TRACKLIST
Vanfleet – euclid
GANJ – Sortie nocturne featuring Wonky Ouija
Azemad – أوضة – Oda ft. Siko Slam
Damos Room – Dust 4 Dust
Amando x Miles Won – Einskommafünf
Makumbo – Pavone
escha – loe horror show escha edit
Damos Room – Molars
Azemad – شكوى – Shakwa
Modern Collapse – ZEROXL
S.Murk – S.P.A.T.E
Slikback – KIRI
Faultsz – Ying Freestyle Produced by Stretch
Devon Rexi meets John T. Gast – Mashrub
Yo OG – Castaway
Commodo – Loquacious (ft. Pink Siifu)
APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 13 agosto 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
In sync con gli orari di apertura della pasticceria all’angolo via Cecchi-via
Cigna (di solito chiusa il lunedì) prosegue la settimana di MatinéeXXL
extended-canicola-summer edition. Oggi in studio ospiti Rally K e Nicholas,
direttamente da La Messinscena, in onda la domenica notte a targhe alterne su
radio blackout. Selezioni dub-chill fresche e cremose come i cornetti del
capitano.
Ing Sollazzi & Dj Post Pony (09.00-10.00)
Rally K & Nicholas (10.00-11.00)
Abbiamo raccolto alcune valutazioni sulla resistenza di questi giorni grazie a
una chiacchierata svolta con un attivista di XR che partecipa alla lotta per la
difesa di Bosco Ospizio a Reggio Emilia, buona lettura!
Lo chiamano Bosco Ospizio perché fino a 21 anni fa lì sorgeva un ospizio con un
grande giardino alberato. Una volta demolito l’edificio principale, è iniziato
un processo di rinaturalizzazione spontanea avviato grazie all’inaccessibilità
all’area, perimetrata da una recinzione che impediva al pubblico di entrarvi.
Si è quindi originato un ambiente con le caratteristiche di un bosco urbano vero
e proprio. Un ecosistema peculiare, 45 mila metri quadrati che hanno, oggi più
che mai, effetti positivi inestimabili sul contesto urbano circostante,
contribuendo a mitigare il calore urbano e ad assorbire gli inquinanti di
un’area della città abitata soprattutto da anziani e fasce meno abbienti.
Circa undici anni fa l’area fu acquistata da Conad, soggetto particolarmente
influente a Reggio Emilia, con l’obiettivo di realizzare un centro commerciale.
Tra le opere di compensazione previste dall’intervento, Conad ha proposto la
realizzazione di una Casa della Salute e di una biblioteca (quest’ultima già
presente in passato ai tempi dell’ospizio e ora spostata non molto distante).
Peccato però che tali opere corrispondano a meno di 2 mila metri quadrati di
un progetto che prevede di cementificarne oltre 30 mila, che nelle carte del
piano finanziario dell’Ausl Emilia-Romagna non risulti alcuna spesa per la Casa
della Salute almeno fino al 2028 e che quest’ultima non compaia nemmeno nella
programmazione delle future opere edilizie. Elementi che mettono in dubbio la
reale volontà di realizzare il presidio sanitario annunciato.
Il progetto, a causa diversi ostacoli burocratici, non era comunque mai partito,
ma un paio d’anni fa l’iter ha subito una forte accelerazione. Per contrastarla,
viene formata l’Assemblea Bosco Ospizio, un comitato composto inizialmente da
Ecologia Integrale, che ne rappresenta il riferimento tecnico, da Extinction
Rebellion Reggio Emilia e Ripuliamoci Reggio Emilia, ai quali si è aggiunta
successivamente Legambiente Reggio Emilia. Con il tempo si sono uniti numerosi
cittadini e cittadine, dando vita a un’assemblea permanente e orizzontale che si
riunisce ogni settimana e raccoglie persone di età e provenienza anche molto
varie.
Le prime iniziative sono consistite in manifestazioni pubbliche e una raccolta
firme per chiedere la convocazione di un Consiglio comunale aperto, uno
strumento di partecipazione civica previsto nello statuto del Comune di Reggio
Emilia, utilizzato per portare le istanze della cittadinanza all’amministrazione
(per inciso, quello promosso dall’Assemblea Bosco Ospizio è stato il secondo
Consiglio comunale aperto mai convocato nella città). Alla seduta del Consiglio
l’aula viene riempita da sostenitori del comitato contrario al progetto mentre
il fronte favorevole è invece rappresentato da una singola persona portavoce di
un fantomatico comitato del Sì. In quella sede il comitato ha presentato studi,
dati tecnici e analisi scientifiche sugli impatti sociali e ambientali che una
simile colata di cemento avrebbe su un quartiere che, come scritto, è abitato
prevalentemente da persone anziane e nuclei a basso reddito. L’obiettivo era
fermare l’ultima firma necessaria al via libera definitivo, firma onere
dell’Assessore alla rigenerazione urbana Pasini. L’amministrazione, tuttavia, ha
sostenuto che gli accordi fossero ormai definitivi e di non avere più margini di
intervento, respingendo pertanto le richieste del comitato (al che, ci
chiediamo, perché quindi sarebbe stato necessario attendere questa firma?).
Durante lo stesso consiglio viene depositata una mozione popolare, a seguito di
un’altra raccolta firme. La mozione verrà poi discussa in occasione di un altro
consiglio comunale dedicato con data indicata dall’amministrazione. Tuttavia,
due giorni prima, senza alcuna comunicazione pubblica, la stessa amministrazione
aveva già apposto la firma sul progetto definitivo. Ancora una volta – i casi
sono innumerevoli, gli schemi con cui si ripetono simili – all’esercizio di
partecipazione concreta, alla capacità di onorare la democrazia e di costruire e
applicare saperi tecnico-scientifici da parte della cittadinanza, certe
amministrazioni rispondono in modo paternalista, sprezzante e truffaldino,
sfiduciando strumenti che loro stesse hanno messo in campo, forse, non rimane
che pensare, per elemosinare un po’ di consenso e qualche voto.
La prima azione di blocco risale a febbraio 2025, quando viene impedito l’avvio
dei carotaggi esplorativi preliminari al cantiere, che avrebbero comportato lo
sfalcio di ampie porzioni di vegetazione. In seguito all’iniziativa, nove
attivisti sono stati denunciati da Conad con le accuse di violenza privata e
invasione di terreni ed edifici e danneggiamento. Il comitato ha risposto
avviando una raccolta fondi per sostenere le spese legali e incaricando un
avvocato.
Dopo mesi di apparente stallo la situazione si è riaccesa la scorsa settimana,
quando è emersa la notizia dell’imminente avvio dei lavori. Il comitato ha
prontamente lanciato un appello pubblico che ha raccolto un’ampia adesione.
Lunedì mattina (questo 3 agosto), dalle 6.00 in poi, circa 150 persone si sono
ritrovate davanti all’ingresso principale del bosco per impedire l’accesso ai
mezzi di cantiere. Oltre ai cittadini di Reggio Emilia erano presenti
partecipanti arrivati anche da Carpi, Bologna e Brescia; a metà mattina
l’impresa incaricata ha ritirato i mezzi. Il giorno seguente la scena si è
ripetuta: i mezzi hanno tentato nuovamente di entrare, mentre sul posto erano
presenti anche gli agenti della Digos, impegnati a filmare cittadini e cittadine
che difendono un luogo prezioso per tutta la comunità. Due operatori della ditta
incaricata dei lavori hanno forzato dall’interno la catena che chiudeva
l’accesso principale all’area, ma i mezzi non sono comunque riusciti a passare
grazie a una ventina di persone sedute davanti all’ingresso e a tante altre
intorno a sostenerle.
