Come ormai accade immancabilmente da oltre cinquant’anni, la base militare di
Sigonella si rivela un avamposto strategico per le operazioni di guerra
USA-NATO.
Sabato 28 febbraio alle ore 01.30 circa, un grande velivolo da pattugliamento
aeronavale Boeing P8A “Poseidon” in dotazione alla Marina Militare degli Stati
Uniti d’America è decollato dallo scalo siciliano per dirigersi verso il
Mediterraneo orientale dove da lì a qualche ora è stato scatenato il brutale
attacco di USA ed Israele contro l’Iran.
Il “Poseidon” viene impiegato di norma da US Navy per le operazioni di
intelligence, sorveglianza e riconoscimento di potenziali obiettivi “nemici”.
Grazie a sofisticate sonoboe e al sistema radar APY-10 è in grado di
intercettare sottomarini in immersione.
Anche se le caratteristiche e le potenzialità belliche delle attrezzature sono
secretate, il velivolo può mappare un’area di 10.000 metri quadri da una
distanza di più di 220 miglia. Il P-8A può anche disturbare i radar annullandone
i segnali.
Il P8-A “Poseidon” può essere impiegato anche per operazioni di attacco con
missili antinave AGM-84 Harpoon e siluri Mark 54.
La sua presenza nello scacchiere di guerra mediorientale durante il raid contro
Teheran ha certamente favorito le operazioni di individuazione e selezione degli
obiettivi da colpire. I P-8A “Poseidon” di Sigonella sono già stati utilizzati
in innumerevoli interventi di US Navy nel Mar Nero e ai confini con Ucraina,
Russia e Bielorussia, a fianco delle forze armate di Kiev.
I pattugliatori realizzati dal colosso industriale Boeing operano stabilmente
dal settembre 2016 dalla grande base militare siciliana sotto il comando e il
controllo di un distaccamento del Patrol Squadron 45 di US Navy appositamente
trasferito in Sicilia da Jacksonville, Florida.
A confermare il ruolo chiave di Sigonella nella campagna di guerra
USA-israeliana contro l’Iran va altresì rilevato che sempre sabato 28 febbraio è
atterrato nella base aerea siciliana un drone-spia MQ-4C “Triton”, anch’esso in
dotazione a US Navy.
Il grande velivolo senza pilota è rientrato in Sicilia dopo una lunga missione
di intelligence e sorveglianza nello spazio aereo del Golfo di Oman, in
prossimità dello Stretto di Hormuz. Il “Triton” era stato trasferito il 23
febbraio da Sigonella alla base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti.
Il 24 febbraio, in particolare, è stata tracciato il volo del drone sul Golfo
Persico in prossimità di Bahrain e Qatar, ad un’altitudine “anomala” di oltre
11.500 metri. Anche in questo caso è presumibile che il velivolo abbia mappato
le infrastrutture e i siti iraniani da colpire e distruggere.
Un drone MQ-4C “Triton” di Sigonella ha partecipato alle operazioni di guerra di
USA ed Israele contro l’Iran la notte del solstizio d’estate 2025.
Poche ore dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed
Esfahan, il velivolo senza pilota di US Navy ha sorvolato lo spazio aereo dello
Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi, probabilmente per monitorare le
reazioni di Teheran all’attacco dei bombardieri B-2.
L’MQ-4C “Triton” è un velivolo a lungo raggio prodotto dall’industria
aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. Lungo 14,5 metri e con un’apertura
alare di 39,9, può operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base
di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera
di 575 km/h.
Il drone gode di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel
corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano
e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una
superficie di quattro milioni di miglia nautiche.
Dal 23 febbraio la base di Sigonella, congiuntamente alle due basi della Marina
Militare di Augusta (Siracusa) e Catania, opera a supporto logistico-operativo
della grande esercitazione aeronavale della NATO “Dynamic Manta”.
Si tratta della più importante esercitazione che l’Alleanza Atlantica svolge
annualmente per la lotta anti-sottomarina e “neutralizzazione” delle unità da
guerra “ostili”.
All’edizione 2026 di “Dynamic Manta” partecipano unità di superficie,
sottomarini, mezzi aerei ed elicotteri di Canada, Francia, Germania, Grecia,
Italia, Portogallo, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti d’America.
I war games nelle acque di Ionio, Tirreno meridionale e Canale di Sicilia,
concomitanti con la campagna bellica anti-Iran, dovrebbero concludersi venerdì 6
marzo.
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 3 marzo 2026,
https://www.africa-express.info/2026/03/03/anche-un-drone-americano-partito-da-sigonella-allassalto-delliran/
Source - Antonio Mazzeo Blog
Cresce l’apporto dei droni USA di stanza nella grande base di Sigonella nella
campagna di guerra lanciata da Stati Uniti d’America ed Israele contro l’Iran.
Oggi domenica 8 marzo gli analisti di ItaMilRadar hanno tracciato l’ennesima
missione di un velivolo senza pilota MQ-4C “Triton” (reg. 169804 – c/s
VVPE804) di US Navy che dopo essere decollato dalla stazione aeronavale
siciliana si è diretto verso le coste nordorientali iraniane nei pressi di
Bushehr per svolgere una lunga missione di intelligence, sorveglianza e
riconoscimento.
Nelle stese ore ha operato nello spazio aereo mediorientale un pattugliatore
Boeing P-8A “Poseidon” della Marina Militare USA, velivolo impiegato anch’esso
per attività di intelligence e per la guerra elettronica.
Anche il P-8A “Poseidon” di norma utilizza Sigonella per le missioni in Medio
Oriente, ma stavolta non è stato possibile accertare la base da cui è decollato
il pattugliatore statunitense.
“La missione del Triton ha avuto luogo mentre la guerra tra l’Iran e la
coalizione USA-Israele è entrata nella seconda settimana e fonti stampa
riferiscono che Washington starebbe valutando l’ipotesi di tentare di
intervenire direttamente sull’isola di Kharg, il maggiore hub per le
esportazioni petrolifere iraniane, in un punto offshore”, commentano gli
analisti di ItaMilRadar.
Nella sua rotta, il drone MQ-4C “Triton” ha sempre sorvolato le acque del Golfo
Persico a ridosso delle coste iraniane; il P-8A “Poseidon” ha è rimasto sempre
sul territorio dell’Arabia Saudita sudorientale vicino Hafr Al Batin.
“La geometria operativa della missione è particolarmente interessante”,
sottolineano gli analisti. “Mentre il pattugliatore P-8A ha volato da una
posizione di stallo più sicura, il Triton si è spinto più avanti fino alle coste
iraniane, effettuando giravolte proprio nei pressi di Bushehr. Il tracciato di
volo suggerisce inoltre che il drone possa aver sorvolato per poco l’isola.
Tuttavia, l’area è nota per la forte interferenza GPS e il tracciato potrebbe
essere stato distorto”.
Bushehr è una delle località iraniane più rilevanti dal punto di vista
geostrategico in quest’area del Golfo Persico. Essa ospita infatti un impianto
per l’arricchimento dell’uranio e importanti infrastrutture navali militari del
Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamica (IRGC).
“In questo contesto, la missione odierna del drone può essere servita per
monitorare l’attività iraniana lungo la costa e raccogliere dati d’intelligence
per gli approcci marittimi verso l’isola di Kharg”, conclude ItaMilRadar. “Se
questo segna l’inizio di un impegno per una sorveglianza più sistematica nel
settore Bushehr–Kharg non è ancora chiaro. Ma il conflitto entrerà in una nuova
fase questa settimana e i voli di intelligence, sorveglianza e riconoscimento da
Sigonella verso il Golfo Persico potrebbero divenire ancora più frequenti”.
Ma il governo Meloni-Tajani-Crosetto non ha proprio più nulla da commentare sul
coinvolgimento del territorio italiano per le operazioni di guerra di USA ed
Israele?
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle
infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi
(Emirati Arabi Uniti).
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato
diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il
conflitto bellico generato dall’attacco USA e Israele contro l’Iran.
Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14
voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed
Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing
KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo
dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.
Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è
presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il
rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari
del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.
“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente
movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar.
“Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di
andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico,
principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A
dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento
in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento
di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari,
rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni
di emergenza”.
Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno
sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto
rutinaria.
“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima
tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del
personale”, conclude ItaMilRadar.
Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130
dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait.
Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento
presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che
avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia
Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di
stanza proprio nello scalo siciliano.
Il ministro della Difesa del Paese africano è stato ospite della Divisione
elicotteri della società italiana a Vergiate e di quella aerea a Venegono
Inferiore
Supermarket Leonardo SpA per le forze armate della Nigeria. Il 17 ottobre 2025
il ministro della difesa nigeriano Mohammed Badaru Abubakar si è recato in
visita a due stabilimenti lombardi della holding produttrice di sistemi bellici.
Badaru Abubakar è giunto in Italia con la delegazione governativa guidata dal
presidente Bola Ahmed Tinubu, in visita ufficiale a Roma per partecipare
all’AQABA Process Meeting, l’iniziativa di cooperazione internazionale
anti-terrorismo in Africa occidentale promossa dalla Presidenza del consiglio
italiana e dal Regno di Giordania.
Nello specifico il ministro della difesa nigeriano è stato ospite della
Divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate e di quella aerea a Venegono
Inferiore (Varese).
Nei due stabilimenti sono in via di realizzazione gli elicotteri d’attacco AW109
“Trekker” e i caccia-intercettori M-346 destinati all’Aeronautica militare della
Nigeria.
