di Piccoli Fuochi Vagabondi Riflessioni sull’operazione repressiva del 16
giugno. Il 16 giugno scorso è stata lanciata l’ennesima operazione repressiva
contro il movimento anarchico. Dopo le solite perquisizioni in varie …
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a.
Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout
105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte.
Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità
che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave,
facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel
math rock.
Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione
della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste.
Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie.
Spegnete la luce, la musica inizia…
PLAYLIST
01 Sine “2 Die 4” da “La Mordre”
02 Purgate “Loess” da “Leavings”
03 Damage Control + Laether Strip “Obstacles” da “Master Of Silence EP”
04 Chanel Beads “JBL In The Fireplace” da “Your Day Will Come”
05 Magic Wands “Time To Dream (Glass Chapel Remix)” da “Remixes EP”
06 Camilla Pisani “Concentric Silences” da “Konstellationen”
07 Hunter As A Horse “Lighthouse” da “Paradise Lost”
08 Gavino Garau “Escape” da “Il Confine Di Pietra”
09 Gavino Garau “Tutto Quello Che Serve” da “Il Confine Di Pietra”
10 Soft Cell “Out Come The Freaks” da “Danceteria”
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
Sei anni di carcere in continuazione con un’altra condanna per Lauro Azzolini,
prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti. Sì è chiuso così oggi, martedì 7
luglio, ad Alessandria il processo dopo oltre 50 anni dai fatti di Cascina
Spiotta.
Il 5 giugno del 1975, nel corso di una sparatoria, venne uccisa – dopo essersi
arresa ed aver alzato le mani – Mara Cagol, una delle fondatrici delle Brigate
Rosse, mentre rimase ferito (fino a morire pochi giorni dopo) il carabiniere
Giovanni D’Alfonso. La pubblica accusa aveva chiesto l’ergastolo per Curcio e
Moretti, 21 anni per Azzolini.
Un primo commento su Radio Onda d’urto di Davide Steccanella, difensore di Lauro
Azzolini.
da Radio Onda d’Urto
L’estate di lotta No Tav prosegue.
da Notav.info
Dal 17 al 19 luglio la Val di Susa tornerà a essere luogo di incontro, confronto
e mobilitazione. Tre giornate di campeggio per ritrovarsi, condividere pratiche
e analisi, rafforzare i percorsi di lotta e tornare insieme nei luoghi in cui,
ogni giorno, si continua a contrastare l’avanzata del Tav.
Mentre governo, imprese e lobby insistono nel voler imporre un’opera sempre più
costosa, dannosa e priva di qualsiasi utilità pubblica, la risposta del
movimento continua a costruirsi dal basso, attraverso la partecipazione di chi
non accetta che la devastazione dei territori e la repressione diventino la
normalità.
Il weekend del 17, 18 e 19 luglio si inserisce nel percorso di iniziative che
stanno attraversando l’estate No Tav e rappresenta un nuovo momento di
campeggio, organizzazione e presenza collettiva in una valle che da oltre
trent’anni resiste.
Perché la lotta contro il Tav non appartiene al passato: continua ogni giorno,
nei erritori e nelle mobilitazioni, contro un modello che consuma risorse
pubbliche, devasta l’ambiente e militarizza intere comunità.
Dal 17 al 19 luglio, ci vediamo in Val di Susa!
*** PROGRAMMA ***
Venerdì 17/06
H16 Accoglienza in campeggio e montaggio tende al presidio di Venaus
H18 San Didero: Presentazione del nuovo sito “Notav.info” + Apericena e
iniziativa di lotta
Sabato 18/06
H 15 Presentazione e dibattito de “La lunga frattura“, a cura della redazione di
InfoAut (Venaus)
H 19 Aperitivo, musica e lotta al Presidio di Traduerivi (Susa)
Domenica 19/06
Venaus – Allestimento del Festival Alta Felicità
L’estate di lotta No Tav prosegue. Dal 17 al 19 luglio la Val di Susa tornerà a
essere luogo di incontro, confronto e mobilitazione. Tre giornate di campeggio
per ritrovarsi, […]
The post 17-19 luglio: in Val di Susa continua l'estate con il campeggio di
lotta No Tav first appeared on notav.info.