Al momento l’Assemblea ha organizzato un presidio permanente giorno e notte nel
parco adiacente l’ingresso del bosco. La lotta quindi non si ferma e diventa
punto di riferimento per chiunque desideri delle città in cui sia possibile
vivere in modo più giusto insieme e insieme alla natura.
Di seguito rilanciamo il comunicato esposto martedì 4 agosto da Assemblea Bosco
Ospizio durante la conferenza stampa convocata davanti all’entrata del bosco.
Buongiorno siamo l’assemblea permanente del Bosco Ospizio di Reggio Emilia
Partiamo da un fatto: ieri Reggio Emilia ha risposto alla nostra chiamata per
difendere Bosco Ospizio dall’abbattimento con oltre 150 presenze. Dalle 6:30 di
mattina di un lunedì, ad agosto, con allerta arancione per il caldo estremo, più
di 150 persone si sono prese la responsabilità di fare quello che né
l’amministrazione reggiana né Conad Centro Nord hanno saputo fare: prendere
scelte compatibili con l’emergenza climatica in cui ci troviamo e impedire
l’abbattimento di un polmone verde di 45.000 mq nel quartiere di Ospizio. Un
quartiere con un’alta concentrazione di bambini, anziani e famiglie a basso
reddito, per i quali la vivibilità di questa città è legata a doppio filo alla
presenza di rifugi climatici come il Bosco, le stesse categorie che questa
settimana riempiranno i pronto soccorso, come già successo a giugno.
Siamo rimasti e rimaniamo in presidio permanente ad oltranza. Ieri sera abbiamo
lanciato un’assemblea plenaria partecipatissima e alcuni di noi hanno passato la
notte in tenda per essere pronti, di nuovo, questa mattina e ancora domani e
fino a quando sarà necessario. Quello che permette tutto questo è la comunità
che si è creata in questi due anni di manifestazioni, raccolte firme e eventi
culturali organizzati autonomamente dall’Assemblea. Una comunità vera, non
quella citata – ma mai ben definita – da Conad per lisciarsi le piume, ma un
insieme di idee condivise, relazioni, espressioni di cura e solidarietà
continue. Siamo alla resa dei conti e non abbiamo intenzione di arretrare di un
passo.
Abbiamo 3 messaggi che vogliamo lanciare.
Il primo è per i cittadini e le cittadine reggiane, a cui chiediamo di unirsi a
noi in presidio in questi giorni quando possibile. Tre settimane fa Reggio
veniva investita da una tempesta tropicale, mentre ora tocchiamo picchi
quotidiani di 39 gradi. A chiunque sia preoccupato per il proprio futuro e per
quello delle future generazioni di reggiani, che dovranno vivere in una città
sempre più soffocante e rovente: il vostro posto è qui con noi.
Il secondo è per l’amministrazione di questa città. Decine e decine di vostri
cittadini, incluse persone fragili, sono pronti a resistere durante un’allerta
arancione per preservare questa area verde, esponendosi personalmente. Speriamo
vi rendiate conto della questione di salute pubblica che è pronta ad esplodere
in questi giorni, con persone esposte lunghe ore a temperature estreme, per
compensare la vostra inadeguatezza passata e presente. Speriamo vi rendiate
conto del problema di salute pubblica che si creerà negli anni a venire se non
fermerete la cementificazione ora. Siete disposti a lasciare che questo accada
nella vostra città?
Inoltre, negli ultimi mesi ci hanno riempito le orecchie con le micro foreste
urbane, con interventi anche piuttosto costosi, alla luce di questa volontà
chiediamo, all’amministrazione, di considerare il bosco un’area tale, che ha già
le caratteristiche giuste e si trova in un posto ideale a ridosso della via
Emilia spesso congestionata dal traffico. Oltretutto situata tra una scuola
dell’infanzia e una elementare dove deve essere garantita l’agibilità del
servizio. Non dimenticando le proteste degli ultimi mesi negli asili da parte
degli insegnanti e genitori per le temperature torride che incrinavano la
qualità del servizio scolastico.
E per finire, non possiamo dimenticare tutti i proclami negli ultimi anni tra i
cittadini del quartiere per promuovere il progetto della casa della salute, che
di fatto non viene nemmeno citata negli atti del progetto esecutivo sui lavori
previsti da qui a 3 anni.
L’ultimo messaggio è per Conad: non potete più fingere di non vedere quello che
sta succedendo a Bosco Ospizio. Oggi vi tocca fare i conti con la risposta
popolare che è emersa e calcolare le ripercussioni d’immagine che questa vicenda
potrebbe portarvi.
Fermate le ruspe.
Non è troppo tardi per aprire possibilità di dialogo condiviso su questo spazio.
Di qui non passa nessuno.
da Effimera, un articolo di Emanuele Braga
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta
compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli
eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un
popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali
uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno
il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio
nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel
sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni
moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia,
dell’ennesimo cittadino nero.
In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due
poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a
Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la
polizia. Strano.
In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati
dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival
Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre
vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio.
Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più
progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali
anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze,
pena la vittoria della destra.
Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno
accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la
realtà.
C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non
riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della
politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il
campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire
l’ascesa di Vannacci.
La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i
movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia
di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui
il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta
stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno
conflittuali e violente.
La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come
fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che
Vannacci arrivi davvero al potere.
Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di
due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter
vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per
equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere
il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme.
Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per
ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio
Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che
prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse
stato così, oggi ci farebbe sorridere.
Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri
attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle
violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale
che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e
sfruttamento.
La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di
parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che
accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è
imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di
raccontare.
Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti
gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai
cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio.
Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le
cose a chi finge di non capirle.
C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di
imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici
e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi
industriali dei settori energetico, militare e tecnologico.
Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in
Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai
diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di
distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di
potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo
vecchi per preoccuparsene davvero.
Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro
sono i buoni.
Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato
dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine,
delle loro infrastrutture e del loro potere.
Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni
vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono
di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il
proprio potere e diventano ancora più cattivi.
Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione
attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non
assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o
di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa
essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi.
Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha
bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine
non c’è, lo inventa.
Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro.
Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che
la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che
distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive
in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme?
Queste sono le domande politiche all’altezza del presente.
Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola
usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una
volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché
le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili.
Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a
considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere
una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale
violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa,
legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto
quando chi subisce decide di reagire.
Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro,
nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli
interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e
la devastazione ambientale.
Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di
polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati
mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare
qualcosa di infinitamente più violento di loro.
Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è
che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza.
Dagli scritti coloniali di Herzl ai cani da attacco, dai cinghiali alle prigioni
con fossato di coccodrilli, gli animali sono stati a lungo impiegati nel
progetto sionista per terrorizzare i palestinesi.
Fonte
Joseph Massad – 30 luglio 2026
Il 18 gennaio 2021, decine di coccodrilli furono trovati spiaggiati in una
fattoria abbandonata vicino all’insediamento israeliano illegale di Petzael,
nella valle del Giordano occupata.
All’inizio di questo mese, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano
Itamar Ben Gvir ha annunciato che Israele avrebbe utilizzato i coccodrilli del
Nilo come guardie carcerarie per i prigionieri politici palestinesi .
Il programma inizierà presso il carcere di Ketziot, il più grande di Israele,
nel deserto del Naqab (Negev). Il carcere è stato un campo di concentramento
dove migliaia di palestinesi furono incarcerati tra il 1988 e il 1995 durante la
Prima Intifada. I palestinesi conoscevano Ketziot come il campo di Ansar III.
Per agevolare questo piano, il Ministro della Protezione Ambientale Idit Silman
ha dichiarato il coccodrillo “animale selvatico addomesticato”. In base a questa
nuova classificazione, i rettili verranno liberati nei fossati che circondano le
prigioni israeliane, dove i palestinesi sono imprigionati e trattati come
animali.
