STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA
Balon - via Vittorio Andreis, 10152 Torino TO, Italia
(sabato, 26 settembre 11:00)
"Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon,
Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante
e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per
denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri
attraverso ogni forma di repressione.
A seguire vino e panini benefit per rifacimento tetto Barocchio
Una congrega di partiti del centro destra con l’aggiunta di Calenda e di una
parte del PD, ha organizzato una manifestazione a favore della realizzazione del
Tav Torino-Lione. Nessun problema e sapremo come rispondere.
È però importante capire quanto questi signori siano alla disperazione nel
giustificare uno spreco di denaro pubblico per un’opera ecocida che non serve e
non servirà mai a nulla se non a spostare carri armati attraverso le alpi. Non
hanno davvero più argomenti e con questa manifestazione hanno toccato il fondo.
Fanno una manifestazione a favore del tav e senza nemmeno più provarci a trovare
motivazioni tecniche o economiche. No per loro il tav si deve fare per dire di
no alle violenze.
E non si capisce nemmeno a che violenze si riferiscano. Forse a quelle che
subiamo ogni giorno in valle che è completamente militarizzata? Forse a quelle
che in maniera terrificante vengono perpetrate ogni minuto in Palestina? Forse a
quelle che in tutto il mondo ogni giorno vengono praticate contro le donne?
Forse a tutte le violenze che popoli interi devono subire a favore del profitto
di pochi ? Ma certo che no … Quelle sono violenze di stato che lor signori
appoggiano e incoraggiano incondizionatamente. Nulla di tutto ciò.
Questi tristi personaggi vogliono fare il tav con l’unica motivazione di dire
basta a che il popolo ogni tanto tagli qualche metro di filo spinato messo lì
proprio per proteggere il prototipo della violenza. Popolo che ogni giorno viene
vessato da protervia e repressione da parte di quei settori delle forze
dell’ordine a cui è stata delegata l’azione politica e che hanno invitato e
osannato Vannaci nel corso di presunti momenti formativi.
Basta che smettano di mettere fili spinati e di certo noi la smetteremo di dover
rischiare la galera per tagliare un filo spinato che violenta il territorio e
tutte e tutti noi ogni giorno. Quel taglio non è violenza è un disperato ma
determinato grido di resistenza, è l’unico modo perché la ragione, la giustizia
e la verità possa trovare voce e affermare le proprie ragioni in un sistema che
tutto copre e tutto nasconde. Sono loro a fare violenza … sempre e in ogni dove.
Per questo possiamo anche condividere il messaggio di quella manifestazione ma
ne ribaltiamo i termini … Noi popolo manifesteremo il 03 di Ottobre con una
marcia tra Sant’Ambrogio e Avigliana e lo faremo contro la devastazione dei
territori e contro la violenza … La terribile violenza praticata
scientificamente e quotidianamente da tutti i politicanti che sciorineranno la
loro solita accozzaglia di falsità e di subordinazione ai dictat dei poteri
economici che li sostengono.
NESSUNO SPAZIO A CHI STRUMENTALIZZA I PROBLEMI DEL TERRITORIO
Ciriè - Piazza Loreto
(martedì, 22 settembre 18:30)
Nessuno spazio a chi strumentalizza i problemi del territorio per seminare odio
e razzismo creando falsi allarmi sicurezza.
Chiamiamo la cittadinanza a un presidio in rifiuto a ronde svolte da squadracce
fasciste che nulla hanno a che vedere con la nostra città.
La sicurezza si fa con politiche sociali che intervengano nelle problematiche
del territorio non con pantomime militaresche.
H18.30 Piazza Loreto
Martedì 22 settembre
Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito
e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di
Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la
possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad
aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.
Ricordiamo che a luglio scorso, gli Houthi – che già controllavano la regione
della capitale Sana’a – sono riusciti a cacciare le forze filo-governative dalla
costa sud-occidentale, prendendo il controllo della città portuale di Mokha,
importante centro strategico, dell’isola di Mayyun e delle isole Hanish. Tutti
territori già oggetto di contesa, poiché permettono un controllo potenzialmente
totale sulla viabilità dello stretto. Tutto questo è avvenuto a seguito della
crisi di Hormuz e alla scelta obbligata delle petromonarchie di spostare la
circolazione sull’altro lato della penisola arabica (Bab el-Mandeb, appunto),
permettendo di attenuare – seppure lievemente – la strozzatura sul mercato
petrolifero. La guerra civile era scoppiata nel 2014, dopo l’inizio delle
operazioni militari del gruppo sciita zaidita nelle regioni ovest del Paese. Le
forze armate yemenite sono state sostenute negli ultimi dodici anni – durante i
quali gli Houthi hanno mantenuto pressappoco gli stessi territori fino alla
scorsa settimana -, da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finanziati e
aiutati a loro volta dagli Stati Uniti.
L’Arabia è il maggiore esportatore di petrolio dei paesi OPEC e la sua economia,
nonostante i piani di diversificazione della produzione, è ancora basato
sull’export di petrolio per il 45% del PIL. Colpire il suo commercio petrolifero
significa quindi assestare un colpo durissimo tanto al paese quanto al mercato
del petrolio su scala globale. Inoltre il blocco è avvenuto contestualmente al
sabotaggio da parte di milizie filo-iraniane in Iraq dell’oleodotto East-West,
che aveva permesso, insieme a Bab el-Mandeb, di far fronte alla chiusura di
Hormuz. L’offerta di greggio saudita è scesa a circa 6 milioni di barili al
giorno, raggiungendo il minimo storico dal 1990 ad oggi. Se poi l’oleodotto non
verrà ripristinato in tempi brevi, provocando uno stop pressoché totale
all’export saudita, vi è la possibilità di un crollo del 4% dell’intera offerta
globale. Attualmente gli Houthi stanno tenendo in scacco, seppur precario,
l’Arabia Saudita, tanto nella sua funzione di sostegno al governo Yemenita
quanto nel suo ruolo di alleato USA fondamentale per la strategia di gestione
del Medio Oriente.
La guerra si inserisce infatti nella spaccatura tra Iran, di cui gli Houthi sono
alleati, e paesi arabi allineati alla strategia Israelo-americana di contrasto
all’Asse della Resistenza. Strategia che appare sempre più fallimentare man mano
che il tempo passa. Trump infatti, dopo le richieste saudite di intervenire in
Yemen, ha risposto con un secco diniego: la prospettiva di un’ulteriore campagna
fallimentare – utile solo a dimostrare l’inefficienza militare USA in contesti
di guerra “ibrida” – sarebbe politicamente ed economicamente insostenibile.
Decisione di certo comprensibile se si considerano le elezioni midterm alle
porte, ma che ha come conseguenza un rinnovato e, per il momento, sicuro margine
di manovra militare per le milizie di Ansar Allah. Il perdurare della crisi
potrebbe però spingere gli USA ad intervenire nonostante le imminenti elezioni.
Sul versante regionale appare invece evidente lo sfaldamento dell’alleanza
Arabia – Emirati, o per lo meno un allontanamento dei loro obiettivi anche sul
breve periodo. L’esercito yemenita si trova infatti praticamente spaccato in due
parti, una sostenuta dal regno di Saud e l’altra dagli Emirati. Questa
divisione, che ha origine dalle divergenze strategiche dei due paesi – come
spiegato qui -, si ripercuote sui risultati politici di Israele e degli USA
ottenuti con gli accordi di Abramo. Non significa certo che le alleanze USA
stiano per crollare definitivamente, ma il frazionamento causato dai conflitti
in corso e la resistenza – e il contrattacco – dell’Iran ne mettono a dura prova
la tenuta. Come d’altra parte non si parla di una vittoria immediata dell’Asse
della Resistenza: sulla carta le possibilità tecniche di colpire gli Houthi ci
sarebbero.
