Fare arte e cultura nel Marocco di oggi. Intervista a Ghassan El Hakim
(disegno di ginevra naviglio) Kabareh Cheikhat è una performance teatrale marocchina fondata a Casablanca da Ghassan El Hakim, che celebra la figura tradizionale delle cheikhat, intrattenitrici donne che con il canto e la danza denunciavano gli abusi di potere e portavano la parola del popolo, usando uno stile di musica tradizionale chiamato ‘Aita. Nello spettacolo, le cheikhat sono interpretate da uomini mascherati da donne, sovvertendo i ruoli di genere e introducendo un elemento di critica radicale attraverso una forma di arte tradizionale. Abbiamo trascritto ed editato un’intervista a Ghassan El Hakim, registrata il 23 settembre 2026. Ghassan El Hakim. Tutto è cominciato dieci anni fa, alla fine di un laboratorio con alcuni giovani del quartiere di Aïn Sebaâ e della medina di Casablanca. L’ultimo giorno avevo proposto un provino sul tema delle cheikhat. Vennero molti ragazzi a fare una parodia delle cheikhat, alcuni cantando, altri ballando. Mi dissi: tutto questo è molto ricco, e inoltre ha a che vedere con il mascherarsi, e a me piace recitare con le maschere; dietro alle maschere siamo più liberi, abbiamo più possibilità di parlare. Così selezionai cinque attori e gli chiesi di lavorare con me per scrivere uno spettacolo sulle cheikhat; ma alla prima prova si presentarono in undici. Ne volevo solo cinque, ma gli altri dissero: “vogliamo solo vedere come lavori”. Poi un giorno mi serviva qualcuno che suonasse il bendir (tamburello), e nessuno dei cinque lo sapeva suonare, ma uno degli altri sì, così abbiamo continuato. Ho deciso di mettere su uno spettacolo in forma di cabaret, con gli sketch, molte canzoni, molti testi, per esempio quelli di Mririda n’Aït Attik, che è stata una delle prime voci considerate femministe. In Marocco non abbiamo aspettato che venissero gli europei a portarci il femminismo, già ce l’avevamo nella poesia amazigh, nelle cheikhat... Alcune donne erano delle vere leader. Cosa sono esattamente le cheikhat? Per gli italiani richiamano in parte quella tradizione che c’era al Sud: le donne pagate per piangere ai funerali. Le cheikhat cantavano la ʿAita, che è un grido. Erano persone pagate per gridare la nostra miseria. Oltre che lamentatrici, però, le cheikhat erano anche delle messaggere tra il popolo e l’autorità. Immagina il Marocco dell’Ottocento: il sultano non poteva tenere d’occhio tutto il popolo, ma grazie alle cheikhat veniva a sapere delle ingiustizie. Magari un ministro corrotto ti aveva rubato la terra? Se conoscevi una chikha le avresti chiesto di cantare la tua miseria e allora il sultano, o il re, lo avrebbe saputo. Per me, il ruolo principale delle cheikhat era quello di creare una connessione tra il popolo e le alte sfere. In altre forme artistiche, solitamente le donne cantano per un pubblico femminile e gli uomini per un pubblico maschile. Poiché la chikha ha accesso ovunque, la questione del genere non si pone: pur essendo donna, può cantare in mezzo agli uomini. Erano solo donne? In alcuni casi abbiamo registrazioni di uomini che cantano nel ruolo di una donna. C’è un famoso cheik degli anni Cinquanta, Bouchaib Al Bidaoui, che ha democratizzato il canto degli chioukh uomini, cantando in televisione e alla radio, e rendendo più comune questo tipo di voce, di uomini che imitano le donne. Ma ne abbiamo scoperti anche altri,  come Omar Slaoui. Già venti o trent’anni prima di Buchaib, c’erano uomini che cantavano come donne. È una tradizione antica, solo che non ne avevamo mai sentito parlare. Grazie al lavoro di ricerca negli archivi – siamo partiti proprio da lì – il progetto ha assunto anche la forma di una narrazione storica. Perché quella delle cheikhat è, innanzitutto, una figura che è andata perduta a causa del Protettorato francese.  Qual è stato il ruolo del colonialismo? Come ha contribuito a far scomparire le cheikhat? È la stessa cosa che hanno fatto anche con la religione. Prima di Lyautey [il generale francese che governò il Protettorato del Marocco tra il 1912 e il 1925] si poteva scegliere se osservare o no il Ramadan; con Lyautey diventò obbligatorio digiunare, e fu proibito mangiare in pubblico, addirittura si andava in carcere. Ma non era una legge marocchina; era una legge francese! I francesi in Marocco trovarono tanti islam diversi: alcuni bevevano, altri digiunavano, altri seguivano i Sufi, c’erano i culti animisti degli Gnawa… Loro imposero una sorta di conformismo, vollero creare una religione singola. Per il pensiero coloniale non si poteva essere musulmani e avere donne che si comportassero così. Così le inquadrarono in una determinata categoria – e naturalmente anche alcuni marocchini hanno contribuito a questo – in modo da relegare le cheikhat al ruolo di prostitute. I militari francesi che arrivarono in Marocco erano discepoli del generale Gallieni, il governatore del Madagascar, che fu un grande criminale. In Madagascar c’era una regina e un esercito comandato da donne. Per questi uomini europei era impossibile che delle donne avessero ruoli simili, così distrussero quella tradizione. Quando i discepoli di Gallieni – Mangin, Pétain, Lyautey – arrivarono in Marocco, trovarono le cheikhat che sostenevano le tribù ribelli, che cantavano per motivare le tribù e rappresentavano una forma di resistenza. Quindi dovevano essere eliminate, come la regina del Madagascar. Molti articoli di quell’epoca descrivono le cheikhat come “donne facili”, proprio in un momento in cui era in corso un processo di modernizzazione volto a sconfiggere l’arcaismo. Furono confinate in quartieri specifici come Bousbir a Casablanca. Alcune furono avvelenate, assassinate. Vennero emanate leggi – firmate anche dal sultano – che proibivano le pratiche Gnawa, Aissawa, Jillala e Hamadsha, tutte confraternite che rappresentavano anche forme di resistenza. La colonizzazione fu troppo veloce, praticamente non ci fu resistenza politica, tranne che nelle montagne, nelle confederazioni delle tribù: a Tafraout si resistette fino al 1934. Ma nelle città non c’era niente. L’unico spazio di resistenza erano le zawiyat, le sedi delle confraternite. L’unica forma di opposizione fu semplicemente una preghiera: in tutte le moschee del paese si recitò il Latif, di giorno e di notte, per un anno. Solo una parola, ripetuta per tutto il tempo: ya Latif, ya Latif, ya Latif, come dire, “che vergogna, che vergogna”.  Una cosa simile è successa anche durante il Coronavirus, se ben ricordo. Sì, anche durante il Coronavirus si è recitato il Latif. È una cosa che si fa quando c’è una catastrofe. Dicono che i francesi lasciarono Fez a causa del Latif. Probabilmente è solo una leggenda. Però fu una forma di resistenza, senza lotta, solo creando uno stato psicologico. Non so esattamente la data, negli anni Venti mi sembra, molte confraternite Sufi furono chiuse e proibite. E questa è l’epoca in cui si creano le nuove istituzioni, su questo modello coloniale. Intanto le cheikhat continuavano a cantare, e venivano registrate, anche di nascosto; abbiamo trovato una registrazione in cui si sente una cheikhat cantare: “Questo che mi sta registrando è un figlio di puttana!”, ma in modo discreto, in modo che chi registrava non se ne accorgesse. Così cento anni dopo possiamo sentire la voce, e il suo messaggio ha attraversato i decenni. Ci fa capire che lei non era affatto contenta di essere registrata. Oggi ci rimangono solo pallide imitazioni di cos’erano le cheikhat che cantavano l’‘Aita, in tutte le sue varianti – quella marsaoui di Casablanca, quella mahloun di Fez e Meknes. Credo che la musica debba evolversi per continuare a esistere e a sopravvivere. L’ ‘Aita, ha resistito anche in questo modo: è stato necessario tutelare questo repertorio e, dato che il pubblico è più sensibile alla melodia, è diventato indispensabile cantare seguendo una linea melodica. Da qui l’introduzione del