Per celebrare la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, le
istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni
ordine e grado, possono promuovere e organizzare cerimonie ed incontri sui temi
della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell’ordinamento
della Repubblica (…) Al fine di sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano
che le Forze armate svolgono per la collettività in favore della realizzazione
della pace, della sicurezza nazionale e internazionale e della salvaguardia
delle libere istituzioni e nei campi della pubblica utilità e della tutela
ambientale, le iniziative degli istituti scolastici sono volte a far conoscere
le attività alle quali esse concorrono nell’ambito del servizio nazionale della
protezione civile, per fronteggiare situazioni di pubblica calamità e di
straordinaria necessità e urgenza, in ambito umanitario, in caso di conflitti
armati e nel corso delle operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace
e della sicurezza internazionale, e negli ambiti di prevenzione e di contrasto
della criminalità e del terrorismo nonché di cura e soccorso ai rifugiati e ai
profughi.
E’ infarcito di retorica bellicista e di inaccettabili falsità storiche il 2°
articolo della legge n. 27 del 1° marzo 2024 che istituisce la Giornata delle
Forze armate ogni 4 novembre, legittimando un pericoloso ed eversivo modello
istruzione-caserma. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università ha ritenuto doveroso disobbedire e in collaborazione con
il CESTES - Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali ha promosso un
convegno formativo per il personale scolastico dal titolo “La scuola non si
arruola”. Oltre un migliaio le iscrizioni sulla piattaforma del Ministero
dell’Istruzione ma la mattina del 31 ottobre il corso è stato soppresso
d’autorità. “L’iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione
professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei
agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti,
così come definite nel CCNL scuola e nella Direttiva 170/2016”, spiega in nota
il Ministero. Mai parlar male, dunque, in ambito scolastico, del sistema
militare e dei suoi intrecci con l’economia e la finanza, della cultura
militarista tanto in voga nella società e nell’istruzione e del genocidio in
atto alle porte di casa, il primo del terzo millennio, crimine collettivo
transnazionale.
“Per la prima volta si vieta in Italia un corso su tematiche giudicate non
formative mentre vengono celebrate pagine nostalgiche e di mero revisionismo
storico attraverso le rievocazioni delle guerre mondiali nel secolo scorso”,
denuncia l’Osservatorio. “Allo stesso tempo si verifica l’ennesima contrazione
degli spazi di libertà e democrazia. Le mobilitazioni e gli scioperi di questi
ultimi mesi, a partire dall’iniziativa del minuto di silenzio per Gaza il primo
giorno di scuola, hanno subito evidenti tentativi di boicottaggio e
intimidazione tramite comunicazioni riservate degli uffici scolastici,
delegittimazione dei collegi docenti, precettazioni”. A fine settembre è stato
presentato dal sen. Maurizio Gasparri un disegno di legge che equipara
antisemitismo e antisionismo e che vorrebbe imporre alle istituzioni scolastiche
obblighi formativi su cultura ebraica, Israele e antisemitismo con pesanti
sanzioni, compreso il licenziamento, per i docenti “disobbedienti”.
Tutto ciò mentre si assiste all’accelerazione del processo di militarizzazione
dell’istruzione: forze armate italiane e straniere ed aziende produttrici di
armi occupano ogni sfera della didattica per fini ideologici assolutamente in
contrasto con i valori costituzionali della difesa delle libertà, della
democrazia e della giustizia sociale. Si moltiplicano le visite guidate degli
studenti a caserme, aeroporti, poligoni militari e ad industrie belliche o le
attività didattico-culturali affidate a generali-docenti (dalla lettura e
interpretazione della Costituzione e della Storia all’educazione ambientale,
alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti
classificati come “devianti”, bullismo, cyberbullismo, ecc.).
Sempre più istituti promuovono corsi di orientamento e l’alternanza
scuola-lavoro a fianco delle forze armate o nelle aziende produttrici di armi;
le strutture scolastiche subiscono la progressiva trasformazione a fini
sicuritari con l’installazione di videocamere e dispositivi elettronici
identificativi e di controllo. Fioccano i divieti di riunione e delle attività
autogestite degli studenti e i locali scolastici vengono dichiarati off-limits
in orario pomeridiano, mentre viene esercitata l’azione penale e civile contro
ogni forma di occupazione. Al rafforzamento del processo di militarizzazione del
sistema scolastico concorrono poi l’approvazione di leggi che hanno conferito ai
presidi poteri illimitati e istituzionalizzato gerarchie e discriminazioni tra
gli insegnanti; la precarizzazione de iure e de facto della figura e delle
funzioni del docente; l’esautoramento degli organi collegiali; l’uso
indiscriminato dei procedimenti amministrativi contro il personale della scuola.
Test di valutazione e strumenti didattici riproducono nelle scuole logiche e
dinamiche mutuate dal mondo militare. “L’Invalsi o il passaggio dalle conoscenze
alle competenze (tra le soft skills appaiono il sostenere lo stress,
l’adattabilità, l’imprenditorialità e a breve troveremo la preparazione e la
prontezza), il clima competitivo, la meritocrazia sono tutti fattori che hanno
contribuito a mutare il senso della scuola e capovolgere il dettato
costituzionale”, spiega l’Osservatorio. Il registro elettronico oltre a generare
conflitti e stati di ansia da prestazione permanenti tra gli allievi e
un’insostenibile clima divisivo-competitivo nelle classi, viene assunto come
strumento di controllo orwelliano da docenti e genitori, minando le stesse
relazioni educative e la fiducia adulti-minori.
Il soffocante connubio tra istituzioni scolastiche e apparato militare non può
essere imputato però solo all’odierno governo di estrema destra. Il processo di
militarizzazione dell’istruzione è stato avviato in Italia perlomeno dalla fine
degli anni ’90 per essere poi istituzionalizzato nel settembre 2014 con un
protocollo d’intesa firmato dalle ministre all’Istruzione Stefania Giannini
(Scelta Civica) e, alla Difesa, Roberta Pinotti (Pd). L’accordo ha promosso
l’attivazione di percorsi didattici ed iniziative finalizzati alla promozione
della Cultura della Difesa. A declinarne significato e funzioni ci ha pensato il
subentrante titolare del dicastero a capo delle forze armate, Lorenzo Guerini
(Pd). “L’obiettivo della Cultura della Difesa è facilitare i cittadini a
comprendere i temi di interesse strategico, acquisire sistemi ed equipaggiamenti
militari, valorizzare le capacità dell’industria nazionale e sostenere la
ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica”, ha spiegato Guerini. Lo scopo,
cioè, è quello di estendere a tutte le fasce sociali e generazionali
l’incondizionato consenso per le forze armate, le missioni di guerra
internazionali, il complesso militare-industriale e l’intervento dei reparti in
attività di controllo dell’ordine pubblico e repressione. In particolare, tra i
giovani, si punta ad affermare la legittimità dell’uso della violenza bellica e
l’ineluttabilità della guerra come strumento di risoluzione di ogni crisi o
conflitto. Con l’educazione dello studente-soldato si punta a dominare le menti,
ad imporre l’arruolamento e la cieca obbedienza all’establishment, il massimo
consenso per il modello socio-economico dominante.
Con l’insediamento del governo Meloni, si è data un’ulteriore impronta
ideologica ai processi in atto. “Adottando la formula Ministero dell’Istruzione
e del Merito si è inteso cancellare il servizio pubblico a favore di una
meritocrazia fittizia, per promuovere una scuola che non considera le differenze
socio-economiche ed è sempre più lontana dal tutelare uguaglianza e diritti”,
commenta Roberta Leoni dell’Osservatorio contro la militarizzazione di scuole e
università. “Con Giuseppe Valditara si afferma una scuola che privilegia la
conoscenza dell’Occidente rispetto alle altre civiltà e che nega la società
inclusiva ed interculturale piegandosi ad una visione bellicista. Ecco allora le
nuove Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, le Indicazioni 2025
per la Scuola dell’infanzia e del primo ciclo (bocciate dal Consiglio di stato
per forma e contenuto), il voto in condotta, il divieto dei cellulari, i
tentativi di censura dei libri di testo (i casi Zanichelli e Laterza) e dei
singoli insegnanti, l’introduzione del codice disciplinare e di condotta del MIM
(con conseguente creazione di uffici per i procedimenti disciplinari), ecc.”. Il
7 novembre il ministro Valditara ha chiesto con una circolare il rispetto della
par condicio nella scelta di ospiti di “specifica competenza e autorevolezza” in
caso di eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche, quando le
tematiche trattate abbiano “ampia rilevanza politica o sociale”.
Alla luce del peggioramento degli spazi di agibilità democratica e di libertà di
espressione e insegnamento, alcuni analisti già parlano di israelizzazione della
società, dell’economia e del sistema d’istruzione in Italia. Sarebbe in atto
cioè la riproduzione del sistema-modello su cui si fonda lo Stato sionista di
Israele: forze armate, apparati sicuritari, forze politiche, centri accademici e
di ricerca, start-up e industrie militari che cooperano in simbiosi,
militarizzando ogni segmento della società, a partire dal mondo dell’infanzia e
della scuola.
