In questa puntata ricordiamo Abdullah Ibrahim “Dollar brand” grande pianista
sudafricano recentemente scomparso, un interprete delle variegate forme musicali
che rappresentavano le modalità di resistenza contro il regime dell’apartheid
,radicate nella tradizione musicale popolare, espressione della protesta contro
l’oppressione e la discriminazione. Lo ha fatto senza clamore, con calma,
fermezza e determinazione ,ha contribuito a una nuova cultura e alla crescita
del jazz sudafricano.
Playlist :
HUGH MASEKELA-STIMELA
KIPPIE MOEKETSI-HANG ON THERE
JONAS GWANGWA-FLOWER OF THE NATION
THE JAZZ EPISTLES-VARY-OO-VUM
IBRAHIM DOLLAR BRAND -JUMPING ROPE
IBRAHIM DOLLAR BRAND-MANNENBERG
IBRAHIM DOLLAR BRAND-JABULANI
IBRAHIM DOLLAR BRAND-ANTHEM FOR A NEW NATION
IBRAHIM DOLLAR BRAND-THE HOME COMING SONG
IBRAHIM DOLLAR BRAND-MANDELA
IBRAHIM DOLLAR BRAND-SOTHO BLUE
IBRAHIM DOLLAR BRAND-DREAMTIME
HUGH MASEKELA-SOWETO
Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno
emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del
capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti,
Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni
e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran – per ora – prendono nota.
Il 4 maggio scorso la capitale armena di Erevan ha ospitato la riunione della
Comunità Politica Europea, la piattaforma di coordinamento che dal 2022 riunisce
44 paesi del Vecchio Continente tra i quali anche Armenia e Azerbaigian,
fortemente voluta da Emmanuel Macron in seguito alla crisi energetica scatenata
dal conflitto tra Russia e Ucraina. Il giorno seguente, il presidente del
Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione europea Ursula
von der Leyen hanno incontrato l’omologo armeno Nikol Pashinyan in quello che è
stato il primo vertice bilaterale tra le due parti, dando seguito all’accordo di
partenariato CEPA in vigore dal 2021, con il quale l’Armenia si era già
impegnata a «perseguire un programma globale di riforme basato sulla democrazia,
sulla trasparenza e sullo Stato di diritto, in particolare la lotta alla
corruzione e la riforma del sistema giudiziario»1. Tuttavia, la traiettoria che
ha portato Armenia e Unione Europea a un’apertura reciproca è stata tutt’altro
che lineare.
È il novembre del 2013 quando un primo possibile approccio tra Unione Europea e
una parte consistente dell’ex-blocco sovietico costituita da Ucraina, Armenia e
Moldova, accusa un’improvvisa battuta d’arresto. Contro ogni aspettativa, il
vertice di Vilnius vede prima il ritiro dai negoziati da parte dell’Armenia e
poi il clamoroso rifiuto all’ultimo minuto dell’Ucraina di firmare l’Accordo di
Associazione. La risoluzione del Parlamento sul Partenariato Orientale è
costretta a registrare con amarezza come le decisioni dei due Paesi abbiano
«frustrato gli sforzi e minato il lavoro degli ultimi anni, che mirava ad
approfondire le relazioni bilaterali e promuovere l’integrazione europea»2.
Unica e magra consolazione, la Moldova firma in quell’occasione l’Accordo di
Associazione.
La débâcle si traduce subito in punteggio geopolitico (2-1 per Putin); ma la
vittoria per la Russia è a doppio taglio: se infatti da un lato l’Armenia meno
di un anno dopo aderisce alla neonata Unione Economica Eurasiatica – dando
seguito alla partecipazione all’alleanza militare dell’OTSC (una sorta di
contraltare russo della Nato) – dall’altro lato, la mancata firma del presidente
ucraino Yanukovich al vertice di Vilnius scatena le proteste filo-europee
dell’Euromaidan a Kiev, provocando la caduta del governo e ponendo le basi per
la cosiddetta «rivoluzione della dignità» del febbraio 2014, a cui a stretto
giro farà seguito l’intervento militare russo in Crimea. Se gli sviluppi sul
fronte ucraino degli ultimi anni hanno seguito un corso coerente rispetto ai
preamboli di allora, arrivando a produrre una polarizzazione sempre maggiore tra
Russia e Ucraina fino a un’inconciliabilità sfociata nel conflitto tuttora in
corso, il contesto armeno si è evoluto in maniera molto meno intuitiva.
Per comprendere il mutamento che dalla diserzione del vertice di Vilnius nel
2013 ha portato al bilaterale Erevan-Bruxelles a inizio maggio di quest’anno,
occorre sciogliere la matassa dello storico legame tra Armenia e Russia fino ai
suoi più recenti e inediti sviluppi, a partire da due aspetti centrali e tra
loro fortemente connessi: la centralità della Chiesa apostolica negli equilibri
della società armena e l’annosa questione del Nagorno-Karabakh.
Nata da una delle più antiche comunità cristiane al mondo, la Chiesa apostolica
armena ricopre tutt’oggi un ruolo di primo piano nella vita politica del Paese,
grazie a un establishment impegnato nel proseguire gli storici legami politici
ed economici con la Russia, secondo Paese per numero di fedeli residenti
(500mila solo a Mosca). Formidabile collante culturale per un popolo frammentato
da una diaspora iniziata nel 1915 e che oggi conta circa 8 milioni di persone
sparse in tutto il mondo (contro i circa 3 milioni presenti sul territorio
nazionale), l’istituzione ecclesiastica armena è stata capace di condensare un
profondo senso di appartenenza popolare attorno alla figura del Catholicos, il
supremo patriarca, nonché attore di primo piano della vita politica del Paese.
Soprattutto in relazione alla questione del Nagorno-Karabakh, la regione al
centro di una sanguinosa contesa tra Armenia e Azerbaigian a partire dal 1988,
quando – in seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica – fu dapprima
attraversata da moti indipendentisti che portarono all’annessione all’Armenia,
per poi diventare teatro di un conflitto aperto durato due anni (1992-1994) e
conclusosi con la vittoria armena suggellata dal beneplacito della Russia.