A Vergiate il ministro Badaru Abubakar ha avuto modo di ispezionare le
operazioni di assemblaggio dei “Trekker”: tre di questi velivoli sono già pronti
per la consegna; altri tre saranno completati entro la fine dell’anno e gli
ultimi quattro nei primi mesi del 2026.
Grazie agli elicotteri AW-109 di Leonardo, l’Aeronautica militare nigeriana
punta a rafforzare le sue capacità di supporto al combattimento, trasporto aereo
tattico ed evacuazione medica.
A Venegono Inferiore è stato possibile assistere alle operazioni di assemblaggio
dei caccia M-346. Si tratta di una versione modificata dell’addestratore
avanzato del tipo “light combat”, con capacità multiruolo per missioni di
supporto aereo avanzato e ricognizione tattica. La Nigeria ne ha ordinati 24.
Il valore stimato della commessa è di 1,2 miliardi di euro; oltre alla fornitura
dei velivoli, Leonardo assicurerà la loro manutenzione in Nigeria per 25 anni.
Tre caccia sono in avanzata fase di produzione, mentre per altri tre prenderanno
il via a breve i test di volo. La consegna sarà completata in quattro tranche di
sei velivoli ciascuno, comprensivi di sistemi d’arma e componenti elettroniche.
Secondo le autorità nigeriane, grazie alle caratteristiche delle missioni
aria-aria e aria-terra, l’M-346 rafforzerà significativamente le capacità di
combattimento delle forze armate nigeriane.
“La visita ai due stabilimenti di Leonardo riflette l’attenzione
dell’amministrazione Tinubu per le acquisizioni strategiche militari,
l’addestramento congiunto e le partnership internazionali in modo da rendere più
sicuro lo spazio aereo della Nigeria”, riporta il comunicato emesso dal
ministero della Difesa.
Negli ultimi anni si sono particolarmente rafforzate le relazioni militari e la
cooperazione industriale tra Italia e Nigeria. Un accordo è stato sottoscritto
nel 2017 dai rispettivi governi per migliorare l’interscambio di intelligence e
operare congiuntamente nel settore navale e anti-terrorismo.
Lo scorso anno, ad aprile, le autorità nigeriane hanno annunciato l’intenzione
di acquistare da Leonardo i 24 caccia d’attacco M-346 e i 10 elicotteri AW109
“Trekker”. La firma del contratto è stata stipulata a metà ottobre 2024 in
occasione della visita in Italia di una delegazione dei ministeri della Difesa e
delle Finanze di Abuja, guidata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica
Hasan Abubakar.
L’accordo con Leonardo prevede che una parte della formazione dei piloti
nigeriani sia svolta presso l’International Flight Training School
dell’Aeronautica Militare italiana, nella base aerea di Galatina (Lecce) e nello
scalo di Decimomannu (Sardegna).
Secondo Africa Intelligence, per la selezione dei fornitori dei sistemi di
munizionamento degli M-346 di Leonardo, le forze armate nigeriane si sono
rivolte ad una società israeliana di gestione della logistica e delle
infrastrutture informatiche e di telecomunicazione, Ebony Enterprises Ltd., con
quartier generale a Herzliya Pituach, distretto di Tel Aviv.
“Tra le principali aziende di difesa contattate per l’armamento dell’aereo M-346
Master della Nigeria ci sono la francese Thales, l’israeliana Elbit Systems e
l’europea Nexter”, aggiunge Military Africa.
Ancora Elbit Systems e un’altra azienda leader del comparto industriale-militare
israeliano, Rafael Advanced Defense Systems Ltd, forniranno componenti cruciali
per i caccia, tra cui il sistema radar PESA e varie tipologie di munizioni
guidate di precisione.
Gli M-346 di Leonardo – secondo Analisi Difesa – saranno dotati inoltre di pod
Litening per il puntamento laser degli obiettivi e Reccelite per ricognizione e
sorveglianza. Anche i Litening e i Reccelite sono prodotti dalla società
israeliana Rafael Advanced Defense Systems.
Gli elicotteri AW-109 “Trekker” sono già in dotazione delle forze armate
nigeriane. Il 12 novembre 2024 tre di questi velivoli sono stati consegnati alla
Marina militare. La cerimonia si è svolta presso l’hangar della Caverton
Helicopters Limited (CHL) a Ikeja, Lagos.
I tre elicotteri sono stati dotati di un pattino di atterraggio che assicura una
migliore capacità di carico e la possibilità di atterrare sui ponti delle unità
da guerra. Essi sono utilizzati per effettuare voli di trasporto a lungo raggio
e - grazie a sofisticate videocamere FLIR - per svolgere missioni di
intelligence e riconoscimento in mare e in terra.
Anche l’Aeronautica militare nigeriana si è dotata lo scorso anno di due
elicotteri AW109 “Trekker”. I velivoli utilizzano per le attività di
manutenzione, riparazione e revisione gli impianti della divisione elicotteri
del gruppo Cavetron a Lagos.
Leonardo SpA spera di poter fornire alle forze armate nigeriane anche il sistema
radar avanzato RAT 31DL/M nell’ambito dell’ambizioso programma MITRACON
(Military Total Radar Coverage of Nigeria) promosso dal governo per modernizzare
i sistemi di sorveglianza e potenziare la copertura dello spazio aereo.
Progettato per rispondere alle esigenze belliche NATO, il radar RAT 31DL/M è un
sistema tattico a lungo raggio che opera in L-Band contro le “minacce”
rappresentate da aerei, missili e droni.
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 15 novembre 2025,
https://www.africa-express.info/2025/11/15/leonardo-affari-di-guerra-delegazione-nigeriana-supervisiona-la-maxi-commessa-di-12-miliardi/
La Sicilia in guerra raddoppia: dopo Sigonella anche lo scalo aereo di Trapani
Birgi assume il ruolo di avamposto strategico per le operazioni militari delle
forze armate NATO nello scacchiere russo-ucraino.
Martedì 3 febbraio 2026, dopo il fallimento dell’accordo per una “tregua” e la
ripresa degli attacchi aerei russi contro le città ucraine, il sito
specializzato ItalMilRadar ha tracciato la simultanea ed inedita missione
d’intelligence, riconoscimento e sorveglianza (ISR) dello spazio aereo
dell’Europa orientale e del Mar Nero da parte di due velivoli decollati dalla
Sicilia.
Nello specifico, un aereo radar E-3A “Sentry” AWACS della NATO (denominato in
codice MAGICS), dopo aver lasciato la base di Trapani ha raggiunto la Polonia
orientale per svolgere una lunga attività di monitoraggio dei cieli
dell’Ucraina. Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B “Global
Hawk” in dotazione all’US Air Force (denominazione FORTE) che si è poi
posizionato in volo sul Mar Nero.
“Insieme, i due velivoli segnano un netto passaggio dalla modalità standby al
monitoraggio per una rinnovata consapevolezza della situazione in tutto il
teatro delle operazioni militari”, spiegano gli analisti di
ItaMilRadar. “L’aereo E-3A “Sentry” della NATO era nella posizione ideale per
monitorare l’attività aerea e le dinamiche di comando e controllo legate alle
operazioni all’interno dell’Ucraina, mentre sorvolava all’interno dello spazio
aereo NATO. Queste missioni non sono limitate all’osservazione passiva: l’E-3
fornisce un quadro aereo in tempo reale, traccia le attività dei velivoli e dei
missili in volo e opera come nodo chiave per comprendere quanto accade nei
periodi di elevata tensione”.
Sempre ItaMilRadar ha rilevato che il drone RQ-4B “Global Hawk” dell’Aeronautica
Militare USA è decollato da Sigonella per operare nell’area del Mar Nero dopo
un’assenza di alcune settimane. “Le missioni di FORTE sul Mar Nero sono divenute
di recente meno frequenti, mostrando una temporanea riduzione dell’escalation”,
scrivono gli analisti. “Il suo ritorno, giorno 3 febbraio, suggerisce che i
rinnovati attacchi russi sono stati immediatamente valutati assai più di un
evento isolato”.
“La combinazione di questi due assetti aerei è particolarmente significativo”,
annota ItaMilRadar. “Mentre FORTE si focalizza su una persistente sorveglianza
aerea in profondità dell’asse meridionale — monitorando le regioni costiere, i
sistemi di difesa aerea e i modelli operativi — il velivolo radar E-3 lo
completa fornendo un quadro aereo dinamico più vicino al confine orientale della
NATO. Insieme, i due velivoli coprono sia la profondità strategica che
l’immediato contesto dello spazio aereo del conflitto russo-ucraino”.
In conclusione ItaMilRadar sottolinea quanto sia “cruciale” il tempismo della
doppia missione di US Air Force e NATO. “L’attivazione quasi simultanea dell’E-3
AWACS dall’Italia e del drone FORTE sul Mar Nero indica fortemente che la tregua
del fine settimana precedente era stata considerata da tutti come temporanea”,
commentano gli analisti. “La postura operativa ISR della NATO sembra essere
pronta a crescere rapidamente, anticipando la ripresa delle ostilità più che a
reagire ad un’escalation a sorpresa”. (1)
Gli AWACS a Birgi per rafforzare la postura NATO in Est Europa
I grandi aerei Boeing E-3A “Sentry” AWACS (Airborne Warning & Control System)
della NATO sono stati rischierati a Trapani Birgi a partire della mattina del 18
dicembre 2025 per concorrere alle operazioni di comando, controllo, intelligence
e sorveglianza delle forze armate NATO nel sanguinoso scacchiere di guerra
russo-ucraino.
La decisione di trasferire in Sicilia alcuni dei velivoli dotati di radar a
lungo raggio e sensori passivi capaci di rilevare contatti aerei o di superficie
su grandi distanze è stata assunta dall’Alleanza Atlantica per rafforzare le
attività di vigilanza nei rigidi mesi invernali nel Mediterraneo e in Europa
orientale.