Articolo pubblicato in Mosaico di Pace, n. 1, Gennaio 2026
Source - Antonio Mazzeo Blog
Affari d'oro per Leonardo e aziende americane del settore. Bisogna proteggere
Gaza, che sarà trasformata in un mega Resort-Casinò pluristellato per facoltosi
turisti
Nuove forniture di sistemi d’arma USA per i prossimi interventi bellici di
Israele a Gaza e in Medio oriente. E qualche buon affare anche per il gruppo
Leonardo SpA..
A fine gennaio, il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America ha
approvato un piano di oltre 7 miliardi di dollari per il trasferimento ad
Israele di elicotteri d’attacco, veicoli leggeri terrestri e componenti per
elicotteri leggeri nell’ambito della Foreign Military Sale (FMS), il programma
di assistenza USA per l’acquisto di armi da parte dei paesi partner.
Si tratta del maggiore pacchetto di aiuti militari dell’amministrazione Trump
dopo l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, sistematicamente
violato dalle forze armate israeliane.
Coincidenza vuole che la decisione del Pentagono giunge subito dopo la
formalizzazione del Board of Peace, il consiglio di amministrazione guidato da
Washington che punta alla trasformazione di Gaza in un mega Resort-Casinò
pluristellato per facoltosi turisti nordamericani, europei e mediorientali.
Il piano di “aiuti” sarà sottoposto nei prossimi giorni al Congresso per la
definitiva approvazione. La tranche più rilevante del valore di 3,8 miliardi di
dollari è destinata al trasferimento di 30 elicotteri d’attacco “Apache AH-64E”
e relative attrezzature (motori, sistemi radar, sensori avanzati, piattaforme
addestrative e interventi logistici e di manutenzione).
Gli “Apache” saranno prodotti dai colossi militari-industriali Boeing e Lockheed
Martin e consentiranno ad Israele di rafforzare ulteriormente le proprie
capacità d’attacco aereo di precisione.
Una tranche del valore di 2 miliardi dollari andrà all’acquisto di 3.250 veicoli
tattici leggeri congiunti (JLTV) e relativi sistemi d’arma, munizioni e
attrezzature tecniche. I veicoli saranno prodotti da AM General LLC., mentre il
personale militare statunitense e alcuni contractor assicureranno la formazione
e il supporto logistico in Israele per sei anni dopo la loro consegna.
Il Dipartimento della difesa prevede inoltre un intervento del valore di 740
milioni di dollari per ammodernare i veicoli da trasporto truppe “Namer” in
dotazione alle forze israeliane dal 2008.
Dulcis in fundo, sono previsti 150 milioni di dollari in equipaggiamenti, pezzi
di ricambio, addestramento e supporto ingegneristico per la flotta di elicotteri
leggeri AW-119Kx prodotti da Leonardo Helicopters USA, società interamente
controllata dalla holding italiana Leonardo SpA..
Gli Agusta Westland AW119Kx, denominati da Leonardo come “Koala” e da Israele
“Ofer” (cerbiatto), sono elicotteri impiegati in ambito militare per differenti
missioni: dall’addestramento e la formazione dei piloti dei velivoli d’attacco,
al trasporto VIP, ai servizi di assistenza medica e SAR (ricerca e soccorso),
alla vigilanza e sicurezza, ecc..
I velivoli sono in dotazione dei reparti israeliani dalla primavera del 2024.
Leonardo Helicopters (stabilimenti a Filadelfia, Pennsylvania) li ha consegnati
alla Flight Training School dell’Aeronautica militare, ospitata nella base aerea
di Hatzerim, nel deserto del Negev.
Il contratto per la fornitura del modello AW119Kx è stato firmato nel dicembre
2019 dal gruppo Leonardo con il Dipartimento della Difesa Usa. Inizialmente era
prevista la consegna a Tel Aviv di sette elicotteri AW119Kx, unitamente a un
pacchetto di servizi, attività addestrative, simulatori di volo e altri
equipaggiamenti, più il supporto tecnico per venti anni.
Il 6 aprile 2022 è stato sottoscritto un nuovo accordo con l’US Army Contracting
Command che ha elevato a dodici il numero degli AW119Kx, con l’opzione per altri
quattro velivoli. Il contratto prevede la presenza di personale dell’azienda
italiana nella base aerea del Negev per la formazione dei piloti israeliani e la
manutenzione degli elicotteri.
I sistemi d’arma per 7 miliardi di dollari che il Pentagono intende trasferire
ad Israele si sommano ai 25 cacciabombardieri F-15 ordinati dalle autorità di
Tel Aviv a fine dicembre 2025.
Nello specifico, ancora nell’ambito della Foreign Military Sale, l’Aeronautica
Militare USA ha affidato a Boeing un contratto del valore di 8,57 miliardi di
dollari per la produzione dei velivoli da guerra negli stabilimenti di St.
Louis, Missouri. La consegna sarà completata nel 2035.
Israele si conferma il maggiore destinatario di aiuti militari statunitensi al
mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Ad oggi si calcola che lo stato sionista
abbia ricevuto sistemi bellici per il valore di oltre 158 miliardi di dollari.
Dal 7 ottobre 2023, la data dell’attacco di Hamas e dell’avvio del genocidio
della popolazione palestinese di Gaza, Israele ha ricevuto da Washington più di
21 miliardi di dollari in “assistenza militare d’emergenza addizionale”.
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 4 febbraio 2026,
https://www.africa-express.info/2026/02/04/trump-autorizza-forniture-darmi-per-7-miliardi-di-dollari-destinazione-israele/
Il 29 gennaio il Parlamento bulgaro ha ratificato l’accordo sottoscritto dal
governo di Sofia e da quello italiano per la realizzazione e l’uso congiunto di
una grande infrastruttura bellica nei pressi del villaggio di Yambole, Kabile,
nel sud-est del paese.
La nuova base sarà simile all’area addestrativa bulgaro-statunitense di Novo
Selo che viene impiegata dal Battle Group NATO operativo in Bulgaria in funzione
anti-Russia. A Yambole sarà insediata un’intera brigata multinazionale con la
possibilità di ospitare fino ad ‘intera divisione di 3.000 unità.
La ratifica dell’accordo è stata votata a larghissima maggioranza; contrari solo
il gruppo di minoranza filo-russo Vuzrazhdane e due piccoli partiti
nazional-populisti, Mech e Velichie.
Secondo quanto dichiarato dal ministro della difesa bulgaro, Atanas Zapryanov,
la progettazione dell’installazione sarà affidata alla Nato Support and Services
Agency. “A Kabile saranno realizzate solo le facility per alloggiare ed
addestrare i reparti militari, più alcuni impianti sportivi”, ha aggiunto
Zapryanov. “I depositi di armi e munizioni per le esercitazioni saranno invece
dislocati a distanza dalle aree abitate dalla popolazione e dalle caserme. Si
esclude dunque lo stoccaggio di munizioni o di altri materiali pericolosi”. Ad
oggi non è noto l’ammontare delle spese previste per la base.
Il testo dell’accordo di cooperazione con le autorità italiane era stato
approvato dal gabinetto dei ministri il 13 agosto 2025. “La costruzione delle
infrastrutture militari nel territorio del distretto di Kabile è un passo
strategico in vista del rafforzamento delle capacità di difesa della Repubblica
di Bulgaria e della Nato”, riportava il testo sottoscritto dal governo di Sofia.
“Il programma è svolto per adempiere agli impegni della Repubblica di Bulgaria
quale membro della North Atlantic Treaty Organization, e consentirà di ospitare
e supportare il Multinational Battle Group della NATO, con la possibilità di una
sua espansione”.
L’accordo bilaterale italo-bulgaro è stato sottoscritto il 24 dicembre 2025 in
occasione della visita in Bulgaria del ministro della Difesa Guido Crosetto. La
firma è avvenuta all’interno della 22nd Air Base di Bezmer, scalo strategico
dell’Aeronautica militare bulgara e della NATO.
Secondo quanto riportato dagli organi di stampa locali, “l’accordo sancisce le
responsabilità dell’Italia per l’assemblaggio e l’insediamento degli edifici
residenziali, degli uffici, delle infrastrutture, degli alloggi e dei relativi
servizi, e l’opportunità di intraprendere i lavori di costruzione necessari,
anche con l’impiego delle sue forze armate”.
Le opere saranno realizzate in due fasi: nella prima si assicureranno quelle per
il dislocamento temporaneo delle truppe, mentre nella seconda si costruiranno le
infrastrutture per lo stazionamento permanente del Multinational Battle Group.
“Anche la Bulgaria contribuirà finanziariamente al progetto attraverso specifici
investimenti”, ha dichiarato il portavoce del governo bulgaro. “Accordi tecnici
aggiuntivi e annessi tra le due parti saranno sviluppati successivamente”.
