𝐂𝐇𝐈𝐔𝐒𝐔𝐑𝐀 𝐄𝐗 𝐈𝐋𝐕𝐀 – 𝐒𝐀𝐋𝐔𝐓𝐄 – 𝐁𝐎𝐍𝐈𝐅𝐈𝐂𝐇𝐄 –
𝐋𝐀𝐕𝐎𝐑𝐎 𝐃𝐈𝐆𝐍𝐈𝐓𝐎𝐒𝐎 – 𝐀𝐋𝐓𝐄𝐑𝐍𝐀𝐓𝐈𝐕𝐄 𝐄𝐂𝐎𝐍𝐎𝐌𝐈𝐂𝐇𝐄
Da decenni Taranto vive un conflitto che non dovrebbe esistere: quello tra
salute e lavoro. Sabato 17 ottobre: 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚 𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞!
Ritrovo alle 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟔:𝟎𝟎 𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚𝐥𝐞 𝐃𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐞.
La produzione siderurgica ha lasciato sul territorio un costo enorme in termini
sanitari, ambientali, sociali ed economici. Ed ha condizionato per troppo tempo
le possibilità di immaginare e costruire un modello di sviluppo diverso per la
città.
𝐏𝐫𝐞𝐭𝐞𝐧𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐞𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞
𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐢 𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐬𝐚𝐧𝐜𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚
𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚
𝐂𝐡𝐢𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨:
– chiusura del polo siderurgico e l’avvio di decontaminazione e riconversione
delle aree;
– bonifica dell’intero SIN di Taranto, con tempi, risorse e responsabilità
definite;
– intervento speciale dello Stato per Taranto e la sua provincia, che trasformi
i danni subìti in investimenti in: salute pubblica, servizi, ambiente,
conoscenza e qualità della vita;
– piano per il futuro di Taranto: formazione, ricerca, innovazione, nuove
competenze, riqualificazione professionale dei lavoratori e opportunità per le
nuove generazioni;
– rilancio sociale, culturale, ambientale ed economico del territorio, capace di
creare lavoro e nuove prospettive che garantiscano sia la salute che il lavoro.
Chiudere e bonificare è necessario. Ma non basta.
Taranto ha bisogno di costruire ciò che viene dopo.
Ora la voce passa a TARANTO
Consulta il documento della manifestazione qui: https://bit.ly/3VPYV3k
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞?
– Stampare la locandina da qui https://bit.ly/4jHROUq in formato A3 o A4 e
affiggerla nelle attività della tua zona
– Stampare i volantini da qui https://bit.ly/4y4lMFV in formato A5 fronte/retro
e distribuirli
– Condividere i post dei nostri canali social. Invitare contatti all’evento
Facebook che trovi qui https://www.facebook.com/events/1072582692435507
Come raggiungere piazzale Democrate?
Apri il link https://bit.ly/4rSQhNG e fatti guidare da Google Maps
Scopri l’itinerario cliccando qui https://bit.ly/4B1pB1o
#ondadelfuturo#taranto#exilva#manifestazione#TarantoLibera
Dopo la decisione della Cassazione francese, Gino si presenta alla polizia
tedesca. Si apre una nuova fase del caso Budapest. Solidarietà agli imputati e
opposizione internazionale al neofascismo. Giovedì sera …
In continuità con le interviste fatte in questi giorni agli agricoltori in
mobilitazione in tutta Italia, ci siamo collegate con Gabriele Ponzano,
presidente del nodo di Agricoltori Autonomi Italiani di Alessandria, e membro di
COAPI (Coordinamento Agricoltori Pescatori Italiani). Ponzano ci aggiorna
sull’ultima, partecipata assemblea dell’associazione, la scorsa settimana.
Da questo incontro è emersa chiaramente l’intenzione di muoversi insieme agli
agricoltori del sud Italia, ma anche ad altri cittadini e cittadine per opporsi
all’aumento dei costi di produzione, al caro energia e al carovita. Proprio in
questa prospettiva, sono diversi gli agricoltori e le agricoltrici che sabato 17
ottobre parteciperanno alla piazza chiamata a Torino ore 15 in piazza Castello.
La prima parte di Resetclub riserva il giusto spazio alla musica dub techno,
creando un’atmosfera profonda e ipnotica, ideale per l’inizio della puntata. Il
dirigibile elettronico solca così l’etere torinese, mentre diversi stili
musicali si alternano per lasciare l’ascoltatore in un piacevole limbo. Yashin
ha selezionato per voi le tracce di Last Life Frenk Dublin Thor Scientific
Dreamz Of U Fabrizio Lapiana Rookas Ray Kajioka Mariel Ito Marc Houle Ekman
Umwelt Demian Crossover Network Pav Anthony Rother. Label: Echo LTD AE
Recordings Pinkman Attic Music Semantica Denude Lone Romantic There Is A Light
Zodiak Commune Records A4H.
Non sappiamo se a qualcuno di voi lettori sia capitato di vedere il rendering
della nuova stazione internazionale di Susa. A primo impatto, per gli amanti del
genere, ricorda molto l’arena del secondo Hunger Games. Una struttura lucida,
asettica, piantato in mezzo a una valle martoriata (ma che i designer di TELT ci
tengono a ritrarre tutta verde, piena di alberi, assolutamente priva di tutta la
colata di cemento che piano piano sta invadendo il nostro territorio).
Ma i tributi, cari lettori, in questo film che purtroppo non è un film, siamo
noi. La valle, i suoi abitanti, chi da trent’anni si oppone a questo scempio.