Ben Gvir si è ispirato al nuovo centro di detenzione per migranti in Florida,
soprannominato “Alcatraz degli alligatori”, visitato lo scorso anno dal
presidente degli Stati Uniti Donald Trump . Questa prigione degli orrori “sorge
in una vasta zona umida subtropicale infestata da alligatori, coccodrilli e
pitoni”.
Si tratta di un caso in cui una colonia di insediamento ne ha ispirata un’altra.
Gli animali sono da tempo un elemento ricorrente nelle strategie israeliane per
dominare e opprimere i palestinesi e per “riportare” la Palestina al suo passato
ebraico idealizzato. I leader sionisti e israeliani hanno spesso paragonato i
palestinesi agli animali, ma la guerra condotta da Israele contro gli animali va
oltre le metafore e coinvolge animali reali.
Guerra animale
I leader sionisti e israeliani hanno a lungo descritto i palestinesi come
“animali”, spesso specificandone la specie.
Per giustificare l’avvio del genocidio a Gaza, ad esempio, l’allora ministro
della Difesa israeliano Yoav Gallant definì i palestinesi “animali umani”.
Al contrario, negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, il ministro della
Difesa israeliano Moshe Dayan non poté scegliere a quale specie di insetti o
mammiferi i palestinesi assomigliassero di più, e li chiamò “vespe” e “cani”
nell’interesse della non discriminazione.
Per decenni, Israele ha usato gli animali per opprimere e umiliare i
palestinesi, prendendo di mira entrambi con la sua macchina di morte
Negli anni ’80, il Primo Ministro israeliano Menachem Begin li elevò al rango di
“bestie a due zampe”, mentre l’ex capo di stato maggiore israeliano Rafael Eitan
li declassò nuovamente a ” scarafaggi “. Il Primo Ministro israeliano Yitzhak
Shamir preferì la categoria entomologica, descrivendo i manifestanti palestinesi
come ” cavallette “.
Ironicamente, nel 2000 il Primo Ministro Ehud Barak definì i palestinesi
“coccodrilli”. Il piano di Ben Gvir, a quanto pare, è quello di far sì che dei
veri coccodrilli proteggano quelli metaforici.
Al di là di similitudini e metafore, il piano del ministro non inaugura una
guerra contro gli animali perpetrata contro i palestinesi. Per decenni, Israele
ha utilizzato gli animali per opprimerli e umiliarli, prendendo di mira sia i
palestinesi che i loro animali con la sua macchina di morte, trattandoli come
appartenenti alla stessa specie.
In un agghiacciante reportage di Al Jazeera English del 28 novembre 2023, lo
scrittore e poeta palestinese Refaat Alareer, volontario presso il comune di
Gaza, accompagnava gli spettatori attraverso lo zoo cittadino devastato,
documentando gli animali morti e affamati. Una settimana dopo, Israele avrebbe
compiuto il famigerato assassinio di Alareer e di diversi membri della sua
famiglia, nel contesto del genocidio in corso.
Oltre a uccidere gli animali palestinesi, i coloni israeliani li hanno anche
rubati, insieme a bovini e altro bestiame palestinese. Israele ha persino rubato
la vipera palestinese autoctona nel 2018 e l’ha dichiarata il suo “serpente
nazionale”.
La preoccupazione sionista per gli animali, in particolare per i serpenti,
risale al fondatore dell’Organizzazione Sionista, Theodor Herzl, che nei suoi
diari delineò cosa si sarebbe dovuto fare con le popolazioni indigene e gli
animali della Palestina.
Dopo aver discusso di come espellere i palestinesi e sostituirli con coloni
ebrei europei, scrisse:
“Se ci spostiamo in una regione dove sono presenti animali selvatici a cui gli
ebrei non sono abituati – grossi serpenti, ecc. – utilizzerò gli indigeni, prima
di impiegarli nei paesi di transito, per lo sterminio di questi animali. Gli
ebrei offriranno premi elevati per le pelli di serpente, ecc., così come per le
loro uova”.
Dopo oltre un secolo di colonizzazione e deportazioni sioniste, i palestinesi e
i loro serpenti – sfortunatamente per Israele e i suoi coloni ebrei – rimangono
nel paese.
Fantasie bibliche
Durante il Mandato britannico, i crudeli colonizzatori britannici importarono
cani dal Sudafrica e li aizzarono contro i rivoluzionari anticoloniali
palestinesi nelle loro prigioni alla fine degli anni ’30. I britannici
affamavano e aizzavano i cani prima di lanciarli contro i prigionieri affinché
ne “divorassero” la carne.
Dal 1967, tuttavia, gli israeliani più ingegnosi hanno condotto una vera e
propria guerra animalesca contro i palestinesi. Ben prima del progetto delle
guardie anti-coccodrillo, utilizzavano cani, cinghiali, pecore, mucche, cervi,
asini selvatici e uccelli come strumenti di oppressione, e continuano a farlo.
Le fantasie bibliche ispirarono Avraham Yoffe , generale dell’esercito
israeliano nel 1948 e in seguito primo direttore dell’Autorità israeliana per la
natura e i parchi, a dare il via a quello che gli israeliani chiamarono il
“ritorno” e la “reintroduzione” delle specie animali menzionate nella Bibbia.
Due di questi animali sono stati “restituiti” a Israele – proprio come gli ebrei
sono “tornati” – dall’Iran , dove entrambe le specie avevano continuato a
esistere: il daino persiano e l’asino selvatico asiatico.
L’asino selvatico fu introdotto nel Naqab tra il 1982 e il 1987, dopo essere
stato donato a Israele dallo zoo dello scià a Teheran prima della caduta del suo
regime. Quattro daini, invece, furono audacemente prelevati dal loro habitat
naturale e “salvati” da Israele dall’Iran alla vigilia della Rivoluzione
islamica, “salvandoli” così dal nuovo regime.
Gli asini selvatici, menzionati nel Libro di Giobbe, sono stati “reintrodotti”
nel Naqab e hanno invaso il territorio dei cammelli beduini palestinesi. I loro
proprietari sono stati sanzionati per aver permesso ai loro cammelli di
abbeverarsi alle tradizionali fonti d’acqua ora riservate agli asini
“reintrodotti”. Solo nel 2018 e nel 2019, Israele ha imposto 76 multe per un
totale di 544.300 shekel (160.000 dollari) ai beduini palestinesi per
l’intrusione dei loro cammelli nel nuovo territorio degli asini selvatici.
Per quanto riguarda i daini, il loro “ritorno” ha spinto Israele a sterminare la
popolazione di cani selvatici sulle colline di Gerusalemme prima di reintrodurre
i daini nel 2005. I cani sono stati riclassificati come “selvatici” per
consentirne l’abbattimento legale in nome della salvaguardia dei daini.
Uccidere i cani palestinesi ed espellere i cammelli palestinesi dal loro
territorio è un destino non dissimile da quello che Israele ha inflitto allo
stesso popolo palestinese, il tutto per rendere la terra biblica e “di nuovo
ebraica”, come ha sostenuto Irus Braverman, professore di diritto e avvocato
ambientalista israeliano .
Utilizzare la fauna selvatica come arma
Israele ha inoltre criminalizzato la diffusa pratica di tenere i cardellini,
piccoli uccelli molto apprezzati in Palestina e nei paesi arabi limitrofi per i
loro splendidi colori e il loro piacevole cinguettio. (ndt 1)
Ma la guerra che Israele conduce contro gli animali è molto più violenta della
storia dei cervi, degli asini selvatici e dei cardellini.
