Come convincere una popolazione che non vuole combattere ad accettare il riarmo?
Alimentando un’emergenza permanente, costruendo nemici e trasformando il
dissenso in una minaccia alla sicurezza nazionale. Intanto, per il …
I mezzi non sono passati inosservati. Ma era illusorio pensare che martedì
scorso, 3 novembre, non destasse attenzione quell’intenso transito di mezzi
militari lungo le strade e verso il porto di Livorno. Traffico immediatamente
segnalato, con tanto di foto, all’amministrazione comunale. E ciò ha spinto il
sindaco Luca Salvetti a chiedere chiarimenti alla Prefettura sulla natura dei
trasporti e le eventuali misure di sicurezza adottate a tutela della popolazione
e dei lavoratori coinvolti. Non a caso. Il sindaco della città labronica da
tempo è impegnato, insieme a quello di Ravenna, a coinvolgere i sindaci delle
città portuali italiane per muoversi verso il Governo affinché sia rispettata
pienamente la Legge 185/90 sul controllo dell’esportazione, importazione e
transito dei materiali di armamento e della nostra Costituzione che ripudia la
Guerra.
Ma, giustamente, in assenza di chiarimenti sulla natura e sulla destinazione del
carico di armamenti in attesa al porto di Livorno, i portuali di USB (e del
Gruppo Autonomo Portuali), che il 30 ottobre avevano partecipato all’azione
internazionale contro le guerre e i traffici d’armi nei porti insieme ai
dockworkers di oltre un centinaio di scali marittimi in 22 paesi, sono entrati
in mobilitazione e sciopero per due giorni, fintanto che la nave che avrebbe
dovuto imbarcare a Livorno i mezzi militari ha cambiato destinazione e non
arriverà più nello scalo labronico.
Le sentenze di Consiglio di Stato e Tar Puglia
Sulla questione dei traffici d’armi nei porti italiani ci eravamo lasciati il 15
ottobre con il pronunciamento del Consiglio di Stato che respingeva l’appello
dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna contro la sentenza del TAR dell’Emilia
Romagna, che aveva accolto parzialmente il ricorso della giornalista
investigativa Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri ai quali era stata
negata la richiesta di accesso agli atti sul transito nel porto romagnolo di
armi, munizioni ed esplosivi.
Una sentenza a difesa della trasparenza, alla quale il 30 ottobre si è aggiunta
anche quella del TAR della Puglia, che ha stabilito l’illegittimità del diniego
generalizzato opposto dall’Agenzia delle Dogane alla richiesta di accesso civico
ai “manifesti di carico” di cinque navi transitate nel porto di Bari e dirette
in Israele. Il ricorso patrocinato dagli avvocati Amina Tridente e Luigi
Paccione contestava un doppio rifiuto dell’Agenzia delle Dogane di consegnare la
documentazione relativa
alle merci imbarcate/sbarcate da cinque navi nel porto di Bari, sospettate di
trasportare armi o materiale dual use a utilizzo militare. L’Agenzia delle
Dogane di Bari aveva negato l’accesso invocando il segreto militare, la difesa
della sicurezza nazionale e il riserbo sui materiali d’armamento.
L’appello di Weapon Watch
Tenendo insieme il filo di collegamento tra tutti questi episodi che
coinvolgono, su un unico terreno, attivisti e tribunali amministrativi, portuali
e istituzioni, The Weapon Watch ha lanciato un appello, consapevole del momento
favorevole per la lotta democratica contro l’opacità dei traffici di armi nei
porti italiani. Il che sta favorendo, osserva l’associazione, tre tendenze
sostanziali e tutto sommato nuove. In ordine: la mobilitazione contro la guerra
in crescita; la trasparenza contro la secretazione e militarizzazione del
notizie grazie alle sentenze dei TAR Emilia Romagna e Puglia, sentenze
faticosamente ottenuti dal gruppo dei giuristi democratici contro la guerra;
ultimo, ma non meno importante, la proposta di un Osservatorio sul movimento
delle armi nel porto di Genova che sta prendendo forma.
In proposito, l’osservatorio sarà permanente (quindi non soggetto al cambiamento
delle giunte), e sarà un Osservatorio del Consiglio comunale (quindi con
maggioranza e opposizione entrambe rappresentate) ed ha superato lo scoglio del
rifiuto a parteciparvi da parte di Prefettura, Agenzia delle dogane, Autorità
portuale e Capitaneria di Porto. Tra l’altra, tranne la Prefettura, le altre si
sono dette disponibili anche a una collaborazione “tecnica”.
