“Carichi residuali che non dovevano partire”. Il ministro Piantedosi commentava
in questo modo vergognoso il naufragio e la morte di 94 persone (accertate), di
cui 34 bambini, durante la strage …
CREAZIONE COLLETTIVA MATERIALI PER IL WEEK-END DI MOBILITAZIONE DEL 7-8-9 MARZO
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(sabato, 28 febbraio 15:00)
Sabato ci incontriamo per costruire insieme i materiali da portare in piazza
durante il week-end di mobilitazione transfemminista del 7-8-9 Marzo
Non c'è bisogno di competenze, se vuoi porta ciò che vuoi trovare e condividere
e lascia i vestiti buoni a casa
Ci troveremo dalle 15 in poi al Neruda
L’avviso pubblico del comune di Torino per l’assegnazione degli spazi di corso
Ferrucci 65/a, meglio conosciuto come Comala, ha visto una cordata di enti, che
ambiscono a promuovere sturt up e ad accelerare imprese, aggiudicarsi il bando.
Dopo 15 anni in cui è stata data forma e vita ad attività, posti di lavoro e
progetti partecipati quotidianamente da centinaia di persone, un colpo di spugna
del Comune vorrebbe cancellare questa esperienza di aggregazione e gestione di
spazi pubblici.
Social Innovation Teams, Eufemia, Paolo Landoni e Pasquale Lanni: i nomi noti –
non per meriti – a guida della cordata.
Oltre il danno la beffa. Non solo, l’avviso pubblico è stato strutturato dal
Comune partendo e prendendo spunto – o meglio appropriandosi – delle attività
costruite negli anni da Comala, ma i vertici della cordata sono arrivati nei
giorni scorsi a dichiarare con una certa arroganza tutta accademica, di avere
come obiettivo quello di “fare meglio di Comala”, pur avendone di fatto copiato
la progettualità.
Senza una esplicita messa a profitto, non solo degli spazi, ma anche di ogni
attività umana, le possibilità di gestire luoghi pubblici si rivela sempre più
ridotta. Eppure da quanto si muove attorno agli spazi e alle persone del Comala,
sembra che la decisione dell’amministrazione non avrà vita facile.
Insieme ad una lavoratrice di Comala ne parliamo ai microfoni di Radio Blackout:
Punto nevralgico della rotta balcanica, la Bulgaria, grazie ai costanti
finanziamenti e alle collaborazioni con istituzioni ed enti UE è diventato negli
anni un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la detenzione
amministrativa.
Tra detenzioni che generano un vero e proprio sistema di porte scorrevoli da un
centro di detenzione all’altro, pushback sul confine turco e tentativi di
imposizione dei rimpatri “volontari” – promossi e sostenuti soprattutto
dall’agenzia Frontex – la realtà bulgara rappresenta per le persone migranti una
vera e propria trappola.
Insieme a due attiviste di No Name Kitchen, raccontiamo ai microfoni di Radio
Blackout come sta evolvendo il sistema di gestione dei flussi migratori e cosa
sta provando a mettere in campo il collettivo.
Cogliamo l’occasione per rilanciare la campagna di raccolta fondi di No Name
Kitchen fondamentale per la sopravvivenza dei progetti di advovacy, supporto
logistico e materiale delle persone intrappolate nella rotta balcanica.
Per approfondire ulteriormente la questione consigliamo il report The Bulgarian
Trap.
Overjoy 265 – Martedì 24 Febbraio 2026
Oggi abbiamo ascoltato:
Euplagia – FNine feat. Zuli
Suona Ancora – Casino Royale
Dubplate Isarò
Corno + Skit + Overjoy – Danny Red (extended)
Assemble Not Thyself – The Terrors
Gates Of Zion – Mighty Diamonds
Jah Calling All Over The World – Icho Candy
Bye Bye Bye – Colonel LLoydie + Version
Rootsman Deh Ya – Afrikan Simba
Black History – Don Carlos
Love Me Or Leave Me – Gregory Isaacs
That Thing – Mungo’s Hi Fi & Aziza Jaye + Dub
Red & Dread – Perfect Giddimani + Dub
No More Walls – Dennis Brown
Free South Afrika – Big Youth
New Page In History – Dean Freaser
Ghetto Children – Dessus
Street OF Gold – Cultural Warriors & Th Heptones + Dub
Live Up Right – Joe Ariwa & Ashanti Selah
Jah Love, Jah Light – Joe Ariwa & Abdel Miller + Dub
Revenge – Vibronics + Dub
The Vibes – Dub Machinist & Miniman feat. Murray Man
Presentato l’VIII Rapporto: dal Decreto Caivano in poi crescono le misure
custodiali e gli ingressi negli Ipm. Aumenta l’allarme, non i reati. Non
un’esplosione della criminalità minorile, ma un allargamento …
Per il primo titolo della nuova collana Agire, le edizioni Tabor hanno scelto
“fuori la grana o vi ammazziamo”, testo che racconta in prima persona le vicende
del gruppo di banditi sovversivi O’ Cangaceiros che, nel periodo tra il 1984 e
il 1992 in Francia, hanno dato alle stampa una rivista omonima. Il gruppo si è
sempre mosso al di fuori del racket politico, ma ha appoggiato le lotte dei
lavoratori disoccupati, ha fatto azioni contro le carceri e ha sostenuto diverse
lotte in giro per l’Europa, senza dimenticare le birre, le scazzottate, i
concerti rock e i film noir, ma anche studi approfonditi sui movimenti
messianici raccolti nel testo L’incendio Millenarista (ed tabor/malamente), il
tutto vivendo al di fuori della legge, ostinatamente contro il lavoro. A
raccontare queste vicende è l’autore Alessì Dell’Umbria, mentre noi ai microfoni
dialoghiamo con Daniele delle edizioni Tabor.
(https://edizionitabor.it/alessi-dellumbria-fuori-la-grana-o-vi-ammazziamo/)
Per chi volesse ascoltare una presentazione dell’autore Alessì dell’Umbria:
https://lundi.am/Banditisme-sabotages-et-theorie-revolutionnaire
Una veloce panoramica sulla storia dei Congaceiros, i banditi del nord-est
brasiliano, nella regione arida del Sertao. Un epopea lunga mezzo secolo in cui
ci concentreremo sui movimenti millenaristi che hanno fondato comunità di
fuggiaschi e ribelli, pronti a opporsi all’esercito della Repubblica. Movimenti
religioso-banditeschi che si nascono nella frattura tra il sistema colonialista
e il capitalismo statale.
Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”,
dell’inverno 2026.
Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires:
disfare@autistici.org
* 64 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su)
* 64 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
* 64 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de
3 exemplaires)
Scarica il pdf dell’editoriale: disfare_4_editoriale
Editoriale
I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere
Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una
rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità.
L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad
eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace
amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso.
Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio
quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che
prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la
creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli
Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza
come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che,
dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul
globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come
sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto,
Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio
dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste
due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra
guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela
mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte
in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò
che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra
blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno
dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei
padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non
si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le
rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo
riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono
manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale,
conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né
vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la
modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di
un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la
condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad
essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi
subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere
costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia
in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p.
40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per
questo numero (p. 38).
Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette
il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero,
per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni
rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto
il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla
Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le
minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad
acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come
un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma
come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso
terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani
dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani –
“riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in
Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come
testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con
accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La
tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere
d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa
oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione
delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato
statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p.
48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la
criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il
dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente
chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per
darne la caccia ovunque.
Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente
come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri”
–, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono
la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in
discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile.
I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica
insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale
si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei
bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una
miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune
esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che
colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si
abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa
continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di
Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo:
pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare
dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere
materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso
tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento
contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37),
lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli
scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di
antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in
profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che
essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della
diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da
cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la
leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p.
