Mercoledì 20 agosto un grande drone MQ-4C “Triton” della Marina degli Stati
Uniti d'America, dopo il decollo dalla base siciliana di Sigonella ha effettuato
una lunga missione d'intelligence, sorveglianza e riconoscimento nello spazio
aereo del Mediterraneo orientale.
Il "Triton" (reg. 169804, c/s BLACKCAT6) ha sorvolato per diverse ore le coste
di Israele e Libano per poi spostarsi verso l'isola di Cipro e l'Egitto.
L'MQ-4C "Triton" è la variante navale del drone "Global Hawk" (anch'esso
operativo da Sigonella con l'US Air Force), specificatamente progettato per
missioni di sorveglianza marittima di lunga durata. "Con oltre 24 ore di
autonomia e una quota operativa di volo di oltre 54.000 piedi, il Triton può
monitorare vaste aree del Mediterraneo e del Medio Oriente", riportano gli
analisti di ItaMilradar, sito specializzato che documenta le attività aeree
militari in Europa meridionale. "Il drone fornisce dati di intelligence critici
a supporto delle operazioni navali USA e dei paesi alleati".
La missione del drone di Sigonella ha coinciso con l'avvio dell'operazione
militare israeliana nella Striscia di Gaza finalizzata alla "soluzione finale"
contro i palestinesi, con l'occupazione e deportazione da Gaza City di oltre un
milione di residenti.
Gli USA "sorvegliano", gli israeliani massacrano...
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 23 agosto 2025,
https://www.stampalibera.it/2025/08/23/gaza-italia-e-sigonella-complici-del-genocidio-israeliano/
Source - Antonio Mazzeo Blog
La notte di sabato 26 luglio, in acque internazionali e a meno di 40 miglia
nautiche dalla Striscia di Gaza, ad assaltare l’imbarcazione Handala e
sequestrare i 21 attivisti internazionali della Freedom Flotilla sono stati gli
incursori di “Shayetet 13” (13^ Flottiglia), il corpo d’élite della Marina
militare israeliana impiegato di norma in missioni di “antiterrorismo”.
“La Shayetet 13 è un’unità che opera con una varietà di attività, tra cui
infliggere danni strategici alle infrastrutture marittime nemiche, la raccolta
di informazioni di alta qualità sulle attività nemiche, antiterrorismo e
liberazione di ostaggi in ambiente navale”, riporta la rivista specializzata
Ares Difesa.
Il reparto ha quartier generale in un antico castello templare nella piccola
città costiera di Atlit, a pochi km a sud di Haifa. E proprio dal porto di Haifa
sono salpati nel pomeriggio del 26 luglio i due pattugliatori della Marina
militare israeliana con a bordo gli incursori che hanno poi assaltato l’Handala.
Il personale militare in forza alla 13^ Flottiglia presta servizio per un minimo
di 4 anni e mezzo, cioè 18 mesi in più di quanto previsto per la ferma
obbligatoria dei cittadini israeliani che hanno compiuto la maggiore età. Sempre
secondo Ares Difesa, le armi in dotazioni al reparto comprendono le pistole Sig
Sauer P226/P228 e Glock 17/19, i mitragliatori Uzi 9mm Sub-machine gun e Negev,
i fucili d’assalto M4 Commando e CTAR-21, le lanciagranate M203 e i fucili di
precisione SR-25 e M24. Gli incursori che si sono impossessati dell’unità della
Freedom Flotilla erano tutti armati di fucili mitragliatori, pistole e pugnali
da combattimento.
Fin dalla sua costituzione nel 1948, Shayetet 13 ha partecipato a tutti i
conflitti della storia dello Stato sionista e alle operazioni più sanguinose
contro la popolazione palestinese: dalla Nakba alla Crisi di Suez del 1956 e a
quella del Libano due anni dopo; dalla guerra dei Sei Giorni del 1967 alla
Guerra dello Yom Kippur del 1973 e alle incursioni in Libano nei primi anni ’80
contro le milizie Hezbollah. Nel 1980 gli incursori della forza d’élite si
infiltrarono nella città libanese di Tripoli per dirigere un attacco
missilistico navale contro i centri di comando del DFLP (Democratic Front for
the Liberation of Palestine) e del PFLPGC (Popular Front for the Liberation of
Palestine General Command).
A partire dai primi anni 2000 Shayetet 13 è stato impiegato in tutte le
incursioni anfibie e terrestri israeliane nella Striscia di Gaza e in West Bank.
In particolare gli incursori sono stati tra i protagonisti della sanguinosa
“battaglia di Jenin” (1-11 aprile 2022), quando fu sferrato un attacco contro il
sovraffollato campo di rifugiati della città palestinese che causò la morte di
più di una cinquantina di persone e la distruzione di 340 edifici.
Innumerevoli i blitz a Gaza degli incursori di Shayetet 13 durante l’odierna
campagna genocida nella Striscia di Gaza. La prima missione risale alla notte
dell’8 ottobre 2023 quando venne catturato Muhammad Abu Ghali, tra gli uomini di
vertice di Hamas. L’1 novembre 2024 il reparto d’élite, a bordo di motoscafi,
fece incursione nella costa di Batroun, a sud di Tripoli, per catturare il
dirigente di Hezbollah Imad Amhaz. Agli incursori israeliani è attribuito pure
l’abbordaggio, il 9 giugno scorso, dell’imbarcazione “Madleen” della Freedom
Flotilla a un centinaio di miglia da Gaza e il sequestro dei 12 attivisti a
bordo.
Shayetet 13 vanta una vecchia e consolidata partnership con le forze armate
italiane. Come ricordano gli storici militari, alla sua costituzione, formazione
e addestramento alle “tattiche di combattimento e sabotaggio” hanno concorso tra
il 1944 e il 1948 due ufficiali della Decima Flottiglia Mas della Marina
Militare. L’allora servizio segreto del SIS si incaricò della consegna allo
Stato sionista dei primi mezzi subacquei.
In tempi più recenti si sono svolte alcune esercitazioni congiunte tra i
militari di Shayetet 13 e quelli in forza ai reparti d’assalto della Marina
italiana. A metà dicembre 2022, il Comando della Brigata Marina “San Marco” di
Brindisi ha ospitato i vertici delle forze navali d’assalto di Israele, tra cui
il generale Itai Veruv. “Durante la visita il Generale ha potuto assistere ad
alcune peculiari attività addestrative della Brigata, tra cui la discesa in
barbettone (Fast Rope) e in corda doppia (Rappellig) su parete e su container,
dimostrazioni di combattimento militare corpo a corpo ed attività specialistiche
di contrasto a dispositivi esplosivi improvvisati”, riporta lo Stato Maggiore
della Marina. “Ha potuto, inoltre, osservare alcuni mezzi terrestri e anfibi
impiegati dai Fucilieri, tra cui l’Amphibious Assault Vehicle (AAV-7) – veicolo
cingolato anfibio in grado di navigare e muoversi su terra”.
In occasione della sua missione ufficiale a Brindisi, il comandante in capo dei
Depth Corps israeliani è stato pure ospite del Gruppo Mezzi da Sbarco del “San
Marco”, a bordo di un battello d’assalto anfibio ad alta velocità, per “testarne
le capacità durante una breve navigazione nello specchio di mare portuale”. “Nel
contempo si è potuto assistere ad una attività dimostrativa di abbordaggio
svolta sulla nave d’assalto anfibia “San Marco” da un team del 2° Reggimento
della Brigata”, aggiunge lo Stato Maggiore. “Al termine della visita, il
Generale Veruv, apprezzate le specificità e la versatilità della Forza Anfibia
della Marina Militare, ha precisato l’evidente e reciproco interesse conoscitivo
tra i Paesi e la volontà futura di poter programmare attività congiunte tra le
Marine dei due paesi”.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 5 agosto 2025,
https://pagineesteri.it/2025/08/05/in-evidenza/assalto-alla-freedom-flottilla-chi-sono-gli-incursori-israeliani/
Il processo di militarizzazione delle scuole italiane è oggi un fenomeno
onnicomprensivo che investe istituti di ogni ordine e grado, riducendo la
libertà di docenti e studenti e trasformando le radici di un sistema che
dovrebbe invece promuovere il futuro. Antonio Mazzeo, insegnante e tra i
fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università, spiega i passi fatti, il ruolo dei media e l’importanza della
denuncia pubblica
Secondo Antonio Mazzeo, insegnante, giornalista e tra i fondatori
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
“lo spettro delle attività conferma che il processo di militarizzazione delle
scuole italiane è oggi un fenomeno onnicomprensivo”.
Interessa infatti non solo gli istituti di ogni ordine e grado, dalle scuole per
l’infanzia alle università, ma anche di tutta l’Italia e non si limita dunque a
quelli prossimi a infrastrutture militari oppure a industrie belliche.
