Rewind Roma, ottobre 2026 # Le tenebre e le rivolte
(disegno di peppe cerillo) Il mese inizia malissimo, ma finisce bene. Pochi giorni dopo lo sgombero del palazzo occupato a Tor Sapienza, un ex abitante nigeriano di nome Sami viene accoltellato e ucciso a mano di un gruppo di italiani razzisti, armati, che feriscono gravemente anche un suo compagno, Kingsley Tomsi. Un terzo nigeriano scampa alla caccia all’uomo; ma la polizia finge di crederlo “un regolamento di conti tra immigrati”. Venerdì 2 ottobre si protesta in Campidoglio contro il decreto che imbavaglia le proteste contro il genocidio. La notte scoppia una bomba carta a Borghesiana. Il 3 è l’anniversario della strage di migranti del 2013; a Centocelle un gruppo di nazisti picchia un anziano marocchino gridando “torna al tuo paese”. I giornali chiedono il parere di Rachele Mussolini. Il 4 bomba carta contro una sala scommesse all’Alessandrino. Il 5 vicino Stazione Prenestina viene trovato il corpo di un ventenne, forse nordafricano, ucciso con una coltellata al collo. La notte esplode un altro ordigno in un cortile di San Basilio. Il 7, terzo anniversario dell’inizio del genocidio in Palestina, gruppi di fascisti incappucciati tenatno di entrare con i bastoni alle occupazioni del Lattanzio (San Giovanni) e Levi Civita (Centocelle). Gli studenti li ricacciano da dove erano venuti. Il 9 scoppia una bomba a via dei Platani, sempre a Centocelle. L’aria inizia a cambiare. Il 10 c’è la prima grande manifestazione per la Palestina dopo quelle dell’autunno scorso: decine di migliaia di persone occupano tutta via Cavour, da Fori Imperiali a Termini. L’11 a Torpignattara centinaia di persone rispondono a un tentativo di “fiaccolata per la sicurezza” del prete don Coluccia, a cui partecipava anche l’ex pugile Carabella: per l’ennesima volta queste pagliacciate sono respinte dagli abitanti, e la fiaccolata viene annullata. Il 13 attivisti per la casa fingono di visitare una abitazione dell’Esquilino messa all’asta, poi appendono uno striscione per rendere visibile la vendita del patrimonio pubblico. Il 14 a Malatesta c’è una manifestazione di Libera per protestare contro le intimidazioni mafiose. Il 15 un europarlamentare dei 5 Stelle chiede all’UE di verificare il rispetto delle norme ambientali per lo stadio di Pietralata. Intanto, alla Nuvola dell’Eur inizia la fiera sulla Cybersicurezza promossa da Israele (la prima edizione era stata aperta da Netanyahu). Ma le forze tenebrose insistono. Il 16, anniversario del rastrellamento nazista del ghetto ebraico, i sedicenti rappresentanti della comunità ebraica cacciano l’ANPI, l’associazione che porta la memoria dei partigiani, chiamandoli antisemiti (l’anno scorso un esponente della comunità aveva sparato su due di loro). La piazza è offerta invece ai parlamentari di Fratelli d’Italia, un partito che ha ancora sezioni intitolate ad Almirante. Intanto un corteo studentesco di ventimila persone blocca la strada con i cassonetti, la polizia carica su via Cavour: è iniziato l’autunno caldo delle proteste studentesche. La notte scoppia un ordigno davanti un garage privato a La Rustica. Il 17 la Procura di Roma annuncia un’investigazione contro Israele per le torture ai membri della Flotilla: è la prima in Europa. Manifestazione a Torpignattara contro il razzismo e le quote agli stranieri nelle scuole, guidata dai bambini del quartiere. Il 18 bambini e genitori della scuola Toti (Pigneto) ricostruiscono una grande bandiera della pace fatta di tessuti di scarto, che era stata bruciata a giugno: lo striscione dice “Qui nessuno è straniero”. A Colli Portuensi un novantenne spara alla moglie e poi si uccide. Il 19 c’è una nuova esplosione a Castelverde, brucia anche un autosalone. La notte ignoti danno fuoco alla palestra del Dopolavoro Ferroviario di Velletri, autogestita da undici anni, dopo una lunga serie di minacce. Nuove occupazioni al Plinio, Morgagni, Rossellini. Il 20 si annuncia che l’incontro dei fondi immobiliari “Investire in Roma” a cui avrebbero partecipato anche rappresentanti del Comune, è stato sospeso per le proteste annunciate; ma il 21 c’è comunque un presidio contro la speculazione davanti alla sede del convegno all’Ara Pacis. Il 22 c’è il processo per gli scontri del 2023 a Trastevere per Alfredo Cospito. Il 23 scoppia una bomba carta davanti un centro scommesse a Ciampino. Sabato 24 è il giorno della grande manifestazione studentesca: la polizia chiude le strade, innalza gli elicotteri, ferma preventivamente decine di minorenni prima del corteo, li porta in questura, li minaccia; una volta liberati, quelli vanno comunque a manifestare. Una quarantina di ragazzi e ragazze quando arrivano davanti al Colosseo buttano giù le transenne e si riprendono l’anfiteatro, prima riservato ai turisti. Poi un enorme corteo spontaneo risale per via Cavour senza striscioni né bandiere tranne quelle palestinesi e italiane; attraversa Termini e si scontra con la polizia a largo Santa Susanna, vicino all’ambasciata USA. Il 25 studentesse e studenti occupano tre nuove scuole in periferia: il Piaget di Tor Sapienza (sopra al parco dell’accoltellamento di fine settembre), il Neumann di San Basilio, e il liceo Argan di Don Bosco. Occupato anche il Tasso, e il 26 anche il Mamiani, il Ripetta, il De Sanctis a Grottarossa, il Giordano Bruno al Tufello, dove la polizia entra in forze per sequestrare e portare in questura sette studenti. Sono quaranta le scuole occupate in tutta Roma. Il 27 arrivano una decina di camion di autotrasportatori in protesta dalla Calabria: si prendono la piazza davanti a Montecitorio e gridano contro il palazzo. Migliaia di genitori e docenti raccolgono firme e preparano esposti contro le violenze della polizia sui minori. Il 28 viene occupata la facoltà di Lettere alla Sapienza. Il 30 è il giorno dello sciopero generale. Una marea umana di centomila persone, in gran parte molto giovani, si snoda per dieci ore dalle periferie verso il centro della città. Nel pomeriggio spezzoni di manifestanti tentano di penetrare nella cittadella dei turisti; le guardie caricano sopra Ponte Sisto, tra Testaccio e Trastevere, rischiando di far cadere qualcuno in acqua. Intanto Asia-USB e il Movimento per l’abitare organizzano un accampamento su via dei Fori Imperiali, e un dj set di Halloween, in attesa dell’assemblea nazionale del 1 novembre. (stefano portelli) ____________________________ LEGGI ANCHE I REWIND DEL: – 2026 | Anno in corso: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre – 2025 | Anno Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre – 2024 | Anno non Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
rewind roma
Gli italiani vogliono il movimento
Un contributo del Collettivo Universitario Autonomo Torino sulle settimane di mobilitazione, occupazione universitaria e di sciopero appena trascorse. Giornate di mobilitazione importanti per il Paese quelle che abbiamo alle spalle, culminate con l’imponente sciopero generale di questo venerdì 30 ottobre, indetto contro la guerra e l’industria delle armi a partire dal coordinamento dei portuali che in un’assemblea molto partecipata svolta un mese fa a Genova, hanno dichiarato l’intenzione di dare vita al più grosso sciopero coordinato a livello globale. Il risultato è sicuramente riuscito: 110 i porti bloccati inficiando sul 40% degli scambi di merce globali. Dopo che agricoltori e autotrasportatori insieme ai giovani e agli studenti in Italia sono riusciti a far sentire il peso di un Paese in ginocchio, in cui le persone contano i centesimi per fare la spesa e non possono più permettersi un pieno di carburante e tanto meno di curarsi o studiare, questa giornata di mobilitazione non poteva che assumere i caratteri di uno sciopero generale. La giornata di sciopero ha rappresentato un successo in tutto il Paese, con cortei oceanici e blocchi.  A Torino sono stati diversi gli spezzoni che al mattino hanno paralizzato il capoluogo piemontese: uno partito da piazza palazzo di città che si è diretto verso “la sfinge” bloccando l’imbocco della Torino-Milano e l’altro partito dal Campus occupato che si è preso a spinta il centro cittadino e dopo una lunga manifestazione si è diretto in prefettura dove si sono verificati scontri con la polizia a cui i giovani hanno resistito con tenacia. Oltre 90mila persone in totale. Anche all’appuntamento serale, piazza Castello era gremita e la determinazione e l’agilità della piazza hanno permesso di conquistarsi Via Roma, precedentemente blindata a difesa delle famigerate “vetrine” dei grandi marchi del lusso, qui si sono verificati scontri, lanci di lacrimogeni e caccia all’uomo con arresti da parte della polizia.  A Milano grande giornata di mobilitazione, molteplice e riuscita. Una doppia chiamata, quella del sindacalismo di base e il cosiddetto “appuntamento generazionale” composto in prevalenza da giovani che si è ricongiunto con il resto degli spezzoni in piazzale Loreto raggiungendo quasi le 100mila persone, per poi andare ad occupare per ore la tangenziale. A Napoli la manifestazione composta da lavoratori e studenti ha bloccato l’autostrada, il porto e la rete ferroviaria cittadina. Erano già decine le scuole e le università occupate da settimane in città.  A Cosenza, già protagonista nel sud italia nelle proteste di agricoltori, pescatori e autotrasportatori, viene occupata dal corteo vivace e rumoroso la Salerno-Reggio Calabria.  