“Da Trapani Birgi l’E-3A può supportare con maggiore efficienza i compiti di
sorveglianza e comando e controllo in tutto il bacino mediterraneo, nei Balcani
e nelle più lontane aree orientali di interesse, così come mantenere rapido
accesso ai teatri operativi meridionali ed orientali della NATO”, spiegano
ancora gli analisti di ItaMilRadar. “La location siciliana offre anche vantaggi
logistici e minori tempi di transito in comparazione con le basi del Nord,
consentendo ai velivoli di trascorrere meno tempo in volo”.
“Il dislocamento si inserisce in uno schema ben consolidato”, annota
ItaMilRadar. “L’Italia ha ripetutamente ospitato gli aerei AWACS della NATO
durante i periodi di maggiore attività o con limiti stagionali, sottolineando il
ruolo centrale di Roma all’interno dell’architettura di difesa aerea e
missilistica e di intelligence dell’Alleanza. Poiché si intensificano le
operazioni invernali, Trapani diviene ancora una volta un centro nevralgico
delle capacità di preavviso e pronto intervento aereo della NATO, assicurando
prontezza operativa in tempi critici per la sicurezza regionale”. (2)
La prima operazione dallo scalo siciliano è stata lanciata la sera di sabato 20
dicembre, alle ore 20.30: un E-3A “Sentry” identificato con il codice NATO05
(registrazione LX-90448), dopo la partenza da Trapani ha puntato in direzione
nord-est attraversando l’Italia e l’Europa centrale per poi raggiungere lo
spazio aereo della Polonia. Sui cieli polacchi l’aereo ha svolto una lunga
missione di nove ore, svolgendo una rotta di volo tipica di un mezzo militare
predisposto allo svolgimento di missioni di preallarme e comando e controllo.
“Il tempo di sorvolo sulla Polona indica che si è trattato di una missione
focalizzata sul mantenimento della consapevolezza situazionale in una delle aree
più sensibili della NATO”, ha spiegato ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della
guerra in Ucraina, la Polonia è divenuta una pietra angolare del Fianco
orientale dell’Alleanza, quale hub logistico e come paese in prima linea
confinante con l’area più estesa di confronto con la Russia”.
“Ciò che distingue la missione del 20 dicembre è la scelta della base
operativa”, aggiungono gli analisti. “Lanciare una sortita così lunga da Trapani
sottolinea come il sud Italia sia sempre più impiegato come hub strategico che
come semplice avamposto mediterraneo. Dalla Sicilia, gli AWACS NATO possono
raggiungere l’Europa orientale mentre beneficiano di più stabili condizioni
climatiche e di una minore congestione del traffico aereo in comparazione con le
basi settentrionali, specialmente durante i mesi invernali. Ciò accresce sia la
flessibilità operativa che l’efficienza delle missioni”.
Nei giorni precedenti alla missione dell’aereo radar decollato da Trapani verso
la Polonia, nei cieli dell’Europa orientale si era registrato un intenso
traffico di velivoli con e senza pilota delle forze aeree dei paesi membri
dell’Alleanza, specie in quelli confinanti con l’Ucraina. In particolare erano
stati monitorati i voli verso il Mar Nero dei grandi aerei ISR “Poseidon 8A” di
US Navy e dei droni “Global Hawk” di US Air Force, tutti operativi dalla
Stazione aeronavale siciliana di Sigonella.
“La NATO sta continuando a generare un flusso costante di missioni lungo le
proprie frontiere orientali”, spiega ItaMilRadar. “Il volo di nove ore da
Trapani si adatta perfettamente a questo schema, evidenziando come l’Alleanza
sia in grado di proiettare la copertura aerea persistente delle operazioni di
comando e controllo sul Fianco Est anche quando opera a centinaia di chilometri
di distanza. Più di una sortita di routine, la missione del velivolo AWACS è un
modo di far presente, e Trapani in particolare, che esse restano un fattore
chiave dell’architettura di sorveglianza aerea della NATO in un momento in cui
il monitoraggio dell’Europa orientale resta una priorità strategica”. (3)
Gli AWACS della NATO vengono impiegati in operazioni di sorveglianza e
riconoscimento sul fronte orientale a partire del marzo 2014, dopo l’annessione
della Crimea da parte della Russia e l’escalation bellica in Donbass,
nell’ambito delle misure adottate dall’Alleanza a supporto delle forze armate
ucraine.
Il ruolo dei velivoli radar NATO è ovviamente cresciuto dopo l’invasione russa
dell’Ucraina del febbraio 2022. “Gli AWACS hanno condotto centinaia di voli per
pattugliare i cieli lungo tutto il fianco orientale dell’Alleanza, incluso sul
Mar Baltico e sul Mar Nero e hanno anche monitorato i cieli sull’Ucraina”,
riporta l’ufficio stampa della NATO. “Durante questi voli gli AWACS sono stati
in grado di monitorare gli aerei da guerra russi, individuare missili e
osservare qualsiasi movimento delle unità navali, dei droni e dei carri armati.
Queste attività consentono ai leader militari e politici dell’Alleanza di avere
un quadro chiaro di ciò che sta accadendo in Ucraina e di poter osservare le
minacce che interessano il territorio NATO”. (4)
A Birgi pure i grandi droni AGS della NATO
A sancire le sempre più strette relazioni logistico-operative tra le due
maggiori installazioni militari siciliane, c’è la decisione della NATO
Intelligence, Surveillance and Reconnaissance Force (NISRF) di utilizzare lo
scalo di Trapani Birgi come base di supporto dei nuovi droni RQ-4D “Phoenix” del
sistema AGS (Alliance Ground Surveillance), il cui hub di comando e controllo è
stato insediato proprio a Sigonella. L’AGS con i suoi cinque velivoli a
pilotaggio remoto RQ-4D “Phoenix” consente alla NATO di condurre ricognizioni
aeree autonome in qualsiasi condizione atmosferica, giorno e notte, in una
vastissima aera geografica che comprende l’Europa, il nord Africa e il
Mediterraneo orientale.
Il primo rischieramento di un drone “Phoenix” AGS nella base trapanese risale al
10 dicembre 2024. “Ciò ha rappresentato un passo significativo nell’ampliamento
della portata operativa e dell’adattabilità della NISR Force all’interno della
cornice d’intelligence della NATO”, ha dichiarato il generale Andrew Clark,
comandante della forza di sorveglianza interalleata. “Questo riuscito impiego a
Trapani è una prova evidente dell’impegno e della professionalità del nostro
personale e di quello del 37° Stormo dell’Aeronautica Militare italiana di
stanza in questa installazione, nonché dei militari della forza AWACS NATO di
Trapani. Espandendo la nostra presenza operativa, rafforziamo la nostra
flessibilità nel fornire intelligence critica e supporto alle attività di
sorveglianza della NATO e dei suoi stati membri, in qualsiasi momento e ovunque
sia necessario”.
Sempre secondo i massimi vertici della NISR Force, l’inclusione dello scalo di
Trapani all’interno del proprio dispositivo di intelligence militare ha
consentito il potenziamento delle funzioni e delle capacità operative. “La
diversificazione delle basi consente a NISRF di svolgere ininterrottamente le
attività di sorveglianza in tutte le regioni più critiche, via via che si
evolvono le situazioni sul campo (…) L’uso di Trapani rende ancora più solide le
missioni vitali ISR a supporto degli obiettivi collettivi alla sicurezza della
NATO”. (5)
Una piattaforma avanzata per gli aerei radar AWACS
Trapani Birgi è una delle basi operative avanzate (Forward Operations Bases)
della NAEW&C (NATO Airborne Early Warning & Control) fin dalla sua costituzione
nei primi anni Ottanta del secolo scorso. La NAEW&C è una delle forze di pronto
intervento dell’Alleanza, insieme alla Very High Readiness Joint Task Force
(VJTF) e alla NATO Response Force (NRF). Il quartier generale della struttura di
pronto allarme NATO è a Geilenkirchen, Germania. Le altre FOB sorgono ad Oerland
(Norvegia), Aktion (Grecia) e Konya (Turchia).
Complessivamente sono 17 i paesi membri NATO che contribuiscono al programma
NAEW&C: Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi,
Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Spagna,
Turchia, Ungheria e Stati Uniti d’America. Canada, Finlandia, Francia e Lituania
assegnano proprio personale militare a supporto dei velivoli radar E-3A “Sentry”
AWACS.
Attualmente la flotta AWACS è composta da 14 aerei. Si tratta di velivoli
modello Boeing 707 appositamente modificati con l’installazione di un’ampia
antenna radar sulla fusoliera. Radar e relativi sensori sono in grado di
tracciare ogni contatto terrestre e/o areo su larghe distanze. I sistemi di
bordo possono intercettare, identificare e seguire gli aerei potenzialmente
ostili che operano a basse altitudini ed assicurare le operazioni di comando e
controllo degli aerei alleati. Gli apparati radar possono tracciare ed
identificare simultaneamente i contatti navali, fornendo il coordinamento a
supporto delle forze di superficie. Le informazioni raccolte dagli AWACS possono
essere trasmesse direttamente – via link digitali –agli utenti che operano in
ambienti terrestri, aerei e navali.
Gli E-3A operano normalmente ad un’altitudine di circa 10 km.; ciò consente loro
di monitorare costantemente uno spazio aereo con una copertura di oltre 312.000
km², individuando target fino a 520 km. o a 280 miglia nautiche di distanza. (6)
Enfaticamente denominati gli occhi del cielo della NATO, gli E-3A AWACS
conducono un ampio raggio di missioni: dalla sorveglianza aerea in tempo di
pace, il supporto anti-terrorismo, gli interventi di evacuazione di personale
militare e di vigilanza di embarghi, ecc., fino a tutte le missioni di guerra.
