B-RAVE RAGAZZE – In diretta da FRASTUONO@0
Edizione speciale di B-Rave ragazze, in trasferta oltre i confini della regia di Radio Blackout e in compagnia di Radio Onda Rossa. In viaggio con il nostro studio mobile per portare nell’etere la magia di FRASTUONO, Festone che da venerdì a domenica ha tenuto insieme centinaia di persone con l’obiettivo comune di resistere e lottare contro la morsa repressiva sui free party e non solo. Fiumi di emozioni, di rivolta, di cura Con molti strafalcioni e altrettanti problemi tecnici, portiamo a casa questa piccola impresa radiofonica, felici di poter regalare a tutt un’immersione acustica nel mondo fantastico di questa TAZ Buon ascolto, miao! PT-1 Musichetta, chiacchiere con RDR e svarioni PT-2 Musichetta, altri svarioni, live rap, comunicato finale
#freeparty
#rave
#repressione
#taz
#tekno
Alcuni problemi con la posta / Issues with email accounts
[ITA] Un recente (circa 10 giorni fa) aggiornamento dei nostri servizi di posta pare stia causando dei problemi con alcuni account, in combinazione con Thunderbird. I sintomi variano: non si vede più l’elenco dei folder, oppure lo si vede, ma non compaiono i messaggi nuovi – può sembrare che non stiate più ricevendo posta. La posta sta venendo consegnata regolarmente! Il problema è nell’interazione con i client. I messaggi nuovi si possono vedere, per esempio, utilizzando la webmail. Stiamo indagando per risolvere il problema. [ENG] It appears that a recent (about 10 days ago) major upgrade of our email systems is causing some issues to a subset of users, primarily when using Thunderbird as their email client. Symptoms vary: TB might stop showing the list of folders, or perhaps it will show it, but then the INBOX folder will not display new messages. It might look like you’re no longer receiving any email. Email is being delivered without issues! The problem is with the client. You can, for example, access new messages by using the webmail. We’re investigating to attempt to resolve this issue.
General
607 giorni dopo Tarek esce dal carcere
Tarek Dridi uscirà dal carcere di Frosinone il 16 giugno 2026, dopo 1 anno e 8 mesi di detenzione per aver preso parte alla manifestazione in solidarietà con la resistenza palestinese del 5 ottobre 2024. Eravamo in migliaia in quella piazza, nonostante la levata di scudi della politica, i filtri della polizia prima di raggiungerla, i posti di blocco, le identificazioni, i fogli di via: nonostante tutto ciò, piazzale Ostiense si riempì di gente. La volontà di muoversi in corteo per le strade della città era grande, una vera e propria necessità collettiva. Il divieto, irremovibile, imposto nella gestione della piazza è ciò che ha inevitabilmente, generato gli scontri. A distanza di tempo è difficile aggiungere altro: guardandosi indietro, quella giornata è stata una delle tante forzature necessarie affinché si potesse continuare a scendere in piazza, affinché, mesi dopo, si fosse milioni nelle strade. Il prezzo più alto per quella giornata lo ha pagato Tarek, un ragazzo dimenticato, che non fa parte di alcuna realtà politica, immigrato dalla Tunisia e sul quale la giustizia si è accanita. Solo dopo alcuni mesi si è cominciato a parlare della sua storia, grazie ad alcune realtà politiche che se ne sono fatte carico, grazie al suo avvocato, Leonardo Pompili, e all’immancabile impegno di Zerocalcare. Seicentosette giorni di carcere sono tantissimi. Un giorno è comunque sempre troppo e crediamo che non esista errore che giustifichi il carcere. Con questa consapevolezza, il 16 giugno saremo content* di riabbracciare Tarek; l’ultimo rimasto ancora a piazzale Ostiense. Da rete liberi di lottare
Imperialismo digitale: dibattito con l’autore al Blackout Fest / Sabato 13 giugno ore 17.30
Il libro di Dario Guarascio verrà presentato al Blackout fest 2026, ne parliamo con Dario di Conzo esperto di Cina e politiche economiche che modererà l’incontro di sabato 13 giugno. Il libro affronta il tema della transizione digitale e tecnologica come paradigma di questa fase storica, partendo da alcuni eventi che segnano lo spirito del tempo in ambito tecnologico e geopolitico. Il rapporto tra economia, tecnologia e guerra è ciò che viene analizzato nel libro, approfondendo quali sono le conseguenze della militarizzazione del paradigma tecnologico dominante. Qui tutto il programma del Fest 26! Qui una lunga intervista all’autore a cura de I saperi maledetti Da Radio Blackout