Dal 2009 , se non prima, gli insediamenti israeliani hanno utilizzato i
cinghiali come arma contro i palestinesi in Cisgiordania. Lo hanno fatto di
nuovo nel 2014 e nel 2022, quando i coloni israeliani hanno caricato i cinghiali
su dei camion e li hanno liberati vicino alle comunità palestinesi che, a
differenza dei quartieri israeliani recintati e illegali nelle vicinanze,
rimangono vulnerabili alle invasioni di cinghiali.
I cinghiali hanno attaccato e ferito persone e bestiame, distruggendo anche i
raccolti. Israele vieta ai palestinesi di ucciderli in quanto specie protetta.
La militarizzazione continua. Nell’aprile del 2025, l’esercito israeliano ha
liberato 18 cinghiali a Iktaba, un villaggio palestinese assediato vicino al
campo profughi di Nur Shams, nella Cisgiordania occupata. Israele aveva espulso
gli abitanti del campo e aveva iniziato a distruggerlo. I cinghiali erano
destinati a terrorizzare i palestinesi che cercavano di tornare a casa.
Oltre a salvare i daini dall’imminente instaurazione della Repubblica Islamica
nel 1978, Israele ha anche cercato di salvare gli asini di Gaza dalla
“schiavitù” palestinese, mentre commetteva un genocidio contro i palestinesi.
I palestinesi di Gaza dipendono da asini e cavalli per i trasporti, la
distribuzione dell’acqua, la raccolta della legna da ardere, l’agricoltura e il
trasporto di giornalisti e squadre umanitarie; pertanto, il furto di asini fa
parte degli sforzi genocidi di Israele.
Centinaia degli asini sopravvissuti sono stati rapiti e rubati, e oltre il 97%
della popolazione animale di Gaza – tra cui mucche, pecore, capre, cavalli, muli
e asini – è stata sterminata dall’inizio del genocidio, insieme all’84% della
vegetazione.
Anche in Cisgiordania i coloni attaccano , rubano e uccidono regolarmente il
bestiame palestinese. Un rapporto di Amnesty International descrive
dettagliatamente questa guerra contro gli animali, compresa l’occupazione da
parte di Israele dei pascoli palestinesi.
Cani da attacco
Mentre i cani “selvatici” palestinesi venivano uccisi affinché i daini persiani
potessero rendere Israele di nuovo “ebraico”, i cani europei vengono importati
per attaccare i palestinesi e, più recentemente, per violentarli.
I Paesi Bassi, nemici del popolo palestinese dal 1948, sono uno dei principali
fornitori di questi cani da attacco. Anche l’unità cinofila israeliana Oketz
importa cani da altri fornitori europei e li addestra per terrorizzare i civili.
Tra l’ottobre del 2023 e il 2025, Israele ha effettuato almeno 146 attacchi con
i cani Oketz, uccidendo Mohammad Bhar , un palestinese di 24 anni affetto da
sindrome di Down e autismo, nella sua abitazione, e ferendone decine. Le
organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato gran parte di questa guerra
canina.
Ancor più orribile, come rivelato nel corso dell’ultimo anno, Israele ha
addestrato questi cani razzisti (ndt 2) a violentare prigioniere palestinesi .
Persino il New York Times si è finalmente degnato di pubblicare un articolo sui
cani stupratori addestrati da Israele, vista la portata dell’orrore.
Per non dimenticare l’umanità che la legge israeliana riserva agli animali
selvatici piuttosto che agli animali e agli esseri umani palestinesi, i giudici
compassionevoli della Corte Suprema israeliana furono tra i primi al mondo a
vietare la produzione di foie gras nel 2003, proteggendo oche e anatre
domestiche dalla tortura dell’alimentazione forzata.
Lo stesso tribunale , ovviamente, autorizza la tortura dei palestinesi. Nel
2015, al contrario, Israele ha legalizzato l’alimentazione forzata dei
palestinesi in sciopero della fame nelle sue prigioni, una pratica condannata a
livello internazionale come tortura.
In questo contesto, il progetto di Ben Gvir di utilizzare i coccodrilli del Nilo
per sorvegliare i “coccodrilli umani” non è oltraggioso, ma dimostra l’amore
umanitario di Israele per ogni specie animale, ad eccezione degli “animali
umani” palestinesi, che insiste a sterminare, questa volta dandoli in pasto ai
coccodrilli del Nilo.
Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale
presso la Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli
accademici e giornalistici. Tra le sue opere si annoverano Colonial Effects: The
Making of National Identity in Jordan; Desiring Arabs; The Persistence of the
Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians e, più
recentemente, Islam in Liberalism. I suoi libri e articoli sono stati tradotti
in una dozzina di lingue
Note della traduttrice.
1- Nell’articolo si cita il divieto imposto da Israele di detenere cardellini
come esempio di una pratica culturale ostacolata dall’occupazione. Ritengo
tuttavia opportuno aggiungere una precisazione.
La detenzione degli uccelli in gabbia non può essere considerata un valore da
difendere, poiché li priva della libertà e li costringe a vivere in cattività
per il solo intrattenimento umano.
Allo stesso tempo, il divieto imposto dalle autorità israeliane ha favorito la
nascita di un traffico clandestino di cardellini, organizzato, per necessità
economica e culturale, soprattutto da palestinesi, che spesso trasportavano gli
animali nascosti in condizioni estremamente stressanti e crudeli, causando la
morte di moltissimi di essi. Gli esemplari sequestrati, inoltre, non venivano
affidati a centri di recupero né, ove possibile, reintrodotti in natura:
inizialmente venivano soppressi con il gas e, successivamente, quando questo
metodo fu abbandonato perché evocava il ricordo delle camere a gas naziste,
lasciati morire di fame e di sete sotto il sole.
Questa precisazione non intende in alcun modo sminuire la realtà
dell’occupazione, né le gravissime violazioni dei diritti umani documentate in
questo articolo. Vuole semplicemente ricordare che la sofferenza degli animali
merita di essere riconosciuta e condannata indipendentemente da chi la provochi:
in questa vicenda essi sono stati prima privati della libertà, poi trafficati in
condizioni crudeli e, infine, deliberatamente uccisi.
2 – Riguardo all’espressione “cani razzisti”. Si tratta di un’espressione
efficace sul piano giornalistico, ma che rischia di attribuire agli animali
responsabilità che appartengono esclusivamente agli esseri umani. I cani non
sono razzisti: sono individui addestrati ad aggredire persone identificate dai
loro conduttori come appartenenti alla popolazione palestinese, attraverso un
condizionamento basato su specifici odori, abbigliamento, contesti o altri
stimoli associati a tali persone. Il razzismo non risiede nell’animale, ma nel
sistema che lo addestra e lo trasforma in uno strumento di discriminazione e di
violenza.
Come nel caso dei cardellini citato in precedenza, anche qui l’animale non è né
un simbolo né un soggetto morale: è una vittima, trasformata dall’essere umano
in uno strumento di dominio, da sfruttare per aggredire e terrorizzare.
--------------------------------------------------------------------------------
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Il sequestro di una bomba contenente quasi 400 grammi di Semtex ha riacceso i
riflettori sulla rete, sul reclutamento e sulla persistente minaccia
rappresentata dal gruppo repubblicano dissidente.
Robin Schiller
Irish Independent
31 luglio 2026
--------------------------------------------------------------------------------
Il sequestro, avvenuto la scorsa settimana, di un ordigno contenente quasi 400
grammi di esplosivo plastico Semtex ha alimentato i timori che la New IRA sia
riuscito ad accedere a nuove scorte di esplosivo di grado militare, in un
momento di rinnovata attività violenta da parte dell’organizzazione repubblicana
dissidente.
Sebbene le sue operazioni continuino a concentrarsi prevalentemente a nord del
confine, la Garda ritiene che il «significativo» ordigno esplosivo recuperato
mercoledì scorso nella contea di Monaghan sia stato assemblato a Dublino o nella
sua area metropolitana, elemento che metterebbe in luce la dipendenza
dell’organizzazione da una rete di attivisti operanti nella capitale.
Nonostante una consistenza stimata di appena un centinaio di membri, gli
avvenimenti più recenti suggeriscono inoltre che il gruppo continui ad attrarre
giovani appartenenti a una generazione nata molti anni dopo la fine dei
Troubles, alimentando le preoccupazioni degli apparati di sicurezza circa la sua
capacità di reclutare nuove leve e garantire continuità alla propria campagna
armata.
Le indagini sul sequestro della scorsa settimana sono tuttora in corso e mirano
ad accertare chi abbia costruito l’ordigno e a identificare gli altri soggetti
coinvolti, nel tentativo di smantellare la rete del terrorismo repubblicano.
L’episodio rappresenta l’ultimo grave incidente attribuito alla più recente
incarnazione dell’Irish Republican Army.
LE ORIGINI
La New IRA nacque nel 2012 dalla fusione di militanti provenienti dalla Real
IRA, da Republican Action Against Drugs (RAAD) e da numerosi altri piccoli
gruppi repubblicani dissidenti contrari al processo di pace.
La sua costituzione segnò, di fatto, la fine della Real IRA, organizzazione
attiva dal cessate il fuoco del 1997 e responsabile dell’autobomba di Omagh che,
l’anno successivo, provocò la morte di ventinove persone. Nel 2012, inoltre, la
Real IRA guidata da Alan Ryan aveva ormai perso gran parte della propria
credibilità a causa dei suoi legami con attività criminali, comprese estorsioni
ai danni di commercianti nella Repubblica d’Irlanda e il coinvolgimento in faide
con gruppi della criminalità organizzata. Ryan fu ucciso nel settembre dello
stesso anno su ordine di un importante esponente del crimine organizzato di
Dublino.
Tra coloro ai quali venne affidato il compito di ricostruire la struttura
dirigente del dissidentismo figuravano Kevin Braney, originario di Tallaght,
destinato a diventare il responsabile della New IRA nell’area di Dublino, e
Michael Barr, proveniente dalla contea di Tyrone. Padre di sei figli, Braney
sarebbe stato successivamente nominato anche presidente di Saoradh per la città
di Dublino, il movimento repubblicano radicale comunemente considerato dagli
investigatori come il braccio politico della New IRA.
Poco dopo il suo trasferimento a Dublino, Barr venne arrestato insieme a Braney
e ad altri cinque uomini nell’ambito di un’operazione condotta dalla Special
Detective Unit (SDU) della Garda contro presunte attività dell’IRA.
Durante la perquisizione di un’abitazione a Tallaght, nel 2013, gli
investigatori rinvennero comunicazioni provenienti da detenuti repubblicani
rinchiusi nel carcere di Portlaoise, documenti che sarebbero stati fatti uscire
clandestinamente dall’istituto penitenziario. Tutti gli arrestati furono
incriminati con l’accusa di appartenenza all’IRA, ma il procedimento venne
successivamente archiviato a causa di una questione procedurale.
Mentre la nuova organizzazione prendeva forma, episodi di violenza
accompagnavano la sua nascita su entrambi i lati del confine.
Nel marzo 2013 il repubblicano dissidente Peter Butterly, trentacinquenne, venne
assassinato all’esterno dell’Huntsman’s Inn di Gormanston, nella contea di
Meath.
La Garda teneva sotto sorveglianza gli autori dell’omicidio già al momento
dell’agguato e le informazioni raccolte permisero agli investigatori di
registrarne segretamente le conversazioni nei giorni successivi, consentendo
infine di ottenere sei condanne per l’assassinio.
L’influenza esercitata da Kevin Braney all’interno dell’organizzazione emerse
chiaramente durante uno dei procedimenti celebrati davanti alla Special Criminal
Court. Quando un militante della New IRA, imputato per reati in materia di
esplosivi, ebbe la possibilità di ottenere una pena più lieve prendendo
formalmente le distanze dall’organizzazione, rivolse lo sguardo verso Braney,
seduto nell’aula del tribunale, e rifiutò l’offerta.
> Michael Barr era in attesa di sentenza dinanzi al Tribunale penale speciale
> per possesso di beni rubati quando è stato ucciso a colpi di pistola in un pub
> del centro nord di Dublino nell’aprile 2016
Nel marzo 2016, la New IRA ha compiuto un attentato contro l’agente
penitenziario Adrian Ismay a Belfast, facendo esplodere una bomba a trappola
sotto il suo furgone. Ismay è deceduto 11 giorni dopo in ospedale a seguito di
un infarto. Due mesi dopo, la Garda ha sequestrato una bomba da 167 kg sulla
Naas Road a Dublino, anch’essa collegata all’organizzazione.
BATTUTE D’ARRESTO
Nello stesso anno la New IRA subì una serie di duri colpi, conseguenza del
successo delle operazioni della Garda e della morte di uno dei suoi principali
organizzatori.
Michael Barr era in attesa della sentenza della Special Criminal Court per un
procedimento relativo al possesso di beni rubati quando, nell’aprile 2016, fu
ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno di un pub nella zona nord del centro
di Dublino.
L’omicidio venne eseguito da un commando del cartello Kinahan, che aveva
erroneamente identificato Barr come uno degli uomini coinvolti nella sparatoria
del Regency Hotel avvenuta all’inizio dello stesso anno. Sebbene, nell’ambito
delle indagini sul Regency, la Garda avesse acquisito le immagini delle
telecamere a circuito chiuso del pub Sunset House, dove Barr lavorava, l’uomo
non fu mai formalmente collegato a quell’attacco. In seguito gli vennero
tributati funerali in perfetto stile paramilitare a Strabane, cerimonia durante
la quale quindici persone furono arrestate per avere preso parte a una
manifestazione paramilitare.
L’anno successivo, nell’agosto 2017, anche il ruolo operativo di Kevin Braney
giunse al termine quando venne arrestato nella casa di famiglia nell’ambito di
un’indagine sulle attività del repubblicanesimo dissidente. In seguito fu
incriminato per appartenenza all’IRA e per l’omicidio di Peter Butterly.
Mentre gli agenti armati lo conducevano via in manette, Braney gridò:
> «State perseguitando dei repubblicani onesti. Vergognatevi.»
Fu l’ultima volta che avrebbe conosciuto la libertà.
Braney venne successivamente condannato sia per appartenenza all’IRA sia per
omicidio e sta attualmente scontando una condanna all’ergastolo nell’E Block del
carcere di Portlaoise. La Garda ritiene che continui ancora oggi a esercitare
una certa influenza sulla New IRA, sebbene la sua detenzione ne abbia
notevolmente ridotto il ruolo operativo.
ALTRO SANGUE E ALTRA VIOLENZA
Mentre l’attività dell’organizzazione nella Repubblica d’Irlanda rallentava, il
gruppo dissidente proseguì la propria campagna armata nell’Irlanda del Nord.
Lyra McKee
LYRA MCKEE
Il 18 aprile 2019, nel quartiere di Creggan a Derry, violenti disordini
scoppiarono quando un uomo armato aprì il fuoco contro un cordone della polizia.
La giornalista Lyra McKee, ventinovenne, venne colpita mortalmente mentre
osservava gli scontri.
Successivamente la New IRA rivendicò la responsabilità della sua uccisione,
definendola un «errore». Sebbene diverse persone siano state perseguite
nell’ambito dell’inchiesta, nessuno è mai stato condannato per il suo omicidio.