Essi assicurano il comando e il controllo dei velivoli aerei e dei
cacciabombardieri durante le loro operazioni ed esercitazioni; il coordinamento
delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR); il controllo delle unità di difesa
missilistica con base terrestre; il supporto alle operazioni navali dentro
definite aree marittime. (7)
In passato gli AWACS hanno avuto un ruolo chiave in alcuni dei più sanguinosi
conflitti che le forze armate USA e NATO hanno lanciato in diverse aree del
pianeta. Dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nell’agosto del 1990,
alcuni di questi velivoli sono stati trasferiti in basi aeree della Turchia
orientale per controllare il confine turco-iracheno e il traffico navale nel
Mediterraneo orientale (Operation Anchor Guard). Le attività sono proseguite
fino al marzo 1991.
Nel corso degli anni Novanta, gli AWACS NATO e i velivoli radar di Francia, USA
e Regno Unito hanno operato congiuntamente sullo spazio aereo dei Balcani a
supporto delle missioni dell’Alleanza in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo
(Operazioni Deliberate Force e Allied Force).
Determinante l’impiego della NAEW&C Force dopo l’11 settembre 2001 a sostegno
delle operazioni lanciate dagli Stati Uniti d’America e dalla NATO in Medio
oriente. Dal 2007 al 2016 gli aerei radar sono stati impiegati per le attività
“anti-terrorismo” che l’Alleanza ha svolto in tutto il bacino mediterraneo
(Operation Active Endeavour). Ancora più rilevante il ruolo degli AWACS nella
campagna bellica scatenata da USA e alleati contro la Libia nel 2011 (Operation
Unified Protector). “La NAEW&C Force ha assunto la funzione cruciale di comando
e controllo di tutti gli assetti aerei alleati che hanno operato sulla Libia”,
ricordano i vertici NATO. “Ciò ha incluso l’emanazione degli ordini tattici e
dei compiti in tempo reale per i caccia da combattimento alleati, per i velivoli
di sorveglianza e riconoscimento e quelli di rifornimento in volo, nonché per
gli aerei senza pilota UAV. Gli AWACS hanno inoltre fornito supporto alle unità
navali e ai sottomarini alleati rafforzando il sistema di embargo militare
contro la Libia e le capacità di sorveglianza navale. Per la cronaca, la maggior
parte degli attacchi aerei in territorio libico partirono al tempo proprio dallo
scalo aereo di Trapani Birgi.
Dal 2011 fino al 2014, alcuni aerei radar NATO sono stati trasferiti nella base
di Mazar-e Sharif in Afghanistan, a supporto dell’International Security
Assistance Force (ISAF), assicurando la copertura dello spazio aereo del paese e
il sostegno alle attività da combattimento, interdizione del campo di battaglia,
ricerca e soccorso del personale militare, trasporto aereo tattico. (8) Come
abbiamo già visto, dal 2014 ad oggi i velivoli radar della forza di “pronto
allarme” NATO vengono impiegati sul fronte di guerra russo-ucraino.
Una scuola di guerra mondiale per i piloti degli F-35
A Trapani Birgi, agli E-3A “Sentry” AWACS e ai droni RQ-4B “Global Hawk” AGS
della NATO si aggiungeranno presto anche i cacciabombardieri di quinta
generazioneF-35 “Lightining II”. Il Ministero della Difesa italiano ha
annunciato infatti l’avvio dei lavori di ampliamento della grande base siciliana
in vista della realizzazione di un Centro di formazione dei piloti dei paesi che
si sono dotati o intendono dotarsi di questi velivoli a capacità nucleare.
La Direzione degli Armamenti Aeronautici e per l’Aeronavigabilità (DAAA) ha
impegnato 112,6 milioni di euro su un arco temporale quinquennale, per la
creazione del centro di addestramento avanzato, destinato a diventare un punto
di riferimento non solo per l’Aeronautica Militare, ma per tutti i partner
mondiali del programma JSF (Joint Strike Fighter, così come viene indicato il
velivolo da guerra F-35).
Secondo il periodico specializzato Ares, il Ministero della Difesa realizzerà a
Trapani Birgi la terza Main Operating Base (MOB) per la flotta F-35 in dotazione
all’Aeronautica Militare, affiancandola alle basi di Amendola (Foggia) e Ghedi
(Brescia). “Il progetto su Trapani è però più ambizioso e mira a istituire un
vero e proprio ecosistema operativo e formativo”, aggiunge Ares. “Il piano
prevede infatti la coesistenza di tre realtà distinte ma integrate: un Gruppo
Volo Operativo nazionale (ITAF OPS Squadron), un Gruppo Volo Internazionale
Addestrativo (PTC Squadron) e il Centro di Addestramento Comune (LTC) oggetto
dell’attuale contratto (…) L’obiettivo è intercettare la crescente domanda di
addestramento dei paesi NATO ed europei, istituendo in Italia il primo Pilot
Training Center per F-35 al di fuori dei confini statunitensi”.
Ad oggi i Paesi che hanno acquistato o hanno espresso l’intenzione di dotarsi
del caccia F-35, oltre a Stati Uniti d’America e Italia sono: Arabia Saudita,
Australia, Belgio, Canada, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi
Uniti, Finlandia, Germania, Giappone, Grecia, Israele, Marocco, Norvegia, Paesi
Bassi, Polonia, Portogallo, Qatar, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania,
Singapore, Spagna, Svizzera, Thailandia e Turchia.
Sotto il profilo amministrativo, il Ministero della Difesa ha affidato i lavori
di realizzazione del Pilot Training Center al Raggruppamento Temporaneo di
Imprese formato dall’italiana Leonardo S.p.A. e dal colosso statunitense
Lockheed Martin. “La scelta – spiega ancora Ares - è dettata da vincoli
tecnologici e normativi stringenti. Lockheed Martin è infatti l’unico soggetto
titolato a distribuire i simulatori del programma JSF, mentre Leonardo è stata
individuata dal costruttore americano come l’unica realtà industriale
nazionale in possesso delle competenze e delle autorizzazioni (tramite accordi
approvati dal governo USA) per gestire i dati ingegneristici classificati
necessari all’opera”.
La Difesa ha già predisposto il cronogramma per il completamento del progetto
nell’installazione siciliana: la prima capacità di training a bordo degli F-35
prenderà il via entro dicembre 2028, mentre il completamento dell’edificio che
ospiterà il centro scuola è previsto entro il 1° luglio 2029. (9)
Note
1)
https://www.itamilradar.com/2026/02/03/nato-e-3-and-usaf-rq-4b-forte-reappear-as-russian-strikes-resume-signalling-renewed-allied-focus-on-ukraine/
2)
https://www.itamilradar.com/2025/12/21/nato-e-3a-flies-a-nine-hour-mission-over-poland-from-trapani/
3)
https://www.stampalibera.it/2025/12/22/trapani-birgi-avamposto-per-le-operazioni-di-intelligence-nato-proucraina/?fbclid=IwY2xjawO3CCtleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeZMFG0gvzP4cvBm720ijVRwqXK9DPqSN7ZX-Thk0uhiDfQL3gzhpbdt6Vwcw_aem_pyNgubxa5xezU4i9qV-OFg
4)
https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky
5)
https://defence-industry.eu/nato-isr-force-expands-capabilities-with-first-live-diversion-to-trapani-air-base/
6) https://awacs.nato.int/organisation/awacs-fleet-2
7) https://awacs.nato.int/organisation/roles-and-operations
8)
https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky
9)
https://www.stampalibera.it/2026/01/07/cacciabombardieri-nucleari-f-35-a-trapani-birgi-la-difesa-stanzia-oltre-100-milioni-di-euro/
Per celebrare la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, le
istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni
ordine e grado, possono promuovere e organizzare cerimonie ed incontri sui temi
della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell’ordinamento
della Repubblica (…) Al fine di sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano
che le Forze armate svolgono per la collettività in favore della realizzazione
della pace, della sicurezza nazionale e internazionale e della salvaguardia
delle libere istituzioni e nei campi della pubblica utilità e della tutela
ambientale, le iniziative degli istituti scolastici sono volte a far conoscere
le attività alle quali esse concorrono nell’ambito del servizio nazionale della
protezione civile, per fronteggiare situazioni di pubblica calamità e di
straordinaria necessità e urgenza, in ambito umanitario, in caso di conflitti
armati e nel corso delle operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace
e della sicurezza internazionale, e negli ambiti di prevenzione e di contrasto
della criminalità e del terrorismo nonché di cura e soccorso ai rifugiati e ai
profughi.
E’ infarcito di retorica bellicista e di inaccettabili falsità storiche il 2°
articolo della legge n. 27 del 1° marzo 2024 che istituisce la Giornata delle
Forze armate ogni 4 novembre, legittimando un pericoloso ed eversivo modello
istruzione-caserma. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università ha ritenuto doveroso disobbedire e in collaborazione con
il CESTES - Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali ha promosso un
convegno formativo per il personale scolastico dal titolo “La scuola non si
arruola”. Oltre un migliaio le iscrizioni sulla piattaforma del Ministero
dell’Istruzione ma la mattina del 31 ottobre il corso è stato soppresso
d’autorità. “L’iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione
professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei
agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti,
così come definite nel CCNL scuola e nella Direttiva 170/2016”, spiega in nota
il Ministero. Mai parlar male, dunque, in ambito scolastico, del sistema
militare e dei suoi intrecci con l’economia e la finanza, della cultura
militarista tanto in voga nella società e nell’istruzione e del genocidio in
atto alle porte di casa, il primo del terzo millennio, crimine collettivo
transnazionale.