Nel corso della sua visita in Bulgaria, il ministro Crosetto ha discusso con il
collega Atanas Zapryanov le modalità di un ulteriore rafforzamento della
cooperazione in campo militare. “Soddisfazione è stata espressa dal ministro per
la firma dell’Accordo per realizzare e gestire congiuntamente le infrastrutture
nell’area di Kabile”, riporta la nota stampa della Difesa. “Crosetto ha
ringraziato per il supporto fornito al contingente italiano presso la Novo Selo
Training Area, dove l’Italia opera al comando del Multinational Battle
Group. Condivisa la volontà di rafforzare la collaborazione in ambito operativo,
addestrativo e formativo, con particolare attenzione alle minacce ibride anche
nell’ottica di un’auspicata cooperazione strategica nel settore dell’industria
della difesa. Positiva la valutazione del dispositivo sul fianco Est
dell’Alleanza, con conferma di una postura ferma e orientata alla prevenzione
delle escalation”.
Dopo l’incontro con la controparte, Guido Crosetto ha partecipato alla messa e
al pranzo natalizio con i militari italiani presso la base di Novo Selo. Dal
2022 l’Esercito Italiano è impegnato in Bulgaria nella missione NATO “Enhanced
Vigilance Activity (eVA)”, guidando il Multinational Battle Group, iniziativa
voluta dall’Alleanza per “rafforzare la deterrenza e la difesa sul fianco est a
seguito dello scoppio delle ostilità tra Russia ed Ucraina”. Nell’ambito della
missione NATO le unità italiane Italiano svolgono anche attività addestrative
congiunte con l’Esercito bulgaro e di altri paesi alleati. Attualmente l’Italia
schiera in Bulgaria 740-750 militari dell’82° Reggimento di fanteria “Torino”
della Brigata Pinerolo dell’Esercito.
Il Battle Group inter-alleato schiera complessivamente 1200-1300 militari. Nei
piani NATO il battaglione dovrebbe essere elevato a brigata, con 5.000 unità. Da
qui l’esigenza di realizzare una nuova grande base a Kabile.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 2 novembre 2026,
https://pagineesteri.it/2026/02/02/medioriente/sorgera-in-bulgaria-la-prima-base-militare-italiana-in-est-europa/
Doppia missione simultanea di US Air Force e NATO dalla Sicilia stamani martedì
3 febbraio 2026.
Un aereo radar E-3A Sentry AWACS della NATO dopo essere decollato dalla base di
Trapani Birgi ha raggiunto la Polonia orientale per monitorare lo spazio aereo
ucraino.
Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B Global Hawk in
dotazione all'Aeronautica Militare degli Stati Uniti d'America che si è poi
posizionato in volo sul Mar Nero.
Non era mai accaduto che le due maggiori installazioni militari USA e NATO
esistenti in Sicilia operassero congiuntamente per attività di intelligence e
sorveglianza anti-Russia a sostegno delle forze armate ucraine.
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 3 febbraio 2026,
https://www.stampalibera.it/2026/02/03/la-sicilia-va-alla-guerra-in-ucraina-oggi-doppia-missione-simultanea-di-us-air-force-e-nato-dalla-sicilia/
Si rafforza l’ipotesi di un’opzione militare USA anti-Iran. Il Comando Centrale
unificato delle forze armate degli Stati Uniti (U.S. Centcom) con un laconico
comunicato ha reso noto che nella giornata di lunedì 18 gennaio sono stati
trasferiti i cacciabombardieri F-15 “Strike Eagle” del 494th Expeditionary
Fighter Squadron di US Air Force, dallo scalo britannica di Lakenhealth ad una
base aerea del Medio oriente. “La presenza degli F-15 rafforza la prontezza al
combattimento e promuove la sicurezza e la stabilità regionale”, conclude U.S.
Centcom.
Grazie al monitoraggio dei tracciati radar nello spazio aereo mediterraneo, la
rivista specializzata Defense Security Asia ha accertato che i cacciabombardieri
sono stati trasferiti nella base militare di Muwaffaq Salti ad Azraq, Giordania.
“Sono perlomeno dodici gli F-15 “Strike Eagle” USA giunti nella base aerea
giordana”, aggiunge Defense Security Asia. “Insieme ad essi hanno volato dal
Regno Unito anche quattro aerei cisterna KC-135 “Stratotanker” di US Air Force
per il rifornimento in volo”.
I cacciabombardieri F-15 includono le due varianti recentemente rinnovate per la
superiorità aerea e le missioni d’attacco in profondità, mentre i velivoli
tanker assicureranno l’estensione geografica e temporale delle attività aeree
USA fino all’Iraq e al nord della Penisola Arabica, rafforzando le capacità di
pattugliamento aereo e di strike.
La base giordana di Muwaffaq Salti è stata già impiegate dalle forze armate
statunitensi nelle più recenti campagne militari contro Teheran per contrastare
le operazioni aeree, missilistiche e dei velivoli senza pilota.
Un ufficiale delle forze armate USA ha confermato a Defense Security Asia il
dislocamento degli assetti da guerra nel Regno di Giordania ma ha negato che
esso rappresenti un “cambio della postura di Washington in Medio oriente a
seguito delle proteste scoppiate a Teheran”. Secondo l’interlocutore
statunitense il trasferimento degli F-15 nella regione mediorientale è solo una
“rotazione di routine” e non “accresce la forza USA nella regione”.
Di diverso avviso gli analisti della testata giornalistica. “Il movimento degli
F-15 e degli aerei cisterna rappresenta un’escalation nella presenza militare di
Washington in Medio oriente, delle sue capacità di deterrenza e di prontezza
operativa in un momento in cui si intensificano le tensioni con l’Iran e cresce
l’instabilità regionale”, commenta Defense Security Asia. “Il dislocamento dei
caccia F-15 in Giordania rafforza in modo significativo la potenza di
combattimento aereo USA ai confini occidentali dell’Iran, rende ancora più
rapido l’accesso allo spazio aereo dell’Iraq, della Siria e dell’Iran, pur
mantenendo una distanza sufficiente a mitigare i rischi rappresentati dai
missili balistici e dai droni a lungo raggio iraniani”.
Oltre all’invio in Giordania dei velivoli d’attacco e degli aerei cisterna di US
Air Force, è stato documentato nei giorni scorsi un intenso traffico aereo da
alcune basi degli Stati Uniti d’America e da quella britannica di Mildenhall
verso il Medio oriente. In particolare sono stati tracciati i voli dei grandi
aerei da trasporto C-17 “Globemaster” III e C-5M “Galaxy”, impiegati di norma
per trasferire mezzi e veicoli da guerra, armi, munizioni e reparti di pronto
intervento. “Questi transiti sono un ulteriore segnale che Washington sta
rafforzando non solo le proprie capacità belliche ma anche quelle logistiche, di
sostentamento e comando e controllo nel teatro mediorientale”, aggiungono gli
analisti militari.
Tra i velivoli USA monitorati in volo nella regione ci sono anche i temibili
quadrimotori AC-130J “Ghostrider” impiegati come cannoniere volanti (per questo
noti anche come Angeli della morte).
Il Dipartimento della Difesa ha accresciuto pure le operazioni di intelligence,
riconoscimento e sorveglianza dello spazio aereo, terrestre e marittimo
mediorientale impiegando in particolare i pattugliatori P-8A “Poseidon” di US
Navy schierati stabilmente nella base siciliana di Sigonella. Nell’area del
Golfo Persico si sta anche rafforzando la presenza navale USA: al gruppo da
combattimento guidato dalla portaerei nucleare USS Theodore Roosevelt già
operativo nel Mar Rosso, si sta per sommare anche quello con a capo la portaerei
USS Abraham Lincoln. Nei giorni scorsi il Pentagono ha ordinato il trasferimento
del gruppo d’attacco composto dalla “Lincoln” e da cacciatorpediniere
lanciamissili della classe “Arleigh Burke” dal Mar Cinese Meridionale alle acque
mediorientali.
Il 12 gennaio, l’U.S. Central Command (CENTCOM) ha reso nota la costituzione
nella base aerea Al Udeid in Qatar di un nuovo Centro di difesa anti-missile
(Middle Eastern Air Defense – Combined Defense Operations Cell (MEAD-CDOC) per
“rafforzare il coordinamento e la difesa integrata in Medio Oriente”. La nuova
struttura vede operare fianco a fianco militari USA e dei principali paesi della
regione.
Nello scalo qatariota è operativo da più di vent’anni il Combined Air Operations
Center (CAOC), centro per le operazioni aeree combinate in uno scacchiere di
guerra che comprende Siria, Iraq ed Iran. Al CAOC Al Udeid sono assegnati
reparti militari di 17 paesi tra cui l’Italia con una “cellula nazionale
interforze” (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri).
“Il MEAD-CDOC crea una struttura affidabile per lo scambio di informazioni sulle
minacce incombenti in modo da poter prevedere soluzioni collettive insieme ai
nostri partner regionali”, ha dichiarato il generale Derek France, comandante
dell’U.S. Air Force Central – AFCENT.
