Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
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Verità e giustizia per Abderraim Fakir. Lo sciopero operaio blocca l’interporto, Bologna scende in piazza
La morte di Abderrahim Fakir, lavoratore di origine marocchina, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro, ha provocato una risposta immediata tra i lavoratori, gli abitanti dei quartieri popolari, i giovani e le realtà sociali della città Da Acta Media Abderrahim è morto mentre chiedeva aiuto. Le testimonianze e i filmati diffusi in queste ore descrivono un intervento segnato dall’uso dello spray al peperoncino, dalla violenza fisica e dall’immobilizzazione. Di fronte ai tentativi di minimizzare quanto accaduto, alle calunnie diffuse sul suo conto e alla difesa preventiva dell’operato delle forze dell’ordine, Bologna ha risposto reclamando con forza verità e giustizia. La morte di Abderrahim non può essere archiviata come una fatalità. Devono essere accertate fino in fondo tutte le responsabilità, senza insabbiamenti e senza impunità. Abderrahim era uno di noi: un lavoratore, un proletario, una persona che viveva sulla propria pelle lo sfruttamento, la precarietà, il razzismo e la repressione che colpiscono soprattutto chi lavora nei settori più duri e vive nei quartieri popolari. L’uccisione di Abderrahim ha avuto un’eco fortissima nei magazzini e negli stabilimenti logistici dell’Interporto di Bologna e nelle altre logistiche dell’Emilia. Uno sciopero operaio di 24 ore ha bloccato uno dei principali nodi della movimentazione delle merci del Paese. Una grande massa di lavoratori e lavoratrici si è raccolta davanti agli ingressi dell’Interporto, fermando la circolazione delle merci. Migliaia di camion sono rimasti bloccati, mentre altri sono stati dirottati verso differenti piattaforme logistiche. La risposta operaia ha colpito direttamente il cuore degli interessi economici e dei profitti, dimostrando che l’uccisione di un lavoratore non può passare sotto silenzio. I lavoratori e le lavoratrici hanno affermato con forza che la repressione contro proletari, migranti e abitanti dei quartieri popolari avrà una risposta collettiva. Lo sciopero ha dimostrato ancora una volta che la classe lavoratrice non esiste soltanto per produrre ricchezza e ricevere in cambio un salario. Lavoratrici e lavoratori rivendicano dignità, libertà, giustizia e il diritto di vivere senza essere sfruttati, discriminati o repressi. Vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose. DAL BLOCCO DELLE MERCI ALLA PIAZZA La mobilitazione operaia dell’Interporto si è unita alla manifestazione cittadina che ha portato nel centro di Bologna migliaia di persone di ogni provenienza: lavoratori e lavoratrici, giovani, famiglie, abitanti dei quartieri e realtà solidali. Dal Nettuno, il grosso della manifestazione si è diretta verso la Prefettura, indicando chiaramente le responsabilità politiche e istituzionali di quanto avvenuto. Alla richiesta di verità e giustizia si è risposto ancora una volta con manganelli, idranti e lacrimogeni. Ma la piazza ha resistito a migliaia per ore mentre i cancelli della logistica restavano bloccati. Questa giornata ha mostrato la forza del legame tra sciopero nei luoghi di lavoro, blocco della circolazione delle merci e mobilitazione nelle strade. Una pratica di autodifesa collettiva che unisce chi lavora, chi vive nei quartieri popolari, chi subisce il razzismo istituzionale e chi si oppone a un modello sociale fondato sullo sfruttamento, sulla paura e sulla repressione. Non può esistere alcuna generica “unità della città” davanti alla morte di Abderrahim. Ovviamente di fronte a chi per ore ha lottato per strada contro il governo arrivano le solite condanne di chi palude quando si lotta a Minneapolis ma si distanzia quando succede a casa propria. Da una parte ci sono coloro che difendono le politiche securitarie, la repressione e l’impunità. Dall’altra ci sono lavoratori e lavoratrici, gli sfruttati e le sfruttate, e tutt coloro che rifiutano di accettare che una persona possa morire durante un intervento di polizia senza che vengano accertate fino in fondo le responsabilità. La mobilitazione per Abderrahim si è svolta nei giorni del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, simbolo della repressione contro chi lotta e manifesta. Il suo grido di aiuto richiama anche quello di George Floyd, soffocato negli Stati Uniti mentre ripeteva «I can’t breathe». Ricordiamo Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Abderrahim Mansouri, Moussa Diarra, Ramy Shehata e tutte le persone morte durante fermi, arresti, inseguimenti e interventi delle forze dell’ordine. Ricordiamo chi era fragile, emarginato, solo o in difficoltà e, invece di ricevere aiuto e protezione, è stato trattato come un nemico. Essere poveri, migranti, senza casa, attraversare una crisi personale o una condizione di sofferenza non può significare avere meno diritti o avere una vita che vale meno. Troppo spesso, dopo queste morti, le vittime vengono criminalizzate e sottoposte a un secondo processo