Il progetto Aurora-Barriera. La riqualificazione e le sue retoriche a Torino nord
(disegno di diego miedo) È domenica 7 giugno, un promemoria mi ricorda che alle 10 l’assessora comunale alle politiche educative, giovanili, rigenerazione urbana e periferie, Carlotta Salerno, terrà un incontro pubblico per parlare di “Aurora-Barriera”, il nuovo progetto di rigenerazione dei due quartieri che si estendono a nord di Torino. L’incontro si svolge alla Fondazione Giorgio Amendola, una delle più consolidate realtà del terzo settore attive a Barriera di Milano. Esco in anticipo e mi incammino verso l’appuntamento partendo dal Lungo Dora Firenze, che segna il confine tra Aurora e il centro. Da qui sono visibili due simboli della riqualificazione urbana operata nell’ultimo decennio da grossi privati i cui interessi hanno incontrato i favori della politica: la ristrutturazione della sede storica dell’Italgas, all’incrocio tra corso Palermo e corso Regio Parco; la Nuvola Lavazza, nuovo centro direzionale della società che ha preso il posto di una centrale elettrica Enel, tra via Bologna e corso Palermo. Attorno alle due strutture sono sorte opere di ripavimentazione, nuovi elementi di arredo urbano, installazioni artistiche, dispositivi di sorveglianza di ultima generazione. Svoltando su corso Brescia e procedendo verso corso Verona, davanti alla ex sede dell’ufficio per l’immigrazione della questura e a una nuova enorme palestra di proprietà spagnola, vedo gli esiti di finanziamenti che hanno dotato il quartiere di nuove fioriere, giochi per bambini, piste ciclabili che si interrompono all’improvviso. Lungo il tragitto, i segni della rigenerazione si arrampicano sulle facciate di alcuni edifici, sotto forma di una street art normata dall’alto e per questo educata. Il tempo stringe e accelero il passo. Per arrivare alla Fondazione Amendola attraverso corso Novara, che marca il confine tra Aurora e Barriera, e imbocco la strada della destinazione finale, via Tollegno. In questo isolato un tempo c’erano lo stabilimento produttivo e gli uffici della Lavazza. Di recente la proprietà degli stabili è passata a Relife, uno Student Housing inaugurato nel 2024. Qui una camera costa tra 630 e 800 euro al mese, uno “studio privato” con “kitchenette” (angolo cottura) 813 euro. Ma non si tratta di un semplice studentato – leggo nel sito web –, perché Relife ha inventato un “sistema di punteggi” tramite il quale gli studenti che partecipano a “progetti sociali locali” ottengono in cambio l’accesso a “servizi esclusivi e vantaggi speciali nel campus”. Nella stessa via Tollegno c’è anche la sede della ex scuola elementare Salvo D’Acquisto, aperta nel 1968, famosa per il suo approccio pedagogico sperimentale e per un impianto sportivo con piscina allora ritenuto “sproporzionato” rispetto a quelli di altre scuole. Chiusa nel 2018 per problemi strutturali, la scuola fu occupata dagli anarchici nel marzo 2019 dopo lo sgombero dall’Asilo di via Alessandria. Gli occupanti lasciarono lo spazio spontaneamente tre mesi dopo, ma tra i primi a chiederne lo sgombero immediato vi fu proprio Carlotta Salerno, allora presidente della circoscrizione. Nel 2020 una parte dello stabile venne ristrutturata dalla Vertigimn e da allora è una palestra specializzata in discipline aeree e acrobatiche. Arrivo alla Fondazione Amendola, intestata a colui che fu tra i massimi esponenti del Pci e tra i membri della Costituente. Inaugurata nel 1982, la fondazione vanta una conoscenza profonda della complessità del quartiere, e cerca di affrontarla seguendo “i valori del pensiero amendoliano”; tra questi – riporto dal sito web – il rispetto dell’autodeterminazione dei cittadini e l’attenzione alle esigenze di giustizia sociale. Grazie a finanziamenti pubblici e privati e a collaborazioni con istituzioni, terzo settore e imprese di vario tipo, essa organizza convegni, iniziative culturali, promuove ricerche, pubblica libri e periodici. La sua sede ospita anche l’associazione lucani del Piemonte Carlo Levi e una biblioteca del circuito nazionale. Tra le sue iniziative più recenti c’è il Torino Podcast Festival, volto a “promuovere inclusione e rigenerazione culturale”. Tra i partner dell’iniziativa c’è anche la vicina Relife. È all’interno di questo programma che si inserisce l’incontro sul progetto di rigenerazione “Aurora-Barriera”. Le notizie su questo nuovo progetto, finanziato dal Programma nazionale Metro Plus 2021-2027, circolano da un anno almeno. Quasi ventisei milioni di euro saranno spesi lungo corso Palermo, nei tre chilometri che collegano Aurora e Barriera, in un tratto considerato strategico per il futuro collegamento con la linea 2 della metropolitana, ma “problematico”. Area rurale fino a metà Ottocento, industriale fino agli anni Ottanta, e oggi soprattutto commerciale, il quartiere è spesso raccontato – e uso le parole di giornalisti e politici – come un inferno, un far west in cui gli stranieri hanno invaso il tessuto sociale originario stravolgendolo con i loro affari legali e illegali e la loro inciviltà. Chi contraddice questa narrazione lo dipinge come crocevia multiculturale e dinamico dove il terzo settore democratico e inclusivo può esprimere il suo impegno sociale. Sebbene opposti, entrambi i discorsi diventano funzionali alla volontà politica di fare di Barriera il nuovo campo di sperimentazione dell’innovazione sociale. Obiettivo del progetto è “restituire alla cittadinanza luoghi più sicuri, accessibili e vivibili”. Nel concreto si prevede la piantumazione di quattrocento nuovi alberi, più illuminazione, un nuovo percorso ciclabile, un graffito chilometrico, il recupero di spazi dismessi e locali chiusi. «Se uno la guarda dall’alto sembra Broadway», commentò il sindaco Lo Russo lo scorso luglio, quando venne presentato il masterplan a cui hanno lavorato la società Infra.To, lo studio Carlo Ratti Associati, la cooperativa Liberitutti e altre due agenzie (West8 e Mic). L’inizio dei lavori è fissato tra fine anno e i primi mesi del 2027. Tra le parole chiave del progetto incontriamo “arte”, “verde”, “attrattività”, “sostenibilità”, “inclusione”, l’immancabile “sicurezza urbana”. Ma il suo cavallo di battaglia è la “partecipazione”. Il piano generale, consegnato a luglio 2025, si vantano i promotori, è stato partorito a seguito di una lunga fase di ascolto degli abitanti, coinvolti anche in una serie di iniziative affidate ad Avventura Urbana, società specializzata in “pianificazione strategica e territoriale” e “processi partecipativi e inclusivi”. Negli ultimi mesi, la stessa Salerno ha coordinato quattro incontri di “co-progettazione” per consentire ai cittadini, “in particolare ai giovani”, di contribuire alla definizione degli interventi. L’incontro è mediato da Domenico Cerabona, direttore della fondazione, che con domande basilari prova ad animare una conversazione informale. L’assessora lo prende in parola e, nel corso dell’intervista, intervalla le frasi d’ordine che il suo ruolo le impone con aneddoti legati alla storia della sua famiglia, qualche battuta ironica e diverse risate. Aurora-Barriera, dice lei, è un progetto complesso che rischia di non essere immediatamente comprensibile alla cittadinanza. Concentrare i lavori sull’asse di corso Palermo serve quindi a rendere gli interventi più facilmente individuabili. Il potenziamento dell’illuminazione, gli alberi e le piste ciclabili rispondono alle richieste degli abitanti, che avrebbero insistito anche sul tema della sicurezza. Ci sarà poi «uno spazio dedicato alle persone», «una parte di illuminazione artistica molto potente» e un intervento artistico più ampio che non si può svelare, perché i progettisti ci stanno ancora lavorando. A interloquire con l’assessora sono stati invitati “alcuni giovani del territorio”: Adele, studentessa fuori sede (lucana, precisa il presentatore), che dopo un tirocinio in circoscrizione adesso fa il servizio civile presso l’ente che ospita l’incontro; lei esprime fiducia nei confronti della bellezza, dell’estetica e della rigenerazione, afferma la necessità di comunicare bene l’identità di Barriera e critica i giornalisti che mettono in evidenza gli aspetti negativi anziché i sacrifici del terzo settore. Federico, un giovane medico appena laureato, che vive a Torino da un anno e lavora all’ospedale Don Bosco, confessa di sentirsi ben accolto: frequentando le associazioni del quartiere, il comitato di Barriera e la