Caccia all’ottobre rosso. Il risveglio delle piazze italiane
(disegno di escif) L’ondata di mobilitazioni che ha attraversato l’Albania quest’estate, poi da settembre la Francia, la Spagna e altri paesi europei, ha raggiunto anche l’Italia. Se per alcuni aspetti quest’autunno ne ricorda altri precedenti, caratterizzati da occupazioni scolastiche, universitarie, e dai cortei del fine settimana, ci sono elementi di novità che meritano delle riflessioni. DA NORD A SUD A Torino le prime scuole sono state occupate a inizio ottobre, aumentando nel numero di giorno in giorno. Tra il 16 e il 17 migliaia di giovani hanno sfilato per le strade del centro eludendo i dispositivi di sicurezza. Alcuni sono entrati nella libreria Feltrinelli della stazione Porta Nuova, hanno buttato a terra qualche bestseller e scatenato l’indignazione generale. Il sabato successivo c’è stato un nuovo corteo, molto partecipato da studenti e collettivi politici, per protestare contro i finanziamenti all’industria delle armi e i tagli al welfare; decine di migliaia di ragazzi, preso atto della chiusura di tutte le strade circostanti piazza Castello da parte di camionette e poliziotti antisommossa, si sono diretti verso i quartieri Nord. Lì, il corteo ha provato a forzare un blocco ed è stato attaccato dalla celere: i manifestanti sono stati circondati, divisi e inseguiti dalla polizia per le strade che costeggiano la Dora. Per lo sciopero generale del 30 ottobre la partecipazione è stata ancora più nutrita, ma i manifestanti hanno scelto di dividersi: un primo corteo, guidato dall’Unione sindacale di base e dagli studenti vicini a quell’area politica, ha bloccato l’accesso all’autostrada; un secondo ha attraversato il centro; un’ulteriore manifestazione serale è riuscita ad aggirare i blocchi della polizia e a invadere le piazze più auliche della città. A Milano decine di migliaia di persone sono scese in strada il 16 e il 17 ottobre. La chiamata di “Italia in piazza” denunciava gli effetti del carovita e in particolare l’aumento del costo della benzina, sulla scia delle manifestazioni francesi, dell’occupazione di alcune scuole e di una grossa diffusione della chiamata sui social, in particolare via Tik Tok. Poco dopo l’orario di convocazione piazza Duomo è stata conquistata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero che hanno costretto la polizia ad arretrare sotto il lancio di petardi, transenne e bottiglie. I gruppi non erano coordinati tra loro ma una volta preso il sopravvento sulla manifestazione principale si sono radunati spontaneamente. Le vetrine dei negozi di lusso, ma anche di catene e di alcuni supermercati sono state abbattute e la merce è stata sottratta. Unanime la condanna dei media e della politica. Il sindaco Sala ha attaccato il governo perché la polizia in piazza sarebbe stata, a suo avviso, numericamente insufficiente. Nonostante gli scontri siano avvenuti anche in altre città (per esempio Bologna e Torino), quelli di Milano hanno agitato le classi dirigenti per la composizione inedita dei partecipanti, ovvero giovanissimi per lo più di seconda generazione. Lo spettro dei “municipi bruciati” e dei “saccheggi selvaggi” è stato evocato e il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza. Due ulteriori cortei hanno avuto luogo nel capoluogo lombardo. Il 24 ottobre la manifestazione è stata convocata dagli studenti, portando in piazza più di diecimila persone. Il 30 il corteo è stato ancora più partecipato. Due spezzoni sono partiti dal Politecnico e dalla stazione centrale, per ricongiungersi e puntare alla tangenziale est, occupata senza che avvenissero disordini. Iconica l’immagine di un enorme striscione appeso a un tabellone elettronico su cui era scritto, in riferimento alla composizione del movimento: GEN maranZa. Anche a Roma le occupazioni sono iniziate i primi di ottobre, coinvolgendo studenti di scuole che non venivano occupate da decenni, giovani di norma estranei alla politica attiva, e altri appartenenti alle organizzazioni giovanili, che nei cortei hanno cercato sempre di far valere il proprio peso. Altri gruppi diversi sono nati, come il collettivo “Le Scomode” del sociosanitario di Tor Sapienza: studentesse del primo e del secondo anno, molte di seconda generazione, hanno occupato la scuola in un quartiere divorato dalla xenofobia e dove i bianchi organizzano “ronde per la sicurezza”. In città ci sono state tre grandi manifestazioni tra il 16 e il 30 ottobre. La giornata del 24 è iniziata con l’occupazione spontanea del Colosseo: di fronte al blocco della polizia una marea umana ha invertito la marcia e si è mossa senza striscioni, spezzoni, camion o bandiere (accanto a quelle palestinesi, nei cortei di questo mese si è vista anche qualche bandiera italiana, denotando una grammatica simbolica nuova rispetto alle tradizionali manifestazioni di movimento). Le cariche della polizia sono state relativamente “leggere”, con l’obiettivo soprattutto di proteggere il centro città. Decisamente abusata è stata la pratica dei fermi preventivi, che ha portato in questura duecento minori senza alcuna motivazione credibile, e si è interrotta solo grazie all’indignazione di genitori, insegnanti e addirittura presidi. Il corteo per lo sciopero generale è stato enorme, ma molto più ordinato. A Fori Imperiali alcuni gruppi hanno provato a forzare di nuovo l’ingresso in centro, ma sono stati respinti da una carica molto pericolosa sul Ponte Sisto. La polizia ha tentato di identificare