L’attenzione della Chiesa cattolica
In questo contesto, si deve registrare anche una grande attenzione alle
iniziative di controllo sul traffico e movimento di armi da parte di ambienti
vicini alla Chiesa cattolica e dagli stessi vescovi, in linea con le posizioni
di Papa Francesco e del suo successore Leone XIV, e della coerenza editoriale
del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, il cui editore è la CEI
(conferenza episcopale italiana). Secondo Weapon Watch, una grande grande
attenzione è oggi riservata dalla Chiesa al tema dell’obiezione di coscienza dei
lavoratori, a cominciare dalla logistica.
Ulteriore elemento positivo, è il coinvolgimento oltre che del Comune di Genova,
anche di altre città portuali (Marina di Carrara, Livorno, Salerno, Bari,
Ravenna, al momento) i cui sindaci e consigli comunali si sono pronunciati con
forza per la trasparenza di ciò che passa per i rispettivi porti. Su questo
aspetto, la circolazione delle esperienze reciproche e degli strumenti
istituzionali più adatti e funzionali potrebbe rivelarsi un fattore un
importante per trasformare semplici affermazioni pubbliche in concrete azioni
politiche.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
“Dottori, poliziotti, autorità tentarono il possibile per frenare l’epidemia.
Macché, niente da fare. Dal più vecchio al più piccolino la gente ormai diceva
pane al pane, vino al vino, bianco al bianco, nero al nero”. Nel “Paese dei
Bugiardi” di Gianni Rodari la verità è una malattia contagiosa che dilaga
malgrado i maldestri tentativi del potere per fermarne la diffusione. Un po’
come avviene nel Paese del TAV, dove il “Ministero delle Verità” è la società
Tunnel Euralpin Lyon Turin (TELT) che da un quarto di secolo tenta
infruttuosamente di realizzare il megatunnel della Torino Lione.
Quella appena passata era stata un’estate di roboanti proclami, nella quale TELT
si era ripetutamente sperticata per confermare l’agognato arrivo entro dicembre
a Chiomonte della famigerata TBM (tunneling boring machine, detta gergalmente
talpa). Ministri e sottoministri si erano gonfiati il petto annunciando a inizio
2027 la partenza sprint dello scavo del tratto italiano del tunnel di base. Una
grande bolla di sapone scoppiata pochi giorni fa, quando TELT ha clamorosamente
smentito sé stessa, confessando l’ennesimo ritardo che ormai era già ovvio a
tutti: niente talpa nel 2026, forse nel 2027 e comunque niente scavi fino al
2028.
Fin qui la cronaca riportata in questi giorni da Repubblica e Stampa, fedelmente
trascritta in base alle veline del “Ministero delle Verità”. Un po’ come i
bambini quando non vogliono ammettere di aver combinato guai, TELT ha ovviamente
scaricato la colpa di tutto sul “nemico perfetto”: i No Tav brutti e cattivi che
il 25 luglio hanno fatto casino al cantiere durante la decima edizione del
Festival Alta Felicità. Una favoletta che fa acqua da tutte le parti, come ci
insegnano i proverbi della saggezza popolare. Ma andiamo con ordine.
Chi è causa del suo mal, pianga a sé stesso. TELT è “cintura nera” nella
sofisticata arte dell’allungamento del brodo. In un consolidato rito dilatorio,
ogni lavoro è puntualmente preceduto da irrinunciabili quanto interminabili
“attività propedeutiche”, sistematicamente accompagnate da imprescindibili
varianti di progetto. Un vero e proprio gioco dell’oca in cui crolla ogni
credibilità dei già traballanti cronoprogrammi della Torino-Lione. Per l’arrivo
della talpa a Chiomonte si parla di: 1) preparazione delle aree all’imbocco
della galleria da scavare con la TBM, con abbassamento di 7 metri del piazzale
attuale; 2) scavo con metodo tradizionale di un primo tratto di galleria
(denominata “Maddalena 2”) nel quale iniziare il successivo assemblaggio della
TBM. Ovviamente questi lavori propedeutici hanno richiesto la settordicesima
variante. Malgrado la previsione di tali attività fosse già nota da anni (come
vedremo più avanti), TELT ha atteso fino a giugno 2025 per depositare il
cosiddetto “Progetto Esecutivo di Fase 2 relativo al completamento degli
allestimenti di cantiere nei Comuni di Chiomonte, Giaglione, Salbertrand e Susa,
comprensivo delle prime fasi di scavo del tunnel di base lato Italia”. La
documentazione progettuale è pubblica, consultabile da chiunque. Vi sono
indicati i tempi che TELT ha previsto per i lavori propedeutici all’arrivo della
talpa: 12 mesi di preparazione delle aree all’imbocco della galleria + 8 mesi
scavi in tradizionale, totale 20 mesi. Conclusione lapalissiana: se hai fretta
di far arrivare la talpa, ti sbrighi a farti approvare il progetto della
variante in modo da iniziare ampiamente per tempo i 20 mesi di lavori
preparatori. Invece nel Paese del TAV le cose vanno al contrario. TELT ha
cincishiato con il progetto della variante fino a giugno 2025, quando era ormai
matematicamente certo che il tempo sarebbe stato del tutto insufficiente per
completare la preparazione dell’arrivo della talpa entro il 2026.
Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Il 10 aprile 2026 il Ministero
dell’Ambiente ha notificato a TELT l’approvazione della variante del Progetto
Esecutivo Fase 2. Se hai fretta di far partire la talpa, una volta che ti hanno
dato il via libera ti sbrighi a fare i lavori preparatori per il suo arrivo.
Invece nel Paese del TAV le cose vanno al contrario. Il cantiere è rimasto
deserto, come lamentato dal Sindaco di Chiomonte: “ci hanno detto che sarebbero
arrivate più di trecento persone a lavorare e la gente ha riqualificato gli
alloggi, ma sono vuoti“. Com’è possibile? La risposta è terribilmente ovvia:
TELT non ha fatto nulla perché aveva già deciso di rinviare di un anno l’arrivo
della talpa. Lo dicono in modo inequivocabile i documenti ufficiali ottenuti dal
nostro Presidio Europa attraverso una tenace attività di accesso agli atti
presso la European Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency
(CINEA) ovvero l’agenzia che eroga a TELT i finanziamenti per conto della
Commissione Europe. Vediamo tutti i dettagli.
A fine 2023 TELT aveva ricompreso le attività di preparazione del cantiere di
Chiomonte all’arrivo della talpa tra quelle previste nella domanda di
finanziamento presentata al bando CEF-T-2023-COREGEN-RAIL-WORKS del programma
europeo Connecting Europe Facility. Il 30 ottobre 2024 la Commissione Europea e
TELT hanno stipulato il contratto di erogazione dei contributi (detto “Grant
Agreement”) con partenza del programma delle attività finanziate al 1° gennaio
2024. Riguardo ai lavori a Chiomonte, il Grant Agreement recita (pag. 101 di
123, work package 2): “al termine dell’azione, saranno realizzati i lavori per
l’ingresso di Maddalena 2 e saranno completati circa 50 metri di scavo
dell’accesso a Maddalena 2 con il metodo tradizionale”. Il termine per il
completamento di questi lavori (pag. 74 di 123, list of work packages) è fissato
in 30 mesi dall’inizio del programma, ovvero al 30 giugno 2026 (figura 1).
Figura 1 – Il 30 ottobre 2024 la Commissione Europea e TELT firmano il Grant
Agreement di finanziamento: il termine delle attività di preparazione
dell’arrivo della talpa a Chiomonte è fissato al 30 giugno 2026.
Giugno arriva ma, come abbiamo già visto, a Chiomonte TELT non ha fatto nulla di
quanto previsto e quindi non può rendicontare il contributo. Non c’è problema,
nel Paese del TAV ogni scadenza è fatta per essere posticipata. Domenica 21
giugno 2026, nel solstizio d’estate, la Commissione Europea e TELT stipulano una
modifica del Grant Agreement in cui il completamento dei lavori di preparazione
a Chiomonte (pag. 7 di 57, list of work packages) è magicamente spostato di
anno: da 30 a 42 mesi dall’inizio del programma, ovvero al 30 giugno 2027
(figura 2). Poi verranno il torrido mese di luglio, il Festival Alta Felicità e
la grandiosa giornata di lotta del 25 luglio. Ma da un mese gli ineffabili
dirigenti di TELT dormono tra due guanciali: ormai hanno già incassato il via
libera per l’ennesimo ritardo.
Figura 2 – Il 21 giugno 2026 (un mese prima del Festival Alta Felicità) la
Commissione Europea e TELT firmano un aggiornamento del Grant Agreement: il
termine delle attività di preparazione dell’arrivo della talpa a Chiomonte viene
spostato avanti di un anno, al 30 giugno 2027.
Ricapitoliamo:
* già a fine 2023, alla presentazione della domanda di finanziamento europeo,
TELT sapeva già di dover effettuare a Chiomonte 20 mesi di lavori di
preparazione del cantiere per l’arrivo della talpa;
* secondo il programma inizialmente concordato con la Commissione Europea, tali
lavori di preparazione avrebbero dovuto essere completati entro il 30 giugno
2026, in modo da iniziare il trasferimento in sito della talpa entro l’anno;
* malgrado questo, il progetto esecutivo dei 20 mesi di lavori di preparazione
del cantiere di Chiomonte è stato presentato da TELT solo nel giugno 2025,
rendendo quindi impossibile il loro completamento entro il 2026;
* a inizio aprile 2026 il Ministero dell’Ambiente ha autorizzato TELT a
iniziare i lavori di preparazione del cantiere di Chiomonte;
* anziché partire subito con questi lavori, TELT ha chiesto un anno di proroga
alla Commissione Europea che glielo ha concesso il 21 giugno 2026;
* ancora il 15 settembre 2026 i dirigenti di TELT confermano l’avvio dello
scavo con TBM nel 2027 davanti ai cittadini di Susa, malgrado lo avessero già
posticipato due mesi prima;
* secondo TELT la colpa del ritardo nell’arrivo della talpa sarebbe dei No Tav
e dei fatti del 25 luglio 2026, accaduti più un mese dopo la formalizzazione
del rinvio dei lavori.
Nel Paese del TAV la verità è una malattia. Forse La Stampa e La Repubblica ne
sono immuni. Ma le bugie hanno le gambe corte. E sbugiardarvi è sempre più
facile. Avanti No Tav!
Car* tutti e tutte,
ho pensato spesso a scrivere dalla mia detenzione domiciliare, ma solo oggi
trovo la giusta spinta per farlo. Un po’ perché, come molt* sanno, molte delle
mie energie fisiche e mentali negli ultimi otto mesi sono state impiegate nella
creazione di una nuova vita, un po’ perché non volevo essere di distrazione alle
moltissime cose che ci sono state da fare dal 26 marzo (data di inizio della mia
detenzione) ad oggi.
Ho sempre seguito con attenzione ed interesse ciò che accade al di fuori delle
mie mura domestiche e sembra sempre che tutto accada quando partecipare
attivamente diventa impossibile: dalla decima edizione del Festival Alta
Felicità alla mobilitazione contro la Avigliana-Orbassano, dalla nascita del
comitato contro la riapertura del forno della Beltrame alla lotta dei Genitori
Montani Disagiati per garantire il diritto alla salute dei propri figli. E
ovviamente guardo con profondo coinvolgimento alle proteste in Italia e nel
mondo contro il carovita e la guerra scoppiate nell’ultimo mese, partite da
lavorator* agricoli, autotrasportatori e giovani generazioni, dai blocchi alle
occupazioni delle scuole e delle università. Non posso che esprimere tutta la
mia gratitudine e solidarietà: se non fossi costretta tra le mie quattro mura il
nostro posto (mio e del gradito ospite che mi abita) sarebbe là, poiché mai come
oggi la posta in palio è garantire un futuro degno a chi c’è e a chi verrà; e
mai come in questo periodo della mia vita sento così forte la responsabilità
verso le generazioni future.
Ho peccato di hybris nel decidere di mettere al mondo una nuova vita proprio
mentre mi trovavo a saldare il mio “debito” con la giustizia, per aver osato
difendere la terra dove mi trovo (dove nascerà e crescerà mio figlio) quasi 10
anni fa dalla grande opera inutile che il Movimento No Tav combatte da
trent’anni. Ma a maggior ragione, proprio perché ci siamo presi la
responsabilità di mettere al mondo questa vita, è nostro dovere ancor di più
lottare per garantirgli un futuro degno.
Evidentemente questa è stata la valutazione del Magistrato di Sorveglianza che
ha avuto la sfortuna di prendere in carico il mio fascicolo di espiazione della
pena (ovviamente che io sia una peccatrice di superbia, non che il futuro vada
difeso con la lotta).
Ci sarebbero mille cose che potrei raccontare della mia detenzione e sassolini
dalle scarpe che mi vorrei togliere, ma mi concentrerò solo sulla risposta alla
mia ultima istanza, per me grave e paradigmatica del sistema detentivo-punitivo
e forse anche un po’ al limite della violazione del diritto alla salute mio e
del mio futuro bambino.
Ho notato un cambio di approccio da quando sono passata dall’essere una
detenuta-lavoratrice, quindi membro produttivo di questa società, ad una
detenuta-gestante (chissà cosa accadrà quando diventerò una
detenuta-genitrice!). Su questo incredibilmente, quasi come una profezia che si
autoavvera, avevo avuto grandi spunti di riflessione ad aprile (prima di
scoprire di essere incinta) quando, lo stesso Giudice di cui sopra, mi aveva
autorizzata a partecipare presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli alla
presentazione del libro “Donne oltre il carcere – Percorsi di self- empowerment
delle donne detenute” tenuta da Susanna Ronconi e Giulia Melani. Nel libro, in
cui è evidentemente presente una lente transfemminista ed abolizionista, la
maternità diventa per il sistema giudiziario-detentivo una doppia colpa e
stigma. Non mi metterò ad approfondire ulteriormente perché evidentemente c’è
chi è più preparata di me, ma il punto è che quello che voglio raccontare dei
miei domiciliari non fa parte solo del mio vissuto ma di quello di centinaia di
donne che nel nostro paese, e società, si trovano a vivere la doppia condizione
(o doppia oppressione?) di essere detenute e madri.