fondazione stessa, ha scoperto di «poter essere parte attiva della città» pur non essendo di Torino. E infine Simona, una studentessa che vive a Torino da due anni, introdotta come “residente di Relife”; anche lei è affascinata dai murales commissionati dall’amministrazione e insiste sulla necessità di aumentare la sorveglianza, perché in certe strade del quartiere «c’è tanta diversità». Nel corso della discussione, tutti e tre guardano Salerno con ammirazione, annuiscono alle sue affermazioni, ridono alle sue battute. Quando la conversazione si sposta sul piano della narrazione viene menzionato il bando “Bella storia”. Per cambiare l’immagine negativa di Barriera, il bando sta distribuendo tre milioni di euro a venticinque enti del terzo settore (tra questi la Fondazione Amendola) ingaggiati nella promozione di attività artistiche, culturali e sportive, di “prevenzione del disagio psicosociale e delle dipendenze da sostanze”. Secondo l’assessora è necessario «non mitizzare un passato che non c’era», ma incentivare «il racconto onesto, trasparente, di quello che c’è». L’incontro va avanti per qualche minuto ancora, ma quello che ho sentito finora mi basta. Il ritornello della partecipazione civica e della co-progettazione è una farsa insopportabile se si pensa al modo in cui questa giunta e i suoi alleati stanno ignorando le istanze formali dei comitati che contestano i loro piani, dal piano regolatore generale a progetti come quello del nuovo ospedale di Torino Nord, che Comune e Regione, con il benestare di tutti i partiti, vogliono costruire a tutti i costi dentro il parco della Pellerina. Credo che gli annunci di nuovi alberi in corso Palermo e tutta la retorica green possano disturbare chi da molti anni sta lottando per opporsi al taglio insensato di alberi sani imposto dal regolamento per il verde urbano; e certamente fanno inorridire chi ha presentato ricorsi e si è beccato denunce, multe e manganellate per opporsi alla devastazione del parco del Meisino, adesso Cittadella per lo sport grazie al Pnrr. E allora si consolida la certezza che l’unica partecipazione ammessa dalle istituzioni è quella che si limita a confermare le loro ambizioni. Del resto, tra le sue ultime battute, la stessa Salerno una verità se la fa scappare, quando afferma che «con Aurora-Barriera stiamo tentando di dare risorse a chi qui lavora, e come dico ogni tanto ai miei colleghi e alle persone che incontro, non è detto che vi piaccia, e non è detto che vi debba piacere». Prima di andare via mi soffermo a guardare le opere esposte alle pareti; molte sono di artisti indiani, egiziani e di altri paesi extraeuropei. Poi mi fermo al banchetto allestito all’ingresso per scansionare il QR code che rimanda al questionario di rito, creato per ricevere pareri sul festival. Al tavolo ci sono tre ragazzi e ci scambio qualche parola, lavorano per la fondazione. Il colore della loro pelle, diverso dal mio e da quello del pubblico presente all’incontro, mi suggerisce che la scelta di piazzare proprio loro all’ingresso è casuale quanto quella di far parlare i tre giovani ingenui che ho ascoltato poco prima. E allora mi tornano in mente altre affermazioni dell’assessora dedicate alla necessità di cambiare la narrazione di Barriera: «Siamo nella dittatura di chi ha più voce. Le persone caucasiche, adulte, over 50, hanno spazi di narrazione che i ragazzi spesso non hanno, e quindi il racconto di Barriera è fatto solo da una parte, che per di più è quella nostalgica […]. A me interessa la complessità, che questa complessità esca e che escano tutte le voci». Io però di voce ne ho sentita solo una, omogenea e compatta. (alessandra ferlito)
torino
Quando la giustizia esclude e uccide
Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane. Di Claudio Novaro da Volere la Luna In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono. La capacità di soppesare attentamente le conseguenze delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche. Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari. F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive. Questa decisione, confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto. Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea, destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese. Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita. Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante. Non ho conosciuto, invece, direttamente C. Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza. Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo (https://infoaut.org/bisogni/ciao-chimi-chi-lotta-non-e-mai-solo-chi-sogna-non-muore-mai). Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale. Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso, avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che aveva in carico il fascicolo. Costei, preventivamente contattata nella mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio, senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione, fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”, una motivazione che, in tutta evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti affettivi che sfugge alla rigidità delle norme. Anche il colloquio esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue convinzioni. Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni. La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di fare rientro a casa nelle ore serali e notturne. Il minimo che si può dire è che appare altamente illogica la scelta di applicare un presidio cautelare di tal fatta a fronte di reati che, in ipotesi d’accusa, sarebbero stati commessi in orario non serale e nella stessa città dove viene imposto l’obbligo. Ci si trova di fronte, come pare ovvio, a una misura meramente punitiva, scarsamente adeguata rispetto alle esigenze cautelari che pretenderebbe di neutralizzare. Peraltro, sul fronte della risposta giudiziaria ai reati di piazza, da tempo Torino riveste un ruolo di avanguardia in ambito nazionale. Da una, ancora parziale, raccolta di dati sui processi in corso contro i manifestanti Pro Palestina, fatta da avvocate e avvocati della Rete di resistenza legale, risulta che a differenza di molti altri circondari, dove in genere si procede con imputati a piede libero, a Torino i procedimenti avviati sono non solo decisamente più numerosi, ma anche caratterizzati da una pletora di misure cautelari. In diversi casi, 27 in totale, la Procura ha richiesto l’applicazione di misure di particolare afflittività, dagli arresti domiciliari sino alla custodia in carcere, in contrasto con il principio del minimo sacrificio necessario, ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale. Per fortuna tali richieste nella quasi totalità dei casi sono state respinte dai giudici, che hanno però applicato numerose misure non custodiali, modulandole diversamente a seconda dei reati contestati. La seconda osservazione, invece, riguarda la decisione del giudice di respingere la richiesta di partecipazione al funerale. Una giustizia che espunge da sé ogni sentimento di umana compassione e sensibilità finisce per assumere i tratti morali dell’ingiustizia. In astratto la funzione delle norme (per paradossale che possa sembrare, anche di quella di natura meramente cautelare), e della loro applicazione giudiziale, deve essere finalizzate alla costruzione di migliori relazioni sociali. La vicenda in esame appare paradigmatica di un’idea del diritto penale governato da una visione punitiva, una visione, come è stato detto, verticale e autoritaria, che privilegia l’applicazione rigidamente formale della legge, indifferente a qualsiasi comprensione del contesto umano, delle dinamiche e delle interazioni che lo sostanziano. “L’intelligenza delle emozioni” applicata alle decisioni giudiziarie e amministrative significa anche questo, saper riconoscere il dolore e la vulnerabilità altrui, essere capace di tener conto della storia concreta delle persone, rispettare la loro dignità e i loro bisogni emotivi ed esistenziali. Lunga è la strada da percorrere se solo si pone mente alla circostanza che, solo poche settimane fa, attraverso l’uso di quella vergognosa norma sul fermo preventivo introdotta con l’ultimo decreto sicurezza, 91 aderenti ai movimenti anarchici sono stati bloccati, portati e trattenuti in questura per diverse ore, perché volevano partecipare ad un presidio a ricordo di due loro compagni morti. Infine, mi pare che l’intero episodio ponga, a prescindere dal caso concreto, una serie di interrogativi di non poco conto. Senza scomodare impervi paragoni con vicende dell’antichità, in cui pure erano a confronto le ragioni dello Stato e la pietà verso i defunti, il tema è quello del dovere o meno di rispettare decisioni (o leggi) ingiuste o che si ritiene contrastino con la propria coscienza. La questione ha risonanze antiche e richiama il conflitto tra diritto e morale, tra l’osservanza del comando giuridico e l’autodeterminazione delle persone. Quantomeno dal secondo dopoguerra del secolo scorso, il tema della disobbedienza è entrato nel lessico della politica e viene costantemente praticato dai più svariati movimenti, ambientalisti ed ecologisti, ma anche antagonisti e/o territoriali. Da tempo, ad esempio, gli attivisti del Movimento No Tav, a fronte delle decine di ordinanze prefettizie, che da eccezionali sono ormai divenuti la normalità della militarizzazione del territorio valsusino e che individuano attorno al cantiere una zona rossa inaccessibile ai cittadini, hanno deciso coscientemente di trasgredirle. Parimenti, di fronte all’emissione di fogli di via obbligatori dalla Valle per le persone non residenti, nell’ovvio tentativo di allontanarle, neutralizzandone la partecipazione politica, hanno deciso di violarli, rivendicando pubblicamente tali violazioni. Non è un caso che nel 2023 questo Governo, così attento alla repressione di tutto ciò che si connette con la protesta sociale, abbia, con l’ennesimo decreto legge poi convertito in legge, inasprito fortemente le sanzioni per la violazione del foglio di via, portandole da sei a diciotto mesi di reclusione e prevedendo una multa fino a 10.000 euro, trasformando anche il reato da contravvenzione a delitto, per evitare possibili future prescrizioni. Con altro decreto di legge di qualche anno fa, emanato da un Governo di altro colore politico, sono state inserite, tra i parametri per stabilire la pericolosità sociale dei proposti alle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, “le reiterate violazioni del foglio di via”. Così, una violazione di un mero precetto, quello che in dottrina viene definito un reato di mera disobbedienza, appunto, in cui la condotta incriminata consiste nell’inosservanza di un obbligo o di un semplice divieto formale, in contrasto con il fondamentale principio di offensività, diventa l’ennesimo tassello di quella progressiva torsione del sistema penale verso le misure di prevenzione, che assicurano, non a caso, maggior velocità decisionale e minor tassatività dei presupposti normativi.
Guerra all’Iran: gli USA bombardano mentre Netanyahu prepara il piano per la guerra permanente a Gaza e in Libano
Nella notte gli Stati Uniti hanno ricominciato a bombardare l’Iran utilizzando come casus belli l’abbattimento dell’aeroplano Apache di qualche giorno fa mentre sorvolava le acque di Hormuz. Da Radio Blackout Secondo Washington la responsabilità è iraniana, dunque, ad aver fatto saltare il banco negoziale, su cui venivano riposte ben poche speranze da entrambe le parti. Sono stati colpiti quindi 20 siti iraniani nell’isola di Qeshm, nella città di Sirik e nel porto di Jask sul Golfo di Oman. Sono stati colpiti anche due serbatoi di acqua potabile tagliandone l’accesso a circa 20 mila persone. L’Iran ha contrattaccato colpendo basi americane nel Golfo in Barhain, Giordania e Kuwait. Il tutto avviene con Israele che continua a violare il “cessate il fuoco” in Libano e prepara l’IDF per una nuova offensiva su larga scala a Gaza, perpetuando violenze e massacri in Cisgiordania e lanciando annunci contro Hezbollah seguendo il copione narrativo già utilizzato contro Hamas. Che sia una opzione per rilanciare sulla sua vittoria alle prossime elezioni o per farle rimandare causa guerra aperta poco cambia, il punto è che l’interesse di Netanyahu continua ad essere quello di una guerra permanente per estendere il suo progetto coloniale e di occupazione, estrarre risorse e sgomberare il campo da altre opzioni politiche nella Regione. Così come la guerra all’Iran ha probabilmente seguito un corso non completamente prevedibile anche il Libano meridionale e la periferia Sud di Beirut confermano una resistenza sul territorio che non è scontata e non va sottovalutata anche da parte degli eserciti più potenti al mondo. Facciamo il punto con Eliana Riva, giornalista per Il Manifesto e PagineEsteri