pubblico, quasi che le loro condizioni personali possano giustificare la violenza subita. Quanto accaduto ad Abderrahim non è un fatto isolato. I controlli discriminatori nei quartieri, la violenza contro i migranti, i CPR, le deportazioni, la repressione delle lotte sindacali e sociali, i decreti sicurezza, le manganellate contro chi manifesta e le morti quotidiane nei luoghi di lavoro sono espressioni dello stesso sistema. Quale modello intende inseguire l’Italia? Quello operato dall’ICE negli Stati Uniti, fondato su retate, detenzioni e deportazioni contro migranti e comunità razzializzate? Un sistema che tutela la proprietà e i profitti dei padroni, legittima la loro violenza, mentre considera sacrificabili le vite di chi lavora, di chi è povero e di chi viene indicato come straniero o marginale. La razzializzazione delle istituzioni produce una distinzione concreta tra vite considerate degne di tutela e vite considerate meno importanti. Lasciare morire in mare, umiliare nei centri di detenzione, usare violenza durante un fermo, reprimere chi sciopera o manifesta e lasciare morire chi lavora nei luoghi di lavoro sono facce della stessa medaglia. Nessuno scudo per la repressione. Verità e giustizia per le vittime. A cosa serve il cosiddetto scudo penale, se non a rafforzare l’impunità di chi esercita la forza dello Stato? Chi porta una divisa non deve avere meno responsabilità, ma al limite più obblighi di trasparenza e controllo. La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle camionette, dei manganelli, della repressione, della limitazione del diritto di sciopero e dei decreti sicurezza. Siamo di fronte a una pericolosa deriva securitaria, coerente con una società che insegue un’economia di guerra e trasforma la violenza in metodo ordinario di governo. Le mobilitazioni per la Palestina hanno però mostrato che il blocco dei flussi, lo sciopero e l’azione collettiva possono unire il rifiuto della guerra alla lotta contro sfruttamento e repressione. La nostra sicurezza è una sicurezza di classe, fondata sulla dignità di chi lavora, sulla casa, sul salario, sui diritti, sulla libertà di movimento, sull’abolizionismo, sulla solidarietà e sulla possibilità di organizzarsi e lottare collettivamente. La mobilitazione di Bologna dimostra che la paura può essere spezzata e che alla repressione è possibile rispondere con l’organizzazione, lo sciopero e la solidarietà. La memoria di Abderrahim e di tutte le vittime della violenza istituzionale continuerà a vivere nelle lotte di chi non intende piegarsi davanti allo sfruttamento, al razzismo, alla guerra e alla repressione. Invitiamo i lavoratori, le lavoratrici e tutte le realtà sindacali, sociali e politiche a mantenere alta l’attenzione, a moltiplicare le iniziative di solidarietà e controinformazione e a partecipare all’assemblea pubblica cittadina di martedì 21 luglio, alle ore 19.00, presso la Tettoia Nervi, per discutere insieme come proseguire la mobilitazione. Lab. Crash! – SI COBAS Bologna – PLAT
Una degna rabbia, per uno spregevole omicidio. La migliore Bologna in piazza a difesa di ciò che resta dell’umanità
Scoccano le 19.00 e su piazza del Nettuno il sole è ancora alto. Provare a quantificare il numero esatto delle migliaia e migliaia di persone già presenti e in costante aumento, risulta del tutto inutile: fiume, marea, oceano, sono tante le metafore acquatiche che solitamente si usano in casi del genere. E come tutti questi termini sottolineano in automatico, piazza del Nettuno ieri era sì un agglomerato eterogeneo di vite, storie, ma accomunato dalla trasversale necessità di scorrere. Da Acta Media Certo, a voler far retorica si può sempre sostenere tutto e il contrario di tutto, ma per chiunque fosse presente ieri era di lampante evidenza la necessità di urlare e camminare, a fronte dello spregevole omicidio di Abderrahim Fakir. Ma d’altronde qual era la pretesa? Dieci minuti di piantino collettivo e poi tutti a casa a cenare? La gente in piazza ieri era sconvolta, perché sconvolgenti sono le immagini di questo delitto, sconvolgenti quasi quanto la caparbietà con cui immediatamente si è deciso tra palazzi del potere e redazioni giornalistiche di insabbiarlo. Perché questo è il termine tecnico per descrive tutti i “eh ma”, “sì però”, “beh vediamo”: insabbiamento. Davanti a una vicenda come quella di Abderrahim non esistono vie di mezzo, e scegliere l’ambiguità delle parole invece che indignarsi per l’evidenza dei fatti, significa scegliere da che parte stare. Per opportunismo politico, pusillanimità, pochezza interiore, non importa ma si finisce immediatamente a far parte dello stesso fetido girone dei suprematisti che in queste ore sghignazzano e si eccitano al pensiero di “un ne*ro in meno” al mondo. In piazza si è diffusa come un boato la voce di Youssra, nipote di Abderrahim, una giovane donna in lacrime e forte allo stesso tempo. Non un personaggio televisivo, né una politica di professione: semplicemente una nipote a cui hanno ammazzato lo zio, e che, mal grado la voce spezzata dal dolore, decide di parlare e pretendere giustizia. Oggi già girano moniti filologici e dattilografie minuziose delle sue parole, inneggiando al massimo rigore nell’esegesi del testo, “ipse dixit”. Sta di fatto che, durante i suoi minuti di intervento, piazza del Nettuno è stato un corpo unico, uno stringersi corale con un reciproco ringraziamento dal microfono alla piazza e dalla piazza al microfono. Senza entrare in dichiarazioni e commenti emersi oggi, qualsiasi tentativo di raffigurare una contrapposizione rispetto a ieri tra lei e l’oceano lì presente per lei e la sua famiglia, sarebbe esilarante se non fosse deprecabile. Perché di questo parliamo, del fatto che migliaia di persone si sono opposte alla possibilità potesse calare il silenzio, al fatto che venisse calato il sipario su Abderrahim. Cori, urla, abbracci, lacrime, mani che si stringono, occhi che si cercano, voci che si uniscono: questa è stata la partenza del “corteo dei facinorosi”, ovvero della gran parte della gente presente in piazza. Non ci interessa attorcigliarci sui numeri, non abbiamo nulla da dover provare dato che circolano foto e video con ritratte migliaia di persone per strada fino a tarda notte. Sta di fatto che quello partito ieri pomeriggio non è stato un corteo organizzato, con promotori e sigle aderenti, ma una marcia popolare, una marcia di dignità, spontanea e collettiva. Un moto viscerale che ha condotto migliaia di persone a pretendere giustizia sotto la Prefettura, sì a gridare “assassini” alla polizia che blindava totalmente piazza Roosevelt già dalle prime ore del pomeriggio. Un fiume in piena che non si è fatto intimorire dalle cariche, dal fitto lancio di lacrimogeni e dai getti d’acqua degli idranti, pretendendo di rimanere lì, sotto la Prefettura, a gridare proprio “assassini”. Un fiume composto da giovani, certo – e qual è il problema? – ma anche da facchini, famiglie, gente di qualsiasi tipo. Un fiume determinato a non farsi cacciare via e attento alla propria difesa collettiva, indisponibile a continuare a subire in silenzio la violenza di celerini ed agenti di polizia. Noi quello che abbiamo visto lo chiamiamo dignità: un elemento ormai raro e sconosciuto a chi siede tronfiamente su poltrone, vive comodamente dentro delle ville, senza il minimo pensiero su come riempire il frigo o pagare le bollette. La stessa dignità che si è espressa per tutta la notte tra i magazzini vuoti dell’Interporto di Bologna, quando in centinaia e centinaia di lavoratori hanno risposto alla chiamata di sciopero, pretendendo giustizia per Abderrahim e bloccando totalmente il più grosso hub logistico di tutto il Nord Italia. Oggi non se ne parla molto sui giornali, probabilmente perché fa paura questa risposta trasversale capace di connettere un tessuto metropolitano così ampio, dal centro cittadino fino all’ingresso dell’Interporto. Fa paura questa risposta trasversale capace di unire studenti e studentesse, giovani precari e precarie, facchini, famiglie, in una eterogeneità di persone, biografie e pulsioni. E forse avete ragione ad avere paura, perché la dignità, l’umanità è giusto che spaventi chi ha scelto una vita mossa da squallidi fini e misere passioni. Una vita in cui si legittima il sopruso, in cui si aderisce al suprematismo. C’è tanto da inchiestare e discutere, ma, a caldo, la giornata di ieri nel suo complesso ha rappresentato un’irruzione tellurica di quella “Palestina Globale” che ha scandito il tempo dell’ultimo autunno. Non vogliamo scrivere parole posticce, né perderci nella mitopoiesi dei racconti, ma è evidente che il 2025 ha segnato per le vite di tutti e tutte noi uno spartiacque: il momento in cui si è scelto da che parte stare, in cui si è scoperta la possibilità, anzi, la necessità di alzare la testa ogni volta che questo inferno che chiamiamo presente ha deciso di infittirsi in infamia e dolore. Non un movimento lineare, ma un processo di movimentazione a macchie di leopardo, di scosse che nel loro rombare affermano il desiderio di un mondo nuovo, costi quel che costi. La giornata di ieri ha preso forma tramite un’incredibile alchimia di soggetti, e certo anche di gruppi: sindacati, associazioni, collettivi, che si sono messi a servizio di questo moto popolare. Giornate di questo tipo non sono mai lisce e senza contraddizioni, mai prive di dissidi, di prospettive diverse. Giornate di questo tipo non sono di proprietà di nessuno, e appartengono a tutte contemporaneamente. Nelle differenze, nelle affinità, nella difesa collettiva, imparando a resistere e a non indietreggiare, imparando a farlo insieme; questa giornata traccia una parte. La sfida diventa imparare a farla durare e dargli spazio. L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili.
Mega Centro dati dell’Università di Palermo con la multinazionale contractor del Pentagono ed Israele
  Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. “Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo”, scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano. “Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi basati sull'intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni”. Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche in caso di blackout o guasti. “Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro”, aggiunge l’ufficio stampa di UNIPA. “La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo. Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la tutela della riservatezza delle informazioni”. L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. E’ stato avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più elevati per questo tipo di infrastrutture. Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri dall’Università. L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5 milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e militare. Ovviamente anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale, sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa. Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane. L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo “Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari Pietro Paolo Corso, Fabrizio D'Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring, Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo, l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT. La netta vocazione di HPE - Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. “Offriamo soluzioni e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e resiliente”, vi si legge. “Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone, preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili”.  Cloud e AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane. Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. “HPE è complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di insediamento a Gaza e in West Bank”, denuncia BDS Italia, organizzazione a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. “HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari. HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da entrambi”. Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma dello Stato sionista di Israele.
[2026-07-22] CENA BELLASTILOSA, GIOCHI DA TAVOLO E TORNEO DI BOCCE QUADRE @ Mezcal Squat
CENA BELLASTILOSA, GIOCHI DA TAVOLO E TORNEO DI BOCCE QUADRE Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO) (mercoledì, 22 luglio 18:00) Deliziamoci con una succulenta cena bellavita per poi continuare a divertirci con i migliori giochi da tavolo disponibili nel frigo del Mezcal squat e con un torneino di bocce quadre. -------------------------------------- Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare. SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE! -------------------------------------- COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT BUS : 33 - CP1 - 76 TRENO : FERMATA COLLEGNO METRO : FERMI -------------------------------------- NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
Bologna: migliaia di persone partono in corteo dal presidio per Abderrahim Fakir. Cariche e scontri sotto la Prefettura
Per i due agenti di polizia che hanno ucciso Abderrahim Fakir, domenica a Bologna, è scattato lo scudo penale introdotto dal pacchetto sicurezza del governo Meloni. La Procura del capoluogo emiliano ha attivato verifiche sui due poliziotti e sui quattro operatori del 118 che hanno assistito all’ammanettamento e al soffocamento del 42enne: anziché nel “registro degli indagati”, il fascicolo è stato aperto con il “modello 45 bis”, quindi i nomi dei due poliziotti e i quattro sanitari sono nel percorso accelerato che entro trenta giorni (prorogabili a 120 perché ci saranno le richieste di perizie tecniche) potrebbe portare all’archiviazione del caso. Da Radio Onda d’Urto Ieri sera a Bologna sono scese in piazza migliaia di persone per chiedere verità e giustizia, contro le violenze e gli abusi in divisa. Dal presidio in piazza Nettuno (lanciato anche dalle istituzioni) alle ore 19, migliaia di persone sono partite in un corteo spontaneo verso la Prefettura, che era blindata da reparti celere: ci sono stati numerosi cori e slogan. Nel corso della serata poi ci sono state barricate e scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni sui manifestanti. Anche dopo il corteo la polizia, secondo le testimonianze raccolte, ha inseguito le persone per le vie di Bologna ed effettuato diversi fermi: nelle prime ore della mattina di martedì non è ancora chiaro quante persone sono state fermate, se e quanti sono gli arresti, né il numero delle persone ferite dalle manganellate della polizia. Alle 22 è iniziato lo sciopero  di 24 ore all’Interporto di Bologna convocato da Si Cobas, nel luogo dove Abderrahim lavorava. Stasera, martedì 21 luglio, a Brescia appuntamento alle ore 19.30 in piazza Rovetta/Largo Formentone lanciato da Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca. Anche a Milano è stato lanciato un presidio, appuntamento alle ore 18 davanti alla Prefettura. Il racconto della serata da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna. Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex  Garante nazionale delle persone private della libertà personale. 
In Marocco la libertà d’espressione è ancora sotto attacco del governo
Sono tempi bui per la libertà d’espressione, da questo e quel lato del Mediterraneo. Lunedi 13 luglio Mehdi Blackwind, all’anagrafe El Mahdi Lyoubi, classe 1992, rapper e video-maker marocchino residente in Francia – a Marsiglia – dal 2017, è stato stato messo in stato di fermo a Casablanca, con comparizione immediata prevista per mercoledi 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn Sebâa, a est di Casablanca. Lo stato di fermo è stato convalidato in arresto, con processo per direttissima fissato al 22 luglio. L’accusa non è stata formalmente precisata, in attesa della presenza di un avvocato (il sistema è attualmente paralizzato a causa dello sciopero degli avvocati che prosegue da cinque settimane), ma é stata poi diffusa da organi di stampa locali: si tratterebbe del reato di “oltraggio a organo costituzionale” in relazione ai suoi testi fortemente critici e al sostegno dimostrato al movimento della GenZ 212. Eppure la libertà di pensiero, opinione e espressione sarebbe tutelata dalla Costituzione marocchina all’art. 25. Blackwind é il quarto rapper, dopo Pause Flow, Hamza Raid e Souhaib Qabli a essere stato arrestato da novembre a oggi. Questi ultimi hanno ricevuto condanne tra i tre e gli otto mesi, con le stesse accuse di “oltraggio a organo costituzionale”. L’informazione era stata diffusa dall’entourage dell’artista: venerdì 10 luglio all’aeroporto di Rabat-Salé gli era stato vietato di lasciare il Marocco ed era stato convocato presso la Brigata nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca per il lunedì successivo, durante il quale è stato poi interrogato e messo in stato di fermo. Un comitato in suo sostegno si è immediatamente costituito a Marsiglia, in comunicazione costante con familiari e amici in Marocco. L’obiettivo è quello di lanciare una campagna mediatica e di fare pressione sulle autorità marocchine per favorire il suo rilascio immediato. Stessa sorte è toccata al giornalista Ali Mrabet, bloccato il 12 luglio al suo arrivo in Marocco all’aeroporto di Tangeri, chiamato a comparire il 15 luglio davanti al procuratoire del tribunale di Aïn Sebâa a Casablanca e rilasciato nella mattinata dello stesso giorno. Lo abbiamo incontrato al caffé Doria nei pressi del tribunale, subito dopo essere stato rilasciato. Ci ha raccontato di essere stato messo a conoscenza di un dossier di una cinquantina di pagine sul suo conto; niente di schiacciante, però, per trattenerlo ulteriormente. L’accusa maggiore sarebbe quella di aver diffuso informazioni diffamatorie, recanti pregiudizio alle istituzioni marocchine e di avere relazioni con esponenti algerini non ben identificati. La sua difesa, in assenza del suo avvocato, è stata quella di affermare il diritto alla critica, la quale non ha nulla a che vedere con presunte diffamazioni rivolte a personalità del governo. Per quanto riguarda l’accusa di avere relazioni con l’Algeria, essa appare come un ritornello vuoto di significato che torna in voga in svariati processi contro i giornalisti; la stessa sorte era toccata a Omar Radi qualche anno fa. Secondo lo stesso Mrabet, le accuse mosse contro di lui appaiono molto deboli; nessuna formalizzazione in “oltraggio alla monarchia” o “tradimento della patria”; quest’ultimo prevederebbe pene molto severe e sarebbe più complesso da scardinare. Non è la prima volta che Mrabet finisce nel mirino della polizia giudiziaria. Già nel 2003 era stato arrestato e condannato a quattro anni di reclusione per “oltraggio alla monarchia” a seguito della pubblicazione di alcuni articoli che avrebbero criticato aspramente il sistema di potere. Fu graziato dallo stesso re del Marocco l’anno successivo, ma dal 2005 è formalmente impossibilitato a esercitare la sua professione in Marocco. A seguito di ciò, presa la nazionalità francese, ha continuato a scrivere da esiliato in Europa e da diversi anni ormai ha la residenza in Spagna. È forse questo suo “scudo internazionale” che fa muovere cautamente la macchina repressiva contro di lui. A ogni modo non ci è parso affatto inquieto e preoccupato, sicuramente non intenzionato a farsi intimorire. Purtroppo non è una novità che il sistema giudiziario marocchino si scagli contro giornalisti, artisti e attivisti, in una tendenza che ha visto picchi di repressione violenta dagli anni Settanta ai Novanta col precedente sovrano. Durante quelli che sono passti alla storia come “gli anni di piombo”, secondo l’associazione marocchina dei diritti dell’uomo, qualche decina di migliaia di persone sono state arrestate più o meno arbitrariamente, numerosissime detenute in prigioni segrete e qualche migliaio fatte misteriosamente sparire. La stagione di proteste del 2011 è stata soffocata con la riforma costituzionale che prometteeva importanti cambiamenti in ambito sociale. Poi nel 2016-17 la persecuzione del movimento nel Rif ha riacceso i riflettori sul pugno di ferro del potere. Nasser Zefzafi, presunto leader del movimento, è stato condannato nel 2019 a venti anni di reclusione. Da allora il paese è stato attraversato da diverse ondate di proteste, contro il rincaro dei prezzi delle utenze e dei beni di prima necessità, contro sgomberi violenti ed espropri incrementati negli ultimi tempi anche in vista degli eventi internazionali previsti nei prossimi anni. Allora la politica dei bulldozer si accompagna a quella del bavaglio, soprattutto dopo le proteste della GenZ 212, che hanno movimentato il paese nell’autunno scorso al grido di “più ospedali, meno stadi!”. La risposta governativa si è tradotta in quasi duemilacinquecento arresti, anche di minori, con pene detentive che hanno raggiunto in alcuni casi i quindici anni. Non bisogna poi dimenticare i tre manifestanti morti durante gli scontri con le forze di polizia nelle notte del 2 ottobre 2025 nella cittadina di Lqliaâ nei pressi di Agadir. In una dichiarazione rilasciata durante il festival di musica indipendente L’Boulevard di Casablanca del 2025 e diffusa sul profilo Instagram #free.el.mahdi, lo stesso Mehdi Blackwind dichiarava che la libertà d’espressione non si misura sul numero di persone a cui non succede niente di spiacevole, ma “su quelle alle quali è successo qualcosa” dopo aver espresso le loro opinioni. Lo scorso febbraio Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e impegnata nella distribuzione cinematografica, è stata arrestata appena atterrata sul suolo marocchino. L’accusa: “incitazione a commettere dei reati”, a causa di una sua iniziativa di solidarietà al movimento della GenZ 212 promossa in Francia: si tratta nello specifico di una chiamata a manifestare davanti all’ambasciata del Marocco a Parigi diffusa via Instagram. Il reato imputato a Zineb sarebbe di aver appoggiato le proteste scatenatesi a seguito della morte, in un breve lasso di tempo, di ben otto donne nell’ospedale Hassan II di Agadir per complicanze e/o mancanza di cure legate al parto. Il movimento denunciava lo stato di abbandono di scuole e ospedali pubblici, nonché il regime di corruzione vigente nel paese (già al centro delle proteste nel 2011). Ha stupito il verdetto emesso dal tribunale di prima istanza di Casablanca lo scorso 29 giugno, che prevede per Zineb Kharroubi la reclusione di sei mesi e il pagamento di una multa di 460 euro per un ipotetico reato commesso, tra l’altro, al di fuori del territorio marocchino. Ingerenze giudiziarie tra giurisdizione marocchina e suolo francese che quasi non si vedevano dal triste affare Mehdi Ben Barka! Eppure il diritto a manifestare non è formalmente reato in Marocco, punibile secondo la sua legge penale, in quanto sancito dall’art. 29 della Costituzione del 2011, nei limiti previsti dalla legge (obbligo di dichiarazione preventiva agli organi competenti; possibilità di organizzazione in capo esclusivamente ad associazioni, sindacati e organizzazioni legalmente costituite; potere di scioglimento da parte delle autorità amministrative locali). Più forte del diritto a manifestare appare allora il divieto di critica esplicita e pubblica al governo, fatto passare sotto l’etichetta di “oltraggio alla monarchia e agli organi