Alle ore 2 italiane è iniziata la sconfitta della nazionale statunitense contro
le quattro reti del Belgio, che è da annoverare in quella serie di nazionali che
oggi competono soprattutto grazie al contributo di decine di giocatori migranti
cresciuti nelle grandi metropoli europee. Ciò che però merita attenzione, però,
è il tragicomico episodio consumatosi dietro le quinte, prima del calcio di
inizio.
Parliamo del caso dell’attaccante Folarin Balogun e della revoca della sua
sospensione. Nella partita di sedicesimi contro la Bosnia, la punta americana ha
ricevuto un rosso diretto dopo essere entrato in forte contrasto con un
giocatore bosniaco. Che l’espulsione fosse legittima o meno poco importa, i casi
di rossi ingiustificati ce ne sono a migliaia nella storia del calcio. Ma mai
prima d’ora un presidente politico ha mai messo mano, attraverso il vertice FIFA
Gianni Infantino, su una decisione sportiva. Trump, seppur professando di essere
stato un grande atleta da giovane e un intenditore sportivo, nell’intervista che
gli viene fatta in merito alla vicenda dichiara di trovare assurdo che un
cartellino rosso possa sospendere un giocatore anche per la partita successiva,
dimostrando la sua conoscenza del regolamento calcistico. Prima della partita
contro la selezione belga Trump avrebbe chiamato Infantino e contestato la
scelta di sospensione contro uno dei loro giocatori più importanti. Poche ore
dopo, la direzione FIFA sospende la decisione dell’arbitro e riammette Balogun –
inutilmente data la sonora sconfitta di 4 reti a 1.
Quel che si è consumato, allora, è l’ennesimo delirio dispotico di Trump. Non
sono una novità i suoi piagnistei e richieste al limite dell’assurdo verso
persone, Stati interi o organi internazionali; ma questa volta ad ascoltarlo è
stato uno dei suoi più fedeli, il quale immediatamente si è adoperato agli
ordini del presidente americano. Il risultato avverso però non si è fatto
attendere: accuse e inviti di dimissioni contro Infantino sono arrivate sia da
diverse figure importanti del calcio come l’ex allenatore Klopp, che da altre
organizzazioni sportive come la UEFA, che ha dichiarato esplicitamente di
compromissione della credibilità del mondiale.
Questo caso deve far riemergere il rapporto già consolidato tra Trump e
Infantino. Difatti la loro liaison risale al febbraio scorso, quando fu
presentata la prima riunione del Board of Peace, quell’organo che dovrebbe
governare i “processi di pace” all’interno della Striscia di Gaza (e non solo).
Infantino in quella riunione era diligentemente seduto – come lo studente in
ricerca delle grazie della maestra – davanti al presidente ultra-liberale
argentino Milei. Cosa ci facesse il vertice FIFA tra i sovranisti e adulatori
del presidente americano se lo chiese già la presidenza del Comitato Olimpico
Internazionale, tuttavia ritenendo l’agire di Infantino in accordo con la Carta
Olimpica, la quale dovrebbe vietare ai propri membri la partecipazione a
iniziative politiche. Evidentemente indossare un cappello con la scritta
“U.S.A.” – rigorosamente rosso – al fianco di Trump e Milei non è una iniziativa
politica!
