L’opposizione al governo Meloni parte da qui

InfoAut: Informazione di parte - Sunday, February 1, 2026

Contributi, punti di vista, riflessioni da parte delle tante anime che hanno composto la ricchezza della manifestazione oceanica della Torino partigiana. Iniziamo una raccolta di ciò che si tenta di appiattire, con uno sguardo alla complessità della composizione, della soggettività e della fase che stiamo attraversando.

Il comunicato del Comitato Vanchiglia Insieme

“Sulla giornata di ieri”

Per noi scendere in piazza significa esprimere il nostro dissenso, lo facciamo nel modo che ci caratterizza, conviviale e pacifico.
Il nostro quartiere però è ferito, una ferita che si è fatta più profonda in questo mese e mezzo.
Questa ferita ha indotto diverse reazioni, reazioni all’ impotenza e all’ ingiustizia: noi abbiamo reagito unendoci ancora di più e creando rete con la città, altri hanno preferito non reagire e chiudersi ancora di più, altri ancora hanno espresso la rabbia con forme di azione violenta, che non condividiamo.
Ci addolora vedere i resti degli scontri, i danni creati e pensare a chi è rimasto ferito, ma ci addolora anche vedere che 50000 persone che hanno manifestato in altre forme sono rimaste nascoste da una coltre di fumo.
Viviamo in un periodo storico difficile, dove la nostra libertà e i nostri diritti vengono gradualmente erosi.
Il governo, con l’ aiuto dei media, cerca di fare quello che hanno sempre fatto i regimi: dividi et impera.
A noi è richiesto lo sforzo e l’ impegno di tenere insieme i pezzi, di stare nella complessità, perché è nella complessità di idee, visioni e approcci che si trovano nuove risposte.
Le persone che sono scese in piazza in questi mesi sono tantissime, differenti tra loro, ma portano lo stesso messaggio: vogliamo cambiare e possiamo cambiare il corso degli eventi che sta portando la nostra amata Terra ad implodere.
Ci vorrà tempo, ci vorrà un grande sforzo, ma se restiamo fiduciosi e restiamo unite troveremo nuove forme di lotta dove chiunque possa sentirsi comodo, perché il nostro desiderio è comune, è giusto e non deve spegnersi.
Ma oggi il nostro pensiero va al quartiere e a chiunque si sia svegliatə confuso e amareggiato. Non lasceremo che la tensione di una giornata oscuri il legame che ci unisce.
Restiamo qui: per strada, tra la gente, pronti a fare la nostra parte per ricucire il quartiere. Vanchiglia è di chi la cura ogni giorno, e da qui ricominciamo.

Il Comunicato del Collettivo Universitario Autonomo – Torino e del Kollettivo Studentesco Autonomo – Torino

Corteo nazionale a Torino: 50mila persone rilanciano contro il governo nemico del popolo

3 spezzoni composti ciascuno da migliaia di persone partono dalle stazioni e dall’università occupata per riprendersi la città. Si aspettavano tutti una grande manifestazione ma la realtà ha superato le aspettative: la reazione generalizzata all’arrivo in Piazza Vittorio, il punto di convergenza, è stata quella della “pienezza” nel vero senso della parola.
Al di là dei numeri strabilianti, l’eterogeneità della piazza permette di cogliere la cifra di cosa sia stato raccolto dall’appello conclusivo dell’assemblea del 17 gennaio, con la chiamata: governo nemico del popolo, il popolo rilancia. E il popolo ha rilanciato.
Avevamo promesso sarebbe stata una manifestazione popolare e pensiamo di aver mantenuto la promessa, studenti dalle scuole superiori, sindacati di base, associazioni, organizzazioni palestinesi da tutta Italia, movimenti sociali, comitati di quartiere, universitari, delegazioni provenienti da tutto il Paese hanno animato la manifestazione prendendo parola per affermare l’intenzione comune di guardare al futuro e costruire le basi per il sogno collettivo di un mondo libero dal veleno della guerra, dal sionismo, dalla sudditanza agli Stati Uniti, dalla povertà dei tanti per il lusso di pochi, dalla terra devastata per i progetti inutili.
Oggi Torino ha dimostrato come si può rispondere alla violenza dello Stato riuscendo anche a fare il passo in avanti di una proposta percorribile da molti e molte, nelle diversità certo, ma con l’occasione di rompere gli argini dell’impotenza e dell’immobilismo per percorrere una strada che non sappiamo ancora su quali itinerari ci potrà portare ma sappiamo che qualunque cosa abbia da offrirci non può che essere meglio di quel che c’è se la affrontiamo insieme.
Mentre alcuni spezzoni si sono distribuiti per occupare i due incroci previsti dal percorso, una grande parte della manifestazione ha poi raggiunto il presidio di polizia permanente che sta intorno all’Aska rispondendo con forza alla militarizzazione coatta che ormai rappresenta l’unico metodo delle istituzioni attraverso cui gestire le crisi sociali.
Sono state ore di scontri molto intense, l’aria irrespirabile, gli idranti, la polizia nervosa. Ma migliaia di persone hanno resistito e rispedito al mittente l’arroganza di chi ci vuole solo spaventati e silenti.
L’Askatasuna non è solo un palazzo e la giornata di oggi ne è stata la prova, siamo solo all’inizio di un cammino da percorrere insieme, per la libertà e la possibilità di vivere in un mondo degno di chi lo abita.
L’ITALIA È PARTIGIANA

Un post di Rita Rapisardi, giornalista freelance per il Manifesto

Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

Un editoriale della rivista La Rivolta

Ieri abbiamo assistito a un corteo immenso. Le stime parlano di 50 000 persone, provenienti da tutta Italia. Verso le 17.30 il corteo è virato in Corso Regina, dove sono iniziati gli scontri. 

A fronte del video del poliziotto picchiato, per cui tutta l’Italia si indigna, ci sono decine di video degli abusi della polizia contro manifestant3, giornalist3, personale medico e fotograf3 inerm3, che rimarranno invece nel silenzio. Il silenzio di questa Italia che non sa più come ribellarsi a chi definisce chi manifesta “nemici dello stato”, a chi usa i nostri soldi per opere pubbliche inesistenti e inutili, a chi rinchiude attivist3 e reprime il dissenso, a chi ci toglie spazi sociali e di controcultura.

Questa divisione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi della narrazione comune, non solo è falsa, ma è anche poco funzionale allo scopo per cui siamo sces3 in piazza. È vero che il corteo è stato per lo più pacifico, ma gli scontri non lo hanno delegittimato. Le 50 000 persone del corteo al momento degli scontri si trovavano esattamente dietro “l3 incappucciat3” “facinorosi” che si scontravano, per sostenerli. 

La violenza innoridisce, ci smuove qualcosa dentro che è difficile ignorare; per questo sappiamo che la risposta collettiva di ieri non è nata dal vuoto, ma da violenza subìta e agìta per anni nei confronti di tutta la popolazione. L’eliminazione di spazi di culturali, la distruzione della libertà di parola e dissenso, l’arresto di innocent3, il collasso ecoclimatico e la guerra sempre più vicina: queste sono le violenze che ieri molte hanno rivisto mentre sono scese in piazza per un mondo alternativo.È per questo che, ricordando a tutt3 che manifestare è un nostro diritto, noi esprimiamo totale solidarietà a manifestant3, fotograf3 e giornalist3, che hanno subìto gli abusi dei servi dello stato. E come Rivista La Rivolta contribuiamo a diffondere la verità su ciò che è successo ieri, perché sappiamo che solo una parte riceverà giustizia da parte delle istituzioni.