[2026-08-26] CENA BELLAVITOSA @ Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno
CENA BELLAVITOSA Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno - Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno (mercoledì, 26 agosto 18:00) Dalle 18:00 cucina aperta. La cena è BELLAVITA: porta ciò che vorresti mangiare/bere e condividilo. Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare. SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE! -------------------------------------- COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT BUS : 33 - CP1 - 76 TRENO : FERMATA COLLEGNO METRO : FERMI -------------------------------------- NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
cena bellavita
20 anni di occupazione
Meet the Leftist radicals taking on Meloni, Turin has become a battlefield
Traduciamo dal sito inglese UnHerd questo articolo di Tobias Jones, frutto di un reportage a Torino ed in particolare nel quartiere Vanchiglia, nella primavera di quest’anno. Lo facciamo per alcune ragioni che crediamo necessitino alcune precisazioni. La prima è di completezza, infatti alcuni giornali locali lo hanno usato per generare notizie e articoli di tipo sensazionalistico, omettendo, nella maggioranza dei casi, i numerosi spezzoni di interviste ad abitanti ed attivisti del territorio, curvando il senso generale del reportage alle necessità della, ormai e perlopiù, stampa di regime. Almeno, nella lettura completa, le persone interessate potranno carpirne il senso e trarne le proprie critiche. La seconda è perchè crediamo che restituisca l’idea del “clima” che respira Torino e il quartiere Vanchiglia in questo ultimo anno. Militarizzazione e vessazioni autoritarie, che però non cancellano lo spitito di una parzialità di città che si sente “torinesemente” ribelle, partigiana. Un immaginario comune sotto la Mole, che più che “anomalia” pensiamo abbia la capacità di essere “esempio” di come la normalità del potere può essere ribaltata. Tutto ciò al netto di considerazioni, analisi e giudizi dello scrittore su Torino e la sua storia di lotte, che a tratti troviamo mutuati da luoghi comuni, inesattezze e letture perlopiù derivate da come la controparte ha riscritto quelle storie, piegandole ad una narrazzione giudiziaria e manichea tipica dello Stato. Buona lettura! Negli ultimi mesi, il quartiere torinese di Vanchiglia ha iniziato ad assomigliare a Belfast al culmine dei Troubles. Camionette antisommossa dei Carabinieri in coppia presidiano l’inizio e la fine di una dozzina di angoli di strada. Non c’è un bar senza qualche poliziotto dentro o fuori. E, in una certa misura, non è una novità. Nel corso dei secoli, Torino ha sempre attirato i radicali — e, a sua volta, ha assistito alla repressione. Con le Alpi innevate così vicine, la città ha attratto fuorilegge, e rifugiati ebrei e protestanti, che avevano una chance combattiva per fuggire in Francia o in Svizzera se i Duchi di Savoia avessero iniziato una caccia ai capri espiatori. È anche il luogo dove Antonio Gramsci studiò e poi insegnò; dove la resistenza italiana combatté i nazisti; e dove, negli anni Settanta, sindacati e radicali di estrema sinistra, in gruppi dai nomi come Lotta Continua, Avanguardia Operaia e Autonomia Operaia, sfidarono la potenza industriale della Fiat e degli Agnelli. Nell’ultimo anno, l’ultimo scontro di Torino — tra lo Stato da un lato, e un’alleanza di “comitati di quartiere” anarchici e manifestanti filo-palestinesi dall’altro — si è andato intensificando. Lo scorso novembre, uno degli imam di Torino, Mohammed Shahin, è stato arrestato e mandato in Sicilia, in attesa dell’espulsione verso la sua terra d’origine egiziana, sebbene la sua deportazione sia stata poi bloccata. Torino è gemellata con Gaza dal 1998, e l’organizzazione Torino per Gaza porta regolarmente centinaia di migliaia di manifestanti in strada. Manifestanti radicali in marcia nel centro di Torino. (Tobias Jones) Poi, il 18 dicembre 2025, in seguito a ordini emessi dal Ministero dell’Interno e coordinati dal capo della Polizia, le truppe hanno fatto irruzione nel centro sociale “Askatasuna”, nel cuore di Vanchiglia, e sgomberato tutti i suoi occupanti. Ciò ha posto fine a quasi 