[2026-10-23] Nessun* è straniero* - Assemblea pubblica @ Cecchi point
NESSUN* È STRANIERO* - ASSEMBLEA PUBBLICA Cecchi point - Via antonio cecchi 17 (venerdì, 23 ottobre 18:00) Da settimane ormai le scuole di tutta Italia sono in stato agitazione. Decine sono gli istituti occupati e decine di migliaia le studentesse e gli studenti scesi per strada a contestare non una singola riforma, ma l’intero sistema scolastico, in quanto ingiusto e impoverito. Di fronte al mobilitarsi dei più giovani questo governo mostra apertamente come intende affrontare il dissenso: reprimendo muscolarmente e violentemente e promuovendo sempre più apertamente politiche di criminalizzazione nei confronti di quelle soggettività indomite e che oggi si rivoltano contro un sistema scolastico sempre più fatiscente e iniquo . Sono sotto gli occhi di tutti le scene di questi giorni: arresti violenti dentro le scuole, digos e polizia che entrano negli edifici scolastici per rincorrere, picchiare e fermare minorenni accompagnate da una sfilza di dichiarazioni da parte degli organi istituzionali che proseguono nel progetto di criminalizzazione del dissenso.  Il sistema scolastico progressivamente sembra essersi trasformato in un dispositivo che risponde a logiche sempre più punitive che educative. Le rivendicazioni degli studenti che provano a riappropriarsi di spazi e dei luoghi scolastici,  per respingere il progetto classista, vengono silenziate, ignorate e infine derubricate a questioni di “ordine pubblico” e duramente represse a suon di manganello e cariche di polizia. I decreti e le leggi promossi dal Governo Meloni in materia scolastica spingono sempre più apertamente nella direzione di un allargamento del divario tre le scuole dell’ “eccellenza” e le altre invece che devono fungere solamente da incubatrici di futura manodopera a basso costo.  In questo progetto di segregazione ed esclusione va inquadrato anche il nuovo decreto sul tetto del 30% degli studenti definiti “stranieri”. Non possiamo vivere passivamente tutto ciò, noi lavoratori e lavoratrici della scuola dobbiamo prendere parola e dire chiaramente che siamo accanto a ragazze e ragazzi che ci opponiamo fermamente a questi. Noi, che attraversiamo quotidianamente le strutture fatiscenti e precarie degli edifici scolastici, che subiamo da anni processi di precarizzazione ed impoverimento e che oggi assistiamo al dirottamento dei fondi pubblici dall’istruzione alle spese militari,  non possiamo restare indifferenti alla richiesta di solidarietà attiva e di confronto che ci è giunta a più riprese dall’universo studentesco in fermento, non solo in Italia ma in tutta Europa. Dobbiamo esserci, accanto ai giovani per supportarli in questa mobilitazione ed invertire ora la deriva autoritaria, classista e razzista che i decreti di questo governo stanno imponendo nel mondo scuola. Il mondo della scuola è la nostra quotidianità e ci chiede a gran voce un supporto e una presa di posizione, organizziamo una risposta comune!