Se in alcuni casi sono le forze armate che entrano nelle scuole, in altri sono
le caserme a ospitare delegazioni di studenti organizzando attività di gioco,
motorie o sportive che spesso simulano l’addestramento militare. “Poi ci sono
vere e proprie attività di cooptazione”, afferma Mazzeo, facendo riferimento
all’alternanza scuola lavoro, oggi chiamata Percorsi per le competenze
trasversali e per l’orientamento (Pcto), sia all’interno delle industrie
belliche sia delle basi militari. “Anche in quelle della Nato, abbiamo
denunciato ad esempio quanto accade nella base di Sigonella (SR) o di Solbiate
Olona (VA), in cui gli studenti effettuano un grande numero di attività dalla
manutenzione di mezzi militari come elicotteri o apparati navali, operando a
fianco dei militari, alla fornitura di servizi, come nelle mense degli
ufficiali”. Una serie di iniziative viene inoltre promossa direttamente
attraverso convenzioni o accordi tra il ministero dell’Istruzione e quello della
Difesa, come ad esempio l’organizzazione di concorsi, premi, presentazioni di
calendari dell’esercito, mostre che riguardano vicende della Seconda guerra
mondiale in cui vengono invitati gli studenti o questi partecipano
nell’allestimento.
“Purtroppo è diventata una prassi quella dell’invito in caserma delle scuole per
attività come l’alza bandiera -prosegue-. In più aggiungerei che si moltiplicano
le volte in cui i rappresentanti delle forze armate sono presenti all’interno
delle classi sostituendosi di fatto alla figura dei docenti nello svolgimento di
attività prettamente didattiche ad esempio in relazione alle cosiddette materie
Stem (le discipline scientifico-tecnologiche), dove tra l’altro sta assumendo un
ruolo centrale la Fondazione Leonardo che propone pacchetti educativi sia per
gli studenti sia per la formazione dei docenti”.
Mazzeo, quali sono gli obiettivi di queste attività?
AM Gli obiettivi che vengono perseguiti sono molteplici. C’è bisogno di
legittimazione, di ottenere consenso e di utilizzare queste attività per
trasmettere valori come l’autorità, il rispetto e l’obbedienza su cui poi si
strutturano le forze armate. Tra l’altro questo traspare anche da molti
documenti e convenzioni firmati dal ministero dell’Istruzione e da quello della
Difesa dove si parla espressamente dell’affermazione della cultura della difesa
e della sicurezza. Si cerca dunque di far aderire i cittadini a un sistema in
cui viene privilegiato il modello delle forze armate in funzione dei processi di
riarmo e di militarizzazione che sono in atto e che purtroppo promuovono una
concezione bellica di guerra costante, globale e permanente. Si vuole ottenere
compartecipazione e condivisione riguardo alle strategie militari, le missioni,
le operazioni ma anche assicurarsi approvazione tra le nuove generazioni,
soprattutto in vista della trasformazione delle forze armate che hanno sempre
più bisogno di coscritti. L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato
sicuramente un cambiamento nelle valutazioni, perciò oggi alcuni Paesi
ripropongono il problema della leva obbligatoria o di formule ibride in cui ai
professionisti si affiancano i riservisti per ampliare il numero dei militari.
Credo che il modello bellico, quello che si è affermato attraverso la
militarizzazione dei territori, dell’economia, del sapere, non potesse non
investire il luogo per eccellenza della formazione e della trasmissione di
contenuti e di valori che sono elementi chiave nella strutturazione bellico
militarista di una società.
Com’è la situazione oggi in termini di consapevolezza e che ruolo hanno i media
nazionali e locali?
AM Se penso a due anni fa la situazione è oggettivamente cambiata, si è diffusa
una maggiore consapevolezza. Lo stato di guerra attuale, e le preoccupazioni che
desta, sono servite anche a una maggiore attenzione ai processi in atto e a come
la guerra poi viene narrata nella società, nella scuola, nell’informazione.
Questo ha come conseguenza la moltiplicazione di iniziative, di prese di
posizione anche da parte delle famiglie e di una minoranza del corpo insegnante.
Il fatto che all’Osservatorio ormai arrivino quotidianamente decine di
segnalazioni non significa che sono aumentati i fatti, ma che c’è più
attenzione. Ci sono diversi consigli di istituto o collegi di docenti che hanno
approvato mozioni di opposizione, di rifiuto alle attività militari nelle scuole
o di solidarietà con il popolo palestinese. Ho notato anche una maggiore
attenzione sia a livello di testate nazionali sia locali che, proprio perché
vivono grazie alle relazioni con i lettori di un posto, pubblicano con sempre
maggiore diffusione le lettere di protesta di insegnanti o studenti. Se guardo
indietro, a quando abbiamo cominciato con alcuni docenti a monitorare quello che
stava accadendo, esprimendo preoccupazione per un processo che è iniziato una
decina di anni fa e che soprattutto dopo il 2020 è diventato dilagante in tutto
il Paese, credo che si siano fatti enormi salti in avanti, non soltanto nella
consapevolezza ma anche nell’analisi. Vorrei ricordare infatti che questo non è
un fenomeno estemporaneo e non è neppure legato a una forza politica. È
purtroppo strutturale e riguarda tutta la società italiana che ha fatto una
scelta verso la logica della guerra.
Come si concretizza nella scuola questo processo che lei definisce strutturale?
AM L’obbedienza non è soltanto quella che viene veicolata dal fatto che le forze
armate entrano a scuola proponendo attività didattiche o pedagogiche ma diventa
anche un elemento di riorganizzazione strutturale del sistema scolastico. Sempre
di più si tenta di minare il principio della libertà di insegnamento che è
sacrosanto e sancito nella Costituzione della Repubblica italiana, attraverso
l’uso di forme di controllo. La militarizzazione dell’istituzione scolastica
prevede tutta una serie di interventi in cui il corpo insegnante e gli studenti
subiscono pressioni e si riducono enormemente gli spazi di opposizione e di
agibilità per valorizzare pensieri altri. La scuola perde piano piano la sua
complessità, la sua funzione di luogo di sviluppo della criticità e vengono
imposti modelli dall’alto. Si è inoltre affermato un sistema autoritario. Non a
caso, abbiamo assistito in questi ultimi due anni a punizioni esemplari di
studenti che hanno occupato le scuole in solidarietà con il popolo palestinese.
Può essere anche letto in questo senso il voto in condotta che diventa
preponderante anche in sede di maturità. Sorvegliare e punire sono due verbi che
oggi, anche attraverso forme di controllo del registro elettronico, hanno di
fatto militarizzato anche l’organizzazione stessa del sistema scolastico. La
scuola in questo senso sta abbandonando la sua funzione che dovrebbe essere
proprio il luogo di analisi di questi elementi e non di accettazione, mentre il
registro elettronico è stato accettato ormai da tutti gli istituti senza, tra
l’altro, essere mai stato regolamentato. Vi immettiamo milioni di dati e
monitoriamo tutta la vita scolastica dello studente dai due fino ai 18 anni, ma
non sappiamo assolutamente chi sia il titolare di questi e che cosa ne possa
fare. Ma soprattutto è la modalità con cui viene esercitato il controllo sugli
studenti che li porta a perdere la possibilità di essere autonomi: i genitori
sanno tutto quello che succede in tempo reale. Questo delegittima la scuola come
luogo di risoluzione non violenta dei conflitti.
In questo scenario invece che cosa possono fare gli insegnanti e gli educatori
per introdurre strumenti di pace?
AM Innanzitutto partirei da una questione fondamentale, la scuola ha
storicamente una funzione: promuovere il futuro. Dunque nessun progetto
funzionale alla cultura di guerra dovrebbe entrarci, perché la guerra è morte,
non crea futuro, lo distrugge, è dunque in antitesi con quello che è il luogo
della proiezione e della promozione della vita. Gli insegnanti dovrebbero
ricordarsi del loro ruolo di sviluppo della società e che non possono quindi
diventare strumenti che mettono in discussione la vita stessa, anche perché in
questo momento la guerra sarebbe una guerra totale, globale, nucleare e
porterebbe alla fine dell’umanità. Poi non dimentichiamo che ci sono già
elementi giuridici, sia del diritto internazionale sia interno e costituzionale,
che sanciscono il ruolo della scuola e stigmatizzano qualsiasi tipo di relazione
tra l’educazione e la guerra. Ad esempio, il protocollo aggiuntivo
della Convenzione sui diritti dei minori delegittima qualsiasi rapporto tra i
bambini e le forze armate, perché quell’attività che ci sembra così neutra, come
far giocare i bambini di tre anni con i militari con il fucile è in realtà una
forma di violenza strutturale e psicologica perché parliamo di individui che non
hanno nessun “anticorpo” e che invece vengono avvicinati alla guerra, presentata
loro come normalizzata ed edulcorata. Poi ci sono anche le norme del diritto
scolastico che, come ci capita di verificare, vengono spesso violate. Qualsiasi
attività educativa effettuata a scuola o all’esterno deve essere infatti
discussa e deliberata dagli organi collegiali. Purtroppo succede tutto il
contrario. Ormai il 90% delle attività in presenza di forze armate o di invio in
industrie belliche non viene mai discussa e deliberata. Il ministro
dell’Istruzione manda la circolare al provveditore e questo lo manda ai presidi
e loro decidono autonomamente. I docenti devono intervenire e ribadire che se le
attività non sono state adottate collegialmente non possono essere effettuate. È
inoltre ancora prevista dalla legge l’opzione di minoranza. E dunque anche se in
sede di collegio viene presentata una proposta di questo genere e passa a
maggioranza, l’insegnante può far mettere a verbale che si è opposto. Credo che
vadano promossi questi strumenti che sono del tutto legittimi, legali e
diventano “granelli di sabbia” in questo ingranaggio di guerra. Anche la
denuncia pubblica è un elemento fondamentale. Permette di raccogliere consenso,
di estendere l’attenzione all’esterno della scuola, ma ha anche effetti diretti
all’interno, crea dibattito, spaccatura, conflitto e generalmente poi alla fine
l’abbandono formale di questo tipo di attività per evitare il ritorno negativo
di immagine.
