Conflitto all’Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco USA e Israele contro l’Iran. Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare. Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani. “Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”. Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria. “L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar. Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.
Il frame della repressione: nuove prove smontano la versione del poliziotto aggredito a Torino
di Dario Morgante* Nuove foto, video e testimonianze mettono in discussione la versione dell’agente ferito durante il corteo del 31 gennaio a Torino. Una sequenza di pochi secondi diventata il frame mediatico che ha alimentato la narrazione dell’emergenza e aperto la strada al nuovo decreto sicurezza del governo Meloni. A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata da Dario Morgante per VD News «Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato il famoso “video del martello”, divenuto virale nelle ore successive al corteo del 31 gennaio a Torino e che ritrae l’aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista. A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News, basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito alla dinamica dell’evento. La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane precedenti. Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e interventi delle forze di polizia molto violenti. Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19.04 del 31 gennaio da un cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della Difesa Guido Crosetto alle ore 20.15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con il Quirinale. Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità (fino a dodicimila euro). Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane, facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere. Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le indagini preliminari. Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino. Inoltre, sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici, tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva «spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e «trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente. Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione collettiva – è smentita da numerosi elementi.  Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto, una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta. «Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone». Secondo la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui cade. Da lì partono i secondi del video virale». Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19.03 e G.V. si trova su corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un semaforo. Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in antisommossa si compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di alcuni oggetti. Tra loro — sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza dagli altri agenti — ci sarebbe anche Calista. La registrazione precede di circa un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la comparsa del martello (19.04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come sostenuto da Rapisardi. A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il guardrail». Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di G.V.). È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello. «A quel punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è stato circondato». Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi. «Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo dopo arriva un altro agente che lo protegge».  È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente trasformata in materiale utile alla deriva sicuritaria ormai abbondantemente intrapresa dal Governo Meloni. *da VDNEWS e osservatorio antirepressione
La parola della settimana. Sì
(disegno di ottoeffe) La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no, certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla politica e sulla società) Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di culto con fiori e stronzaggini varie. (credits in nota 1) Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella, Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele “musica da matrimonio di camorra”. So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da Nobel di frasi in dialetto. Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo (vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È guerra di classe, nada mas. Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo? Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano? Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi vogliono loro? (gianfranco gallo) (credits in nota 2) Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere. https://www.instagram.com/reels/DVJ4XebDL7X/ Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani: Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita, dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale. Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo? Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere 181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia. (daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it) Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona occasione per approfondire: L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’ goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol”  è quasi sordo e cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi: è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi, rivistacontrasti.it) (credits in nota 3) (a cura di riccardo rosa) __________________________ ¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio Corbucci (1963) ² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986) ³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere, di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)
rubriche
parola della settimana
C’è chi dice NO
I Comuni di Avigliana, Rivoli, Caselette e Sant’Ambrogio, insieme all’Unione Montana Bassa Valle Susa, ribadiscono il loro no al progetto “definitivo” della tratta Orbassano-Avigliana. (Precisazione: mettiamo definitivo tra virgolette proprio […] The post C'è chi dice NO first appeared on notav.info.
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Andrea Archinà
Calogero Mauceri
orbassano
L’8 marzo lotto in valle!
In Val di Susa le donne sono da sempre protagoniste delle lotte per la difesa del territorio, dei diritti e della giustizia sociale. L’8 marzo scendiamo in piazza per affermare […] The post L'8 marzo lotto in valle! first appeared on notav.info.
agenda
8 marzo
[2026-03-13] Apertura Ciclofficina Popolare Malabrocca @ Ciclofficina Malabrocca
APERTURA CICLOFFICINA POPOLARE MALABROCCA Ciclofficina Malabrocca - Largo Vitale 113 - Torino (venerdì, 13 marzo 18:00) Se pensi che in Aurora manchi una ciclofficina orizzontale, inclusiva ed attraversabile da tutt*, passa a trovarci per autoriparazioni e guai di facile ris(v)oluzione: Le ciclofficine popolari si basano sull’efficacia della lentezza, sul rispetto delle diversità, sullo scambio di conoscenze all’interno di spazi orizzontali. Organizziamoci collettivamente 🔧 officina 🍪 chillout 🚲 rilascia e rimessa Porta le tue necessità, capacità, socievolezza e la tua idea di ciclofficina. Passa a fare due chiacchiere, ti aspettiamo a Manituana, in largo vitale 113, tutti i venerdì dalle 17.30. Manituana è uno spazio antifascista, antirazzista e antisessista. No machismo, no homolesbotransfobia,  no abilismo.
Ma quali pappagalli stocastici!
Il paper “Automated Profile Inference with Language Model Agents” (arXiv:2505.12402) studia una nuova minaccia per la privacy online resa possibile dai modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM). Questa minaccia, chiamata inferenza automatizzata del profilo, consiste nell’uso di agenti AI per raccogliere e analizzare automaticamente le attività pubbliche degli utenti su piattaforme pseudonime (come forum o social media) al fine di estrarre informazioni personali sensibili, con il rischio di re-identificare le persone. WHY I DON’T THINK AI IS A BUBBLE https://honnibal.dev/blog/ai-bubble L’autore, sostiene che, al di là delle valutazioni finanziarie, i progressi tecnici dell’IA non mostrano segni di imminente plateau. Contesta l’argomento comune secondo cui i miglioramenti derivino solo dallo “scaling” (modelli sempre più grandi e costosi) e siano quindi destinati a esaurirsi. Honnibal spiega che questa visione, forse valida per i primi modelli come GPT-1 e GPT-2 (definibili “fancy autocomplete”), è oggi superata. Il vero salto di qualità è arrivato dall’integrazione con il reinforcement learning, che ha permesso di creare i cosiddetti “reasoning models”.
intelligenza artificiale
L’Asse del Caos
Verso una violenza senza fine in Medio Oriente da Machina La guerra contro l’Iran segna un ulteriore salto nell’escalation mediorientale guidata da Israele e Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane sulle infrastrutture energetiche del Golfo mostrano quanto fragile sia l’equilibrio globale costruito su petrolio e rotte commerciali. Sullo sfondo emerge un progetto più ampio dell’«Asse del Caos»: indebolire e frammentare gli Stati della regione, con conseguenze difficilmente controllabili. *** La guerra contro l’Iran che Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato il 28 febbraio con la «decapitazione» della leadership del paese e il bombardamento di centinaia di obiettivi militari e civili – inclusa una scuola femminile a Minab, dove 165 bambine e membri del personale sono stati massacrati –, si è rapidamente trasformata in una conflagrazione regionale dalle conseguenze incalcolabili. Militarmente indebolito dalla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025 – quando Donald Trump aveva dichiarato che le capacità nucleari dell’Iran erano state «annientate» – e disprezzato da molti iraniani dopo la repressione sanguinosa delle proteste e delle rivolte all’inizio di quest’anno, il regime iraniano non è stato ancora destabilizzato dalla perdita della sua guida suprema, l’ayatollah Khomeini, così come del ministro della Difesa e del comandante in capo della spina dorsale militare e ideologica del regime, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Anticipando la decimazione delle proprie élite, l’Iran ha impiegato una struttura di comando decentralizzata per organizzare attacchi non solo contro obiettivi israeliani e statunitensi – inclusi Tel Aviv e diverse basi americane – ma anche contro le infrastrutture energetiche e civili degli Stati del Golfo, da cui dipende gran parte della strategia regionale degli Stati Uniti – dagli Accordi di Abramo alla «Nuova Gaza». Droni e missili iraniani hanno colpito la raffineria petrolifera Ras Tanura di Saudi Aramco in Arabia Saudita e la città industriale del gas naturale liquefatto (LNG) Ras Laffan Industrial City di QatarEnergy. Entrambi i siti hanno sospeso le operazioni, con effetti immediati sui mercati energetici, probabilmente destinati a peggiorare: QatarEnergy è il più grande produttore mondiale di LNG, responsabile del 20 per cento dell’offerta globale, mentre Ras Tanura è un hub cruciale per il petrolio greggio trasportato via mare. Sono stati colpiti diversi altri porti e infrastrutture energetiche in tutto il Golfo, compresi i data center di cloud computing di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Nel frattempo, l’Iran minaccia anche tutte le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico fondamentale per l’energia globale che era già stato teatro delle «guerre delle petroliere» durante il conflitto Iran-Iraq negli anni Ottanta. Questo ha portato a proposte francesi per la creazione di una forza internazionale volta a impedire un blocco di fatto che potrebbe avere effetti disastrosi sull’economia globale – anche se è difficile vedere come potrebbe evitare l’aumento dei premi assicurativi per il rischio marittimo, che stanno già colpendo il commercio in tutto il Golfo. Mentre l’impatto economico della guerra si fa già sentire a livello globale, la sua dimensione militare si sta estendendo oltre il Medio Oriente, con droni di Hezbollah che hanno colpito la base RAF britannica di Akrotiri, a Cipro. Come ha suggerito il commentatore politico Seamus Malekafzali, gli iraniani stanno impiegando tattiche di guerriglia, ma con le capacità militari di uno Stato. L’esaurimento delle scorte di droni, missili e sistemi antiaerei da entrambe le parti si è rivelato un fattore determinante per i tempi e la traiettoria della guerra. La concentrazione della ritorsione iraniana su infrastrutture energetiche e corridoi commerciali mostra probabilmente le lezioni apprese dal blocco dello Stretto di Bab al-Mandab da parte di Ansar Allah nello Yemen, in risposta al genocidio di Israele a Gaza. In quel caso, nonostante fossero oggetto di bombardamenti continui e attacchi di «decapitazione», gli Houthi hanno sfruttato la loro posizione geografica e un arsenale militare molto inferiore con grande efficacia, proprio infliggendo danni economici. Il presidente Donald J. Trump ha espresso sorpresa per la disponibilità degli iraniani a regionalizzare la guerra, colpendo gli alleati del Golfo degli Stati Uniti. Questo nonostante il fatto che la sua amministrazione, in continuità con quelle precedenti, abbia costantemente denunciato il regime teocratico iraniano per la sua «follia», il «terrorismo», le «guerre per procura» e la «destabilizzazione». Come per molte altre sue dichiarazioni sulla guerra, l’unica cosa coerente nelle affermazioni di Trump è la loro incoerenza. Le sue previsioni sulla durata del conflitto sono variate da pochi giorni a settimane o mesi, con la precisazione che gli Stati Uniti possono combattere «per sempre». Anche la giustificazione per l’inizio della guerra ha oscillato notevolmente: costringere l’Iran a «capitolare» completamente sul suo programma nucleare; provocare una rivolta popolare e un cambio di regime; obbligare gli iraniani a scegliere una leadership più malleabile; impedire all’Iran di esportare la propria rivoluzione attraverso alleati regionali come Hezbollah; o persino la pretesa grandiosa secondo cui il regime doveva essere attaccato perché avrebbe «mosso guerra alla civiltà stessa». Nel frattempo, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, celebrando la fine delle «guerre politicamente corrette» e la scomparsa delle «stupide regole d’ingaggio», ha cercato di sostenere che ciò che appare come incoerenza sia in realtà il genio strategico di Trump, che gli permetterebbe di «cercare opportunità, vie d’uscita ed escalation per gli Stati Uniti che creino nuove possibilità di realizzare ciò di cui abbiamo bisogno secondo la nostra tempistica». Non potrebbe essere più chiaro. Questa incapacità di attenersi a qualsiasi copione strategico razionale ha prodotto anche alcuni momenti di oscura comicità. Riflettendo sulla «opzione venezuelana», secondo cui la rimozione dei governanti del paese avrebbe favorito l’emergere di sostituti subordinati, Trump ha osservato che l’attacco «è stato così riuscito che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui stavamo pensando perché sono tutti morti. Anche il secondo o il terzo classificato sono morti». Ciò che è al di là di ogni dubbio è che il benessere e il futuro del popolo iraniano non contano nulla nel calcolo di guerra statunitense e israeliano. Come ha osservato puntualmente lo studioso Behrooz Ghamari-Tabrizi – ex detenuto nel braccio della morte nella Repubblica islamica – l’attacco al regime, inclusa l’uccisione di Khamenei, fa parte di un «pacchetto», «perché l’assassinio della guida suprema iraniana fa parte anche dell’uccisione di bambini iraniani. Fa parte anche dell’uccisione di civili innocenti iraniani. Fa parte anche degli attacchi contro gli ospedali iraniani». Nessuna sorpresa, aggiunge, quando questi attacchi vengono condotti da Netanyahu e Trump, cioè il «re del genocidio e qualcuno negli Stati Uniti che è così profondamente nei guai con il sistema legale americano, con i file Epstein». Mentre Trump e la sua amministrazione sembrano afflitti da una sorta di disturbo imperiale da deficit di attenzione, i loro partner in questa guerra scelta volontariamente non hanno alcuna difficoltà a comunicare i propri obiettivi. Domenica, il primo ministro israeliano e ricercato per crimini di guerra Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran «ci permette di fare ciò che ho sperato di fare per 40 anni — infliggere un colpo devastante al regime del terrore». Nel periodo che ha preceduto la guerra, Netanyahu ha lavorato intensamente per assicurarsi che i negoziati con gli iraniani non mandassero a monte il suo desiderio di spezzare la Repubblica islamica. Che Israele abbia stabilito tempi e agenda della guerra è stato suggerito dal segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha dichiarato ai giornalisti: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana. Sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che, se non li avessimo colpiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate». Trump ha poi cercato di ridimensionare queste affermazioni con la doppia e poco plausibile dichiarazione secondo cui, di fronte ad attacchi imminenti da parte dell’Iran, gli Stati Uniti «hanno forzato la mano di Israele». Resta da vedere se il dolore economico inflitto nel Golfo e a livello globale, causato dal fatto che l’Iran abbia preso di mira, per ritorsione, infrastrutture energetiche e logistiche, porterà gli Stati Uniti a ridurre o porre fine alla guerra. Dopo aver ucciso la guida suprema e molti membri delle élite iraniane, la guerra potrebbe far crollare il regime? Il precedente storico suggerisce che, nonostante la sua estrema impopolarità presso ampie fasce della popolazione, una campagna di bombardamenti aerei – che sta già causando grandi sofferenze tra i civili – non provocherà un cambio di regime. Come ha sostenuto lo studioso Robert Pape, «sarebbe una prima volta nella storia». Molti di coloro che mettono in guardia contro il regime change – non solo sinistre o liberali, ma anche i critici sempre più rumorosi di Trump nell’estrema destra MAGA – ricordano che le avventure imperiali degli Stati Uniti in Iraq, Afghanistan e Libia hanno portato a varie forme di collasso statale, con effetti devastanti sulla sicurezza e sui mezzi di sussistenza delle popolazioni coinvolte. Questo però ignora il fatto che, nonostante tutte le omelie e i progetti sul nation-building, i neoconservatori che sostennero quelle guerre non hanno mai evitato il nation-breaking. Nel 2006, il generale Wesley Clark raccontò di aver visto un memorandum dell’ufficio dell’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld che delineava una strategia volta a «eliminare» sette paesi in cinque anni. Questi paesi erano Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Che sia stato per progetto, collusione o incompetenza, è difficile ignorare che gli obiettivi di quel memorandum siano stati in gran parte realizzati. Nonostante i ripetuti appelli diretti al popolo iraniano, è evidente anche dalle sue azioni che l’obiettivo di Israele non è tanto il cambio di regime quanto piuttosto il collasso e la frammentazione dello Stato – una politica che Israele porta avanti da tempo nei confronti del Libano e che ha promosso anche in Siria, avvantaggiandosi su un avversario storico il cui territorio ora può essere occupato impunemente. Con la complicità degli Stati Uniti, Israele continua inoltre la sua politica di sostegno ai movimenti separatisti tra le minoranze etno-nazionali dell’Iran (curdi, baluci, arabi). Se questo serve a indebolire o eliminare qualsiasi sfida alla sua continua oppressione del popolo palestinese e alla sua aspirazione a un dominio incontrollato nella regione, Israele è ben disposto a essere circondato da Stati svuotati e frantumati, privi delle capacità politiche e militari necessarie per opporsi alla sua potenza e impunità. Questo orizzonte di collasso statale rappresenta il complemento perfetto dell’ideologia coloniale-teocratica della «Grande Israele», che anima molti membri del governo Netanyahu e che è stata recentemente sostenuta anche dall’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, il quale ritiene che i confini dello Stato ebraico siano stabiliti dalla Bibbia. Mentre la complicità della maggior parte delle potenze europee con il genocidio israeliano a Gaza e la loro riluttanza ad applicare il mandato di arresto della Corte penale internazionale contro Netanyahu sono ormai un fatto acquisito, resta comunque notevole che esse continuino a sostenere una guerra israelo-statunitense in cui il disfacimento di Stati e società non è un difetto ma una caratteristica, e che sta già producendo destabilizzazione regionale e turbolenze economiche globali. Questo sostegno può assumere forme di servilismo imbarazzante, come nella recente visita del cancelliere tedesco alla Casa Bianca, o nell’adulazione del segretario generale della NATO Mark Rutte nei confronti del suo «papà» Trump, «il leader del mondo libero». Ma può anche assumere forme più concrete e consequenziali, come l’impegno di Francia, Germania e Regno Unito a intraprendere «azioni difensive» contro l’Iran, senza però opporsi in alcun modo a una guerra di aggressione in palese violazione del diritto internazionale. L’unico paese europeo a distinguersi davvero dal coro di vassalli e facilitatori è stata la Spagna, il cui primo ministro Pedro Sánchez ha proibito agli Stati Uniti di utilizzare le loro basi di Rota e Morón per l’attacco contro l’Iran. Seduto accanto al compiacente Merz nello Studio Ovale martedì, Trump – mostrando ancora una volta la considerazione che nutre per la sovranità dei suoi presunti alleati – ha dichiarato che, se lo volesse, potrebbe usare comunque quelle basi, e che in ogni caso interromperebbe immediatamente tutti gli scambi commerciali con la Spagna. All’indomani della guerra in Iraq, l’economista Giovanni Arrighi definì l’imperialismo statunitense nella sua fase tarda come fondato su un «dominio senza egemonia»: la capacità di esercitare una forza militare schiacciante e una pressione economica enorme, separata però dal tentativo di convincere gli alleati che la posizione di superpotenza fosse nel loro interesse. Nel momento in cui si lega sempre più al progetto israeliano di smantellare la sovranità statale nella regione circostante, la politica degli Stati Uniti diventa sempre più nichilista, come se la mera dimensione della sua forza militare e la presunta immunità da conseguenze significative le dessero licenza di distruggere e destabilizzare senza assumersi responsabilità per le conseguenze o gli esiti. Sebbene l’attacco all’Iran sia già profondamente impopolare tra l’opinione pubblica statunitense, è difficile vedere come la macchina bellica israelo-statunitense possa essere fermata da qualunque opposizione politica, interna o internazionale. Resta una questione aperta se un caos economico crescente potrà avere un effetto là dove la politica o il diritto non riescono ad averlo – ed è difficile immaginare che Israele rinunci al suo antico obiettivo di spezzare lo Stato iraniano. Qualunque sia la traiettoria che prenderà la guerra, una cosa è certa: i suoi danni saranno duraturi, aggravando tutti i disastri che l’imperialismo statunitense, il colonialismo israeliano e l’autocrazia interna hanno già inflitto alla regione. *** Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (2024). elaborazione di Angelica Ferrara
Iran: la guerra imperialista si intensifica
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto Usa-Israele. Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi. Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8 settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora chiaro il punto di caduta né la strategia americana. L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli. Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto altro. da Radio Blackout