In tutto questo contesto, il Gibuti, che si affaccia sullo stretto di Bab
el-Mandeb e dista solo 30 km dalla costa yemenita, è un coacervo di basi
militari straniere. Gli Stati Uniti, la Francia, l’Italia, la Cina e il Giappone
possiedono una propria base militare sul piccolo territorio del paese. A queste
si aggiunge la presenze nelle installazioni americane e francesi di soldati
tedeschi, spagnoli e britannici. Appena più a sud c’è poi da ricordare il
Somaliland, regione secessionista della Somalia riconosciuta dal solo Stato
ebraico. Secondo un’inchiesta di Le Monde, gli UAE starebbero finanziando da
quasi un anno la costruzione di una base militare a Berbera, da mettere a
disposizione di Israele e degli USA. Si tratta anche in questo caso di una città
portuale che si affaccia sul Golfo di Aden, e quindi direttamente rivolto verso
il litorale yemenita controllato dai Partigiani di Dio.
A mancare è piuttosto la capacità di riorganizzare una forza politica capace di
seguire gli obiettivi militari dettati dallo Zio Sam. Opera nella quale gli
Stati Uniti trovano sempre più difficoltà, anche con gli alleati storici. La
risposta del nuovo patto di difesa stipulato da Pakistan, Turchia e Arabia
Saudita ne è una prova. Se il patto si può leggere come una forma di
avvicinamento tra un paese della NATO e due alleati politici tanto dell’Alleanza
Atlantica quanto soprattutto degli USA, risulta chiaro anche il significato
opposto: in assenza di un reale agente stabilizzatore nella regione, i tre paesi
hanno ritenuto necessario stipulare questo patto di mutua difesa militare.
Questo dipende certo dal timore di un’escalation con l’Iran – che ha colpito a
più riprese zone dell’Arabia Saudita – e con gli Houthi, ma anche dalla spinta
sempre più aggressiva e oltranzista di Israele, che va sempre più in contrasto
soprattutto con gli interessi di Ankara. Vi è poi da considerare il ruolo che il
Pakistan ha deciso di assumere rispetto al conflitto in corso tra Stati Uniti e
Iran, ovvero quello di un mediatore più o meno imparziale, capace di porsi –
anche grazie alla leva atomica – come stabilizzatore regionale. Così spiegata la
decisione dei due paesi, sulla carta dovuta alla non attività del nuovo patto,
di non intervenire.
Assistiamo per l’ennesima volta nel giro di pochi mesi a un ulteriore elemento
di destabilizzazione nei confronti degli Stati che gravitano nell’orbita
americana e, dunque di riflesso, un colpo alla loro garanzia di tenuta nella
regione. Per quanto sia complicato dirimere quanto ci sia di strategia e quanto
sia dettato da variabili impazzite, conseguenza dalle scelte di Trump e, dunque,
di una tendenza soggettiva ben specifica, un dato è il susseguirsi di azioni
vincenti da parte di diversi soggetti della Resistenza che risultano inaspettate
per i Paesi filoamericani.
Se le aziende petrolifere americane vedranno un incremento della domanda a
fronte di un aumento piuttosto accentuato dei prezzi al barile – ampliando una
produzione già spinta a regime dopo il tracollo del Venezuela e la chiusura di
Hormuz -, la sconfitta sul piano politico è piuttosto chiara. Hormuz rimane
chiuso e Trump appare incapace di intervenire per impedire all’Iran di mantenere
un controllo significativo in uno Stretto di interesse globale. In questi giorni
i ministri degli Esteri del G7 riuniti a margine dell’Assemblea dell’ONU a NYC
hanno dichiarato che gli Houthi devono immediatamente cessare le loro azioni
militari contro il trasporto marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, oltre a
invocare la fine del supporto in mezzi e armi da parte dell’Iran agli Houthi.
Trump nel frattempo ha enunciato nuove frasi ad effetto, “deciderò se fare
esplodere l’Iran”.. che su questo piano non ci sia nessun tipo di reazione a
livello internazionale la dice lunga sulla posizione tuttora egemone di un
personaggio e di un sistema di capitali come gli USA. Al di là delle frasi ad
effetto però l’Arabia Saudita rimane isolata e la pressione su Bab el- Mandeb
rimane un elemento di fastidio. Per quanto i Partigiani di Dio abbiano detto di
non voler interferire con nessun’altro se non con le petroliere saudite e di
fatto non ci sono motivi per pensare che abbiano la volontà di contrapporsi a
decine di Paesi che commerciano nel Mar Rosso, la pressione da loro esercitata
in queste settimane è una leva politica di un certo rilievo. La crisi del
mercato petrolifero, la minaccia costante per le navi mercantili, dei potenziali
pedaggi e l’aumento dei costi assicurativi rappresentano elementi di ricatto a
discapito degli Stati Uniti.