Intervista a cura di Martina Ferlisi, pubblicata in Altraeconomia il 10 luglio
2025,
https://altreconomia.it/nessun-progetto-funzionale-alla-cultura-di-guerra-dovrebbe-entrare-a-scuola/
Gli "aiuti umanitari" paracadutati sulla popolazione di Gaza dall'Aeronautica
Militare italiana? Infinitesimali ma costosissimi.
Il Ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere che i lanci di "aiuti
umanitari aviotrasportati" sulla Striscia di Gaza dai velivoli dell'Aeronautica
Militare in collaborazione con l'Esercito proseguiranno fino alla fine di questa
settimana. "Essi permetteranno di paracadutare oltre 100 tonnellate di aiuti",
spiega la Farnesina. Davvero una cifra irrisoria, nonostante il gran sperpero di
denaro pubblico per il trasferimento da Pisa in una base aerea della Giordania
di aerei e reparti militari (46^ brigata Aviotrasportata).
In verità, nonostante il grande sforzo mediatico e narrativo, l'apporto delle
forze armate internazionali (e degli aviolanci) per sfamare la popolazione
palestinese di Gaza a gravissimo rischio di morte per fame e sete è del tutto
ridicolo.
Secondo fonti dell'esercito israeliano (Tel Aviv purtroppo sta coordinando nei
fatti gli interventi), nella giornata di ieri 13 agosto sarebbe stato
autorizzato l'ingresso nella Striscia di Gaza "dai valichi di Kerem Shalom e
Zikim di 380 camion carichi di aiuti umanitari", mentre "altri 119 pallet di
aiuti, pari a circa 4-6 camion, sono stati lanciati ieri a Gaza da Giordania,
Emirati Arabi Uniti, Germania, Belgio, Italia e Francia".
Come dire che gli aviolanci hanno rappresentato meno dell'1,5% degli aiuti
giunti a Gaza, fermo restando che un'alta percentuale dei "doni" paracadutati
non finisce per varie ragioni in mano alla popolazione stremata.
Secondo quanto affermato dall'Onu per sfamare adeguatamente i circa due milioni
di abitanti della Striscia sarebbe necessario distribuire quotidianamente non
meno di 600 camion di aiuti.
“Faremo La NATO ancora più grande. Oggi, tutti noi alleati, abbiamo posto le
fondamenta per rendere la NATO più forte, più equa e più letale”. A conclusione
del vertice dell’Alleanza Atlantica tenutosi all’Aia il 24 e 25 giugno scorso,
il segretario generale Mark Rutte ha enfatizzato i risultati di quello che agli
occhi di tanti analisti (si veda in particolare Gianandrea Gaiani, direttore di
Analisi Difesa) è apparso però come un teatro-pollaio, con un “pavone padrone” -
Donald Trump - e tantissimi “polli adoranti”, i capi di Stato degli altri 31
paesi aderenti.
“Gli Stati Uniti appaiono oggi non più il grande alleato ma il vero padrone, che
oltre a spiare gli europei come un grande fratello pretende anche devozione,
cieca obbedienza e glorificazione delle proprie gesta e di quelle del suo
condottiero”, scrive Gaiani. “Al vertice dell’Aia la NATO è di fatto morta come
alleanza pur sopravvivendo come una sorta di impero feudale in cui il sovrano
cerca e ottiene sudditanza e adulazione dai vassalli sottomessi”.
Al summit, il presidente USA si è presentato come il cavaliere pacificatore
dell’Apocalisse dopo aver imposto la tregua armata tra Israele e Iran a suon di
superbombe. Ai “vassalli” europei ha ricordato che non c’è NATO senza lo
strapotere militar-nucleare di Washington e se gli alleati vogliono ancora le
forze armate a stelle strisce ai confini con Russia e Bielorussia, dovranno
usare l’Unione europea come un bancomat per finanziare la riconversione a fini
militari dell’economia e della produzione industriale, ma soprattutto dovranno
comprare armi e munizioni made in U.S.A. e sostenere la folle corsa al riarmo
spaziale e nucleare e le smisurate ambizioni di potenza di Washington
nell’Indo-Pacifico.
Pur di tenersi stretto l’adulato “pavone”, i partner NATO hanno accettato di
sottoporsi al più grande shock economico-finanziario e sociale della storia post
seconda guerra mondiale: destinare il 5% del PIL alle spese militari entro dieci
anni, puntando in particolare allo sviluppo e produzione di sempre più
sofisticate tecnologie belliche, sistemi aero-spaziali e satellitari, droni,
carri armati e munizioni, convenzionali e nucleari. Un’emorragia di denaro
pubblico a favore del capitale finanziario transnazionale che annichilerà il
welfare, l’istruzione e la sanità pubblica, i servizi sociali nel vecchio
continente. “Nella valutazione della Casa Bianca, l’obiettivo del 5% per la
Difesa ha un valore finanziario e commerciale: gli alleati europei comprino armi
statunitensi per riequilibrare la bilancia commerciale tra le due sponde
dell’Atlantico ed evitare i dazi americani che lo stesso Trump minaccia
quotidianamente a tutti gli alleati”, annota ancora Gianandrea Gaiani.
Per gli alleati più recalcitranti, Mark Rutte ha elaborato un escamotage
contabile che cambia di poco il futuro tragico dei paesi UE-NATO: al 5% del PIL
si arriverà sommando la quota del 3,5% da coprire con i bilanci dello Stato per
armi e truppe, con l’1,5% in “spese per la sicurezza nazionale”: cyber-security,
protezione delle infrastrutture critiche (centrali elettriche e reti di
telecomunicazione), difesa delle frontiere, mezzi e personale delle forze di
polizia militare, presidi medici contro attacchi
nucleari-chimici-batteriologici, riconversione a uso militare delle
infrastrutture della logistica e del sistema dei trasporti (ferrovie,
autostrade, ponti, porti e aeroporti), ricerca e promozione innovativa nel
settore dell’industria bellica, ecc..
“I nostri investimenti garantiranno la disponibilità di forze, capacità,
risorse, infrastrutture, prontezza operativa e resilienza necessarie, in linea
con i nostri tre compiti principali: deterrenza e difesa, prevenzione e gestione
delle crisi e sicurezza cooperativa”, si legge nella risoluzione finale
approvata al summit NATO. “Riaffermiamo il nostro impegno comune a espandere
rapidamente la cooperazione transatlantica nel settore della difesa e a
sfruttare le tecnologie emergenti e lo spirito di innovazione per promuovere la
nostra sicurezza collettiva. Ci impegneremo per eliminare le barriere
commerciali nel settore della difesa tra gli Alleati e faremo leva sulle nostre
partnership per promuovere la cooperazione”.
Dopo aver dato vita al programma DIANA – Defense Innovation Accelerator per
“accelerare l’innovazione dual use delle nuove tecnologie” (milioni di dollari
per centri di ricerca e sviluppo in tutti i paesi; in Italia a Torino, La Spezia
e Capua), la NATO ha varato un Rapid Adopion Action Plan per “rafforzare e
velocizzare” l’adozione e l’integrazione di nuovi prodotti tecnologici in campo
militare. “Gli Alleati si impegnano ad accelerare le procedure di adozione,
compresi i bandi di appalti accelerati, e ad allocare risorse adeguate a tal
fine”, si legge nella risoluzione finale del vertice 2025. “Gli Alleati
abbracceranno maggiori rischi di acquisizione nelle prime fasi di sviluppo e
miglioreranno la comunicazione dei segnali di richiesta in ambito NATO. Il Piano
di azione per la produzione in ambito militare risponde alla necessità di
produrre di più e in maniera più rapida”.
Tra le novità più rilevanti specie in termini di risorse ed “investimenti” va
segnalata l’approvazione all’Aia della prima Strategia commerciale spaziale al
fine di consentire ai paesi NATO di “integrare soluzioni commerciali più
flessibili e in linea con i tempi, sia in tempo di pace che di conflitto”,
offrendo maggiori “opportunità di affari” alle aziende che operano nel settore
aerospaziale e un sempre più stretto coordinamento con l’Alleanza.
La NATO business pro capitale privato, uscita dal vertice di giugno nei Paesi
Bassi, ha dato vita ad alcuni progetti multinazionali e plurimilionari. Belgio,
Canada, Danimarca, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Regno
Unito, Svezia, Turchia e Italia hanno commissionato l’acquisizione, lo
stoccaggio, il trasporto e la gestione di “scorte di materie prime essenziali
per la difesa” (in particolare litio, titanio e altri minerali delle terre
rare), particolarmente richieste dalle industrie della filiera di morte. Con
l’High Visibility Project – questo il nome del programma per le scorte dei
minerali strategici - la NATO punta a “ridurre la vulnerabilità della domanda,
nonché la dipendenza dai fornitori”.
