Dopo lo sgombero all’alba del 2 marzo, nuove cariche serali e altri fermi. Il
comitato MuBasta rilancia il presidio: “Il parco è un bene comune”. Nel mirino
la Giunta Lepore-Clancy …
Nella lontana primavera del 2011 – per la precisione il 28 marzo – fu pubblicato
per la prima volta sul sito di RFI (Rete Ferroviaria Italiana) il progetto della
tratta […]
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PODCAST # 80
PUNTATA con MANU DUBSIDE KUMINA BEAT & PAOLINO
https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/03/HOD3marzo26.ogg
Scarica la puntata: HOD3marzo26
* sigla (30”)
* intro (1’30”)
* stacchetto bipbip
* Intro + Intervista Nastasia Hadjadji doppiata (8′)
* musica 1 (3′)
* scrittura LLM (6′)
* musica 2 (3′)
* bipbip
* outro (1′)
* stacchetto chiusura biplungo
“Apocalypse Nerd” e tecnofascismo
Intervista A Nastasia Hadjadji
https://www.editionsdivergences.com/livre/apocalypse-nerds
> Qualcosa è cambiato. Donald Trump ha preso il controllo della Casa Bianca, ma
> alla sua scia, altre figure hanno avuto luogo. E se la Silicon Valley, a lungo
> percepita come un bastione progressivo, fosse diventata il laboratorio di una
> rivoluzione autoritaria su scala planetaria? Nutriti da pensatori obscurs
> ostinati da sogni fascisti o monarchici, miliardari della tecnologia chiedono
> la morte dello stato-nazione e profetizzano la fine delle democrazie liberali.
> Il loro orizzonte politico: secessione. Perché la fine di un mondo è
> soprattutto l’inizio del loro. L’obiettivo di questi nerd della Rivelazione?
> Impose la loro visione di un futuro privatizzato, esclusivo, fatto di enclavi
> libertari diretti come le aziende. Benvenuti nel Medioevo del futuro.
Scrittura LLM: letture a proposito
https://www.theregister.com/2026/02/16/semantic_ablation_ai_writing/
https://www.newyorker.com/tech/annals-of-technology/chatgpt-is-a-blurry-jpeg-of-the-web
LETTURA DELL’OPUSCOLO DI NOTE SUL REATO DI DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO
Nel luglio 2025 veniva alle stampe l’opuscolo “Il conflitto e il suo rimosso”. A
due anni dal corteo del 4 Marzo 2023, che attraversava il centro di Torino al
fianco di Alfredo Cospito compagno anarchico ai tempi in sciopero della fame
contro il regime del 41bis e l’ergastolo ostativo, quello che tenta di fare
questo testo è ragionare attorno al reato di devastazione e saccheggio,
utilizzato in questo caso per reprimere la piazza torinese solidale con Alfredo
e la lotta che aveva intrapreso.
In vista dell’avvicinarsi della sentenza di primo grado dell’operazione City,
tracciare un breve percorso storico di come le procure usino lo strumento
repressivo dell’art. 419 c.p. in differenti contesti e per reprimere specifiche
lotte – da quelle di strada a quelle nei luoghi detentivi -, può permetterci di
osservare la realtà con sguardo attento e immaginare possibilità nuove per
fronteggiare le lame sempre più affilate della controparte.
Ascolta qui:
“Più una minoranza è circondata dalla pace sociale, più deve trovare in se
stessa le proprie forze, preservandole per la ripresa del conflitto. Solo che la
forza rivoluzionaria, non è qualcosa che si accumula e che si custodisce
gelosamente in cassaforte per tempi migliori. Resta tale solo in esercizio.”
ASSEMBLEA APERTA: MAI PIU' ZITT3
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(mercoledì, 4 marzo 17:00)
L’8 marzo non è solo una ricorrenza ma un momento in cui riflettere sul mondo
del sapere e del lavoro che in quanto persone transfemministe vorremmo.
Per questo ci troviamo il 4 marzo alle 17.00 in Main Hall al Campus (o sul prato
se c’è bel tempo) in un’assemblea aperta per costruire insieme la mobilitazione
del 7, 8 e 9, con un focus su scuola, università e precariato.
Porta la tua birretta o il tuo analcolico di riferimento che poi facciamo
aperitivo
SIAMO TUTTƏ UMARELLƏ! TOUR DEI CANTIERI TAV PRESENTI E FUTURI
Presidio No TAV San Giuliano di Susa - San Giuliano di Susa
(sabato, 7 marzo 13:00)
Il monitoraggio dal basso dei cantieri è fondamentale per la lotta al Tav.
Messi di fronte all'assenza di chiarezza da parte dei mandanti dell'opera e al
moltiplicarsi di inchieste per mafia, vogliamo provare a fare chiarezza da
soli/e.
Ci troviamo sabato 7 alle h. 13 per un tour in macchina, a tappe, degli attuali
e dei futuri cantieri, prossimi all'apertura. Acquisiremo così competenze
condivise in merito all'insieme dei cantieri e alla loro specifica funzione;
impareremo anche a riconoscere quando stanno per aprirne uno nuovo.
Quando la guerra comincia
Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.
Andranno in guerra, non
come ad un massacro ,
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.
Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.
Bertolt Brecht, anni Trenta.
In un tempo in cui il discorso analitico sembra talvolta sfidare il pudore,
soprattutto perché buttato come un contenuto tra gli altri in mezzo a frivolezze
e pubblicità del mondo virtuale, a Macerie su Macerie tentiamo cautamente di
riscoprire la tensione contro la guerra che passa attraverso altri registri
comunicativi. Lo facciamo con la poesia di Brecht, fonte rigogliosa di
consapevolezza sul mondo che – ahinoi – ancora oggi viviamo.
A seguito dell’ennesima morte sul lavoro, in questo caso parliamo di Loris
Costantino, operaio della ditta di pulizie Gea Power che stava lavorando nello
stabilimento dell’ex ILVA di Taranto, abbiamo deciso di pubblicare un’intervista
fatta agli attivisti e attiviste del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e
Pensanti e della Convocatoria Ecologista Taranto, con cui abbiamo percorso i
temi chiave delle lotte sul territorio tarantino.
I fatti dell’intervista si fermano alla fine dello scorso novembre. Già il 12
gennaio un altro operaio di ExIlva, il 46enne Claudio Salamida, era morto a
causa del cedimento di una griglia metallica non fissata. Dal 2012, anno del
sequestro giudiziario dell’impianto, sono morti 11 operai.
Il 2 Agosto 2012, l’irruzione dell’Apecar dei Liberi e Pensanti, nella piazza
monopolizzata in assetto compatto dai sindacati confederali, venuti a difendere
il lavoro, secondo la logica di un sistema di produzione che non aveva e non ha
al suo centro né la tutela del lavoratore né quella dell’ambiente.
Che cosa sta succedendo: aggiornamenti ExIlva, con Virginia Rondinelli e
Raffaele Cataldi
Raffaele, operaio cassaintegrato, è di ritorno dall’università di Genova al
momento dell’intervista, dove ha presentato il suo libro Malesangue, edito da
Alegre a gennaio 2025. Le studentesse e gli studenti dell’università, ci
racconta, non sono disinteressati. Al contrario, mostrano attenzione e
partecipazione verso una storia industriale e umana di cui in Italia si parla
poco, e quasi mai, dando voce a chi la vive sulla propria pelle, ma “non abbiamo
ricette”, dice, “possiamo solo raccontare la nostra esperienza”.
Alla domanda sulla condizione attuale degli impianti e del quadro politico su
Ilva, Raffaele Cataldi e Virginia Rondinelli fanno fatica a rispondere, ci
delineano infatti una situazione confusa: non si conoscono le reali condizioni
della fabbrica, non si sa chi possa comprarla, né a quali condizioni. Le
richieste dei cittadini che vorrebbero la chiusura dell’area a caldo vengono
ignorate, mentre i sindacati chiedono la nazionalizzazione. Quest’ultima
richiesta è stata respinta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy,
Adolfo Urso, che ne ha sottolineato l’incostituzionalità, “come se prima del 95
non ci fosse la stessa Costituzione, come se Italsider non fosse stata
nazionale”, commenta Virginia. Si dichiara come unica possibilità dello Stato
quella di partecipare a una gara insieme ad altri privati, aggirando quindi
l’ostacolo. Al bando di gara il presidente uscente Emiliano era d’accordo,
mentre il nuovo, De Caro, al momento dell’intervista e dunque in campagna
elettorale, si diceva contrario. Intanto, Michael Flacks, tale imprenditore
statunitense, ha offerto 1€ per acquistare exIlva e “Urso, per rendere
appetibile, ha detto che ne sono pronti dallo Stato 750 milioni, che sono sempre
quelli sequestrati ai Riva, pronti per essere immessi e che dovrebbero servire
per le bonifiche e l’amministrazione straordinaria”.
Nel frattempo, resta al centro del conflitto l’Autorizzazione Integrata
Ambientale (AIA), concessa per 12 anni. Secondo il governo, sarebbe la più
avanzata d’Europa, secondo esperti e associazioni – che hanno presentato un
ricorso insieme al Comitato – è invece la peggiore autorizzazione concessa a un
impianto siderurgico dopo l’aggiornamento dei parametri europei su emissioni e
Agenda 2030. Ma che cosa prevede? Lo chiediamo a Virginia, che ci racconta che
l’AIA sull’Ilva garantisce la possibilità dell’impianto di continuare l’attività
per altri 12 anni. In questo arco di tempo dovrebbe avvenire la dismissione
della produzione a carbone e il passaggio a una produzione basata sui forni
elettrici. Questo viene però previsto in assenza di un piano industriale, senza
indicazione della collocazione degli impianti elettrici e senza un
cronoprogramma certo. Nel dibattito emerge anche un conflitto tra territori,
perché Genova sostiene che, se i forni elettrici devono essere realizzati,
vadano concentrati a Taranto, con l’ipotesi di tre forni a Taranto e uno a
Genova, lasciando comunque Taranto come area a caldo.
L’AIA non offre garanzie sulla tutela della salute, così come non le offriva in
passato. Per sua natura è una concessione, una proroga che consente a un’azienda
di continuare a insistere su un territorio, a condizione di adeguarsi
progressivamente alle norme ambientali. Nel caso dell’Ilva, però, le
prescrizioni dell’AIA non vengono rispettate dal 2008 e nessun gestore ha mai
completato quanto previsto, nonostante l’autorizzazione continui a essere
rinnovata.
Tra gli interventi indicati come risolutivi dall’AIA c’è la copertura dei parchi
minerali, che viene utilizzata per sostenere che non sia più necessaria la
pulizia delle aree circostanti. “In questo modo si confonde la semplice pulizia
con la bonifica e la sanificazione, che sono operazioni completamente diverse.
Lo spolverio, inoltre, non deriva solo dai parchi, ma anche dalla movimentazione
interna degli impianti, dalle gru del porto e dai nastri trasportatori. Mancano
sistemi di contenimento delle polveri e cappe di filtraggio nelle fasi emissive,
tanto che le coperture dei parchi sono diventate rosse. Il suolo sottostante non
è stato qualificato né impermeabilizzato e rimane invisibile e non verificabile.
Pulire i davanzali, pulire gli spazi antistanti, le scuole non significa
sanificare. La sanificazione e la bonifica sono un’altra cosa. Significa
spazzare, appunto”, conclude Virginia sul tema.
Si afferma che l’80% delle prescrizioni sia stato completato, ma resta un 15–20%
mai definito, di cui non si conosce il contenuto reale. Nel tempo continuano a
emergere scoperte giudiziarie, con sequestri del NOE (Nucleo Operativo
Ecologico) e il ritrovamento di chilometri di condotte sotterranee contenenti
sostanze inquinanti non tipizzate, con possibili sversamenti in acqua. L’AIA
prevede un sistema di controlli affidato a ISPRA, ARPA, ASL ed enti locali, ma
l’ultimo gestore è stato indagato per truffa sulle emissioni, per assenza di
manutenzione e per getto di sostanze pericolose, continua a raccontarci.
Per quanto riguarda i forni elettrici, questi non esistono concretamente:
esistono solo disegni, bandi contestati e appalti bloccati da ricorsi. Non c’è
alcuna certezza sulla loro realizzazione. I forni elettrici, inoltre, fondono a
temperature tra gli 800 e i 1000 gradi, restando quindi impianti di area a caldo
e continuando a essere emissivi. Esistono studi che ne valutano l’impatto
ambientale e in altri territori, vedesi Piombino, sono già oggetto di
contestazione. In aggiunta, i quattro forni Dri, impianti di preriduzione,
andrebbero a gas, smentendo nuovamente la favoletta del piano di
decarbonizzazione e “servirebbero soprattutto ad alimentare i forni elettrici
dell’azienda a Nord”.
In definitiva, l’AIA non chiarisce che tipo di acciaio si produrrà, a chi
servirà e a quale prezzo, e non garantisce né indotto, né occupazione stabile,
né compatibilità ambientale.
Dissalatore, con Alessandro Esposito
La presenza dell’ex Ilva è stata utilizzata come alibi per imporre scelte calate
dall’alto, opere impattanti che scaricano sulla popolazione i costi ambientali,
sanitari e sociali di un modello di sviluppo imposto. Oggi però il territorio
tarantino non è minacciato solo dal siderurgico. Accanto all’ExIlva avanzano
altri progetti che riproducono la stessa logica estrattiva, tra questi, due
opere emergono per impatto e simbolismo: il dissalatore sul fiume Tara e la
nuova discarica del quartiere Paolo VI.
Parliamo del dissalatore con Alessandro Esposito, attivista e ricercatore
indipendente, il quale ci racconta che l’opera, finanziata con circa 126 milioni
di euro, in parte fondi PNRR, viene giustificata con la carenza idrica, e si
sostiene che l’acqua dissalata servirebbe alla popolazione e in parte
all’agricoltura. Questa narrazione portata avanti da Acquedotto Pugliese però
non tiene conto delle enormi perdite dell’inefficienza delle infrastrutture,
dell’esistenza di invasi già costruiti e inutilizzati, come il Pappadai, e del
consumo continuo di acqua da parte del settore industriale, che drena
continuamente acqua a soddisfacimento dei propri bisogni produttivi. Quando AQP
è stata interrogata su questo tema ha risposto che “la popolazione tarantina
deve fare lo sforzo senza domandarsi il perché di questo sacrificio”. Alessandro
nota quanto questo discorso fallisca non solo sul piano politico, nel definire
il concetto di sacrificio, ma anche da un punto di vista di lettura della
disponibilità delle risorse: “AQP interroga la crisi idrica come circoscritta
alla Regione Puglia, quando sappiamo perfettamente che Acquedotto Pugliese ha un
rapporto diretto nell’approvvigionamento delle acque anche con la Basilicata.”
Nuovamente ci troviamo di fronte alla strumentalizzazione di un bisogno con una
nuova opera, che, evitando la radice del problema, non risponde alla domanda: da
che cosa deriva il bisogno di tutta quest’acqua?
E più andiamo avanti nell’analisi con Alessandro, maggiori livelli di
complessità vengono fuori. Il progetto è strettamente legato al fiume Tara, che
è già oggetto di sottrazione d’acqua per l’Ilva. Secondo AQP, l’Ilva dovrebbe
ridurre i prelievi dal Tara e compensare attraverso il dissalatore. Ma “avendo a
che fare con poteri come quelli legati al siderurgico, ogni limite è fatto per
essere superato”, non c’è fiducia reale sui limiti e vincoli imposti a Ilva. Una
sfiducia che è alimentata anche dalla visione della della cordata che costruirà
l’impianto, in cui è presente la CISA spa, azienda legata alla gestione di
discariche e con Albanese, amministratore delegato già indagato per smaltimento
di rifiuti tossici e intralcio alla giustizia.
Oltre agli aspetti tecnici e procedurali, il Tara ha un valore che va ben oltre
l’opera. È uno spazio di comunità condiviso da Taranto, Massafra e Statte, un
luogo di relazioni, memoria, rifugio e socialità dentro un territorio “a cui
ogni spazio è stato e continua a essere sottratto dai piani industriali”. È
“un’oasi che all’interno del triangolo industriale resiste
all’industrializzazione”, divenendo così anche uno spazio politico, che resiste
allo sfruttamento della crisi socio-ecologica, e accoglie la comunità che lo
attraversa e decide di unirsi a sua difesa.
Dopo essere stato pubblicato nel 2023, oggi il procedimento è nel suo punto
peggiore, il cantiere è di fatto avviato e sono già iniziati sradicamenti di
ulivi, piante da frutto e il taglio della vegetazione lungo il fiume. Anche
l’ultima strada istituzionale, il ricorso al TAR da parte del Comune di Taranto,
è stata abbandonata nonostante pareri negativi come quello di ARPA. Di fronte a
questo scenario, l’unica prospettiva rimasta è una “riappropriazione
conflittuale dello spazio politico”. Non c’è più interlocuzione con il Comune,
che ha disatteso le aspettative della comunità, e quindi la mobilitazione si
sposta direttamente sul territorio, sulla difesa del Tara “contro le ruspe e
contro lo sradicamento non solo degli alberi, ma anche dei nostri corpi da
quello spazio”. Questa viene indicata come la linea politica più importante,
quella su cui storicamente si sono costruite le comunità in lotta.
In questo caso specifico, la comunità dissidente non ha visto un percorso
lineare. Le prime istanze sono state portate avanti dalla Convocatoria
Ecologista di Taranto, oltre a qualche soggetto partitico che ha prontamente
voltato le spalle. In una prima fase di stallo i fondi PNRR destinati sembravano
bloccati, ma a ripresa del procedimento amministrativo soggettività di Taranto,
Massafra e Statte si sono attivate per costruire insieme una rete spontanea dal
basso. In risposta alle lettere e posizioni dei comitati filo istituzionali, la
linea politica della Convocatoria e della rete è netta: “dissalatore né qui né
altrove”. E questa è stata portata avanti principalmente attraverso momenti di
informazione e confronto, raccogliendo competenze tecniche che hanno costruito
una contronarrazione rispetto a quella di AQP, e a laboratori che hanno
accompagnato al monitoraggio scientifico in loco la riflessione politica
collettiva. E anche chi crede che questa acqua serva, finisce a provare un senso
di sfiducia, perché il progetto intacca lo spazio che le persone abitano e “c’è
una cosa positiva a Taranto. Taranto è stata delusa continuamente e questo ha
costruito un costante senso di dubbio”.
Discarica Paolo VI, con Michael Tortorella, Alessandro Esposito e Virginia
Rondinelli
Tra i vecchi e nuovi progetti che dominano la zona di sacrificio tarantina
compare anche quello della discarica — così ci tiene a chiamarla Michael
Tortorella, attivista e dottorando in ‘Storie, politiche e culture del globale’
all’Università di Bologna, — nel quartiere di Paolo VI. Il progetto prende
avvio nel 2021 ma solo lo scorso maggio, a procedimento amministrativo concluso,
emerge agli onori di cronaca.
L’iter, gestito dalla Provincia, ha visto l’approvazione di un impianto
formalmente destinato al recupero di rifiuti inerti, che acquisirebbe gli scarti
di edilizia per il loro riutilizzo, ma che di fatto viene percepito e vuole
essere descritto come una vera e propria discarica. L’impianto, con
un’estensione pari a circa cinque campi da calcio, sorge a ridosso del quartiere
e in prossimità della zona protetta del Mar Piccolo. Il tentativo istituzionale
di presentarla come un’opera sostenibile e di recupero, in una dimensione
ambientalista, trova fallacia nelle criticità fin da subito sollevate. Il parere
dell’ente Regione sulla tutela del paesaggio è stato infatti inizialmente
negativo, ma ha poi imposto solo una riduzione minima del progetto, mentre ARPA
ha espresso valutazioni — non vincolanti — sulle emissioni di polveri sottili
PM10 e PM2.5 e sull’impatto del traffico, stimato in circa 20 mila camion
l’anno. I proponenti giustificano l’intervento sostenendo che l’area sia già
antropizzata, al centro di altri insediamenti industriali: “sembrerebbe normale
coprire in maniera permanente queste aree a vocazione agricola”, aggiunge
Virginia, “nel momento in cui una un’area è già contaminata, allora è quella
giusta da continuare a compromettere, e questo è un principio che va
assolutamente ribaltato”.
La reazione popolare che Michael ci racconta ha visto l’innescarsi di una
mobilitazione spontanea di tutto il quartiere. I primi momenti di iniziativa
risalgono a maggio, ma il picco della mobilitazione si è concentrato a luglio,
in concomitanza con le vicende legate all’AIA di ExIlva: è riconosciuto il
passaggio politicamente rilevante che quel momento ha rappresentato, vedendo
emergere non solo la comunità storicamente mobilitata contro Ilva, ma una più
larga, che rompe con “gli schemi di un ambientalismo borghese e istituzionale” e
si afferma con “uno spirito che tiene conto e si radica all’interno della
sensibilità del quartiere, andando oltre alle sole istanze tecniche, verso la
politicizzazione dell’abitare quotidiano del quartiere”.
La vertenza sembra aver aperto una relazione nuova con un quartiere storicamente
marginalizzato. Paolo VI è un quartiere di estrema periferia in cui mancano
servizi essenziali, luoghi di aggregazione, attività commerciali, in alcuni
punti non arrivano i mezzi pubblici: un “quartiere dormitorio” dove “sembra di
fare un salto indietro di decenni, come se anche il brutto dello sviluppo
capitalistico a loro non interessi”.
Anche nella consapevolezza che l’iter amministrativo fosse sostanzialmente già
definito, la necessità di rompere le contraddizioni della vita quotidiana ha
spinto il quartiere a mobilitarsi comunque. E nel contesto che ci descrivono,
questa mobilitazione assume un valore che va oltre la singola vertenza
ambientale, e che accende, invece, la necessità di ricostruire relazioni
radicate con le soggettività del territorio.
Taranto per la Palestina e i blocchi contro Eni, con Michael Tortorella
Tutte le mobilitazioni che hanno e continuano ad attraversare Taranto si sono
intrecciate sempre più chiaramente con il movimento per la Palestina, vedendo la
nascita del coordinamento Taranto x la Palestina, che ha aperto uno sguardo più
ampio sul ruolo strategico della città e delle sue infrastrutture.
Il 24 settembre, due giorni dopo la prima giornata di sciopero generale, BDS
Italia comunica la notizia che al porto di Taranto sta per attraccare la
petroliera maltese Seasalvia, pronta a caricare 30mila tonnellate di greggio per
l’aviazione israeliana, con destinazione il porto di Haifa. La mobilitazione in
risposta prende inizio con un presidio, iniziativa che va oltre le aspettative e
porta rapidamente a un confronto diretto con l’autorità portuale, responsabile
degli attracchi delle navi. L’ente, ci racconta Michael, tenta inizialmente di
scaricare le responsabilità, negando la concessione diretta, attribuendola a
Shell: “elemento molto interessante rispetto alle relazioni tra le
multinazionali del greenwashing e le infrastrutture locali, oggi funzionali alla
costruzione del regime di guerra”.Shell ed Eni risultano coinvolte
nell’autorizzazione dell’attracco, ma la pressione esercitata dal presidio porta
il direttore di Eni, Giannese, a fare marcia indietro.
Il 26 settembre, però, Taranto x la Palestina e USB ricevono la notizia
dell’attracco della SeaSalvia, concesso da Eni questa volta. Scatta di nuovo un
presidio, in una dinamica di rapida mobilitazione, che riesce a portare in
pochissime ore 300 persone davanti al porto, numeri significativi per la città,
ci sottolinea. Il giorno successivo la nave, alla fine, attracca, e mentre circa
2000 persone scendono in corteo a Grottaglie contro la Leonardo, altre 200
riescono a occupare il molo Eni insieme ai lavoratori portuali, bloccando le
operazioni di greggio per diverse ore. Nel rimpallarsi le responsabilità, Eni e
il Comune mostrano la complicità strutturale nel rendere il porto di Taranto
“luogo necessario dentro le logiche di sostegno al genocidio palestinese e al
regime di guerra”.
Un mese dopo, a fine ottobre, il movimento riceve la notizia che la nave non
sarebbe più diretta verso acque palestinesi, ma arrivata in Egitto, dove il
tracciamento termina. Alla riattivazione di questo, la nave risulta ad Ashdod,
in acque palestinesi sotto il controllo israeliano: le circa 30mila tonnellate
di greggio trasportate e passate per Taranto si traducono in carburante per i
bombardamenti.
Lo stesso schema si ripete a novembre, ma in un contesto che porta con sé gli
effetti, il “reflusso” del movimento globale, che incide ancora positivamente
sulla capacità numerica di mobilitazione spontanea locale. Rimangono tuttavia
centrali le alleanze nate e solidificate nell’intrecciarsi di istanze locali,
dal dissalatore, alla discarica, partendo dall’Ilva, nel nome della solidarietà
con la resistenza palestinese. La nave, di nuovo, non viene fermata e il Comune,
nonostante la violazione della legge nazionale 185/1990 sul transito di
materiali di armamento, ha continuato a votare contro lo scioglimento degli
accordi con Eni, che rafforza nel frattempo il proprio ruolo strategico su
Taranto come snodo nel Mediterraneo. “Nella nuova fase neocoloniale a Gaza, Eni
ha un ruolo centrale sullo scenario del Mediterraneo e delle responsabilità
politiche e giuridiche rispetto ai due attracchi della Seasalvia “. Ma Eni è
anche “l’attore che riproduce sistematicamente la crisi socio ecologica a
Taranto: se in città non c’è puzza di Ilva c’è puzza di Eni”. Nei ragionamenti
che anche il movimento per la Palestina ha portato a fare risulta ormai
inefficace “l’associazionismo ambientalista dominante che ha sempre cercato la
pacificazione e la logica del compromesso rispetto alle questioni sociali”,
mentre “l’emergere di nuove contraddizioni sistemiche, emotive ed esistenziali
possono riscoprire una forza collettiva e fare i conti con determinate
contraddizioni”.
Prospettive per Taranto
In questo quadro si inseriscono i Giochi del Mediterraneo, previsti tra agosto e
settembre 2026, presentati, in una narrazione salvifica, come “la nuova chimera”
che, con otto impianti sportivi permanenti dovrebbero garantire benessere
psicofisico e coinvolgere le nuove generazioni – che da Taranto scappano –
proiettando la città in una dimensione internazionale. Le contraddizioni
emergono all’istante: una città priva di servizi essenziali e di spazi adeguati
per accogliere gli atleti, al punto da ipotizzare l’utilizzo di navi da
crociera.
“Taranto è costantemente sotto pressione da diversi punti di vista. Abbiamo la
più grande base militare della Marina, della NATO. Adesso si prevede
l’ingrandimento. Abbiamo la più grande raffineria, abbiamo il più grande
siderurgico: è chiaro che noi siamo non una zona di sacrificio, noi non contiamo
proprio niente. I giochi del Mediterraneo andranno nella stessa direzione. Otto
impianti permanenti per chi? Le nuove generazioni vanno via, non c’è una scuola
agibile, non abbiamo un’università indipendente, le strade sono a pezzi, non
abbiamo i trasporti, non abbiamo i servizi essenziali in pronto soccorso. Chi
potrà fruire di queste mega strutture? è un contentino per alcuni, un’operazione
di facciata.” I Giochi del Mediterraneo diventano il nuovo tassello di una
narrazione che parla di sviluppo e modernizzazione mentre riduce tutto a
città-vetrina, riproducendo le stesse gerarchie e gli stessi squilibri: “c’è
un’incongruenza a livello di ascolto dei bisogni e delle istanze della
popolazione. È chiaro che gli interessi vanno in un’altra direzione. Quello che
noi possiamo provare a fare è intrecciare le lotte e rispondere, ognuno con la
propria modalità”.
“Taranto è sempre stata un laboratorio, non solo di sacrificio, ma anche di
resistenza e ripensamento radicale” e necessita – seguendo l’insegnamento della
causa palestinese – di acquisire pieno significato letto dentro uno scenario
mediterraneo più ampio in cui si intrecciano il Tyrrhenian Link in Sardegna e le
grandi infrastrutture energetiche, la crisi idrica e le connessioni tra il
dissalatore tarantino e quelli siciliani, un clima diffuso di militarizzazione e
nuovi processi di colonizzazione. E contro le minacce degli interessi altrui
risulta fondamentale solidificare i rapporti con le regioni vicine, in nome di
quelle alleanze tra i territori in lotta: nelle lunghe rotte del gas con la
Basilicata che condivide la vertenza contro Eni, con il Salento martoriato dalla
TAP. Per le tarantine e i tarantini riconoscere i risultati ottenuti, le
consapevolezze acquisite e le rotture prodotte è fondamentale per resistere alla
pressione costante degli interessi in campo. Allo stesso tempo, prendersi cura
di ciò che emerge, delle nuove soggettività, delle alleanze territoriali, che
oggi, come la Palestina, ci restituiscono una chiave di lettura globale dei
rapporti di potere, diventa una necessità politica.
La mobilitazione contro la discarica, il rifiuto del dissalatore, per la difesa
dell’acqua, dei fiumi, del mare attraversato dalla Freedom Flotilla, della
terra: lotte che non si limitano a dire “no” a una singola opera, ma che
interrogano in profondità la crisi socio-ecologica come crisi politica
complessiva, che individua lo scacchiere di interessi più ampio, la direzione
coloniale che attraversa i territori e li frammenta per renderli più
governabili.
Il conflitto con ExIlva ha fatto di Taranto un laboratorio di dissidenza della
classe operaia, ma ha anche e soprattutto prodotto un portato trasformativo che
va oltre quel perimetro, generazionalmente. “Bisogna prenderci cura del nuovo,
di ciò che sta emergendo”: dalla rottura del ricatto lavoro-salute e il rifiuto
della fabbrica come inevitabile destino calato dall’alto, all’acquisizione di
una una dignità collettiva e alla messa in discussione dell’intero modello di
sviluppo su cui Taranto, e con essa il Sud locale e globale, è stata costruita.
Un modello che non produce soltanto sfruttamento, ma morte, e al quale si può
rispondere “solo se riuniamo tutti i Sud e i margini che sono in ogni parte”. Le
lotte popolari che continuano a nascere nei quartieri tarantini parlano di cura,
di salute, ma soprattutto di desiderio e possibilità di cambiamento. Ed è qui
che la resistenza diventa spazio di immaginazione e trasformazione.
“Ci sono diritti già riconosciuti, il punto è che sembrano non valere in alcune
aree, e bisogna che qualcuno si prenda la briga di militare costantemente contro
questa illegittimità e forzatura.”
A questo link è possibile trovare la raccolta fondi per il ricorso al Tar in
difesa del fiume Tara:
https://www.gofundme.com/f/raccolta-fondi-per-il-fiume-tara-ricorso-dissalatore
Riceviamo e diffondiamo:
Presidio al carcere Don Bosco – Sabato 7 marzo 2026 a Pisa
Sono passati 6 anni dalla sanguinosa repressione delle rivolte carcerarie
scoppiate all’inizio del lockdown in cui lo Stato ha assassinato 14 detenuti.
Sabato 7 marzo 2026, ore 15:00: presidio al carcere “Don Bosco” di Pisa (lato
via Canavari). Microfono aperto. Contro tutte le galere.
Garage Anarchico
Sulla vicenda di Rogoredo, come spesso succede quando si tratta di episodi che
coinvolgono l’ordine pubblico o le forze di polizia, si è acceso un fortissimo
dibattito mediatico.
Un agente spara a un ragazzo di 28 anni, Zak Mansouri, e lo uccide. Emergono
dalle prime indagini circostanze che spiegherebbero l’accaduto con una legittima
difesa e, immediatamente, si scatena il polverone. Opinionisti, giornalisti e
politici ripubblicano compulsivamente la notizia, che rimbalza da una pagina
all’altra. Cupi mormorii di appoggio da parte dei partiti di opposizione,
proclami di sostegno incondizionato, quasi trionfali, dalla destra di governo, a
cui non sembra vero di avere tra le mani una notizia “d’oro” di questo tipo.
Dichiarazioni di solidarietà al poliziotto a destra e a manca – soprattutto da
chi già da anni basa il suo programma politico su vicende del genere – escono
per giorni, ininterrotte, da ogni bocca istituzionale. La Lega di Salvini lancia
persino una campagna pubblica, “Io sto col poliziotto”, con banchetti e gazebo
in tutte le città italiane.
Subito viene rilanciata una delle punte di diamante del nuovo decreto sicurezza,
ancora in fase di preparazione: il cosiddetto “scudo penale”. Tecnicamente si
tratta, in contesti come di quello di Rogoredo, di un registro separato in cui
gli agenti di Polizia vengono inseriti al posto del normale registro degli
indagati. Questo, solo se appare “evidente” una “giustificazione”, come ad
esempio la legittima difesa. Insomma, una scorciatoia immediata per evitare
l’iter processuale.
L’approvazione del decreto subisce dunque un’ulteriore accelerazione, prima di
tutto propagandistica, come già avvenuto poco dopo il corteo del 31 gennaio per
Askatasuna. Il clamore mediatico viene usato per legittimare il salto di
passaggi “democratici” nella ratifica di decreti governativi. Nulla di nuovo.
Nulla di nuovo neanche nella diatriba parlamentare scaturita dalle proteste
indignate dell’opposizione, che attaccano con fervore la “deriva autoritaria”
del governo Meloni, senza tuttavia mettere in discussione l’apparato complessivo
su cui proprio la fantomatica “deriva” si regge. Il decreto rimane a decantare
qualche settimana, a riprova del fatto che l’urgenza securitaria annunciata dal
governo stia più nell’alveo delle parole che nei fatti. Grandi dichiarazioni di
Meloni e Salvini hanno accompagnato i giorni successivi all’approvazione ma dal
5 febbraio, quando sembrava che sarebbe entrato in vigore a momenti, il decreto
è rimasto bloccato per oltre tre settimane alla Ragioneria di Stato. Il
problema? La mancanza di fondi. Piuttosto emblematico che il cavallo di
battaglia su cui il governo ha impostato la sua campagna elettorale e la sua
agenda manchi dell’elemento fondamentale per essere realizzato, ossia i soldi.
Il decreto verrà poi bollinato ma con alcune modifiche sia di natura economica
sia nella sostanza proprio dopo quanto accaduto a Rogoredo.
Infatti, passano tre settimane ed escono nuove prove che ribaltano totalmente la
tesi delle prime indagini. Il poliziotto, Carmelo Cinturrino, ha ucciso un uomo
disarmato e, aiutato da un collega, gli ha messo in mano una pistola a salve. Ha
poi aspettato più di venti minuti prima di chiamare l’ambulanza, lasciandolo
morire. Si scopre anche che l’agente estorceva quotidianamente al ragazzo
centinaia di euro e dosi di cocaina. Guadagnando dunque sulla pelle di una
persona a cui poi ha sparato e che ha lasciato morire.
La notizia spiazza la scena e distrugge il teatrino politico tirato su le
settimane prima. Chi ringrazia di non essersi esposto più di tanto a favore del
poliziotto, chi opta per il silenzio, chi addirittura decide di cancellare i
contenuti pubblicati sui social, rendendo ancora più evidente la precedente
presa di posizione. Chi non si tira indietro, dopo aver difeso a spada tratta
l’agente, invoca pene ancora più severe e giustizia raddoppiata se i reati sono
commessi dalle forze dell’ordine. Si parla ancora una volta delle “mele marce”,
in maniera trasversale e condivisa. Cinturrino sarebbe quindi un poliziotto
cattivo che ha corrotto, con brutalità e nessun senso della morale, il buon nome
della divisa, della Polizia, delle forze dell’ordine. Un malvivente che ha
sfruttato la sua posizione di potere non per gli alti e nobili fini che
perseguono i suoi colleghi, ma per arricchirsi e delinquere.
Eppure, ancora una volta, vengono smentiti. Intorno all’agente ci sarebbe stata
una rete di complicità più o meno strutturata, composta sì dagli altri 4 agenti
già coinvolti nelle indagini, ma anche dalle varie sfere del commissariato
“Mecenate”. Una catena di responsabilità, dirette e indirette, che avrebbe nei
fatti sostenuto, protetto, facilitato l’operato di Cinturrino. A partire anche
dai frequenti pestaggi ai danni di spacciatori, non riportati negli atti
ufficiali.
C’è forse da stupirsi? Se si leggono le notizie dell’ultima settimana,
evidentemente no. Più o meno contemporaneamente all’arresto di Cinturrino, altri
tre poliziotti vengono arrestati, questa volta nella capitale. Verbali falsi,
perquisizioni inventate e di nuovo accordi con la criminalità organizzata:
scambiavano soffiate in cambio di chili di cocaina, che poi spacciavano. Pure in
questo caso si ipotizza una connivenza, più o meno esplicita, con altri colleghi
della Polizia. Ma ancora non è finita. Sempre lo stesso giorno, vengono
denunciati 21 tra poliziotti e carabinieri, accusati di furto e truffa. Con la
complicità di una cassiera, avrebbero rubato prodotti alla Coin della stazione
di Roma Termini per 184 mila euro. Se guardiamo a un caso di qualche anno fa,
diventa ancora più improbabile che si tratti di “mele marce”. In questi giorni
si è infatti concluso il processo con una condanna nei confronti di Massimo
Adriatici, ex assessore alla sicurezza a Voghera ed ex poliziotto. La sua
vicenda è per certi versi simile a quella di Rogoredo. Una presunta legittima
difesa è diventata, man mano che il processo andava avanti ed emergevano nuovi
dettagli, un omicidio volontario. Massimo Adriatici, il 20 luglio 2021, ha
ucciso con un colpo di pistola Younes El Boussettaoui, durante una vera e
propria ronda notturna, solitaria e armata. Un altro evento su cui, ovviamente,
le solite parti politiche avevano mangiato in abbondanza, sperticandosi in
difesa di Adriatici e costruendo campagne di solidarietà. Ancora una volta,
però, venendo smentiti dalla verità.
Non volendo continuare una lista che diventerebbe infinita, si possono fare
alcune considerazioni. Vi è infatti una vera e propria tradizione di casi
giudiziari in cui sono implicati agenti delle forze dell’ordine accusati di
delinquere, in maniera più o meno organizzata, forti della loro posizione di
potere. Una tradizione che ha come capofila la quasi rocambolesca vicenda della
“Uno Bianca”, una banda armata, composta anche da 4 poliziotti, che a fine anni
‘80, durante decine di rapine, uccise 23 persone. Sono quindi numerosi i casi di
questo tipo e nella maggior parte di questi vi è un’evidente complicità da parte
di colleghi apparentemente non coinvolti, ma comunque conniventi.
È complesso spiegare questo fenomeno in maniera netta e definita. Una prima
constatazione è che gli agenti di polizia non siano avulsi dalle condizioni
materiali e dal contesto sociale in cui operano. In Italia oggi i corpi di
polizia e dell’esercito vengono offerti come una sorta di ammortizzatore sociale
e, in un momento di crisi e recessione, all’offerta corrisponde la soddisfazione
di un bisogno e quindi una risposta affermativa. L’ingresso nelle FdO è una
garanzia, un assicurarsi un salario dignitoso e un lavoro meno rischioso e
faticoso di altri, soprattutto per i giovani in quei territori in cui non viene
fatto alcun tipo di investimento nel tessuto economico e produttivo. Il salario
da dipendente dello Stato si sa, necessita però di essere arrotondato, sia in
termini economici sia in termini di status. E dunque, il sistema stesso per come
funziona si basa e costruisce in maniera strutturale spazi di opacità,
ambiguità, abuso. Praticarli non può essere spiegato come mera eccezione
soggettiva di qualcuno (per quanto rimanga valida la regola “c’è lavoro e
lavoro”) ma come forma obbligata di adesione a un’etica ribaltata del lavoro.
Ancora più allettante dal momento in cui è chiara la garanzia di impunità
giuridica data dal proprio ruolo. Questo sistema di messa a disposizione di
possibilità di ascesa sociale e di potere è funzionale a garantire
parallelamente fedeltà al corpo dello Stato e crea il meccanismo per cui
l’abuso, la prevaricazione, la molestia – interna ed esterna – siano
normalizzate e sistematizzate, in una potenziale escalation che permette anche
di arrivare a situazioni in cui gli agenti uccidono, ricattano, proteggono e
riproducono forme di sfruttamento e oppressione. In questo senso, il codice
cameratesco che si sviluppa tra le file delle FdO assume un ruolo rilevante. Il
senso di appartenenza, la dinamica gruppale e le gerarchie strette portano alla
saldatura di una struttura sociale chiusa, coesa, che trova la sua
legittimazione nell’intrinseca “vera giustizia” dello Stato che rappresenta.
Questa dinamica genera poi un cortocircuito istituzionale nel momento in cui il
potere giudiziario, o finanche quello mediatico, evidenzia o accusa le forze di
polizia di atti delinquenziali o collusione con la criminalità organizzata. A
quel punto, l’unico rimedio per mantenere salda la struttura rimane l’epurazione
dei soggetti interessati, tacciati dunque di essere “mele marce”. A questo
genere di episodi, che vedono le FdO protagoniste di atti generalmente legati ad
un proprio profitto o tornaconto, si aggiungono poi i giornalieri “abusi di
potere”, nelle modalità più disparate, in tutti i contesti in cui agisce la
forza pubblica.
Nell’ultimo mese sono arrivate 16 condanne per torture attuate nelle carceri di
Torino e Firenze. Casi che allungano una lista decennale di abusi della Polizia
Penitenziaria nelle patrie galere. Tanto nelle Case Circondariali, quanto negli
IPM, i maltrattamenti fisici, i pestaggi e i soprusi sono costanti, senza
contare le storture del sistema penale e detentivo – che passa anche dagli
orrori strutturali dei CPR – che costituiscono forme di abuso non già
immediatamente e direttamente fisiche, ma di logoramento psicologico sul lungo
periodo. Violenze che non si limitano agli istituti “totali”, ma che si
riproducono anche nei contesti urbani, nelle periferie marginalizzate, nella
repressione di manifestazioni e mobilitazioni. Le chat dei carabinieri
responsabili della morte di Ramy Elgaml, pubblicate nei giorni scorsi, sono un
esempio lampante di come non esistano casi fortuiti o eccezionali: la violenza
eccedente si costruisce su precise condizioni di potere e anche, come dimostra
questo caso, su un humus culturale razzista, sessista e classista che permea le
forze dell’ordine.
Si capisce quindi anche che il limite della violenza che la Polizia può
esercitare è totalmente arbitrario e, come se non bastasse, assolutamente non
vincolante. Questo perché il monopolio legittimo dell’uso della forza rimane
necessariamente intestato allo Stato (non potrebbe essere altrimenti, pena la
sua estinzione), anche se vengono posti dei limiti morali o, come nella maggior
parte dei casi, tecnici. Non è un caso infatti che le forme di disciplinamento
passino sempre di più da dispositivi di controllo virtuali o spaziali, come le
zone rosse o i daspi urbani. Strumenti che vengono sviluppati di pari passo con
l’implementazione di altri sistemi di disciplinamento e controllo. Si tratta
delle nuove tecnologie legate alla sorveglianza, all’intelligenza artificiale e
al riconoscimento biometrico. Tecnologie sviluppate in ambito bellico che
affinano le modalità di controllo e progressivamente cominciano anche a
sostituire quelle vecchie, meccaniche-tecnologiche o umane che siano.
Infine, per collocare e comprendere meglio questo aspetto, è necessario definire
il ruolo sociale delle forze dell’ordine, anche in una dimensione storica. La
polizia, come organo costitutivo di uno Stato, si occupa della garanzia
dell’ordine pubblico, del controllo degli episodi “criminali” e dell’integrità e
stabilità delle istituzioni. In Europa comincia ad emergere, in maniera
strutturata, tra il XVIII e XIX secolo, in un periodo di importanti cambiamenti
politici, sociali ed economici. Una fase in cui la progressione verso modi
capitalistici di produzione comporta un mutamento delle forme di illegalità e
delle necessità di protezione delle nuove classi dominanti. L’illegalità, che si
sposta progressivamente sul piano della lesione della proprietà, da un lato;
l’emersione di forze sociali capaci di mettere in discussione l’ordine
costituito, dall’altro.
La polizia si sviluppa quindi come strumento di controllo territoriale capillare
sulle persone, evolvendosi di pari passo con le scienze sociali e con la
tecnologia. Progredisce infatti grazie a una codificazione sistematica e in
continua estensione dei comportamenti “devianti”, dei reati e delle pene ad essi
correlate, delle condizioni psicologiche, sociali e politiche – di classe –
della popolazione. Un organo indispensabile per le moderne macchine burocratiche
statali, ma con l’obiettivo preciso e manifesto di controllare e disciplinare la
società. Un obiettivo intrinseco che per forza di cose necessita dell’uso della
forza e, talvolta, della violenza.
Rebus sic stantibus, il tentativo di giustificare tali comportamenti attraverso
la retorica delle “mele marce” regge in maniera piuttosto traballante. Queste
non costituiscono un’anomalia negativa se non utilizzando il prisma
interpretativo degli stessi corpi di polizia. Si tratta piuttosto di eccessi più
visibili di violenza che emergono dalla naturale funzione della forza pubblica,
almeno così come è strutturata in un sistema di potere Stato-Capitale. La
regola, non l’eccezione.