governativi”, le cui condanne sono inasprite in caso di diffusione delle proprie opinioni via social network. Passeggiando per i quartieri delle principali città del Regno si ha l’impressione di trovarsi in un boom economico senza precedenti: aumento dei consumi ma anche dei prezzi al consumo, cantieri mastodontici di nuovi quartieri residenziali, complessi turistici e poli finanzairi, senza contare tutte le nuove costruzioni destinate a ospitare i prossimi mondiali di calcio del 2030. Ma i villaggi dell’entroterra piangono ancora le perdite causate dal mortifero terremoto del 2023, insieme alla mancanza di politiche di welfare e di infrastrutture per i servizi pubblici di educazione, sanità e trasporti – la rete ferroviaria piuttosto sviluppata nel nord del paese, a sud non supera la città di Marrakech – che si accompagnao a sconvolgimenti ambientali quali siccità e desertificazione. Allora forse il Marocco non dovrebbe solo rammaricarsi dell’essere stato eliminato dagli attuali mondiali di calcio, ma piuttosto di non riuscire a raggiungere quegli standard di civiltà ai quali uno stato di diritto dovrebbe attenersi, al rispetto di fondamentali diritti quali la libertà di espressione e il lecito dissenso verso le politiche e gli organi istituzionali. (laura guarino)
mondo
Marjane Satrapi, Persepolis Kore’eda Hirokazu, After Life #18
QUALE STRISCIA DI PERSEPOLIS NEL LIMBO DI KORE’EDA? Bildungsroman a fumetti Un tuffo nel passato per questa che è l’anteprima dell’ultima puntata della stagione di “Delicatessen” (ci sarà forse un’appendice giovedì 23 luglio). Una triste “Camera verde” per Marjane Satrapi, morta a 56 anni di crepacuore 14 mesi dopo la scomparsa del suo compagno, Mattias Ripa, con cui aveva condiviso lavoro e vita. E il successo di Persepolis, un film che fu una rivelazione per la carica dirompente del racconto storico dall’interno dell’Iran (pur realizzato in Francia dalla ormai francese Satrapi), per il linguaggio e il tratto del disegno e perché “svelò” il rigurgito femminile di ripudio del regime degli ayatollah, ma anche lo sguardo storico sulla rivoluzione, sul sacrificio dei rivoluzionari progressisti e laici, un anodino sguardo sugli studi in Austria della giovane Marjane, per sfuggire all’indottrinamento del regime. Il film era uscito nel 2007, ma il fumetto scritto in francese era precedente e descriveva l’infanzia persiana dell’autrice, la ribellione e la vita in strada a Vienna; i periodici rientri in patria documentati nel lavoro della regista danno la possibilità di mostrare le trasformazioni della repubblica islamica nei suoi primi 15 anni… e della giovane Marjane nel suo primo quarto di secolo. L’autobiografia della regista si intreccia agli eventi del paese… i suoi lutti e le sue scelte di libertà derivano direttamente dalla situazione politica, consentendo allo spettatore di fabbricarsi un giudizio non documentaristico, ma preciso dello spirito del tempo persiano dopo la rivoluzione, fatto di sensazioni personali come il profumo di gelsomino della nonna o gli insegnamenti dello zio comunista incarcerato con i Pahlavi e poi dai pasdaran che lo uccidono; le loro tombe saranno le due visitazioni prima di emigrare, l’essenza dei valori della Persia da trattenere con sé per Marjane. Una crescita profondamente femminile e femminista attraverso il quotidiano della bambina, poi ragazza e donna ribelle iraniana – e forse proprio la donna in rivolta (camusianamaente), con il suo corpo che rifiuta di sopravvivere al suo amore, in questo momento di retorica militarista va riproposto in alternativa a erotizzate donne in divisa nelle varie guerre patriarcali. L’archivio della memoria dei morti Dopo un paio di altri riferimenti al cinema iraniano (I gatti persiani, Il mio giardino persiano) a completamento dell’omaggio a Marjane Satrapi, la seconda parte della trasmissione ha riguardato un altro film di ispirazione, cultura e realizzazione molto diversi: se si vuole trovare un flebile filo rosso si può rintracciare nella morte, trattandosi di After Life (Wandafuru raifu, in originale – dunque nell’alfabeto