La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
Quindici anni fa, in Val di Susa si scriveva una pagina importante della storia
del Movimento No Tav: quella della Libera Repubblica della Maddalena e della
resistenza collettiva per difendere quel luogo dalla macchina della
devastazione.
Vogliamo oggi riportare la memoria a una di quelle giornate di lotta e
partecipazione: l’8 dicembre 2011, quando migliaia di persone raggiunsero la Val
Clarea per riprendersi un luogo sottratto alla collettività e consegnato alla
controparte per la realizzazione della grande opera.
A distanza di quindici anni, quella giornata torna al centro di una vicenda
giudiziaria che coinvolge cinque attivisti No Tav. Nei loro confronti è stata
avanzata una richiesta di risarcimento di 250mila euro per quelli che vengono
definiti gli «incidenti» con le forze dell’ordine avvenuti durante la
manifestazione.
La somma richiesta riguarda i danni che lo Stato ritiene di aver subito,
comprese le spese per l’impiego delle forze dell’ordine e per le attività
investigative. Di questi 250mila euro, ben 200mila sarebbero riconducibili al
presunto danno d’immagine. Spetterà al Tribunale civile di Torino stabilire se i
danni contestati possano essere effettivamente considerati risarcibili.
Sappiamo bene quanto sia profonda la differenza tra i danni che subiamo e quelli
che la controparte pretende di aver subito. Che oggi si cerchi di individuare
cinque persone come responsabili di un presunto danno all’immagine dello Stato,
chiedendo loro di farsene carico economicamente, ha qualcosa di paradossale.
Soprattutto se si considera che quell’immagine è stata compromessa anche dalle
scelte dello Stato stesso e dal modo in cui ha deciso di imporre quest’opera al
territorio.
Quel giorno, in Val di Susa, c’erano migliaia di persone. Migliaia di persone
che avevano scelto di esserci e di manifestare collettivamente il proprio
dissenso. Non cinque.
La Val di Susa e il Movimento No Tav hanno a cuore la salute dei luoghi in cui
viviamo e delle persone che li attraversano. È per questo che, oggi come allora,
siamo al fianco di chi continua a pagare le conseguenze di quella giornata di
lotta. A loro va tutta la nostra solidarietà, il nostro affetto e il nostro
sostegno.
Perché quella dell’8 dicembre 2011 è una storia collettiva, che non può essere
ridotta alle responsabilità attribuite a cinque persone. E perché, anche a
quindici anni di distanza, continuiamo a sapere da che parte stare.
Ma se parliamo di danni, vogliamo parlare anche di quelli che non compaiono
nelle richieste di risarcimento dello Stato. Di quelli che non si possono
ridurre a una cifra e che, in questi anni, hanno segnato profondamente la vita
di tante persone.
Danni fisici e psicologici, subiti da chi quel giorno si è trovato a fare i
conti con la violenza perpetrata dalle forze dell’ordine e da chi, nel corso di
questi anni di lotta, ha continuato a pagarne le conseguenze. Danni ai corpi,
alla salute e alla psiche, a cui si aggiungono quelli inflitti all’ambiente e a
un territorio che continua a pagare il prezzo di un’opera imposta.
L’8 dicembre 2011, durante la manifestazione, le forze dell’ordine fecero un uso
massiccio di gas lacrimogeni. Quel giorno Yuri, un ragazzo che allora aveva
appena sedici anni, venne colpito alla testa, accanto all’orecchio sinistro, da
un candelotto lanciato dalle forze dell’ordine ad «altezza uomo».
Dopo l’impatto, Yuri iniziò a perdere molto sangue e a vomitare. Nonostante le
sue condizioni, gli venne impedito per circa quaranta minuti di raggiungere
l’ambulanza. Le conseguenze di quel colpo non si sono esaurite quel giorno: Yuri
ha perso parte dell’udito all’orecchio sinistro e ancora oggi la zona del viso
interessata è più sensibile rispetto al resto.
Quello di Yuri è uno degli esempi, purtroppo numerosi, dei danni provocati
dall’utilizzo indiscriminato e irresponsabile dei lacrimogeni.
Le immagini di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, con traiettorie tese e
dirette contro i manifestanti, si sono ripetute innumerevoli volte, in Val di
Susa come in tante altre piazze italiane. Una pratica che solleva interrogativi
profondi sulle regole che disciplinano l’impiego di queste armi, sulla loro
effettiva applicazione e sulla responsabilità di chi ne dispone l’utilizzo.
I lacrimogeni vengono spesso definiti armi «meno letali», ma questa definizione
non significa che siano innocui. Gli effetti dell’esposizione possono essere
particolarmente gravi: anche a basse concentrazioni, gli agenti lacrimogeni
hanno un’azione irritante su cute, occhi, apparato respiratorio e tratto
gastrointestinale. In determinate circostanze, l’esposizione può provocare
lesioni anche serie e coinvolgere altri organi, con possibili conseguenze a
lungo termine.
A questi effetti si aggiunge la componente psicologica: il panico, il
disorientamento e la difficoltà di respirare in una situazione di tensione
possono aggravare ulteriormente le condizioni di chi viene colpito o si trova
nelle immediate vicinanze. Non si tratta soltanto di ciò che accade nell’istante
in cui il gas viene disperso, ma anche di quello che rimane dopo.
Ci sono poi le conseguenze ambientali. Alcuni residui dei dispositivi
lacrimogeni, compresi gli additivi utilizzati per favorire la dispersione
dell’agente, possono depositarsi al suolo e persistere nell’ambiente, con la
possibilità di essere nuovamente sollevati sotto forma di polveri. L’impatto
dipende dalla composizione dei prodotti utilizzati e dalle condizioni di
esposizione, ma resta una questione che non può essere ignorata, soprattutto
quando questi strumenti vengono impiegati ripetutamente in un territorio abitato
e attraversato da migliaia di persone.
E allora viene da chiedersi quale sia il senso di un uso così massiccio di
questi strumenti per «disperdere» i manifestanti. Perché ciò che abbiamo visto e
continuiamo a vedere in Val di Susa va ben oltre l’immagine di un intervento
finalizzato a ristabilire l’ordine: troppo spesso, la gestione dell’ordine
pubblico si traduce in lanci diretti e situazioni in cui le persone vengono
esposte a rischi concreti per la propria incolumità.
Anche noi, dunque, vogliamo parlare di danni. Di quelli che la Val di Susa ha
subito e continua a subire, senza che le venga riconosciuto alcun risarcimento.
Di quelli che si accumulano sui corpi delle persone, nella loro salute e
nell’ambiente in cui vivono.
Per il danno d’immagine dello Stato si chiedono centinaia di migliaia di euro.
Ma chi risarcirà le persone che hanno riportato conseguenze permanenti? Chi
risarcirà un territorio ferito, gli ecosistemi compromessi e tutto ciò che è
stato distrutto in nome di un’opera imposta?
L’immagine dello Stato, in un modo o nell’altro, troverà sempre il modo di
essere difesa. La salute, invece, non si restituisce con una sentenza. E ciò che
viene compromesso nell’ambiente non sempre può essere ripristinato.
Ogni lacrimogeno lanciato lascia conseguenze che vanno ben oltre il momento in
cui viene sparato. Ogni ferita che non guarisce, ogni danno che si accumula,
ogni equilibrio ambientale compromesso ci ricorda che esiste un prezzo reale,
umano e collettivo.
Ma la storia della Val di Susa non è soltanto una storia di ferite e
ingiustizie. È quella di una comunità che ha saputo organizzarsi, resistere e
immaginare un futuro diverso, senza mai smettere di difendere la propria terra.
A quindici anni da quella giornata, continuiamo a rivendicare le ragioni di
quella lotta e a opporci a un modello di sviluppo che devasta i territori e
sacrifica la salute delle persone in nome del profitto e degli interessi di
pochi.
E se oggi lo Stato pretende 250mila euro per i danni che sostiene di aver
subito, è necessario ribaltare la prospettiva: la responsabilità del danno alla
sua immagine non può essere scaricata sul Movimento No Tav, ma va ricercata
nelle scelte dello Stato stesso. Nell’impositione di un’opera contestata da una
comunità, nella militarizzazione di un territorio e nella gestione del conflitto
che ne è derivato. Non è chi si oppone a un’opera a compromettere l’immagine
delle istituzioni, ma sono le istituzioni stesse a dover rispondere delle
proprie scelte e delle loro conseguenze.
Non saranno le richieste di risarcimento a cancellare le ragioni della nostra
lotta, né a trasformare una vicenda collettiva nella responsabilità di cinque
persone. Continueremo a difendere la Val di Susa, a sostenere chi viene chiamato
a rispondere per una lotta che appartiene a migliaia di persone e a costruire
un’alternativa concreta a un modello che mette il profitto davanti ai territori
e alle comunità.
La nostra storia non può essere ricondotta a dei presunti danni da risarcire. La
nostra è una lotta collettiva che continua, perché il futuro della Val di Susa
vogliamo deciderlo noi. Si parte e si torna insieme, sempre.
NuovoCSDownload
♪ Morphine — Cocoon
▸ Oroko. Ghana. [2026-10-08 12:36–12:46]
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♪ Seu Jorge — Everybody Loves the Sunshine
cazzo vuoi? ascolta e non rompere i coglioni
L’assemblea dei lavoratori e lavoratrici del bar Sodexo Student Zone è in
sciopero da tre settimane per denunciare i maltrattamenti da parte della azienda
verso i dipendenti.
A scatenare la mobilitazione è stato il licenziamento improprio di Samuele, che
è stato lincenziato a seguito di svariate richieste per recepire la
remunerazione a lui dovuta per gli straodinari fatti e che non gli erano stati
riconosciuti.
Dopo i primi due scioperi l’azienda è disposta a trattare pagando gli
straordinari dovuti a Samuele, ma non a tutti i/le dipendenti a cui sono dovuti.
Tuttavia non sono ancora venuti incontro ad altre richieste riguardo le
condizioni di lavoro e contrattuale che sono state denunciate dall’assemblea.
Lo scipero continua ogni venerdì davanti allo Student Zone ai Murazzi e sabato
17 ottobre è stato convocato un presidio alle 10.
Ascolta la diretta in collegamento con COLPO (Coordinamento Lavoro Precario
Organizzato) e con Samuele:
Martedì 13 Ottobre 2026 – Overjoy 297
Oggi nuovamente ospite in studio Erica P!
SCIOPERO STUDENTESCO
Palazzo Nuovo - Via Sant'Ottavio 20 a Torino
(venerdì, 16 ottobre 09:30)
16/10 SCIOPERO STUDENTESCO :
SOLDI ALL'UNIVERSITÀ NON ALLA GUERRA!
h. 9:30 PALAZZO NUOVO
Il 16 ottobre, in occasione dello sciopero studentensco , scendiamo in piazza
anche come universitari contro questo modello di università che favorisce i
privati e gli accordi bellici invece del nostro diritto allo studio.
Studentati fatiscenti , insufficienza di posti letto, aule sovraffollate e
carostudi: gli studenti universitari di tutto il paese, dalle tende alle piazze,
si stanno mobilitando per conquistarsi un diritto allo studio e un futuro!
Nell'ultima settimana a Torino siamo stati in tenda in presidio permanente sotto
la sede di EDISU per ottenere soluzioni concrete di fronte alle centinaia di
studenti che da un giorno all'altro sono stati spostati in residenze fuori città
e per denunciare l'insufficienza di posti letto pubblici e la condizione
fatiscente degli studentati.
Contemporaneamente siamo stati in presidio sotto l'ufficio Edilizia di Unito
consegnando una lettera che si rivolge all'ufficio, alla Rettrice e a tutti i
dipartimenti per denunciare la situazione delle aule sovraffollate e chiedere
più aule e spazi universitari.
Di fronte alle cariche agli studenti in presidio sotto EDISU e al silenzio dei
Rettori la lotta non si ferma:
dal 16 fino allo sciopero generale del 30 ottobre scendiamo in piazza a Torino
contro l'unversità che Bernini , governo, EDISU e Rettori ci stanno consegnado!
Da tutto il paese gli studenti chiedono più soldi all'università e non alla
guerra, il 16 ottobre svuotiamo anche le aule universitarie e accendiamo la
miccia anche in Italia:
NOI LA GUERRA NON LA PAGHIAMO⚒️🔥
OCCUPA TUTTO!
Primo Liceo Artistico Statale Occupato - Via Carcano 31
(mercoledì, 14 ottobre 20:00)
Da parigi a torino FACCIAMO CASINO!
BENEFIT INGUAIAT
-
INIZIO ALLE 20 FINO AD ESAURIMENTO
-
Festeggiamo la terza giornata di occupazione dalle barricate con:
ZILLO rap puzzone gay da chivasso
PUTIFERIO teppajazzcore da to
NUMERO ZERO chipmunks hc da to
R.N.T.P. barbapapàcore da to
-
LASCIA A CASA IL BAU!
-
NO FASCI - NO - MACHI - NO SBIRRI
Ieri è stato sollevato in Consiglio Regionale il problema delle cimici dei letti
all’interno della sezione maschile del carcere di Torino. La questione è uscita
grazie a dei fogli di diario, alcuni passaggi sono stati letti anche in seduta
di Consiglio.
Noi li abbiamo ricevuti da alcuni detenuti e di seguito li ripubblichiamo
integralmente.
diario cimiciDownload
Ne avevamo già parlato qui quando, a seguito di racconti di detenuti, abbiamo
avuto la possibilità di fare uscire il tema. Erano coinvolti sicuramente il
Blocco B e la decima sezione in particolare. Ma, stando alle ricostruzioni,
sembra molto probabile un’infestazione del magazzino dei materassi del carcere,
oltre che delle celle.
Da allora non è stata fatta alcuna azione per migliorare le condizioni.
In questa intervista su Radio Blackout Giorgio, da poco uscito dal carcere per
termine di sconto della pena, racconta in maniera dettagliata la situazione.
Giorgio Rossetto, militante di lunga data dell’Autonomia torinese e della
resistenza No Tav, è recentemente uscito dall’ennesimo periodo di detenzione,
scattato il 22 agosto 2026 con la revoca degli arresti domiciliari.
Grazie al suo contributo cerchiamo di osservare la situazione attuale
all’interno del carcere delle Vallette a Torino, tra processi di
deumanizzazione, autolesionismo e suicidi, disperazione dilagante e sofferenza
sociale:
Qui il video in cui la consigliera regionale Alice Ravinale solleva la questione
Anche al Tg Regionale di martedì 13 ottobre è passato un servizio sulle
condizioni del carcere di Torino.
Ciò che già scrivevamo qualche settimana fa “Chissà se il Sindaco Lo Russo, il
Presidente della Regione Cirio o il ministro della Giustizia Nordio se ne
fregheranno altamente anche questa volta. Certo è che i detenuti e le detenute
devono aver riconosciuta la loro dignità e molte volte trovano anche da soli il
modo per farla rispettare, come successo nei giorni scorsi nel carcere Don Bosco
di Pisa” possiamo riproporlo senza modifiche a riprova dell’inerzia e totale
disinteresse delle istituzioni a fronte di una situazione gravissima.
Sei anni e sei mesi ad Alessandro Migliore, quattro anni e tre mesi a Loris
Colpini. Nell’“acquario” della Questura venivano picchiati e umiliati migranti e
persone senza dimora. La sentenza …
PROIEZIONE DI HOGRA: LE DIFFICOLTÀ DEI MIGRANTI NEL RAGGIUNGERE L'EUROPA
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(giovedì, 15 ottobre 19:30)
Il 14 e il 15 ottobre il Campus Einaudi a Torino ospita il primo evento pubblico
di Università Che Vogliamo, un percorso nato dalle assemblee che da tempo
discutono di come sta cambiando l’università e di che ruolo dovrebbe avere nella
società.
Da Radio Blackout
Il punto di partenza è una distinzione netta: da una parte l’accademia,
dall’altra l’università. L’accademia è un’organizzazione del lavoro fondata
sullo sfruttamento, materiale e intellettuale. Vive di gerarchie, selezioni,
gare d’appalto e carriere da gestire, e finisce per addomesticare la ricerca e
riprodurre poteri consolidati. L’università, invece, è la possibilità concreta
di progettare nuova vita e nuova società. Due orizzonti che si contendono lo
stesso terreno e le stesse forme di vita.
Ne abbiamo parlato con Rosa, dell’Assemblea precaria di Torino. Ci ha spiegato
perché questo percorso si presenta come un cantiere aperto, un laboratorio da
organizzare insieme, e perché si parte dalla parola “progetto”: per metterla in
tensione e sottrarla ai significati precarizzanti e produttivisti a cui
l’accademia ci ha abituatә.