Mercoledì 14 ottobre TELT ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale Europea il bando
per la stazione internazionale di Susa: 155 milioni di euro per un’opera
inutile, obsoleta prima ancora di nascere.
Ma parliamo dell’argomento preferito, parliamo di soldi.
Nel 2012, quando fu presentato il progetto, si parlava di 48,5 milioni. Poi ad
un certo punto si è passati ad 80. Oggi siamo arrivati a 155. Parliamo di più
del triplo in dieci anni. E non finisce qui: c’è pure la tranche opzionale per
tre anni di manutenzione, cioè altro denaro pubblico gentilmente regalato.
Ma d’altronde, cosa aspettarsi dalla macchina mortale che come un fastidioso
parassita continua a insinuarsi sul nostro territorio? E soprattutto cosa
aspettarsi dall’amministrazione segusina, che mai si è esposta contro
quest’opera né interessata alla salute e al benessere dei suoi cittadini?
Nel siparietto da circo che si erge attorno a quest’ennesimo futuro cantiere che
attanaglierà la Val di Susa, c’è anche Bussoleno, dove, secondo la sindaca
Zoggia (la quale ora è molto arrabbiata per non aver avuto la sua fetta di
torta) la stessa stazione sarebbe costata meno di 10 milioni se costruita nel
suo comune, sfruttando in parte lo snodo già esistente.
Insomma, oltre al danno la beffa, in una valle che avrebbe proprio bisogno di
tutti quei soldi per risolvere ben altri evidenti problemi, a partire dalla
sanità e dall’istruzione, passando per un possibile potenziamento della già
esistente linea ferroviaria.
Ma come al solito, le decisioni vengono prese altrove, dall’alto, sulla nostra
pelle.
Non che la stazione la volessimo a Bussoleno, sia chiaro: non la vogliamo da
nessuna parte, però diciamo che manca proprio il buon senso. Non siamo stupiti,
ma ogni tanto superano le aspettative.
Intanto, mentre loro parlano di soldi, di dove costruire la loro arena dentro
alla quale potremo combattere all’ultimo sangue per un tocco di pane, fuori dai
cantieri e dalle sale decisionali la gente comune fa i conti con la realtà. Per
andare dal benzinaio conviene prima fare un salto a mano armata in banca, perché
abbiamo ormai superato i 2 euro al litro, le famiglie faticano ad arrivare a
fine mese e a fare la spesa, e con l’arrivo dell’inverno i costi dei
riscaldamenti toccheranno le stelle.
Dei veri e propri giochi della fame sulla pelle dei pochi, di chi ingiustamente
non ha voce in capitolo.
Da trent’anni ci propinano la favola delle merci che passano dalla gomma alla
rotaia, ma ribadiamo che i numeri li smentiscono ogni volta. Nel 2008 sulla
linea storica del Frejus passavano 4,6 milioni di tonnellate di merci. Le
previsioni ipotizzavano un raddoppio in dieci anni, con tassi di crescita del
3,3% annuo — superiore a quello del PIL — e coefficienti di elasticità degni di
un esercizio di fantasia dei migliori. Gli stessi tecnici della Comunità Montana
le definirono anomale. E infatti: la saturazione della linea storica è stata
spostata dopo il 2030. Nel frattempo, per far quadrare i conti, hanno aggiunto
treni regionali e metropolitani al conteggio, quanto bastava per far apparire i
numeri sostenibili.
Oggi la realtà è ancora più brutale.
I collegamenti dall’Alta Valle, da Bardonecchia e dalla Francia con la stazione
di Susa richiederanno autobus e camion, alla faccia del riequilibrio modale. E
comunque chiunque abbia un minimo di buon senso sa che le merci su rotaia
arrivano solo se la stazione è attaccata ai luoghi dove le merci devono entrare.
E non è questo il caso.
Mentre si pubblica il bando per Susa, i cantieri sono un cimitero di promesse
non mantenute e di scheletri di progetti incompleti.
In Italia non è stato scavato un metro di tunnel e la Francia stessa è dubbiosa.
La cara talpa Viviana continua a scavare 1,5 metri al giorno contro i 12
previsti, nonostante Manuela Rocca, vicedirettrice generale di TELT, alla
conferenza tenutasi con la cittadinanza a Susa, sostenga che non ci saranno
ritardi.
Pare un po’ una presa per i fondelli.
I 155 milioni della stazione di Susa sono l’ennesima tassa che paghiamo per un
progetto imposto dall’alto, che da trent’anni promette un futuro di sviluppo e
prosperità che fatichiamo a vedere. La partita per fermare questa follia
continua ad essere aperta.
NO TAV. Ora e sempre.
Questa settimana in Francia alla protesta studentesca si sono unite diverse
università con la partecipazione di istituti che nella storia non hanno mai
scioperato.
Le caratteristiche di questo movimento sembrano piuttosto inedite, così come lo
attesta una possibile convergenza di cui si avrà un primo riscontro sabato 17
ottobre, tra componente studentesca, lavoratori e dimensione legata al movimento
dei Gilet Jaunes.
Ne parliamo con Luna, docente e ricercatrice a Paris VIII
ABITARE IL CAOS A PARTIRE DAL TETTO, DOVE RITROVARSI STRALUNATI
Una rassegna organizzata dai compagni di El Paso Occupato ci pone di fronte
all’obbligo di improvvisare qualche parola sensata su un film culto, che è stato
impronta per il resto degli anni Novanta e che ha ispirato il nome della nostra
trasmissione: costretti a rievocarlo e promuoverlo (spoilerando per poter
trovare nel suo finale una spiegazione al suo successo) dopo vari anni
dall’ultima visione e aggrappandoci al ricordo, perché abbiamo scoperto un’ora
prima della trasmissione – perché storditi e distratti da innumerevoli stimoli
diversi – che questa sera stessa 8 ottobre proprio il film Delicatessen sarebbe
stato proiettato negli spazi di via Passo Buole. Ne è scaturito questo surreale
scambio di idee e sensazioni, che comprendono considerazioni sul cannibalismo
(da Tabù a Il Gran Bollito, ma anche il cibo come disperato oltrepassamento di
ogni limite de La Grande Abbuffata, citati alla rinfusa sulla falsariga
dell’antropofagia di Delicatessen, fino alla colta citazione che però più si
avvicina al film di Jeunet e Caro: Il Mistero di Sleepy Hollow, ambientato in
una casa con le cantine teatro degli sgozzamenti del barbiere di Tim burton),
sui padroni di casa in una Francia postapocalittica scavata nel grottesco
putrido, ma anche sullo stimolo della fame, che coinvolge tutti e convince alle
nefandezze, finché l’amor vicit omnia. E questo finale da innamoratini di Peynet
sarebbe il messaggio, a ben vedere, di un film dove un ex clown sopravvive
grazie alla sua abilità di artigiano versato in ogni mestiere e il segreto del
suo attrezzo – un coltello di scena che magicamente torna al lanciatore – salva
la comunità dal cattivo macellaio, con l’aiuto dei vegetariani “trogloditi” dei
sotterranei. Una favola con lieto fine immersa nel gore, ma soprattutto in
dettagli di oggetti, situazioni, strumenti “iconici” prima che l’aggettivo
diventasse una parolaccia. I critici di “Taxi Driver” scrivono: «Il fulcro del
cambiamento non è il personaggio, ma l’assetto stesso del film. L’incipit è
dominato da un registro cupo e macabro, espressione di una comunità che ha
deliberatamente adottato una visione del mondo deformata e violenta. Tale
impostazione viene subito problematizzata: l’opera è presentata come una scelta
fallace, e la trama si dedica a mostrarne il progressivo superamento.Il
mutamento di tono non costituisce un semplice espediente stilistico, ma
rappresenta la conseguenza diretta dell’introduzione di una figura capace di
reintrodurre dinamiche vitali all’interno del gruppo». Ecco: il messaggio di una
potenziale palingenesi salvifica prodotta dall’irruzione di un’interpretazione
diversa (la clownerie della tradizione transalpina) del mondo persino a partire
da un abisso di abiezione –moltiplicata dal tabù del cannibalismo – come quello
introdotto all’inizio della pellicola.
AMALGAMARE IL COACERVO TEMPORALE, MA CON LA SENSAZIONE CHE LA DIFFERENZA DEI
MONDI SIA DI CLASSE
A completare l’aura transalpina della pellicola di Jeunet e Caro, che 35 anni fa
erano fumettisti e pubblicitari – esponenti di un mondo che avrebbe influenzato
enormemente il cinema – alla ricerca di un linguaggio che arrivasse surrealmente
a dipingere il mondo capitalista che si stava mangiando tutto, perché il cibo
cominciasse a capire quale fosse il suo ruolo, abbiamo accennato a un’altra
piccola chicca realizzata da Pascal Bonitzer, il bravo ragazzo di bottega dei
“Cahiers du Cinéma” subentrato alle responsabilità della redazione quando i
ragazzi della Nouvelle Vague passarono alla regia. Ha proseguito il suo ruolo di
epigono della cultura francese e ultraottantenne ha realizzato Maigret – L’amore
e la morte (Maigret et le mort amoureux), un film tratto dal romanzo del 1960
di George Simenon Maigret et les vieillards, ritradotto da Adelphi come Maigret
e i vecchi signori nel 2008, ma più efficacemente proposto da Mondadori nel 1962
come Maigret e gli aristocratici. Perché insistere su questa filologia
apparentemente accademica? Perché il film, come il libro, si cimenta con
un’operazione che è denunciata da una battuta disegnata da Bonitzer sul
personaggio del vecchio reverendo con palandrana (riconducibile al mondo di
Bernanos): «Alcuni non vivono lo stesso tempo», per legittimare lo scrupolo
della governante, che avrebbe sparato al già cadavere ex ambasciatore per
consentirgli esequie cristiane, che sarebbero state negate a un suicida in
un’epoca passata, benché aristocratico. Ma Bonitzer rende esplicito che non si
trattava di un suicidio, mentre Simenon lascia in sospeso. Quello che sia
Simenon che Bonitzer (entrambi animati dalla stessa repulsione per il mondo
aristocratico) intendono mettere in scena è la compresenza di molte epoche, un
tempo diegetico composito del plot e dei protagonisti scaturiti da decenni
diversi, interrelandosi, emissari di molteplici epoche di una Parigi composita,
attraversata da figure ritagliate dagli stereotipi dei vari decenni a cominciare
dagli anni Quaranta fino al vituperato – dai puristi – spostamento
dell’intreccio letterario dagli anni della Nouvelle Vague ai primi anni Duemila
del film, dove la Francia di tutte le epoche interagisce, ponendo al centro la
figura di Maigret che ha attraversato molti decenni e infiniti interpreti, in
questo caso è un accademico di Francia della Commèdie (come si tiene a
specificare nei titoli), il cui abbigliamento, i modi proverbialmente compassati
si stagliano sulla scena senza appartenere a nessun tempo.
Almeno 15mila persone hanno sfilato per le strade di Massa Carrara nella
giornata di mercoledì 15 ottobre, giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la
prima udienza a carico dei manifestanti colpiti dall’andata repressiva contro il
movimento per la Palestina.
Da Radio Onda d’Urto
Il governo Meloni, a botte di decreti sicurezza, ha cercato di mettere un freno
alla straordinaria partecipazione alle proteste che hanno attraversato in
particolare l’autunno 2025 in Italia. A Massa uno spropositato numero di denunce
– almeno 37 – sono state comminate contro altrettanti attivisti e attiviste
massesi. La prima udienza a carico dei manifestanti, che si sarebbe dovuta
tenere ieri, è slittata a marzo 2027:
Quella di ieri, afferma il segretario generale della Cgil di Massa Carrara
Nicola Del Vecchio ai microfoni di Radio Onda d’Urto, “è stata una
manifestazione non solo per esprimere solidarietà agli indagati, ma anche per
denunciare quello che sta accadendo nel paese. Si cerca di limitare il dissenso
impedendo le manifestazioni. Dobbiamo continuare ad indignarci di fronte alle
ingiustizie esattamente come facemmo lo scorso ottobre”. Di fronte a un
genocidio, dice dalla piazza, “non possiamo voltarci dall’altra parte”.
“Viviamo in un contesto gravissimo, un contesto segnato dalle disuguaglianze che
stanno sempre più aumentando”, e “c’è una deriva bellicista che toglie risorse
alla sanità, ai trasporti, alla scuola per buttarle via nelle armi. Se di fronte
a tutto questo le persone vogliono dissentire, vogliono manifestare
pacificamente come previsto dalla Costituzione, ecco i Decreti Sicurezza: questo
è inaccettabile”, ha detto Rossano Rossi, segretario generale della Cgil
Toscana, alla partenza del corteo nell’ambito della giornata di sciopero
generale regionale indetta dal sindacato.
Ai sindacati, si sono uniti migliaia di giovani, studenti e studentesse,
organizzazioni e singoli cittadini. L’intervista a Nicola Del Vecchio,
segretario generale della Cgil Massa Carrara.
Raccogliamo alcune testimonianze inviateci dall’Albania riguardo alle recenti
mobilitazioni studentesche.
Ieri, a Tirana, il conflitto è proseguito non solo come il martedì, ma con
un’intensità ancora maggiore. Fiamme e barricate. La giornata è iniziata con il
boicottaggio delle lezioni da parte di studenti delle scuole superiori e
universitari per scendere in strada. L’appuntamento studentesco per la
manifestazione era fissato alle 14, ma spontaneamente la giornata è cominciata
molto prima. Barricate, tentativi di sabotare i mezzi della repressione, ruote
degli idranti lacerate. Prima tappa al Ministero dell’Istruzione, con un
tentativo di incendiarlo. Scontri. L’atmosfera è elettrizzante, piena di
entusiasmo, travolgente. Ragazze e ragazzi travisati salutano, in segno di
rispetto, donne anziane che li sostengono.
Arrivano le 14. Vengono incendiate le sedi di istituti di credito privati che
hanno rovinato famiglie intere, portando a suicidi. Si fa irruzione, a spinta,
nei palazzi governativi, usando pali sradicati e improvvisati come arieti.
Divampano incendi nel Ministero dell’Economia, nel palazzo del Primo ministro e
in Parlamento: principi d’incendio, poi spenti. Fa eccezione il palazzo del
Ministero della Giustizia, incendiato, tra video virali e una folla che esulta.
La protesta continua anche al calar del sole. Telecamere divelte. Nei quartieri
popolari viene devastata la sede di Intesa Sanpaolo, che opera, né più né meno,
come un istituto di credito oppressivo e neocoloniale. Distrutta la sede
centrale della Banca di Tirana. Gli arresti vengono impediti. Ragazze con
passamontagna che ballano con anziani in abito tradizionale. Scontri con le
guardie: chi le dà, chi le prende. Scudi rubati, auto della polizia incendiate.
Distrutto un commissariato, uno dei tanti in cui, in questi mesi, i manifestanti
venivano portati senza alcun motivo né spiegazione. Trattenuti per ore,
malmenati, mentre fuori li aspettavano amiche, solidali, compagni, gruppi di
riferimento, familiari.
Gli studenti, che l’altro ieri hanno deciso di irrompere in questo modo sulla
scena, hanno continuato a ripeterlo: hanno costretto il nostro popolo a fare
così. E il popolo, anziché dissociarsi, sostiene la protesta e si unisce al
livello di scontro o, quantomeno, lo sostiene. «Abbiamo manifestato
pacificamente per oltre 130 giorni. Siamo stati sbeffeggiati dai poteri, mentre
continuavano a emergere scandali di corruzione durante le proteste. Siamo stati
totalmente silenziati dai media internazionali. Umiliati per anni. Il ricatto
tra l’emigrazione all’estero, da stranieri, e gli abusi e le angherie nella
propria terra. Il ricatto si spezza. Anche con il fuoco.» Ci tengono a dirlo:
non siamo stati noi a volerlo. È conflitto, non violenza fine a sé stessa. Gente
buttata in strada senza più una casa, morta nelle corsie degli ospedali, rimasta
senza paga dopo mesi di lavoro per padroncini stranieri, costretta a emigrare. I
palazzi istituzionali sono assediati. Un amico e compagno, oggi, mi ha detto:
«Per forza, poi, fate i ministri AI!» Tirana, da ieri, è ingovernabile.
Letteralmente.
Da Roberto Hajadari
136esimo giorno di protesta consecutiva oggi a Tirana. Oggi, però, con un’enorme
novità: gli studenti avevano chiamato un grande sciopero con lo slogan
“Istruzione, non emigrazione”. Sin dalla mattina, folle si sono riversate nelle
strade. Ben presto il conflitto si è alzato a livelli altissimi: scontri,
barricate, cassonetti incendiati. E’ andato virale un giovane che, da solo, ha
affrontato sei guardie come un pugile, finchè non è stato fermato e massacrato.
Idranti della polizia e cariche violentissime, ma i giovani, a ogni attacco,
controattaccavano e controcaricavano. Così fino alle 18, quando la canonica
protesta pomeridiana e serale, è scesa in strada convergendo con gli studenti.
Il livello del conflitto, già altissimo nel corso della giornata, è rimasto
tale, anzi, si è ulteriormente alzato.
Fin’ora la protesta, questi 100 e passa giorni, è stata pacifica e determinata,
conflittuale ma entro i perimetri della resistenza agli abusi e alle angherie di
guardie private e statali. Oggi Tirana è un’enorme barricata illuminata dalle
fiamme da stamattina, e la notte è lunga, e la situazione è ingovernabile. Egli
studenti hanno chiamato, per domani, un enorme boicottaggio delle lezioni.
Come detto, sin dall’inizio è una protesta ambientalista e di classe,
decoloniale e per l’autonomia. Auto organizzata e senza partiti. E oggi, in
autonomia, la gioventù e gli studenti sono scesi in strada, chiamando la loro
protesta mattutin, dopo essere stati in prima linea fin dall’inizio. Ela piazza
serale, anzichè dissociarsi, si è unita a loro. Tutto il paese che si
contrappone al governo e al sistema bipartitico trentennale sta solidarizzando
con gli studenti e con il conflitto. Viva viva!
Da Elon Miloti
L’amministrazione Trump ha deciso di sanzionare la Corte penale internazionale
(Cpi) poche ore dopo che uno dei suoi ex giudici, la sudafricana Navi Pillay, è
stato insignito del Premio Nobel per la Pace. Lo riporta la Reuters che ha
ottenuto la dichiarazione del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, prima
dell’annuncio ufficiale.
“Il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di
perseguire cittadini americani – ha dichiarato Rubio -, ecco perché oggi gli
Stati Uniti sanzioneranno la Corte penale internazionale. Vieteremo le
transazioni con questa corte canaglia, tagliando le sue risorse e paralizzando
la sua capacità operativa”.
Invece, il 30 settembre, alla base di Quantico, Virginia, Pete Hegseth si era
esibito in questa massima, parlando alle giovani reclute e agli ufficiali
dell’esercito, “no fatties, no trannies, no weirdo, no beirdo”, che suona tipo
“no grassi, no trans, no strani, no barbe”. Nella stessa occasione, Hegseth ha
detto che tutti i soldati dopo una certa età dovevano sottoporsi a un test del
livello del testosterone, ma non solo. Nella stessa occasione, il segretario
alla Difesa ha annunciato che il Pentagono istituirà l’Autonomous Warfare
Command,
soprannominato “AutoWarCom“, un nuovo comando combattente a quattro stelle
dedicato all’ampliamento delle capacità di droni, robotica e intelligenza
artificiale in tutte le forze armate statunitensi.
La struttura del comando è ancora in fase di definizione. Il nuovo Autonomous
Warfare Command ha lo scopo di accelerare
le procedure di acquisto, collaudo e impiego dei sistemi senza pilota da parte
del Pentagono, con un obiettivo operativo fissato per ottobre 2027. Nel
frattempo, Hegseth ha indicato il Progetto Agincourt come un’iniziativa
transitoria volta a preparare il terreno, e ha annunciato che a breve verrà
nominato un comandante a quattro stelle per guidare permanentemente
l’AutoWarCom. Il
Responsabile del Portafoglio di Rapporti Diretti per i sistemi senza pilota, o
DRPM-UxS, ha inoltre assunto la supervisione delle iniziative esistenti, tra cui
la Joint Interagency Task Force 401, la Defense Innovation Unit e il Defense
Autonomous Warfare Group. Hegseth ha inoltre annunciato un’iniziativa separata,
Project Meridian, descrivendola come un progetto guidato
da personalità esterne per studiare il futuro della guerra, e ha presentato il
suo intervento di mercoledì come la prima parte di quello che, a suo dire,
diventerà un discorso annuale sullo “Stato delle Forze Armate”.
Le forze armate statunitensi stanno provando ad agire un cambio di paradigma. A
metà marzo 2026, il Dipartimento della Difesa ha annunciato di aver firmato un
accordo quadro con la startup della difesa Anduril Industries del valore massimo
di 20 miliardi di dollari. Si tratta di uno dei più grandi contratti singoli mai
assegnati da un’azienda della Silicon Valley al Pentagono e segna il culmine
provvisorio di una rapida trasformazione industriale che sta esercitando
un’enorme pressione sui tradizionali appaltatori della difesa come Raytheon,
Lockheed Martin e Boeing.
Il prodotto specifico menzionato nel contratto è Lattice. Si tratta della
piattaforma di intelligenza artificiale di Anduril che integra dati provenienti
da fonti eterogenee – sistemi radar, telecamere, sensori di droni, veicoli
terrestri e telemetria satellitare – in tempo reale, assemblandoli in un quadro
coerente della situazione. Ciò che prima richiedeva ore nei centri di analisi,
Lattice lo realizza in pochi secondi sul campo di battaglia.
Il sistema è in grado di generare mappe di battaglia tridimensionali,
classificare e dare priorità automaticamente alle minacce e fornire
all’operatore umano una base strutturata per il processo decisionale. In una
dimostrazione pubblica alla fine del 2024, Anduril ha presentato un’operazione
in cui un camion si avvicinava a una base militare statunitense. Il sistema
Sentry, basato sull’intelligenza artificiale, ha identificato il veicolo come
una potenziale minaccia e ha suggerito all’operatore di impiegare un drone da
ricognizione Ghost. L’operatore ha cliccato una sola volta: il resto è avvenuto
in modo autonomo. Nel momento in cui il camion è scomparso dietro una collina e
la telecamera ha perso il contatto, il drone Ghost lo aveva già individuato di
nuovo. Una sola persona, con un mouse e uno schermo, ha controllato l’intero
processo.
Ascolta la puntata:
.
A breve i link!
(archivio disegni napolimonitor)
A partire dal secondo dopoguerra, le donne italiane sono state protagoniste di
numerosi e variegati processi. Non solo la loro voce è diventata sempre più
chiara e distinta, ma l’organizzazione, i tempi e le possibilità delle loro vite
sono radicalmente cambiate. Di fronte a queste trasformazioni, un gruppo di
storiche e sociologhe ha avviato un percorso di ricerca collettivo. Il Griff –
Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile – è nato a Milano nel
1973 e ha messo al centro la figura della donna nelle diverse sfere della vita
sociale, a varie latitudini del paese, indagando il grado di consapevolezza con
cui ognuna viveva le trasformazioni in atto sul piano dell’esperienza
soggettiva.
“Mia mamma mi ha fatto sposare piccola. Vedete una volta i genitori se la
vedevano loro, non c’era il contatto che c’è adesso. Erano sempre distaccati,
non avevamo confidenza, non potevamo parlare con i genitori […]. Ho preso un
uomo con pochissima mia volontà, ma con la volontà dei genitori. Allora mi su
sposata. Mi sono accorta dal secondo giorno che mi sono sposata che avevo
sposato un uomo con cui non potevo essere in unione insieme, e ho sofferto
sempre”.
Questa breve testimonianza proviene dalla storia di vita di Carla, nata in
Calabria nel 1921, e si trova nel saggio di Renate Siebert-Zahar “È femmina però
è bella”. Tre generazioni di donne al Sud. La ricerca, pubblicata nel 1991 da
Rosenberg and Sellier, raccoglie le storie di tre generazioni di donne
imparentate tra loro: Siebert è partita dalle figlie, iscritte all’Università
della Calabria (nate tra il 1961 e il 1966), per risalire alle madri (nate tra
il 1928 e il 1942), e poi alle nonne (nate tra il 1901 e il 1921). Il saggio
contiene le voci di quarantacinque donne, dalle quali emergono percorsi
emancipatori drammatici, in molti casi dolorosi e mai realizzati o ancora opachi
e incompiuti.
Da questo fitto raccontarsi, passando da una generazione all’altra, emerge
innanzitutto una graduale conquista da parte delle donne calabresi della
possibilità di scelta. Dalla situazione senza sbocchi di nonna Carla riportata
all’inizio, dove “la società era l’equivalente della famiglia e l’essere
individuo era equivalente ad assumersi il ruolo di figlia, moglie e madre;
percorsi per i quali la trama era già stata scritta altrove, nel e dal destino”,
si passa alle dure fratture vissute dalle madri, che continuano a vivere
principalmente la sfera della famiglia, alla quale però si affiancano altri
ambiti, sempre più significativi; fino alle figlie, le studentesse
universitarie, che vivono più mondi e che si trovano a scegliere tra diversi
modelli culturali.
Ma facciamo un passo indietro. È femmina però è bella si trova al centro della
biografia intellettuale di Renate Siebert-Zahar. Sociologa, allieva di Theodor
Adorno a Francoforte, Renate si dedica negli anni della formazione al pensiero
di Frantz Fanon. Alla morte di Adorno nel 1969, lascia la Germania e si
trasferisce a Milano, dove trascorre due anni insegnando presso la Scuola
Superiore di formazione in sociologia, diretta allora da Laura Balbo. Insieme a
Balbo, e con altre sociologhe e storiche, nel ’73 fondano il Griff, con
l’obiettivo di indagare il ruolo che la donna andava assumendo nell’Italia del
boom economico e di legare le analisi teoriche con i contesti territoriali e di
vita delle studiose. In un’intervista dirà che è stata l’esperienza del Griff a
segnare il suo modo di rapportarsi alla ricerca e al femminismo, indicando i
rapporti con Balbo e con Adorno ugualmente significativi nella sua crescita
intellettuale. Non a caso, È femmina però è bella si apre con una dedica a Laura
Balbo, una citazione di Adorno e una prefazione di Luisa Passerini.
Nel 1974 le viene offerto un incarico presso l’appena fondata Università della
Calabria. Siebert accetta e vi si trasferisce. D’ora in avanti, i suoi interessi
di ricerca si intrecciano con la questione della modernizzazione del
Mezzogiorno, un processo complesso e contraddittorio di cui fornisce continui
ritratti dedicandosi alla condizione femminile, all’organizzazione della
famiglia, al ruolo della mafia e al potere dello stato. È femmina però è
bella viene ultimato dopo quasi vent’anni di insegnamento e vita in Calabria.
La Calabria, in effetti, è un’altra protagonista del saggio. Attraverso le voci
delle generazioni che la abitano, si delinea un territorio in cui cambiano i
sistemi di credenza, le persone abbandonano l’animismo, il rapporto magico che
le legava al mondo, per approdare a una cosmologia basata sulla
razionalizzazione e sulle libertà e volontà individuali che però si affermerà
solo in parte. Fenomeni sociali “moderni” si mischiano quindi con le vecchie
strutture e istituzioni, in una convivenza senza precedenti che pone la Calabria
al di fuori delle teorie sullo sviluppo elaborate nelle società industriali e
porta a confrontarsi, a detta di Siebert, con un contesto imprevedibile in cui
“il vecchio si è disgregato, ma il nuovo stenta a farsi strada”.
Un importante tassello nella modernizzazione di quegli anni è proprio la
costruzione dell’Università della Calabria, voluta dal partito socialista e
dalla Democrazia cristiana e approvata nel 1968 dal governo Moro. La grande
opera, interamente pubblica, viene realizzata sul modello dei campus inglesi,
prevedendo alloggi per studenti, personale e docenti, sale cinema, teatri,
biblioteche. L’obiettivo è fornire ai giovani e alle giovani calabresi dei
percorsi di formazione che permettano loro di restare in Calabria, una proposta
contro l’emigrazione giovanile.
Tra gli anni Settanta e Ottanta le studiose del Griff investigano la condizione
giovanile femminile in più punti del paese, partendo proprio dalle studentesse
universitarie. Nel caso di Siebert la ricerca si trasforma anche in un’indagine
– una vera e propria inchiesta, commenta Passerini – sullo stato di salute di
questa nuova grande opera pubblica. Inoltre, Siebert aggiunge alla ricerca sulle
giovani studentesse l’approccio generazionale, risalendo alle madri e alle
nonne. E, dato che le studentesse vengono selezionate sulla base di diverse
provenienze, le interviste alle loro madri e nonne porta l’autrice a viaggiare
in tutta la regione. È femmina però è bella è quindi un viaggio in diversi
luoghi della Calabria e nella loro vita quotidiana nel corso dei decenni.
MADRI, FIGLIE, NONNE
Al centro di queste interviste si trovano i lavori svolti da uomini e donne, le
forme di socialità, i racconti dell’emigrazione di mariti e figli, i valori di
riferimento, l’organizzazione della vita quotidiana in seno alla famiglia. Ma
questi mondi emergono dalle storie delle singole donne. Si vede allora come esse
si sono orientate nel contesto sociale e secondo quali logiche hanno compiuto le
loro scelte, “il modo in cui ognuna si è data ragione dei grossi cambiamenti
avvenuti nel mondo in cui vivono”.
Il metodo è quello della narrazione di sé, della memoria autobiografica, in un
“lavoro a due voci” dove la soggettività di chi interroga non scompare, ma anzi
viene accentuata nel rapporto con chi narra. L’indagine relazionale, a diversi
livelli, è la chiave del testo e riguarda anche la costante dialettica che
Siebert rintraccia tra ciò che avviene nel sociale e quanto si trova rielaborato
sul piano della coscienza. Nelle interviste, infatti, emergono anche aspetti
molto intimi: il rapporto con gli uomini, con la propria madre o figlia, le
proprie aspirazioni. Siebert comincia dalle madri, quelle che in confronto alle
altre appaiono nella posizione più dolorosa, perché come riassume Passerini, “a
metà tra cambiamenti profondi a portata di mano, ma in realtà irraggiungibili, e
alcuni cambiamenti possibili più per le figlie che per sé stesse”.
Nonostante la posizione difficile, nella vita delle madri ci sono almeno due
grandi fattori di novità rispetto alla generazione delle nonne. Anzitutto il
lavoro extradomestico e salariato. Non tutte l’hanno praticato, ma si tratta di
una possibilità che a tutte “incute coraggio”, per l’accesso a una autonomia
economica, ma anche per l’apertura a nuovi contesti relazionali. Un altro cambio
di passo è rappresentato dalla possibilità di inseguire “l’amore romantico” e di
sposarsi per volontà propria e non per scelta dei genitori. In realtà, a
posteriori, per molte di queste madri la scelta del matrimonio si rivela
affrettata, in quanto, scrive Siebert, “nell’ansia di liberarsi del ‘padre
padrone’ ci si è tuffate nel legame con un ‘marito padrone’”. Infine, per le
madri è nel rapporto con le figlie che “si gioca tutta la propria identità”.
Sono le figlie che hanno la possibilità di sviluppare percorsi emancipatori per
le madri solo accennati, ed è quindi alla generazione più giovane che quella
delle madri guarda con ammirazione e desiderio.
Le figlie, le studentesse, sono intente a mediare tra vecchi e nuovi valori,
mentre “si è alla ricerca di sé stesse”. Con le madri hanno spesso un rapporto
di cura, a loro volta materno, e più aperto rispetto alla generazione
precedente. Sono consapevoli di trovarsi in un percorso più libero, ma non sanno
con chiarezza cosa vogliono. Scrive Siebert: “Il processo di crescita
emancipatoria diventa doloroso, sofferto, attraversato da una tensione costante
tra un’ambizione sociale molto forte e vincoli familiari e culturali che
spingono nel senso opposto”. Nelle loro vite, la parentela e il vicinato – che
sono stati centrali per le madri e le nonne – vanno scomparendo, ma non vengono
sostituiti da universi relazionali e sociali altrettanto forti e strutturati in
cui le ragazze possano trovare nuove e diverse appartenenze.
Le nonne, infine, ereditano un mondo plasmato dalla migrazione transoceanica che
tra Ottocento e Novecento ha coinvolto la regione. Sono diventate mogli e madri
da giovanissime, per volere dei familiari, e hanno lavorato in casa per tutta la
vita. In generale, tutto delle loro vite è stato scritto altrove, in
particolare, scrive Siebert, “tempi sociali e soprattutto tempi maschili hanno
scandito la loro vita sessuale, riproduttiva e quotidiana”.
La forza del testo di Siebert sta nel mettere in connessione tre generazioni,
interrogandole sugli stessi temi, ponendo l’attenzione sui segni del
cambiamento, ma anche su ciò che permane. L’operazione genealogica mostra una
parabola abbastanza chiara: le donne calabresi ottengono, nel corso del
Novecento, spazi di autonomia, diventano protagoniste delle loro scelte e si
chiedono cosa sia più giusto per loro, distanziandosi dai dogmi familiari e dal
contesto di provenienza. Questo andamento è visibile anche nel rapporto con gli
uomini, per le nonne e madri figure centrali per le sorti della propria
esistenza, oltre che percepite come superiori; per le figlie, invece, figure
molto meno presenti, verso le quali non si nutre alcun senso di inferiorità.
UN LAVORO COMUNE
Alla fine Siebert si confronta in modo esplicito con le ricerche di un’altra
componente del Griff, Simonetta Piccone Stella, giungendo a conclusioni simili
riguardo alle svolte biografiche nella generazione delle ragazze. Come già aveva
notato Piccone Stella nella sua ricerca Ragazze del Sud, la possibilità di
frequentare l’Università rappresenta un particolare privilegio, “un tempo
prezioso”, “uno spazio per la riflessione” per donne che crescono in una realtà
come quella del Mezzogiorno, dove “luoghi e istituzioni preesistono alla
formazione del bisogno di autonomia della donna e lo ignorano”.
Solo alcune delle studentesse prendono parte a gruppi politici mentre molte
avvertono – sia nel campus che fuori – una scarsità di luoghi e contesti adatti
alla socialità, allo sviluppo della vita pubblica, all’incontro fuori dalla
famiglia. Le forme di aggregazione giovanile non vengono valorizzate nelle
storie di vita, mentre ognuna riporta in modo diretto o indiretto “una
sostanziale assenza di riferimenti collettivi” in base alla quale si fatica a
proiettarsi nel futuro.
Se si immaginano nel futuro prevale il modello della “doppia presenza”
– combinazione di lavoro domestico ed extradomestico con una priorità del primo
sul secondo –, che le vede barcamenarsi tra “il lavoro familiare e la maternità
da una parte e una vita da professionista piena di prestigio e denaro
dall’altra”. Mentre le ragazze che sembrano avere uno sguardo più lucido e
consapevole sui propri progetti sono quelle che confessano di non avere un’idea
prestabilita né un modello di riferimento ma di avere invece l’obiettivo di
“conoscere meglio sé stesse, diventare più consapevoli”.
Possiamo dire che è su questa consapevolezza di sé che lavora l’intero saggio.
La forza della testimonianza iniziale di Carla sta in quel “essersi accorta” di
aver sposato un uomo con cui non poteva stare insieme. E quindi, dalla
consapevolezza all’azione, di aver lottato per tutta la vita affinché i figli
non soffrissero delle stesse limitazioni in cui era stato bloccato il suo agire.
Anche per questo, nonna Carla è stata una donna molto aperta ai cambiamenti che
riguardano le nuove generazioni. Tutto il lavoro di Siebert, in questo testo
come in altri, vuole muovere i fili della coscienza per scovare i processi di
consapevolezza, sondare le autoanalisi, incentivare la riflessione su sé stesse.
Ripercorrendo le vite di queste donne viene in mente Comizi d’amore, il
documentario girato nei primi anni Sessanta da Pasolini in tutta Italia, con una
raccolta di interviste a uomini e donne di diverse generazioni. L’elemento di
rottura di quel lavoro consisteva nell’introdurre il tema della sessualità nel
dibattito pubblico, ma serviva anche a costringere intervistati e spettatori a
interrogarsi sui propri valori. In quel caso, i segni del cambiamento nel
rapporto tra generazioni erano molto meno definiti, e spesso emergevano
posizioni conservatrici, giovani che rivendicavano il loro diritto ad agire come
se nulla stesse cambiando intorno a loro, ripercorrendo i passi e le scelte
della generazione precedente. Fatta eccezione per le ragazze, le uniche – lo
nota lo stesso Pasolini in una delle tante apparizioni da regista/intervistatore
– a non assumere il punto di vista delle generazioni precedenti, le uniche a
vedere con lucidità i cambiamenti che ormai le circondavano, a nominarli e
accoglierli di buon grado.
La voce fuori campo che chiude Comizi d’amore, accompagnando le immagini di un
matrimonio tra due giovani, sembra riassumere il sottotesto del lavoro di
Siebert, e forse dell’intero Griff: “Tonino e Graziella si sposano. Del loro
amore essi sanno soltanto che è amore. Dei loro futuri figli sanno soltanto che
saranno figli… È soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha
pietà. Due ragazzi italiani si sposano e in questo loro giorno tutto il male e
tutto il bene precedenti a essi sembrano annullarsi, come il ricordo della
tempesta nella pace. […] Tonino e Graziella si sposano. E chi sa, tace. Di
fronte alla loro grazia che non vuole sapere. E invece il silenzio è colpevole.
E l’augurio a Tonino e Graziella sia. Al vostro amore si aggiunga la coscienza
del vostro amore”.
Le giovani degli anni Ottanta di Siebert sono ormai non solo consapevoli delle
trasformazioni che le coinvolgono, ma anche impegnate a farci i conti. (barbara
russo)
Il confronto su MicroMega tra Gabrielli, Pardi e Flores d’Arcais offre
l’occasione per interrogarsi sulle contraddizioni del modello italiano di
sicurezza: un apparato imponente per controllare il territorio, mentre
sfruttamento …