Piccola premessa per i profani della detenzione: chiunque sia in regime
detentivo (carcerario, domiciliare, ecc.), può fare delle richieste al proprio
magistrato di sorveglianza o all’istituzione carceraria per avere dei permessi
extra per delle attività specifiche e dimostrabili, così come è diritto avere
delle “ore d’aria” quotidiane in carcere, o per le proprie esigenze di vita in
detenzione domiciliare. Ovviamente la risposta è a discrezione del Magistrato di
Sorveglianza che ne valuterà la compatibilità con la detenzione; questo non
toglie che però chiedere è lecito, oltre ad essere proprio un diritto.
Il giorno 2 novembre, tramite la mia avvocata di fiducia, presento istanza per
avere il permesso di:
* – partecipare in quanto imputata il 12/11 ad un’udienza di Appello al
Tribunale di Torino perfatti avvenuti a luglio 2020 al Presidio dei Mulini;
* – partecipare in quanto imputata il 30/11 e il 25/01/’27 alle udienze
d’appello del processo“Sovrano”;
* – partecipare il 23 e il 24/11, presso il mio posto di lavoro (Associazione
Almaterra Aps aTorino), ad un corso di formazione rivolto ad operator* del
terzo settore dal titolo “Prospettive intersezionali sulla violenza di
genere, geografie delle diseguaglianze e spazi di cura”, dalle 9 alle 16 con
pernottamento presso casa di un’amica che parteciperà anche lei al corso,
disposta ad ospitarmi e ad eventuali controlli da parte delle forze
dell’ordine, per evitare di fare il tragitto da Bussoleno a Torino 4 volte
visto che sarò alla fine dell’ottavo mese di gravidanza;
* – Poter visitare il Punto Nascita dell’Ospedale di Rivoli, dove ho deciso di
partorire, durante l’open day che fanno solamente il primo mercoledì del mese
dalle ore 17 (io ho chiesto per il 2 dicembre perché non sapevo se mi sarebbe
arrivata in tempo la risposta per l’open day del 4 novembre).
Incredibilmente, questa volta la risposta è stata celerissima: il giorno dopo i
carabinieri di Susa mi notificano il rigetto dell’istanza, a esclusione della
partecipazione alle udienze (e ci mancherebbe). Le motivazioni? La prima è che
secondo il Magistrato ho perso di vista il fatto che mi è stata gentilmente
concessa una misura alternativa al carcere, e la detenzione domiciliare presenta
“precisi limiti”; la seconda è che ho presentato dall’inizio della detenzione (7
mesi e mezzo fa) un quantità “abnorme” di istanze di autorizzazione.Ora, io non
ho mai avuto problemi a prendermi delle responsabilità, sto pagando perché l’8
dicembre del 2017 sono stata arrestata a volto coperto durante una
manifestazione notturna al cantiere di Chiomonte, sono stata portata in carcere
e rilasciata dopo pochi giorni e successivamente condannata a un anno e cinque
giorni di reclusione. Non ho problemi a dirlo e non mi sono mai sottratta al
costo (abnorme e sproporzionato) della lotta per le cause in cui credo. Vedo
quindi nella risposta del signor Magistrato, un’ottima occasione per una
riflessione sulla espiazione di pena in un sistema che nei fatti è punitivo ma
che vuole auto-narrarsi come rieducativo (o forse voleva e non lo vuole più in
effetti).
Posso anche accettare (ma forse anche no) che la formazione professionale possa
essere considerata un inutile orpello nella vita di una persona detenuta (anche
se mi pareva di ricordare che istruzione e formazione dei detenuti fosse un
pilastro della detenzione come rieducazione e addirittura fosse sancito dalla
Costituzione), soprattutto se si tratta di una lavoratrice in maternità che
ormai dovrebbe solo pensare a starsene tranquilla e buona a fare la cova. Quello
che non riesco a scorgere è la differenza tra questa formazione – se non
l’approccio transfemminista del corso – e quella per cui invece sono stata
autorizzata a maggio dallo stesso giudice, per ottenere l’attestato da
Operatrice BLSD (Basic Life Support and Defibrillation) per l’Associazione
Sportiva Dilettantistica (la Palestra Popolare Rabel ASD) di cui sono socia
fondatrice e per cui svolgo (tutt’ora) il ruolo di insegnante volontaria di
Pugilato Amatoriale. Attività che svolgo 3 volte alla settimana e per cui ho
dovuto rinunciare alle mie ore d’aria, che mi sono state ridotte a sole due
volte alla settimana. Il problema era il pernottamento fuori? Bastava negarmi
quello, no?
Posso anche accettare (ma forse anche no) di aver arrecato un certo fastidio al
signor giudice per aver fatto richieste di carattere culturale, sportivo,
ricreativo, affettivo (ho addirittura chiesto di partecipare a un matrimonio e
un funerale!), professionale e sanitario. Ho addirittura osato chiedere di avere
ore d’aria tutti i giorni (in carcere ne hanno due al giorno) dopo che per tutto
il mese di luglio sono potuta uscire solo due volte alla settimana, perché ho
avuto un rischio di aborto e ricevuto l’interdizione dal lavoro (maternità
anticipata). Non vi sto neanche a dire il fastidio che ho provocato quando ho
osato chiedere il mese scorso (al settimo mese di gravidanza) che gli arresti
domiciliari mi venissero alleggeriti in affidamento in prova in previsione
dell’avvicinamento alla data del parto (27 dicembre, con fine pena al 27 marzo)
e per meglio provvedere poi alle esigenze, le necessità e i bisogni di un
neonato nei suoi primi mesi di vita. Anche quello mi è stato negato perché pare
che la misura della detenzione domiciliare non ostacoli in nessun modo
l’espletazione dei miei doveri genitoriali! Poi vista la gravità dei miei reati
e la mia militanza politica mai interrotta né rinnegata già di grazia, appunto,
che le misure alternative mi siano state concesse.
Per dovere di cronaca: non esiste un limite massimo o temporale di richieste e
istanze che si possono fare, anzi, è un diritto tutelato del detenuto poter fare
delle richieste, ma che invece in questo caso diventa addirittura motivazione
per il rigetto delle mie domande.
Quello proprio che però non riesco ad accettare è l’assoluta arbitrarietà di
negarmi la possibilità di conoscere le professioniste che mi aiuteranno a far
nascere mio figlio, vedere il reparto, la sala parto, del potermi informare
sulle procedure, esprimere le mie preferenze. Non c’è motivo alcuno che possa
giustificare questo rifiuto: in otto mesi di gravidanza, seguita dal Consultorio
di Avigliana, ho fatto decide di controlli, analisi, ecografie, addirittura sono
dovuta andare fino a Saluzzo per trovare un posto per effettuare l’ecografia
morfologica, visita per cui ho dovuto chiedere un permesso speciale perché fuori
dalla Provincia di Torino.
Però no, la visita al Punto Nascita di Rivoli prima del parto assolutamente no,
non è conforme ai limiti della misura alternativa della detenzione domiciliare.
L’unica risposta che riesco a darmi è la postura di un sistema detentivo
punitivo e superficiale, soprattutto verso chi – come si diceva in occasione
della detenzione domiciliare di Ermelinda (ma potremmo dire lo stesso di Sara) –
non vuole stare “al proprio posto”. Dà fastidio che io cerchi semplicemente di
usufruire dei miei diritti come persona detenuta e di detenuta-gestante (sì, ci
sono diritti specifici, tra cui il divieto di scontare in carcere, quindi non
una “gentile concessione”). Nella Carta dei diritti e dei doveri dei Detenuti e
degli Internati si dice: “è assicurata alle gestanti e alle madri con bambini
assistenza adeguata di medici specialisti, ostetriche e operatori in
puericultura”. Mi sembra che la mia richiesta di non si discosti minimamente da
questa dicitura e la richiesta di una visita al punto nascita che ho scelto per
partorire non sia da derubricare come una istanza “per vario titolo”.
Probabilmente darà fastidio anche questa mia lamentela pubblica (darmagi!), ma
la gravidanza mi sta restituendo maggiore determinazione nel cercare di fare del
mio meglio per garantire una vita degna a chi abiterà questa terra dopo di me.
Purtroppo mio figlio nascerà come detenuto domiciliare, per i suoi primi mesi di
vita non avrà il diritto a fare un giro nel passeggino o in macchina se non
riuscirà a dormire quando il suo papà sarà a lavoro (perché ricordiamoci che gli
uomini hanno solo 10 giorni di paternità per evitare di moltiplicare lo
“svantaggio della genitorialità” – cit. Roccella). Ma quello che voglio
assicurargli è che nascerà in un luogo che conosco e in cui mi sentirò al
sicuro, con delle ostetriche (mie nuove idole della vita, grazie anche alla
professionalità e comprensione che ho trovato in Lia e Lara del Consultorio!) e
medic* con cui avrò parlato almeno una volta prima di mettergli in mano le
nostre esistenze.
In conclusione vorrei rassicurarvi che io e la creaturina, comunque stiamo bene
e ci stiamo preparando al meglio per il nostro incontro. Nonostante l’attacco
sistematico al nostro Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto qua in Valle,
zona “disagiata” dove ci vediamo togliere ogni anno nuovi servizi dal Punto
Nascita di Susa nel 2015 ai pediatri oggi, e in cui i servizi fondamentali per
la popolazione diventano merce di scambio attraverso il ricatto delle
compensazioni per la Torino- Lione, ci sono professioniste che cercano di tenere
alta la bandiera di una sanità improntata sulla cura, il consenso e il rispetto.
Non smetterò mai di ringraziarle.
Spero abbiate potuto intendere che il morale è alto e in me è immutato il
desiderio e la necessità di sognare e costruire un mondo e un’esistente migliore
per tutt*, a maggior ragione da quando sento in me la responsabilità della vita
di questa piccola creatura umana. A chi scende in piazza in queste settimane
vorrei dire di non mollare, di non farsi intimidire. Così come vorrei portare
tutta la mia solidarietà e forza a chi è stato colpito dalle misure cautelari
per il corteo del 31 gennaio. Quel giorno, c’eravamo tutt*!
Infine, il mio pensiero va ovviamente al Movimento No Tav, che si appresta a
scendere in piazza per l’8 dicembre, e che mi ha insegnato a peccare di hybris a
testa alta, perché quando si è dalla parte della ragione non bisogna fare un
passo indietro! E che spero possa essere presto parte della famiglia del piccolo
Nicolò Ernesto, così come è parte della mia.
Sempre su lo sguardo! Avanti No Tav
Sempre vostra Alice sul ring Thelma Tank
0.
0.
di Torino per Gaza* Sanzioni amministrative pecuniarie e iter giudiziario. Le
sanzioni amministrative sono uno strumento per colpire il dissenso. I decreti
sicurezza del governo Meloni hanno rafforzato un impianto …
Dopo il rogo costato la vita a due giovani, circa 200 persone scendono in piazza
contro l’abbandono dei migranti. La polizia interviene con i manganelli durante
l’occupazione di uno stabile …
La mattina del 4 novembre si è aperta con gli exit poll che davano per vinti sia
la Camera sia il Senato dai Democratici. Ad oggi, 6 novembre, i democratici
hanno 54 seggi in Senato, contro i 44 repubblicani; 242 seggi alla Camera,
contro i 151 repubblicani; 22 governatori, contro i 12 repubblicani. Alta la
partecipazione al voto: solo a martedì 3 si contava 60 milioni di votanti.
Vittoria democratica negli swing states dove saltano all’occhio il Texas, il cui
voto è stato ribaltato dal voto massiccio degli ispano -americani, spostato
verso i democratici dalle violenze dell’ICE, il Kansas, stato rosso dal 1964, la
Georgia, dove Keisha Lance Bottoms è diventata la prima governatrice nera di uno
stato statunitense.
Tra le questioni che hanno tinto il voto di blu centrale è il carovita imputato,
anche dagli elettori repubblicani, a Donald Trump e alle sue politiche
imperialiste estere tra guerra in Iran e dazi doganali.
Il carovita pesa molto a fronte di un mercato danneggiato dai dazi sia
nell’export che nell’import di cose fondamentali, in un paese dove i prezzi al
consumo sono saliti del 3,7% su base annua, la benzina è aumentata del 34,2%, e
i prezzi del gasolio da riscaldamento sono aumentati del 74,2%.
La conquista del Senato pone seri rischi per il presidente, aggiudicando in mano
democratica l’approvazione di giudici federali nominati dal presidente e dei
giudici della Corte Suprema, che possono avallare o meno le decisioni
presidenziali. Si tratta di una garanzia importante della tenuta delle elezioni,
in particolare, visti i rischi per “Capitol Hill” minacciati dalla campagna di
screditazione del voto messa in campo prima del 3 novembre. Importante anche
l’ottenimento del senato in vista di tentativi di impeachment: per ottenerlo
servono i 2/3 dei seggi favorevoli.
Ne parliamo con Luca Celada, corrispondente del manifesto da Los Angeles:
Con Giovanna Branca, inviata del Manifesto ad Atalnta, Georgia, uno sguardo
sulla sopressione elettorale da uno swing state tendente al repubblicano, teatro
nel 2020 del tentatio di golpe culminato con la chiamata di Trump “trovami 11
mila voti” e il tentativo di sequestro delle schede elettorali:
In ultimo la diretta con Marina Catucci, inviata del manifesto in Pennsylvania,
che ci ha raccontato delle 3000 manifestazioni No Kings di sabato 21 ottobre,
avvenute in concomitanza dell’avvio del voto di corrispondenza:
Giovanna Branca, Marina Catucci e Luca Celada sono le tre voci del podcast di
approfondimento dedicato alla politica e alla società statunitense “Sindrome
Americana“.
Un’attivista di Rabbia Animale prelevata davanti a Montecitorio durante una
protesta silenziosa. Contestata persino una scritta sulla felpa. Il movimento
denuncia la repressione del dissenso Una felpa con una scritta …
La polizia impedisce agli universitari di contestare la ministra Bernini, mentre
il FUAN chiede sgomberi e provvedimenti contro studenti e docenti. Alle
richieste contro il carovita e i tagli all’istruzione, …
Ci sono notizie che, al di là degli annunci in pompa magna e delle cifre
presentate con grande soddisfazione dalle amministrazioni, meritano una
riflessione che vada oltre la semplice elencazione degli investimenti previsti.
A Susa, oltre 1,53 milioni di euro derivanti dalle indennità di esproprio legate
all’Autoporto, riconosciute da TELT e SITAF, vengono destinati a una serie di
interventi sul territorio.
Una cifra importante, che permetterà al Comune di finanziare servizi,
manutenzioni e progetti che rispondono anche a necessità concrete della
popolazione.
Ma dietro questi annunci c’è una questione che non può essere ignorata e che,
come sempre, sfugge all’intelletto del Sindaco Genovese: queste risorse non sono
il frutto di un investimento spontaneo del Comune di Susa a favore della
comunità, ma derivano da un processo di trasformazione del territorio legato
alla realizzazione delle infrastrutture connesse alla Torino-Lione. Un processo
che comporta espropri, consumo di suolo e una progressiva ridefinizione degli
spazi e delle funzioni della valle.
È il meccanismo attraverso cui i costi e gli impatti delle grandi opere vengono
tradotti in cifre, indennizzi e compensazioni, per poi essere presentati come
nuove opportunità per il territorio. Una narrazione che finisce per ribaltare il
senso stesso di queste operazioni: le trasformazioni imposte diventano occasioni
di sviluppo, mentre le risorse economiche che ne derivano vengono celebrate come
un beneficio per la collettività.
Così, mentre si continua a sottrarre spazio, modificare equilibri e trasformare
porzioni di valle in funzione delle esigenze delle grandi infrastrutture, si
costruisce una rappresentazione in cui tutto sembra trovare una compensazione
economica e, di conseguenza, una giustificazione.
Non è in discussione l’utilità degli interventi elencati dall’Amministrazione.
Quest’ultima dovrebbe però avere ben chiaro che si tratta di necessità reali,
alle quali andrebbero date risposte adeguate indipendentemente dalla presenza di
una grande opera e dalle risorse economiche che essa genera. Il problema è
proprio la progressiva normalizzazione di questo meccanismo: i bisogni della
popolazione vengono soddisfatti attraverso risorse generate da processi che
contribuiscono a compromettere il territorio in cui quella stessa popolazione
vive. Servizi essenziali e interventi sociali finiscono così per essere inseriti
nella contabilità delle grandi opere, come se potessero rappresentare una
restituzione sufficiente rispetto a ciò che viene sottratto.
Le grandi opere non diventano meno impattanti perché una parte delle risorse
economiche che le accompagnano viene successivamente redistribuita. E un
territorio non può essere considerato adeguatamente ripagato per le
trasformazioni che subisce soltanto perché, a valle degli espropri, vengono
messi a disposizione fondi da spendere.
La questione non riguarda quindi soltanto la destinazione di questi 1,53
milioni, ma il modello politico ed economico che li ha prodotti. Un modello nel
quale il territorio viene prima trasformato in funzione delle esigenze
infrastrutturali e poi, attraverso indennizzi e compensazioni, si cerca di
restituire una parte di ciò che viene sottratto.
La Valsusa non ha bisogno di essere risarcita per poter continuare a vivere. Ha
bisogno di risorse, servizi e investimenti che non siano subordinati alla
realizzazione delle grandi opere, e soprattutto del diritto di decidere del
proprio futuro senza che ogni prospettiva di sviluppo debba passare attraverso
la trasformazione e il consumo del suo territorio.
La più grande mobilitazione dall’inizio delle proteste contro il carovita.
Cortei in tutto il Paese, scuole e università bloccate. A Parigi la polizia
carica e spezza la manifestazione. Il governo …
Intervista a un Taborita del XVsecolo, ribelli millenaristi dell’attuale
Repubblica Ceca che, ritirandosi sul monte Tabor dopo la prima defenestrazione
di Praga, riuscirono per anni a tenere sotto scacco le forze papali e imperiali,
alla ricerca di un mondo migliore…in terra.
Tratta dal numero 41 della Rivista Malamente (https://edizionimalamente.it/)