La Questura ci prova ancora
Nelle settimane che precedono il Festival Alta Felicità siamo abituati da anni al manifestarsi di provvedimenti giudiziari “ad orologeria”. Anche quest’anno la Questura di Torino non si è smentita ed ha provato a orchestrare una piccola operazione repressiva contro i No Tav. I giornali parlano di Daspo Urbano (Dacur) e fogli di via per almeno 14 attivisti e attiviste del Movimento. Le misure, che per adesso sono state notificate a sole due persone, sono ”divieti di accesso ad aree urbane”, ossia uno dei nuovi dispositivi dei vari pacchetti sicurezza del Governo Meloni. Pur riferendosi ad altre manifestazioni svoltesi in città, la loro emanazione oggi viene motivata dall’avvio in questi giorni del Festival a Venaus. Le aree di allontanamento riguardano alcune zone di Torino, rendendo abbastanza assurde le misure, mentre il foglio di via per ora notificato è relativo all’area di Traduerivi a Susa. In queste prime giornate di Festival abbiamo assistito ad un aumento spropositato di controlli e posti di blocco che però non hanno impedito ad una grande massa di No Tav di raggiungere Venaus. Non sarà sicuramente questa modesta “operazione di polizia” a fermare l’estate di lotta cominciata da diverse settimane e che continuerà anche ad agosto, con campeggi ed appuntamenti. Però una piccola riflessione vogliamo comunque farla. I vari decreti sicurezza hanno riempito le mani dei Questori di nuovi strumenti che ora vogliono sperimentare sulle lotte che infastidiscono il potere. Dal movimento per la Palestina alle lotte sui posti di lavoro si moltiplicano queste nuove applicazioni. È importante rispondere insieme a questi tentativi repressivi con le uniche modalità che in questi anni si sono rivelate efficaci: la solidarietà e la lotta. A partire da domani, marciando insieme verso i cantieri della devastazione! Si parte e si torna insieme, a sarà dura ma per loro!
Operazione del 16 giugno: il Riesame si è espresso, Pietro rimane in carcere
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale: ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/ Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire la reclusione del nostro compagno! Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione. Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza. A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra vicinanza e solidarietà! Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni. Pietro Rosetti C.C. Terni Strada delle Campore 32 05100 Terni Solidali dalla Romagna 
Carcere
Stato di emergenza
Automi assassini. Bologna, 19 luglio 2026
Riceviamo e diffondiamo: Dolore e rabbia per ancora un altro omicidio di stato. Il potere mostra la sua odiosa essenza lasciando un corpo senza vita sull’asfalto, soffocato per mano dei suoi professionisti addestrati. È il corpo di un oppresso come noi, un individuo che a suo modo non ci stava al gioco sporco di chi domina il mondo nel nome del profitto e del terrore. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo – Savona Automi assassini – Bologna 19 luglio 2026 Domenica 19 luglio, quartiere Pilastro di Bologna, un uomo di 42 anni viene ucciso sull’asfalto. Un fatto orrendo, purtroppo l’ennesimo omicidio di stato. Ma qualcosa lo rende speciale: c’è un video di circa cinque minuti ripreso dall’alto da parte di qualcuno che ha intuito la drammaticità e l’orrore che si sta compiendo. Questo video (pubblicato su acta-media) è la variabile imprevista che fa esplodere la collera nella città (e oltre) e squarcia la coltre di menzogne che altrimenti avrebbero cercato di coprire il vero deviando l’attenzione sui consueti binari delle veline da questura. Peraltro la strategia delle menzogne partirà ugualmente ma fuori tempo, quando ormai i buoi sono fuori dal recinto o meglio quando il video è sfuggito alla censura ed ha già fatto il suo corso. La potenza del video è sconvolgente, innanzitutto perché sono immagini di morte (si sta ammazzando un uomo che spende le sue ultime energie per mantenersi vivo e urla “aiuto” e “basta!”), ogni essere umano non ancora “sterilizzato” e deumanizzato si identifica con Abderrahim Fakir, l’uomo che agonizza sull’asfalto. Il secondo motivo è che sono in tre che infieriscono contro di lui portandolo a morire soffocato mentre intorno ci sono quattro o cinque “spettatori passivi” che appaiono del tutto indifferenti a ciò che sta accadendo. Analizziamo