All’improvviso la Torino-Lione torna a occupare spazio nel dibattito politico
piemontese. A riaccendere la discussione sono state le dichiarazioni di Chiara
Appendino insieme ai parlamentari Antonino Iaria ed Elisa Pirro […]
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La “Guidelines for Defenders” non è soltanto un vademecum legale: è uno
strumento di autodifesa collettiva per chi continua a esercitare il diritto di
protestare in un tempo in cui …
Dal diritto penale ai migranti, dal carcere alla scuola, dal lavoro alla
cultura: una mappa collettiva della trasformazione autoritaria del paese. Il
dossier di Ahida Il Dossier Italia, curato dalla …
di Gianni Sartori Mentre nel campo di concentramento di Gaza i bambini muoiono
di fame e per mancanza di cure, nelle carceri israeliane si allunga la lista dei
palestinesi morti …
Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui
dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump,
durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di
fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla
popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe
cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.
Una versione prontamente smentita da Meloni, che si è affrettata a rispondere
per le rime suggerendo al tycoon di badare alla sua, di popolarità.
La prima tentazione è di considerare questo battibecco come un episodio tra i
tanti all’interno del miserabile teatrino della politica occidentale a cui i
vari vertici del G7 ci hanno ben abituati. La seconda è di sintonizzarsi con i
giornalisti de LA7 e affrontare le ormai quotidiane sparate di Trump con un
sorrisetto superiore, convinti che la credibilità del presidente statunitense
sia giunta ai minimi storici e probabilmente definitivamente affossata dai tre
mesi di messaggi contraddittori misti a patetiche minacce con cui ha cercato –
invano – una via di fuga dal pantano iraniano.
La querelle di Evian potrebbe invece assumere le dimensioni di un fatto che più
di altri sta facendo emergere alcune contraddizioni interne al campo
dell’imperialismo. Vogliamo fare il punto su alcuni dati che questo episodio
sembra consegnarci, e che stanno progressivamente affiorando sia all’interno
dell’informazione italiana mainstream ma, soprattutto, all’interno delle basi
sociali del campo “sovranista” italiano ed americano.
1. Il primo elemento ha a che fare con la relazione tra la popolarità di Trump e
la capacità di manovra del progetto imperialista. Vale la pena partire da una
premessa abbastanza scontata ma che spesso si tende a dimenticare: Trump non è
un cacicco capriccioso, bensì l’espressione di una coalizione di interessi
economici che vanno dal grande capitale tecnologico americano a quella che Phil
Neel ha definito come la “lumpen borghesia” dell’hinterland americano –
concessionari d’auto, appaltatori edili e piccoli imprenditori. Una larga
coalizione che ha scommesso su di lui perché il progetto MAGA si è fatto garante
di due cose: riportare sotto controllo americano le catene del valore globali,
garantendo l’interventismo necessario ad ammortizzare gli ingenti problemi che
attanagliavano alcuni settori centrali del capitalismo statunitense attraverso
una forma di disciplinamento, anche armato, degli attori periferici in grado di
controllare le risorse centrali; e scaricare i costi degli stessi problemi
economici verso il basso e verso l’esterno.
Le principali forme di opposizione registrate negli USA sono provenute finora da
settori urbani politicamente ostili al partito repubblicano, e si siano
materializzate principalmente sotto forma di resistenza diffusa nei confronti
dell’espulsione di massa di forza lavoro migrante. Tuttavia, questo non
significa che il progetto americano debba temere esclusivamente la capacità di
resistenza di chi decide di attaccare, anzi: il consenso all’interno della
propria base non sembra più essere secondario. Da almeno un anno e mezzo ci sono
significativi mal di pancia, soprattutto all’interno del cerchio magico di
fedelissimi che hanno sostenuto Trump sin dall’ultima amministrazione –
principalmente nei confronti dell’atteggiamento statunitense rispetto ad un
Israele talmente assetato di sangue che inizia a suscitare l’odio ed il malumore
di un grosso settore della base MAGA, come dimostrano le recenti uscite di
Tucker Carlson, uno degli ideologi più influenti di quell’area. Adesso che gli
USA scontano davanti agli occhi di tutto il Mondo la difficoltà di sviluppare
una strategia comune con la loro truppa d’assalto in Medio Oriente, queste
tensioni sono destinate ad approfondirsi.
Neanche il consenso del proletariato bianco statunitense sembra più granitico,
soprattutto perché la guerra contro l’Iran ha dimostrato che, per Trump,
rispettare entrambi gli impegni programmatici comporta un’evidente
contraddizione. L’operazione militare partita per riaffermare il dominio
statunitense sul Medio-Oriente e convincere definitivamente gli Stati del Golfo
ad affidare petrolio, data-center e commissioni per la difesa al carro
USA-Israele si è tradotta in un Memorandum d’intesa piuttosto vago, che
rispecchia una sconfitta sul campo e, soprattutto, in termini economici. In
altre parole, non solo non è risultato possibile cementare l’influenza americana
nel Golfo e stabilirsi definitivamente come principale potenza egemonica
nell’area, ma il tentativo ha prodotto un innalzamento drammatico dei costi
produttivi e riproduttivi all’interno dell’economia domestica, con conseguenze
abbastanza significative sui portafogli della base sociale MAGA. L’agenzia
Moody’s stima il costo della guerra per “consumatori e contribuenti americani”
intorno ai 135 miliardi – e questo senza calcolare che l’economia americana
dovrà prepararsi ad una significativa austerity per sostenere gli aumenti di
budget “emergenziali” del Dipartimento della Guerra, che ha dovuto raschiare il
fondo alle scorte di materiale, munizioni e sistemi d’arma già fortemente
intaccate da cinque anni di sostegno militare all’Ucraina e da tre anni di
rifornimenti a Israele.
In questo senso, la guerra contro l’Iran non ha sicuramente fatto bene alla
popolarità di Donald Trump. È troppo presto per ipotizzare se la società
statunitense e la base “lumpen borghese” del Trumpismo dimostreranno qualcosa di
più di una semplice insofferenza ed arriveranno a ritirare esplicitamente il
consenso alle politiche del presidente. Di certo qualcuno – tra i quali lo
stesso Carlson – già lo accusa di fare solo gli interessi del grande capitale
americano.
2. Il secondo elemento ha a che fare con le conseguenze dirette del primo, nei
termini in cui le difficoltà del progetto imperialista americano tendono a
tradursi in una pressione accelerata sui livelli subordinati della gerarchia
imperiale. Gli stati europei – Italia inclusa – si trovano nella difficile
posizione di non essere abbastanza autonomi per negoziare i termini della
propria subordinazione, né abbastanza periferici per non riportare conseguenze
immediate dal conflitto: se l’incudine è la crisi economica conseguenza della
guerra, che colpisce esattamente i paesi più integrati nel modello di
capitalismo logistico globalizzato (quelli per cui chiudere Hormuz equivale al
disastro immediato), il martello è una politica estera americana che genera
queste crisi e ne scarica i costi verso coloro che un tempo considerava alleati
da tutelare.
Ed infatti, se la guerra contro l’Iran e l’Asse della Resistenza non ha fatto
bene a Trump, neanche a Giorgia Meloni è andata tanto meglio. Per quanto
riguarda l’Italia, la conseguenza più evidente del conflitto si è tradotta
nell’aumento drammatico del prezzo di gasolio e benzina: +75% e +38%, a malapena
ammortizzato da una serie di misure tampone del governo. La pessima figura è
arrivata già nei primissimi giorni: Tajani ha dichiarato di aver scoperto i
bombardamenti americani solo nel corso di quella mattinata, e ha dovuto
ammettere, in parallelo, la presenza del ministro della Difesa Crosetto in
viaggio di piacere proprio in mezzo al fuoco incrociato.
Tutto questo avviene nel quadro di un’evidente autonomia dell’alleato americano
dalle tradizionali regole d’ingaggio condivise che avevano storicamente legato a
doppio filo la progettualità politico-militare degli Stati Uniti alla NATO, con
cui l’Italia ha condiviso almeno dieci missioni all’estero negli ultimi anni e
di cui Meloni si è sempre fregiata essere fiera sostenitrice. A tutti è stato
chiaro che il Comando Americano non ha avvertito gli alleati europei prima di
scatenare un’operazione militare senza precedenti che avrebbe costretto quegli
stessi alleati a correre urgentemente ai ripari. La vicenda dello stretto di
Hormuz è il punto più nitido. Mentre Washington trattava e bombardava a fasi
alterne, tenendo aperta la partita secondo i propri tempi e i propri interessi,
l’Europa – e l’Italia in particolare – si è trovata a pagare il prezzo delle
avventure militari americane senza aver avuto voce in capitolo sulla loro
conduzione.
D’altronde, lo scarico dei costi politici ed economici delle operazioni
americane sugli “ex-alleati” è un meccanismo che negli ultimi anni ha informato
e diretto in misura sempre maggiore la politica estera statunitense. Basti
pensare all’insistenza americana perché l’Europa si faccia finalmente carico
della guerra che Trump odia di più: quella contro la Russia. Un conflitto tutto
politico, visto che di ritorni economici ce ne sono pochi (a parte un po’ di
terre rare, che comunque Trump si è già accaparrato costringendo Zelensky a
firmarne la consegna in cambio della riapertura del rubinetto delle armi). Di
nuovo, stavolta, c’è solo che l’Europa e l’Italia vengono pubblicamente additati
come parassiti ingrati, che si rifiutano di togliere le castagne dal fuoco agli
USA sminando Hormuz e si rifiutano di concedere le basi militari.
Quanto poi queste accuse corrispondano a realtà è ancora da vedere, visto che la
famosa accusa di Trump secondo cui l’Italia ha “negato le basi ai caccia
statunitensi” è stata prontamente smentita dalla NATO. Non solo, infatti, nei
giorni della guerra iraniana armi e munizioni USA sono passate a tonnellate
nelle sette basi che l’esercito statunitense possiede in Italia, scaricate e
maneggiate dai 13mila soldati americani che le occupano, ma il 24 giugno lo
stesso segretario NATO Mark Rutte nel patetico tentativo di ingraziarsi gli
Stati Uniti ha – per l’ennesima volta – sbugiardato pubblicamente il governo
Meloni spergiurando che i jet d’attacco USA le basi italiane le avevano
utilizzate eccome, e che dal “paese sovrano” erano partiti oltre 500 voli
militari statunitensi. La gelida replica del Ministero della Difesa italiano,
che si limita a ribadire il “rispetto dei trattati NATO” (i cui contenuti, in
ogni caso, sono almeno in parte coperti dal segreto di Stato) la dice lunga su
l’imbarazzo di essere stati pubblicamente messi alle strette dalle accuse di
tradimento targate USA e dagli spergiuri servili di iper-collaborazionismo della
NATO.
3. Il terzo elemento ha a che fare con la dialettica tra i primi due, cioè tra
la progettualità dell’imperialismo americano ed i suoi limiti, e la posizione di
subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti in cui si trovano l’Europa
e l’Italia. La tensione generata dalla crisi di questa dialettica ci appare
irrisolvibile attraverso il tradizionale prisma politico della destra
sovranista.
La crisi del dominio egemonico americano spinge gli Stati Uniti ad accelerare lo
scarico dei costi verso gli stati subordinati della propria catena imperiale;
questi stati, però, non hanno margini reali per sottrarsi al meccanismo, perché
la loro posizione nella divisione internazionale del lavoro e nella struttura
militare occidentale è quella che è. L’Italia è un caso paradigmatico, nei
termini della sua strutturale dipendenza dagli USA tanto sul piano della
sicurezza quanto su quello dell’integrazione nelle catene del valore. Proprio il
battibecco “basi sì, basi no, basi forse” di questi giorni non ci sembra altro
che l’ennesima dimostrazione che l’Italia è, allo stato attuale, completamente
incapace di influire o negoziare riguardo alle condizioni della propria
subordinazione.
Meloni sa che deve farsi andare bene quel che impone Trump, perché ha tra le
mani un’Italia troppo inserita dentro le catene del valore dominate dagli Stati
Uniti per strappare in maniera netta – e d’altronde, il decoupling che qualcuno
in nord Europa prova timidamente ad abbozzare è già un casino per loro, per noi
è proprio fantascienza; troppo atlantista, a livello di identità politica e di
strutturazione difensiva e militare, per trattare da pari con una potenza i cui
interessi stanno rapidamente divergendo da quelli europei; e troppo dipendente
dall’export verso Germania, Francia e Stati Uniti – rispettivamente 74, 67 e 63
miliardi nel 2023 – per scegliere di precludersi un campo – o farsi ricoprire di
dazi – senza conseguenze immediate sulla propria base industriale.
L’unico comparto che sta cercando di articolarsi sotto forma “sovranista” è
l’industria militare, settore su cui tutta la locomotiva europea, dalla Germania
alla Francia, sta puntando per cercare di smarcarsi un po’ economicamente dagli
USA e mettere da parte qualche riserva economica e militare per l’inverno della
guerra a bassa intensità e ad alta frammentazione che nei prossimi anni
caratterizzerà il mondo. Non a caso, gli Stati Uniti stanno cercando di
obbligare gli “ex-alleati” che intendono mettersi in proprio sulla Difesa a
pagare un prezzo sproporzionatamente alto, come dimostra il programma PURL
(Prioritized Ukraine Requirements List) che obbliga i membri della NATO a
stanziare quasi 6 miliardi di dollari per acquistare direttamente dagli USA
sistemi d’arma da donare all’Ucraina, l’ennesimo tentativo statunitense riuscito
di scaricare il costo della crisi militare ucraina sui Paesi europei.
Il 22 giugno Crosetto ha dichiarato a gran voce che l’Italia non parteciperà al
PURL e non acquisterà dagli USA la partita di missili Patriot da consegnare
all’Ucraina. Ma il 7 ed 8 luglio è in programma ad Ankara il secondo vertice
NATO sull’argomento, e il Segretario della Guerra USA Pete Hegseth ha dichiarato
compiaciuto che sarà l’occasione per riportare all’obbedienza “parecchi alleati
che sembrano ancora pensare che sia arrivata l’era del free-riding” – cioè,
della capacità di sottrarsi all’ennesimo meccanismo-capestro.
Un battibecco come quello del G7 ha le sue radici proprio nel fatto che
qualcuno, adesso, si sta trovando a pagare un conto che quando è salita al
governo non aveva preventivato. Che si sia trattato di un timido strappo reale –
come tende a suggerire anche la stessa premier per cercare di mostrarsi forte di
fronte alla prepotenza trumpiana – o più semplicemente di un teatrino a favor di
telecamera, il risultato non cambierà. Lo scisma politico tra Italia e Stati
Uniti, allo stato attuale è semplicemente impraticabile.
Contrariamente a chi preventivava ancora qualche giorno di polemiche, la scena è
tornata rapidamente quella di un governo che riassesta silenziosamente gli
equilibri: e se pubblicamente ha annunciato qualche diserzione di facciata ai
prossimi summit diplomatici (tra l’altro revocata, visto che al 4 luglio a
quanto pare si presenterà una folta delegazione italiana) – tra pochi giorni
verrà di nuovo ufficializzato il patetico tentativo meloniano di accordarsi ad
un imperialismo in crisi che si è fatto prendere a schiaffi sullo stretto di
Hormuz.
Dal punto di vista politico, questi elementi rappresentano la dimostrazione
evidente del punto principale su cui si inceppa il progetto sovranista che
questa compagine di governo ha venduto ai suoi elettori. E al di là della destra
impantanata che si arrampicherà sugli specchi, a farsi questi calcoli c’è
soprattutto una borghesia italiana stretta tra Washington e Berlino che non sa
ancora dove trovare l’uscita dal pantano. Qualche assist pubblico per continuare
a fare riferimento agli USA arriverà infatti immancabilmente anche dal “campo
liberal-progressista”: come interpretare altrimenti il fatto che La Repubblica
da dieci giorni metta ogni giorno in prima pagina Obama – che abbraccia
Michelle, che visita una scuola… – se non per suggerire che l’America può
tornare ad avere un volto umano e liberal, che tutto sommato l’era Trumpiana è
solo una fase al ribasso della democrazia e che con la prosperità yankee potremo
ancora salvarci da un futuro siberiano o mandarino.
I costi di questo allineamento – energetici, salariali, militari – aumentano di
mese in mese e, guarda caso, si scaricano verso il basso nella gerarchia
sociale. Nel frattempo gli amici di Trump sfondano record di arricchimento,
l’entourage del presidente fa insider trading sulla guerra in Iran per
costruirsi resort vacanze privati sulla costa dell’Albania e comprare presidenti
e primi ministri dei paradisi fiscali in giro per i Balcani e il Centro America.
Lo scollamento tra la sovranità nazionale con cui la destra ha stravinto gli
ultimi cicli elettorali e una realtà di subordinazione economica e militare
cieca alla volontà degli Stati Uniti è visibile a chiunque voglia vederlo.
Osservare interessati gli effetti delle ennesime piccole crepe all’interno delle
relazioni strutturali tra Stati Uniti ed Europa, quindi, significa cominciare a
tematizzare l’irresolubilità di questa contraddizione all’interno del blocco
sovranista per spaccarlo e costringerlo ad esaurirsi nel vano tentativo di dare
delle risposte. Occorre pensare a come fare leva su questo scarto per articolare
un programma che si prepari alla lunga notte della guerra che arriva mettendo al
centro la difesa degli interessi di classe. Il movimento di massa contro il
genocidio a Gaza ha già dimostrato che lo spazio per l’organizzazione contro
questo regime di oligarchi e di assassini esiste: riaprirlo e sostanziarlo
rappresenterà la sfida collettiva dei prossimi mesi.
Sono oltre 25.000 le persone che risultano al momento disperse a seguito dei
devastanti terremoti che ieri sera, mercoledì 24 giugno, hanno colpito il
Venezuela.
Due scosse violentissime, a breve distanza, tra mezzanotte e le due di notte,
orario italiano, hanno causato il crollo di centinaia di edifici. La prima
scossa è stata di magnitudo 7.1, la seconda di 7.5. Si è trattato del sisma più
violento da 126 anni a questa parte in Venezuela, con epicentro a Yumare, 300 km
a ovest di Caracas.
Sale a 164 morti e 1000 feriti il bilancio, ma i numeri sono destinati a salire.
Lo stato più colpito è La Guaira. Danneggiato l’aeroporto internazionale che ha
sospeso i voli. La presidente a interim Rodriguez ha annunciato lo stato di
emergenza: ‘Situazione grave’.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Geraldina Colotti, giornalista ed esperta in
questioni latinoamericane, con cui abbiamo fatto anche un quadro generale della
situazione del Paese, già in grave crisi politico-economica.
Martedì 23 Giugno 2026, Overjoy 281
La prima puntata dell’estate 2026 viene introdotta da Busy Signal, un
rifacimento del classico Stalag e una hit di Brusco. Dopo la sigla e il sommario
ascoltiamo Merga Gryer, Neville Brown, e un po’ di Serengeti Music con Jah
Revolution, Roots, By Nature, e Gianni Denitto. Femine power session con Lutan
Fyah e Kingston Express, il nuovo attesissimo album di Aza Lineage e Dezarie.
C’è anche il nuovo singolo di Galas & Destrangers, Irie Ites con Prince Alla,
due classici da Michael Prohpet e Junior Byles. Nuova musica anche da Dubmill
con Linval Thompson e un nuovo EP di Devon Clarke. Ascoltiamo ancora Stikkitan
Tafari, Iqulah, Horace Martin e Don Carlos, prima di concludere con un altro
dubplate esclusivo.
Dreams come true!
In una recente audizione alla Camera, l’azienda non ha risposto
sull’importazione di migliaia di fucili in Russia nonostante l’embargo. Nel cda
della loro controllata Russian Eagle sedeva Pietro Gussalli Beretta in persona
L'articolo Dopo inchieste giornalistiche e sanzioni, Beretta possiede ancora la
sua società in Russia proviene da IrpiMedia.
Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia
e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento all3
ultim3, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un
testone, un polemico. Ambro aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una
generosità e capacità di offrire all3 altr3 che spesso sconfinava nel
sacrificio. Era anche un ragazzo arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie
e le sue storture. Ambro aveva ben chiaro il concetto e il senso di
collettività, mettendolo in atto ogni giorno in ogni gesto e parola. Ha sempre
creduto nella politica dal basso, cioè quella tangibile fatta da chi vive in
questo sistema precario per sostenere le persone colpite dallo stesso,
criticando con lungimiranza e lucidità lo Stato e le varie politiche
susseguitesi negli anni, sia nel nostro paese che a livello globale.
Ambro il 15 Marzo si è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese
dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue
care falesie.
Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a misure cautelari.
Noi tutt3, amic3, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovat3 a dover far senso
di un dolore enorme, nessun3 riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale.
In questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una
parte scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare.
Ambro credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che
la libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran
voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a
supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva
bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui.
Aveva ricevuto in Febbraio l’avviso di garanzia che lo informava del
procedimento pendente e dei capi di indagine relativi proprio a quelle
manifestazioni. Una lista gonfiata da un caso diventato politicamente sensibile.
Si dovevano trovare colpevoli, e l3 si doveva punire duramente. Si sentiva dalle
istituzioni la pretesa di muoversi subito e colpire duro.
Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di firma giornaliera e il divieto di
dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la custodia cautelare. L’aveva chiesta per
tutt3 le 11 indagat3. La maggior parte, poco più che maggiorenn3 incensura3.
Studenti per lo più. A seguito di richiesta di riesame, non solo erano state
confermate le misure in essere, ma era anche stato condannato al pagamento delle
spese. Poco dopo tenne alcuni colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva.
Si era detto talvolta preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare
ricevute. Parlava di alcune sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio.
In un primo momento era sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per
cercare un lavoro a Torino, sperando in occasione del prossimo riesame di farsi
rimuovere la misura dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 Marzo
racconta un’altra storia.
Dopo la morte di Ambro ci siamo pres3 tempo di elaborare e abbiamo
collettivizzato il dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno
politico il 25 Aprile. Quel giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui
e affisso una targa in ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani.
Ambro infatti, per noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo
considerato importante raccontarlo tra le vie di Torino, durante una
manifestazione alla quale lui sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime
settimane il caso è stato reso pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel
procedimento. Grazie alla volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie
di considerazioni in merito al problematico utilizzo spropositato delle misure
cautelari, il caso di Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale “la
Repubblica” ha quindi deciso di scrivere in merito e var3 esponenti politic3 e
attivist3 hanno ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si
leggeva nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di
raccontare chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di
sentire.
Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia stata
gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre
l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona.
La strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta
come Pro Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per
comprendere la difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può
essere stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben
rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui
social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La criminalizzazione
delle persone che sono scese in piazza dopo il DL sicurezza è un tema che
finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non siamo d’accordo con il
modo con cui la vicenda è stata trattata.
Si parla poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno
sguardo ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta
sempre più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il
nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito
agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il DL sicurezza, ci sono
già molte persone che stanno subendo le conseguenze massacranti di scelte
politiche volte ad annichilire le persone e ogni movimento di dissenso verso il
potere.
A tal proposito speriamo che questa nostra riflessione possa aiutare e far
risuonare le voci di chi oggi si trova in questa situazione e che ha bisogno di
aiuto. Speriamo che questo possa essere l’inizio di una riflessione più ampia
riguardo alla gestione delle misure cautelari e alle considerazioni relative
alla delicatezza con cui il sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi.
L’empatia e il tener conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli
affetti intorno a queste persone, deve essere un tema centrale nella
riconsiderazione dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della
gestione da parte dell3 operatric3 della giustizia di ogni aspetto che riguarda
le vicende giudiziarie.
Crediamo che quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema
urgenza e che sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure
cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo stesso
tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive in prima
persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che, nel suo
insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che dovrebbe
essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di cronaca,
riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle
modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un vuoto perché non se ne
parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non c’è più senza avere la
cura di contattare con il giusto livello di umanità gli affetti, senza tenere in
considerazione la delicatezza della situazione, è già di per sé molto violento.
Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la vicenda di Ambro è stata
raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo pochissima cura delle
persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo abbiamo deciso di scrivere
questo articolo, ma chiediamo di essere rispettat3 nel nostro dolore e speriamo
che tutto questo possa davvero far riflettere su temi che non spetta a noi
sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si assuma la responsabilità e
la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati che hanno necessità di essere
approfonditi da chi effettivamente ha gli strumenti per farlo. Abbiamo bisogno
della collaborazione di tutt3.
Amore che resiste
Oltre tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni
parte di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua
assenza, che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in
giro, mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da
raccontare. Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro,
narriamo con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto
sguincio penserai: ‘’Mamma mia quest3 qui, proprio non hanno capito niente di
me’’. Forse è così, forse per descriverti non bastano tutt3 quest3 amic3 riunit3
per ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così
che abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi
sempre dell3 altr3, una persona irriverente, che non scende a compromessi se
questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma
anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio
che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti
che siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato.
Per sempre, L3 tu amic3.
Con il racconto di come sia stato ladro, pescatore, adultero, marinaio,
rapinatore, militante dell’estrena sinistra, truffatore e infine licenziato di
mestiere accumulando grande fortuna.
Nuova edizione in coproduzione Porfido-Tabor-El paso
Estate 2026, pag144, 10€
Contro chi ci ruba il tempo della nostra unica vita, ci ricorda Salvatore
Messana, ogni resistenza, ogni slealtà, ogni vendetta, è non solo lecita, ma
doverosa. E, quando riesce, sublime.
Tra assegni a vuoto e pianificate vendette, occupazioni di condomini, furti e
truffe memorabili, Salvatore Messana, con una ironia fulminante, fa scempio di
ogni residua serietà di questa società decrepita.
È la voce degli scansafatiche fieri di esserlo, perché è proprio “la certezza
del posto fisso” quella maledizione che Salvatore Messana ha fuggito come la
peste. Riuscendo anche, in questa fuga divenuta una vita, a spassarsela con
allegri complici e a infliggere ai suoi inseguitori pesanti dispiaceri.
È contro i padroni e gli aguzzini di ogni tempo che Salvatore Messana ha deciso
di rivelare, a noi e a chi verrà, il suo semplice “segreto”: non esitare mai a
scagliare la prima pietra. Mirando, se possibile, alla testa.
APERTURA CDL FELIX
CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 2 luglio 17:00)
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX
settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e
vendita!
Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!
Pene fino a cento anni per la protesta anti-ICE di Prairieland: il processo
trasforma idee, libri e militanza in prove d’accusa Quattrocentocinquanta anni
di carcere complessivi. Cento anni a Benjamin …