’intero paese. Per guardare allo spazio circostante i personaggi sembrano scegliere una specie di contro-spazio, la Tomba Brion, costruita dall’architetto veneziano Carlo Scarpa e rimasta incompiuta, che si configura quasi come una eterotopia foucaultiana. Da questo luogo ‘altro’, diverso, separato dal contesto quotidiano, Doriano e Carlobianchi, insieme a Giulio, scrutano campi abbandonati e villette a schiera tutte uguali che si susseguono nella eterna periferia delle “città di pianura” del Nord Est. Città blandite e ferite, come la working class che le abita, da crisi su crisi e da cinici esponenti del capitale come il Cavalier Fadìga (Roberto Citran), pronto a premiare, appunto cinicamente, l’operaio Sossai (che ha lo stesso nome del regista) nel giorno del suo pensionamento. Eppure, lo sguardo incantato dei personaggi, perennemente on the road per andare “a bere l’ultima”, sembra poter sovvertire qualsiasi convenzione e normalizzazione, qualsiasi cinismo nascosto nelle pieghe della calma piatta quotidiana. Perché la stessa passione per il bere che li caratterizza, più che un vizio moralisticamente da condannare, appare come un ulteriore legame culturale con lo spazio che li circonda e una spinta aperta alla socializzazione, in una successione pressoché infinita di incontri, contro l’individualismo imperante. “Andiamo a bere l’ultima?” è la risposta popolare e sociale, intrisa della cultura del popolo, all’individualista, volgare, elitaria e ignorante “Milano da bere” degli anni Ottanta. La ricerca continua del “bicchiere della staffa” sembra assumere i tratti della ricerca dell’”antica festa” in un mondo ormai ‘tecnicizzato’, secondo quanto scrive Furio Jesi riguardo alla trilogia La bella estate (1949) di Cesare Pavese. Come nota Jesi, “le «feste» dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva, ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile” (F. Jesi, Letteratura e mito, Einaudi, Torino, 1968, p. 163). La ricerca dell’ultimo bicchiere è quasi un legame impossibile con il mito, il prolungamento di una socialità arcaica sconosciuta all’universo della tecnologia che devasta gli spazi in nome del profitto e che, dopo avere cementificato quegli stessi spazi, ha costretto gli individui nelle solitudini domestiche di fronte ad apparecchiature elettriche ed elettroniche, che siano il televisore degli inizi, lo smartphone o una smart TV con piattaforme a pagamento; è il legame diretto con le dinamiche ancestrali del saper stare insieme oggi inesorabilmente perdute. Lo sguardo dei personaggi, tra una birra, un vinello e una grappa, legge, mappa e ama follemente il territorio e la sua gente, almeno fino alla prossima devastazione.
La cronaca della protesta all’arrivo del volo da Tel Aviv a Elmas, dentro e fuori il terminal
Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata. All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas. Di Lisa Ferrelli da Sardegna oltre la cronaca Dentro è fuori. L’antropologo francese Marc Augé inserisce anche gli aeroporti nella categoria dei cosiddetti “non-luoghi”. Imbarco, sbarco, controlli. Spazi alienanti e transitori in cui le persone che li attraversano vengono inglobate tendendo all’anonimato e diventando – in questo caso – passeggere. Quello che però sostiene chi critica la teoria dei non-luoghi di Augé, è che qualsiasi luogo, anche quello più asettico, può assumere un significato particolare per un gruppo di individui. E che il concetto di vuoto sociale, nello sguardo che considera l’essere umano come animale sempre relazionale (con la vita così come con l’ambiente in sé), difficilmente sussiste. Domenica mattina, l’aeroporto di Cagliari Elmas è stato tutto fuorché un non-luogo. La chiamata alla mobilitazione è arrivata da Unica per la Palestina, collettivo informale di studenti e studentesse dell’Università di Cagliari nato per fermare gli accordi tra UniCa e Israele, in solidarietà col popolo palestinese. “Scendiamo in piazza come fronte unito in diverse città sarde – scrivono – per manifestare contro la presenza sionista nelle nostre università, contro il turismo sionista e contro i gravi fenomeni che brutalizzano il nostro territorio”. L’appuntamento nello scalo sardo era legato alle proteste conseguenti l’arrivo (iniziato da circa un mese) di voli provenienti da Tel Aviv. Il sospetto di chi manifesta è che a bordo vi siano riservisti dell’esercito israeliano accompagnati dalle famiglie per trascorrere un periodo di “decompressione” in Sardegna, ma non solo. Ancora prima, è il collegamento diretto tra la Sardegna e la città israeliana ad alimentare la base del dissenso, dal punto di vista del “legame” con uno stato accusato di genocidio ma anche rispetto a un’altra questione, forse la più centrale di tutte: la partecipazione di civili all’attività militare è considerata un tratto distintivo e identitario della storia di Israele. È previsto infatti un servizio militare obbligatorio a partire dai 18 anni (2 anni e 8 mesi per gli uomini e 2 anni per le donne) che riguarda anche i cittadini israeliani all’estero e chi ha doppio passaporto. Tracciare quindi una linea tra civili e militari, tra chi è parte attiva o meno dell’oppressione del popolo palestinese (considerato anche il fatto che dopo il periodo di leva obbligatoria si viene solitamente inseriti nelle liste dei “riservisti”, pronti ad essere mobilitati in caso di necessità) può essere difficile. Ma il tempo del genocidio non ammette indifferenza, soprattutto tra le fila di chi cerca di porre l’attenzione verso la sistemica negazione del diritto all’autodeterminazione che caratterizza da decenni la vita delle persone palestinesi. E la complessità ottiene quindi come reazione un messaggio che passa in maniera univoca e che accoglie chiunque esca dal terminal arrivi. “Sionisti andate via”, “Stop al genocidio, sionisti ammazza bambini”. LA CRONACA DEI FATTI Dentro, al piano terra dell’aeroporto Mario Mameli di Elmas, i passeggeri del volo in arrivo da Tel Aviv escono dall’area extra-Schengen. Il volo LY05487 atterra alle 9:35. Ad accogliere chi arriva c’è una comitiva di circa cinque persone, due di loro sventolano una piccola bandiera israeliana. Le porte si aprono e sono loro a salutarli e a dargli il benvenuto in terra sarda. Una delle prime persone a varcare la soglia è una donna, ha con sé una grande valigia scura. La comitiva la accoglie e la informa del fatto che nello spazio esterno è in corso una manifestazione pro Palestina, suggerendole altre uscite. «Io sono italiana ma amo Israele – risponde – allora uscirò così». Si inchina, apre la valigia e tira fuori una bandiera israeliana dirigendosi verso l’uscita, nell’applauso della comitiva di supporters. Con una mano tiene il bagaglio, con l’altra sventola il vessillo bianco e blu. Fuori, nel marciapiede esterno tra l’ingresso A e l’ingresso B dell’area arrivi, è il luogo del dissenso. La donna esce, alza in alto la bandiera mentre quelle che in totale sono una quarantina di persone in protesta sventolano bandiere palestinesi, tengono alti vari striscioni e gridano in coro. “I criminali di guerra non sono benvenuti”, “Palestina libera”, “Vergogna”. Lo scontro è verbale, ma la Polizia si frappone mantenendo le distanze. La donna ride e manda baci ai manifestanti. Tra questi ultimi c’è chi si rivolge al dispiegamento di forze dell’ordine (una ventina di agenti della Polizia di Stato, con la Digos presente sul posto) chiedendo perché non interrompano la provocazione. La risposta ribadisce le disposizioni emanate 24 ore prima: “non potete inseguire le persone”. Le prescrizioni della Questura volte a garantire “i rigorosi standard di sicurezza, fluidità della circolazione pedonale e veicola” dell’aeroporto, circoscrivono tempi, luoghi e modalità di svolgimento della manifestazione. I partecipanti dovranno permanere “esclusivamente” sul marciapiede esterno dell’area arrivi. Non si possono seguire o affiancare i passeggeri, la protesta deve essere statica, non sono ammesse forme di contestazioni “dirette” nei confronti dei passeggeri. E i volti devono essere scoperti. Le forze dell’ordine filmano ogni minuto della protesta ma per l’occasione «non c’è un’organizzazione particolare», spiegano. «Anche perché la situazione è abbastanza tranquilla, si vuole garantire il dialogo». Nel frattempo, il numero di persone che varcano la soglia degli arrivi aumenta. Dentro, la comitiva filo-israeliana resta in postazione, bandierine alla mano. Ribadiscono il loro benvenuto: alcuni ricambiano, altri no. Si guardano intorno, ma non vogliono parlare. Anzi. Evitano domande però chiedono di “provare” che chi scrive sia davvero una giornalista: «Ma io non ci credo», ridono. Uno di loro scatta delle foto, segue e punta l’obiettivo sulla giornalista in modo continuativo, all’interno dell’area aeroportuale così come all’esterno, restando per diverso tempo a distanza ravvicinata. Alla richiesta sul perché insista col seguire e scattare, risponde: «Perché faccio quello che voglio». Una condotta che sembrerebbe travalicare la generica documentazione dell’evento. Nel frattempo, fuori, la protesta non si ferma. Un uomo esce dalle porte scorrevoli dell’aeroporto, attraversa il presidio e, senza fermarsi, sibila: «Stupidi». Pochi minuti dopo una donna sfila davanti ai manifestanti sollevando una collana con quella che appare come una stella di David; ride in faccia al gruppo. Le risposte restano corali: bandiere al vento, striscioni in alto. «Pace, giustizia e libertà per il popolo palestinese», recita un cartello. «A foras sos sionistas», si legge su un altro. Spunta anche «baby killers», in riferimento a quanto di recente confermato anche dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu. Bambini e bambine palestinesi sarebbero stati deliberatamente presi di mira e uccisi da forze di sicurezza israeliane, elemento – sostenuto da prove – ritenuto rilevante per valutare l’intento genocida. “Una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”, si legge nel rapporto. Non mancano però anche attestazioni di solidarietà: alcune persone che lavorano in aeroporto si fermano e, a margine, esprimono accordo con il presidio, prevedendo un’estate segnata da «queste tipologie» di nuovi arrivi. L’aria, nel caldo di fine mattina, pulsa sul coro: «Pa‑le‑sti-na li‑be‑ra». Sono le 11:30 e le persone in protesta lentamente, se ne vanno. (NON) LUOGO Dentro è fuori, e viceversa. La Palestina entra ed esce dai terminal insieme ai passeggeri diventando causa universale, senza sospensioni. La continuità del transito incontra la continuità del dissenso, secondo l’idea che nemmeno (o forse, soprattutto) un aeroporto debba restare neutro: in tempi di genocidio, anche i luoghi di passaggio possono diventare luoghi di posizionamento. È lo sguardo a determinarli.