L’inaugurazione del MEAD-CDOC in Qatar fa seguito all’apertura, nel corso del
2025, di altre due postazioni di comando combinati bilaterali per la “difesa”
aerea e missilistica da parte delle forze USA con Qatar e Bahrein. Le nuove
strutture fungono da hub per la pianificazione, il coordinamento e le operazioni
di difesa aerea integrata.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 22 gennaio 2026,
https://pagineesteri.it/2026/01/22/medioriente/trump-ora-vuole-lattacco-alliran-gli-usa-rafforzano-la-presenza-in-medio-oriente/
Per l’Italia della palla ovale le migliori alleate si confermano le forze
armate e le grandi aziende produttrici di armi e sistemi bellici.
Venerdì 23 gennaio lo Stato Maggiore dell’Esercito e la Federazione Italiana
Rugby (FIR) hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa volto a “rafforzare la
collaborazione tra le due istituzioni, fondata su valori condivisi quali
coraggio, disciplina, spirito di squadra, rispetto delle regole e impegno al
servizio della collettività”.
A firmare l’accordo il sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito, generale
Salvatore Cuoci, e il vice presidente vicario della Federazione Rugby, Paolo
Vaccari.
“L’intesa riconosce il valore dello sport, e in particolare del rugby, quale
strumento formativo ed educativo, parte integrante dell’addestramento militare e
della crescita personale dei giovani”, riporta l’ufficio stampa dell’Esercito
italiano. “Le caratteristiche proprie del rugby, basate su lealtà, sacrificio e
lavoro di squadra, trovano una naturale convergenza con i principi e le pratiche
della professione militare”. Sport e guerra tornano ad essere, così come ai
tempi del Ventennio, due facce della stessa medaglia.
Il Protocollo d’Intesa prevede in particolare che la FIR “dedichi all’Esercito”
una delle partite del Torneo Sei Nazioni, “assicurando una significativa
visibilità internazionale alla Forza Armata” attraverso specifiche iniziative,
tra cui il cerimoniale pre-partita, la presenza all’interno del Villaggio Terzo
Tempo e attività di rappresentanza istituzionale. È inoltre prevista la
realizzazione di operazioni di comunicazione congiunte per valorizzare le
attività.
“L’Esercito Italiano, compatibilmente con le prioritarie esigenze istituzionali,
fornirà il proprio concorso mediante assetti promozionali in occasione degli
eventi sportivi, il supporto di unità della Forza Armata per attività
addestrative e di team building a favore degli atleti delle Nazionali di rugby,
nonché la messa a disposizione di sedi militari per seminari, workshop e
iniziative formative”, aggiunge lo Stato Maggiore. “L’accordo, della durata di
tre anni, si inserisce nel quadro delle iniziative volte a promuovere la cultura
dei valori, dello sport e del servizio al Paese, rafforzando il legame tra Forze
Armate e società civile. Si prevede inoltre il sostegno allo sviluppo del rugby
dilettantistico di base attraverso l’utilizzo di idonee strutture militari”.
L’intesa punta infine a “consolidare” le attività di cooperazione già avviate
tra la Federazione Rugby e l’Esercito nel gennaio 2023, quando prese il via la
partnership alla vigilia delle gare in Italia del “Guinness Sei Nazioni” e della
preparazione della squadra in vista della Rugby World Cup 2023.
Prima dei mondiali di rugby in Francia, gli atleti convocati effettuarono uno
stage dal 13 al 16 luglio a Corvara (Dolomiti), presso il Villaggio Alpino
“Tempesti”, base dell’Esercito italiano. “Istruttori delle truppe alpine e di
altre unità specialistiche dell’Esercito si sono impegnati in intense attività
addestrative di Team Building in favore della nazionale di Rugby”, spiegò
l’ufficio stampa della Federazione sportiva. “Gli atleti della Nazionale
iniziano la loro giornata alle 6 del mattino schierati per l’alzabandiera.
Divisisi in tre gruppi è stata raggiunta la vetta del Monte Lagazuoi. A seguire
il gruppo al completo si è spostato presso Col Gallina dove ha seguito altre
attività di addestramento fino alla costruzione del bivacco per il pernotto in
quota”.
“Tutti gli atleti – aggiungeva la FIR - sono stati seguiti da personale
qualificato dell’Esercito in varie attività di addestramento tipicamente
militare, apprendendo nozioni di base per la sopravvivenza in montagna e
confrontandosi con attività quali le marce con affardellamento, il primo
soccorso, il mascheramento, l’arrampicata e la topografia con esercizi specifici
e attività di orienteering ponendo il focus anche su attività che avevano come
obiettivo di lavorare su Team Working, leadership e comunicazione efficace”.
Nonostante la dura preparazione psico-fisica a cui sono stati sottoposti i
rugbisti sotto la supervisione delle truppe alpine, i risultati in campo sono
stati a dir poco disastrosi. Alla Rugby World Cup 2023 l’Italia è uscita di
scena dopo il girone eliminatorio, collezionando due striminzite vittorie con
Uruguay e Namibia e due pesantissime batoste con Francia e Nuova Zelanda. Questi
due ultimi incontri si sono conclusi con un 60 a 7 (Francia-Italia) e un 96 a 17
(Nuova Zelanda-Italia): gli Azzurri con le stellette hanno subito cioè un punto
per ogni minuto di gioco (156 punti in 160 minuti).
Non è andata meglio la partnership FIR-forze armate il 24 febbraio 2025, in
occasione dell’incontro a Roma tra le nazionali di Italia e Francia, nell’ambito
del “Guinness Six Nations”.
“Alla presenza del Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine
Masiello e dell’omologo francese, general Pierre Schill, il tricolore Italiano e
quello d’oltralpe, seguiti dalle insegne dell’Esercito e della Federazione
Italiana Rugby sono arrivati dall’alto con i paracadutisti della brigata
Folgore”, ricordano i vertici militari italiani. “Le note dell’inno nazionale,
eseguito dalla Banda dell’Esercito, precedute dall’ingresso in campo della
fanfara dei bersaglieri e degli atleti militari che hanno portato in campo
l’ovale della partita, hanno trasportato giocatori e spettatori nel clima
competitivo dell’incontro. Fuori dal campo di gioco, i tanti tifosi hanno avuto
la possibilità di avvicinarsi ai vari stand messi a disposizione dall’Esercito
Italiano, tra questi una mostra di veicoli, il simulatore di volo dell’Aviazione
dell’Esercito, una palestra di roccia, una stazione con istruttori del Metodo di
Combattimento Militare e un percorso ginnico dedicato al military fitness”.
Uno sfoggio di potenza bellica che non ha per nulla intimidito gli atleti
d’oltralpe. Il punteggio finale dell’incontro non lascia dubbi: Francia 73,
Italia 24.
Federazione Rugby ed Esercito insieme anche per gli incontri della nazionale
femminile. In occasione della partita tra Italia e Scozia del “Guinness Six
Nations”, svoltosi a Parma il 24 aprile 2024, la bandiera tricolore, le insegne
della FIR, della Scozia e la palla ovale sono stati portati sul campo da gioco
da una rappresentanza di allievi e ufficiali dell’Accademia Militare
dell’Esercito, con tanto di inni nazionali eseguiti dalla banda dei parà della
“Folgore”.
“Il calcio d’invio è stato anticipato al mattino da una partita ufficiale del
“Trofeo del Ducato”, tappa ufficiale del campionato nazionale di Rugby Touch,
alla quale ha partecipato la squadra del gruppo sportivo dell’Accademia Militare
che ha avuto l’opportunità di confrontarsi con altre realtà sportive rugbistiche
del nord Italia”, ricorda lo Stato Maggiore. Per la cronaca l’incontro
Italia-Scozia si è concluso con una sconfitta di misura per le Azzurre di 10 a
17.
Il 28 luglio 2023 in occasione del triangolare Under 20 delle rappresentative
femminili di Italia, Irlanda e Scozia tenutosi a L’Aquila, la collaborazione
della FIR si è estesa alle grandi aziende del comparto militare industriale.
L’evento è stato organizzato infatti insieme a Thales Alenia Space Italia, la
joint venture tra due gruppi europei leader del settore aerospaziale militare,
la francese Thales (67%) e l’italiana Leonardo SpA (33%).
“Thales Alenia Space opera dal 1983 sul territorio di L’Aquila e dopo il
terremoto del 2009 ha ricostruito un nuovo stabilimento che ha inaugurato nel
2013, simbolo di una rinascita industriale nonché del proseguimento di un
cammino nell’alta tecnologia, con nuove opportunità e nuove ambizioni
industriali che pongono l’azienda in assoluto primo piano nel comparto spaziale
europeo”, ricorda enfaticamente l’ufficio stampa della Federazione Rugby.
“Quest’anno Thales Alenia Space celebra 40 anni di attività spaziale e 10 anni
dall’inaugurazione del nuovo stabilimento”.