Negli anni successivi la New IRA continuò a condurre, a intervalli irregolari,
attentati dinamitardi contro le forze di sicurezza nordirlandesi.
Nel febbraio 2023 la tensione tornò a crescere quando il gruppo prese di mira il
detective capo della PSNI John Caldwell a Omagh.
L’alto funzionario di polizia aveva appena terminato un allenamento di calcio
giovanile quando due uomini armati gli si avvicinarono e gli spararono numerosi
colpi davanti a diversi bambini, compreso suo figlio.
La New IRA rivendicò l’attentato, che secondo gli investigatori sarebbe stato
portato a termine con l’assistenza di elementi appartenenti alla criminalità
comune.
Da allora numerosi imputati sono comparsi davanti ai tribunali nordirlandesi
nell’ambito dell’inchiesta, tra cui Brian Carron, che le autorità indicano come
una figura di primo piano dell’organizzazione nella contea di Tyrone.
Il tentato omicidio di Caldwell rappresentò l’ultimo grande attentato attribuito
alla New IRA per quasi tre anni.
> Nella zona di Lurgan, nella contea di Armagh, un corriere è stato preso in
> ostaggio da uomini armati, che gli hanno ordinato di guidare un’auto
> contenente una bomba fino alla stazione di polizia locale
Nel marzo 2024 il livello della minaccia terroristica in Irlanda del Nord venne
abbassato da “grave” (severe) a “sostanziale” (substantial), mentre una
valutazione dell’MI5 pubblicata all’inizio di quest’anno concludeva che la
minaccia era diventata «complessivamente stabile dopo diversi anni di graduale
declino», con una sensibile diminuzione degli episodi attribuiti ai gruppi
repubblicani dissidenti.
L’agenzia d’intelligence britannica, in un rapporto che copriva il periodo
compreso tra il 2023 e il 2025, affermava che non si erano verificati attentati
riusciti riconducibili al gruppo e sottolineava come fosse necessario mantenere
una costante pressione da parte degli apparati di sicurezza per contenere la
minaccia.
Nello stesso documento, tuttavia, la New IRA veniva definito «la più grave
minaccia alla sicurezza nazionale in Irlanda del Nord», aggiungendo che
l’organizzazione conservava sia l’intenzione sia la capacità di compiere
attentati.
Quel breve periodo di relativa calma terminò il 30 marzo di quest’anno.
Quella sera un autista addetto alle consegne venne sequestrato nella zona di
Lurgan, nella contea di Armagh, da uomini armati che lo costrinsero a guidare
un’automobile contenente una bomba fino alla locale stazione della PSNI.
Fu immediatamente dichiarato un allarme di sicurezza e, sebbene l’ordigno
rudimentale non esplodesse, la PSNI lo classificò come una bomba perfettamente
funzionante.
Alcune settimane più tardi, alla periferia di Belfast, il gruppo tentò un nuovo
attentato utilizzando lo stesso modus operandi.
Anche in quell’occasione un autista venne sequestrato nella zona di Twinbrook e
costretto a trasportare un’autobomba fino alla stazione della PSNI di Dunmurry.
L’ordigno, contenente Semtex come carica di innesco insieme a un timer e a un
detonatore elettronico, esplose successivamente senza provocare feriti gravi.
CARRICKMACROSS
Alla luce dei due attentati precedenti, gli apparati di sicurezza operanti su
entrambi i lati del confine avevano mantenuto un elevato livello di allerta
rispetto a possibili nuove attività del repubblicanesimo dissidente.
Il 22 luglio, nell’ambito di un’operazione basata su attività di intelligence,
agenti della Special Detective Unit (SDU) della Garda intercettarono
un’autovettura che stava viaggiando verso nord lungo la strada nazionale N2, nei
pressi di Carrickmacross, nella contea di Monaghan.
Secondo gli investigatori, il veicolo era stato posto sotto sorveglianza fin
dalla partenza da Dublino e sarebbe stato diretto a Derry.
Durante la perquisizione dell’automobile gli agenti rinvennero, all’interno di
un borsone collocato sul sedile posteriore, un ordigno contenente quasi 400
grammi di Semtex, completo sia di timer sia di detonatore.
Isobella Perrie Sullivan
Isobella Perrie Sullivan, venticinque anni, residente a Clane, nella contea di
Kildare, fu arrestata e successivamente incriminata per possesso di un ordigno
esplosivo.
Nel corso dell’udienza, nella quale la difesa contestò la richiesta di custodia
cautelare, il tribunale apprese che l’operazione scaturiva da un’indagine della
Garda relativa a presunte attività della New IRA.
In una successiva operazione venne arrestato anche il quarantquattrenne
dublinese Simon O’Donovan, dipendente del National Museum of Ireland presso la
sede di Collins Barracks.
Comparso in seguito davanti alla Special Criminal Court, O’Donovan fu
incriminato per diversi reati. In aula venne sostenuto che avrebbe prelevato
l’esplosivo dal proprio luogo di lavoro per consegnarlo successivamente a
Isobella Perrie Sullivan a Chapelizod.
La Garda sostenne che, qualora fosse stato rimesso in libertà, O’Donovan
«avrebbe continuato a partecipare alle operazioni e alle attività della New
IRA», oltre a «trasportare armi, personale e agevolare le comunicazioni»
dell’organizzazione.
Gli investigatori espressero inoltre il timore che potesse compromettere le
indagini distruggendo prove o intimidendo potenziali testimoni, «in particolare
il personale di Collins Barracks».
Diversamente dalla coimputata, a O’Donovan venne negata la libertà su cauzione.
Secondo l’articolo, l’operazione avrebbe inoltre evidenziato i presunti
collegamenti tra le attività della New IRA e il movimento politico Saoradh.
L’avvocato di Sullivan dichiarò infatti al tribunale che la propria assistita
era iscritta al partito da circa due anni, mentre O’Donovan era stato
fotografato in diverse occasioni, sui social media, durante attività di
propaganda elettorale di Saoradh a Dublino.
Anche Fergal Melaugh, indicato dagli investigatori come il presunto responsabile
della New IRA a Derry, viene indicato come appartenente alla stessa
organizzazione politica.
SEMTEX
Il recupero di una quantità ritenuta significativa di Semtex ha alimentato le
preoccupazioni degli apparati di sicurezza circa la possibilità che i
repubblicani dissidenti siano entrati in possesso di nuove scorte di esplosivo
militare.
Il Semtex, esplosivo plastico prodotto dalla società ceca Explosia, fu esportato
in grandi quantitativi verso la Libia negli anni Settanta, con centinaia di
tonnellate destinate al regime guidato da Muammar Gheddafi.
Una parte consistente di quel materiale finì successivamente nelle mani della
Provisional IRA, diventando l’esplosivo di riferimento utilizzato dai Provos
durante la loro campagna armata.
> Basterebbero solo 200 g di Semtex per distruggere completamente un’auto
Secondo fonti della sicurezza citate dall’articolo, il Semtex avrebbe tuttavia
una durata operativa relativamente limitata: circa dieci anni in condizioni
normali e non oltre vent’anni qualora conservato in condizioni ideali.
Per questo motivo, l’esplosivo sequestrato la scorsa settimana verrebbe
considerato appartenente a una partita relativamente recente.
Negli ultimi decenni, inoltre, sarebbero stati introdotti controlli molto più
rigorosi sulla produzione, la vendita e l’acquisizione di questo tipo di
materiale.
Una fonte della sicurezza ha dichiarato:
> «Per obliterare completamente un’automobile sarebbero sufficienti appena 200
> grammi di Semtex.
> Il fatto che in questo ordigno ne fosse presente il doppio, destinato a essere
> impiegato nell’Irlanda del Nord, dimostra che l’intenzione era quella di
> provocare il massimo danno possibile.
> Questo intervento ha senza dubbio salvato delle vite.
> Il Semtex viene prodotto con marcatori che ne consentono la tracciabilità e le
> indagini proseguono per stabilirne la provenienza.»
Secondo la Garda, la bomba sarebbe stata assemblata a Dublino o nella sua area
metropolitana per essere successivamente trasferita al comando settentrionale
della New IRA.
Gli apparati di sicurezza hanno evitato di indicare quale potesse essere
l’obiettivo dell’attentato, ma, alla luce dei due episodi precedenti, gli
investigatori ritengono plausibile che fosse in preparazione un terzo attacco
dinamitardo contro una struttura della Police Service of Northern Ireland
(PSNI).
SPECIAL BRANCH
Per decenni, la sezione d’intelligence della Garda e lo Special Branch hanno
svolto un ruolo costante nell’individuazione e nel contrasto delle reti e delle
operazioni dell’IRA. Secondo l’articolo, il sequestro dell’ordigno nei pressi di
Carrickmacross rappresenterebbe un’ulteriore dimostrazione della capacità di
queste strutture di continuare a interrompere e compromettere le attività dei
gruppi repubblicani dissidenti.
Una fonte della sicurezza ha dichiarato:
> «L’intelligence opera nell’ombra per ottime ragioni e l’opinione pubblica vede
> soltanto una minima parte del lavoro che viene svolto.
> È però evidente che le sezioni di sicurezza e d’intelligence di An Garda
> Síochána restano pienamente impegnate nel compromettere l’operatività di
> questi gruppi.
> L’intervento di Monaghan non dovrebbe essere sottovalutato. Ha senza dubbio
> salvato delle vite grazie al lavoro svolto dietro le quinte, alla cooperazione
> con partner internazionali e all’azione della Special Detective Unit sul
> terreno.»
Secondo recenti informazioni d’intelligence citate dall’articolo, la New IRA
avrebbe nel frattempo nominato un nuovo responsabile incaricato di dirigere le
attività operative dell’organizzazione nell’area di Dublino, con il compito di
colmare il vuoto lasciato dall’arresto e dalla successiva condanna di Kevin
Braney.
Alla luce della recente escalation di violenza e delle continue operazioni
condotte contro la rete del gruppo, la Garda ritiene che sia soltanto questione
di tempo prima che anche la nuova leadership subisca la stessa sorte di Braney e
finisca nel carcere di Portlaoise.
Un articolo ripubblicato da Les Enfants Terribles
Diffondiamo il video e il comunicato uscito da La Base – Cosenza, Aula Studio
Liberata e Fem.in Cosentine in Lotta
Non abbiamo mai avuto dubbi sulla dinamica che ha portato alla morte di Momo. Le
parole della famiglia e di diversi abitanti del quartiere sono state chiare sin
dall’inizio. Questo video, pubblicato da Iacchitè stamattina, fuga ogni altro
dubbio. Mohamed è morto sotto la custodia dei carabinieri, gli stessi che hanno
impedito alla madre di raggiungerlo al suolo. Momo era ammanettato e il
carabiniere Restaneo gli ha tolto le manette mentre il corpo stramazzava.
Le responsabilità delle forze dell’ordine sono chiare e purtroppo la morte di
Momo ci ricorda che questo non è un caso isolato, ma rappresenta la gestione
sistemica del disagio sociale, che non cura, anzi, reprime. In particolare non è
un caso che la maggior parte degli abusi avvengano su persone razzializzate e
povere. Il governo, incapace di dare risposte sul piano dei servizi sociali e
della garanzia dei diritti, si presenta con il suo volto più violento nelle
nostre case e nelle nostre strade.
Il “sistema Cosenza” fatto dalla connivenza tra Procura, pezzi di borghesia e
mala politica, impegnato affinché nulla cambi, ha già deciso come deve finire
questa vicenda: insabbiare e silenziare come già è successo per altri casi. Le
istituzioni hanno già preso posizione chiara: fare finta di nulla sperando che
il tempo contribuisca a fare finire nel dimenticatoio il volto di Momo.
Noi non possiamo permettere tutto ciò, la richiesta di giustizia deve farsi
incessante. Cosenza non accetterà mai l’ennesimo abuso di potere, lo ha
dimostrato e lo dimostrerà.
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di
Augustin, RSU FIOM della Electrolux di Forlì sulla situazione attuale del gruppo
industriale svedese che da maggio minaccia i suoi dipendenti con la prospettiva
di licenziamenti di massa, circa 1900 nel nostro paese (contando i contratti a
tempo determinato).
Dalla scorsa intervista che avevamo realizzato sull’argomento, ricordiamo che
erano stati previsti dei tavoli di confronto tra sindacati, istituzioni ed
azienda, come sono andate le contrattazioni a quei tavoli? Che aria si respira
nei vari stabilimenti Electrolux d’Italia? Quali le prospettive?
Buon ascolto
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
Il secondo argomento della puntata ha riguardato la possibilità di giornalisti
di esprimersi contro l’operato o l’idea stessa di Stato di Israele, infatti in
compagnia telefonica di Steano Galieni della Rete No Bavaglio, siamo andati a
spiegare in cosa consiste l’ex ddl 1004.
Dal blog pungolorosso.com : “La reale finalità di questo Ddl non è quella di
“contrastare l’anti-semitismo”, ma di impegnare le istituzioni dello stato
a promuovere ovunque il sionismo come ideologia di stato e
a contrastare-bastonare ogni forma di critica dello stato sionista e del
sionismo, e dei suoi protettori – tanto più se si tratta di una critica
militante e di massa nelle piazze. Non si deve mai dimenticare che tra i massimi
protettori dello stato di Israele c’è l’Italia di Meloni-Mattarella, terza
fornitrice di armi per il genocidio dopo Stati Uniti e Germania.
Le/I giornaliste/i anti-fasciste/i di “No Bavaglio” formulano la loro critica da
un punto di vista democratico, diverso dal nostro, che è anti-coloniale e di
classe. A differenza di noi, poi, nutrono illusioni sulle “forze democratiche”
presenti in parlamento (il cui comportamento fu già pessimo al Senato), e nella
loro denuncia si concentrano sull’attacco alla “libertà di espressione”, mentre
noi denunciamo al contempo l’attacco al movimento di sostegno alla resistenza
del popolo palestinese.
Ciò non toglie loro il merito di avere segnalato per tempo a tutti/e, anche a
noi, quello che giustamente definiscono un golpe estivo – contro cui bisogna
muoversi. “
Buon ascolto
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------
Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto intervistandoo
un’attivista di XR Reggio Emilia per farci raccontare la resistenza
dell’Assemblea permanente Ospizio al progetto di costruzione di un punto vendita
Conad e di una struttura destinata al comune all’interno di un bosco urbano.
Dopo mesi di tentativi nell’ostacolare la partenza di questa ennesima operazione
ecocida di cementificazione dei nostri territori, l’assemblea ha deciso di
lanciare un presidio permanente, riuscendo dal primo giorno (il 3 Agosto) di
fatto ad ostacolare l’ingresso delle ruspe nella futura area di cantiere.
Ovviamente sono arrivate di conseguenza identificazioni a tappeto da parte delle
forze dell’ordine e il tentativo di forzare il blocco costituito da un muri di
corpi di attivisti e attiviste. L’invito quindi è quello di raggiungere il
presidio permanente per continuare la lotta contro questo progetto.
