Puntata del 27/10/2026@12
Il primo argomento della puntata lo abbiamo affrontato in compagnia di due lavoratrici dello spettacolo in presidio davanti al Teatro Stabile di Torino, per lo sciopero nazionale dei dipendenti e scritturati dei teatri di prosa. Questo ha visto l’adesione di tutti e tre sindacati confederali, un estratto dal comunicato di CGIL SLC: “Oggi i teatri di tutta Italia hanno incrociato le braccia per chiedere il rinnovo del contratto nazionale fermo dal 2018. A Torino annullati: – Le Ultime Lune al Teatro Carignano e Lù Santo jullàre Francesco al Teatro Gobetti Lavoratrici e lavoratori dipendenti e scritturati, uniti nella lotta, con il sostegno del pubblico. La mobilitazione continua con il blocco degli straordinari. Il 9 Novembre tutti a Roma per la manifestazione nazionale! Perchè senza diritti non c’è cultura. Il sipario si abbassa sugli spettacoli, non sulla nostra lotta“. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto sull’assemblea del 30 ottobre 2026 a Genova, presso il Circolo di Autorità Portuale promossa dal CALP come internazionale dei portuali: Dettagli principali dell’incontro Tema centrale: Bloccare il transito di armi, la guerra, il riarmo e la militarizzazione in oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa. * Organizzatore: Promossa dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme a sigle sindacali internazionali. * Obiettivo: Fare della giornata di mobilitazione internazionale dei porti uno sciopero generale di tutte/i i lavorator* prevista per il 30 ottobre 2026 . * Partecipanti: Delegati di sindacati e organizzazioni provenienti da diversi Paesi (tra cui USB e ORSA Porti per l’Italia, CGT Francia, ENEDEP Grecia, LAB Paesi Baschi, Liman-İş Turchia, ODT Marocco). Ad oggi più di 100 porti hanno aderito: Sarà una grande giornata di sciopero generale, una mobilitazione indetta contro l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni, contro il carovita che sta strangolando la popolazione, contro la repressione dei giovani e dei lavoratori che protestano per migliori condizioni di vita. Sarà anche giornata di mobilitazione anche nei porti di mezzo mondo contro il traffico di armi: un’iniziativa di lotta lanciata da più organizzazioni sindacali di veri paesi tra cui USB che ha ormai coinvolto più di 100 scali portuali in 17 paesi diversi. È il momento di abbassare i prezzi, le tariffe energetiche, gli affitti e i mutui, di alzare i salari e di dire basta con la guerra. Lista in aggiornamento: FRIULI VENEZIA GIULIA Trieste: ore 9 Varco 4 Punto Franco Nuovo VENETO Padova: ore 8:00 Stazione Vicenza: ore 8:00 Piazza Castello Verona: ore 7:30 Piazzale 25 Aprile PIEMONTE Verbania: ore 17:00, Piazza Ranzoni Novara: ore 9:30 Piazza Cavour Torino: ore 9:30 Piazza Palazzo di Città Alba: ore 8:30 Piazza Garibaldi LOMBARDIA Milano: ore 10:00 Piazza Duca D’Aosta Brescia: ore 9:00 stazione metro San Faustino Bergamo: ore17:00 Piazza Gaza (porta nuova) EMILIA ROMAGNA Piacenza: ore 8:00 parcheggio Cheope (Facsal) Bologna: ore 9:30 Piazza Maggiore Ravenna: ore 9:00 Piazza del Popolo (preconcentramento) – ore 10 in Darsena concentramento – ore 11 partenza corteo verso Marina di Porto – ore 12:30 pranzo sociale a Piazzale della Marina – ore 14 corteo con partenza da Piazzale della Marina Rimini: ore 9:00 Arco d’Augusto LIGURIA Imperia: ore 9:30 piazza Ulisse Calvi Genova: 9.30 Varco Albertazzi, ore 10 Stazione Principe La Spezia: ore 9:30 prefettura TOSCANA Massa: ore 17:00 piazza Garibaldi Carrara: ore 6:00 porto Pisa: ore 9:00 piazza Gaza (XX settembre) Livorno: ore 6:00 rotatoria Ponte Penova – ore 9 piazza Cavour Firenze: ore 10:00 piazza Bambine e Bambini di Beslan (Fortezza) Siena: ore 9:00 terminal bus di Pescaia Piombino: ore 16:00 piazzale Premuda – porto MARCHE Ancona: ore 10:30 Corso Carlo Alberto – lato P.zza Ugo Bassi UMBRIA Perugia: ore 8:30 Piazza Partigiani LAZIO Civitavecchia: ore 9:00 C.so Centocelle (davanti il Teatro Traiano) Roma: ore 10:30 Piazza dei Cinquecento ABRUZZO Pescara: ore 10:00 Piazza Italia MOLISE Campobasso: ore 9:00 piazza San Francesco Termoli: ore 8:30 Piazza Donatori di Sangue CAMPANIA Napoli: ore 9:30 Piazza Mancini Benevento: ore 9:30 Pia,za Vittoria Colonna BASILICATA Potenza: ore 9:00 Piazza Cagliari PUGLIA Bari: ore 9:30 Piazza Prefettura Lecce: ore 9:00 Porta Napoli CALABRIA Cosenza: ore 9:00 Piazza Loreto Reggio Calabria: ore 9:00 Piazza De Nava SICILIA Palermo: ore 9:00 Piazza Politeama Catania: ore 9:30 porto di Catania Ragusa: ore 17:00 Piazza dei Marinai SARDEGNA Sassari: ore 9:30 Piazza San Vincenzo Nuoro: ore 9:00 via Dante Cagliari: ore 9:30 Piazza Garibaldi, corteo fino a Porto di Cagliari Buon ascolto Introduzione: Questi sono gli interventi da noi selezionati: Thoralf Sindacato Verdi Tedesco Josè Nivoi CALP Genova Saif Abukeshek Global Sumud Flottilla No Harbour for Genocide Mimmo Macrì Orsa Porti Sophia We Do Not Enlist Guido Lutrario USB Linda Maggiori Altraeconomia Weapon watch Raja UDAP -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della puntata è stato quello del lavoro in università, ne abbiamo parlato in compagnia telefonica con Leo dell’ Assemblea Precaria Universitaria. Mentre il Campus Luigi Einaudi di Torino da poco occupato dagli studenti proprio in vista del prossimo sciopero generale, abbiamo voluto sentire il punto di vista di chi da tempo pone l’ accento sul e condizioni di chi opera in ambito universitario,  le quali inevitabilmente ricadono sul servizio prestato. Leo ci ha raccontato le loro ragioni per la partecipazione allo sciopero nazionale e invitati alla loro prossima assemblea organizzativa al Politecnico. Buon ascolto
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Sciopero Generale
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Nosso Povo Tá Na Rua
La notte del ballottaggio tra Lula e Flávio Bolsonaro si conclude con una enorme manifestazione di gioia della classe lavoratrice brasiliana: l’avenida Paulista di São Paulo è piena da scoppiare di gente e di bandiere rosse; nelle favelas delle principali città del paese i fuochi d’artificio scoppiano insieme a colpi di armi da fuoco sparati in aria per festeggiare. La vittoria di Lula al secondo turno è data matematicamente per certa intorno alle 9 di sera, ora brasiliana, con oltre 4 milioni di voti di differenza rispetto al candidato dell’estrema destra e il capovolgimento del risultato del primo turno, tenutosi il 4 ottobre. > «Bora Bora Bora Lula, > > Bora Bora Bora Virar > > Nosso Povo Tá Na Rua > > A Mudança Continua» > > Avanti Avanti Avanti Lula, > > Avanti Avanti Avanti Ribaltiamo (il risultato), > > Il nostro popolo è per strada, > > Il cambiamento continua. > > (Bora Lula Bora Pra Rua, “Avanti Lula Avanti per Strada”, jingle a favore di > Lula uscito 4 giorni prima del ballottaggio) La campagna di Lula per il primo turno è stata considerata da più parti una campagna fredda, imperniata intorno alla storia personale del presidente e alla celebrazione dei risultati del governo, e non è riuscita a stimolare la partecipazione attiva della base sociale storica del Partito dei Lavoratori e della sinistra brasiliana. L’estrema destra bolsonarista, al contrario, aveva condotto una campagna elettorale aggressiva, cercando di organizzare la rabbia contro la crisi sociale e presentandosi come forza di rottura, ma allo stesso tempo tutelando gli interessi economici che producono la crisi e spostando la frustrazione dei brasiliani verso l’ostilità contro altri lavoratori, le donne, le persone LGBTQIA+, i migranti e i popoli indigeni. Bolsonaro Jr prometteva aggressive politiche anti-criminali ed elogiava apertamente le operazioni militari condotte dai governatori bolsonaristi nelle favelas, che avevano causato massacri ed omicidi di massa. Si presentava fieramente come alleato degli Stati Uniti nella regione ed esortava il suo elettorato a dare la spallata finale alla sinistra latino-americana, garantendo che il sostegno servile di Brasilia agli interessi americani nella regione avrebbe portato alla crescita economica del paese. Il bolsonarismo, che condivide i propri interessi economici con la destra liberale, aveva infine stretto alleanze con i grandi proprietari terrieri del centro-sud, le industrie forestali ed i grandi capitali industriali promettendo l’abbattimento di ogni barriera legale alla deforestazione, sdoganando il fracking e lo sfruttamento intensivo dei bacini minerari del paese. A questo bisogna aggiungere – da un lato – la spudorata ingerenza dell’imperialismo americano nella campagna elettorale, come al solito condotta dagli americani senza carota ma con tanto bastone: dagli endorsement ufficiali di Trump alle minacce di un crollo dei mercati finanziari in caso di vittoria di Lula, fino ad arrivare all’adozione ufficiale da parte del Brasile di sistemi di conteggio dei voti progettati negli USA e dipendenti dalle tecnologie satellitari Starlink di Elon Musk. Dall’altro lato, anche la magistratura brasiliana storicamente legata a doppio filo all’estrema destra aveva fatto il suo, aprendo ad arte – al culmine della campagna elettorale – due inchieste per corruzione contro alcuni ministri del PT e contro lo stesso figlio di Lula. Al primo turno, diversi stati in cui la vittoria di Lula era data per garantita dal PT sono quindi andati al bolsonarismo e l’astensione si è collocata intorno al 20%. Un dato significativo della prima tornata, tuttavia, risulta essere l’elezione (o la rielezione) con il PT o altri partiti della coalizione (tra cui il PSOL e il PCdoB) di decine di militanti provenienti da differenti settori sociali in lotta, un elemento che conferma come il massiccio e combattivo movimento sociale brasiliano abbia, nel corso degli ultimi anni, puntato sul Lulismo come vetrina elettorale: tra loro, Rick Azevedo, leader del movimento Vida Além do Trabalho (Vita Prima del Lavoro), ex-commesso che si batte da anni per l’abolizione della scala 6×1 (6 giorni di lavoro, 1 di riposo); Rosa Amorim, storica dirigente del Movimento Sem Terra; Ana Júlia Ribeiro, dirigente del movimento studentesco in prima linea durante le occupazioni delle scuole del Paraná; Erika Hilton, attivista LGBTQIA+ e storica militante per i diritti delle persone trans e nere.  Proprio le rivendicazioni portate dai movimenti sociali brasiliani hanno, dopo il primo turno, dato slancio e forza alla campagna elettorale di Lula in vista del ballottaggio. La prima risposta alla sconfitta del 4 ottobre è arrivata dai giovani brasiliani: dal giorno dopo il voto gli studenti hanno cominciato a convocare assemblee e manifestazioni che si sono diffuse in diverse città del paese; iniziative con una forte spinta spontanea, ma appoggiate e anche dalle storiche organizzazioni studentesche del Brasile. Dal 5 ottobre le piazze brasiliane non si sono più svuotate e hanno progressivamente visto la partecipazione alle manifestazioni di lavoratori, sindacati e moltissime organizzazioni popolari. Da un lato, il movimento esprimeva in piazza la paura e la preoccupazione per una vittoria di Bolsonaro, e prometteva una dura opposizione di strada se il ballottaggio avesse visto vincere l’estrema destra: una vittoria del bolsonarismo avrebbe rappresentato la possibilità di attaccare frontalmente ed indebolire le organizzazioni popolari ed ampliare il controllo sulle istituzioni e sulla magistratura, uno scenario reso ancora più pericoloso dal fatto che Bolsonaro Jr avrebbe potuto contare sull’esperienza accumulata nel precedente governo di estrema destra e su un contesto internazionale e latino-americano di generale sottomissione agli interessi dell’imperialismo statunitense. Dall’altro lato, la mobilitazione di piazza delle ultime tre settimane ha effettivamente imposto al PS le condizioni per una sua vittoria, ed i termini della sua seconda campagna elettorale: dall’abolizione del 6×1 alla fine dell’assedio poliziesco contro i quartieri proletari, dalla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario alla riforma agraria, dalla ripartizione delle terre allo stop all’abbattimento della foresta amazzonica. L’impegno più importante chiesto a Lula – ed a sua volta una promessa che l’ex-presidente aveva fin da subito messo al centro della propria campagna – è la richiesta di impegnare battaglia contro l’imperialismo americano e di mantenere intatta la sovranità nazionale del Brasile. Il movimento ha contato perché ha saputo costruire un rapporto di forza diffuso in (quasi) tutto il paese, che è dipeso dalla capacità collettiva di trasformare una posizione politica, inizialmente derivante dalla paura per una vittoria della reazione, in una presenza sociale organizzata capace non solo di influenzare decisivamente la campagna elettorale, ma anche di far avanzare concretamente l’agenda di classe del Brasile – costringendo i candidati a misurarsi sui temi del costo della vita, della riproduzione sociale, della violenza della polizia e del futuro modello economico del paese. Un terreno su cui Lula, da vecchio sindacalista e capo-popolo delle mobilitazioni sociali degli anni 80, ha avuto l’intelligenza di spostarsi e la capacità di dominare: memorabile, in questo senso, il dibattito elettorale trasmesso in TV qualche giorno prima del ballottaggio, in cui un arrogante Bolsonaro Jr ha deriso Lula con l’appellativo «nove dita», facendo riferimento al suo mignolo amputato. Un inferocito Lula, ricordando a Bolsonaro come avesse perso il dito a 17 anni, quando era costretto a fare (illegalmente) i turni di notte in fabbrica per portare a casa il pane, ha riscoperto dentro sé stesso l’odio di classe dei suoi giorni giovanili – e, cosa più importante, lo ha risvegliato in milioni di telespettatori davanti agli schermi.  Basta un’occhiata ai commenti sotto le clip della risposta di Lula che girano a migliaia su Youtube e Instagram per rivelare come decine di migliaia di brasiliani e brasiliane incazzate abbiano considerato l’insulto rivolto a Lula un affronto contro tutti i lavoratori e le lavoratrici, ed abbiano reagito definendo Bolsonaro un figlio di papà e rivendicando la fine delle condizioni di lavoro disastrose, degli incidenti e dei licenziamenti. Allo stesso tempo, negli ultimi giorni della campagna sui social hanno spopolato i jingle fatti con l’IA o i pezzi dei funkeiros, dj famosi soprattutto nei quartieri popolari, a favore di Lula, con hit come “Ele investiu em VC” di MC Carol, funkeira di Niterói (Rio de Janeiro) e militante dei movimenti femministi, che ha totalizzato 10 milioni di visualizzazioni in soli 2 giorni: «Bolsonaro é um caralho / essa porra é Lula da Silva / Ele já investiu em você / ele já mudou sua vida / Com Farmácia Popular e também Bolsa Família» («Bolsonaro non vale un cazzo / è Lula da Silva, porca miseria / che ha già investito su di te / ti ha già cambiato la vita / con “Farmácia Popular” [programma di distribuzione popolare di farmaci] e anche con il “Bolsa Família” [sussidio per le famiglie, due storici programmi di sostegno sociale dei primi governi PT che Lula ha promesso di ampliare e difendere di fronte alla promessa di Bolsonaro di eliminarli]»). Con l’emergere di questa massiccia mobilitazione popolare – che ha trascinato la campagna sul terreno della risposta ai bisogni materiali della popolazione impoverita e ha imposto i termini della sfida – si possono almeno parzialmente spiegare i motivi della storica rimonta del candidato del PS, che ha vinto ieri con uno scarto di oltre 4 milioni di voti. Facendo un po’ di matematica, rispetto al primo turno Lula ha ricevuto oltre 10,3 milioni di voti in più, passando da 53,88 milioni ai 64,2 con cui si è concluso il conteggio ieri sera, mentre Bolsonaro è riuscito a crescere di solo 3,7 milioni di voti, passando dai 56,1 del primo ai 59,8 milioni di suffragi al secondo turno. La sinistra brasiliana ha recuperato i voti degli indecisi e di chi al primo turno aveva votato un altro candidato, ma ha anche sottratto voti al bolsonarismo ed è riuscita a portare alle urne oltre 3 milioni di elettori che si erano astenuti il 4 ottobre. Un successo giocatosi, in gran parte, sul terreno della risposta ai bisogni sociali del Paese: nell’impoverito Nord del Brasile, Lula ha guadagnato tra 5 e 7 punti per Stato; complessivamente, il PS ha ricevuto, al secondo turno, il 62% dei voti degli afro-brasiliani; il 55% del voto femminile; il 63% dei voti di chi prende il salario minimo; il 57% dei voti di chi ha solo la licenza elementare; l’80% dei suffragi dei prigionieri e delle prigioniere. Un ultimo dato a conferma di questa ipotesi è il ribaltamento del risultato nello Stato di Minas Gerais, uno dei bastioni del bolsonarismo, dove al primo turno il PS aveva preso il 43% ed al secondo, invece, ha vinto con il 50,5% dei voti: un distretto nella cui zona nord, siderurgica ed operaia, l’astensione aveva raggiunto picchi altissimi, mentre il sud agricolo e latifondista votava compatto l’estrema destra, ha visto un radicale aumento dell’affluenza culminata con la vittoria del Lulismo. Bolsonaro ha ufficialmente annunciato che disconosce il risultato delle elezioni. A chi pensa che sia solo il raglio dell’asino sconfitto, bisogna ricordare che l’estrema destra brasiliana controlla ancora la maggior parte degli organi legislativi del Brasile, esprime diversi governatori e comanda su grossi pezzi di magistratura, oltre ad avere a sua disposizione decine di migliaia di agenti di polizia e criminali (i cosiddetti milicianos) impegnati in una guerra di sterminio contro le favelas e i settori sociali proletari del paese. Un blocco sociale reazionario che pochi anni fa ha organizzato un colpo di Stato in piena regola cercando di prendere il potere a Brasilia, e che può contare – da adesso – con l’appoggio politico, economico e logistico degli Stati Uniti e dei governi suoi alleati nella regione. Difficile, quindi, pensare che la partita sia chiusa. Osservata sul piano globale, tuttavia, la vittoria di Lula rappresenta innegabilmente due cose. La prima: l’estrema destra latino-americana, il cavallo di Troia degli interessi americani nel continente, ha subito una battuta d’arresto di portata storica, venendo sconfitta nell’unico tassello che mancava per completare l’assoggettamento del continente agli USA – ed, elemento non indifferente, questo tassello è il più popoloso paese latino-americano, e la principale potenza economica della regione. Un bel guaio per chi, a Washington, sperava di fare cappotto definitivamente nel “cortile di casa” . Non è un caso che ieri notte gli Stati Uniti abbiano immediatamente esercitato la loro piccola, meschina vendetta spedendo in Venezuela l’esiliata di estrema destra Maria Corina Machado – in mezzo a bagni di folla organizzati ad arte -, per dimostrare al mondo di poter scatenare a proprio piacimento il definitivo tramonto di quel poco che rimaneva del governo bolivariano del Venezuela. La seconda cosa: la sconfitta di Bolsonaro permette di tirare un sospiro di sollievo a Cuba, l’unica esperienza rivoluzionaria ancora viva e combattiva del continente, stretta nella morsa dell’assedio economico statunitense, e che potrà continuare a contare sul Brasile come un alleato, sebbene forse non all’altezza del proprio compito, quantomeno disponibile a lottare per sostenere l’isola. Sul piano nazionale, è difficile predire se un ottuagenario come Lula, per quanto combattivo, e la sua alleanza politica traballante (che contiene anche forti correnti liberali) saranno capaci di dare risposte concrete alla mobilitazione dei movimenti sociali che li ha portati alla vittoria, o se presto o tardi finiranno per tradire le promesse fatte in campagna elettorale e cercheranno di mantenere il potere con accordi ed equilibrismi con la destra moderata e le associazioni padronali. La vittoria di Lula non rappresenta certamente un passaggio politico rivoluzionario per il Brasile, ed anzi corre il rischio concreto di limitarsi ad amministrare il presente in termini riformisti e fungere da argine elettorale allo sviluppo di un reale rapporto di forza capace di trasformare la società. Questa scelta rappresenta la tomba storica della sinistra latino-americana, la risposta deleteria ad una sfida su cui si sono schiantati con gran fragore la maggior parte degli esperimenti di governo più o meno radicali della regione: dal cileno Boric alle ultime espressioni del peronismo di sinistra argentino. I danni sarebbero enormi: da un lato, una vittoria a valanga dell’estrema destra sarebbe solo rimandata; dall’altra, i movimenti sociali potrebbero subire un iniziale recupero da parte del Lulismo, che si tradurrebbe in un loro depotenziamento ed in una delega in bianco al governo, per poi uscire da uno scenario di potenziale tradimento con le ossa rotte e la fiducia sotto i tacchi, giustamente indisposti a sostenere ancora una volta il PT ma incapaci di difendersi e rispondere di fronte agli attacchi violenti della destra. Lungi da noi, quindi, lo scadere in facili entusiasmi per le vittorie elettorali di una sinistra riformista che troppo spesso, nel continente latino-americano, ha finito per ripiegare in disordine di fronte all’incapacità di sciogliere le proprie contraddizioni e spalancare le porte dei propri paesi alla peggiore reazione. Dall’altro lato, ciò che dobbiamo sempre ricordare quando si parla del Sud America e si guarda ai suoi processi politici dalle nostre latitudini, è che il rapporto antagonista tra le classi popolari e la reazione si articola su delle dimensioni di scontro estremamente esplicito, dispiegato e violento che per noi appartengono (almeno per adesso…) al passato. Nella difficoltà di reggere la durezza di questo scontro seguita al tramonto negli anni 90 dei grossi movimenti insorgenti latino-americani, la scommessa di molti movimenti sociali del continente di sostenere elettoralmente opzioni che, per quanto riformiste, garantiscono comunque l’agibilità politica minima necessaria per organizzarsi e far avanzare le proprie rivendicazioni non va sottovalutata, né liquidata come puro elettoralismo. I fuochi d’artificio esplosi dalle favelas di Rio de Janeiro dopo l’annuncio della vittoria di Lula sono la gioia di chi sa che, da oggi, i milicianos del clan Bolsonaro avranno qualche difficoltà in più ad entrare e sparare a vista su qualsiasi cosa si muova. L’esperienza delle mobilitazioni e dei movimenti che da decenni lottano in Brasile ha bisogno di spazi di elaborazione, formazione e avanzamento politico: garantire questi spazi, oltre a saperli sfruttare, sarà centrale per trasformare la disponibilità dei movimenti sociali brasiliani ad appoggiare Lula in una forza politica conflittuale ed organizzata, capace di contare al di fuori delle urne e di sostenere l’urto contro l’estrema destra latinoamericana e l’imperialismo statunitense e l’agenda che essi continueranno spietatamente ad imporre al continente.
Giovani come nemico interno: verso il “terrorismo di piazza”? – Heritage Foundation e rivoluzione reazionaria – Caso Marfin@0
Estratti dalla puntata del 26 ottobre 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GIOVANI COME NUOVO NEMICO INTERNO: VERSO IL “TERRORISMO DI PIAZZA”? La produzione normativa emergenziale successiva alle piazze del 17 e 18 ottobre 2026 si inserisce in un affastellarsi di Pacchetti Sicurezza e leggi costruite attorno a eventi di cronaca o “feticci sociologici”. L’utilizzo di categorie come “baby gang” (DL Caivano), o “maranza” (ultime disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile) distrae dello scopo che sottende al proliferare di nuovi attrezzi all’interno dell’arsenale repressivo: colpire la conflittualità sociale e comprimere tutte le pratiche che esulino dal lamento inerme. Parallelamente osserviamo l’applicazione dell’aggravante di terrorismo a comunicati online (Bari e Movimento 17 Ottobre) che incitavano al danneggiamento e all’insubordinazione durante i cortei: può rappresentare un terreno fertile per l’introduzione del reato di “terrorismo di piazza”, desiderato da anni da sindacati di polizia e partiti di estrema destra? Nel frattempo centinaia di persone, non appartenenti ai movimenti conflittuali convenzionali, sono state identificate in differita: è ipotizzabile l’utilizzo di tecnologie di riconoscimento biometrico? Ne parliamo con l’avvocata Silvia Tassotti di Bologna, membro di Stra.Li e della task force per il diritto alla protesta di Amnesty International: HERITAGE FOUNDATION: LINEE GUIDA PER LA RIVOLUZIONE REAZIONARIA Persone da inserire in strutture chiave, accentramento dei poteri, produzione di milizie fidelizzate e una rete di potere che si dipana dentro e fuori i confini statunitensi. Il think thank ultra-conservatore Heritage Foundation ha strutturato le linee guida per una rivoluzione reazionaria che tiene insieme il negazionismo climatico dei petrolieri, l’evangelismo messianico, l’apparato tecnomilitare filo-sionista e le organizzazioni per la disarticolazione dell’Unione Europea. Ne parliamo con Antonella Silipigni (di cui avevamo letto l’inchiesta sulla genesi di Futuro Nazionale): Per approfondire il suo lavoro su Heritage Foundation: HERITAGE FOUNDATION — LA FABBRICA DEL POTERE Project Esther: la rete cristiano-cattolica-sionista arrivata alla Casa Bianca ICE: da agenzia amministrativa a forza di coercizione interna GRECIA:LETTERA DI UN PRIGIONIERO DEL CASO MARFIN In conclusione ospitiamo la lettura di alcuni estratti da un comunicato di Thymio dal carcere, tornando a parlare del caso Marfin e della sua strumentalizzazione elettorale in Grecia. Lettera di Thymio [PDF]
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Comunicato degli studenti e le studentesse del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato scritto dagli studenti e studentesse del liceo Norberto Rosa di Bussoleno, che la scorsa settimana hanno tentato di dar vita ad un’occupazione di protesta nella scia delle mobilitazioni studentesche e giovanili che stanno scuotendo il paese. Il Movimento No Tav ha subito compreso l’importanza di queste proteste ed avevamo visto con gioia una nuova occupazione insieme a quelle di Rivoli e Avigliana. A Bussoleno l’occupazione, purtroppo già partita mercoledì scorso con degli intoppi, si è conclusa la sera del giorno dopo a causa delle pressioni del dirigente scolastico. Speriamo che questa esperienza dell* student* abbia dimostrato che la concertazione e il tentativo di accontentare tutti, purtroppo, non è servito per andare molto lontano. Speriamo trovino il loro modo di continuare la mobilitazione con i loro mezzi, i loro strumenti e le loro parole, senza stare alle pressioni di chi, volente o nolente, ha permesso che venisse strappato il futuro alla loro generazione. Le piazze di questi giorni ci stanno insegnando che ancora una volta che violenza, guerra e devastazione sono quelle che subiamo noi da fin troppo tempo. Oggi bisogna fare la scelta di essere parte della soluzione, oppure quella del problema e lo sciopero generale del 30 ottobre sarà un’occasione per dimostrarlo. Noi, senza paternalismi, siamo al fianco di chi si ribella e ha il coraggio di cambiare il futuro partendo dal presente! *** In questi giorni in televisione abbiamo visto episodi di violenza, vandalismo e devastazione, e ci siamo domandati, e continuiamo ad interrogarci, su quale sia la realtà nella nostra Paese. La verità, che non viene mostrata dai telegiornali, è un’altra, è quella di giovani che si uniscono per esprimersi e hanno il coraggio e la forza di affrontare insieme la lotta per il loro futuro, un futuro ormai lontano e incerto a causa delle premesse mai mantenute dal governo. Per questa ragione Mercoledì 21 Ottobre 2026 noi studenti ci siamo trovati davanti alla sede di Bussoleno del Liceo Norberto Rosa e ci siamo ostinati affinché venisse dichiarato lo stato di occupazione. Abbiamo definito la nostra un’occupazione parziale, autogestita e NON violenta, proprio perché ci teniamo a dimostrare ai nostri coetanei che, anche senza la partecipazione di tutti, la battaglia coinvolge la nostra intera generazione. Abbiamo continuato a mediare poiché fosse garantito lo svolgimento delle lezioni per coloro che non intendessero prendere parte all’occupazione, dimostrando l’importanza della libertà di poter esprimere la propria opinione dai banchi di scuola. Più volte durante la mattinata del 21 ci siamo ritrovati a parlare con il Preside. Dobbiamo ammettere che sono sorte incomprensioni da entrambe le parti, ma, anche tramite il supporto di alcuni docenti, che ci teniamo a ringraziare calorosamente, siamo riusciti nel nostro obiettivo: quello di continuare l’occupazione anche nell’orario notturno. Molto significativo non solo perché ha regalato momenti di socializzazione e condivisione, necessari alla nostra età, ma poiché nella logistica risiede una parte del grande messaggio che ci teniamo a mandare allo Stato Italiano, al Dirigente, ai docenti, ai genitori e ai nostri compagni. Vi chiediamo gentilmente infatti di sacrificare un momento, per sedervi comodi e leggere. Vogliamo invitarvi a riflettere sull’esasperazione che si cela dietro la nostra azione. Molti in questi giorni hanno commentato da semplici spettatori ciò che noi abbiamo vissuto. Non riconoscendo che alcuni di voi sono artefici ed altri vittime, state criticando chi cerca una soluzione. Dite a noi di studiare, di tornare a sederci ai banchi di scuola, di piegarci davanti al nostro dovere. Noi li abbiamo aperti i libri, ma vi chiediamo: “Facendo così, in quanti sono riusciti a riappropriarsi del proprio futuro?”. Dalla semplice quotidianità, noi tutti i giorni siamo costretti a vivere la frustrazione e la fatica che la generazione dei nostri genitori si porta appresso. Con questo non neghiamo l’importanza e la validità dei valori che ci hanno trasmesso, ma denunciamo l’insoddisfazione che leggiamo nei loro occhi. Le cose all’interno del nostro sistema si dovrebbero raggiungere attraverso la meritocrazia, eppure è da anni che la nostra generazione protesta dimostrando che i finanziamenti pubblici e quelli all’istruzione non sono da meritare, la sicurezza delle infrastrutture non è da meritare, l’ascolto di autorità, come città metropolitana di Torino, non è da meritare, la possibilità di parlare non è da meritare e un futuro sereno non lo è altrettanto, se non ci sono i mezzi per crearselo. Ci teniamo a condividere ciò che stiamo facendo e abbiamo fatto durante la giornata di Mercoledì 21 e Giovedì 22 Ottobre 2026. Abbiamo partecipato tutti in modo attivo nella condivisione di informazioni tramite i laboratori autogestiti, trattando anche argomenti che vengono censurati dalla scuola, come ad esempio l’educazione sesso-affettiva. Puntualizziamo che la nostra scuola ci ha dato la possibilità di imparare ed esprimerci anche attraverso mezzi meno provocatori e legali, durate la nostra occupazione, contrariamente a quanto viene detto, scritto e ribadito in meschini commenti da esterni non partecipanti; abbiamo, infatti, approfittato di questo tempo per trattare argomenti in maniera diversa da come ci viene proposto dalla scuola e, ci crediate o meno, anche questa è cultura, forse proprio quella che manca a questo Stato, dove abbiamo esempi ogni giorno di mancanza di dialogo e di ascolto. Durante la giornata di Venerdì 23 Ottobre, infatti, abbiamo svolto l’autogestione, già programmata da settimane, che ha posto fine allo stato di occupazione. Quest’ultima, purtroppo, non si è conclusa come speravamo. Nonostante alcuni genitori si fossero resi disponibili a passare la notte con noi, unica opzione concessaci dal Dirigente, la loro offerta di supporto è stata ostacolata da quest’ultimo, secondo dinamiche per noi poco chiare. Diversamente da come è stato scritto precedentemente, la decisione di interrompere lo stato d’occupazione non è stata nostra, ma imposta da terzi. Questa occupazione è nata da un nostro pensiero collettivo: far capire che manifestare, prendere posizione e far sentire la propria voce non è soltanto un diritto, ma anche un dovere in quanto cittadini, e ci dispiace che da molti venga vista come una perdita di tempo e una scusa per saltare le lezioni. Vorremmo chiudere con le parole dello psicologo e filosofo Paul Watzlawick, a cui ci sentiamo molto affini, che ha dedicato la sua vita allo studio della comunicazione: “Non è importante ciò che si dice, ma ciò che l’altro capisce. Il significato di una comunicazione sta nella risposta che si ottiene, non nell’intenzione di chi la emette.” Vuole dire proprio questo: possiamo avere le migliori intenzioni, ma se non ci si ascolta davvero, il messaggio verrà sempre interpretato in altro modo. Per questo vi abbiamo chiesto di fermarvi a leggere; di dare attenzione agli studenti in rivolta che vogliono solo essere ascoltati. Gli studenti occupanti del Liceo Norberto Rosa
Continua l’accanimento nei confronti di Sara: da venerdì sera ai domiciliari
La Questura e la Procura di Torino hanno confezionato un aggravamento delle misure preventive nei confronti di Sara, giovane e generosa compagna del movimento torinese.  Già con obbligo di dimora e rientri serali oltre alla disposizione di firma quotidiana, a seguito di alcune segnalazioni da parte della Digos, è stato predisposto l’aggravamento delle misure tramutandole in arresti domiciliari.  Alcune di esse sono relative agli ultimi cortei avvenuti a Torino come in moltissime altre città d’Italia, in particolare il grande corteo di sabato 17 ottobre contro il carovita e il riarmo. Ricordiamo che anche in quell’occasione, a corteo concluso, la polizia ha deciso di caricare le persone ancora presenti in piazza Castello con lacrimogeni ad altezza uomo e con l’intento di spingere i manifestanti al di fuori del centro cittadino. In questa occasione Sara è stata individuata, insieme ad altri ed altre, prendere parte alla manifestazione. Questo è bastato, insieme alle segnalazioni relative alla manifestazione oceanica per la Palestina, per ottenere un aggravamento delle restrizioni in tempi da record. La richiesta è stata fatta venerdì e accolta venerdì stesso, notificata poi la sera stessa dalla Digos. E così, poco prima di un altro importante appuntamento per la città di Torino, ossia il corteo contro il riarmo e il carovita di sabato 24 ottobre, è stato applicato il dispositivo. Un’azione che va a colpire anche in un momento preciso, dato che è in corso il processo per la richiesta di sorveglianza speciale.  Nelle carte si legge la riproposizione del solito apparato argomentativo: la Questura ha come compito esplicito quello di confezionare ad arte personaggi e profili che in qualche modo dovrebbero assumere un ruolo da “leader” delle piazze in quanto ne prendono parte in maniera attiva. I giornali non si tirano indietro nel comporre un quadro in cui la narrazione cucita ad hoc concorre alla costruzione di questa immagine che va a legittimare atti di accanimento giudiziario nei confronti di alcuni compagni e compagne. Quasi una psy-op dove alcuni, molto spesso giovani, vengono individuati come rappresentativi di una dimensione completamente diversa da come si profila nelle menti di pm e questurini. L’eterogeneità, la complessità, i rapporti materiali tra persone, dimensioni collettive, realtà sociali e contesti viene completamente cancellata. Rimossa per fare spazio a un riassunto superficiale e completamente fuorviante di come, nella loro testa, dovrebbero funzionare le situazioni collettive, che siano di piazza o altro. Si evince in maniera sistematica, e probabilmente frutto di una profonda ignoranza della storia del conflitto sociale e dei movimenti, il costante tentativo di ridurre tutto a una banalizzazione stupida e semplicistica. Il problema è che poi a pagarne le conseguenze sono compagni e compagne che da sempre prendono posizione in maniera chiara contro le ingiustizie e per contribuire alla costruzione di un futuro migliore. Ancora una volta sarà importante fare sentire tutta la nostra solidarietà nei confronti di chi oggi si trova privato della propria libertà!  Sara libera! Tutti e tutte libere!  da Associazione a Resistere
“Soffia il vento dei ’20!” Torino, Campus Einaudi occupato
Pubblichiamo la piattaforma di rivendicazioni uscita dall’Assemblea di CPS – Culture, Politica e Società del campus Einaudi di Torino che da ieri è stato occupato a seguito di una partecipatissima assemblea generale universitaria e della contestazione all’inaugurazione dell’anno accademico al quale era stato invitato un noto sionista, Maurizio Massari. Studenti e studentesse universitarie dichiarano di voler rimanere in occupazione sino a quando le richieste non saranno accolte. Inoltre, viene diramato un appello volto a diffondere una mobilitazione universitaria permanente e a seguire l’iniziativa in tutte le università. L’assemblea studentesca del Campus Einaudi dichiara il polo occupato, avanzando le seguenti rivendicazioni: Al Governo chiediamo: 1. La sottrazione dell’Italia dall’accordo firmato con la NATO nel quale si impegna a raggiungere un investimento pari al 5% del PIL nel comparto della difesa entro il 2035 e la sottrazione dal piano ReArm Europe. 2. Reinvestimento dei suddetti fondi destinati al bellico in istruzione, ricerca e sanità. 3. Il ripristino del taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi complessivi. 4. Il congelamento degli affitti, il blocco degli sfratti, l’impossibilità di commutare i contratti di locazione da lungo a breve termine. 5. La modifica del Codice degli appalti, affinché ci sia una progressiva internalizzazione dellз lavoratorз, a partire dalle università. 6. Un maggiore investimento nel Fondo di Finanziamento Universitario. Al Ministero dell’Università e della Ricerca chiediamo: 1. Che il 96% dei 33mila studentati costruiti coi fondi PNRR, attualmente in mano ai privati, vengano posti sotto l’ente pubblico, uscendo dal circuito del mercato immobiliare. Chiediamo inoltre che vengano resi disponibili gli altri 27mila posti letto promessi dal PNRR e non ancora realizzati. 2. La modifica dei criteri di premialità nella distribuzione dei finanziamenti all’Università.  Ad Edisu e alla Regione Piemonte chiediamo:  1. Che i criteri di vivibilità standard all’interno dei posti letto che Edisu prende in concessione dalle strutture private vengano rispettati. 2. Lo stanziamento di un fondo specifico per il premio di laurea, affinché non venga ricavato da avanzi di altre erogazioni. 3. Che i rinunciatari al posto letto possano accedere alla borsa di studio da fuori sede caricando il contratto di locazione. All’Università degli Studi di Torino chiediamo: 1. Trasparenza nella vigilanza dell’accordo tra Confindustria e UniTO affinché vengano rispettate le clausole dell’Osservatorio sulla consapevolezza dei Rischi d’uso nelle Attività universitarie (ORA). 2. La rescissione di tutte le collaborazioni e accordi con le aziende belliche (Thales Alenia Space e Leonardo).  3. Una presa di posizione contro i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario, facendo pressione su MUR e CRUI (Conferenza Rettori Universitari Italiani). 4. Che parte dei fondi ottenuti vengano vincolati alla riduzione del precariato universitario, per lз ricercatorз e tecnichз-amministrativз. 5. L’investimento nell’affitto di aule affinché non venga ridotto il numero di corsi ad accesso libero. 6. Il rimborso spese per lз tirocinanti curriculari. APPELLO A TUTTE LE UNIVERSITA’ D’ITALIA Da ieri martedì 27 ottobre, il Campus Luigi Einaudi è dichiarato occupato. Le lezioni saranno sospese, ma verranno organizzati laboratori, conferenze, seminari, discussioni e lezioni alternative insieme a precari e docenti. L’obiettivo è duplice: evidenziare problematiche dando risposte politiche e favorire un processo di formazione collettiva attraverso lo strumento dell’occupazione. Due assemblee, partecipate da centinaia di persone, hanno portato alla conclusione che è necessario, come studenti e studentesse dell’università di Torino, dare un segnale chiaro a cui tutte e tutti sono invitati e tenuti a partecipare. Nel corso delle ultime settimane l’Italia e l’Europa sono state scosse da fortissime mobilitazioni popolari e giovanili. Dalla Francia alla Grecia, studenti e studentesse, universitari e universitarie, giovani delle periferie, sono usciti dalla letargia nella quale i governi li avrebbero preferiti, e hanno espresso il loro potere. Nelle scuole, nelle università, nelle piazze. A Torino più di 30 scuole sono state occupate e cortei da migliaia di persone hanno attraversato, con determinazione, le strade della città. I lavoratori, dall’ex ILVA ai porti, si mobilitano verso la convergenza del 30 ottobre. Adesso tocca a noi. Il governo Meloni – in una congiuntura storica di aggravamento della crisi del sistema economico globalizzato e dell’egemonia USA che lo guida – sta portando l’Italia verso la guerra, a colpi di tagli a Istruzione, Università, Sanità e lavoro. Il raggiungimento del 5% del PIL in spesa bellica e il piano di riarmo europeo sono l’esemplificazione delle politiche antipopolari del governo. Politiche che rischiano di esacerbare la crisi sociale già in atto, con conseguenze nefaste per il tessuto sociale ed economico italiano. L’università italiana subisce un definanziamento sistematico da decine anni, tra tagli e mancati adeguamenti al tasso di inflazione: la spesa in Istruzione al 4% del PIL rimane ben al di sotto degli standard degli altri paesi europei. L’Università di Torino fa direttamente i conti con le conseguenze dei tagli al FFO, esternalizzate sulla qualità della didattica, sui lavoratori precari e sugli studenti. Non è possibile che un luogo di produzione di sapere e di ricerca non prenda posizioni nette a riguardo, soprattutto considerando il buco da 62 milioni di euro che grava sul bilancio dell’università. Preferisce invece, per sopravvivere, accordarsi con Confindustria e aprire ancora di più alla ricerca dual use, sulla quale non viene garantito un reale controllo. Ai primi cenni di mobilitazione, nelle piazze e nelle università, la risposta è stata immediatamente repressiva. L’occupazione del polo CLE rappresenta la risposta più adeguata ad un preciso tentativo di spostare le mobilitazioni dal terreno della politica a quello della sicurezza: dove loro chiudono e reprimono, noi apriamo spazi di politicizzazione e formazione. Abbiamo intenzione di ridare significato alle aule universitarie e uscire dai binari predefiniti della didattica quotidiana, per interrogarci sul nostro ruolo nella società ed esprimere tutto il potere che potenzialmente abbiamo. Come studenti, come precari, come docenti. Vogliamo che la mobilitazione ottenga dei risultati, su tutti i piani su cui riusciamo ad intervenire attraverso questa iniziativa. Vogliamo risposte chiare dalla rettrice Prandi e da Regione ed Edisu. Vogliamo il soddisfacimento delle richieste avanzate al governo Meloni e le sue immediate dimissioni. Invitiamo tutte le università d’Italia a iniziare una mobilitazione permanente con rivendicazioni chiare. È necessario rendere visibile il ruolo centrale che l’accademia rappresenta nella società italiana e i suoi rapporti viscerali con il suo sviluppo, anche produttivo. Se l’accademia viene gestita come polo di innovazione da sottomettere a dinamiche di profitto, allora noi vogliamo renderla perno di cambiamento, progresso ed emancipazione collettiva.
Serbia: la lista degli studenti stravince le elezioni. Il movimento chiude l’era Vucic, 12 anni di corruzione e ultranazionalismo
Svolta elettorale storica in Serbia, dove si è registrata un’affluenza record alle urne. da Radio Onda d’Urto Vucic ammette la sconfitta alle elezioni, stravinte dalla Lista degli studenti. La svolta chiude 12 anni di dominio ultranazionalista di Vucic, passato da vicepremier e premier a presidente dopo la fondazione, nel 2008, del Partito progressista serbo (SNS). La Lista studentesca è destinata a ottenere 140 seggi su 250 del Parlamento, mentre la formazione dello sconfitto Vucic ne avrà circa 105. Le proiezioni attribuiscono agli studenti circa il 52% dei voti contro il 39% di Vucic, dopo anni di potere segnati da corruzione e a quasi due anni dalle proteste di massa, nate dal crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad nel 2024 (16 morti). Scene di esultanza in strada a Belgrado. Da qui Radio Onda d’Urto ha sentito Massimo Moratti, corrispondente dalla capitale della Serbia per l’Osservatorio Balcani Caucaso d’Europa ed esperto in diritti umani.  L’intervista anche a Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. 
Appello processo Sovrano: come criminalizzare il conflitto sociale. Richieste le condanne
Ripubblichiamo il resoconto di Notav.info sull’udienza di ieri del processo di appello che vorrebbe ribaltare la sentenza in primo grado per quanto riguarda l’accusa di associazione a delinquere per Askatasuna, Movimento No Tav e Spazio Popolare Neruda. Si è svolta oggi [ieri] un’ulteriore udienza del processo d’appello per l’operazione Sovrano. Dopo la testimonianza di Giorgio, uno degli imputati, si sono tenute le requisitorie della pubblica accusa e delle parti civili. Dalle requisitorie emerge, ancora una volta, la sostanziale continuità con l’impostazione accusatoria del primo grado: le condanne richieste sono rimaste invariate in alcuni casi e sono state ridotte solo leggermente in altri. Nessun ripensamento sostanziale, dunque, rispetto a un impianto che il Tribunale, in primo grado, aveva già ridimensionato in modo significativo, assolvendo tutti gli imputati dall’accusa di associazione a delinquere, contestata ai sensi dell’articolo 416 del codice penale. In appello, la Procura torna invece a insistere sulla necessità di riconoscere quel capo d’imputazione, riproponendo una lettura che tende a ricondurre a un’unica presunta trama criminale esperienze, percorsi e pratiche politiche differenti: il centro sociale Askatasuna, il Movimento No Tav e le lotte sociali che attraversano la metropoli. Particolarmente significativo, in questa prospettiva, è stato il riferimento alla necessità di arrivare a condanne importanti anche per il capo 1, quello relativo all’associazione a delinquere, evocando lo scenario di future mobilitazioni contro il nucleare o di una possibile diffusione delle proteste contro il caro vita. Il messaggio politico che emerge da questo ragionamento è tutt’altro che secondario: la risposta penale viene chiamata in causa non soltanto per giudicare fatti contestati, ma anche in relazione a conflitti che potrebbero svilupparsi in futuro. Come se le lotte di domani fossero già un problema di ordine pubblico da prevenire attraverso le condanne di oggi. Una lettura che cancella deliberatamente le ragioni delle lotte, i contesti in cui nascono e la capacità di chi le attraversa di organizzarsi collettivamente. Tutto diventa funzionale al teorema accusatorio, persino le relazioni tra realtà che condividono battaglie e momenti di mobilitazione. E così il conflitto sociale, anziché essere riconosciuto come espressione di una società attraversata da contraddizioni, viene trattato come un problema di ordine pubblico da reprimere. Non meno surreale il quadro emerso dalle requisitorie delle parti civili, dove la storica emittente torinese Radio Blackout è stata ribattezzata, nella rappresentazione accusatoria, radio “black block”: uno strumento funzionale all’associazione che viene descritta come sovversiva nei fatti, ma a delinquere per la legge. Una rappresentazione che dice molto del tentativo di riscrivere il ruolo degli spazi sociali, delle radio indipendenti e delle reti di movimento, trasformando strumenti di comunicazione, luoghi di confronto e relazioni politiche in elementi di un presunto apparato criminale. Insomma, la solita retorica, accompagnata dalla consueta ipocrisia: mentre si moltiplicano i richiami alla democrazia e alla libertà, si pretende di circoscrivere sempre più lo spazio legittimo del conflitto sociale, fino a trattare come una minaccia ciò che nasce dalla capacità delle persone di unirsi e agire collettivamente. La sentenza di primo grado aveva escluso l’esistenza dell’associazione a delinquere contestata agli imputati. Oggi, in appello, l’accusa torna a chiedere che quella lettura venga ribaltata, proiettando sul conflitto sociale lo spettro di una presunta organizzazione criminale. Prossime udienza il 30 novembre per le arringhe delle difese. Si parte si torna insieme, Avanti NO Tav! Leggi tutte le tappe della vicenda su Associazione a Resistere