L’essere impreparati contro milizie irregolari, eserciti popolari o, come in
questo caso, formazioni di combattenti yemeniti dipinti dalla narrazione
generale come “ribelli in ciabatte”, dimostra da parte degli USA un livello di
vulnerabilità interessante. Probabilmente proprio a causa di una sorta di
delirio di onnipotenza collettivo che spinge a pensarsi come inattaccabili da
una parte e, dall’altra, a guardare a queste dimensioni come i “barbari”
incapaci di organizzarsi, di formarsi, di ottenere mezzi militari, di avere
capacità strategiche e politiche è ciò che apre contraddizioni sia nel cuore
dell’impero americano sia alle sue periferie. Il fatto che questi soggetti si
considerino soggetti collocati in un determinato luogo e in uno specifico
momento della Storia e dunque si percepiscano in possibilità di intervenire, è
ciò che spiazza maggiormente uno sguardo pregno di pseudo superiorità morale
ancorché materiale. Inoltre, l’innovazioe tecnologica militare trainata dalla
guerra in Ucraina, insieme all’accesso a piattaforme di intelligenza
artificiale, ha inaspettatamente rafforzato le possibilità della guerriglia e
fornito nuovi strumenti adeguati a fronteggiare la sproporzione di mezzi in
campo. Ciò ha reso possibile trasformare un offensiva dell’Arabia Saudita in una
controffensiva dirompente a favore degli Houthi.
Questa dinamica ha nei fatti rappresentato una costante storica per contribuire
alla vittoria dei movimenti anti-coloniali contro le potenze imperiali, ma forse
oggi potremmo registrare un nuovo dato: gli Stati Uniti non riescono più a
garantire in maniera credibile agli occhi del mondo un’influenza politica capace
di evitare che eventi di questo tipo si verifichino e negli ultimi anni ciò è
avvenuto con maggiore intensità e regolarità. Questo processo produce un effetto
a catena di potenziamento delle capacità militari dei gruppi dei “ribelli” ma
soprattutto alimenta la loro reputazione in termini simbolici, pensiamo dal 7
ottobre in avanti. Sarà interessante vedere dove porterà questa nuova tendenza,
se ad un’erosione lineare dell’egemonia globale USA e contestualmente ad
un’intensificazione dell’aggressività militare sui territori implicati per
rispondere sul piano della forza oppure a un lavoro che sappia puntare anche a
una dimensione di ricostruzione di una legittimità e intervenga per riassorbire
la crisi dei valori dell’occidente collettivo e in particolare dell’egemonia
americana.
A Roma e a Firenze sono in programma due presidi davanti ai Consolati USA il 25
settembre, in solidarietà al collettivo Autistici/Inventati e contro le sanzioni
statunitensi a chiunque intrattenesse relazioni economiche con loro. La data non
è casuale, sarebbe stato il termine per interrompere i rapporti e non incappare
in sanzioni.
Alle h17.30 a Firenze (più info qui)
Alle 17 a Roma (info qui)
Ne abbiamo parlato con una compagna da Firenze.
Ascolta la diretta:
https://nelmirino.tracciabi.li – la pagina della campagna di solidarietà
https://keepitfree.ai/it – per ripercorrere la vicenda
Da mesi le testate giornalistiche (quantomeno nostrane) giocano allo stesso
gioco di Trump, ovvero lanciarsi in promesse e previsioni: la sua base di
supporto è ai minimi storici. E’ vero che le proiezioni danno i consensi intorno
al 32%, una cifra molto bassa, e che la parte più moderata dei repubblicani lo
ha abbandonato, ma che dire della cosiddetta galassia MAGA ? Da chi è composta?
Attorno a quali canali si coagula?
Leonardo Bianchi, giornalista e curatore della pagina di approfondimento
“Complotti”, ha fatto il punto sull’atteggiamento del Presidente nei confronti
delle Mid Term, sui personaggi e influencer che potrebbero succedergli alla
guida dell’ala più a destra dei Repubblicani, sulla ‘guerra civile’ interna ai
MAGA dopo il caso Epstein e il ruolo delle piattaforme nel mantenimento del
consenso.
Ascolta la diretta:
Abbiamo commentato la pubblicazione del Dossier “Dalla difesa all’attacco,
quando una riforma della difesa diventa un attacco alla società” insieme a un
insegnante dell’Osservatorio. Ne emerge un chiaro quadro di mobilitazione della
società, che va dalle disposizioni per il rinnovamento delle forze armate, il
loro ampliamento e la possibile riattivazione della leva obbligatoria, fino ad
arrivare alla preparazione di una guerra culturale che include internet e le
piattaforme, i mezzi di informazione e la scuola.
L’Osservatorio ha lanciato tre campagne:
– La scuola non marcia
– Campagna per l’obiezione totale e collettiva
– Una mobilitazione antimilitarista per il 4 novembre
Ascolta la diretta:
«L’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico»
Cosa significa attribuire la qualità di “intelligenza” alle macchine e quale
confusione produce la propaganda dei colossi del tech nella comprensione dei
reali rapporti di produzione dell’AI?
A Macerie su Macerie proviamo a rifletterci su con Stefano Borroni Barale,
autore di Intelligenza Inesistente.
Ascolta le puntate precedenti sulla Tecnica:
I tormenti di Prometeo
I tormenti di Prometeo pt.2
IA e Cibernetica, questioni definitorie e problematiche
Estratti dalla puntata del 21 settembre 2026 di Bello Come Una Prigione Che
Brucia
ORIZZONTE DI GUERRA E RIFORME DEI SERVIZI SEGRETI
La guerra è il principale motore riorganizzativo degli stati europei in termini
economici, industriali e repressivi; un riorientamento diffuso che riguarda
anche un apparato profondo e per sua natura ambiguo e opaco, come i servizi
segreti.
Possiamo osservare l’attivazione di processi di riforma che riguardano vari
servizi segreti nazionali, fino alla promozione, sotto impulso di Von Der Leyen,
di un nuovo servizio segretoeuropeo sotto il controllo del Segretariato Generale
della Commissione Europea.
Una funzione dichiarata nel giustificare i nuovi poteri conferiti ai servizi
segreti di vari paesi europei è il contrasto della guerra ibrida russa; ne
osserviamo un recente esempio, così come la sottovalutazione della guerra ibrida
portata avanti da Israele.
Nella seconda parte ci concentriamo sulla riforma dei servizi segreti tedeschi
(BfV e BND) e in particolare su come questo processo coinvolga anche il settore
automobilistico, dei servizi digitali e di quelli bancari:
/ / / Per approfondire Singal Trace di Leonardo
PSICOLOGIA DELLE MACCHINE
Le intelligenze artificiali (LLM) producono risposte e prendono decisioni, ma
non si capisce completamente perché, all’interno di uno scenario dato, l’output
sia proprio quello.
Per sondare i meccanismi riflessivi della AI si ricorre all’analisi del loro
“prodotto” in termini psicologici: disvelare il “mondo interno” di queste
tecnologie cognitive a parte dall’analisi dei loro “discorsi”.
Si sviluppa così la Machine Psychology:
A prescindere dalle prevedibili derive antropizzanti di questa disciplina, le
studio del funzionamento profondo delle entità cognitive artificiali assume una
crescente centralità in ambito militare. Leggiamo alcuni estratti da uno studio
realizzato all’interno del Lawrence Livermore National Laboratory (centro studi
del Dipartimento dell’Energia statunitense, come i Los Alamos Labs) con un focus
su AI e rischio escalation nucleare:
di Vincenzo Scalia* Anche l’aggressione all’insegnante di Roma dimostra che la
correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione
dominante si regge su uno stereotipo falso L’accoltellamento …
In vista del vertice tra Trump e Xi previsto per il 24 settembre, abbiamo
chiesto a Sabrina Moles, di China-Files, quali saranno i temi sul tavolo durante
la visita del leader cinese negli States.
di Gianni Sartori Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con
incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei
mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala …