CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
Giardini Alimonda - Via Alimonda, Torino
(martedì, 21 luglio 20:30)
Si è svolto ieri il corteo lanciato da diverse realtà genovesi e non per i 25
anni dell’omicidio di Carlo Giuliani.
La costruzione del corteo nazionale è iniziata con un convegno tenutosi il 4
luglio a Genova. Compagne e compagni da tutt’Italia hanno discusso e dibattuto
su questioni chiavi dell’oggi: la tendenza generale alla guerra; il ruolo
dell’Italia e dell’Europa nei conflitti internazionali oggi e nel futuro; il
costo della crisi sempre più pesante, scaricato sul proletariato europeo dalle
scelte degli Stati Uniti per difendere il loro ruolo di direttori delle
principali catene del valore globali; le soggettività giovanili dentro la
guerra.
Il corteo nazionale si è dato due appuntamenti: la composizione più giovane e
giovanissima del movimento si è organizzata davanti alla scuola Diaz, teatro dal
massacro operato dalle forze dell’ordine in quei giorni di lotta. L’appuntamento
principale, invece, ha aspettato i giovani e le giovani in piazza Alimonda, dove
venne ucciso a sangue freddo Carlo Giuliani. Ricongiunti i due appuntamenti, il
corteo è partito numerosissimo per le vie genoane.
Più di 10mila persone si sono mosse insieme dietro il principale striscione che
recitava “in ogni caso nessun rimorso”.
Il corteo ha fatto proprio l’elemento dell’antifascismo militante. In Via
Montevideo, infatti, si è praticata una muratura con assi di legno della sede di
CasaPound. Sopra gli assi la scritta era chiara “Zona denazificata”.
Nel proprio percorso il corteo ha incontrato anche la sede di Confindustria di
Genova. Ritenendo Confindustria un attore chiave delle politiche economiche che
su diverse dimensioni danneggiano le classi lavoratrici. Facendo gli interessi
di industriali, padroni e padroncini, Confindustria è la responsabile dei salari
bassi, della destrutturazione del Welfare minacciando la riproduzione delle
condizioni di vita di molte e molti, e infine appoggiando e potenziando le
decisioni economiche in merito al riarmo e alla guerra. Al netto di queste
considerazioni, la sede è stata sanzionata.
Il corteo si è concluso numeroso in Piazza de Ferrari.
GIORNATE DI MOBILITAZIONE A 25 ANNI DAL G8 A GENOVA
Genova - -
(sabato, 25 luglio 11:30)
25 e 26 Luglio 2026
GIORNATE DI MOBILITAZIONE A 25 ANNI DAL G8 2001 A GENOVA
Perché quel luglio torni ad essere una minaccia
Che tristezza. Carlo Giuliani, suo malgrado, aveva solo un estintore in mano; ma
aveva anche solo vent’anni. Tuttavia venne dipinto da alcuni portavoce (passati
fortunatamente a miglior vita) come una merda assoluta, un tossico, uno
straccione immediatamente dopo la sua esecuzione a freddo da parte dei sicari
dello Stato. Che tristezza. Dopo l’intervento dei vertici del controvertice (le
teste d’uovo del social forum), viene tutto ridimensionato ad una scivolata e,
piano piano, inizia laboriosamente la sua santificazione.Che tristezza. I nostri
scienziati del movimento, il cui lavoro è tutelare il movimento stesso, sono
all’opera. Studiano, elaborano, concertano, concordano, pianificano. Eppure, con
la loro sorpresa, le persone si pigliano le mazzate e vengono caricate: non
erano questi gli accordi. Le persone, viste come tanti bravi soldatini in tuta
bianca, improvvisamente si trovano catapultate in una realtà che non è quella
che gli era stata promessa e che era stata pianificata. Che tristezza. Le
persone, che rimangono tali fin tanto che non decidono di gettare il cervello
all’ammasso, non ci stanno. Succede, non previsto e non concordato, il patatràc.
Un fallimento colossale che alza il sipario sulla regia di questa spettacolare
mobilitazione in cui sarebbe dovuto andare tutto secondo i piani ma, si sa,
anche se la realtà è pianificabile ogni tanto appare anche l’inaspettato. Che
tristezza. Fiumi di parole e arrampicate equilibristiche sugli specchi: “Sono
stati gli infiltrati. Sono stati i black bloc infiltrati, violenti e cattivi,
sono stati i casseurs sempre pronti a provocare disordini, sono stati i servizi
abilmente insinuatisi nei cortei e nelle manifestazioni”. Che tristezza. Poi ci
sono state ancora tante imprese, condanne simboliche e condanne reali. Carriere
e tappeti rossi. Voti e premi. Pianti e lagne e altre commedie. Si sà che la
politica è un arte e chi se ne frega di aver illuso e strumentalizzato una madre
che ha solo perso un figlio che si sa non essere manco poi stato chissà che
stinco di santo. Cosa rimane? Tristezza, senza ombra di dubbio, e un'aula
parlamentare adornata da una targa durata il tempo di una legislatura e ora
fortunatamente rimossa. Carlo, ovunque viaggino i suoi atomi, starà sicuramente
meglio. Perlomeno il danno se lo tiene tutto, ma la beffa se la risparmia.
Questo e non un processo allo Stato potevano offrire i rifondaroli. Che
tristezza. Le persone nascono, vivono e muoiono (e non tutti allo stesso modo),
ma c'è in ogni tempo e in ogni luogo chi ha sempre ragione e chi la fa franca.
Che tristezza. Eppure era già tutto scritto già almeno dall’anno precedente,
tralasciando ancora molto altro... parole e direttive inequivocabili che
riportiamo integralmente perché si sa quanta memoria abbia il bel paese...
"[...] 6. Seguire le indicazione delle tute bianche. 7. Qualunque iniziativa va
concordata con le tute bianche. 8. Non ci deve essere né lancio di alcunché né
altro che non sia concordato con gli organizzatori. [...] 11. Durante il corteo
nessuna iniziativa personale o di gruppo deve essere messa in atto. 12. Si prega
di segnalare alle tute bianche qualunque cosa succeda." dal volantino
"Disobbedienza civile istruzioni per l’uso", distribuito prima del corteo
anti-Tebio, a Genova nel maggio 2000
[https/anarchistlibraries.network/entry/9691#toc8] Ogni qual volta un anarchico
e/o gli anarchici agiscono, stanno nel solco del loro sentimento. Questo animo è
ben riassunto da Buenaventura Durruti durante il tentativo rivoluzionario in
catalogna nel 1936: “Le macerie non ci fanno paura. Sappiamo che non erediteremo
che rovine, perché la borghesia cercherà di buttare giù il mondo nell'ultima
fase della sua storia. Ma, (...), a noi non fanno paura le macerie, perché
portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori. Questo mondo sta crescendo in questo
istante”. Certamente si può fallire e i rapporti di forza sono impari, non lo
nascondiamo, né a noi ne agli altri. Lasciamo però la tristezza da parte e
andiamo avanti. L’orizzonte è sempre la libertà e l’emancipazione umana. Ognuno
scelga da che parte stare.
Il conflitto civile in Colombia finisce ufficialmente nel 2016, con la
smobilitazione dei guerriglieri comunisti delle FARC. Il vuoto di potere nelle
aree rurali viene riempito dai narcos, che espandono le loro operazioni verso
l’Ecuador
L'articolo In nome del business: la metamorfosi della violenza da parte della
criminalità organizzata proviene da IrpiMedia.
Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val
di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per
imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005. Il 27 giugno 2011,
non fu soltanto l’apertura del cantiere della Maddalena: fu il tentativo di
spezzare un movimento che da anni dimostrava come fosse possibile organizzarsi
dal basso, difendere il territorio e mettere in discussione un modello di
sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla devastazione ambientale.
Ricordare le giornate della Libera Repubblica della Maddalena non significa
lasciarsi andare alla nostalgia. Significa riconoscere che quelle giornate hanno
lasciato un’eredità viva, nella quale si è sperimentata la forza di un popolo in
lotta per la propria autodeterminazione, capace di creare relazioni e legami
duraturi che ancora oggi resistono e permettono di continuare a combattere. La
lotta del Movimento No Tav è più viva che mai e continua a essere una battaglia
non solo per chi vive in questa valle, ma anche per la giustizia ambientale,
sociale e climatica. Una battaglia che parla alla Val di Susa e a tutte le
comunità che, in Italia e nel mondo, si oppongono alla logica delle grandi opere
imposte.
In Val di Susa continua l’aggressione sistematica al territorio. TELT e i suoi
sporchi affari inquinano Chiomonte, Giaglione, San Didero e Salbertrand, ma
anche i siti dei futuri depositi di smarino di Susa, Caprie, Caselette e
Torrazza Piemonte. I cantieri si moltiplicano, estendendosi come un cancro sul
nostro territorio e non lasciando spazio ad altro che a un deserto di catrame e
cemento, laddove prima prosperavano boschi, prati, natura e vita.
Eppure, come il 3 Luglio 2011, la risposta di chi vede quest’opera senza il velo
opaco e dorato della propaganda non è venuta meno e, anche con la marcia dello
scorso anno, lo abbiamo dimostrato.
Oggi come allora, da una parte c’è chi vorrebbe trasformare la Valle in un
enorme cantiere unico, una grande metastasi frammentata, resa più digeribile e
meno contestabile, che avanza spezzetata con l’obiettivo di normalizzare,
insieme alle misure respressive e i Decreti Sicurezza, la devastazione che
produce: una zona militarizzata e sacrificabile, da svendere agli interessi
delle lobby politico-imprenditoriali.
Dall’altra c’è chi è pronto a impedire che questo avvenga, chi sogna per la
Valle un altro modello di sviluppo, nel quale le specificità del territorio
vengano rispettate e dove vivere e lavorare non significhi avvelenare la terra e
ammalarsi.
Oggi, oltre alla Piana di Susa, dove lo scorso anno abbiamo visto l’avvio di un
nuovo cantiere nell’area dell’ex pista di Guida Sicura a Traduerivi, territorio
già martoriato la cui ferita rischia di estendersi fino a Bussoleno, un’altra
porzione della valle è sotto attacco. Con la Tratta Nazionale
Avigliana-Orbassano stiamo assistendo a un nuovo tentativo di assedio,
prontamente contrastato e, per ora, respinto da comunità e amministrazioni.
E, nonostante il Governo francese abbia rinviato al 2045 la realizzazione della
loro tratta nazionale, sottolineando come quest’opera non sia oggi più attuale
né prioritaria, in Italia il Governo Meloni e il Commissario straordinario
Calogero Mauceri hanno ribadito la volontà di procedere con la realizzazione
della nostra tratta nazionale, sostenendo che l’Italia non possa attendere i
tempi della Francia e indicando il 2033 come obiettivo, peraltro irrealizzabile,
per la conclusione dell’opera.
Questo dimostra come la Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata o
a un passo dalla conclusione, nonostante la propaganda continui a raccontarla
come tale, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi.
Ma la fretta del Governo si spiega anche con il progressivo disvelamento della
Torino-Lione, non come alternativa ecologica, come falsamente è stata presentata
negli anni, ma come parte integrante del sistema logistico e di guerra che
incentiva il trasporto militare lungo il Corridoio Mediterraneo, collegando
l’Europa occidentale a quella orientale. Non è un caso che il Commissario TEN-T
(Reti transeuropee dei trasporti) abbia richiamato la necessità di individuare
finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche, arrivando a evocare il ricorso
al debito e il coinvolgimento di finanziatori privati. Non ci stupirebbe,
quindi, vedere presto il logo di Leonardo accanto a quello di TELT.
È ormai evidente che il nostro Paese, guidato da Fratelli d’Italia, intende
investire nella guerra e nel riarmo, dimostrando ben poco interesse per la
tutela dell’ambiente. Così, mentre distrugge suolo agricolo e paesaggio in Val
di Susa, cerca di conquistare visibilità attraverso un protagonismo bellico che
nulla ha a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio.
Uno sviluppo che, in Valle e ovunque, ci rifiutiamo di vedere fondato
sull’economia di guerra e sugli interessi militari, sull’impoverimento prodotto
dalla sottrazione di risorse quali terreni agricoli, acqua e boschi, sulla
contaminazione del territorio con inquinanti persistenti come i PFAS, come
avverrebbe con lo smarino del TAV o con i fumi tossici dell’Acciaieria Beltrame.
Allo stesso modo, non possiamo accettare che il futuro del territorio passi
attraverso la speculazione energetica, dalle grandi stazioni elettriche di
Avigliana e Borgone o agli impianti fotovoltaici calati dall’alto, funzionali
solo agli interessi delle grandi aziende anziché ai bisogni delle comunità.
In occasione dei 10 anni del Festival Alta Felicità e dei 15 anni dalla Libera
Repubblica della Maddalena, sabato 25 luglio torneremo a marciare e, quest’anno,
saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da Venaus, con
carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della devastazione,
simboli di tutto ciò contro cui combattiamo.
Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo
sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra
popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura.
La Val di Susa è nostra e la riprenderemo. A 15 anni dalla Libera Repubblica
della Maddalena, SAREMO OVUNQUE!
Ora e sempre No Tav! Palestina libera!
L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi
di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la
vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui
viviamo.
Dimostra ancora una volta che in seno alle forze dell’ordine non si trovino mele
marce, ma è l’albero ad esserlo. Come è successo a Rogoredo con l’omicidio di
Zak Mansouri o a Corvetto con l’inseguimento e la morte di Ramy, come è successo
a Genova 25 anni fa. Il limite alla violenza che la polizia può esercitare non è
vincolante ma totalmente arbitrario e la regola, in un sistema di potere
Stato-Capitale, è questa: ci sono manifestazioni più visibili ed efferate della
naturale funzione della forza pubblica e questi omicidi alla luce del sole lo
sono.
Diffondiamo la parola di chi ha immediatamente avuto la forza e la capacità di
reagire come i familiari di Fakir e la comunità del quartiere Pilastro che, ieri
sera, è scesa in strada in migliaia e gli appuntamenti di mobilitazione di
quest’oggi a partire dallo sciopero della logistica chiamato dai Si Cobas.
da Acta Media il video dell’omicidio di Fakir – segue richiesta di inviare
testimonianze alla pagina
Acta media ha raccontato la determinazione e la lucidità della piazza di ieri
sera e dei familiari dell’uomo.
A Bologna è stato chiamato un doppio appuntamento per oggi: alle 19 in Piazza
del Nettuno e alle 22 all’interporto per lo sciopero della logistica.
Video e intervento del Comitato di quartiere Pilastro
In molte città italiane si stanno organizzando iniziative di solidarietà e di
mobilitazione per chiedere verità e giustizia per Fakir, in particolare il
sindacato Si Cobas ha chiamato uno sciopero della logistica.
Di seguito alcuni testi e materiali usciti in queste ore e l’indizione dello
sciopero.
POLIZIA UCCIDE GIOVANE PROLETARIO SCIOPERO PROVINCIALE DEI LAVORATORI A BOLOGNA
da Si Cobas
Il video dimostra l’efferatezza della polizia italiana contro un giovane
lavoratore.
Come a Genova 25 anni fa nelle manifestazioni di protesta contro il G8 del 2001
e come succede continuamente dagli Stati Uniti alla Francia, le forze
dell’ordine ammazzano i proletari: ieri a Bologna la polizia ucciso Fakir
Abderrahim operaio della logistica.
Come organizzazione del movimento operaio e sindacato di classe, il SI Cobas ha
subito proclamato lo stato di agitazione per la provincia di Bologna.
In particolare, stasera 20 dalle alle ore 22 si prepara uno sciopero per fermare
tutte le aziende dell’interporto logistico di Bologna.
Perciò si chiede a tutti i compagni anche degli altri luoghi di lavoro e di
fuori città di partecipare alle azioni operaie cosicché piu dura risulti la
denuncia contro l’uccisione di questo nostro compagno per rafforzare
l’opposizione contro economia di guerra e guerre a partire dalla lotta contro il
razzismo di stato per la dignità della persona umana e per la difesa della vita
contro sfruttamento e oppressione.
Siamo a fianco dei famigliari, degli amici e compagni di Fakir Una classe, un
fronte, una lotta Il nemico è in casa nostra Sciopero oggi, sciopero domani
CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI
SI Cobas
Qui sotto pubblichiamo il testo della proclamazione di sciopero del SI Cobas
nazionale e di Bologna:
“Proclamazione sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato
dell’Emilia-Romagna
Il Sindacato Intercategoriale Cobas proclama, per il giorno 20 luglio 2026, uno
sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato della regione Emilia
Romagna.
PER L’UCCISIONE DI UN LAVORATORE DA PARTE DELLA POLIZIA DI STATO
Lo sciopero sarà articolato dalle ore 22 del 20 Luglio 2026 alle ore 22 del
giorno 21 luglio del 2026.
Verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Lottiamo per il mondo che vogliamo
da Network Antagonista torinese
È stato ucciso dalla polizia a Bologna Abderrahim Fakir, 43 anni, immobilizzato
sul pavimento da due poliziotti. Muore soffocato a terra con mani e piedi
legati, sotto gli occhi degli operatori sanitari, dopo che gli agenti avevano
infierito con lo spray al peperoncino. Alcuni media arrivano a parlare di “un
malore” durante l’intervento delle forze dell’ordine, chiamate da un residente
per via delle richieste di aiuto dell’uomo.
È stata immediata la reazione della comunità del rione Pilastro, quartiere
periferico di Bologna che negli scorsi mesi ha visto significative mobilitazioni
per la difesa di un parco pubblico, luogo di aggregazione del quartiere e unica
area verde. In questo caso, un uomo è morto per mano della polizia: simbolo
concreto dell’estrema violenza che dall’alto viene scaricata verso il basso a
confermare che la vita delle persone non ha alcun valore per chi assume
determinate funzioni nella società, atte a garantire la riproduzione di un
sistema di sfruttamento e ingiustizie. Nel giro di poche ore, ieri sera il
passaparola ha portato migliaia di abitanti per le strade del quartiere per
chiedere verità e giustizia per Abderrahim e la sua famiglia.
Spendiamo due parole sulla condotta delle forze dell’ordine in questo Paese che,
negli ultimi tempi, hanno goduto di un occhio di riguardo nei loro confronti che
ha loro concesso spazi di agibilità e legittimità sempre maggiori. Ricordiamo la
morte di Moussa Balde nel CPR nella nostra città e la morte di Ramy El Gaml
durante un inseguimento a Milano. Ma anche i più recenti avvenimenti accaduti a
Torino in occasione del derby quando, a causa di un lancio di lacrimogeno ad
altezza uomo, Marco Basoccu ha rischiato la vita.
Al bisogno di sicurezza nei quartieri delle metropoli italiane, da destra a
sinistra, si risponde con una politica securitaria, sostanziando un certo grado
di militarizzazione delle strade e di controllo. Con le dovute scale e senza
forzare paragoni, il pensiero va a Minneapolis o alle periferie della vicina
Francia, dove questa è la quotidianità per molte fasce di popolazione. Occorre
innanzitutto guardare al processo di normalizzazione della violenza dall’alto
che, anche alle nostre latitudini, viene organizzato. Ciò avviene a tratti in
maniera millimetrica attraverso leggi e riforme e, a tratti, con il supporto di
personaggi beceri, meschini e razzisti che si mettono a disposizione del potere
per alimentare la “guerra fra poveri” o per l’ennesima passarella elettorale,
grazie anche alla forte mediatizzazione della strumentalizzazione di bisogni
reali. L’uso della forza e della dimensione virtuale si mischiano in una nuova
frontiera della violenza istituzionale nei confronti delle dimensioni
proletarie. Non si tratta soltanto di un’arma di distrazione di massa ma anche
della necessità di intruppamento della società quando soffiano i venti di
guerra.
Al bisogno di giustizia, gridato a gran voce dai familiari di Abderrahim Fakir
questa sera riuniti in presidio, occorre immaginare come costruire possibilità
di risposta collettive e autonome dai percorsi offerti e imposti. Partire dal
bisogno di far contare le proprie vite, dall’esigenza di autodifesa a fronte dei
costi dai quali il sistema si sgrava per imporre desolazione e frammentazione
sociale può essere un passaggio su cui ragionare. Che per gli interessi di altri
si possa decidere della vita o della morte delle persone è qualcosa a cui non
abituarsi mai. La solidarietà concreta con la Palestina e la lotta che si è
espressa sono una bussola anche di fronte a questo.
Vicinanza e solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir e alla città di
Bologna che alza la voce contro questa violenza crudele e raccapricciante. Con
nel cuore chi questo sistema malato vuole sacrificare per il proprio interesse,
lottiamo per il mondo che vogliamo.
A Torino il sindacato Si Cobas ha chiamato due appuntamenti che diffondiamo:
ore 18 presidio a Porta Palazzo e ore 19 fiaccolata per Barriera di Milano
Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val
di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per
imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005.
da Notav.info
Il 27 giugno 2011, non fu soltanto l’apertura del cantiere della Maddalena: fu
il tentativo di spezzare un movimento che da anni dimostrava come fosse
possibile organizzarsi dal basso, difendere il territorio e mettere in
discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla
devastazione ambientale.
Ricordare le giornate della Libera Repubblica della Maddalena non significa
lasciarsi andare alla nostalgia. Significa riconoscere che quelle giornate hanno
lasciato un’eredità viva, nella quale si è sperimentata la forza di un popolo in
lotta per la propria autodeterminazione, capace di creare relazioni e legami
duraturi che ancora oggi resistono e permettono di continuare a combattere. La
lotta del Movimento No Tav è più viva che mai e continua a essere una battaglia
non solo per chi vive in questa valle, ma anche per la giustizia ambientale,
sociale e climatica. Una battaglia che parla alla Val di Susa e a tutte le
comunità che, in Italia e nel mondo, si oppongono alla logica delle grandi opere
imposte.
In Val di Susa continua l’aggressione sistematica al territorio. TELT e i suoi
sporchi affari inquinano Chiomonte, Giaglione, San Didero e Salbertrand, ma
anche i siti dei futuri depositi di smarino di Susa, Caprie, Caselette e
Torrazza Piemonte. I cantieri si moltiplicano, estendendosi come un cancro sul
nostro territorio e non lasciando spazio ad altro che a un deserto di catrame e
cemento, laddove prima prosperavano boschi, prati, natura e vita.
Eppure, come il 3 Luglio 2011, la risposta di chi vede quest’opera senza il velo
opaco e dorato della propaganda non è venuta meno e, anche con la marcia dello
scorso anno, lo abbiamo dimostrato.
Oggi come allora, da una parte c’è chi vorrebbe trasformare la Valle in un
enorme cantiere unico, una grande metastasi frammentata, resa più digeribile e
meno contestabile, che avanza spezzetata con l’obiettivo di normalizzare,
insieme alle misure respressive e i Decreti Sicurezza, la devastazione che
produce: una zona militarizzata e sacrificabile, da svendere agli interessi
delle lobby politico-imprenditoriali.
Dall’altra c’è chi è pronto a impedire che questo avvenga, chi sogna per la
Valle un altro modello di sviluppo, nel quale le specificità del territorio
vengano rispettate e dove vivere e lavorare non significhi avvelenare la terra e
ammalarsi.
Oggi, oltre alla Piana di Susa, dove lo scorso anno abbiamo visto l’avvio di un
nuovo cantiere nell’area dell’ex pista di Guida Sicura a Traduerivi, territorio
già martoriato la cui ferita rischia di estendersi fino a Bussoleno, un’altra
porzione della valle è sotto attacco. Con la Tratta Nazionale
Avigliana-Orbassano stiamo assistendo a un nuovo tentativo di assedio,
prontamente contrastato e, per ora, respinto da comunità e amministrazioni.
E, nonostante il Governo francese abbia rinviato al 2045 la realizzazione della
loro tratta nazionale, sottolineando come quest’opera non sia oggi più attuale
né prioritaria, in Italia il Governo Meloni e il Commissario straordinario
Calogero Mauceri hanno ribadito la volontà di procedere con la realizzazione
della nostra tratta nazionale, sostenendo che l’Italia non possa attendere i
tempi della Francia e indicando il 2033 come obiettivo, peraltro irrealizzabile,
per la conclusione dell’opera.
Questo dimostra come la Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata o
a un passo dalla conclusione, nonostante la propaganda continui a raccontarla
come tale, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi.
Ma la fretta del Governo si spiega anche con il progressivo disvelamento della
Torino-Lione, non come alternativa ecologica, come falsamente è stata presentata
negli anni, ma come parte integrante del sistema logistico e di guerra che
incentiva il trasporto militare lungo il Corridoio Mediterraneo, collegando
l’Europa occidentale a quella orientale. Non è un caso che il Commissario TEN-T
(Reti transeuropee dei trasporti) abbia richiamato la necessità di individuare
finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche, arrivando a evocare il ricorso
al debito e il coinvolgimento di finanziatori privati. Non ci stupirebbe,
quindi, vedere presto il logo di Leonardo accanto a quello di TELT.
È ormai evidente che il nostro Paese, guidato da Fratelli d’Italia, intende
investire nella guerra e nel riarmo, dimostrando ben poco interesse per la
tutela dell’ambiente. Così, mentre distrugge suolo agricolo e paesaggio in Val
di Susa, cerca di conquistare visibilità attraverso un protagonismo bellico che
nulla ha a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio.
Uno sviluppo che, in Valle e ovunque, ci rifiutiamo di vedere fondato
sull’economia di guerra e sugli interessi militari, sull’impoverimento prodotto
dalla sottrazione di risorse quali terreni agricoli, acqua e boschi, sulla
contaminazione del territorio con inquinanti persistenti come i PFAS, come
avverrebbe con lo smarino del TAV o con i fumi tossici dell’Acciaieria Beltrame.
Allo stesso modo, non possiamo accettare che il futuro del territorio passi
attraverso la speculazione energetica, dalle grandi stazioni elettriche di
Avigliana e Borgone o agli impianti fotovoltaici calati dall’alto, funzionali
solo agli interessi delle grandi aziende anziché ai bisogni delle comunità.
In occasione dei 10 anni del Festival Alta Felicità e dei 15 anni dalla Libera
Repubblica della Maddalena, sabato 25 luglio torneremo a marciare e,
quest’anno, saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da
Venaus, con carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della
devastazione, simboli di tutto ciò contro cui combattiamo.
Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo
sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra
popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura.
La Val di Susa è nostra e la riprenderemo. A 15 anni dalla Libera Repubblica
della Maddalena, SAREMO OVUNQUE!
Ora e sempre No Tav! Palestina libera!
Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val
di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per
imporre un’opera […]
The post 25 LUGLIO: IN MARCIA VERSO I CANTIERI DELLA DEVASTAZIONE first appeared
on notav.info.
Durante il weekend di iniziative a difesa dell’Appennino è stata prodotta una
carta a partire dal confronto tra i vari comitati presenti. La trovate di
seguito con l’invito a diffonderla e stamparla!
La carta e altri materiali saranno presenti al banchetto di Confluenza e dei
comitati a difesa del verde al Festival Alta Felicità a Venaus dal 24 al 26
luglio!
Per metterti in contatto con noi scrivi a: confluenza.info@gmail.com
Il fabbisogno di energia dipende dal tipo di società che si vuole e, per
immaginarlo, dovremmo partire dalle nostre necessità e aspirazioni come popolo.
Sempre di più, dove saranno presenti campi fotovoltaici o parchi eolici o nuove
centrali nucleari saranno presenti anche data center che, in barba a tutti i
vincoli e normative, verranno costruiti perché strategici per il sovranismo
digitale oltre che energetico.
La transizione deve avere le seguenti caratteristiche:
* POPOLARE, ovvero interamente gestita dalla cittadinanza e dagli abitanti di
un territorio. Il popolo è sovrano: allora occorre partire dalle esigenze di
chi ha attività che producono effettivamente benefici al territorio come
aziende agricole, produttori locali, chi vi abita e ha presente il valore di
queste aree;
* INFORMAZIONE TECNICA TRASPARENTE, deve essere accessibile e condivisa, oltre
a dover tenere in considerazione che il popolo possiede un sapere molto
prezioso: tecnico, scientifico e politico. Questo patrimonio deve essere
considerato molto più credibile del sapere tecnico al soldo di ENI o di altre
multinazionali dell’energia;
* l’energia deve essere AUTOPRODOTTA e AUTOCONSUMATA dagli abitanti dei luoghi
dove sorgono gli impianti energetici. L’energia deve essere in mano alle
persone che la usano mentre l’attuale sistema energetico è verticistico.
Contro la speculazione energetica in mano alle multinazionali non c’è un piano
B: esistono solo mobilitazioni e resistenza. La lotta ci permette di
riappropriarci di spazi che magari, poco tempo fa, sembravano impenetrabili.
L’energia deve essere in mano alle popolazioni contro le logiche del mercato
energivoro.
In tutti i luoghi dove ci sarà speculazione energetica, noi ci saremo.
Qui puoi scaricare il file pdf
CARTA TRANSIZIONE POPOLAREDownload
L'8 luglio Antonello Lovato viene condannato a 16 anni per l'omicidio volontario
di Satnam Singh. Ricostruiamo il processo e perché i controlli non sono riusciti
a fermare per tempo un'azienda già indagata per caporalato
L'articolo Newsroom – Satnam Singh: la sentenza. Perché la legge 199 contro il
caporalato non basta proviene da IrpiMedia.
di Haidi Gaggio Giuliani La prefazione di Haidi Giuliani al libro di Carlo
Bachschmidt racconta venticinque anni di lotte contro l’impunità, dal G8 di
Genova alle nuove vittime della violenza …
Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima
giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa
di lotta a San Didero, il secondo giorno è stato dedicato al confronto politico,
alla socialità e alla presenza nei luoghi della resistenza.
da Notav.info
Nel pomeriggio il presidio di Venaus ha ospitato la presentazione del libro “La
Lunga Frattura”, insieme alla redazione di InfoAut. Un momento di discussione
attorno ai temi della guerra e della crisi dei valori dell’imperialismo, dopo il
movimento in solidarietà alla Palestina di settembre e ottobre scorsi occorre
continuare a interrogarsi sulle possibilità che nel prossimo futuro si apriranno
per contrapporsi al riarmo generalizzato, alla devastazione dei territori e alla
crisi sociale.
La serata si è poi spostata al Presidio di Traduerivi, a Susa, dove aperitivo,
musica e iniziativa di lotta hanno riportato al centro uno dei luoghi simbolo
della devastazione in Valsusa.
Decine di No Tav hanno raggiunto poi il cantiere, percorrendone il perimetro e
facendo risuonare una lunga battitura contro le reti che delimitano l’area.
Nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine la determinazione dei
presenti ha permesso di divellere alcuni tratti della concertina installata
lungo le recinzioni. La risposta è stata, ancora una volta, a suon di
lacrimogeni e idrante nel tentativo di allontanare i/le No Tav dalle reti. Un
copione ormai noto, che vede un enorme impiego di uomini e mezzi schierati per
difendere l’ennesimo cantiere mentre la mobilitazione No Tav continua a
dimostrare, con determinazione e partecipazione, che la resistenza in Valle non
si è mai fermata.
Ancora una volta il weekend di lotta ha rappresentato un’occasione per
ritrovarsi, condividere esperienze e rafforzare i legami tra chi continua a
sostenere la lotta No Tav.
La giornata di oggi vede la fine di questo fine settimana tra montaggi e
allestimenti in vista del Festival Alta Felicità, che tornerà il prossimo fine
settimana a Venaus per celebrare la sua decima edizione.
Come ogni anno, il passaggio dal campeggio al festival racconta la continuità di
un percorso fatto di impegno collettivo, partecipazione e autorganizzazione.
Perché l’Alta Felicità non è soltanto un festival: è il frutto del lavoro di
centinaia di persone che, insieme, costruiscono uno spazio di incontro, cultura,
musica e resistenza nel cuore della Val di Susa.
L’appuntamento è quindi per il prossimo weekend a Venaus, per dieci anni di Alta
Felicità e una nuova occasione per continuare a dimostrare che un’altra idea di
territorio, fondata sulla condivisione e sulla difesa dei beni comuni, è
possibile.