56, p. 59).
Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo
spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità
solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non
solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra
ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di
sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la
centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo
difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto
stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa
disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo
(p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito
del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi
passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di
risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le
azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le
pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e
contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania
occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28).
Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi
resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con
forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il
tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli
oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare
numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare
totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare
a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la
possibilità di una vita che meritiamo di vivere.
10 febbraio 2026
di Vincenzo Scalia* La piazza dello spaccio e i vizi del proibizionismo.
Razzismo istituzionale, produzione della verità e scudo penale: quando la
narrazione precede i fatti Man mano che l’inchiesta …
(disegno di federica pagano)
Il 31 gennaio del 1908 Secondo M., nove anni, nato a Perugia, viene internato in
riformatorio, all’epoca casa di correzione. A seguito della morte del padre sua
madre aveva rinunciato a occuparsi di lui, affidandolo agli zii. Questi ultimi
non erano riusciti a seguirlo e la madre aveva chiesto che fosse lo Stato a
prendersene carico perché “invece di ascoltare i saggi consigli e le amorevoli
correzioni della famiglia, fuggiva di casa rifugiandosi presso i socialisti.
Nella sua tasca fu infatti ritrovato l’Inno dei lavoratori”. Da allora, scrive
preoccupata la madre, la sua cattiveria è cresciuta in maniera allarmante,
covando idee sovversive contro i preti e i ricchi. Per il sindaco della città,
il ragazzo più che un incorreggibile è un deficiente, e segue le orme di un
padre morto in galera. A confermare la necessità di internarlo, una nota dei
carabinieri: “Si ritiene Secondo M. un discolo. Quindi, si propone che venga
rinchiuso in casa di correzione. Si allega l’Inno dei lavoratori, tolto indosso
al ragazzo”. L’ingresso di Secondo M. in riformatorio segue quello di tante e
tanti altri dalla fine dell’Ottocento in poi, che “con il loro comportamento,
rappresentavano una minaccia di sovvertimento sociale”.
Con queste parole si conclude Questo figlio a chi lo do?, libro inusuale e
prezioso scritto da Barbara Montesi, docente di storia contemporanea ed esperta
di storia dell’infanzia. Il volume parte da un quesito: il minore appartiene
alla famiglia o allo Stato? Se il genitore non può, non vuole o non ha gli
strumenti per occuparsi della crescita di un figlio, in che misura deve
intervenire il potere statale? Montesi raccoglie lettere di genitori, note dei
carabinieri, sentenze dei giudici e sfoghi dei bambini che offrono uno spaccato
di cos’era il Regno d’Italia e, soprattutto, delle condizioni di estrema povertà
in cui versavano molte delle famiglie dell’epoca. Una povertà che, complice
l’impronta lombrosiana, veniva fatta coincidere con la stupidità e l’ozio e,
infine, con la criminalità. Lo Stato invita le famiglie che non possono
occuparsi dell’educazione dei propri figli a mandarli in riformatorio, così da
poter essere corretti e reinseriti nella società.
Le lettere di quei genitori sono angoscianti, soprattutto quando arriva la
consapevolezza che i luoghi di correzione finiscono spesso per essere solo
luoghi di internamento, nella disperazione dell’attesa, fatta di comunicazioni
interrotte e lettere censurate. Se i riformatori venivano considerati luoghi di
punizione e non di educazione, è anche vero che proprio in quegli anni inizia a
farsi strada l’idea che il minore “deviante” debba accedere a un percorso
alternativo di giustizia, non assimilabile a quello degli adulti (fino alla metà
dell’Ottocento in Italia adulti e minori condividevano gli stessi spazi di
reclusione).
Le basi del diritto penale minorile in Italia furono poste proprio a inizio
Novecento, grazie anche alla spinta dei primi movimenti femministi che
guardavano con entusiasmo a esperimenti nati negli Stati Uniti, come
l’istituzione del primo tribunale per minorenni, in cui si volgeva lo sguardo
alla tutela e all’educazione del minore, in aperto contrasto con la tradizione
punitivista e carceraria. Rossella Raimondo spiega inoltre che “la grande
trasformazione che avvenne in Italia in materia di giurisprudenza penale
minorile continuò […] nella seconda metà del Novecento”, quando il sistema
detentivo minorile “mutò ulteriormente nelle sue strutture e funzioni, quale
risultato di una serie di concause, tra cui il movimento di critica contro le
istituzioni totali”.
Partire da quanto avvenne all’inizio del secolo scorso per commentare quanto sta
accadendo oggi in tema di giustizia minorile può apparire un audace salto
temporale. Eppure, è anche leggendo quanto fu scritto e costruito in quegli anni
che si può comprendere l’entità del danno che si va infliggendo al sistema di
tutele e garanzie che, con fatica, è stato costruito attorno al minore. La
superficialità del legislatore che si accosta a questi temi nella fase storica
attuale si accompagna a una forma di disumanità delle istituzioni che, scriveva
Luigi Ferrajoli, finisce per essere contagiosa se non arginata tempestivamente.
Già nel marzo del 2002 il ministro Castelli presentò due disegni di legge
riguardanti la giustizia minorile e le misure per una risposta normativa alla
devianza giovanile. L’inizio del nuovo secolo coincideva con la riproposizione
di un vecchio allarme sociale: la criminalità giovanile. Nel 2001 il delitto di
Novi Ligure aveva rappresentato la punta dell’iceberg di una crescente
ossessione, mediatica e politica, che finiva per interpretare la minore età come
un cavillo burocratico da eludere piuttosto che una garanzia di tutela. Castelli
propose una serie di norme che oggi appaiono familiari: l’innalzamento delle
pene per i minori di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, l’estensione
della misura cautelare, il ridimensionamento di alcuni meccanismi dell’istituto
della messa alla prova, un maggiore allineamento dei processi minorili a quelli
ordinari degli adulti e il ridimensionamento della componente socioeducativa
all’interno del tribunale minorile. Le critiche da parte di associazioni,
magistrati e operatori del settore – che sottolineavano la natura essenzialmente
propagandistica e securitaria di entrambi i disegni – e il netto rifiuto da
parte dell’opposizione in parlamento per evidenti pregiudiziali di
costituzionalità, fecero naufragare i progetti del governo Berlusconi in
materia.
Tra i critici di quella che Castelli definiva rivoluzione – e che più
propriamente fu ribattezzata restaurazione – c’era Maurizio Galvani, che sul
Manifesto scriveva: “Quando un ministro afferma con tanta convinzione (leghista)
che ci vogliono pene più severe per adolescenti che non sono da considerare
piccoli teppistelli ma criminali, l’obiettivo diventa chiaro. Si vuole eludere
la differenza tra adulti sottoposti a giudizio e minori; si vuole adultizzare il
processo penale minorile e cancellare la possibilità che un minore o un ragazzo
sia in grado di riparare, di cambiare, di essere rieducato o come si diceva una
volta ‘essere riacquistato alla società’. Sono criminali senza più attenuanti ed
hanno sbagliato tutti coloro – che nell’ altro secolo – hanno cercato di dare
una spiegazione e una giustificazione dell’antisocialità”.
Un quarto di secolo è passato e la riproposizione del topos del giovane teppista
criminale ritorna, rinnovato sotto alcuni aspetti (oggi prende le forme del
minore straniero non accompagnato o del cosiddetto “maranza”). La sostanza
rimane però la stessa: fare in modo che il minore sia raccontato e immaginato
come un adulto spregiudicato, il cui odio verso la società necessita di una
punizione adeguata, non più alla sua età anagrafica, ma alla percezione di
pericolo che trasmette.
L’attuale ministro degli Interni Piantedosi ha scritto su X a fine gennaio:
“Immigrazione irregolare e baby gang sono strettamente collegati. Molti dei
giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di
coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi
incontrollati, nella totale mancanza di considerazione di chi allora era al
governo, che non solo sottovalutò gravemente le conseguenze di una politica dei
porti aperti, ma che oggi ci fa addirittura la morale sulla sicurezza nelle
città. Noi abbiamo invertito la rotta. L’immigrazione irregolare è drasticamente
calata e abbiamo creato i presupposti perché queste dinamiche tra dieci anni non
si presentino più. E abbiamo in cantiere un nuovo pacchetto sicurezza, una parte
significativa del quale riguarda proprio il contrasto alla violenza giovanile”.
Il post del ministro illustra due dei presunti fattori di turbativa dell’ordine
pubblico contro cui si indirizza l’ennesimo pacchetto di norme in materia di
sicurezza presentato al consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio: i minori e,
appunto, i cosiddetti “maranza”. A questi si aggiungono, come di consueto, le
persone migranti, i manifestanti e gli attivisti dei centri sociali, in una
deriva sempre più evidente verso un diritto penale d’autore, che tende a
sostituirsi al diritto penale del fatto, finendo per colpire la persona per ciò
che è o per ciò che rappresenta, ancor prima dell’eventuale commissione di un
reato.
Non paghi di quanto previsto dal Decreto Caivano (ampliamento della custodia
cautelare in carcere per i minori in presenza di determinati reati; maggiore
ricorso a misure cautelari e strumenti di controllo; rafforzamento della
risposta sanzionatoria per reati commessi in gruppo o con violenza;
potenziamento del daspo urbano e divieto di accesso in alcune aree), le nuove
proposte di norme perfezionano il disegno afflittivo e carcerocentrico del
governo Meloni, tramite alcuni elementi principali: l’estensione
dell’ammonimento da parte del questore anche a ragazzi tra i dodici e i
quattordici anni, prevedendo pesanti sanzioni economiche alle famiglie;
reclusione da uno a tre anni per chi è trovato in possesso di strumenti con lama
oltre i cinque centimetri; utilizzo dei metal detector nelle scuole su richiesta
dei dirigenti scolastici e stretto controllo dei prefetti sugli strumenti di
controllo utilizzati nelle scuole; soppressione dell’articolo 13 della legge
47/2017 che permette al tribunale per i minorenni, attraverso un decreto
motivato e dopo aver valutato caso per caso, di estendere l’affidamento ai
servizi sociali fino al compimento dei ventun’anni, se necessario per completare
il percorso verso l’autonomia.
E poi c’è la scuola. Pochi giorni fa al Ferraris di Scampia gli studenti hanno
trovato ad accoglierli unità cinofile antidroga e metal detector (episodi
analoghi sono già avvenuti in altre scuole campane). Da tempo la presenza della
polizia nelle scuole viene spiegata come un necessario passo in avanti verso la
costruzione di presidi di legalità, e il recente accordo tra il ministero
dell’Istruzione e il ministero dell’Interno non fa che consolidare l’idea che
perfino l’istituzione scolastica debba sottostare a dinamiche di sorveglianza e
repressione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università denuncia da anni il numero crescente di iniziative curate dalle forze
di polizia italiane rivolte a un pubblico di giovani e giovanissimi, rendendo
esplicita la collaborazione tra esercito e scuola pubblica. Tra i vari progetti
merita di essere menzionato un concorso rivolto agli studenti di scuola
secondaria sul ruolo del militare italiano come “baluardo dei valori di civiltà
a tutela della pace e della libertà”.
Nel frattempo, la condizione di salute di bambini, adolescenti e giovani adulti
in Italia evidenzia diverse fragilità, con un marcato deterioramento del
benessere psicologico dopo la pandemia, in particolare tra i ragazzi tra i
quattordici e i diciannove anni. Più di 700.000 giovani sotto i venticinque anni
convivono con ansia e depressione, e a questo quadro si aggiungono la povertà
minorile – che interessa il diciassette per cento dei minori – e significative
differenze territoriali nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. Al 30
settembre 2025 risultavano 16.534 minori e giovani adulti (fino ai venticinque
anni) complessivamente in carico agli uffici territoriali della giustizia
minorile. Di questi, 4.747 erano soggetti a misure restrittive della libertà,
con un aumento dell’8,1 per cento rispetto a fine 2024. Dal 2022 a oggi, e
soprattutto dopo l’approvazione del Decreto Caivano nel 2023, il numero di
detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) è aumentato del
cinquantacinque per cento, passando da 392 a 611 presenze. Attualmente, nove Ipm
su diciassette soffrono di sovraffollamento, con picchi del centocinquanta per
cento in alcuni istituti.
I secoli passano ma la risposta dello Stato nei confronti del minore continua a
rimanere inevasa. Il prossimo rapporto sulle condizioni della giustizia minorile
italiana, curato da Antigone e in presentazione oggi a Roma, è stato intitolato
Io non ti credo più. E non poteva essere altrimenti. (marica fantauzzi)
Riceviamo e diffondiamo:
Qui il manifesto in pdf: assente
ASSENTE!!!
Ci sono molti a cui danno fastidio le commemorazioni fasciste, quelle dei raduni
di bipedi che sfilano inquadrati e terminano le loro pagliacciate urlando e
tendendo in alto le braccia. Tanti sinceri democratici ed anime belle della
sinistra si scandalizzano, e chiedono agli organi competenti dello Stato di
intervenire, appellandosi alla Costituzione o a qualche legge che condanni
l’apologia del fascismo.
Noi paradossalmente crediamo, anzi, che di queste commemorazioni ce ne siano
troppo poche se è vero – come è vero – che celebrano la morte di alcuni
fascisti. Come non gioirne? Come non essere contenti che, sul già troppo
inquinato pianeta che abitiamo, manchi qualcuno che professava una ideologia
marcia fatta di violenza e sopraffazione del più debole, di discriminazione
verso il diverso, di razzismo e di xenofobia, di culto della forza, di
sottomissione della donna, e che da sempre è stato strumento e servo dei poteri
forti e degli apparati statali?
Anche per questo, chiedere allo Stato di intervenire è pura tautologia, quando
non dimostri una ingenua fede nel potere e le istituzioni… Lo stesso discorso
vale per i vari striscioni commemorativi che, di tanto in tanto, appaiono in
giro per le città. Per esempio quello che, appena un mese fa, rendeva omaggio a
tale Denis.
Denis Kapustin – così si chiamava il morto –, detto “whiterex”, il “re bianco”,
era un fascista russo arruolatosi con l’esercito ucraino in un battaglione
formato da soli volontari russi da lui stesso fondato, il RDK – Russian
Volunteer Korps. Vicino a Casa Pound, organizzatore di eventi di arti marziali,
“le sue idee trovavano radici nel Ventennio mussoliniano”. Machismo, culto della
forza e ideologia guerrafondaia: questo è l’armamentario con cui, in tuta
mimetica, ha trovato la morte alla fine dello scorso anno.
Non abbiamo pianto.
Abbiamo pensato invece alla distanza etica che separa questi spregevoli
individui – con la guerra in testa per sostenere uno Stato, qualunque esso sia –
dalle migliaia di disertori che, tra mille difficoltà, abbandonano il fronte o
si danno alla macchia prima di esserci inviati, per non combattere per i
superiori interessi che gli Stati da sempre pongono davanti alla vita degli
esseri umani. A tutti loro auguriamo buon vento.
Ai tanti Denis, l’augurio di incontrare “la bella morte”…
Biblioteca Anarchica Disordine
via delle Anime, 2/b – Lecce
disordine@riseup.net – disordine.noblogs.org
Riceviamo e diffondiamo:
PRESENTAZIONE_20260225_095821_0000