STATI ALTRI DI COSCIENZA COME RISORSE VITALI - 36° CONVEGNO SISSC
CAP 10100 - Corso Moncalieri 18, Torino
(sabato, 5 settembre 14:00)
NAUTILUS INFORMA DEL
CONVEGNO DELLA SOCIETA' ITALIANA PER LO STUDIO DEGLI STATI DI COSCIENZA, 4-5
SETTEMBRE 2026
AL CAP 10100 IN CORSO MONCALIERI 18 (SULLA RIVA DEL PO, DAVANTI AI MURAZZI,
SULL’ALTRA SPONDA DEL FIUME)
INGRESSO GRATUITO
PROGRAMMA DI VENERDÌ 5 SETTEMBRE
H. 14,00: RIAPERTURA DEI LAVORI
H. 14,30: BIANCARDI V. - INTRODUZIONE ALL’USO CRITICO DEGLI PSICHEDELICI
H. 15,30: CIRINO C.M. - SUL FUTURO DELLE PRATICHE FILOSOFICHE E L'UTILIZZO DEGLI
STATI ALTRI DI COSCIENZA IN CAMPO EDUCATIVO
H. 16,30: COFFEE BREAK
H. 17,00: MELE G.F. - INCUBI E STATI ALTRI DI COSCIENZA NEL MITO E NEL FOLKLORE
H. 18,00: COSTANTINI R. - CHE NE È DELL'ALTRO MONDO? NOTE SULLA
SPETTACOLARIZZAZIONE DELL'ESTASI
H. 19,00: CHIUSURA DEI LAVORI
STATI ALTRI DI COSCIENZA COME RISORSE VITALI - 36° CONVEGNO SISSC
CAP 10100 - Corso Moncalieri 18, Torino
(venerdì, 4 settembre 14:00)
Nautilus informa del
Convegno della SOCIETA' ITALIANA PER LO STUDIO DEGLI STATI DI COSCIENZA
al CAP 10100 in Corso Moncalieri 18 (sulla riva del Po, davanti ai Murazzi,
sull’altra sponda del fiume).
INGRESSO GRATUITO
Programma di Venerdì 4 settembre
h. 14,00: Saluti e Presentazione del Convegno
h. 14,30: Camilla G. Stati Altri di coscienza: risorse vitali o fughe
patologiche?
h. 15,30: Nocera M. La cultura della papagna in Salento
h. 16,30: Coffee Break
h. 17,00: Isabella L. Dalla controcultura psichedelica al "feudalesimo
quotidiano": quando il Drop Out hippie diventa un farmaco per la produttività
nella Silicon Valley
h. 18,00: Frattini N. Psichedelia e anarchismo epistemologico tra scienza e
conoscenza
h. 19,00: Chiusura dei Lavori
Dopo il recente annuncio di Hamas di voler cedere il governo di Gaza al Comitato
Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, sono riemerse con urgenza domande su
chi plasmerà il futuro di Gaza e a quali condizioni.
Da Invicta Palestina traduzione da Al-Shabaca
Di Nour Joudah e Dena Qaddumi – 23 luglio 2026
Cosa significa comprendere Gaza come una Terra indigena piuttosto che come una
Striscia assediata o uno spazio umanitario?
Dena Qaddumi – Le linee rette che definiscono Gaza su una mappa non sono confini
geografici naturali; sono il prodotto di processi militari e politici coloniali.
Di conseguenza, il concetto di “striscia” tende a rappresentare Gaza come
un’isola, sebbene non abbia mai funzionato storicamente come tale. Gaza si trova
da tempo al crocevia di reti culturali, economiche, politiche e sociali che la
collegano alla Palestina e all’intera Regione.
Questa rappresentazione ha contribuito a normalizzare l’immagine di Gaza come
luogo di isolamento. Termini come “prigione a cielo aperto” sono stati usati per
descrivere Gaza. Se da un lato questo linguaggio cerca di cogliere la gravità
del confinamento imposto a Gaza, dall’altro può anche rafforzare la tendenza a
comprendere il territorio principalmente attraverso la lente della recinzione e
della separazione.
Approcciarsi a Gaza come a una terra indigena richiede una prospettiva diversa.
Significa collocare Gaza all’interno di contesti storici e spaziali più ampi,
riconoscendo al contempo come molteplici temporalità si intersechino nel
presente. Da questa prospettiva, commercio, scambio, mobilità e connessione
regionale non sono aspetti secondari della vita a Gaza, bensì elementi
fondamentali per il suo sviluppo storico, così come altrove.
Una delle conseguenze del considerare Gaza come un territorio delimitato e
isolato è l’implicazione che la popolazione locale debba essere autosufficiente
entro i confini imposti. Quando tale autosufficienza si rivela impossibile, il
fallimento viene spesso attribuito a Gaza stessa. Eppure il problema non risiede
nella popolazione, ma nei confini e nelle restrizioni coloniali che hanno
separato Gaza dalle reti da cui ha storicamente dipeso. Per questo motivo,
dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che utilizziamo per descrivere Gaza.
Le categorie attraverso cui comprendiamo il territorio possono facilmente
normalizzare le condizioni di frammentazione e isolamento, oscurando le più
ampie relazioni regionali che hanno a lungo plasmato la storia di Gaza e
continuano a plasmarne il presente.
Nour Joudah – Storicamente, Gaza era il distretto più grande della Palestina,
con un’estensione circa 38 volte maggiore dell’attuale Striscia di Gaza.
Riferirsi semplicemente a Gaza, quindi, implica una comprensione della
relazionalità e della connessione storica della Regione. Per me, questo è
precisamente ciò che significa pensare a Gaza come a una Regione autoctona.
Se consideriamo un luogo come qualcosa che si sviluppa attraverso la vita
sociale, economica e politica della sua gente, piuttosto che attraverso
l’intervento coloniale, Gaza diventa un caso straordinario. Gaza è stata
costruita e mantenuta nonostante i ripetuti tentativi di limitarla e
subordinarla economicamente. Come hanno sostenuto studiosi come Sara Roy
attraverso il concetto di “de-sviluppo”, la politica israeliana mirava a creare
un’economia prigioniera. Ciononostante, i palestinesi hanno risposto attraverso
l’istruzione, la migrazione lavorativa, le rimesse e forme di sviluppo urbano e
sociale che si rifiutavano di conformarsi alla logica dell’Occupazione.
Spesso dimentichiamo anche che l’isolamento di Gaza è storicamente recente. Fino
al 1967, mio padre prendeva il treno dal Cairo a Gaza durante le pause
accademiche. Dopo la guerra del 1967, la ferrovia fu smantellata e i suoi
materiali riutilizzati per sostenere le infrastrutture fisiche dell’Occupazione
israeliana nel Sinai. Questi esempi ci ricordano come la mobilità, la
connettività e l’integrazione regionale fossero un tempo caratteristiche
ordinarie della vita a Gaza.
Per me, quindi, Gaza non è definita principalmente dall’assedio, anche se è
diventato una realtà inevitabile. Né è definita unicamente dalla catastrofe
umanitaria. Quando penso a Gaza, penso alla spiaggia e alle case di famiglia a
Rafah e Deir al-Balah, ai racconti di mio padre sui viaggi in treno e all’arrivo
delle famiglie sfollate nel 1948. Penso a luoghi come Shuja‘iyya, che da una
località relativamente piccola si è trasformata in una vivace comunità urbana
grazie all’impegno dei suoi abitanti. Penso a mia madre che si addestrava per il
lavoro di protezione civile nel 1967. Queste sono le storie che continuano a
plasmare il presente.
Tali esperienze sono spesso difficili da trasmettere ai non palestinesi, in
particolare a coloro che percepiscono Gaza principalmente come luogo di
Sterminio, Genocidio o assedio. Gaza, e più in generale la Palestina
meridionale, non si è mai limitata al territorio che oggi chiamiamo Striscia di
Gaza. Quando sento pronunciare nelle colline di Hebron gli stessi tratti
dialettali associati a Gaza, mi tornano in mente la più ampia geografia storica
e sociale della Palestina meridionale.
Una delle caratteristiche distintive del Colonialismo di Insediamento è la sua
tendenza al presentismo. Questo non significa che i coloni non immaginino un
futuro per sé stessi, ma piuttosto che cercano di delimitare il passato, di
renderlo chiuso e irrilevante, e di presentare la realtà presente come fissa e
inevitabile. L’esperienza del tempo per i palestinesi funziona diversamente.
Passato, presente e futuro non sono categorie nettamente separate, né vengono
vissuti in modo strettamente lineare. Coesistono e si influenzano reciprocamente
in modo continuo.
Per questo motivo, Gaza, come Jaffa, Nablus o qualsiasi altra città palestinese,
non può essere compresa unicamente attraverso la sua condizione attuale.
Interagire con Gaza come Regione autoctona significa interagire con la sua
intera storia, le sue possibilità future e le sue relazioni organiche con i
luoghi e le comunità circostanti. Significa comprendere Gaza non come un’enclave
isolata, ma come parte viva e in continua evoluzione di una geografia
palestinese più ampia.
Come possiamo comprendere la devastazione a cui stiamo assistendo oggi a Gaza
alla luce della storia indigena intrinseca al suo paesaggio?
Nour Joudah – Ho letto di recente un articolo di Eyal Weizman che si basa sulla
testimonianza di un operatore di bulldozer israeliano. Il titolo deriva
dall’affermazione dell’operatore secondo cui, dopo la distruzione, “non
troveranno altro che sabbia”. L’implicazione è che i palestinesi torneranno e
non troveranno nulla di riconoscibile, che il paesaggio stesso è stato
Cancellato. Più recentemente, sono emerse notizie di detenuti palestinesi
portati bendati in aree devastate e poi privati della benda per disorientarli e
dimostrare che, presumibilmente, non c’è più nulla a cui tornare. In entrambi i
casi, la distruzione fisica è accompagnata da un tentativo di distruzione
psicologica. L’obiettivo non è solo demolire gli edifici, ma convincere le
persone che il loro legame con il luogo è stato reciso.
Trovo questa affermazione profondamente inquietante. Non perché la distruzione
sia irreale, è devastantemente reale, ma perché presuppone che i luoghi possano
essere Cancellati semplicemente radendo al suolo l’ambiente costruito.
Presuppone che l’appartenenza spaziale dipenda interamente dalla continua
esistenza di edifici e strade. Non viviamo in un mondo in cui le persone perdono
completamente l’orientamento perché un paesaggio è stato alterato. Più
fondamentalmente, i luoghi non sono riducibili alle loro strutture fisiche.
Eppure, se devo essere completamente onesta, qualcosa dentro di me si è spezzato
quando Rafah è caduta. Ma Rafah non è scomparsa. C’è una conoscenza radicata in
quel paesaggio che nessun bulldozer può rimuovere. Non lo dico in senso
romantico. Piuttosto, intendo dire che il rapporto con un luogo si tramanda
attraverso la memoria, la pratica, la parentela e l’esperienza accumulata.
Questo non diminuisce l’enormità di ciò che è andato perduto. Né attenua la
realtà dell’espropriazione. Ma la distruzione da sola non può realizzare quel
tipo di disinvenzione che i suoi architetti immaginano. I luoghi non
semplicemente scompaiono.
Questa consapevolezza permea gran parte del mio lavoro attuale sulla topografia
temporale, che riconosce come i luoghi contengano storie, memorie e forme di
conoscenza incarnate che si accumulano attraverso generazioni di abitanti. Cosa
significa comprendere il tempo come intrinsecamente legato al paesaggio? A
Rafah, un tempo si diceva di sapere esattamente quanti passi ci volessero lungo
la spiaggia dal confine egiziano al punto più pericoloso per nuotare. Forme di
conoscenza come queste non scompaiono perché una strada viene distrutta o un
quartiere raso al suolo. Fanno parte di una relazione più profonda con il luogo.
Per questo motivo, è importante concederci il dolore, la rabbia e lo strazio, ma
anche resistere all’idea che la distruzione possa cancellare completamente un
luogo. L’ambiente costruito può essere devastato. Le comunità possono essere
sfollate. Ma le storie, le memorie, le relazioni sociali e le forme di
conoscenza che costituiscono un luogo perdurano in modi che sono molto più
difficili da distruggere. Anche questa persistenza fa parte del paesaggio.
Dena Qaddumi -Credo che ora disponiamo di un’enorme mole di documentazione che
ha cercato di catalogare, classificare, quantificare e dare un senso alla
distruzione che ha colpito praticamente ogni ambito della vita a Gaza. Dal punto
di vista analitico, un’importante intuizione che emerge da questa distruzione,
soprattutto se vista attraverso la lente dell’urbanistica indigena, è che
l’Urbicidio è diventato una tattica centrale del Genocidio. La distruzione degli
ambienti urbani non è semplicemente un effetto collaterale di processi di
violenza più ampi; spesso ne è parte integrante.
Eppure, accanto a questa distruzione, assistiamo anche a visioni contrastanti
per il futuro di Gaza, in particolare attraverso i dibattiti sulla
ricostruzione. Le proposte di ricostruzione riproducono i familiari presupposti
coloniali, trattando Gaza come uno spazio da riprogettare secondo priorità
esterne attraverso modelli di sviluppo iper-capitalisti e finanziarizzati.
Questa visione ignora le relazioni sociali, culturali e spaziali esistenti,
oscurando al contempo la responsabilità di coloro che hanno contribuito alla
distruzione in primo luogo.
Al di là di queste questioni analitiche, tuttavia, esiste anche una dimensione
profondamente personale. Come Nour, anch’io ho vissuto momenti di profondo
dolore durante questo Genocidio, momenti che ho percepito quasi fisicamente. Per
me, uno di questi momenti si è verificato all’inizio, quando le persone venivano
sfollate dal Nord di Gaza e costrette a spostarsi verso Sud. Improvvisamente mi
sono ritrovata a immaginare la mia famiglia nel 1948, impegnata in un viaggio
simile da Jaffa. Mio padre non aveva ancora un anno. L’ho immaginato da neonato
accanto ai suoi fratelli e, per la prima volta, quell’esperienza mi è sembrata
immediata e tangibile come mai prima d’ora.
Non sono mai stata a Gaza. Eppure, dopo tutto quello che è successo, il legame
che sento con Gaza come palestinese si è solo rafforzato. Ciò che si è
consolidato in me in questo periodo non è semplicemente Gaza come luogo di
distruzione, per quanto immensa essa sia stata. Piuttosto, Gaza si è consolidata
nella mia mente come luogo di Resistenza, creatività e Sumud (Resistenza
Collettiva).
Questo non sminuisce la sofferenza o le perdite subite. Ma significa che ho la
responsabilità, come persona della Diaspora, di impegnarmi con Gaza al di là
della devastazione che le è stata inflitta. Anche in mezzo a una distruzione
straordinaria, rimane un luogo plasmato dalle capacità, dalla storia e dalle
aspirazioni delle persone che continuano a definirlo.
Quali forme di governo spaziale coloniale sono presenti nei recenti piani per
Gaza promossi dall’Amministrazione Trump e da segmenti della Comuità
internazionale?
Nour Joudah – Ciò che queste proposte rivelano più chiaramente è una logica
imperiale e neocoloniale più ampia. Si basano sul presupposto che potenti attori
esterni abbiano il diritto di ridisegnare lo spazio palestinese e di determinare
il futuro dei palestinesi.
Questi piani prendono perlopiù come punto di partenza le nuove realtà spaziali
prodotte dal Genocidio. Presuppongono che i nuovi modelli di concentrazione e
sfollamento in luoghi come Khan Younis e Deir al-Balah persisteranno, trattando
la devastazione del Nord di Gaza e di Rafah come la nuova linea di base
spaziale. Prendendo come punto di partenza la geografia prodotta dal Genocidio,
queste proposte non affrontano la questione fondamentale se e come quelle
comunità debbano essere in grado di tornare. Al contrario, rischiano di
normalizzare lo sfollamento come base per la ricostruzione.
Allo stesso tempo, trascurano il fatto che i palestinesi stanno già ricostruendo
le infrastrutture dal basso. Amici e familiari descrivono comunità che
improvvisano sistemi di distribuzione dell’acqua, riparano i servizi locali e
sviluppano nuovi modi per sostenere la vita quotidiana nonostante il crollo
delle strutture municipali. Le persone non aspettano piani di ricostruzione
esterni; trovano il modo di riprodurre la vita di tutti i giorni in condizioni
straordinariamente difficili.
Dena Qaddumi – Molte di queste proposte immaginano Gaza come una sorta di
Città-Stato, anche se nessuno la considera seriamente uno Stato sovrano. Ciò si
riflette nei ricorrenti paragoni con luoghi come Singapore o Dubai, così come
nell’immaginario di Gaza come luogo di speculazione immobiliare, turismo e
sfruttamento del valore di scambio delle terre costiere. Tali approcci
considerano il rapporto di Gaza con il mare principalmente come una risorsa
economica, piuttosto che come parte di una più ampia geografia sociale, storica
e spaziale.
Queste proposte sollevano anche interrogativi sulla sorveglianza e sulla
gestione tecnologica. Gli stessi attori che hanno promosso l’uso
dell’Intelligenza Artificiale nelle operazioni militari sono ora sempre più
coinvolti nelle discussioni sulla ricostruzione, la pianificazione e la
progettazione urbana. Ciò fa presagire che Gaza possa diventare un luogo di
sperimentazione di nuove forme di governo urbano basate sull’Intelligenza
Artificiale, dove le questioni di efficienza, monitoraggio ed estrazione dei
dati sono integrate nel processo di ricostruzione stesso e successivamente
commercializzate altrove.
Questi rischi sono significativi e meritano un’attenta valutazione. Allo stesso
tempo, rimango cauta nel dedicare troppe energie all’analisi di ogni dettaglio
di piani che potrebbero non essere mai realizzati. Parte della loro funzione
potrebbe essere quella di distogliere la nostra attenzione dal Genocidio in
corso.
Come si presenterebbe una visione indigena della ricostruzione di Gaza?
Nour Joudah – Spesso, in termini accademici, ci poniamo la domanda su chi sia
“al centro”, ma in realtà ci chiediamo: chi guida? Chi ha l’autorità per
plasmare il futuro di un luogo?
La visione che associo alla ricostruzione indigena si fonda sulla bonifica delle
terre, da tempo centrale nelle lotte indigene per la liberazione. Nel contesto
palestinese, significa anche collocare la ricostruzione all’interno del più
ampio Progetto di Liberazione della Palestina, sia per i palestinesi che vivono
sulla terra, sia per coloro che ne sono stati sfollati.
Penso spesso al concorso di ricostruzione di villaggi organizzato dalla società
per la terra palestinese Palestine Land Society, in cui studenti di architettura
riprogettano villaggi palestinesi spopolati e vittime di Pulizia Etnica. Uno dei
miei progetti preferiti è stato quello di un gruppo di studenti dell’Università
Americana di Beirut. La loro proposta era sorprendente perché, a differenza
della maggior parte delle altre, non prevedeva un piano dettagliato per la
ricostruzione del villaggio stesso.
Hanno invece progettato una struttura comunitaria centrale. C’era una splendida
proposta per una diga che avrebbe ripristinato il sistema idrico del villaggio e
riattivato l’ayn (la sorgente d’acqua), insieme ad altri interventi volti a
sostenere la vita collettiva. Quando ho chiesto perché non avessero pianificato
il villaggio, mi hanno spiegato che non volevano che assomigliasse a un
insediamento.
La loro argomentazione era semplice: villaggi e città non nascono perché
qualcuno li disegna su una mappa e poi li costruisce. Crescono organicamente nel
tempo attraverso le relazioni, le pratiche e la vita quotidiana delle persone
che li abitano. C’è qualcosa di profondamente affascinante in questo approccio.
Affronta questioni fondamentali sull’abitare, sull’ambiente costruito e sui modi
in cui le persone creano luoghi attraverso le relazioni sociali. Suggerisce
inoltre un modo diverso di pensare alla ricostruzione.
In quest’ottica, la ricostruzione non inizia con la costruzione vera e propria,
ma con la bonifica. Il primo passo è il ritorno. Il primo passo è che le persone
possano tornare ad abitare insieme in uno spazio. Solo allora la forma della
ricostruzione può emergere attraverso le persone che vi abiteranno.
Molti dei piani attualmente proposti presuppongono che le decisioni sul futuro
di Gaza possano essere prese dall’esterno e poi imposte alla popolazione. Un
approccio indigeno partirebbe dal presupposto opposto: che le persone più
colpite dalla distruzione debbano essere quelle a determinare cosa significhi
ricostruire e quale tipo di futuro desiderino creare. Qualunque siano gli
ostacoli, il popolo di Gaza non ha rinunciato a questo diritto.
Dena Qaddumi – La sfida è che la ricostruzione a Gaza deve operare
simultaneamente su più livelli. Da un lato, ci sono bisogni immediati e urgenti:
accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari, all’alloggio, all’assistenza
sanitaria, all’istruzione e ad altre infrastrutture essenziali. D’altro canto,
si pone la questione a lungo termine della pianificazione e della progettazione
per un futuro che rimane profondamente incerto, soprattutto perché la più ampia
lotta politica palestinese per la Liberazione continua a essere marginalizzata
nelle discussioni sul futuro di Gaza.
Qualsiasi approccio significativo alla ricostruzione deve necessariamente
confrontarsi con le storie urbane preesistenti di Gaza. Queste storie includono
non solo la città di Gaza, ma anche i suoi campi profughi e le relazioni sociali
emerse nel corso di decenni di sfollamento, adattamento e costruzione di
comunità. La ricostruzione non può essere semplicemente un esercizio tecnico di
sostituzione delle infrastrutture danneggiate. Piuttosto, deve anche
confrontarsi con i paesaggi storici e sociali che conferiscono significato a
questi spazi.
Allo stesso tempo, la ricostruzione può comportare la costruzione di edifici in
modi diversi da quelli preesistenti, soprattutto se le comunità stesse
individuano soluzioni alternative che meglio rispondono alle loro esigenze. Ciò
solleva questioni fondamentali in merito a partecipazione, rappresentanza e
processo decisionale. Chi stabilisce le priorità? Chi decide cosa ricostruire,
dove e per chi? Qualsiasi discussione sulla ricostruzione richiede in definitiva
non solo competenze tecniche, ma anche una deliberazione politica collettiva sul
tipo di futuro che si sta costruendo e per chi.
Quando vaste aree vengono pianificate e costruite in una sola volta, le
relazioni sociali che normalmente emergono attraverso la graduale creazione
dello spazio non si generano allo stesso modo. Città e quartieri si evolvono
attraverso processi iterativi di abitare, adattare e vivere collettivamente.
Questa qualità organica non può essere semplicemente creata a tavolino.
Allo stesso tempo, non condivido l’idea che gli ambienti pianificati siano in
qualche modo inautentici o incapaci di diventare luoghi significativi. Gli spazi
urbani sono sempre plasmati dal tempo. Le persone li abitano, li adattano,
costruiscono relazioni al loro interno e, in definitiva, li trasformano
attraverso le pratiche spaziali quotidiane. La questione, quindi, non è la
pianificazione in sé, ma chi beneficia della ricostruzione e chi esercita un
ruolo attivo al suo interno. Gli abitanti di Gaza non dovrebbero essere
semplicemente consultati; dovrebbero beneficiare di ogni fase della
ricostruzione ed essere loro a plasmare questi spazi nel tempo.
Questo ci riporta al punto sull’etica della rivendicazione e della gestione
responsabile. L’indigenità non è semplicemente un’identità individuale o una
soggettività. È fondamentalmente collettiva. La domanda, quindi, è come la
ricostruzione possa sostenere e rafforzare le relazioni sociali attraverso le
quali si sostiene la vita collettiva.
In che modo gli sforzi di ricostruzione esterni possono supportare anzichè
soppiantare le competenze e le iniziative palestinesi a Gaza?
Dena Qaddumi – Sul campo a Gaza, gli attori locali, compresi coloro che hanno
esperienza nella gestione municipale e nei servizi pubblici, continuano a
cercare modi per garantire risorse e sostenere la vita quotidiana in condizioni
straordinariamente difficili. Sta già emergendo una serie di iniziative, alcune
delle quali prevedono proposte di ricostruzione più ampie, come il Piano Fenice,
mentre altre si concentrano su interventi più immediati e localizzati. Questi
includono la sperimentazione con materiali da costruzione alternativi, sforzi
comunitari per ripristinare l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari,
all’elettricità e ad altre infrastrutture improvvisate che rispondano ai bisogni
urgenti.
Non credo che ai palestinesi di Gaza manchino le competenze necessarie per
ricostruire le proprie comunità. Conoscono il loro ambiente meglio di chiunque
altro. Hanno vissuto queste condizioni, le hanno affrontate e hanno sviluppato
forme di conoscenza radicate nel territorio. Una buona progettazione è sempre
specifica del contesto. Emerge da paesaggi, storie, relazioni e bisogni
particolari. Nessun modello esterno può sostituirsi a questo. Strumenti e
modelli possono essere utili, ma la ricostruzione a Gaza sarà in definitiva
plasmata dalle priorità, dalle circostanze e dalle aspirazioni delle persone che
vi abitano. Qualsiasi processo di ricostruzione significativo deve partire da
questa realtà.
Per noi che siamo fuori dalla Palestina, il nostro ruolo è necessariamente
diverso. A mio avviso, include il continuare a denunciare e protestare contro la
violenza e l’ingiustizia insite nei progetti di ricostruzione imposti
dall’esterno, evidenziando la responsabilità di Israele per il Genocidio e il
conseguente processo di urbicidio. Architetti, urbanisti, ingegneri e altri
professionisti non dovrebbero partecipare a progetti che riproducono condizioni
di espropriazione o che facilitano forme di ricostruzione di stampo coloniale.
Come dovrebbe essere intesa la ricostruzione a Gaza nel più ampio contesto della
lotta palestinese per la liberazione?
Nour Joudah – Un punto che rimane particolarmente importante è la necessità di
mettere costantemente in primo piano la responsabilità, non solo per la
distruzione degli ultimi anni, ma anche per il secolo più lungo di
espropriazione e violenza coloniale che ha prodotto la situazione attuale.
Qualsiasi discussione sulla ricostruzione che perda di vista questa storia
rischia di trattare ciò che sta accadendo a Gaza come un evento sfortunato
piuttosto che come il risultato di un Progetto Coloniale israeliano protratto
nel tempo. Inoltre, oscura la lunga storia di Resistenza spaziale palestinese
che ha costantemente contestato tale progetto.
Nella sua essenza, la Resistenza spaziale è un rifiuto non solo
dell’espropriazione e della Cancellazione, ma anche delle definizioni imposte di
chi sono i palestinesi e di dove appartengono. La vediamo nelle pratiche
quotidiane in tutta Gaza: cucine comunitarie, scuole, sforzi di ricostruzione
locali e innumerevoli atti di mutuo sostegno. Ma la vediamo anche storicamente,
all’indomani della Nakba, dopo il 1967, durante le Intifada, durante la Grande
Marcia del Ritorno, il 7 ottobre e in innumerevoli altre forme di azione
collettiva attraverso le generazioni.
Molte delle questioni che abbiamo discusso oggi non sono quindi specifiche di
Gaza. Si pensi a Jenin e ai ripetuti assalti al campo profughi negli ultimi
anni. Cosa significa ricostruzione per una popolazione la cui presenza in quello
spazio è sempre stata intesa come temporanea, anche dopo 80 anni? I campi
profughi non sono mai stati concepiti per diventare insediamenti permanenti,
eppure molti si sono evoluti da accampamenti di tende in vivaci comunità urbane.
Lo stesso vale per molti luoghi a Gaza. Ciò che è iniziato come rifugio
temporaneo è diventato quartiere, città e metropoli grazie alle vite delle
persone che lo abitavano. Il tempo trasforma le nostre relazioni reciproche e
con gli spazi che occupiamo. È proprio per questo motivo che gran parte della
Lotta di Liberazione Palestinese può essere compresa come una lotta per lo
spazio, e gran parte del Sumud palestinese come una forma di Resistenza
spaziale.
-Nour Joudah è professoressa assistente presso il Dipartimento di Studi
Asiatico-Americani dell’Università della California di Los Angeles (UCLA). Ha
conseguito un dottorato di ricerca in Geografia presso l’UCLA, dove la sua tesi
ha esaminato gli sforzi delle comunità palestinesi e native hawaiane per
immaginare futuri liberati attraverso pratiche di contro-mappatura indigene. Sta
lavorando a un manoscritto, “Future Histories” (Storie Future), che esplora come
le esperienze indigene del tempo in Palestina e alle Hawaii influenzino le lotte
di liberazione. Ha inoltre conseguito una specializzazione in Studi Arabi presso
l’Università di Georgetown.
Dena Qaddumi è una studiosa di politica urbana e ambiente costruito. Ha
coordinato il corso “Palestina: Spazi e Politica”.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Il potere ha sempre cercato di addomesticare gli scrittori, prima con la
repressione diretta, poi affidando loro incarichi pubblici, poi direttamente
comprandoli… Raccontare, resistere (Luis Sepulveda e Bruno Arpaia) rubrica a …
Rifugiata politica in Francia e oppositrice del governo turco, Jülide Yazici è
detenuta in Albania su richiesta di Ankara. Se estradata in Turchia rischia
maltrattamenti e torture: cresce la mobilitazione internazionale per la sua
liberazione.
di Gianni Sartori da Osservatorio Repressione
In Francia ormai da otto anni, la rifugiata politica Jülide Yazici (insegnante,
32 anni) è stata arrestata il 4 agosto all’aeroporto di Tirana. E ora, detenuta
in Albania, rischia l’estradizione in Turchia.
Esponente dell’ URC (Union pour la Reconstruction Communiste, organizzazione
francese sorta nel 2024 dalla fusione tra l’Association Nationale des
Communistes e il Rassemblement Communiste), Jülide Yazici collabora regolarmente
con la rivista Teori ve Politika.
Accusata da Ankara di aver “fornito sostegno logistico a un’organizzazione
terroristica” e di “partecipazione a un gruppo terroristico” (per il suo
sostegno all’HDP), era stata condannata (in contumacia) da un tribunale di
Istanbul a quattro anni e due mesi. Nel novembre 2020 la Francia le aveva
concesso lo status di rifugiata politica riconoscendo nei suoi confronti il
“rischio fondato di persecuzione “ in caso di ritorno in patria.
Nel 2013 Yazici aveva preso parte alle manifestazioni di Gezi Park insieme a
Kirmizi fularli (Cappuccio Rosso, come era conosciuta Ayse Deniz Karacagil,
caduta poi nel 2017 con le YPJ) contro il regime di Recep Tayyip Erdoğan.
Inoltre lei, turca, sosteneva attivamente il partito filocurdo HDP (Halkların
Demokratik Partisi, attualmente DEM).
Contando sullo status di rifugiata e l’assoluta mancanza di pericolosità della
sua cliente, l’avvocato ne aveva richiesto – ma finora invano -almeno gli
arresti domiciliari mentre veniva esaminata la domanda di estradizione della
Turchia. Una volta di più finisce sotto osservazione l’atteggiamento (possiamo
definirlo “compiacente” ?) di alcuni stati europei e in particolare di quelli
dei Balcani nei confronti delle richieste turche. Anche l’Albania si allinea
quindi alla diffusa politica repressiva nei confronti dei dissidenti curdi e
turchi.
In barba ai diritti umani e al diritto d’asilo.
In solidarietà con la militante turca sabato 8 agosto numerose organizzazioni di
sinistra e di difesa dei diritti umani si sono riunite davanti al consolato
albanese di Parigi. Oltre a URC, vanno segnalati ACTIT (Association Culturelle
des Travailleurs Immigrés de Turquie) SKB (Strollad komunour Breizh, Partito
comunista bretone), FSE (Fédération syndicale étudiante), MJCF (Mouvement Jeunes
communistes de France)…
Denunciando le procedure con cui si vorrebbe riconsegnarla ad Ankara e
rivolgendo un appello al governo francese che dovrebbe intervenire consentendole
di rientrare in Francia.
Mentre le autorità albanesi stanno esaminando la domanda di estradizione della
Turchia, dagli avvocati della giovane arriva un nuovo messaggio preoccupato e
preoccupante: la rifugiata rischia, in caso di estradizione, di venir sottoposta
a maltrattamenti, torture.
Inoltre in questi giorni si va costituendo un comitato di sostegno. Chiedendo a
sindacati, associazioni, collettivi…di partecipare alle mobilitazioni e
sottoscrivere l’appello per opporsi all’estradizione in Turchia di JülideYazici
e per la sua liberazione.
Come la guerra entra sul nostro territorio trasformandolo in fabbrica della
guerra?
Dove e come si produce per la guerra – in forma materiale e immateriale –
producendo quindi la guerra stessa?
Capire la profondità e la direzione della conversione bellica dei nostri
territori vuol dire innanzitutto mappare i luoghi dove la forza lavoro, la
nostra capacità umana vivente, ma anche le risorse pubbliche vengono messe al
servizio della produzione e della pianificazione di guerra, di genocidi, di
aggressioni imperialiste degli Stati Uniti, di Israele, della Nato. Di cui il
governo italiano Meloni (ma non meno l’inutile opposizione di sinistra) è
complice ed esecutore come protagonista.
Dietro questo processo complessivo di ristrutturazione capitalistica c’è la
necessità di intercettare ingenti finanziamenti internazionali (Nato, ReArm
Europe), commesse dell’industria bellica come Leonardo, Rheinmetall, Thales,
Airbus, appalti della Difesa per il riarmo, entrare in nuove filiere o integrare
quelle già esistenti come risposta alla crisi industriale italiana ed europea
(soprattutto legata all’automotive tedesca), energetica, di sistema – quello
globale.
A Modena protagoniste di questa riconversione sono le piccole-medie imprese
meccaniche, metalmeccaniche, di componentistica oleodinamica e dell’indotto
dell’automotive – sempre alla ricerca di ingegneri, tecnici formati, operai
specializzati spesso non a conoscenza degli usi bellici e della destinazione di
ciò che andranno a produrre.
Baricentrale il ruolo di scuola-università,
formazione e ricerca.
Infatti, laboratori e startup legati all’UNIMORE – e quindi alla ricerca
pubblica – sono indirizzati dal nuovo corso della rettrice Cucchiara più
decisamente nello sviluppo di software e tecnologie AI per scopi dual use o
prettamente bellici, da integrare nell’industria, non solo modenese.
AIIS, AImageLab, AIRI sono solo alcuni dei progetti UNIMORE basati sull’AI che
vanno dai sistemi di riconoscimento facciale, videosorveglianza, ai sistemi di
puntamento automatico e di guida autonoma dei droni – che l’industria bellica
vorrebbe costruire a Modena e in Emilia, da convertire in Drone Valley e
riempire di nocivi e impattanti Data Center.
Inchiestare, mappare e conoscere le articolazioni di questo processo di
ristrutturazione e riarmo significa anticipare trasformazioni e ambivalenze che
stanno già coinvolgendo direttamente il nostro territorio, il nostro lavoro e le
nostre vite, dandosi strumenti e saperi per decidere come stare dentro e contro
la fabbrica della guerra.
Ad oggi abbiamo rilevato almeno 68 siti di produzione, progettazione,
collaborazione in attività nella filiera bellica (aerospaziale, cybersicurezza,
sistemi terrestri e navali), anche nel contesto dual use civile-militare. Le
fonti utilizzate per la ricerca sono pubbliche e verificabili: database
Confindustria Emilia, progetti Unimore, fiere settore Difesa, bandi
ministeriali, circolazione dello standard UNI EN 9100 o delle lamiere a uso
balistico, conversazioni con lavoratori.
La mappatura vuole rendere visibile la struttura sistemica, stratificata e
diffusa della conversione bellica, che trasforma il territorio complessivo –
mettendo al lavoro la sua composizione di classe – in «fabbrica della guerra». È
concepita come uno strumento aperto, non definitivo e in continua evoluzione:
c’è anche bisogno di te che ci lavori, fai ricerca, la studi o ci vivi a fianco!
Link alla mappa
Lettura delle lettere dal carcere del palestinese Ahmad Salem
Da Radio Onda Rossa
Ahmad Salem, 24enne palestinese cresciuto in uno dei più grandi campi profughi
palestinesi, Al-Baddawi, ha lasciato il paese per cercare un futuro. Dopo un
primo passaggio in alcune città europee, è arrivato in Italia e si è presentato
alla commissione territoriale di Campobasso per richiedere la protezione
internazionale.
In quell’occasione, durante la procedura di identificazione, mentre mostrava
alcune fotografie dei propri documenti, il suo telefono è stato ispezionato. Al
suo interno sono stati trovati un video pubblicato su TikTok, in cui denunciava
il silenzio della comunità internazionale e dei Paesi arabi di fronte alla
guerra a Gaza, alcune conversazioni private e video delle Brigate Al-Qassam, già
disponibili online e rilanciati anche da diversi media italiani e non. Questi
contenuti sono stati però motivo di arresto e, successivamente, della condanna a
4 anni di carcere per istigazione a delinquere e auto-addestramento con finalità
di terrorismo, in applicazione delle nuove norme (dl sicurezza 2025) sul
cosiddetto “terrorismo della parola”.
Questa storia sembra voler equiparare il sostegno alla causa palestinese come
terrorismo e ampliare con approccio repressivo e autoritario l’uso del diritto
penale vorso chi resiste e dissente. Il solo possesso di materiale digitale è
motivo oggi di arresto e detenzione.
Inoltre, questa storia racconta anche la persecuzione delle istituzioni italiane
verso le persone migranti trattate come minacce. Il desiderio di avere una vita
vivibile viene trasformato in un inferno, quali sono le carceri italiane.
Questa sentenza non è un caso isolato, ma il riflesso di una strategia
repressiva che colpisce chiunque denunci il genocidio e l’occupazione della
Palestina.
Libertà per Ahmad Salem
FREE PALESTINE
Per scrivere ad Ahmad Salem l’indirizzo è:
Casa Circondariale di Rossano Calabro
Contrada Ciminata 1, 87064 Corigliano-Rossano (CS)
IN ATTESA DELLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO
Linda Maggiori – giornalista free lance e, tra l’altro, associata a Weapon Watch
– ha pubblicato questo accorato appello di Andrea Maestri, che lei definisce
«coraggioso avvocato e attivista dei diritti umani, che mi assiste in questa
battaglia per la trasparenza sui traffici di armi dal porto di Ravenna, con
umanità abnegazione e professionalità.». Come lei, siamo grati all’avv. Maestri
per il suo impegno e riprendiamo queste accorate parole che stanno girando in
rete. Siamo al suo fianco in questa rivendicazione di trasparenza come principio
democratico che le pubbliche amministrazioni non possono negare al cittadino
contribuente.
Io non sono nessuno ma sono un avvocato e un attivista per i diritti umani.
Il 27 agosto a Roma dinanzi al Consiglio di Stato difenderò il diritto di Linda
Maggiori, giornalista d’inchiesta cui l’Agenzia delle Dogane ha negato il
diritto di accesso civico generalizzato alle informazioni sui TRAFFICI DI ARMI
dal porto di Ravenna
abbiamo vinto noi davanti al TAR di Bologna che ha sancito il diritto di
conoscere almeno le quantità di armi che transitano dal nostro porto
difendendo il diritto di Linda, difendiamo il diritto dei nostri concittadini di
sapere se il nostro porto è ancora un porto commerciale oppure, come dice
l’Avvocatura dello Stato nel suo atto di appello, uno snodo strategico per le
questioni militari e di difesa e quindi la comunità non deve sapere nulla perché
prevale l’interesse statale al segreto
il 27 agosto sarà una delle udienze più importanti della mia vita e della mia
carriera professionale: non ho paura ma sono preoccupato
sono convinto che il Consiglio di Stato, applicando le norme, riconoscerà il
nostro diritto di conoscere: non può essere negato totalmente il diritto alla
trasparenza (che per le Pubbliche Amministrazioni è un dovere) in ambiti
particolari come questo, perché significherebbe disapplicare o svuotare di
effettività una legge dello Stato che definisce la trasparenza come un
corollario del principio democratico
e impedire la trasparenza, coprire col silenzio e con un telo nero i transiti di
armi dal nostro porto verso Israele significa rendere invisibili all’opinione
pubblica possibili, gravissime violazioni della Legge 185/1990 che vieta di
armare governi responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità
impedire la trasparenza significherebbe coprire responsabilità e complicità
stiamo toccando i fili dell’alta tensione
non lasciateci soli
siamo il paese in cui giornalisti e attivisti sono stati spiati col
software-spia di Paragon, società israeliana che fornisce servizi di analisi
dati e intelligenza artificiale anche per operazioni militari e di
localizzazione degli obiettivi da colpire
avremmo voluto che la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Ravenna
intervenissero al nostro fianco dinanzi al Consiglio di Stato per difendere il
diritto alla trasparenza dei cittadini delle nostre comunità, locale e
regionale: ad oggi nessun intervento ad adiuvandum è stato attivato ma c’è
ancora tempo e confidiamo che le istituzioni democratiche del nostro territorio
facciano la loro parte anche nelle sedi giudiziarie
non abbiamo paura, ma siamo preoccupati perché sappiamo cosa è successo a chi è
stato lasciato solo in battaglie di trasparenza che volevano squarciare il velo
sui traffici di armi
(mentre scrivo, mi vengono in mente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi perché
stavano lavorando a un reportage sui traffici illeciti di armi e rifiuti tossici
tra Italia e Somalia, che avrebbero coinvolto anche interessi politici ed
economici internazionali)
sul genocidio di Gaza e il massacro dei bambini palestinesi ho scritto un
libro-denuncia dopo avere partecipato a due missioni AOI a Rafah
nel 2024 e nel 2025 ho sottoscritto la denuncia alla Corte Penale Internazionale
nei confronti di Meloni, Tajani e Crosetto
e ora sono qui, a difendere il diritto di una giornalista d’inchiesta coraggiosa
che con la sua ostinata ricerca di dati e informazioni sta rendendo un servizio
prezioso all’opinione pubblica, incontrando ostacoli e subendo persino odiose
diffamazioni
non potrei essere altrove: sono qui perché qui, a difendere i diritti umani,
sono sempre stato e mi ritroverete, Inshallah, anche dopo questa battaglia
siamo la voce e la penna di migliaia di giovani che hanno riempito le piazze per
chiedere giustizia per il popolo palestinese, siamo giornalisti e avvocati ma
anche attivisti tra gli attivisti, che insieme a noi difendono la pace e
pretendono la trasparenza
lo dobbiamo ai bambini di Gaza, colpiti dai cecchini israeliani o smembrati
dalle bombe, lasciati orfani, affamati, mutilati e lo dobbiamo ai nostri figli,
cui dobbiamo indicare la strada della giustizia e della pace, l’unica in cui
l’umanità può camminare insieme.”
Sovraffollamento al 140,6%, nove istituti oltre il 200%, suicidi e condizioni
disumane. Mentre il sistema penitenziario torna ai livelli che costarono
all’Italia la condanna europea, il governo continua a produrre …
di Gianni Sartori Rifugiata politica in Francia e oppositrice del governo turco,
Jülide Yazici è detenuta in Albania su richiesta di Ankara. Se estradata in
Turchia rischia maltrattamenti e torture: …
Passando dagli Epstein files e ritornando sugli usi politici di complottismo e
fascismo, per capire la quarta rivoluzione industriale (data center, IA,
cibernetica nei campi come in guerra), ne parliamo con Stefania Consigliere,
Maddalena Gretel Cammelli, Elisa Lello, Cecilia Vergnano e altri ospiti.
Ci vediamo il 14 agosto a Cels presso l'”Associazione Clapie” alle ore 10 e
lunedì 17 agosto sempre a Cels, al “Circolo Amici del Cels” alle ore 17.30.
INTERFERENZA MANGA PER NERD INTERSEZIONALI - PARTE 4
Data di trasmissione
Domenica 9 August 2026 - 21:00
Le Dita nella Presa
L'occupazione del palinsesto de le dita nella presa: Interferenza Manga è
arrivata alla sua quarta puntata!!
Nella puntata di oggi vogliamo riflettere sulle abitudini e le modalità di
scrittura usate nella quotidianità: e-mail, chat... e prompt, ovvero il modo di
scrivere un input che possa essere elaborato correttamente dagli strumenti
generativi.
Puntata Intera
Durata 1h 1m 36s
sola lettura
Durata 10m 58s
* Per saperne di più su Interferenza Manga per nerd intersezionali - parte 4