Le Azzurrine hanno vinto il triangolare in terra abruzzese, anche se il torneo
“non era valido per il riconoscimento della presenza internazionale”, come ha
specificato la stessa Federazione Rugby. Poca importa. Quel che è necessario è
invece rimarcare in ogni occasione che la palla ovale in Italia si è affidata
ormai agli artigli delle forze armate. “La collaborazione con la FIR – enfatizza
lo Stato Maggiore - è volta a promuovere attivamente su tutto il territorio
nazionale i valori che il mondo del rugby e l’Esercito condividono, sinonimo di
impegno, disciplina e rispetto: aspetti che mettono alla prova le nuove
generazioni, le aiutano a superare limiti, nutrire speranze e realizzare sogni,
contribuendo alla crescita individuale e collettiva”.
Il rugby per affermare la cultura della “difesa” e legittimare e normalizzare la
guerra in un paese sempre più armato e belligerante.
Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le
responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma
del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche,
energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.
«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il
corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo,
insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista
per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul
disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.
È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università.
Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla
striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte
per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed
espulso.
Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità
dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle
armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo
della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente,
l’industria della ricostruzione.
Contro la cultura della morte
Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto
sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra
prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre –
dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso
(Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno
e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili
Cruise.
Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei
diritti umani.
Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in
America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A
Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di
accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un
progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in
Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la
prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo
progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».
Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi
sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area
mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più
recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica
delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo
italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione
dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.
Freedom flotilla
Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la
marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione
italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal,
e nel, nostro Paese.
È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom
flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati,
difensori dei diritti umani e giornalisti.
La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia
marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di
Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due
giorni di detenzione, espulsi.
Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di
interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta
nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino
Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo,
sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava
monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal
cancro. È stato una figura straordinaria».
Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il
blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del
diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e
farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».
Handala, il bambino di spalle
A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di
Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti
di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.
Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli
italiani, ma anche di quelli palestinesi».
Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio
dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone:
inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10
anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la
schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il
suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo
volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai
palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.
«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».
Genocidio, crimine collettivo
«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo
centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per
raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene
denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale
Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre
scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze
politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e
finanziari».
In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste
sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo
tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre
scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia
del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima
con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e
l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.
La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online
aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul
canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha
approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei
palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto
internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi
relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è
successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.
L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni
con Israele, ma le mantiene floride.
Armi e addestramento
Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti
che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa
dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e
Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i
palestinesi in Cisgiordania.
«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico
di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa,
aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia
F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte
delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione
di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.
Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del
Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore
delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della
Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione
dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.
Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha
acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada,
produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono
montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello
dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il
controllo del territorio di Gaza.
Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia
da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina
militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.
Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone
usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».
Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export
dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di
vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le
nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi
israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei
di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita
di missili anticarro Spike.
Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export
di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la
nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si
addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.
In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era
accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».
Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo
di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di
Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite
d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li
usa sistematicamente».
Cyber security
Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber
security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la
vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende
private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende
israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori
umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda
israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono
presenti ovunque.
C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe,
un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a
Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del
Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike
Pompeo, ex capo della Cia».
Banche, media, energia
Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche:
Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice:
«Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di
armi. Non solo italiano, ma internazionale».
E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori
sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il
genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte
forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I
motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con
Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».
«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del
4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa
britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord.
Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana
fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È
una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la
maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.
Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa
con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati
più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non
siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.
Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7
ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo
orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il
diritto internazionale acque interne palestinesi.
Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata
giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il
“concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o
cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».
Università e ricerca
Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori
università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo
importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e
tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.
Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo,
della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria
e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di
pulizia etnica.
Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.
Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di
israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è
nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza
araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le
distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia
all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la
guerra».
Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso
militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette
insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche
da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta
realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la
Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona
parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche
la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.
In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La
Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso
militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due
scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da
guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso
di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori
degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele
si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme
pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande
capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a
Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte
accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece
di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui
territori, forniscono aiuti ai militari».
Shock economy
Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende
di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi
sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo
palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che
gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei
luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e
per i ricchi occidentali».
E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo
continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale
e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.
Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e
urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del
sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne
convinco, e me ne vergogno».
Intervista a cura di Luca Lorusso, pubblicata l’1 gennaio 2026 su Missioni
Consolata,
https://www.rivistamissioniconsolata.it/2026/01/01/le-mani-insanguinate/
Sono fabbricati dall’azienda israeliana Axon Vision e dalla Leonardo DRS,
società controllata dall’holding industriale italiana con quartier generale in
Virginia
Nuovi sistemi di intercettazione anti-drone per le forze armate degli Stati
Uniti d’America. A sperimentarli e produrli insieme l’azienda israeliana Axon
Vision e Leonardo DRS, società controllata dall’holding industriale italiana con
quartier generale in Virginia.
Secondo quanto rivelato dalla testata specialistica Israel Defense, Axon Vision
ha ricevuto un primo ordine da Leonardo DRS per il valore di 350.000 dollari per
un set iniziale di un sistema dimostrativo per l’individuazione, tracciamento e
intercettazione di droni aerei ad alta velocità (C-UAS).
I sistemi anti-droni saranno sperimentati durante alcuni test a favore delle
forze armate statunitensi per provarne l’efficacia in un loro pronto uso in
scenari bellici.
Le nuove tecnologie sono pensate per contrastare l’impiego di minacce aeree a
pilotaggio remoto contro piattaforme terrestri (carri armati, blindati, ecc.),
grazie all’impiego di processori e applicazioni basati sull’Intelligenza
Artificiale (AI).
“L’ordine rappresenta una pietra miliare nella partnership strategica stabilita
alla fine del 2025, che integra l’esperienza operativa di Leonardo DRS con le
tecnologie AI già provate sul campo da Axon Vision”, ha dichiarato il presidente
del consiglio di amministrazione dell’azienda israeliana, l’ex generale
dell’esercito Roy Ritfin.
“Siamo lieti che Leonardo DRS, una società leader nel settore militare negli
Stati Uniti d’America, abbia riconosciuto il nostro sistema come uno dei più
efficaci per proporlo alle forze armate USA”, ha aggiunto Roy Riftin.
“Quest’ordine riflette la naturale evoluzione della nostra collaborazione e la
crescente domanda di soluzioni globali militari basate sull’Intelligenza
Artificiale”.
L’accordo di cooperazione industriale tra Axon Vision e la controllata di
Leonardo era stato annunciato ai primi di dicembre 2025 dall’azienda israeliana.
“Offriremo soluzioni congiunte per sistemi avanzati caratterizzati da
consapevolezza situazionale, letalità e capacità di sopravvivenza con
particolare enfasi sui Counter-UAS (anti-droni) per il mercato militare USA”, ha
dichiarato il management israeliano.
“Il memorandum di collaborazione appena sottoscritto prevede la fornitura da
parte di Leonardo DRS di sensori e sistemi avanzati e da Axon Vision di
tecnologie automatizzate basate sull’Intelligenza Artificiale. Insieme, le due
società intendono produrre sistemi da combattimento che supportino sensori e
processori dati a bande elevate e bassa latenza, per essere impiegati
principalmente nel contrasto anti-droni”.
Le attività di collaborazione tra Axon Vision e Leonardo DRS erano state avviate
in verità già alcuni anni prima. Applicazioni AI dell’azienda israeliana erano
state adottate dalla controllata di Leonardo per i sistemi radar e i sensori
ottici di propria produzione.
Come ricorda ancora Israel Defense, in occasione dell’ultima esposizione
dell‘Association of the United States Army (AUSA), le due società avevano
presentato piattaforme terrestri a pilotaggio remoto equipaggiate con payload
modulari di Leonardo DRS integrate da soluzioni con Intelligenza Artificiale di
Axon Vision.
Con quartier generale a Tel Aviv, la società partner di Leonardo è stata fondata
nel 2017 da tre veterani delle unità tech delle forze armate israeliane, Ido
Rozenberg, Raz Roditti e Michael Zolotov,
Axon Vision è specializzata nella fornitura di soluzioni automatizzate per
piattaforme terrestri, aeree e marittime militari, in particolari droni aerei
Edge e loitering munitions (droni kamikaze) già in dotazione delle IDF (Israel
Defense Forces).
Tra i suoi maggiori clienti, oltre al ministero della Difesa israeliano
compaiono le due maggiori corporation industriali-militari dello Stato ebraico,
IAI - Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems.
Importanti commesse sono state ottenute anche nel vecchio continente.
Recentemente Axon Vision ha ricevuto un ordine del valore di 800.000 dollari da
un’agenzia militare europea per il suo sistema EdgeSA (Situational Awareness).
Complessivamente nel 2025 la società israeliana ha ottenuto ordini in Europa per
più di 1,2 miliardi di dollari. Sono state fornite in particolare applicazioni
per i carri armati tedeschi “Leopard” e per i veicoli da combattimento CV90
della fanteria svedese.
Le applicazioni di guerra AI prodotte da Axon Vision sono impiegate dai mezzi
israeliani che perpetuano il genocidio contro la popolazione palestinese di
Gaza. Nello specifico il sistema Edge 360 di Axon è stato installato sui
blindati israeliani che occupano la Striscia di Gaza.
“Il sistema identifica eventuali minacce provenienti da tutte le direzioni,
velocizzando il processo decisionale e consentendo al guidatore di analizzare
nel migliore dei modi quanto accade”, enfatizzano i manager della società di
Israele.
L’Edge 360 è stato consegnato all’IDF alla vigilia dell’escalation militare
contro Gaza avviata dopo l’attacco di Hamas (7 ottobre 2023).
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 18 gennaio 2026,
https://www.africa-express.info/2026/01/18/usa-israele-nuovi-sistemi-di-intercettazione-droni/
La holding delle armi Leonardo consolida i propri affari con il Pentagono
grazie alla partnership con una delle start up israeliane coinvolte nel
genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza.
A fine 2025, Italian Defense Tecnologies, testata in lingua inglese che segue la
produzione bellica italiana, ha reso noto che Leonardo DRS ha ottenuto il primo
posto nella competizione lanciata dal Dipartimento della Difesa per lo sviluppo
di un innovativo sistema elettronico anti-droni per le forze armate USA.
Durante una serie di test che si sono svolti presumibilmente nel mese di giugno
2025 presso il poligono di Yuma (Arizona) con il coordinamento del Joint
Counter-small Unmanned Aircraft Systems Office di US Army (1), la controllata di
Leonardo che ha sede ad Arlington, Virginia, ha presentato il sistema avanzato
“Ring C-UxS” che sfrutta un sofisticato apparato elettronico con radio frequenze
in grado di intercettare, identificare e distruggere droni “nemici” provenienti
da terra, dall’aria e dal mare.
“I sistemi anti-droni di difesa aerea testati rafforzano la capacità di
protezione negli odierni campi di battaglia, dinamici e complessi”, spiegano i
manager di Leonardo DRS. “Insieme al nostro partner tecnologico, Regulus,
abbiamo primeggiato nel test incentrato sulla capacità di
rilevare-identificare-tracciare-distruggere due gruppi di droni aerei”.
Il sistema “Ring” fa leva sull’individuazione di radio frequenze grazie ai
sistemi di navigazione globale satellitare e sulla manipolazione dei data link
per contrastare le minacce di velivoli a pilotaggio remoto sia “civili” che
militari. (2)
Fino ad oggi le dichiarazioni di Leonardo DRS sulla potenziale commessa con il
Pentagono per la fornitura del “Ring C-UxS” e la stretta collaborazione con la
start up Regulus sono state riprese solo da Italian Defense Tecnologies, quasi
tre mesi dopo un comunicato emesso dall’ufficio stampa dell’azienda
italo-statunitense.
La nota sul “successo” dei test del sistema anti-droni con l’Esercito USA risale
infatti al 9 ottobre 2025, data che coincide casualmente con la firma
dell’accordo tra Hamas e lo Stato di Israele sul fittizio “cessate il fuoco” a
Gaza, imposto dall’amministrazione Trump. (3)
E appunto il partner strategico di Leonardo DRS per questo affare, Regulus
Cyber, ci riporta alle tragedie consumatesi nella Striscia di Gaza e alle
responsabilità genocidiarie del complesso militare industriale israeliano.
Con quartier generale a Tel Aviv, Regulus Cyber è una delle maggiori start up
israeliane impegnate nella ricerca e sviluppo di tecnologie impiegate nel campo
della cybersecurity e dei droni di guerra.
Fondata nel 2016 da Yonathan Zur e Yoav Zangvil (già manager di importanti
gruppi industriali aerospaziali israeliani), Regulus Cyber ha raccolto fondi per
oltre 4 milioni di dollari da società finanziarie internazionali come Sierra
Ventures (California, Stati Uniti d’America) e F2 Venture Capital (uno dei
maggiori fondi di investimento di Israele).
Tra i finanziatori di Regulus compare poi l’Istituto tecnologico ed
ingegneristico Technion di Haifa, all’avanguardia nella sperimentazione e
produzione dei più innovativi sistemi di guerra di Israele.
“Siamo partner di tutte le maggiori aziende del settore difesa israeliani,
inclusi Rafael, Elbit Systems (Elisra) e Israel Aerospace Industries IAI
(ELTA)”, riporta Regulus Cyber sul sito internet istituzionale. “Negli Stati
Uniti d’America siamo partner di Leonardo DRS e stiamo lavorando con l’Irregular
Warfare Support Sirectorate Office (IWTSD) del Dipartimento della Difesa”. (4)
In Israele Regulus Cyber vanta pure una stretta collaborazione con SkyLock,
azienda di Avnon Group (Petah Tiqwa), all’avanguardia nel campo dei velivoli a
pilotaggio remoto e dell’Intelligenza Artificiale applicata ai sistemi da
combattimento. In Europa il partner più rilevante è Hensoldt AG, società tedesca
attiva nel campo dei sensori per applicazioni nel settore difesa e sicurezza.
(5)
Per la cronaca, all’inizio del 2022 Leonardo DRS ha acquisito il 25,1% del
capitale sociale di Hensoldt AG. Nello stesso anno, ancora Leonardo DRS si è
fusa con la società israeliana Rada Electonics Industries, leader nella
produzione di sistemi elettronici e apparati radar militari (sede centrale e
stabilimenti a Netanya). (6)
Tra le applicazioni belliche più sviluppate da Regulus Cyber c’è proprio il
sistema antidroni “Ring C-UxS”. “Ring” è una delle soluzioni per distruggere i
droni più efficace e flessibile”, spiegano i ricercatori della start up
israeliana. “Sono già centinaia i sistemi attualmente operativi nei campi di
battaglia, in varie piattaforme e località, in quanto possono essere installati
rapidamente e facilmente. I “Ring” sono stati testati in combattimento contro
minacce aeree, terrestri e navali: hanno fermato di tutto, dai singoli droni
commerciali, agli stormi di droni dark e di attacco”. (7)
Gli anti-droni “Ring“ si integrano facilmente con i vari sistemi di comando e
controllo (C2), radar ed altri sensori elettronici. Pesano meno di 7 kg e
possono essere trasportati senza problemi o telecomandati da un singolo soldato.
(8) Il sistema “Ring” è stato adottato dalle forze armate israeliane e da quelle
di alcuni paesi NATO.
Regulus Cyber è tra le start up che più ha beneficiato degli ingenti
finanziamenti che il ministero della Difesa di Tel Aviv ha stanziato subito dopo
l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’avvio delle sanguinose operazioni
militari dell’IDF (Israel Defence Force) contro la Striscia di Gaza. Nello
specifico la start up ha sviluppato soluzioni cyber per i sistemi di navigazione
satellitare GNSS/GPS adottati dalle forze armate israeliane.
Un paio di mesi prima del fatidico 7 ottobre, Regulus aveva lanciato il sistema
“Ring ARM-V” per la “protezione” di carri armati e blindati dagli attacchi dei
droni, fino ad una distanza di 1,000-5.000 metri. Anche questo sistema ha avuto
il battesimo di fuoco nelle operazioni belliche a Gaza. (9)
Il ruolo chiave di Regulus Cyber nel genocidio in atto contro il popolo
palestinese è enfatizzato sul magazine online della società di investimenti F2
Venture Capital. “L’industria globale della difesa vede nella guerra di Israele
contro Hamas una vetrina per mostrare le migliori soluzioni contro le moderne
minacce alla sicurezza”, esordisce f2vc.com. “L’uso di droni da parte dei
terroristi ha sottolineato la necessità di un’efficiente tecnologia anti-droni
da indirizzare su scenari del mondo reale. Il sistema “Ring GPS” di Regulus
Cyber, che utilizza tecnologie uniche GPS per annullare le minacce, è emerso
come una soluzione a cui ricorrere. Le sue dimensioni compatte e la facilità
nell’impiego ne fanno il sistema ideale per gli scenari oggi in atto ai confini
di Israele ed oltre”.
La testata online di F2 Venture Capital ricorda inoltre che Regulus ha condotto
“molteplici test e valutazioni” in partnership con il Ministero della Difesa e
le forze armate di Israele “prima del 7 ottobre”.
“Regulus ha anche fornito loro alcuni sistemi di minore dimensione che hanno già
dimostrato la loro efficacia in tempi antecedenti allo scoppio della guerra”,
aggiunge f2vc.com. “In risposta alla improvvisa crescita della domanda, il team
di Regulus che include operatori che lavorano da remoto, ha adottato un
approccio ancora più agile. Essi si sono adattati operativamente per offrire
componenti in ordini molto più ampi e per viaggiare in tutto il paese per
installare i sistemi e fornire il supporto tecnico. Il team sta anche lavorando
24 ore al giorno, sette giorni la settimana, per andare incontro alle nuove
commesse”. (10)
Lo scorso mese di agosto una ricerca pubblicata da The Irish Times ha
documentato come l’Unione Europea ha continuato a finanziare direttamente o
indirettamente il complesso militare industriale israeliano, nonostante le
sempre più evidenti prove dei crimini compiuti nella Striscia di Gaza.
