Oggi, venerdì 16 ottobre, durante il corteo del movimento studentesco torinese,
sono state fermate 12 persone e tre di loro sono state portate al carcere
minorile cittadino. A loro si somma, da quanto si apprende dai giornali ma non
si ha ancora conferma, un altro studente arrestato il giorno precedente nei raid
polizieschi ai danni delle occupazioni delle scuole, durante i quali erano stati
molti i fermi particolarmente violenti e intimidatori.
Non si conoscono ancora precisamente le accuse che vengono mosse contro gli
studenti arrestati, e pare che siano stati fermati insieme ad altri ai margini
del corteo in incursioni della Digos cittadina.
Immediatamente arrivata la notizia, gli studenti e le studentesse hanno
convocato un presidio solidale sotto la Questura e se non verranno rilasciati in
tempi brevi, verrà sicuramente organizzato un presidio solidale sotto il carcere
minorile.
Oggi in piazza c’erano diecimila persone. Un corteo determinato e in cui si
respirava tutta la voglia di farsi sentire maturata in un’intera settimana di
occupazioni di licei e tecnici. Una settimana di barricate in cui decine di
scuole sono rimaste in mano al potere studentesco, come mai prima, da molti anni
nella città di Torino.
Il Prefetto Cafagna, attraverso un tavolo dedicato alla sicurezza a metà della
settimana, ha voluto imprimere la sua strategia repressiva sopra il movimento.
Lo ha fatto con diverse incursioni di “squadraccie” di Digos e Carabinieri in
borghese cercando di impedire nuove occupazioni. Anche se in alcuni casi la
repressione ha impedito l’occupazione, la maggioranza delle scuole torinesi è
stata occupata o ha dovuto dichiarare chiusura. Sempre il Prefetto ha emanato
un’ordinanza contro il corteo di oggi dichiarando illegale travisarsi e
possedere bottiglie di vetro.
In questo clima migliaia di studenti hanno comunque attraversato la città
passando sotto ufficio scolastico e sede della città metropolitana, nonostante
l’imponente dispositivo messo in campo dalla Questura con centinaia di agenti e
due idranti. Arrivati sotto la Prefettura di piazza Castello, la testa del
corteo è stata deliberatamente attaccata dalla polizia con i due idranti. Subito
dopo sono stati lanciati numerosi lacrimogeni e ci sono state alcune cariche da
parte di centinaia di poliziotti, fino in via Po. Studenti, docenti, personale
ata e molti solidali hanno resistito in piazza Castello per quasi mezz’ora
frapponendosi e sapendo di essere nel giusto. La gestione scellerata dell’ordine
pubblico oggi è stata talmente lampante da portare genitori e professori ad
organizzarsi in cordoni per proteggere i propri figli e i propri studenti. La
narrazione portata avanti dal Sindaco lo Russo sull’isolare i violenti è
completamente smascherata da quello che è successo in piazza oggi.
Altri miliardi di soldi pubblici per mandare avanti il Terzo Valico, mentre 300
lavoratori finiscono in cassa integrazione. È la fotografia di un modello di
sviluppo che conosciamo bene: le risorse per le grandi opere si trovano sempre,
i costi lievitano, i problemi vengono scaricati sui territori e a pagare sono
anche le lavoratrici e i lavoratori. Altro che progresso! Il Terzo Valico
conferma tutte le contraddizioni di un’opera imposta in nome di interessi
presentati come prioritari per tutti.
Il 13 ottobre è arrivata la conferma: nei cantieri di Radimero, ad Arquata
Scrivia, e Val Lemme, a Voltaggio, è scattata la cassa integrazione ordinaria
per 300 dipendenti della Seli Overseas. Tredici settimane di ammortizzatori
sociali, mentre si registrano trasferimenti di personale e si affacciano i primi
esuberi nelle imprese subappaltatrici. Non è una vicenda marginale né un
semplice incidente di percorso. È una nuova crepa nella narrazione con cui il
Terzo Valico viene giustificato da anni: quella di una grande infrastruttura
indispensabile, capace di garantire sviluppo, occupazione e benessere ai
territori. La realtà, ovviamente, è un’altra. I cantieri rallentano,
l’incertezza aumenta e il futuro occupazionale si fa più fragile. I sindacati
temono inoltre che la cassa integrazione possa estendersi ai cantieri liguri,
coinvolgendo complessivamente circa 1.800 lavoratori, compreso l’indotto.
Di fronte a questa situazione, non si tratta di capire come salvare a ogni costo
il progetto, ma di mettere in discussione le priorità che continuano a
sostenerlo. È necessario interrogarsi sulle ragioni per cui si investono risorse
tanto ingenti in un’opera segnata da problemi tecnici ed economici, lasciando in
secondo piano le conseguenze sociali e territoriali.
La vicenda occupazionale (manco a dirlo!) si intreccia anche qui con quella
economica. Infatti, la scorsa estate Webuild, avrebbe chiesto al ministero delle
Infrastrutture nuovi finanziamenti per proseguire i lavori. Le cifre circolate
vanno da 2,1 a 3 miliardi di euro aggiuntivi. Miliardi. Non una somma marginale,
ma risorse pubbliche che devono essere discusse alla luce delle priorità
collettive, soprattutto in un Paese in cui interi territori devono fare i conti
con servizi insufficienti, trasporti locali in difficoltà e crisi industriali.
Nel frattempo, lo scavo del tunnel appenninico deve affrontare problemi legati
alla conformazione delle rocce e alla presenza di gas. L’opera incontra dunque
difficoltà tecniche che si aggiungono a quelle economiche, mentre la richiesta
di nuovi finanziamenti viene accompagnata dall’avvertimento che, senza ulteriori
stanziamenti, i lavori potrebbero rallentare. Ci troviamo dunque di fronte al
tipico meccanismo delle grandi opere: una volta avviato il progetto, ogni
problema diventa un argomento per chiedere nuove risorse e ogni ulteriore
investimento viene presentato come indispensabile per non perdere quanto già
speso.
Ma i soldi pubblici non sono un pozzo senza fondo e un investimento già
effettuato non può trasformarsi in un obbligo a continuare a spendere,
indipendentemente dai risultati, dai costi complessivi e dalle alternative
possibili. Il fatto che un’opera sia già in costruzione non la rende
automaticamente utile. E il denaro già speso non è una ragione sufficiente per
spenderne ancora.
Secondo quanto riferito dai sindacati, alla base della cassa integrazione ci
sarebbe anche un contenzioso economico tra il Cociv, il consorzio incaricato
della realizzazione del Terzo Valico, e Rete Ferroviaria Italiana, la
società committente. Su questo fronte, al momento, mancano chiarimenti pubblici
da parte dei soggetti coinvolti. Ma le conseguenze occupazionali sono già
concrete. Mentre si discute di risorse e rapporti economici tra i soggetti
responsabili dell’opera, 300 lavoratori si ritrovano in cassa integrazione. E
altri potrebbero essere coinvolti se la situazione dovesse estendersi. È una
contraddizione evidente. Per sostenere le grandi infrastrutture si invocano
continuamente l’interesse nazionale, lo sviluppo e la competitività. Quando
emergono problemi, però, le conseguenze ricadono sui lavoratori e sui territori,
mentre si torna a chiedere alla collettività di finanziare la prosecuzione dei
progetti.
Non si tratta di mettere in contrapposizione il lavoro con l’opposizione al
Terzo Valico. Al contrario: significa rifiutare che l’occupazione venga usata
come argomento per giustificare qualsiasi opera, senza interrogarsi sulla
qualità, sulla stabilità e sulla distribuzione dei benefici di quei posti di
lavoro. Un lavoro legato a un cantiere non può diventare il pretesto per
sottrarre un’infrastruttura al confronto pubblico. E la tutela dei lavoratori
non può ridursi alla richiesta di nuovi finanziamenti per proseguire a ogni
costo.
Da anni il Terzo Valico viene sostenuto con la promessa di migliorare i
collegamenti ferroviari e favorire lo sviluppo economico. Una narrazione che
presenta la grande infrastruttura come una necessità indiscutibile e relega le
critiche a ostacolo da superare. Il punto di vista deve però essere spostato su
una prospettiva diversa: lo sviluppo non può essere valutato sulla base delle
sole promesse, ma deve essere misurato sui benefici reali per la collettività,
sui costi economici e ambientali e sulle conseguenze sociali che produce. Non
basta evocare genericamente i benefici futuri di un’opera per dimostrarne
l’utilità collettiva. Occorre confrontare quei benefici con i costi economici,
ambientali e sociali, considerare le alternative e discutere apertamente di come
vengono impiegate le risorse pubbliche.
Il Terzo Valico attraversa territori che conoscono da vicino le conseguenze dei
grandi cantieri. Ora, alla questione degli impatti sul territorio si aggiunge
quella occupazionale: 300 lavoratori in cassa integrazione e il rischio di un
coinvolgimento molto più ampio. Intanto, la provincia di Alessandria deve già
affrontare altre situazioni industriali difficili. In questo contesto, la
promessa che una grande opera avrebbe garantito automaticamente un futuro
migliore appare ancora meno sufficiente a giustificare le priorità politiche ed
economiche che la sostengono.
Questa vicenda è l’occasione per ribadire una critica che riguarda ben più di un
singolo cantiere: la trasformazione delle grandi infrastrutture in una priorità
sottratta alla discussione, da finanziare anche quando costi e problemi
continuano ad accumularsi. Non è accettabile che la parola «sviluppo» diventi
una giustificazione universale, né che ogni nuova difficoltà venga affrontata
invocando altri miliardi pubblici. Le risorse collettive devono essere valutate
in base ai bisogni reali delle persone, non alla necessità di portare a termine
un progetto soltanto perché è già stato avviato. Occorre mettere in discussione
un modello che privilegia le grandi opere rispetto a una pianificazione dei
trasporti capace di partire dalle esigenze quotidiane, dal rafforzamento del
servizio ferroviario esistente, dalla manutenzione delle infrastrutture e dalla
tutela dei territori.
Il lavoro va difeso, ma non può essere utilizzato per rendere intoccabile
qualsiasi cantiere. I soldi pubblici vanno investiti nell’interesse collettivo,
non considerati automaticamente disponibili per coprire ogni ulteriore costo di
un’opera. E i territori devono poter discutere le scelte che li riguardano,
senza essere messi davanti a decisioni presentate come inevitabili. Altri
miliardi richiesti, 300 lavoratori in cassa integrazione e il timore che la
crisi si allarghi. È questa la realtà con cui fare i conti, al di là della
propaganda. La risposta non può essere un assegno in bianco per il Terzo Valico:
deve essere una discussione radicale sulle priorità, sui costi e sul modello di
sviluppo che vogliamo. Perché nessuna grande opera può essere considerata più
importante delle persone e dei territori su cui pretende di imporre il proprio
futuro.
TRACKLIST
Sow Discord – Nothing In Babylon Can Work
Synapscape – Five Hour
King Yosef – Doomtown
Ecology HomeStones – Scorpion Issue
PSYCHO FRAME – BEATEN BEYOND IDENTIFICATION
Insurrect – Protract the war
Tricky Youth – Terminal Hate
Tricky Youth – Wannadie
Chrisman – Astral
Youth Code + King Yosef – Claw / Crawl
Temp-Illusion – Sketchy
Synapscape – Melting
Andrew Nolan – There’s Worse Things Than Serpents
DJ Deathdefy – The Sound Of Her Smile
Kwes Darko – Opps
Intel Mercenary – Shatter
Oltre 40 città si sono mobilitate nella giornata di sciopero studentesco di
venerdì 16 ottobre. Il tema è chiaro: contro la guerra e contro chi vuole
mandarci in guerra. Una guerra che si traduce in crisi sociale e impoverimento a
tutti i livelli, la scuola è uno di questi.
Torino, Padova, Bologna, Roma, Cosenza, Campobasso sono solo alcune delle città
che hanno visto decine di migliaia di studenti e studentesse manifestare
insieme. La Polizia ha risposto con cariche a Bologna e con idranti e
lacrimogeni a Torino nel tentativo di reprimere le proteste. Nei giorni scorsi
si è scatenata un’ offensiva poliziesca contro le scuole in occupazione senza
precedenti, con arresti e fermi all’interno degli istituti scolastici.
La chiarezza riguarda anche gli intenti: non ci potrà essere qualcun altro a
decidere al posto dei giovani. Chi oggi è sceso in piazza, uscendo dalla propria
scuola occupata, dai licei ai tecnici, ha vissuto passaggi epocali in questa
fase storica. Prima una pandemia globale, poi la guerra sempre più vicina.
Chiusura di prospettive e assenza di futuro, non solo dal punto di vista della
valorizzazione delle proprie capacità ma di un futuro sostenibile, nel più
profondo senso del termine. Se va così è perché l’assenza di senso complessivo è
totale, a partire dalle proprie aule scolastiche. A partire da ben prima
dell’istruzione media superiore la perdita completa di un obiettivo comune, del
perché si è lì ogni giorno su banchi sporchi e tra quattro mura scrostate, del
motivo per il quale bisognerebbe stare a sentire qualcuno che a sua volta –
molto spesso e non in tutti i casi – non sa perché si trovi lì, è un processo
devastante. Non c’è nessun bisogno che qualcun altro, tendenzialmente adulto e
incline a contribuire al fallimento generale, dica come è meglio fare. O come
bisogna stare.
Un mondo mediatizzato e ipercollegato permette di vedere che in Francia i
ragazzi e le ragazze si sentono esattamente nello stesso modo. Permette un
collegamento profondo tra chi si riconosce su delle istanze che hanno un
significato politico intrinseco. Distruggere perché non c’è niente di
riformabile. Ma anche riconquistare uno spazio in cui esserci, sentirsi
collettività, imporsi, nella gioia e nella rabbia.
Il ruolo del mediatico è evidentemente ambivalente e la narrazione dei giornali
ha immediatamente assunto un piano banale e becero ossia la caccia
“all’incappucciato” che non sarebbe studente (eppure giovane lo è) e che si
infiltra nelle scuole o nei cortei per essere “violento”. Fioccano gli inviti di
dirigenti (perché la scuola è un’azienda) a isolare i violenti, a tenere fuori
gli esterni e a gestire gli infiltrati, il tutto con il supporto delle forze
dell’ordine. Eppure, al di là dei titoli e di qualche video sensazionalistico,
quel che si è visto oggi nelle piazze in tutta Italia è una gioventù che insieme
ha partecipato a cortei con numeri e determinazione significativi. Si è visto la
presenza di docenti e personale scolastico solidale. Si è visto che il rifiuto
della divisione razzista portata dall’alto non passa tramite il buonismo
moralista di sinistra ma dall’essere insieme con un sentire comune.
Sarebbe inutile lanciarsi in immagini evocative che vogliono romanticizzare una
realtà che invece porta con sé le sue contraddizioni. Ma la realtà è fatta di
dati: una mobilitazione a macchia d’olio si sta diffondendo, scuole che mai
avevano occupato prima d’ora oppure che lo avevano fatto per la prima volta con
il Blocchiamo Tutto dell’autunno scorso lo hanno rifatto, l’insofferenza si
traduce in moto collettivo. Non è poco in un tempo di frammentarietà e
individualismo. Non è poco quando il governo italiano si trova a dover
affrontare una crisi probabilmente recessiva nell’arco di pochi mesi, non è poco
quando anche altri settori sociali decidono di mobilitarsi, come gli
autotrasportatori e gli agricoltori.
La coperta è corta e per capire che con i rapporti di forza è possibile anche
vincere il passo è breve.
Foto di copertina di jujjio
Ripubblichiamo l’analisi di Addunati – Lamezia
Scriviamo questo contributo mentre la Calabria è ancora teatro di importanti
lotte e momenti di mobilitazione popolare, con lo scopo di comprendere e
attraversare, senza alcun pregiudizio, ogni frattura che si apre in questa
terra.
Si tratta di una ricostruzione incompleta a causa della durata e della
diffusione capillare delle proteste in tutta la regione che ha reso difficile
seguire e approfondire tutte le iniziativa di lotta.
Prima ancora delle mobilitazioni degli agricoltori sono stati i tirocinanti di
inclusione sociale ad accendere le strade di questo autunno calabrese.
Dopo anni di mobilitazione intensa e costante, di assemblee, presìdi e blocchi
stradali, che hanno portato a concorsi e stabilizzazioni, sostenuti dall’USB, il
15 settembre in centinaia sono tornati sotto la Cittadella Regionale per
rivendicare risposte concrete sulla loro stabilizzazione e interventi di
sostegno al reddito.
Per anni i TIS hanno prestato la propria attività all’interno di Comuni, enti
locali, scuole, parchi e altri servizi pubblici, contribuendo concretamente al
funzionamento della macchina amministrativa.
Ma oggi centinaia di lavoratrici e lavoratori si trovano senza alcuna
prospettiva occupazionale.
Il 22 settembre si sono ritrovati a Lamezia Terme per un corteo che si è fermato
davanti all’ingresso della Stazione Centrale dove si sono registrati momenti di
tensione con la polizia in assetto antisommossa che ha impedito l’ingresso in
stazione.
Il 29 settembre invece sono stati i precari ATA e della cultura a scendere in
strada con USB davanti alla Cittadella Regionale, mentre l’1 ottobre un nuovo
presidio dei TIS sotto la Prefettura di Catanzaro si è concluso con il blocco
del ponte Morandi.
Intanto, con presìdi simultanei agli svincoli autostradali di Pizzo, Rosarno e
Firmo e a Crotone e Spezzano Albanese, lunedì 28 settembre prende il via la
mobilitazione generale degli agricoltori calabresi.
La protesta degli agricoltori nasce come risposta all’aumento del costo del
carburante e al prezzo sottocosto dei prodotti agricoli e ha visto, almeno in un
primo momento, un’unità di intenti di tutte le organizzazioni autonome ed
indipendenti dei produttori agricoli come Movimento Territorio e Agricoltura,
gruppo Agricoltori del Crotonese, Movimento Popolare Nazionale, Associazione
Tutela Agricoltori, in netta contrapposizione con le associazioni di categoria,
accusate di aver addirittura boicottato le iniziative di lotta.
Dopo poche ore si aggiunge anche il presidio di Davoli Marina caratterizzato da
un’importante sostegno popolare.
Nello specifico si protesta per l’aumento del prezzo del gasolio agricolo,
arrivato a 1,63 euro al litro al quale viene contrapposto un prezzo sottocosto
dei prodotti agricoli come ad esempio il latte – versato per terra in diversi
presidi – pagato a 38 centesimi al litro o il grano pagato a 20 centesimi al kg,
mentre il prezzo finale del pane arriva addirittura a 3 euro al kg.
Speculazioni che portano dunque ad aumenti sproporzionati lungo la filiera che
alla fine vanno a ricadere sul produttore e sul consumatore.
Venerdì 3 ottobre La Base e USB si mobilitano a Cosenza con un partecipato
corteo cittadino che segna una prima saldatura tra i movimenti sociali e i
movimenti degli agricoltori.
I presìdi restano attivi per diversi giorni mentre per lunedì 5 ottobre viene
organizzata una manifestazione alla Cittadella Regionale insieme alle
associazioni rappresentative degli autotrasportatori.
Sempre lunedì 5 ottobre, all’alba, gli agricoltori del Movimento Territorio e
Agricoltura bloccano gli accessi ai depositi petroliferi di Vibo Valentia,
avviando una crisi nel sistema di rifornimento di carburante in Calabria ed
innalzando, così, il livello della mobilitazione.
Arrivano così le prime timide reazioni della politica: proprio lunedì 5 ottobre
il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto annuncia lo stanziamento
di 15 milioni di euro di contributi alle aziende calabresi, ma questo, così come
lo sconto concordato dalle principali aziende petrolifere, non basta a placare
gli animi di chi protesta.
Decine di Tir infatti si mettono in marcia a 50 km orari sulla Salerno – Reggio
Calabria creando importanti disagi alla circolazione regionale e annunciando uno
sciopero a partire dal 16 ottobre.
La scintilla è partita e non bastano annunci dell’ultimo minuto a fermare la
rabbia di centinaia di calabresi scesi in strada.
Mentre alcuni presìdi come quello di Davoli vengono sciolti, alcuni si spostano
e nuovi ne nascono, in una mobilitazione generale e diffusa che ormai si
diffonde a macchia d’olio.
Mercoledì 7 ottobre, dopo alcune interlocuzioni istituzionali, i trattori si
spostano dai deposito di carburante di Vibo alla rotatoria dell’aeroporto di
Lamezia Terme con l’avvertimento che, se non verranno ascoltate le istanze delle
piazze, da lunedì 12 ottobre torneranno i blocchi ai presidi petroliferi.
Intanto vengono lanciate due piazze per venerdì 9 a Lamezia Terme e Cosenza,
entrambe come momenti di convergenza tra le istanze del mondo degli agricoltori
e quelle provenienti da tutti gli altri settori colpiti dalla crisi, lavoratrici
e lavoratori e, soprattutto le famiglie calabresi.
Nello specifico il corteo di Lamezia, organizzato dal nostro collettivo e
supportato dall’USB, ha visto la partecipazione di un centinaio di persone e una
decina di mezzi agricoli del Movimento Territorio e Agricoltura che hanno
attraversato le vie del centro cittadino evidenziando come l’aumento del costo
della benzina, della spesa, delle bollette è una conseguenza diretta dello stato
di guerra permanente che stiamo subendo.
L’indomani, invece, il Movimento Popolare Nazionale ha organizzato una
manifestazione – negli intenti pensata come manifestazione nazionale – nella
città di Cosenza, che però si è conclusa con poca partecipazione.
In questa fase si registra una prima frattura all’interno del movimento degli
agricoltori, con il Movimento Territorio e Agricoltura e gli Agricoltori Bruzi –
che hanno animato le piazze di Cosenza e Lamezia Terme – che si dissociano dalla
mobilitazione del 10 organizzata dal Movimento Popolare Nazionale e dal suo
portavoce Giancarlo Greco, fratello della consigliera regionale di Casa
Riformista Filomena Greco, entrambi con ruoli di primo piano nel gruppo iGreco,
attivo nel settore della sanità privata e nel settore agricolo.
Evidentemente una parte consistente nel movimento ha deciso di non farsi
strumentalizzare da soggetti che, in cerca di visibilità politica e senza alcuna
credibilità, si sono autoproclamati leader della protesta, nonostante il
fatturato milionario delle proprie aziende.
Intanto un nuovo tentativo di blocco dei depositi petroliferi di Vibo Valentia
viene bloccato all’alba del 12 ottobre da un imponente schieramento di forze
dell’ordine con carri attrezzi pronti a rimuovere i trattori mentre vengono
rilanciati i presidi di Spezzano albanese, San Marco Argentano, Falerna,
Corigliano – Rossano e Castrovillari.
E mentre ci troviamo nella terza settimana consecutiva di mobilitazione il
fronte della protesta si allarga ai pescatori e agli autotrasportatori, con uno
sciopero generale del settore previsto dal 16 al 20 ottobre e nuovi presidi
permanenti annunciati su diverse arterie stradali strategiche.
Dove stiamo noi?
Il movimento degli agricoltori, a differenza del passato, non sta catalizzando
molto sostegno dalle forze politiche, a dimostrazione di quanto ormai i partiti
siano lontani anche dalle classi sociali che un tempo dichiaravano di voler
rappresentare.
La rottura di parte del movimento con soggetti appartenenti alle classi
economiche e politiche che governano trasversalmente questa regione e il rifiuto
del contentino promesso dal presidente Occhiuto sono il segnale di una crescente
sfiducia verso la politica.
Senza alcuna presunzione e pur riconoscendo i limiti e le contraddizioni di
questo movimento, come forze sociali e di base non possiamo assistere come
semplici spettatori a quanto sta accedendo per le strade della nostra regione,
nascondendoci dietro il presunto orientamento a destra di gran parte degli
agricoltori, ma al contrario riteniamo che ogni lotta vada quantomeno compresa,
soprattutto quando le rivendicazioni provengono da territori depredati e
abbandonati come il nostro.
E allora la lotta contro il carovita non può essere solo la lotta degli
agricoltori, dei pescatori e degli autotrasportatori, perché tutti gli aumenti
riguardano ogni calabrese che deve spostarsi per lavorare o andare a scuola,
riguardano ogni calabrese che deve viaggiare per andare a curarsi, riguardano
ogni famiglia che deve fare i conti con la precarietà, tra spesa, bollette,
affitto o mutuo.
Alcune delle piazze calabresi hanno sancito un’inedita alleanza sociale per
questa terra: movimenti e sindacati di base, movimenti degli agricoltori,
cittadini e famiglie, tutti insieme per dire che non siamo più disposti a pagare
le guerre volute da altri, a pagare le crisi causate da altri.
E così sta proprio a noi movimenti di base e di lotta scovare e far emergere in
questa lotta ogni prospettiva di rottura.
In questo senso guardiamo con interesse al blocco annunciato dagli
autotrasportatori a partire dal 16 ottobre con una ventina di presìdi permanenti
già annunciati in tutta la regione e allo sciopero generale proclamato da USB
per il 30 ottobre, con l’auspicio che tutte le forze sociali riescano a
comprendere la portata di questo momento storico e a cogliere l’occasione per
far partire da questa terra e da tutto il SUD, una nuova fase di mobilitazione
generale capace di diffondersi a tutto il resto del paese.
Anche in Italia sabato 17 ottobre sembra essere diventata una data di
mobilitazione contro il carovita e contro il carocarburante a partire da
chiamate spontanee soprattutto tramite social e gruppi telegram. L’appuntamento
si inserisce in settimane di inizio autunno che hanno visto cortei di massa per
la Palestina il 10 ottobre, occupazioni nelle scuole con la mobilitazione
studentesca di oggi 16 ottobre, blocchi degli autotrasportatori al Sud e, in
prospettiva, vedranno altri cortei sui temi della guerra e del riarmo oltre allo
sciopero del 30 ottobre.
Di seguito alcuni contributi in vista delle piazze.
Agricoltori piemontesi contro caro carburante e carovita
In continuità con le interviste fatte in questi giorni agli agricoltori in
mobilitazione in tutta Italia, ci siamo collegate con Gabriele Ponzano,
presidente del nodo di Agricoltori Autonomi Italiani di Alessandria, e membro di
COAPI (Coordinamento Agricoltori Pescatori Italiani). Ponzano ci aggiorna
sull’ultima, partecipata assemblea dell’associazione, la scorsa settimana.
Da questo incontro è emersa chiaramente l’intenzione di muoversi insieme agli
agricoltori del sud Italia, ma anche ad altri cittadini e cittadine per opporsi
all’aumento dei costi di produzione, al caro energia e al carovita. Proprio in
questa prospettiva, sono diversi gli agricoltori e le agricoltrici che sabato 17
ottobre parteciperanno alla piazza chiamata a Torino ore 15 in piazza Castello.
da Radio Blackout
CONTRO IL CAROVITA: MANIFESTAZIONE A BRESCIA SABATO 17 OTTOBRE
Sabato 17 ottobre anche a Brescia è organizzata la manifestazione “Italia in
Piazza” con numerose rivendicazioni: contro il carovita, per il lavoro sicuro,
contro gli stipendi da fame, per aumentare i finanziamenti alla sanità pubblica,
alle scuole e all’università.
Il “nodo” bresciano di questa manifestazione si dà appuntamento in Largo
Formentone a partire dalle ore 14. Una manifestazione che viene organizzata
prevalentemente attraverso whatsapp e i social network (qui il link al
profilo Instagram)
Noi abbiamo intervistato due delle organizzatrici, Sara Marini e Giulia
Benedetti
MANIFESTO
In questo documento sono racchiuse le motivazioni e i fini della manifestazione
“Italia in Piazza”.
“Italia in piazza” è una manifestazione apartitica. Essa vuole essere una
riunione pacifica di cittadini, diritto sancito dall’articolo 17 della
Costituzione Italiana, con lo scopo di mettere il focus sulle problematiche che
affrontiamo ogni giorno. Il sistema in cui viviamo, che spesso ci sembra
inalterabile, è in realtà estremamente fragile: solo lasciandoci dietro
divisioni e pregiudizi possiamo veramente essere uniti per pretendere di
vivere, e non solo di sopravvivere. Non importa chi siamo, in cosa ci
identifichiamo, quale sia il nostro orientamento sessuale o quali divinità
preghiamo: a unirci è il fatto che non lasceremo che ci rubino ciò che ci
spetta di diritto.
“Italia in piazza” nasce per unire i cittadini per la stessa causa, i cui punti
principali sono:
Lavoro sicuro, futuro sicuro: basta morti sul lavoro e giovani in fuga.
I lavoratori italiani sono costretti ad accettare condizioni lavorative
inadeguate o a fuggire all’estero: quello che resta è un mercato del lavoro
caratterizzato da nero dilagante, abuso di forme contrattuali precarie
(tirocini, contratti a termine), retribuzioni da barzelletta e condizioni di
sicurezza che mietono morti ogni giorno1.
Basta stipendi da fame incapaci di coprire il costante aumento del costo della
vita.
Carburanti, energia e beni alimentari di prima necessità costano sempre di più
a causa delle scelte egoistiche di potenti di cui il nostro Paese è succube: i
nostri soldi vengono spesi in armi e soldati mentre le famiglie ne hanno sempre
meno per vivere. I partiti che di volta in volta governano si affannano a farci
credere che vada tutto bene, ma la realtà è sempre più uno sfacelo: guerra dopo
guerra, una crisi dopo l’altra, il costo di qualunque cosa è in continuo
aumento mentre gli stipendi italiani sono gli stessi da 30 anni.
La sanità non può continuare a diventare sempre più un lusso.
Per la sanità pubblica si spende sempre meno e una porzione sempre maggiore di
quella spesa è fatta di acquisti di prestazioni e materiali da aziende private
che, ciliegina sulla torta, beneficiano anche di sgravi fiscali sempre più
corposi. La realtà del Sistema Sanitario Nazionale è totalmente inadeguata
rispetto alle reali necessità della popolazione, tra liste d’attesa infinite e
ospedali svuotati di personale e attrezzature. Mentre la sanità pubblica
soffre, lo Stato rinuncia a milioni di euro di tasse regalando esenzioni
fiscali al settore sanitario privato. A pagare il conto sono periferie e classi
sociali più deboli e marginalizzate: nel 2026, 5,8 milioni di italiani
rinunciano a visite ed esami e i governi festeggiano insieme a chi si
arricchisce sulla nostra salute.
Scuole senza strutture. Università senza futuro.
L’istruzione pubblica, il pilastro portante del nostro futuro (e, farebbe bene
ricordarci, anche del nostro presente), vede tra scuola e università due
scenari raccapriccianti:
La scuola è fatta di strutture fatiscenti o abbandonate, personale docente e
tecnico sfruttato che vive di contratti precari e mobili per decine di anni di
carriera e una programmazione didattica sempre più svuotata da qualunque
insegnamento che non serva a diventare un ingranaggio della macchina
produttiva.
L’università ha perso più della metà del personale di ricerca (che eroga fino
al 30% dei corsi universitari) nell’ultimo anno. I progetti di ricerca sono
sempre più nelle mani delle aziende private che li finanziano per i loro fini
produttivi, e una percentuale sempre maggiore ha scopi bellici.
Nel frattempo, le misure di sostegno economico per gli studenti sono sempre più
striminzite, e le loro necessità abitative diventano speculazione edilizia e
incremento degli affitti nelle città.
Le case sono fatte per essere abitate, non per farci soldi.
Nelle nostre città non mancano case: manca la possibilità di abitarle per chi
in quelle città ci vive, ci studia e ci lavora.
Una parte enorme del patrimonio abitativo è chiusa, usata di rado o convertita
in alloggio turistico, e non esiste un singolo censimento pubblico che ci dia
un quadro della situazione sulla proprietà degli alloggi lasciati vuoti. Il
tutto mentre migliaia di persone dormono per strada, i veri abitanti delle
città vengono allontanati dai centri storici e gli studenti diventano la carne
da macello di speculatori privati a cui sono stati persino dati i fondi
pubblici e del PNRR per la costruzione di residenze universitarie, usati invece
per centri polifunzionali di lusso con scritto “Campus”. Sono gli effetti di un
sistema che interpreta la casa non come un diritto ma come una commodity da
sfruttare economicamente a scapito di chi non la possiede.
Strade sicure. Ma per davvero.
Mentre vengono pompate le finanze di eserciti e polizia armata, si continuano a
trascurare le vere radici economiche, politiche e culturali della crescente
sensazione di insicurezza che si prova ovunque. Tra i fenomeni di incuria
sociale, la marginalizzazione sistemica di chi è povero economicamente e
umanamente e il dirottamento degli sforzi delle forze dell’ordine verso materie
lontane dalla vita dei cittadini, sempre più persone sentono che la propria
sicurezza non è più una priorità per lo Stato che sostengono con il loro lavoro
e le loro tasse.
Chiarimenti
Questa manifestazione è apolitica?
No, la manifestazione non è apolitica: si stanno trattando temi profondamente
politici. Tuttavia, è apartitica: non è organizzata da nessun partito politico,
sindacato o organizzazione militante.
Ma quindi è una manifestazione di destra o di sinistra?
Vogliamo che questa piattaforma di protesta superi le divisioni politiche, ma
niente è più politico di proporre una soluzione. La nostra proposta è di
parlarne insieme, tutti, come popolo unito che affronta gli stessi problemi. La
soluzione politica che proponiamo è la liberazione da tutte le forme di
limitazione del potere popolare. Chi ci rappresenta non vive i nostri
problemi6 e finché la politica rimarrà un’attività che deleghiamo ad altri ci
saranno persone che la renderanno il proprio privilegio e faranno di tutto pur
di conservarlo. Vogliamo che ogni decisione presa per conto del popolo sia
presa da e per il popolo. Vogliamo che i potenti ci diano indietro il potere di
decidere per noi stessi. Sei d’accordo con le rivendicazioni della
manifestazione? Questo sistema ti fa schifo e vuoi cambiarlo? Allora scendi in
piazza con noi!
Ci saranno bandiere alla manifestazione?
Full disclosure: ci avete rotto il cazzo <3
Scherzi a parte: non possiamo dirvi cosa portare o non portare.
Ci sono persone che non vogliono vedere solo bandiere italiane, persone che non
vogliono bandiere di partito, persone che non vogliono bandiere della
Palestina: fate come vi pare. Da organizzatori, visto che la cosa che ci
accomuna tutti è la condizione in cui versa il posto in cui viviamo, pensiamo
sarebbe carino se ognuno portasse una bandiera italiana (che sia croce o
delizia) con disegnato o scritto quello che preferisce.
La cosa che riteniamo fondamentale è che, se portate una bandiera, crediate
nell’idea che rappresenta.
Se credete in PD, Lega o qualunque partito che abbia governato negli ultimi 30
anni, portate quelle, non sappiamo che dirvi.
Ma per favore, basta chiedercelo.
da Radio Onda d’Urto
Questa settimana in Francia alla protesta studentesca si sono unite diverse
università con la partecipazione di istituti che nella storia non hanno mai
scioperato.
Le caratteristiche di questo movimento sembrano piuttosto inedite, così come lo
attesta una possibile convergenza di cui si avrà un primo riscontro sabato 17
ottobre, tra componente studentesca, lavoratori e dimensione legata al movimento
dei Gilet Jaunes.
Ne parliamo con Luna, docente e ricercatrice a Paris VIII
da Radio Blackout
In oltre 40 città mobilitazioni contro riarmo, carovita, tagli all’istruzione e
genocidio in Palestina. A Torino e Bologna la polizia carica gli studenti. La
protesta mette sotto accusa le politiche …
L’amministrazione Trump ha voluto una simbiosi tra Difesa e aziende
tecnologiche. Così i privati non sono più solo fornitori dell’esercito ma
definiscono direttamente la politica militare degli Stati Uniti
L'articolo Armi autonome e start-up della Silicon Valley. La strategia Usa per
la guerra del futuro proviene da IrpiMedia.
Nella dimensione psicologica del soggetto, il supporto fonografico assurge al
ruolo di feticcio totemico e protesi dell’Io. Non veicola soltanto la musica ma
incarna la presenza tangibile della realtà in un sistema percettivo altrimenti
sgretolato. Quando il feticcio scompare, il mondo interiore crolla nella
paranoia: il legame con la realtà si spezza, poiché l’oggetto non era un mezzo
di ascolto, ma il custode stesso dell’equilibrio mentale.
“Pace e luce, Chiara! Ho visto il tuo grafico dei trasporti e mi sono detto:
dioschifoso! va bene Gozzy Gozzy, tutto deve passare, ma anche i bus
Porcodiddio! Sei ancora lì a schivare i siluri e i coltelli alla schiena,
Chiara, l’Ego ti divora! Ti sei fidata dei serpenti e sei finita nell’incubo dei
veleni di partito. Non disperare, suona il sitar, prenditi 2 mg di acido
butirrico mescolato al mao inibitore e fai fluttuare i monopattini elettrici
fino alle sponde del Gange dove ci incontreremo. La politica è solo una lamata
di basse a 200 hertz che triggera la nota marrone. Luca Pasquaretta succhiaci
sto bastoncino d’incenso. Sempre tuo, Giorgio Arrisoni.”
Da giorni licei e istituti tecnici torinesi sono in occupazione contro la
riforma Valditara, i tagli alla scuola e la militarizzazione dell’istruzione.
Gli studenti denunciano le minacce del Prefetto, gli …
Perquisizioni domiciliari, accuse di diffamazione e misure di prevenzione per i
manifesti contro Marco Carrai. Tre attivisti nel mirino di un’inchiesta
giudiziaria a Firenze. Tre giovani militanti e simpatizzanti del …