antirazzismo
scuola pubblica
Puntata del 20/10/2026@1
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Raffaele Cataldi del Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti di Taranto sul futuro della città nella fabbrica. Sabato 17/10/2026 a Taranto è tornata in piazza contro l’ex Ilva. Migliaia di persone, con le croci dei bambini uccisi dal veleno in testa al corteo, hanno rifiutato il ricatto occupazionale e la delega alla magistratura in vista dell’udienza della Cassazione del 20 ottobre. La salute come questione di classe, la riconversione come autodeterminazione dal basso: questa la cornice politica della mobilitazione. Intanto le Sezioni Unite della Cassazione si sono riservate di decidere sui ricorsi contro lo stop dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto (scadenza 25 ottobre). Il PM Birritteri ha chiesto di annullare il provvedimento, ritenendo carente il bilanciamento tra salute e produzione. Gli impianti restano in preriscaldo minimo fino al 15 dicembre grazie a un decreto del Governo. Lo stop potrebbe colpire 6.964 lavoratori su 7.875 a Taranto, con ulteriori 870 addetti a Genova, 515 a Novi Ligure e 117 a Milano. Al Ministero del Lavoro è in corso il confronto sugli ammortizzatori sociali per una nuova richiesta di cassa integrazione che coinvolgerebbe 8.622 dipendenti del gruppo. Con l’aiuto di Raffaele abbiamo analizzato il nodo giuridico della sentenza, le condizioni dei lavoratori Tarantini inclusi quelli dell’indotto e la strategia della rete di cittadini che da tempo chiedono la chiusura della fabbrica. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Armando Palombo, coordinatore della RSU Fiom Cgil dello stabilimento ex Ilva di Genova sulla vertenza di Cornigliano che si inserisce in una linea che la Fiom porta da mesi: rifiuto della cassa integrazione come strumento strutturale, difesa dell’occupazione contro la logica della “sospensione tecnica”, e richiesta di un piano industriale per il sito genovese che non sia dipendente da Taranto. Il riferimento al “ciclo corto” respinto a dicembre è il precedente più recente di questa linea. Taranto si spegne per un decreto del tribunale. Cornigliano si ferma perché non ha coils. Non produce acciaio: lo trasforma. Senza materia prima, si blocca. I commissari di Acciaierie d’Italia hanno un piano: 35.000 tonnellate di coils da fornitori esterni. Ma a gennaio. Non a novembre. In mezzo, due mesi di buco. Due mesi che si chiamano “sospensione tecnica temporanea”. Venerdì notte, una PEC: 870 su 917 in cassa integrazione fino a febbraio. Quasi tutti. La Fiom: «Comportamento schizofrenico, irresponsabile e codardo». I lavoratori occupano l’aeroporto per dieci ore. Il Ministero congela la CIG a 280. Sette giorni. Il 27 ottobre si va a Palazzo Chigi. I lavoratori chiedono: coils ora, piano scritto, legge se serve. Buon ascolto
cassa integrazione
mobilitazione
Genova
EX ILVA
Taranto
Sito di Orbassano: passa anche dal FAI il greenwashing del TAV
Lo scorso lunedì 12 ottobre un gruppo di Ambassador della Federazione Autotrasportatori Italiani ha visitato il terminal ferroviario di SITO Logistica a Orbassano. La visita è stata raccontata dall’associazione stessa come “un’occasione di approfondimento e conoscenza diretta di una delle realtà strategiche per la logistica e il trasporto merci del Nord-Ovest”. Il terminal è interessato dal progetto della tratta nazionale della Torino Lione proposto da RFI, quello stesso progetto per cui si è lungamente e aspramente discusso ai tavoli di lavoro in Regione coinvolgendo anche le istituzioni comunali dei territori su cui insiste il progetto, l’Unione Montana Valle Susa e il suo comitato tecnico. Un precedente progetto preliminare era stato depositato da RFI nel 2011, per la realizzazione della tratta di accesso italiana al tunnel di base, da Bussoleno a Settimo Torinese. Tale progetto non è mai stato approvato e successivamente è stato oggetto di una revisione da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, che ha cancellato larga parte delle previsioni iniziali. A fine 2025 RFI ha ridepositato un progetto definitivo per la realizzazione di un tratto di 23 km tra Avigliana e lo scalo merci di Torino Orbassano in aggiunta alla linea ferroviaria esistente. Progetto per il quale se da un lato il costo aggiornato è già fuori controllo (pari a 3 miliardi di euro senza alcuna speranza di ottenere finanziamenti dall’Europa), dall’altro si basa su delle previsioni trasportistiche completamente inconsistenti, aspetti che d’altronde caratterizzano l’intero progetto della linea Torino-Lione. La linea esistente è sottoutilizzata, si parla di un uso pari a meno di un terzo della sua capacità. Infatti i treni merci di autostrada ferroviaria tra Orbassano e Aiton sono stati già abbandonati da Trenitalia e SNCF, perché scarsamente utilizzati ed economicamente insostenibili. Inoltre la Francia ha più volte ribadito che non intende realizzare nuove linee di accesso prima del 2045. Viene quindi spontaneo chiedersi se Enzo Pompilio D’Alicandro, amministratore delegato di SITO Logistica e presidente di FAI provinciale di Torino, che ha ripercorso la storia e le origini dell’interporto di Orbassano, illustrandone l’evoluzione rispetto al progetto TAV ai giovani Ambassador, li abbia edotti anche su questi dati di realtà. Più che un’occasione di approfondimento com’è stata promossa dalla federazione, la visita sembra un’occasione per lusingare chi a Palazzo Chigi spinge per questa – costosa quanto inutile – infrastruttura e per colmare l’assordante silenzio della federazione stessa sulle rivendicazioni di piazza portate avanti degli autotrasportatori al Sud.
Un server A/I sequestrato in Olanda, Manif ad Amsterdam ed eventi anti GAFAM a Bologna
PUNTATA https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/10/HOD20ottobre.ogg Scaricala HOD20ottobre bhe, c’è da dire che gli USA prima condannano senza processo poi indagano, forse… parrebbe che su richiesta USA, della polizia olandese si è copiata un server di A/I ma non han dichiarato se glielo danno o no. https://keepitfree.ai/it/news/la-procura-non-aveva-alcun-motivo-per-rifiutare-la-richiesta-americana-di-sequestrare-i-server-di-autistici/inventati-nrc-nl/ OGGI MANIFESTAZIONE AD AMSTERDAM: Riconsegnate il server! https://www.globalinfo.nl/nieuws/eis-bij-het-om-de-server-van-autistici-inventatie-terug-di-20-10-15-00/ Eventi: 23 e 24 ottobre https://women.it/agenda/lalgoritmo-e-politico-la-sorellanza-resiste-ai-tech-bro/ Ah, evento contro GAFAM ed alt right al Centro delle donne il 23 e 24 ottobre, i topic saranno oltre alla connivenza delle piattaforme americane,  il tema incalzanti di espansione dei canali tradwife, incel, manosfera antimeridionalista omofoba transfobica e misogina, spinta dai femonazionalismi anche italiani.. Stessi giorni Linux day in arrivo…in tutta la penisola ed oltre: 24 ottobre https://www.linuxday.it/2026/ E dopo siam ad un mese da hackordai evento dell’hacklab Bolognese: 12 13 14 Novembre https://hacklabbo.indivia.net/hackordiye26/
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Albania: “non ci fermiamo”. Cronache dalla rivolta.
Domenica 18 ottobre 2026. Quinta giornata di rivolta a Tirana. Oggi, lungo il boulevard principale, è stata letteralmente una battaglia durata oltre cinque ore. Il corteo parte a metà mattinata con l’obiettivo di raggiungere l’edificio del primo ministro. Oggi la polizia inizia la giornata sparando proiettili di gomma ad altezza d’uomo, con i fucili, o appostata su palazzi. E poi i soliti idranti, le cariche, il liquido urticante e i gas. Il corteo resiste, avanza. Ore e ore di avanzamenti e arretramenti. Finché la polizia non comincia ad arretrare. E arretra, e arretra, e arretra. Ricorda la storica cronaca degli scontri seguiti allo sgombero del Leoncavallo a Milano. Solo che qui sono riot che vanno avanti da cinque giorni, tutto il giorno, per l’autonomia di un popolo. Un idrante viene dato alle fiamme con le molotov. La folla, oggi oceanica, esulta da cima a fondo: l’edificio del primo ministro è raggiunto, tra fuochi d’artificio celebrativi… sparati sull’antisommossa. Dopo ore e ore di battaglia, nel tardo pomeriggio il corteo comincia lentamente a sciogliersi. Ma gruppi sparsi (e nutriti) di manifestanti continuano i riot. Banche assaltate, sedi di compagnie e multinazionali devastate. I commercianti e le attività locali non vengono toccati: nel mirino le compagnie riconducibili agli oligarchi locali e ai milionari stranieri. Le guardie, ormai fuori controllo, fanno caroselli con i mezzi pesanti e ronde armate per le strade; i manifestanti contrattaccano. In queste ore è ancora guerriglia. E lo Stato ha appena schierato il corpo speciale antiterrorismo e antisommossa, tra i più preparati e violenti d’Europa nella repressione. Ma da Tirana, racconta sia chi è in strada e che chi sostiene la rivolta, oggi è il giorno più bello dell’anno. Prime linee di ragazze e Ultras, militanti e popolo “comune”. E le giornate migliori devono ancora arrivare. La Gen Z e la Gen Alpha nelle strade, dice chi è al fianco della protesta, rappresentano l’ultima speranza per strappare il Paese agli sfruttatori e agli oppressori. L’ultima speranza di salvezza. Diciannovenni diventati virali, con i passamontagna e le maschere antigas, raccontano che lo fanno per sé sì per sè, ma anche e soprattutto per la propria famiglia, per il proprio Paese. “Io lavoro 12 ore al giorno, ho 19 anni, lavoro da quando ne avevo 15”. “Io sono in strada perché le mie sorelle, i miei cugini, i miei genitori sono all’estero, costretti all’emigrazione. Ora basta”. Un ragazzo con la leucemia dice:” non so quanto avrò da vivere ma sarò qui fino alla fine”. Ci si gioca tutto nelle strade, dopo decenni di privazione e negazione, e la promessa è una sola: “non ci fermiamo” Da Elon Miloti credits foto Roberto Hajadari
Milano: chi si è perso la festa di sabato ci va domenica
> Il fumo cresce e s’addensa, la fiamma si ridesta, con essa le grida sorgon più > forti. “Viva l’abbondanza! Muoiano gli affamatori! Muoia la carestia! Crepi la > Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!” > > I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni La borghesia di tutto il mondo che assiste con compiacimento al massacro dopo la battaglia, rabbrividisce d’orrore a veder profanati la calce e i mattoni.  Marx, La guerra civile in Francia cap. 4 Il mondo al contrario, finalmente. Le merci non sono lì da vedere. Sono lì da prendere. Qualcuno che dice che tutto costa troppo. Qualcuno che ci pone un rimedio. Il rimedio è prendersi quel tutto. Senza pagarlo. Che se tutto costa troppo e gli stipendi sono gli stessi da vent’anni vuoi mai che sia perché per vent’anni si sono fatte manifestazioni pacifiche e nulla è cambiato? E non importa se neanche hai lo stipendio. Lo fai per qualcun altro. Per tuo padre che lo stipendio lo ha. Ma quello stipendio serve solo per pagare un buco dove dormire, in mezzo al nulla, una gabbia. Kilometri a piedi, poi un treno, poi una metro e sei lì, davanti alle luci, dove c’è tutto. Quella cosa che non potrai mai avere perché costa due settimane del lavoro di tuo padre. Ma se me le mettono davanti, perché non volerle? Perché non volere tutto? Perché non prendersi tutto? Sentirsi dire di fare come in Francia. Ma farlo, per davvero. Perché lo fanno loro e noi no? Facciamoglielo vedere su tiktok pure noi. Anche in Italia. Finalmente il potere. Il potere di potere. La gioia di potere. L’adrenalina. Il fiatone. Dicono dei maranza. Ma poi lo sai cosa c’è dietro quella maschera? C’è la mamma che prepara il baba ganoush o la parmigiana di melanzane? Perché banco a banco, gomito a gomito, stesse tute, stesse scarpe, stessa lingua. I sabati pomeriggio in Duomo. Un giro al Mac e poi a guardare le vetrine. Gli sbirri che ti fermano e chiedono i documenti. Sempre agli stessi. E questo sabato è sempre lì. Sempre insieme. Ma questo sabato è diverso. Questo sabato le vetrine lucide non riflettono più i ricchi di tutto il mondo che vengono a specchiarsi nella città che hanno creato. Questo sabato quelle vetrine vanno in frantumi. Questo sabato Milano non assomiglia più a loro. Questo sabato Milano è nostra. Niente turisti in Duomo. Un bel falò. Chi si è perso la festa di sabato ci va domenica. Sabato Fin dal puntello in piazza la composizione del corteo è abbastanza chiara; si tratta di giovani e giovanissimi, in larga parte studenti medi ma anche lavoratori. Bandiere italiane, palestinesi, albanesi e cartelli con vari slogan contro il governo, il caro-vita, l’economia di guerra ed il (neo)fascismo. La rabbia di alcuni inizia a montare già da subito con scritte, petardi, un piccolo attacco ad una banca; già in via Broletto, appena la testa del corteo gira, la polizia carica e riesce a dividerlo. Questa pratica verrà utilizzata ripetute volte durante la manifestazione con un successo variabile, nonostante l’assenza di cordoni o simili: al secondo tentativo l’unità di celere che ha tagliato all’angolo è stata controcaricata su due fronti e messa in fuga. Il corteo dimostra una certa compattezza resistendo a cariche multiple fino a via Dante, nonostante diversi fermi, dopodiché c’è una prima battuta di arresto al Castello; da qui riparte un corteo più piccolo, mentre in piazza Duomo si riuniscono altri giovani. Qui, dove intanto sono confluiti ingenti rinforzi delle FdO, per ore ci sono cariche e controcariche, fino al momento in cui le FdO. decidono di tirare lacrimogeni in quantità tale da svuotare completamente la piazza e le adiacenze I giovani rimasti si riversano nelle vie collegate alla piazza dove accadono i primi espropri e, complici i fermi che hanno iniziato ad aumentare, si disperdono gradualmente in prima serata. Domenica Anche la domenica fin dal mattino, gruppi di ragazzi si trovano in piazza Duomo a decine. Parlano, si muovono, qualcuno si fa intervistare dai giornalisti. Sono giovani, alcuni giovanissimi, in gran parte di seconda generazione e provenienti dalla grande periferia della metropoli da cui sono sistematicamente espulsi. La polizia inizia a identificare, e anche fermare, giovani in tuta, principalmente a partire dal colore della pelle; qualcuno addirittura viene prelevato in piena piazza e portato nelle volanti. La quantità di FdO aumenta esponenzialmente durante la giornata fino al tardo pomeriggio, quando la situazione si riaccende. I ragazzi si raggruppano, volano i primi oggetti, ripartono le cariche in mezzo ai turisti che affollano la serata milanese. Duomo, Cairoli, Cordusio, Lanza: scontri rapidi, localizzati. L’ingente spiegamento di polizia fatica a raggiungere i gruppi di ragazzi che si disperdono rapidamente in diversi sciami più piccoli; corrono via lasciandosi dietro cestini dell’immondizia a mo’ di ostacolo tra loro e i loro inseguitori. Poi si fermano, si riorganizzano rapidamente per aggirare i blocchi, si raggrumano di nuovo e partono. Qualche vetrina salta, dai negozi vengono prelevati indumenti di marca e non, alimentari: a farne le spese un Carrefour, un Decathlon, un negozio Lacoste. Qualche dehors dei bar del centro. La celere, come assediata, dispone un anello intorno al Duomo e alla Galleria, esplodendo diversi candelotti lacrimogeni in via Dante. La fermata della metro di Duomo viene chiusa. Poi, sempre in gruppetti di amici o compagni di scuola, e non solo delle superiori, i ragazzi si disperdono, lasciano il centro per allontanarsi e ritornare verso la periferia Domani? Da anni vediamo il centro di Milano come il più grande centro commerciale a cielo aperto d’Italia, con tutto quel che ne consegue in termini di sfruttamento del lavoro e di ostentazione del capitalismo più sfrenato. Sfrenato perché nel corso degli anni nessuno è riuscito a porre un freno, e questo sfruttamento si è intensificato, attirando capitali sempre più ingenti e sempre più desiderosi di valorizzarsi, da sempre più lontano, da tutto il mondo. Il risultato è sotto agli occhi di tutti. Il simbolo del capitalismo italiano è una città che ha bisogno di sfruttare sempre più intensamente il lavoro, ma che considera come degli scarti quei corpi a cui quella capacità di lavorare e di essere sfruttati è intrinsecamente attaccata. Sono dei rifiuti da nascondere, da sostituire con dei robot, se possibile. Li si vede sui treni suburbani a ogni ora del giorno e della notte, quei corpi, andarsene via, in ogni angolo sperduto e dal nome impronunciabile della non-metropoli lombarda. Milano ha espulso il suo proletariato. Ha espulso quella classe operaia di cui non può fare a meno, e che per sopravvivere non può fare a meno di Milano. Il punto di non ritorno si è dato, però, nel momento in cui sempre più persone hanno iniziato a realizzare che quello sfruttamento non permette nemmeno più di sopravvivere, di arrivare alla fine del mese. Il nodo centrale di questi giorni è che i primi a muoversi per contrastare questa tendenza, fatta di carovita, aumento della benzina, impossibilità di pagare gli affitti e di mettere insieme il pranzo con la cena, non sono i lavoratori ma sono i loro figli. Scendono in piazza come i loro in loro coetanei di tutto il mondo. Dicendo cose semplici, da tredicenni che indicano il nemico, che individuano l’obiettivo e lo praticano concretamente. Quando, finalmente, si metteranno in moto i loro fratelli maggiori, i loro padri, i loro insegnanti, i loro vicini? Quando li raggiungeremo al centro di Milano? Foto di copertina credits to streetnare
Matinée XXL #128 – 19.10.2026
7 ore di ritardo regalano un inedito matinée in orario siesta. Caffè, ammazza-caffè, dolcetto.. il ritmo irresistibile alla radio ti vince, ti lasci andare, una sigaretta, un altro caffè, ancora una grappa… inevitabile ti assale la cecagna .. ma è lunedì e devi tornare a lavoro.
Una settimana lunghissima. L’ex-Ilva di Taranto tra scioperi operai e cortei contro la fabbrica
(archivio disegni napolimonitor) Quella appena passata è stata una settimana intensa e lunghissima. È iniziata lunedì 12 ottobre, quando non erano ancora spuntate le prime luci dell’alba. È sciopero in tutti i siti del gruppo Acciaierie d’Italia, da Genova a Taranto, compresi i lavoratori degli appalti e quelli di Ilva in amministrazione straordinaria. «Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo nemmeno dove ci porterà!», dicono i delegati radunati alle portinerie. I lavoratori in cassa integrazione invece si raccolgono nei pressi della direzione dove dalle otto di mattina è previsto il concentramento e l’assemblea operativa che annuncerà le forme di mobilitazione. Il parcheggio della direzione si riempie in poco tempo mentre spuntano i primi raggi del sole: siamo tanti, tantissimi, tremila, forse quattromila, comunque una partecipazione che non si vedeva da tempo. I segretari locali dei sindacati dei metalmeccanici spiegano le ragioni della mobilitazione, quello che è successo nei giorni precedenti e quello che potrebbe succedere nei successivi. Gli incontri istituzionali della settimana precedente sono stati quasi del tutto inconcludenti. Il decreto in discussione mette momentaneamente in sicurezza i lavoratori dell’appalto e di Acciaierie d’Italia con cassa integrazione fino a giugno 2027 estendibile per tutto l’anno. Ma la fabbrica si fermerà e il governo non prevede leggi straordinarie per i lavoratori. Si discute dell’applicazione di leggi già esistenti, che però non bastano. Ci sono poi altre variabili da considerare: la decisione della Corte di Cassazione sul ricorso di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria sulla fermata dell’ultimo altoforno attesa per il 20 ottobre; il bando di vendita, al momento prorogato fino all’8 novembre, che però non lascia presagire nulla di buono né dalle parti di Jindal né da quella della cordata degli acciaieri italiani, che sono gli ultimi due concorrenti rimasti; c’è l’imminente aumento massiccio della cassa integrazione, a Genova come a Taranto; c’è il rapporto con un pezzo di città che chiede di mettersi definitivamente alle spalle il passato; ci sono le richieste del fronte operaio: leggi speciali per gli attuali lavoratori [FB1] – cassa integrazione, riconoscimento dei benefici per l’esposizione all’amianto e per lavoro usurante, prepensionamenti, incentivi all’esodo volontario –, per favorire una transizione industriale che possa prevedere una produzione di acciaio compatibile con la salute e l’ambiente, perché una fabbrica così com’è non la vuole nessuno. Tanti temi, tanti