Gli iraniani resistono nonostante il regime,le bombe e le sanzioni
All’interno dell’Iran la guerra sta generando una crisi economica fortissima con ampie fasce della popolazione che ormai vivono al di sotto della soglia di povertà ma al contempo si assiste ad una inevitabile crescita di un sentimento nazionalista, che non necessariamente coincide con un consenso verso il regime. Cresce un sentimento di solidarietà civile reciproca che si esprime anche nei raduni notturni chiamati dal regime in piazza , in queste circostanze si manifesta anche in forma di veri e propri “happening” l’insofferenza verso la repressione , la stanchezza per la guerra e la crisi economica . Le notizie dal paese sono scarse e difficili da reperire con regolarità ,il movimento di opposizione che si è manifestato verso dicembre/gennaio e che ha subito una feroce repressione ha trasformato, a causa della situazione di guerra ,la propria natura in una rete di cura. Si sono costruite nei quartieri mense popolari ,casse di sostegno , ci si sostiene a vicenda ,ma si protesta anche contro l’aumento delle condanne a morte degli oppositori .Uno sciopero della fame è in corso in più di 60 carceri iraniani proprio per denunciare le esecuzioni ,si articolano proteste nelle università contro leggi che impediscono la collaborazione con enti universitari stranieri . L’effetto dell’ultima ondata di sanzioni ha avuto un impatto sproporzionato sulla popolazione civile del paese e sul settore dell’istruzione in particolare. Le precedenti sanzioni hanno contribuito a rendere gli iraniani più poveri innescando un collasso valutario, portando a un aumento dei prezzi di cibo e medicine. Hanno isolato finanziariamente gli iraniani attraverso trasferimenti bancari bloccati e l’esclusione digitale attraverso software, servizi cloud e piattaforme limitate . l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro degli Stati Uniti ha anche sospeso a tempo indeterminato le licenze generali relative all’istruzione che hanno consentito una cooperazione limitata con l’Iran da parte di università o persone americane, inclusi ma non limitati a programmi di scambio accademico e alcuni servizi di istruzione senza scopo di lucro. Duolingo, la società di tecnologia educativa americana che offre app di apprendimento e certificazioni linguistiche, ha deciso di vietare i test di lingua inglese per tutti gli utenti in possesso solo di un documento d’identità iraniano. A seguito del perverso meccanismo delle sanzioni secondarie gli studenti iraniani che cercano di perseguire titoli accademici al di fuori dell’Iran hanno osservato che diverse università in Australia, Norvegia e Regno Unito mettono in pausa le domande di dottorato, sponsorizzazioni o iscrizioni per gli iraniani negli ultimi mesi. La guerra ha rafforzato l’oligarchia affaristico militare dei Pasdaran che controllano l’economia delle sanzioni ,mentre la classe media che sosteneva il regime sta evaporando sotto i colpi della crisi economica e della guerra che impone una spesa pari al 25% del budget statale.  Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa della storia dell’Iran.
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Torino è partigiana, Vannacci torna a casa!
L’ex generale contestato oggi da centinaia di persone a Torino. Di seguito il comunicato congiunto di diverse realtà torinesi che hanno partecipato alla mobilitazione. Da Network Antagonista Torinese, Collettivo Universitario Autonomo Torino, Studenti Indipendenti, Extinction Rebellion e Oltre – Torino. Oggi in centinaia alle otto di mattina ci si è ritrovati fuori dall’hotel dove l’ex generale era ospite di un convegno sulla sicurezza urbana, inizialmente sarebbe dovuta essere una “formazione” per le forze di polizia. Vannacci si rappresenta come outsider quando è finanziato dagli Stati Uniti, si presenta come l’uomo contro il riarmo quando da buon militare vorrebbe vederci tutti e tutte soldati e sostiene da sempre il genocidio in Palestina. Vannacci dice che chi lo contesta “non è democratico”. Vannacci a Torino è stato contestato da giovani e meno giovani, Torino oggi ha chiarito una cosa molto semplice: chi contribuisce a una guerra che non vogliamo, chi usa il tema della sicurezza per dividere, chi sostiene che i femminicidi non esistano, chi è dichiaratamente sionista non ha nessuna legittimità. Il tour dell’ex generale non sarà certamente finito e, in giro per l’Italia dovremo assistere a ulteriori teatrini, ma in ogni città certamente troverà chi non ha intenzione di fargli fare la parte di quello “anti-sistema” . In ogni città c’è chi sa bene da che parte stare per lottare contro il riarmo e la guerra. Nessun generale per nessuna guerra, Torino non ti vuole, tutta Italia non ti vuole! Di seguito una corrispondenza di Radio Onda d’Urto A Torino mobilitazione dal primo mattino e fino a mezzogiorno, venerdì 18 settembre, con diverse centinaia di persone a circondare l’Nh Hotel di corso Vittorio Emanuele II, dove il leader dell’estrema destra di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ha partecipato al convegno (mezzo vuoto, guardando le sedie in sala, dove si è palesato sul finire pure Vittorio Feltri) su ‘Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori’, organizzato dal sindacato Fsp della Polizia di Stato. “Nessun generale per nessuna guerra, Vannacci fuori da Torino” è lo striscione di testa dei manifestanti, chiamati in piazza dal Network Antagonista Torinese e bloccati a distanza dall’hotel da un ingente schieramento poliziesco. Dopo un lungo fronteggiamento, il presidio è diventato un corteo in quartiere, cercando altri varchi per avvicinarsi all’Nh hotel e al convegno vannacciano, blindatissimo, per concludersi attorno a mezzogiorno, rilanciando altre scadenze di lotta per i prossimi giorni. Da Torino su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con Nina, studentessa universitaria e compagna del Cua 
Puntata del 15/09/2026@0
Il primo argomento della serata è stato quello della repressione sui posti di lavoro, infatti in collegamento con Margherita Napoletano abbiamo spiegato le ragioni che hanno portato CUB Milano ad indire un corteo cittadino per sabato 19 settembre su questo tema. Oltre a ripercorre le vicende che hanno visto la storica rappresentante sindacale dell’ ospedale San Raffaele venire licenziata per motivi pretestuosi, abbiamo tracciato un quadro generale sulla situazione licenziamenti repressivi e generica agibilità sindacale in Italia. Saranno proprio le diverse tappe del corteo a raccontare ognuna una storia di repressione sul luogo di lavoro, ma anche gli interventi e le partecipazioni di Simone Vivoli licenziato da TIM e Delio Fantasia licenziato da Stellantis a scandire il concetto che nonostante tutto la lotta di lavoratori e lavoratrici per migliori condizioni di lavoro non si arrestano. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento lo abbiamo realizzato in compagnia telefonica di Umberto Ottone di CUB Università e ricerca sulla “proposta” attivata dal Ministro Validità sulla possibilità di aderire ad un’ assicurazione integrata privata da parte del personale docente e ATA delle scuole italiane. Dal comunicato a riguardo pubblicato dal sindacato di base: ” La CUB SUR contrasta con forza l’assicurazione sanitaria integrativa per il personale della scuola in quanto riduce i finanziamenti all’istruzione e contribuisce allo smantellamento del welfare trasferendo il denaro dai lavoratori ai padroni del mondo finanziario. La CUB SUR si impegna invece a promuovere campagne di lotte per la difesa della sanità pubblica, dell’istruzione statale e dei salari. Sappi che se aderisci all’ “allettante” offerta del Ministro Valditara: • Porterai soldi alla sanità privata • Contribuirai alla distruzione della sanità pubblica • Finanzierai la guerra • Non godrai di reali benefici • I tuoi soldi saranno usati per le peggiori operazioni finanziarie nel mondo • Danneggerai l’economia del tuo Paese • Impoverirai le finanze del tuo Stato • Sosterrai l’economia degli Stati Uniti • Non avrai una vera e garantita copertura sanitaria totale Prenditi il tuo tempo e informati a dovere prima di aderire !“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Ernesto dello Slai Cobas Taranto sulle 2.500 lettere di licenziamento collettivo per lavoratori dell’indotto ex Ilva di Taranto. La vicenda del tentato licenziamento di 2.500 operai dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto rappresenta un capitolo cruciale dello scontro in atto tra il capitale industriale e la forza lavoro. A inizio settembre, le aziende dell’indotto (rappresentate da Aigi) hanno avviato la procedura di licenziamento collettivo per 2.500 operai. Questo atto è stato denunciato dal sindacalismo di base come il braccio di ferro dei privati sulla pelle dei lavoratori, finalizzato a scaricare sui subordinati i costi della crisi strutturale dello stabilimento. Di fronte allo spettro di una gravissima “bomba sociale” e alla minaccia di una mobilitazione di massa nel territorio tarantino, l’associazione padronale ha dovuto fare momentaneamente marcia indietro, decretando la sospensione temporanea delle procedure di licenziamento. Il congelamento degli esuberi viene interpretato come una tregua armata dettata dalla paura del conflitto operaio e della destabilizzazione istituzionale. La vertenza rimane aperta come uno dei principali terreni di lotta di classe sul territorio nazionale, dove la difesa del posto di lavoro si scontra direttamente con le logiche del profitto privato e dell’indifferenza statale. A questo si vanno ad aggiungere le gravi dichiarazioni dell’ammiraglio NATO cavo dragone che conferma la creazione a Taranto del comando nato del sud ed il ruolo strategico della città nei piani di guerra. Buon ascolto
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L’invasione barbarica dei data center a Torino e provincia
Un articolo Di FRANCESCO CAPPELLO apparso sul blog Seminare Domande Quando il calcolo diventa bersaglio militare. L’impatto economico, ecologico e militare delle cattedrali digitali sul territorio piemontese. L’impatto dei mega data center sul sistema territoriale torinese: speculazione infrastrutturale, reti di produzione energetica rinnovabile, sistemi di accumulo energetico BESS e profili di rischio dual-use  Sul territorio della città metropolitana di Torino e dell’area piemontese si sta consumando una delle più imponenti operazioni di riconversione urbanistica ed energetica della storia recente, perfettamente integrata nella logica di militarizzazione del calcolo, riarmo tecnologico e controllo sociale che caratterizza la corsa globale all’Intelligenza Artificiale.  Il capoluogo sabaudo e la sua prima cintura non rappresentano una scelta casuale: la presenza di un solido tessuto industriale automobilistico in via di dismissione, l’estesa disponibilità di aree produttive dismesse da riqualificare, la vicinanza strategica con lo snodo finanziario e digitale di Milano e una rete di trasmissione elettrica ad alta tensione ereditata dai complessi manufatturieri del Novecento rendono la provincia di Torino il secondo polo d’attrazione nazionale per le cattedrali informatiche, posizionandosi subito dietro l’area milanese. I dati forniti dal gestore della rete elettrica nazionale Terna registrano una pressione senza precedenti sul territorio piemontese, dove si concentrano 64 istanze ufficiali di prenotazione di potenza per oltre 13 gigawatt complessivi. La sola provincia di Torino assorbe 43 pratiche per una potenza teorica richiesta pari a oltre 8 gigawatt, trasformando la mappa dei comuni dell’hinterland in una scacchiera di speculazione infrastrutturale dove la disponibilità di suolo, acqua ed elettricità pubblica rischia di essere larghissimamente asservita alle esigenze dei grandi complessi di elaborazione dati. Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario distinguere il quadro delle infrastrutture tra i nodi già operativi, i progetti che hanno ottenuto le necessarie autorizzazioni urbanistiche e la marea di istanze ancora in attesa di valutazione. La geografia delle strutture già realizzate e pienamente operative mappa l’architettura digitale civile e istituzionale che per decenni ha servito il territorio, prima dell’avvento dei colossi hyperscale. In Torino città figurano 14 impianti consolidati di medie e piccole dimensioni. Tra questi spicca l’infrastruttura pubblica gestita dalla società in-house CSI Piemonte nelle sedi di Via Monastir e Corso Unione Sovietica, che costituisce il cuore dell’elaborazione dati per la Città di Torino, la Regione e le pubbliche amministrazioni locali; la struttura è accreditata dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ed è candidata a Polo Strategico Nazionale (PSN) per la custodia e la gestione dei dati critici, sanitari e strategici pubblici.  A questo nodo si affiancano i data center proprietari dei grandi gruppi industriali, bancari e di telecomunicazione, come la struttura TIM di Via Oreste Mattirolo, i centri elaborazione dati del gruppo Intesa Sanpaolo dedicati alla gestione delle transazioni finanziarie e della profilazione creditizia, i nodi di Fastweb e Iren, nonché il centro tecnologico operativo di Noovle (società cloud della galassia TIM) a Settimo Torinese.  Questi centri rappresentano l’ossatura della prima fase digitale, improntata alla gestione dei servizi locali e aziendali, ben diversa dall’impatto distruttivo e vorace dei complessi di nuova generazione a servizio delle piattaforme algoritmiche internazionali. Sul fronte dei data center autorizzati e in fase avanzata di iter urbanistico, le varianti adottate dai vari consigli comunali delineano progetti circostanziati che convertono siti produttivi dismessi o terreni agricoli in infrastrutture ad alta densità per l’elaborazione di dati della pubblica amministrazione, della logistica avanzata, dell’industria strategica, della sicurezza e della difesa (guerra ibrida, cyber sicurezza, Defence cloud e guerra multi dominio). A Caselle Torinese la variante numero 3 al Piano Regolatore Generale, approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale e supportata da compensazioni ambientali negoziate con l’Ente Parco La Mandria per interventi di deimpermeabilizzazione e forestazione urbana, ha trasformato la destinazione d’uso di 450 mila metri quadrati delle aree Ata vicine all’aeroporto “Sandro Pertini” da commerciale a industriale produttiva ad alta tecnologia. Su questa variante si innesta il progetto promosso dal colosso immobiliare Hines, che prevede un campus di sei edifci industriali per oltre 150 mila metri quadrati coperti più un fabbricato d’appoggio tecnologico, con una richiesta di potenza elettrica di 250 megawatt e un investimento di 500 milioni di euro.  La posizione adiacente allo scalo aeroportuale e ai vettori di telecomunicazione lo candida all’elaborazione di dati logistici, aerospaziali e di pubblica sicurezza. A Moncalieri, la riconversione urbanistica interessa lo storico stabilimento dell’ex Ilte (Industria Libraria Tipografica Editrice) di Via Postiglione, chiuso nel 2016 e acquistato nel 2022 per 9 milioni di euro dal tribunale fallimentare di Roma da parte di LCP (Logistics Capital Partners), fondo internazionale attivo nel real estate e nella logistica. Il progetto, che ha già ottenuto il parere positivo degli uffici comunali nel marzo 2026 e si trova al centro delle discussioni sulle compensazioni ambientali, prevede la costruzione di uno dei poli informatici più grandi d’Italia: un campus di quattro grandi edifici per 270 mila metri quadrati di superficie complessiva e una potenza elettrica di ben 576 megawatt. Si tratta di una potenza persino superiore a quella prevista per il mega-impianto nell’area dell’ex centrale di Trino Vercellese (compreso tra i 300 e i 400 MW con 4,5 miliardi di investimento), per un valore economico complessivo stimato in oltre 4,5 miliardi di euro e un’occupazione dichiarata di 400 posti di lavoro. Attorno al cuore tecnologico dedicato ai server sono previsti uffici, parcheggi, viabilità interna, aree verdi e un impianto fotovoltaico dedicato. Il passaggio dallo stabilimento fondato nel 1975 che per decenni ha stampato le Pagine Gialle, quotidiani e riviste nazionali a una mega-fabbrica del calcolo ad altissima densità per i big data segna la conversione simbolo della cintura sud torinese. Sempre sul fronte delle varianti urbanistiche avviate per la logistica industriale e i servizi di calcolo figurano i terreni dell’ex Fiat Ricambi, che coprono oltre un milione di metri quadrati a cavallo tra i comuni di None e Volvera (con estensioni verso Moncalieri e Nichelino) e vedono istanze di potenza superiori a 600 megawatt. A Torrazza Piemonte le varianti sulle aree delle ex fornaci mirano a consentire la demolizione e ricostruzione per far posto a un polo di calcolo orientato all’IA, mentre a Montanaro la società FCV (FCV, Real Estate Development, è una società di promozione, sviluppo e gestione immobiliare) ha avviato le interlocuzioni urbanistiche per un “Data Center hub” su un’area di 412 mila metri quadrati.  Nel capoluogo, la Cittadella dell’Aerospazio di Corso Marche rappresenta l’esempio più stringente di integrazione tra urbanistica, “difesa” e gestione dati: nel perimetro riqualificato ex Alenia, la variante urbanistica si intreccia con i progetti del gruppo Leonardo e dei centri di ricerca per l’installazione di un supercomputer e data center dedicato all’elaborazione dei dati della ricerca aerospaziale, dei sistemi di navigazione satellitare e militare. La categoria di gran lunga più critica e pervasiva è infine quella dei data center richiesti e ancora privi di autorizzazione finale, che compongono una marea speculativa di prenotazione energetica in attesa delle procedure uniche di VIA e AIA.  A Torino città, nel quartiere Lucento, la riqualificazione dell’ex Laminatoio Bonafous vede protagonista la società Reba Projects, riconducibile al gruppo Asja Energy di Agostino Re Rebaudengo. Il progetto di trasformazione dell’area industriale dismessa prevede l’insediamento di un data center con una potenza di carico iniziale di 125 megawatt e una capacità d’espansione programmata oltre i 300 megawatt, per un investimento finanziario che parte da oltre un miliardo di euro. L’infrastruttura è nativamente concepita per supportare il calcolo intensivo dell’Intelligenza Artificiale e la gestione di grandi moli di dati a servizio del tessuto economico ed economico-statale. In cima alla classifica per potenza richiesta figura il Comune di Grugliasco, dove sull’area ex Pininfarina di Borgata Lesna la variante urbanistica riguarda un primo modulo di circa 58 mila metri quadrati, con una potenza di progetto indicata nell’ordine dei 200 megawatt e un investimento stimato in circa 4 miliardi di euro, a fronte di almeno 200 posti di lavoro promessi. L’operazione è seguita da Added Value Capital e dall’imprenditore Alfiero Massimini, che agiscono da intermediari; il nome dell’utilizzatore finale del data center non è stato reso pubblico. Il 30 giugno 2026 il Consiglio comunale di Grugliasco ha approvato, con 17 voti favorevoli, la delibera che riconosce l’interesse pubblico alla deroga urbanistica richiesta per l’intervento. Considerando però l’intero comparto industriale dismesso di Grugliasco, risulta depositata a Terna una richiesta di allaccio alla rete per l’incredibile potenza complessiva di 1,23 gigawatt (pensata per grandi cluster di supercalcolo per l’IA) con impatti idrici massicci per il raffreddamento, un dato che supera di circa sei volte la potenza dichiarata per il solo progetto ex Pininfarina, e che lascia aperti interrogativi su quali ulteriori ampliamenti, margini tecnici o progetti paralleli possano comporlo. Nel capoluogo, a Torino città, le pratiche complessive presentate a Terna sfiorano 1,09 gigawatt di richiesta, focalizzandosi sul recupero di vecchi immobili industriali e scali ferroviari.  A Settimo Torinese, oltre al polo già operativo di Noovle, si registrano ben otto manifestazioni di interesse presentate al Comune per un volume potenziale di potenza richiesta pari a 1,05 gigawatt. La spinta speculativa si estende a raggiera lungo i principali corridoi energetici della provincia, dove sono state depositate decine di istanze pendenti nei comuni di Chivasso, Rivalta di Torino e Collegno per sfruttare le vicine sottostazioni elettriche ad alta tensione e i canali di raffreddamento idrico. A questa pressione sulla provincia torinese si affiancano, a pochissima distanza dai confini provinciali, i progetti di mega-impianti come quello pianificato nell’area dell’ex centrale termoelettrica di Trino Vercellese, da oltre 4,5 miliardi di euro, concepito per agire in stretta sinergia con la rete di calcolo dell’area metropolitana di Torino. L’analisi a largo spettro dei portali istituzionali, dai bollettini ufficiali della Regione Piemonte ai documenti di programmazione urbanistica comunali e alle rilevazioni di Terna, evidenzia come questo sviluppo incontrollato proceda in assenza di una pianificazione territoriale coordinata capace di valutare gli impatti cumulativi. La corsa all’autorizzazione dei data center nell’area torinese non risponde a una visione di sviluppo sostenibile o di utilità sociale per la popolazione locale, ma si inserisce perfettamente nella dinamica di accaparramento delle risorse energetiche e idriche del territorio per alimentarne la voracità, sostenendo i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme di sorveglianza digitale e i sistemi informativi a supporto della finanza globale e del riarmo bellico. Per comprendere la reale portata dell’impatto territoriale che sarà generato dai data center nella città metropolitana di Torino, è necessario analizzare il sistema di approvvigionamento energetico dedicato. La transizione verso le fonti pulite per queste infrastrutture rappresenta un vincolo economico e finanziario stringente: l’accesso ai capitali internazionali, ai fondi europei e alle linee di credito dei grandi asset manager globali è subordinato al rispetto dei criteri ESG (Environmental, Social, and Governance) e alla stipula di contratti a lungo termine per l’acquisto di sola energia rinnovabile (Corporate Power Purchase Agreements – PPA). Questa esigenza finanziaria si scontra con una contraddizione fisica fondamentale: i data center dedicati all’Intelligenza Artificiale, alla finanza e al sistema di guerra richiedono un carico elettrico continuo e costante (baseload), attivo 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno, laddove la produzione eolica e solare è per sua natura intermittente e dipendente dalle condizioni atmosferiche. Per evitare il ricorso alle fonti fossili della rete nazionale, che vanificherebbe le certificazioni necessarie per intercettare i mercati finanziari, l’ecosistema industriale piemontese sta subendo una trasformazione infrastrutturale coordinata. Questa riorganizzazione poggia sulla proliferazione di maxi-impianti di Fonti di Energia Rinnovabile (FER) e sull’installazione di gigafactory di accumulo elettrochimico tramite batterie (Battery Energy Storage Systems – BESS). La dimensione di questo fenomeno trova riscontro nei dati istituzionali della Regione Piemonte e del Consiglio Regionale, che in attuazione della normativa nazionale sulle aree idonee e sul riparto del burden sharing hanno fissato l’obiettivo vincolante di installare 4.991 megawatt (pari a quasi 5 gigawatt) di nuova potenza da fonti rinnovabili entro il 2030. La sola provincia di Torino riveste un ruolo primario in questo piano, assorbendo una quota rilevante delle nuove istanze di impianti fotovoltaici a terra e agrivoltaici avanzati. La pressione sulle superfici agricole del Canavese, del Pinerolese e della pianura torinese è direttamente correlata alla domanda di energia dei data center: le 43 pratiche pendenti o autorizzate nella provincia torinese richiedono oltre 8 gigawatt di potenza teorica complessiva, a fronte di una produzione solare che per erogare un singolo gigawatt continuativo necessita di installazioni estese per centinaia di ettari di terreno. Parallelamente agli impianti di produzione, la Giunta regionale e gli enti locali si trovano  così a gestire l’esplosione delle autorizzazioni per i sistemi di accumulo BESS di taglia industriale, indispensabili per stoccare l’eccesso di energia diurna e rilasciarla continuamente ai server durante le ore notturne o di buio.  Il nodo infrastrutturale torinese è diventato uno dei principali poli d’attrazione nazionali per questi impianti. Tra le strutture già autorizzate e in fase di cantiere spicca il mega-progetto BESS stand-alone di Rondissone, sviluppato dalla società Aer Soléir e aggiudicatario nell’asta del Capacity Market di Terna, che prevede un investimento di 170 milioni di euro per una potenza di 250 megawatt e una capacità di accumulo pari a 1 gigawattora, collocandosi tra i più grandi impianti di accumulo energetico d’Europa.  A questa struttura si affiancano decine di ulteriori istanze presentate presso la Città Metropolitana di Torino e i comuni della prima e seconda cintura, in particolare nei poli strategici di Chivasso, Settimo Torinese, Orbassano e lungo l’asse della Val di Susa, dove la disponibilità di stazioni di trasformazione ad alta tensione ereditate dal tessuto ex industriale consente l’allaccio di “container” di batterie a litio per centinaia di megawatt aggiuntivi. L’incastro tra la produzione rinnovabile, i sistemi BESS e le richieste dei data center evidenzia precise criticità territoriali e sociali. La legge regionale sulle aree idonee ha introdotto vincoli specifici per limitare il consumo di suolo agricolo (fissando tetti massimi alla Superficie Agricola Utilizzata comunale e distanze di rispetto), ma ha al contempo stabilito corsie preferenziali ed esenzioni per gli impianti destinati all’autoconsumo industriale e ai poli tecnologici, disponendo persino l’obbligo di copertura fotovoltaica per i nuovi data center e centri logistici. Ciononostante, la combinazione di campus per server, parchi solari estesi e container BESS sottrae ampie porzioni di terreno, alterando inevitabilmente gli ecosistemi locali. Si registrano inoltre profili di rischio industriale legati agli impianti BESS, dovuti alla presenza di grandi quantitativi di batterie al litio ad alta densità soggette al rischio di thermal runaway (incendi chimici ad alta temperatura e di difficilissimo spegnimento) in prossimità di centri abitati o aree produttive. Infine, l’enorme concentrazione di potenza richiesta a Terna impone massicci interventi di adeguamento della rete elettrica ad alta tensione; le relative opere infrastrutturali rischiano di traslare i propri costi sulla collettività attraverso le componenti tariffarie delle bollette elettriche, mentre i benefici del calcolo avanzato e della vendita di energia rimangono concentrati in capo ai grandi operatori privati e ai fondi speculativi. I data center ad alta densità di calcolo e le loro infrastrutture energetiche d’appoggio non sono soltanto nodi strategici dell’economia e della finanza globale, ma si configurano a tutti gli effetti come installazioni a marcata natura dual-use, ossia a doppio uso civile e militare. La progressiva integrazione del cloud di supercalcolo nei sistemi informativi della difesa, nella gestione logistica delle forze armate, nell’elaborazione dell’intelligence strategica e nella guida dei sistemi d’arma autonomi basati sull’Intelligenza Artificiale trasforma radicalmente lo statuto di queste cattedrali digitali in tempo di crisi o di conflitto armato. Nel quadro delle dottrine militari contemporanee e del diritto internazionale bellico, un centro elaborazione dati che ospita o processa flussi informativi strategici cessa di essere una semplice struttura commerciale per assumere la qualifica di obiettivo militare primario (key terrain informazionale). La concentrazione sul territorio torinese di imponenti poli di calcolo, affiancati da maxi-impianti di produzione rinnovabile e da imponenti sistemi di accumulo BESS ad alta intensità energetica, determina così la creazione di veri e propri bersagli strategici ad alto rischio. In caso di escalation geopolitica o di operazioni belliche convenzionali, cibernetiche o ibride, l’attacco diretto o il sabotaggio a queste infrastrutture — siano essi condotti tramite attacchi informatici devastanti, droni o missili di precisione a lungo raggio — non provocherebbe soltanto la paralisi dei servizi digitali e il rischio di estesi blackout energetici a cascata sulla rete civile. Un’aggressione o un incidente catastrofico su un data center o su una gigafactory di batterie a ridosso delle aree urbane esporrebbe la popolazione residente e i comuni limitrofi a danni collaterali devastanti, che vanno dalla distruzione fisica del tessuto urbano circostante al rischio di incendi chimici e tossici inestinguibili legati ai sistemi di accumulo elettrochimico, trasformando le comunità locali nei terminali fisici di una guerra combattuta alla velocità del calcolo algoritmico. FONTI * Terna S.p.A. (Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale):Rilevazioni e dati ufficiali sulle istanze di prenotazione della potenza elettrica per i data center in Italia e in Piemonte (95,38 GW a livello nazionale; 64 istanze per oltre 13 GW in Piemonte; 43 pratiche per 8,08 GW nella sola provincia di Torino; 1,23 GW a Grugliasco; 1,09 GW a Torino città; 1,05 GW a Settimo Torinese; ~600 MW a Chivasso e ~600 MW a None). * Sole 24 Ore (“Data center: 95 gigawatt di richieste alla rete Terna”, di Celestina Dominelli, 23 Agosto 2026):Inquadramento economico-normativo nazionale sul boom delle istanze di allaccio alla rete elettrica e intervista a Laura D’Aprile (Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Mase) su linee guida per i procedimenti di VIA/AIA e misure anti-speculazione. * La Voce (“Data center a Chivasso, Settimo Torinese, Grugliasco. Sarà un’invasione?”, di Liborio La Mattina, 15 Settembre 2026): Dettagli puntuali sui progetti della cintura torinese: ex Laminatoio Bonafous a Lucento (Reba Projects / Asja Energy da 125–300 MW), ex Pininfarina a Grugliasco (Added Value Capital / Alfiero Massimini da 200 MW e 4 miliardi), ex Ilte a Moncalieri, parco logistico ex Fiat Ricambi (None/Volvera), polo di Caselle (Hines da 250 MW), Chivasso e le 8 manifestazioni di interesse a Settimo Torinese. * La Repubblica Torino (“Nell’ex Ilte nasce il mega data center”, di Mattia Aimola, 2026): Dettagli ufficiali sul progetto LCP (Logistics Capital Partners) a Moncalieri in Via Postiglione: acquisto dal tribunale fallimentare nel 2022 per 9 milioni di euro, parere positivo degli uffici comunali a marzo 2026, 4 edifici su 270.000 m², potenza di 576 MW, 400 posti di lavoro e oltre 4,5 miliardi di investimento. * Verbale di Deliberazione del Consiglio Comunale di Grugliasco (n. 41 del 30 giugno 2026): Approvazione dell’interesse pubblico per la deroga urbanistica sull’area ex Pininfarina di Borgata Lesna (circa 58 mila m², 200 MW, 4 miliardi di euro promossi da Added Value Capital). * Delibere e Piani Urbanistici dei Comuni di Caselle Torinese, Montanaro e Torrazza Piemonte: Variante n. 3 al PRG di Caselle Torinese sulle aree Ata (450 mila m² complessivi per 150 mila m² coperti dal campus Hines); interlocuzioni del developer FCV a Montanaro (412 mila m²) e varianti sulle ex fornaci di Torrazza Piemonte. * Città di Torino e Regione Piemonte (CSI Piemonte, Polo Strategico Nazionale e Cittadella dell’Aerospazio):Documentazione istituzionale sugli impianti in-house di Via Monastir e Corso Unione Sovietica (CSI Piemonte accreditato ACN e candidato PSN); varianti urbanistiche ex Alenia in Corso Marche per la Cittadella dell’Aerospazio e i progetti di supercalcolo con Leonardo S.p.A. * Regione Piemonte e Consiglio Regionale del Piemonte: Atti d’indirizzo per il riparto del burden sharing e legge regionale sulle aree idonee per impianti a fonti rinnovabili (target vincolante di 4.991 MW di nuova potenza FER entro il 2030, vincoli SAU e deroghe per l’autoconsumo di poli tecnologici e data center). * Rinnovabili.it / SolareB2B / Energia Mercato (“Aer Soléir investe 170 milioni in Piemonte: al via a Rondissone uno dei più grandi BESS d’Italia”, 2026): Dettagli sull’impianto BESS stand-alone di Aer Soléir a Rondissone (250 MW / 1 GWh di capacità di accumulo, aggiudicato nell’asta Capacity Market di Terna per 170 milioni di euro). * UNIDIR – United Nations Institute for Disarmament Research (“Clouds of War: The Implications of Targeting Data Centres”, Policy Note): Analisi di diritto internazionale e dottrina bellica sul valore strategico e dual-use (civile e militare) delle infrastrutture fisiche di calcolo e dei data center considerati key terrain informazionali e bersagli militari. * Modern War Institute at West Point (“Data Center Warfare: Defending the Key Terrain of AI Infrastructure”, Policy Paper): Studi sull’integrazione tra infrastrutture fisiche di supercalcolo per l’IA, sistemi d’arma autonomi, difesa cibernetica e vulnerabilità bellica dei nodi energetici.
SpinTime: continua la mobilitazione\Manifestazione nazionale
Dopo l’incendio dello scorso 29 luglio e l’evacuazione dell’immobile di via Santa Croce in Gerusalemme, la comunità di Spin Time continua infatti la propria mobilitazione sui temi del diritto all’abitare, della solidarietà e della costruzione di una città inclusiva e accessibile. Con un militante di SpinTime abbiamo ripercorso quanto successo negli scorsi mesi e le prospettive di lotta a partire dal weekend di mobilitazione del 19|20 settembre. Il 19 settembre è previsto un corteo nazionale, con partenza da via Santa Croce in Gerusalemme. Il 20 settembre si terrà un’assemblea, per proseguire il confronto tra realtà sociali, associazioni, reti e movimenti.
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“Loi permis de tuer”: mobilitazioni in Francia contro la licenza di uccidere della polizia in vista delle presidenziali
Oltre 100 città francesi scendono in piazza questo finesettimana contro la “Loi permis de tuer”, la “Legge licenza di uccidere” che prevede che l’utilizzo delle armi da fuoco da parte della polizia sia sempre considerato legittimo, e che stia alla vittima e ai suoi familiari dimostrare il contrario (qui una lista delle mobilitazioni e maggiori informazioni sulla legge). Si tratta dell’ennesimo favore che il governo di Macron fa alle forze di polizia francesi, ed in particolare al sindacato di ultradestra Alliance Police: sebbene la legge sia stata inizialmente voluta dal ministro dell’interno socialista Cazeneuve nel 2017, per far fronte al grande e combattivo movimento sociale contro la riforma del lavoro, è stato soprattutto il governo Macron ad aver trasformato la polizia francese in una forza paramilitare con licenza di uccidere, mutilare ed arrestare arbitrariamente, facendo della repressione una delle principali armi per frenare i movimenti sociali e governare le periferie delle metropoli francesi. La risposta moltitudinaria che si annuncia contro la “Loi permis de tuer” potrebbe essere l’introduzione ad un nuovo autunno di lotta in Francia, dove il prezzo della benzina e delle bollette è alle stelle, la crisi sociale si traduce in licenziamenti di massa e drastici tagli ai servizi essenziali – mentre le elezioni presidenziali ormai alle porte si delineano sempre di più come una sfida tra il Rassemblement National e la France Insoumise. Ne abbiamo parlato con un compagno francese:
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Nello Spazio: armamenti e corsa alla luna tra geopolitica e investimenti privati
Lunedì 14 settembre con una breve dichiarazione evasiva, la US Space Force ha dichiarato la presenza di armamenti statunitensi nello spazio suscitando la reazione di Cina e Russia. Questo è l’ultimo episodio che sottolinea la sempre maggiore rilevanza nel fronte spaziale. I progetti di allunaggio di Usa e Cina, la chimera dello sfruttamento di ulteriori risorse sul satellite, la competizione tra Stati e privati per il controllo delle infrastrutture sempre più fondamentali per il comparto militare e civile sono alcuni degli esempi più rilevanti. Di questo e del ruolo del comparto aereospaziale italiano abbiamo parlato con Andrea Capocci, giornalista de il Manifesto.
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Qualcosa dentro di sè. Convertirsi all’Islam a Napoli
(disegno di otarebill) Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino, dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più alte del paese.  Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione, adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.  In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa, associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.  Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane. «C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani. Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo, tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti delle persone che frequentavo».  La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso, improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili. Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini, ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva, volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».  La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso, sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra, la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle persone che sono musulmana».  Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il Ramadan».  Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne». Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e, leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede». Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati, hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo paesino, circondata da persone che le assomigliano».  Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da sola».  Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli animali sia più etico e rispettoso».  Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere se stesse attraverso il corpo”.   Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di cui vado fiera”.  Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più interessato a vederci scoperte”. Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione. “Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo aiuta a ripararsi dal caldo”. Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo. Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria: “Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se facessi parte di una grande famiglia”.  Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar, il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non sono ancora attivi a livello locale”. A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne, perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”. Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta –. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io difenda chi lo fa”. La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa, che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.  Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud, quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il gesto più sacro della salat (la preghiera).  Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano. Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere, spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega –. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho memorizzato diverse sura”. Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante. Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo, ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.  Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”. Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”. (emma de simone)
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