Proprio in questa fase di pace apparente, la Chiesa apostolica fu in grado di
imporsi come collante culturale tra l’enclave indipendente geograficamente
situata dentro i confini dell’Azerbaigian e il resto del Paese, consolidando la
propria presenza in un momento cruciale di ridefinizione dell’identità
nazionale. Tuttavia, nel settembre del 2020, in seguito a un programma
trentennale di riarmo, l’Azerbaigian torna all’attacco e nel settembre del 2023
mette il sigillo sulla regione, approfittando anche del notevole e duraturo
impegno dell’esercito russo in Ucraina. La vittoria azera provoca l’esodo di
massa di oltre 100mila armeni e lo scioglimento delle forze separatiste, ma il
trattato di pace viene firmato solo due anni dopo nell’agosto del 2025 a
Washington, dagli attuali presidenti Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan con la
mediazione del presidente statunitense Donald Trump. È al termine di
quell’accordo che il presidente azero Aliyev propone pubblicamente all’omologo
armeno di inviare una lettera a sostegno della candidatura di Trump al premio
Nobel per la pace. Invano, come sappiamo oggi.
Tuttavia, all’apparente distensione con il nemico storico dell’Azerbaigian non
corrisponde un’analoga pacificazione delle tensioni interne: il trattato di pace
esacerba la già manifesta ostilità tra il presidente Pashinyan e il Catholicos
Karekin II, trasformandola in una spietata lotta intestina tra Stato e Chiesa.
Karekin invoca le dimissioni del presidente accusandolo di tradimento per aver
ceduto la storica regione agli azeri; Pashinyan risponde accusando il Catholicos
di avere avuto una figlia e di non essere degno di ricoprire il suo ruolo,
arrivando ad aprire un procedimento penale nei suoi confronti e impedendogli di
lasciare il Paese, con il chiaro intento di impedire la sua partecipazione a
un’importante riunione vescovile in Austria organizzata proprio per discutere
della crisi della Chiesa apostolica e delle pressioni del governo. La società
armena ribolle e nuove figure aspirano al potere; tra queste l’arcivescovo
Bagrat Galstanyan, il quale, auto-sospesosi dalle funzioni pastorali, si mette
alla guida di un movimento di protesta con l’obiettivo di rovesciare il governo
di Pashinyan e formarne uno nuovo da egli stesso guidato. Accusato di tramare un
colpo di Stato è in stato di detenzione dallo scorso giugno, insieme a una
manciata di altri arcivescovi riottosi.
Ma il vero oggetto della contesa è la titolarità di una nuova identità nazionale
che sappia assorbire la perdita del Nagorno-Karabakh. E se quella promossa dal
Karekin II ruota attorno alla necessità di riconquistare quanto perduto in nome
di una storia e una tradizione che non possono essere tradite, quella di
Pashinyan punta a superare senza troppi rimpianti una fase ritenuta conclusa e a
guardare alla «real Armenia» con i suoi confini attuali. Il 7 giugno la
maggioranza dei cittadini armeni accorsi alle urne ha scelto per la seconda
opzione, confermando il primo ministro uscente con il 49,8% dei voti.
Seduta su due sedie
La vittoria di Pashinyan alle recenti elezioni è stata presentata dalla quasi
totalità delle testate occidentali come l’ulteriore conferma del progressivo
allontanamento dell’Armenia dall’orbita di influenza russa, a cui viene fatto
coincidere un proporzionale avvicinamento all’Unione Europea.
Nonostante il programma del principale partito di opposizione Forte Armenia (23%
dei voti) tendesse chiaramente verso politiche filo-russe, è del tutto
ingannevole attribuire al partito di Pashinyan, Contratto Civile, intenti
anti-russi delineati altrettanto nettamente. A riprova di ciò, basti pensare che
sotto il precedente governo di Pashinyan, gli interessi economici russi in
Armenia sono aumentati. Non solo, per quanto il partenariato CEPA e il più
recente vertice bilaterale con l’Unione Europea costituiscano segnali concreti
di apertura all’Europa, ad oggi la candidatura dell’Armenia a Paese membro
dell’U.E. rimane su un piano puramente ipotetico, materialmente ostacolato
dall’adesione all’Unione Economica Eurasiatica a guida russa, come fatto notare
da Vladimir Putin il 27 maggio scorso. Senz’altro, il mancato appoggio militare
della Russia nel Nagorno-Karabakh ha fatto traballare la fiducia di molti
armeni, eppure la scommessa è stata vinta da chi, dopo aver firmato una pace
«infamante» con il nemico storico, ha saputo farsi rieleggere qualche mese
dopo.
Pur ammettendo il profilarsi di un parziale distacco – come testimoniano le più
o meno velate minacce della Russia di riconsiderare i meccanismi economici
preferenziali concessi a Erevan – è soprattutto l’equazione che a ciò vorrebbe
far coincidere un inevitabile avvicinamento all’Unione Europea a risultare
forzata non appena calata nella materialità delle cose. Basti prendere ad
esempio il caso della rete ferroviaria nazionale, attualmente gestita dalla
Russia, per la quale Pashinyan ha sì richiesto la cessione da parte russa dei
diritti di gestione in favore di un Paese terzo, ma non senza specificare che
tale Paese debba essere in grado di mantenere buoni rapporti con Mosca. Tra
questi, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kazakistan sono i candidati più probabili.
Qualcosa di molto simile a quanto già accaduto in ambito bellico, dove il
fornitore principale dell’Armenia è oggi l’India, solo apparentemente a
discapito della Russia dal momento che i due Paesi lo scorso dicembre hanno
posto le basi per un modello di ricerca congiunta e di co-produzione di
piattaforme difensive avanzate. Il fatto è che alle nostre latitudini, laddove
c’è la Russia di mezzo, raramente la narrazione costruita dalle istituzioni
europee e validata dalla stampa è scevra di inflessioni propagandistiche. Come
nel caso della copertura mediatica occidentale riservata alle recenti elezioni
armene e tutta incentrata sulla presunta influenza sotterranea del Cremlino. Ciò
non per negare plausibili tentativi da parte del Cremlino di favorire i partiti
filo-russi di ogni qualsivoglia elezione – cosa abbastanza ovvia – ma per
sottolineare la difficoltà di vedere ciò che oggettivamente si muove ad Oriente
dell’Unione Europea oltre la narrazione di un’ingerenza russa data per scontata
e da cui ogni evento sarebbe inquinato. E non è un caso che a rimpolpare questa
narrazione sia stata proprio Ursula von der Leyen nel discorso inaugurale al già
citato vertice bilaterale dello scorso maggio, quando – in piena campagna
elettorale – ha parlato dello sforzo dell’Armenia di contrastare «manipolazione
straniera dell’informazione, minacce ibride e interferenze» e del supporto
dell’U.E. in questo campo come conseguenza benefica dell’Accordo di
Partenariato. Parole che, lungi dal dimostrare alcunché di concreto,
rispecchiano lo sforzo dell’Europa di mascherare le profonde contraddizioni che
dilaniano le sue società e il suo agire geopolitico, in nome di un presunto
primato in ambito democratico. Primato garantito sulla carta dai rigidi
prerequisiti in materia di diritti a cui ogni Paese deve adeguarsi per poter
anche solo pensare di entrare a far parte dell’Unione, ma brutalmente smentito
dal genocidio del popolo palestinese rispetto al quale l’Unione Europea ha
pesanti e sfaccettate responsabilità – giusto per citare un esempio sotto gli
occhi di tutti.
Tutto questo per affermare che, a discapito dei toni entusiastici di gran parte
della stampa occidentale che danno per certa la futura adesione dell’Armenia al
club europeista, ciò che risulta evidente al momento è la spiccata ambivalenza
del rapporto intrattenuto dall’Armenia tanto con la Russia, quanto con l’U.E.
Come se, trovandosi a un incrocio, non avesse alcuna fretta di imboccare un
bivio piuttosto dell’altro, preferendo soffermarsi a valutare tranquillamente le
opzioni in campo. Verrebbe da dire che a un certo punto una decisione andrà
presa, anche se, visto il precedente dell’Ucraina, non è detto che tutti gli
attori in campo – la Russia in primis – abbiano interesse a spingere la
situazione verso un aut aut tra Occidente e Oriente. Almeno non nell’immediato.
Tanto più che l’esito della disavventura occidentale in Iran potrebbe aver
scombussolato certi rapporti di forza dati per scontati in precedenza tanto
dall’Europa, quanto dagli Stati Uniti.
Provaci ancora, UE
Dal canto suo l’Unione Europea sembra volerci riprovare. In una fase in cui le
tecnologie cambiano la percezione di chi è potente sulla scena globale – come
ampiamente dimostrato dal caso dell’Ucraina – l’Europa cerca di ampliare il
proprio campo di influenza guardando ad Est dei propri confini, dove lo sviluppo
digitale cavalca a velocità sostenuta a partire proprio dall’Armenia.
Povero di risorse naturali e privo di sbocchi sul mare, il Paese caucasico vanta
di una lunga tradizione nel settore, avendo già ricoperto il ruolo di centro di
innovazione tecnologica dell’Unione Sovietica3 ed è oggi descritto come un
«ecosistema di start-up innovative, aziende e unicorni tecnologici». Un comparto
in rapida crescita – tanto da essersi guadagnato il soprannome di Silicon Valley
del Caucaso – che nel 2004 valeva meno di 20 milioni di dollari ed oggi attorno
ai 2,5 miliardi, potendo inoltre vantare di un ampio bacino di reclutamento
grazie al programma educativo Armath (‘radice’, ma anche crasi tra le parole
Armenia e matematica) inaugurato nel 2014 e che oggi coinvolge 17mila studenti
dai 9 anni in su, con l’obiettivo di trasmettere competenze digitali specifiche
come il coding e capacità ingegneristiche di base, quali la costruzione di
piccoli sistemi autonomi. Non è tutto, ad arricchire ulteriormente la «classe
digitale» hanno contribuito i circa 8mila specialisti informatici russi
trasferitisi a Erevan dopo aver lasciato la madrepatria allo scoppiare del
conflitto con l’Ucraina. Il loro ingresso nell’ecosistema tech ha permesso di
colmare alcune lacune del settore, soprattutto relative all’analisi dei dati, le
tecnologie finanziarie e la cyber-sicurezza.
È dunque il profilarsi di un nuovo hub tecnologico all’avanguardia nel
continente europeo a solleticare le mire europeiste, sia in ambito finanziario,
sia in ambito militare come dichiarato dallo stesso Antonio Costa che ha
sottolineato come la «necessità di una visione a lungo termine per la sicurezza
europea»4 passi anche dallo sviluppo di nuove relazioni con il vicinato. Così,
da ormai dieci anni, l’Europa sta supportando l’Armenia nei più disparati ambiti
– dall’agricoltura all’educazione, dall’industria all’innovazione – con
importanti investimenti e donazioni di denaro, tra cui 20 milioni di euro per le
spese militari. A ciò va aggiunto il già citato endorsement politico al governo
di Pashinyan che passa anche dal silenzio assoluto sui ripetuti arresti dei suoi
opponenti politici. Ma la direzione verso cui i Paesi dell’Europa occidentale
sembrano aver orientato maggiormente la propria strategia di soft power, è
proprio quella di favorire la costruzione di un ecosistema tecnologico dal quale
poter in futuro drenare saperi, dati e risorse. Attraverso sovvenzioni,
tutoraggio e integrazione nei mercati europei dei più promettenti imprenditori
armeni, nonché con la sponsorizzazione della conferenza Digitec, tenutasi a
Erevan nell’ottobre del 2025 e a cui hanno partecipato 100 tra le aziende leader
del settore e un pubblico di circa 30mila persone, attraverso il fondo
EU4Innovation East. Sviluppo digitale, sicurezza, trasporto, connettività:
queste le parole d’ordine dell’arrembaggio europeista verso la Repubblica
caucasica, con il vantaggio non secondario di poter così marcare ai fianchi la
vicina Russia. Ma è abbastanza scontato che altri giocatori partecipino alla
ghiotta partita e con ben altri assi nella manica.
Everyone is welcome
«Chiunque abbia come obiettivo quello di creare profitto è benvenuto in
Armenia». È forse questa frase pronunciata dal primo ministro Pashinyan a meglio
sintetizzare la postura di un governo che sta aprendo tutte le porte del
proprio Paese senza precludere l’ingresso a nessuno degli attori che vi ruotano
attorno. Ad approfittarne per prime sono state le aziende della BigTech
statunitense: Adobe, Cisco Systems, Microsoft, Synopsys, ormai da qualche anno
operano nel Paese, mentre molte altre aziende sono in procinto di affacciarsi.
Ma chi più di ogni altra sta dando vita a un vero e proprio sodalizio con il
governo armeno è Nvidia, azienda statunitense leader nel settore della
produzione di chip GPU – l’hardware fondamentale per il funzionamento
dell’Intelligenza Artificiale – che dopo aver smantellato il proprio ufficio in
Russia alla fine del 2022, ne ha aperto uno a Erevan con l’appoggio del Ministro
dell’Industria High-Tech armeno. Al momento dell’insediamento l’azienda
americana ha inoltre firmato un patto di cooperazione con il Gymuri Information
Technology Center grazie al quale gli studenti armeni avranno la possibilità di
studiare presso l’Nvidia Deep Learning Institute, secondo una formula di
collaborazione tra multinazionali dell’high tech e istituzioni scolastiche e
universitarie, sempre più diffusa anche da noi.
I frutti dell’insediamento di Nvidia in Armenia non hanno tardato a maturare: lo
scorso 2 giugno è stata inaugurata la prima «fabbrica» di Intelligenza
Artificiale del Paese nel villaggio di Gagarin, progettata dall’azienda armena
Eleveight AI e costituita di 512 processori Nvidia Blackwell B300, tra i più
avanzati componenti hardware per l’IA attualmente esistenti. La fase iniziale
prevede un investimento fino a 120 milioni di dollari e una capacità elettrica
di 5 MW, con un’espansione prevista fino a 35 MW per la fase successiva. La
«fabbrica» sarà in grado di sopportare i carichi di lavoro intensivi richiesti
dall’IA generativa, dall’addestramento dei modelli e dall’inferenza, così come
modelli linguistici di grandi dimensioni, calcolo scientifico, simulazioni
ingegneristiche e ambienti di IA per aziende e governi. La scommessa
dell’operazione sta nel trasformare l’elevata capacità di calcolo in un prodotto
da mettere sul mercato, in una fase in cui sta emergendo con sempre maggiore
chiarezza che è questa capacità ad essere una risorsa strategica a sé stante.
Risulta sempre più chiaro che i software non sono più sufficienti, lo sviluppo
dell’IA richiede oggi l’ausilio di processori avanzati, forniture elettriche
affidabili e sistemi di raffreddamento efficienti. Una sorta di
industrializzazione dell’economia digitale che, secondo il CEO di Eleveight AI
Arman Aleksanian, starebbe dando vita a «una nuova era di diplomazia del chip
nella quale la questione strategica non riguarda più soltanto chi produce i
semiconduttori più avanzati al mondo, ma anche dove questi vengono installati,
chi ne detiene il controllo e quali Paesi e aziende possono avere accesso alla
loro potenza di calcolo». Ma più che un’era di diplomazia quella che si è aperta
ormai da qualche tempo sembra essere un’era di guerre per l’accaparramento
dell’innovazione tecnologica: una questione di vita o di morte per le grandi
potenze capitalistiche mondiali. Ad averlo capito al volo sono stati i Pasdaran,
le Guardie della Rivoluzione Islamica, che non ha caso qualche mese fa hanno
indirizzato i propri droni da combattimento contro i data center di proprietà di
Amazon (AWS) negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Ed è proprio il pezzo di
terra e mare che va dal Golfo Persico fino al monte Ararat all’estremità
orientale della Turchia a pochi chilometri dai confini di Armenia e Iran, a
configurarsi come teatro di una contesa finora solamente accennata.
Delineatosi questo scenario, non è dunque casuale che dietro alla rilevanza
finanziaria del mastodontico progetto di un altro data center di supercalcolo
che dovrebbe essere completato entro la fine del 2027 con 100mila processori
Nvidia e Vera Rubin, ci sia un’azienda statunitense come Firebird, la prima ad
aver approfittato del memorandum di intesa bilaterale firmato da Armenia e Stati
Uniti nell’agosto del 2025 a Washington. Ed è proprio il CEO dell’azienda di
cloud per l’IA con sede legale a San Francisco a dare un assaggio della retorica
– non così originale – con cui gli Stati Uniti si stanno facendo largo tra le
repubbliche dell’ex-unione sovietica5: «Firebird estende a livello globale la
leadership statunitense nelle tecnologie di intelligenza artificiale, in linea
con la nostra visione di rendere l’IA accessibile a vantaggio di tutti […]
dimostrando come infrastrutture statunitensi affidabili possano sostenere le
economie emergenti»6.
Per quanto di centrale importanza, la cooperazione legata all’economia digitale
– che tra gli altri obiettivi ha anche quello di promuovere il commercio
bilaterale di servizi finanziari – è solo uno degli aspetti della carta di
Partenariato Strategico Globale firmata durante la visita del Segretario Rubio
lo scorso 26 maggio a Erevan: tra i tanti punti, a catturare l’attenzione è
senz’altro l’accordo sulla «vendita all’Armenia di articoli per la difesa e
attrezzature ausiliarie di produzione statunitense tramite il programma Foreign
Military Sales»7 e su «potenziali investimenti nelle forze armate armene
attraverso la partecipazione a corsi di formazione e istruzione militare
professionale»8. In parole povere, l’Armenia è caldamente invitata ad acquistare
armi e hardware sviluppati o modificati per scopi militari, missilistici e
satellitari «made in USA» e può contare sull’addestramento militare
dell’esercito più potente al mondo. Insomma, anche qui, come nel resto d’Europa,
gli Stati Uniti vendono un’aspettativa di deterrenza arricchendo le casse dello
Stato e costruiscono complicità con gli eserciti locali, in questo caso senza
nemmeno il bisogno di far parte formalmente della stessa alleanza militare.
Non è finita qui: la Carta abbozza anche un primo tentativo di ridurre la
dipendenza armena dal gas russo, che oggi come oggi genera il 43%
dell’elettricità prodotta nel Paese, attraverso l’ulteriore sviluppo di un
programma nucleare oltre alla centrale già esistente di Metsamor, che
comprenderebbe «l’impiego di piccoli reattori modulari e l’accesso a
combustibile e tecnologie statunitensi». E ancora, stabilisce l’intenzione di
«accelerare lo sviluppo, l’esplorazione, l’estrazione, la lavorazione e il
commercio di minerali critici», ovvero «quei materiali di strategica importanza
economica e caratterizzati allo stesso tempo da alto rischio di fornitura»9 che
si trovano riccamente nel sottosuolo armeno, con particolare preponderanza del
molibdeno, metallo fondamentale nell’industria bellica poiché se aggiunto alle
leghe di acciaio ne migliora drasticamente la resistenza meccanica, di cui
l’Armenia detiene le quote maggiori nella regione caucasica.
Certo per ora quasi tutto solo sulla carta, come il più ambizioso e altisonante
dei progetti pensato come trampolino di lancio per la massima onorificenza di
cui sarebbe dovuto essere insignito Trump a Oslo: il famigerato corridoio del
Caucaso, sobriamente intitolato «Trump Route for International Peace and
Prosperity» il cui scopo sarebbe quello di collegare l’Armenia alla Turchia per
affrancare il Caucaso meridionale dall’influenza russa e iraniana. Peccato che
nel frattempo la disavventura statunitense in Iran abbia un tantino complicato
le cose, tra l’altro risparmiando all’Armenia un eventuale attacco iraniano al
pari di quelli subiti dai Paesi vicini che ospitano sul proprio territorio
infrastrutture americane o israeliane, come accaduto agli Emirati Arabi Uniti,
Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita. Perché anche di tali rischi è fatto il futuro
di chi, a quelle latitudini e ad altre, spalanca le porte al progetto
imperialista statunitense e al suo alleato sionista. Ne sa qualcosa lo storico
nemico dell’Armenia, l’Azerbaigian, che il 5 marzo scorso si è visto recapitare
4 droni da combattimento iraniani sull’aeroporto di Nakhichevan provocando il
ferimento di quattro civili, ma soprattutto sottolineando l’ostilità di Teheran
nei confronti dei rapporti del governo azero con Tel Aviv.
«100% in Israel»
Messa a punto la strategia nazionale di crescita esponenziale nel settore
dell’Intelligenza Artificiale, il governo e le aziende armene guardano con
fiducia alla possibilità di estendere i confini dell’operazione su scala
regionale. Stando alle parole di Davit Abovyan, CEO della già citata Eleveight
AI, l’obiettivo sarebbe quello di «servire la regione, condividere conoscenze e
costruire collaborazioni tecnologiche durature con i Paesi vicini», a partire
dalla Georgia, la quale oltre a diventare un possibile cliente, potrebbe
assolvere all’importante ruolo di ponte verso i mercati europei, dell’Asia
centrale e del Medio Oriente e concretizzare l’obiettivo dell’Armenia di
diventare un player a livello globale.
All’interno di questo piano di espansione regionale, si inserisce l’incontro
tenutosi lo scorso 24 dicembre a Erevan, tra il Ministro dell’Economia armeno
Gevorg Papoyan e l’ambasciatore israeliano in Armenia Yoel Lion, durante il
quale si è discussa la potenziale collaborazione economica tra le due parti,
soprattutto in relazione a un incremento del volume degli scambi commerciali e
sulla possibilità di avviare iniziative di investimento congiunte nell’ambito
delle alte tecnologie, come già era emerso un mese prima durante le
consultazioni tra i rispettivi Ministri degli Esteri tenutesi a Gerusalemme. Fu
al termine di quella giornata che il Ministro armeno dichiarò che la Repubblica
caucasica è pronta ad espandere i legami con Israele in un post su X, mentre
sono dello scorso 21 aprile gli auguri per lo Yom Ha’atzmaut, la festa che
celebra la fondazione dello Stato ebraico. L’odierno slancio dell’Armenia verso
la scena globale sembra dunque mettere in discussione anche il rapporto
notoriamente difficile con Israele, espressione plateale della discontinuità
rappresentata dalla politica di Pashinyan, il quale volendo mettere una pietra
sopra la questione del Nagorno-Karabakh, crea anche i presupposti per costruire
distensione e cooperazione con chi più di chiunque altro ha finanziato la
vittoria militare dell’Azerbaijan. Fu infatti proprio Israele a vendere radar,
missili anti-carro, lanciagranate e apparecchiatura per missioni notturne
all’esercito azero, contribuendo in maniera decisiva all’esito del conflitto; la
punta più superficiale di quell’intesa bilaterale che è stata descritta come un
iceberg dallo stesso presidente azero, intendendo con questo dire che la maggior
parte degli accordi e delle attività congiunte tra i due stati sono segrete. Tra
queste, la più clamorosa sarebbe la presenza di basi militari israeliane e lo
schieramento di unità militari e di intelligence d’élite sul territorio
dell’Azerbaigian, come lascerebbero intuire i cablogrammi trapelati nei
documenti WikiLeaks (qui). Va ricordato altresì che il paese è tradizionalmente
legato alla Turchia e che Israele ha più volte indicato quanto essa sia
diventata il suo prossimo nemico strategico regionale. Difficile dire se siamo
di fronte ad una nuova strategia che si riorienta nel Caucaso ma lo scenario
globale in questi anni ci ha abituato a non poche sorprese.
Ma altre connessioni, meno dirette, legano l’Armenia ad Israele, facendo
emergere il protagonismo della lobby sionista americana in ciò che si muove
sullo scacchiere geopolitico caucasico. Se infatti la già citata società
californiana Nvidia sta investendo più di ogni altra sull’ecosistema tech
dell’Armenia, l’altra sua grande zona di interesse è proprio Israele. A tal
proposito, il CEO statunitense di origini taiwanesi Jensen Huang, non solo ha
sottolineato come «nonostante il conflitto in corso la società è al 100% in
Israele», confermando il progetto di un nuovo campus a Kiryat Tivon che dovrebbe
ospitare fino a 10mila lavoratori, ma si è sbilanciato in inequivocabili
dichiarazioni di carattere politico: «Credo che ci sia un motivo per cui siamo
andati in guerra e credo che, al termine del conflitto, il Medio Oriente sarà
più stabile di prima»10. D’altronde, come ormai appare sempre più chiaro, chi
guida un’azienda la cui capitalizzazione si aggira attorno ai 5mila miliardi di
dollari (più del Pil della Germania), è evidente che abbia voce in capitolo
anche sulle decisioni strategiche del Paese in cui risiede e in quelli in cui
costruisce la propria seconda casa. Tanto più che la recente fortuna di Nvidia
deriva in gran parte dall’acquisizione dell’azienda israeliana Mellanox nel
2019, come testimoniato dallo stesso Huang: «se si guarda ai sei chip che
compongono l’architettura di Digitis11, quattro nascono dal lavoro svolto in
Israele e forse la prossima volta saranno tutti israeliani, sei su sei12».
Infine, la progressiva distensione tra Armenia e Azerbaigian avallata da Trump,
pone le basi per possibili nuove triangolazioni dei due Paesi caucasici con lo
Stato ebraico. Tanto più che dal canto suo, l’Azerbaigian con esso intrattiene
rapporti di cooperazione e scambio ben consolidati, non solo in virtù della già
citata cooperazione militare più o meno trasparente, ma anche alla luce della
fornitura di greggio – di cui l’Azerbaigian è estremamente ricco – in favore di
Israele, fino a ricoprire il 46.4% del totale importato. Ma nonostante la
ricchezza di risorse naturali, il governo azero si è prefissato di incentrare la
propria economia sul digitale entro il 2035 attraverso l’adozione di una
governance data-driven. Obiettivo facilitato dal partenariato in ambito
educativo per l’insegnamento delle discipline STEM, di sicurezza informatica e
imprenditorialità tra l’Università Statale di Baku e l’Università Ebraica di
Gerusalemme.
Qualcosa di nuovo si muove dunque sul fronte orientale, anche se, dal momento
che l’Unione Europea prosegue la politica di sanzioni nei confronti della Russia
(il ventesimo pacchetto ad aprile) e le ipotesi di cooperazione con l’Iran sono
definitivamente sfumate dopo la partecipazione all’offensiva statunitense e la
strigliata dell’Iran, per il governo italiano il Caucaso rimane innanzitutto un
possibile distributore di gas, come testimoniato dalla recente visita della
premier Meloni a Baku.
Ma osservare ciò che si muove tra Armenia, Azerbaigian e dintorni, significa
scorgere in prospettiva le prossime mosse del capitalismo mondiale e del
progetto imperialista statunitense e sionista. Mosse che preparano il campo sul
quale si giocheranno le lotte del futuro.
1. https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2026/03/26/first-ever-eu-armenia-summit-to-take-place-on-4-and-5-may-2026/
↩︎
2. https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-7-2013-0595_IT.html ↩︎
3. qui furono sviluppate le serie Razdan, Nairi e i computer ES EVM, la
risposta sovietica all’IBM ↩︎
4. https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2026/04/24/remarks-by-president-antonio-costa-at-the-press-conference-following-the-informal-meeting-of-heads-of-state-or-government-of-23-24-april-2026/
↩︎
5. il 15 giugno anche il Kazakistan ha firmato una serie di accordi con
Firebird e Nvidia per la costruzione di un data center sul proprio
territorio per un valore complessivo di 10 miliardi di dollari ↩︎
6. https://www.firebird.ai/firebird-ai-megaproject-final-stage-phase-one-construction
↩︎
7. https://www.state.gov/wp-content/uploads/2026/06/TRIPP-Framework-Agreement-United-States-and-Armenia-June-2026-HRC1418739-Accessible-6.8.2026.pdf
↩︎
8. ibid ↩︎
9. https://www.mimit.gov.it/it/impresa/competitivita-e-nuove-imprese/materie-prime-critiche/materie-prime-critiche#cosa
↩︎
10. https://www.calcalistech.com/ctechnews/article/hkt0ud99bg ↩︎
11. L’ultimo supercomputer di Nvidia presentato a Las Vegas ↩︎
12. https://www.calcalistech.com/ctechnews/article/hkt0ud99bg ↩︎
Si è concluso il presidio davanti al polo logistico In’S Mercato di Torre
Garofoli, a Tortona (Alessandria), dove i lavoratori aderenti al SI Cobas
Alessandria – Tortona, insieme ad altri arrivati da Genova Milano e Torino,
avevano bloccato l’uscita delle merci, provocando pesanti ripercussioni
sull’approvvigionamento di numerosi supermercati della catena.
Da Radio Onda d’Urto
Lo sciopero ha avuto effetti rilevanti sulla rete distributiva di In’S. Per una
settimana il blocco del principale hub logistico ha rallentato la distribuzione
delle merci, causando scaffali vuoti e carenze di prodotti in numerosi punti
vendita del Nord Italia. A Torino e nella sua provincia molti supermercati hanno
registrato forti disagi. Banchi della frutta e della verdura quasi deserti,
scaffali semivuoti e cartelli di scuse ai clienti sono diventati l’immagine più
evidente delle conseguenze dello sciopero. I punti vendita hanno
progressivamente esaurito le scorte, mentre l’azienda annunciava di essere al
lavoro per ripristinare il servizio nel più breve tempo possibile.
Il presidio in questi 8 giorni, sia di giorno che di notte, ha sempre avuto il
sostegno di molti come quello della delegazione del Fronte della gioventù
comunista di Torino e i rappresentanti del Presidio Permanente Castelnuovo
Scrivia. Ieri nel primo pomeriggio il presidio è stato sospeso dopo che i
lavoratori hanno ricevuto una comunicazione ufficiale via PEC nella quale In’S
Supermercati e ManHandWork S.r.l., società che gestisce il personale della
logistica, si impegna a sollevare e sospendere dall’incarico il responsabile del
magazzino. Secondo le testimonianze raccolte dal sindacato, sarebbero 72 i
lavoratori che hanno denunciato comportamenti intimidatori, ricattatori e
vessatori da parte del responsabile. La sua sospensione rappresentava la
principale richiesta della mobilitazione. Secondo il Si Cobas, oltre ai presunti
comportamenti del responsabile, i lavoratori lamentavano ritmi di lavoro
insostenibili, pressioni continue e la mancanza di un confronto con i vertici
aziendali.
La vertenza, tuttavia, non è ancora conclusa. Il vicario della Questura di
Alessandria ha convocato questa mattina una delegazione dei lavoratori per
affrontare gli altri punti rimasti aperti. L’incontro si è svolto in Prefettura
con i delegati del Si Cobas, mentre fuori dalla questura i lavoratori erano
presenti con un presidio.
“Da domani si rientra a lavoro e viene sospeso momentaneamente lo sciopero, in
attesa di un incontro la prossima settimana per discutere anche delle altre
richieste su cambi continui di turno, sicurezza in magazzino e aumento del
ticket mensa. Vogliamo che si apra un dibattito pubblico su sanzioni, fogli di
via e denunce che la Questura continua a notificare a lavoratori e ai
sindacalisti: le vertenze sindacali non possono essere gestite con la
repressione. La lotta quindi si interrompe ma non si ferma”.
Le valutazioni sulla vertenza con Martino responsabile logistica dei Si Cobas
Lunedì 6 luglio ripartirà il dibattimento nel processo d’appello a carico dell*
imputat* del Movimento No Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio
Popolare Neruda.
Verranno risentiti alcuni dei testimoni della difesa. L’udienza sarà l’ultima
prima della pausa estiva e durerà tutto il giorno, quindi ogni momento sarà
buono per raggiungere l’aula e portare la nostra solidarietà!
Per 16 persone, l’accusa è di associazione a delinquere, per aver partecipato
alle lotte sociali e ambientali che hanno animato Torino e la Val Susa.
SIAMO TUTTI E TUTTE ASSOCIAZIONE A RESISTERE! Giù le mani dal Movimento No Tav,
giù le mani dagli spazi sociali
da Notav Info
Diffondiamo: Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo
quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnc ostaggx dello stato! Sono
passati dieci giorni da quando,…
Puntata del 26 Giugno 2025 del Ponte Radio, in diretta dagli studi di Radio
Blackout a Torino. Attraverso differenti contributi abbiamo affrontato alcuni
aspetti che definiscono e compongono il sistema di disciplinamento, punizione e
incarcerazione delle persone in Italia. A partire agli strumenti di cui tale
sistema si dota relativamente alle persone razzializzate in quanto tali, sino a
quelli che si abbattono in genere su quelle fette di popolazione definite
criminali, eccedenti – e che nell’eccedenza vengono monetizzate o marginalizzate
-, reiette, riottose. Dalle aziende responsabili dell’erogazione di servizi nel
centri di prima e seconda accoglienza, nei CPR o in genere insider
dell’umanitarismo nostrano ed esportato, per poi arrivare ad analizzare il ruolo
della sanità gestita dalle Aziende Sanitarie Locali (ALS), finanche la realtà
spesso occultata della privatizzazione della gestione sanitaria all’interno dei
luoghi detentivi penali, amministrativi e semidetentivi.
Lo abbiamo fatto partendo dal lancio de “lamappadelrazzismo.com“, una mappatura
d’inchiesta del razzismo in Italia e nei nostri contesti, realizzata da diversi
compagni e compagne che in giro per l’Italia lottano contro tale forma di
sfruttamento, detenzione ed espulsione delle persone. Passando per il racconto
della storia di Sanitalia SPA, azienda che attualmente gestisce il CPR di
Torino, abbiamo poi presentato una carrellata di quelle che negli anni sono
state le azioni che hanno colpito coloro che partecipano al business delle
espulsioni. In seguito, è stata proposta un’analisi delle prerogative delle ALS
e dei medici privati pagati dagli enti gestori all’interno dei centri di
detenzione amministrativa, per infine ragionare su come funziona e che tipo di
strumento è la sanità all’interno delle carceri penali. Quest’ultima parte è
stata costruita grazie a contributi di alcune persone che il carcere lo hanno
vissuto il che ci permette di avere una visione quanto più vivida possibile.
Buon ascolto
GRAN GALÀ DI PUTAGÈ @ RADIO BLACKOUT
Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino
(domenica, 5 luglio 16:30)
★★★ IL GRAN GALÀ DI PUTAGÈ ★★★
- Domenica 5 luglio, ore 16.30 - Radio Blackout (Torino) -
La festa di "Putagè - Il programma che non stufa", per celebrare il primo anno
sulle libere frequenze.
Con LUCIO E IL SUO STAGISTA live, rubriche, ospiti, consegna dei
prestigiosissimi Putagè d'oro, piola aperta e dj set del Professor Sborrocko
*************************************
Dalle 16.30 (inizio 17 puntualissime) alla Blackout House si alterneranno sul
palco, insieme a Djanni, Riccio e Radiospalla Sol:
* LUCIO E IL SUO STAGISTA
* "I rimedi della nonna: quando le credenze popolari incontrano la scienza e si
sentono giudicate" con il Chimico Elio e la Biologa Tecla
* "Vulvasaur" con l'Ostetrica Elena
* "Poesie al telefono"
* I messaggi vocali degli ascoltatori raccolti dal nostro scrittore preferito
Walter Comoglio
* I saluti di tutta la redazione
E durante la serata consegna dei prestigiosissimi Putagè d'oro!
Piola aperta e a segure piccolo dj set del Professor Sborrocko
*************************************
► Più info su Putagè: www.radioblackout.org / www.putage.org
POLEMICA - HEAR US SCREAM! RELEASE TOUR 2026
Torre Pellice, La Scuoletta - via Coppieri, 48
(giovedì, 2 luglio 20:00)
SERIGRAFIA CON ASSEMBLEA TERRONA E SPAZIO MUFFA
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(giovedì, 2 luglio 19:00)
In questi giorni di afa torinese vi aspettiamo il 2 luglio dalle 19 a manituana
per una giornata piena di rinfrescanti attività
dalle 19:
serigrafia con @spaziomuffa porta la tua maglietta, la tua mutanda, la tua borsa
o qualsiasi pezzo di stoffa da terronizzare insieme a noi per terrorizzare la
città 🐊
stand up comedy con Nab🌟
con la misandria nel sangue e un tono di voce troppo alto a Nab la stand up
comedy sembra 'a cazzata giusta da provà... nera, lesbica e pure virgo bitch se
siete fortunatə tra 'na lamentela e l'altra, @nabbellabattuta ve la tira
fuori!!!
musica con @lady.bug.dj
mediterranean roots × global bass
suoni organici ed elettronica mediterranea
e...
se Dolce e Gabbana hanno vestito Madonna e la Bellucci di stereotipi del Sud ora
noi li controvertiamo e vi invitiamo alla prima edizione della sfilata Docce e
Sgabella
se vuoi trasformare i tuoi limoni in M*****v e le tue ghirlande in F****e, ti
invitiamo a prenotarti in DM con una breve descrizione di quello che vorresti
indossare e a portare tutta la tua sfacciataggine sulla passerella 👠
durante tutta la serata ci sarà la nostra banchetta con spille, sticker,
portachiavi e apribottiglie: per non trovarti impreparat3, ti consigliamo di
consultare le "Regole della Contrattazione Terron3"!
E ovviamente bar manituana aperto, porta gli spicci no pagamenti elettronici e
No assegni o cambiali!! ❤️🔥
CENA BELLAVITA E LABORATORIO DI SERIGRAFIA
Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)
(mercoledì, 1 luglio 18:00)
Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si
basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti
trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.
SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!
--------------------------------------
COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT
BUS : 33 - CP1 - 76
TRENO : FERMATA COLLEGNO
METRO : FERMI
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NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
Mancano pochi giorni al via di Aspettando L’Alta Felicità, l’anteprima che
scalda i motori in vista della decima edizione del Festival. Ci vediamo al Parco
Robinson di Almese per due […]
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Riceviamo e diffondiamo:
PAROLE PRATICHE
In solidarietà allx compagnx anarchicx arrestatx il 16 giugno 2026
All’alba di martedì 16 giugno l’ennesima operazione repressiva antianarchica,
diretta stavolta dalla procura e dalla Digos di Roma, ha portato alla
perquisizione di varie case di compagnx e spazi occupati in tutta la penisola,
da Bologna a Roma, Torino, Napoli e Forlì. Oltre alle perquisizioni sono state
applicate cinque custodie cautelari in carcere e due arresti domiciliari con
braccialetto elettronico e divieto di comunicazioni.
L’accusa contestata è l’ormai nota “associazione con finalità di terrorismo”
(art. 270 bis). Per due dex sette compagnx si aggiunge inoltre l’accusa di
sabotaggio alle linee dell’Alta Velocità sulla tratta Roma-Firenze, in
riferimento ai fatti dello scorso 14 febbraio. In quell’occasione la
devastazione dei territori di Milano e Cortina, anche nota come olimpiadi
invernali, coincise con una serie di sabotaggi in varie parti della penisola,
tra cui quello contestato in questa operazione.
Ad altri due compagni, tratti in arresto a seguito delle perquisizioni, è
contestato inoltre il possesso di alcuni opuscoli. L’accusa è quella di
“detenzione di materiale con finalità di terrorismo” (art. 270 quinquies-ter),
il cosiddetto “terrorismo della parola”, nuova fattispecie di reato entrata in
vigore nel 2025 con l’ultimo pacchetto sicurezza.
Inoltre, a seguito di questa operazione è stato sgomberato il Bencivenga, spazio
occupato attivo da venticinque anni a Roma.
Vogliamo esprimere con amore e rabbia la nostra incondizionata solidarietà a
tuttx lx compagnx incarceratx, colpitx dalle misure cautelari, indagatx,
perquisitx, sgomberatx, cogliendo l’occasione per dar voce ad alcuni pensieri su
questa ennesima operazione e il contesto in cui avviene.
L’articolo 270bis è ormai il dispositivo principale con cui lo stato, in difesa
di sé stesso e del suo ordine democratico, colpisce il mondo anarchico.
Un ordine democratico basato sulla divisione razzista, classista, patriarcale
della società. Un ordine democratico fondato su guerre e genocidi, realizzati in
un altrove abbastanza lontano -come quello palestinese- così da non perturbare
la finta pace sociale.
La distruzione e lo sterminio, però, nascono proprio qui, nei territori che
abitiamo, prodotti all’interno delle fabbriche di armi e organizzati attraverso
politiche belliche e di riarmo. Parallelamente, in questi altrove lontani,
dispositivi repressivi, di controllo e sorveglianza vengono sperimentati, per
poi essere importati e applicati nel nostro caro occidente.
La violenza del famoso ordine democratico si manifesta con pratiche e meccanismi
differenti: le frontiere che qualcunx può attraversare liberamente sono linee di
morte e di respingimento per altrx, le città e i luoghi che abitiamo ospitano
carceri e cpr, caserme, questure, basi militari e luoghi di sfruttamento e
oppressione. L’ordine democratico si nutre della devastazione del mondo animale
e vegetale. Esso quotidianamente produce e riproduce relazioni umane forgiate
dalla violenza strutturale del colonialismo, del razzismo, del patriarcato e del
classismo. Un ordine che vorrebbe ogni essere vivente fondamentalmente isolato e
anestetizzato.
Di fronte a tutto questo, chi non vorrebbe sovvertire lo stato e il suo ordine
democratico?
È chiaro che allo stato fa paura che a lottare contro tutto ciò non ci sia lo
specchio di sé stesso, ovvero delle presunte associazioni, organizzate,
muscolari e gerarchiche, ma delle individualità che credono e vivono per la
libertà e l’anarchia.
L’introduzione dell’art. 270 quinquies-ter è l’ennesimo tassello che si aggiunge
ai dispositivi di repressione. Un chiaro segno dei tempi, in cui la sola
espressione di ideali di libertà o il rinvenimento di un testo scomodo allo
stato, sono sufficienti per costruire operazioni, agitare lo spauracchio del
terrorismo interno, ingabbiare e reprimere. Lo abbiamo già visto con la
repressione che si è abbattuta nei confronti della resistenza palestinese e
delle manifestazioni in solidarietà ad essa. In particolare ci riferiamo alla
condanna del prigioniero Ahmed Salem per questa stessa accusa di “terrorismo
della parola”, comminatagli sulla base di alcuni video provenienti da Gaza
rinvenuti nel suo cellulare, ma in fin dei conti fondata principalmente sul
fatto che fosse palestinese. Così come, prima di lui è avvenuto, per altre
persone inserite nel calderone del cosiddetto “terrorismo di matrice islamica”.
Tutto questo ci dice quanto può alzare il tiro la macchina della repressione,
che vorrebbe convincerci che lottare abbia un costo troppo alto, dissuadendoci
dal farlo o semplicemente controllando le esistenze di chi ritiene nemico del
suo ordine.
Ma le lotte sono incontrollabili. Esistono ancora cuori coraggiosi che non solo
con le parole, ma anche con l’azione diretta lottano per la libertà. Così è
stato per il sabotaggio della linea AV a febbraio di quest’anno. Chiunque sia
statx, ha compiuto un gesto necessario per opporsi alla guerra, basti pensare
all’accordo inerente la logistica bellica tra la Leonardo e RFI, e alla
devastazione che in quel momento trovava espressione concreta nelle olimpiadi
invernali.
Il legame tra pensiero e azione, fondamento della tensione anarchica, è ciò che
lo stato teme e che, ancora una volta vuole colpire, tentando di isolare e
stigmatizzare le pratiche “terroristiche” da quelle del “legittimo dissenso”.
Questo modus operandi, fondamento dell’agire repressivo, ha toccato il suo
massimo apice con la morte di Sara e Sandro, avvenuta in un casolare di Roma il
19 marzo a seguito dell’esplosione di un probabile ordigno. Lo stato infatti,
con i suoi scribacchini pennivendoli, ha tentato in ogni modo di isolarlx, di
stigmatizzarlx e delegittimarne la memoria, proprio a causa delle circostanze in
cui la loro morte è avvenuta. A differenza di quanto lo stato avrebbe voluto,
intorno ax due compagnx cadutx, si è stretto invece non solo l’intero movimento
anarchico, ma ben oltre. A testimonianza del fatto che ci sono idee e pratiche
proprie di un bagaglio di lotta e di giustizia che ha un orizzonte ben più
esteso di quello che lorsignori vorrebbero. Non è dunque un caso che la
richiesta di custodia cautelare dex 7 compagnx indagatx per 270bis è giunta alla
gip un mese dopo la morte di Sara e Sandro.
E sempre non a caso, l’esecuzione delle misure cautelari avviene nello stesso
periodo in cui il Tribunale di Sorveglianza di Roma è stato chiamato a
esprimersi in merito al rinnovo della detenzione in 41bis ad Alfredo Cospito per
ulteriori due anni. Sappiamo bene come ogni operazione prepari il terreno alla
successiva, e sia funzionale a legittimare ulteriormente le misure applicate
allx compagnx già prigionierx dello stato.
Ma se la loro carta di oggi farà la loro carta di domani, è bene che sappiano
che la nostra solidarietà, quella di ieri come quella di oggi, sarà il motore
della nostra solidarietà di domani, e di sempre. E la migliore solidarietà che
possiamo portare, oltre a stringerci allx nostrx compagnx e supportarlx, è
continuare nelle lotte.
COMPLICI E SOLIDALI CON BIBI, ARNAU, NICO, STE, MICOL, PIETRO, TONY, GIULIA e
LUNA.
TUTTX LIBERX!
Compagnx da Bologna e dintorni