umori, tante differenze, ma tutti sono d’accordo su una cosa, anzi su quattro cose: salute, ambiente, lavoro, futuro! Lo sanno tutti che sarà lunga: partiamo oggi, poi andremo a Bari. Poi, se necessario, andremo anche a Roma! Finché non ascolteranno le nostre proposte, dicono i rappresentanti sindacali. Quando il segretario di Usb, a conclusione dell’assemblea, annuncia: «Ora andiamo a bloccare l’Eni!», scatta l’applauso fragoroso e il corteo si avvia verso i varchi d’ingresso e di uscita dell’Eni, mentre tra la folla spunta anche il sindaco di Taranto Piero Bitetti che porta la sua solidarietà ai lavoratori e si intrattiene a parlare con operai e delegati.  La città, inevitabilmente, si paralizza in poche ore. I lavoratori si smistano nei vari presidi, le forze dell’ordine defluiscono il traffico, il bar della stazione di servizio dell’Eni viene preso d’assalto, c’è una fila enorme: per andare in bagno, per un caffè, una bevanda, qualcosa da mangiare. Le risposte non arriveranno subito e bisogna organizzarsi per affrontare la notte, la prima notte, mentre il tempo minaccia pioggia. Si incontrano facce vecchie che non vedevamo da tempo e facce nuove con cui si socializzano le varie questioni: è il segnale che lo sciopero è riuscito, siamo talmente tanti in fabbrica che non ci conosciamo nemmeno tutti. Spuntano i primi camion che portano i panini, le prime birre, si iniziano a montare i gazebo per la notte; ormai, con i bagni troppo lontani e affollati, si piscia nelle piantagioni circostanti. Nel primo pomeriggio arriva la convocazione in regione: giovedì alle 10. È un primo risultato, era una delle richieste sindacali; ma non basta, non si smobilita. Non si smobilita nemmeno quando arriva l’annunciato acquazzone; nonostante il freddo, le ore di sonno perse, la stanchezza, le famiglie lasciate a casa, tutti gli impegni rinviati a data da destinarsi, la necessità di lavarsi e di andare in bagno – che anche quella è una forma di resistenza –, i beceri attacchi subiti dai soliti benpensanti da tastiera a cui non va mai bene nulla, i primi allarmi per la mancanza di carburante necessario a garantire i servizi essenziali, quelli li faremo passare, ma non si smobilita, nonostante tutto non si smobilita! Andrà avanti così per quattro giorni e quattro notti. Ormai si socializza anche con i funzionari della Digos, ma gli argomenti sono leggeri rispetto alla pesantezza della situazione: si parla di viaggi, camminate ed escursioni. La questura, nei vari spostamenti, ci ferma spesso. Ci chiedono della situazione: «Come sta andando il presidio? Cosa chiedete? Però pure la salute è importante…»; e certo che è importante, e quando mai siamo stati contro la nostra stessa salute… Siamo soli, nessun politico, nessun cantante, nessun attore che faccia un qualche appello a favore della nostra lotta, pure i media nazionali ci snobbano. Siamo soli, scomodi, vecchi e novecenteschi, possiamo contare solo su noi stessi e sui nostri compagni di lavoro. Ed è così che, in mezzo ai fuochi appiccati per scaldarsi, a qualsiasi ora del giorno e della notte, arriva sempre qualcuno che porta caffè e cornetti, birra, panzerotti, panini, focacce, il liquore fatto in casa: «Questo devi assaggiarlo!», anche se sono le tre di notte, e come fai a rifiutare? Ovunque vai ti offrono qualcosa! Ed è una cosa bellissima la condivisione tra compagni di lavoro, che poi neanche li conosci tutti! Una signora intorno alle sei di mattina si rivolge al nostro presidio, quasi disperata: «Io lavoro al Moscati, la questura non mi ha fatto passare, già siamo pochi là, come devo fare?». Non conosce la strada alternativa! Tre di noi si prestano a spiegare strade e a trovare soluzioni. Poi arriva un quarto che in maniera risolutiva dice: «Mi segua, le faccio strada io!». Non siamo contro la città, noi siamo parte della città! Ai presidi si discute di tutto, delle prospettive di lavoro, delle condizioni personali, delle differenze con Genova e i siti del nord, del rapporto con la nostra città: «Hanno ragione pure loro…», dice qualcuno. Certo che hanno ragione, ma come si trova la condivisione tra gente che ha gli stessi obiettivi e che però si divide sul come raggiungerli, tra visioni diverse e miserie umane? Nessuno lo sa, non se ne esce! Non tutti i lavoratori sono per la continuità di una prospettiva industriale. La svolta arriva giovedì 15 con l’incontro in regione. Circa quattrocento lavoratori giungono nel capoluogo pugliese in presidio sotto il palazzo della regione, tra gli slogan urlati dagli operai c’è anche «Noi vogliamo vivere!». Il presidente Decaro, prima dell’incontro, scende tra gli operai ad annunciare che «noi dobbiamo tutelare non soltanto i lavoratori ma anche i posti di lavoro!». L’esito del lunghissimo incontro in regione è un documento di condivisione di tutte le richieste sindacali approvate dal consiglio di fabbrica del 7 ottobre. Le richieste dei sindacati vengono sottoscritte, non senza difficoltà e con le relative e legittime consultazioni con i nazionali, da tutti i gruppi partitici: da Fratelli d’Italia al Movimento 5 Stelle. I segretari scendono tra i lavoratori ma un attimo dopo risalgono, c’è una novità dell’ultimo momento: è arrivata la convocazione a Palazzo Chigi per il 27 ottobre per iniziare a discutere la piattaforma sindacale. È un buon risultato, anche se non risolutivo. Bisogna smobilitare e invitare i lavoratori a raggiungere Roma per l’incontro del 27. Ma smobilitare è difficile come mobilitare e le assemblee svoltesi tra la sera del giovedì e la mattina del venerdì sono tese: alcuni lavoratori non ne vogliono sapere, altri sono più consapevoli che la battaglia sarà lunga e che bisognerà pure dosare le forze, mentre il carburante ormai scarseggia anche tra i manifestanti. Alla fine, si smobilita venerdì mattina, in attesa delle prossime scadenze e con la promessa di tornare a protestare in mancanza di risposte concrete. Ma la settimana non è ancora finita: nel tardo pomeriggio di venerdì arriverà la nuova procedura di cassa integrazione con numeri raddoppiati e con pagamento diretto da parte dell’Inps, una mazzata. L’azienda sta riorganizzando tutto il suo assetto alla luce delle decisioni della magistratura e in attesa della decisione della Corte di Cassazione che, in un caso o nell’altro, comunque non influirà su una fermata decisa dall’azienda e che, anche in caso di accoglimento dei ricorsi, durerà comunque alcuni mesi.  La settimana si chiude con la manifestazione promossa dal cartello di associazioni “Onda del futuro” che rivendica la chiusura di tutta la fabbrica, la fine della stagione dell’acciaio e la richiesta di bonifiche ed economie alternative. La partecipazione è ampia, i più ottimisti parlano di diecimila persone. Non tutti i manifestanti sono però contrari a una futura prospettiva industriale. È stata una settimana caratterizzata da due grandi prove di forza, entrambe rispettabili: quella degli operai che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno creato disagio e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. E quella dei cittadini che invocano la fine dell’inquinamento, che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno manifestato in città e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. Questa è stata la settimana di Taranto, così l’hanno ridotta Taranto! (fabio boccuni)
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