decine di manifestanti, che hanno provato a sottrarsi. La discutibile attitudine alla mediazione di alcuni militanti più strutturati ha fatto alla fine sì che la schedatura avvenisse. A Napoli, così come in altre città del Sud, le proteste sono iniziate con i blocchi degli autotrasportatori, che si sono fermati lasciando vuoti gli scaffali dei supermercati e i distributori di benzina per giorni. Gli studenti occupavano nel frattempo più di trenta scuole, facendo un salto di qualità non soltanto in considerazione del numero delle azioni, ma anche in termini di proposta politica: centinaia di giovani hanno partecipato a dibattiti autorganizzati sul genocidio in Palestina, sulle cause e gli effetti del carovita, sull’economia di guerra, sulla violenza della rigenerazione urbana nelle periferie delle metropoli, coinvolgendo persone da loro stessi selezionate tra il mondo adulto. In piazza la mobilitazione non ha assunto forme conflittuali. Il 24 alcune persone – una sorta di servizio d’ordine di composizione difficilmente identificabile – ha minacciato e quasi aggredito dei giovani che si coprivano il volto lasciando intendere di essere disponibili allo scontro; altre persone hanno lanciato al megafono messaggi in favore della polizia, schierandosi a difesa delle sedi istituzionali. I soggetti organizzati, dal canto loro, non sono stati capaci di alimentare il conflitto, anzi hanno talvolta (per esempio durante il corteo del 30) addirittura soffocato le spinte spontanee e conflittuali. LO SCOLLAMENTO Rabbia e malcontento si sono manifestati insomma in forme diverse: dal riot urbano allo sciopero di massa, passando per le incursioni di gruppi di persone che si staccavano dai cortei aumentando il caos, e per occupazioni un po’ folli ma efficaci come quella del Colosseo. Differenze e incomprensioni tra le sigle del sindacalismo di base e dei gruppi politici sono emerse – depotenziando in alcune occasioni le iniziative; è accaduto per esempio a Napoli, dove il dirigismo delle sigle che avevano organizzato il corteo del 30, e una certa disabitudine alla radicalità di piazza hanno inciso negativamente sulle possibilità di attuare pratiche di lotta che abbiamo visto altrove. Queste stesse divergenze si sono rivelate fortuitamente feconde in altri contesti, come a Torino, dove i tantissimi manifestanti – soprattutto giovani e studenti medi – hanno seguito due cortei diversi disorientando la polizia, incapace di arginare i due flussi. Ciò che sembra comune a molte di queste mobilitazioni è piuttosto un certo scollamento tra le parti che le attraversano, una condizione comprensibile per movimenti che attivano centinaia di migliaia di persone e settori sociali differenti, ma che pare essere una cifra distintiva di questo. Il primo scollamento è quello tra il mondo dei soggetti organizzati (collettivi politici, sindacati di base, militanti che si muovono nell’orbita di questo o quel centro sociale) e la massa dei partecipanti, soprattutto giovani, che scende in piazza senza riferimenti. È una distanza che in qualche modo appare conseguenza di un’altra, su cui ci siamo spesso trovati a riflettere in questi anni, dovuta all’incapacità (e alla non volontà) da parte della maggioranza degli adulti di comprendere – o almeno indagare – le frustrazioni, le esigenze e le ragioni delle più giovani generazioni con cui condividiamo il disastro. In più di una circostanza, nell’ultimo mese, questo gap ha provocato insofferenza nei confronti delle organizzazioni da parte dei partecipanti alle manifestazioni, che avrebbero voluto dar vita ad azioni più radicali, e soprattutto avere un maggiore protagonismo. Complesso è anche il rapporto tra gli stessi giovani che attraversano le mobilitazioni. In piazza, a scuola e nelle università si confrontano studenti dei collettivi, altri a digiuno di esperienze politiche, ma anche ragazzi schiacciati dal sistema scolastico (magari già espulsi dai suoi processi selettivi, e portatori di una rabbia più acuta). Non sempre in questo mese le parole d’ordine sono bastate per tenere assieme davvero queste esperienze: esiste probabilmente una reciproca incomprensione, anche tra loro, e non potrebbe essere diversamente in una società così frammentata. I ragazzi meno controllabili e più determinati sono apparsi senza avviso, scatenando l’attenzione morbosa dei media – “gli incappucciati”, li hanno chiamati i giornalisti –, finendo per abitare i sogni di repressione delle classi dirigenti. Da quel momento, rapidi com’erano apparsi, sembrano essersi dileguati, lasciando ombre di sé in un dibattito pubblico allenato alle sole semplificazioni. Disorientati da queste azioni, nelle scuole e nelle piazze, è sembrata anche una parte dei loro coetanei. Ragazzi che hanno mostrato una certa paura di essere stigmatizzati o etichettati come “violenti”, sotto la pressione del dover dimostrare di essere “nel giusto” non attraverso le rivendicazioni politiche, ma la “correttezza formale” (quella, naturalmente, stabilita dagli adulti e dalla società rispettabile) delle pratiche. A questo va aggiunto il rischio sempre più forte di entrare nelle maglie della repressione, di essere picchiati o arrestati, considerando la gestione delle piazze da parte della polizia e i decreti che a ciclo continuo vengono emanati dal governo (quello del 22 ottobre, poco dopo la radicalizzazione delle proteste, è il sesto decreto sicurezza in quattro anni di governo). Il superamento di questi disequilibri è a questo punto un obiettivo, dal momento che la loro esistenza rischia di depotenziare quanto sta accadendo. La cosa più sensata che potrebbero fare le organizzazioni e i gruppi di base, a questo punto, è cercare di capire le tendenze di un movimento così liquido (“be water”, dicono orgogliosamente), e fino a che punto potrebbe essere disposto a portare il conflitto. Con questi giovani soprattutto, ma anche con le persone appartenenti alle mezze classi impoverite da una crisi ormai ventennale, bisognerebbe costruire relazioni paritarie, ragionare sugli ostacoli e le opportunità, individuare meccanismi di comprensione reciproca, condivisione di valori e pratiche: smetterla quindi, una volta per tutte, di auto-rappresentarsi come avanguardia di qualcosa a cui si riesce a stento a star dietro. Ci sono intere parti di società in queste piazze che stanno facendo fatica a prendere parola, forse perché non vogliono essere organizzate da chi già lo è, né vogliono che qualcuno o qualcosa faccia da tappo alla loro insofferenza. È tempo di mettersi in ascolto, diceva qualcuno. E di navigare insieme, piuttosto che accanirsi a imporre delle direzioni prestabilite, finendo solo per arginare la marea. (redazione monitor)
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[2026-11-05] Assemblea cittadina: organizziamo insieme il corteo di sabato 7 novembre! @ Campus Luigi Einaudi
ASSEMBLEA CITTADINA: ORGANIZZIAMO INSIEME IL CORTEO DI SABATO 7 NOVEMBRE! Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (giovedì, 5 novembre 18:00) Ore 18:00 - assemblea cittadina aperta per organizzarci per la manifestazione di sabato 7 novembre Ore 20:00 - Cena sociale al campus einaudi occupato organizzata da C.O.L.P.O Il post ig di riferimento è https://www.instagram.com/p/DfReG0XInsC Ci vediamo stasera <3
assemblea
Cena benefit
campuseinaudi
Carcere e domiciliari per la manifestazione del 31 gennaio a Torino
Questa mattina la Questura di Torino ha eseguito diverse misure cautelari inerenti il filone di indagini sulla manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino, del 31 gennaio 2026. All’alba diversi compagni e compagne sono stati prelevati dalle loro abitazioni dalla Digos per eseguire le misure cautelari decise dal Giudice per le indagini preliminari. Due compagni sono stati portati in carcere, sette agli arresti domiciliari, sei si vedono applicato il divieto di dimora a Torino con obbligo di firma quotidiana e un ulteriore obbligo di firma quotidiana. Tutto questo avviene dopo che, una decina di giorni fa, la prima fase dell’operazione giudiziaria aveva convocato una ventina di persone davanti al Giudice per gli interrogatori di “garanzia”. Compagni e compagne da diverse città del paese sono stati colpiti da questa inchiesta con accuse talvolta anche molto gravi come il “tentato omicidio”, nell’intento di criminalizzare poche persone per un corteo di più di 50 mila persone che erano scese in piazza per protestare contro la stretta repressiva del governo Meloni e la “punizione” che questo aveva voluto infliggere alla città di Torino, colpendo uno dei simboli delle lotte cittadine.Il Gip avvalla quasi in toto le richieste della Procura torinese disponendo misure che colpiscono in maniera pesante le persone inquisite. Le accuse spaziano dalla resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento fino al tentato omicidio e la rapina. I reati smisurati che vengono contestati sono l’immagine plastica di come la le istituzioni vogliano trasformare il dissenso e il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico. Viene sposata una lettura della manifestazione che non tiene conto della spontaneità della rabbia di quella giornata e cerca di rinchiuderla tutta all’interno del solito teorema di “un’oscura premeditazione” , arrivando a disporre i domiciliari anche per chi è accusato solo di essere stato presente vicino o sopra il furgone del corteo. Le lotte che hanno seguito lo sgombero di Askatasuna si sono inserite in un contesto più ampio di opposizione al governo e di rifiuto del genocidio contro il popolo palestinese, di cui è tutt’ora complice. In questi mesi assistiamo ad una grande sollevazione sociale contro il carovita di guerra e i suoi responsabili, gli arresti di oggi rientrano nella strategia del manganello adottata dal Governo per punire chi protesta. Oggi però non sarà solo il primo passo concreto di una ingiusta e criminale operazione repressiva, ma l’inizio di un’iniziativa di solidarietà che dovrà saper sostenere chi è stato colpito nelle spese legali che dovrà affrontare e per non lasciarli soli. Il 31 gennaio c’eravamo tutti e tutte! Que viva Askatasuna! Network Antagonista Torinese
Cortei di trattori a Casal di Principe, Salerno e Caserta
Con Gianni Fabbris di Altragricoltura ripercorriamo quanto accaduto durante le mobilitazioni della settimana del 26 ottobre in Campania. Agricoltori e studenti si sono uniti nelle proteste in più località, creando grandi cortei in cui portare assieme i temi del carovita con quelli relativi alla scuola e alla crisi dell’agroalimentare. Fabbris ci parla anche dei punti che hanno portato, insieme al coordinamento COAPI (Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani), alla Regione per richiedere lo stato di crisi in agricoltura ma anche uno spazio ci confronto partecipato e permanente con le piccole e medie imprese dell’agroalimentare campano. Qui i punti portati in piazza e maggiori informazioni sulla visione di sovranità alimentare che avanza Altragricoltura.
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Il 6 novembre si boicotta Conad: aggiornamenti dagli Orti Urbani e Bosco Ospizio
Dopo anni di lotte in difesa del verde urbano, durante quest’estate infernale ben due casi di resistenza dal basso a progetti di cementificazione imposti sono riusciti ad acquistare rilevanza nazionale: parliamo di Bosco Ospizio a Reggio Emilia e degli Orti Urbani a Livorno (abbiamo approfondito qui e qui). La solidarietà è arrivata da varie parti d’Italia durante i mesi estivi a difesa di questi spazi, dando luogo a presidi di resistenza popolare. A Reggio, un presidio permanente ha tenuto testa alle ruspe per quasi due mesi. A Livorno, dopo tre giorni di campeggio negli Orti domenica 5 settembre oltre 3000 persone e più di 100 realtà, tra associazioni e collettivi, si sono riversate per le vie della città nel primo corteo nazionale contro la cementificazione. Ma all’estate ha fatto seguito l’autunno. I cittadini pacifici e determinati che tanto piacevano tra luglio e agosto, a fine settembre cominciavano a dare parecchia noia. Reggio Emilia: dalle ruspe al boicottaggio Ripartiamo dalle parole dell’Assemblea, “è ormai noto che il Bosco Ospizio come lo conoscevamo e come lo abbiamo protetto fino a fine settembre non esista più”.  L’annientamento del Bosco è cominciato il 30 settembre senza attendere l’esito dell’udienza del Consiglio di Stato, che l’8 ottobre ha accolto il ricorso cautelare presentato da cittadini e associazioni disponendo lo stop immediato ad ulteriori abbattimenti. Una latenza giuridica di pochi giorni che, per il Bosco, hanno significato la condanna a morte. Comune e Conad Centro Nord hanno ignorato per due anni e mezzo ogni richiesta di dialogo dell’Assemblea, iniziando i lavori a fine settembre con un dispiegamento di forze dell’ordine senza precedenti nel quartiere. Nei giorni successivi, sono fioccate denunce e fogli di via su chi si era opposto ad abbattimenti e trinciature. Il Comune di Reggio ha precisato che, ricorso o non ricorso, i suoi provvedimenti restano efficaci; per l’Assemblea, resta un ecocidio. In tanti da tutta Italia abbiamo avuto modo di riconoscerci nelle esperienze di Bosco Ospizio, nell’assurdo di dover affrontare istituzioni pubbliche messe a servizio dell’interesse privato. Le analogie con il caso di Essenon e del Parco Artiglieri, e mutatis mutandis della riserva naturale del Meisino, sono significative. L’ondata di solidarietà da tutto il paese è stata immediata, diffusa e spontanea, e ha preso le forme più organiche alle varie realtà: volantinaggi, attacchinaggi e “carrellaggi”, lettere aperte e comunicati, striscionate e così via. L’Assemblea del Bosco, grazie al lavoro di radicamento svolto negli oltre due anni di lotta, è riuscita ad attraversare questa fase complessa senza disperdere le forze. Per venerdì 6 novembre La Bottega del Barbieri ha indetto, in solidarietà all’Assemblea, una giornata di boicottaggio Conad: “ovunque, contemporaneamente, tutta la giornata”, secondo varie modalità. L’indizione dell’iniziativa e le realtà aderenti si possono trovare qui. La partita, insomma, non è ancora chiusa.  Anche il coordinamento cittadino torinese Resistenza Verde ha aderito alla giornata di mobilitazione e boicottaggio Conad. L’appuntamento è alle 10 al punto Conad in via Luigi Tarino 10/H per un volantinaggio informativo.  Di seguito ripubblichiamo il comunicato stampa dell’Assemblea di Bosco Ospizio che invita alla giornata di mobilitazione diffusa sui territori:  Conad ha tagliato Bosco Ospizio. Noi tagliamo la spesa. Per il prossimo venerdì 6 novembre è indetta la prima giornata nazionale di boicottaggio Conad. Come Assemblea Bosco Ospizio accogliamo e rilanciamo con forza la proposta venuta dal blog collettivo La Bottega del Barbieri per una giornata di convergenza nazionale delle proteste contro i responsabili, insieme al Comune di Reggio Emilia, della distruzione del Bosco Ospizio. È ormai noto che il Bosco Ospizio come lo conoscevamo e come lo abbiamo protetto fino a fine settembre non esista più. È noto anche che Amministrazione Comunale e Conad Centro Nord abbiano ignorato per oltre due anni e mezzo le richieste di dialogo portate avanti da una assemblea cittadina. È inoltre tristemente noto che l’inizio dei lavori di distruzione del Bosco Ospizio sia stato accompagnato da un dispiegamento di forze dell’ordine in assetto anti sommossa senza precedenti, a cui sono seguite denunce e fogli di via a persone che hanno protestato in modo nonviolento opponendo i soli propri corpi alle ruspe. È infine noto che i cittadini e le cittadine siano considerati alla stregua di consumatori non-pensanti dalla Grande Distribuzione, portatori silenti di pecunia e manichini sensibili solo alle percentuali di sconto e alle locandine multicolore. Per uscire da questa logica boicottiamo Conad con tutte le modalità a nostra disposizione: smettendo di fare la spesa nei loro punti vendita, restituendo le tessere socio, volantinando in nome del Bosco Ospizio, gridando forte il nostro dissenso. Lo gridiamo a Reggio Emilia e lo rilanciamo in tutta Italia: venerdì 6 novembre tagliamo la spesa da Conad. E continuiamo a boicottare fino a che non sarà riconosciuto che quello che è stato fatto a Bosco Ospizio è a tutti gli effetti un ecocidio – fino a che non sarà impedito a Conad Centro Nord di cementificare l’area – fino a che non sarà restituito ai cittadini e alle cittadine reggiane quello che è stato tolto con la forza: un’area verde di 45.000 metri quadrati ricca di biodiversità. La GDO: contro cemento e caro vita Negli scenari attuali, sul caso di Reggio è possibile fare qualche ulteriore considerazione. Quando parliamo di Conad Nord non parliamo semplicemente di un “supermercato”: parliamo di Grande Distribuzione Organizzata (GDO), con la sua filiera di precarietà e pratiche speculative. La GDO mostra il duplice volto dello sfruttamento: sfrutta e specula sul territorio, insediandovi le sue strutture e trasformando la natura in risorsa; sfrutta le comunità in quanto forza lavoro. Un nodo, questo, che emerge anche nelle proteste di agricoltori e autotrasportatori dell’ultimo mese. Con il gasolio vicino ai 2,3 euro al litro (circa il 40% in più dell’anno scorso), principalmente a causa dell’aggressione statunitense e israeliana all’Iran e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, autotrasportatori e agricoltori hanno bloccato strade e snodi nei Sud, arrivando fin sotto Montecitorio in presidio il 27 ottobre. Per gli agricoltori, trovarsi ai ferri corti con la GDO non è una novità, ma la situazione da quest’estate è divenuta insostenibile. Secondo Coldiretti il gasolio agricolo è salito da 0,85 a 1,62 euro al litro, mentre la GDO compra la lattuga a dieci centesimi e la vende a oltre un euro. Le carote passano da 0,28 euro al kg a 1,46 sullo scaffale. I margini di profitto, basati su un modello che dipende fortemente da massicce importazioni da mercati esteri più vantaggiosi per la grande distribuzione, sono enormi. GDO e industria scaricano i costi della crisi sistemica che stiamo attraversando sugli anelli più deboli e ricattabili, cioè produttori e consumatori. L’Antitrust indaga da dicembre 2025 sul ruolo della GDO nella ripartizione diseguale del valore. Chi taglia un bosco per un supermercato e chi approfitta dell’”emergenza” per comprimere i redditi di produttori e lavoratori della logistica mentre alza i prezzi sullo scaffale risponde alla medesima logica di estrazione di valore: per questo il 6 novembre non è solo una questione reggiana. La difesa del verde e la lotta contro il caro vita e i ricatti della GDO qui possono, e devono, andare insieme. Livorno: il presidio ferma lo sgombero L’esperienza degli Orti Urbani dura da oltre quattordici anni, grazie al Collettivo di cittadini che si è riappropriato del terreno di via Goito restituendolo alla città. È su questi sei ettari di orti collettivi e vegetazione spontanea che il costruttore Frangerini, divenuto “proprietario” dell’area dopo averla acquistata per poco a un’asta, vorrebbe insediare quattro palazzine. Dopo il corteo nazionale del 5 settembre, il presidio a difesa degli Orti è diventato permanente. Dopo mesi di attesa, il 3 novembre è scattato l’allarme: via alla procedura di sgombero. Un centinaio di solidali, tra cui molti residenti del quartiere, ha reso impossibile lo sgombero. Alla riduzione al 2% dell’edificabile, proposta dalla Giunta come contentino, il Collettivo risponde che il punto è un altro: qualsiasi cantiere colpirebbe l’ecosistema, compromettendo un importante rifugio climatico. Ciò che viene chiesto è invece la tutela integrale dell’area e lo spostamento degli indici edificatori in un sito già urbanizzato: altrimenti, nessun tavolo di confronto. Da Reggio Emilia a Livorno e oltre, la logica dietro queste operazioni è la stessa: le istituzioni tutelano il valore economico e i diritti del grande privato ma non riconoscono il valore ecologico e sociale del verde urbano. Trattare questi spazi come suolo edificabile millantando i presunti meriti dei progetti per il territorio, mentre l’Italia continua a cementificare a ritmo record (oltre tre m2 al secondo nel 2025, secondo il rapporto ISPRA-SNPA 2026) pur contando circa 9,5 milioni di abitazioni non occupate e oltre 2.100 km² di suolo potenzialmente recuperabile, non è prova di grande onestà intellettuale. Continuare a berciare di degrado, “riqualificazione” e violazione della proprietà privata riguardo a queste aree, senza voler riconoscere quanto processi collettivi le abbiano irrevocabilmente risignificate e quanto abbiano cambiato il contesto, non è prova di grande acume politico. Dopo la vittoria del 3 novembre, il Collettivo degli Orti ha rilanciato la mobilitazione: giovedì 5, ore 17.00, assemblea pubblica agli Orti, in modo che del verde di Livorno possa decidere Livorno.
Nemici pubblici
(copertina di malov) Si trova in libreria a Napoli, Milano, Roma e Torino (e presto in altre città) l’ultimo numero de Lo stato delle città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Riccardo Rosa. *   *   * La notte del 24 novembre 2024 moriva a Milano Ramy Elgaml, caduto dal motorino su cui viaggiava con un amico e poi, una volta a terra, travolto dalla vettura dei carabinieri che li inseguiva. Per l’omicidio stradale del diciannovenne egiziano sono imputati Fares Bouzidi, il giovane che guidava lo scooter, e Antonio Lenoci, al volante della macchina dell’arma. Dei depistaggi avvenuti durante le indagini sono accusati altri sei militari, per frode processuale, favoreggiamento e falso. Lo scorso settembre gli avvocati di Bouzidi hanno depositato in tribunale una consulenza che smentirebbe le ricostruzioni dei carabinieri. Secondo il modello 3D prodotto dall’agenzia francese Index, il giovane non avrebbe perso il controllo del motorino a causa di un’improvvisa svolta, nel tentativo di seminare la vettura. Sarebbe stata invece l’auto a effettuare almeno due tentativi di speronare lo scooter, “a velocità elevata e in condizioni di minima distanza tra i mezzi”. Dopo il secondo, andato probabilmente “a buon fine”, Bouzidi ha perso il controllo del mezzo, che è finito a terra. Ramy è rimasto sul selciato e qualche istante dopo è stato investito. È morto immediatamente, aveva diciannove anni.  Nel corso dei quasi due anni trascorsi da quella notte, altri due ragazzi sotto i vent’anni sono rimasti uccisi in circostanze poco chiare, al termine di un inseguimento o di un controllo di polizia. È accaduto a Milano, dove è morto Mahmoud Mohamed, ventenne che guidava senza patente; e a Napoli, a Vincent GDS, che scappava perché il suo motorino non aveva l’assicurazione. Pochi giorni prima della sua scomparsa, a Torino, un giovane nordafricano che viaggiava con una certa quantità di sostanze stupefacenti leggere era stato travolto da un’auto mentre fuggiva da un controllo.   Questi eventi sono evidentemente in relazione con il clima politico del momento e con il sentire diffuso per cui davanti a un atto illegale, anche di modesta entità, uomini e donne in divisa siano autorizzati a perpetrare comportamenti estremi, mettendo in conto anche la possibilità di ammazzare chi hanno davanti. Dall’altra parte ci sono spesso ragazzi giovanissimi, per costituzione più istintivi, imprudenti, meno responsabili.  «Chi aggredisce, rapina, devasta – sostiene Giorgia Meloni – deve pagare sempre, anche se ha quindici o sedici anni. Questo provvedimento serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla». La dichiarazione della presidente del consiglio non sembra solo un proclama, considerando che il suo governo è stato protagonista in questi anni di una vera guerra alla “devianza giovanile”.  Nel 2023 ha emanato il decreto Caivano, grazie al quale il numero di giovani detenuti in carcere è aumentato di quasi il 10% in un biennio; due sono i provvedimenti contro i “maranza” (giovani nuovi italiani con background migratorio) che oltre a fermi preventivi e Daspo urbani istituiscono il divieto di aggregazione in determinate zone della città; è arrivato infine la scorsa estate un disegno di legge sull’imputabilità dei minori: la capacità di prevedere le conseguenze di un comportamento illegale di un ragazzino dai quattordici anni in su viene equiparata a quella degli adulti, e non dovrà più essere dimostrata nel procedimento. Questi interventi rientrano nel processo di iperproduzione normativa in senso securitario, di stampo evidentemente propagandistico, messo in atto dal governo. Si innestano, però, anche nella direzione di un “diritto penale del nemico”, sistema fondato su due livelli di garanzie giuridiche: uno per i cittadini, che possono commettere un errore, vedersi comminare una pena e scontarla; l’altro per i nemici, punibili attraverso direttrici eccezionali, con forti deregolamentazioni in termini di riduzione delle garanzie, velocizzazione dell’intervento e carattere preventivo dello stesso. Non è un caso che uno dei più pubblicizzati decreti del governo sia andato a colpire contemporaneamente due categorie di “nemici” molto popolari in questa fase storica: i migranti e i giovanissimi. «Immigrazione irregolare e baby gang – sostiene il ministro Piantedosi, senza peraltro supportare le proprie teorie con alcun dato – sono strettamente collegati: molti dei giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi incontrollati». Se consideriamo la presunta emergenza a cui si pretende di rispondere in questo modo, è vero, i dati ci dicono che i giovani commettono oggi più reati. Ma a leggere con onestà le statistiche, l’attenzione andrebbe concentrata sui tipi di reati che si verificano con maggiore frequenza, o in crescita: spaccio di sostanze e farmaci, per esempio, o violenza contro la persona, anche sessuale. Si tratta di reati legati a una sofferenza sociale che solo uno sciocco penserebbe di poter risolvere chiudendo una marea di ragazzini in prigione. Va considerato inoltre che – come osservato nell’ultimo rapporto sulla detenzione giovanile di Antigone – l’aumento dei comportamenti illegali registrati è legato alla maggiore facilità nell’intercettarli, e alle pratiche di controllo sempre più invasive, per esempio digitale, a cui sono soggette le giovani generazioni.  Bisognerebbe poi riflettere su quali sono le proposte, una volta che questi ragazzi entrano in contatto con il sistema giudiziario. La prima è, a dispetto delle prescrizioni che fino a poco tempo fa venivano garantite dal diritto penale minorile, il carcere. Un carcere diverso da quello che viene descritto dalle fiction o dai suoi promotori, a cominciare dal direttore del minorile di Nisida, che in un libro ha vantato pratiche di “cura” e “fuoriuscita dalle relazioni tossiche” nel suo istituto. Chi conosce il carcere napoletano, tuttavia, o altri penitenziari come il Beccaria e Casal del Marmo, sa bene che questi luoghi non hanno nulla di meno afflittivo rispetto alle carceri degli adulti.  Un’altra soluzione massicciamente proposta è la Messa alla prova, istituto la cui applicazione già da tempo scontava grosse criticità, a causa della divergenza tra le indicazioni previste dalla legge e lo scarsissimo investimento in termini di risorse umane ed economiche. Questa possibilità – comunque apprezzabile perché cercava di sottrarre il minore alla detenzione – ha ricevuto un colpo letale dalle modifiche recentemente apportate: il nuovo scenario è quello di una proposta coercitiva, in cui il minore è spinto senza che vi sia un suo reale coinvolgimento a stringere una sorta di patto di redenzione, pur di interrompere il procedimento penale. La risocializzazione diventa un processo utilitaristico, in coerenza con l’idea di un cattivo da piegare, senza alcuna velleità di rieducazione.  Una volta individuati i nemici, è necessario però creare gli strumenti più adatti al campo di battaglia, nonché le condizioni migliori per poterli utilizzare. Se da un punto di vista ideologico la strategia è quella della criminalizzazione, sul piano operativo il governo ha previsto nuove tutele legali per le forze di polizia, a cominciare dall’estensione del beneficio del rimborso o dell’assistenza legale per quegli agenti coinvolti in procedimenti giudiziari a causa di atti compiuti durante il servizio: è un vero e proprio scudo penale, la cui esigenza si è fatta più urgente proprio con il complicarsi del caso relativo alla morte di Ramy Elgaml. Nei fatti, l’intervento governativo autorizza e legittima, se non incentiva, gli agenti a compiere azioni ardite e rischiose, arbitrarie e sproporzionate rispetto al reato in corso. L’entità del pericolo che queste azioni costituiscono per i cittadini è una consapevolezza non ancora sufficientemente diffusa, nel nostro paese. Le iniziative messe in atto dai movimenti e da qualche piccola illuminata collettività sono risultate, sul lungo periodo, insufficienti, soprattutto perché troppo poco pregnanti e coordinate.  Esistono, naturalmente, collettivi e associazioni che provano a tenere accesi i riflettori sulle violenze e sugli abusi delle forze dell’ordine; studi importanti sono stati prodotti sfruttando le conoscenze dei pochi ricercatori, anche universitari, che si occupano della questione; una discreta eco ha avuto l’edizione italiana del libro Police Abolition. Corso di base per l’abolizione della polizia, pubblicato da Momo Edizioni lo scorso anno. Difficilmente, però, anche in questi casi, si è riusciti a intercettare quella parte di società civile che potrebbe essere sensibile al tema, smantellando la retorica della mela marcia a beneficio di ragionamenti più complessi, che in altri contesti hanno raggiunto livelli di approfondimento importanti. Gli Stati Uniti, per esempio, possono indicare una via: anche a causa dell’esasperato accanimento delle forze di polizia sulle comunità afroamericane e in generale sui migranti, il movimento per l’abolizione della polizia ha raggiunto da tempo consapevolezza e visibilità, trovando sponde più o meno efficaci a seconda del mutare degli scenari politici, dell’esacerbarsi della violenza, del livello di censura e di tanti altri fattori. Si possono reperire facilmente su internet numerosi video di maestre e presidi che mettono in gioco il proprio corpo in opposizione ad agenti dell’Ice che cercano di sottrargli bambini e bambine, per arrestarli o deportarli insieme alle loro famiglie. Esistono sindaci di grandi città che hanno avviato un processo di definanziamento delle forze militari, e di ristrutturazione del modello di gestione dell’ordine pubblico. Esistono organizzazioni non governative che concentrano il loro attivismo sulla lotta alle politiche di tolleranza zero, di profilazione razziale, di stop-and-frisk (il fermo con perquisizione immediata in strada, sulla sola base di un “ragionevole sospetto”).  Per quanto riguarda l’Italia, sarebbe disonesto attribuire esclusivamente al governo in carica la responsabilità di ciò che accade, frutto piuttosto di politiche comuni a quelle di altri precedenti esecutivi. È evidente, tuttavia, che ad attacchi come quello in atto nei confronti una parte della popolazione giovanile vada opposta una battaglia concreta ma di ampio respiro, che spinga a prendere posizione pezzi di società potenzialmente consapevoli, ma ancorati a posizioni riformiste e conservative. Questo genere di battaglie ha bisogno di una spinta che soltanto una piccola e consapevole massa può dare, ma allo stesso tempo è necessaria un’analisi chiara delle politiche esistenti, che potrebbe avere la forza di destare tanti dal sonno.  Ciò che possono fare i movimenti è uno sforzo in questa direzione. A morire oggi uccisi dalle forze dell’ordine, o mentre scappano da interventi che potrebbero avere per loro conseguenze gravissime, sono i Davide e i Ramy, gli Ugo, i Vincent e i Mahmoud, neri d’Italia al di là delle sfumature cromatiche della loro pelle. Gli educatori, i maestri, gli insegnanti e gli assistenti sociali, persino i preti e tutte le altre persone che con questi ragazzi hanno un rapporto quotidiano, vanno sollecitati a intervenire con coraggio nel dibattito. Non è facile, in un paese in cui una scuola su quindici ha rapporti, o ospita addirittura per eventi vetrina, almeno una volta all’anno, esponenti delle forze dell’ordine. Ma è uno sforzo necessario perché di ancora altre tra queste giovani vite non resti che polvere in mano. (riccardo rosa)
città
Madrid, 400 agenti sgomberano l’Acampada per la casa. La protesta continua
Dopo 35 giorni di occupazione, la polizia interviene di notte a Puerta del Sol: due arresti e denunce di violenze. da Osservatoriorepressione Centinaia di persone, molte senza dimora, allontanate dalla piazza. Il movimento 26S rilancia la mobilitazione verso lo sciopero dell’11 novembre. Alle tre del mattino di martedì 3 novembre, quattrocento agenti della polizia nazionale e municipale hanno fatto irruzione a Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, per sgomberare l’Acampada26S, il presidio che da 35 giorni denunciava la crisi abitativa, gli sfratti e la speculazione immobiliare. Gli agenti hanno smantellato tende, gazebo e strutture collettive, disperdendo le centinaia di persone ancora presenti. L’operazione è stata accompagnata da violenze, impiego di spray urticanti e numerosi feriti. Due persone sono state arrestate con l’accusa di resistenza . Un dispositivo di polizia imponente, mobilitato nel cuore della notte per cancellare una protesta che aveva posto al centro della capitale una questione sociale sempre più drammatica: il diritto alla casa. Al momento dello sgombero nella piazza si trovavano ancora 334 persone. Circa 250 erano senza fissa dimora, uomini e donne che nell’accampamento avevano trovato un riparo, oltre che uno spazio di solidarietà. È questo uno degli aspetti più gravi dell’intervento. La polizia non ha soltanto interrotto una mobilitazione politica, ma ha allontanato persone che non disponevano di un’altra abitazione. La presenza di centinaia di senza dimora non era un problema estraneo alla protesta, ma la dimostrazione concreta delle ragioni per cui quella protesta era nata. In una città nella quale gli affitti diventano sempre più insostenibili e l’accesso alla casa dipende dalla capacità di soddisfare le richieste del mercato immobiliare, la povertà abitativa viene affrontata attraverso l’allontanamento forzato di chi la subisce. Dopo l’intervento degli agenti, le autorità hanno rivendicato il ripristino della legalità e dell’ordinario utilizzo della piazza. Ma quale legalità viene difesa quando centinaia di persone vengono allontanate senza che sia risolto il problema della loro sistemazione? La questione non riguarda il diritto di occupare indefinitamente uno spazio pubblico, ma le responsabilità delle istituzioni di fronte a persone che non hanno un luogo in cui vivere. Smantellare le tende non significa garantire un’abitazione. Significa soltanto spostare altrove la povertà, sottraendola temporaneamente allo sguardo della città. L’Acampada26S era nata alla fine di settembre per denunciare l’aumento degli affitti, la speculazione immobiliare, gli sfratti e l’impossibilità per una parte crescente della popolazione di accedere a un’abitazione dignitosa. A Puerta del Sol si erano ritrovati studenti, lavoratori precari, famiglie colpite dalla crisi abitativa, attivisti e persone senza dimora. La piazza era diventata uno spazio di organizzazione collettiva, nel quale la denuncia politica si intrecciava con il sostegno materiale a chi vive condizioni di esclusione. In una città segnata dalla pressione della rendita immobiliare e dalla trasformazione delle abitazioni in strumenti di investimento, l’accampamento aveva reso visibile ciò che normalmente rimane confinato nelle periferie, nei procedimenti di sfratto e nelle difficoltà quotidiane di chi non riesce a pagare un affitto. La responsabilità politica di quanto accaduto non può essere nascosta dietro il carattere amministrativo del provvedimento. Quattrocento agenti schierati per sgomberare una piazza, l’impiego della forza denunciato dagli organizzatori, gli arresti e la rimozione delle tende rappresentano una scelta precisa nella gestione del conflitto sociale. Il diritto di manifestare non può essere considerato una concessione revocabile quando la protesta diventa scomoda, così come la condizione di povertà non può essere trattata come un problema di decoro urbano. Le eventuali responsabilità per le violenze denunciate durante lo sgombero devono essere accertate, ma già la dimensione dell’operazione solleva interrogativi sulla proporzionalità della risposta delle autorità. La vicenda di Madrid si inserisce in una stagione di mobilitazioni che attraversa diversi Paesi europei. In Portogallo la polizia è intervenuta contro gli accampamenti per il diritto alla casa di Lisbona e Porto. In Francia le proteste contro il carovita e i tagli sociali sono state affrontate con divieti, arresti e un massiccio impiego di reparti antisommossa. Le situazioni sono differenti, ma emerge una tendenza comune: problemi economici e sociali vengono sempre più frequentemente affrontati attraverso strumenti repressivi. Mentre aumentano gli investimenti militari e le politiche di sicurezza, l’accesso alla casa, la tutela dei salari e il finanziamento dei servizi pubblici continuano a rappresentare questioni irrisolte per milioni di persone. A Madrid, il diritto all’abitare è diventato il terreno di uno scontro che riguarda direttamente il modello di città. Da una parte, un mercato immobiliare nel quale il valore degli edifici è determinato dalla loro redditività e nel quale la rendita condiziona sempre più le possibilità di vita. Dall’altra, persone che chiedono di poter abitare senza destinare gran parte del proprio reddito all’affitto, senza vivere sotto la minaccia dello sfratto e senza essere costrette a dormire per strada. La casa non può essere considerata esclusivamente una merce, perché da essa dipendono l’accesso alla salute, all’istruzione, al lavoro e la possibilità stessa di condurre una vita dignitosa. Senza un’abitazione stabile, anche gli altri diritti diventano più difficili da esercitare. L’ultimo giorno dell’accampamento era stato dedicato anche alla memoria di Maricarmen, una donna che avrebbe compiuto 88 anni e il cui sfratto, denunciato come violento, aveva segnato profondamente il movimento. La sua vicenda aveva contribuito a trasformare una storia individuale in una mobilitazione collettiva. Il manifesto letto poche ore prima dell’intervento della polizia aveva collegato il diritto alla casa alla critica delle disuguaglianze, della guerra, delle discriminazioni e della subordinazione dei bisogni sociali agli interessi economici. La protesta aveva così superato la semplice richiesta di interventi sul mercato degli affitti, ponendo una questione più generale sulla distribuzione della ricchezza e sul diritto di tutte le persone a vivere dignitosamente. La solidarietà con l’Acampada è proseguita anche dopo lo sgombero. La manifestazione convocata a Madrid ha incontrato un nuovo dispiegamento di mezzi blindati e reparti antisommossa, mentre il movimento ha annunciato la prosecuzione delle attività nei quartieri e la partecipazione allo sciopero dell’11 novembre. La fine dell’occupazione di Puerta del Sol non coincide dunque con la conclusione della mobilitazione, che continuerà attraverso le reti territoriali e le organizzazioni impegnate contro gli sfratti e la speculazione. Lo sgombero di Madrid mostra una contraddizione che attraversa le politiche abitative europee. Le istituzioni intervengono con rapidità quando devono liberare una piazza, ma non dimostrano la stessa capacità di garantire una casa a chi ne è privo. Il problema non sono le tende che occupano lo spazio pubblico, ma le condizioni economiche e politiche che costringono le persone a viverci. Il diritto alla casa deve valere per tutti, indipendentemente dal reddito, dalla condizione lavorativa o dalla situazione personale. Non può essere subordinato alla redditività degli immobili né cancellato in nome del decoro. A Puerta del Sol la polizia ha smantellato un accampamento. Non ha risolto uno sfratto, ridotto un affitto o garantito un’abitazione alle persone allontanate. Ed è proprio questa la questione che resta aperta: una società che considera normale lasciare centinaia di persone senza casa, ma mobilita quattrocento agenti per impedire loro di dormire in una piazza, ha scelto di reprimere le conseguenze della povertà anziché affrontarne le cause.
[2026-11-06] Occupiamoci dell'università: ASSEMBLEA STUDENTESCA DI PALAZZO NUOVO + APERITIVO CONDIVISO! @ Palazzo Nuovo
OCCUPIAMOCI DELL'UNIVERSITÀ: ASSEMBLEA STUDENTESCA DI PALAZZO NUOVO + APERITIVO CONDIVISO! Palazzo Nuovo - Via Sant'Ottavio 20 a Torino (venerdì, 6 novembre 16:30) Assemblea aperta di Palazzo Nuovo + aperitivo Venerdì 6 novembre, ore 16:30, Palazzo Nuovo Ciao bella gente, Il vento tira pure a Palazzo Nuovo! Al Campus Einaudi studentesse e studenti hanno occupato per portare in università i temi del caro vita, dei tagli e del riarmo, e hanno trasformato le aule in spazi di discussione, laboratori e lezioni alternative insieme a precari e docenti. Chiedono e chiediamo assieme risposte a governo, Rettrice e Regione, e invitano tutte le università e tutti i poli a mobilitarsi. E a Palazzo Nuovo? Noi non vogliamo restare a guardare. Vogliamo parlarne tra noi, tutt* insieme, e decidere cosa fare qui, nelle nostre aule, con i nostri tempi. Venerdì ci troviamo in assemblea: aperta a chiunque studi o viva questo questo polo, soprattutto a chi non ha mai messo piede in un’assemblea o non sa da che parte cominciare. Porta le tue idee, i tuoi dubbi, le tue proposte e qualche amichett. Se ti fa schifo la repressione, dovresti venire con noi a parlarne, anche solo per sentirti meno solo e isolato (ci sentiamo tutti così). Dopo si continua a parlare con un aperitivo, perché le idee migliori nascono anche così. Noi non vogliamo farci ignorare, tu sei dei nostri? Vi aspettiamo con tante patatine e stuzzichini! <3
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