violino, talvolta dell’oud e, più recentemente, della batteria. Per sopravvivere, bisogna sapersi adattare. Casablanca è un centro importante per le cheikhat? Casablanca e Rabat furono due nuovi porti creati dai francesi per distruggere l’impero marocchino. I grandi paesi hanno sempre le capitali nell’interno, perché la costa è più pericolosa: ti attaccano ed è finita. Quando hai grandi città nell’interno, come Marrakech, Fez o Meknes, è un conto; ma Rabat e Casablanca sono state create per distruggere il potere delle città imperiali, per creare questo nuovo Marocco sul mare, lontano dai centri imperiali. E così tutti quanti – i mercanti, gli ebrei, gli amazigh, e anche le cheikat – sono andate a Casablanca a lavorare. Quando il potere si spostò, anche le cheikhat si spostarono. C’è questo aspetto: lo spostamento della popolazione. Come ti poni, oggi, di fronte alla profonda trasformazione che sta interessando il Marocco e le sue città – anche in vista della Coppa del Mondo 2030 –, un processo che si accompagna a fenomeni di “folclorizzazione” e “festivalizzazione” della cultura popolare; dinamiche che, in un certo senso, possono rivelarsi persino più violente di un esplicito divieto, non credi? Siamo caduti nella trappola del Protettorato e della colonizzazione. Sono riusciti a convincerci che eravamo arcaici, e che da questo arcaismo non potevamo creare la nostra modernità. E siamo diventati una pallida copia dell’Europa. Eppure, qui c’era una civilizzazione, che abbiamo scambiato per una cultura del ready to wear, ready to eat, ready to build… È diventato molto facile cadere nel cliché del folklorismo, finire esposti nei musei, plastificati. Siamo bombardati dal termine “arcaismo”. Le cheikhat sono arcaiche, le djillaba  [le tuniche], le baboush [le calzature], andare all’hammam, è tutto arcaico. Ma questi sono gli elementi della nostra civilizzazione. Invece di vivere nella medina, dobbiamo andare a vivere nei quartieri residenziali – per lo meno i ricchi; i poveri non hanno niente, sono sfrattati dal centro e portati nelle periferie. Se abbandoniamo le culture popolari perdiamo tutta questa eredità. Le nuove generazioni la dimenticano, vedono solo quello che brilla. Solo l’erba e l’asfalto. E qual è il ruolo di Kabareh Cheikhat in tutto questo? È come un megafono, è la voce di persone che non hanno voce. Nello spettacolo c’è una persona, una donna piccola, fisicamente molto debole, che però ha la forza di gridare, e che usa Kabareh Cheikhat per gridare ancora più forte, rendendoci tutti portatori del suo messaggio. Questo lo facciamo senza neanche accorgercene. Pensa alla comunità Lgbt: noi siamo gli unici rappresentanti di questa possibilità, anche se non lo diciamo esplicitamente. Chi viene a vederci, e mi vede con la barba, che danzo e canto, con la parrucca e il trucco, beh per chi non conosce il Marocco è molto interessante. Potrebbe pensare che le persone Lgbt vivono bene in Marocco, e ovviamente non è così. Ma le cheikhat hanno creato un punto d’entrata, una crepa nel muro, una piccola finestra per respirare. Mi chiedo se anche nel Kabareh Cheikhat si riscontri la contraddizione: il fatto che i media o le società occidentali vi invitino perché venite percepiti come soggetti che sovvertono l’arcaismo, o qualcosa del genere. So bene che in Europa vogliono solo parlare della situazione femminile nei paesi musulmani, senza mai mettere le cose nel loro contesto. Come sai le donne ci sono sempre nei rituali tradizionali, come nella Gnawa. Alcune tradizioni consentono forme di libertà, di diventare altro, di trasformarsi, anche se non lo si dice esplicitamente. Non si dice “omosessuali”, ma “toccati da Lalla Aïcha”, è l’invisibile che si manifesta, e la cosa finisce lì. Ma c’è sempre bisogno di mostrarlo come un “arcaismo”, come africani sottosviluppati, che puoi sempre dire che dobbiamo “salvarli”. I giornali quando parlano di noi vogliono parlare della comunità Lgbt in Marocco, e io gli dico: sì, la comunità c’è, nella sua forma europea, ma c’è anche questo lato invisibile. Tutti vogliono parlare degli omosessuali borghesi, non di quelli proletari, che invece non interessano a nessuno. I borghesi diranno quello che i media vogliono sentire, ma i proletari non hanno quel linguaggio; le loro forme vengono considerate “arcaismo”. Siamo molto coscienti di questo. Che tipo di rapporto intrattenete con quello che in Europa definiremmo “movimento sociale”? Le proteste politiche recenti si collegano a questo genere di attività culturale? Non so bene cosa dire, ognuno di noi partecipa a modo suo. Di recente, con quanto è accaduto con la Gen Z, abbiamo seguito molto gli arresti, le nuove leggi, le nuove regole sulla libertà d’espressione su internet e i social network. Vedi, siamo uomini che cantano insieme, cerchiamo di evitare di essere strumentalizzati. Ma credo anche che i movimenti di opposizione non abbiano ancora capito cosa stanno facendo gli artisti. Nei movimenti di protesta l’arte è vista come animazione, non come un motore di cambiamento. I partiti di opposizione – e intendo di vera opposizione, e non ce ne sono oggi – non capiscono che le nuove forme di arte, come le cheikhat, sono anch’essi un motore di trasformazione, e possono essere un buon sostegno per i movimenti… non solo un modo per passare la serata tra manifestanti, capito? È qualcosa che si potrebbe sfruttare, ma non possiamo essere noi a imporlo. Credo ci voglia molto tempo per creare una forma di protesta attraverso l’arte e la cultura. Credi che stia crescendo il consenso verso la modernizzazione, il potere, i mondiali del 2030, oppure sta salendo la tensione? Un giornalista francese degli anni Cinquanta o Sessanta si era fatto la stessa domanda. Aveva visto le proteste a Casablanca, e aveva detto: “Ecco, in Marocco c’è la rivoluzione”. Il giorno dopo non c’era più niente. Mi ricordo le proteste del 20 febbraio [2011: la primavera araba]: ero a protestare, e i poliziotti erano gentilissimi, ci distribuivano l’acqua… E io pensavo: “Wow, quindi non ci sarà lo scontro”. Dicevano: “Siete i nostri figli, siete i nostri fratelli”. Noi non volevamo lo scontro, ma essere ascoltati, però ho avuto l’impressione che quella fosse una strategia pensata apposta per contenere il movimento. In Marocco, siamo fatti un po’ così. Fanno la Tav tra Marrakech e Tangeri, e la gente dice: “Spendono un sacco di soldi, perché non li usano per le scuole?”. Poi appena il potere ci compra, siamo di nuovo d’accordo. In alcune regioni magari è diverso, ma la coscienza popolare non è all’ordine del giorno. Il makhzen è un potere che esiste da secoli, dalla dinastia precedente, ed è ovunque, in ogni casa. E sappiamo che non è solo il Marocco, ci sono gli Usa, Israele, la Francia, l’Ue, tutti ci guardano. Ma le persone sono anche spaventate. La gente ha paura di ritrovarsi come in Libia o come in Siria. C’è un certo equilibrio in questo gioco, per il momento. Il Marocco in fondo è un paese sicuro, non c’è terrorismo, e alle persone piace vivere in pace, svegliarsi la mattina e andare al mercato. I prezzi della frutta e della verdura aumentano, ma la gente trova sempre una forma di solidarietà. (a cura di stefano portelli e stefania spinelli)
mondo
Dalle farmacie statunitensi, agli Appalachi, ai laboratori messicani di fentanyl (pt 2)
Facciamo un viaggio nella storia della diffusione degli oppioidi sintetici negli Stati Uniti. Parliamo delle lacerazioni fisiche e non che la deindustrializzazione lascia nei territori e nei corpi della provincia depressa degli Stati Uniti, della rivoluzione medica degli Anni Novanta, che attribuisce valore al dolore dellx pazienti, e del lancio, da parte della Purdue Pharma, dell’OxyContin. Sul finire della puntata andiamo in Messico, luogo delle cocinas di oppiodi sintetici che hanno sostituito la coltivazione di oppio. Akron, Ohio Youngstown, Ohio Emilio Espejel / Where God Is Blind. Mexico.
USA
droghe
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fentanyl
deindustrializzazione
Il muro, Tijuana (fentanyl pt 3)
Nella terza puntata dedicata al fentanyl, lo vediamo tornare in Messico, dagli USA, come abitudine di consumo delle persone espulse dagli States. La città di Tijuana è uno dei cinque comuni dello Stato della Baja California. Data la sua vicinanza agli Stati Uniti, rappresenta uno dei valichi di frontiera più frequentati al mondo, il che ha portato a un’elevata concentrazione di migranti deportati. Secondo l’Unità per le Politiche Migratorie del Segretariato degli Interni (SEGOB) — sulla base dei dati registrati presso i punti di rimpatrio ufficiali dell’Istituto Nazionale per la Migrazione (INM) — Tijuana risulta il comune con il maggior numero di persone rimpatriate in tutto il Messico. Molte di loro vogliono tornare negli USA, e rimangono in città, nonostante le retate della polizia o le privazioni a cui possono andare incontro. L’elevato numero di persone rimpatriate che giungono in città, unito a politiche pubbliche scriteriate, ha dato origine a una situazione difficile nei quartieri Nord della città, in cui si concentrano la maggior parte delle persone respinte, senza documenti e senza dimora. Nella “Zona Norte” della città — spesso definita “zona di tolleranza” — la violenza della polizia è all’ordine del giorno, e nelle stesse strade, a ridosso del muro, si concentra la maggior parte della compravendita e del consumo di sostanze stupefacenti e del lavoro sessuale della città. Una associazione, Prevencasa, fornisce visite ginecologiche e osteopatiche, supporto psicologico,cura di ferite e ascessi, preservativi, materiale sterilizzato per il consumo di sostanze, materiale infomativo e altri servizi, in un’ottica di riduzione del danno non proibizionista nè giudicante. Dalle parole di Zaya, parliamo del muro e dell’intreccio di forze che interagiscono con le abitudini di consumo di sostanze di chi frequenta Prevencasa, e prendiamo spunto per analoghi approcchi per affrontare sin juicio i problemi e i rischi per la salute delle noste comunità.
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Woozy Special w/ BUBBLE WRAP
Di tanto in tanto farò qualche puntata di approfondimento delle mie fav label curate da donne, persone non binary, trans e queer. Si parte così con Woozy, etichetta di Dublino che amo molto e che è stata una delle più assidue presenze nelle tracklist di questi primi due anni di IMBALLAT3 a conduzione BUBBLE WRAP. TRACKLIST * Kellen303 – Pinehearse [Woozy001, 2020] * Sputnik One – Country Living [Woozy001, 2020] * Coe – Say (KL Tribute) [Radial, 2021] * Ambit – Act of Goodness [WZY2.5, 2022] * Jasmín – Grumpy Cat [WZY2.5, 2022] * Sha Ru – Temporary Iteration [WZY003 Match My Sway, 2023] * Dåser – Doabey [WZY3.5, 2023] * Octoptic – Neblina [WZY3.5, 2023] * Laenz – Echoes Until [WZY004 After Sunset, 2024] * Chewlie – Blaze Of Sobriety [WZY4.5, 2024] * No Sir – Dilate [WZY4.5, 2024] * Carré – Crawler [Meltdown, 2025] * Bambi – Lotus Glow [WZY5.5 willow_pitch, 2026] * Old Man Crane – Kelo Dub [WZY5.5 willow_pitch, 2026]
Bass
dubstep
dub
Pure chaos w/Monica Witty
Questa… sincera… non so bene come descriverla. Diciamo che un venerdì sera di inizio ottobre ho invitato Monica Witty negli scintillanti studi di Radio Blackout. Lei porta con sé 2 chiavette, 5+3+2 ame e la capacità di trasformare lo studio nel chaos della sua cameretta. Il resto sono 3 ore di ottima weird music (che dovevano essere 1 e mezza), un discreto quantitativo di parole e orari detti completamente a sproposito (da me, bubble wrap) e momenti di altissimo profilo con inaspettate impro ai microfoni di Ciolle. Tracklist in mutua.
chaos
[2026-11-05] Presentazione del libro di Sunjay Gookooluk “Diario di un invisibile" @ Csoa Gabrio
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI SUNJAY GOOKOOLUK “DIARIO DI UN INVISIBILE" Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino (giovedì, 5 novembre 18:30) Presentazione del libro di Sunjay Gookooluk “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano” giovedì 5 novembre alle ore 18.30 al CSOA Gabrio . Sunjay presenterà il libro con i contributi di Collettiva Cura Abolizionista, Psicologia per la Palestina e Assemblea contro CPR e frontiere. "Ventisei anni da “clandestino” nel nostro Paese. Sunjay Gookooluk, cittadino delle isole Mauritius, ha vissuto la strada, il lavoro irregolare, il carcere. Ha iniziato a scrivere a Rebibbia, vincendo concorsi letterari e ottenendo un diploma di ragioniere e artigiano mosaicista. Recluso per ben due volte nel CPR (ex CIE) di Ponte Galeria (Roma), è riuscito a tenere un diario nascondendo fogli, quaderni e penne. Questo libro raccoglie i suoi scritti, presentando per la prima volta al pubblico un’opera letteraria prodotta da dentro l’inferno della detenzione amministrativa italiana." A SEGUIRE CENA BENEFIT CONTRO I CPR, PRENOTAZIONE AL NUMERO 3450018742 Durante tutta la serata c'è la possibilità di portare alimenti, vestiti e libri per le persone detenute.
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Yuossef Siher, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana
Riprendiamo questa interessante analisi di McSilvan apparsa su Codice Rosso per restituire una chiave di lettura della vicenda legata a Youssef Siher. L’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare. Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle competenze tecniche dell’indagato. Il caso giudiziario di Youssef Siher — sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” — costituisce un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio 2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole, la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”, Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di questo genere di magistratura. 1. YOUSSIF SIHER, IL PROFILO Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine, anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue (madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo. Il suo percorso accademico si è sviluppato interamente presso l’Università degli Studi di Milano (Statale), dove ha conseguito nel luglio 2020 la laurea triennale in Comunicazione — discutendo con il professor Nicola Del Corno una tesi storiografica in Storia delle dottrine politiche sulla Sunnae sulla recezione dei precetti islamici nelle istituzioni statuali, giudicata dal relatore priva di connotazione radicale o apologetica — e successivamente la laurea magistrale in Scienze Politiche, con una tesi sui movimenti islamici in Marocco e i loro rapporti con la monarchia. Durante gli anni universitari è stato eletto rappresentante degli studenti nel Senato Accademico nelle liste di UniLab, formazione studentesca di orientamento moderato e vicina al centrodestra. Nel 2024 ha svolto un tirocinio di ricerca (research trainee) presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Sul piano lavorativo, ha operato come giornalista freelance collaborando con Il Fatto Quotidiano(occupandosi tra il 2022 e il 2024 di proteste studentesche e poi di crisi internazionali in Tunisia, Egitto, Sudan, Gaza e Mar Rosso), con Il Foglio (un singolo articolo sul Pakistan nel 2022) e con il canale satellitare panarabo Al Mayadeen English, ritenuto politicamente contiguo a Hezbollah. Da gennaio 2026 lavora come esperto generalista per Mercor, una startup statunitense di intelligenza artificiale, occupandosi di valutazione, etichettatura dati (data labeling) e addestramento di modelli algoritmici. Nel 2024 era stato oggetto di una segnalazione dei servizi di intelligence italiani per aver fondato e presieduto l’associazione Organizzazione Alba Nascente (OAN), attiva nel contrasto all’islamofobia e nelle mobilitazioni pro-Palestina. Nel settembre 2026 ha si è sposato con Sagia Hammoud, trentaduenne mediatrice interculturale nata e residente a Como, di origini libanesi e palestinesi, attivista dei Giovani Palestinesi di Milano. 2. LE CONTESTAZIONI DELLA PROCURA La mattina di sabato 24 ottobre 2026, gli operatori della Squadra Mobile, della Digos e della Polizia Postale di Milano hanno rintracciato Siher in un appartamento di via Romilli (quartiere Corvetto, Milano), abitazione di un’attivista pro-Palestina, localizzandolo attraverso il tracciamento tecnico del telefono cellulare della moglie Sagia Hammoud, poiché il dispositivo di Siher risultava spento. Condotto in Questura, nella tarda serata del 24 ottobre è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto su decreto emesso dal Procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola e dalla pubblico ministero del pool antiterrorismo Francesca Crupo.  Dall’esame degli atti allegati al decreto di fermo e alla richiesta di convalida emerge che a Siher non viene contestata la partecipazione materiale o l’organizzazione dei violenti scontri e dei saccheggi verificatisi nel centro di Milano (tra piazza Duomo e San Babila) nel fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026. L’addebito riguarda esclusivamente l’attività comunicativa e digitale posta in essere dopo tali disordini. Il primo nucleo fattuale raccolto dalla Polizia Postale e dalla Digos attiene alla creazione e all’amministrazione dei canali “Movimento 17 ottobre” (siglato M1710): domenica 18 ottobre 2026, alle ore 19:58, Siher (in concorso con la moglie) ha attivato il gruppo Telegram e la pagina Instagram del movimento, contraddistinti da un logo con una “M” bianca cerchiata su sfondo nero recante le cifre “17” e “10”. In pochi giorni tali canali hanno raccolto tra i 9.000 e gli 11.000 iscritti, generando un bacino di visualizzazione potenziale stimato dalla Procura in 150.000 utenti. Il secondo nucleo probatorio riguarda gli slogan e i post pubblicati su Instagram e Telegram, qualificati dall’accusa come atti di istigazione a delinquere e “dichiarazione di guerra continua”. Tra questi spicca il post recante la frase “Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”, cui si aggiungono l’invito alla “mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”, con la convocazione di presidi in otto città italiane per il 24 ottobre, nonché un messaggio scritto direttamente da Siher su Telegram: “Dobbiamo fare come la Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi”. Nel provvedimento vengono inoltre richiamati messaggi dal tenore esplicitamente violento (quali “spaccare gli istituti di credito è giusto” e “banche tutte al rogo”), i quali risultano tuttavia postati nella chat generale da profili terzi e anonimi, e non dall’amministratore. Un terzo elemento d’accusa concerne le disposizioni orarie programmate e le comunicazioni private rinvenute sul computer portatile sequestrato a Siher. Il dispositivo è stato trovato dagli agenti acceso e privo di password sulla schermata delle chat di coordinamento, a differenza dello smartphone di cui l’indagato ha rifiutato di fornire il codice di sblocco. Sul notebook la Polizia Postale ha individuato due messaggi programmati su Telegram per le ore 14:31 e 15:31 di sabato 24 ottobre, mai partiti a causa del sequestro, i quali contenevano l’indicazione dei tre punti di concentramento cittadini in cui i manifestanti avrebbero dovuto radunarsi per poi convergere nella piazza finale. Sul medesimo portatile era attivo l’account WhatsApp Web denominato “Youssef Siher”, contenente messaggi di terzi che chiedevano informazioni logistiche sul corteo del 24 ottobre. Il quarto pilastro probatorio è rappresentato dal reperimento sui dispositivi di un documento in formato PDF intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso – Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”. Il testo, concepito come guida alla disobbedienza civile contro il governo Meloni, suggerisce l’equipaggiamento da indossare in piazza (felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah, guanti, kit di primo soccorso), illustra tecniche di difesa passiva dai gas lacrimogeni (includendo un’illustrazione sul rilancio del candelotto verso i reparti di polizia), consiglia l’uso di scudi rudimentali e vernice spray per oscurare i blindati e le telecamere di sorveglianza, invita a “sfondare” eventuali blocchi di polizia e propone la creazione di gruppi temporanei sull’applicazione Signal con amministratori scelti casualmente per monitorare gli spostamenti delle forze dell’ordine e cancellare le tracce a fine corteo. Infine, un quinto elemento emerso dall’analisi forense della cronologia web riguarda le interrogazioni rivolte da Siher a sistemi di intelligenza artificiale generativa, ai quali aveva chiesto informazioni per l’elaborazione di “strategie rivoluzionarie”, facendosi assistere dall’IA anche nella redazione del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre, con cui si annunciava il cambio di tattica per le piazze del giorno seguente. 