A Mestre oltre migliaio di partecipanti hanno composto un corteo in terraferma, e altrettanti in un corteo parallelo a Venezia. Numerosi gli studenti, con la partecipazione di lavoratori in sciopero. La polizia ha bloccato gli studenti all’incrocio con via Torino dato il divieto di transito imposto dalla questura, si sono verificati scontri per superare lo sbarramento. A Vicenza sono in duemila al corteo dello sciopero generale. Bloccato il traffico a Ponte Alto, poi al tentativo di occupare la tangenziale la polizia ha risposto con una carica contro il corteo composto da studenti e lavoratori.  A Roma paralizzato il centro per 12 ore. Al termine del corteo romano riconducibile all’usb è stata lanciata una acampada di tende in via dei Fori Imperiali, nel cuore di Roma, partecipata dalle diverse realtà che hanno aderito alla piazza. Un’altra parte del corteo è ripartita verso Piramide dietro lo striscione “noi la guerra non la paghiamo”. In serata la manifestazione si dirige verso i palazzi ministeriali dove i giovani erigono barricate, la polizia pratica violente cariche e lanci di lacrimogeni contro i giovani a Trastevere, numerosi gli abusi polizieschi documentati.  A Livorno all’alba i portuali  con il supporto degli autotrasportatori bloccano la rotatoria di accesso al porto, alle ore 9.00 parte il corteo che vede un’altissima partecipazione cittadina e la presenza di Francesca Albanese, ancora in prima fila per promuovere il boicottaggio internazionale della filiera del genocidio. Una delle manifestazioni più riuscite per la città.            A Genova diecimila in corteo, la giornata comincia con un presidio al Terminal Traghetti, raggiunto poi dagli studenti. Successivamente il corteo si sposta al varco Albertazzi per bloccare l’entrata in porto. Gli universitari si riuniscono in un altro concentramento per raggiungere la stazione di Principe per raggiungere a loro volta il porto in treno. Dopo un pranzo durante il blocco del varco Albertazzi, il corteo riparte per terminare nel centro cittadino. A Brescia un corteo composto da 10mila persone aperto dagli esponenti sindacali e seguito da un imponente spezzone studentesco e dallo spezzone delle realtà di movimento sfila per le vie della città. Il corteo riesce a prendersi Piazza della Loggia nonostante i divieti. Gli studenti decidono di proseguire la manifestazione assumendo le forme di un corteo selvaggio. Cariche dei carabinieri all’imbocco della Galleria sotto il Castello. Dopo un lungo fronteggiamento il corteo riparte percorrendo la zona est del centro storico per poi terminare nel quartiere Carmine. A Bologna bloccata l’autostrada con 30 mila persone a sfondare il blocco dei reparti della polizia, nonostante le prescrizioni della questura.  A Pisa viene occupato durante il corteo dello sciopero generale partecipato da circa 15mila persone lo storico palazzo universitario della Sapienza, una iniziativa che fa parte della lotta per servizi dignitosi e contro l’insinuarsi della guerra in università.  Queste sono solo alcune delle manifestazioni che hanno riempito l’Italia, molti cortei, scioperi e blocchi anche nei territori provinciali, ovunque si registra una partecipazione straordinaria.  A Torino rimane occupato per la seconda settimana il Campus Einaudi, e al conto delle occupazioni universitarie si aggiunge anche Pisa insieme alle precedenti occupazioni a Milano, Napoli e Roma. Continuano dunque a moltiplicarsi  le occupazioni e i blocchi degli studenti dalle Università alle scuole che hanno inaugurato questa stagione di lotta.  Influenzata anche dai moti che stanno sconvolgendo l’Europa e il mondo dalla Francia, passando per la Spagna, il Belgio, l’Albania, il Portogallo fino alla Serbia e alla Germania, l’Italia continua a rilanciare appuntamenti di piazza.  I lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le nuove generazioni da settimane impongono questioni che per i governanti sono difficili da ignorare. Il governo Meloni deve rispondere alle vere emergenze sociali dell’Italia: interrompere gli investimenti all’industria bellica a favore delle politiche sociali. Il popolo italiano non vuole più essere servo dei macellai criminali di guerra Trump e Netanyahu.  L’invio di armi in Ucraina, il sodalizio con il genocidio di Israele, accettare l’imposizione della NATO del 5% del pil alle armi e il riarmo europeo, fanno parte di una scelta di campo precisa fatta dal governo Meloni, una scelta antipopolare che alimenta profitti solo per pochi amici di amici affamando tutti gli altri.  Questi sono problemi che possono porre una questione di incompatibilità tra la base sociale e le forme istituzionali che cercano sbracciando di mantenere una tenuta facendo finta di non capire cosa il popolo stia chiedendo. Non basta qualche finanziamento emergenziale buttato qua e là destinato ad esaurirsi, non bastano tetti sui prezzi che durano una settimana, la gente non chiede nemmeno più le famose “risposte dal governo”. Il governo ha già risposto con chiarezza, sigillando la sua rottura con il proletariato italiano e anche con la sua stessa base elettorale di piccoli imprenditori.  Il popolo quindi vuole solo le dimissioni del governo Meloni e il disimpegno italiano nella guerra per procura che gli Stati Uniti ci trascinano a combattere. Scegliere di fare o non fare la guerra è un bivio che va a stabilire quale sarà l’andamento degli anni a venire per i giovani e la popolazione tutta, sono scelte epocali che i popoli, non solo in Italia, si sono stufati di fare prendere solo alle élite politiche corrotte. Sono soprattutto le nuove generazioni a voler dire la propria e per farlo sanno che sarà necessario conquistarsi la possibilità di contare come corpo collettivo senza intermediazioni rappresentative necessarie solo a mitigare la dirompenza del “vento dei ‘20”.  La coscienza diffusa dei problemi del Paese è alta, anche tra i più giovani che cercano di trovare il proprio spazio per rappresentare da sè i propri interessi, riappropriandosi delle scuole e delle università caserma dentro cui li hanno rilegati cercando di addomesticarli ai fini di una società in guerra in cui il sfruttamento al massimo livello deve essere accettato senza troppe lamentele.  E’ anche di una identità generazionale che ci si vuole appropriare, ci si rappresenta nelle piazze e si trovano le maniere di farsi vedere e di farsi capire, anche “oltraggiando” quei centri-vetrina appannaggio di pochi (e sempre meno) privilegiati. Si vive troppo male per continuare ad usare le buone maniere.  I giornalisti hanno cercato di costruire il nemico pubblico andando a caccia di interviste a giovanissimi in piazza, nei quartieri popolari o fuori dalle questure ma per loro sfortuna ciò che ne esce è un discorso in cui tanti si rivedono, mentre provano a raccontare di un fantomatico attacco “all’italianità”, l’Italia è più unita che mai. Dove si cerca di frammentare e di indebolire, la lotta ricompone e verticalizza verso le istituzioni un malcontento che da troppo tempo cercava forme di espressione.  che il governo ha cercato di boicottare, precettando lo sciopero dei trasporti (a cui le sigle sindacali hanno deciso di disobbedire) e interdicendo il centro cittadino attraverso le ordinanze e i blocchi di polizia. Il governo continua a fare tutto ciò che è in suo potere per scongiurare lo stabilizzarsi di un movimento compatto che sappia resistere ma anche proporre un programma da perseguire. Meloni e i suoi cercano di soffocare attraverso la paura, la forza militare, le narrazioni stigmatizzanti, la precettazione degli scioperi ciò che politicamente non possono assorbire. Le città diventano per loro campi di battaglia dichiarati in cui non si limitano alla solita gestione muscolare della piazza ma si spingono fino alla caccia all’uomo nei quartieri e fin dentro le scuole dove vanno a cercare ragazzi da malmenare durante le occupazioni.  Oggi, per garantire che tutto ciò che sta bollendo in pentola non rappresenti un fuoco destinato ad esaurirsi, oltre alla rabbia e alla determinazione serve anche la creatività coraggiosa dei sognatori, architetti di un altro mondo possibile.  Essere protagonisti del presente è una responsabilità. Significa rinunciare al patto della delega, del disimpegno individuale a favore di un’esistenza che ci hanno promesso agiata, “civilizzata” ma in cui ormai si riesce solo a stento ad annaspare. E’ in questo sottrarsi che abbiamo tutta l’occasione di costruire la prospettiva di una vita in cui si esiste e non si sopravvive.  Il calendario si profila già fitto di possibilità per continuare a contare e ad inchiodare il governo ai loro crimini: non solo lo sciopero e la giornata di mobilitazione internazionale del 20 novembre ma altre giornate più o meno spontanee, come quella del 7 novembre, stanno spuntando su gruppi e profili social, insieme ad altre occupazioni o blocchi per cui gli studenti continuano ad organizzarsi, tutti sintomi di una voglia di continuare a stare nelle piazze e di fare la propria parte per cambiare le cose.  Il mandato è chiaro: mandare a casa il governo e costruire il potere popolare di cui la storia ha bisogno per fermare la guerra e per cambiare le prospettive di futuro che questa classe politica propone come unica via.  Viva i popoli che riscrivono la storia!
[2026-11-06] Assemblea pubblica "Nessun* è stranier* @ Campus Luigi Einaudi
ASSEMBLEA PUBBLICA "NESSUN* È STRANIER* Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (venerdì, 6 novembre 18:00) Il 30 ottobre centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse hanno animato le piazze di tutta italia in occasione dello sciopero generale indetto dai sindacati di base. Oggi, appena due giorni dopo apprendiamo dai giornali che nel disegno di legge di Bilancio per il 2027, è prevista una riduzione di 6.974 posti in meno tra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Sommando questa misura ai tagli già disposti dalla manovra 2025, le riduzioni arrivano a 14.808 posti tra gli anni scolastici 2025/26 e 2027/28. Un massacro sociale nei confronti della nostra categoria, già oppressa da precarietà e bassi salari, che si abbatterà non solo sui singoli, ma anche su intere famiglie. Per questo denunciamo la miopia di una politica che risponde alle istanze delle piazze con misure devastanti per la tenuta sociale del paese. La violenza istituzionale ed economica che questo governo esercita produrrà legittime risposte violente di cui deve già cominciare ad assumersi la responsabilità. Inoltre, a materializzare in modo ancora evidente l'idea di scuola di questo governo,  viene prorogato anche il "bonus paritaria" una misura prevede un contributo economico fino a 1.500 euro per studente per sostenere le spese delle rette di iscrizione e frequenza a tali scuole. Negli anni abbiamo assistito a diverse riforme “scuolicide”, tutte in continuità le une con le altre, che hanno trasformato la scuola pubblica in un baluardo culturale dell’ideologia nazionalista e di quella classista del merito, in un serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali e le aziende, e in un luogo di sfruttamento per ogni lavoratore e lavoratrice precari. A ciò va aggiunto anche il problema annoso dell’infimo salario percepito dalle lavoratrici e dai lavoratori della scuola. Perché diciamolo tranquillamente: anche noi dobbiamo decidere se fare il pieno di benzina o andare a fare la spesa; anche noi ormai non arriviamo che alla terza settimana del mese, perché abbiamo uno stipendio bassissimo, eroso dall’inflazione e taglieggiato dall’aumento delle utenze dovuto alle guerre altrui. Anche noi ormai sappiamo cosa vuol dire povertà! Come docenti e lavoratori della scuola, dobbiamo opporci con fermezza a questo progetto di scuola che prende sempre più chiaramente forma, un passo alla volta, anche attraverso  il nuovo DL scuola, classista e razzista: un decreto che trasforma noi docenti in guardiani del buon costume adibiti a vigilare sull'abbigliamento degli studenti/esse e che perseguita alcune persone in quanto non considerate italiane, perché senza un pezzo di carta o perché praticano una religione diversa da quella permessa promossa da questo regime democratico. La nostra vuole essere un’opposizione intransigente anche contro la riforma dei tecnici: un dispositivo che impoverisce l’offerta formativa accorpando le materie e che, facendo saltare migliaia di cattedre, non farà altro che aumentare i tassi di disoccupazione tra i docenti.Un’idea di scuola che costringe giovanissimi a essere sfruttati in azienda sin dal secondo anno delle superiori con la nuova alternanza scuola-lavoro. Siamo statə  in piazza a migliaia per tutti questi motivi e vogliamo continuare a confrontarci e organizzarci per lottare insieme, rivendicando anche aumenti salariali per tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, lottando per una scuola libera dalle logiche di profitto libera e solidale, contro un sistema politico ed economico che fa enormi profitti grazie all’economia di guerra, tagliando sanità, scuola e welfare. Perciò invitiamo docenti, lavoratrici e lavoratori ATA, amministrativi, educatori ed educatrici, studenti e studentesse, genitorə ad un’assemblea pubblica venerdì 6 novembre, presso il Campus Einaudi alle ore 18:00. Per bloccare davvero tutto, a oltranza: fino alle dimissioni di questo Governo, fino al ritiro di questo DL da parte di quell’autoritario di Valditara, fino a ottenere ciò che giustamente pretendiamo. Vi aspettiamo!
antirazzismo
scuola
[2026-11-04] Discussione e autoformazione sulle Rivolte nel Sud @ Campus Luigi Einaudi
DISCUSSIONE E AUTOFORMAZIONE SULLE RIVOLTE NEL SUD Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (mercoledì, 4 novembre 19:30) Nonostante gli ultimi scioperi e malcontenti siano partiti dal Sud, poco spazio narrativo è stato a questi riservato. Inoltre, l’asse della narrazione è stato totalmente spostato nel momento in cui anche anche al Nord sono iniziati i primi scioperi e le prime manifestazioni e, così, il Sud è scomparso dai notiziari. Solidarietà, racconto delle rivolte è stato fatto da parte di reltà del Nord, ma da una lente interpretativa errata: è inutile parlare e interpretare quelle rivolte allo stesso modo in cui si interpretano le rivolte al Nord.Errato è ritenere che anche gli scioperi del Sud siano nati con il problema del carovita, perché in tal modo si ignora del tutto la Questione Meridionale. Il governo ha detto di tutto, il governo si è permesso di parlare degli scioperi attraverso la lente stereotipata della criminalità organizzata, dimenticando l3 mafios3 che tengono calde le poltrone del Parlamento. Ed ecco che, per questo e altro, abbiamo deciso di prendere parola noi!Ci vediamo mercoledì 4 novembre dalle ore 19:30 al Campus Occupato, per discutere insieme e fare autoformazione. Porta colori, penne, pennarelli. L’assemblea è non mista e, quindi, non aperta a persone non terrone e a uomini etero-cis. Decideremo insieme in quale spazio e/o aula del Campus metterci per fare assemblea, quindi, scrivici in DM o tramite messaggi se non dovessi trovarci! il Campus è un luogo accessibile! A mercoledì!
Spagna, tragedia sulla Madrid-Andalusia: la retorica sulla sicurezza dei treni “veloci” viene purtroppo scavalcata dai fatti. Ma chi ne paga il prezzo?
Altro sangue sulle rotaie dell’alta velocità, questa volta però parliamo di quella spagnola. Il 28 ottobre infatti, sulla linea Madrid-Andalusia, un treno Renfe Ave ha tamponato a circa 200 km/h un Iryo fermo sui binari nei pressi di Urda (Toledo). Il bilancio provvisorio è di almeno 68 morti e 80 feriti, 50 dei quali gravi, alcuni dispersi tra cui tre cittadine italiane.  La ricostruzione del ministro dei Trasporti Oscar Puente è già di per sé un atto d’accusa contro la logica stessa del sistema: intorno alle 8.30 un guasto a tre computer fa cadere il sistema di segnalamento LZB su 63 chilometri di linea e sei treni si fermano. Alle 8.36 il centro di controllo di Adif ad Atocha autorizza la ripartenza del Renfe. Peccato che più avanti ci sia l’Iryo fermo e il semaforo sia rosso. Tra le 8.36 e le 8.54 il treno Renfe percorre 25 chilometri a 200 all’ora prima del inevitabile impatto con l’altro treno. La tragedia avvenuta in Spagna è il prodotto di un sistema che sulla pelle dei passeggeri scarica i costi di una infrastruttura che non regge. Di una sicurezza risicata e spesso sottovalutata, in nome di un progresso e una modernità esasperati. È lo stesso copione che conosciamo bene in Val Susa, dove da anni ci raccontano che l’alta velocità è sinonimo di sicurezza e innovazione: ma la sicurezza vera si misura nella capacità di fermarsi, di controllare, di garantire la vita prima del profitto. Non possiamo che stringerci attorno a le famiglie delle persone ferite e quelle delle vittime, mentre però ci interroghiamo se il sistema ferroviario italiano sarebbe ingrado di evitare incidenti come questi in caso di malfunzionamento dei sistemi di controllo elettronici, di cui si nutre una cieca fiducia. Per ora le stragi di Viareggio e Andria (32 e 23 vittime), così come la morte dei cinque operai di Brandizzo, e in generale i continui malfunzionamenti sulle linee, non ci rassicurano per nulla.
All’alba delle elezioni mid-term in USA
Martedì negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato. Sono state raccontate come un referendum su Trump, ma, comunque vada, il presidente resterà alla Casa Bianca fino al 2029. Se al Senato la sfida per i democratici resta più difficile, alla Camera, invece, la conquista della maggioranza sembra a portata di mano. I sondaggi, però, vanno presi con le pinze. A pesare è soprattutto la macchina di soppressione del voto messa in piedi dall’amministrazione. C’è lo svuotamento del Voting Rights Act da parte della Corte Suprema, la causa intentata dal Dipartimento di Giustizia per cancellare dalle liste elettorali oltre 20mila persone in California, con il pretesto che sarebbero «non cittadini», e infine la minaccia di inviare agenti federali ai seggi. Ma anche un’eventuale riconquista del Congresso da parte dei democratici non comporterebbe necessariamente un blocco dell’agenda politica di Trump, come dimostrano i precedenti. Trump ha infatti già più volte aggirato il Congresso, ignorando la War Powers Resolution sulla guerra all’Iran e sospendendo le sanzioni contro la Russia, votate da democratici e repubblicani. L’opposizione potrebbe diventare più incisiva, ma resterebbe soprattutto simbolica. Anche una procedura di impeachment potrebbe ottenere il via libera della Camera, ma non avrebbe alcuna possibilità di passare al Senato, dove è necessaria una maggioranza dei due terzi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Branca, giornalista de Il Manifesto e inviata negli Stati Uniti per seguire le elezioni di midterm.
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I portuali si fermano contro la guerra in tutto il mondo
113 porti, 22 paesi, 52 mila container bloccati, per un totale di 2,8 miliardi di dollari. Sono questi i numeri dello sciopero internazionale dei portuali di venerdì 30 ottobre. I portuali hanno incrociato le braccia in tutto il mondo per la seconda Giornata internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi, lanciata con lo slogan «I portuali non lavorano per la guerra». Le mobilitazioni più significative si sono concentrate nell’area del Mediterraneo: la CGT ha proclamato lo sciopero in 24 porti francesi, mentre in Grecia hanno aderito 10 porti e in Turchia 3. I primi a mobilitarsi sono stati i portuali di Melbourne, che hanno dichiarato: «Il nostro Paese produce esplosivi destinati a Israele, dove vengono fabbricate bombe che uccidono famiglie innocenti a Gaza. Il crimine è nei container, non nei portuali. Non saremo complici». A seguire, le mobilitazioni hanno coinvolto l’India, l’Europa e infine il continente americano, con iniziative negli Stati Uniti, in Messico, in Brasile e in Uruguay. Alla prima edizione, lo scorso 6 febbraio, avevano aderito 21 porti, circoscritti all’area del Mediterraneo. La mobilitazione di venerdì è stata un risultato frutto di un percorso di coordinamento avviato lo scorso maggio con la Dichiarazione di Istanbul, sottoscritta da sei sindacati — USB in Italia, CGT in Francia, Enedep in Grecia, LAB nei Paesi Baschi, Liman-İş in Turchia e ODT in Marocco — e confluito nella rete Ports in Action. Per ricostruire la giornata internazionale di sciopero dei portuali di venerdì 30 e capire come si sono costruite queste alleanze, ne abbiamo parlato con Francesco Staccioli, delegato dell’esecutivo nazionale di USB.
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Sciopero 30 ottobre
Proiezione “181 giorni contro il 41 bis”
20 Novembre 2026 h 18 Presentazione e proiezione del documentario con la presenza di alcuni curatori. La cassa Antirep delle Alpi Occidentali ed il Centro di documentazione Porfido organizzano per Venerdì 20 Novembre dalle ore 18 Proiezione del documentario “181 giorni contro il 41 bis” Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, saranno presenti alcuni curatori del video, a seguire dibattito ed Apericena benefit Cassa Antirep. Presso Radio Blackout Via Cecchi 21/A Torino “181 giorni contro il 41 bis” racconta la detenzione di Alfredo, del suo sciopero della fame iniziato il 22 ottobre 2022 contro il regime di tortura del 41bis e carcere ostativo e le mobilitazioni in solidarietà che ne sono seguite. Questo documentario autoprodotto diventa un ennesimo prezioso strumento per mantenere accesa la rabbia verso ogni galera e per continuare a parlare di Alfredo della sua situazione (ricordiamo che gli è stato confermato per altri 2 anni il regime di 41bis), e chi lottando contro carcere e 41 bis è stato colpito dalla repressione. https://gancio.cisti.org/event/proiezione-del-documentario-181-giorni-contro-il-41bis-lo-sciopero-della-fame-di-alfredo-cospito
Eventi
Resetclub Podcast 31 Ottobre 2026
Dedico questa puntata al mio amico Arpon. Ho scelto per questa puntata le tracce di VC-118A Cignol Marc Houle Mariel Ito (Aka Maceo Plex) Vertical67 Pav Ray Kajioka Between Dimensions Reduks AMMÉ Josh Wink Simon Vuarambon Baldo Vakula. Label ascoltate Trust Acid Test Delsin Records Tripalium Corp There Is A Light Lone Romantic Samovar Denude CHILDHOOD Cecille Bedrock Records Pure Delay
I lavori per la TAV Torino-Lione sono stati ritardati di un anno (ancora una volta)
Ripubblichiamo l’articolo firmato da Dario Lucisano per l’Indipendente Online, contentə di non essere lə unichə ad aver notato questo “sottile” ritardo di 18 anni nel concludere l’opera. Il cronoprogramma della Torino-Lione subisce un nuovo slittamento: la prima talpa destinata al cantiere italiano di Chiomonte entrerà infatti in funzione solo all’inizio del 2028, un anno dopo rispetto a quanto previsto. La macchina “dual mode”, progettata per operare in condizioni geologiche molto diverse, dovrà scavare una galleria di servizio di tre chilometri e poi avanzare per altri sette verso Susa. Singolare la spiegazione di TELT, (Tunnel Euralpin Lyon Turin sas), il promotore binazionale dell’opera, che attribuisce lo slittamento allo stop del cantiere seguito alle proteste del 25 luglio, che avrebbero impedito per oltre tre mesi lo svolgimento dei lavori preparatori. Resta il fatto che si tratta dell’ennesimo rinvio per un’opera che lo Stato continua a definire «indifferibile» e «urgente» da oltre trent’anni, ma che continua ad accumulare ritardi rispetto alle scadenze annunciate. La talpa destinata a scavare il tunnel della TAV Torino-Lione a partire dal cantiere di Chiomonte avrebbe dovuto arrivare dalla Germania entro la fine di quest’anno ed entrare in funzione all’inizio del 2027. Il cronoprogramma subirà invece uno slittamento di circa un anno: il macchinario sarà consegnato nella seconda metà del 2027 e, secondo le stime, i lavori di scavo inizieranno soltanto nel 2028. TELT attribuisce il ritardo agli scontri del 25 luglio, quando circa 20mila persone hanno attraversato i sentieri della Val di Susa, rispondendo all’appello del movimento NO TAV. Durante la manifestazione, alcuni gruppi hanno assaltato i cantieri dell’alta velocità, lanciando bombe carta e pietre. Secondo quanto riferito dalla società, i danni sarebbero stati tali da rendere necessaria la sostituzione delle centraline per il monitoraggio ambientale, oltre a compromettere il perimetro esterno del cantiere e a deteriorare il terreno. Gli interventi di bonifica, sostiene TELT, sarebbero ormai conclusi, mentre sarebbero ancora in corso le operazioni di ripristino delle strutture e delle centraline. Il cantiere, insomma, non sarebbe ancora tornato pienamente operativo. Secondo le ricostruzioni verificate da L’Indipendente, i cantieri dovrebbero riprendere nel corso di questo mese. Il ritardo rispetto alle tabelle di marcia iniziali raggiunge così la soglia dei vent’anni. A marzo, il direttore generale di TELT, Maurizio Bufalini, ha annunciato che, sulla base delle condizioni esistenti in quel momento, i lavori avrebbero dovuto concludersi entro il 2033, e che la linea sarebbe entrata in funzione nel 2034. Nel corso degli anni, ai cronoprogrammi disattesi e ai rallentamenti burocratici si sono aggiunti costi in costante aumento. A proposito dei costi, all’inizio dell’anno, la Corte dei conti europea aveva criticato duramente il progetto della TAV, pubblicando dati particolarmente significativi che rilevavano un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta prevedeva una spesa di 5,2 miliardi di euro) e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera.