Dal lager di Caltanissetta a quello di Milano: la sincronia della macchina razzista tra torture e deportazioni.@1
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi lungo tutta l’Italia (oltre a quello in Albania) funzionano in una cinica e agghiacciante sincronia. Coordinazione che mira a creare un monito ai liberi, un terrore su larga scala che – tra le altre cose – garantisce il perpetuarsi della possibilità di sfruttamento lavorativo continuo delle persone immigrate: sui campi, sui punti della logistica, tra le strade della città. In questa puntata mandiamo in onda audio, di analisi e racconti, che ci arrivano direttamente dai reclusi di Pian del Lago (lager ubicato nell’entroterra nisseno) che non solo ci parlano della sistematica violenza a cui sono sottoposti quotidianamente i reclusi, ma entrano anche nel dettaglio di una violenta perquisizione a scopo punitivo subita pochi giorni prima. Nel sottolineare la settimanale cadenza delle deportazioni verso i cosiddetti paesi di origine cogliamo la possibilità di fare una diretta con una compagna dell’assemblea NoCpr di Milano che ci precisa come oramai il lager di via Corelli sia divenuto l’hub deportativo degli egiziani e dei gambiani. Non a caso, ci contestualizza, per la prima volta dopo tanto tempo, il CPR di Milano è stato completamente ristrutturato portando la sua capienza alla totalità delle 4 aree e dunque al contenimento di circa un centinaio di reclusi, spesso solo di passaggio poiché destinati alla deportazione.
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Sciopero internazionale dei porti contro la logistica di guerra.
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani. Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo. Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno registrato profitti record. Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
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Diario dal bunker. Il processo per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere #10
(disegno di diego miedo) Riprendiamo il filo tracciando gli elementi essenziali di questi mesi trascorsi ancora all’interno di questa strana camera iperbarica. Il tempo del processo a breve segnerà una nuova sequenza in cui verranno esaminati i testimoni delle difese degli imputati. In questo lasso temporale, in cui abbiamo osservato la deposizione degli accusati che hanno prestato il consenso a sottoporsi alle domande delle parti sono emersi con evidenza i passaggi operativi della Mattanza. I poliziotti di Santa Maria hanno tentato invano di scaricare la responsabilità sui colleghi del Gruppo d’Intervento Rapido e sugli altri provenienti da altri istituti per dare una mano. Tentativi inutili di fronte all’evidenza delle dichiarazioni, anche poste ingenuamente come quella dell’agente che ha dichiarato di aver indossato per l’occasione le scarpe da ginnastica perché aveva capito l’obiettivo reale della perquisizione straordinaria e con la gomma (forse) avrebbe inferto colpi meno importanti. Ci sono state confessioni evidenti, una proviene da un agente di Santa Maria che ha operato il 6 aprile 2020: Presidente: no, perché io cercavo di capire il suo racconto, cercavo di seguire il suo racconto quando lei diceva di avere ecceduto, allora il pubblico ministero le faceva le domande in relazione al livello della forza che lei ha utilizzato per i colpi, io invece le chiedevo se questo eccesso lei lo individua anche rispetto al colpire persone un po’ alla cecata, mi passi il termine, cioè anche indipendentemente… Imputato: no, chiunque in quel momento faceva anche una mezza azione anche insignificante, cosa, io colpivo. Presidente: quindi questo è l’eccesso. P.M.: senta, mi scusi, non siamo riusciti a capire, io le ho chiesto il numero orientativo di persone che ha picchiato, non ho capito se… perché sa, uno riesce pure a dire 10, 30, 50, 100, 1000, insomma. Imputato: no.  P.M.: c’è la possibilità di fare queste considerazioni? Imputato: no, in quel momento non riuscivo a capire niente, non riuscivo a contare le persone, non riuscivo a calcolare le persone, non ho idea. … Presidente: va bene, non ci sono altre domande. Le parti civili? Nessuna domanda. Le difese. Chi deve fare domande? Nessuno?     Imputato: dottoressa, ribadisco il mio perdono, perdonatemi per quello che ho fatto.  Presidente: sì, abbiamo inteso. Imputato: perdonatemi tutti quanti, vi chiedo scusa a tutti per quello che è accaduto. Per noi è necessario ribadirlo per non perderne memoria: il personale del carcere ha reclamato la rappresaglia già dal 5 aprile sera, dopo la mediazione conclusa in modo pacifico con i detenuti del reparto Nilo. Così il potere penitenziario regionale si è mosso rapidamente per non perdere il fronte interno, scomposto e scollegato dal comando. Tutti ne erano al corrente, i messaggi tra il provveditore dell’amministrazione in carica durante gli anni dell’emergenza pandemica, Antonio Fullone (premiato per la carriera e ricompensato perché ora direttore della Scuola Superiore dell’esecuzione penale “Piersanti Mattarella”) e il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del governo Conte, Francesco Basentini, sono a nostro giudizio prova evidente: Parte Civile: Non so se – dicevo – possiamo dare per scontato il contenuto dei messaggi che lei ha inoltrato al dottor Basentini il 5 e il 6 aprile oppure vuole che li rilegga un attimo? Devo porre delle domande su questi.  Imputato: magari se me li rilegge nel momento in cui fa la domanda, posso essere più preciso.  Presidente: quelli che lei ritiene di chiamare.  Parte Civile: benissimo, vado rapido. Allora il 5 aprile risulta che lei scrive al dottor Basentini alle 23:51, quindi al termine della protesta del 5 aprile: “Dobbiamo chiudere l’emergenza sanitaria e il rischio contagio ci dà un’ottima motivazione”. Il dottor Basentini le risponde: “Antonio, aspettiamo cosa dice il ministro, non vorrei che…”. “Va bene”. Il 6 aprile alle 16:48 lei scrive al dottor Basentini: “Buonasera capo, è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel reparto dove si sono registrati i disordini, era il minimo segnale per riprendersi l’Istituto, forse le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori regione, il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria ovviamente, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”. “Hai fatto benissimo”, risponde il dottor Basentini. __________________________ QUI le puntate precedenti del Diario  
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Sicurezza, tutte le misure del decreto e del disegno di legge
Decreto e disegno di legge: scudo penale, fermo preventivo, zone rosse, stretta su minori e migranti. E un Paese che si abitua all’eccezione Il pacchetto-sicurezza che il governo ha approvato in Consiglio dei ministri non è semplicemente un insieme di norme tecniche. È un messaggio politico compatto, e in parte brutale, che racconta una precisa idea di società: una società in cui l’ordine pubblico diventa la lente principale attraverso cui leggere i conflitti, le periferie, le migrazioni, perfino l’adolescenza. Un pacchetto diviso in due atti, un decreto legge immediatamente esecutivo e un disegno di legge che seguirà il percorso parlamentare, ma con un obiettivo comune: spostare ulteriormente in avanti la soglia del controllo e rendere normale ciò che fino a ieri era considerato eccezionale. La scelta di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla costruzione del “nemico interno”. Il disegno di legge, invece, ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico, quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le fondamenta. Uno dei punti centrali è lo scudo penale, definito in modo tecnicamente più prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo, potenzialmente più pervasivo. Non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene esteso a tutti i cittadini. Il principio è che chi commette un reato in presenza di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa valutazione del pubblico ministero. La decisione finale sulla giustificabilità resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso. In un Paese già attraversato da una retorica di paura, e da un razzismo sociale che spesso decide chi sia credibile e chi no, uno scudo penale esteso rischia di produrre un effetto selettivo. Non protegge genericamente “i cittadini”: protegge soprattutto chi è già riconosciuto come cittadino pieno, e tende a rendere ancora più vulnerabile chi viene percepito come estraneo, giovane, marginale, migrante. L’altro pilastro è il fermo di prevenzione, che entra nel decreto nella versione rivista dopo i rilievi del Quirinale. Ed è importante notare questo passaggio, perché racconta la dinamica con cui la soglia del possibile viene spinta sempre un po’ più avanti. La bozza originaria era più aggressiva, più apertamente orientata al sospetto. La riscrittura introduce paletti: il fermo, in occasione di manifestazioni pubbliche, potrà durare al massimo dodici ore e potrà riguardare solo persone con precedenti specifici e/o trovate in possesso di armi o oggetti atti a offendere. Non basterà più, almeno formalmente, l’idea vaga che qualcuno “possa” essere pericoloso, né l’abbigliamento ritenuto idoneo al travisamento. Il trattenimento dovrà essere comunicato tempestivamente al magistrato di turno, che potrà verificare se sussistano le condizioni di legge e, in caso contrario, ordinare l’immediato rilascio. Questa è la versione che prova a rispettare l’articolo 13 della Costituzione. Ma resta un fatto enorme: si introduce un meccanismo che trasforma la piazza in un luogo dove la libertà personale può essere compressa in via preventiva. La protesta, anziché essere tutelata come diritto, viene trattata come un contesto eccezionale, un territorio in cui la logica non è più “punire chi commette un reato” ma “trattenere chi potrebbe commetterlo”. È esattamente qui che la criminalizzazione del dissenso diventa concreta: non perché si vieti formalmente di manifestare, ma perché si crea un regime in cui partecipare a un corteo significa accettare un rischio ulteriore, una possibilità di essere fermati e trattenuti, soprattutto se si appartiene a categorie già marcate come sospette. Il decreto interviene anche sul tema dei controlli di polizia con l’introduzione di un illecito penale specifico per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine e fugge mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Anche qui la misura può apparire, a prima vista, ragionevole: nessuno vuole inseguimenti pericolosi o fughe che mettono a rischio vite. Ma dentro l’architettura complessiva, questa norma assume un’altra funzione: aumenta l’area della punibilità legata non tanto a un danno effettivo quanto al comportamento, alla dinamica dell’interazione con la polizia. E quando si moltiplicano le occasioni di controllo, come accade con le zone rosse e con la gestione securitaria dello spazio urbano, si moltiplicano anche le situazioni in cui un gesto, una reazione, una paura possono trasformarsi in un reato. Le zone rosse, infatti, tornano come uno strumento centrale. Si prevede la loro istituzione nelle aree considerate più a rischio, come le stazioni, con l’obiettivo dichiarato di prevenire degrado e criminalità. Ma la logica reale è quella della selezione: stabilire che esistono luoghi della città dove la presenza stessa diventa un problema, dove alcune persone sono tollerate e altre no. Le zone rosse non risolvono il disagio, non curano le cause della marginalità, non riducono la violenza sociale. La spostano, la nascondono, la reprimono. E soprattutto producono un effetto culturale: rendono normale l’idea che la città sia attraversabile in modo diverso a seconda di chi sei, di come ti vesti, di quanti anni hai, di che faccia hai, di che accento hai. Dentro questo impianto trova spazio anche l’ossessione contemporanea per l’“emergenza minori”, che il governo usa come chiave narrativa per legittimare una stretta punitiva. La norma introduce un divieto più netto di vendita ai minori di diciotto anni di coltelli e oggetti atti a offendere, e prevede sanzioni amministrative fino a dodicimila euro per i venditori, compresi quelli online, con la possibilità di sospensione o revoca della licenza. Ma non si ferma qui. Viene introdotta la possibilità di arresto in flagranza e di adozione di misure cautelari anche per i minori trovati in possesso di coltelli. E soprattutto vengono previste sanzioni amministrative “collaterali” molto pesanti: un minorenne sorpreso con una lama in tasca potrà vedersi sospesi patente o passaporto e, nel caso di stranieri, addirittura il permesso di soggiorno. Questo è un passaggio gravissimo, perché costruisce un diritto differenziale: lo stesso comportamento produce conseguenze diverse a seconda dello status giuridico. E quando il permesso di soggiorno diventa un’arma sanzionatoria, la sicurezza non è più un tema penale: diventa un meccanismo di disciplinamento sociale e di esclusione. È in questo punto che l’etichetta “maranza”, evocata come se fosse un fenomeno naturale, rivela la sua funzione politica. Non descrive: designa. Non analizza: marchia. E marchiare significa produrre una classe pericolosa. Il giovane, soprattutto se periferico e spesso se migrante o figlio di migranti, viene trattato come un soggetto da neutralizzare prima ancora che da comprendere. La politica, invece di affrontare la crisi educativa, la povertà, l’abbandono scolastico, la segregazione urbana, sceglie la scorciatoia del codice penale. È più semplice, più comunicabile, più vendibile in televisione. Ed è anche più devastante. Nel disegno di legge restano inoltre misure pensate per la cosiddetta “responsabilizzazione dei genitori” dei minori coinvolti in atti di delinquenza. La formula sembra ragionevole, quasi morale. In realtà è una costruzione classista e punitiva: significa trasferire la colpa, rendere la devianza un fatto familiare, punire economicamente chi spesso è già fragile. È la stessa logica che attraversa l’intero pacchetto: non curare le cause, ma punire i sintomi, e farlo nel modo più visibile possibile. Parallelamente, il pacchetto interviene sull’immigrazione con una doppia strategia. Nel decreto trovano spazio norme per rendere più rapide ed eseguibili le espulsioni di immigrati irregolari, in particolare di coloro che non rispettano l’ordine di lasciare il Paese entro sette giorni contenuto nel foglio di via. Alla seconda inosservanza, i questori potranno direttamente provvedere al rimpatrio. Il tema viene presentato come efficienza amministrativa, ma in realtà aumenta il potere discrezionale e riduce l’area delle garanzie. Quando il rimpatrio diventa un automatismo accelerato, il rischio è che la persona scompaia dal campo dei diritti e venga trattata come un oggetto logistico. Nel disegno di legge restano invece le norme che stringono le maglie sui ricongiungimenti familiari e quelle che riprendono, con una forma giuridica più elaborata, l’ossessione del blocco navale. Si prevede infatti la possibilità di interdire l’attraversamento delle acque territoriali per periodi compresi tra trenta giorni e sei mesi in presenza di minacce all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale. È una norma volutamente elastica, costruita su concetti vaghi come “minaccia” e “ordine pubblico”, che possono essere allargati a seconda del clima politico e mediatico del momento. Ed è proprio questa vaghezza che rende la misura pericolosa: non perché sarà usata ogni giorno, ma perché può essere usata quando conviene, e perché intanto sposta l’orizzonte. La migrazione viene definitivamente trattata come una questione di difesa, non di diritti, e il mare come un confine militare, non come uno spazio di soccorso. Dovrebbero trovare spazio anche provvedimenti sui flussi migratori con respingimenti coatti, misura su cui il Quirinale avrebbe espresso riserve. E questo dettaglio, apparentemente tecnico, è politicamente rivelatore. Il Quirinale interviene raramente in modo esplicito, e quando lo fa significa che la soglia di compatibilità costituzionale è stata spinta troppo in avanti. Ma la dinamica è ormai collaudata: si propone una versione estrema, si subiscono rilievi, si corregge quanto basta per farla passare, e alla fine resta comunque un impianto più duro di quello precedente. È la politica come avanzamento graduale dell’eccezione. In mezzo a tutte queste misure, c’è anche l’inasprimento delle pene per alcuni reati contro il patrimonio, come i furti in abitazione, con