Tra i maggiori beneficiari dei fondi UE compare proprio F2 Venture Capital,
attraverso l’European Investment Fund. “F2 Capital ha investito in Regulus
Cyber, azienda coinvolta nella fornitura delle più importanti componenti
militari alle forze armate israeliane”, riporta The Irish Times. “F2 ha
annunciato che i sistemi anti-drone di Regulus sono stati impiegati
massicciamente negli attacchi non provocati del giugno 2025 contro obiettivi
militari e nucleari iraniani”. (11)
Note
1)
https://www.army.mil/article/278404/joint_counter_small_uas_office_conducts_successful_counter_drone_swarm_demonstration
2)
https://www.italiandefencetechnologies.com/leonardo-drs-wins-first-place-in-dod-counter-uas-competition-reinforcing-leadership-in-air-defense-capabilities-for-the-u-s-military/
3)
https://www.leonardodrs.com/news/press-releases/leonardo-drs-wins-first-place-in-dod-counter-uas-competition-reinforcing-leadership-in-air-defense-capabilities-for-the-u-s-military/
4) https://regulus.com/about-regulus/
5)
https://www.edrmagazine.eu/regulus-cyber-of-israel-unveils-its-ring-r1-c-uas-system
6)
https://www.analisidifesa.it/2022/06/leonardo-drs-annuncia-la-fusione-dellisraeliana-rada-electronics-industries/
7) https://regulus.com/
8) https://www.enforcetac.com/en/exhibitors/regulus-2476107
9)
https://en.globes.co.il/en/article-israeli-startups-provide-idf-with-vital-tech-advantage-1001486873
10)
https://www.f2vc.com/insights/regulus-cyber-the-israeli-startup-that-created-an-irone-dome-for-drones
11)
https://english.almayadeen.net/news/Economy/how-eu-funding-continues-to-support-israeli-military-technol
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 13 gennaio 2025,
https://pagineesteri.it/2026/01/13/in-evidenza/commesse-dipartimento-difesa-usa-la-leonardo-al-primo-posto-sistemi-anti-droni/
“Alle ore 12.30 locali di sabato 10 gennaio 2026, le unità aeree del Comando
Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (CENTCOM), insieme alle
forze dei paesi partner, hanno condotto attacchi in larga scala contro multipli
obiettivi ISIS attraverso la Siria”.
Con una nota ufficiale, il Dipartimento della Difesa USA ha confermato i vasti
bombardamenti effettuati ieri nel paese mediorientale.
A partire dal 19 dicembre 2025, l’amministrazione Trump ha dato il via in Siria
alla cosiddetta operazione “Hawkeye Strike” in risposta ad un attacco sferrato
cinque giorni prima da presunte milizie filo-ISIS nei pressi della città di
Palmira, in cui hanno perso la vita due militari e un interprete civile
statunitensi.
“Gli odierni bombardamenti che hanno colpito l’ISIS in tutto il territorio
siriano sono parte del nostro costante impegno per sradicare il terrorismo
Islamico contro i nostri combattenti, prevenire futuri attacchi e proteggere le
forze americane e dei partner nella regione”, aggiunge il Pentagono. “Le forze
armate USA e della coalizione rimangono risolute nel perseguire i terroristi che
cercano di fare del male agli Stati Uniti d’America”.
“Il nostro messaggio vuole essere forte: se tu colpisci i nostri militari, ti
troveremo e ti uccideremo in qualsiasi parte del mondo, non importa quanto
duramente tu provi ad eludere la giustizia”.
Fin qui la nota truce e minacciosa dei vertici militari USA.
Washington ha esplicitato come le operazioni militari in Siria vengano svolte in
stretta collaborazione con i propri partner, ma non ha voluto indicare la loro
identità.
E’ certo però che ai bombardamenti USA in Siria stia dando il proprio supporto
logistico l’Aeronautica Militare italiana.
Il giorno precedente al massiccio strike rivendicato dal Pentagono (venerdì 9
gennaio), il sito specializzato ItaMilRadar che traccia il traffico aereo
militare nell’area mediterranea e mediorientale, ha documentato il prolungato
volo di un aereo tanker Boeing KC-767A dell’Aeronautica Militare (codice di
registro, MM62229 – c/s GOSSIP12), impegnato nelle operazioni di rifornimento in
volo, in particolare sullo spazio aereo della Siria centrale, nella regione di
Palmira.
Il velivolo italiano è decollato dalla base militare di Ali Al Salem, in Kuwait,
dove ha quartier generale il Comando della task force dell’Aeronautica Militare
che coordina le operazioni nazionali anti-ISIS in Iraq e Siria.
“A differenza delle precedenti sortite limitate allo spazio aereo più sicuro,
questa missione si è svolta nelle profondità del teatro siriano e appare
strettamente legata alle operazioni in atto da parte della coalizione militare
contro l’ISIS”, commentano gli analisti di ItaMilRadar.
“Ciò rappresenta una notevole evoluzione rispetto le numerose missioni
precedenti dei velivoli per il rifornimento in volo dell’Aeronautica Militare
italiana in connessione con lo sforzo della coalizione internazionale”, aggiunge
ItaMilRadar. In passato, infatti, le attività italiane erano state condotte
sullo spazio aereo iracheno e lungo i suoi confini con la Siria. “Il
rifornimento in volo direttamente sopra l’area di Palmira posiziona il tanker
italiano molto più vicino al cuore operativo delle odierne attività aeree della
coalizione”, annotano gli analisti.
“Posizionare gli aerei cisterna sopra l’area di Palmira, ripetutamente impiegata
nei mesi scorsi come corridoio logistico ed operativo dell’ISIS, consente ai
cacciabombardieri e ai velivoli d’intelligence della coalizione di estendere i
tempi di permanenza in volo, ridurre i vincoli di transito e mantenere una
pressione costante sugli obiettivi nemici”, spiega ItaMilRadar. “Per l’Italia,
tutto ciò conferma la rilevanza pratica ed operativa della sua flotta di
rifornimento aereo, che rimane uno degli attori più richiesti all’interno delle
campagne aeree multinazionali”.
“Mentre l’Italia non conduce strike cinetici in Siria, il suo contributo alle
operazioni di rifornimento costituisce un moltiplicatore di forze critico”,
concludono gli analisti di ItamilRadar. “Missioni come quella del 9 gennaio
consentono agli aerei alleati di operare più a lungo, raggiungere obiettivi più
profondi e mantenere una presenza persistente su aree contese senza doversi
basare esclusivamente su basi regionali (…) La flotta italiana dei KC-767A
rimane un elemento indispensabile delle campagne aeree, consentendo una
pressione sostenuta contro ciò che resta delle milizie jihadiste”.
L’Italia è in guerra in Siria senza che nessuno lo abbia mai detto agli
italiani.
Industrie di sistemi militari dello Stato ebraico fanno affari d'oro con Rabat.
Sistemi missilistici di ultima generazioni pronti per colpire i "ribelli"
saharawi
Missili terra-aria made in Israel per le forze armate del Marocco.
Fonti militari di Rabat confermano che è diventato pienamente operativo il
sistema di “difesa” aerea e antimissile BARAK MX prodotto dalla holding
industriale bellica IAI - Israel Aerospace Industries.
Rabat aveva ordinato in Israele il sistema missilistico nel 2023. Valore
presunto della commessa 540 milioni di dollari.
Il BARAK MX è stato progettato per contrastare un ampio ventaglio di minacce
aeree fino ad una distanza di 150 km.: velivoli senza pilota, cacciabombardieri,
missili da crociera e balistici.
Secondo la testata specializzata Israel Defense, le forze armate marocchine
impiegheranno il sistema missilistico come una specie di “Iron Dome” (scudo di
ferro) nel deserto del Sahara, specialmente nelle aree più “sensibili” del sud
del Paese.
La piena operatività del BARAK MX è stata raggiunta in tempi record perché le
autorità di Rabat temono le “crescenti attività ostili” nella regione
meridionale da parte di attori non statali che utilizzano droni e altre armi
d’attacco guidate da remoto.
“Uno di questi gruppi armati è rappresentato dal Fronte Polisario,
organizzazione separatista che opera dai campi profughi presenti nella
confinante Algeria”, riporta Israel Defense, omettendo di ricordare che in quei
campi vive da più di 50 anni la popolazione Saharawi espulsa con la forza dopo
l’occupazione militare dell’ex Sahara spagnolo da parte del Marocco.
L’acquisto del sistema BARAK MX si inquadra all’interno delle sempre più strette
relazioni diplomatico-militari tra il Marocco e Israele. La partnership si è
sviluppata a seguito della firma dei cosiddetti “Accordi di Abramo” nel 2020 e
non si è incrinata dopo l’attacco genocida di Tel Aviv contro i palestinesi
della Striscia di Gaza.
Secondo il SIPRI, l’autorevole istituto internazionale di ricerca sui temi della
pace di Stoccolma, lo Stato di Israele è divenuto il terzo esportatore di armi e
apparecchiature militari al Marocco, conquistando una fetta del mercato pari al
10% di tutte le acquisizioni del Regno.
Lo scorso mese di agosto, nella regione orientale del paese nordafricano,
l’esercito ha testato il nuovo missile supersonico “Extra” prodotto da Elbit
Systems Ltd, altra importante azienda israeliana del settore aerospaziale, con
quartier generale ad Haifa.
Le forze marocchine hanno dichiarato che con l’adozione di questo nuovo sistema
d’arma, saranno rafforzate le capacità di strike in profondità.
Gli “Extra” di Elbit System sono razzi di artiglieria da 306 mm; possono
trasportare testate esplosive da 120 kg e colpire centri di comando e
comunicazione ed installazioni protette.
Sempre con la stessa azienda di Haifa, le autorità militari marocchine hanno
firmato di recente un contratto per la fornitura di 36 semoventi ruotati di
artiglieria ATMOS (Autonomous Truck Mounted Howitzer System).
Gli ATMOS, avio trasportabili, sono dotati di cannoni da 155 mm, in grado di
sparare fino ad otto colpi al minuto ed ingaggiare bersagli entro un raggio di
circa 40 km.
Anche la Marina del Regno del Marocco è intenzionata a dotarsi di sistemi
missilistici di produzione israeliana. Le proprie unità navali potrebbero
armarsi fin dai prossimi mesi di missili “Spike NLOS” (Non-Line-of-Sight)
realizzati da Rafael Advanced Defense Systems.
Gli “Spike NLOS” sono in grado di colpire obiettivi navali o terrestri con un
raggio d’azione di 32 Km.
A bordo delle unità marocchine è già operativa una versione meno sofisticata
degli “Spike”, nota con la sigla “LR II”, la cui consegna è stata completata nel
giugno 2025.
La Marina Militare di Rabat sta pure valutando la possibilità di acquisire una
versione navale del sistema missilistico sviluppato da IAI - Israel Aerospace
Industries, il BARAK 8. Si tratta di un’arma superficie-aria a lungo raggio,
anch’essa in grado come il BARAK MX di intercettare e distruggere in volo aerei,
droni e missili.
Il Marocco non è solo un cliente del complesso militare-industriale israeliano.
Lo scorso mese di novembre, a Benislmane, nell’area industriale di Casablanca, è
stato inaugurato uno stabilimento per la produzione dei droni kamikaze SPY X.
Lo stabilimento è di proprietà dell’azienda aerospaziale BlueBird Aero Systems
Ltd. con quartier generale nel parco industriale di Emek-Hefer, distretto
centrale di Israele, interamente controllata da IAI.
Buona parte della produzione a Benislmane avrà come acquirenti le forze armate
marocchine; il resto finirà nel mercato africano.
Gli SPY X possono essere impiegati senza la necessità di disporre di ampie piste
di decollo. Hanno un duplice uso: possono fare da velivoli a pilotaggio remoto
per attività di intelligence, sorveglianza e riconoscimento, o da veri e propri
droni killer/kamikaze per colpire target fino a 50 km di distanza.
Nel settembre 2022, dal gruppo BlueBird Aero Systems il Marocco aveva acquistato
pure i droni WanderB e ThunderB.
Articolo pubblicato il 9 gennaio 2026 in Africa ExPress,
https://www.africa-express.info/2026/01/09/marocco-arricchisce-il-suo-arsenale-bellico-made-in-israel/
La rivista specializzata Ares rende noto stamani che Il Ministero della Difesa
ha dato un colpo di acceleratore al programma di realizzazione del primo Centro
internazionale di formazione dei piloti dei cacciabombardieri F-35 fuori dal
territorio degli Stati Uniti d'America.
Con una Determinazione a Contrarre (DAC) la Direzione degli Armamenti
Aeronautici e per l’Aeronavigabilità (DAAA) ha impegnato 112,6 milioni di euro
su un arco temporale quinquennale, per la creazione del centro di addestramento
avanzato, destinato a diventare un punto di riferimento non solo per
l’Aeronautica Militare, ma per tutti i partner mondiali del programma JSF (joint
Strike Fighter, così come viene indicato il velivolo da guerra di quinta
generazione).
Secondo Ares, il Ministero della Difesa realizzerà nello scalo di Trapani Birgi
la terza Main Operating Base (MOB) per la flotta F-35 in dotazione
all’Aeronautica Militare, affiancandola alle basi di Amendola (Foggia) e Ghedi
(Brescia).
“Il progetto su Trapani è però più ambizioso e mira a istituire un vero e
proprio ecosistema operativo e formativo”, aggiunge la testata specializzata.
“Il piano prevede infatti la coesistenza di tre realtà distinte ma integrate:
un Gruppo Volo Operativo nazionale (ITAF OPS Squadron), un Gruppo Volo
Internazionale Addestrativo (PTC Squadron) e il Centro di Addestramento
Comune (LTC) oggetto dell’attuale contratto”.
“L’obiettivo – aggiunge Ares - è intercettare la crescente domanda di
addestramento dei paesi NATO ed europei, istituendo in Italia il primo Pilot
Training Center per F-35 al di fuori dei confini statunitensi”.
Ad oggi i Paesi che hanno acquistato o hanno espresso l’intenzione di dotarsi
del caccia di quinta generazione F-35 (a doppia capacità di armamento,
convenzionale e nucleare), oltre a Stati Uniti d’America e Italia sono: Arabia
Saudita, Australia, Belgio, Canada, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati
Arabi Uniti, Finlandia, Germania, Giappone, Grecia, Israele, Marocco, Norvegia,
Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Qatar, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania,
Singapore, Spagna, Svizzera, Thailandia e Turchia.
Sotto il profilo amministrativo, il Ministero della Difesa ha affidato i lavori
di realizzazione del Pilot Training Center al Raggruppamento Temporaneo di
Imprese formato dall’italiana Leonardo S.p.A. e dal colosso statunitense
Lockheed Martin.
“La scelta – spiega ancora Ares - è dettata da vincoli tecnologici e normativi
stringenti. Lockheed Martin è infatti l’unico soggetto titolato a distribuire i
simulatori del programma JSF, mentre Leonardo è stata individuata dal
costruttore americano come l’unica realtà industriale nazionale in possesso
delle competenze e delle autorizzazioni (tramite accordi approvati dal governo
USA) per gestire i dati ingegneristici classificati necessari all’opera”.
Leonardo e Lockheed Martin operano congiuntamente nello stabilimento di Cameri
(Novara) dove vengono assemblati i cacciabombardieri F-35 acquistati da
Aeronautica e Marina Militare italiana e da alcuni paesi europei.
La Difesa ha già predisposto il cronogramma per il completamento del progetto
nella base militare siciliana.
Il documento programmatico prevede che la prima capacità di training a bordo
degli F-35 prenda il via entro dicembre 2028, con il completamento definitivo
dell’edificio LTC entro il 1° luglio 2029.
La spesa sarà ripartita progressivamente, passando dagli 8,2 milioni per l’anno
2026 fino a raggiungere il picco di spesa nel biennio 2028-2029, periodo in cui
si concentreranno oltre 87 milioni di euro di investimenti.
Dalla fine di dicembre 2025, lo scalo di Trapani Birgi è stato elevato ad
avamposto per le operazioni di intelligence e guerra elettronica della NATO, con
il trasferimento dei grandi aerei radar E-3A AWACS.
I velivoli concorrono quotidianamente alle operazioni di comando, controllo,
intelligence e sorveglianza delle forze armate NATO nel sanguinoso scacchiere di
guerra russo-ucraino.
Dalla Sicilia l’aereo radar E-3A supporta con maggiore efficienza i compiti di
sorveglianza in tutto il Mediterraneo, nei Balcani e nelle più lontane aree
orientali di interesse, “così come mantiene un rapido accesso ai teatri
operativi meridionali ed orientali della NATO”, come spiegano gli analisti di
ItaMilRadar. “La location di Trapani offre anche vantaggi logistici e minori
tempi di transito in comparazione con le basi del Nord, consentendo ai velivoli
di trascorrere meno tempo in volo”.
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 7 gennaio 2025,
https://www.stampalibera.it/2026/01/07/cacciabombardieri-nucleari-f-35-a-trapani-birgi-la-difesa-stanzia-oltre-100-milioni-di-euro/?fbclid=IwY2xjawPLfEZleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEePJDobW506uU3feJeaupxVIckynR1tbOFXT7SbIYy8o_32Lz2KZ7OxfLEwp4_aem_jG-T33zIxcFjrx3swA3xQg