Nuovo impulso è stato dato anche al programma di potenziamento della flotta
“multi-ruolo” dei velivoli cisterna NATO per il rifornimento in volo dei
cacciabombardieri (Multi Role Tanker Transport Fleet - MMF). La NATO Support and
Procurement Agency (NSPA) ha sottoscritto un contratto con il colosso tedesco
Airbus Defence and Space per la fornitura di altri due velivoli-tanker A330, che
si sommeranno ai dodici già operativi con la flotta alleata. Lanciato nel 2012,
il programma MMF gode dell’aiuto finanziario dell’Unione Europea. Uno dei suoi
principali hub operativi è in via di realizzazione nella stazione aeronavale di
Sigonella, la maggiore base USA e NATO esistente nel Mediterraneo centrale.
Nell’installazione siciliana sono in corso i lavori di ampliamento delle piste
di volo per consentire l’atterraggio dei grandi velivoli cisterna di US Air
Force e dei partner dell’Alleanza, dopo l’acquisizione di un centinaio di ettari
di terreni destinati ad uso agricolo.
Ulteriori gravi effetti in termini di militarizzazione dei territori saranno
generati da un altro grande progetto del Rapid Adoption Action Plan, il NATO
Innovation Ranges. Nello specifico, Estonia, Finlandia, Lettonia, Paesi Bassi,
Svezia ed Italia creeranno un ampio numero di “campi-poligoni” per la
sperimentazione ed integrazione di nuovi sistemi militari avanzati. “Si tratta
di un intervento chiave finalizzato a velocizzare l’adozione innovativa e il
lancio di nuove tecnologie e ad accrescere le capacità produttive grazie
all’inclusione di fornitori non tradizionali nella base industriale della
difesa”, spiegano i vertici NATO. “Questi poligoni consentiranno ai partner
alleati di testare, perfezionare e convalidare prodotti tecnologici in ambienti
operativamente realistici”.
Nonostante l’”apostolo della pace” Trump si sia presentato all’Aia con il
ramoscello d’ulivo relativamente alle future relazioni di Washington con il
presidente russo Putin, il documento finale del vertice NATO riafferma
l’assoluta ostilità alla Russia e il pieno sostegno militare e politico
all’Ucraina. “Uniti di fronte alle profonde minacce e sfide per la sicurezza, in
particolare alla minaccia a lungo termine rappresentata dalla Russia per la
sicurezza euro-atlantica e alla persistente minaccia del terrorismo (…) gli
Alleati ribadiscono il loro impegno sovrano e duraturo a fornire supporto
all’Ucraina, la cui sicurezza contribuisce alla nostra”, concordano i 32 leader
dei Paesi NATO.
Ancora più bellicose le parole del segretario generale Rutte. “La Russia è una
minaccia a breve e lungo termine per l’Alleanza e la nostra intelligence
suggerisce che potrebbe essere pronta ad attaccare la NATO entro i prossimi
tre-sette anni; la minaccia della Russia è evidente e noi dobbiamo essere in
grado di poterci difendere”, ha ammonito all’inaugurazione del vertice. I paesi
europei della NATO si faranno ancora più carico delle spese di guerra
dell’Ucraina. Nel corso del primo semestre 2025 sono stati inviati “aiuti
militari” al governo di Kiev per un valore di 35 miliardi di euro, ma Mark Rutte
ha ribadito l’intenzione di superare quota 50 entro la fine dell’anno.
Il governo italiano si è presentato più compatto che mai alla corte-pollaio di
mister Trump. Prima di spiccare il volo verso i Paesi Bassi, la premier Giorgia
Meloni ha espresso in Parlamento la totale adesione-devozione al programma
lagrime e sangue del 5% PIL annuo in spese di guerra. Ci ha provato
l’Osservatorio Milex sulle spese militari a quantificare l’ammontare delle
risorse finanziarie che saranno sottratte dal bilancio dello Stato per
alimentare il mercato dei sistemi d’arma. Solo l’obiettivo in cash del 3,5%
comporterà una spesa di non meno di 700 miliardi entro i prossimi dieci anni,
circa 220 miliardi in più rispetto a quello che si spenderebbe nello stesso
periodo con la previsione del 2% del PIL. Nel caso dell’intero obiettivo del
5%, nei prossimi 10 anni si rischierebbe di spendere 964 miliardi, cioè 445
miliardi in più rispetto al livello del 2%, con una media annuale di risorse
aggiuntive pari a 44 miliardi. Alle tante guerre “esterne” che vedono
cobelligerare il bel paese si sommerebbe così una vera e propria “guerra
interna” contro i ceti sociali più svantaggiati.
Articolo pubblicato in Umanità Nova, 10 luglio 2025.
Palestina L’arrembaggio è durato pochi minuti, sono seguite ore di abusi e
umiliazioni: il racconto di Antonio Mazzeo, giornalista a bordo dell'ultima
Freedom Flotilla
Sabato 26 luglio, tardo pomeriggio. Cinquanta miglia. Forse meno. Sembra quasi
respirare l’aria di Gaza. Vento caldo, umido. A sud-est sono visibili le luci in
Sinai, le prime dopo sette giorni di navigazione senza mai scorgere terra. Da
ore abbiamo superato il red point, quello dove un mese prima è stata abbordata
la nave sorella di Handala, la Madleen della Freedom Flotilla. Ingenuamente
speriamo che gli israeliani ci lascino arrivare per mostrare al mondo,
ipocritamente, di essere l’unica democrazia in Medio oriente. Nulla da fare. Da
Haifa partono due pattugliatori con a bordo gli incursori della Marina di
guerra. Quel reparto d’élite era a Brindisi nell’estate di due anni fa per
addestrarsi con la Brigata San Marco.
L’Idf ci aveva inviato il giorno precedente i droni di intelligence. Un grande
Heron ci ha sorvolato a bassa quota, a mo’ di condor, per un paio d’ore qualche
ora prima. Gli aerei senza pilota, in buona parte made in Israel, avevano
stuprato il firmamento durante le splendide notti trascorse incrociando le acque
del Mediterraneo fin dalle coste greche. Non erano per noi. Erano per conto di
Frontex e dei paesi della sponda nord per fare la guerra alle migrazioni e ai
migranti. Anche i droni, come i marines, gli hovercraft e gli arrembaggi contro
le navi umanitarie che trasportano cibo, medicine per la popolazione di Gaza,
sono le prove che il Mare Nostrum non è più nostro, di noi popoli che ci siamo
scambiati culture, lingue, sapori. Il Mediterraneo è il grande mare di Israele,
dove fa impunemente ciò che vuole, quando e come vuole.
L’arrembaggio dura pochi minuti. Un’operazione bellica da manuale. I marines
sono attenti a non creare “effetti collaterali” sull’imbarcazione e a noi
equipaggio. Un solo errore. Hanno distrutto immediatamente due telecamere e
strappato tutte le bandiere palestinesi, ma non si sono accorti di una terza
telecamera che trasmetterà per un paio di minuti al mondo intero l’incursione di
una trentina di robocop super armati, la nostra resistenza passiva, mani aperte
in avanti e le note della Bella Ciao.
Hanno schede per ognuno di noi, ci chiamano con il nome di battesimo, forse
hanno perfino imparato a memoria i nostri profili psicologici. Ci ordinano di
sdraiarci sul ponte. Fingono di essere perfino umani, ci propongono panini e
acqua fresca, ci consentono di utilizzare il bagno. Mi umilia quel loro recitare
gentilezza. Fossimo stati adolescenti palestinesi ci avrebbero schiacciati
braccia e gambe sotto gli scarponi. Hanno tutte e tutti il volto coperto, ma si
distinguono i tratti degli occhi. Sono ventenni, forse un paio di anni in meno.
Sento una fitta al petto. La banalità del male. Adolescenti che mi ricordano
tali e quali i miei studenti, belli come loro, ma che possono trasformarsi in
macchine infernali di distruzione e morte. Che forse hanno già ucciso a Gaza o
nel sud del Libano. E che comunque presto lo faranno.
Avete avuto paura in quei momenti? La domanda è ricorrente. No, non abbiamo
avuto paura. Abbiamo sentito però, come un macigno, nel cuore, il peso della
fine di un sogno: toccare terra e guardare negli occhi delle bambine e dei
bambini di Gaza, vederli sorridere davanti al miracolo di un piccolo guscio di
noce che ha sfidato i marosi e gli squali con la stella di david per portare un
pizzico di umanità dove l’umanità è stata cancellata dalle bombe e dalle
condanne a morte per fame e per sete. L’Handala del fumettista martire Naji
Al-Ali che si mette alle spalle le ingiustizie e gli orrori della guerra e
cammina verso la resistenza e la speranza.
A bordo dell’ex peschereccio c’erano gli orsacchiotti e i peluche consegnatici
dai bambini di Siracusa e Gallipoli per darli in dono ai loro amichetti
dell’altra parte del mare. Un pupazzetto rosso si è staccato da una fiancata
durante l’assalto e si è aggrappato ad una gamba. L’ho stretto al petto per
altre otto ore nella notte. Alle prime luci dell’alba mi sono accorto che tanti
altri compagni si abbracciavano a un peluche. Con le lacrime agli occhi alcuni;
guardando il vuoto gli altri. Poi l’approdo ad Ashdod e la consegna alle forze
di polizia. Brutali, violente, volgari. E razziste. Chi ha la doppia
cittadinanza e un passaporto israeliano viene chiamato per primo. Li abbracciamo
coscienti che non li incroceremo più a terra. Poi uno alla volta veniamo
strattonati e spintonati dento il terminal portuale, fino a un camerone dove ci
sediamo a semicerchio guardati a vista da brutti ceffi che sembrano comparse di
un pessimo serial tv sulla police usa. Manca all’appello Chris, il leader
sindacalista autonomo di Amazon. Da uno scorcio di vetrata vediamo che lo
trascinano a forza. Chiediamo la presenza di un avvocato. Ci deridono, ci
minacciano. Poi ci chiamano uno alla volta per avviare le operazioni di
riconoscimento, perquisizione e sequestro dei borsoni e degli effetti personali.
Mai più ci ritroveremo insieme. Di 15 dei 21 componenti della missione non saprò
più come e dove staranno fino al rientro in Italia. Venti ore di detenzione in
due squallide celle e un altro paio in un cellulare, due metri x due x 70 cm.
con due giornalisti di Al Jazeera e un media attivista di New York.
Perquisizioni e denudamenti infiniti. L’umiliazione del puzzo di urina che ti
esce da uno slip che non ti fanno mai cambiare. Ma l’Handala e l’umanità intera
a bordo resterà umana.
Articolo pubblicato in Il Manifesto, 2 agosto 2025,
https://ilmanifesto.it/mare-armato-i-droni-frontex-contro-i-migranti-quelli-di-israele-contro-la-handala
Durante la conferenza stampa in cui il premier genocida israeliano Benjamin
Netanyahu ha spiegato come il piano di occupazione militare e deportazione da
Gaza City di oltre un milione di abitanti preveda pure "la creazione di corridoi
sicuri per la distribuzione degli aiuti umanitari, l'aumento del numero di punti
di distribuzione sicuri gestiti dai contractor militari-privati USA-Israel e un
maggior numero di lanci aerei da parte delle forze israeliane e di altri
partner".
Paracadutare gli "aiuti" da velivoli da guerra è l'ennesimo atto di
disumanizzazione dell'"intervento umanitario", vergognosamente costoso,
pericoloso e soprattutto funzionale ad accrescere le tensioni e il caos tra la
popolazione di Gaza e, di conseguenza, i "tiri al bersaglio" contro chi tenta di
appropriarsi dei "doni" piovuti dal cielo.
Dal 9 agosto anche l'Aeronautica Militare italiana ha avviato i lanci degli
aiuti dai C-130 della 46^ brigata aerea di Pisa. “Solidarity Path Operation” è
il nome dato alla missione: i velivoli italiani decollano da una base militare
della Giordania per poi raggiungere la Striscia di Gaza e "liberarsi" dei
"carichi di generi di prima necessità destinati alle aree più isolate e
difficilmente raggiungibili", così come riporta l'ufficio stampa del Ministero
della Difesa.
I lanci vengono effettuati unitamente ad altri velivoli di Giordania, Emirati
Arabi Uniti, Germania, Francia, Belgio e Olanda.
Dopo il sostegno a 360 gradi ai crimini di Israele contro la popolazione
palestinese, l'Italia si piega all'ignobile campagna di sterminio per fame degli
abitanti di Gaza, anch'essa funzionale alla loro deportazione ed espulsione. Con
detestabile ipocrisia di parla di "aiuti", mentre nulla viene fatto per imporre
ad Israele il rispetto del diritto internazionale umanitario, l'apertura dei
valichi della Striscia ai camion che trasportano viveri e medicinali e la fine
del blocco navale militare della Marina di Tel Aviv nelle acque nazionali della
Palestina (si vedano gli arrembaggi e i sequestri delle imbarcazioni della
Freedom Flotilla).
I "paracadutaggi" degli aiuti vengono filmati a fini di propaganda e
legittimazione dell'occupazione israeliana di Gaza. Quella che era fino al 7
ottobre 2023 la più grande prigione a cielo aperto del mondo è stata trasformata
in un immenso lager di sofferenze e morte. Adesso, grazie ai lanci militari di
pochissime scatolette di alimenti, Gaza è ulteriormente brutalizzata e
disumanizzata e resa simile più simile ad una "gabbia-zoo". Anche di queste
nefandezze un giorno tutte e tutti dovremo risponderne di fronte ai nostri figli
e nipoti.
Escalation bellica planetaria ed i reparti d’élite della NATO si addestrano in
Lazio alla guerra nucleare, chimica a batteriologica. A fine giugno si è
conclusa l’esercitazione multinazionale “Black Poison 2025”, una complessa
attività addestrativa condotta dalla Combined Joint Chemical, Biological,
Radiological and Nuclear Defence Task Force (CJ-CBRND-TF) della NATO, dal 1°
gennaio di quest’anno sotto la guida del 7° Reggimento difesa CBRN “Cremona” con
sede a Civitavecchia.
I war games si sono tenuti in alcune aree addestrative di Civitavecchia, Rieti e
Santa Severa (Roma) e hanno visto la partecipazione di reparti specializzati
provenienti da tre Paesi dell’Alleanza Atlantica (Francia, Germania e Polonia) e
di numerose unità dell’Esercito e dell’Aeronautica Militare italiani (Scuola
Interforze per la Difesa NBC di Rieti; Comando Artiglieria di Bracciano;
Battaglione Mezzi Mobili Campali della Scuola di Commissariato dell’Esercito di
Maddaloni, Caserta; 11° Reggimento Trasmissioni di Civitavecchia; Reggimento
Genio Ferrovieri di Castel Maggiore, Bologna; Reggimento Addestrativo Genio di
Roma; 3° Reggimento Supporto Targeting “Bondone” di Cassino). A “Black Poison
2025” ha partecipato pure la Brigata Informazioni Tattiche di Anzio, unità
dell’Esercito specializzata nelle attività di intelligence e nella guerra
elettronica.
“I reparti NATO sono stati impegnati in scenari complessi di contrasto a minacce
CBRN, simulando interventi in contesti civili e militari ad alta criticità”,
riporta lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano. “Black Poison 2025 rappresenta
una tappa fondamentale per il mantenimento della prontezza della CJ-CBRND-TF
contro minacce asimmetriche e non convenzionali. Il suo obiettivo è stato quello
di testare l’interoperabilità tra le forze alleate e la gestione integrata delle
emergenze in ambienti contaminati o potenzialmente contaminati da agenti
chimici-biologici-radiologici-nucleari. Durante l’esercitazione sono state
simulate attività di ricognizione, identificazione, campionamento,
decontaminazione e gestione di scenari di crisi conseguenti all’impiego o alla
dispersione di agenti o sostanze CBRN”.
I giochi di guerra in un’ampia area del territorio laziale, sempre secondo i
vertici dell’Esercito, si inseriscono nel “più ampio contesto delle iniziative
NATO volte al rafforzamento delle capacità di deterrenza e difesa contro le
minacce CBRN, confermando ancora una volta il ruolo centrale dell’Italia e del
7° Reggimento difesa di Civitavecchia come punto di riferimento nel panorama
internazionale della difesa specialistica”.
Sempre in diverse aree addestrative e poligoni del Lazio si era tenuta nel marzo
2024 un’altra esercitazione di simulazione di guerra
nucleare-chimica-batteriologica, denominata allora “White Poison”. “Essa è stata
finalizzata a testare la capacità degli assetti specialistici nel contrastare
eventi non convenzionali in contesti operativi diversificati, al fine di
garantire un’adeguata e rapida risposta alla crescente complessità della
minaccia Chimica, Biologica, Radiologica e Nucleare”, ammetteva candidamente lo
Stato Maggiore dell’Esercito.
“White Poison 2024” è stata pure l’occasione di testare la prontezza operativa
dei militari appartenenti al 7° Reggimento difesa CBRN “Cremona” in vista
dell’assunzione del Comando della NATO Combined Joint CBRN Defence Task
Force (CJ-CBRND-TF), assetto multinazionale e interforze ad elevata prontezza,
designato in ambito alleato per “rispondere rapidamente in situazioni di crisi e
alle nuove sfide globali nel settore della difesa CBRN”.
La task force è stata attivata per la prima volta nel marzo 2022 in risposta
dell’invasione russa dell’Ucraina per “affrontare la sua pericolosa retorica
sulle armi nucleari, chimiche e biologiche”, così come riportato dal Comando
generale della NATO. “La Combined Joint CBRN Defence Task Force supporta oggi
gli sforzi dell’Alleanza per prevenire e contrastare gli attacchi con armi di
distruzione di massa o eventi CBRN”. L’unità specializzata conta attualmente su
un battaglione multinazionale addestrato ed equipaggiato specificatamente per
fronteggiare incidenti CBRN o attacchi contro i territori e le forze NATO. “Il
battaglione si addestra non solo per i conflitti armati, ma anche per
intervenire in caso di crisi, a supporto delle autorità civili, così come in
caso di disastri naturali e incidenti a complessi industriali”, spiegano i
vertici dell’Alleanza. La task force opera sotto l’autorità del Comando Supremo
Alleato in Europa (SACEUR) con quartier generale a Mons (Belgio), da sempre
guidato da un generale delle forze armate degli Stati Uniti d’America.
Il 7° Reggimento difesa Nucleare, Biologica e Chimica “Cremona” è stato
costituito il 31 dicembre 1998 a Civitavecchia. Il suo personale è stato
impiegato in alcune missioni internazionali, specialmente in Bosnia Erzegovina,
Kosovo, Albania, Macedonia del Nord, Afghanistan e Iraq.