l’aumento dei minimi e dei massimi edittali. Anche qui, il messaggio è semplice: più carcere, più severità. Ma l’effetto reale è discutibile, perché la storia della giustizia penale insegna che l’inasprimento delle pene non riduce automaticamente i reati. Serve piuttosto a rafforzare un’immagine di governo “duro”, a produrre una sensazione di controllo. E intanto si continua a caricare un sistema carcerario già in crisi, mentre la criminalità vera, quella economica, quella organizzata, quella che divora risorse pubbliche e diritti, resta spesso ai margini della narrazione securitaria. Alla fine, ciò che emerge è un disegno coerente. Il dissenso viene trattato come un problema di ordine pubblico, la marginalità come un rischio, la giovinezza come un allarme, la migrazione come una minaccia. E su questa base si costruisce un sistema in cui la polizia ha più strumenti, più margini di discrezionalità, più possibilità di intervento preventivo, mentre il cittadino – soprattutto quello che non rientra nei canoni del cittadino “giusto” – ha meno spazi, meno tutele, meno presunzione di innocenza sociale. Il punto più inquietante, però, non è la singola norma. È il clima che queste norme producono e consolidano. Perché un Paese non diventa autoritario solo quando vieta formalmente la protesta o quando sospende apertamente la Costituzione. Diventa autoritario quando si abitua all’idea che la libertà sia condizionata, che l’eccezione sia normale, che alcune persone siano sospette per natura, che la forza sia più credibile del diritto. E quando ci si abitua, il passo successivo non fa più scandalo. Questo pacchetto-sicurezza non promette davvero più sicurezza. Promette qualcosa di più preciso e più inquietante: la chiusura progressiva degli spazi di agibilità politica e sociale. Non è una semplice espansione dei poteri di controllo, è un tentativo di ridisegnare il perimetro di ciò che è legittimo fare, dire, attraversare, contestare. È la trasformazione della piazza, della strada, della periferia e perfino dell’adolescenza in territori sotto sospetto, dove la libertà non è più un diritto pieno ma una concessione revocabile. E soprattutto, questo impianto costruisce e consolida nuove “classi pericolose”, come si faceva nei momenti peggiori della storia europea: giovani, poveri, migranti, figli delle periferie, figure sociali trattate non come cittadini ma come presenze da disciplinare. Il dissenso viene riscritto come disturbo, la marginalità come minaccia, la differenza come rischio. È un ritorno a una logica da Ancien Régime, dove l’ordine non coincide con la giustizia ma con la gerarchia, e dove lo Stato non garantisce diritti: seleziona corpi, controlla territori, punisce identità. Il punto, allora, non è solo che “il controllo raramente torna indietro”. Il punto è che, una volta normalizzata questa cultura politica, ciò che non torna indietro è la soglia stessa della democrazia. Perché quando lo Stato si abitua a governare attraverso paura e repressione preventiva, non sta proteggendo la società: sta insegnandole a respirare in meno spazio. da osservatorio repressione
Confluenza 0.2 – La difesa dell’Appennino
Il terzo reportage fa seguito al Manifesto Per il bisogno di confluire tra terre emerse e al numero 0.1 Approdo sui territori che combattono la speculazione energetica Grazie a ____delia _cry_me e verolialessia per la copertina 1. CAPITOLO “IERI”  INTRODUZIONE SULLE LOTTE STORICHE AMBIENTALISTE TOSCANE E LE NUOVE TENDENZE TRA PROGRAMMAZIONE DEL TERRITORIO E SEMPLIFICAZIONE  Se da un lato la regione Toscana risulta agli occhi esterni una terra dalle caratteristiche fisiche e ambientali affascinanti e accoglienti, dall’altro, chi la vive, fa anche i conti con una realtà più cruda. Un territorio fortemente mortificato da una serie infinita di scelte concettualmente sbagliate fatte da chi invece lo dovrebbe tutelare. Scelte che spesso nascondono, ma neanche troppo, sacche di speculazione e abusivismo edilizio, mancanza di tutela dei territori, soprattutto delle aree agricole, e di rispetto delle leggi vigenti, addirittura modificate nel corso degli anni, anche recenti, in base alle esigenze della parte imprenditoriale. Fatta eccezione per alcuni isolati episodi, dove la tutela di luoghi viene veramente messa al primo posto – grazie magari a collaborazioni tra amministrazioni locali e associazioni ambientaliste territoriali – analizzando nello specifico tutte le aree della regione, si evidenzia il ripetersi di determinate criticità, il che mette in luce la mancanza di un indirizzo generale di tutela del territorio, affiancato a un’assenza di controllo da parte degli organi preposti, sia locali che regionali. Una regione come questa, con mare, isole e coste, pianure, colline e montagne, presenta una notevole serie di aree che, agli occhi di speculatori e politici poco lungimiranti o interessati più alla cura del proprio essere anziché al rispetto del mandato politico ricevuto, appaiono un terreno fertile per interessi privati e personalistici; una tendenza che pone tali aree ben al di là delle reali necessità del territorio e di chi lo vive. Dando uno sguardo alle zone costiere si evidenzia come in questi luoghi la speculazione edilizia l’abbia fatta da padrona nel cambiare i connotati fisici di paesi esistenti già da tempo, magari anche secoli. Il caso più emblematico è sicuramente la Versilia, ormai sfregiata nella sua integrità paesaggistico-territoriale, e oggi sotto attacco anche riguardo al tema viabilità, con l’asse di penetrazione di Viareggio (600 metri di strada fra la Darsena e l’autostrada a danno della pineta esistente). Non sono certo rimaste immuni le province di Livorno e Grosseto, aree soggette soprattutto a espansioni urbanistiche con fini turistico-residenziali, per soddisfare una sempre maggiore richiesta di domanda di seconde case. E non si è salvata certamente l’Isola d’Elba, protagonista negli ultimi mesi di ben quattro alluvioni di grossa entità, frutto sia di bombe d’acqua che di progettazioni urbanistiche tutt’altro che utili per la tutela del territorio e dei suoi abitanti. Restando sulla costa, da annotare anche la crescente richiesta di posti barca, col conseguente proliferare di nuovi porticcioli o l’ampliamento degli esistenti che ormai ogni paese, più o meno grande che sia, possiede. Progettazioni che, anche queste, impattano fortemente sul territorio.  Ma guardando al mare, tutti gli occhi oggi sono puntati sullo stravolgimento del porto di Livorno: il progetto Darsena Europa prevede fondali più profondi, tre chilometri di banchine nuove, due milioni di metri quadrati di nuove aree. Interventi che porteranno nuovi volumi di traffico merci da dover poi trasportare a destinazione, motivo per cui hanno ripreso forza le voci di possibili nuovi lavori lungo l’arteria stradale Livorno-Firenze, la FiPiLi (ampliamento delle carreggiate con possibile creazione di una terza, ticket per i trasportatori), e lungo la Rosignano-Civitavecchia (trasformazione in autostrada rispetto alle attuali quattro corsie). La continua richiesta di disponibilità di immobili invece, da costruire ex novo o da recuperare spesso con integrazioni di volumi, si è sviluppata in tutte quelle aree regionali di maggior richiamo, sia rurali che cittadine, non risparmiando neanche quelle di grande valore naturale-paesaggistico come il chiantigiano, o città di indubbia importanza storico-culturale come lo stesso capoluogo di Firenze. Tutte queste criticità, derivanti molto spesso da varianti urbanistiche che vanno quasi a stravolgere i principi iniziali delle progettazioni, si aggiungono a vertenze ambientali storiche locali, problematiche non solo mai risolte ma che in alcuni casi sono andate addirittura peggiorando nel corso del tempo. Viene in mente lo sbancamento delle Alpi Apuane, col beneficio dei guadagni per pochi padroni d’azienda a discapito di un sempre maggiore inquinamento fatto di polveri sottili, e di sversamento di materiali di scarto nei fiumi locali, oltre che di impatti visivi fortemente negativi.  L’inquinamento indiscriminato riversato nei fiumi, prodotto in passato da scarichi industriali derivanti dalle lavorazioni estrattive, oggi è causato dai rifiuti di aziende senza scrupoli (storiche le battaglie per la salvaguardia dei fiumi Ambra e Merse, nell’area regionale centro-sud), ma assume anche nuove forme come l’interramento di materiali tossici mescolati ad altri nella costruzione di opere pubbliche (il caso più recente è lo scarto conciario Keu mischiato nell’asfalto e riversato nelle zone tra Pontedera ed Empoli). Tornando alla questione viabilità, resta alta l’attenzione verso la creazione di una nuova pista aeroportuale a Firenze Peretola mentre procedono i lavori di ampliamento degli aeroporti di Pisa e della stessa Firenze, dove tra l’altro, proseguono gli interventi per l’alta velocità ferroviaria dopo le devastazioni che negli anni passati hanno interessato l’area mugellana. Degna di nota è poi la presenza della fabbrica Solvay nel comune costiero di Rosignano Marittimo, che determina la chiusura permanente di tratti di spiaggia per la presenza di scarti industriali e mercurio. Rientra poi nel computo delle criticità anche la presenza di basi militari come Camp Darby (PI), da decenni il maggiore arsenale militare Usa in Europa, con tutto ciò che questo comporta: esercitazioni in loco e continui spostamenti di attrezzature militari. Per la base è previsto un ampliamento che interesserà anche il Parco Regionale di San Rossore-Migliarino-Massaciuccoli, pertanto anch’esso soggetto a inquinamento e degrado biologico. Da evidenziare come in questi ultimi anni da Livorno a La Spezia si sta strutturando uno dei corridoi centrali della militarizzazione in Italia1. Per quanto riguarda invece la gestione dei rifiuti negli anni, problema che persiste tuttora, non sono mai stati raggiunti standard accettabili di produzione (in eccesso) e di smaltimento (un terzo viene tuttora interrato). Si lamentano mancanze di infrastrutture, ma al di là di questo, è evidente che esiste strutturalmente un surplus di produzione di scarti rispetto alla media nazionale. Passando poi al tema energetico, di grande impatto ambientale e politico è stata la collocazione, a Livorno nel 2013 e a Piombino nel 2023, di due rigassificatori: il primo allocato a 22 km dalla costa, il secondo nel porto cittadino. A scapito della narrazione che vorrebbe convincere dell’abbandono delle fonti fossili per la transizione energetica. Transizione che le realtà e i comitati del territorio toscano vorrebbero senza speculazione ma che così non è, come dimostra la moltiplicazione degli impianti rinnovabili su scala industriale che costellano il paesaggio, dagli Appennini alla costa2. Uno dei fattori che lascia via libera alla speculazione energetica è l’assenza di programmazione e ragionamento sui territori in funzione dei bisogni di chi li abita, anzi, assistiamo a una linea governativa che va nella direzione della centralizzazione e semplificazione in tutte le materie, e in quella energetica in maniera lampante; ne è un esempio il DL 175 sulle aree di accelerazione e il decreto sul nucleare del Ministro Pichetto-Fratin.  Proprio a partire da queste considerazioni l’assemblea organizzata insieme alla Coalizione TESS / Transizione Energetica Senza Speculazione3 sabato 22 novembre 2025 presso Il Santo Villore Vicchio alla Chiesa di San Lorenzo, di cui più avanti racconteremo il progetto di comunità, è stata introdotta da un intervento di Anna Marson, professoressa ordinaria di Pianificazione del territorio presso IUAV di Venezia, in merito al significato del territorio, del paesaggio e della nostra appartenenza a essi, che ha affrontato il tema con un approccio ecoterritorialista di cui qui di seguito proviamo a dare un accenno.    Dagli anni ‘70 a oggi assistiamo a un sempre più forte sviluppo della “coscienza di luogo”, come direbbero Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi, principali ispiratori della Società degli ecoterritorialisti4, ossia di uno “svilupparsi di un senso di ‘responsabilità locale’ che sapeva coniugare memoria storica, sviluppo economico legato alle risorse locali, rinascita dell’uso della lingua minoritaria, senso di orgoglio per forme embrionali di autogoverno5”. Alberto Magnaghi definisce anche un quadro di prospettiva collettiva a partire da questa premessa, dicendo che:  la sfida ulteriore riguarda la possibilità di avviare, sul piano sia concettuale che pratico, una ricomposizione multiattoriale, multidisciplinare e multisettoriale di questi nuovi campi, progetti e strumenti dello sviluppo locale, sperimentando iniziative di ricerca/azione che affianchino fattivamente queste esperienze innescando forme di relazione, riconoscimento reciproco e cooperazione capaci di superare l’approccio settoriale6.  Questa dimensione, nel metodo, si rifà alla conricerca di Romano Alquati di cui abbiamo già accennato nel Manifesto di Confluenza numero 07 e nell’articolo di prossima pubblicazione sui Quaderni della Decrescita, ma che rinfreschiamo sin da ora a partire dalle sue parole:  La conricerca è un processo aperto in avanti (e non solo) e la sua processualità aperta è la sua modalità fondamentale. Ed anche nei suoi aspetti di ricerca e sviluppo teorico é comunque sempre un processo pratico. Aperto non solo perché comunque sempre ipotetico ed indefinito, nel suo movimento interminato, verso il futuro; ma anche perché flessibile, con margini di indeterminazione e con riprodursi continuo di alternative e quindi con una varietà almeno potenziale inestinta: da cui possa sempre riproporsi e ricercarsi e riprodursi il nuovo, ulteriore8. Questo preambolo è utile per sottolineare come oggi si aprano degli spazi e dei terreni, fisici e concreti, dentro e intorno ai quali è possibile lavorare per la produzione di una soggettività-contro che, collettivamente e in maniera processuale, sia capace di definire e agire con una prospettiva di trasformazione della gestione dei territori e, dunque, dei rapporti sociali. In questo senso, Anna Marson ha introdotto il concetto di pianificazione dei territori con riferimento all’ambivalenza di questo tema. Infatti, per concludere questo spunto teorico, come viene sostenuto da Aldo Bonomi nel suo contributo dal titoloDai distretti sociali alle bioregioni urbaneapparso nell’opera collettanea Ecoterritorialismo9: Magnaghi mi invitava a “cogliere la composizione soggettiva che viene avanti”, invitando me e quant’altri interessati a delineare tracce e pratiche di autorganizzazione sociale e comunitaria che, seppure in modo ambivalente, avessero dentro di sé istanze trasformative capaci di restituire potere alla società mettendone in discussione il destino di residuo funzionale alla logica dei flussi. Il tutto alla luce di segnali sempre più evidenti dell’inverarsi di quella tendenza dell’economia a sussumere la riproduzione sociale e la vita quotidiana secondo logiche di industrializzazione delle relazioni sociali poste sulle quali aveva a suo tempo riflettuto romano Alquati (di cui si trova traccia in Sulla riproduzione della capacità vivente umana. L’industrializzazione della soggettività, DeriveApprodi, Roma, 2021).  Lasciamo dunque la parola all’intervento di Anna Marson che, a partire dalla sua esperienza in Regione Toscana, problematizza il tema della pianificazione del territorio, dei percorsi decisionali, delle procedure semplificate, dell’assenza di qualunque forma di programmazione. Aspetti che rappresentano un terreno ambivalente all’interno del quale le realtà sociali, i comitati, le associazioni, gli aggregati territoriali sviluppano la propria “coscienza di luogo” contendendosi con le istituzioni locali, alternativamente alleandosi tatticamente a esse e/o contrapponendosi ai loro tentativi di strumentalizzazione e imposizione dall’alto, il potere di gestione del territorio in cui si vive e ci si riproduce a livello sociale.  Conosco purtroppo le strutture di governo della Regione Toscana perché nel 2010 sono stata nominata assessore regionale al governo del territorio e mi sono fatta tutta la legislatura 2010-2015. C’è una legge sul governo del territorio in Toscana che è stata più volte ritoccata e che ogni tanto viene citata col mio cognome, non come legge 65/2014, ma come legge Marson: un piano paesaggistico che tra mille polemiche ho portato all’approvazione. La cosa grave, secondo me, sono le deleghe sulla valutazione di impatto ambientale, sulla valutazione ambientale strategica, sull’energia e altre deleghe ambientali che sono state sottratte all’assessorato all’ambiente. Quest’ultimo è stato richiesto e poi effettivamente dato al rappresentante dei 5 Stelle, ma mutilato delle deleghe nominate sopra che si è tenuto il Presidente della giunta regionale.  Cercherò di parlarvi di come vedo io le procedure per l’approvazione di questi impianti, quali sono i punti deboli ma anche gli aspetti su cui forse sarebbe utile focalizzarsi per riuscire a cambiare un po’ le cose, partendo dal fatto che l’Italia è l’unico Paese europeo che, rispetto agli obiettivi fissati a suo tempo dall’Unione Europea per la transizione energetica, ha rinunciato a qualunque forma di programmazione imponendo una regolamentazione dall’alto (anche sapendo che oggi quegli obiettivi sono cambiati per la stessa EU). È un caso unico in Europa. Questo credo che dobbiamo tenerlo presente perché in tutti gli altri Paesi europei, analogamente a quanto è stato fatto in Italia, sono stati fissati degli obiettivi di quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili ma il come raggiungerli è stato concertato con diversi livelli di programmazione. In Italia, invece, il governo nazionale ha deciso che soprattutto i nuovi grandi impianti possono essere realizzati con procedure semplificate, alla faccia di tutti gli strumenti di pianificazione e di programmazione vigenti.  La Regione Piemonte, per esempio, aveva un buon piano energetico regionale, redatto qualche anno fa, ma non ha avuto la possibilità di integrare quel piano per capire come raggiungere questi nuovi obiettivi, ossia ha dovuto metterlo da parte e adeguarsi al raggiungimento degli obiettivi di energia fissati dal governo nazionale. In realtà questi obiettivi quantitativi rappresenterebbero anche un limite ai nuovi impianti perché le procedure semplificate dovrebbero applicarsi solo per consentirne il raggiungimento, ma sono in corso di approvazione e sono già stati approvati progetti per quantità di energie ben superiori a quelli dei target quantitativi fissati e di questo il Ministero dell’Ambiente sembra non tenere minimamente conto. Sull’eolico c’è una concorrenza di progetti enorme, e non tutti in aree con indici di ventosità tali da garantire la migliore efficienza degli impianti. Eppure quelli presentati in aree che non garantiscono la piena efficienza dell’impianto non vengono bloccati in attesa di capire se altri che riguardano le aree a miglior ventosità possano già essere sufficienti per raggiungere i target. Come saprete, le regioni erano state chiamate in causa ma soltanto nel precisare i criteri per le aree idonee e non idonee, distinzione carica di ambiguità perché gli impianti possono essere presentati anche per le aree non idonee. Semplicemente, nelle aree non idonee le soprintendenze, quindi gli organi locali del Ministero della Cultura competenti in materia di vincoli paesaggistici, hanno il potere di bloccare il progetto in qualche modo, di esprimere parere negativo, cosa che non vale per le aree idonee, a meno che il progetto non interessi direttamente proprio un vincolo. Dopodiché a oggi il pallino delle scelte è in mano al governo che di fatto ha ancor più centralizzato le decisioni su aree idonee e di accelerazione, anche a seguito della sentenza del Tar del Lazio che aveva bloccato le procedure per una questione amministrativa andando a invalidare parte del primo decreto aree idonee in materia di discrezionalità lasciata in mano alle regioni.  Nel 2011, in cui c’era stata una procedura analoga che aveva chiamato in causa le regioni con un tempo molto ridotto nello specificare i criteri per realizzare gli impianti di energia rinnovabile sul territorio, qualcosa di utile a volte le regioni lo avevano fatto. La Regione Toscana, per esempio, aveva dichiarato che gli impianti fotovoltaici a terra in area agricola erano ammessi soltanto se di piccola taglia e promossi direttamente dall’azienda agricola per fornire energia all’azienda stessa, anche per dare un po’ di reddito integrativo alle aziende agricole ed evitare scempi del territorio. Oggi siamo veramente in un’altra prospettiva. L’alessandrino è forse il territorio più devastato da grandi impianti fotovoltaici a terra. Questi impianti – autorizzati – producono tanta di quell’energia che la rete non è in grado di assorbire quindi stanno progettando nuovi tratti di rete, nuove cabine ma per tutta questa energia non ci sono nemmeno gli utenti, per cui stanno pianificando deidata center affinché qualcuno la utilizzi: è un cane che si morde la coda, senza via d’uscita.  Non c’è più nessun governo del territorio e da questo punto di vista le energie rinnovabili sono solo un aspetto del problema. Ho assistito qualche mese fa alla presentazione di una tesi di dottorato sulla riapertura delle miniere di terre rare in Piemonte, in montagna o territori marginali, e che in grande silenzio vengono autorizzate per progetti presentati solitamente da multinazionali che giungono anche da molto lontano. Nel caso della ricerca di dottorato, l’azienda che voleva riaprire le miniere era australiana. La strategia nazionale sulle aree interne, che già era stata rallentata e in qualche modo riportata nell’ambito delle politiche ordinarie gli anni scorsi, oggi è stata chiusa: il nostro governo nazionale ha dichiarato che i territori marginali sono “da abbandonare al loro destino”. Si è detto che tanto vale che la popolazione di quei territori non sia più in alcun modo sostenuta dalle politiche nazionali, al contrario di quanto avveniva nei secoli passati. Come ricostruito in un bel libretto di qualche anno fa dell’antropologo Annibale Salsa, pubblicato da Donzelli, per mantenere la popolazione in montagna, essenziale per garantirne la salvaguardia dei terreni e il presidio delle vie di comunicazione trasnazionali, la montagna godeva di agevolazioni particolari e chi ci viveva non solo pagava meno tasse, ma aveva delle condizioni privilegiate. Si teneva insomma conto della difficoltà di mantenere la vita in quei territori. Privilegi che oggi sono passati alle zone economiche speciali: le zone logistiche, finanziate dal governo, che anziché aiutare la montagna incentiva la devastazione di luoghi comodi per nuove attrezzature logistiche, energetiche e così via.  Attualmente, la Direttiva europea 2023/2413 (c.d. RED III) ha sostituito, rafforzandone i principi, la direttiva 2018/2001 (c.d. RED II), indicando gli impianti a fonti rinnovabili come opere di interesse pubblico prevalente (dalle aree idonee si passa alle aree di accelerazione). È ancora presto per tirare un bilancio, specie delle scelte di implementazione in Italia: se da una parte pare ci sia attenzione alle aree protette e di valore naturalistico, e che alle Regioni sia restituita sovranità di decisione, dall’altra si spinge (ai vari livelli istituzionali EU, Stato, Regione) su quelle considerate “zone di sacrificio”, a scapito di bonifiche e rispristino, e per tempi amministrativi ridotti, che rischiano di portarsi dietro una ulteriore estromissione delle possibilità decisionali dei territori (in Piemonte, per esempio, si va dai dodici mesi d’attesa per le autorizzazioni oltre ai 150kW di potenza ai sei mesi in caso di installazioni sotto i 150 kW). Io credo che si debbano rivendicare con forza delle politiche diverse, il rispetto della programmazione, un rinnovo della programmazione che deve coinvolgere i cittadini, gli enti locali, e tutti i soggetti che vivono i territori. E quindi penso che sia possibile anche trovare degli alleati nelle amministrazioni locali, dove c’è qualcuno che ragiona ancora con la propria testa e che non dipende soltanto dagli interessi estranei. La Toscana è caratterizzata dalla specificità  e dalla cultura dei suoi territori. L’alternativa di governo di questa regione, un po’ diversa da altre parti d’Italia, era data da tante esperienze di rapporto tra comunità e amministratori locali, ed è proprio su queste specificità di governo locali che bisognerebbe far leva. Io credo che dovremmo rimettere a fuoco quello che fanno i politici, le politiche con cui governano il territorio e dovremmo ricostruire delle competenze su come si può governare diversamente.  La storia sta andando in direzione opposta. Negli anni 2000 l’Unione Europea sembrava dar spazio alle regioni nel tentativo di superare gli stati nazionali e di costruire un’Europa federata anche dal punto di vista politico delle regioni. Siamo tornati invece a riportare in vita gli stati-nazione, di nazione per la difesa, di politiche di guerra, una concezione ottocentesca che speravamo superata. E sappiamo oggi quanto purtroppo in Europa, in Italia ancora di più, nonostante queste nuove politiche o forse anche a causa di esse il malessere economico e i divari sociali stiano aumentando. In conclusione dunque, riprendendo le parole di Alquati:  contro-formazione oggi è innesco di processi di una nuova contro-mutazione antropologica, anche culturale, mediante contro-trasformazione di soggettività di agenti umani in ri-soggettivazione, e non solo di soggettività macchiniche, ed in una combinazione attiva con queste (soggettività dei mezzi) ed in un contesto in movimento. L’ambivalenza rimane il cuore della contesa: la scelta sta nel rendere disponibili le proprie capacità e competenze per essere espropriate nel processo di valorizzazione del capitale, oppure scegliere di agire in maniera da riappropriarsi di conoscenze e capacità in senso autonomo. Nelle pagine che seguono tracciamo una prospettiva, insieme a chi ha organizzato, partecipato, e si è confrontato con noi nelle giornate A difesa dell’Appennino10,  a proposito di piste vive di lavoro e di cooperazione che guardano a mobilitazioni e a percorsi di indagine e approfondimento in merito alla speculazione energetica nel territorio toscano.  2. CAPITOLO “OGGI”      LE LOTTE “ATTUALI”  SOLE La piaga del fotovoltaico industriale è una storia di accaparramento dei terreni e trasformazione della loro vocazione, una storia di ribaltamento delle priorità che per lungo tempo hanno armonizzato paesaggio e cultura. Quei vincoli che prima erano dei paletti obbligatori per i residenti, che dovevano preservare il paesaggio agreste tipico delle campagne toscane, sono stralciati da progetti di monoculture di pannelli. Il nostro viaggio inizia in uno dei paesi colpiti da questa trasformazione che mina non solo il paesaggio ma anche la storia, la tradizione e la cultura degli abitanti di un territorio.  Siamo state alla Piana di Mommio a visitare Anna, componente del Comitato dei cittadini di Piano di Mommio: no al fotovoltaico sul suolo nei terreni agricoli, che ci ha raccontato della loro attivazione in risposta al progetto calato sulle loro teste. Massarosa, comune di circa 20.000 abitanti nella provincia di Lucca. La “Valle Verde”: così, fino a pochi mesi fa, gli abitanti della zona chiamavano questo territorio. Una distesa agricola, vecchi casolari dell’Ottocento, il profilo delle colline sullo sfondo e un terreno fragile, umido, modellato dai rapporti agricoli con la terra. Oggi, chi si affaccia alla finestra vede un’altra immagine: file di pannelli fotovoltaici, una selva di ferraglia al posto dei girasoli. Incontriamo Anna del comitato cittadino nato spontaneamente negli ultimi mesi, composto da una quindicina di residenti tra Massarosa e il vicino comune di Camaiore. Ci accompagna lungo i campi trasformati in cantiere. “Qui”, dice, “la Valle Verde è diventata la Valle Pannelli”. Il comitato si è costituito quando i residenti hanno iniziato a collegare i segnali sparsi che arrivavano tramite passaparola. La scintilla scatta il 10 dicembre 2023: Anna ricorda di essersi messa immediatamente in contatto con il Comune per capire cosa stesse accadendo. Dall’altra parte, però, le risposte sono vaghe, poco rassicuranti. Per settimane cala un silenzio sospeso, un immobilismo ufficiale che non convince del tutto.  Dopo le prime rassicurazioni del vicesindaco infatti, nel febbraio 2024 il progetto viene valutato come conforme e approvato per poter essere attuato. Il comitato si è da subito attivato per frenarne l’avanzata tramite interpellanze al sindaco, formazioni con gli esperti, osservazioni, PEC in cui si descrivono le varie criticità. Poi, il 10 febbraio 2024, il quadro cambia all’improvviso: il vicesindaco chiama Anna e le comunica che la società proponente ha presentato tutta la documentazione necessaria. «Non si può fare più nulla», le dice. È così che il progetto prende forma nella sua dimensione reale: un impianto fotovoltaico di due ettari e mezzo a ridosso delle abitazioni di Massarosa. Il comitato decide allora di chiedere un incontro urgente con il sindaco. Quel pomeriggio, entrando nella sala comunale, si trova davanti l’intera giunta, compreso l’ufficio tecnico. È in quel momento, racconta Anna, che si alza il coperchio e la vicenda mostra tutta la sua complessità. Oggi i cittadini denunciano una trasformazione radicale del paesaggio: da un campo di girasoli a un’area fitta di strutture metalliche, visibili a pochi metri dalle loro finestre. Una presenza ingombrante che ignora la vicinanza delle abitazioni,  una distanza ravvicinata che rimane infatti  uno dei punti più contestati. Ci spiega: “Qui vive una famiglia con due bambini. E’ assurdo che la normativa italiana non preveda una distanza minima”. La legge in materia di impianti rinnovabili parla di vicinanza a zone industriali e alla viabilità ma niente afferma per quanto riguarda la vicinanza alle abitazioni. Gli impatti legati alla prossimità a un impianto di tale portata, anche se non ancora certificati, possono esistere: già alcuni studi di importanza minore provano l’esistenza di conseguenze sulla salute umana, legate non solo alla presenza dei pannelli ma anche alle cabine di accumulo, parte dell’insieme del progetto. Il comitato ha chiesto quindi ad alcuni parlamentari di presentare un emendamento specifico che andasse a ricoprire questa mancanza giuridica: la distanza tra un impianto industriale e una casa dovrebbe essere almeno di 500 metri.  C’è poi un problema non di poco conto legato alla strada, un incrocio già pericoloso di per sé, percorso da studenti e lavoratori: i camion si fermano in mezzo alla carreggiata per scaricare i materiali. “La sicurezza dei cittadini viene considerata sempre l’ultimo tassello quando si guarda più agli interessi economici dei privati che creano questi scempi”. Camminando lungo il perimetro del cantiere, ci accorgiamo che qui l’acqua ristagna. “Ora c’è un acquitrino. Noi, per costruire o ristrutturare le case abbiamo dovuto fare rilievi con l’ingegnere idraulico, mettere tutto a norma. Loro invece non hanno chiesto niente. Sembra che ci siano due pesi e due misure. Viene giustificato in nome del green, che green poi non è”. Il terreno è stato preso in affitto a 500 euro al mese: 6.000 euro l’anno per trent’anni. “Cinquecento euro oggi non valgono niente. Figuriamoci tra dieci anni. E siamo sicuri che queste società esisteranno ancora?”. Chi vive qui teme di perdere ciò che ha costruito negli anni: il valore delle case, le attività agricole, una fattoria appena avviata, i campi coltivati.  Le preoccupazioni dei residenti riguardano anche la solidità della società che gestisce l’impianto. Spesso in questi casi si tratta di aziende con capitali sociali minimi, che accedono a finanziamenti pubblici legati al PNRR, realizzano gli investimenti e poi lasciano le comunità locali senza reali garanzie. Nei contratti è previsto lo smantellamento dell’impianto a fine ciclo ma – in caso di fallimento della società – le clausole resterebbero solo sulla carta. Se la stessa non dovesse più esistere, nessuno si assumerebbe la responsabilità di rimuovere le strutture, lasciando sul territorio una distesa di ferraglia destinata a restare indefinitamente, con il rischio che saranno poi gli stessi residenti a dover pagare direttamente lo smantellamento. Anna e il suo comitato si chiedono: “Se un domani dovesse succedere che una di queste società fallisce, chi è che va a smantellare tutto questo impianto, tutta questa ferraglia?” Ma chi c’è veramente dietro questa società? Una serie di scatole cinesi che portano a una scoperta che fa rabbrividire. Dal cartello all’entrata nel cantiere le società interessate all’installazione dei pannelli risultano essere Sunprime Solar Belt con sede a Milano, un’impresa esecutrice sempre collegata a Sunprime e un’impresa subappaltatrice SE.CO. srl. Entrambe le aziende Sunprime hanno capitale sociale di 10 mila euro con socio unico (a fronte di un valore dei lavori di 1 milione e mezzo di euro), hanno identica sede allo stesso indirizzo e fanno parte di una stessa holding. Dalla visura camerale infatti risulta che la Sunprime Holdings srl abbia un capitale sociale di 17.123.300,00 di euro, un presidente del CDA israeliano e che abbia raccolto oltre 90 milioni di euro di equity da Nofar Energy, una società internazionale di energie rinnovabili quotata alla borsa di Tel Aviv e da Noy Fund, il più grande ed importante fondo infrastrutturale israeliano. “Io dico che qui c’è il sangue di qualcuno”. Anna ci racconta le sue ricerche per approfondire la struttura della società che sta realizzando l’impianto, scoprendo legami con capitali israeliani. Una scoperta che ha aggiunto un ulteriore livello di coinvolgimento emotivo e politico alla protesta: sulla strada è comparsa una bandiera palestinese  La riunione organizzata in autunno per informare la cittadinanza in paese, ha preso però atto del messaggio fatto passare dall’amministrazione comunale, secondo cui l’opera fosse ormai inevitabile. Il 6 ottobre, a sorpresa, Anna e il comitato hanno cominciato a vedere installare nel campo le reti arancioni, i cartelli e quindi l’effettiva apertura del cantiere. Nessuna figura istituzionale si è mossa per raccogliere le loro valide ragioni. Intanto il terreno ormai dilaniato subisce il peso delle forti piogge di questa settimana: non è più quello di prima e appare massacrato da ruspe e camion ma non per questo Anna e i suoi compagni si sono arresi, continuando a farsi vedere e sentire. La mobilitazione continua, fino all’ultimo pannello posato. Hanno scritto articoli per la stampa locale, affisso striscioni lungo le strade, realizzato manifesti più volte rimossi e poi nuovamente esposti. Per il comitato la battaglia non è più soltanto contro un impianto fotovoltaico ma contro un’idea di sviluppo calata dall’alto, priva di garanzie e scollegata dalla vita quotidiana di chi abita questi luoghi.  A rendere ancora più evidente questo scollegamento è il confronto con ciò che manca. “Ci mancano le cose essenziali per vivere. Non ci sono le fognature”. I servizi primari non sono mai realmente arrivati e non c’è interesse a investire sulle infrastrutture di base. È un paradosso: mentre si autorizza un impianto energetico green, restano irrisolti bisogni elementari come la rete fognaria. Una sproporzione che rafforza la convinzione di abitare un territorio considerato utile solo quando può generare profitto, ma marginale quando si tratta di garantire servizi fondamentali. A rafforzare la sensazione di un intervento imposto è anche l’assenza di risposte sul destino dell’energia prodotta. Anna racconta di aver chiesto al Comune quale sia il reale fabbisogno energetico di Massarosa e quanta elettricità dovrebbe generare l’impianto, senza ottenere dati chiari. L’area interessata oggi è di due ettari e mezzo ma il rischio è che si estenda anche su altre zone. Anna, concludendo, si chiede: “Porterò i bimbi a vedere i campi o li porterò a vedere i pannelli?” L’agrivoltaico e il fotovoltaico dilagano anche sul resto della regione: un’altra area fortemente colpita è la Val di Cornia. Marco, giovane agricoltore del territorio, racconta l’assalto che le aziende stanno mettendo in campo per accaparrarsi quest’area, nota per essere una delle più fertili e quindi adatte alla coltivazione, in quanto pianura alluvionale. Una zona da sempre a vocazione agricola, soprannominata anche Orto della Toscana. La Val di Cornia, ci spiega Marco, è una pianura costiera collocata di fronte all’isola d’Elba, qui sono diversi i progetti che minacciano il territorio: 350 ettari tra fotovoltaico, agrivoltaico e pale eoliche. Attualmente sei progetti di eolico sono già stati costruiti sul lungomare e a questi se ne dovrebbero aggiungere un’altra ventina. Una colonizzazione del paesaggio che prosegue nell’entroterra preso d’assalto dalle aziende energetiche, vista l’assenza di aree protette o siti di interesse. Aziende che considerano quest’area a completa disposizione per progetti di rinnovabile industriale nonostante la Val di Cornia rappresenti un territorio di immenso valore, pur senza l’esistenza di riconoscimenti formali in tal senso.  Marco, insieme a Serena e Francesco, ha raggiunto l’assemblea a Villore, tutti e tre fanno parte del Comitato Terre di Val di Cornia che si batte contro questi progetti e contro le procedure per la loro attuazione, tra cui quelle di esproprio. Sebbene per i progetti fotovoltaici l’esproprio sia consentito solo per opere annesse o cavidotti, è invece consentito sempre per l’eolico, dove le procedure da addizionare sono tantissime. Attraverso osservazioni e sensibilizzazione tra la popolazione il comitato informa e inchiesta per frenare gli immensi impatti che provocherebbero i progetti che giorno e notte continuano ad essere proposti nella zona. VENTO L’aggressione selvaggia alle aree interne continua anche in altre zone della Toscana e viene portata avanti nei luoghi in cui persistono, nella complessità, altre attività agricole: terreni difficili da lavorare, ma comunque preziosi, incastonati nell’Appennino Tosco Romagnolo. Una zona particolarmente colpita da progetti di eolico industriale è quella del Mugello, conosciuto per la sua bellezza, biodiversità, per le marronete e le reti idrografiche. Sono questi crinali i custodi di acqua pura, la poca ormai rimasta, vista la situazione della Regione Toscana che presenta una qualità delle acque degradata. È in queste località che sorge il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi che, nonostante sia un’area protetta riconosciuta, sta subendo la devastazione dei propri crinali.  Fabrizia fa parte, con il Comitato Tutela Crinale Mugellano, dellaCoalizione ambientale TESS. Il coordinamento raccoglie 140 soggetti tra comitati e associazioni nel territorio e collabora con numerosi enti tra cui ISPRA, ENEA e il CNR per proporre una pianificazione energetica senza consumo di suolo, devastazione ambientale e senza la perturbazione di terreni rurali, agricoli o di sistemi naturali. Da più di 5 anni i comitati di cui fa parte Fabrizia, ilComitato Tutela del Crinale Mugellano, iComitati territoriali uniti del Mugello e, più recentemente, il Comitato Crinali Liberi Londa, insieme alla Coalizione TESS, nata nel 2024, si battono per difendere queste aree. A Villore dove sono già cominciati i lavori per un impianto eolico industriale, il disastro è davanti agli occhi di tutti. A questo scempio già in atto si è appena aggiunto un nuovo progetto che dovrebbe sorgere a Londa, porta di accesso del Parco delle Foreste Casentinesi. Le pale si troverebbero a 800 metri dal parco protetto e la loro costruzione è stata presentata ad agosto da Hergo Renewables ENI, senza che la popolazione ne fosse informata in precedenza. Proprio il giorno dell’assemblea, il 22 novembre, il comitato nato per salvaguardare queste aree, Comitato Crinali Liberi Londa, ha presentato una lettera aperta in cui afferma che, ancora prima della pubblicazione del progetto da parte della Regione, erano già iniziati gli avvicinamenti con i vari proprietari per la proposta di vendita dei terreni senza rivelare la finalità. Ciò consente di avere meno opposizione e di avere già disponibili i terreni necessari all’installazione delle pale, prima ancora dell’approvazione del progetto in cambio di benefici economici e monetari. Nelle settimane successive al nostro incontro i comitati hanno continuato a mobilitarsi e si è tenuta un’assemblea pubblica a Rincine, giovedì 18 dicembre, a cui è stato invitato il Sindaco per presentare il progetto di impianto industriale eolico Londa. Durante l’assemblea, come viene riportato nel comunicato conclusivo, la popolazione ha espresso piena contrarietà all’impianto eolico, mentre il Sindaco ha ribadito di non essere contrario per preconcetto e di voler trattare con la società eolica Hergo Renewables ENI per le compensazioni. Gli interventi dei partecipanti hanno denunciato la mancanza di una tempestiva informazione e il coinvolgimento della popolazione, in quanto il Sindaco affermava che “dalla presentazione della documentazione ad agosto fino alla pubblicazione del progetto, a dicembre, non se ne poteva parlare”. La popolazione intervenuta ha manifestato contrarietà al progetto sottolineando: * il grande e irreversibile impatto ambientale sul crinale per il progetto eolico che prevede 6 pale alte 200 metri da Croce ai Mori alla Consuma; * l’inconciliabilità e l’incompatibilità di Londa, comune del Parco, con l’industrializzazione dei crinali confinanti con il Parco Nazionale Foreste Casentinesi, che si è espresso contrario all’impianto eolico in sede formale deliberativa e in modo pubblico sulla sua pagina Facebook ufficiale; * la svalutazione ambientale, sociale ed economica del capitale naturale di Porta di accesso al Parco Nazionale; * la distruzione del paesaggio, che annichilisce l’attrattiva turistica su cui le varie amministrazioni negli anni hanno puntato come volàno di sviluppo; * l’inquinamento acustico e visivo dell’impianto in prossimità di abitati e agriturismi; * la compromissione di attività legate a turismo, accoglienza, ristorazione e produzioni locali.  A conclusione dell’assemblea, alcuni interventi hanno richiesto al Sindaco e all’Amministrazione di “opporsi decisamente all’industrializzazione eolica dei crinali di Londa” o di dimettersi. Condividiamo un’ulteriore riflessione esposta da Fabrizia durante l’assemblea, che ci sembra rilevante per riflettere insieme su come vengono concepite le aree interne e sul perché vale la pena lottare per sfatare alcuni miti inventati dalle lobby ambientaliste e delle rinnovabili: I territori selezionati sono quelli dove credono ci sia meno resistenza, come quelli dell’Appennino, dove gli insediamenti abitativi sono scarsi, le cosiddette aree interne che loro chiamano marginali. Territori definiti disabitati o abbandonati (vedi le affermazioni di Legambiente e altre eco-lobby), a torto. Territori definiti senza futuro, quindi ritenuti adatti all’industrializzazione, dove l’unico benessere che può arrivare è in termini di soldi a queste comunità ormai ritenute condannate e destinate al non futuro. Noi pensiamo tutto il contrario. Sappiamo bene che le persone che abitano queste aree sono persone rimaste o che ritornano alla montagna, che faticano a vivere e quindi non hanno grandi mezzi o risorse per opporsi a differenza di altri territori. Dove ci sono grandi proprietà, grandi ville, personaggi famosi, i mezzi per opporsi non mancano, per cui quelle zone non vengono neanche considerate. L’altro lato della medaglia, come sottolinea Marco, è che i progetti di pannelli non li fanno, come originariamente dicevano di voler fare, sui terreni degradati, incolti, marginali, ma al contrario sui terreni più comodi.  I terreni più comodi sono quelli in piano, i terreni in piano sono quelli più fertili, come ad esempio in Val di Cornia. In quella zona il suolo è diviso in otto classi, dalla 1, quella dei terreni più fertili perché polivalenti, che non hanno problemi di inquinamento, di struttura, fino alla classe 8 dei terreni in alta montagna, terreni più poveri, difficili da lavorare. La nostra zona, la Val di Cornia, ha questa benedizione di avere quasi solo suolo di classe 1 e in Toscana sono poche queste aree. L’insediamento dei pannelli è possibile perché questi proponenti molto ricchi arrivano su zone agricole impoverite da un sistema che sta facendo scomparire letteralmente la produzione agricola. Arrivano dei personaggi che dopo aver riempito le zone di Battipaglia nel sud o piuttosto zone intorno a Bergamo di serre, che fanno diventare veramente delle pianure come Almeria, questi mari di plastica, arrivano in zona e comprano tutto. Questa è una conseguenza e magari anche un fattore di accelerazione di un fenomeno molto più grave e molto più profondo che è il fallimento totale dell’agricoltura, su cui torneremo più avanti. E’ importante però sottolineare il paradosso narrativo di chi propone/impone i progetti, siano essi eolici o fotovoltaici, che di fatto rende idoneo qualsiasi terreno: che si tratti di montagna o di pianura ci sarà un impianto adatto a quel territorio che dovrà adeguarsi alla speculazione energetica.  ACQUA  Nel nostro percorso di avvicinamento alla due giorni nell’Appennino abbiamo fatto tappa a Empoli, dove Edoardo e Gabriele, due attivisti studenti universitari, ci hanno raccontato del fermento che la anima focalizzandosi sul Comitato Empoli del Sì, nato al fine di sostenere il Sì al referendum comunale tenutosi il 9 novembre 2025 per l’abrogazione della delibera con cui il Comune ha aderito al progetto Alia Multiutility Plures.  Per comporre il quadro del territorio un’ulteriore risorsa sotto attacco in Toscana è infatti proprio l’acqua, oltre al sole e al vento. Una storia che intreccia temi importanti come la finanziarizzazione delle risorse naturali, la privatizzazione dei servizi pubblici, gli interessi che muovono i partiti che nelle amministrazioni locali dovrebbero tutelare la cittadinanza. Ci racconta anche di un’attivazione inedita, in una cittadina come Empoli che ha portato sino alla costruzione di un Referendum comunale, creando un precedente interessante di presa di protagonismo della popolazione.  In un bar nei pressi dell’Università di Empoli i ragazzi ci raccontano che il progetto della multiutility toscana quotata in borsa nasce nel 2022 all’interno del Partito Democratico e che inizialmente si propone addirittura di avere una portata regionale (una multiutility che gestisca i servizi di tutta la regione) ma che nella realtà a oggi ha visto l’adesione delle “sole” province di Prato, Firenze (tra cui Empoli con un ruolo importante), Pistoia, ed alcuni comuni nell’aretino. L’intento era quello di creare una grande società, una grande holding finanziaria, che raggruppasse al suo interno tutte quelle aziende che in precedenza gestivano individualmente i servizi pubblici essenziali. Nello specifico i tre settori coinvolti sono quelli dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia. Lo sviluppo di questa multiutility parte dalla decisione da parte dei comuni delle tre province di fondere le società che gestivano i servizi in questione sui loro territori in Alia S.p.A., società mista pubblico-privata che già gestiva i rifiuti nelle tre province coinvolte. La società ha poi preso il nome di Plures S.p.A. Nonostante la grande importanza del tema trattato, in questi anni l’informazione nei confronti della cittadinanza dei comuni coinvolti è stata pressoché nulla. “A Empoli si è riusciti a fare un po’ di informazione locale anche sulla scia della recente lotta contro il gassificatore e grazie alla presenza di vari comitati nati negli ultimi anni, uno su tutti Trasparenza per Empoli, e di realtà politiche che hanno una conoscenza molto approfondita di certi argomenti e sono pertanto in grado di spiegare le contraddizioni di certi progetti”, come ci racconta Edoardo.  La prima contraddizione riscontrata riguarda l’obbligo di gara per il servizio idrico: il progetto della multiutility va infatti a scontrarsi con l’esito del referendum abrogativo del 2011 che abrogava appunto la legge del governo Berlusconi riguardante l’obbligo di gara per l’acqua. Plures è stata invece presentata in maniera propagandistica e mistificata, spacciata per una società pubblica sebbene non rientrasse nel modello di gestione in house nonostante l’intero capitale pubblico iniziale, proprio perché destinata da statuto alla sua quotazione in borsa, e quindi soggetta all’obbligo di gara per ottenere i servizi. I modelli di gestione dei servizi pubblici sono fondamentalmente tre: quello interamente privato, individuato tramite gara, il mix pubblico-privato in cui un privato, individuato sempre tramite gara acquisisce una quota della società pubblica e la gestione del servizio con una scadenza predeterminata, e il modello in house. Come più volte spiegato dal Comitato Empoli del Sì, l’in house è l’unico modello di gestione realmente pubblica possibile a oggi in Italia, in cui i comuni sono proprietari al 100% ed esercitano un controllo totale sulla società, che fornisce servizi solo sui loro territori. Questa forma di gestione consente pertanto un affidamento diretto del servizio senza passare da una gara a livello europeo obbligatoria per tutte le altre forme di gestione, con il conseguente rischio di affidamento a un’azienda interamente privata e aliena al nostro territorio. Per l’esattezza, anche l’in house è una società di diritto privato, motivo per cui negli anni il Forum dei Movimenti per l’acqua ha chiesto anche attraverso proposte di legge che fosse ripristinata, come accadeva in passato, la possibilità di gestire i servizi anche attraverso società di diritto pubblico come le aziende speciali o le municipalizzate, su cui il controllo democratico era ancora più forte. Tuttavia il referendum del 2011, così come le proposte di legge, non è soltanto rimasto inascoltato, ma anche attivamente tradito attraverso una costante pressione nei confronti dei comuni affinché questi mettessero a gara i servizi pubblici locali, introducendo vincoli all’accesso ai fondi pubblici o come accaduto durante il governo Draghi nel 2022 che ha imposto più stringenti obblighi di motivazione laddove non  si ricorra al mercato. La multiutility, come specificato all’interno della delibera che si intende abrogare con il referendum, ha come obiettivo ultimo la quotazione in borsa, perseguendo in tal modo lo stesso modello delle altre grandi multiutility presenti in Italia: Iren, Acea, A2A, Hera. Un modello di natura fortemente antidemocratica che porta alla creazione di vere e proprie arene decisionali inaccessibili ai comuni più piccoli o ai consiglieri comunali anche dei comuni più grandi, come avvenuto a Firenze dove a un consigliere comunale è stato negato l’accesso ai contenuti di un consiglio d’amministrazione della società gestore. Altro punto da sottolineare è la suddivisione assolutamente diseguale delle quote al suo interno, con Prato e Firenze che da sole ne detengono la stragrande maggioranza, escludendo quindi i piccoli comuni dal potere decisionale.  Osservando questi modelli di gestione liberista la tendenza che si rileva in generale è la costituzione di società miste tra pubblico e privato, dove quest’ultimo detiene solitamente il 30-40% della partecipazione ma prevale di fatto quando si tratta di scegliere le politiche aziendali. Queste società hanno infatti come obiettivo principale da statuto quello di generare e dividere utili: la loro natura è fortemente privatistica, cioè orientata al profitto e il meccanismo per raggiungere l’obiettivo è il ricarico della tariffa sulle tasse dei cittadini). Il regime tariffario di questi servizi, il full cost recovery, impone in ogni caso di ripagare i costi di gestione e di investimento tramite la bolletta, a cui però si aggiungono gli utili per gli azionisti, siano essi i comuni o i privati. Gli oneri di sistema introdotti in tariffa servono appunto a questo: importi che non corrispondono a un servizio offerto, bensì a una tassa occulta aggiuntiva che in proporzione alle quote detenute viene divisa tra soci pubblici (i comuni) e privati, tra l’altro neanche progressiva (una sorta di flat tax aggiuntiva). E Gabriele aggiunge ancora: “il tema con cui abbiamo cercato di sensibilizzare le persone è il rischio legato a una svendita di settori strategici anche per la crisi ambientale – energia, rifiuti, acqua – a una società che in futuro verrà quotata in borsa. Perché la domanda da porci è sempre la stessa: questi soggetti penseranno all’ambiente, magari incentivando la raccolta differenziata, oppure penseranno a far profitto? A titolo di esempio, per una società del genere bruciare rifiuti per generare energia sarebbe l’ideale, tant’è che tra gli obiettivi di una delle società fondatrici di Plures c’è la creazione di un inceneritore, presentato però come pirogassificatore o distretto circolare, termine che lo rende più attraente con il suo falso alone di economia circolare, no?”. I più giovani del comitato hanno anche cercato di coinvolgere la mobilitazione per la Palestina, proponendo una riflessione sulla connessione tra la multiutility e l’economia del genocidio, resa ancor più evidente dal fatto che il presidente di Estra, una delle società controllate dalla multiutility, Francesco Macrì fa parte anche del consiglio d’amministrazione della Leonardo S.p.a.     In termini assoluti il risultato del referendum comunale non ha raggiunto l’obiettivo sperato in quanto il numero di partecipanti è stato all’incirca il 30% dei residenti di Empoli, tra i quali il “sì” è stato praticamente il voto assoluto. E’ comunque un risultato che va valutato anche tenendo conto dell’assenza di informazione istituzionale e del boicottaggio sistematico da parte del Comune (dimezzamento dei seggi elettorali e loro accorpamento, seggi senza ingressi segnalati o con strada non illuminata, organizzazione di eventi in città la domenica del voto, zero comunicazione sui social comunali), di un’amministrazione di “centro-centro-centro sinistra” che pur sollecitata più volte non ha mai preso posizione sul quesito referendario. Non ultimo il parere negativo sull’accorpamento del referendum alle elezioni regionali, richiesto dal comitato, che avrebbe incentivato la partecipazione democratica e diminuito la spesa. Nella pratica dunque l’unica fonte di informazione attiva in città durante i due mesi di campagna referendaria è stato proprio il Comitato del Sì, un gruppo nato da poche persone che via via si è ampliato ma dotato di mezzi e risorse limitati; a ogni buon conto una piccola realtà che si è spesa fino alla fine. Una vittoria del “Sì” avrebbe comportato per il comune di Empoli, al momento della quotazione in borsa della multiutility, la possibilità di uscire riavendo indietro i capitali conferiti e optare per un altro modello di gestione. Così purtroppo non è accaduto ma c’è di più: una dichiarazione rassicurante del sindaco, post referendum, in cui si dichiarava da sempre contrario alla privatizzazione dell’acqua e alla futura quotazione in borsa, richiamando una delibera approvata frettolosamente prima del referendum che impegnava il sindaco stesso a votare in modo contrario nel Cda di Plures. Una dichiarazione goffa e creata ad arte per confondere: nella realtà è facile immaginare quanto poco possa contare il Comune di Empoli col suo misero 3% di quote in un’assemblea dei soci contro colossi come Prato e Firenze. Resta il fatto che argomenti molto tecnici come questi creano una certa difficoltà di divulgazione e si prestano bene a essere depoliticizzati per fare falsa informazione. Alcune note positive in questa faccenda però sembrano esserci perché proprio nei giorni in cui ci siamo incontrati è trapelata la notizia che l’Autorità Idrica Toscana sembrerebbe voler prorogare di un anno la concessione a Publiacqua della gestione del servizio idrico nella Conferenza dei servizi, nell’ottica di costituire in seguito una società in house scongiurando così il pericolo della gara. “Noi non ce lo aspettavamo davvero!”, ci spiegano i due attivisti, “è stata una grossa sorpresa. Evidentemente la consulta referendaria ha smosso qualcosa ai piani alti, sebbene non si sia vinto”.  Un altro segnale di cambiamento sembra poi toccare anche il Partito Democratico empolese “renziano di destra”, se si pensa che all’ex sindaca di Empoli, Brenda Barnini, nonostante i 10mila voti presi alle elezioni regionali, non sia stato dato l’assessorato (lei era tra le maggiori fautrici del progetto multiutility, difendendolo a spada tratta adducendo che la quotazione in borsa era un cambiamento assolutamente migliorativo). Lascia ben sperare poi anche il fatto che ci siano altri comuni che si stanno mobilitando chiedendo consigli al Comitato del Sì in merito al referendum comunale, uno strumento a oggi ben poco usato. Da questo momento il comitato si propone di svolgere una funzione vigilante sui prossimi sviluppi mantenendo però attiva la protesta perché, fermo restando i recenti segnali positivi, per poter realmente costituire una società in house dovranno essere apportati cambiamenti strutturali a livello di statuto della multiutility.  Nel congedarci con Edoardo e Gabriele riflettiamo su alcuni punti che questo incontro ci ha fornito. Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte a un progetto calato dall’alto, privo di informazione ai cittadini e coronato dal boicottaggio di uno strumento democratico quale è il referendum: un’ulteriore testimonianza del distacco ormai creatosi tra rappresentanza politica e cittadinanza. Constatiamo inoltre la tendenza contemporanea verso uno spudorato tentativo di imporre un processo di finanziarizzazione delle nostre vite, uno step over rispetto alla semplice concessione (più o meno temporanea) al privato: qui si arriva alla (s)vendita definitiva di pezzi delle società a gruppi finanziari. Progetti dunque voluti dai colossi della finanza, quegli stessi che controllano le altre grandi multiutility quotate in borsa in Italia (Black Rock, Vanguard, State Street) generando enormi utili. L’esperienza di Empoli ci mostra però anche un’altra cosa: il senso di comunità venutosi a creare in città dopo le proteste di qualche anno fa contro il gassificatore, è stato un fattore determinante per la crescita di un sentimento di appartenenza popolare dal basso. Il referendum, le mobilitazioni per Gaza degli ultimi mesi, l’interesse mostrato da alcuni comuni limitrofi nei confronti del fermento cittadino, la continua nascita di nuovi comitati e il recente impegno nel contrasto al consumo di suolo legato alla “rigenerazione urbana” gravitante attorno allo stadio, sono tutti elementi interconnessi tra loro. Un territorio nel quale un’importante singola lotta (contro il gassificatore) ha funto da apripista nello sviluppo di una motivazione popolare, radicando realtà cittadine che hanno sviluppato competenze e in questi ultimi anni hanno svolto un grande lavoro politico. La condivisione di saperi e di esperienze delle singole lotte all’interno dei territori al fine di dare maggiore voce e forza alle ragioni di tanti No è una direzione da seguire.  “Da gocce a fiume per far salire la marea”, il tema dell’acqua ritorna durante il viaggio avvicinandosi al Mugello e coloro che hanno seguito e continuano a seguire le vicende delle gallerie costruite per le linee ferroviarie Alta Velocità in Val di Susa ricorderanno la situazione del Mugello, in Toscana, dove i lavori hanno causato il prosciugamento definitivo di torrenti e sorgenti. Vennero infatti prosciugati 81 corsi d’acqua, 37 sorgenti, una trentina di pozzi e cinque acquedotti. È il lascito della Tav del Mugello, 73.3 km di binari sotto gli Appennini che collegano l’Emilia Romagna e la Toscana, come riporta un articolo del 2019 di Radio Città Fujiko11. Suggeriamo la visione del documentario realizzato da IDRA12, Associazione di cittadini che negli anni ha portato avanti l’opposizione all’Alta Velocità in Mugello.  TERRA  Gli impatti sull’ecosistema del territorio  Gli impatti di cui si parla, molto spesso sono quelli che riguardano il paesaggio, le trasformazioni della viabilità, la mancanza di servizi, l’attacco alla biodiversità.  Ne hanno fatto accenno gli interventi di Anna di Pian di Mommio, in particolare sollevando la questione delle trasformazioni del paesaggio non solo per una volontà di conservazione estetica, quanto più per le conseguenze concrete che queste possono apportare alle risorse del territorio che permettono la vivibilità: ad esempio al turismo, questione che assume priorità per chi abita le coste toscane, in particolare la Versilia. E’ stato anche sottolineato il doppio standard che viene messo in campo dalle amministrazioni locali: quando si tratta di trasformazioni al paesaggio, le eredità storiche e archeologiche non rappresentano un ostacolo alla speculazione energetica, mentre i cittadini, giustamente, devono rispettare ogni vincolo paesaggistico e architettonico in cui si inseriscono con le proprie abitazioni.  Il lavoro che viene portato avanti dai Comitati dei Crinali insieme alla Coalizione TESS poi rappresenta un prezioso contributo in merito agli effetti sulla biodiversità e sugli ecosistemi. Uno dei momenti in cui si è dato ampio spazio a questi temi è stato il convegno L’industrializzazione eolica dell’Appennino da loro organizzato a Castagno d’Andrea, vicino San Godenzo. Le criticità per l’avifauna, in particolare per le aquile reali che popolano i crinali mugellani, hanno costituito il cuore del convegno. Fabio Borlenghi, esperto di aquile reali e segretario dell’Associazione Altura, interviene durante la carrellata di esperti che si sono messi a disposizione della mobilitazione del comitato sottolineando la giustificazione con la quale la Regione Toscana avrebbe autorizzato il progetto eolico Badia del Vento sul crinale di Monte Loggio nell’Alta Valmarecchia. La ditta proponente infatti parla di mitigazione per rispondere alla problematica relativa a una delle cause di mortalità additiva per le specie di uccelli protetti come l’aquila reale, ossia la collisione fatale con le pale eoliche, sostenendo che le stesse si fermerebbero in un certo intervallo di tempo se venissero avvistate aquile reali in avvicinamento.  Oltre alla criticità per l’avifauna, nel contributo delle Esplorazioni di Confluenza13 si ricostruisce parte della storia del territorio e si evidenziano i rischi per la biodiversità grazie all’intervento di Carlo Visca, grande conoscitore del Parco Nazionale Foreste Casentinesi e guida al Centro Visite del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna di Castagno d’Andrea.  All’interno del dibattito complessivo sugli impatto dei progetti di energia rinnovabile su scala industriale pochissimo spazio viene dato al tema, seppur centralissimo, delle mafie e degli interessi di certe aziende, come già era stato messo in luce dai comitati calabresi presenti al convegno No alla Servitù Energetica svoltosi a Livorno a marzo 202514. In un intervento del Coordinamento Regionale Controvento Calabria edel Movimento Terra e Libertà Calabria infatti veniva sottolineato come gli interessi malavitosi (‘ndrangheta, mafia, camorra, SCU) vanno a braccetto con la costruzione degli impianti eolici.  Nelle nostre terre questo legame è quasi indissolubile con quella parte di politica collusa che pressa quotidianamente sulle popolazioni dell’entroterra. Le minacce, velate o palesi che siano, sono all’ordine del giorno e non dare il giusto peso al fenomeno mafioso rende il nostro approccio al problema mancante di un tassello importante. Quando le Procure esprimono preoccupazione riguardo a possibili infiltrazioni mafiose e attività di corruzione, soprattutto in aree dove le organizzazioni criminali sono più attive, si riferiscono alla capacità delle stesse di entrare in perfetta sintonia con gli strumenti finanziari e gli incentivi destinati alla produzione di energia eolica, che rendono l’industria della produzione di energia attraente per le cosche come in passato lo furono lo smaltimento delle scorie radioattive e tossiche. Il movimento, a nostro avviso, non deve commettere gli stessi errori di valutazione già fatti nel passato sull’importanza di contrastare il capitale finanziario nelle sue diverse espressioni territoriali. In merito a queste considerazioni occorre anche ribadire che povertà e paura hanno un peso notevole sulla quotidianità di allevatori, contadini, piccoli proprietari, cittadini che si avvicinano alle istanze dei comitati e dopo poco se ne sottraggono perché avvicinati, persuasi o se volete minacciati, da persone a cui è difficile dire di no. Viene segnalata anche una notizia di aprile 2025 (Fonte Ansa Calabria) di una indagine della Procura di Crotone nell’inchiesta sugli interessi della ‘ndrangheta nella costruzione dell’ impianto eolico nella zona di Melissa (tristemente già nota per la Strage di contadini da parte delle truppe di Scelba il 29 ottobre del 1949) e Strongoli. Le indagini prendono vita dall’ omicidio di Silvio Russano, strettamente legato alle attività di movimento terra e acquisizione di terreni. Melissa e Strongoli sono terre di grandi vigneti doc e producono gli stessi vini che la Regione Calabria per voce del suo Assessore Regionale all’agricoltura Gianluca Gallo promuove con grande enfasi al Vinitaly di Verona tacendo, chiaramente, la morsa mafiosa che attanaglia i viticoltori di tutta l’area.  Già nel 2017 la Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, in merito all’impianto eolico Wind farm di Isola di Capo Rizzuto (Crotone), considerato fra i più grandi d’Europa per estensione e potenza erogata, sequestra 350 milioni di euro alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. Dietro il parco eolico più grande d’Europa infatti “ci sono i soldi e i beni accumulati in anni e anni di comportamenti mafiosi”, sostiene Gratteri. Di esempi come questi ce ne sono a iosa e le cronache ne sono piene. Ci sembra inoltre molto rappresentativa la considerazione fatta dai comitati del territorio: “La mafia è una montagna di merda e noi non possiamo rischiare che il suo olezzo possa essere disperso dalle pale eoliche” e anche ciò che ne consegue in quanto a indicazione politica: “Se vogliamo che il movimento cresca in consapevolezza non commettiamo la leggerezza di sorvolare su queste dinamiche.”  Anche a Villore, durante l’assemblea, si è trattato il tema delle aziende, degli interessi e della opacità di gestione di determinati impianti e progetti, come sottolinea Fabrizia nel suo intervento durante l’assemblea:  Si parla molto poco della connessione che c’è tra ll’arrivo di queste grandi società multinazionali che colonizzano e occupano interi territori, intere regioni come la Basilicata, la Puglia, la Calabria e i “signori del vento”. Ecco, allora noi dovremmo ragionare molto di più sul fatto che questa energia pulita, bella, rinnovabile è sporca sotto tanti aspetti: non solo dall’inizio alla fine della filiera, perché le torri eoliche vengono prodotte col fossile, estraendo materiali, perché sono fatte di legno di balsa che viene dalla deforestazione dell’Amazzonia, che è un legno particolare, flessibile e resistente, si imparenta con microplastiche e non è più nè scomponibile né differenziabile, quindi crea problemi enormi per lo smaltimento. Inoltre viene impiegato il neodimio nei rotori, una terra rara che per essere estratta necessita di tanta acqua e che produce elettromagnetismo, per poi diventare assolutamente tossica e inquinante. Tutti i lavori richiedono ruspe, macchinari enormi, scavatrici che consumano gasolio, fossile, petrolio; motoseghe, tutto consuma fossile ed emette gas climalteranti, inquinamenti. emissioni di CO2, abbattimento di foreste che sono le migliori alleate per il clima. Tutto questo non ha niente di green. La speculazione sull’energia, i cavidotti di chilometri. Allora io vorrei dire che tra tutte le cose di questa filiera sporca che non vengono dette, perché nella narrativa mainstream di queste cose non si parla, si enfatizza solo il valore salvifico delle pale a fronte dell’apocalisse climatica. Ecco, io vorrei dire che non si parla in modo approfondito di tutta la corruzione e di tutta la mafia che c’è quando arrivano tanti soldi, come quando si tratta di impianti industriali eolici, di cementificazione e di industrializzazione. Il settore del movimento terra è risaputo che sia uno dei settori a maggiore infiltrazione mafiosa. La crisi dell’Agricoltura A Villore, frazione di Vicchio, abbiamo conosciuto Massimiliano e Francesco, due castanicoltori i cui terreni e marronete sono sotto minaccia dal progetto eolico. La loro testimonianza ci pone davanti agli effetti devastanti che il progetto avrà e ha già mostrato di avere nel loro territorio, e dai loro discorsi è ben chiara la spinta a preservarne l’integrità e il patrimonio naturale, cercando dei compromessi con le esigenze della transizione energetica.  Il comitato che si è attivato 5 anni fa porta avanti la lotta contro la costruzione di un mega campo eolico in alta quota, i cui impatti coinvolgerebbero direttamente le loro terre. Il lavoro del comitato è iniziato a livello provinciale, ci racconta Massimiliano, ma ha avuto poi la forza di raggiungere una scala maggiore, fino a entrare nella coalizione interregionale TESS. Il progetto però purtroppo sta procedendo. Massimiliano ci parla  delle tappe percorse dalla lotta del comitato e della comunità: Il progetto è stato presentato in maniera massonica a Vicchio, al Teatro Giotto, e poi a Villore, frazione più coinvolta insieme a Corella. L’ingegnere responsabile della AGSM, ditta veronese dell’impianto, è andato dritto senza neanche interpellare la popolazione. È stata una comunicazione più che una conferenza o riunione, cioè loro comunicavano che la cosa si doveva fare e si sarebbe fatta, con il Sindaco a fianco. Non c’è stato né un manifesto in paese né una comunicazione corretta, niente, c’è stato un tagliandino con la ditta esecutrice: è stata ed è una scelta politica, obbligata; te la prendi, te la tieni e punto. Il Sindaco precedente si è venduto per 2 lire, ha spianato la strada. Ora quello nuovo non è a favore ma lo sarebbe se gli dessero più soldi perché Villore è un comune in crisi, con 1 milione e mezzo di debiti, e quando entri in carica con 1 milione e mezzo di debiti, diventa un problema tutto. Abbiamo combattuto da subito però non c’è stato proprio modo di contrastarla, sono stati fatti rilievi da parte di geologi anche nella mia marroneta, rilievi sul terreno, sulle frane che nel 2023 ci hanno devastato. Sono andati a livello regionale, poi a livello governativo, addirittura saltando la Soprintendenza, quindi una lotta quasi persa. I lavori sono iniziati da 2 anni circa. Poi ci racconta dell’incontro con un ornitologo, arrivato da Milano, che accompagnò a visitare l’area e ospitò a casa. Nel loro confronto venne fuori che avrebbe scritto una relazione a riguardo ma, nell’incredulità di tutti, alla fine dichiarò che non c’era niente di rilevante nel raggio di 30 km dal sito dell’impianto. Secondo quanto riportato dall’esperto chiamato a valutare il progetto la zona era perfettamente adatta. Questa vicenda ci pone davanti a una riflessione in merito al tema delle valutazioni ambientali e della non neutralità della scienza. Le ditte, per poter fare analisi sul territorio, assumono infatti liberi professionisti pagati dall’azienda stessa mantenendo sullo sfondo un conflitto di interessi ampio, molto semplicemente giustificato dalla neutralità insita nei dati tecnici. Dei ricorsi e documenti a opera del comitato sono testimoni i fascicoli delle rilevazioni di almeno 4 anni, riguardo ai quali Francesco commenta così: “finché non succederà qualcosa di eclatante, per cui potremo dire noi ve l’avevamo detto, rimarranno lì fermi. Si interesseranno solo quando il danno verrà fuori.” La marroneta di Massimiliano è a un chilometro in linea d’aria dal cantiere. La sorgente che passa di lì serve l’acqua al Comune di Vicchio e rischia di essere compromessa dalla costruzione della strada necessaria al passaggio dei mezzi pesanti. L’intubamento di 50 m della sorgente, e la conseguente cementificazione, altererebbe irreparabilmente il flusso d’acqua che serve alla comunità, nonché potrebbe aumentare il rischio di frane in un’area già soggetta a dissesto idrogeologico. La seconda pala tra l’altro verrebbe posta a monte della sorgente. Scendendo a piedi lungo il fiumiciattolo la ricca vegetazione e le imponenti rocce farebbero tentennare chiunque dallo stravolgere quel patrimonio naturalistico.  Anche durante l’assemblea è stato dato grande spazio al tema dell’agricoltura e molti contributi, da un lato all’altro della Toscana, si sono intersecati in un dialogo molto proficuo. Uno degli argomenti principali della controparte, riporta uno degli agricoltori di Vicchio, “è che questi luoghi non hanno futuro. L’agricoltura è memoria e perdere memoria è come perdere semi. Quello che succede a Gaza è la prospettiva che bisogna guardare: lì i semi li bruciano, qui ce li levano. Di là gli animali li ammazzano e qui si ostinano a una produzione sempre più precisa. È tutto graduale ma quello è il futuro. La nostra preoccupazione più grande è quella di perdere memoria”.  Si tratta dunque di un processo di svendita di terreni agricoli che vivono già una profonda crisi. Un’ulteriore tendenza raccontata dagli agricoltori è quella di un vero e proprio aggirare la possibilità di un diniego della vendita del terreno. “Come è accaduto a Londa, dove è previsto un ulteriore impianto eolico industriale sui crinali: prima di presentare l’impianto ci sono state offerte di acquisto dei terreni, soltanto dopo però è venuto fuori che su quei terreni sarebbe sorto un impianto eolico. Qui, tra Villore e Marradi, nella parte di Appennino dove sorgono le marronete, il valore dei terreni non è alto, si parla di circa 2mila euro.” Confrontandosi con Marco del Comitato Terre Val di Cornia, anche lui giovane agricoltore, viene fatta una valutazione rispetto al prezzo dei terreni, al processo di svendita e speculazione. “Il prezzo normale fino a che non iniziassero a speculare e ad acquistare terreni per gli impianti  era 15 mila euro, ormai siamo a 20 mila. Quelli del fotovoltaico te ne propongono 70 o anche 80 mila. Quindi questo cosa significa? Venendo qui (nel Mugello, ndr) ragionavo e pensavo che con lo stesso budget da noi ci si compra un ettaro, qui ne compri 35. Perciò  mi chiedevo se questi attori con questi capitali così importanti avessero già fatto acquisti enormi di bosco che costa poco, per poi eventualmente farci un impianto ma anche non concluderlo o non farci niente.” Uno spazio concreto che si spalanca per la speculazione finanziaria.  Le tenaci colture e i processi agricoli utilizzati vengono messi a rischio dagli impatti degli impianti industriali. Francesco è anche apicoltore e, in questo scenario, teme per la salute degli impollinatori della zona. Le turbine eoliche creano elettromagnetismi per i quali le api potrebbero non tornare alla colonia. “L’elettromagnetismo della pala fa sì che gli impollinatori non tornino a casa, non tornino al nido. Vuol dire che una parte di bosco rimane sterile, cioè non viene impollinata. Negli ultimi due anni ci hanno portato via il futuro, capito?  Marroni, miele, coltivazioni locali, il lavoro stesso degli agricoltori rischia di essere compromesso. Ma anche il futuro del bosco, infatti “lassù hanno portato via faggi di più di 100 anni per fare cippato, per fare energia con l’albero bruciato, capito? Insomma, ci sarebbero tanti modi di fare le cose, t’accorgi che questa è proprio speculazione del popolo, è proprio mancanza di ragione e basta.”  Villore, ci spiegano, “è scomposta, non è un paese, non è un villaggio, ma sono tutti i gruppetti di case su queste tre montagne” e tra le valli di Villore e Corella ci sono circa 400 ettari di marronete, “quindi ce ne sono di proprietari, ma non c’è un coinvolgimento diretto su questo impianto”. Tanti sottovalutano, altri non sono in disaccordo, credono alle esigenze dettate dalla Green Energy e pensano che porterebbe beneficio: “Lo fanno tutti, come mai noi siamo sempre quelli del non si vuol fare?”, ci racconta Francesco. I nostri interlocutori sono tra i pochi agricoltori che hanno deciso di opporsi apertamente al grande impianto ma sottolineano che la loro non è contrarietà assoluta alle energie rinnovabili.  Nasce frustrazione. Nessuno è contro gli eolici o i fotovoltaici. Uno è contro un eolico, un fotovoltaico messo in un posto sbagliato. Non è che bisogna essere ingegneri, si tratta di questo: non ci offrono mai niente a misura nostra e per noi. Dammi qui per la mia azienda agricola una pala piccola e dammeli qui i tre pannelli e vedrai che la collina è più bellina fra 2 anni. Ma no, non si investe mica su di noi, si deve fare sempre su larga scala. Perché sennò non fa economia, non fa soldi. Anche se è molto più funzionale il microeolico e il fotovoltaico da mantenere, non è quello che interessa, non è industriale; interessa l’industria ma portare un’industria su un crinale è follia. Metri di cemento per far passare camion nel sentiero più vecchio d’Europa è follia. Il grande impianto infatti sfrutterebbe il vento delle loro montagne per produrre energia da trasportare a 40 chilometri di distanza circa, verso Firenzuola. Si tratta dell’impianto eolico più alto d’Italia, con pale previste a circa 1190 m, dove il limite tecnico sarebbe di 1200.  Ci spiegano:  I sistemi per fare cose a livello familiare o comunitario ci sono: un paesino come Villore con un piccolo impianto si manda avanti tranquillamente. Se si decide di voler coprire Villore o Corella nell’ottica di efficienza energetica, uno ci può anche stare. Il costo sarebbe minore, l’impianto molto più piccolo. Le stime dell’energia prodotta dall’impianto inizialmente riportavano 35.000 famiglie per poi arrivare a 10.000: 10.000 famiglie, 30.000 persone: praticamente tre bar e quattro o cinque industrie piccole. Quanto resta? Nulla. Non serve neanche metà Vicchio. Con un impianto quassù la spesa minore sarebbe portare corrente giù. E invece la corrente la farebbero camminare lungo i monti fino a Pontassieve, lontano 42 km, immettendola in un’altra centrale Enel. Qui c’è un villaggio di 350 persone, lì ce n’è un altro di 400: si poteva prendere un’aria di 20 km² e darle energia.  Quelli del no non sono del no e basta. Le comunità spesso le soluzioni le hanno ma non vengono ascoltate. “Vicchio è una realtà commerciale abbastanza grande, basterebbe pensare alla copertura dei capannoni e del centro sportivo.” La costruzione di impianti industriali a larga scala in aree marginali come quella di Villore si palesa ancor più essere una risposta a un bisogno artificiale, piuttosto che una necessità reale delle comunità locali, che potrebbero invece beneficiare di una gestione energetica sostenibile se su misura. “Ti stanno imbottigliando l’aria. Vogliono darti più di quanto hai bisogno e ti danno più bisogni di quanti ne hai. E non c’è un’educazione alla sobrietà. L’energia verde non sarà mai possibile se non si insegna alla gente ad avere un consumo più razionale. La paura è anche questa: che questi impianti alla fine vengono fatti non sulla base del consumo di oggi, ma di quello che hanno già previsto ci sarà”. Bisogna insomma fare di più, bisogna farlo meglio, bisogna farlo verde, ma per fare ancora di più. La marroneta di Massimiliano è Indicazione Geografica Protetta, il che non è bastato a porre dei dubbi sul mega impianto. “Ogni pala ha un consumo di 300 litri di olio motore ogni 3 anni per il funzionamento degli ingranaggi, poi di conseguenza nebulizzato, sparso dove c’è coltivazione, dove c’è frutto.” Per far arrivare su in cima i mezzi, sono stati costruiti 14 km di strada sulla cordigliera, sono stati fatti interventi sull’autostrada per arrivare a Dicomano e sulla statale. La preoccupazione è anche quella di fornire un precedente: “se questa scelta politica passa, potrebbe poi passare su tutto l’Appennino. La zona qui è a 1 km in linea d’aria dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Fra 20 anni potrebbero arrivare anche lì, anno dopo anno, metro dopo metro…”. Risulta inevitabile riflettere con loro sulla situazione agricola generale, sui limiti e sulle mancanze dei produttori locali, e su come le loro esperienze potrebbero essere sostenute. La frustrazione è alimentata dalla mancanza di una risposta concreta da parte delle istituzioni che prendono decisioni lontano dai luoghi di produzione e dalle persone che vivono quotidianamente le difficoltà del territorio, e le cui preoccupazioni continuano a essere ignorate. Francesco prosegue:  I raccolti non sono mai uguali e i contributi dovrebbero salire. Noi decespugliamo a mano le nostre marronete perché non c’è nessuna macchina o nessun trattore che riesce a entrarci. È il territorio che fa delle eccellenze. Noi facciamo eccellenze: il biondo fiorentino, la farina di marroni, il miele di castagno, il miele d’Edera, il millefiori. Questi sono gli ultimi luoghi di produzione, dove le portano gli apicoltori le api? Sull’Appennino. E Massimiliano ribadisce: In poche parole si finirà a lavorare giù, a valle. Già ora, nonostante la mia marroneta, un buon 30% io lo devo raggiungere in giardini, altrimenti non sto dentro le spese. Un tempo avevo anche piccole colture di ceci e mais. Adesso queste superfici che dovrebbero assolutamente garantire un reddito, visto che tenere puliti 4 ettari di marroneta e uno di 300 ulivi richiede tanto lavoro, non lo fanno. Il lavoro secolare di portare i marroni a essere un frutto più nobile non viene tutelato. All’IGP inizialmente mi si dava al prezzo finale €1, quest’anno sono arrivato a soli 30 cent in più: ormai al produttore arrivano sempre gli stessi soldi e invece loro lo rivendono poi a prezzi più alti. Gli aiuti che danno sono miseri. Io ricevo €200 per ettaro, prendo €1000 l’anno di aiuti più altri 400 l’anno per zona svantaggiata, essendo in altezza. Con la comunità montana due anni fa siamo riusciti ad avere un po’ di materiale: ci siamo messi insieme in 16 e teniamo a posto tutta la strada fino alle marronete, che sarebbe un compito della comunità montana e pubblica perché c’è la sorgente d’acqua che serve il comune. I miseri aiuti e l’assenza di politiche efficaci per il supporto delle piccole aziende rende ancora più difficile sopravvivere in un contesto in cui il mercato agricolo non riesce a garantire un reddito adeguato. Infatti gli agricoltori sostengono che “bisogna affrontare il tema delle piccole realtà artigianali, del prodotto tipico e delle eccellenze, il tutto dovrebbe essere gestito in un altro modo. Non c’è interesse che rimangano queste piccole realtà, che rimanga la filiera corta, il prodotto buono, i mercati contadini, le associazioni.” La quota annuale del CIA (Consorzio Italiano Agricoltori) è di €600, per frequentare un mercatino ne chiedono €30 al giorno. “È un’associazione che tende più a tutelarsi che a tutelare. Ho smesso di fare i mercati, ci vado da solo e me lo gestisco io il mercato. Per problemi con le marronete c’è l’Università di Torino che ci aiuta da tre anni: con una telefonata di un professore si salta Comunità Montana, forestale, associazioni. Ma dico, dove sono loro?”.  A sottolineare gli sforzi comunitari dei castanicoltori, ci raccontano che, dopo aver trovato delle temperature invernali troppo alte per i parassiti del castagno, da quest’anno raccoglieranno da sé le galle con il parassita buono e cattivo da mettere in cella frigorifera dei produttori di marroni che hanno gli ambienti più adatti. Con le conoscenze e competenze che acquisiscono dallo studio e dall’esperienza, improvvisandosi biologi, creano autonomamente le condizioni per riuscire a mandare avanti la loro produzione e lo fanno con il sostegno reciproco laddove l’assistenza istituzionale si limita a interventi sporadici e a contributi insufficienti. “Gli insetti sono fondamentali”, spiega Francesco, “io pianto fiori in più proprio per vedere se arriva un insetto diverso, è importante. Ormai si va verso una sterilità sempre più cavalcante. Dovrebbe essere dato più spazio a chi lo fa e a chi ci mette passione. Chi è negli uffici gestisce ma non tutela perché non conosce neanche. Se devo andare a informare loro su quello che devo avere per fare, fallo fare a me.” “Non si vuole fare le vittime”, aggiunge Massimiliano, “però sembra che sia più vicino un futuro in cui ti accorgi che hanno bruciato tutti i semi e ammazzato tutti gli animali che avessero un minimo di genetica importante, piuttosto che uno in cui arriva la regione e mi dà soldi e sostegno per la mia attività in castanicoltura. Se non ci aiutiamo non ce la si fa, l’unico modo è darsi una mano e finché c’hai qualcuno che te la dà, lo fai. Se qualcuno smette di darti una mano, noi dobbiamo smettere.”  Le criticità socio economiche dell’area sono ben riscontrabili nei cambiamenti e nelle perdite che l’agricoltura e la produzione locale vivono. Villore era la capitale italiana del marrone, erano sei i mulini attivi dalla frazione di Villore al comune di Vicchio ma la passione, la volontà e la manutenzione che definivano quest’area così prospera sono venute meno. “Ora ho cercato un mulino per macinare ceci e da San Bavello fino a Fiorenzuola non ce n’è più uno aperto. Per un vecchio che chiude, non c’è neanche un giovane che riapre. Un mulino lo fai per passione, un’azienda agricola come le nostre la tieni per passione”, e solo per passione, quando aiuti e incentivi non ci sono. Anche Marco, durante l’assemblea, interagisce su questo tema, a partire da un antico adagio L’orto vuole il grasso, ossia la terra, e la vigna vuole il sasso: Io faccio grano, ho messo un po’ di vigna, un po’ di ulivi, in generale le zone della Maremma sono vocate all’agricoltura: in pianura si fanno ortaggi su ampia scala, seminativo e a volte anche vino e olio. È un sistema che si è retto sul boom economico e quindi parliamo di piccoli produttori, nel senso di 20 ettari, 10 – 20 erano stati assegnati dopo la riforma agraria nel dopoguerra e questi piccoli produttori facevano un po’ di grani, un po’ di barbabietole, un po’ di pomodori, gestivano la rendita con il raccolto in cooperativa, consegnavano, si facevano pagare e campavano bene. C’è gente che ha costruito le case da zero lavorando così, ora sembra una cosa impensabile. Oggi produrre e vendere il raccolto non funziona più. Quindi cosa succede? I primi settori colpiti sono quelli dove c’è un forte bisogno di manodopera, infatti assistiamo a fenomeni di caporalato. Se l’Italia vuole mangiare, il caporalato esiste per forza. Sembra una provocazione ma la verità è che se si ha un dipendente e lo si paga il giusto allora il produttore ci rimette. Oggi chi fa ortaggi sta smettendo e si dedica al seminativo perché con una persona sola è possibile mandare avanti decine e centinaia di ettari, con i trattori, meccanizzando, estendendo la superficie. Una sorta di ritorno al latifondo. A volte non è sufficiente nemmeno questo e dunque quello che sta accadendo è che le persone iniziano a vendere i terreni. Oppure l’altra strada è “valorizzare” il proprio prodotto, saperlo vendere, quindi oltre ad agricoltore bisogna essere direttore di marketing, manager, distributore insomma. Per chi è nato negli anni ‘50 sicuramente non è una via percorribile ma anche per i giovani è una strada tortuosa e impegnativa. Infine, per quanto riguarda il grano ma anche altre colture che semini, viene piantato ma poi non si sa quando e quanto te lo pagheranno. Dinamiche simili si ripropongono anche per i marroni: “Il prezzo viene stabilito secondo delle speculazioni fatte sulle piazze del mercato quindi c’è chi vende il terreno per farci mettere i pannelli, c’è chi lo vende a chi ha un appezzamento più grosso e questo alimenta la dinamica del latifondo, un latifondo che non torna più nelle mani delle famiglie nobili ma nelle mani delle multinazionali”, continua Marco.  Inoltre, non c’è un forte ricambio generazionale tra gli agricoltori della zona. Da oltre 1000 marronete su cui si lavorava, ne sono rimaste 300. Nei mercati, ci raccontano, sono tanti i contadini giovani e la richiesta del prodotto locale in aumento permette loro di vendere tutto ciò che producono. Non si riesce però, essendo comunque una minoranza, ad attirare la partecipazione da parte di tutti. “Non riusciamo a stare insieme, non riusciamo a fare quel contesto di rete. Solo occasionalmente ci si dà una mano qua e là e i frutti ci sono, fare progetti comunitari è sempre più difficile con la competizione e ciò che ne consegue.” Francesco sottolinea: “Qui, sull’Appennino, i terreni sono tutti disagiati, si lavora su terrazze di circa 2, 3 o massimo 4 metri, quindi il trattore non ci può salire E’ complicato muoversi sull’Appennino, è difficilmente attraversabile, non c’è accesso a un’industria e pertanto non è una terra di valore economico. Certo potrebbe essere utile a chi intende comprare crediti di carbonio per ripulire le emissioni delle proprie aziende altrove, comprando pezzi di bosco qui.” Infatti, nella zona dell’Acquacheta già lo fanno: un proprietario americano sta comprando terreni e boschi proprio per i crediti di carbonio. Nell’era della finanziarizzazione il bosco diventa centrale, le tonnellate di CO2 sono quotate in borsa e questo diventa quindi interessante per i grandi gruppi e le multinazionali.  Un peso importante lo hanno le autorità di riferimento, come Legambiente: persone che per anni si sono fidate delle loro posizioni ambientaliste tendono ad allinearsi automaticamente al loro giudizio favorevole, anche se il contesto locale racconterebbe ben’altro. L’idea cavalcante dei “pro” crede alla narrazione della Green Energy sulla necessità e inevitabilità di queste grandi opere, indipendentemente da chi ne subisce le conseguenze, indipendentemente dai pareri di geologi che parlano dei 20 km più a rischio di dissesto idrogeologico che la zona dell’Appennino mugellano rappresenta. Fabrizia su questi aspetti conclude così:  Questa zona è molto interessante e attrattiva anche perché situata al confine con il Parco Nazionale Foreste Casentinesi prossimo alle foreste sacre, ha un alto valore naturalistico, un grande pregio ambientale e habitat, specie protette e foreste in buono stato. Pertanto parliamo di foreste che offrono benefici ecosistemici formidabili per la salute umana riconosciuti anche dagli studiosi del CNR. Quindi ci sta che queste società le  acquistino o per facilitarsi il lavoro dell’industrializzazione eolica (se il progetto viene approvato) o per il sistema dei crediti di carbonio nel caso di non approvazione. Per di più si assicurano la loro presenza su un territorio che possono progressivamente occupare e fare proprio in modo irreversibile e permanente. Alla fine, come problematizza Marco, siamo di fronte a due modi diversi di riproporre un nuovo latifondo: ciò induce a un fenomeno di accaparramento e di accentramento nelle mani di un solo proprietario di enormi quantità di terreno. Se un singolo proprietario acquista 200 o 2000 ettari in un territorio significa che una sola persona è in grado di ribaltare tutto il territorio, farne ciò che vuole. E’ un fenomeno che accade altrove, in Africa, in Sud America ma vediamo anche qui una tendenza simile: se un singolo individuo o una società. che nemmeno si conosce, detiene la maggior parte dei terreni significa che possiede letteralmente pezzi del nostro Paese.  Questa è l’ennesima testimonianza di un modus operandi nel quale le decisioni vengono prese fuori dal territorio, senza dare reale potere a chi ci vive, lavora e ha una visione diretta e responsabile della zona. Tuttavia, nonostante le difficoltà, il sentimento che riceviamo dagli agricoltori di Villore non è di resa: rallentare i lavori resta l’aspetto principale al momento, nell’attesa di intoppi burocratici e cambiamenti nelle politiche locali e nazionali, ma anche nella instancabile pretesa di essere ascoltati. Tutto questo avviene in un territorio che è anche pregno di esperienze che fanno la differenza, storie di comunità e di lotte che portano avanti un’altra idea di gestione della terra e dei rapporti sociali e produttivi.  I Progetti dalla città alla terra Nonostante siano stati e siano tuttora numerosi gli attacchi al territorio toscano, vale la pena rintracciare e dare parola anche a quelle esperienze che, in situazioni complicate, sono riuscite a rispondere e a rilanciare, per costruire un presente e un futuro diversi. Durante la due giorni a Villore abbiamo avuto l’opportunità di venire a contatto con due esperienze cittadine che si orientano proprio verso un’azione di riappropriazione e convergenza, punti di riferimento in Toscana e non solo, per chi ha scelto di percorrere e sostenere una strada diversa rispetto a quella di una vita mercificata, individuale e slegata dal territorio. Due esperienze che nascono e fioriscono nella città di Firenze ma che, non per questo, si slegano dalle aree cosiddette marginali, anzi, il percorso che propongono è diverso: riparare una frattura che si è creata tra città e campagna o montagna, per convergere e creare connessioni di mutuo-aiuto, che sorpassino i rapporti servili e di opportunità dominanti nelle società di oggi. Partiamo dalla Comunità delle Piagge, la quale, grazie al rifugio che custodisce tra i pendii dell’Appennino, a Villore (frazione di Vicchio), ci ha ospitati e ha messo a disposizione i propri spazi per favorire la discussione e l’incontro. Un edificio in pietra, da cui ammirare e monitorare ciò che succede alle montagne in cui è immerso, dove condividere tempo ed esperienze. La Comunità delle Piagge è nata circa 31 anni fa, grazie all’intervento di Don Santoro, in un quartiere di Firenze. Don Santoro è un prete che ha scelto di lavorare, rinunciando ai privilegi ecclesiastici: dopo un periodo come insegnante, è entrato in fabbrica diventando operaio e ora si occupa di smontaggio dei rifiuti elettrici ed elettronici. Il quartiere da cui nasce la comunità fa parte di un territorio già devastato, zona a rischio idrogeologico in cui, nonostante ciò, sono sorte abitazioni e condomini per far fronte ai bisogni abitativi di tante persone che raggiungevano la capitale toscana e che non potevano permettersi una casa sicura. Un luogo di periferia urbana come tanti in Italia. Dagli abitanti delle case popolari del quartiere e Don Santoro è nato un progetto di partecipazione, coinvolgimento, restituzione di parola, ma anche dignità che come primo intento aveva e ha quello di ricostruire una comunità sul territorio. Nel tempo sono stati tanti gli interventi di mutuo-aiuto, come la finanza mutualistica e solidale in ottica antibancaria: la collettività, le persone possono partecipare a questa esperienza che permette loro di poter ottenere prestiti senza nessun tasso di interesse, senza garanzie patrimoniali o fiscali. Anche Simone, della Comunità delle Piagge, durante l’assemblea racconta la sua esperienza. La canonica ha in comodato dalla parrocchia di Vicchio una marroneta di 4 ettari e, ci spiega:  abito nella casa poderale di sopra con altri 13 ettari e mezzo di terra. Abbiamo iniziato l’esperienza 30 anni fa insieme al prete e a un gruppo di giovani, tutti siamo figli di contadini. C’era un sogno collettivo che anima i sogni personali. Abbiamo anche bisogno di costruire delle alternative concrete e quindi negli anni abbiamo passato i weekend a sistemare il tetto, a raccogliere marroni, a rendere vivibile questa casa. Dobbiamo fare spazio ai sogni dei giovani. La capacità di sognare ci è stata tolta ma ce la dobbiamo riprendere per sognare un mondo diverso e poter riconnettere i nostri sogni con tutti tramite una resistenza collettiva dal basso. La Comunità delle Piagge ha quindi sostenuto e rafforzato quelle esperienze virtuose per il territorio e le lotte che lo animano: dal caso GKN ad attività agricole dal basso e housing sociale. La seconda esperienza che riportiamo è proprio quella di GKN, di cui condividiamo un breve testo scritto apposta dal percorso Convergenza Ecosociale  per questo numero di Confluenza. Nel biennio 2024-2025 che ci lasciamo alle spalle, il mondo occidentale è stato segnato dal fallimento della transizione dall’alto. Le previsioni indicano che, seguendo questa traiettoria, arriveremo a +3,5° di anomalia a fine secolo, oltre il doppio di quanto già sperimentiamo. In attesa dei dati definitivi sullo scorso anno, il 2024 ha già battuto il record di riscaldamento globale e quello dell’incremento di CO₂ in atmosfera (26% in più del previsto). La crescita dell’uso delle fonti fossili è legata all’aumento dei consumi energetici industriali e all’estensione degli scenari di guerra. Non solo, guerra vuol dire anche distruzione di beni, merci, mezzi di produzione, che dovranno essere ricostruiti con ulteriori risorse energetiche. Il solo conflitto in Ucraina genera circa 100 milioni di tonnellate annue di CO₂, pari alle emissioni di un paese come il Belgio. Oggi non si tratta più di rivendicare il ritorno al Green Deal europeo, per quanto possa essere preferibile al piano di riarmo: quello spazio politico si è chiuso. L’opzione della transizione dall’alto non esiste più; resta solo la fragile e ancora opaca possibilità di una transizione dal basso. In questo quadro, l’esperienza GKN continua a rappresentare un riferimento per le realtà ecologiste dei nostri territori. “Un’azione contro il riarmo” è lo slogan della nuova campagna di azionariato popolare che punta a costruire dal basso una nuova fabbrica: produzione di pannelli fotovoltaici e cargo bike al servizio di una vera transizione. L’esperienza della Convergenza Ecosociale (COESO) mira a restituire questo patrimonio collettivo che è l’immaginario GKN. Non si tratta solo di sostenere la fabbrica di Campi Bisenzio, ma di interrogarsi su come la sua esperienza possa innescare processi di convergenza più ampi. Una composizione eterogenea di realtà, senza formulazioni organizzative, si riunisce periodicamente per discutere di come utilizzare efficacemente il tempo e le energie a nostra disposizione per affrontare la crisi climatica. Il percorso si è finora basato su un’agenda condivisa e su una lenta costruzione di affinità, articolandosi in tre missioni: • la produzione di un immaginario ecosociale, ecologista e di classe, capace di collocarsi nell’opposizione al regime di guerra; • la condivisione di temi e pratiche (depavimentazione e riforestazione, cooperativismo e mutualismo conflittuale, energia e comunità energetiche) in una discussione non meramente additiva ma convergente; • il rafforzamento della dimensione internazionale attraverso reti di mutuo soccorso e momenti di confronto assembleare. Con l’attenuarsi della fase di mobilitazioni di massa di settembre-ottobre per la Palestina e a sostegno della Flotilla, si spinge in avanti il fronte della repressione, che in Italia si sta dando in termini di sgomberi di spazi politici e arresti di personalità riconoscibili di quel movimento. Di quella fase espansiva riteniamo fondamentale sedimentare la pratica del “far da sé”. Di fronte ad una comunità internazionale balbettante nel riconoscere il più basilare diritto umanitario, qualcuno si è imbarcato portando con sé beni di prima necessità. Pensiamo che oggi quelle flottiglie debbano avere anche un corrispettivo sulla terra: fabbriche sotto controllo collettivo convertite alla produzione ecologica. Con GKN possiamo mettere a terra una ammiraglia della Flotilla di mare che verrà. 3. CAPITOLO “DOMANI”  CONCLUSIONI SULLE PROSPETTIVE DI LOTTA  Partiamo dal cimitero di Villore per salire con le auto sino al luogo da cui iniziare la passeggiata. Siamo un gruppo di circa dieci persone, tra chi ha preso parte all’assemblea del giorno precedente e chi abita il territorio. Nella notte ha nevicato moltissimo, il paesaggio è cristallino, intatto. Nel cammino Fabrizia spiega alcuni aspetti che riguardano i monti dove dovrà sorgere l’impianto industriale. La salita si fa con le ginocchia nella neve per giungere il più vicino possibile al luogo in cui sono iniziati i primi lavori. Ci racconta che quest’estate la terra si è ribellata, ha voluto dare un avviso: il 29 luglio c’è stato un terremoto a Villore avvertito da tutta la popolazione mentre a Marradi è avvenuto il 15 agosto, giorno dell’Assunzione.  Il sentiero 00 porta al Monte Falco. Questi monti sono le ultime aree con minor inquinamento e minor presenza di infrastrutture pregresse, qui non ci sono strade, non ci sono luci: l’impianto causerebbe dunque anche un impatto visivo ed acustico, andando a colpire un territorio praticamente ancora intatto. Il sentiero si dipana tra le marronete e la torre eolica è prevista al valico; al proprietario del bosco non è stato chiesto nulla, nonostante il suo terreno si trovi in prossimità nonostante subirà comunque le conseguenze in termini di alterazione del paesaggio e disturbo ambientale. Vediamo sul sentiero già i primi segni dei lavori: un fenomeno erosivo che ha portato via metri di terra inondando la strada, perchè sono stati tagliati arbusti e crochi. Siamo di fronte alla montagna sacra degli etruschi, il Falterona che significa “trono del cielo”, l’impianto industriale sorgerà di fronte al monte sacro.  A partire da questi primi passi, abbiamo stilato un percorso che vuole darsi alcune tappe da percorrere insieme per sviluppare una progettualità comune:  Insieme al Movimento No Base abbiamo contribuito alla creazione di una mappatura15 in grado di leggere i nostri territori e i loro cambiamenti, sia dal punto di vista delle infrastrutture belliche che dal punto di vista di quelle energetiche o impattanti il territorio. Tenere insieme questi aspetti diventa fondamentale per monitorare le trasformazioni in atto e comprendere quanto lo sfruttamento bellico sia spesso accompagnato e dipendente da impianti energetici che hanno enormi impatti su acqua, suolo e aria.  Riteniamo il lavoro di mappatura utile anche per fornirci degli strumenti di condivisione collettiva, per creare percorsi in via di espansione, da dettagliare attraverso la ricerca e l’informazione. Un progetto a cui possono contribuire tutti e tutte coloro che si pongono il problema di unire i puntini, che si pongono una domanda in più e cercano una risposta collettiva e plurale agli attacchi osservabili con i propri occhi: siano essi ambientali o sociali. Sappiamo bene che le logiche di riarmo e guerra andranno sempre di più a espandere il settore bellico e ad aumentare i progetti di colonizzazione e speculazione energetica: con la mappatura pertanto intendiamo monitorare e tenerci informati a vicenda rispetto alle possibili evoluzioni.  Un elemento fondamentale che permette l’inserimento di nuovi progetti e, al tempo stesso, di nuove realtà che nascono per contrastarli è quello dell’informazione e della conricerca, un processo continuo di ricerca da portare avanti attivamente e continuamente.  Durante l’assemblea era presente anche Adriano Cirulli, Professore Associato in Sociologia dei fenomeni politici, presso il Dipartimento per lo Sviluppo Sostenibile e la Transizione Ecologica dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” che, nel suo intervento, è voluto partire dal presupposto che la transizione è un processo politico e non solo tecnologico. Adriano Cirulli fa parte del network di Sociologia di Posizione che si interroga anche sul ruolo sociale del ricercatore accademico e sugli impatti che gli oggetti di studio hanno sulla società tutta. L’obiettivo della ricerca è quello di dare voce a chi spesso non trova spazio nel mainstream, quindi ai comitati di cittadini, per descrivere la realtà in cui nasce una riflessione critica importante che parte da una consapevolezza: gli interessi in gioco sono diversi. Contare anche questa voce nell’assemblea è un elemento importante perché uno degli obiettivi di una proposta che possa avere l’ambizione di incidere sul territorio è quello di coinvolgere anche soggetti che hanno competenze e che lavorano o si attivano in altri ambiti come quello scientifico e accademico.  Oltre al comparto accademico e scientifico, all’incontro a Villore era presente anche la Redazione di “PerUn’AltraCittà” di Firenze, un Osservatorio territoriale sulle conflittualità sociali esistenti e sui fronti ancora da aprire che costantemente segue le lotte del territorio. Villore è una piccolissima goccia in un processo di colonizzazione nazionale: quello che succede qui è uguale a quanto accade in Val di Cornia, a Massarosa o in Sardegna, dove in base al recente Decreto relativo alle aree idonee, i permessi per gli impianti industriali sarebbero concessi praticamente ovunque. Occorre pertanto costruire un percorso di avvicinamento e preparazione alla marcia popolare che si è deciso di organizzare a marzo sul territorio del Mugello, che faccia sentire le persone vive, attive all’interno delle situazioni che vengono proposte. “Sappiamo dove siamo, conosciamo il territorio, chi ci vive, il ruolo di presidio sul territorio è fondamentale”, sottolinea Carlo Visca, guida al Centro Visite del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna di Castagno d’Andrea .  Al tal fine in assemblea è stato proposto di coinvolgere molti soggetti diversi, per esempio è stata sottolineata l’importanza di ricomporre un mondo che è attraversato da tante anime diverse, che spaziano dai portuali ai comitati agricoli più arrabbiati. Un passaggio che è stato ripreso da più parti è la necessità di dare vita a un’iniziativa anche in città, a Firenze, con il coinvolgimento di esperienze come GKN che oggi stanno portando avanti un discorso su transizione ecologica e il settore produttivo che apre a molte riflessioni interessanti. Il lavoro da svolgere riguarda anche le aziende che finanziano i progetti imposti sul territorio, in particolare per svelare la presenza di capitali israeliani, come ci ha raccontato Anna di Pian di Mommio.  Infine, nella prospettiva generale, abbiamo voluto riportare l’attenzione sulla questione del ritorno del nucleare. Innanzitutto, occorre smantellarne la narrazione che parla di autonomia energetica, sicurezza energetica e sostenibilità. Si tratta in fondo degli stessi elementi discorsivi che vengono propinati anche quando si tratta di eolico su scala industriale e delle ultime centrali a carbone, intoccabili alla luce del mantra della sicurezza. Considerando la realtà dei fatti però autonomia e sicurezza energetica sono concetti alquanto discutibili: i materiali con cui sono costruite le pale e l’uranio estratto per le centrali nucleari, sono entrambi esempi di un’economia globale che dimostra quanto sia intrinsecamente impossibile l’autosufficienza energetica. Il piano Mattei è un ulteriore esempio di colonizzazione per assicurarsi approvvigionamento di fossile che altrimenti non avremmo a disposizione come Paese. Per smontare la tesi della sostenibilità nucleare occorre portare l’attenzione sul tema delle scorie: il solo Piemonte ad esempio ne detiene il 90% con zone assolutamente compromesse e altre in cui a causa di alluvioni o dissesti idrogeologici sono avvenuti spargimenti di scorie via fiume. A tal proposito non è stato ancora trovato un deposito unico per le scorie, dunque è impensabile parlare di sostenibilità dato che significherebbe produrne di ulteriori quando al momento non esiste soluzione per quelle vecchie e per quelle che devono rientrare in Italia dall’estero. A tal proposito tra l’altro non è stato ancora neanche trovato un deposito unico nazionale, dunque è impensabile parlare di sostenibilità dato che una ripresa del nucleare implicherebbe la produzione di nuove scorie (tenendo bene a mente che oltre a quelle presenti sul territorio nazionale ne rientreranno a breve altre riprocessate dall’estero). Il principio di sostenibilità corrisponde invece al cercare di rispettare i cicli di riconversione naturale che sono quelli propri della natura.  Ci sono infine due ulteriori elementi di rischio da tenere in conto. Il primo riguarda la questione della diminuzione delle emissioni di CO2: se questo rimane l’unico criterio considerato valido per porsi il problema della sostenibilità, è evidente come anche il nucleare possa diventare una strada percorribile. Quello che ci insegnano i territori colpiti dalla speculazione energetica però è che il criterio delle emissioni non può essere l’unico adottabile: ci sono tutta una serie di altri impatti che bisogna mettere sul piatto. Inoltre, è importante sottolineare un altro presupposto palese: una gestione adeguata dei rifiuti non speciali in Italia all’oggi non è garantita, il che dovrebbe fare pensare che le promesse di una gestione sicura delle scorie sia solamente uno specchietto per le allodole. La Terra dei Fuochi è un esempio lampante di mala gestione pubblica, interessi economici privati e infiltrazioni mafiose che danno la cifra di quanto sia irrealistico immaginare una gestione corretta delle scorie nucleari.  Infine, si parla di nucleare proprio quando si sta ritornando a un’economia di guerra. Il tema del nucleare è già centrale nei contesti bellici attuali: siano essi relativi alla guerra russo ucraina, all’Iran o ai piani dei nuovi test atomici americani.  Il nucleare è un’energia che o è strumento o è obiettivo di guerra16. QUI SI PUÒ SCARICARE REPORTAGE COMPLETO IN PDF REPORTAGE COMPLETO MUGELLO (impaginato)Download 1. Come viene raccontato dal lavoro congiunto di mobilitazione, organizzazione e inchiesta degli ultimi mesi che ha coinvolto diverse realtà e lavoratori di Pisa, Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara portando a “HUB”, un bollettino che raccoglie inchieste e approfondimenti sulla militarizzazione dei territori.  ↩︎ 2. Su Mappature dal basso https://mappaturedalbasso.weebly.com/ un primo sguardo sui progetti in corso di realizzazione, un progetto realizzato in collaborazione con il Movimento No Base – Né a Coltano né altrove.  ↩︎ 3. Qui il sito di TESS per approfondire https://www.coalizionetess.com/ ↩︎ 4. Ecoterritorialismo è il titolo dell’ultimo libro curato da Alberto Magnaghi (scomparso nel 2023) insieme a Ottavio Marzocca, filosofo e attuale presidente della Società dei territorialisti e delle territorialiste. Il titolo riflette un approccio diverso al territorio, al governo del territorio, che consideri la dimensione ecologica non una dimensione tecnica, non una dimensione da trattarsi in modo funzionalista, ma una dimensione dell’abitare i territori. Con l’azione ecologica, energetica, ci si occupa del nostro mondo di vita, non della natura o dell’ambiente, degli animali, delle piante, dei batteri, eccetera. Cisi occupa quindi di politiche ambientali per assicurare una prospettiva agli esseri umani su questo pianeta. Da un lato questa teorizzazione dell’importanza di assicurare forme di autogoverno dei luoghi, non per farne delle entità isolate ma delle entità federate, è un’idea classica del governo di scala superiore, quindi del governo regionale, nazionale, eccetera, come un governo che esprime le federazioni dei luoghi e di autogoverni locali che curino la necessaria integrazione tra diverse attenzioni: attenzione alla dimensione ecologica, ambientale, produttiva, energetica, sociale. Un governo in grado di tenere insieme queste cose, di valutare l’efficacia delle politiche su questi diversi piani”.  ↩︎ 5. Magnaghi A., Marzocca O., a cura di, Ecoterritorialismo, Firenze University Press, collana Territori, 2023. ↩︎ 6. Magnaghi A., Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2020. ↩︎ 7. Confluenza, Per il bisogno di confluire tra terre emerse, Infoaut.org, numero 0, 31 luglio 2024. ↩︎ 8. Alquati R., Per fare conricerca, Velleità Alternative, Torino 1993. ↩︎ 9. Magnaghi A., Marzocca O., a cura di, Ecoterritorialismo, op.cit. ↩︎ 10. Confluenza, Un primo resoconto dell’appuntamento due giorni a difesa dell’Appennino, come continuare a rendere vivi i nostri presidi di resistenza dal basso, Infoaut.org, 2 dicembre 2025.  https://www.infoaut.org/confluenza/un-primo-resoconto-dellappuntamento-due-giorni-a-difesa-dellappennino-come-continuare-a-rendere-vivi-i-nostri-presidi-di-resistenza-dal-basso ↩︎ 11. Radio Città Fujiko, Il Mugello devastato dall’Alta Velocità, 15 settembre 2019. https://www.radiocittafujiko.it/il-mugello-devastato-dall-alta-velocita/ ↩︎ 12. TAV – C’era una volta in Mugello, disponibile su Youtube un’anteprima https://youtu.be/SEf9orXD6Rw?si=ozeI83klOnw3ewUT  ↩︎ 13. Confluenza, Le esplorazioni di Confluenza: il Mugello si prepara a difendere il territorio dalla speculazione eolica, Infoaut.org, 7 ottobre 2025.  ↩︎ 14. Confluenza, Se non trova ostacoli il capitale si prende tutto, rilancio e progettualità dal convegno di Livorno. A metà settembre il prossimo appuntamento, Infoaut.org, 22 aprile 2025. In questo articolo si trova una restituzione della due giorni https://infoaut.org/confluenza/se-non-trova-ostacoli-il-capitale-si-prende-tutto-rilancio-e-progettualita-dal-convegno-di-livorno-a-meta-settembre-il-prossimo-appuntamento ↩︎ 15. Mappature dal basso, link cit. Capitolo1.  ↩︎ 16. Segnaliamo gli approfondimenti di Confluenza sulla questione nucleare: L’energia non è una merce: per uscire dal fossile non serve il nucleare, per la transizione energetica bastano le rinnovabili ma senza speculazione, 31 gennaio 2025 ; Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo, 18 giugno 2025;  Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo II PARTE, 23 giugno 2025; Assemblea regionale a Mazzé “Noi siamo sicuri che dire no alla guerra deve significare il ricomporre le lotte: le lotte ambientali con le lotte operaie, con le lotte di tipo sociale”, 14 luglio 2025; Riflessioni post Festival Alta Felicità su riarmo, energia e nucleare: l’urgenza di bloccare la guerra ai territori a partire dai territori, 5 agosto 2025; Nuovo DDL nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia. Alcune considerazioni per prepararsi al contrattacco, 20 ottobre 2025; DDL NUCLEARE : cosa aspettarci, cosa sappiamo? I PUNTATA: Guardare al futuro con una benda sugli occhi, 14 novembre 2025; II PUNTATA:  un tuffo nel passato per guardare al futuro, 13 gennaio 2026, Infoaut.org.  ↩︎
Una nuova casa per la FAT!
Tutti conoscono la sede anarchica di corso Palermo 46. Siamo lì dal lontano 1982. Un luogo di incontro tra compagni e compagne che condividono la prospettiva di un mondo di libere ed eguali, senza Stati, frontiere, oppressione e sfruttamento. In quel seminterrato per decenni ci sono state serate di approfondimento, presentazioni di libri ed una socialità libera. In quel posto abbiamo costruito iniziative di lotta. Antimilitariste, anticapitaliste, antisessiste, ecologiste, antirazziste. Per noi un luogo del cuore. Il padrone dei locali ha deciso di triplicarci l’affitto. Siamo lavoratori, studenti, disoccupati, pensionati, precari. Da sempre attingiamo ai nostri portafogli perché ci sia un luogo che ospiti incontri, dibattiti, riunioni, feste, autoproduzioni. Non siamo in grado e neppure vogliamo pagare chi crede di poter approfittare della nuova Aurora gentrificata. Abbiamo scelto di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. È tempo di aprire una nuova casa, ancora più bella. Ma. Da soli non possiamo farcela a comprare il posto che vorremmo. Tante volte abbiamo sentito forte il calore della vostra solidarietà di fronte alla repressione e nel sostegno alle lotte. Chi vuole contribuire può passare da noi o inviare i soldi qui: IBAN IT04 I010 0501 0070 0000 0003 862 intestato a Emilio Penna Vogliamo tornare a rivedere le stelle… Le compagne e i compagni della Federazione Anarchica Torinese
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