3. LA MOTIVAZIONE CAUTELARE Il passaggio cruciale della scheda clinico-giuridica risiede nel modo in cui il Procuratore Viola e la PM Crupi motivano la sussistenza del periculum libertatis (pericolo di reiterazione del reato ex art. 274, lett. c, c.p.p. e pericolo di fuga ex art. 274, lett. b, c.p.p. e art. 384 c.p.p.) a carico di un soggetto totalmente incensurato. Nella richiesta di convalida e di applicazione della custodia in carcere, i magistrati scrivono testualmente che Siher, sebbene incensurato, “ha dimostrato una particolare capacità delinquenziale nel senso di saper sfruttare il suo elevato background culturale ed i suoi contatti”, palesando “particolare abilità e acume” e competenze informatiche idonee a “sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Analogamente, il pericolo di fuga viene ritenuto “evidente” non già sulla base di preparativi materiali di espatrio (biglietti aerei, passaporti falsi o conti esteri), bensì in ragione del fatto che, pur essendo “italiano di seconda generazione”, egli possiede “particolari abilità e capacità di muoversi” e una “rete relazionale che gli consentirebbe di riparare all’estero” e far perdere le proprie tracce. In questa architettura argomentativa, l’istruzione superiore, il plurilinguismo e il cosmopolitismo relazionale — che nella fisiologia dell’ordinamento costituiscono indicatori di pieno inserimento sociale — subiscono una metamorfosi clinico-criminologica, trasformandosinella prova regina della pericolosità terroristica del soggetto. Insomma Siher non è pericoloso perché stava preparando la fuga ma lo è perché intelligente e quindi si prevede che sarà pericoloso. La magistratura predittiva fa quindi il suo ingresso in scena. 4. ACCANTO ALLA MAGISTRATURA PREDITTIVA: I MEDIA COSTRUISCONO IL NEMICO INTERNO L’arresto di Youssef Siher è stato accompagnato da una deflagrazione mediatica che ha agito in totale autonomia rispetto al perimetro tecnico-giuridico delle contestazioni, edificando attorno alla figura dell’indagato una narrazione ipertrofica fondata sulla suggestione del “grande vecchio” o dell’infiltrato radicale. L’analisi del discorso pubblico prodotto tra il 24 e il 27 ottobre 2026 permette di isolare quattro meccanismi strutturali attraverso i quali l’hype giornalistico ha preparato e legittimato la torsione preventiva della misura cautelare. Il primo meccanismo consiste in una sistematica distorsione cronologica. Nonostante gli atti della Procura di Milano chiariscano che i canali social del “Movimento 17 ottobre” sono stati aperti alle ore 19:58 di domenica 18 ottobre — ovvero a guerriglia urbana ormai esaurita — e che a Siher viene contestata la sola attività istigatoria successiva, la quasi totalità delle testate d’informazione ha titolato presentando il trentenne come “la mente degli scontri e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre”, “il presunto regista” delle devastazioni o “il capo e ideologo dei maranza arrestato”. Questa sovrapposizione tra l’amplificazione digitale post factum e la regia materiale ante factumrisponde a una precisa esigenza psicologico-politica: di fronte a una rivolta giovanile estemporanea, fluida e priva di rivendicazioni strutturate, l’opinione pubblica e gli apparati di sicurezza necessitano di un soggetto singolo, razionale e identificabile a cui imputare la paternità del caos. Come rilevato da osservatori attenti, si è così alimentata l’illusione ottica che, bloccando il profilo social di Siher la mattina del 24 ottobre, lo Stato avesse “schiacciato la testa del serpente”, quando in realtà nella medesima giornata di sabato 24 ottobre si sono registrati 371 fermati (di cui 110 minorenni) nei cortei nazionali e gravi scontri di piazza a Bologna, del tutto privi di coordinamento con l’indagato milanese. Un secondo dispositivo retorico dell’hype mediatico risiede nella criminalizzazione del successo formativo. La stampa conservatrice ha insistito ossessivamente sul contrasto tra la figura del giovane disagiato di periferia e il curriculum d’eccellenza di Siher: “Non c’era un maranza dietro il Movimento 17 ottobre. Non c’era neppure un ragazzo disagiato […] C’era, invece, Youssef Siher […] almeno sulla carta, uno che ce l’ha fatta”. Invece di leggere la laurea, il master, la conoscenza di quattro lingue e il ruolo nel Senato Accademico con la lista moderata UniLab come elementi incompatibili con un profilo di terrorismo stragista o insurrezionale, il circuito mediatico li ha letti attraverso il prisma della dissimulazione e del “fallimento del miraggio dell’integrazione”. Questa lettura ha generato una ricaduta immediata sul mondo accademico e dei think tank. L’ISPI si è affrettato a diramare una nota ufficiale per precisare che lo stage di Siher risaliva al 2024 e che da allora non vi era stata alcuna collaborazione, mentre su testate come Linkiesta il caso è stato utilizzato per invocare misure urgenti sulla “sicurezza della ricerca”, paventando il rischio di infiltrazioni radicali nelle università italiane. Tale allarme appare del tutto scollegato dalla realtà empirica, ove si consideri che il relatore di tesi di Siher, il professor Nicola Del Corno, ha pubblicamente attestato l’assoluto rigore scientifico e l’assenza di qualsiasi vena estremista o apologetica negli studi del giovane sull’islamismo politico. Il terzo pilastro dell’hype giornalistico ha operato per accumulazione suggestiva di significanti geopolitici eterogenei, fondendo attivismo filopalestinese, terrorismo islamista e guerra ibrida russa. Nel giro di quarantotto ore, le cronache hanno saldato in un unico blocco narrativo la segnalazione d’intelligence del 2024 relativa alla fondazione dell’Organizzazione Alba Nascente(OAN) e alla partecipazione di suoi esponenti a una conferenza stampa alla Camera dei Deputati su invito del parlamentare Aboubakar Soumahoro, vecchi commenti analitici di Siher sullo statuto di Hamas del 2017 e il suo lavoro giornalistico per l’emittente Al Mayadeen English, nonché il testo scritto a quattro mani con la moglie Sagia Hammoud sulla morte del diciannovenne Ramy Elgaml durante un inseguimento dei carabinieri a Milano nel novembre 2024. A questo mosaico biografico è stata infine sovrapposta l’ipotesi di collegamenti operativi con la galassia degli hacker filorussi (NoName) o con centrali del cosiddetto “terrorismo urbano di matrice islamica”. Sebbene gli stessi inquirenti milanesi abbiano dovuto dare atto della totale assenza di evidenze circa contatti con hacker filorussi o entità statuali, il frame mediatico ha continuato a presentare Siher come il punto di saldatura tra jihadismo internazionale e sovversione delle piazze europee. Infine, il caso è stato immediatamente assorbito nella contesa politica nazionale, trasformandosi in un test di lealtà ideologica. Mentre esponenti della destra mediatica (come Italo Bocchino su X) arrivavano a evocare il trattamento carcerario marocchino (“saresti stato riempito di botte nel momento dell’arresto, saresti stato buttato in una cella e le chiavi sarebbero state gettate chissà dove. Ringrazia l’Italia, pentiti”), nel centrosinistra esplodeva una dura polemica attorno a Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), attaccato dal senatore PD Filippo Sensi e da Angelo Bonelli (AVS) per aver messo in discussione la legittimità del fermo per reati d’opinione. Al contempo, tuttavia, l’evidente sproporzione tra l’hype terroristico e la consistenza delle prove ha generato una convergenza critica trasversale: da Susanna Marietti (coordinatrice di Antigone) e l’avvocato penalista Mirko Mazzali, fino a direttori di orientamento opposto come Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano) e Giuliano Ferrara (Il Foglio, già schedatore di operai durante gli anni di piombo, ndr), i quali hanno concordemente ridimensionato la figura dello “stratega del terrore” a quella di un giovane agitatore , denunciando l’uso inflazionato della categoria di terrorismo e della custodia cautelare per un reato d’opinione. 5. ALLE ORIGINI DELLA MAGISTRATURA PREDITTIVA ITALIANA: LEGISLAZIONE E GIURISPRUDENZA Per comprendere come la Procura di Milano abbia potuto qualificare l’apertura di un canale social e il possesso di un file PDF come fattispecie di matrice terroristica ed eversiva, è necessario esaminare la traiettoria compiuta dalla legislazione penale italiana nell’ultimo decennio. Tale percorso mostra una sistematica anticipazione della soglia di punibilità che ha progressivamente eroso il principio di offensività, istituzionalizzando la sanzione della pericolosità soggettiva e del “punibile perché si prevede che commetta reati”, vera legge aurea della magistratura predittiva. La dottrina penalistica italiana si è a lungo interrogata sul rapporto tra la legislazione d’emergenza antiterrorismo e il modello teorico del diritto penale del nemico (Feindstrafrecht) elaborato dal giurista tedesco Günther Jakobs. Secondo Jakobs, mentre il “diritto penale del cittadino” attende l’esteriorizzazione di un fatto lesivo e conserva una finalità rieducativa, il “diritto penale del nemico” colpisce soggetti che, per la loro presunta infedeltà permanente all’ordinamento, vengono privati dello status di persona e sottoposti a una neutralizzazione preventiva basata sulla loro potenzialità offensiva futura, mediante un’estrema anticipazione della tutela, la vaghezza delle fattispecie, la sproporzione sanzionatoria e l’abbattimento delle garanzie processuali. Se fino alla metà degli anni Duemiladieci illustri studiosi (tra cui Francesco Palazzo) preferivano qualificare il sistema italiano come un “diritto penale al limite” — ossia un sistema che, pur flessibilizzando le garanzie e arretrando la soglia punitiva, tentava di rimanere entro gli argini costituzionali di proporzionalità e offensività — gli interventi normativi dell’ultimo decennio hanno progressivamente varcato tale confine attraverso quattro tappe fondamentali. La prima fase si è aperta con il D.L. 18 febbraio 2015, n. 7 (convertito nella L. 17 aprile 2015, n. 43), emanato in risposta al fenomeno dei foreign fighters e agli attentati in Francia, che ha spostato il focus dalla struttura associativa (art. 270-bis c.p.) al cosiddetto “lupo solitario”. Tale intervento ha punito il soggetto passivo dell’arruolamento (art. 270-quater c.p.), l’organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo (art. 270-quater.1 c.p.) e l’auto-addestramento (self-training, art. 270-quinquies c.p.), introducendo altresì l’aggravante speciale dell’uso di strumenti informatici o telematici per i delitti di istigazione e apologia (art. 414, comma 4, c.p.). Nel 2015, tuttavia, il legislatore aveva ancora ancorato l’auto-addestramento al requisito che il soggetto, acquisite le istruzioni, ponesse in essere “comportamenti univocamente finalizzati” alla commissione delle condotte terroristiche (art. 270-sexies c.p.), cercando così di evitare la punizione della mera cogitatio o dello studio teorico. La seconda tappa è stata segnata dalla L. 28 luglio 2016, n. 153 e dal D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, che hanno introdotto i reati di finanziamento di condotte con finalità di terrorismo (art. 270-quinquies.1 c.p.), sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro (art. 270-quinquies.2 c.p.) e atti di terrorismo nucleare (art. 280-ter c.p.). Il dato dogmaticamente più allarmante di questa fase risiede nella rottura del principio di proporzionalità: il mero finanziatore (art. 270-quinquies.1) viene punito con la reclusione da 7 a 15 anni, la medesima pena prevista dall’art. 270-bis c.p. per i promotori, capi e dirigenti di un’associazione terroristica armata. Nel 2018, per effetto della riserva di codice, la circostanza aggravante trasversale della finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è stata stabilmente codificata nell’art. 270-bis.1 c.p.. Con la terza tappa, coincidente con il D.L. 11 aprile 2025, n. 48 (cosiddetto “Decreto Sicurezza 2025”), l’argine garantistico dei “comportamenti univoci” è stato definitivamente abbattuto. Il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p. (Detenzione di materiale con finalità di terrorismo) incrimina infatti con la reclusione da 2 a 6 anni chiunque consapevolmente si procuri o detenga materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici, armi, sostanze chimiche o su ogni altra tecnica per il compimento di atti con finalità di terrorismo (art. 270-sexies), senza richiedere alcun comportamento esecutivo ulteriore. Come evidenziato dalla più recente dottrina penalistica (Rubeo, Manes), si tratta di un reato a forma libera, sussidiario e di pericolo presunto, in cui l’ipertrofia della componente soggettivistica trasforma la pena in mero strumento di “messa in sicurezza” preventiva della società. Infine, la quarta tappa si è consumata con il D.L. 22 ottobre 2026, n. 190, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 246 del 22 ottobre 2026 sull’onda emotiva degli scontri milanesi del weekend precedente, il quale compie la saldatura definitiva tra la logica dell’antiterrorismo e la gestione dell’ordine pubblico di piazza. Esso introduce l’art. 420-bis c.p. (Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche) e l’art. 635.1 c.p. (Danneggiamento commesso da un gruppo organizzato), punendo da 4 a 12 anni chi promuove, organizza o anche solo istiga telematicamente gruppi di almeno cinque persone che operino con violenza “anche occasionalmente”, ed estendendo a tutte queste ipotesi l’arresto in flagranza differita (art. 382-bis c.p.p.). 6. LA DERIVA PREDITTIVA DELLA MAGISTRATURA ITALIANA Questa deriva legislativa entra in rotta di collisione frontale con oltre mezzo secolo di giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia di reati d’opinione e di pericolo. La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 65 del 1970, ha salvato l’art. 414 c.p. (istigazione e apologia di delitto) dalla declaratoria di illegittimità per contrasto con l’art. 21 Cost. a una condizione tassativa: che la condotta non si esaurisca nella pura manifestazione di un pensiero radicale o dissidente, ma presenti, per le sue modalità concrete, un’effettiva e immediata idoneità a provocare la commissione di delitti. Analogamente, con la sentenza n. 108 del 1974  la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 415 c.p. (istigazione a disobbedire alle leggi e all’odio fra le classi sociali) laddove non richiedeva che il fatto fosse commesso “in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”. Recependo tali coordinate, la Corte di Cassazione ha costantemente ribadito che il delitto di cui all’art. 414 c.p. configura un reato di pericolo concreto e non presunto, il quale esige dal giudice una rigorosa valutazione ex ante sulla reale attitudine del discorso, nel contesto specifico e nel momento storico dato, a innescare il passaggio all’azione delittuosa da parte dei destinatari (Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 48247 del 2019). Allo stesso modo, la Suprema Corte ha statuito che anche nelle fattispecie antiterrorismo a tutela fortemente anticipata, come l’auto-addestramento ex art. 270-quinquies c.p., il principio costituzionale di offensività impone l’accertamento di riscontri fattuali esterni alla mera acquisizione o consultazione di materiale ideologico o teorico (Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 13087 del 19 gennaio 2017). La ragione per cui nel caso Siher — come in numerosi procedimenti analoghi — questo consolidato statuto garantistico viene disapplicato nella fase genetica del procedimento risiede nel meccanismo processuale del doppio binario cautelare (art. 275, comma 3, c.p.p. e art. 51, comma 3-quater, c.p.p.). Quando il pubblico ministero innesta su un reato comune (come l’istigazione ex art. 414 c.p., punita nella forma base da 1 a 5 anni, misura che di per sé renderebbe ardua o preclusa la custodia in carcere per un incensurato) la finalità di terrorismo o di eversione ex artt. 270-bis.1 e 270-sexies c.p., si attiva un regime processuale speciale. In tale regime vige una presunzione legale relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza esclusiva della custodia in carcere. Di conseguenza, nella fase del fermo e della convalida, il baricentro cognitivo del giudice viene spostato dall’accertamento del pericolo concreto dell’atto (che richiederebbe la prova quasi impossibile che uno slogan su Instagram determini causalmente un saccheggio) alla valutazione del pericolo potenziale dell’autore. La contestazione dell’aggravante terroristica funge così da “chiave d’accesso” processuale per neutralizzare in carcere (nella sezione speciale AS2) la potenzialità soggettiva dell’indagato, eludendo nella fase cautelare il vaglio stringente imposto dalla Cassazione per il giudizio di merito. Con questa elusione, la magistratura italiana ha strumenti per poter girare il proprio, personale Minority Report. 7. INTELLIGENZA ARTIFICIALE, POLIZIA PREDITTIVA, COSTRUZIONE DEL TERRORISTA Il caso Youssef Siher segna uno spartiacque inedito nella storia giudiziaria italiana anche sotto il profilo tecnologico: è il primo procedimento per terrorismo ed eversione in cui l’Intelligenza Artificiale (IA) compare simultaneamente nel profilo professionale dell’indagato, nel compendio probatorio d’accusa e nell’infrastruttura di sorveglianza e misurazione del pericolo utilizzata dagli inquirenti. L’analisi dimostra come i sistemi algoritmici agiscano da catalizzatori strutturali per sanzionare la potenzialità della persona anziché il fatto commesso, operando lungo diverse direttrici convergenti. Dalle carte dell’inchiesta milanese emerge un elemento inedito: per fondare l’accusa di progettazione eversiva e la richiesta di carcere, i pubblici ministeri valorizzano il fatto che Siher avesse effettuato ricerche interrogando sistemi di IA generativa per ottenere informazioni sulla “realizzazione di strategie rivoluzionarie” e per farsi assistere nella stesura del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre. A ciò si aggiunge la circostanza biografica che Siher lavorasse da gennaio 2026 proprio per la startup statunitense Mercor nell’addestramento e nella valutazione di modelli di IA. Sotto il profilo tecnico-giuridico, questo passaggio segna la nascita della criminalizzazione del prompt (prompt incrimination). L’interazione tra un utente e un modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model – LLM) è, per sua natura ontologica, un processo di esternalizzazione cognitiva e di esplorazione linguistico-probabilistica. Come chiarito anche nei recenti documenti della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia del Ministero dell’Interno (Quaderno n. 1/2025) in riferimento all’art. 3 dell’AI Act europeo, un sistema di IA generativa produce output testuali assemblando e rielaborando statisticamente dati preesistenti secondo logiche algoritmiche. Quando la Procura utilizza i prompt rivolti da Siher all’IA come prova di un “progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive” e della sua capacità di “sviluppare una strategia rivoluzionaria”, essa compie un salto logico radicale. Da un lato, equipara il dialogo con un software — che appartiene alla sfera del foro interno o, al più, della ricerca intellettuale preparatoria non punibile — a una vera e propria concertazione cospirativa. Dall’altro lato, trasforma la competenza professionale dell’indagato nell’uso dell’IA, acquisita lavorando per Mercor, in un moltiplicatore della sua pericolosità soggettiva, ritenendo che un soggetto capace di padroneggiare strumenti generativi possieda per ciò stesso una “capacità delinquenziale” superiore. In combinato disposto con il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p., che punisce la mera detenzione di istruzioni a prescindere da condotte univoche esterne, la generazione algoritmica di un testo sulle tattiche di protesta diventa istantaneamente corpo del reato e indice cautelare. Il secondo livello in cui l’IA favorisce il sanzionamento della potenzialità eversiva riguarda gli strumenti investigativi di polizia predittiva (predictive policing) e di monitoraggio digitale della radicalizzazione. Come documentato negli studi della Scuola Superiore della Magistratura e del Ministero dell’Interno, le autorità di pubblica sicurezza e di intelligence impiegano oggi algoritmi avanzati di Machine Learning (ML) e di Natural Language Processing (NLP — capaci di analizzare, rappresentare e comprendere il linguaggio umano su vasta scala) per setacciare enormi volumi di dati digitali strutturati e non strutturati (social network, chat aperte, transazioni finanziarie AML/CFT) alla ricerca di “indicatori di anomalia” e pattern di radicalizzazione. Questo paradigma tecnologico altera alle fondamenta la struttura dell’accertamento penale, determinando anzitutto il passaggio dalla causalità deterministica alla correlazione probabilistica. Mentre i modelli tradizionali di indagine muovono da un fatto di reato già commesso (ex post) per risalire all’autore secondo leggi causali e regole deterministiche, gli algoritmi predittivi di ML operano ex ante identificando anomalie statistiche e cluster di rischio non censiti dai modelli tradizionali. Essi non accertano ciò che un individuo ha fatto, ma calcolano la probabilità matematica di ciò che un individuo potrebbe fare in base alla somiglianza del suo profilo semantico, anagrafico e relazionale con dataset storici di soggetti radicalizzati. A ciò si salda l’effetto “Black Box” e la conseguente crisi della legalità algoritmica. Come avverte la dottrina giurisprudenziale della Scuola Superiore della Magistratura, gli algoritmi più complessi “generano risposte non sempre riproducibili, grazie ad un’analisi della realtà superiore alle capacità umane”, ponendosi in acuta frizione con le garanzie di trasparenza e di controllo difensivo. Quando un soggetto come Siher — già inserito nei database d’intelligence nel 2024 per l’associazione Alba Nascente e monitorato per i suoi scritti sull’Islam politico e sulle proteste della Generazione Z in Marocco — attiva un canale Telegram con parole chiave ad alta densità semantica (“guerra”, “rivoluzione”, “caduta del governo”), i sistemi di monitoraggio algoritmico classificano istantaneamente il nodo come “minaccia eversiva ad alto rischio”. La predizione della macchina si cristallizza così in una presunzione investigativa che orienta il pubblico ministero a leggere ogni elemento neutro della vita dell’indagato (gli studi universitari, il bilinguismo, i contatti WhatsApp) come conferma del “progetto eversivo”. Vi è infine un terzo meccanismo, più sottile ma decisivo negli atti della Procura di Milano: l’uso delle metriche algoritmiche dei social network per soddisfare fittiziamente il requisito giuridico dell’idoneità offensiva (art. 414 c.p.) e dell’intimidazione della popolazione (art. 270-sexies c.p.). Nel decreto di fermo, la PM Crupi scrive che i messaggi di Siher su Instagram e Telegram avevano creato uno “stato di intimidazione della popolazione” perché “potenzialmente potevano raggiungere 150mila persone” (a fronte di una base effettiva di circa 9.000–11.000 iscritti al canale). In questo modo, il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione proprietario di Meta (Instagram) e di Telegram — progettato dalle piattaforme per massimizzare il tempo di permanenza (engagement) spingendo i contenuti polarizzanti nei feed di utenti non iscritti — viene imputato giuridicamente all’indagato. La reach potenziale stimata dall’algoritmo della piattaforma diventa la misura legale del pericolo concreto del reato: l’indagato non viene tenuto in carcere per il danno che ha effettivamente provocato, ma per la potenzialità virale che l’architettura algoritmica dei social media attribuisce alle sue parole. 8. LA MUTAZIONE GENETICA Quando la rubrica giudiziaria viene inquadrata nelle coordinate del terrorismo o dell’eversione dell’ordine democratico, il giudizio cautelare sul trattenimento in carcere subisce una mutazione genetica: il fatto materiale commesso degrada a mero sintomo occasionale, mentre l’oggettoreale della misura restrittiva diviene la potenzialità soggettiva della persona, dilatata dagli inquirenti attraverso una lettura orientata della sua biografia, della sua cultura e dei suoi strumenti tecnologici. Nel caso in esame, l’assenza di una partecipazione materiale agli scontri del 17-18 ottobre, l’inesistenza di una rete associativa armata o di collegamenti con attori ostili esteri, e la natura eminentemente espressiva e velleitaria dei post pubblicati non hanno impedito il fermo d’urgenza e la reclusione nella sezione di Alta Sicurezza 2 di San Vittore. Ciò è stato reso possibile dalla convergenza di quattro fattori strutturali che operano in stretta sinergia. Anzitutto, si assiste all’inversione clinico-criminologica del capitale umano, per cui l’assenza di precedenti penali, la laurea magistrale, il plurilinguismo, le competenze nel settore dell’IA e lo status di cittadino italiano di seconda generazione vengono capovolti da fattori di radicamento sociale in indicatori di “particolare capacità delinquenziale” e di “pericolo di fuga”. In secondo luogo, interviene l’hype mediatico pre-giudiziario, che retrodata la responsabilità del soggetto costruendo l’archetipo rassicurante del “regista occulto” e dell’”infiltrato accademico”, generando un allarme sociale che la Procura utilizza poi circolarmente come prova dell’effetto intimidatorio e terroristico della condotta. A questi fattori si salda la deriva legislativa del decennio 2015–2026, culminata nei Decreti Sicurezza n. 48/2025 (art. 270-quinquies.3 c.p.) e n. 190/2026 (art. 420-bis c.p.), che ha progressivamente sostituito il diritto penale del fatto e del pericolo concreto con fattispecie di pericolo presunto, ossimori dogmatici (“organizzazione anche occasionale”) e cornici edittali sproporzionate pensate per attivare il doppio binario cautelare. Infine, agisce la mediazione algoritmica dell’IA, che da un lato trasforma l’esplorazione cognitiva privata (il prompt rivolto a un LLM) in prova di pianificazione eversiva, e dall’altro converte le metriche commerciali di viralità potenziale dei social network nel requisito oggettivo dell’offensività penale. In definitiva, il caso Siher dimostra che nel diritto penale contemporaneo della sicurezza nazionale il confine tra dissenso radicale, esplorazione intellettuale e terrorismo non è più tracciato dalla materialità dell’offesa arrecata ai beni giuridici, bensì dalla profilazione preventiva del tipo d’autore, con un vulnus profondo ai principi scolpiti negli articoli 13, 21, 25 e 27 della Costituzione repubblicana. Youssef Siher è, in questo modo, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana. Quanti altri ne seguiranno? E con quale conseguenze nella politica e nella società? La questione è particolarmente seria. Per Codice Rosso, nlp
Pisa: IL 30 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE – Insieme possiamo bloccare tutto
Lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato da USB e sostenuto da tanti sindacati di base, è l’occasione per reagire a una crisi che pesa ogni giorno sulle nostre vite. Di seguito ripubblichiamo l’indizione di MULTI – Sindacato Sociale che aderisce allo sciopero e sarà nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri per costruire questa giornata. In allegato l’adesione allo sciopero da parte dei lavoratori di Amazon. Non possiamo andare avanti così: lavorare costa sempre di più, gli stipendi non bastano e gli affitti sono impossibili. Imprese e istituzioni scaricano i costi della crisi su chi lavora, attraverso part-time involontari, ore non pagate e contratti precari. Gli ospedali non garantiscono cure adeguate, scuole e servizi si impoveriscono, mentre aumentano le risorse destinate al riarmo. Scioperare è un sacrificio, soprattutto per chi ha già pochi soldi. Ma dobbiamo ribellarci a una normalità che ci impoverisce e ci toglie autonomia e futuro. Fermarci insieme significa trasformare la fatica e la rabbia individuali in una forza capace di cambiare i rapporti di potere. In tutta Europa crescono le proteste. Autotrasportatori e agricoltori si mobilitano contro l’aumento dei costi e l’indebitamento; giovani delle periferie e studenti occupano scuole e piazze, stanchi di essere criminalizzati e privati di opportunità. Conflitti diversi, una domanda comune: perché dobbiamo essere sempre noi a pagare? Dalla Palestina all’Ucraina, le guerre devastano popolazioni e territori mentre si spendono soldi pubblici per produrre e acquistare armi. Banche, industrie militari, imprese energetiche, grandi supermercati, case farmaceutiche, multinazionali della logistica e fondi immobiliari continuano ad accumulare profitti. Noi, invece, veniamo derubati della ricchezza che produciamo: con salari insufficienti, affitti insostenibili, prezzi sempre più alti e servizi pubblici impoveriti. Il nostro lavoro fa ricco lo Stato e le grandi aziende, ma a noi restano sacrifici e rinunce. Ora basta. Da Amazon a Carrefour, da Dussmann agli appalti pubblici, fino alla Scuola Superiore Sant’Anna, alla Scuola Normale e alle scuole, dobbiamo far sentire la voce di chi manda avanti la società con il proprio lavoro e la propria cura. Vogliamo salari più alti, contratti stabili, la fine del lavoro gratuito e del part-time imposto, case accessibili e servizi pubblici funzionanti. Le risorse collettive devono servire la vita, non la guerra e i profitti di pochi. Per questo dobbiamo portare lo sciopero ovunque, collegare le vertenze e fermare i flussi di lavoro e di ricchezza che noi stessi produciamo. Non basta indignarsi: dobbiamo organizzarci e ribellarci insieme per conquistare ciò che ci viene negato. Il 30 ottobre, dalla mattina presto, saremo con picchetti nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri per promuovere lo sciopero. Dalle ore 9 ci muoveremo in corteo verso il Comune di Pisa. PER ADERIRE, SEGNALARE LA PARTECIPAZIONE O COSTRUIRE INIZIATIVE, CONTATTATE MULTI – SINDACATO SOCIALE:INFO@MULTISINDACATOSOCIALE.ORG 30-ottobre_261027_152501Download Dal magazzino Amazon di Montacchiello (PISA) : per lo sciopero di domani 30 ottobre assemblea sindacale e presidio alle 8.30! Carichi di lavoro inaccettabili, pressioni psicologiche e fisiche, sfruttamento fino alla malattia e alla distruzione É IL MOMENTO DI FARCI SENTIRE! Basta essere trattati come lavoratori usa e getta! Basta avere paura, insieme lottiamo contro lo sfruttamento! Le lavoratrici e i lavoratori vogliono rispetto! Insieme siamo forti! Video dei drivers di Amazon in mobilitazione
Torino verso lo sciopero generale
Riprendiamo indizione della mobilitazione da parte dei coordinamenti cittadini di Torino per Gaza e Torino contro il riarmo in vista della mobilitazione dello sciopero del 30 ottobre. In allegato anche un registrato delle voci del 24 ottobre a cura di Radio Blackout. BLOCCHIAMO L’ITALIA SCIOPERO GENERALE Domani scendiamo in piazza ancora una volta per ribadire che siamo contro il riarmo, contro il carovita e contro ogni forma di guerra. Sono settimane che vediamo l’Italia intera scendere in piazza per dire che non ce la fa più, che arrivare alla fine del mese è diventato un lusso sempre più riservato a pochi, che non è più possibile accettare un presente fatto di precarietà e impoverimento. Di fronte a tutto questo, le risposte del governo italiano sono sempre più orientate alla repressione. Attraverso abusi di polizia e limitazioni al diritto di manifestare, si tenta di restringere sempre di più gli spazi del dissenso, obbligando le persone a lasciare il centro delle città e relegando le proteste nelle periferie, lontano dagli occhi di chi governa e di chi vorrebbe continuare a fare finta di niente. Ci chiediamo allora: queste fantomatiche vetrine valgono forse più della vita di milioni di persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese? Vale più la tutela delle vetrine del diritto di esprimere il proprio dissenso, di protestare contro le guerre e di rivendicare condizioni di vita dignitose? Ancora una volta, la domanda non dovrebbe essere perché le persone scendano in piazza, perché giovani e studenti si mobilitino collettivamente, perché un’intera generazione rifiuti di accettare le condizioni che le vengono imposte. La vera domanda è perché, di fronte a queste rivendicazioni, la risposta delle istituzioni continui a tradursi nella violenza e nella repressione. Scendere in piazza è quindi sempre di più una necessità, un dovere collettivo. Perché non possiamo accettare che la guerra diventi normalità mentre le nostre condizioni di vita peggiorano, che miliardi vengano destinati al riarmo mentre milioni di persone sono costrette a scegliere tra pagare le bollette, fare la spesa e arrivare alla fine del mese. Vediamo un vento di rivolta e rivoluzione arrivare dal mondo intero, da paesi molto vicini al nostro; Francia, Spagna, Albania, paesi nei quali le settimane di mobilitazione hanno messo in crisi i propri governi. Un solo grido ci attraversa tutti: No alla guerra e sì per una vita dignitosa. Come Coordinamento Torino per Gaza, sappiamo bene, guardando alla resistenza palestinese, cosa significhi lottare, cosa significhi resistere e cosa significhi non arrendersi di fronte alla violenza. Sappiamo che le lotte non sono separate, che ciò che accade in Palestina non è distante da ciò che viviamo qui. La guerra e il genocidio in Palestina si inseriscono in un sistema di dominio e di violenza che si alimenta anche attraverso il riarmo, l’economia di guerra e politiche che scaricano il costo delle proprie scelte sulle vite di chi lavora, studia e vive in condizioni di crescente precarietà. Con la stessa forza e determinazione che abbiamo mostrato lo scorso anno con Blocchiamo tutto, vogliamo tornare a bloccare. Bloccare questo sistema, fermare la macchina della guerra, opporci a un modello politico ed economico che ci vuole sempre più sfruttati, sempre più impoveriti, sempre più disposti a chinare la testa. Vogliamo bloccare l’Italia per l’Italia stessa, per la nostra liberazione, per costruire un futuro in cui le risorse siano destinate alla vita e non alla guerra, ai diritti e non al riarmo, alla dignità delle persone e non ai profitti di pochi. Domani scendiamo in piazza per scioperare, per bloccare, per opporci alla repressione e per mettere un punto a tutto questo. Contro il riarmo. Contro il carovita. Contro ogni guerra. Per la Palestina, per la nostra liberazione. Alcune voci dal corteo del 24 ottobre a Torino contro guerra, riarmo e carovita.