Buon ascolto
di Nicola Rossiello* Non esistono «mele marce» né autonomie di reparto:
l’operato della polizia riflette le scelte del governo e del Ministero
dell’Interno. L’analisi di Nicola Rossiello operatore della Polizia …
(disegno di peppe cerillo)
Luglio inizia con la conferenza dei servizi sugli ex Mercati Generali:
Campidoglio e Regione concordano sulla prosecuzione del progetto di studentato
privato di Hines, e danno, al solito, solo i mesi estivi per opporsi (quando gli
uffici sono chiusi). L’assessore Zevi apre il Festival del patrimonio con il
titolo infantilizzante e ipocrita di Felicittà (era il nome della città di
Richard Scarry, prima tradotto come “Sgobbonia”). Intanto, nelle serate più
calde degli ultimi trent’anni, la sinistra cittadina continua a discutere sulle
esternazioni di Valerio Carocci della Fondazione Cinema America contro il
sindaco Gualtieri, e sulla trasformazione del cinema Metropolitan in cento
commerciale.
Il 3 viene pubblicato un appello di Nonna Roma: un gruppo di urbanisti critici
chiede una nuova direzione per l’urbanistica romana, per una città più vivibile
e partecipata. Il 4 dall’ospedale israelitico di Roma vengono sottratte ottanta
fiale di Fentanyl: abbastanza per confezionare ventimila dosi. La cassaforte che
le conteneva è stata aperta con la chiave. A Ostia muore un trentenne buttandosi
dal pontile. L’8 il Tar del Lazio respinge il ricorso sull’affidamento diretto
del Rialto Sant’Ambrogio alla comunità ebraica, affermando che i ricorrenti non
erano parte in causa. L’ex candidato sindaco Adinolfi viene arrestato con
l’accusa di truffa ed evasione fiscale. Il 9 grande picchetto antisfratto a
Garbatella, per evitare lo sfratto di una donna di cento anni dalla casa di un
ente previdenziale acquistato da Fabrica SGR (Caltagirone). Il Comune ritira
l’assurdo progetto dell’albero bioclimatico a Termini: una struttura di trenta
metri di metallo, dal costo di cinquecentomila euro, che avrebbe dovuto
rinfrescare l’aria dopo il taglio di tutti gli alberi della zona.
Il 10 il Municipio X (Ostia) pubblica la nuova mappa dei quartieri: per la prima
volta si riconosce l’Idroscalo, quartiere interamente autocostruito e
costantemente sotto minaccia di sgombero. L’11, il giorno dopo la scarcerazione
dei prigionieri anarchici arrestati a fine giugno, viene rioccupato il c.s.o.a.
Bencivenga sulla Nomentana, ma lunedì 13 viene sgomberato di nuovo e sessanta
persone vengono identificate. Il 14 inizia la conferenza dei servizi sullo
stadio di Pietralata, che formalizza l’“interesse strategico nazionale” dello
stadio della Roma, praticamente come una base militare. All’aeroporto di
Fiumicino la polizia sequestra 216 chili di khat a un cittadino israeliano
proveniente da Tel Aviv, che chiede di essere estradato in Israele. La sera a
Trastevere un senegalese filma un italiano che piscia sul muro, questo per
risposta tira fuori la pistola, spara per aria e poi spara a un braccio del
senegalese. Il 15 si annuncia che il fondo Kryalos di Blackstone ha comprato due
nuovi palazzi di lusso al centro di Roma – uno a Termini e l’altro a piazza di
Spagna – per farne due hotel. Il 17 si annuncia che i vigili del fuoco di Ostia
non si trasferiranno a Fiumicino come previsto ma si sposteranno all’ex Colonia
Vittorio Emanuele. L’assessore Zevi annuncia anche l’assegnazione del locale di
Esc a via dei Volsci (San Lorenzo) e la cancellazione del debito.
Il 18 c’è una manifestazione di poliziotti, finanzieri, carabinieri e soldati,
per chiedere gli aumenti degli stipendi. Il Times pubblica un articolo
sull’apertura di spiagge libere a Ostia, con intervista all’assessore al
patrimonio Zevi: fa notizia che in un paio di spiagge vicino Roma siano
applicate le direttive europee sugli arenili. Il 20 a Bastogi una donna
precipita in un garage dopo il cedimento della grata su cui stava passeggiando,
per fortuna si salva. Incidente stradale con un morto sull’Appia, tra Velletri e
Genzano. Presidio al Viminale in protesta contro l’omicidio di Fakir da parte
della polizia a Bologna; finito il presidio, un grande corteo prosegue verso la
stazione Termini al grido di “Tout le monde déteste la police!”. Il caldo e
l’umidità sono sempre più insostenibili.
Il 21 muore l’attore Pippo Di Marca, cadendo dal suo balcone di Trastevere,
forse suicida. Scoppia un incendio al Parco dell’Acqua fredda, probabilmente
doloso. Il 22 al Tufello appare un murale che rappresenta Abderrahim Fakir,
ucciso dalla polizia a Bologna: l’artista Harry Greb lo dipinge sullo stesso
muro dov’era ritratto Stefano Cucchi. Il 23 il Comune annuncia l’apertura di
undici sale cinematografiche e undici biblioteche come rifugi climatici… fino al
5 agosto. Seguendo la tendenza corrente per cui basta nominare una cosa per
farla esistere, il progetto è stato chiamato il grande freddo (ai cittadini che
chiedono quando invece si pianteranno alberi, il Comune risponde che se ne
riparla a novembre). Intanto l’assemblea capitolina approva le norme tecniche
d’attuazione del piano regolatore, perdendo una grande opportunità per
affrontare la catastrofe climatica. Il 25 notte scoppia un rogo nel carcere di
Mammagialla a Viterbo, dove ci sono 676 persone rinchiuse (il limite massimo
sarebbe 470). Muore un detenuto marocchino, Abdelkarim Talba, secondo le
autorità carcerarie suicida. La sua avvocata dice che è strano che si sia
suicidato, visto che aveva appena chiesto i domiciliari.
Il 27 quattro carabinieri di Roma vengono sospesi per otto mesi dal servizio per
aver dichiarato di essere stati aggrediti da un uomo che non si era fermato al
loro segnale; un video di un residente dimostra invece che non era vero, e che
lo hanno picchiato senza ragione. Presidio di abitanti di Pietralata davanti al
ministero dei trasporti a Porta Pia, in corrispondenza con l’avvio della
conferenza dei servizi per lo stadio dei Friedkin. Il 29 notte scoppia un
incendio a Spin Time. Gli abitanti lo domano ed escono dal palazzo per far
entrare i vigili del fuoco, che però non permettono loro di rientrare. Centinaia
di persone rimangono per strada; nel pomeriggio del 30 si convoca un presidio di
solidarietà, si attiva un conto per le donazioni, e centinaia di persone
accorrono in sostegno. Il mese si chiude con gli occupanti ancora in strada
sotto il caldo infernale, come durante la terribile estate dello sgombero di
piazza Indipendenza, quasi dieci anni fa. Mentre decine di sgomberati e
sgomberate (tra cui molti minori), stremati dalla sete e dal sole, sono accolti
dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme, dal Polo Civico Esquilino, dal
Centro anziani del quartiere, dal centro per l’infanzia Matemu, il sindaco fa
una passerella elettorale a tema green con Elly Schlein, in un parchetto del
Pigneto che viene ribattezzato “bosco urbano”. Intanto modifica anche lo statuto
di Acea per inserire nel consiglio d’amministrazione il marito della senatrice
Lorenzin. Benvenuti a Felicittà. (stefano portelli)
____________________________
LEGGI ANCHE I REWIND DEL:
– 2026 | Anno in corso:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno
– 2025 | Anno Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
– 2024 | Anno non Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
Sovraffollamento ai livelli della condanna europea del 2013, celle trasformate
in forni, suicidi, psicofarmaci e misure alternative in calo. Il rapporto di
metà anno di Antigone descrive un sistema penitenziario …