In generale non è una novità il ruolo di banderuola di Infantino, sempre al
servizio del despota che ospita il mondiale. Già in Qatar il presidente FIFA ha
fatto di tutto per ingraziarsi il volere dei capitalisti del petrolio nella
polemica per impedire alla selezione tedesca di indossare la fascia arcobaleno a
supporto delle diversità sessuali e di genere. A dir poco discutibili anche le
dichiarazioni relative alle pessime condizioni dei lavoratori e delle
lavoratrici impiegate nella costruzione dei super stadi qatarioti, definendo
dignitoso e orgoglioso svolgere un lavoro anche in pessime condizioni –
ricordiamo che i decessi sul lavoro in Qatar per via dei mondiali vanno dai 5000
ai 6500. Mentre per questa edizione del mondiale Infantino non si è preoccupato
più di tanto di disturbare Trump per quanto riguardasse le diverse delegazioni e
staff nazionali bloccati all’ingresso degli Stati Uniti senza ricevere i visti
necessari. Esemplare è il caso della nazionale iraniana e il suo staff prima che
uscisse dalla competizione: alloggio esclusivamente in Messico e sconfinamento
nel territorio statunitense solo in vista di partite designate su quest’ultimo.
Nemmeno si è preoccupato dell’importante distaccamento ICE messo a presidiare
gli stadi alla letterale caccia di qualche irregolare.
Ora è difficile non vedere la curva discendente del consenso e della credibilità
intorno a Trump. La storica sconfitta contro l’Iran è un elemento che già ora –
e ancora in futuro – sta scontando in questi termini di soft power. E sul fronte
del calcio non si è fatto attendere troppo – giusto il tempo di arrivare agli
ottavi di finale – per mettersi contro miliardi di tifosi e amanti del calcio.
Lasciando attorno a sé, alla fine, solo quel manipolo tra tecno-capitalisti,
vertici dell’industria energetica, politici di destra nel mondo e, infine, il
caro Infantino.
Tuttavia, il dato fondamentale dell’intera vicenda rimane principalmente uno:
l’ipotesi di un dilagare di un sentimento anti-americano che parla ad una massa
internazionale si fa sempre più forte. Qualsiasi cosa venga sfiorata da Trump
immancabilmente alimenta questo sentimento. Ora anche il calcio, lo sport più
popolare al mondo e da sempre specchio avanzato dei cambiamenti nella società
divisa in classi, sta venendo avvolto da questo sentimento. Il compito nostro,
allora, rimane lo stesso: prendere questo sentimento generale, porci le giuste
domande e le giuste ipotesi in merito e verificarle nel nostro lavoro di base,
affinché sia possibile porre i giusti fini e la giusta direzione a queste faglie
che lentamente, ma sempre inesorabilmente, si muovono.
IO ACCETTO ANCHE I 18 - FESTA DI FINE SESSIONE
Comala - corso Francesco Ferrucci 65/a, 10137 Torino
(sabato, 11 luglio 20:00)
IO ACCETTO ANCHE I 18: FESTA DI FINE SESSIONE 📚🍻
Accettalo quel voto, tanto è l’ultimo della sessione. E se il giorno dopo hai
l’ultimo esame dell’estate, tanto vale andarci in post-sbornia, e sai perché?
Perché l’11 LUGLIO al Comala, suoneranno i Vintage Violence! 🎸
E a scaldare l’impianto audio? Ci penseranno i Monks with Manners e i GTT -
Gruppo Trambusti Torinesi.
🎸 Live: Vintage Violence
🎤 Open-Act: Monks with Manners + Gruppo Trambusti Torinesi
🎫 Costa? Certo che no, la musica non si paga!
Alle tasse e ai CFU ci pensiamo a settembre va…
Collettivo Alter.Polis
@alterpolis@mastodon.cisti.org
MERENDA ANTIRAZZISTA
Saluzzo - Giardini Villa Aliberti
(domenica, 12 luglio 16:00)
Le lotte si fanno nelle piazze, nei campi, ma anche attorno a una tavola
condivisa.
Domenica 12 luglio ci troviamo al Parco Gullino per la Merenda Antirazzista: un
pomeriggio di convivialità, musica e discussione insieme a chi ogni giorno si
batte contro lo sfruttamento dei braccianti e contro un sistema che produce
disuguaglianze e razzismo.
Ci saranno giochi, open mic, dibattiti, Radio Black Out in diretta e, dalle 20,
concerti e spettacoli (nel rispetto dell'orario in cui chi dorme al parco
Gullino si ritirerà per riposare)
Porta un po' di cibo da condividere.
Porta domande, idee e curiosità.
Perché l'antirazzismo si pratica, la solidarietà si costruisce e i diritti si
difendono insieme.
Ci vediamo domenica 12 luglio, dalle ore 16, al Parco Gullino di Saluzzo.
Alle ore 2 italiane è iniziata la sconfitta della nazionale statunitense contro
le quattro reti del Belgio, che è da annoverare in quella serie di nazionali che
oggi competono soprattutto grazie al contributo di decine di giocatori migranti
cresciuti nelle grandi metropoli europee. Ciò che però merita attenzione, però,
è il tragicomico episodio consumatosi dietro le quinte, prima del calcio di
inizio.
Parliamo del caso dell’attaccante Folarin Balogun e della revoca della sua
sospensione. Nella partita di sedicesimi contro la Bosnia, la punta americana ha
ricevuto un rosso diretto dopo essere entrato in forte contrasto con un
giocatore bosniaco. Che l’espulsione fosse legittima o meno poco importa, i casi
di rossi ingiustificati ce ne sono a migliaia nella storia del calcio. Ma mai
prima d’ora un presidente politico ha mai messo mano, attraverso il vertice FIFA
Gianni Infantino, su una decisione sportiva. Trump, seppur professando di essere
stato un grande atleta da giovane e un intenditore sportivo, nell’intervista che
gli viene fatta in merito alla vicenda dichiara di trovare assurdo che un
cartellino rosso possa sospendere un giocatore anche per la partita successiva,
dimostrando la sua conoscenza del regolamento calcistico. Prima della partita
contro la selezione belga Trump avrebbe chiamato Infantino e contestato la
scelta di sospensione contro uno dei loro giocatori più importanti. Poche ore
dopo, la direzione FIFA sospende la decisione dell’arbitro e riammette Balogun –
inutilmente data la sonora sconfitta di 4 reti a 1.
Quel che si è consumato, allora, è l’ennesimo delirio dispotico di Trump. Non
sono una novità i suoi piagnistei e richieste al limite dell’assurdo verso
persone, Stati interi o organi internazionali; ma questa volta ad ascoltarlo è
stato uno dei suoi più fedeli, il quale immediatamente si è adoperato agli
ordini del presidente americano. Il risultato avverso però non si è fatto
attendere: accuse e inviti di dimissioni contro Infantino sono arrivate sia da
diverse figure importanti del calcio come l’ex allenatore Klopp, che da altre
organizzazioni sportive come la UEFA, che ha dichiarato esplicitamente di
compromissione della credibilità del mondiale.
Questo caso deve far riemergere il rapporto già consolidato tra Trump e
Infantino. Difatti la loro liaison risale al febbraio scorso, quando fu
presentata la prima riunione del Board of Peace, quell’organo che dovrebbe
governare i “processi di pace” all’interno della Striscia di Gaza (e non solo).
Infantino in quella riunione era diligentemente seduto – come lo studente in
ricerca delle grazie della maestra – davanti al presidente ultra-liberale
argentino Milei. Cosa ci facesse il vertice FIFA tra i sovranisti e adulatori
del presidente americano se lo chiese già la presidenza del Comitato Olimpico
Internazionale, tuttavia ritenendo l’agire di Infantino in accordo con la Carta
Olimpica, la quale dovrebbe vietare ai propri membri la partecipazione a
iniziative politiche. Evidentemente indossare un cappello con la scritta
“U.S.A.” – rigorosamente rosso – al fianco di Trump e Milei non è una iniziativa
politica!
In generale non è una novità il ruolo di banderuola di Infantino, sempre al
servizio del despota che ospita il mondiale. Già in Qatar il presidente FIFA ha
fatto di tutto per ingraziarsi il volere dei capitalisti del petrolio nella
polemica per impedire alla selezione tedesca di indossare la fascia arcobaleno a
supporto delle diversità sessuali e di genere. A dir poco discutibili anche le
dichiarazioni relative alle pessime condizioni dei lavoratori e delle
lavoratrici impiegate nella costruzione dei super stadi qatarioti, definendo
dignitoso e orgoglioso svolgere un lavoro anche in pessime condizioni –
ricordiamo che i decessi sul lavoro in Qatar per via dei mondiali vanno dai 5000
ai 6500. Mentre per questa edizione del mondiale Infantino non si è preoccupato
più di tanto di disturbare Trump per quanto riguardasse le diverse delegazioni e
staff nazionali bloccati all’ingresso degli Stati Uniti senza ricevere i visti
necessari. Esemplare è il caso della nazionale iraniana e il suo staff prima che
uscisse dalla competizione: alloggio esclusivamente in Messico e sconfinamento
nel territorio statunitense solo in vista di partite designate su quest’ultimo.
Nemmeno si è preoccupato dell’importante distaccamento ICE messo a presidiare
gli stadi alla letterale caccia di qualche irregolare.
Ora è difficile non vedere la curva discendente del consenso e della credibilità
intorno a Trump. La storica sconfitta contro l’Iran è un elemento che già ora –
e ancora in futuro – sta scontando in questi termini di soft power. E sul fronte
del calcio non si è fatto attendere troppo – giusto il tempo di arrivare agli
ottavi di finale – per mettersi contro miliardi di tifosi e amanti del calcio.
Lasciando attorno a sé, alla fine, solo quel manipolo tra tecno-capitalisti,
vertici dell’industria energetica, politici di destra nel mondo e, infine, il
caro Infantino.
Tuttavia, il dato fondamentale dell’intera vicenda rimane principalmente uno:
l’ipotesi di un dilagare di un sentimento anti-americano che parla ad una massa
internazionale si fa sempre più forte. Qualsiasi cosa venga sfiorata da Trump
immancabilmente alimenta questo sentimento. Ora anche il calcio, lo sport più
popolare al mondo e da sempre specchio avanzato dei cambiamenti nella società
divisa in classi, sta venendo avvolto da questo sentimento. Il compito nostro,
allora, rimane lo stesso: prendere questo sentimento generale, porci le giuste
domande e le giuste ipotesi in merito e verificarle nel nostro lavoro di base,
affinché sia possibile porre i giusti fini e la giusta direzione a queste faglie
che lentamente, ma sempre inesorabilmente, si muovono.
(disegno di salvatore liberti)
Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva
raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio
immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne
di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione
pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti
(Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza
(Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti
dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e
all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli,
assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli
uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico
della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e
accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio
2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano
scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un
quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello
dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord
della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso
Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie
scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le
persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono
nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori,
identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è
caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche
della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una
volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la
condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza
italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la
traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via
Botticelli.
* * *
Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede
centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda
per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere
tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno
aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare.
Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti
successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della
fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due
poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si
chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle,
un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun
altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che
non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune
rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano
chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti,
mentre altri li infastidiscono profondamente.
Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della
coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno
dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa
storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a
mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è
ottenere il permesso.
Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva
alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente
disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei
post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila;
sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it
col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare
velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi,
così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e
tenere il posto per lei.
Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi
scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso,
altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute
incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi
per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa
fatica.
Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con
determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con
cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in
modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi
arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a
gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle
occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili.
La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a
dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono
di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente
sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è
frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo
alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone
viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci,
quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi
su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri
dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti
stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini
piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta
cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque
sia arrivato “dopo”.
Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono
ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li
ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro
sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono
solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun
incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
Non possiamo esimerci dal commentare la vicenda che da un po’ di tempo a questa
parte occupa la cronaca di Torino e che ha visto giorni di tensione dal momento
che un tifoso della Juventus ha rischiato la vita a causa di un lacrimogeno
sparato ad altezza volto.
Ricordiamo il coraggio del padre di Marco Basoccu che, quasi immediatamente, ha
voluto prendere parola per denunciare quella che è stata poi riconosciuta come
l’esatta ricostruzione dei fatti addirittura dalla Procura: il poliziotto ha
sparato ad altezza uomo. Un candelotto sparato ad altezza uomo è un candelotto
potenzialmente letale. Sappiamo non essere una novità l’uso di questi mezzi in
questa modalità, diciamo, atta a fare male. Se n’è parlato qui e qui nelle
scorse settimane e ora, a seguito della notizia dell’assunzione di ipotesi di
reato da parte della Procura, se n’è parlato ancora sui giornali locali.
In tanti hanno provato a elencare altri episodi in cui le forze dell’ordine
hanno sparato ad altezza uomo, per i quali non c’è stato nessun tipo di
conseguenza. Ne aveva scritto Notav.info e ne ha parlato Luigi Mastrodonato in
questo post: si fa riferimento a Lince che, durante le manifestazioni in autunno
per la Palestina, ha perso un occhio, al numero di lacrimogeni sparati durante
il corteo del 31 gennaio a seguito dello sgombero di Askatasuna e a quello
contro la partita Italia-Israele a Udine, si ricorda anche la compagna No Tav
Giovanna colpita da un lacrimogeno in Val di Susa e Yuri, giovanissimo che nel
2016 perse l’udito.
Alla fine il giudice nega i domiciliari al poliziotto che ha causato il coma a
Marco Basoccu, preferendo applicare la misura della sospensione dal lavoro per
un anno. La Procura di Torino viene sorpassata a destra dalla magistratura con
una negazione della richiesta di domiciliari presentata da Paolo Scafi – che
proprio non avrà potuto fare diversamente a fronte di prove evidenti per
arrivare a tanto – ma il gip predilige una misura meno restrittiva. Secondo
quanto riportato dai giornali l’avvocato (ricordiamo anche il privilegio
dell’assistenza legale gratuita grazie all’ultimo decreto sicurezza convertito
in legge) dell’indagato avrebbe insistito sull’ignoranza: nel caos, non sapendo
dove sparare, il suo assistito avrebbe sparato a caso e così avrebbe poi colpito
il tifoso. Tra l’altro sembrano essere 5 i tiri ad altezza uomo da parte del
poliziotto. Questo dovrebbe farci dedurre che, se non si sa quello che si sta
facendo mentre si presta servizio nella gestione di situazioni di piazza, allora
debba essere contemplato come parte integrante dei rischi che occorre assumersi
poter essere colpiti con il rischio di morire.
Lungi da noi ben sperare nella giustizia borghese e nemmeno felicitarci di
reazioni punitive come se potessero essere risolutive ma non può passare
inosservato un fatto: la serenità con cui giudici delle indagini preliminari
distribuiscono misure cautelari pesanti soprattutto a giovani e giovanissimi che
partecipano a manifestazioni e che vengono ristretti delle loro libertà con
domiciliari, carcere, obblighi di dimora non ha nulla a che vedere con i piedi
di piombo con cui si procede in un caso come questo. E non pensiamo solo a chi
viene indagato per dimensioni di movimento ma pensiamo alle decine di ragazzi
che vengono sbattuti in carcere o in comunità perché suppostamente partecipi a
dimensioni di branco nei quartieri delle metropoli del nostro Paese. Come viene
spiegato alle famiglie che i propri figli meritano di finire in carcere magari
appena maggiorenni perché hanno fatto la classica cazzata. Tra i ranghi della
magistratura di questi problemi se ne fanno pochi evidentemente. Ce lo ricorda
una storia dura e importante come quella di chi, per un esagerato bisogno di
libertà, ha deciso di mettere fine alla propria vita perché considerata
insensata se privata di essa.
Quella dei due pesi e due misure è una storia vecchia ma normalizzarla sarebbe
ingiusto. Che almeno sia squarciato il velo di ipocrisia che ancora persiste e
che a vergognarsi sia chi elargisce civiche benemerenze a poliziotti che non
sapevano, evidentemente, quello che facevano. Eppure se non si sa quello che si
fa in qualsiasi altro mestiere non si viene premiati, quando va bene si viene
licenziati.