A Civitavecchia, presso il comprensorio militare di Santa Lucia, è presente un
altro ente dell’Esercito specializzato nel settore delle armi di distruzione di
massa, il Centro Logistico Interforze per la Difesa NBC, anch’esso partecipante
alle esercitazioni “White Poison 2024” e “Black Poison 2025”. Il Centro si
occupa principalmente di sperimentazione e ricerca nel settore nucleare, chimico
e biologico e di sviluppo, produzione, approvvigionamento e collaudo di
materiali destinati alla difesa NBC. “Il CETLI in particolare svolge attività di
studio, verifiche ed applicazioni di carattere militare nel settore CBRN;
fornisce concorso nell’approvvigionamento di materiali e mezzi di rilevazione,
protezione e bonifica CBRN per le esigenze delle Forze Armate ed esegue la
riparazione, il mantenimento, il controllo di efficienza e le indagini tecniche
sui materiali CBRN in uso alla Difesa”, spiega lo Stato Maggiore dell’Esercito.
E che non si dica che il bel paese non si stia preparando alla guerra con
l’impiego delle armi di distruzione di massa…
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 30 giugno 2025,
https://pagineesteri.it/2025/06/30/in-evidenza/in-italia-le-prove-nato-di-guerra-nucleare-chimica-e-batteriologica/
Una lezione di falsa democrazia che la falsa opposizione non ha inteso
contrapporre con una narrazione “altra”, in quanto essa è pienamente condivisa
in nome del realismo militarista tanto in voga nell’Unione europea fortezza di
guerra. “I nostri alleati USA non hanno utilizzato le basi militari in Italia né
ci hanno chiesto di poterlo fare in futuro. Se dovessero richiederlo, sarà il
Parlamento ad autorizzarlo”, ha dichiarato la premier Giorgia Meloni nelle ore
successive ai bombardamenti dei presunti siti nucleari iraniani, la notte del
solstizio d’estate 2025.
Del tutto falso che le forze armate USA non abbiano utilizzato per le loro
scorribande in territorio iraniano le maggiori infrastrutture logistiche e le
installazioni militari ospitate in territorio italiano. Dalla base di Camp Darby
e dal porto di Livorno in Toscana sono stati inviati sistemi d’arma e munizioni
alle truppe USA in Medio Oriente; i cacciabombardieri F-16 di US Air Force sono
stati trasferiti dalla base di Aviano (Pordenone) al Golfo Persico; i grandi
aerei cisterna, dopo essere decollati anch’essi da Aviano, hanno rifornito in
volo i bombardieri strategici B-2 da cui sono state lanciate le superbombe
contro i laboratori sotterranei iraniani; il comando della Marina Militare USA
per l’Europa e l’Africa di stanza a Napoli Capodichino ha diretto e coordinato
tutte le operazioni delle unità navali presenti nel Mediterraneo orientale e nel
Mar Rosso per offrire ad Israele una “copertura” anti-Teheran; lo stesso comando
ha pianificato il lancio di un gran numero di missili da crociera Tomahawak
contro l’Iran dal sottomarino nucleare “USS Georgia” di US Navy; gli aerei con e
senza pilota decollati dalla base siciliana di Sigonella, prima, durante e dopo
la notte del 21 giugno, hanno condotto innumerevoli attività di intelligence e
riconoscimento dei “target” iraniani; sullo spazio aereo della Sicilia – in
rotta tra Trapani e Catania, sono transitati i caccia F-22 “Raptor” che hanno
scortato i B-2 nella loro missione di morte e distruzione. Altro che
“estraneità” italiana alla guerra scatenata da Netanyahu e Trump contro Teheran…
Ma ciò che più dovrebbe indignare le donne e gli uomini di questo Paese è
l’assoluta ignoranza bipartisan dei più elementari principi del diritto
internazionale e della Costituzione italiana. Non ci può essere infatti
Parlamento in Italia, che a maggioranza o perfino all’unanimità, possa
legittimare una violazione così ignobile di norme e valori come quella della
trasformazione di porzioni del territorio in piattaforme avanzate per aggredire
e colpire un paese sovrano e assassinare donne e bambini. Ma nessuno, proprio
nessuno (elettroencefalogramma piatto quello di giuristi, intellettuali, forze
politiche e sociali, senatori e deputati di centrodestra e centrosinistra) ha
avuto l’ardire di scriverlo e ricordarlo.
Peccato davvero. Invece di invocare che le basi “italiane” non siano messe a
disposizione dei fedeli alleati belligeranti (penso in particolare a certi
pacifinti del Pd), avrebbero fatto meglio – loro che al governo ci sono stati
per anni “autorizzando” strike in Iraq, Afghanistan, Balcani, Libia, ecc. ecc. –
a riconoscere che caserme, scali aeroportuali e porti sono stati pensati per
fare la guerra e se pertanto esistono è in guerra che devono andare. L’unico
modo per “renderli innocui” e “pacifici” è quello di smantellarli subito, senza
se e senza ma, indipendentemente che operino con gli stendardi tricolore o a
stelle e strisce.
In quanto poi all’auspicio che sia comunque interdetto l’impiego “bellico” delle
nostre basi da parte dei partner NATO, ci sarebbe proprio da ridere (di rabbia)
se non ci trovassimo di fronte al lago di sangue da esse prodotto in mezzo
pianeta. C’ da chiedersi infatti in che modo il migliore degli esecutivi
innamorati dell’art. 11 della Costituzione, quello dell’Italia che ripudia la
guerra, potrebbe impedire che da Ghedi, Sigonella, Aviano, Capodichino, Gioia
del Colle o Amendola, non decollino i caccia USA zeppi di testate nucleari
tattiche (le B-61-12 che con tanto ardore stocchiamo e difendiamo a casa nostra)
per sganciarle a Mosca, Teheran, Pyongyang o Pechino? Gli scaglierebbero per
caso addosso i militari italiani così come avvenne, una volta sola nella storia
repubblicana, durante la “lunga” notte di Sigonella, quella del 10 ottobre 1986?
Ok, facciamo finta di credere pure noi alle fiabe e che in uno scatto d’orgoglio
(o di follia), un generale italiano imponga ad un collega USA il rispetto pieno
degli accordi di cooperazione bilaterale (pacta sunt servenda…). Ma se assai
ipoteticamente possibile per un velivolo o una nave da guerra, come si potrà mai
impedire che gli ordini d’attacco o certe informazioni strategiche non siano
trasmessi dagli oltre quaranta comandi che le forze armate USA hanno disseminato
in Italia? E come facciamo ad evitare che non sia impiegato il terminale
terrestre del MUOS di Niscemi, il più moderno sistema di telecomunicazioni
satellitari della Marina USA, per dirigere e governare le missioni degli “utenti
mobili” (bombardieri, droni, portaerei, sottomarini missili nucleari e
convenzionali) del Pentagono? C’è davvero solo un unico modo perché non si
ripeta quanto accaduto la notte del solstizio anti-Iran, quando US Navy da
Capodichino ordinò - via terminali e satelliti MUOS - il lancio dei Cruise
contro Teheran: far decollare gli F-35 dell’Aeronautica Militare da Amendola e
bombardare tutte le antenne USA innalzate nella riserva naturale di Niscemi in
barba alla Costituzione e alle leggi che tutelano il territorio, l’ambiente e la
salute umana.
Una nuova stagione di mobilitazione e di lotta deve prendere il via in Sicilia
per chiedere l’immediato smantellamento di tutte le infrastrutture belliche
esistenti (Sigonella e il MUOS di Niscemi in testa), per smilitarizzare e
denuclearizzare l’Isola e trasformarla in un Ponte di pace, dialogo e
cooperazione tra i popoli del Mediterraneo. I Comitati No MUOS e No War si sono
dati un appuntamento che alla luce di quanto accaduto nelle settimane scorse
diventa più che mai importante. Sabato 2 agosto ci sarà un corteo tra i sentieri
che si snodano accanto alle reti con il filo spinato dell’apartheid israeliano
che “difendono” la base nella titolarità ed uso esclusivo delle forze armate
d’oltreoceano. “In contrada Ulmo a Niscemi, contro il MUOS e la guerra, fino
alla liberazione della terra”, scrivono le attiviste e gli attivisti del
Movimento. “L’unico modo che conosciamo per affrontare i tempi duri è questo:
lottare, rilanciare, scendere in piazza, ritornare insieme lì dove stiamo da
anni, davanti a quella base di morte, per ricordare che non vogliamo essere
complici con guerre e genocidi…”.
Articolo pubblicato in Le Siciliane Casablanca, n. 88, maggio-giugno 2025
Mercoledì 9 luglio sono stati monitorati alcuni atterraggi di velivoli militari
nell’aeroporto “civile” di Comiso (Ragusa), intitolato a Pio La Torre, il
segretario del PCI siciliano assassinato per il suo impegno contro la mafia, la
militarizzazione dell’Isola e l’installazione dei missili nucleari Cruise
proprio a Comiso.
Mentre ormai lo scalo civile sembra essere destinato alla chiusura si fanno
sempre più forti le pressioni per una sua conversione a fini bellici.
La scorsa settimana il ministro della difesa Guido Crosetto ha annunciato che la
Sicilia sarà trasformata in piattaforma addestrativa per i top gun USA e NATO
che utilizzano i cacciabombardieri di quinta generazione F-35 (a capacità
nucleare).
In tanti hanno pensato che sarà la stazione aeronavale di Sigonella a fare da
hub addestrativo per l’US Air Force; personalmente ritengo invece che le
autorità militari per tutta una serie di ragioni (anche logistico-operative)
opteranno per un’altra destinazione.
L’aeroporto di Comiso è un'”ottima opzione”, ma non scarterei anche la
possibilità che vengano utilizzati pure gli aeroporti militari di Trapani-Birgi
(già base NATO per le operazioni degli aerei radar AWACS) e Pantelleria (in
questo scalo in più esercitazioni sono atterrati i velivoli F-35 in dotazione
all’Aeronautica Militare italiana).
La lotta contro la militarizzazione della Sicilia – a partire dall’opposizione
alla riconversione a fini militari di Comiso – deve diventare l’obiettivo
prioritario di ogni soggetto sociale e politico che intenda richiamarsi
all’Utopia di Pio La Torre di una Sicilia Ponte di Pace e Cooperazione tra i
popoli del Mediterraneo.
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 10 luglio 2025,
https://www.stampalibera.it/2025/07/10/laeroporto-pio-la-torre-di-comiso-verso-la-riconversione-a-scalo-di-guerra-usa-nato/?fbclid=IwY2xjawLcxtBleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBmWjlBYUUxUWlFZ2FvSnNuAR5QmkbkUqenAohpOAzI-CXxNXFnsXNWxfViPe8wwNlH0SqYAmoMVL9JZvdwtw_aem_x901abPCyhAJBoKXAP2eOw
Poche ore dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed
Esfahan, un grande drone MQ-4C “Triton” della Marina Militare degli Stati Uniti
d’America ha effettuato una lunga missione di intelligence, sorveglianza e
riconoscimento nello spazio aereo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico.
Parte della rotta di volo del velivolo da guerra, registrato con il numero
169661 (nome in codice Overlord), è stata tracciata da ItaMilRadar, sito che
documenta il traffico aereo militare nel Mediterraneo e in Medio Oriente.
“L’MQ-4C Triton di Us Navy – spiegano gli analisti di ItaMilRadar - ha sorvolato
lo Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi nel corso della mattinata di
domenica 22 giugno, probabilmente per monitorare le reazioni dell’Iran
all’attacco dei bombardieri B-2 e garantire piena conoscenza di quanto accade
alle forze navali USA presenti nell’area”.
Non è stato possibile identificare lo scalo di partenza e arrivo del velivolo
senza pilota, ma il “Triton” numero 169661 è di norma assegnato dal Pentagono
alla stazione aeronavale siciliana di Sigonella, nell’ambito del programma di
“ampia sorveglianza aereo-marittima” BAMS (Broad Area Maritime Surveillance) nel
Mediterraneo. Nello specifico si tratta di uno dei quattro MQ-4C “Triton”
schierati a Sigonella dal 2024, in forza al locale distaccamento avanzato del
19° Squadrone di pattugliamento con aerei senza pilota di US Navy (VUP-19
squadron), con quartier generale a Jacksonville, Florida.
L’MQ-4C “Triton” è un drone a lungo raggio, basato sulla piattaforma dell’RQ-4
“Global Hawk”, versione “Block 20”, è stato prodotto dall’industria aerospaziale
statunitense Nortrop Grumman. Rispetto alla versione “madre” entrata in funzione
con l’US Air Force (anch’essa operativa dalla base di Sigonella), il nuovo
velivolo monta una struttura alare rinforzata per volare in condizioni
meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i
volatili, ai fulmini e al ghiaccio.
Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, il “Triton” può operare entro
un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine
massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo gode
di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola
missione i sofisticati sensori di bordo sono in grado di rilevare, classificare
e tracciare obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una
superficie di quattro milioni di miglia nautiche.
I velivoli schierati a Sigonella sono stabilmente impiegati in attività di
intelligence, sorveglianza e riconoscimento nei cieli del Mediterraneo orientale
e del Golfo Persico, a supporto delle operazioni belliche della flotta USA
contro le milizie Houthi in Yemen e di quelle delle forze armate israeliane
contro la popolazione palestinese a Gaza o in Libano, Siria, Yemen e Iran.
Gli analisti di ItaMilRadar avevano già tracciato due operazioni top secret
dell’MQ-4C “Triton” con numero identificativo 169661M nel Mediterraneo
orientale. La prima è avvenuta il 30 gennaio 2025; dopo il decollo da Sigonella
il drone ha raggiunto le coste della Siria, per sorvolarle nel corso della notte
e rientrare all’alba nella base siciliana. La seconda missione risale al 3
febbraio successivo; anche in questo caso dopo il decollo da Sigonella, il
velivolo ha sorvolato tutta la notte i cieli della Siria.
“Il drone si è pure soffermato per un certo tempo sulle acque del Libano,
operando esclusivamente nello spazio aereo internazionale e fuori dalla zona FIR
di Beirut”, riportava ItaMilRadar. “Né durante il viaggio di andata, né in
quello di ritorno è stato possibile osservare elementi specifici che lasciano
pensare che abbia monitorato la flotta russa attualmente in navigazione nel
Mediterraneo centrale. La presenza del Triton nella regione sottolinea
l’importanza strategica assunta dal Mediterraneo orientale. Dato che le
dinamiche geopolitiche continuano ad evolversi, la sorveglianza militare e la
raccolta di informazioni rimangono fondamentali per le maggiori potenze in
termini di sicurezza e controllo”.
Anche nella mattinata di oggi 23 giugno è stato monitorato il decollo da
Sigonella di un drone RQ-4B “Global Hawk” di US Air Force (identificato con il
numero 09-2049, nome in codice Forte10) che ha poi raggiunto lo spazio aereo tra
l’isola di Cipro e l’Egitto. “Si tratta di una missione inusuale per un Global
Hawk”, scrivono gli analisti di ItaMilRadar. “L’area del Mediterraneo orientale
è la stessa dove sono state osservate numerose missioni dei pattugliatori
P-8A Poseidon di US Navy, anch’essi schierati a Sigonella. Ciò che spicca questa
volta è la relativa distanza della zona di pattugliamento dalle coste del Medio
oriente, attività svolta di norma non dagli assetti aerei di US Air Force ma da
quelli di US Navy. Mentre i droni MQ-4C della Marina USA operano
specificatamente nel Mediterraneo, i Global Hawk dell’Aeronautica vengono
impiegati comunemente sui cieli del Mar Nero e della Regione baltica. Non è
ancora chiaro cosa ha catturato l’attenzione USA, ma la concentrazione delle
recenti missioni in quest’area conferma il sempre maggiore interesse che essa
riveste per Washington”.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 26 giugno 2025,
https://pagineesteri.it/2025/06/26/medioriente/le-attivita-di-intelligence-anti-iran-con-i-droni-usa-di-sigonella/?fbclid=IwY2xjawLOWkNleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBmWjlBYUUxUWlFZ2FvSnNuAR7DOiq2xc1thE4bqFGrnJJ_wSI_GBLR5qAux8oWagUm-K4oo856ZXfOQpqT7w_aem_lCWfLibNDtGTzNKpt5MZqQ
Antonio Mazzeo è insegnante, giornalista e peace researcher. Ha iniziato
giovanissimo a occuparsi dei temi della pace, seguendo le iniziative contro
l’installazione dei missili nucleari Cruise nella base di Comiso. Da allora, si
dedica a seguire e criticare i processi di militarizzazione in Sicilia, sua
terra d’origine, e, in generale, in Italia.
È attivo anche sulle questioni relative al disarmo, all’ambiente e al contrasto
alla mafia. Ha un passato da cooperante nei Balcani e America Latina. Partecipa
a incontri, conferenze e dibattiti e scrive articoli e saggi. Ha approfondito
l’argomento della presenza delle basi USA e NATO sul territorio italiano ed è
tra i promotori dell’Osservatorio per monitorare e denunciare l’attività
di militarizzazione nelle scuole e nelle università.
È autore, insieme a Lelio Bonaccorso e Deborah Braccini, del fumetto “Sigonella.
Le guerre alle porte di casa” (La Revue Dessinée Italia, n. 4 – 2023).
Nel 2025 ha pubblicato, con Manifesto libri, un volume dal titolo “La scuola va
alla guerra”.
Abbiamo posto alcune domande proprio sui temi della presenza di basi militari
non italiane sul territorio nazionale e l’infiltrazione di uno spirito
militarista nelle scuole.
Perché ci sono Basi NATO e USA in Italia?
Il processo di militarizzazione del territorio italiano a partire
dall’installazione di basi militari USA e NATO deve essere inserito nel contesto
della Guerra Fredda tra Washington e l’Unione Sovietica, a conclusione del
secondo conflitto mondiale. Dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia nel luglio
del 1943, il nostro Paese è stato cooptato nell’area di influenza della Gran
Bretagna prima, degli Stati Uniti d’America subito dopo. In quest’ottica
l’Italia ha assunto progressivamente il ruolo di grande piattaforma per le
operazioni di proiezione avanzata USA e NATO nel Mediterraneo e in Medio
Oriente. Contestualmente la presenza dei reparti d’eccellenza e delle maggiori
centrali d’intelligence a stelle e strisce ha avuto la funzione di “dissuasione”
da qualsivoglia tentativo di trasformazione e democratizzazione dell’assetto
sociale ed economico. Un fronte interno, rappresentato dai partiti di massa e
dalle organizzazioni sindacali della sinistra, che è stato contrastato anche
militarmente. Penso in particolare alla strategia delle cosiddette “stragi di
Stato”, con sanguinosi attentati terroristici eseguiti da organizzazioni di
estrema destra grazie al sostegno e la copertura dei servizi segreti alleati e
di apparati istituzionali interni impropriamente “deviati”.
Esiste una differenza dal punto di vista giuridico e politico tra Basi NATO e
USA?
Sì, e lo hanno abbondantemente documentato docenti di diritto internazionale o
costituzionalisti come il professore Sergio Marchisio o il magistrato ed ex
senatore Domenico Gallo, tra gli altri. Nella realtà bellica odierna, tuttavia,
si è creata un’ampia area grigia, ibrida, dal punto di vista politico e
giuridico, che rende sempre più difficile orientarsi e distinguere finalità e
funzioni di queste infrastrutture. Penso in particolare alla grande stazione
aeronavale siciliana di Sigonella dove “convivono” comandi e infrastrutture
dell’Aeronautica Militare italiana, dell’Alleanza Atlantica (ad esempio il
Centro di controllo del sistema di sorveglianza con droni AGS) e quelle ad “uso
esclusivo” delle forze armate statunitensi (tra esse anche il MUOS* a Niscemi).
A Sigonella operano poi reparti e sistemi militari che rispondono all’Unione
Europea o all’agenzia Frontex che controlla le frontiere esterne UE in funzione
anti-migranti. Uno scenario complesso, dunque, ben oltre i limiti dei principi
sanciti dalla Costituzione e della sovranità nazionale.
*(n.d.r.) Mobile User Objective System (MUOS): è un moderno sistema di
comunicazione satellitare della marina militare statunitense. È composto da
cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni terrestri, di cui una a
Niscemi, in Sicilia (e le altre in Australia, Stati Uniti e Hawaii). È
utilizzato per il coordinamento di tutti i sistemi militari statunitensi
esistenti, in particolare i droni (fonte:https://www.nomuos.info/, consultato il
7/06/2025). Questi sono stati puntualmente allocati alla fine di marzo 2024
nella base militare americana di Sigonella, in provincia di Siracusa, come
riferito dallo stesso comando della Naval Air Station ivi stanziato
(fonte: https://www.lanotiziagiornale.it/a-sigonella-e-arrivato-triton-il-super-drone-della-marina-usa-e-gia-operativo/,
consultato il 7/06/2025)
Teoricamente l’Italia potrebbe chiedere lo smantellamento di tutte le basi
militari non italiane sul proprio territorio? E praticamente?
Nonostante la “sovranità limitata” dalla presenza di centri e comandi che
rispondono agli interessi geostrategici di Washington, l’Italia ha tutti gli
strumenti giuridici per poter decidere di uscire dalla NATO e chiedere il ritiro
dal proprio territorio delle forze armate di paesi terzi. Certo sarebbe un
processo tutt’altro che indolore (citavo prima l’uso delle bombe nelle banche e
ai treni per arrestare l’avanzata delle sinistre), ma ritengo che nulla potrebbe
fermare la volontà di autodeterminazione popolare e delle forze politiche e
sociali autenticamente democratiche. In verità le relazioni Italia-USA-NATO sono
molto più “interessate”. Ci sono gruppi economici, finanziari ed energetici di
casa nostra che hanno stretto legami strettissimi con il capitale
transnazionale, facendo grossi affari con Washington ed i partner alleati e
pertanto ritengono utile e opportuno il do ut des secondo cui “ti faccio fare
ciò che vuoi dalle basi in cui ospito i tuoi reparti armati e finanche le tue
testate nucleari”, ma tu “mi consenti di continuare ad accrescere fatturati e
profitti a casa tua…”. Quanti sanno in Italia che le maggiori holding
militari-industriali italiane (Leonardo SpA, Fincantieri, Beretta Group, ecc.)
hanno il Pentagono tra i maggiori clienti internazionali?
Pensa che la neutralità dell’Italia sia un’opzione praticabile?
Non solo la penso praticabile, ma auspico che la “neutralità” vada interpretata
immediatamente, sia per garantire il pieno rispetto del diritto costituzionale e
di quello interno e sia per poter assumere il sempre più necessario ruolo di
ponte di dialogo e cooperazione tra gli Stati e i popoli. Con la guerra ormai
alle porte di casa, l’Italia ha solo una via d’uscita per non essere coinvolta,
anzi travolta, da un terzo conflitto mondiale totale: la neutralità “attiva”, la
mediazione tra le parti, la diplomazia della Pace.
Crede che l’aspirazione al disarmo e le esigenze di difesa siano conciliabili?
Se sì, in che modo?
E’ stato del tutto alterato e degenerato il reale significato di “difesa”. Ormai
il termine è sinonimo di riarmo, deterrenza nucleare, conflitto armato. Si
ignora invece che mai come adesso dovremmo operare tutte e tutti in “difesa”
della Pace, dei diritti umani e sociali, delle garanzie costituzionali, dei
territori, dell’ambiente, della giustizia. Disarmarsi oggi, rifiutare il
dissennato piano ReArm Europe della UE e della NATO, significa finalmente
riprendersi la vita e impedire l’olocausto nucleare e la scomparsa dell’umanità
dal pianeta.
Esiste un’infiltrazione militarista nelle scuole? Se sì, da parte di chi? In che
modo è attuata e quali interessi la sostengono? Qual è la risposta di studenti
e insegnanti?
La militarizzazione del sistema educativo italiano è un processo che sta
investendo le scuole di ogni ordine e grado, da quelle dell’infanzia agli
istituti secondari di secondo grado, in ogni parte del paese. Ormai non c’è
attività didattica che non veda salire in cattedra rappresentanti delle forze
armate (non soltanto quelle italiane, ma anche quelle “ospitate” nelle basi USA
e NATO) e dei manager delle grandi e piccole aziende del comparto
bellico-industriale. Una fase storica segnata dalla guerra permanente non poteva
purtroppo risparmiare i luoghi di formazione globale delle nuove generazioni,
così come è avvenuto durante il fascismo quando la pedagogia del regime aveva
l’obiettivo di imporre il massimo consenso alle disavventure coloniali,
“educando” alla cieca obbedienza e al sacrificio per la “patria”. Le guerre
moderne hanno bisogno di enormi risorse finanziarie per acquistare sistemi
sempre più sofisticati, disumanizzati e disumanizzanti, a costo di tagli
draconiani al welfare e alla precarizzazione delle vite, specie di quelle dei
minori e degli adolescenti. Si entra nelle scuole o si ospitano le scuole in
caserma, nei poligoni di guerra e nelle fabbriche di armi per imporre la
“cultura della difesa e della sicurezza”, l’accettazione della legittimità e
dell’ineluttabilità della guerra. Ma le guerre moderne, così come lo mostra al
mondo il sanguinoso conflitto fratricida russo-ucraino, hanno bisogno di
“giovani e forti” per il combattimento corpo a corpo. Carne da cannone, così
come accadeva nelle trincee della prima guerra mondiale. A questi fini, USA, la
NATO e lo Stato Maggiore italiano si preparano da decenni. In passato c’è stata
scarsa attenzione a questo processo e alla sua immensa pericolosità.
Fortunatamente i risultati sono del tutto diversi da quelli che si attendevano i
signori della guerra: crescono tra le nuove generazioni la consapevolezza del
rischio di autodistruzione e il ripudio di ogni forma di guerra e sopraffazione
tra gli Stati. Le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese
vittima del genocidio israeliano ne è la testimonianza più evidente. Ma anche
tra i genitori e gli insegnanti si moltiplicano le forme di dissenso contro il
militarismo e la militarizzazione imperante nelle istituzioni scolastiche. Due
anni fa, docenti, organizzazioni sindacali di base del mondo della scuola,
l’associazionismo cattolico-pacifista hanno costituito l’Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università. Da allora sono state
tantissime le denunce e le azioni di contrasto contro questo fenomeno. Se la
Scuola va alla Guerra, c’è ancora una Scuola che aspira profondamente alla Pace
e al Disarmo.
Quali letture consiglierebbe a chi volesse approfondire questi argomenti?
Fortunatamente sono innumerevoli i testi prodotti in questi anni sui temi della
Pace e del Disarmo o di analisi sulle cause e gli effetti dei conflitti in
corso. Forse sarebbe meglio ricordare che esistono in Italia centri di
documentazione che li raccolgono e li socializzano. Penso in particolare
all’Archivio Disarmo di Roma o al Centro “Sereno Regis” di Torino, ecc. La vera
sfida culturale, oggi, è moltiplicare queste esperienze dal basso.
Ringraziamo il prof. Mazzeo per le sue risposte puntuali, esaustive e
appassionate.
Intervista a cura di Maurizio Salustro, pubblicata l’8 giugno 2025 in Clessidra
XXI,
https://www.clessidra2021.it/2025/06/08/parla-antonio-mazzeo-litalia-e-paese-a-sovranita-limitata-bisogna-puntare-alla-neutralita-attiva/