“Per la prima volta si vieta in Italia un corso su tematiche giudicate non
formative mentre vengono celebrate pagine nostalgiche e di mero revisionismo
storico attraverso le rievocazioni delle guerre mondiali nel secolo scorso”,
denuncia l’Osservatorio. “Allo stesso tempo si verifica l’ennesima contrazione
degli spazi di libertà e democrazia. Le mobilitazioni e gli scioperi di questi
ultimi mesi, a partire dall’iniziativa del minuto di silenzio per Gaza il primo
giorno di scuola, hanno subito evidenti tentativi di boicottaggio e
intimidazione tramite comunicazioni riservate degli uffici scolastici,
delegittimazione dei collegi docenti, precettazioni”. A fine settembre è stato
presentato dal sen. Maurizio Gasparri un disegno di legge che equipara
antisemitismo e antisionismo e che vorrebbe imporre alle istituzioni scolastiche
obblighi formativi su cultura ebraica, Israele e antisemitismo con pesanti
sanzioni, compreso il licenziamento, per i docenti “disobbedienti”.
Tutto ciò mentre si assiste all’accelerazione del processo di militarizzazione
dell’istruzione: forze armate italiane e straniere ed aziende produttrici di
armi occupano ogni sfera della didattica per fini ideologici assolutamente in
contrasto con i valori costituzionali della difesa delle libertà, della
democrazia e della giustizia sociale. Si moltiplicano le visite guidate degli
studenti a caserme, aeroporti, poligoni militari e ad industrie belliche o le
attività didattico-culturali affidate a generali-docenti (dalla lettura e
interpretazione della Costituzione e della Storia all’educazione ambientale,
alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti
classificati come “devianti”, bullismo, cyberbullismo, ecc.).
Sempre più istituti promuovono corsi di orientamento e l’alternanza
scuola-lavoro a fianco delle forze armate o nelle aziende produttrici di armi;
le strutture scolastiche subiscono la progressiva trasformazione a fini
sicuritari con l’installazione di videocamere e dispositivi elettronici
identificativi e di controllo. Fioccano i divieti di riunione e delle attività
autogestite degli studenti e i locali scolastici vengono dichiarati off-limits
in orario pomeridiano, mentre viene esercitata l’azione penale e civile contro
ogni forma di occupazione. Al rafforzamento del processo di militarizzazione del
sistema scolastico concorrono poi l’approvazione di leggi che hanno conferito ai
presidi poteri illimitati e istituzionalizzato gerarchie e discriminazioni tra
gli insegnanti; la precarizzazione de iure e de facto della figura e delle
funzioni del docente; l’esautoramento degli organi collegiali; l’uso
indiscriminato dei procedimenti amministrativi contro il personale della scuola.
Test di valutazione e strumenti didattici riproducono nelle scuole logiche e
dinamiche mutuate dal mondo militare. “L’Invalsi o il passaggio dalle conoscenze
alle competenze (tra le soft skills appaiono il sostenere lo stress,
l’adattabilità, l’imprenditorialità e a breve troveremo la preparazione e la
prontezza), il clima competitivo, la meritocrazia sono tutti fattori che hanno
contribuito a mutare il senso della scuola e capovolgere il dettato
costituzionale”, spiega l’Osservatorio. Il registro elettronico oltre a generare
conflitti e stati di ansia da prestazione permanenti tra gli allievi e
un’insostenibile clima divisivo-competitivo nelle classi, viene assunto come
strumento di controllo orwelliano da docenti e genitori, minando le stesse
relazioni educative e la fiducia adulti-minori.
Il soffocante connubio tra istituzioni scolastiche e apparato militare non può
essere imputato però solo all’odierno governo di estrema destra. Il processo di
militarizzazione dell’istruzione è stato avviato in Italia perlomeno dalla fine
degli anni ’90 per essere poi istituzionalizzato nel settembre 2014 con un
protocollo d’intesa firmato dalle ministre all’Istruzione Stefania Giannini
(Scelta Civica) e, alla Difesa, Roberta Pinotti (Pd). L’accordo ha promosso
l’attivazione di percorsi didattici ed iniziative finalizzati alla promozione
della Cultura della Difesa. A declinarne significato e funzioni ci ha pensato il
subentrante titolare del dicastero a capo delle forze armate, Lorenzo Guerini
(Pd). “L’obiettivo della Cultura della Difesa è facilitare i cittadini a
comprendere i temi di interesse strategico, acquisire sistemi ed equipaggiamenti
militari, valorizzare le capacità dell’industria nazionale e sostenere la
ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica”, ha spiegato Guerini. Lo scopo,
cioè, è quello di estendere a tutte le fasce sociali e generazionali
l’incondizionato consenso per le forze armate, le missioni di guerra
internazionali, il complesso militare-industriale e l’intervento dei reparti in
attività di controllo dell’ordine pubblico e repressione. In particolare, tra i
giovani, si punta ad affermare la legittimità dell’uso della violenza bellica e
l’ineluttabilità della guerra come strumento di risoluzione di ogni crisi o
conflitto. Con l’educazione dello studente-soldato si punta a dominare le menti,
ad imporre l’arruolamento e la cieca obbedienza all’establishment, il massimo
consenso per il modello socio-economico dominante.
Con l’insediamento del governo Meloni, si è data un’ulteriore impronta
ideologica ai processi in atto. “Adottando la formula Ministero dell’Istruzione
e del Merito si è inteso cancellare il servizio pubblico a favore di una
meritocrazia fittizia, per promuovere una scuola che non considera le differenze
socio-economiche ed è sempre più lontana dal tutelare uguaglianza e diritti”,
commenta Roberta Leoni dell’Osservatorio contro la militarizzazione di scuole e
università. “Con Giuseppe Valditara si afferma una scuola che privilegia la
conoscenza dell’Occidente rispetto alle altre civiltà e che nega la società
inclusiva ed interculturale piegandosi ad una visione bellicista. Ecco allora le
nuove Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, le Indicazioni 2025
per la Scuola dell’infanzia e del primo ciclo (bocciate dal Consiglio di stato
per forma e contenuto), il voto in condotta, il divieto dei cellulari, i
tentativi di censura dei libri di testo (i casi Zanichelli e Laterza) e dei
singoli insegnanti, l’introduzione del codice disciplinare e di condotta del MIM
(con conseguente creazione di uffici per i procedimenti disciplinari), ecc.”. Il
7 novembre il ministro Valditara ha chiesto con una circolare il rispetto della
par condicio nella scelta di ospiti di “specifica competenza e autorevolezza” in
caso di eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche, quando le
tematiche trattate abbiano “ampia rilevanza politica o sociale”.
Alla luce del peggioramento degli spazi di agibilità democratica e di libertà di
espressione e insegnamento, alcuni analisti già parlano di israelizzazione della
società, dell’economia e del sistema d’istruzione in Italia. Sarebbe in atto
cioè la riproduzione del sistema-modello su cui si fonda lo Stato sionista di
Israele: forze armate, apparati sicuritari, forze politiche, centri accademici e
di ricerca, start-up e industrie militari che cooperano in simbiosi,
militarizzando ogni segmento della società, a partire dal mondo dell’infanzia e
della scuola.
Articolo pubblicato in Mosaico di Pace, n. 1, Gennaio 2026
Affari d'oro per Leonardo e aziende americane del settore. Bisogna proteggere
Gaza, che sarà trasformata in un mega Resort-Casinò pluristellato per facoltosi
turisti
Nuove forniture di sistemi d’arma USA per i prossimi interventi bellici di
Israele a Gaza e in Medio oriente. E qualche buon affare anche per il gruppo
Leonardo SpA..
A fine gennaio, il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America ha
approvato un piano di oltre 7 miliardi di dollari per il trasferimento ad
Israele di elicotteri d’attacco, veicoli leggeri terrestri e componenti per
elicotteri leggeri nell’ambito della Foreign Military Sale (FMS), il programma
di assistenza USA per l’acquisto di armi da parte dei paesi partner.
Si tratta del maggiore pacchetto di aiuti militari dell’amministrazione Trump
dopo l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, sistematicamente
violato dalle forze armate israeliane.
Coincidenza vuole che la decisione del Pentagono giunge subito dopo la
formalizzazione del Board of Peace, il consiglio di amministrazione guidato da
Washington che punta alla trasformazione di Gaza in un mega Resort-Casinò
pluristellato per facoltosi turisti nordamericani, europei e mediorientali.
Il piano di “aiuti” sarà sottoposto nei prossimi giorni al Congresso per la
definitiva approvazione. La tranche più rilevante del valore di 3,8 miliardi di
dollari è destinata al trasferimento di 30 elicotteri d’attacco “Apache AH-64E”
e relative attrezzature (motori, sistemi radar, sensori avanzati, piattaforme
addestrative e interventi logistici e di manutenzione).
Gli “Apache” saranno prodotti dai colossi militari-industriali Boeing e Lockheed
Martin e consentiranno ad Israele di rafforzare ulteriormente le proprie
capacità d’attacco aereo di precisione.
Una tranche del valore di 2 miliardi dollari andrà all’acquisto di 3.250 veicoli
tattici leggeri congiunti (JLTV) e relativi sistemi d’arma, munizioni e
attrezzature tecniche. I veicoli saranno prodotti da AM General LLC., mentre il
personale militare statunitense e alcuni contractor assicureranno la formazione
e il supporto logistico in Israele per sei anni dopo la loro consegna.
Il Dipartimento della difesa prevede inoltre un intervento del valore di 740
milioni di dollari per ammodernare i veicoli da trasporto truppe “Namer” in
dotazione alle forze israeliane dal 2008.
Dulcis in fundo, sono previsti 150 milioni di dollari in equipaggiamenti, pezzi
di ricambio, addestramento e supporto ingegneristico per la flotta di elicotteri
leggeri AW-119Kx prodotti da Leonardo Helicopters USA, società interamente
controllata dalla holding italiana Leonardo SpA..
Gli Agusta Westland AW119Kx, denominati da Leonardo come “Koala” e da Israele
“Ofer” (cerbiatto), sono elicotteri impiegati in ambito militare per differenti
missioni: dall’addestramento e la formazione dei piloti dei velivoli d’attacco,
al trasporto VIP, ai servizi di assistenza medica e SAR (ricerca e soccorso),
alla vigilanza e sicurezza, ecc..
I velivoli sono in dotazione dei reparti israeliani dalla primavera del 2024.
Leonardo Helicopters (stabilimenti a Filadelfia, Pennsylvania) li ha consegnati
alla Flight Training School dell’Aeronautica militare, ospitata nella base aerea
di Hatzerim, nel deserto del Negev.
Il contratto per la fornitura del modello AW119Kx è stato firmato nel dicembre
2019 dal gruppo Leonardo con il Dipartimento della Difesa Usa. Inizialmente era
prevista la consegna a Tel Aviv di sette elicotteri AW119Kx, unitamente a un
pacchetto di servizi, attività addestrative, simulatori di volo e altri
equipaggiamenti, più il supporto tecnico per venti anni.
Il 6 aprile 2022 è stato sottoscritto un nuovo accordo con l’US Army Contracting
Command che ha elevato a dodici il numero degli AW119Kx, con l’opzione per altri
quattro velivoli. Il contratto prevede la presenza di personale dell’azienda
italiana nella base aerea del Negev per la formazione dei piloti israeliani e la
manutenzione degli elicotteri.
I sistemi d’arma per 7 miliardi di dollari che il Pentagono intende trasferire
ad Israele si sommano ai 25 cacciabombardieri F-15 ordinati dalle autorità di
Tel Aviv a fine dicembre 2025.
Nello specifico, ancora nell’ambito della Foreign Military Sale, l’Aeronautica
Militare USA ha affidato a Boeing un contratto del valore di 8,57 miliardi di
dollari per la produzione dei velivoli da guerra negli stabilimenti di St.
Louis, Missouri. La consegna sarà completata nel 2035.
Israele si conferma il maggiore destinatario di aiuti militari statunitensi al
mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Ad oggi si calcola che lo stato sionista
abbia ricevuto sistemi bellici per il valore di oltre 158 miliardi di dollari.
Dal 7 ottobre 2023, la data dell’attacco di Hamas e dell’avvio del genocidio
della popolazione palestinese di Gaza, Israele ha ricevuto da Washington più di
21 miliardi di dollari in “assistenza militare d’emergenza addizionale”.
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 4 febbraio 2026,
https://www.africa-express.info/2026/02/04/trump-autorizza-forniture-darmi-per-7-miliardi-di-dollari-destinazione-israele/
Il 29 gennaio il Parlamento bulgaro ha ratificato l’accordo sottoscritto dal
governo di Sofia e da quello italiano per la realizzazione e l’uso congiunto di
una grande infrastruttura bellica nei pressi del villaggio di Yambole, Kabile,
nel sud-est del paese.
La nuova base sarà simile all’area addestrativa bulgaro-statunitense di Novo
Selo che viene impiegata dal Battle Group NATO operativo in Bulgaria in funzione
anti-Russia. A Yambole sarà insediata un’intera brigata multinazionale con la
possibilità di ospitare fino ad ‘intera divisione di 3.000 unità.
La ratifica dell’accordo è stata votata a larghissima maggioranza; contrari solo
il gruppo di minoranza filo-russo Vuzrazhdane e due piccoli partiti
nazional-populisti, Mech e Velichie.
Secondo quanto dichiarato dal ministro della difesa bulgaro, Atanas Zapryanov,
la progettazione dell’installazione sarà affidata alla Nato Support and Services
Agency. “A Kabile saranno realizzate solo le facility per alloggiare ed
addestrare i reparti militari, più alcuni impianti sportivi”, ha aggiunto
Zapryanov. “I depositi di armi e munizioni per le esercitazioni saranno invece
dislocati a distanza dalle aree abitate dalla popolazione e dalle caserme. Si
esclude dunque lo stoccaggio di munizioni o di altri materiali pericolosi”. Ad
oggi non è noto l’ammontare delle spese previste per la base.
Il testo dell’accordo di cooperazione con le autorità italiane era stato
approvato dal gabinetto dei ministri il 13 agosto 2025. “La costruzione delle
infrastrutture militari nel territorio del distretto di Kabile è un passo
strategico in vista del rafforzamento delle capacità di difesa della Repubblica
di Bulgaria e della Nato”, riportava il testo sottoscritto dal governo di Sofia.
“Il programma è svolto per adempiere agli impegni della Repubblica di Bulgaria
quale membro della North Atlantic Treaty Organization, e consentirà di ospitare
e supportare il Multinational Battle Group della NATO, con la possibilità di una
sua espansione”.
L’accordo bilaterale italo-bulgaro è stato sottoscritto il 24 dicembre 2025 in
occasione della visita in Bulgaria del ministro della Difesa Guido Crosetto. La
firma è avvenuta all’interno della 22nd Air Base di Bezmer, scalo strategico
dell’Aeronautica militare bulgara e della NATO.
Secondo quanto riportato dagli organi di stampa locali, “l’accordo sancisce le
responsabilità dell’Italia per l’assemblaggio e l’insediamento degli edifici
residenziali, degli uffici, delle infrastrutture, degli alloggi e dei relativi
servizi, e l’opportunità di intraprendere i lavori di costruzione necessari,
anche con l’impiego delle sue forze armate”.
Le opere saranno realizzate in due fasi: nella prima si assicureranno quelle per
il dislocamento temporaneo delle truppe, mentre nella seconda si costruiranno le
infrastrutture per lo stazionamento permanente del Multinational Battle Group.
“Anche la Bulgaria contribuirà finanziariamente al progetto attraverso specifici
investimenti”, ha dichiarato il portavoce del governo bulgaro. “Accordi tecnici
aggiuntivi e annessi tra le due parti saranno sviluppati successivamente”.
Nel corso della sua visita in Bulgaria, il ministro Crosetto ha discusso con il
collega Atanas Zapryanov le modalità di un ulteriore rafforzamento della
cooperazione in campo militare. “Soddisfazione è stata espressa dal ministro per
la firma dell’Accordo per realizzare e gestire congiuntamente le infrastrutture
nell’area di Kabile”, riporta la nota stampa della Difesa. “Crosetto ha
ringraziato per il supporto fornito al contingente italiano presso la Novo Selo
Training Area, dove l’Italia opera al comando del Multinational Battle
Group. Condivisa la volontà di rafforzare la collaborazione in ambito operativo,
addestrativo e formativo, con particolare attenzione alle minacce ibride anche
nell’ottica di un’auspicata cooperazione strategica nel settore dell’industria
della difesa. Positiva la valutazione del dispositivo sul fianco Est
dell’Alleanza, con conferma di una postura ferma e orientata alla prevenzione
delle escalation”.
Dopo l’incontro con la controparte, Guido Crosetto ha partecipato alla messa e
al pranzo natalizio con i militari italiani presso la base di Novo Selo. Dal
2022 l’Esercito Italiano è impegnato in Bulgaria nella missione NATO “Enhanced
Vigilance Activity (eVA)”, guidando il Multinational Battle Group, iniziativa
voluta dall’Alleanza per “rafforzare la deterrenza e la difesa sul fianco est a
seguito dello scoppio delle ostilità tra Russia ed Ucraina”. Nell’ambito della
missione NATO le unità italiane Italiano svolgono anche attività addestrative
congiunte con l’Esercito bulgaro e di altri paesi alleati. Attualmente l’Italia
schiera in Bulgaria 740-750 militari dell’82° Reggimento di fanteria “Torino”
della Brigata Pinerolo dell’Esercito.
Il Battle Group inter-alleato schiera complessivamente 1200-1300 militari. Nei
piani NATO il battaglione dovrebbe essere elevato a brigata, con 5.000 unità. Da
qui l’esigenza di realizzare una nuova grande base a Kabile.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 2 novembre 2026,
https://pagineesteri.it/2026/02/02/medioriente/sorgera-in-bulgaria-la-prima-base-militare-italiana-in-est-europa/
Doppia missione simultanea di US Air Force e NATO dalla Sicilia stamani martedì
3 febbraio 2026.
Un aereo radar E-3A Sentry AWACS della NATO dopo essere decollato dalla base di
Trapani Birgi ha raggiunto la Polonia orientale per monitorare lo spazio aereo
ucraino.
Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B Global Hawk in
dotazione all'Aeronautica Militare degli Stati Uniti d'America che si è poi
posizionato in volo sul Mar Nero.
Non era mai accaduto che le due maggiori installazioni militari USA e NATO
esistenti in Sicilia operassero congiuntamente per attività di intelligence e
sorveglianza anti-Russia a sostegno delle forze armate ucraine.