30 anni durante i quali l’occupazione — il nome significa “libertà” in basco — era diventato un punto d’incontro per gli attivisti ambientali. Da allora ci sono stati scontri continui. Quando l’ho visitata in occasione della parata del 1° Maggio, i sostenitori di Askatasuna e la polizia antisommossa si sono scontrati. Scudi e manganelli contro aste di bandiera e bottiglie di birra, e io ho preso la mia doccia d’obbligo dall’idrante di una camionetta della polizia. Due forze distinte si stanno schierando l’una contro l’altra: le autorità, che ricevono ordini dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e i gruppi di “autonomi” e “attivisti” che cercano di piantare quante più bandiere palestinesi possibile. Lo scontro è asimmetrico perché la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si sta dimostrando più duratura di quanto chiunque si aspettasse. Eletta nell’ottobre 2022, le mancano solo poche settimane per battere il record del governo più longevo nella storia Repubblicana Italiana. Nonostante la recente sconfitta nel referendum sulla riforma della giustizia, e nonostante sia caduta in disgrazia presso Donald Trump, Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia sembrano saldamente al comando. Eppure, se lo scontro è impari, l’esito non è scontato. “I governi si fanno a Roma,” si vantava un tempo Torino, “ma cadono a Mirafiori.” Un riferimento alla mega-fabbrica Fiat, a sud del cuore barocco di Torino, che un tempo impiegava oltre 60.000 lavoratori. Il patrimonio operaio della città è svanito negli ultimi decenni, e la sinistra tradizionale è comunque disprezzata dagli occupanti di “Aska”. Questi attivisti non aspirano a cambiare un governo: perché non credono nella democrazia tradizionale né tantomeno nello spettro politico in quanto tale. Tentano invece un associazionismo dal basso che fa eco ad alcune delle tradizioni più radicali della loro città. *** Torino disorienta. La sovrapposizione dei suoi quattro fiumi sinuosi su viali perpendicolari le dà l’aria di un tabellone del gioco dell’oca. Con la Basilica di Superga sull’altra sponda del Po, e palazzi reali tutt’intorno — i Duchi della città divennero Re d’Italia — è un luogo grandioso ma sfuggente. Politicamente, tuttavia, le credenziali di sinistra di Torino sono sempre state chiare, non da ultimo per l’eredità della Resistenza bellica. Oltre 1.000 partigiani locali sono sepolti nel “Campo della Gloria” nel cimitero monumentale della città. Oggi, però, l’antifascismo manca di una definizione al di là dell’ovvio, ed è comunque politicamente poco utile: non si può costruire il futuro su una negazione. Inoltre, la proliferazione di assemblee cittadine in tutta Torino, non da ultimo a Vanchiglia, suggerisce che i radicali della città siano oggi meno ispirati da Gramsci che da David Graeber. L’antropologo americano in prima linea nelle proteste di Occupy, Graeber immaginava “un anarchismo nuovo, aperto e pragmatico”, e parlava degli edifici occupati come di “un esercizio nella politica del mutuo soccorso, della solidarietà e della cura. Un semplice, non autorizzato atto d’amore.” In molti sensi, l’Italia è stata pioniera degli spazi autonomi, sia in teoria che in pratica. I primi CSA — “centri sociali autogestiti” — erano occupazioni politiche organizzate dai radicali di estrema sinistra negli anni Settanta. Ma oltre ai centri sociali, sperimentarono anche il “ritorno alla terra”. I procuratori antimafia iniziarono a confiscare edifici e fattorie della criminalità organizzata, e molti radicali si aggiudicarono bandi per avviare comunità di recupero e spacci agricoli. Gli antifascisti trascinano un busto di Mussolini per una strada di Torino. (Fototeca Gilardi/Getty) Ma se l’Italia è stata all’avanguardia nel congregazionalismo anarchico, è stata pioniera anche nella repressione. A Genova, nel 2001, un uomo fu ucciso e una scuola fu perquisita dalla polizia antisommossa alla ricerca di un illusorio “black bloc” anarchico. Ora Meloni ha intensificato il ritmo della repressione. Nell’agosto 2025, a Milano, il centro sociale Leoncavallo è stato sgomberato nel suo cinquantesimo anniversario. A Genova, l’estate precedente, anche la Burrida — un centro simile, dal nome di uno stufato di pesce locale — è stata perquisita e sgomberata. È possibile che Meloni stia subendo pressioni in tal senso da parte di Roberto Vannacci, ex generale dell’esercito e minaccia incombente sul suo stesso fianco destro. Ma quale che sia la causa di questi blitz, è chiaro che il caso Askatasuna è diverso, non da ultimo per il modo in cui è stato a lungo in prima linea nella protesta ben oltre Vanchiglia. Centrale in questo attivismo è l’opposizione al cosiddetto “TAV”, acronimo italiano di “treno ad alta velocità”, il progetto promette infine un nuovo collegamento ferroviario tra Torino e Lione. Ma con le Alpi di mezzo, le incontaminate valli montane attorno a Torino sono state sconvolte dai disordini, con scontri campali tra attivisti No-TAV e polizia antisommossa che hanno portato a migliaia di arresti. Forse per la sua sfumatura ambientalista, il movimento No-TAV ha guadagnato sostenitori anche al di fuori della sinistra radicale. Un’attivista, Martina, lo descrive come “davvero popolare”, capace di riunire “sindaci, cattolici e gente comune”. Negli ultimi anni, intanto, anche la guerra a Gaza ha alimentato l’indignazione locale. La criminalizzazione della protesta — con alcune parole del tutto vietate — fa sì che molti torinesi siano furiosi. “Cosa dovremmo fare?”, chiede un attivista di nome Karim. “Aspettare che siano tutti morti prima di dire che è un genocidio?” L’architettura peculiare di Torino offre luoghi di ritrovo per questi gruppi diversi ma spesso sovrapposti. A causa della massiccia immigrazione dal Sud durante il boom postbellico torinese, questa città fra le più industriali d’Italia conta decine delle cosiddette case di quartiere, oltre a una serie di circoli operai e case del popolo. Martiri di sinistra all’Askatasuna. (Tobias Jones) L’ex edificio di Askatasuna si trova a soli due minuti a piedi dalle sponde del Po. Un vasto palazzo color ciliegia, che affaccia squadrato sul traffico frenetico di Corso Regina Margherita, circondato da scuole. Data l’intensa presenza di polizia, questo costringe genitori e bambini a passare ogni giorno attraverso posti di blocco. Eppure l’area dietro l’edificio è pedonale, ed è qui, fiancheggiata da muri decorati con ritratti di martiri antifascisti, che Askatasuna continua a fare il suo lavoro di sensibilizzazione. Riccardo arrivò nel 2006, 10 anni dopo la prima occupazione di Askatasuna. “È qui che ho trovato ospitalità”, dice. È alla fine di un “laboratorio” all’aperto sul reimmaginare l’educazione. Trenta persone — dai bambini ai pensionati — sono rimaste sedute in cerchio tutto il giorno. I Carabinieri, la forza di polizia nazionale militarizzata italiana, fanno rombare i motori a entrambe le estremità della zona pedonale, rendendo difficile sentirsi. Alla fine del workshop, Riccardo descrive Aska come una sorta di punto d’ascolto “portaci i tuoi bisogni”, quello che lui e i suoi compagni chiamano uno sportello. Le persone passano con un problema, e il gruppo aiuta a trovare una soluzione. Una donna che non può permettersi di riparare una perdita viene messa in contatto con un idraulico che lavora gratuitamente. A una vittima di sfratto viene trovato un alloggio d’emergenza. Gianluca Vitale, avvocato che rappresenta Mohamed Shahin e diversi attivisti No-TAV, sostiene che periferie emarginate come queste — spesso con ampie popolazioni immigrate — vengono messe sotto pressione per ragioni di “decoro urbano”. Torino si sta gentrificando rapidamente, in gran parte grazie alle start-up tecnologiche e al turismo, e le sacche di “marginalità”, che pagano affitti bassi con contratti precari, sono bersagli facili per i politici di Fratelli d’Italia che invocano la “riqualificazione”. Attraverso tutto ciò, gli attivisti sono appassionatamente e ideologicamente contrari a coinvolgere lo Stato nelle loro questioni. “C’è un enorme problema di spaccio e delinquenza nel nostro quartiere”, ammette uno di loro. “Ma non chiamiamo la polizia perché conosco il mio vicino.” *** Al suo apice del dopoguerra, Mirafiori copriva tre milioni di metri quadrati del lato sud di Torino, l’equivalente di 420 campi da calcio. All’interno, circa 60.000 operai incollavano, saldavano e rivettavano lungo quasi 25 miglia di linee di montaggio. Ciò che producevano erano automobili: milioni di esse. La Fiat era la fabbrica più importante d’Italia, e i proprietari dell’azienda, gli Agnelli, erano ricchi come sovrani. Possedevano anche la Juventus, il gioiello calcistico di Torino e la squadra più famosa d’Italia. Nato nel 1943, in una cittadina a ovest di Milano, Pietro Perotti lasciò la scuola a 11 anni. Andò presto a lavorare in un panificio, svegliandosi alle 2 del mattino e lavorando fino a mezzogiorno. Nel 1969, non molto più alto di quanto fosse a 11 anni, si trasferì a Mirafiori, lavorando come manutentore in officina. Un giorno, Perotti si stava spostando tra i reparti quando vide gli operai meridionali dare inizio a una forma innovativa di protesta. Alcuni, ricorda, “presero un bidone d’olio vuoto e iniziarono a percuoterlo come un tamburo”. Altri si unirono, mentre si diffondeva la voce di un infortunio o di una lamentela. Questi ex mezzadri, appena arrivati dalla Sicilia o dalla Calabria e disorientati dalle catene di montaggio tayloriste, usarono persino i loro attrezzi per iniziare a “fabbricare trombe, fischietti e strumenti musicali”. In tutto ciò, Perotti vide una ricreazione delle “feste dei santi” del Sud, “dove il sacro e il profano coesistono”. Fu la svolta della sua vita, perché capì che l’ordine delle cose doveva essere ribaltato attraverso l’allegria sul posto. Perotti iniziò a disegnare graffiti politici nei bagni. La sua arte — Marx appeso sul frontespizio della fabbrica, Agnelli con i pantaloni calati — veniva realizzata in officina. Ma nel corso degli anni Settanta, l’atmosfera si oscurò. Durante gli Anni di Piombo — gli anni del terrorismo estremista sia di sinistra che di destra, con i servizi segreti italiani annidati oscuramente nel mezzo — molti operai idealisti furono attratti da attentati ed esecuzioni. Perotti, dal canto suo, aderì sia a Lotta Continua che ad Avanguardia Operaia, due gruppi in seguito accusati di indirizzare gli attivisti verso la lotta armata. “Qui, a Mirafiori, eravamo in sette in una cellula operaia,” ricorda Perotti. Gli fu ordinato di darsi alla clandestinità, ma rifiutò. Cinque del suo gruppo di sette finirono nelle Brigate Rosse, il più famigerato gruppo di estrema sinistra, che nel 1978 avrebbe rapito e ucciso Aldo Moro, ex primo ministro italiano. Quanto a Perotti, rimase alla Fiat fino al 1985, organizzando proteste invisibili come il “salto della scocca” — quando ogni 10 automobili che passavano sulla linea di produzione, una veniva ignorata. Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro a Roma nel 1978. (Keystone/Getty) Forse perché visse i sanguinosi anni Settanta, Perotti è frustrato dalla natura conflittuale delle proteste di Askatasuna. Sostiene invece che l’agitazione ha bisogno di ironia, e che nella manifestazione del 1° Maggio i manifestanti “avrebbero dovuto prendersi gioco di loro”, trovando nuovi slogan di disprezzo e dando “biscotti ai bambini da offrire alla polizia antisommossa”. Certamente, Perotti è un abile manipolatore della narrazione politica contemporanea. I suoi pupazzi di gommapiuma di Trump e Meloni sono stati spesso pubblicati dai giornali, accanto alle solite immagini di manganelli e gas lacrimogeni. Ma non è l’unico a cercare di incanalare la rabbia in direzioni positive. Ortensia, parte del Comitato di Vanchiglia, un altro “comitato” di base, è una psicologa che dice che lei e i suoi colleghi cercano di trovare parole “che arrivino a tutti, che siano gentili, e di non usare parole come ‘battaglia’.” Ma il clima si sta oscurando. Ortensia descrive “una polarizzazione” in cui né la polizia né i manifestanti possono fare marcia indietro. Una sua amica, un’inglese, mi racconta che, un anno fa, il Comitato parlava solo di aiuole con gli anziani; ora si trovano in una zona militarizzata a farsi controllare i documenti. I carabinieri sono sempre più comuni nelle strade di Torino. (Tobias Jones) Al tramonto, mi fermo in una casa di quartiere a San Salvario, un quartiere di lunghe strade e densi caseggiati del dopoguerra. La casa un tempo era l’antico bagno pubblico, ed è ora un’altra sede di quartiere dall’aria alternativa, tutta street