Il settore agricolo in crisi: voci da Campania e Piemonte
Da diversi giorni gli agricoltori sono tornati a mobilitarsi. Come ribadiscono con forza dal 2024, il settore primario è in crisi: costi di produzione che eccedono il guadagno, indebitamento, squilibri di potere lungo le filiere della GDO, difficoltà climatiche, politiche agricole inadeguate ai più, assenza di ricambio intergenerazionale. Oggi, il lievitare del costo del carburante si inserisce in un contesto di aumento dei costi di produzione (es. fertilizzanti e concime), mettendo particolarmente in crisi il settore cerealicolo, determinato dai conflitti in corso. Le risposte di questi giorni consistono in blocchi stradali  e di autocisterne di carburante (in particolare in Calabria e Sicilia, dove sono coinvolti anche i pescatori), latte versato sulla Via Aurelia (Lazio), cortei di trattori, presidi (in Puglia, dove si denuncia l’olivicoltura in crisi)  e sit-in a Roma, in piazza Santi Apostoli. Non mancano i tavoli di confronto con le autorità (come in Calabria), ma le misure promesse vengono generalmente giudicate insufficienti.  Come sottolineano spesso le organizzazioni nate dalle proteste dei trattori del 2024, che cercano di interfacciarsi direttamente con l’opinione pubblica, mentre il margine degli agricoltori è ridotto all’osso, i prezzi dei prodotti sugli scaffali continuano a salire. Più in generale, nelle mobilitazioni si parla tanto di carovita, e questo sta portando altre categorie di lavoratori e lavoratrici ad unirsi. Ne parliamo con Gabriele Forte, agricoltore in Campania e membro di Agricoltori Italiani, e Ivo Pittorini, allevatore in Piemonte. Ivo fa parte della realtà Agricoltori Autonomi Italiani Piemonte.
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OPERAZIONE SOVRANO: continuano le udienze
Lunedì 12 ottobre ripartirà dopo la pausa estiva il dibattimento nel processo d’appello a carico dell* imputat* del Movimento No Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda. Verranno nuovamente interrogati alcun* imputat*. L’udienza durerà tutta la mattina, quindi ogni momento sarà buono per raggiungere l’aula e portare la nostra solidarietà! Per 16 persone, l’accusa è di associazione a delinquere, per aver partecipato alle lotte sociali e ambientali che hanno animato Torino e la Val Susa. SIAMO TUTT* E TUTTE ASSOCIAZIONE A RESISTERE! GIÙ LE MANI DAL MOVIMENTO NO TAV – GIÙ LE MANI DA ASKATASUNA
La fine del genocidio è la fine del sionismo
Riportiamo l’intervento introduttivo del convegno svoltosi mercoledì 7 ottobre presso l’Università di Torino, organizzato dal coordinamento Torino per Gaza, dal titolo “La fine del genocidio è la fine del sionismo”. In questa introduzione vengono toccati molti nodi politici fondamentali che aiutano a capire quanto sia mistificato il dibattito attorno alla resistenza palestinese da gran parte dei media main stream. L’evento è stato partecipato da più di 300 persone che hanno ascoltato gli ospiti invitati in presenza e in collegamento. Alla fine del convegno si è dato vita ad un corteo attorno al polo unversitario del campus Einaudi letteralmente circondato dalle forze dell’ordine. Infatti sono state schierate una ventina di camionette, un idrante e centinaia di poliziotti in assetto antisommossa e in borghese. La governance universitaria si è piegata a questa ennesima militarizzazione del dissenso, i cui effetti ricadono su chiunque viva lo spazio universitario. In un momento in cui vengono approvati decreti che vogliono bollare come antisemita ogni voce in disaccordo con le politiche genocide di Israele crediamo sia ancora più importante dare spazio alle ragioni che animano la solidarietà al popolo palestinese e alla sua resistenza. Buona lettura! Buonasera a tutti e tutte, Vogliamo ringraziarvi moltissimo per essere qui oggi con noi e, soprattutto, per essere qui ad ascoltare i nostri ospiti. Con noi oggi abbiamo Adel, della rete Samidoun, è una rete internazionale di organizzatori e attivisti impegnati a promuovere la solidarietà con i prigionieri palestinesi nella loro lotta per la libertà. Atef, studente palestinese, e Miriam Abu Daqqa, attivista femminista palestinese e dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).  Prima di dare la parola a loro, vorremmo spendere due parole sull’importanza di essere qui oggi e sull’importanza di un dibattito di questo tipo all’interno dell’università.  Questo in cui ci troviamo è un luogo di sapere, di pensiero critico ma il sistema di guerra e di israelizzazione delle società sta rendendo le università un veicolo propagandistico a favore del genocidio. Le futili polemiche giornalistiche, non possono nei fatti impedirci di far emergere un’analisi completa che permette di leggere eventi come il 7 ottobre nella loro storicità ma soprattutto di assumere lo sguardo dell’oppresso e un approccio decoloniale per comprendere gli sconvolgimenti del presente. Il sapere viene utilizzato per  mantenere una precisa torre d’avorio: quella del potere.  Il sistema della formazione dentro cui veniamo educati, sin dai primi anni di scuola, ci insegna unicamente ad acconsentire, a stare zitti, a non interrogarci, ma soltanto a integrarci ad un sistema di sopraffazione e violenza. Basti pensare che, ad esempio, in cinque anni di scuola superiore, nessun programma affronta davvero il colonialismo. Nessuno affronta la storia della schiavitù, della segregazione dell’Africa e della sua spartizione secondo gli sporchi interessi europei.  a Nessuno viene insegnato che, tuttora, per avere un’Europa ricca e benestante (sempre per pochi) è necessaria una periferia, uno scarto, un luogo di lavoro, di sfruttamento e di povertà. E questo luogo viene rappresentato dai Paesi del Sud globale. A Nessuno viene insegnato che gli Stati Uniti d’America hanno macellato e distrutto interi territori del Medio Oriente per il puro controllo delle risorse e del petrolio. in virtù di questo appare chiaro che raccontare la verità è un compito sempre più nobile e sempre più difficile, soprattutto quando le aule vengono negate, i microfoni vengono spenti, e le voci vengono silenziate. Il 7 ottobre 2023, il muro che ha confinato la popolazione di Gaza per oltre vent’anni si è aperto per la prima volta. È bene sottolineare come il 7 ottobre non sia stato l’inizio del genocidio, bensì l’inasprimento e l’innalzamento di uno sterminio che era già in corso a “bassa intensità”, da quasi ottant’anni. Non possiamo non leggere questa data come un evento che si inscrive all’interno di precise coordinate storiche, dentro un processo coloniale feroce e dentro un regime di apartheid. La strumentalizzazione di questa data è direttamente imputabile alla volontà di continuare questo genocidio, che ormai non riguarda più soltanto la Palestina, ma tutto il Medio Oriente. Abbiamo visto come questa data abbia scosso il mondo intero e come abbia dato vita a un movimento globale che, per tre anni di fila, ha continuato a scendere nelle strade, nelle manifestazioni, nei presidi e negli scioperi globali. La Palestina e il 7 ottobre hanno rotto quella patina di indifferenza e di individualismo nella quale erano immerse le nostre vite, facendoci comprendere, man mano, quanto fosse importante lottare per questa lotta anche per i nostri territori, per i nostri diritti. Vediamo un Occidente immerso in politiche di ultradestra, in politiche guerrafondaie, in politiche volte al riarmo, a valori xenofobi, classisti e razzisti. Come sempre, è stato messo un po’ ovunque in atto il dispositivo del divide et impera per far tacere il malcontento popolare. Tre anni quindi, nei quali assistevamo al massacro del popolo palestinese, ma nei quali, parallelamente, vedevamo anche qui, tra le nostre vie, i risvolti di quelle stesse politiche. Quando vogliamo inserire il 7 ottobre all’interno di una cornice di analisi decoloniale, lo facciamo anche in virtù della sua forzata strumentalizzazione, che si fonda su due delle matrici più importanti: da un lato l’antisemitismo e dall’altro l’islamofobia. Due fenomeni che vengono continuamente messi in contrapposizione, facendoci credere che l’islamofobia sia una diretta conseguenza dell’antisemitismo, che quest’ultimo esista perché i popoli musulmani praticherebbero odio e violenza. Ebbene, sarebbe utile oggi ricordare che la Shoah è una diretta conseguenza dell’odio e della violenza praticati dal mondo occidentale; che coloro che oggi parlano di democrazia e di antisemitismo, che a gran voce gridano “mai più”, sono gli stessi che hanno praticato il genocidio contro gli ebrei e sono anche gli stessi che continuano a sostenere politiche di violenza e di sterminio in Palestina. Spesso e volentieri dimentichiamo la nascita della questione palestinese, che viene fatta coincidere con il 1948, con la Nakba, una delle più grandi espulsioni forzate della storia. Ma sarebbe importante ricordarsi del 1936, l’anno della Rivolta araba, l’anno nel quale il dominio britannico e le bande armate sioniste spinsero per il controllo della Palestina. E questo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio incondizionato degli inglesi, senza l’appoggio incondizionato dell’Europa intera. Che cosa ce ne facciamo allora di quel “mai più”? Che cosa ce ne facciamo di tutte le ipocrite dichiarazioni di pace, quando questa pace vuole essere garantita soltanto a una parte del mondo? Al mondo bianco, al mondo che detiene il potere, il capitale, il potere economico. Perché non sentiamo mai parlare di “mai più” quando si parla del genocidio in Palestina, nonostante le immagini terrificanti che siamo costretti a vedere ogni giorno? Nel raccontare la verità è importante ricordare che il futuro della Palestina è anche nelle nostre mani, che la nostra voce può fare da megafono e che raccontare la verità significa anche dire che le elezioni che ci saranno questo ottobre sono uno schiaffo a qualsiasi valore etico e morale. Vogliono farci credere che  il problema sia il governo di estrema destra di Netanyahu e non l’esistenza stessa dello stato coloniale e illegittimo israeliano. tant’è che i sondaggi in israele danno netanyahu in minoranza non tanto perchè si è reso protagonista dell’ultima e più feroce fase del genocidio, ma piuttosto perchè non sia stato abbastanza sanguinario dal punto di vista degli israeliani.  la sinistra israeliana sostiene di voler ritornare a quello che c’era prima. Ma cosa c’era prima del 7 ottobre in Palestina? C’erano gli arresti. C’era Gaza sotto embargo. C’era la colonizzazione feroce della Cisgiordania. C’erano la devastazione, l’odio e l’impossibilità, per i palestinesi, di condurre una vita normale. In Palestina non c’è una famiglia che non abbia un componente in carcere o che non abbia un martire. Ecco che cosa c’era prima del 7 ottobre in Palestina. C’era l’apartheid. C’era un progetto di devastazione più lento, più difficile da scrutare, più difficile da vedere nella sua interezza rispetto a quello che abbiamo potuto osservare dopo il 7 ottobre. Non possiamo raccontarci che possa cambiare qualcosa. I sionisti che vivono nella palestina occupata hanno l’unico obiettivo di realizzare la grande israele, progetto coloniale che prevede l’annessione della cisgiordania, del libano e il controllo di ciò che chiamiamo medio oriente. E’ a partire da momenti come questi che scegliamo non solo di non sostenere tutto questo, ma di dare uno spiraglio per un mondo diverso.  Ai nostri ospiti oggi chiediamo di darci tre panoramiche diverse, tre prospettive, tre sfumature attraverso cui leggere quello che sta accadendo. Abbiamo il piacere di avere con noi Miriam Abu Daqqa, a cui chiediamo di approfondire le conformazioni e le stratificazioni della resistenza in palestina e come questa si connette a ai suoi alleati in medio oriente e nel mondo  avremo poi Adel, della rete samidoun a cui chiediamo di delineare meglio il processo storico che ha portato la palestina alla ribellione che nel 2023 ha cambiato il segno della storia odierna. E infine Atef a cui chiediamo di fare un focus sulla resistenza qui in Italia, con particolare attenzione al ruolo della diaspora palestinese e alla questione dei prigionieri politici palestinesi. A loro, quindi, la parola.
Comunità rom e politiche pubbliche a Napoli. Molti piani, pochi fatti
(disegno di ottoeffe) Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera 592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti amministrativi e interviste. «Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità, perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024 l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli comuni alle grandi città. Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale (Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni, a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali. La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e, soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia. I BUONI PROPOSITI Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale – istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione. È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio: otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del 2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi di un sostegno all’autonomia delle famiglie. Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo, un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota, della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento “verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie. L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della Sanità-Materdei. Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro, il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove hanno radicato la propria esistenza. La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate, indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di fare riferimento. IL NODO DELL’ANAGRAFE L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto, invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già sperimentate negli anni precedenti. Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato, l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi, che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati: quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla documentazione raccolta. Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania, l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano, ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito, negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e sul lavoro nero? Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e, in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato. Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali. La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità. Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente esercitati. La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli. Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom. Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione, introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici. Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione? Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste, però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti, quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente l’iscrizione anagrafica. Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo 2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di “sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle decisioni che le riguardano. A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri.  Anche la raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca. Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo, ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel presente. (pasquale frattini)
napoli
Cosenza: la popolazione e gli agricoltori si mobilitano contro il carovita e il caro carburante
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Da Radio Blackout Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno di una macchina agricola può costare più di 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori brutti”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico di USB e de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Brutti:
Spagna: morte di Maricarmen, verso lo sciopero generale dell’11 novembre
In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare. da Radio Blackout Ieri sera è giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a seguito dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata ricoverata. Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative in Spagna e alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una donna uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo sciopero generale dell’11 novembre.  Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito indipendentista catalano.  Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase di riarmo e guerra.  Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio informativo “Barcellona chiama Italia“ Di seguito un audio di Aniello Lampo, compagno di base a Madrid, sempre a cura dell’informazione di Radio Blackout Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen  Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón di Madrid. Aveva 87 anni. Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17 anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta morire anche lei. Ma non glielo hanno permesso. La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente. Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di quanto percepiva con la sua pensione. Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo sfratto. Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale. Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29 settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa con un affitto compatibile col suo reddito. Ma non ce l’ha fatta, è morta prima. Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa. Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio. Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un diritto? Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando por lo que es vuestro”. Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.
Spagna: morte di Maricarmen, verso lo sciopero generale dell’11 novembre
In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare. Ieri sera è giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a seguito dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata ricoverata. Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative in Spagna e alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una donna uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo sciopero generale dell’11 novembre. Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito indipendentista catalano. Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase di riarmo e guerra. Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio informativo “Barcellona chiama Italia“ Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón di Madrid. Aveva 87 anni. Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17 anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta morire anche lei. Ma non glielo hanno permesso. La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente. Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di quanto percepiva con la sua pensione. Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo sfratto. Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale. Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29 settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa con un affitto compatibile col suo reddito. Ma non ce l’ha fatta, è morta prima. Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa. Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio. Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un diritto? Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando por lo que es vuestro”. Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.
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COME SE NULLA FOSSE. SUL BLOCCO DEI SANTUARI-FORTEZZA DEL CALCOLO.
Larga parte della critica contemporanea commette un errore prospettico: interpreta i data center come un’entità speculativa o una minaccia differita nel tempo. La tesi consolatoria della «bolla finanziaria» è solo un velo ideologico che induce all’attesa. La realtà del calcolo continuo descrive una traiettoria capovolta: lo sradicamento dei luoghi di vita e il sequestro della terra sono la precondizione fisica dell’apparato, irrevocabili prima ancora che i server vengano accesi. In questa puntata mettiamo in fila le svolte materiali di un’aggressione planetaria: dall’hardware bellico in Ucraina alla proliferazione dei santuari-fortezza del calcolo, la cui logica non nasce con la «Intelligenza Artificiale» — feticcio ideologico utile solo ad antropomorfizzare la macchina — e nemmeno con Internet. Affonda le sue radici nella storia profonda del capitalismo coloniale e dell’accentramento logistico novecentesco tra Stato, scienza e industria, che in Italia si materializza fin dal luglio 1967 con il consorzio interuniversitario CINECA e l’installazione del primo supercomputer d’importazione. Il tecnocapitale pretende di ridurre il vivente a riserva quantificabile per farlo bruciare dentro processori protetti militarmente, ma urta costantemente contro l’irriducibile densità della vita. Dall’hinterland milanese, la voce di un compagno ci porta dentro la cronaca di un’azione diretta a Rho, teatro il 3 ottobre del primo corteo in Italia contro i data center. Un attacco materiale importante: duemila persone hanno violato i perimetri di lamiera dell’ex Nilit-Radici, occupando l’area di scavo dove il colosso australiano Goodman Group progetta l’ennesimo santuario-fortezza computazionale. Se l’umano oggi convive con la sospensione del senso e con la catastrofe presente senza darsene pensiero, letteralmente come se nulla fosse, davanti alla banalità nichilista del puro funzionamento ha ancora senso chiedere una gestione più “democratica” dei data center o è tempo di stare in strada e farsi ostacolo fisico per interrompere il flusso?
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