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 3 febbraio 2026,
https://www.stampalibera.it/2026/02/03/la-sicilia-va-alla-guerra-in-ucraina-oggi-doppia-missione-simultanea-di-us-air-force-e-nato-dalla-sicilia/
Si rafforza l’ipotesi di un’opzione militare USA anti-Iran. Il Comando Centrale
unificato delle forze armate degli Stati Uniti (U.S. Centcom) con un laconico
comunicato ha reso noto che nella giornata di lunedì 18 gennaio sono stati
trasferiti i cacciabombardieri F-15 “Strike Eagle” del 494th Expeditionary
Fighter Squadron di US Air Force, dallo scalo britannica di Lakenhealth ad una
base aerea del Medio oriente. “La presenza degli F-15 rafforza la prontezza al
combattimento e promuove la sicurezza e la stabilità regionale”, conclude U.S.
Centcom.
Grazie al monitoraggio dei tracciati radar nello spazio aereo mediterraneo, la
rivista specializzata Defense Security Asia ha accertato che i cacciabombardieri
sono stati trasferiti nella base militare di Muwaffaq Salti ad Azraq, Giordania.
“Sono perlomeno dodici gli F-15 “Strike Eagle” USA giunti nella base aerea
giordana”, aggiunge Defense Security Asia. “Insieme ad essi hanno volato dal
Regno Unito anche quattro aerei cisterna KC-135 “Stratotanker” di US Air Force
per il rifornimento in volo”.
I cacciabombardieri F-15 includono le due varianti recentemente rinnovate per la
superiorità aerea e le missioni d’attacco in profondità, mentre i velivoli
tanker assicureranno l’estensione geografica e temporale delle attività aeree
USA fino all’Iraq e al nord della Penisola Arabica, rafforzando le capacità di
pattugliamento aereo e di strike.
La base giordana di Muwaffaq Salti è stata già impiegate dalle forze armate
statunitensi nelle più recenti campagne militari contro Teheran per contrastare
le operazioni aeree, missilistiche e dei velivoli senza pilota.
Un ufficiale delle forze armate USA ha confermato a Defense Security Asia il
dislocamento degli assetti da guerra nel Regno di Giordania ma ha negato che
esso rappresenti un “cambio della postura di Washington in Medio oriente a
seguito delle proteste scoppiate a Teheran”. Secondo l’interlocutore
statunitense il trasferimento degli F-15 nella regione mediorientale è solo una
“rotazione di routine” e non “accresce la forza USA nella regione”.
Di diverso avviso gli analisti della testata giornalistica. “Il movimento degli
F-15 e degli aerei cisterna rappresenta un’escalation nella presenza militare di
Washington in Medio oriente, delle sue capacità di deterrenza e di prontezza
operativa in un momento in cui si intensificano le tensioni con l’Iran e cresce
l’instabilità regionale”, commenta Defense Security Asia. “Il dislocamento dei
caccia F-15 in Giordania rafforza in modo significativo la potenza di
combattimento aereo USA ai confini occidentali dell’Iran, rende ancora più
rapido l’accesso allo spazio aereo dell’Iraq, della Siria e dell’Iran, pur
mantenendo una distanza sufficiente a mitigare i rischi rappresentati dai
missili balistici e dai droni a lungo raggio iraniani”.
Oltre all’invio in Giordania dei velivoli d’attacco e degli aerei cisterna di US
Air Force, è stato documentato nei giorni scorsi un intenso traffico aereo da
alcune basi degli Stati Uniti d’America e da quella britannica di Mildenhall
verso il Medio oriente. In particolare sono stati tracciati i voli dei grandi
aerei da trasporto C-17 “Globemaster” III e C-5M “Galaxy”, impiegati di norma
per trasferire mezzi e veicoli da guerra, armi, munizioni e reparti di pronto
intervento. “Questi transiti sono un ulteriore segnale che Washington sta
rafforzando non solo le proprie capacità belliche ma anche quelle logistiche, di
sostentamento e comando e controllo nel teatro mediorientale”, aggiungono gli
analisti militari.
Tra i velivoli USA monitorati in volo nella regione ci sono anche i temibili
quadrimotori AC-130J “Ghostrider” impiegati come cannoniere volanti (per questo
noti anche come Angeli della morte).
Il Dipartimento della Difesa ha accresciuto pure le operazioni di intelligence,
riconoscimento e sorveglianza dello spazio aereo, terrestre e marittimo
mediorientale impiegando in particolare i pattugliatori P-8A “Poseidon” di US
Navy schierati stabilmente nella base siciliana di Sigonella. Nell’area del
Golfo Persico si sta anche rafforzando la presenza navale USA: al gruppo da
combattimento guidato dalla portaerei nucleare USS Theodore Roosevelt già
operativo nel Mar Rosso, si sta per sommare anche quello con a capo la portaerei
USS Abraham Lincoln. Nei giorni scorsi il Pentagono ha ordinato il trasferimento
del gruppo d’attacco composto dalla “Lincoln” e da cacciatorpediniere
lanciamissili della classe “Arleigh Burke” dal Mar Cinese Meridionale alle acque
mediorientali.
Il 12 gennaio, l’U.S. Central Command (CENTCOM) ha reso nota la costituzione
nella base aerea Al Udeid in Qatar di un nuovo Centro di difesa anti-missile
(Middle Eastern Air Defense – Combined Defense Operations Cell (MEAD-CDOC) per
“rafforzare il coordinamento e la difesa integrata in Medio Oriente”. La nuova
struttura vede operare fianco a fianco militari USA e dei principali paesi della
regione.
Nello scalo qatariota è operativo da più di vent’anni il Combined Air Operations
Center (CAOC), centro per le operazioni aeree combinate in uno scacchiere di
guerra che comprende Siria, Iraq ed Iran. Al CAOC Al Udeid sono assegnati
reparti militari di 17 paesi tra cui l’Italia con una “cellula nazionale
interforze” (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri).
“Il MEAD-CDOC crea una struttura affidabile per lo scambio di informazioni sulle
minacce incombenti in modo da poter prevedere soluzioni collettive insieme ai
nostri partner regionali”, ha dichiarato il generale Derek France, comandante
dell’U.S. Air Force Central – AFCENT.
L’inaugurazione del MEAD-CDOC in Qatar fa seguito all’apertura, nel corso del
2025, di altre due postazioni di comando combinati bilaterali per la “difesa”
aerea e missilistica da parte delle forze USA con Qatar e Bahrein. Le nuove
strutture fungono da hub per la pianificazione, il coordinamento e le operazioni
di difesa aerea integrata.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 22 gennaio 2026,
https://pagineesteri.it/2026/01/22/medioriente/trump-ora-vuole-lattacco-alliran-gli-usa-rafforzano-la-presenza-in-medio-oriente/
Per l’Italia della palla ovale le migliori alleate si confermano le forze
armate e le grandi aziende produttrici di armi e sistemi bellici.
Venerdì 23 gennaio lo Stato Maggiore dell’Esercito e la Federazione Italiana
Rugby (FIR) hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa volto a “rafforzare la
collaborazione tra le due istituzioni, fondata su valori condivisi quali
coraggio, disciplina, spirito di squadra, rispetto delle regole e impegno al
servizio della collettività”.
A firmare l’accordo il sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito, generale
Salvatore Cuoci, e il vice presidente vicario della Federazione Rugby, Paolo
Vaccari.
“L’intesa riconosce il valore dello sport, e in particolare del rugby, quale
strumento formativo ed educativo, parte integrante dell’addestramento militare e
della crescita personale dei giovani”, riporta l’ufficio stampa dell’Esercito
italiano. “Le caratteristiche proprie del rugby, basate su lealtà, sacrificio e
lavoro di squadra, trovano una naturale convergenza con i principi e le pratiche
della professione militare”. Sport e guerra tornano ad essere, così come ai
tempi del Ventennio, due facce della stessa medaglia.
Il Protocollo d’Intesa prevede in particolare che la FIR “dedichi all’Esercito”
una delle partite del Torneo Sei Nazioni, “assicurando una significativa
visibilità internazionale alla Forza Armata” attraverso specifiche iniziative,
tra cui il cerimoniale pre-partita, la presenza all’interno del Villaggio Terzo
Tempo e attività di rappresentanza istituzionale. È inoltre prevista la
realizzazione di operazioni di comunicazione congiunte per valorizzare le
attività.
“L’Esercito Italiano, compatibilmente con le prioritarie esigenze istituzionali,
fornirà il proprio concorso mediante assetti promozionali in occasione degli
eventi sportivi, il supporto di unità della Forza Armata per attività
addestrative e di team building a favore degli atleti delle Nazionali di rugby,
nonché la messa a disposizione di sedi militari per seminari, workshop e
iniziative formative”, aggiunge lo Stato Maggiore. “L’accordo, della durata di
tre anni, si inserisce nel quadro delle iniziative volte a promuovere la cultura
dei valori, dello sport e del servizio al Paese, rafforzando il legame tra Forze
Armate e società civile. Si prevede inoltre il sostegno allo sviluppo del rugby
dilettantistico di base attraverso l’utilizzo di idonee strutture militari”.
L’intesa punta infine a “consolidare” le attività di cooperazione già avviate
tra la Federazione Rugby e l’Esercito nel gennaio 2023, quando prese il via la
partnership alla vigilia delle gare in Italia del “Guinness Sei Nazioni” e della
preparazione della squadra in vista della Rugby World Cup 2023.
Prima dei mondiali di rugby in Francia, gli atleti convocati effettuarono uno
stage dal 13 al 16 luglio a Corvara (Dolomiti), presso il Villaggio Alpino
“Tempesti”, base dell’Esercito italiano. “Istruttori delle truppe alpine e di
altre unità specialistiche dell’Esercito si sono impegnati in intense attività
addestrative di Team Building in favore della nazionale di Rugby”, spiegò
l’ufficio stampa della Federazione sportiva. “Gli atleti della Nazionale
iniziano la loro giornata alle 6 del mattino schierati per l’alzabandiera.
Divisisi in tre gruppi è stata raggiunta la vetta del Monte Lagazuoi. A seguire
il gruppo al completo si è spostato presso Col Gallina dove ha seguito altre
attività di addestramento fino alla costruzione del bivacco per il pernotto in
quota”.
“Tutti gli atleti – aggiungeva la FIR - sono stati seguiti da personale
qualificato dell’Esercito in varie attività di addestramento tipicamente
militare, apprendendo nozioni di base per la sopravvivenza in montagna e
confrontandosi con attività quali le marce con affardellamento, il primo
soccorso, il mascheramento, l’arrampicata e la topografia con esercizi specifici
e attività di orienteering ponendo il focus anche su attività che avevano come
obiettivo di lavorare su Team Working, leadership e comunicazione efficace”.
Nonostante la dura preparazione psico-fisica a cui sono stati sottoposti i
rugbisti sotto la supervisione delle truppe alpine, i risultati in campo sono
stati a dir poco disastrosi. Alla Rugby World Cup 2023 l’Italia è uscita di
scena dopo il girone eliminatorio, collezionando due striminzite vittorie con
Uruguay e Namibia e due pesantissime batoste con Francia e Nuova Zelanda. Questi
due ultimi incontri si sono conclusi con un 60 a 7 (Francia-Italia) e un 96 a 17
(Nuova Zelanda-Italia): gli Azzurri con le stellette hanno subito cioè un punto
per ogni minuto di gioco (156 punti in 160 minuti).
Non è andata meglio la partnership FIR-forze armate il 24 febbraio 2025, in
occasione dell’incontro a Roma tra le nazionali di Italia e Francia, nell’ambito
del “Guinness Six Nations”.
“Alla presenza del Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine
Masiello e dell’omologo francese, general Pierre Schill, il tricolore Italiano e
quello d’oltralpe, seguiti dalle insegne dell’Esercito e della Federazione
Italiana Rugby sono arrivati dall’alto con i paracadutisti della brigata
Folgore”, ricordano i vertici militari italiani. “Le note dell’inno nazionale,
eseguito dalla Banda dell’Esercito, precedute dall’ingresso in campo della
fanfara dei bersaglieri e degli atleti militari che hanno portato in campo
l’ovale della partita, hanno trasportato giocatori e spettatori nel clima
competitivo dell’incontro. Fuori dal campo di gioco, i tanti tifosi hanno avuto
la possibilità di avvicinarsi ai vari stand messi a disposizione dall’Esercito
Italiano, tra questi una mostra di veicoli, il simulatore di volo dell’Aviazione
dell’Esercito, una palestra di roccia, una stazione con istruttori del Metodo di
Combattimento Militare e un percorso ginnico dedicato al military fitness”.
Uno sfoggio di potenza bellica che non ha per nulla intimidito gli atleti
d’oltralpe. Il punteggio finale dell’incontro non lascia dubbi: Francia 73,
Italia 24.
Federazione Rugby ed Esercito insieme anche per gli incontri della nazionale
femminile. In occasione della partita tra Italia e Scozia del “Guinness Six
Nations”, svoltosi a Parma il 24 aprile 2024, la bandiera tricolore, le insegne
della FIR, della Scozia e la palla ovale sono stati portati sul campo da gioco
da una rappresentanza di allievi e ufficiali dell’Accademia Militare
dell’Esercito, con tanto di inni nazionali eseguiti dalla banda dei parà della
“Folgore”.
“Il calcio d’invio è stato anticipato al mattino da una partita ufficiale del
“Trofeo del Ducato”, tappa ufficiale del campionato nazionale di Rugby Touch,
alla quale ha partecipato la squadra del gruppo sportivo dell’Accademia Militare
che ha avuto l’opportunità di confrontarsi con altre realtà sportive rugbistiche
del nord Italia”, ricorda lo Stato Maggiore. Per la cronaca l’incontro
Italia-Scozia si è concluso con una sconfitta di misura per le Azzurre di 10 a
17.
Il 28 luglio 2023 in occasione del triangolare Under 20 delle rappresentative
femminili di Italia, Irlanda e Scozia tenutosi a L’Aquila, la collaborazione
della FIR si è estesa alle grandi aziende del comparto militare industriale.
L’evento è stato organizzato infatti insieme a Thales Alenia Space Italia, la
joint venture tra due gruppi europei leader del settore aerospaziale militare,
la francese Thales (67%) e l’italiana Leonardo SpA (33%).
“Thales Alenia Space opera dal 1983 sul territorio di L’Aquila e dopo il
terremoto del 2009 ha ricostruito un nuovo stabilimento che ha inaugurato nel
2013, simbolo di una rinascita industriale nonché del proseguimento di un
cammino nell’alta tecnologia, con nuove opportunità e nuove ambizioni
industriali che pongono l’azienda in assoluto primo piano nel comparto spaziale
europeo”, ricorda enfaticamente l’ufficio stampa della Federazione Rugby.
“Quest’anno Thales Alenia Space celebra 40 anni di attività spaziale e 10 anni
dall’inaugurazione del nuovo stabilimento”.
Le Azzurrine hanno vinto il triangolare in terra abruzzese, anche se il torneo
“non era valido per il riconoscimento della presenza internazionale”, come ha
specificato la stessa Federazione Rugby. Poca importa. Quel che è necessario è
invece rimarcare in ogni occasione che la palla ovale in Italia si è affidata
ormai agli artigli delle forze armate. “La collaborazione con la FIR – enfatizza
lo Stato Maggiore - è volta a promuovere attivamente su tutto il territorio
nazionale i valori che il mondo del rugby e l’Esercito condividono, sinonimo di
impegno, disciplina e rispetto: aspetti che mettono alla prova le nuove
generazioni, le aiutano a superare limiti, nutrire speranze e realizzare sogni,
contribuendo alla crescita individuale e collettiva”.
Il rugby per affermare la cultura della “difesa” e legittimare e normalizzare la
guerra in un paese sempre più armato e belligerante.
Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le
responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma
del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche,
energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.
«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il
corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo,
insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista
per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul
disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.
È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università.
Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla
striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte
per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed
espulso.
Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità
dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle
armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo
della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente,
l’industria della ricostruzione.
Contro la cultura della morte
Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto
sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra
prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre –
dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso
(Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno
e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili
Cruise.
Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei
diritti umani.
Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in
America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A
Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di
accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un
progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in
Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la
prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo
progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».
Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi
sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area
mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più
recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica
delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo
italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione
dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.
Freedom flotilla
Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la
marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione
italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal,
e nel, nostro Paese.
È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom
flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati,
difensori dei diritti umani e giornalisti.
La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia
marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di
Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due
giorni di detenzione, espulsi.
Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di
interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta
nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino
Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo,
sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava
monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal
cancro. È stato una figura straordinaria».
Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il
blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del
diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e
farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».
Handala, il bambino di spalle
A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di
Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti
di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.
Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli
italiani, ma anche di quelli palestinesi».
Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio
dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone:
inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10
anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la
schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il
suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo
volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai
palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.
«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».
Genocidio, crimine collettivo
«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo
centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per
raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene
denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale
Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre
scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze
politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e
finanziari».
In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste
sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo
tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre
scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia
del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima
con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e
l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.
La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online
aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul
canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha
approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei
palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto
internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi
relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è
successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.
L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni
con Israele, ma le mantiene floride.
Armi e addestramento
Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti
che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa
dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e
Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i
palestinesi in Cisgiordania.
«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico
di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa,
aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia
F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte
delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione
di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.
Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del
Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore
delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della
Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione
dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.
Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha
acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada,
produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono
montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello
dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il
controllo del territorio di Gaza.
Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia
da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina
militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.
Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone
usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».
Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export
dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di
vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le
nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi
israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei
di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita
di missili anticarro Spike.
Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export
di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la
nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si
addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.
In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era
accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».
Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo
di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di
Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite
d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li
usa sistematicamente».
Cyber security
Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber
security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la
vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende
private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende
israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori
umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda
israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono
presenti ovunque.
C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe,
un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a
Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del
Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike
Pompeo, ex capo della Cia».
Banche, media, energia
Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche:
Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice:
«Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di
armi. Non solo italiano, ma internazionale».
E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori
sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il
genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte
forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I
motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con
Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».
«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del
4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa
britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord.
Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana
fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È
una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la
maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.
Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa
con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati
più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non
siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.
Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7
ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo
orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il
diritto internazionale acque interne palestinesi.
Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata
giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il
“concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o
cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».
Università e ricerca
Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori
università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo
importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e
tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.
Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo,
della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria
e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di
pulizia etnica.
Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.
Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di
israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è
nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza
araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le
distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia
all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la
guerra».
Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso
militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette
insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche
da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta
realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la
Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona
parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche
la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.
In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La
Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso
militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due
scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da
guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso
di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori
degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele
si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme
pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande
capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a
Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte
accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece
di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui
territori, forniscono aiuti ai militari».
Shock economy
Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende
di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi
sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo
palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che
gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei
luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e
per i ricchi occidentali».
E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo
continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale
e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.
Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e
urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del
sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne
convinco, e me ne vergogno».
Intervista a cura di Luca Lorusso, pubblicata l’1 gennaio 2026 su Missioni
Consolata,
https://www.rivistamissioniconsolata.it/2026/01/01/le-mani-insanguinate/