Yuval Abraham e Rachel Szor, Naza #21
La faccia nascosta di The Other Land, dov’era luce abbagliante, qui è buio fitto, ma in realtà Naza evidenzia tutto l’orrore quando non lo mostra perché non è portato sullo schermo ma è dentro ai testimoni, alle loro parole, se non proprio nelle uniche sequenze finali immerse in una luce grigia abbacinante sulle macerie, sui cadaveri, sui risultati di quegli obiettivi. Ed è dentro agli spettatori, attoniti perché si rendono conto che quell’indifferenza alla morte dell’Altro li coinvolge. In Naza non c’è spazio per il giudizio morale: nel documentario premio Oscar c’era la tensione morale della camera da presa brandita come un’arma, mentre l’orrore sui tetti di Tel Aviv proviene dalla mancanza di senso etico. Anche “Delicatessen”, come un po’ tutti i commenti sul film, ha rilevato quest’assenza, forse però cercando di andare oltre questo palese imbarazzo degli spettatori alla ricerca di una partecipazione emotiva in cui specchiare la propria dirittura morale che non può reggere una tale insensibile adesione alla carneficina dettata da un algoritmo, per trovare la causa di questa rimozione che permea le ricostruzioni dei militari, un atteggiamento che proviene dal Sistema educativo studiato dallo Stato ebraico fin dalle origini e che produce quel Sistema , e tentando di individuare la volontà di espungere ogni remora morale da quella società, una nazione creata a freddo nel 1948 su una Catastrofe (la Nakba), un brand con incisa sempre l’etichetta di laboratorio del capitalismo, l’avanguardia nella sperimentazione della militarizzazione di una comunità-stato. Abbiamo indicato nei lavori di Amos Gitai (in particolare Yoman Sadeh – Journal de campagne, il titolo deriva dall’esilio francese a cui fu costretto per questa denuncia che risale al 1982) l’intuizione iniziale della creazione di queste macchine “umane” da guerra, capaci di ascoltare voci e atmosfere di una casa fino a pochi secondi prima di dare il via a bombardamenti che annientano quelle persone innocenti e civili. Ma l’algoritmo consente il lavacro di ogni coscienza, persino quella del militare che ha collaborato a scrivere quell’algoritmo che valuta quante decine – centinaia in alcuni casi – di Naza possono essere sacrificati per annientare un individuo e fornisce lo stesso alibi di Eichmann, il criminale nazista che organizzava i viaggi verso Auschwitz e che fu impiccato dopo il processo del 1960 a cui assistette Arendt (coniando in quel frangente la “banalità del male”) e dalle cui riprese fu tratto un film nel 2007 con la regia di Robert Young, dove si evidenziava la linea difensiva che intendeva sgravarsi di ogni responsabilità, in quanto militare che eseguiva gli ordini. In questo caso il riferimento più assimilabile al militare che ha partecipato alla formulazione dell’algoritmo è più recente, perché sebbene con altra intensità, anche l’Oppenheimer di Nolan si autoassolveva dicendo che lui aveva solo messo a disposizione un ordigno, ma lo scarico delle proprie responsabilità è comune agli schizzi infantili prodotti dai due scienziati come lo era alla linea di difesa di Eichmann. La struttura – prontamente copiata dall’hasbarah con un film dal titolo provocatoriamente uguale, uscito il giorno dopo la nostra trasmissione per cercare di confutare la denuncia di Abraham e Szor con il solito coacervo di menzogne e mezze verità prive del riscontro di giornalisti veri – vede la quinta del set avvolta dalle ombre, come la caverna di Platone, ma le parole pronunciate da questi fantocci da teatro d’ombre, vuote maschere stanziate su interni domestici illuminati nei condomini dirimpetto sono bombe tirate su altri interni a 60 chilometri da lì lungo la medesima riviera e che hanno fatto strame degli abitanti, e solo alla fine c’è la breve sequenza sulle vittime, come a certificare l’esecuzione, mostrando il mondo vero di cui le testimonianze erano le vaghe ombre. Solo che in quelle riprese di una parte per il tutto di Gaza la voce e il volto del padre disperato si vede e si sente in piena luce, mentre le fattezze dei mandanti, l’opinione pubblica israeliana degli appartamenti illuminati dall’altra parte della camera da presa, sono sempre impallate da qualche elemento dell’arredo. Anonimi, ma responsabili come gli spettatori, che per questo motivo escono terrei e silenziosi dalle sale in cui si svolge il rito collettivo che in genere deve risultare catartico, invece con Naza la catarsi è impedita da quella sequenza finale che rende il tutto cinéma-vérité. E questo fa impazzire Netanyahu e la sua cricca di feroci nazisti, che continuano a fornire legittimazione a questi soldati che nel migliore dei casi si chiedono «Se penso ancora oggi che i nazisti siano il male assoluto. Ma, mi chiedo, allora io chi sono?». Intanto alcuni, intrisi dell’educazione di Tsahal trasudano godimento sadico dal tiro all’affamato. Altro motivo di rabbia che può far cadere in deliquio l’intera famiglia Netanyahu è la difficoltà di accreditare come antisemitismo lo spirito che detta il film realizzato da due ebrei israeliani. Sono tutte situazioni, prassi, mezzi, strumenti, catene di comando, algoritmi, sistemi di controllo, tecnologie disumanizzanti e paradossalmente oscenità di omicidi e massacri non visti direttamente ma evocati, come nel caso dell’ob-scene di cui abbiamo parlato a proposito di La voce di Hind Rajab (anche in quel caso una voce) … tutti crimini conosciuti e da questi microfoni più volte denunciati. Il film è prodotto da un quotidiano: “The Guardian” gli conferisce lo stato di reportage giornalistico, denuncia del malessere della società israeliana e occidentale in generale, forse anche di più dell’arroganza corrotta del potere dell’imperatore di The Bibi Files, da cui a completamento di Naza si respira uno spirito di sovrano, più che di sovranista.
GENOCIDIO GAZA
algoritmo
cinéma vérité
educazione sionista
tsahal
Resoconto dell’udienza di sorveglianza speciale a Stefano
Mercoledì 30 settembre si è tenuta una delle ultime udienze della fase dibattimentale riguardo alla richiesta di sorveglianza speciale a carico del nostro compagno Stefano. Un’udienza lunga, nel corso della quale è avvenuto l’interrogatorio in cui prima l’avvocato e poi il pm hanno passato in rassegna i casi portati dalla questura a sostegno della richiesta. Già dalle scorse udienze, come in questa, è stata da subito evidente l’infondatezza di elementi a sostegno di una misura così grave. Pareva che a essere sotto processo non fossero infatti chissà quali azioni delittuose, ma le idee e la possibilità stessa di essere attivo politicamente. Nel corso dell’interrogatorio quello che è apparso è una persona che fin da giovane si è speso nelle lotte politiche, dai collettivi studenteschi, alla val di Susa fino ad arrivare ai movimenti per la Palestina. Eppure dietro le domande del pm la tesi appariva sempre la stessa, non potendo appellarsi a chissà quali fattispecie di reati, a essere criminalizzata diventa l’attività di speakeraggio. Secondo la questura infatti, fare un intervento in piazza spiegando le ragioni di un corteo, o esprimendo la propria rabbia in un momento concitato, sarebbe la prova che c’è un organizzatore che guida, che istiga e che burattinaia le persone. Una tesi secondo la quale le migliaia di persone che hanno partecipato alle piazze degli ultimi anni, non avrebbero una loro coscienza, o una loro volontà di stare ed esprimersi nelle piazze. Un tentativo a dir poco ridicolo, che cerca di silenziare e nascondere la rabbia espressa in questi anni da tantissimi giovani, criminalizzando un singolo giovane come esempio e monito per tutti. Niente di nuovo in una città teatro di processi come Sovrano, in cui anni di conflittualità sociale sono stati imputati a 16 compagni. Ma allora come adesso l’evidenza è una, che in quelle piazze eravamo tutti insieme, e che nessun compagno verrà lasciato solo nel combattere la criminalizzazione di un dissenso che ha ampiamente superato i limiti desiderati dalla questura. A dimostrarlo mercoledì c’era un’aula piena di persone, compagni e partecipanti alle mobilitazioni che non hanno nessuna intenzione di retrocedere di fronte a queste intimidazioni. Mercoledì 14 ottobre saremo di nuovo in Tribunale per Sara, e fino alla fine di questi mesi di udienze daremo battaglia affinché una misura del genere non possa avere seguito. Network Antagonista Torinese
Data center: incontro pubblico a Pavia
Sabato 26 settembre a Milano è nata ufficialmente la rete regionale dei comitati stop data center, che scenderà in piazza con una manifestazione a Milano il prossimo 10 ottobre. Sul tema si terrà un incontro pubblico di approfondimento a Pavia, martedì 6 ottobre alle ore 21, presso la sala conferenze del Broletto. Relatori saranno Enrico Duranti, ambientalista e fondatore del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio, già intervistato da Infoaut: Data center: bolla o nuova rivoluzione industriale? Intervista al Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio e il fisico Sergio Manera, del comitato di Certosa, che si è interessato in modo particolare del fenomeno delle isole di calore (approfondisci qui: L’effetto isola di calore dei data center) Infrastrutture materiali dell’intelligenza artificiale, questi centri stanno recentemente balzando alla cronaca locale e nazionale. Sono numerosi i progetti, a vari stadi di avanzamento, prevalentemente concentrati sul territorio lombardo. Anche la provincia di Pavia è interessata dal fenomeno: dalla proposta di ampliamento del campus Stack di Siziano, al cantiere Microsoft di Bornasco, passando per Certosa, dove è sorto uno dei primi comitati di cittadini contrari ai data center, e Garlasco, dove si è recentemente costituito un altro comitato. Le cronache cittadine degli ultimissimi giorni, poi hanno riportato dell’esistenza di un progetto presentato a marzo agli uffici del settore urbanistica del Comune di Pavia, di cui l’Amministrazione per mesi non ha fatto pervenire nessuna notizia ai cittadini. Sino al 28 agosto risultava dal portale di Terna una richiesta di allaccio alla rete elettrica per un data center nel territorio comunale per 50 MW di potenza. Oggi ne risulta una per il triplo. Verosimilmente è stata avanzata dai proprietari dell’area dismessa ex Chatillon, alla periferia della città. Mentre sindaco, assessore all’ambiente e alcuni consiglieri comunali, dopo mesi di silenzio, assicurano che non autorizzeranno nessun progetto di data center in città, la capogruppo del PD, partito di maggioranza relativa in consiglio comunale, dichiara che «Pavia ha aree dismesse in cui la realizzazione di un data center potrebbe essere un volano di innovazione straordinario». Non resta che dire che, come in altri territori, toccherà ai cittadini pavesi informarsi, attivarsi e dare battaglia per preservare salute e territorio. Nel corso dell’incontro verranno analizzati gli impatti ambientali, sanitari, energetici e sociali dei centri dati, ma si parlerà anche della situazione nazionale e di quella lombarda, dell’assenza di un piano strategico e della svendita dei territori alle Big tech americane.
Diecimila in marcia da Sant’Ambrogio ad Avigliana
Ci sono giornate in cui una valle intera decide di mostrarsi per quello che è. Ieri è successo tra Sant’Ambrogio e Avigliana. Un numero enorme di persone ha percorso insieme la Valsusa, in una marcia popolare che ha attraversato i due paesi portando in strada una cosa che forse è ancora più importante del numero dei partecipanti: la capacità di una Valle di riconoscersi, ancora una volta, nella difesa del proprio territorio. Da Notav Info Diecimila persone sono tante, ma a raccontare questa giornata sono soprattutto i volti e la composizione del corteo. C’erano gli amministratori locali e d’oltralpe e le famiglie, i comitati e le realtà che compongono il Movimento No Tav, persone che questa battaglia la portano avanti da decenni e giovani che hanno scelto di raccoglierne il testimone. C’erano i comitati No Tav francesi, i movimenti legati alla Palestina e chi da anni si batte per la difesa dei territori. C’era una valle intera che ieri ha deciso di camminare nella stessa direzione con la determinazione e l’entusiamo che da sempre accompagnano le giornate di mobilitazione popolare valsusina. La ragione della marcia era precisa: fermare l’Avigliana-Orbassano. Un nuovo progetto che si inserisce nel quadro più ampio della Torino-Lione e che arriva all’interno di un territorio che da più di trent’anni è obbligato a sentire l’ormai stantio racconto che le grandi opere sono necessarie, inevitabili, strategiche ed indispensabili. Tutto questo mentre sul territorio rimangono aperti temi molto più concreti che attraversano tutti gli aspetti della vita quotidiana: a partire dal caro vita, la sanità sempre più inaccessibile arrivando poi alla mobilità, con il costo sempre più alto del carburante e gli scarsi investimenti nel trasporto pubblico locale. Il tema che porta con sé l’apertura di questi nuovo progetto non è semplicemente costruire nuove infrastrutture, ma decidere quali trasporti servono davvero a chi vive questo territorio e dove devono essere investite le risorse pubbliche. Ieri, insieme alla critica alla tratta Avigliana-Orbassano, è tornata quindi anche la richiesta di investire nel trasporto pubblico e nella metropolitana, invece di continuare a concentrare risorse su opere pensate secondo una logica diversa da quella dei bisogni quotidiani di chi abita la Valle e l’area metropolitana. I tanti interventi hanno infatti poi anche allargato il ragionamento anche alle altre emergenze che attraversano il territorio e l’intero Paese: la sanità pubblica, le scuole, i servizi, il trasporto per studenti e pendolari, la crisi climatica e la necessità di prendersi cura dei territori invece di consumarli. È anche su questo terreno che l’Avigliana-Orbassano diventa parte di una discussione più ampia sulle priorità e sul modello di sviluppo. Sono passati governi, ministri, presidenti di Regione. Sono cambiate le parole utilizzate per imporre la Torino-Lione e il modello che in cui si inserisce e sono cambiate le motivazioni con cui se ne è sostenuta la necessità. Quello che invece non è mutata è la voglia di chi abita questo territorio, di organizzarsi per difenderlo. La manifestazione di ieri è il risultato di una storia lunga, nella quale si è costruita una capacità collettiva fatta di resistenza, organizzazione e mobilitazione, alimentata negli anni da migliaia di persone, esperienze e percorsi differenti. È questa esperienza che ha permesso al Movimento No Tav di andare oltre la semplice opposizione a una singola opera e di costruire, insieme alla critica, un’idea diversa di territorio, di comunità e di futuro. La giornata ha mostrato, ancora una volta, come la discussione non possa essere rinchiusa nei confini di una singola tratta ferroviaria. Questa mobilitazione ha sottolineato la capacità di mettere insieme soggetti differenti: amministratori locali e Movimento No Tav, famiglie e giovani, comitati Valsusini e francesi, persone che partecipano da decenni alle mobilitazioni e una nuova generazione che prende parola e spazio. Insieme a loro movimenti ambientalisti, realtà legate alla Palestina, esperienze di difesa del territorio come Bosco Ospizio. Una molteplicità di percorsi che non ha bisogno di essere omologata per condividere prospettive e percorsi condivisi. La presenza dei giovani è stata una delle immagini più forti della marcia. In una mobilitazione che affonda le proprie radici in più di trent’anni di storia, la loro presenza dice che questa non è una storia chiusa, né una battaglia rimasta ferma al passato. C’è una generazione che guarda a ciò che sta accadendo oggi e decide di prendere parola, di organizzarsi e di difendere il territorio in cui vive. Forse è proprio per questo che la definizione di “corridoio”, utilizzata per raccontare la grande infrastruttura che dovrebbe attraversare la Valle, continua a essere così distante da ciò che ieri era evidente lungo quelle strade. Un corridoio è uno spazio da attraversare. La Valle di Susa è una casa. E chi ieri l’ha percorsa a piedi lo ha fatto per dire che non vuole essere considerato semplicemente come qualcosa che sta tra un punto di partenza e uno di arrivo. La marcia è stata anche una giornata di memoria. Nel corso degli interventi sono stati ricordati Alberto, a due anni dalla sua scomparsa, insieme a Bianca, scomparsa appena due settimane fa, e a Dario, che se n’è andato soltanto il giorno dopo.Un momento che ha riportato dentro la giornata la memoria delle tante persone che hanno attraversato e costruito questa storia. Alberto, Bianca, Dario e tutte le persone che in questi anni hanno condiviso questa esperienza non erano presenti fisicamente, ma il loro ricordo continua a far parte della nostra storia e della nostra lotta. Dalla piazza è arrivato anche un abbraccio ad Alice ed Ermelinda e a chi ieri non ha potuto esserci perché privato della propria libertà. Quella di ieri è stata una giornata che ha parlato chiaro. Migliaia di persone da Sant’Ambrogio ad Avigliana, generazioni diverse, comitati, amministratori, giovani e realtà provenienti da esperienze differenti hanno rimesso al centro una questione che da trent’anni attraversa la Valsusa: chi decide del proprio futuro. La risposta arrivata è stata netta: non saranno i progetti calati dall’alto, le grandi opere e la loro narrazione di inevitabilità a decidere per chi questa Valle la vive. La marcia è arrivata ad Avigliana. Ma la mobilitazione non è finita con la giornata di ieri, la Valle continuerà a organizzarsi, a prendere parola e a lottare.
Diecimila in marcia da Sant’Ambrogio ad Avigliana
Ci sono giornate in cui una valle intera decide di mostrarsi per quello che è. Ieri è successo tra Sant’Ambrogio e Avigliana. Un numero enorme di persone ha percorso insieme la Valsusa, in una marcia popolare che ha attraversato i due paesi portando in strada una cosa che forse è ancora più importante del numero dei partecipanti: la capacità di una Valle di riconoscersi, ancora una volta, nella difesa del proprio territorio. Diecimila persone sono tante, ma a raccontare questa giornata sono soprattutto i volti e la composizione del corteo. C’erano gli amministratori locali e d’oltralpe e le famiglie, i comitati e le realtà che compongono il Movimento No Tav, persone che questa battaglia la portano avanti da decenni e giovani che hanno scelto di raccoglierne il testimone. C’erano i comitati No Tav francesi, i movimenti legati alla Palestina e chi da anni si batte per la difesa dei territori. C’era una valle intera che ieri ha deciso di camminare nella stessa direzione con la determinazione e l’entusiamo che da sempre accompagnano le giornate di mobilitazione popolare valsusina. La ragione della marcia era precisa: fermare l’Avigliana-Orbassano. Un nuovo progetto che si inserisce nel quadro più ampio della Torino-Lione e che arriva all’interno di un territorio che da più di trent’anni è obbligato a sentire l’ormai stantio racconto che le grandi opere sono necessarie, inevitabili, strategiche ed indispensabili. Tutto questo mentre sul territorio rimangono aperti temi molto più concreti che attraversano tutti gli aspetti della vita quotidiana: a partire dal caro vita, la sanità sempre più inaccessibile arrivando poi alla mobilità, con il costo sempre più alto del carburante e gli scarsi investimenti nel trasporto pubblico locale. Il tema che porta con sé l’apertura di questi nuovo progetto non è semplicemente costruire nuove infrastrutture, ma decidere quali trasporti servono davvero a chi vive questo territorio e dove devono essere investite le risorse pubbliche. Ieri, insieme alla critica alla tratta Avigliana-Orbassano, è tornata quindi anche la richiesta di investire nel trasporto pubblico e nella metropolitana, invece di continuare a concentrare risorse su opere pensate secondo una logica diversa da quella dei bisogni quotidiani di chi abita la Valle e l’area metropolitana. I tanti interventi hanno infatti poi anche allargato il ragionamento anche alle altre emergenze che attraversano il territorio e l’intero Paese: la sanità pubblica, le scuole, i servizi, il trasporto per studenti e pendolari, la crisi climatica e la necessità di prendersi cura dei territori invece di consumarli. È anche su questo terreno che l’Avigliana-Orbassano diventa parte di una discussione più ampia sulle priorità e sul modello di sviluppo. Sono passati governi, ministri, presidenti di Regione. Sono cambiate le parole utilizzate per imporre la Torino-Lione e il modello che in cui si inserisce e sono cambiate le motivazioni con cui se ne è sostenuta la necessità. Quello che invece non è mutata è la voglia di chi abita questo territorio, di organizzarsi per difenderlo. La manifestazione di ieri è il risultato di una storia lunga, nella quale si è costruita una capacità collettiva fatta di resistenza, organizzazione e mobilitazione, alimentata negli anni da migliaia di persone, esperienze e percorsi differenti. È questa esperienza che ha permesso al Movimento No Tav di andare oltre la semplice opposizione a una singola opera e di costruire, insieme alla critica, un’idea diversa di territorio, di comunità e di futuro. La giornata ha mostrato, ancora una volta, come la discussione non possa essere rinchiusa nei confini di una singola tratta ferroviaria. Questa mobilitazione ha sottolineato la capacità di mettere insieme soggetti differenti: amministratori locali e Movimento No Tav, famiglie e giovani, comitati Valsusini e francesi, persone che partecipano da decenni alle mobilitazioni e una nuova generazione che prende parola e spazio. Insieme a loro movimenti ambientalisti, realtà legate alla Palestina, esperienze di difesa del territorio come Bosco Ospizio. Una molteplicità di percorsi che non ha bisogno di essere omologata per condividere prospettive e percorsi condivisi. La presenza dei giovani è stata una delle immagini più forti della marcia. In una mobilitazione che affonda le proprie radici in più di trent’anni di storia, la loro presenza dice che questa non è una storia chiusa, né una battaglia rimasta ferma al passato. C’è una generazione che guarda a ciò che sta accadendo oggi e decide di prendere parola, di organizzarsi e di difendere il territorio in cui vive. Forse è proprio per questo che la definizione di “corridoio”, utilizzata per raccontare la grande infrastruttura che dovrebbe attraversare la Valle, continua a essere così distante da ciò che ieri era evidente lungo quelle strade. Un corridoio è uno spazio da attraversare. La Valle di Susa è una casa. E chi ieri l’ha percorsa a piedi lo ha fatto per dire che non vuole essere considerato semplicemente come qualcosa che sta tra un punto di partenza e uno di arrivo. La marcia è stata anche una giornata di memoria. Nel corso degli interventi sono stati ricordati Alberto, a due anni dalla sua scomparsa, insieme a Bianca, scomparsa appena due settimane fa, e a Dario, che se n’è andato soltanto il giorno dopo.Un momento che ha riportato dentro la giornata la memoria delle tante persone che hanno attraversato e costruito questa storia. Alberto, Bianca, Dario e tutte le persone che in questi anni hanno condiviso questa esperienza non erano presenti fisicamente, ma il loro ricordo continua a far parte della nostra storia e della nostra lotta. Dalla piazza è arrivato anche un abbraccio ad Alice ed Ermelinda e a chi ieri non ha potuto esserci perché privato della propria libertà. Quella di ieri è stata una giornata che ha parlato chiaro. Migliaia di persone da Sant’Ambrogio ad Avigliana, generazioni diverse, comitati, amministratori, giovani e realtà provenienti da esperienze differenti hanno rimesso al centro una questione che da trent’anni attraversa la Valsusa: chi decide del proprio futuro. La risposta arrivata è stata netta: non saranno i progetti calati dall’alto, le grandi opere e la loro narrazione di inevitabilità a decidere per chi questa Valle la vive. La marcia è arrivata ad Avigliana. Ma la mobilitazione non è finita con la giornata di ieri, la Valle continuerà a organizzarsi, a prendere parola e a lottare.
[2026-10-09] Presentazione del libro CARTE, FORBICI, SASSI @ Torre Pellice, La Scuoletta
PRESENTAZIONE DEL LIBRO CARTE, FORBICI, SASSI Torre Pellice, La Scuoletta - via Coppieri, 48 (venerdì, 9 ottobre 18:00) Venerdì 9 Ottobre Alla scuoletta di via Coppieri 48, Torre Pellice (TO) Ore 18:00 - Merenda sinoira Alle 19:30 - Presentazione del libro CARTE, FORBICI, SASSI Sfide da e contro carceri e patriarcato Dalle 21:00 - Discussione tra donne, lesbiche, trans, intersex e persone non binarie
carcere
femminismo
presentazione libro
Carcere
Un week-end di lotte contro i data-center
Viste le due mobilitazioni che si svolgeranno domani e dopodomani, abbiamo dedicato la puntata di oggi ai data-center. In particolare a quello di Rho e a quello di Lucento. https://nodatacenterlucento.espivblogs.net https://effimera.org/materiali-seminario-ia-02-lotte-contro-i-data-center-tra-ecologia-politica-e-riappropriazione-della-ricchezza-di-centro-sociale-sos-fornace Buon ascolto. Aggiungiamo le scelte musicali: 01 – Ian Sweeet – If Youre Crying 02 – Dexys Midnight Runners – Burn It Down 03 – The Amps (Kim Deal)- Tipp City 04 – Butthole Surfers – The Wooden Song 05 – Fugazi – The Word 06 – Buzzcoks – I Can’t Control Myself 07 – Therapy – Screamager 08 – The Jukeez – Wildest Cat In Town 09 – Laurel Canyon – A Man About Town 10 – Black Lips – Mad Dog 11 – Butthole Surfers – Rocky 12 – Oh Sees – Jettisoned
data center
metix flow
lucento
no data center
rho
La democrazia punitiva
Stato penale, mutazione antropolgica e consenso reazionario – Italo di Sabato – Momo Edizioni Collana xXx, 2026, pp.176- Euro 16 Il saggio di Italo Di Sabato La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione …
Produzioni
trigger point 1-10-26
TRACKLIST terksol – Backstepper big flowers – the forest dies with its metronome damos room – the husbands are waiting one must forget – light without me Труп Колдуна – all in vain november novelet – the root of you fear angel’s corpse – apolitotita grmmsk – madness signal_black – chronic simon grab – trapped collector – halm lock big flowers – i love nature nothing has changed – hissin guilt del mord – third secrert (legendary pink dot) Труп Колдуна – the fog kingdom anglalik – stoft of the wand and the moon – watch the skyline catch fire
folk
obscure
industrial
metal
dark ambient
Il sovraffollamento e il rinvenimento di microspie nelle celle fanno scoppiare la rivolta nel carcere Don Bosco di Pisa
Nella notte tra mercoledì 29 e giovedì 30 settembre è scoppiata una rivolta nel carcere Don Bosco di Pisa. Dopo un allontanamento dei detenuti dalle celle da parte delle guardie penitenziarie, al momento del rientro questi hanno rinvenuto diverse microspie nelle camere. Il ritrovamento è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, di fronte ad una situazione già insostenibile a causa del sovraffollamento e della fatiscenza della struttura penitenziaria. I detenuti hanno denunciato tramite una live su TikTok le condizioni di detenzione e l’intento della direzione di spiarli, mentre la rabbia ha condotto un’intero padiglione del carcere ad essere preso, barricato e tenuto per diverse ore. La direzione del carcere e la prefettura sono intervenuti facendo affluire rinforzi da Roma, in particolare i “battaglioni d’assalto” delle guardie carcerarie e una squadra di negoziatori del Ministero. Nel corso della notte la rivolta è stata sedata, e sono già in corso le prime rappresaglie da parte della direzione con il trasferimento punitivo di alcuni detenuti in altre carceri e l'”arresto” di alcuni altri considerati alla guida della rivolta. Nella serata di giovedì un grosso presidio di famigliari, amici e compagnx si è ritrovato davanti alle mura del Don Bosco per dimostrare che la voce e le rivendicazioni dei detenuti sono in grado di superare le mura e far sentire la propria solidarietà e la propria vicinanza a chi lotta all’interno delle carceri. Un aggiornamento con Giacomo del media Riscatto di Pisa, che ha pubblicato una cronaca della notte di rivolta.
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In Europa continua la criminalizzazione dell’antifascismo militante. Sentenze di appello per Maja e Gabriele, sì all’estradizione di Gino
Lo scorso 29 settembre sono arrivate sia la sentenza d’appello ungheresi per Maja e Gabriele che la decisione della corte francese riguardo all’estradizione di Gino. I processi riguardano le azioni antifasciste di Budapest del 2023, organizzate contro la Giornata dell’Onore. Dall’inizio questa vicenda giudiziaria è la vendetta di uno Stato che sostiene politicamente i neonazisti e perseguita chi si è opposto alla loro sfilata. Maja, consegnata all’Ungheria dalla Germania con un’estradizione lampo, è stata condannata in via definitiva a 7 anni. Gabriele, in contumacia, a 6. Nel caso di Gino, la Francia ha dato parere positivo alla sua estradizione alla Germania (dove è ricercato per i fatti di Budapest) accettando l’eventualità di una sua successiva estradizione in Ungheria. In Germania, dove da anni una campagna repressiva punta a disarticolare le componenti più determinate del movimento, i compagni e le compagne arrestati/e attendono ora i loro processi. Le sentenze dimostrano invece quanto sia estesa, in Europa, la decisione di restringere spazi di manovra e di legittimità all’antifascismo militante. Il mandato d’arresto europeo e la cooperazione tra le polizie del continente si confermano una macchina efficiente per inseguire chi si oppone ai fascisti oltre ogni confine, mentre la galassia neonazista continua a sfilare indisturbata. Ne abbiamo parlato con Lukas B., avvocato di unx compagnx attualmente a processo in Germania per i fatti di Budapest. L’intervista è bi-lingue (tedesco con traduzione a seguire).
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