[2026-02-28] Creazione collettiva materiali per il week-end di mobilitazione del 7-8-9 marzo @ Spazio Popolare Neruda
CREAZIONE COLLETTIVA MATERIALI PER IL WEEK-END DI MOBILITAZIONE DEL 7-8-9 MARZO Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino (sabato, 28 febbraio 15:00) Sabato ci incontriamo per costruire insieme i materiali da portare in piazza durante il week-end di mobilitazione transfemminista del 7-8-9 Marzo Non c'è bisogno di competenze, se vuoi porta ciò che vuoi trovare e condividere e lascia i vestiti buoni a casa Ci troveremo dalle 15 in poi al Neruda
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COMALA: da spazio di aggregazione ad acceleratore per imprese
L’avviso pubblico del comune di Torino per l’assegnazione degli spazi di corso Ferrucci 65/a, meglio conosciuto come Comala, ha visto una cordata di enti, che ambiscono a promuovere sturt up e ad accelerare imprese, aggiudicarsi il bando. Dopo 15 anni in cui è stata data forma e vita ad attività, posti di lavoro e progetti partecipati quotidianamente da centinaia di persone, un colpo di spugna del Comune vorrebbe cancellare questa esperienza di aggregazione e gestione di spazi pubblici. Social Innovation Teams, Eufemia, Paolo Landoni e Pasquale Lanni: i nomi noti – non per meriti – a guida della cordata. Oltre il danno la beffa. Non solo, l’avviso pubblico è stato strutturato dal Comune partendo e prendendo spunto – o meglio appropriandosi – delle attività costruite negli anni da Comala, ma i vertici della cordata sono arrivati nei giorni scorsi a dichiarare con una certa arroganza tutta accademica, di avere come obiettivo quello di “fare meglio di Comala”, pur avendone di fatto copiato la progettualità. Senza una esplicita messa a profitto, non solo degli spazi, ma anche di ogni attività umana, le possibilità di gestire luoghi pubblici si rivela sempre più ridotta. Eppure da quanto si muove attorno agli spazi e alle persone del Comala, sembra che la decisione dell’amministrazione non avrà vita facile. Insieme ad una lavoratrice di Comala ne parliamo ai microfoni di Radio Blackout:
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BULGARIA: trappola per migranti
Punto nevralgico della rotta balcanica, la Bulgaria, grazie ai costanti finanziamenti e alle collaborazioni con istituzioni ed enti UE è diventato negli anni un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la detenzione amministrativa. Tra detenzioni che generano un vero e proprio sistema di porte scorrevoli da un centro di detenzione all’altro, pushback sul confine turco e tentativi di imposizione dei rimpatri “volontari” – promossi e sostenuti soprattutto dall’agenzia Frontex – la realtà bulgara rappresenta per le persone migranti una vera e propria trappola. Insieme a due attiviste di No Name Kitchen, raccontiamo ai microfoni di Radio Blackout come sta evolvendo il sistema di gestione dei flussi migratori e cosa sta provando a mettere in campo il collettivo. Cogliamo l’occasione per rilanciare la campagna di raccolta fondi di No Name Kitchen fondamentale per la sopravvivenza dei progetti di advovacy, supporto logistico e materiale delle persone intrappolate nella rotta balcanica. Per approfondire ulteriormente la questione consigliamo il report The Bulgarian Trap.
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Overjoy 265
Overjoy 265 – Martedì 24 Febbraio 2026 Oggi abbiamo ascoltato: Euplagia – FNine feat. Zuli Suona Ancora – Casino Royale Dubplate Isarò Corno + Skit + Overjoy – Danny Red (extended) Assemble Not Thyself – The Terrors Gates Of Zion – Mighty Diamonds Jah Calling All Over The World – Icho Candy Bye Bye Bye – Colonel LLoydie + Version Rootsman Deh Ya – Afrikan Simba Black History – Don Carlos Love Me Or Leave Me – Gregory Isaacs That Thing – Mungo’s Hi Fi & Aziza Jaye + Dub Red & Dread – Perfect Giddimani + Dub No More Walls – Dennis Brown Free South Afrika – Big Youth New Page In History – Dean Freaser Ghetto Children – Dessus Street OF Gold – Cultural Warriors & Th Heptones + Dub Live Up Right – Joe Ariwa & Ashanti Selah Jah Love, Jah Light – Joe Ariwa & Abdel Miller + Dub Revenge – Vibronics + Dub The Vibes – Dub Machinist & Miniman feat. Murray Man
dub
OverJoy
reggae
roots
o’ cangaceiros: fuori la grana o vi ammaziamo@1
Per il primo titolo della nuova collana Agire, le edizioni Tabor hanno scelto “fuori la grana o vi ammazziamo”, testo che racconta in prima persona le vicende del gruppo di banditi sovversivi O’ Cangaceiros che, nel periodo tra il 1984 e il 1992 in Francia, hanno dato alle stampa una rivista omonima. Il gruppo si è sempre mosso al di fuori del racket politico, ma ha appoggiato le lotte dei lavoratori disoccupati, ha fatto azioni contro le carceri e ha sostenuto diverse lotte in giro per l’Europa, senza dimenticare le birre, le scazzottate, i concerti rock e i film noir, ma anche studi approfonditi sui movimenti messianici raccolti nel testo L’incendio Millenarista (ed tabor/malamente), il tutto vivendo al di fuori della legge, ostinatamente contro il lavoro. A raccontare queste vicende è l’autore Alessì Dell’Umbria, mentre noi ai microfoni dialoghiamo con Daniele delle edizioni Tabor. (https://edizionitabor.it/alessi-dellumbria-fuori-la-grana-o-vi-ammazziamo/) Per chi volesse ascoltare una presentazione dell’autore Alessì dell’Umbria: https://lundi.am/Banditisme-sabotages-et-theorie-revolutionnaire Una veloce panoramica sulla storia dei Congaceiros, i banditi del nord-est brasiliano, nella regione arida del Sertao. Un epopea lunga mezzo secolo in cui ci concentreremo sui movimenti millenaristi che hanno fondato comunità di fuggiaschi e ribelli, pronti a opporsi all’esercito della Repubblica. Movimenti religioso-banditeschi che si nascono nella frattura tra il sistema colonialista e il capitalismo statale.
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banditi
È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”
Riceviamo e diffondiamo: È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”, dell’inverno 2026. Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires: disfare@autistici.org * 64 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su) * 64 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards) * 64 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de 3 exemplaires) Scarica il pdf dell’editoriale: disfare_4_editoriale Editoriale I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità. L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso. Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che, dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto, Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale, conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p. 40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per questo numero (p. 38). Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero, per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani – “riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p. 48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per darne la caccia ovunque. Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri” –, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile. I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo: pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37), lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p. 56, p. 59). Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo (p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28). Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la possibilità di una vita che meritiamo di vivere. 10 febbraio 2026  
Materiali
La guerra dello Stato ai minori nel nuovo Pacchetto sicurezza
(disegno di federica pagano) Il 31 gennaio del 1908 Secondo M., nove anni, nato a Perugia, viene internato in riformatorio, all’epoca casa di correzione. A seguito della morte del padre sua madre aveva rinunciato a occuparsi di lui, affidandolo agli zii. Questi ultimi non erano riusciti a seguirlo e la madre aveva chiesto che fosse lo Stato a prendersene carico perché “invece di ascoltare i saggi consigli e le amorevoli correzioni della famiglia, fuggiva di casa rifugiandosi presso i socialisti. Nella sua tasca fu infatti ritrovato l’Inno dei lavoratori”. Da allora, scrive preoccupata la madre, la sua cattiveria è cresciuta in maniera allarmante, covando idee sovversive contro i preti e i ricchi. Per il sindaco della città, il ragazzo più che un incorreggibile è un deficiente, e segue le orme di un padre morto in galera. A confermare la necessità di internarlo, una nota dei carabinieri: “Si ritiene Secondo M. un discolo. Quindi, si propone che venga rinchiuso in casa di correzione. Si allega l’Inno dei lavoratori, tolto indosso al ragazzo”. L’ingresso di Secondo M. in riformatorio segue quello di tante e tanti altri dalla fine dell’Ottocento in poi, che “con il loro comportamento, rappresentavano una minaccia di sovvertimento sociale”. Con queste parole si conclude Questo figlio a chi lo do?, libro inusuale e prezioso scritto da Barbara Montesi, docente di storia contemporanea ed esperta di storia dell’infanzia. Il volume parte da un quesito: il minore appartiene alla famiglia o allo Stato? Se il genitore non può, non vuole o non ha gli strumenti per occuparsi della crescita di un figlio, in che misura deve intervenire il potere statale? Montesi raccoglie lettere di genitori, note dei carabinieri, sentenze dei giudici e sfoghi dei bambini che offrono uno spaccato di cos’era il Regno d’Italia e, soprattutto, delle condizioni di estrema povertà in cui versavano molte delle famiglie dell’epoca. Una povertà che, complice l’impronta lombrosiana, veniva fatta coincidere con la stupidità e l’ozio e, infine, con la criminalità. Lo Stato invita le famiglie che non possono occuparsi dell’educazione dei propri figli a mandarli in riformatorio, così da poter essere corretti e reinseriti nella società. Le lettere di quei genitori sono angoscianti, soprattutto quando arriva la consapevolezza che i luoghi di correzione finiscono spesso per essere solo luoghi di internamento, nella disperazione dell’attesa, fatta di comunicazioni interrotte e lettere censurate. Se i riformatori venivano considerati luoghi di punizione e non di educazione, è anche vero che proprio in quegli anni inizia a farsi strada l’idea che il minore “deviante” debba accedere a un percorso alternativo di giustizia, non assimilabile a quello degli adulti (fino alla metà dell’Ottocento in Italia adulti e minori condividevano gli stessi spazi di reclusione).  Le basi del diritto penale minorile in Italia furono poste proprio a inizio Novecento, grazie anche alla spinta dei primi movimenti femministi che guardavano con entusiasmo a esperimenti nati negli Stati Uniti, come l’istituzione del primo tribunale per minorenni, in cui si volgeva lo sguardo alla tutela e all’educazione del minore, in aperto contrasto con la tradizione punitivista e carceraria. Rossella Raimondo spiega inoltre che “la grande trasformazione che avvenne in Italia in materia di giurisprudenza penale minorile continuò […] nella seconda metà del Novecento”, quando il sistema detentivo minorile “mutò ulteriormente nelle sue strutture e funzioni, quale risultato di una serie di concause, tra cui il movimento di critica contro le istituzioni totali”. Partire da quanto avvenne all’inizio del secolo scorso per commentare quanto sta accadendo oggi in tema di giustizia minorile può apparire un audace salto temporale. Eppure, è anche leggendo quanto fu scritto e costruito in quegli anni che si può comprendere l’entità del danno che si va infliggendo al sistema di tutele e garanzie che, con fatica, è stato costruito attorno al minore.  La superficialità del legislatore che si accosta a questi temi nella fase storica attuale si accompagna a una forma di disumanità delle istituzioni che, scriveva Luigi Ferrajoli, finisce per essere contagiosa se non arginata tempestivamente. Già nel marzo del 2002 il ministro Castelli presentò due disegni di legge riguardanti la giustizia minorile e le misure per una risposta normativa alla devianza giovanile. L’inizio del nuovo secolo coincideva con la riproposizione di un vecchio allarme sociale: la criminalità giovanile. Nel 2001 il delitto di Novi Ligure aveva rappresentato la punta dell’iceberg di una crescente ossessione, mediatica e politica, che finiva per interpretare la minore età come un cavillo burocratico da eludere piuttosto che una garanzia di tutela. Castelli propose una serie di norme che oggi appaiono familiari: l’innalzamento delle pene per i minori di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, l’estensione della misura cautelare, il ridimensionamento di alcuni meccanismi dell’istituto della messa alla prova, un maggiore allineamento dei processi minorili a quelli ordinari degli adulti e il ridimensionamento della componente socioeducativa all’interno del tribunale minorile. Le critiche da parte di associazioni, magistrati e operatori del settore – che sottolineavano la natura essenzialmente propagandistica e securitaria di entrambi i disegni – e il netto rifiuto da parte dell’opposizione in parlamento per evidenti pregiudiziali di costituzionalità, fecero naufragare i progetti del governo Berlusconi in materia. Tra i critici di quella che Castelli definiva rivoluzione – e che più propriamente fu ribattezzata restaurazione – c’era Maurizio Galvani, che sul Manifesto scriveva: “Quando un ministro afferma con tanta convinzione (leghista) che ci vogliono pene più severe per adolescenti che non sono da considerare piccoli teppistelli ma criminali, l’obiettivo diventa chiaro. Si vuole eludere la differenza tra adulti sottoposti a giudizio e minori; si vuole adultizzare il processo penale minorile e cancellare la possibilità che un minore o un ragazzo sia in grado di riparare, di cambiare, di essere rieducato o come si diceva una volta ‘essere riacquistato alla società’. Sono criminali senza più attenuanti ed hanno sbagliato tutti coloro – che nell’ altro secolo – hanno cercato di dare una spiegazione e una giustificazione dell’antisocialità”. Un quarto di secolo è passato e la riproposizione del topos del giovane teppista criminale ritorna, rinnovato sotto alcuni aspetti (oggi prende le forme del minore straniero non accompagnato o del cosiddetto “maranza”). La sostanza rimane però la stessa: fare in modo che il minore sia raccontato e immaginato come un adulto spregiudicato, il cui odio verso la società necessita di una punizione adeguata, non più alla sua età anagrafica, ma alla percezione di pericolo che trasmette. L’attuale ministro degli Interni Piantedosi ha scritto su X a fine gennaio: “Immigrazione irregolare e baby gang sono strettamente collegati. Molti dei giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi incontrollati, nella totale mancanza di considerazione di chi allora era al governo, che non solo sottovalutò gravemente le conseguenze di una politica dei porti aperti, ma che oggi ci fa addirittura la morale sulla sicurezza nelle città. Noi abbiamo invertito la rotta. L’immigrazione irregolare è drasticamente calata e abbiamo creato i presupposti perché queste dinamiche tra dieci anni non si presentino più. E abbiamo in cantiere un nuovo pacchetto sicurezza, una parte significativa del quale riguarda proprio il contrasto alla violenza giovanile”. Il post del ministro illustra due dei presunti fattori di turbativa dell’ordine pubblico contro cui si indirizza l’ennesimo pacchetto di norme in materia di sicurezza presentato al consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio: i minori e, appunto, i cosiddetti “maranza”. A questi si aggiungono, come di consueto, le persone migranti, i manifestanti e gli attivisti dei centri sociali, in una deriva sempre più evidente verso un diritto penale d’autore, che tende a sostituirsi al diritto penale del fatto, finendo per colpire la persona per ciò che è o per ciò che rappresenta, ancor prima dell’eventuale commissione di un reato. Non paghi di quanto previsto dal Decreto Caivano (ampliamento della custodia cautelare in carcere per i minori in presenza di determinati reati; maggiore ricorso a misure cautelari e strumenti di controllo; rafforzamento della risposta sanzionatoria per reati commessi in gruppo o con violenza; potenziamento del daspo urbano e divieto di accesso in alcune aree), le nuove proposte di norme perfezionano il disegno afflittivo e carcerocentrico del governo Meloni, tramite alcuni elementi principali: l’estensione dell’ammonimento da parte del questore anche a ragazzi tra i dodici e i quattordici anni, prevedendo pesanti sanzioni economiche alle famiglie; reclusione da uno a tre anni per chi è trovato in possesso di strumenti con lama oltre i cinque centimetri; utilizzo dei metal detector nelle scuole su richiesta dei dirigenti scolastici e stretto controllo dei prefetti sugli strumenti di controllo utilizzati nelle scuole; soppressione dell’articolo 13 della legge 47/2017 che permette al tribunale per i minorenni, attraverso un decreto motivato e dopo aver valutato caso per caso, di estendere l’affidamento ai servizi sociali fino al compimento dei ventun’anni, se necessario per completare il percorso verso l’autonomia. E poi c’è la scuola. Pochi giorni fa al Ferraris di Scampia gli studenti hanno trovato ad accoglierli unità cinofile antidroga e metal detector (episodi analoghi sono già avvenuti in altre scuole campane). Da tempo la presenza della polizia nelle scuole viene spiegata come un necessario passo in avanti verso la costruzione di presidi di legalità, e il recente accordo tra il ministero dell’Istruzione e il ministero dell’Interno non fa che consolidare l’idea che perfino l’istituzione scolastica debba sottostare a dinamiche di sorveglianza e repressione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da anni il numero crescente di iniziative curate dalle forze di polizia italiane rivolte a un pubblico di giovani e giovanissimi, rendendo esplicita la collaborazione tra esercito e scuola pubblica. Tra i vari progetti merita di essere menzionato un concorso rivolto agli studenti di scuola secondaria sul ruolo del militare italiano come “baluardo dei valori di civiltà a tutela della pace e della libertà”. Nel frattempo, la condizione di salute di bambini, adolescenti e giovani adulti in Italia evidenzia diverse fragilità, con un marcato deterioramento del benessere psicologico dopo la pandemia, in particolare tra i ragazzi tra i quattordici e i diciannove anni. Più di 700.000 giovani sotto i venticinque anni convivono con ansia e depressione, e a questo quadro si aggiungono la povertà minorile – che interessa il diciassette per cento dei minori – e significative differenze territoriali nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. Al 30 settembre 2025 risultavano 16.534 minori e giovani adulti (fino ai venticinque anni) complessivamente in carico agli uffici territoriali della giustizia minorile. Di questi, 4.747 erano soggetti a misure restrittive della libertà, con un aumento dell’8,1 per cento rispetto a fine 2024. Dal 2022 a oggi, e soprattutto dopo l’approvazione del Decreto Caivano nel 2023, il numero di detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) è aumentato del cinquantacinque per cento, passando da 392 a 611 presenze. Attualmente, nove Ipm su diciassette soffrono di sovraffollamento, con picchi del centocinquanta per cento in alcuni istituti. I secoli passano ma la risposta dello Stato nei confronti del minore continua a rimanere inevasa. Il prossimo rapporto sulle condizioni della giustizia minorile italiana, curato da Antigone e in presentazione oggi a Roma, è stato intitolato Io non ti credo più. E non poteva essere altrimenti. (marica fantauzzi)
italia
detenzioni
Assente!!!
Riceviamo e diffondiamo: Qui il manifesto in pdf: assente ASSENTE!!! Ci sono molti a cui danno fastidio le commemorazioni fasciste, quelle dei raduni di bipedi che sfilano inquadrati e terminano le loro pagliacciate urlando e tendendo in alto le braccia. Tanti sinceri democratici ed anime belle della sinistra si scandalizzano, e chiedono agli organi competenti dello Stato di intervenire, appellandosi alla Costituzione o a qualche legge che condanni l’apologia del fascismo. Noi paradossalmente crediamo, anzi, che di queste commemorazioni ce ne siano troppo poche se è vero – come è vero – che celebrano la morte di alcuni fascisti. Come non gioirne? Come non essere contenti che, sul già troppo inquinato pianeta che abitiamo, manchi qualcuno che professava una ideologia marcia fatta di violenza e sopraffazione del più debole, di discriminazione verso il diverso, di razzismo e di xenofobia, di culto della forza, di sottomissione della donna, e che da sempre è stato strumento e servo dei poteri forti e degli apparati statali? Anche per questo, chiedere allo Stato di intervenire è pura tautologia, quando non dimostri una ingenua fede nel potere e le istituzioni… Lo stesso discorso vale per i vari striscioni commemorativi che, di tanto in tanto, appaiono in giro per le città. Per esempio quello che, appena un mese fa, rendeva omaggio a tale Denis. Denis Kapustin – così si chiamava il morto –, detto “whiterex”, il “re bianco”, era un fascista russo arruolatosi con l’esercito ucraino in un battaglione formato da soli volontari russi da lui stesso fondato, il RDK – Russian Volunteer Korps. Vicino a Casa Pound, organizzatore di eventi di arti marziali, “le sue idee trovavano radici nel Ventennio mussoliniano”. Machismo, culto della forza e ideologia guerrafondaia: questo è l’armamentario con cui, in tuta mimetica, ha trovato la morte alla fine dello scorso anno. Non abbiamo pianto. Abbiamo pensato invece alla distanza etica che separa questi spregevoli individui – con la guerra in testa per sostenere uno Stato, qualunque esso sia – dalle migliaia di disertori che, tra mille difficoltà, abbandonano il fronte o si danno alla macchia prima di esserci inviati, per non combattere per i superiori interessi che gli Stati da sempre pongono davanti alla vita degli esseri umani. A tutti loro auguriamo buon vento. Ai tanti Denis, l’augurio di incontrare “la bella morte”… Biblioteca Anarchica Disordine via delle Anime, 2/b – Lecce disordine@riseup.net – disordine.noblogs.org  
Stato di emergenza