katakana, usato per le parole straniere, ワンダフルライフ, ovvero Wonderful Life) di Kore’eda Hirokazu. Anche questo di qualche decennio fa (1998), da leggere nei suoi innumerevoli registri. Innanzitutto è una precisa rimeditazione su quale sia la funzione del cinema, ovvero come diceva Jean Cocteau: «La morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo»: il fatto che la squadra di addetti all’accoglienza sia anche una troupe incaricata di corredare i morti in transito del loro unico ricordo consentito dopo questo lavacro in una sorta di Lete orientale, che va ricostruito, ripreso e proiettato in un unico spettacolo al termine del quale l’estinto scompare nell’aldilà, lasciato a ricordare quell’unico momento che avrebbe dato motivo alla sua esistenza. Il senso del film è affastellare i molti ricordi di ciascuno dei nuovi morti, tutti a carico di chi non ha saputo (o voluto) indicare quale ricordo continuare a “vivere” per l’eternità: dunque si evidenzia la responsabilità di custodire il peso della memoria e questo è attribuito unicamente alla capacità del cinema di congelare una sensazione in un fotogramma che è per sempre invariabile, insostituibile; e non invecchia. Ma l’occasione di dare un reale intreccio a quello che fin dall’inizio della realizzazione del film traeva spunto da una serie di interviste casuali su quale sarebbe stato il ricordo unico che gli interpellati si sarebbero portati nell’aldilà è la straordinaria congiunzione tra la vita di uno degli ospiti temporanei e uno degli addetti, morto nel 1943 in guerra. Il morto recente sposò la fidanzata del giovane militare nipponico mai più tornato dopo l’addio su una panchina, scelta dalla fidanzata come unico ricordo, la stessa che a quel punto il “giovane”, che non aveva trovato altro appiglio alla passata esistenza immolata all’imperatore in una battaglia nel Pacifico meridionale, sceglie come proprio ricordo, legandosi per l’eternità alla vita di una amata con cui non ha mai realmente vissuto se non su quella panchina comune, perché le location dei set rimangono, così come gli archivi dei ricordi a disposizione dello staff. Questo è il sintomatico momento della magia degli intrecci cinematografici, che corrispondono nell’artificio ai legami esistenziali, evidenziati dal conturbante lavoro di Kore’eda; ma attorno a questo climax il regista suggerisce le molte diverse forme di memoria indotta, insufflata, raccontata, autoconvincente, a volte aggiustata o completamente fasulla e costruita su un desiderio… e questo elenco è stato ottenuto attraverso una sequela di tipaz che provengono da quel repertorio desunto dalle interviste reali e documentaristiche che stanno a monte dell’operazione di purissima fiction. Chissà quale sarà stato il “ricordo più bello” scelto da Marjane Satrapi, giunta nel limbo per gli appena trapassati?
Kore'eda Hirokazu
Marjane Satrapi
Memorie d'oltretomba
Rovereto, sabato 25 luglio: Contestiamo la nazionale israeliana al campionato di Eurobasket!
Riceviamo e diffondiamo: Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? E soprattutto, perché si permette ancora a Israele – uno Stato guerrafondaio e genocida – di partecipare alle competizioni sportive? Ci riferiamo ovviamente alla partita Israele-Grecia che inaugurerà il campionato europeo di basket under 18 il prossimo 25 luglio (Rovereto, Palamarchetti ore 13), e a quelle che seguiranno nei prossimi giorni a Trento e Rovereto. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria. I giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Mentre, in questi giorni, Israele sta cominciando a internare i palestinesi di Gaza in riserve-lager, dobbiamo dare ancora più voce alla solidarietà reale. Contestiamo la partita! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese Rovereto, 25 luglio Contestiamo rumorosamente la partita di basket under 18 Israele-Grecia al Palamarchetti Appuntamento ai Giardini “Perlasca” (Giardini Milano) dalle ore 12 Qui la chiamata in pdf: rovereto eurobasket 25 luglio Qui le locandine scaricabili:
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