Il comune di Fiumicino, situato nell’area sud-ovest di Roma, rappresenta un
territorio nel quale le mega-opere hanno radici antiche e hanno condizionato
fortemente lo sviluppo del paese sin dal secondo dopoguerra. La presenza del
mare, di vaste aree agricole e vasti territori non urbanizzati, l’hanno reso
oggetto di una serie di progetti infrastrutturali con chiare finalità
speculative tra le quali: l’aeroporto intercontinentale, il più grande d’Italia
per numero di passeggeri e per il quale è previsto un raddoppio non necessario,
il porto commerciale, l’interporto e il porto turistico.
L’area è caratterizzata da un equilibrio idro-geologico delicatissimo: i fondali
sono bassi, e i sedimenti del fiume modificano continuamente la linea di riva.
Qui, su dodici chilometri di costa su cui l’erosione avanza da decenni,
incombeva lo spettro di un’infrastruttura destinata a cambiare radicalmente il
volto del litorale: un porto crocieristico pronto ad accogliere le navi da
crociera più grandi al mondo, tra cui le navi “Oasis”, alte fino a 72 metri e
capaci di trasportare oltre 6mila passeggeri.
L’accoglimento del ricorso contro il porto crocieristico di Fiumicino ha
annullato il decreto con cui Ministero dell’Ambiente e Ministero della Cultura
avevano dato il via libera alla svendita di un’ampia porzione di litorale romano
al colosso statunitense del settore crocieristico.
Si sarebbe trattato del primo caso in Italia di una concessione a privati di
55mila mq di costa e 988mila mq di specchio acqueo. Nel 2023, il Comune di
Fiumicino aveva addirittura inserito il progetto tra le opere essenziali per il
Giubileo, accelerando l’iter di approvazione della Valutazione di impatto
ambientale. Comitati cittadini, associazioni del litorale, collettivi, realtà e
singoli, riuniti nella rete Tavoli Del Porto, si sono organizzati, hanno
studiato le carte, e hanno presentato osservazioni critiche al ministero
dell’Ambiente. Nel novembre 2025, però, la Valutazione viene definitivamente
approvata. A gennaio 2026, allora, viene presentato il ricorso al TAR, che,
qualche settimana fa, ha dato ragione ai Tavoli del Porto, e a chi lotta in
difesa della costa, dei Bilancioni, della salute.
Il progetto, da 600 milioni di euro, prevedeva un porto turistico con circa
1.200 posti barca, una parte destinata a superyacht, megayacht e gigayacht, un
terminal per una nave da crociera, un hotel, aree commerciali, servizi per i
diportisti e cantieri nautici.
Erano previsti anche un hotel da 200 posti, 50 mini appartamenti e la
riconversione dei bilancioni in strutture ricreative e di ristorazione.
Pochi mesi dopo il sequestro dell’area di cantiere, nell’aprile 2013, per
costruire un’opposizione fisica all’oppressione che le speculazioni edilizie
rappresentano per Fiumicino, uno dei Bilancioni, una struttura caratteristica di
questa zona, una palafitta costruita sul mare, storicamente adibita alla pesca,
è stato occupato. L’occupazione del Bilancione, che è nata dall’esigenza di
riappropriazione fisica di uno spazio che era stato sottratto in nome del
profitto, ha dato l’impulso alla nascita del Collettivo NO Porto.
Negli anni, con iniziative continue, e grazie allo studio, all’impegno, alla
costanza delle persone che vi si organizzano, il porto di Fiumicino non è stato
più soltanto un porto: è diventato il simbolo della resistenza a un modello
imposto dall’alto di presunto sviluppo. Royal Caribbean non rappresenta solo il
turismo, ma un’idea di territorio snaturato e non sostenibile fatto di coste
privatizzate, economia estrattiva, concentrazione della ricchezza e
desertificazione ambientale e sociale. Per non parlare dei suoi legami con
Israele, con il mondo di Epstein e con l’economia di guerra sponsorizzata dal
gruppo israeliano Ofer.
Ascolta l’approfondimento con un compagno di Scienza Radicata, rete di
scienziatə e attivistə per la giustizia climatica che si occupa di monitoraggio,
rigenerazione, formazione ambientale e scienza partecipata, che ci dà
aggiornamenti sulla lotta contro la costruzione del porto crocieristico a
Fiumicino.
Sul finale, l’ennesima morte sul lavoro, di caldo, di un ragazzo molto giovane.
Citati nella puntata:
Scienza radicata – Pagina ig
Il Bilancione occupato – L’Almanacco de La Terra Trema – pagina fb
Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean – Dinamopress
Chi semina porti raccoglie tempeste: il progetto crocieristico a Fiumicino –
Valori
Uno Stato sempre più debole davanti al potere economico riscopre tutta la
propria forza contro chi sta in basso. La repressione diventa così uno strumento
di governo della rabbia sociale …
LA CASSA T HA BISOGNO DI DONAZIONI
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(venerdì, 14 agosto 12:00)
Riflessioni in margine all’assassinio di Abderahhim Fakir.
Riceviamo e pubblichiamo questo testo dal Collettivo Millepiani di Arezzo che
affronta alcuni nodi all’ordine del giorno a partire da alcuni eventi recenti
che hanno aperto nuove emersioni di conflitto.
Su alcuni aspetti del discorso occorrerebbe aprire e alimentare dibattito: in
merito al significato che viene dato alla questione della repressione ad
esempio, non si può non tenere in conto la dimensione generale e i rapporti di
forza che intercorrono fra le forze sociali che alimentano i movimenti e lo
Stato. Che lo Stato sia l’istituto storico che mette in pratica la difesa dei
propri interessi attraverso articolazioni della forza come le forze dell’ordine
o altri dispositivi della contemporaneità non è una novità. Siamo di fronte a
una dimensione pre-insurrezionale oppure ad alcune emersioni di massa e con
intensità conflittuale interessante e a tratti inedite sulle quali ragionare
collettivamente? Da quale premessa è più utile partire per andare nella
direzione di alimentarle e contribuire alla costruzione di infrastrutture
autonome capaci di allargare e approfondire queste espressioni di conflitto e di
rigidità? Forse più che dalla constatazione dello stato dell’arte della
controparte, rispetto alla quale conviene non sovrastimarne la dimensione, può
stimolare maggiori possibilità e piste di intervento immergersi nelle
contraddizioni della fase che stiamo attraversando tentando di coglierne le
spinte in avanti. Questo non significa sminuire i tentativi dello Stato di
ristrutturare la propria organizzazione in funzione dei processi che stanno
trasformando l’esistente con l’obiettivo di sussumere capacità e di affinare le
proprie articolazioni di messa a lavoro in funzione del capitale e dell’accumulo
di dominio. Il merito di questo testo è di rimettere in fila alcuni passaggi
storici che possono essere utili nello sguardo sul presente e in prospettiva,
buona lettura!
Il fronte interno delle guerre imperialistiche occidentali è ormai diventato,
anche da noi, una guerra interna aperta e feroce verso proletari,
masse immigrate ed emarginazione metropolitana. Le leggi speciali degli ultimi
anni sono culminate nella cancellazione di ogni residua restrizione penale alla
violenza poliziesca di corpi repressivi sempre più militarizzati, rendendo così
scoperto e dirompente lo “stato assedio” di fatto cui lo Stato capitalistico sta
mirando. Infatti, i traumi collettivi sempre più forti, imposti ai popoli
europei dalle devastazioni sociali neoliberistiche e dal gigantismo militare
della NATO, che sparge fiamme e distruzioni in Medio Oriente, in Russia e
in Africa, richiedono forme terroristiche di contenimento e di dissuasione delle
lotte di massa e dei loro temuti sviluppiorganizzativi. Per questo, la
repressione poliziesca e militare della protesta sociale si è allargata dai
luoghi della concentrazione proletaria, considerati strategici dagli anni
di Scelba in poi (cortei e case occupate, per esempio), alle aree urbane da
riqualificare, ai quartieri “malfamati” e ai ghetti, alternando assalti a
presidi e perquisizioni domiciliari, pattugliamenti intimidatori e
deportazioni. A partire dal piano di guerra che nel 2001, a Genova, i reparti
antisommossa seguirono metodicamente, la dimensione militare della repressione
delle lotte di classe è divenuta prevalente. Questo tipo di repressione è
centrato sulla prevenzione, sullo sradicamento anticipato dei potenziali
portatori di ogni tensione sociale. Così le fasce più povere della società, e in
modo particolare gli immigrati della “colonia interna” e i lavoratori precari e
semioccupati, divengono le nuove “classi pericolose”.
E’ in questo contesto, e a causa del pieno dispiegamento di questo
dispositivo, che AbderahhimFakir è stato ucciso. Ed è questo dispositivo
– costruito dallo Stato capitalistico parallelamente allademolizione neoliberale
delle tutele sociali – che trasforma il mondo sociale in una mappa
militare,e che ripartisce le popolazioni in collaboratori e
nemici; questi ultimi favoriti da una folta schiera di “traditori”, i nemici più
temibili. I collaboratori sono, naturalmente, i “cittadini” benestanti che
reclamano sicurezza, i nemici sono le masse impoverite dalla disintegrazione dei
beni comuni insieme alla stragrande maggioranza degli immigrati, e i nemici più
temibili sono i movimenti dellasinistra anticapitalistica. Questa è
l’antropologia della guerra di classe interna che gli Stati capitalistici stanno
conducendo in tutto l’Occidente contro i settori della società che
potrebbero far rinascere una tenace resistenza al riarmo e alle razzie dei
beni sociali scatenate dalla nuova fase dell’accumulazione del capitale. In
Italia questa guerra interna dello Stato sta accelerando il passo, con una
divisione del lavoro abbastanza tipica degli Stati parlamentari: un
governo fascista fa il lavoro sporco, un’opposizione liberale rettifica un po’
di punteggiatura, ed entrambi ne beneficiano.
In un certo senso, e un po’ paradossalmente, la catena imperialistica
apparentemente salda nel suo anello metropolitano, sembra scossa dalla paura
ossessiva che inquietava la borghesia liberale del XIX secolo: la
paura delle “classi pericolose”, allora rappresentate sia dai salariati
industriali irreggimentati nella fabbrica-prigione, sia dai tanti
irregolari che si affollavano nella città capitalistica, resti dispersi di
ambienti rurali frantumati dall’accumulazione originaria. Fino allaComune di
Parigi lo Stato borghese combatté il proletariato come un nemico interno in una
guerra asimmetrica di estrema crudezza, appresa negli stermini coloniali e che,
all’occorrenza, sospendeva le guerre interstatali europee, come avvenne
proprio di fronte a “Parigi insorta”. Questa guerra interna discendeva da un
tipo di sfruttamento che logorava senza tregua la forza-lavoro umana,perché
lo sviluppo capitalistico non era ancora arrivato alla fabbrica automatizzata,
ai monopoli e alle banche d’affari e quando vi arrivò anche lo sfruttamento
dovette riconfigurarsi, cominciando ad allargare sempre più, nel segno del
plusvalore relativo, la sfera del consumo popolare. La guerra interna
naturalmente continuò in tutto l’Occidente, vi conobbe picchi inusitati e le
controrivoluzioni, nel corso del Novecento, furono, in
Europa, un’ecatombe immane, per quanto non paragonabile ai genocidi
coloniali. Tuttavia, lo Stato capitalistico cessò di razzializzare le classi
subalterne come “classi pericolose”, da recintare, controllare ed eventualmente
liquidare militarmente.
Con lo sviluppo del capitalismo neoliberale e con il consolidamento della
trazione guerrafondaia dell’attuale fase di accumulazione del capitale, la
situazione è cambiata e di fronte allo Stato sono riemerse le “classi
pericolose”. I ghetti urbani delle masse immigrate, gli sconquassi
bellici di interi continenti, la proletarizzazione della piccola borghesia, la
flessibilità servile del lavoro informale, la precarietà abitativa di ampi
settori della società, la disintegrazione del salario sociale hanno generato
focolai di tensioni e di conflitti che la borghesia imperialista, lanciata nella
corsa al riarmo, affronta sempre più con le strategie della guerra
interna. Le legge speciali non sono una deviazione, ma una fase e un aspetto di
questa guerra. Perciò quello “stato d’eccezione” che Benjamin denunciava come la
“normalità” quotidiana per le classi oppresse sta oggi manifestandosi in tutta
la sua durissima spietatezza e con un’inflessibile e metodica coerenza. Le
classi dominanti non riescono a costruire un fronte interno per le loro
guerre imperialiste e quindi ricorrono al “terrore bianco”, al terrore di
Stato.
Questo “terrore di Stato” importa tecniche di intimidazione, di controllo e
di “pulizia etnica” dai due sistemi poliziesco-militari più sviluppati
dell’Occidente, quello degli Stati Uniti e quello di Israele. Queste tecniche si
avvalgono di tecnologie che rendono catturabili, schedabili e imputabili la
voce, il volto e il corpo, rubati nei luoghi storici della protesta, laddove
l’indignazione ha sempre trascinato i gesti spontanei. Un blocco stradale o
ferroviario (pensate alle donne che si stendevano davanti alle tradotte
militari), una scritta murale, le parole che dicono in pubblico quello
che èsfacciatamente riconoscibile, portano al carcere, al tribunale e a
multe stratosferiche. E poi ci sono gli arresti preventivi, le aree
concentrazionarie per il rimpatrio dei migranti irregolari (CPR), le case messe
sottosopra di prima mattina, le cariche a gruppi di operai “davanti ai
cancelli”, gli sgomberi di senzatetto e lo “svuotamento” di aree urbane con
eccessiva densità di stranieri africani o arabi a beneficio di turisti e
commercianti. Le città riqualificate per il profitto, come
ci ha recentementeraccontato Nico Maccentelli a proposito di Bologna, sono il
vivaio del “terrore di Stato”. E’ lì che a un marocchino – o a un nigeriano
o a un palestinese – che grida per strada per un dolore fisico o mentale, può
accadere di finire soffocato sotto le mani di agenti
addestrati all’antisommossa. Questo si chiama “stato d’assedio”.
Premuti da tutte le parti da questo “stato di guerra” a conduzione statale,
dobbiamo interrogarci su tattiche e strategie di lotta capaci di rompere un
assedio che mira – attraverso dispositivi contro-insurrezionali brevettati da
esperti israeliani – a neutralizzare in culla ogni azione collettiva di
ostruzione dell’economia di guerra, di riappropriazione di beni comuni
abbandonati ai tentacoli del mercato e, più in generale, di inversione delle
dinamiche neoliberali di accumulazione capitalistica. Certo è che se si può
uscire dal cerchio della guerra interna della borghesia imperialistica contro le
“classi pericolose” soltanto con la mobilitazione di massa di queste
classi, è, tuttavia, necessario riconoscere che la guerra interna dello Stato
capitalistico mira a bloccare e a disperdere proprio quella mobilitazione,
a mettere le catene ad ogni forma di insurrezione. Ammettiamolo: siamo in un
circolo vizioso. Questo circolo non è estraneo al regresso delle lotte sociali e
antimperialiste da un anno a questa parte. Se in quanto scriviamo c’è
del vero, allora per cominciare ad organizzarci per nuovi
compiti occorre cominciare a nominare e ad analizzare il “terrore bianco” con il
quale lo Stato capitalistico sta oggi ricacciando indietro i fronti di lotta
della sinistra anticapitalistica. E’questa la tragica e crudele lezione che
bisognerebbe finalmente trarre da episodi di violenza poliziesca come quello di
Bologna.
Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia
umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è
avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per
il regime egemonico.
L’articolo è apparso inizialmente su Resumen Latinoamericano, il testo completo
è stato ripubblicato anche su:
https://www.lahaine.org/est_espanol.php/ceuta-el-trasfondo-y-los-responsables-de
La tragedia di Gaza provocata dal regime sionista. Il fattore iraniano come
nemico latente dell’asse Israele-Marocco. Il conflitto irrisolto nel Sahara
Occidentale
La crisi umanitaria scoppiata a Ceuta e Melilla alla fine di luglio ha una
spiegazione predominante che supera qualsiasi orpello geopolitico. La
disperazione di migliaia di giovani marocchini. Non è una fotografia isolata
della situazione socioeconomica esplosa nell’unica via d’ingresso terrestre
verso l’Unione Europea dall’Africa. È una sequenza storica che si ripete da
decenni.
Per il suo volume, il dramma si è moltiplicato. Circa 60 mila migranti hanno
attraversato le frontiere, quando nel 2021 l’ultima ondata era stata di 8 mila.
Ma inoltre, l’avidità delle destre estreme globali nell’agitare la xenofobia,
dentro e fuori dalla Spagna, ha giocato il suo ruolo e continuerà a farlo.
L’ombra di governi come quelli di Trump e Netanyahu, due criminali di guerra,
oscura la chiarificazione di un problema che ha diversi attori protagonisti.
USA, UE, Israele e i paesi del Maghreb, con la dittatura del Marocco come
protagonista chiave e ariete del conflitto.
C’è sempre un innesco per questi movimenti massicci di migranti poveri verso il
nord. Questa volta sarebbe stata una sentenza del Tribunale Supremo di Spagna
dell’8 e 9 luglio. Essa sostiene che la procedura sommaria di espulsione alla
frontiera (attraversarla via terra) non può applicarsi a chi arriva a nuoto. Per
questo, migliaia di persone lo hanno fatto via mare dalle vicine coste del
Marocco. Ma la sentenza non spiega tutto. Solo una piccola parte. Il
Mediterraneo è una tomba collettiva che dal 2014 avrebbe inghiottito 26.731 mila
persone vulnerabili, secondo il Progetto Migranti Scomparsi, dipendente dall’OIM
con sede in Svizzera.
La domanda che finora non ha avuto risposta è come si sia potuto realizzare in
modo coordinato un movimento migratorio di tali proporzioni. Perché ha coinvolto
molti giovani, ma anche donne e bambini, entrati via mare e via terra –
costeggiando un muro perimetrale – nelle due città autonome spagnole. In
stragrande maggioranza a Ceuta, situata a 17 chilometri dalla provincia di
Cadice, ma anche a Melilla.
Per le Nazioni Unite, le due piccole città sono territori integrati alla Spagna
a pieno titolo, anche se si trovano nel nord Africa e il Marocco le rivendica
come parte del proprio territorio. L’argomento politico di Madrid è che sono
sotto il suo controllo da oltre cinque secoli. Per il mondo musulmano – i cui
antenati occuparono la penisola iberica per otto secoli – Ceuta e Melilla sono
un doloroso ricordo della reconquista spagnola, conclusasi con la presa di
Granada nel 1492.
La storia ha segnato l’ascesa e il declino dell’impero spagnolo diversi secoli
dopo, la colonizzazione dell’Africa, l’indipendenza graduale dei suoi paesi e,
nel caso del Marocco, la sua emancipazione prima dalla Francia e poi dalla
Spagna nel 1958.
La monarchia esecutiva che governa da Rabat non è simbolica, come molte europee.
Il suo re Mohammed VI dirige lo stato dal 23 luglio 1999. Ha appena compiuto 27
anni sul trono e gliene mancano ancora diversi per superare suo padre, Hassan
II, che lo occupò per 38 (1961-1999). È una dittatura assolutista, dove il re
nomina il primo ministro, può sciogliere il parlamento e controlla i cosiddetti
ministeri di sovranità (Difesa, Interno, Affari Religiosi e Relazioni Estere).
Nella ricerca di alleati sostenuti da USA e Israele, il Marocco si è trasformato
in un pezzo chiave della scacchiera geopolitica per Trump e Netanyahu. La
relazione storica con Tel Aviv ha delle pietre miliari e quasi tutte le ha poste
Hassan II. Durante il suo lungo regno, mantenne legami diplomatici informali in
continuo segreto per non ferire la suscettibilità del mondo arabo. Se si
osservano solo gli Accordi di Abramo del 2020, firmati con gli USA come
mediatori tra il regime israeliano e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il
Marocco e il Sudan, si perde una parte della trama che li ha preceduti.
In Marocco vive una comunità ebraica considerevole se paragonata ad altri paesi
arabi. Per questo, Hassan II cercò sempre di mantenere un equilibrio con la
maggioranza musulmana del suo regno, soprattutto per preservare la
governabilità. Ma questa politica ambigua, persino complice con Israele nei
giorni precedenti la Guerra dei Sei Giorni, gli valse l’accusa di traditore.
Membri del Mossad avrebbero confessato anni dopo un episodio che tradisce il
padre di Mohammed VI.
Durante un incontro della Lega Araba a Casablanca, Hassan II fece registrare
segretamente le conversazioni e cedette i nastri all’intelligence israeliana.
Quel materiale permise al regime del primo ministro Levi Eshkol e del suo
ministro della Difesa, Moshé Dayán, di ottenere vantaggi considerevoli per
sconfiggere nella Guerra dei Sei Giorni Egitto, Siria e Giordania.
Oggi il Marocco possiede una potenza militare che si nutre di materiale bellico
israeliano. È uno dei suoi principali fornitori, dietro USA, Francia e Cina. Ma
a gennaio di quest’anno, durante un incontro tenutosi a Tel Aviv, l’esercito che
sta perpetrando il genocidio a Gaza dal 2023 ha pubblicato su X un comunicato in
cui informava di conversazioni incentrate su “dibattiti strategici, visite a
unità delle FDI e coordinamento di obiettivi di sicurezza condivisi”.
Il giornalista Kersten Knipp, dell’emittente tedesca DW, ha specificato il 10
gennaio di quest’anno che “almeno il 51% dei missili da difesa forniti al
Marocco proviene da Israele. Inoltre, il Marocco sta espandendo massicciamente
la propria produzione di droni con il sostegno israeliano”.
La teoria che attribuisce a Israele il ruolo di destabilizzatore del governo
‘socialista’ spagnolo, con il Marocco come punta di lancia, si basa su questa
storia. Inoltre, sulla posizione filo-palestinese del suo capo di Stato. Uno dei
ministri di Netanyahu, il genocida Itamar Ben-Gvir, ha deriso la crisi
umanitaria a Ceuta e Melilla: “Le mie congratulazioni al Presidente del Governo
di Spagna, Pedro Sánchez, per il suo profondo impegno nell’accoglienza
dell’immigrazione e della diversità umana”, ha scritto su X.
La tragedia di Gaza provocata dal regime sionista. Il fattore iraniano come
nemico latente dell’asse Israele-Marocco. Il conflitto irrisolto nel Sahara
Occidentale, rivendicato dalla dittatura alauita, e il sostegno esplicito
israeliano a quella causa. Un viaggio ufficiale di Pedro Sánchez in Algeria,
vicino antagonista della monarchia marocchina. E inoltre, il ruolo esitante
dell’Unione Europea, come se la Spagna non ne facesse parte, aggiungono altri
ingredienti extra a questa crisi umanitaria esplosa il 30 e 31 luglio. Nessuno
potrebbe scrivere in anticipo l’epilogo di questa storia.
Resumen Latinoamericano
--------------------------------------------------------------------------------
Testo completo in:
https://www.lahaine.org/est_espanol.php/ceuta-el-trasfondo-y-los-responsables-de
Di seguito pubblichiamo la lettera del Comitato di Pian di Mommio, Massarosa, in
provincia di Lucca.
Nella lettera viene ripercorsa la lotta del comitato per difendere il proprio
territorio dalla costruzione di un impianto fotovoltaico (finanziato da aziende
israeliane) di cui abbiamo raccontato a partire dalle parole di Anna nel terzo
reportage di Confluenza “La difesa dell’Appennino”:
https://infoaut.org/confluenza/confluenza-0-2-la-difesa-dellappennino
Ma soprattutto ciò che viene sottolineato è una risposta alla solita narrazione
portata avanti dalle istituzioni politiche che dovrebbero amministrare il
territorio e che, per giustificare la propria incuria e sete di profitto,
denigrano i cittadini che costituiscono comitati spontanei. In questo caso la
lettera si rivolge al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani che alla
festa del PD dello scorso 18 luglio si è riferito ai comitati come
anti-progresso e contro le energie rinnovabili. E’ un chiaro artificio retorico
questo, oltre che obsoleto, che viene messo in campo per sottrarsi dalle proprie
responsabilità.
La lettera è stata ripresa anche dal quotidiano la Nazione
Qui si può leggere la lettera
testimonianza Comitato Cittadini di Piano di Mommio luglio 2026Download
Riceviamo e diffondiamo
A seguito dell’ultimo episodio bradisistico, avvenuto venerdì 31 luglio, i Campi
Flegrei e Pozzuoli in particolare stanno vivendo una rinnovata ondata di
emergenze. Dopo il terremoto, sono tante le famiglie in situazione di emergenza
abitativa, gli esercizi commerciali chiusi e diventa ancora più pesante
l’assenza (strutturale) di adeguamenti per garantire risposte anche solo ai
bisogni primari degli abitanti. Si parla di più di 1000 persone sfollate, zone
senza acqua e aumenta ogni giorno il numero di edifici dichiarati inagibili.
Prima della visita di Piantedosi di mercoledì 5 agosto, il silenzio
istituzionale è stato assordante. Allo stesso modo, retorica mediatica e il
tenore del dibattito pubblico nazionale è stato per lo più infimo e viziato da
stereotipi.
Di fronte a tutto ciò, la resistenza popolare non è mancata e si è fatta sentire
più forte che in altre occasioni: contestazioni, blocco del porto al grido di
“blocchiamo tutto” e assemblee per tentare di giungere a uno stato di
mobilitazione permanente. L’assemblea cittadina di mercoledì 5 agosto, ad
esempio, ha visto la partecipazione di oltre mille persone e lo svilupparsi di
una posizione unitaria di fronte alle parole di Piantedosi. Si parla infatti di
una probabile terzo decreto Campi Flegrei che non prevede novità rispetto ai
decreti precedenti: i 100 milioni, considerati insufficienti, generano un moto
di indignazione se paragonati alle grandi opere inutili che concentrano
finanziamenti ingenti, come il progetto dell’America’s Cup. Cittadine e
cittadini e le realtà organizzate sul territorio continueranno a monitorare da
vicino la situazione e chiedere a gran voce case, messa in sicurezza e sostegno
economico a lavoratrici e lavoratori.
Una rassegna della cronaca nazionale e dei comunicati dell’ultima settimana:
Ci parla in modo approfondito di questi giorni Dario Bellaveglia, abitante e
parte dell’assemblea di Potere al Popolo di Pozzuoli.
In una seconda intervista, abbiamo raccolto la testimonianza di un’abitante del
centro di Pozzuoli. Un racconto diretto di questi giorni di paura ma anche una
prospettiva storica, aiutandoci a ricostruire, come è necessario fare, le
diverse fasi di crisi e riassestamento di una comunità rimasta spesso disgregata
dalle conseguenze della cattiva amministrazione.
di Mauro Armanino Dalla guerra vissuta in Africa alla memoria del G8 di Genova:
una riflessione sulla fabbrica dell’insicurezza, sui limiti della violenza
politica e sul modo in cui il …
Un video mostra Momo ammanettato dopo la caduta e un carabiniere che gli rimuove
le manette. Ora l’Arma deve spiegare cosa è accaduto: basta silenzi, opacità e
protezioni corporative. Il …
(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Anche tra i privilegiati, così come tra i disperati, ci sono uomini con destini
più fortunati di altri. David Ginola è stato un ottimo calciatore,
centrocampista della Francia e vincitore di vari titoli individuali e di
squadra. È stato il fantasista della nazionale nel periodo tra il ritiro di
Platini e la consacrazione di Zidane, non proprio una cosa facile. Finì ai
margini della nazionale nell’anno in cui il talento franco-algerino ottenne il
premio come miglior esordiente del campionato francese. Ginola invece diventava
il capro espiatorio della mancata qualificazione ai mondiali del ’94.
Riferendosi a un suo errore, che costò la partita e il torneo alla Francia, il
suo stesso allenatore disse: “Ginola ha lanciato un missile contro l’intera
nazionale. Ha commesso un crimine contro l’Equipe de France”.
Poco tempo dopo Ginola lasciò il suo paese e andò a giocare in Inghilterra, in
una squadra importante ma che non vince mai nulla. Fu accolto a Newcastle come
un divo, il presidente gli mise a disposizione la sua Rolls Royce e il suo
autista per mostrargli le bellezze della città. La moglie Coraline, che sperava
suo marito firmasse per il Barcellona, una volta tornata in albergo gli urlò in
faccia: “Non vorrai mica venire a giocare in questo schifo di città?”.
Newcastle sconta una reputazione peggiore rispetto alla sua reale natura. È una
città di provincia, nel profondo nord, a pochi chilometri dal confine con la
Scozia. È stata da sempre un importante centro produttivo, della lana, del vetro
e poi del carbone, e un punto nevralgico per gli scambi commerciali, grazie alla
presenza del fiume Tyne che sfocia – dopo meno di dieci miglia di navigazione –
in un punto del Mare del Nord equidistante da Paesi Bassi e Scandinavia. Ha un
elegante centro pieno di edifici neoclassici, vittoriani e georgiani: dei
quattrocentocinquanta esistenti, più della metà sono tutelati dalla Historic
buildings and monuments commission for England.
La storia architettonica e quella sociale di Newcastle si intersecano nelle sue
epocali trasformazioni. Alla fine del Settecento la città e il suo hinterland
diventavano un territorio chiave per la Rivoluzione industriale, con continui
spostamenti di popolazione dalle campagne alla città. Allo sviluppo industriale
seguì quello commerciale, e la ricchezza dei primi decenni dell’Ottocento
diventò occasione per rifare il centro urbano, riedificato dal costruttore
Grainger, che “trovò una città cupa in mattoni e legno e la riconsegnò in
luminosa ed elegante pietra”. Questo tipo di sviluppo contribuì alla nascita di
microcosmi operai che presero corpo nelle aree vicine alle fabbriche e al fiume,
ma lontane qualche chilometro da Grainger Town, il suo Theatre Royal e il
mercato al coperto. Elswick, Byker, Arthurs Hill, zone che da decenni finiscono
in tutte le guide d’Inghilterra come luoghi da cui stare alla larga, diventarono
agglomerati operai con un’altissima densità di popolazione, pochi servizi e
tante case.
Anche la parabola che Newcastle vive nel Novecento è comune a quella di altre
città industriali d’Europa: crescita della popolazione, welfare dignitoso, boom
dell’edilizia popolare, crisi (almeno due, durissime), deindustrializzazione,
devastazione sociale, crescita nel settore dei servizi con espulsione di ampie
fasce della popolazione. Anche qui, come nelle principali città
dell’Inghilterra, operai e minatori hanno lottato per resistere al thatcherismo
e mantenere quel po’ di benessere che si erano conquistati, ma i risultati sono
sotto gli occhi di tutti: mentre nel centro città si costruivano giganteschi
centri commerciali (fine anni Ottanta e inizio Novanta) e sul fiume si
smantellavano le attività industriali per fare spazio all’economia dei servizi
(fine anni Novanta) il tessuto sociale si impoveriva, la disoccupazione e la
povertà raggiungevano i livelli più alti di tutto il paese, la dismissione del
welfare pubblico lasciava migliaia di persone nelle mani di enti assistenziali e
fondazioni private. Il costo della vita sempre più basso, e la ricerca di mano
d’opera non qualificata e disposta al lavoro occasionale, attiravano nei
quartieri di periferia le comunità migranti, la cui presenza si candidava a
essere una bomba a orologeria.
PIOGGIA D’ESTATE
Westgate Road segna il confine tra il centro e la periferia. È giugno, ma sembra
marzo e i notiziari meteo parlano dell’estate più fredda e piovosa da
quarant’anni. Da un paio di settimane sto in una ex fabbrica di manifattura
tabacchi, la Robert Sinclair Tobacco, nella quale sono stati ricavati una
quarantina di appartamenti da uno o due stanze, affittati per lo più a
professionisti junior, impiegati, o giovani che lavorano nel prestigioso
complesso universitario. In alto, sulla facciata del più grande dei palazzi in
mattoni arancioni che componevano la fabbrica c’è ancora una scritta nera con il
nome della compagnia. Di fronte, una delle tante fondazioni benefiche. A destra,
un pub e un piccolo teatro indipendente. A sinistra un barbiere, un laboratorio
di tatuaggi, un altro pub, con una clientela un po’ più giovane. Dalle finestre
a ghigliottina in legno dell’appartamento posso vedere una porzione di questa
lunga arteria cittadina, che parte dalla stazione centrale e arriva fino
all’estrema periferia nord, costeggiando le mura romane, la Chinatown e
spingendosi al confine con Denton, uno di quei posti che per i giornali esistono
solo grazie alle bande di teenager asiatici e afrocaraibici che vi imperversano.
Westgate è un piccolo manuale di geografia urbana. Percorrendola si ha chiaro
come anche la periferia della città sia in trasformazione, in modo diverso però
rispetto alla prima cintura intorno al centro, dove si continuano a costruire
grattacieli. Questo invece è un territorio ibrido, dove si alternano
speculazioni edilizie e abbandono, privatizzazione dello spazio pubblico e
assenza istituzionale, investimenti “a lungo termine” sul mattone e disagio
abitativo estremo.
Qualche tempo prima del mio ultimo soggiorno in città avevo conosciuto Ben, un
tifoso del Newcastle membro di un gruppo che denuncia lo sportwashing del fondo
arabo che ha rilevato il club, legato al principe ereditario nonché primo
ministro Mohammad Bin Salman Al Sau’ud (noto per lo sprezzo con cui risponde a
chi gli contesta le violazioni dei diritti umani). Un pomeriggio in cui la
pioggia è più insistente del solito e il cielo sembra un blocco d’ardesia, Ben
mi porta a vedere il cimitero di Westgate Hill, uno dei più antichi del paese,
la cui costruzione risale a inizio Ottocento. Mentre ci aggiriamo tra decine di
lapidi distrutte e ricoperte dalla vegetazione veniamo agganciati da una signora
gallese, che con una costosa macchina fotografica si cala tra le tombe e
immortala dettagli all’esterno, dagli enormi grilli fino ai contenitori in
metallo dove chi va lì a bucarsi può buttare la siringa. La donna ci chiede di
fotografarla accanto a un castagno abbattutosi chissà quanti anni prima su una
piccola cappella. La accontentiamo e ci allontaniamo.
Westgate Hill è un luogo di confine, una zona franca dove il tempo si è fermato,
oltre la quale lo scenario si fa meno comprensibile. Varcato il cancello
d’uscita, ci si accorge subito che accanto ai vecchi edifici in mattoni sono
stati costruiti, in ogni spazio possibile, palazzoni popolari pieni zeppi di
case. Le torri più alte sono quelle del Todds Nook, il cui circondario,
all’incrocio tra Westgate ed Elswick Road, mostra come da queste parti il
consumo di eroina non sia un’emergenza di qualche decennio fa.
Buona parte del cemento versato in queste aree risale alla metà dei Sessanta, e
al progetto delirante del sindaco laburista Smith, che di Newcastle voleva fare
“una città nel cielo”, la cosiddetta “Brasilia del Nord”: «In quegli anni – mi
spiega Ben – sono state abbattute centinaia di case popolari a due piani e la
gente è stata messa in questi mostri facendogli credere che case più moderne
volesse dire migliore qualità della vita. Dopo dieci anni, le case erano già
distrutte e la comunità si era totalmente disgregata, anche perché nel frattempo
era iniziata la crisi industriale e le persone cominciavano a perdere il
lavoro».
Dopo avere esitato un po’, Ben mi mostra il panorama da uno dei ballatoi della
prima torre, e in particolare la vista su Elswick, il principale quartiere
operaio dell’allora città industriale. Siamo a due miglia circa dal centro
georgiano e a uno dalla stazione. È qui, oggi, che il Real Estate ha individuato
una redditizia area di sviluppo, costruendo decine e decine di case per lo più
all’interno di mini-enclave dotate di servizi autonomi, in modo che, nell’attesa
della sparizione dei vecchi abitanti, i nuovi inquilini possano evitare il
contatto con la suburra circostante.
L’apice dell’industrializzazione di Newcastle è rappresentato dall’insediamento
in città della Armstrong Whitworth & company, a metà Ottocento. La compagnia
inizia producendo macchine idrauliche, ma in cinquant’anni si specializzerà in
armamenti, navi, automobili, aerei, locomotive, che continuerà a costruire fino
alla chiusura, nel 1977. Alla dismissione del colosso industriale e delle altre
fabbriche seguirà quella di tante attività che sopravvivevano grazie
all’indotto. Il territorio si impoverirà in fretta, tornando indietro di cento
anni. A differenza del centro, inoltre, dove la nuova economia della cultura,
dell’arte, dei servizi e del turismo incoraggia la popolazione a stringersi
intorno all’identità locale (quella dei geordies, una classe operaia autarchica
e imperturbabile, ormai ridotta a una macchietta deteriore), qui la popolazione
non riesce nemmeno ad aggrapparsi al senso di comunità che ha costruito in
decenni di lavoro industriale. Il calcio, l’alcol, il crack e l’eroina sembrano
gli unici rifugi alla portata di tutti.
CRONACHE DI ELSWICK
Una sera Ben mi porta a conoscere suo padre, che a Elswick ci è nato e ci ha
vissuto fino a poco prima della nascita del figlio. È un uomo sulla settantina,
alto e magro, ha occhi verdi che risaltano sulla pelle bianchissima, capelli
grigi e due mani enormi. Mi racconta la sua vita in un pub vicino la stazione,
in bilico tra quella che è stata definita smokestack nostalgia (la nostalgia
delle ciminiere) e il cinismo ruvido tipico di queste latitudini. «Pochi anni
dopo la nascita di Ben – mi dice – venne fuori la moda di fare queste
classifiche con i peggiori posti di Inghilterra. Elswick era sempre in cima, ma
non perché fosse così brutta, anzi credo che oggi sia veramente feccia, molto
peggio di vent’anni fa. Era perché di questo posto, prima, quando sopravviveva
con dignità nonostante le difficoltà, le morti sul lavoro, la violenza dei
mariti sulle mogli, non se n’era accorto nessuno. Hanno scoperto Elswick quando
la gente ha cominciato a farsi, i ragazzi ad ammazzarsi per strada, e
probabilmente non c’era più niente da fare».
Secondo un censimento del 2021, Elswick è la zona urbana di Newcastle con la
minor percentuale di popolazione bianca (il 43,5%). Un residente su dieci è nero
e i musulmani sono più dei cristiani. Il consolidamento delle comunità migranti,
che riescono a mantenersi coese grazie agli aggregatori sociali che si sono
guadagnate (la moschea, la scuola coranica, il piccolo mercato dei tessuti),
corrisponde alla condizione degli operai bianchi che per tutto il Novecento
erano riusciti a galleggiare, come mi dice più volte il papà di Ben, pur con
l’acqua alla gola: «Per tanti bianchi che non hanno resistito e sono andati via,
sono arrivati tanti neri, ma per me è ok. Fanno un sacco di figli e mantengono
vivo un posto che sennò sarebbe un luogo di zombie e tossici».
A dispetto delle difficoltà, Elswick conta ancora sedicimila abitanti, la
percentuale più alta degli adolescenti a Newcastle e il dieci per cento in meno
di over sessanta rispetto alla media. Se in città il 49,9% delle famiglie vive
in una casa di proprietà, in questa zona la percentuale crolla al 26,1%.
Il pomeriggio successivo ritorno da solo a Elswick per visitare la moschea.
Salgo fino al primo piano, attraversando un garage e una scala di emergenza,
senza incontrare nessuno. Sbuco in un’antisala piena di tappeti e di indicazioni
sul comportamento da tenere, e dopo in una stanza grande e luminosa dove un
maestro parla in arabo a una classe di una ventina di bambini tra i dieci e i
quindici anni. L’uomo mi accompagna dall’imam, che mi offre un thè e mi racconta
delle attività che fanno con i più piccoli per tenerli lontani dalla strada. Le
bande rivali qui si fronteggiano di continuo, basta una parola fuori posto per
tirar fuori armi di ogni tipo e la violenza è il modo più facile per risolvere i
conflitti. Una volta che i ragazzi diventano grandi, le bande si uniscono e si
coalizzano contro quelle di altri quartieri. A tamponare l’emorragia ci sono un
centro antiviolenza sulle donne, la parrocchia locale, qualche associazione che
tenta di intervenire sulla dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile
attraverso percorsi formativi.
Esco dalla moschea e incontro un gruppo di ragazzi sulla ventina, tutti bianchi,
che parlano a voce molto alta nell’incomprensibile dialetto geordie. Mentre mi
allontano, percorrendo il viale principale, il gruppo viene avvicinato da
un’auto della polizia. Gli agenti, dopo essersi presi un bel po’ di insulti,
cominciano a chiedere a tutti i documenti, noncuranti delle persone che escono
fuori dalle case e prendono in giro tanto i ragazzi quanto i poliziotti.
Faccio il giro dell’edificio e mi ritrovo di nuovo davanti al gruppo, libero
ormai dalla seccatura delle divise gialle. Solo a quel punto riesco a vedere che
alle loro spalle c’è una scritta e delle foto che ricordano un ragazzo morto:
Gordon “Gaulty” EMB. Sul muro, in bianco-blu, c’è anche quella che presumo sia
la data di morte: 20 maggio 2008. A terra, un casco da moto bianco, e inchiodato
al muro un orso di peluche con la sciarpa del Newcastle. Provo ad attaccare
bottone ma i ragazzi non hanno voglia di parlare. Mi dicono solo che un loro
amico è stato ucciso due anni fa e che da allora ogni volta che incontrano
qualcuno di Benwell, un quartiere vicino, «lo ammazzano».
Una volta a casa scoprirò che Gordon è stato ucciso con un machete da due
diciassettenni di Benwell. Aveva quattordici anni. 20 maggio 2008 era la sua
data di nascita.
RESTA IL FOOTBALL
Sono i giorni dei campionati europei di calcio, e ogni pomeriggio ascolto il
podcast The Rest is Football, o seguo la trasmissione su BBC Sport condotta da
tre vecchie glorie del calcio inglese, tutti ottimisti rispetto alla possibile
vittoria della loro nazionale, che invece perderà la seconda finale di fila in
pochi anni. Per le strade di Newcastle, però, l’entusiasmo è minore di quello
che i telegiornali mostrano in altre città.
Vado a vedere l’esordio dell’Inghilterra allo Strawberry Pub, storico punto di
ritrovo della tifoseria geordie, ma lo trovo semivuoto. Due signori anziani mi
confermano che da queste parti il legame tra la gente e la nazionale è diverso
da quello che lega la popolazione alla squadra della città, un’incontrollabile
attrazione a cui non riesce invece a scampare nessuno. Inghilterra-Serbia sarà
una partita abbastanza noiosa, ma al fischio finale porterò con me due regali:
una mappa disegnata su un tovagliolino di carta che illustra il susseguirsi dei
quartieri ex operai nei pressi del fiume; una foto che dopo tanti tentennamenti
trovo il coraggio di chiedere ai due vecchietti, con in mano le pinte di
Newcastle Brown che mi hanno lasciato pagare.
Per tornare a Westgate percorro sempre la via dove sorge Saint James’ Park, il
tempio della fede calcistica bianconera. Nei giorni dell’Europeo il campionato è
in pausa estiva, e i dirigenti del club hanno approfittato dell’assenza di
partite per avviare una forte ristrutturazione che darà vita a una gigantesca
“fan-zone”, dove una folla festante e tendente all’ubriacatura si radunerà ogni
fine settimana per vedere tanto le partite casalinghe quanto le trasferte. A
giugno i lavori dell’area, sponsorizzata da Stack, grosso marchio del settore
del divertimento, e da Sela, la compagnia intorno a cui gravita mezza industria
dello sport in Arabia Saudita, che è ovviamente sponsor del Newcastle, sono a
buon punto. Durante il primo fine settimana di campionato, a metà agosto, l’area
registrerà trentamila accessi e quindicimila litri di birra venduti.
Negli ultimi anni, la passione per la squadra di calcio è un elemento in fase di
forte recupero da parte di un mercato che ha interesse nel commercializzare
identità ben definite. È un processo che ha ridisegnato il profilo di Newcastle
dopo la deindustrializzazione, e che da qualche anno cerca di vendersi in ogni
maniera possibile l’immagine di una tifoseria appassionata, di una popolazione
che vive in simbiosi con la sua squadra, di un complesso rapporto tra il senso
di appartenenza e la relazione verso l’esterno, derivata da secoli di commerci
con la parte settentrionale del mondo. I capitali in questo caso sono quelli
arabi (ma anche l’Adidas sta facendo grossi investimenti), in ogni caso cambia
poco rispetto a quelli inglesi, europei e nordamericani che avevano dato un
nuovo volto all’area lungo il Tyne tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei
Duemila. Il fattore trainante, in quella fase, era la cultura.
Nel 1995 l’organizzazione Northern Arts indirizza al governo un progetto di
rigenerazione dell’ex distretto industriale attraverso la costruzione di musei e
centri culturali. Il progetto viene finanziato, il governo raccoglie fondi anche
dall’Unione europea e ci mette di suo quattrocento milioni di sterline,
progettando una sorta di network di produzione e progettazione culturale tra le
due sponde del fiume, quelle di Newcastle e Gateshead. Il Baltic, edificio un
tempo dedicato alla lavorazione del grano, diventa sede espositiva per l’arte
contemporanea. Nel 1996 arriva lo Year of the Visual Arts e nel 1998 viene
inaugurato l’Angelo del Nord, mega scultura in acciaio alta venti metri e con
un’apertura alare di oltre cinquanta. Di lì a poco nascono il Sage Gateshead,
sofisticata architettura dedicata allo studio e alla produzione musicale, e
altre strutture minori, mentre nel 2007 tra Newcastle e Gateshead si svolge
il World Summit on Arts and culture, la conferenza internazionale dei più
importanti policy maker culturali del mondo. Intanto, anche al centro vengono
fatti nuovi investimenti, tramutando definitivamente le tre vie principali in un
gigantesco centro commerciale a cielo aperto.
È inutile dire che l’impatto di questo genere di infrastrutture sulle fasce meno
tutelate della popolazione è nullo, anzi negativo in termini di espulsione degli
abitanti dalla cintura urbana e di espropriazione di parti di città che fino a
qualche decennio prima erano vissute soprattutto dalla working class, i cui
figli e nipoti sono invece disoccupati o non qualificati per un certo tipo di
lavori. Per quanto concerne la crescita economica, non è difficile immaginare
chi se ne avvantaggi, e d’altronde i dati parlano chiaro: l’ultimo rapporto
della North East Child Poverty Commission registra che più di un terzo di
bambini e adolescenti del Nordest vivono sotto la soglia di povertà, superando a
Newcastle il quaranta per cento. Se si restringe il campo alle comunità con
background migratorio, la percentuale impenna al sessantaquattro per cento (dato
2022), praticamente due terzi della popolazione giovanile. Anche il divario tra
le classi è inclemente: tra la percentuale più alta di minori in povertà
(Elswick) e quella più bassa (Jesmond) della città ci sono più di cinquanta
punti di differenza. Il tasso di disoccupazione è quasi il doppio della media
nazionale, mentre le persone senza casa, nella regione, sono più di
millecinquecento.
Eppure di soldi ne girano. Nell’ambito della strategia Saudi Vision 2030, PIF –
il fondo sovrano che controlla il Newcastle – ha programmato miliardi di euro di
investimenti in Europa in molti settori differenti, per “alleggerire” la
dipendenza del paese dal petrolio. Tra questi c’è il calcio, ma anche la
riprogettazione di ex città industriali in funzione turistico-commerciale, con
un illustre precedente proprio in Inghilterra. A Manchester, lo sceicco Mansour,
proprietario del City, vicepresidente e vice primo ministro degli Emirati Arabi,
ha forti interessi immobiliari nell’East End, e sfruttando i bassi tassi di
gestione concessigli dal comune attraverso una joint venture ha trasformato i
quartieri popolari circostanti lo stadio in uno dei centri economici della
città. Già nel 2019 un’inchiesta del Sunday Times titolava: “Manchester, la
città che si è venduta ad Abu Dhabi”.
Anche a Newcastle la politica sembra orientata a lasciar fare, anche perché da
queste parti gli investimenti statali sono rari, e i tagli nell’ultimo
quindicennio sulla spesa pubblica hanno raggiunto quasi i trecentocinquanta
milioni di sterline. A settembre il Times ha mostrato le lettere scambiate tra
il ministro degli esteri inglese e i vertici dei servizi segreti, che mostravano
grande preoccupazione rispetto al fatto che la Premier League avesse aperto
un’indagine sull’origine dell’investimento saudita, poi chiusasi con un nulla di
fatto. Durante le partite del Newcastle, nella tribuna vip, i principi e i
grandi investitori arabi sono spesso a guardare il match insieme alle élite
economiche della regione (su tutti i costruttori multimilionari della famiglia
Reuben), con cui stanno stringendo relazioni sempre più solide.
Lascio Newcastle dopo quasi un mese. Mentre aspetto il treno per Londra mi
attardo in un negozio della stazione che vende souvenir carini per turisti,
fatti meglio e costosi il triplo rispetto alla paccottiglia classica delle
strade principali. Alla fine, per ingannare l’attesa, compro un bavaglino a mia
nipote con su scritto in dialetto geordie “Shy bairns get nowt” (ovvero “Shy
babies get nothing”: le bambine timide non ottengono niente). Poi attendo
composto il treno al binario, su una panchina anti-clochard, mentre sullo
schermo passa uno spot di benvenuto, di cui faccio in tempo ad annotare solo
alcune frasi: “Collegate da numerosi ponti intorno a rive assai vive, Newcastle
e Gateshead sono un luogo imperdibile per ogni turista. […] L’Angelo del Nord,
la più grande scultura del paese, vi dà il benvenuto a braccia aperte in un
luogo dove la storia incontra l’innovazione green. Assisti a spettacoli
affascinanti al Glasshouse International Centre for music, goditi ristoranti di
classe e concediti una pausa nei centri commerciali e nei caffè nel cuore della
città, magari prima di una partita dell’iconica squadra locale. […] Newcastle è
spesso in cima alle classifiche per il miglior posto in cui andare in discoteca,
oltre a offrire serate per ogni interesse, dai cabaret ai corsi per mixologist.
Ma qui è bello anche vivere a ritmo lento: la città ha spazi verdi accoglienti e
funge da ottima base per esplorare il Vallo di Adriano…”. (riccardo rosa)
(disegno di escif)
Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste
settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete
dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente
estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva. Milioni
di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del
marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno
spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le
sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime
dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e
pietas.
Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che
l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato,
quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto
le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da
una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso
di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime. Fakir pare stia
piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e
sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse
arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza
dei supplizi, la camera delle esecuzioni. Ci arriva piangendo? Si getta a terra
in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un
budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più
terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a
cui si consegna piangendo.
Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col
facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap
linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto
padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in
proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia. La vita di periferia
umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno,
la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono
un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere
sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i
cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che
spesso è solo una classifica delle sfighe?
Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale.
Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di
sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a
suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o
semplicistica di quell’evento. Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava
anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e
paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo
sempre un attimo prima che si realizzi.
L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica
difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che
capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi
una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più
competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di
Neandertal a oggi? Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda
segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci
gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?
Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La
privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la
tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue
colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).
Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari.
Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la
colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto,
proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona? Forse uno dei due
stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei
giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per
comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove
il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta
amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e
ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono
colpevoli di omicidio.
E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello
stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di
un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.
Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che
incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in
queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo
scudo.
Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello
“strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una
soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime
cadute dai suoi occhi increduli e disperati. Che ci sarebbe di anomalo? In un
paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci
sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno
ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare
nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in
un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero
stancare lo spettatore.
Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome
islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla
fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella
vita del mondo. Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della
Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel
Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti:
solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati. Ma che c’entrano le
grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente
niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono
inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il
telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo
sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in
remissione dei nostri peccati.
Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene
sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli
amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima,
gli invisibili che si barcamenano senza documenti. Non era mai stato tanto
citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della
cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel
1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati
ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della
Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. I due fratelli Piter e
William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si
fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano
i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del
lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della
storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori
pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.
Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco
lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al
termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in
coma farmacologico. Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali
trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al
Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica
pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il
primo attentato del genere in Italia. Invano, da due mesi, stanno provando a
collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente.
A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di
politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua
incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato,
abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa,
si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo? Circolano voci demenziali – tipo
che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il
suo avvocato sia pagato da potenze oscure.
Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una
“fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande,
davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha
ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà
nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno
sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”. Il clima è così pesante che
persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla
piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato
l’attentatore.
Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali,
nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi
ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli
“extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città
che senza di loro sarebbe un paradiso in terra. Esposito se la prende pure con
il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio
che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha
mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che
non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del
degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e
finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta
piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.
L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema
sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi
anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via
Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che
venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli
stadi, si convertisse in liquidità e livore. Chissà quante volte da ragazzino si
sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a
Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato
ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica
Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare,
la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta
cinicamente giocando sporco.
Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua
volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di
cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di
un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale. Dire che la signora
Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal
Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di
quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una
società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se
stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti
a diventare vittima o carnefice quasi per caso. Attaccarsi alle spoglie di
Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la
sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i
colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.
Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a
intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si
riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e
schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un
quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso. La morte
diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo
scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e
giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole
furioso di piena estate. (giovanni iozzoli)