art, ping pong, adolescenti rumorosi e nonne con i passeggini. Lì incontro Nicoletta, Rosa e Giulia, parte di un’organizzazione informale chiamata Mamme in Piazza. Queste madri — una dozzina in tutto — si sono unite dopo aver visto i loro figli criminalizzati durante le proteste No-TAV. La loro intenzione non era scusare il crimine, ma capire i propri figli e la rabbia che li animava. “Non sempre condividiamo le pratiche della lotta,” dice Rosa, “ma difendiamo la lotta dalla repressione.” Queste madri parlano molto di rabbia: rabbia con i figli, con i coniugi, con se stesse, verso lo Stato e la sua repressione. Ma come spesso accade quando le madri scendono in piazza, vengono ascoltate perché hanno un linguaggio che, come dice Nicoletta, “non è studiato: è emotivo, istintivo, ingenuo se vogliamo su certe cose”. Le donne hanno usato megafoni fuori dal carcere cittadino, e hanno partecipato a innumerevoli marce con i loro striscioni. Organizzano regolari concerti dai balconi. “Ci asteniamo dal giudizio,” dice Rosa, “ma vediamo un “loop”. Una repressione esagerata e spaventosa ti radicalizza. Ti fa incazzare.” *** Il fatto che persino queste madri pacifiche imprechino mostra il livello di rabbia nella città. C’è un profondo malcontento per il disagio economico e la persecuzione giudiziaria, e i radicali di Torino hanno perso ogni fiducia nel fatto che la politica tradizionale possa offrire soluzioni. L’ultima volta che accadde, 50 anni fa, molti rivoluzionari frustrati si trasformarono in assassini armati. Nessuno si aspetta che il caos degli anni Settanta ritorni — ma la questione della violenza è il punto in cui il dibattito quasi sempre finisce per arenarsi. Da parte sua, la destra accusa i manifestanti di una serie di reati, indicando l’irruzione negli uffici del giornale La Stampa, e un attacco a un poliziotto nel mese di gennaio, come prova che il loro movimento sia immancabilmente violento. Ma se lo si fa presente ai membri di Askatasuna, la risposta rovescia l’accusa. “Per noi,” dice Riccardo, “‘conflitto’ è un termine chiave. Ma oggi esiste un sistema che infligge violenza quotidiana a tutti i cittadini che vivono nelle nostre comunità.” Il tanto sbandierato “Pacchetto Sicurezza” di Meloni dovrebbe risolvere tutto questo. Questa nuova legislazione sulla sicurezza, approvata nel febbraio 2026, consente la creazione di “zone rosse” con presenze militarizzate, e legittima l’arresto preventivo. Torino è centrale in questa crociata. Prima capitale dell’Italia unita, e patria dei Re e della Fiat, non può permettersi di fallire su qualcosa di semplice come “l’ordine pubblico”. Per Vitale, l’avvocato, questo è un terreno pericoloso. “Stiamo parlando,” dice, “di argomenti particolarmente delicati e della manifestazione di un pensiero.” Sostiene che “un’opinione può non essere condivisa [da voi] ma resta un’opinione. Un’opinione non può essere punita, non costituisce un reato.” “Sembra,” aggiunge Vitale, “che a Torino stiamo assistendo a uno scontro tra visioni rivali dello Stato: o la legislazione governativa è sottoposta a ciò che è legale secondo la Costituzione, oppure è la magistratura a dover obbedire a un atto legislativo.” Quello scontro tra magistratura ed esecutivo è antico, ma per chi vive a Vanchiglia stessa, la situazione appare bizzarra. Quando si parla con le madri fuori dalle scuole, mentre accompagnano i figli, raccontano di essere insultate dalla polizia. “Ha il diritto di stare zitta,” pare abbia detto un agente a Ortensia. A un angolo di strada mi imbatto in Alice Ravinale, rappresentante dell’Alleanza Verdi e Sinistra nel parlamento regionale. “È tutta solo scena,” dice, indicando due camionette antisommossa con le luci blu lampeggianti. “Ogni giorno ci chiediamo di cosa abbiano paura.” La risposta, forse, è che hanno paura di persone che rifiutano di riconoscere la necessità della loro presenza. Questa, come sa bene Perotti, è la miglior forma di attacco: non prendere troppo sul serio le figure d’autorità.
[2026-08-27] Triangle of Sadness - Resteremo Qua - Rassegna popolare in Barriera di Milano @ Circolo “Ost Barriera”
TRIANGLE OF SADNESS - RESTEREMO QUA - RASSEGNA POPOLARE IN BARRIERA DI MILANO Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9 (giovedì, 27 agosto 21:30) Triangle of Sadness (2022), diretto da Ruben Östlund, segue una giovane coppia di modelli e influencer invitata a bordo di una lussuosa crociera insieme a un gruppo di passeggeri ricchissimi e decisamente eccentrici. Quella che sembra una vacanza da sogno si trasforma in una commedia nera e grottesca che mette alla berlina ricchezza, bellezza, status sociale e rapporti di potere, ribaltando continuamente le gerarchie tra chi comanda e chi serve. 🌃🐠Resteremo Qua - Rassegna popolare in Barriera di Milano🐠🌃 Per chi non ha in programma fughe marittime, questa estate vi aspetta Ost Barriera l’ultimo appuntamento delle proiezioni all’aperto per grandi e piccini. Pop corn, aperitivi e drink ghiacciati per combattere insieme il caldo e la solitudine estiva torinese! 📍@ost.barriera Via Pietracqua 9 #torino #barrieradimilano
Solchi fest
Dopo una stupenda e partecipata 1° edizione, che ha creato bellissime nuove conoscenze e connessioni, eccoci tornare con una 2° edizione 💥 Ancora una volta troverete banchette, presentazioni, workshop, spettacoli, mostre, musica, asta, cibo e bar. Due giorni dedicate alle lotte, all’antispecismo, alla solidarietà, attraverso grafiche, serigrafie, editoria e molto altro. Due giornate in sostegno di due rifugi antispecisti Grugno Clandestino e Tana di Yuma.   PROGRAMMA 12 SETTEMBRE 2026 H15.30 APERTURA PORTE workshop di cianotipia con “cirrosi empatica” H16.30 presentazione “lo spazio urbano come terreno di conflitto” di Bianca Fusco H17 workshop fumetto e storytelling con “tempio laboratorio” H18.30 presentazione “Luna brutalista” (eris) di luigi filippelli e Samuele canestrelli H20 teatro spettacolo “il colloquio” di “collettivo lunazione” H21.30 live painting musicato con Samuele canestri H22.30 dj set con erro durante tutta la giornata: banchetti, musicisti, bar e cibarie   13 SETTEMBRE 2026 H15.30 APERTURA PORTE workshop di stampa di rilievo con “lunamoonie” H16.30 lab bimbə letture e disegni con Eliana de “Laika e i cani venuti dallo spazio” (cronache Ribelli) di Francesco velardi e Francesca mantuano H17.40 presentazione “zampe sporche” fanzine autoprod. benefit agripunk H18.30 incontro e dialogo “attivismo antispecista e rivolta animale” insieme a Marco Reggio e attivistə dei rifugi Grugno Clandestino e Tana Yuma H20 asta benefit opere donate da artistə messe all’asta battitora miss katena lorina alla console FeelDaMusic durante tutta la giornata: banchetti, musicisti, bar e cibarie
Antispecismo
solidarietà
Eventi
Festival
festival
Renoize 2026
Qui di seguito le info per partecipare al festival in ricordo di Renato Biagetti da Radio Onda Rossa. 20 anni di Rabbia e Amore 20 anni per Realizzare Sogni 20 anni per Resistere 20 anni contro ogni fascismo 𝟮𝟳 𝗔𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼 • 𝗙𝗼𝗰𝗲𝗻𝗲 𝟯_𝟰 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗔𝗰𝗿𝗼𝗯𝗮𝘅 𝟱 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗖𝗼𝗿𝘁𝗲𝗼 + 𝗣𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗦𝗰𝗵𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿 ♡ Venti di Renato. Una comunitá che da quel giorno si muove per essere tempesta e soffiare via ogni forma fascismo. Perché non accada mai piú! Perché abbiamo scelto di stare dalla parte giusta della storia. Quella della Vita e della Libertá per tuttə. Renoize sarà ancora una volta Festival Antifà, il posto dove esserci tuttə. Un ventennale che non sará una celebrazione, ma costruzione, il passo sicuro di un cammino collettivo…Con Renato nel ♡
Matinée XXL #121 – 24.08.2026
Matinée XXL: slancio onirico e stallo iperrealista.. solo due ore di calma prima che ricominci irrefrenabile il quotidiano flusso di transazioni, confini, controlli, paranoie ed egoismi. La musica è stanca, torniamo a dormire.. Tracklist: Pharoah Sanders – Upper Egypt & Lower Egypt Max Roach & Abbey Lincoln – Lonesome lover Sun ra & his arkestra – Enlightenment Max Roach – Driva’man Eric Dolphy – Like someone in love Maria Monti – I fili della luce / Armatura Nuova Idea – Fumo di una sigaretta Le stelle di Mario Schifano – Susan song Catherine Ribeiro + Alpes – 15 aout 1970 Brigitte Fontaine & Areski – Le 6 septembre Joyce – Opiniao / Chora doutor Gonzo & Luar Domatrix – Ja nem gritam no calvar calhau! – Penunibal Peter Forest – A Maria Cavaca Radikal Satan – gri-gri nzumbe – Serpentine lines A large sheet of muscle – our illustrious police Norman Church – History of a country Town / shopping quarter The new Bristol shakers – Blending of the spheres Big Hands – a jupiner tree whose roots are made of fire / Tu Estòmago (XVI)
amore
odio
Lancia in resta contro il drago. Diario di viaggio in Georgia e Armenia
(disegno di enrico pantani) Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra. Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi. Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino, sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide, il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino. A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli, mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia loro impedito di penetrare le recinzioni. Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto “Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce: lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino. Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale. L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure, minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia prominente. SOGNO GEORGIANO All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori: nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano. L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia. Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia», mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia, a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli eroi!». Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università: «Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche noi Europa!», corregge impaziente Mariam. Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate. Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere: “Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale, vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno georgiano. Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto. Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto, guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale. UN MUSEO ARMENO Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh, una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno, però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan? In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua, misteriosa e cosmopolita a Erevan. Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati, libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero. Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia, Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida. Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica: obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo. Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti discorsi nazionalistici. Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale: l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca. Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana, stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale. Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea guerra globale. BAZAR DEI DISERTORI A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere, sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica. Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena; interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – / che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”. Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea ad addormentarlo con un incantesimo. Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale, l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali, celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso, di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui gradini sotto i drappi. Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi, era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?». Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la diserzione. (francesco migliaccio)
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