lo scenario: chi sono gli attori in causa? Questo scenario rappresenta in modo esatto e inequivocabile una triste allegoria del mondo che viviamo e che è stato predisposto dal potere e dal suo culto, dall’indifferenza e dalle peggiori pulsioni umane diventate “norma”. In posa muscolare con le ginocchia sul dorso del morente due giovani palestrati che indossano le polo blu della polizia di stato con anfibi d’ordinanza e guanti: il più intraprendente si impegna a spingere con entrambe le mani la nuca dell’uomo in posizione prona, facendo sì che la sua bocca rimanga premuta contro l’asfalto (prova anche ad ammanettare la vittima), il secondo si mantiene a cavalcioni un po’ più indietro impedendo ogni movimento del bacino. Questi due si prendono la centralità della scena, possiamo definirli “quelli che comandano”, sono il potere, l’ordine costituito. A collaborare con i due in divisa si nota un altro giovane in abiti civili che si mantiene sopra i polpacci e le caviglie di Abderrahim, già bloccate con una fascetta in plastica; non sappiamo come questo sia entrato nella scena (se su “ordine” o richiesta degli altri o per sua diretta iniziativa) il fatto è che collabora ad assassinare di buon grado. Costui è il collaboratore o secondo un altro gergo “l’infame”. Quello che potrebbe, anzi dovrebbe solidarizzare con l’essere umano che subisce e invece sceglie di schierarsi con chi comanda, sommando i suoi sforzi alla forza esercitata da chi reprime e soffoca. Ci sono ancora i quattro militi della Croce Rossa riconoscibilissimi per gli abiti, questi risultano spaventosi per il fatto di non battere ciglio di fronte a ciò che sta accadendo sotto i loro occhi a un metro di distanza. Non una parola né un cenno a chi sta infierendo (del resto indossa l’uniforme, è l’autorità…) anche dopo che le urla disperate sono cessate non vi è solerzia nel constatare le condizioni dell’uomo e portare cure (del resto sarebbe il loro compito primario, giusto?). Con tutta calma i quattro attendono che il più grosso tra gli energumeni in divisa si alzi per accertare che non c’è più traccia di pulsazione alla carotide. Non si scompongono né si affrettano. Come se la procedura fosse completata. I militi del soccorso sono i “tecnici”, gli addetti che in ogni caso sono subalterni al potere. C’è ancora un uomo in abiti civili che ad un certo punto si avvicina in silenzio per allontanarsi poco dopo, non mostra segni di disapprovazione esplicita ma reagisce con scarso coinvolgimento o forse una punta di disagio. È il passante occasionale che vede e non vuole sapere: l’ignavo, quello che gramscianamente appartiene alla categoria degli indifferenti. In questo scenario da incubo c’è qualcosa che sconvolge più del resto: la netta impressione che compimento ed esito del dramma appaiano ineluttabili, una procedura fredda e automatica. Il più attivo dei due “tutori dell’ordine” quando non sente più resistenza provenire dal corpo su cui ha insistito con tutta la sua forza, si alza, fa qualche passo, simula due mossette rispetto a ciò di cui è stato attivo protagonista, si riavvicina all’uomo che ha ucciso, gli dà un lieve schiaffetto sulla guancia come per rianimarlo, atto che a questo punto suona grottesco, poi se ne va fuori dalla scena rimettendosi gli occhialetti da sole sul volto. I suoi gesti sono quelli di un automa, senza sentimenti, passione né tantomeno compassione, senza odio (o forse con un odio introiettato a fondo e reso gelido), senza anima; non è un lottatore che vive la disputa con il nemico, piuttosto l’esecutore di una procedura tecnica. Quelli che collaborano e quelli che osservano non si discostano dal paradigma. Unico elemento dissonante sono le urla di chi muore e non si arrende alla sequenza che lo vuole annichilire. L’assassinio di Abderrahim è l’epitome di un mondo disumanizzazato in cui la tecnica la fa da padrona, i protocolli, gli algoritmi, le applicazioni e le procedure seguono il loro corso, pertanto i fatti del mondo che riguardano, sempre e necessariamente, il vivente (per non limitarsi agli esseri umani) ricadono sotto il dominio del gelido potere che si occupa solo di profitto, ordine (immancabilmente mortifero) ed eliminazione di ogni traccia residua di autenticità umana, ancorché con la sua molteplicità contraddittoria. Nessuno spazio è più concesso alla dimensione umana, allo scarto o al dissenso rispetto ai piani dettati dal dominio. Non è questo un mondo che ha futuro oltre ad essere rivoltante: questo mondo deve essere demolito prima che giunga a compimento il suo piano di morte e controllo totale, sterminio e irreggimentazione, terrore e pianificazione di ogni suo ingranaggio. Palantir, programma di controllo globale, e il suo padrone Peter Thiel, Elon Musk e soci delle meraviglie digitali, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e suoi sgherri sterminatori seriali, Javier Milei e molti altri… I fratellini d’italia che si azzerbinano, il generaluccio chiacchierone, neonazisti disseminati per il globo sotto qualunque bandiera, propagandisti sovranisti digitali, fascistelli e razzisti vari del web… Siete tutti coinvolti dentro questo incubo, ognuno con la sua porzione di responsabilità, che siate prezzolati o utili idioti poco cambia. E ancora un pensiero per i perbenisti, i borghesucci che si sentono tranquilli perché intanto queste brutte cose accadono soltanto nei quartieri ghetto, abitati dalla plebe, dai devianti e dagli “stranieri”: non cullatevi sugli allori, giacché potrà succedere un giorno che vostro figlio o nipote, una sera in cui ha alzato il gomito o sbagliato sostanza, arrecherà disturbo e allora potrebbe imbattersi in una pattuglia o più di solerti tutori dell’ordine per i quali oggi parteggiate e vi fanno sentire così sicuri e immaginate cosa potrebbe succedere… Sia chiaro che questo non è un augurio ma una considerazione molto amara perché non dovrebbe mai più esserci un altro omicidio di stato. Troppi sono gli esseri umani stroncati sulle strade in circostanze simili a quella sopra descritta. Un nome per tutti: Federico Aldrovandi, ragazzo diciottenne massacrato di botte e lasciato morto a Ferrara il 25 settembre 2005. Gli autori dell’omicidio furono quattro agenti di polizia che lo percossero con violenza tale da spezzare due manganelli in dotazione e infine lo uccisero per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle loro ginocchia. Sempre la stessa tristissima storia. Ma la tristezza deve farsi consapevolezza tra oppressi e sfruttati per diventare azione. In chiusura una nota vitale e umana: bellissima la manifestazione in piazza che ha seguito di poche ore l’assassinio di Abderrahim, migliaia di persone a Bologna hanno rotto la cappa mortifera del potere e dei suoi guardiani, unitamente allo sciopero nel polo logistico cittadino. Nessuno escluso, chi è rimasto composto e chi ha fronteggiato i reparti della celere, dimostrando fino a notte che l’addomesticamento delle coscienze ne ha parecchia ancora di strada da compiere. Quando gli oppressi si riconoscono e si manifestano con determinazione e rabbia, è sempre un bel momento, nonostante la piazza fosse sconvolta e addolorata da un lutto enorme. Quando gli oppressi si fanno vivi e mostrano il loro sangue che pulsa nelle vene insieme a intelligenza e coraggio, il potere arretra e ingoia il rospo (iniziando il suo piagnisteo e la diffusione di menzogne fuorvianti ma comunque accusando il colpo, eccome). A proposito di formulette evasive rispetto alla questione, ben presto diffuse da Meloni e dai suoi sottoposti: «accertare eventuali responsabilità ma è irresponsabile alimentare odio verso le forze dell’ordine». Pura ipocrisia e comunque non c’è alcun odio da alimentare, lo alimentano le divise stesse con il loro agire quotidiano arrogante, violento e talvolta (troppo spesso) omicida, cercando poi di recuperare consensi tramite deliranti comunicati prodotti da sindacati di polizia in odore di fascismo. Solidarietà a quelli che sono stati in piazza, le distinzioni le lasciamo agli pseudo-oppositori di questo infame sistema di morte e sfruttamento. Non finisce qui. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo
Stato di emergenza
Lo Stato penale divora lo Stato sociale: l’ennesimo decreto sicurezza criminalizza i giovani
Dalla povertà al disagio giovanile, dall’immigrazione alle periferie: ogni problema sociale viene trasformato in una questione di ordine pubblico. L’ultimo disegno di legge del governo Meloni ribalta un principio cardine della giustizia minorile e conferma una deriva in cui il carcere sostituisce il welfare e la repressione prende il posto delle politiche sociali. da Osservatorio Repressione Che la sicurezza sia diventata il principale terreno di costruzione del consenso della destra italiana non è più una novità. Più interessante è osservare come, provvedimento dopo provvedimento, stia cambiando la natura stessa dell’intervento pubblico. Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sull’imputabilità dei minori non rappresenta infatti un episodio isolato, ma si inserisce coerentemente in una strategia legislativa che, dal Decreto Caivano al decreto sicurezza, fino all’estensione del fermo preventivo ai luoghi della movida annunciata appena pochi giorni fa, sta progressivamente spostando il baricentro dell’azione dello Stato dal terreno delle politiche sociali a quello della repressione penale. Quando Carlo Nordio ha definito questo provvedimento «il tassello finale di una serie di interventi», probabilmente ha detto più di quanto intendesse. In realtà non si tratta affatto di un punto di arrivo, ma dell’ennesimo passo di una trasformazione che dura da anni e che oggi appare sempre più evidente: di fronte a qualunque forma di disagio sociale, la risposta dello Stato non è più costruire strumenti di inclusione, ma ampliare gli strumenti della punizione. La modifica proposta dal governo interviene su un principio che ha sempre caratterizzato la giustizia minorile italiana. Fino a oggi, nei confronti di un ragazzo tra i quattordici e i diciotto anni, il giudice era tenuto ad accertare la capacità di intendere e di volere prima di procedere penalmente. Era una garanzia coerente con l’impianto del processo penale minorile introdotto nel 1988, costruito sull’idea che l’adolescenza costituisca una fase particolare dello sviluppo della persona e che l’intervento della giustizia debba perseguire innanzitutto finalità educative e di recupero. Il nuovo disegno di legge capovolge completamente questa impostazione. D’ora in avanti il minore sarà considerato automaticamente imputabile e sarà eventualmente la difesa a dover dimostrare il contrario. Si tratta di un’inversione dell’onere della prova che non ha soltanto un valore tecnico, ma assume un preciso significato culturale e politico. Lo Stato smette di interrogarsi sulla condizione del minore e presume, come regola generale, la sua piena responsabilità penale. È un cambiamento che modifica il rapporto tra cittadino e potere pubblico, restringendo ulteriormente quello spazio di garanzie che aveva sempre distinto la giustizia minorile da quella ordinaria. Le motivazioni addotte dal governo sono rivelatrici. Nella relazione illustrativa si sostiene che i giovani di oggi raggiungano un livello di maturazione più elevato rispetto al passato e che questo giustifichi una presunzione generalizzata di imputabilità. Ma la stessa relazione collega esplicitamente l’intervento alla presunta recrudescenza della delinquenza minorile, riproponendo una rappresentazione emergenziale che negli ultimi anni è diventata il principale motore delle politiche securitarie. È ormai evidente il meccanismo politico che accompagna questi provvedimenti. Ogni stagione ha il proprio nemico sociale. Per anni sono stati i migranti, descritti come la principale minaccia alla sicurezza nazionale. Successivamente è stata la volta degli attivisti climatici, degli studenti, dei movimenti sociali, dei manifestanti contro il genocidio a Gaza. Oggi il bersaglio privilegiato sono le cosiddette baby gang, i “maranza”, le periferie urbane, trasformati in simbolo di una presunta emergenza criminale che giustificherebbe continui interventi repressivi. La costruzione del nemico precede sempre l’approvazione di nuove norme penali, alimentando una percezione di insicurezza spesso del tutto sproporzionata rispetto ai dati reali sull’andamento della criminalità. In questo modo il diritto penale smette di essere l’estrema risposta dello Stato e diventa il principale strumento attraverso cui governare fenomeni che hanno origine economica, sociale ed educativa. La dispersione scolastica, il disagio adolescenziale, la marginalità delle periferie, l’abbandono dei servizi territoriali, la povertà educativa e l’assenza di politiche giovanili non vengono affrontati nelle loro cause strutturali. Vengono invece reinterpretati come problemi di ordine pubblico, ai quali si ritiene di poter rispondere attraverso l’inasprimento delle pene, l’anticipazione dell’intervento repressivo e l’ampliamento dei poteri delle forze di polizia. È il paradigma dello Stato penale descritto ormai da decenni da studiosi come Loïc Wacquant. Man mano che arretra il welfare, cresce l’investimento nelle istituzioni repressive. Alla riduzione degli strumenti di protezione sociale corrisponde l’espansione del sistema penale. Non si governano più le disuguaglianze riducendole, ma controllandone gli effetti attraverso polizia, carcere, misure preventive e nuove fattispecie di reato. Il carcere diventa così il complemento dello smantellamento dello Stato sociale e la sicurezza sostituisce progressivamente la giustizia sociale come principale promessa rivolta ai cittadini. In questo quadro il nuovo disegno di legge sui minori non è una semplice riforma processuale. È il tassello di una strategia molto più ampia, nella quale ogni conflitto sociale viene tradotto in questione criminale e ogni risposta politica assume la forma della repressione. È la stessa logica che ha prodotto il Decreto Caivano, che ha esteso il fermo preventivo, che ha moltiplicato le zone rosse, che ha irrigidito le norme contro il dissenso e che continua ad attribuire al codice penale il compito di risolvere problemi che il diritto penale, per sua natura, non può risolvere. La vera inversione di paradigma, dunque, non riguarda soltanto la presunzione di imputabilità dei minori. Riguarda il ruolo stesso dello Stato. Uno Stato che rinuncia progressivamente a prevenire il disagio, a investire nella scuola, nei servizi sociali, nella salute mentale, nelle politiche abitative e nell’inclusione, per concentrare le proprie energie nell’espansione del controllo, della sorveglianza e della punizione. Quando il welfare viene sostituito dal codice penale, non siamo di fronte a una politica della sicurezza. Siamo di fronte all’affermazione di uno Stato penale nel quale la repressione diventa la risposta ordinaria a qualsiasi questione sociale.
India: il movimento degli “scarafaggi” continua le mobilitazioni e si estende. Gli agricoltori si uniscono alla protesta
I giovani in India sono stanchi, ci sono disoccupazione e sotto-occupazione molto alte. Se il governo non tratterà seriamente sulle richieste concrete del movimento degli Scarafaggi, quest’ultimo dilaga. da Radio Onda d’Urto Già adesso si è unito alla protesta studentesca il popolo degli agricoltori che nel paese è una grande forza.” Questa è la previsione della studiosa dell’India Enrica Garzilli, già docente alle università di Perugia e di Torino e che ha collaborato anche con l’università  di Delhi e Harvard. “Il movimento è nato spontaneamente a maggio, quando in occasione dell’esame di ammissione alle facoltà sanitarie dell’India che ha coinvolto circa 20 milioni di studenti e studentesse sono state scoperte compravendite delle domande; chi ha soldi si paga domande e risposte, le persone bocciate hanno cominciato a protestare e gli esami sono stati invalidati.” Un ministro del governo di destra che guida il grande paese asiatico aveva definito scarafaggi i giovani che si erano mobilitati e quell’insulto è stato invece rivendicato come denominazione del movimento e poi del partito politico “delle persone che il sistema ha dimenticato di contare, ha marginalizzato completamente”. Entro poche settimane l’account Instagram del movimento è arrivato  ad avere 23 milioni di follower, ben 5 milioni in più di quello della prima ministra Narendra Modi e sono state fatte manifestazioni con molte decine di migliaia di persone; inoltre il forte popolo degli agricoltori – protagonista dal novembre 2020 fino al dicembre 2021, di una protesta e uno sciopero ad oltranza molto duro per abrogare delle leggi che favorivano le grandi industrie – si è unito al movimento degli studenti. “Questo movimento vuole allargarsi ad altri settori popolari. Rappresentano il problema di tutti i giovani indiani che studiano in maniera molto seria per un futuro migliore e contestano e si scontrano con un sistema di corruzione che non vogliono più perchè favorisce le famiglie più ricche, chiedendo una vera riforma e chiedendo poi che il titolo di studio porti ad un’ occupazione dignitosa e attinente al loro percorso. Per il momento il movimento si pone questi obiettivi molto concreti ma come storicamente accade in India penso che diventerà un altro movimento di protesta globale in India. Se il gov non tratterà in maniera seria il movimento dilaga e sarà sempre più pericoloso per la sopravvivenza stessa del governo.” Intanto nella notte a Nuova Delhi ci sono stati ancora scontri tra manifestanti e polizia, i giovani chiedono anche le dimissioni del ministro dell’Istruzione. L’intervista a Enrica Garzilli, studiosa dell’India e di altri paesi asiatici, già docente alle Università di Perugia e di Torino e che ha collaborato anche con l’Università  di Delhi e Harvard sull’origine del movimento e le prospettive della mobilitazione 
L’elettrificazione del porto di Napoli rischia di diventare un affare per pochi e una beffa per gli abitanti
(disegno di otarebill) Dal mare, Napoli è una cicatrice di cemento e acciaio dove l’acqua incontra le case. Sotto quel taglio di costa, la banchina respira come un ventre meccanico. Celebrato per decenni come motore economico della città, approdo dorato del turismo crocieristico, lo scalo presenta un conto salatissimo a chi abita a ridosso delle banchine – Porta di Massa, il Carmine, le Case Nuove. È il conto dell’aria satura di gasolio marino, bruciato giorno e notte dai motori ausiliari delle navi in sosta. Oggi si parla di svolta ecologica, di porti “green”, di investimenti milionari legati al Pnrr. Ma dietro i tecnicismi ingegneristici del cold ironing – l’elettrificazione delle banchine, che permette alle navi ormeggiate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica – si gioca una partita più profonda, che riguarda la giustizia ambientale e la gestione di una risorsa essenziale come l’energia. LA CONTABILITÀ DEL DANNO Mentre l’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) del Mar Tirreno Centrale procede con l’appalto integrato per spegnere i motori delle navi ormeggiate, con una scadenza già prorogata al 31 dicembre 2027, i dati sanitari restituiscono un quadro drammatico. Da anni i medici dell’Isde Campania (Medici per l’Ambiente), denunciano una correlazione diretta tra le emissioni di porto e aeroporto e l’impennata di patologie tumorali e respiratorie nei quartieri limitrofi. Il registro tumori dell’Asl Napoli 1, diffuso a inizio luglio 2026, colloca proprio i quartieri più vicini al porto e allo scalo di Capodichino ai vertici nazionali per incidenza di cancro al polmone e mesotelioma. Napoli, secondo i dati del Progetto Aria Isde su base Arpac, supera persino Milano per biossido di azoto, con un tasso di mortalità evitabile superiore di un terzo. Nel 2025 la città ha accumulato 203 giorni di sforamento dei limiti di legge per gli inquinanti atmosferici. Sulle cause, il conflitto resta aperto: l’Isde attribuisce alle attività portuali un peso determinante del biossido di azoto non riconducibile al traffico privato, mentre l’Autorità Portuale, richiamando gli stessi dati Arpac, sostiene che tale tipo di inquinamento resti “prevalentemente dominato dal traffico veicolare”.  L’Isde denuncia i picchi pericolosi per la salute che in alcuni punti del porto hanno raggiunto valori di centoventi, centocinquanta e addirittura quattrocento microgrammi per metro cubo, ben oltre il limite di legge di quaranta, mentre l’AdSP si concentra sulla media annuale che rispetta i limiti: 36,6 µg/m³. Al di là della disputa sulle cifre, un dato è incontrovertibile: i quartieri più esposti pagano il prezzo più alto. Il porto, del resto, non agisce da solo. Nella stessa lettura epidemiologica che il dottor Marfella propone da anni, l’altra metà del danno arriva da Capodichino: più di tredici milioni di passeggeri nel 2025, sesto scalo italiano per traffico, incastonato in pieno centro storico come nessun altro grande aeroporto europeo potrebbe più essere. A gestirlo è Gesac, controllata all’83% dal fondo infrastrutturale F2i — di cui è socia, con l’11,8%, la stessa Città Metropolitana di Napoli, obbligata formalmente a tutelare la salute dei cittadini. Porto e aeroporto condividono così, oltre al fumo, un identico intreccio: enti pubblici azionisti o concedenti di infrastrutture private il cui interesse economico immediato è crescere in termini di traffico, non ridurre le emissioni. LA SFIDA TECNOLOGICA La risposta istituzionale si concentra sulla elettrificazione del Molo Angioino, dove attraccano i colossi delle crociere: un’infrastruttura da 45 megawatt, capace di alimentare fino a tre grandi navi contemporaneamente, con 26,8 milioni di euro dal Fondo Complementare del Pnrr (a cui si aggiungono 19,8 milioni per il Molo Manfredi di Salerno). La cabina primaria che alimenterà l’impianto sorge nell’ex edificio Solla, in collaborazione con E-Distribuzione. La sfida ingegneristica non è banale. C’è poi il nodo dell’approvvigionamento: una nave da crociera media, in sosta dieci ore, consuma l’equivalente del fabbisogno di un piccolo comune. Per non mettere in ginocchio la rete cittadina, l’infrastruttura richiederà sistemi di accumulo a batterie (Bess) e, soprattutto, una massiccia micro-generazione fotovoltaica in loco, sfruttando le enormi superfici dei tetti di magazzini e terminal. Fino a ieri, l’uso del cold ironing dipendeva dalla convenienza economica degli armatori: se il petrolio costava poco, bruciare gasolio a bordo restava più conveniente che comprare elettricità da terra. Le nuove regole europee — il modello di Emission Trading System esteso al trasporto marittimo dal 2024, il regolamento FuelEU Maritime dal 2025 — dovrebbero mitigare i conti, penalizzando il gasolio e avvicinando il momento in cui l’allaccio a terra diventerà obbligatorio, entro il 2030. È qui che si sposta la vera partita politica: la gestione dell’energia solare che verrà prodotta sulle superfici demaniali del porto. Uno studio dell’Università Federico II ha esaminato la fattibilità di trasformare lo scalo in una Comunità Energetica Rinnovabile, individuando oltre centomila metri quadrati di superficie utile al fotovoltaico e tassi di autoconsumo potenziali fino al novanta per cento. L’energia c’è, la tecnologia pure. Manca, per ora, qualunque garanzia su chi ne beneficerà. Il meccanismo previsto dalla legge (dlgs 199/2021) costituisce le comunità energetiche intorno a un perimetro elettrico rigido: quello sotteso a un’unica cabina primaria. Vi entra chi possiede un Pod — il punto di consegna dell’energia — collegato a quella cabina: terminalisti, concessionari, compagnie di navigazione. Non ci entrano, semplicemente perché elettricamente fuori perimetro, gli abitanti di Case Nuove o del Carmine, che pure di quelle stesse banchine respirano da sempre le conseguenze. Il rischio è un cortocircuito quasi perfetto: si costruisce un impianto rinnovabile nel nome della transizione energetica del porto, ma il beneficio economico – bolletta abbattuta, incentivo statale sull’energia condivisa – resta confinato dentro un club di operatori privati pronti a tagliare i propri costi industriali, mentre il danno sanitario continua a distribuirsi su tutta la fascia costiera. L’odore che si respira nei corridoi decisionali è quello già noto della privatizzazione dei benefici economici e della socializzazione dei danni ambientali. Nulla, tuttavia, impedirebbe all’Autorità Portuale di scrivere in statuto un vincolo diverso: una quota obbligatoria dell’incentivo pubblico sull’energia condivisa destinata non ai soci portuali ma a un fondo di compensazione per i residenti dei quartieri a più alta esposizione – bonus energia contro la povertà energetica, screening sanitari gratuiti, centraline fisse di monitoraggio e piattaforme di trasparenza ambientale sugli impatti. Un vincolo di questo tipo troverebbe già una cornice pronta nel Piano di azione per l’energia sostenibile e il clima del comune di Napoli, più volte evocato dagli stessi tecnici comunali come sede naturale per una transizione energetica condivisa tra porto e città: oggi resta un auspicio scritto nei verbali, non un obbligo. Si potrebbe chiamare Cers, Comunità energetica rinnovabile e solidale, e non semplicemente Cer. La differenza non è lessicale, è tutta nella domanda a cui nessuno, finora, ha davvero risposto: il sole che batte sui moli del porto è un bene comune o una proprietà esclusiva della logistica e del turismo d’alto bordo? Se la futura comunità energetica non integrerà un meccanismo vincolante di redistribuzione, l’elettrificazione del porto sarà l’ennesima operazione di greenwashing miliardario. I privati risparmiano con soldi pubblici, le navi si ripuliscono la coscienza e gli abitanti, dietro le grate della zona doganale, continuano a pagare con la vita l’accumulo del danno, a ridosso della cicatrice. (edoardo m. benassai)
napoli
In Italia utilizziamo poco e male i fondi per il dissesto idrogeologico: l’esempio dell’Emilia Romagna
Dal 2015 al 2025 l'Emilia-Romagna è stata colpita più volte da alluvioni e frane. Sul fiume Marecchia, i fondi Pnrr hanno protetto un'opera che serve l'agricoltura ma non riduce il rischio inondazioni L'articolo In Italia utilizziamo poco e male i fondi per il dissesto idrogeologico: l’esempio dell’Emilia Romagna proviene da IrpiMedia.
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