C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre.
Parliamo di violenza. La violenza di chi, da 30 anni, si rifiuta di dare ascolto alle ragioni della Valsusa basate su dati tecnici obiettivi. La violenza di un sistema economico schizofrenico e criminale, che appoggia la realizzazione di ciclopiche opere inutili per sostenere l’avidità di pochi a discapito di emergenze che dovrebbero essere prioritarie (cambiamento climatico, fragilità dei territori, minacce pandemiche, povertà sempre più diffusa, sanità pubblica al collasso, istruzione deficitaria, diritto alla casa) e per cui invece i fondi mancano sempre. La violenza di chi reprime invece di educare, di chi priva le giovani generazioni di una qualsiasi forma di speranza. La violenza ipocrita di un sistema mediatico asservito e miope. La violenza di chi parla per sentito dire, perché informarsi a dovere costa fatica. Parliamone, finalmente. Perché anche questa volta si è guardato il dito e non la luna. Ci si è stracciati le vesti per quanto avvenuto in Val di Susa ad opera di presunti “Black Bloc”, demonizzando una lotta trasversale che dura da decenni ed evitando accuratamente di analizzarne le ragioni. I “Black Bloc” non esistono, nessun marziano, nessuna multinazionale del disordine, siamo tutti e tutte uomini, donne, giovani e meno giovani. “Protestate pure, basta che i cantieri avanzino!” dicono i sostenitori del Tav a destra o a sinistra. Una pia illusione! Tutti i giorni lottiamo per bloccare i lavori. Tutti i giorni ci confrontiamo con i tecnici, con gli amministratori, con l’Unione Montana. Pensano di “comprare” i sindaci con le compensazioni. Soldi, per inciso, che arrivano alla popolazione valsusina grazie alle mobilitazioni dei No Tav. Ai sindacati delle forze dell’ordine, che non sono l’obiettivo dei No Tav ma che proteggono h 24 i cantieri fin dell’ormai lontano 2011, diciamo: ma non siete stufi? Non siete stanchi? Venite da tutta Italia a fare i vostri turni, prima a Chiomonte, poi a San Didero, ora pure a Salbertrand e a Susa… fin dove volete arrivare? Quanto a lungo ancora volete farvi mandare a fare turni massacranti lontano dalle vostre case e dai vostri cari? A svolgere il ruolo di vigilantes per un’azienda privata? Voi non siete il nostro obiettivo, noi non siamo violenti, non vogliamo il sangue di nessuno, né dei poliziotti né il nostro. Reagiamo semplicemente e coerentemente alla devastazione che ci viene imposta. Lo diciamo da ormai tre decenni: il nostro territorio è saturo. Siamo attraversati da un’autostrada estremamente impattante (e cara!), due statali e una linea ferroviaria dove il Tgv e il Frecciarossa passano diverse volte al giorno, andata e ritorno, da Torino a Lione (anzi meglio, da Milano a Parigi). La comunità valsusina vuole solo una cosa: vivere tranquilla e in pace in una terra sana. Dall’altra parte, chi abbiamo? Una cricca affaristica trasversale, il partito della calce e delle mazzette che sta già preparando un nuovo tracciato sotto la collina morenica tra Avigliana, Rivoli e Rivalta. L’ennesimo consumo di suolo e promessa di futuro dissesto idrico. Contro tutto questo, per una politica del territorio che sia accorta e attenta ai bisogni dei suoi abitanti, come già annunciato al Festival Alta Felicità, ci prepariamo a una nuova marcia, il 3 ottobre prossimo, fra Sant’Ambrogio e Avigliana. Che scendano pure in piazza le madamine di turno, noi quest’opera non la vogliamo. C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre. Movimento No Tav
Restano in carcere i due giovani tedeschi arrestati dopo la manifestazione del 25 luglio. La solidarietà non si arresta.
Il GIP di Torino ha confermato oggi la custodia cautelare in carcere per i due giovani cittadini tedeschi arrestati in relazione alla grande giornata di lotta di sabato 25 luglio in Val di Susa. La Procura aveva richiesto il carcere contestando i reati di devastazione, lesioni aggravata ad agente di pubblica sicurezza e resistenza a pubblico ufficiale sulla base della cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, da quanto si apprende dai giornali, principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine. Tra le contestazioni mosse ai due giovani figura anche la nuova aggravante di lesioni aggravate nei confronti di appartenenti alle forze di polizia, introdotta con il recente Decreto Sicurezza. Un’ulteriore estensione dell’arsenale repressivo che accompagna il progressivo irrigidimento della legislazione nei confronti dei movimenti sociali e delle manifestazioni di protesta. Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e devastante della Torino-Lione.  Migliaia di persone sono state fotografate e riprese non solo durante il corteo, ma anche nei momenti precedenti e successivi, lungo le vie di accesso, nei parcheggi e nei pressi del festival. Non si è trattato di controlli individuali o di identificazioni formalizzate, ma di una raccolta sistematica di immagini che ha interessato indiscriminatamente migliaia di partecipanti. Un modello di sorveglianza che trasforma la partecipazione a una manifestazione politica in un’occasione di acquisizione massiva di dati personali, con evidenti interrogativi sul rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e tutela delle libertà costituzionali. Ancora una volta la risposta dello Stato alla contestazione sociale passa attraverso gli strumenti più duri del diritto penale: arresti differiti, imputazioni pesantissime e custodia cautelare.  Da oltre trent’anni il movimento No Tav conosce bene questo copione. Ogni stagione di mobilitazione è stata accompagnata da campagne repressive che hanno tentato di isolare chi partecipa alla lotta, trasformando il conflitto politico in una questione di ordine pubblico. Negli anni si sono susseguite accuse di terrorismo, associazione a delinquere, devastazione e altre contestazioni eccezionali, molte delle quali si sono poi ridimensionate o sono cadute nei successivi gradi di giudizio.  I due giovani tedeschi non devono essere lasciati soli. La solidarietà, dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza collettiva. Per questo continueremo a seguire gli sviluppi della vicenda e a sostenere i due arrestati.
Overjoy 285&286
Martedì 28 Luglio 2026 – Overjoy 286 Come sempre musiche sentite col cuore e la testa, oltre che con le orecchie, Si inizia con una delle tracce dell’anno Crush Down Fascism, doverose selezioni tributo a Fantan Mojah e RZee Jackson, e tra le varie altre la sensazionale prerelease del nuovo riddim da Nah Lef Ya Muzik, Martedì 21 Lugio 2026 – Overjoy 285 E’ andato in onda un mix rub a dub di Jah Lion Sound System ascoltabile a questo link https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/04/JahLion-Selezione-Rub-A-Dub_81.mp3 Time a di master!
dub
OverJoy
reggae
roots
Radu Jude, Kontinental’25 #19
Riflessione sull’ipocrisia del senso di colpa borghese e la sua rimozione collettiva Quello che dell’ultimo film di Radu Jude (Kontinental’25) ci ha spinti a ritornare brevemente dalle vacanze in cui “Delicatessen” era già sprofondato per parlarne ai microfoni di Radio Blackout sono due elementi dipendenti tra loro: il linguaggio usato, che si può ricondurre a un’evoluzione dell’insegnamento della Nouvelle Vague, e l’originale modalità con cui vengono proposti i molti registri che compongono il testo filmico. Infinite sono le sfaccettature di cui si compone il film, senza essere un trattato sul razzismo, o sulla speculazione edilizia nella capitale della Transilvania romena, Ma il corpus del regista suggerisce di azzardare una lettura dell’intento espressivo principale in una rimeditazione critica delle situazioni più imbarazzanti della storia romena, visti i precedenti film intrisi di precisa e inchiodante polemica antirazzista collocati in epoche diverse, fino ad arrivare a Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii (Non aspettarti troppo dalla fine del mondo), ma già in precedenza toccando gli attriti tra ungheresi e romeni: non a caso la città in cui si dipana Kontinental’25 è Cluj, città che è stata oggetto di transito e occupazione fin dai Romani (sassoni, ungheresi, ebrei, armeni…) e quindi emblematica dell’ipocrisia piccolo borghese sia nei confronti di gruppi e comunità differenti dalla maggioranza, sia nei confronti di senzatetto, fragili, diversi, sempre sul limite di convertirsi in fascismo di squadracce o sceriffi (come in Italia); nella realtà romena siamo ancora all’indifferenza del politicamente corretto; al più alla messa in scena di un pentimento tardivo, sentendo una qualche responsabilità, ma senza castigo da scontare e alla ricerca di un’assoluzione elargita senza problemi da tutti. La visione della città è punteggiata da cartoline di monumenti (statue di Mattia Corvino, Sigismondo di Lussemburgo… parchi popolati da dinosauri – metafora dell’Europa? – casermoni periferici, monumenti alla gentrificazione, causa prima della tragedia da cui si dipana il plot), che scandiscono le sequenze, alternando momenti drammatici a situazioni grottesche e surreali in ciascuno dei siparietti abitati dai singoli personaggi che si alternano a confortare Orsolya, l’ufficiale giudiziario responsabile del suicidio per sgombero di Glanetasu, il clochard rifugiatosi in uno scantinato di un palazzo in disuso, il cui gesto estremo di impiccarsi rimane rigorosamente fuori quadro in omaggio al principio di Bazin per cui amore e morte sono obscene. Il film affronta temi complessi come la crisi abitativa, l’economia postsocialista, il nazionalismo e il ruolo del linguaggio nel definire le gerarchie sociali, mantenendo un basso continuo di commento grottesco che esalta la ferocia. Ma non nei primi minuti che si dipanano con macchina a mano (il telefonino) che segue Gianetasu nei suoi vagabondaggi per la città, rovistando trasparente al mondo dei garantiti, come fosse un documentario. Un linguaggio politico che in seguito trova la stessa espressione neorealista nella scelta di taglio delle inquadrature godardiane dei dialoghi esilaranti, inserite nel contesto cittadino e quindi attraversate da infinite altre storie accennate. La pelosità della finzione di umanità non ha tempo Altro tratto ricorrente del regista romeno è il pungente sarcasmo antiborghese di matrice brechtiana che percorre la sua filmografia, qui espresso attraverso il grottesco al limite del nonsenso di scambi che propongono sovvenzioni di ong indiscriminatamente per rabbonire la coscienza, racconti bislacchi interpretati da improbabili monaci zen, esegesi strampalatamente biblica del pope, a sottolineare la provenienza cristiana del concetto ipocrita di pentimento: le assurde risposte di una società incapace di umanità e attenta solo a salvaguardare il proprio benessere. Il tutto ripreso utilizzando inquadrature prese di peso dalla Nouvelle Vague, dimostrando ancora una volta che il medium è il messaggio, perché in questo caso la macchina da presa è un i-phone15, duttile per restituire una “realtà” prefabbricata senza troppi interventi, come in Scarred Hearts invece Radu Jude aveva adottato il b/n e il formato 1:33/1 (tipico del muto), a dimostrazione che il sistema di ripresa e il taglio sono “culturalmente” scelti per aggiungere un’informazione critica del metodo di ripresa funzionale al plot, ma anche del giudizio sull’umanità descritta. La raffinatezza di Radu Jude non si ferma al di qua del set, ma anche nell’inquadratura vengono sparsi elementi semantici che servono ad aggiungere indizi per i più smaliziati: il manifesto di Europa51 per esempio, collocato in bella evidenza nel bar dell’incontro con l’allievo di quando era insegnante e ora rider (e toy boy occasionale della protagonista con famiglia in vacanza), permette di riconsiderare le dinamiche di questo film e di quel “Kontinental” rosselliniano paragonato a questa Europa’25 allargata ai paesi postsovietici. E la somiglianza è terrificante: una terra di nessuno rivendicata meschinamente su base etnica da tutti.
gentrificazione
Brecht in Transilvania
Romania Europa51
TENERE IL PUNTO – dal Campeggio della Piana di Susa
SUL CAMPEGGIO DI LOTTA DI QUESTO FINE SETTIMANA Dal Campeggio della Piana di Susa e dal Presidio di San Giuliano Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e discussioni collettive. In un momento come questo, dopo l’importante giornata di lotta del 25 luglio, in una settimana in cui il mondo della politica e dell’opinionismo alza gli scudi a difesa del TAV e dei militari che la difendono, stiamo assistendo a uno spettacolo per quanto eccezionale, estremamente chiaro e normale. Una giornata di lotta da un lato, un tentativo di delegittimazione di chi resiste dall’altro. Questo è quello che accade da 30 anni in val di Susa, e non solo. Questo è quello che accade ogni qual volta il monopolio della violenza dello Stato viene, per un pomeriggio o un’intera nottata, messo in discussione. Non crediamo che in momenti come questi, siamo noi a dover aver paura…ma neanche pensiamo che un fatto vale l’altro. Un giusto equilibrio pensiamo sia importante da mantenere per guardare con coraggio e lucidità alle prossime settimane. Per tenere il punto. Vogliamo affrontare il campeggio di questo fine settimana come una delle tante iniziative di lotta che possiamo portare avanti, ma sappiamo che nulla è semplice, ma neanche impossibile. Facciamo appello alla solidarietà e invitiamo a tenere alta l’attenzione sulle prossime giornate. Giovedi 30, dalle 10 di mattina, invitiamo tutte e tutti a supportare il montaggio del campeggio nel presidio di Traduerivi. Non lasciamo nessunx solo di fronte la vigliaccheria dello Stato, chi devasta sono gli operai di Telt e la polizia. Con il pensiero rivolto ai due compagni tedeschi nel carcere delle Vallette, fermati dopo la manifestazione del 25 luglio, diamo inizio alla settimana di lotta nella Piana di Susa.
RBO al Festival Alta Felicità 2026: la costruzione della frattura sociale con cui il governo Meloni tenta di indebolire il movimento
Con Rita Rapisardi, giornalista freelance e collaboratrice del Manifesto, affrontiamo il tema della repressione. Dal DDL “anti – maranza”, approvato dal governo Meloni in data venerdì 24 Luglio, al crimine di antisemitismo fino al reato di blocco stradale, si conferma il ribaltamento dell’esercizi penale dell’individuare un nemico e poi ritagliarci un reato sopra, costruito ad hoc. L’obbiettivo è chiaro: tagliare le gambe al movimento sociale e frammentare ulteriormente le fasce su base di classe e razziale. In questo senso il DDL “ anti-maranza” indica la volontà di alimentare paura e insicurezza tramite la guerra ai giovani e alle persone con background migratorio. Il tentativo non è nuovo e si rifà ai principi del dividi et impera con cui la repressione si è abbattuta sul movimento in solidarietà alla palestina. Tramite il caso simbolo della Torino capitale della repressione tracciamo col il governo si avvale della costruzione del nemico pubblico di segmenti specifici della società dai maranza, agli ecovandali, dalle persone senza documenti fino anche agli ultrà per applicare un sempre più impunito stato di polizia, lo stesso che in queste settimane ha ucciso Abderrahim Fakir e che ha applicato lo scudo penale per i poliziotti colpevoli dell’omicidio. Nel direzionamento sempre più esplicito della stampa sull’opinione pubblica, come lavorare da giornalista a non alimentare la frattura sociale alimentata dal governo?
L'informazione di Blackout
antifascismo
repressione
Blackout Inside
pacchetto sicurezza
Privati dell’acqua. A Napoli la giunta Manfredi trasforma l’azienda idrica in società per azioni
(disegno di vinylico) “C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere soddisfatti e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e sostanzialmente a una logica di mercato. I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile, anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”. (Stefano Rodotà) La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua. Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una logica di democrazia partecipativa. L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011. Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote, azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai privati. Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale, aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo), perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione, l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul punto anche Gaetano Azzariti). La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde, questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere (basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali, come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano. Una volta chiarito questo, cade la maschera. La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare, sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo, sull’apertura futura al capitale privato. Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città. La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione. Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica (anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato. La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i movimenti territoriali si stanno opponendo. La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote, del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta coerente con il referendum del 2011. A questo punto gli scenari sono tre. Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24 luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce. Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata, assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e della Regione. Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori, contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande adduzione. È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance, investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico, servizio, lavoratori e comunità.  Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti, i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela tuozzo)
città
napoli
RBO al Festival Alta Felicità 2026:nel dolore di Gaza, una testimonianza
Con una compagna appena tornata da una carovana in Cisgiordania della realtà Fa3za. Nonostante il silenzio dei media mainstream, nell’Asia occidentale continua la distruzione perpetrata su più fronti dall’entità sionista, in particolare si intensificano le azioni dei coloni ai danni della popolazione palestinese in Cisgiordania. La solidarietà internazionale è necessario che si faccia presenza nel territorio, per essere argine ai crimini coloniali e continuare a testimoniare, come anche richiesto dalle persone palestinesi. Ad ottobre partirà una nuova raccoltà delle Olive, momento di festa per il popolo palestinese, ma anche opportunità di escalation da parte dei coloni, in più avvicinandosi le elezioni in Israele, le azioni nella Cisgiordania occupata saranno al centro della campagna elettorale e un campo di battaglia importante, ancora una volta sulla pelle delle palestinesi. Grazie alla testimonianza e all’esperienza delle precedenti carovane, possiamo capire come questa situazione si cali nel quotidiano e quale sia lo stato dell’arte. Si rilanciano carovane future in partenza dall’Italia con Fa3za, per ribadire la nostra solidarietà e presenza affianco alla resistenza palestinese.
L'informazione di Blackout
Blackout Inside
palestina
Cisgiordania
Palestina; Guerra; Israele; Medioriente; conflitto arabo-israeliano
Atene, sospeso il piano del governo, una prima vittoria per la comunità di Prosfygika
(disegno di otarebill) L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi, costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika. Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia. La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra compagna, Suzon Doppagne. Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras Avenue. Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.  Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo. Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo di un processo locale, coinvolge altri paesi. Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo” e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo tardi? Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi, possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida, possiamo farcela ovunque. Esistono altre comunità simili a questa?  Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione di sopravvivenza. Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica? Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva della comunità. Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni, connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate. A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima volta? Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra portata rispetto a quelle precedenti. Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme, gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere vuoto e abbandonato. Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma, vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla realtà. Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze, tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro, è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti piani diversi. Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?  Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità. Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)
casa