[2026-08-07] CENA BELLAVITA @ Barocchio Squat
CENA BELLAVITA Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO) (venerdì, 7 agosto 19:00) Barocchio squat presenta una semplice proposta per ribadire l'importanza della responsabilità individuale e collettiva sul tema dell'alimentazione, in specifico quella a base vegetale, come mezzo per portare avanti la liberazione animale in un contesto atroce che vede la mercificazione degli esseri animali per vari scopi beceri, come il divertimento, l'intrattenimento, secondo la logica di sfruttamento generale di questi ultimi. Ribadiamo l'importanza dei luoghi che portano avanti la pratica dell'autogestione e della bella vita, inoltre ben al di fuori delle logiche del metodo capitalista. Porta ciò che vuoi trovare Cucina aperta dalle 19 Il posto è in strada del Barocchio 27 Il poscritto è fuoco ad ogni gabbia.
BELLAVITA
bellavita
cena
Cena
CENA
Segnalazioni relative al transito attraverso i porti italiani di un nuovo carico di armi diretto in Israele
di Ibrahim Ossman Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30 luglio 2026. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito, attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il conflitto ha suscitato un crescente scrutinio sulle catene di approvvigionamento militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a duplice uso. Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali, insieme alla sezione italiana del movimento BDS (BDS Italia) e le organizzazioni della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle operazioni militari israeliane. In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione con il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha rivelato che un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon. «MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione. In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati avvistati a bordo della nave MSC Nita il 30 giugno, la quale è successivamente approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il 24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana. L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar, nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede infatti l’ottenimento di licenze speciali. La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia ha sollevato la possibilità che la nave MSC Nita possa eludere le procedure di controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal gruppo «Elbit», principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare delle attrezzature trasportate. Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab) Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative parlamentari italiane, sostenute da proteste sul campo nei porti, hanno portato alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990, che disciplina l’esportazione e l’importazione di materiale bellico sul territorio italiano. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al quotidiano comunista italiano «Il Manifesto» che «Israele riesce a essere estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte», spiegando che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo, continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce». Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17 febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty) In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «Altre volte vediamo anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele». Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».
Senza categoria
Solidarietà al Movimento No Tav della Valsusa – Comitato No Tav Trento
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato di solidarietà del Comitato No Tav Trento, a cui mandiamo i nostri più sentiti ringraziamenti e a cui restituiamo la nostra complicità. Stiamo in questi giorni raccogliendo comunicati, riflessioni e testimonianze della giornata del 25 luglio, accettiamo volentieri segnalazioni sui nostri social e via mail! “Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto”. In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta DOSIO durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa. Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav… Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia! I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.   Trento, 31 luglio 2026
Territorio infrastruttura di guerra: esce il secondo numero del bollettino “HUB”
Questo secondo numero di HUB raccoglie articoli e approfondimenti sui flussi bellici, sui nuovi investimenti nelle infrastrutture “civili” dual use, sulle fabbriche di armi e sulla loro filiera nei territori, con un approfondimento dedicato a Leonardo S.p.A. da Movimento No Base Un lavoro che prosegue la ricerca iniziata con HUB n°1, integrando lo sguardo sulle aziende della difesa, sulle loro reti produttive e sulla progressiva organizzazione del territorio come infrastruttura strategica. Indagare una fabbrica di armi significa accorgersi che non esiste mai una fabbrica isolata. Dietro ogni sistema d’arma si estende una filiera fatta di ricerca universitaria, laboratori, infrastrutture logistiche, aziende civili che producono componenti, reti di trasporto, finanziamenti pubblici e trasferimento tecnologico. È proprio questa rete che HUB vuole rendere visibile. È su questo terreno che si muovono aziende come Leonardo SpA, così come Fincantieri, insieme all’acquisizione di WASS e allo sviluppo delle tecnologie navali, che mostrano come l’industria della difesa si organizzi sempre meno per comparti separati e sempre più come una rete che unisce software, elettronica, intelligenza artificiale, cybersicurezza, cantieristica e sistemi d’arma. La militarizzazione contemporanea che organizza l’intero territorio come piattaforma strategica, intrecciando università, ricerca, imprese, logistica, infrastrutture e formazione in una rete capillare, veloce, in rapida crescita e sotterranea anche se dappertutto. Una forma di militarizzazione dell’intera società, a cui si aggiunge la sperimentazione di nuove forme di leva di massa.  Per questo fare inchiesta significa acquisire strumenti per intervenire. Significa comprendere dove la guerra viene progettata, finanziata, prodotta e resa possibile, per poterla contrastare in ogni passaggio della sua filiera. Dagli scioperi nelle aziende della difesa al confronto con lavoratrici e lavoratori; dalla lotta contro gli accordi tra università e industria bellica al blocco dei trasporti militari; dalla diffusione della conoscenza alla costruzione di percorsi collettivi nei territori. Perché la guerra non è soltanto nei fronti di combattimento. È dentro i processi economici, produttivi e culturali che la rendono possibile. E se questi processi attraversano le nostre città, allora è anche da qui che può partire la possibilità di interromperli. Di seguito si può trovare in pdf il volume integrale del secondo numero di “HUB – Bollettino sulla militarizzazione e sulle resistenze dei territori”: scaricalo, diffondilo, rafforza la rete di resistenza contro la guerra.  Puoi leggere il primo numero sul nostro sito seguendo questo link. Vuoi presentare il bollettino nella tua città o nel tuo paese? Vuoi sviluppare delle inchieste sulla militarizzazione nel tuo territorio o nei posti in cui vivi e lavori? Contattaci per organizzarci insieme! Bollettino-HUB-Numero-2Download
“No NBA Europe”: una campagna necessaria
Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri questo articolo a firma Campagna No NBA Europe. Buona lettura! All’interno di una fase in cui può sembrare difficile distinguere tra potenze in declino o in ristrutturazione, anche dal mondo dello sport arrivano segnali che propendono verso la seconda alternativa. Infatti, così come lo scenario geopolitico globale, anche quello sportivo è soggetto a forti cambiamenti imposti d’oltreoceano, nel tentativo di riorganizzare il proprio dominio in senso egemonico. Per questo si potrebbe parlare di “imperialismo sportivo” come quel fenomeno orientato ad omologare, riproponendo modelli di bussines prettamente statunitensi in diffusi contesti territoriali. Il modello commerciale NBA viene replicato in Europa, portando ad un’offerta standardizzata, concentrando potere economico e indebolendo la pluralità culturale del basket europeo. Un processo reso possibile dall’ingente circolazione di capitali dagli Stati Uniti verso le aree reputate d’interesse. Trasformando progetti sportivi in operazioni finanziarie, creando asset monetizzabili e scalabili. Nel caso che prenderemo in considerazione, quello del progetto “NBA Europe”, si farà riferimento all’esportazione del modello NBA verso il vecchio continente. Lo scopo ultimo, come vedremo, è rappresentato dall’estrazione di valore, dalle città e dai territori, lasciando ben poco alle realtà che da tempo operano su di essi. Da qualche mese è nata la campagna “No NBA Europe”, un’iniziativa che nasce in risposta al piano di espansione del basket statunitense nel nostro continente. Un piano che sta prendendo forma, che ha stabilitola data di attuazione (settembre 2027) e che ha cominicato le operazioni di messa in produzione. Sebbene manchi ancora più di un anno, abbiamo sentito la necessità di cominciare ad organizzarci per impedire questa ulteriore mercificazione del nostro sport preferito, con conseguenze disastrose sulla vita (sportiva e non) di tantissimx ragazzx. La domanda che ci poniamo è semplice: è possibile accettare passivamente un modello che trasforma le nostre città in mere piazze di consumo, svuotando l’attività sportiva del suo significato sociale? Questa è la realtà con cui siamo chiamatx a confrontarci, e verso cui è necessario porre l’attenzione, volendo evitare che passaggi di boa cruciali per il sistema sport e le conseguenti ricadute politico-sociali vengano sottaciute. La vetrina di Roma e la complicità politica La pallacanestro, quella italiana in particolare, non ha certo goduto di ottima salute negli ultimi anni, ma quello a cui stiamo assistendo da qualche mese a questa parte può rappresentare un punto di non ritorno verso un sistema escludente, mercificatore ed estrattivo verso i territori in cui si pone. Parliamo dell’ormai noto avvento della massima lega statunitense all’interno del basket europeo, attraverso “NBA Europe”. La lega ha messo nel mirino alcune tra le più celebri città europee con l’intenzione di reclutare società esistenti o crearne di nuove, ad hoc, pronte a competere ma soprattutto ad abbracciare i “valori” del progetto. Dietro la facciata dello spettacolo e dei nomi altisonanti, l’operazione si sta già rivelando per quello che è: un progetto puramente commerciale, volto a estrarre il massimo del profitto dai nostri territori, dai bacini d’utenza e dal flusso turistico, disinteressandosi completamente dell’impatto sul tessuto sociale locale. Nel caso italiano, le città elette saranno Roma e Milano. Se nel capoluogo lombardo i lavori procedono ancora a rilento e sottotraccia, a Roma, nelle ultime settimane si è registrata una scellerata accelerazione. Tutto questo avviene con la palese complicità delle istituzioni locali che, oltre a perpetrare disinteresse verso i bisogni concreti delle comunità, si mostrano prone verso i grandi soggetti privati e i loro interessi, perseguendo il diktat di città “imprenditrici” piuttosto che abilitanti. Emblematico, in questo senso, è l’atteggiamento del sindaco di Roma Roberto Gualtieri: all’annuncio social di Luka Doncic (superstar dei Lakers e parte integrante della cordata di investitori della neonata Roma SPQR), il primo cittadino si è mostrato ben contento e pronto ad accoglierlo a braccia aperte. Un’accoglienza che ha messo in luce la matrice reale dell’operazione, suggellata dalla visita della stella slovena al Ministro Giorgetti (ministro dell’economia, mica dello sport…), quasi come fosse un fan qualunque. Una scelta che non possiamo certo considerare neutrale e che è sintomo dell’aria (a)politica che tira in questi ambienti: l’arrivo di grandi eventi incontra l’atteggiamento servile delle rappresentanze cittadine, rompe il legame tra votantx e votatx, sposta radicalmente gli obiettivi delle agende di policy verso pochi interessi privilegiati e spazza via i meccanismi decisionali delle comunità, che si ritrovano solo a doverne sopportare i costi concentrati. Compravendita dei titoli: lo sport sradicato L’accelerazione registrata a Roma ha visto la creazione dal nulla di due nuove società, la Maxima Roma e la Roma SPQR (addizionandosi alla già esistente Virtus Roma, attualmente militante in serie B). Tutto è stato reso possibile grazie alla pratica di compravendita dei titoli sportivi, che già da tempo rappresenta un problema nei vari campionati professionistici italiani e che tratta lo sport come un pacchetto azionario. Secondo le logiche di mercato, la nascita delle due squadre romane ha preteso il sacrificio e la ricollocazione di realtà preesistenti: dalla notte al giorno, vendute, dismesse e ricollocate, sono state la Vanoli Cremona e la Pallacanestro Brescia. La riorganizzazione imposta d’oltreoceano ha forzato lo spostamento di capitali verso una destinazione con più alto potenziale estrattivo, facendo scomparire progetti che, nonostante le problematiche insite all’appartenenza allo status quo, coltivavano legami con società del territorio, tifosx, bambinx e ragazzx dei settori giovanili. Ci si potrebbe chiedere cosa abbia portato Brescia e Cremona a dover cedere il loro posto. La risposta che si legge tra le righe è la volontà dei vertici dell’organigramma NBA di collocarsi in un contesto territoriale con maggiori margini di profitto. Cremona e Brescia (come le altre città papabili) evidentemente non rispettavano i canoni di desiderabilità del progetto, spudoratamente economici e legati alle potenzialità attrattive dei contesti urbani. Rimane celato come l’innescarsi di questo domino porti realtà minori a rimanere senza titolo, in altre parole senza squadra. Gli attori più forti schiacciano quelli più deboli e chi non ha le forze per sopravvivere alla concorrenza vede sfumare la possibilità di praticare sport. Un meccanismo che va a intaccare le condizioni materiali di vita della popolazione, sottratta di un potenziale strumento di azione verso le proprie condizioni di salute fisica e mentale. Dal calcio alle Olimpiadi: un modello tossico I processi a cui stiamo assistendo non si limitano alla pallacanestro, ma sono il riflesso di una trasformazione più ampia: lo sport come asset di mercato, società sportive strutturate come companies, con progettualità rivolte primariamente allo scopo di lucro, piuttosto che alla costruzione di progetti volti a creare benefici per le comunità territoriali. Nel modello calcio lo si nota chiaramente: il numero di partite e competizioni è andato aumentando negli ultimi anni, di pari passo con le difficoltà nell’accesso e nella partecipazione per tifosx e atletx. Lo stadio, così come la visione da remoto, sono sempre più esclusivi a causa dell’aumento dei prezzi dei biglietti e l’introduzione di paywall per la visione dei match. Sono scelte deliberate, intraprese da federazioni e società sportive, volte a creare un vero e proprio indotto legato alla spettacolarizzazione e alla mercificazione dell’attività sportiva, cancellandone la cultura popolare in favore di un nuovo assetto in cui lo sport diviene privilegio per pochx. Una dinamica evidente anche nell’approccio ai grandi eventi, come le Olimpiadi di Milano Cortina 2026: si sfruttano le città per qualche settimana o mese per poi addossare alle comunità locali i costi e le esternalità negative dei progetti (vuoti urbani, opere incompiute, devastazione ambientale, mutamento degli assetti urbani, ecc.). Chi sostiene questo tipo di piani, giustifica la loro implementazione in virtù di presunti benefici diffusi, presentandoli come progetti unanimemente accettabili. In questo modo diviene socialmente accettata la delegittimazione e la criminalizzazione delle opposizioni locali, nate in contrasto a decisioni prese dall’alto e comunicate in modo unidirezionale, top-down, senza avere riguardo verso chi nei territori ci vive, ci opera e quindi li conosce. Spazi negati e privatizzazioni Bisogna chiarire come non sia una dinamica isolata. È la stessa logica di privatizzazione che sta rendendo le nostre città sempre più inaccessibili e invivibili, espandendosi a macchia d’olio dai centri storici turistificati fino ai quartieri periferici. Quando il compito di fornire servizi legati alla socialità, allo sport e alla salute viene delegato ai privati, lo spazio pubblico si restringe e il diritto allo sport si trasforma in un privilegio per pochx. Capiamo come le esternalità negative si estendano fino al tessuto economico e sociale. In particolare, si assiste alla progressiva introduzione di barriere di accesso allo sport di base, rendendone l’accessibilità sempre più un percorso ad ostacoli. In una situazione già tragica di mancanza di infrastrutture accessibili e praticabili a tuttx, la forbice delle disuguaglianze si allarga anche in ambito sportivo. L’accesso allo sport per bambinx e ragazzx è altamente escludente a causa dei costi proibitivi per le famiglie, di infrastrutture pubbliche spesso fatiscenti e della totale mancanza di una visione politica di lungo termine. A fronte di una vitale necessità di spazi, le strutture pubbliche non aumentano, quelle già esistenti spesso sono inadeguate o monopolizzate da società con maggiore potere contrattuale. Pensiamo al dramma quotidiano degli edifici scolastici (le cui palestre spesso sono oggetto di concessione) tristemente noti come fatiscenti e passati alla cronaca per cedimenti o inefficienze croniche. Mentre lo sport di quartiere arranca, le prospettive proposte da NBA Europe sono quelle di potenziare strutture già esistenti (ed esclusive, come il campo centrale del Foro Italico) in modo da creare delle vere e proprie arene in stile statunitense. Non luoghi in cui l’ingerenza privata è sempre maggiore e dove, conseguentemente, l’attività principale diviene il consumo legato all’indotto creato intorno al “prodotto sport”. Pressione su bambinx e ragazzx: per un’altra cultura sportiva Più gli spazi vengono privatizzati, meno margine c’è per agire su accessibilità ed inclusione. Al contrario, viene promosso un modello ultra-competitivo che tramite logiche del merito opera una selezione tanto più escludente quanto più i contesti sono marginali. Il riflesso naturale di queste dinamiche è la loro estensione verso l’ambito sportivo, dove giovani atletx vengono concepitx come asset di mercato, su cui investire nella prospettiva di un futuro ritorno economico. Inevitabili sono le ricadute su bambinx e ragazzx, sottopostx a pressioni psicologiche e travolti, in periodi cruciali come quelli della crescita e dello sviluppo, da stimoli orientati verso la prevaricazione dell’unx sull’altrx. Lo sport, a maggior ragione quello di squadra, dovrebbe essere un veicolo per promuovere e far scoprire nuove forme di condivisione degli spazi sociali, creare coesione, sperimentare nuove forme di competizione: sfidanti ma anche rispettose nel confronto con l’altrx. Al contrario sembra dominante (almeno a livello agonistico) una cultura sportiva che induce a primeggiare, senza riguardo per compagnx di squadra o avversarix. Il senso di competizione viene spinto al limite, all’interno della dicotomia vincitorx/sconfittx, non c’è spazio per sfumature che permettano di rimodellare momenti di performatività verso approcci alla vittoria e alla sconfitta sconnessi dai caratteri di successo o fallimento personale. Al contrario, lo sport e il gioco dovrebbero veicolare il senso di condivisione, in cui senso di squadra e collettività costituiscono strumenti con cui affrontare ciò che si pone lungo il percorso. Fare sport deve essere un’opportunità per trasmettere e assimilare la capacità di porsi oltre la propria individualità, scoprire la forza della solidarietà e del senso di comunità. Costruire l’alternativa Laddove lo Stato lascia buchi, diviene fondamentale impedire che poteri privati se ne approprino. È proprio nella creazione di questi vuoti in cui è possibile instaurare una proposta dal basso che si contrapponga all’egemonia del modello incombente. In Italia sono diversi gli spazi in cui si pratica sport opponendosi a un modello marcio, tentando di costruirne uno alternativo. Quello che NBA Europe ci sta mostrando, è la necessità che queste realtà hanno di interagire, cooperare e organizzarsi su e tra i territori. Non solo per fare emergere e combattere contraddizioni ma anche per rendere più forti gli spazi che si attraversano facendo sport. A fronte di istituzioni prone e dello strapotere privato, la risposta a questa fase di articolato mutamento deve venire da nuove e vecchie soggettività, non solo in ambito cestistico ma anche con riguardo ad altre discipline che sono andate o andranno incontro alla stessa sorte. Restiamo nei campetti da gioco, nelle palestre delle scuole, nei cortili con un canestro sgangherato e un pallone logoro; continuiamo ad attraversare i nostri spazi e a diffondere i valori dello sport come attività popolare, dello sport popolare.
La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali. Di Ramzy Baroud – 25 luglio 2026 – da invictapalestina Durante un incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale sottomissione palestinese. Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori locali si sono rifiutati di arrendersi. Nello scontro che ne seguì, un singolo palestinese disarmò un soldato israeliano e aprì il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone altri tre. Ciò che seguì fu la prevedibile e implacabile furia dell’Occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato lanciarono immediatamente una serie di incursioni a Tell e nelle comunità limitrofe, uccidendo quattro palestinesi, incendiando case e trasformando edifici residenziali in centri di interrogatorio da campo. In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione Israeliane arrestarono oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell, estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah, Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele. Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata. Il calcolo primitivo di Netanyahu  La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi sponsorizzato dallo Stato. Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti. L’entità della distruzione  Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata: Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato. Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior parte dei recenti feriti civili. Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e ripulite. Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né processo. Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese “terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia di nuove unità abitative negli insediamenti. Scopo strategico dietro la recrudescenza  La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo. Primo, prevenire un secondo fronte:  Israele si rese conto che se la Cisgiordania si fosse sollevata in una ribellione organizzata su vasta scala mentre il suo esercito era impegnato in una snervante e interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le entità si sarebbe rivelato praticamente impossibile. Non essendo riuscito a schiacciare la Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante forza militare, Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in Cisgiordania per terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione totale. Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra: Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati, Netanyahu aveva bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso ai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta libertà di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere ripetutamente e alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme Est Occupata. Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi: Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarm a Nablus) per proiettare un’immagine di forza e controllo al suo elettorato interno di destra. Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese  Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due fattori principali sul campo. Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni: Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la partecipazione attiva dell’esercito israeliano. Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:  L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione. L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto di Israele. Perchè l’analisi corrente fallisce  La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra, accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici. Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli inefficaci a “tutte le parti per una distensione”. Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità storica. Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà dell’azione palestinese. Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale, umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente insostenibile. La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a una lenta e graduale annientamento. La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali. – Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU). Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org Eventi a noi segnalati: Eventi
Roma: presidio permanente fuori da Spin Time Labs. “Da qui non se ne va nessun3”
Il Viminale prova ad approfittare di un incidente – un principio d’incendio – per aggiungere una spunta alla lista degli sgomberi. Siamo a Roma, in via Santa Croce in Gerusalemme, sede di Spin Time, occupazione abitativa e spazio sociale della Capitale.  da Radio Onda d’Urto Mercoledì in tarda serata si è sviluppato un principio d’incendio ed è quindi stato necessario evacuare l’edificio. Domate le fiamme, però, le autorità hanno dichiarato inagibile la struttura e – al momento – impediscono agli occupanti, 130 famiglie e circa 400 persone in totale, la cui unica alternativa è la strada, di rientrare. Occupanti, insieme ad attiviste e attivisti, rimangono in presidio permanente all’estero. Spin Time Labs, nato nell’ottobre del 2013 con l’occupazione di un palazzo di 10 piani e 21.000 metri quardati nel rione Esquilino da parte del movimento per il diritto all’abitare Action, è da mesi nell’elenco di spazi sociali che secondo il ministero dell’Interno vanno sgomberati. “Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato – spiegano da Spin Time Labs – un principio d’incendio nel palazzo, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest’ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi, giovedì 30 luglio, alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3″. Da Roma la corrispondenza con Giovanna Cavallo, compagna di Spin Time Labs
Prendiamo fiato e guardiamo lontano: alcuni dati politici sull’estate di lotta 2026
da Notav.info Il Tav, o meglio, il no al Tav torna al centro Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav, che negli ultimi anni si era cercato di mettere sotto al tappeto con una buona collaborazione dei media mainstream, è tornata ad occupare il centro delle preoccupazioni di tutti. C’è chi invoca il pugno duro, Salvini in testa — anche se non abbiamo potuto fare a meno di notare che il Ministro delle Infrastrutture non sia stato nemmeno invitato a visitare il cantiere di Chiomonte. Forse, rimasto escluso dalla gita in elicottero, ha dovuto sfogare altrove la propria frustrazione. C’è chi, come Tajani, torna a parlare dei soliti “teppisti No Tav”, e chi, da Renzi a Calenda, coglie l’occasione per ribadire il sostegno all’opera e attaccare la presunta “sinistra connivente”. Proprio quella “sinistra” targata Pd che, lo ricordiamo, da sempre si è tirata su le maniche per promuovere la grande mala opera e che non ha perso occasione per continuare a sponsorizzarla. Anche il verde Bonelli si fa coinvolgere dal teatrino delle dissociazioni dimostrando di non comprendere qual è la vera posta in palio. Dunque, tra l’affanno da un lato nell’attaccare Meloni sul suo stesso terreno della sicurezza (non gestite abbastanza bene l’ordine pubblico) e l’accusa di “strumentalizzare” gli scontri, diciamo che la sinistra storica trova poco tempo ed energie per ragionare seriamente sull’evidente inutilità dell’opera e sul suo ruolo nefasto nel sostegno ad un progetto che ha condannato la Val di Susa ad essere una zona di sacrificio sul territorio italiano. I pochi che pubblicamente provano invece a sostenere le ragioni della protesta, vengono accusati di essere amici dei “terroristi”.  Anche in aula a Torino è andato in scena un bel teatrino: Lo Russo in silenzio, l’opposizione in visibilio (entrambi pronti a convocare un nuovo corteo di madamine per settembre probabilmente dimentichi dell’epic fail di otto anni fa), tutti alla ricerca di una fotografia e di una ripresa da parte della stampa, come se tutto questo fosse un gioco e non ci fosse invece un grande problema che coinvolge decine di migliaia di valsusini, miliardi che sono stati e continueranno ad essere buttati via, un territorio montano deturpato, non per il tanto decantato progresso, ma per fare contenti le solite lobby del tondino e del cemento. Uno spettacolo decadente, ma per davvero, degno di una classe politica incapace e autoreferenziale.  Ma il punto della questione è ben espresso dall’editoriale di Sorgi che ha allietato la scorsa domenica: il Tav è cosa vecchia ma ormai va fatto solo per non dare ragione a chi si oppone all’opera? Quali conclusioni possiamo trarre, se non che il tema è più che mai centrale e che, con ogni probabilità, rischia di mettere in difficoltà molti se la politica continuerà a ignorare i solidi argomenti contro questa infrastruttura portati avanti da decenni dal Movimento No Tav e dai suoi tecnici? A maggior ragione in vista della campagna elettorale, tanto sul piano locale quanto su quello nazionale. Un progetto sul quale sarà impossibile non prendere posizione e che, a rigor di logica, chi ambisce a qualche comoda poltrona, dovrà iniziare a considerare per quello che è: un’opera senza futuro. La lotta è giovane, checché se ne dica La partecipazione di massa alle giornate del Festival Alta Felicità è un qualcosa che riempie il cuore. E soprattutto la grande presenza di giovani e giovanissimi, non solo venuti per divertirsi (cosa assolutamente buona e giusta e per niente scontata di questi tempi), ma anche per prendere spazio e essere protagonisti. Dalle giornate che hanno preceduto il Festival con il weekend di lotta, ai montaggi sino alle diverse mansioni che occorre condividere per la buona riuscita di un evento di tale portata, la presenza giovanile ha fatto la differenza. Giovani capaci di non delegare, capaci di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, capaci di crescere e di confrontarsi con una realtà complessa e eterogenea. A fronte della retorica con cui, dal governo ai media, questi giovani vengono descritti a targhe alterne come bamboccioni o criminali, a seconda della convenienza del momento, la Val di Susa continua a essere orgogliosa di accogliere ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi. Un’occasione per imparare gli uni dagli altri, passarsi il testimone di un modo diverso di vivere e attraversare il territorio e dimostrare che un altro futuro non solo è possibile, ma può essere costruito collettivamente. Lo ha detto Nicoletta durante la conferenza stampa al presidio di Venaus “la lotta rende giovani” ed è qualcosa che ci teniamo stretti.  L’opera è vecchia e dopo l’estate di lotta rallenterà ancor di più  Si parla di 1 milione di euro di danni al cantiere di Chiomonte ma ancora non sono state effettuate le valutazioni definitive, il che ci dice che saranno destinati ad aumentare. Da quando l’opera venne proposta, i tempi e i soldi ad essa destinati non hanno fatto altro che allungarsi. In queste ore Paolo Foietta non riesce a trattenere le (e qui lo citiamo) “minchiate” nel riferirsi alle dichiarazioni di chi ha osato parlare di obsolescenza dell’opera. Il presidente della Commissione Intergovernativa lascia trapelare un po’ di nervosismo nell’intervista rilasciata a Lo Spiffero, in cui si mette in dubbio il cronoprogramma del Tav. Nelle stesse righe viene sottolineato che, se la prima previsione di fine lavori era datata 2015, spostata al 2030 e successivamente rinviata al 2033, il ritardo complessivo ammonta a 18 anni. A contribuire al ritardo, possiamo dirlo, dal 2005 a oggi chi si è opposto all’opera per tutte le sacrosante ragioni che ben conosciamo. Anche la marcia ai cantieri di Chiomonte, San Didero e Salbertrand di sabato scorso ha dato il suo piccolo apporto in questo senso. Eppure Foietta nega l’evidenza sottolineando che i problemi sono di natura economica e tecnica, in quanto la montagna è complicata da perforare. Sembrerebbe, così, dare ragione proprio a chi da sempre ne contesta l’utilità. Del resto, bucare una montagna ricca di amianto e uranio per realizzare una nuova linea ferroviaria quando ne esiste già una storica, così come prevedere compensazioni economiche per un territorio nel tentativo di mettere una toppa a un problema già profondo, è complicato e non fa che alimentare una serie di paradossi. Nel frattempo, le indiscrezioni parlano di un nuovo commissario. Forse Meloni inizia a pensare che Mauceri non sia stato all’altezza del compito? Mentre il centro dell’opera dovrà fare i conti con le conseguenze materiali in seguito all’iniziativa di centinaia di persone che hanno deciso di compiere gesti concreti per difendere una Valle martoriata, i suoi tentacoli si allargano. Così da Salbertrand a Susa fino ad Avigliana passando per Rivoli e Rivalta nuovi progetti fanno capolino: un chiaro esempio di rubinetti che si aprono per irrigare con una pioggerella di soldi chi ci deve guadagnare ancora un po’. Diventa così ancor più chiaro che le opere complementari sono un vero e proprio accessorio da borsetta per chi ha la possibilità di approfittarne. Non c’è da temere però perché, come si è visto in questo ultimo anno, in tutti questi territori laddove vi è un’ipotesi di nuovo cantiere nasce una nuova resistenza, fioriscono nuovi volti, si accendono nuove possibilità.  La giustizia di magistrati e corrotti  I pm indagano per devastazione e saccheggio e sperano nell’aggravante di terrorismo. Se c’è una cosa che insegna la lunga storia No Tav è che dalle pesanti e roboanti accuse ciò che ne esce è molto spesso (per fortuna!) una prova di ridimensionamento. Alimentare il dibattito giornalistico con titoli sensazionalistici è una strategia comprovata, oliata e a tratti efficace per i detrattori del Movimento No Tav e in generale di chi si oppone all’opera. Molto spesso infatti, seppur con pene molto pesanti frutto della giustizia a due velocità che è prassi nel nostro Paese, i numerosi processi svoltisi in questi decenni hanno dimostrato che non è così scontato poter comprovare certe accuse. Da ultimo il processo che è iniziato con l’accusa di associazione sovversiva, poi immediatamente derubricato in associazione per delinquere, che ha visto il crollo in primo grado dell’accusa di reato associativo. Ovviamente ricordiamo che non contenta la Procura ha intrapreso il processo in appello il quale è ancora in corso e bisognerà vederne l’esito, detto questo le boutade che agitano il fantasma del terrorismo denotano la solita ignoranza e cultura di scarsissimo valore di Procura, Questura e politicanti di una certa risma in questo Paese. Negli anni anche i più ferventi e accaniti haters dei No Tav, dai pm Padalino e Rinaudo a magistrati come Caselli a politicanti di bassa lega come Stefano Esposito, hanno molto spesso assistito a una vera e propria debacle delle loro personalissime battaglie. Quel che resta sempre vero è che, se da un lato c’è chi continua a cavalcare lo spauracchio della trita e ritrita formula del “blocco nero”, dall’altro è sempre più evidente la volontà, spontanea e trasversale, di tante persone di rendersi protagoniste delle mobilitazioni. Un entusiasmo crescente che continua ad attraversare generazioni, percorsi ed esperienze diverse. Anche sabato 26 luglio 2026, così come il 3 luglio 2011, c’erano ragazze e ragazzi, valligiani e non, che hanno scelto di autodifendersi: coprendosi le vie respiratorie per proteggersi dai lacrimogeni e riparandosi la testa dai lanci ad altezza uomo, una pratica che sappiamo essere tutt’altro che eccezionale e che, quando sfugge al controllo, può avere conseguenze anche gravi. I lacrimogeni lanciati dagli agenti a Chiomonte sono stati nell’ordine delle centinaia e, anche questa volta, hanno comportato un forte rischio di provocare incendi. Nonostante ciò, anche in questa occasione, le forze dell’ordine hanno continuato a lanciarne invece di intervenire per spegnere i focolai utilizzando gli idranti. C’è stato chi, in maniera spontanea e auto-organizzata, ha avuto la lucidità di prendere in mano una manichetta del cantiere e darsi da fare per spegnere i principi di fuochi causati dall’esplosione dei candelotti.   Il mondo è in fiamme  In queste settimane di caldo senza precedenti scorrono sui nostri schermi le immagini dei cavalli in fuga dall’incendio nel Sud della Francia o della città di Bordeaux a rischio evacuazione o le foreste del Canada o le nostre coste meridionali sfiancate dagli incendi. A fronte di una emergenza climatica come quella che stiamo vivendo, a fronte di forze politiche e istituzioni che guardano e passano senza minimamente preoccuparsi di organizzare dei tentativi per affrontarle, chi si pone il problema di difendere un territorio dovrebbe essere l’esempio a cui guardare. La cura dell’ambiente, il rispetto per chi ci vive che sia esso umano o non umano, è un aspetto prezioso di questo nostro presente. Che ancora si parli di Tav come un mito di progresso è chiaro a tutti che sia soltanto per mancanza di fantasia nell’inventare un altro slogan più credibile. Cementificare, consumare suolo, erodere montagne, prosciugare sorgenti, contribuire all’aumento dei gradi con il surriscaldamento generato dai lavori e dai cantieri è criminale. Lo è a fronte di anziani a rischio per la loro vita rinchiusi negli appartamenti delle nostre città, lo è a fronte di bambini che non vedranno più il susseguirsi delle stagioni, lo è davanti a giovani che devono scegliere se restare o emigrare perché i profughi climatici saranno destinati ad aumentare. L’invivibilità del pianeta è profondamente all’ordine del giorno e non è più accettabile che politici e istituzioni pensino di poter vivere come Re Mida sentendosi graziati dal cambiamento climatico in atto perché potranno beneficiare di bunker climatizzati o isole tutte loro. Non è accettabile e, a quanto pare, in tanti e tante non stanno con le mani in mano e non se ne fanno una ragione ma anzi, guardano al futuro con l’urgenza di lottare per un modello di vita diverso, alternativo e degno dei nostri desideri e ambizioni. 
RBO al Festival Alta Felicità 2026: Abderrahim Fakir, Pilastro si rivolta mentre il governo applica lo scudo penale. 12 Settembre Assemblea Nazionale
È ormai passata quasi una settimana dal brutale omicidio di Abderrahim Fakir, un uomo di origine marocchine ucciso durante un fermo delle forze dell’ordine, sotto gli occhi inermi e complici del personale sanitario della Croce Rossa. da Radio Blackout Da subito gli abitanti del quartiere Pilastro e i collettivi di Bologna sono scesi in piazza per pretendere giustizia per Abderrahim e per opporsi a quel razzismo sistemico che minaccia costantemente il diritto alla vita delle persone razzializzate. Qui l’approfondimento con la compagna Maria Elena di PLAT Bologna: