Iran-Usa: tra guerra aperta e congelamento del conflitto.
Il memorandum d’intesa siglato tra Usa e Iran, cristallizza su carta in 14 punti la complessità dell’evoluzione della guerra imperialista americana e israeliana. Va innanzitutto segnalata la vaghezza dell’accordo firmato. Tutti i punti sono più che altro una scaletta di lavoro per i negoziati che si dovrebbero tenere nei prossimi 60 giorni. Cessate il fuoco su tutti i fronti, soprattutto in Libano, scongelamento delle sanzioni e ipotetiche riparazioni di guerra americane, vago impegno iraniano a non sviluppare un’arma nucleare e infine sblocco di Hormuz, non si sa in che forme.  Di fatto, a parte la fine del fuoco incrociato fra esercito americano e Repubblica Islamica, gli altri punti per ora rimangono sulla carta. Il Libano è bombardato giornalmente, le sanzioni rimangono, Hormuz è chiuso e minato, gli ispettori Aiea non entrano. Le cerimonie di rito sono saltate e  il palcoscenico ginevrino dopo essere diventato un trattato firmato online, inizia a fatica. Trump però, soprattutto nei primi giorni a ridosso della firma ha, come suo solito, costruito un discorso politico che cercasse di farlo apparire come vincitore e che l’Iran fosse praticamente un cumulo di macerie che ci vorranno 20 anni a ricostruire. Si è addirittura lanciato nel tentativo di spacciare il memorandum come un accordo migliore di quello siglato da Obama.  Questa narrazione non ha ovviamente convinto nessuno, a parte la stampa mainstream europea e i nostri politicanti di governo. “L’America scappa con la coda fra le gambe”, questo è il dato che la maggior parte hanno rilevato. Sicuramente politicamente è un dato di fatto e alimenterà la crisi di egemonia del consenso che vivono gli Usa nel Medio Oriente e nel mondo intero. Di fatto però se non attuato il memorandum, non aggiunge molto a quello che ha deciso il campo di battaglia con la politica dei missili e dei droni Iraniani. Il dibattito interno dentro l’Iran è molto attivo e la dialettica interna agli apparati fa emergere un quadro più complesso, in cui si oscilla fra la necessità di presentare un risultato di prospettiva di uscita dal conflitto, e la convinzione che il diritto internazionale e gli accordi bilaterali con l’Occidente siano poco più che carta straccia se non supportati da dimensioni materiali della guerra.  C’è un punto del memorandum particolarmente ambiguo e volutamente lasciato aperto nel quale non è chiaro chi metterà i 300 miliardi di dollari (Trump ha detto che non saranno gli USA) ma è chiaro chi farà da intermediario per le transazioni finanziarie (gli USA). Sia che si tratti di far pagare in parte gli stati della Nato che non sono intervenuti come gli USA avevano chiesto, sia che ci saranno di mezzo banche e fondi americani, si può ipotizzare che con questo punto Trump provi a creare un business a favore degli Usa come per la ricostruzione di Gaza.  Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà definito nell’ambito di un accordo finale entro 60 giorni. Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America. Un congelamento della guerra può essere comodo per Trump per uscire dal pantano, ma anche per riorganizzare le forze sul campo e ritrovare una sinergia con la sua propaggine israeliana. Per questo il Libano diventa l’ago della bilancia non barattabile. Israele continua a bombardare il Libano nonostante fosse uno dei punti dell’accordo, probabilmente il patto è che lo faccia in maniera più contenuta e non si allarghi fino al Sud di Beirut come avvenuto nelle scorse settimane. Porsi la questione se Trump sia in grado di controllare Israele è forse velleitario, in quanto probabilmente l’unico modo per definire il rapporto tra loro è di interdipendenza a geometria variabile. C’è da dire che in questa fase vedere Israele come una variabile a sé a tratti inaspettata è un dato. I militari israeliani continuano a mantenersi nel Sud del Paese perché è chiaro l’obiettivo regionale di Israele, l’opzione di una Resistenza concreta e in prospettiva più rafforzata è l’ostacolo al suo disegno. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha dichiarato: “Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare“ lascia intendere senza mezzi termini che la Resistenza sul territorio libanese, oltre che a Gaza, sia un elemento con cui continuare a dover fare i conti.  La guerra degli ultimi mesi ha impartito dure lezioni, che almeno da parte iraniana sembrano esser state recepite. L’egemonia americana è in crisi sì, ma questo si traduce prima di tutto in un’aggressione militare diretta e nell’utilizzo di Israele come testa d’ariete. La diplomazia e l’intelligence di Tel Aviv non sono rimaste a guardare e stanno cercando di allargare le maglie della rete di accerchiamento strategico. Somaliland, paesi del Golfo, Siria per citarne alcuni. Quindi l’avventura militare USA per ora si è tradotta in una sconfitta, la difficoltà di raccordare una strategia comune con Israele rimane un problema irrisolto. E’ difficile prevedere come evolverà la situazione, ma per ora ci sembra che al massimo si possa parlare di parziale congelamento del conflitto aperto, e non di cambio di direzione delle varie variabili in atto.  Questo non minimizza la portata storica e gli effetti che avrà sulla percezione dell’egemonia americana nel mondo, soprattutto in Europa. Su questo fronte si è assistito al solito schema anche dopo la firma del memorandum, dando piena disponibilità all’impegno per sminare lo stretto nella speranza di raccogliere un pò di influenza sulla dinamica complessiva. Il governo Meloni però si è distinto, ancora una volta, per servilismo e piaggeria. Fra i primi a dirsi disponibili per fornire i formidabili “Caccia mine” tricolore, la Meloni è andata a implorare Trump fino a farsi sbeffeggiare con relativa magra figura, e ipocrita riflesso nazionalista, da parte di tutto l’apparato istituzionale di destra e di sinistra. Che si scarichi in questo modo la Premier proprio nel momento di ascesa del generale Vannacci è quantomeno sospetto. Almeno i modi politicamente sfacciati di Trump hanno il beneficio di mostrare senza veli che non ci sono interessi comuni e complessivi fra Stati Uniti ed Europa, se non come classe dirigente e politica vassalla e servile che riceva in cambio dell’obbedienza il suo sostentamento.  La fase attuale ci pone davanti, ancora una volta, all’inconciliabilità tra capitalismo finanziario e democrazie liberali, se il capitalismo dell’epoca precedente la seconda guerra mondiale aveva un forte bisogno dello Stato oggi occorre leggere una sorta di circolo vizioso. Questo si articola tra la guerra e la necessità di farla per lo Stato e viceversa tra soggetti privati che detengono il controllo di data, big tech e social media. Rimane vero che la guerra oggi sia il mezzo per rilanciare nuovi cicli di accumulazione ma la decisionalità in merito alla direzione – vista la compenetrazione tra Stato e impresa / capitale – è determinata sempre di più dalla necessità di chi produce di accumulare valore. E’ immediato pensare alla Silicon Valley e a quella che è stata a tratti definita “coalizione Epstein” come la rappresentazione plastica della dimensione e del peso che grandi capitali mondiali hanno assunto definendo sia le forme ma anche gli obiettivi della guerra oggi. La Silicon Valley negli ultimi anni ha letteralmente conquistato pezzi dello Stato americano coadiuvata da fatti concreti che ne hanno determinato il passaggio: per esempio, l’incontro di Trump con i grandi come Amazon, Meta, Apple, Alphabet, Microsoft oltre ai rappresentanti di grandi aziende come Cisco, Nvidia, Oracle e Palantir per stabilire un effettivo rapporto di alleanza tra governo e oligopolio con l’obiettivo di preservare il primato tecnologico Usa. Le big tech hanno bisogno dello Stato per i loro profitti e dunque di spesa militare e guerra. Al contempo lo Stato ha necessità di alimentare l’innovazione tecnologica-militare per poter garantire egemonia nella competizione globale, come sostiene Dario Guarascio nel suo libro Imperialismo Digitale sottolineandone quindi la natura di un rapporto di mutua dipendenza. Se oggi Trump firma l’accordo, per quanto agli occhi del mondo risulti sconfitto, con indebolimento annesso della sua figura dipinta quasi come un outsider, probabilmente ha avuto i suoi aspetti di utilità per una parte dell’establishment americano, il che significa che si possono aprire nuovi spazi di azione di stampo deliberatamente neocon che diano legittimità a un’opzione apertamente interventista per rispondere alla necessità di affermazione del dominio del dollaro. In questo spazio politico che potrebbe aprirsi non si tratterebbe più di camuffare la Grand Strategy americana con una narrazione ideologica dell’America First che, a conti fatti, potrebbe in qualche forma ritorcersi contro chi l’ha propugnata come dimostra l’indebolimento del consenso nei confronti di Trump da parte popolare. La traiettoria neocon e dei falchi dell’establishment USA aveva scommesso sulla durata della guerra sognando un altro Afghanistan. Le dinamiche sociali interne al cuore dell’impero saranno determinanti e influenzeranno quanto e come l’amministrazione si impegnerà in ulteriori “avventure”.  Anche questa tregua riflette per certi versi il nuovo paradigma della contemporaneità: il rapporto tra Stato e mercato è profondamente politico perché chi controlla la possibilità di comunicare, di rendere formali annunci diramati tramite social media, chi controlla il potere di trasformare su scala di massa la soggettività è a sua volta chi detiene i grandi capitali e il dominio delle Big Tech. E non solo, gli investimenti materiali oggi provengono da soggetti privati ben precisi, in un contesto in cui si acuisce la divisione tra lobby sionista dell’ala neocon e l’attuale Presidente. Diventa così probabile che questa tregua possa rappresentare una fase transitoria per permettere di ristrutturare all’interno dell’establishment altre opzioni in vista delle elezioni di midterm. Se oggi Trump va incontro all’opinione pubblica per tentare di tornare su ciò che era stato annunciato come priorità della sua campagna elettorale, ossia prima l’America e prima i suoi cittadini, rischia dall’altro lato di alimentare ostracismo nei suoi confronti. La natura di queste dinamiche è la stessa che in qualche modo ha fatto leva per avviare l’aggressione all’Iran in una fase in cui un passo del genere sarebbe stato probabilmente avventato. Almeno sul piano della narrazione globale questi aspetti vengono confermati: Trump è vinto, ma certo non lo è l’America in quanto tale, perché la forza militare e la supremazia della moneta continuano ad avere un rapporto di primazia globale. Il profondo strato neocon americano ha tutto l’interesse, secondo la sua ideologia, di stringere alleanza con Israele che rimane un obiettivo non secondario della propria proposta politica.  In un’intervista Andrea Venanzoni, dottore di ricerca e assegnista di ricerca in Diritto pubblico all’Università “Roma Tre” e autore del libro La destra americana contemporanea. Dalla New Right repubblicana a Trump, approfondisce questo discorso dicendo: “Ad oggi mi sembra che la Tech Right sia l’unica vera vincitrice tra tutte le anime presenti nella destra statunitense. Mentre il movimento MAGA si dilania in guerre culturali intestine, le realtà del Tech americano si sono inoculate nel profondo delle strutture decisionali e amministrative. Per questo, mentre da un lato si vedono un Tucker Carlson o una Marjorie Taylor Greene marginalizzati dallo stesso Trump, dall’altro in maniera molto più pratica ogni volta che ci si trova al cospetto di una decisione altamente impattante, dall’arresto di Maduro all’attacco in Iran fino ai rapporti con la regolazione dell’Unione Europea, si finisce per imbattersi nei servizi offerti dal Tech americano, in questa nuova dimensione attivamente politica”. E potremmo anche spingerci oltre, non si tratta solo di mettere a valore i servizi offerti, ma di permettere spostamenti di capitali in ambiti politicamente strategici e, dunque, costituire una sfera di influenza per niente marginale o semplicemente in funzione della “politica”.  Che la “coalizione Epstein” abbia intenzione di continuare una guerra, magari in altre forme, capace di perdurare per la necessità di colpire sulle catene del valore i nodi sui quali la Cina ha possibilità di alimentare il proprio dominio economico e politico resta l’obiettivo per il prossimo futuro. Forse però stiamo assistendo a un sottile cambio di strategia? Il capitale finanziario ha necessità di cogliere quali sono i momenti in cui frenare le distruzioni che sta compiendo affinché non vadano a suo svantaggio. 
Colombia, ballottagio presidenziali 21 Giugno: la sfida contro l’estrema destra
Insieme a Paula, sindacalista colombiana radicata in Italia e con Nicolas Roa, editore della rivista colombiana Controcorrente abbiamo affrontato alcune delle questioni che inaspriscono il clima elettorale in vista del ballottaggio definitivo questa domenica 21 Giugno 2026, che deciderà la presidenza Colombiana tra Ivàn Cepeda, rappresentante del Pacto Historico per la sinistra progressista e l’avvocato e imprenditore Abelardo de la Espriella in testa al partito di destra Firmes por la Patria. Dall’ ultima votazione di ballottaggio del 31 Maggio, nella quale nessun candidato ha raggiunto il 50%+1 dei voti validi, ma che ha visto De la Espriella affermarsi vincitore con una differenza di meno di un millioni di voti, è emerso anche un’ astensionismo di circa il 40%. A far fronte alla mancanza di voti in vista del secondo ballottaggio entrambe le campagne hanno insistito su alcuni punti che si pongono come cardine delle loro campagne: De la Espriella si è appoggiato fortemente all’uso di social network per diffondere il suo programma focalizzato sull’imprenditoria, la religione e la sicurezza e la collaborazione con gli Stati Uniti. Dall’altra parte, Ivàn Cepeda senatore, membro della sinistra storica e figura centrale nei processi di pace con las Farc del 2016 si pone in continuità con il progetto politico del governo in atto, el Pacto Historico nato in risposta allo sciopero nazionale del 2021 e si appoggia nella mobilitazione cittadina nelle piazze e di recente anche in piattaforme virtuali, il supporto delle comunità indigene e la continuazione delle politiche degli accordi di pace. Nicolas Roa (de la Revista Contracorriente) ci ricorda che la distribuzione territoriale dei voti è un fattore non solo molto importante ma anche molto espressivo delle dinamiche del conflitto armato e con le forze statali. La sinistra ha ricevuto più supporto nelle regioni che storicamente sono state più colpite dalla guerra, la disuguaglianza e l’abbandono statale, è il caso ad esempio della Costa Caribe a nord della Colombia, il sudoccidente nazionale come nelle regioni del Pacifico e infine le zone Amazzoniche e dell’ Orinoquia a est del territorio. Il centro del paese (la regione Andina) si esprime favorevolmente al candidato de la Espriella, in particolare le regioni di Santander e Antioquia. Abbiamo infine commentato le posizioni di entrambi i canditati in materia economica, specialmente per quando riguarda i trattati di libero commercio di cui la Colombia ne è firmataria agli Stati Uniti. Ascolta qui l’approfondimento:
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[2026-06-22] FREE THEM ALL @ Comune di Torino
FREE THEM ALL Comune di Torino - Piazza Palazzo di Città (lunedì, 22 giugno 18:30) FREE THEM ALL Lunedì 22 giugno, ore 18:30 A #Torino in Piazza Palazzo di città Le persone attiviste di Amnesty International e di Global Sumud Flotilla saranno in piazza per chiedere l'immediata scarcerazione delle dieci persone appartenenti al convoglio terrestre Global Sumud - tra loro Leonarda Alberizia e Domenico Centrone - detenute arbitrariamente da quasi un mese nel sud della #Libia, esclusivamente per aver tentato di portare aiuti nella Striscia di #Gaza. #FreeThemAll Amnesty International - Italia Amnesty International - Piemonte e Valle d'Aosta Amnesty International - Torino 009 Global Sumud Italia Global Sumud Flotilla
[2026-06-23] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (martedì, 23 giugno 16:00) Disponibile CARTE FORBICI SASSI. Sfide da e contro le prigioni e il patriarcato https://brughiere.noblogs.org/post/2025/04/28/nuova-pubblicazione-carte-forbici-sassi-sfide-da-e-contro-le-prigioni-e-il-patriarcato/ Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30.
[2026-06-24] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (mercoledì, 24 giugno 16:00) Disponibile Titolo: Quelli che se vanno da Omelas Autore: Ursula K. Le Guin Casa editrice: stampato in proprio, 2026 https://edizionitabor.it/ursula-k-le-guin-quelli-che-se-ne-vanno-da-omelas/ Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30.
György Pálfi, Kana – Kota – Hen, Storia di una gallina #17
STORIA DI UNA SOPRAVVIVENZA: FRANZA O SPAGNA PURCHÉ SE BECCA Considerando i precedenti lavori del regista ungherese György Pálfi, in particolare Taxidermia, non stupisce di percepire un’originalità nell’impianto filmico di Hen senza a prima vista riuscire a individuare con precisione di cosa si tratta, alla fine tutto si chiarifica dopo l’apologo scevro da moralismo. Dalla prima sequenza sul particolare di una cloaca a tutto schermo, da cui si scodella un uovo con il successivo percorso degno di Tempi moderni di Chaplin, seguito dall’esordio alla vita del pulcino nero gettato nel toboga dei miliardi di polli destinati all’allevamento intensivo, è difficile riferire quelle esistenze in batteria come metafore del destino umano, che infatti corre parallelo. Disumano, ma diversamente bestiale. In questa storia dipanata in zone rurali della Grecia non si inscena un apologo allegorico e didascalico di Esopo, piuttosto si assiste alla resistenza coriacea per sopravvivere a qualsiasi pericolo – in questo evitando di seguire Bresson (Au hasard Balthasar) e Skolimowski (E/O), proprio per l’assenza di ogni senso di colpa giansenista, né di male di vivere. Il presupposto che sposta lo sguardo del film da interpretazioni o giudizi morali è che la protagonista è la più attrezzata per passare attraverso ogni avversità, perciò si assume il suo punto di vista (la ripresa “altezza Zen” tradizionale nella filmografia di Ozu si abbassa ulteriormente al passo della gallina), non solo quando si è travolti dalla soggettiva della “gallina in fuga” dalla volpe, o mentre assiste (nel controcampo) alle frittate cucinate con le sue uova, o rischia di andare arrosto a seguito della strage di migranti che il suo desiderio di maternità causa. Alcuni siparietti sono molto gustosi e arguti, rendendo la fruizione piacevole: per esempio l’uso del Bolero (Ravel aveva più volte commisurato la durata in 20 minuti e la progressione del ritmo mettendoli in correlazione con un coito) a sottolineare la “conoscenza” con il gallo; la sfida sul filo dell’autostrada con la volpe, come in un duello western; la ribellione al destino che conduce la gallina indipendente a trovare le scappatoie è affidata a situazioni plausibili, seppur comicamente improbabili (l’uscita dalla scatola, la fuga tra gli alberi per uscire dall’alto del pollaio, la sottrazione persino alla fossa in cui era ormai buttata…). L’attenzione messa da Pálfi a evitare antropomorfizzazioni alla Disney, o a mantenere totale l’assenza di partecipazione agli eventi, anche i più efferati e sordidi nel territorio umano, che è semplicemente osservato con distacco, esplicita come il motivo del film è proprio quello: non ci sono altre emozioni se non quelle basiche di paura, seduzione, curiosità dettate dalla naturale pulsione a sopravvivere, riprodursi e abitare uno spazio confortevole. E soprattutto in piena libertà e senza recinti. Infatti il finale è la semplice ripresa di possesso di uno spazio da parte della natura, una volta che l’umano lo ha abbandonato, dopo aver dato fondo alla propria bestialità, fino alla battuta del boss mafioso che commenta senza coerenza la voracità della gallina che becchetta lo spiedino di pollo («Mangia persino i propri simili»: già mancano tutte le sovrastrutture etiche in natura) poco prima di vendicarsi, uccidendo il ristoratore.
procreazione
Lavorare nella ristorazione oggi: un’inchiesta a Torino
Durante le giornate del blackout fest 2026, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare alcunx lavoratorx del collettivo Colpo (Coordinamento Lavoro Precario Organizzato). Tra i percorsi di auto inchiesta che hanno avviato in questi mesi, vi è quello che indaga le condizioni di lavoro nel settore della ristorazione – al centro del nostro scambio radiofonico. Emergono diversi elementi interessanti dall’inchiesta, tra cui la questione dei ritmi di lavoro e di quanto questi incidano sulle condizioni di vita, in particolare sugli equilibri tra lavoro e tempo libero. Più in generale, lx lavoratorx ci parlano di turni stressanti, paghe da fame, lavoro nero e molestie.  Parlare insieme dei risultati dell’inchiesta e delle proprie esperienze personali diventa occasione di confronto intorno a delle testimonianze chiave, ma anche una via per continuare ad organizzarsi e formarci su strumenti e strategie collettive per difendersi da abusi e sfruttamento.
lavoro
torino
Blackout Inside
Frittura Mista alias Radio Fabbrica
Colpo Torino
Da Genova: “Fuori dai binari”. Sul “carretto solidale” in città e altre iniziative in solidarietà agli arrestati del 16 giugno
Riceviamo e diffondiamo. Sotto un manifesto solidale, nell’immagine uno striscione appeso alla cattedrale di San Lorenzo. GENOVA: CARRETTO SOLIDALE PER GL* ARRESTAT* DEL 16 GIUGNO Nella serata di venerdì 19 giugno un carretto ha attraversato i vicoli del centro storico di Genova per portare solidarietà ai compagni e le compagne arrestat*, indagat* e perquisit* nell’operazione messa in atto dalla procura di Roma ad inizio settimana. Un po’ di musica, interventi, cori e striscioni tra i caruggi intasati dalla caotica movida del fine settimana; questo momento è stata anche occasione per scambiare qualche parola con ragazze e ragazzi che si fermavano, incuriositi, a leggere i volantini distribuiti, e allo stesso tempo momento per ribadire tutto il nostro odio (spesso tra questi giovani decisamente condiviso!) per le guardie e le galere. Non ci fermeremo qui. Tutta la nostra complicità e solidarietà va ai nostri compagni e compagne che si trovano in carcere e agli arresti domiciliari. Anarchiche e anarchici a Genova Qui uno dei manifesti affissi nella giornata: fuori dai binari
Stato di emergenza
[2026-06-24] San Giovanni parade @ Piazza Santa Giulia
SAN GIOVANNI PARADE Piazza Santa Giulia - Piazza Santa Giulia, 10124, Torino (mercoledì, 24 giugno 21:00) A 6 mesi dallo sgombero dell' Askatasuna le ragazzə di Vanchiglia tornano per le strade della città per riprendersi i propri spazi! In un contesto nazionale in cui i luoghi d'aggregazione fuori dalle logiche commerciali sono sotto attacco e la socialità sempre più mercificata rispondiamo festeggiando San Giovanni, una delle feste più sentite dai torinesi, a modo nostro. Partiamo dal nostro quartiere, Vanchiglia, che da mesi rimane militarizzato, per attraversare le strade della nostra città riempiendole di musica perchè lo spazio per i giovani in questa città non è mai abbastanza. Ci vediamo mercoledì 24 giugno alle 21 in piazza Santa Giulia. Que viva Askatasuna! — in vena di fare festa con Collettivo Universitario Autonomo - Torino.
Ai Mulini una lunga battitura apre l’estate di lotta No Tav
Si è aperta ieri sera al Presidio dei Mulini l’estate di lotta No Tav. Un appuntamento lanciato dalle studentesse e dagli studenti che, a partire dal tardo pomeriggio, ha riportato gli e le attiviste lungo i sentieri della Val Clarea. Da Notav Info La serata è iniziata con un apericena al Presidio dei Mulini, prima dell’avvicinamento verso le recinzioni del cantiere. Da lì è partita una battitura che per ore ha fatto risuonare la Clarea, rompendo il silenzio imposto dalla militarizzazione del territorio e ricordando che, nonostante anni di repressione del dissenso e propaganda, l’opposizione all’opera continua a essere presente e determinata. La risposta delle forze dell’ordine non si è fatta attendere. Per cercare di allontanare le persone dalle recinzioni sono stati utilizzati lacrimogeni e idranti, ma nonostante questo la battitura è proseguita a lungo, sostenuta dalla determinazione di chi ha scelto di essere presente. Non è un caso che l’iniziativa sia partita proprio dai Mulini. Questo presidio è diventato negli ultimi anni uno dei punti di riferimento della lotta contro la Torino-Lione e contro l’allargamento del cantiere in Val Clarea. Un luogo che continua a rappresentare una presenza costante di monitoraggio, denuncia e resistenza all’interno dell’area maggiormente interessata dai lavori. La serata di ieri ha mostrato ancora una volta come, nonostante anni di militarizzazione e recinzioni, la volontà di opporsi all’opera non sia venuta meno. Anzi, la partecipazione e l’energia espresse confermano che la mobilitazione continua a rinnovarsi e a coinvolgere nuove generazioni. Dai Mulini è arrivato un messaggio chiaro: l’estate di lotta è iniziata e la Val Clarea continua a essere terra di resistenza. Una resistenza che da ieri sera si traduce concretamente in un calendario fitto di mobilitazioni e tappe cruciali pronte a scandire tutta la bella stagione. A partire dal 28 giugno con il Pride ad Avigliana, tramite l’intersecarsi delle lotte per i diritti e la difesa del territorio direttamente nelle piazze della bassa valle; il 3 e 5 luglio ad Almese due giorni di “Aspettando l’Alta Felicità“, che faranno da apripista al “Weekend di lotta“, previsto dal 17 al 19 luglio. Il momento centrale della stagione sarà, come da tradizione, il Festival Alta Felicità, in programma dal 24 al 26 luglio, che tornerà a unire musica, dibattiti e resistenza attiva. Infine, a cavallo tra i due mesi, il Campeggio della Piana, dal 30 luglio al 2 agosto, nei territori tra la Piana di Susa e Bussoleno, con un’agenda di iniziative in costante aggiornamento.